"Noi dobbiamo amarci come i santi si amano nel cielo;noi dobbiamo avere gli uni per gli altri l’amore stesso che abbiamo per Gesù Cristo,poiché egli è in ciascuno di noi.La carità che ci unisce deve essere la stessa che unisce il Padre e il Figlio,cioè lo Spirito Santo.L’affetto che ci unisce,è lo Spirito Santo che è stato sparso nelle nostre anime.”La preghiera liturgica è il migliore omaggio che possiamo offrire a Dio.I canonici e i monaci facevano riecheggiare in ogni ora del giorno e della notte il canto dei salmi."

 

 

Dom A.Grea

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 La storia della Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione risale al secolo scorso, ma ha radici assai più lontane.

 

Dobbiamo ripercorrere a ritroso i secoli fino a giungere a S. Agostino, il grande convertito e poi Vescovo di Ippona in Africa, il quale ebbe la felice intuizione di proporre ai suoi sacerdoti, pur impegnati nel ministero sacerdotale, di vivere con lui nel monastero ad esempio della prima comunità cristiana, la quale viveva unanime e concorde mettendo insieme tutto quello che ognuno possedeva (Atti 4, 32).

 

Tra gli Ordini religiosi che nei secoli successivi si ispirarono a S. Agostino, i Canonici Regolari ( cioè i sacerdoti – Canonici – che seguono una Regola – Canon – e che facendo vita comune sono al servizio di una chiesa locale) furono coloro che presero quasi alla lettera lo stile di vita e l’ideale del Santo Vescovo di Ippona.

 

Sorsero così i vari rami di Canonici Regolari: i Premostratensi, i Lateranensi, i Canonici di San Rufo e di San Vittore in Francia, i Canonici di San Bernardo e di San Maurizio in Svizzera, che lasciarono tracce profonde del loro lavoro apostolico e della loro testimonianza di vita comunitaria e liturgica.

 

L’ideale di Sant’Agostino e le varie esperienze di vita canoniale affascinarono il giovane sacerdote Dom Adriano Gréa, nato in Francia nel 1828.

 

In quegli anni la Rivoluzione francese aveva abolito gli Ordini religiosi e altrove i Canonici Regolari sopravvivevano a stento o erano in totale decadenza e il loro glorioso passato sembrava non trovar più seguito. Dom Gréa, però, era convinto che l’ideale proposto da Sant’Agostino non era definitivamente tramontato; anzi, consacrò tutte le sue energie e la sua cultura di studioso della storia antica e medievale per restaurare in Francia l’Istituzione dei Canonici Regolari e per ridonare alla Chiesa un clero di vita comune, dedito al culto divino e al servizio pastorale.

 

L’8 settembre 1871 nella festa della Natività di Maria, Dom Gréa, con quattro compagni, emise i primi voti nelle mani del Vescovo di St.Claude che aveva approvato le Costituzioni della Congregazione e che un anno prima il Papa Pio IX, benedicendo il nascente Istituto, volle che si chiamasse Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, a ricordo del dogma mariano da lui solennemente proclamato.

 

Venne, così, gettato un piccolo seme nell’alveo sempre fecondo della Chiesa.

 

Un seme che ben presto si sviluppò, non solo in Francia, ma anche in Canadà, Perù e in Italia, malgrado le difficoltà e le incomprensioni nei riguardi del fondatore e del suo progetto.

 

Da alcuni benpensanti del tempo Dom Gréa venne definito un sognatore, un superato, “un profeta del passato” (Broutin), “un uomo del secolo XIII che Dio ha riservato per il XIX” (Witman). Altri lo consideravano un sacerdote che volle far rivivere situazioni ormai superate, senza accorgersi che non si respirava più il clima delle grandi Abbazie con lunghe e solenni liturgie e con digiuni e penitenze rigorose.

 

Certamente abbiamo anche testimonianze di tante personalità e di tanti amici che capirono il progetto di Dom Gréa ed apprezzarono il suo amore alla Chiesa, alla Liturgia, alla vita comune del clero.

 

Alcune sue intuizioni sulla Chiesa universale, presentata come “Mistero”, sulla Chiesa particolare e  sul ruolo del Vescovo diocesano, ebbero una grande  risonanza e riconoscenza nei documenti del Vaticano II.

 

Dobbiamo notare che anche alcuni confratelli trovarono “esagerato” il progetto di Dom Gréa, il quale, sull’esempio di altri fondatori più illustri, come San Domenico e San  Francesco, dovette ritirarsi a vita privata continuando ad amare, a pregare, a soffrire per la sua comunità fino alla morte avvenuta il 23 febbraio 1917.

 

Il suo corpo riposa nel piccolo cimitero di Rotalier (Francia), ma il suo spirito continua a seguire e proteggere i figli di quel sogno da lui coltivato, i quali, pur con le Costituzioni rinnovate e in contesti storici diversi, desiderano essere fedeli alle intuizioni e agli insegnamenti del loro Padre Fondatore.

 

 

Certamente anche noi, oggi, talvolta facciamo fatica a rendere vero il suo progetto nel coniugare il lavoro pastorale con le esigenze della vita comunitaria; tuttavia vorremmo anche noi avere il coraggio di sognare sul passato della nostra Congregazione, sull’esempio e sulla testimonianza di tanti nostri confratelli, ma sempre con occhi aperti al presente e protesi con ottimismo verso il futuro.

 

L’ideale proposto da S. Agostino e Dom Gréa è anche oggi il buon seme che,  se accolto in un terreno fertile, porta frutti  abbondanti.

 

La presenza attuale di nove Congregazioni canoniali riunite in Confederazione è segno evidente che l’ideale di vita dei Canonici Regolari non è tramontato, anzi, è conforme alle necessità della Chiesa, è un richiamo a tanti giovani per scelte valide e responsabili, è uno stimolo e un esempio per quei sacerdoti del clero diocesano desiderosi di una maggiore vita comunitaria.

 

 

 

 

 

 

 



I CRIC e l’IMMACOLATA CONCEZIONE

a 150 anni dalla promulgazione del Dogma

“Affidati dal papa Pio IX alla protezione della Madre di Dio, noi seguiremo con una particolare fedeltà le direttive della Chiesa a riguardo del culto mariano. Ci stia a cuore la recita quotidiana del rosario, anche se è possibile sostituirlo con altre devozioni più conformi alla nostra sensibilità personale. Ogni giorno, dopo la celebrazione di Lodi e Vespri, si veneri la Vergine con una breve preghiera o un canto mariano” . Così recita il Direttorio generale dei Cric (n.82) esplicitando quanto espresso nelle Costituzioni:

“Prestiamo un culto veramente filiale, sia nella preghiera liturgica come in quella personale, in particolare la recita del rosario, verso la Madre di Dio, Regina degli Apostoli e dei Santi, maestra di vita interiore e di contemplazione, patrona della nostra Congregazione” (n.50).

Ma cerchiamo di offrire un rapido excursus storico per cercare di capire come nasce questa relazione filiale dei Cric con Maria.

IL GREA E MARIA

Alcune prime importanti indicazioni ce le offre la biografia del nostro fondatore, Dom Adrien Gréa (1828-1917), un uomo profondamente appassionato della Chiesa, della sua storia come della sua grandezza teologica (in quanto per il Gréa la Chiesa,da sempre voluta da Dio, “è Cristo stesso, sua pienezza e suo compimento, suo corpo e suo sviluppo reale e mistico”).

Prima indicazione: ordinato sacerdote nel 1856 divenne cappellano nella Chiesa di Boudin (Jura) fatta costruire nel 1854 dallo zio materno, Edmondo Monnier, nella sua ferriera. Qui, ci raccontano i biografi, il giovane Gréa fondò una scuola per l’educazione religiosa e l’iniziazione liturgica per i figli degli operai. La cosa più interessante è un particolare scoperto quest’estate: pellegrini nei luoghi in cui ha vissuto il nostro fondatore abbiamo visitato anche questa piccola cappella oggi semi-abbandonata. La custode, sorpresa di vederci, ci ha comunicato come proprio in quella stessa giornata avesse ritrovato il libricino della Dedicazione della Chiesa autografato dal Gréa.

E qui la doppia coincidenza: la Cappella è dedicata all’Immacolata Concezione e la Dedicazione è avvenuta nel novembre 1854, proprio 150 anni fa, un mese prima che il papa, l’8 dicembre 1854, proclamasse solennemente il Dogma.

La seconda indicazione riguarda il sogno del Gréa di poter far rinascere in Francia l’antico e prestigioso istituto dei Canonici Regolari soppresso dalla Rivoluzione Francese. Nel 1870, partecipando al Concilio Vaticano I come teologo del vescovo, il Grèa espose a Pio IX il suo progetto e ottenne dal papa la benedizione sull’opera iniziata già da alcuni anni che espressamente volle sotto la denominazione e il materno patronato dell’Immacolata Concezione. Da allora la Congregazione sarà chiamata dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione e l’8 dicembre sarà celebrato come giorno di festa per tutta la comunità in onore della sua Patrona.

Ed è proprio in questa stessa giornata (terza ed ultima indicazione) che nel 1896 il Gréa verrà eletto Abate (da cui il titolo Dom) dell’abbazia di Saint Antoine (diocesi di Grenoble) oggi come allora semi-abbandonata, ma resa illustre dalla presenza dei resti di S.Antonio Abate.

Da non dimenticare che l’8 settembre 1871,giorno della Natività di Maria, il Gréa con altri quattro compagni fecero la professione perpetua nelle mani del vescovo di Saint Claude. Quel giorno è per noi insieme importante festa mariana (il suo compleanno!) e festa della nascita ufficiale della nostra Congregazione a lei dedicata.

Così parlava il Gréa di Maria nelle Conferenze offerte alla sua comunità[1]: “Come Dio ci ha donato il suo Figlio unico per Maria, è per Maria che tutto abbiamo ricevuto”. E ancora: “Gesù ci vuole là dove egli è, ma prima di introdurci con lui nella gloria del Padre, vuole che con lui abitiamo in quella della madre”.

Il Gréa ha ben chiara la profonda connessione che c’è tra Maria e la Chiesa: “La Chiesa è la sposa; Maria è la madre. E’ Maria che deve formare e preparare la sposa del Figlio”. E, approfondendo il concetto, afferma:

“Due sono le persone per mezzo delle quali l’opera di Dio (la creazione) si riannoda a Cristo: Maria e la Chiesa, Maria sua madre e la Chiesa sua sposa. Era necessario, dunque, che Maria e la Chiesa fossero associate al sacrificio di Gesù. (…) Infatti è lei che donando a Gesù un’umanità, le dona la materia per il suo sacrificio, ma donandola a Gesù, la dona anche alla Chiesa  (…). Gesù nel suo sacrificio presenta al Padre quanto ha di più caro: sua Madre e la sua Sposa (…).

Maria è madre della Chiesa. In Gesù che si offre per la Chiesa, è Maria che si offre per lei. Per questo, con espressione ardita, ma non affatto contraria allo spirito della Chiesa, possiamo dire che Maria è stata associata all’opera della Redenzione: Gesù Redentore, Maria Corredentrice, la nuova Eva da Dio collocata accanto al nuovo Adamo, non solo ai piedi della croce del Calvario, ma in ogni istante della vita”[2].

E come ammonendoci ci ricorda che. “La devozione alla Vergine è la misura della pietà che noi abbiamo per Gesù Cristo e Dio. Chi non ha la devozione per Maria, non l’ha per Gesù (…) perché Maria è la Madre del bell’amore (…) la madre della pietà”.

I CRIC E MARIA

La storia successiva, quella di coloro che hanno voluto seguire la strada indicata dal Gréa, mostra come i Cric abbiano mantenuto vivo questo amore per la loro Patrona. Senza proporre particolari devozioni (la nostra spiritualità, dice dom Gréa, è quella stessa della Chiesa: centrata sulla Liturgia e sul servizio pastorale offerto al vescovo diocesano) i nostri confratelli hanno a loro volta dedicato molte delle Chiese nuove a loro affidate a Maria, hanno proseguito ad animare una profonda venerazione per la Madonna, hanno anche offerto studi spirituali dedicati a Maria. Ricordiamo in proposito il libro scritto da p.Alfredo Scipioni nel 1947: “Maria dalla quale nacque Gesù”. In questo testo raccoglieva una serie di conferenze tenute nel mese di maggio del 1946 nella nostra Chiesa parrocchiale di S.Maria Regina Pacis in Roma.

Così scriveva sul dogma dell’Immacolata Concezione:

“L’8 dicembre 1854 un atto solenne si compiva in S.Pietro di Roma.

Pio IX, circondato da uno stuolo grandissimo di cardinali, vescovi, abati, in comunione con essi, definiva solennemente dogma di fede la dottrina che afferma la Vergine essere stata preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, per singolare privilegio di Dio ed in virtù dei meriti di Cristo.

La promulgazione del dogma durò per lo spazio di otto minuti; ed il Santo Padre, altamente commosso dal grande atto che compiva, n’ebbe di tanto in tanto interrotta la voce dal singhiozzo e dalle lacrime.

Otto minuti durò la lettura del decreto; ma in quegli otto minuti veniva sciolta una questione faticosamente dibattuta per lunghi otto secoli. Questione non solo faticosamente, ma anche stranamente dibattuta nel seno stesso della Chiesa, quando l’immacolato concepimento era combattuto, non dai consueti avversari di poca fede e di mali costumi, ma da avversari di primissimo ordine per genio e santità: quali un S.Bernardo, un S.Bonaventura e un S.Tommaso (…).

Si comprende ora, come il papa Pio IX fosse altamente commosso nell’atto della promulgazione del Dogma. Lui, pur credendosi come minore in santità e scienza dinanzi a questi colossi del sapere e della virtù, si sentiva in dovere, quale unico maestro infallibile[3], di riprenderli, di correggerli, di illuminarli.

Ma perché tanto abbaglio in uomini sì eminenti?

Ammettevano sì la purificazione di Maria SS. Dalla macchia originale e la sua santificazione, ma quando già era concepita, nel seno di sua madre (…).

Ed ecco che il Papa si alza, corregge, chiarisce. La Vergine fu santificata nell’istante stesso del suo concepimento. Concepita già pura.

Quegli eminenti dottori della Chiesa avevano pure essi progettato e discusso una simile soluzione: ma l’avevano categoricamente rigettata perché in contraddizione con la singolare santità di Cristo, l’unico nato e concepito senza peccato.

Ed il Papa rettifica. Tutti e due, Gesù e Maria, furono concepiti senza peccato; ognuno in modo diverso, conservando così la propria singolarità. Cristo, in virtù della stessa sua nascita avvenuta in una maniera verginale, e quindi discendente da Adamo per via eccezionale e miracolosa, perciò non sottomesso alla legge generale del peccato che colpì tutti i figli di Adamo; Maria, invece, concepita per via ordinaria e quindi sottomessa alla legge del peccato, ne fu tuttavia esente per una grazia speciale dell’onnipotenza di Dio.

Anche questa spiegazione si era presentata alla mente di quei grandi maestri del Medioevo. La respinsero, perché sembrava sottrarre una creatura, fosse pure Maria SS.ma, alla legge dell’universale Redenzione: di questa legge che proclamava Cristo, Salvatore, col suo sangue, di tutti gli uomini, senza eccezione.

Ed il Papa, maestro dei maestri, ad insegnare: non si sottrae nessuno dall’universalità della Redenzione di Cristo, neanche la Vergine, poiché ella, benché concepita senza peccato, la fu in previsione dei meriti e delle grazie di Cristo suo Figlio. Anch’essa è una redenta. Anzi redenta in un modo più eccellente del nostro. Noi, caduti e feriti dal peccato inevitabile, dobbiamo aspettare la grazia di Cristo per rialzarci e sanarci. Ma questa grazia di Cristo evitò che la Madre cadesse, togliendone dinanzi l’ostacolo, prima che vi inciampasse.

Noi siamo purificati dal peccato originale. La Madonna non fu purificata, ma preservata.

Preservata è il termine teologico esatto, per tanto tempo cercato, che costituisce il dogma dell’Immacolata Concezione[4] (...).

Del resto come concepire che Dio Padre, volendo preparare una degna dimora a suo Figlio, non l’abbia preservata da qualsiasi profanazione? Come ammettere che il Figlio, così onnipotente e amante, abbia permesso che sua Madre fosse rimasta, anche involontariamente per la macchia del peccato originale, e per un istante, sotto il dominio di Satana? (…)

Quattro anni dopo, nel 1858, la Vergine Santissima, apparendo ad una piccola pastorella nelle montagne dei Pirenei, suggellava maternalmente la parola papale definendosi: “Il sono l’Immacolata Concezione”.

Da quel giorno la devozione del popolo cristiano si è portata con uno slancio, ogni ora crescente, ai piedi della Vergine di Lourdes, ed ha dato origine ad un movimento di fede dei più meravigliosi e commoventi della storia della Chiesa (…).

Alla piccola veggente l’Immacolata, in una visione, ordinò di scavare  la terra. Bernardetta con le sue dita intrecciate dal Rosario scavò. L’acqua scaturì, formò un rigagnolo, una sorgente, una piscina; fonte di salute ai corpi ed alle anime.

Devoti di Maria Immacolata, inginocchiamoci ai piedi della Vergine; moviamo le dita intrecciati dal Rosario; anche per noi si aprirà una fonte di grazia e di benedizioni”.

p. stefano liberti      

[1] Cf. T.Battisti, Dom Adriano Gréa. Una spiritualità nel solco della tradizione, Montichiari (Bs) 2002, p51s.

[2] Cf quanto scritto nella LG 53: “Maria vergine, (…) è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è « veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra ». Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima.

[3] Il Dogma dell’infallibilità pontificia sarà promulgato solo successivamente, il 22 luglio 1870, all’interno del concilio Vaticano I (n.d.t.).

 

[4] A.Scipioni, Maria dalla quale nacque Gesù, Roma 1946, p.29s.


1899

I Canonici Regolari dell’Imm. Conc.   a  ROMA

“Stiamo per avere una piccola residenza a Roma – scriveva dom Gréa a dom Benoît il 10 ott. 1899 – è una bellissima cosa sulla quale ti fornirò dei dettagli. È  giunto il momento di essere presenti a Roma direttamente. Questo il parere dei nostri più illustri consiglieri. Dom M. A. Delaroche ha avuto da me l’incarico di prendere accordi con p. Pie de Langogne, cappuccino, (professore di filosofia nella provincia di Lyon, era venuto a Roma nel 1880 come segretario generale del suo ordine e qui era stato consultore di diverse congregazioni romane. Dom M. A. Delaroche lo aveva incontrato a Lyon e nutriva verso di lui una grande stima ), che lui conosce e che in questo momento è consultore più accreditato per vescovi e regolari. p. Pie de Langogne, infatti, aveva chiesto di fare il nome di una procuratore generale per avviare la cosa e preparare un piccolo centro per qualche studente che avrebbe seguito i corsi presso i Domenicani (al Collegio Romano sono troppi e gli studenti non vengono ben seguiti). Lui stesso ha trovato un piccolo alloggio presso le suore “de la Sagesse” fondate da Luigi-Maria Grignion de Monfort. È mia intenzione mandarvi dom M. A. Delaroche  come superiore e altri due studenti di filosofia”.

Ma le cose andarono diversamente: dom M. A. Delaroche in persona accompagnò a Roma dom Moquet, come superiore, insieme ad altri nei primi giorni di novembre 1899 e vi rimase il mese di novembre e di dicembre.

Lo stesso Delaroche cercava in tutti i modi di persuadere dom Gréa, perché, senza tardare, si stabilisse una residenza a Roma e si nominasse dom Moquet come superiore. “dom M. A. Delaroche – lettera di dom Gréa a dom Benoît, S. Antoine, 4 dic. 1899 – sta per ritornare. A Roma, dove dobbiamo essere rappresentati, sostenuti e se necessario difesi, tutto procede per il meglio”

Infatti, pur volendo dom Grèa, almeno come idea di fondo, che i giovani religiosi facessero tutti i loro studi nelle proprie abbazie o collegiali, non era contrario al fatto che alcuni di loro, terminati i corsi “elementari” potessero continuare i loro studi di filosofia e teologia a Roma. Era sua intenzione che costoro, una volta terminati gli studi superiori, diventassero professori nelle case-maggiori e in altri collegi (cf. lettera di Dom Grèa, Andora, 15 nov. 1906).

La motivazione era dovuta, inoltre, al fatto di avere una casa a Roma come sede del Procuratore generale della Congregazione e un Card. Protettore. Questo perché, dovendo ricorrere alla Santa Sede per svariati motivi e/o per decisioni da prendere, tutto sarebbe diventato più facile e diretto senza dover ricorrere alla corrispondenza o ad interposta persona. Infatti la comunità cresceva e vi era la necessità di una fondazione vicino alla Santa Sede. La maggior parte degli Istituti fondati dopo il XIII secolo avevano i loro superiori maggiori a Roma o almeno un loro procuratore.

Da sottolineare, anche, il fatto che Dom Gréa nutriva per la Santa Sede e per Roma una grande devozione descritta in pagine ammirevoli nel suo libro sulla Chiesa e di cui i suoi erano al corrente. Tutti, da tempo, prevedevano, per un prossimo futuro, una fondazione a Roma come un passo importante per l’Istituto. Ma desideravano, come diceva don Emidio, una fondazione a carattere gerarchico proprio delle comunità canonicali, cioè la fondazione di un presbiterio unito ad una chiesa, destinato a diventare presto una casa maggiore e più tardi, qualora le circostanze l’avessero richiesto, anche il centro di tutta la congregazione.

Lo stesso don Emidio Ruggeri, facendo pressione sul suo amico (dom Grèa) nel 1876, perché portasse a termine le costituzioni, aggiungeva: “una volta approvate le costituzioni vi sarà facile avere una chiesa a Roma e poter essere di aiuto al Vicario di Gesù Cristo”

Avendo la comunità dei Canonici Regolari un Card. Protettore nella persona del Card. Mermillod, si era più o meno dell’avviso che questi prestassero servizio in una chiesa di Roma e si pensava a Santa Maria in Navicella, ma, a causa della morte del Cardinale, il progetto fu accantonato.

Fu lo stesso dom Gréa a decidere di inviare a Roma due studenti, nuovi professi, i Frères Hugues Villon e Stalislas Chuard, accoliti, per studiare filosofia e teologia all’Accademia di S. Tommaso. Qui dovevano anche passare la loro visita per il servizio militare presso il Consolato francese a Roma e così ottenere più facilmente, che non in Francia, di essere riformati. Vengono  affidati alle cure e sotto l’autorità di dom M. A. Moquet, loro superiore, che aveva ricevuto l’obbedienza nel capitolo del 25 ottobre. I tre, erano accompagnati da dom Delaroche, che doveva prendersi cura di trovare una sistemazione e di aiutarli in un paese straniero di cui ignoravano completamente la lingua.

Accompagnati da dom Delaroche arrivarono a Roma il venerdì 27 ottobre, dopo aver, a Torino, venerato il Santo Sudario e essere stati ospiti presso i R.di P.dri Salesiani e aver ricevuto la benedizione dal santo e venerabile successore di don Bosco, il rev. P. Michel Rua.

L’abitazione che la divina Provvidenza, dietro interessamento di zelanti amici e protettori, ha loro preparato si trova presso Porta Salara, è dotata di una cappella, un refettorio, un parlatorio e tre camere (celle). Arrivati alle ore 7 del mattino, hanno preso alloggio e hanno recitato subito l’ora Terza e Sesta dell’ufficio divino. Da questo momento l’ufficio divino viene regolarmente ufficiato.

Dom Delaroche li ha presentati a S.E. il Card. Vicario che paternamente li ha accolti: “miei cari, ha detto loro benedicendoli, diventate santi e saggi come S. Tommaso e come lui angelici nei costumi e infaticabili nel lavoro”. Il rev. p. prefetto dell’Accademia di S. Tommaso li ha presi a ben volere e i loro professori li trattavano da amici.

Una volta definito  il tutto dom Delaroche si preoccupò di far pervenire alla Santa Sede la domanda per la nomina di un Card. Protettore. In meno di otto giorni la domanda viene accolta e venerdì 10 novembre ai nostri viene comunicata la nomina del Card. Joseph-Calazan Vivès, dell’Ordine dei Cappuccini, illustre per scienza, a causa dei suoi lavori durante il concilio Sud-americano da lui animato e guidato (il cui titolo cardinalizio era: card. Di S. Adrien ad For. Romae) a protettore della Congregazione dei Canonici Regolari, il quale alcuni giorni dopo rende visita alla comunità. Tale visita viene raccontata da dom Delaroche in una sua lettera a dom Grèa del 21 nov. 1899.  

Sua Em. il Card. Protettore si è degnato di rivolgere al nostro Rev. Padre abate di S. Antoine queste parole: “Siate certo, Rev.mo Padre, che sarò sempre felice di testimoniare verso i Canonici Regolari, così meritevoli nella chiesa di Dio, la mia grande benevolenza e devota protezione”.

Come detto sopra i Canonici avevano trovato una prima collocazione presso le “Filles de la Sagesse”. Ma come risulta da una lettera di dom Delaroche al Gréa del 10 dicembre 1899 presto si provvide ad una nuova sistemazione e questo per tre motivi: causa cattiva posizione immobile (mai il sole e quindi troppo freddo e malattie); costo dell’affitto troppo alto (2200 fr.) mentre il nuovo, per essendo la casa più grande, era di 400 fr.; inoltre perché troppo distante dal luogo dei corsi.

Gli studenti , come descritto nel Bollettino CRIC n. 6 del 25 gennaio 1900, si avvicinano alla sede dei loro studi e si trasferiscono in una casa più comoda e più grande, in uno stabile di proprietà di Propaganda via Sistina n. 16, dove possono usufruire anche di un piccolo giardino. La inaugurazione della nuova casa avviene la notte di Natale con la recita dell’ufficio divino e la celebrazione della S. Messa.

Sua Em. Card. Gotti, prefetto della Congregazione dei Vescovi e Religiosi, al quale Delaroche ha presentato i nostri studenti, li ha accolti con grande benevolenza.

Essendo i nostri studenti cresciuti di numero e stando troppo stretti nell’attuale abitazione si cerca di reperirne una nuova. Il nuovo ambiente è una casa di proprietà del fratello di dom Delaroche sul Gianicolo in via XXX aprile (dom Benoît, dom Gréa, note 1912). Località salubre e abitazione provvista di ampio giardino e dotata di ogni confort.

Lo stesso dom Gréa, non nasconde il suo entusiasmo e le sue attese: “Sono tornato da Roma otto giorni fa…sono sette petits frères italiani e la casa di Roma avrà così allievi indigeni. C’è molto da fare, la popolazione si è raddoppiata, le campagne vicine abbandonate e l’ignoranza religiosa provoca strani danni, di cui ne approfittano i protestanti. Probabilmente verrà eretta, come per molti altri, anche per noi una parrocchia. Questa è la nostra vocazione. La rivoluzione sta per arrivare. Dio è il Maestro. Ho avuto udienza dal Sommo Pontefice: si respirava aria di santità e di bontà. Ci raccomanda spirito di preghiera e di penitenza. Siamo circondati di preziose simpatie. S.S. Pio X mi ha fatto sedere al suo fianco e al momento dell’Angelus, si è inginocchiato e abbiamo pregato insieme”(lettera di dom Gréa a dom Benoît, Andora Stazione, 17 dicembre 1903).

In una lettera del Grèa a dom Benoit del 1 marzo 1904:

“la casa di Roma che ho visitato mi è di grande consolazione e speranza: vi è un buono spirito, grande regolarità, organizzazione discreta, abbastanza riposo (da 7 a 8 ore – due volte alla settimana una mezz’ora in più, in estate: siesta).

“Spero che la nostra procura a Roma divenga presto una casa canonicale. Fin d’ora fanno catechismo e un ministero quasi-parrocchiale, vicino a loro, a S. Pancrazio. Qui provvisoriamente i nostri studenti celebrano l’ufficio e esercitano un ministero, agiscono, per quanto possibile, come una casa canonicamente unita ad una chiesa.” (altra lettera sempre allo stesso del 13 agosto 1905).

Si era profilata anche un’altra possibilità, quella di mettersi al servizio della confraternità di S. Giovanni Decollato, dedita all’assistenza dei condannati a morte e ad altre opere di carità. Dopo lunga discussione tale progetto venne abbandonato.

Dopo la terribile esperienza della Grande Guerra i Canonici Regolari si trasferiscono ad Avignon, prendendo nelle loro mani la direzione “du Petit Séminaire”. Il crescere del  numero li porta, ancora una volta, a cercare una nuova sede per il loro scolasticato. La scelta cade su  Fontanières, alle porte di Lyon.

Nel frattempo la Santa Sede si era adoperata per affidare all’Istituto il ministero pastorale in un nuovo quartiere di Roma, Monteverde, dove era stata avviata la costruzione di una nuova chiesa dedicata alla Regina della Pace.

 

La Casa Generalizia dei Canonici Regolari, con il suo scolasticato, lasciò nel 1922, definitivamente il Gianicolo, per traslocare in una nuova casa fatta costruire da dom Delaroche – in via Federico Torre 21 –, vicino alla piccola chiesa provvisoria di Monteverde. Gli studenti ripresero a frequentare l’Università di Propaganda. Nella stessa casa si era venuto a costituire anche un alunnato  con una dozzina di allievi tutti italiani, che seguivano I corsi di studi presso il Seminario Minore del Vaticano (cf. Bollettino CRIC, n. 1 luglio 1928, p. 5-6).

 

 

 

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