Canta e cammina.. l'Amore è tutto!

“Dio ama ognuno di noi come se ci fosse solo uno di noi.”

 

Sant'Agostino 

 

 

 

Mi dà speranza un Signore che mi assicura: il tuo desiderio di amore è già amore. Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera. Il tuo desiderio di incontrarmi è già incontro.

 

Tu non mi cercheresti se io non ti avessi già trovato

 

 

Sant'Agostino

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il nostro nome é Speranza Sant'Agostino.
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                                                      Sant'Agostino.. innamorarsi della Bellezza spirituale

 

 

 

«Che bello!». Da dove nasce quell’espressione improvvisa che come il pennello di un’impressionista comunica un inesprimibile diversamente?

 

Davanti ad un’immagine, ad un volto, a un tramonto o un temporale, ad un fiume che scorre lento o una mareggiata, all’incontro con un amico lontano, a una giovane madre che allatta, cos’è che fa esplodere in cuore quell’espressione di stupore e di certezza?

 

«Che bello!»: come un sussulto di un bimbo nel grembo materno.

 

Mentre il cuore si stringe e lo sguardo rifugge davanti a immagini di miseria, guerra, di sporcizia.

 

Con sant’Agostino ci chiediamo: «Amiamo forse altro che il bello? E cos’è il bello, che cos’è la bellezza? Che cos’è che ci attrae e ci concilia con le cose che amiamo? Se non ci fosse in essa armonia e bellezza, non ne saremmo attratti» (Confessioni II, 16).

 

Ciò che corrisponde a criteri di splendore, amabilità, piacere, armonia è bellezza.

 

Bellezza è lì dove si vive in una dimensione comunionale con gli altri, con le cose, con la realtà. Dove c’è amore è bellezza. Dove c’è un accento di eternità, dove c’è pace e giustizia è bellezza. Dove c’è una storia è bellezza. Lì dov’è l’uomo è la bellezza.

 

Sant’Agostino riconosce una Bellezza tanto antica, perché c’è da sempre, e tanto nuova perché ritrovata, dentro di sé, nella sua storia, nella sua memoria, nell’uomo. La bellezza è una traccia eterna del Bellissimo. L’uomo, imago Dei, ne porta tutti i tratti. Anche la creazione, di cui Dio ne gustava il bello – secondo la traduzione greca del testo biblico - , ne porta i tratti, e geme e soffre le doglie del parto fin quando non si manifesterà pienamente il suo splendore, la pienezza della gloria.

 

Tutte le cose create e fatte dalle mani dell’uomo evocano una bellezza trascendente, poiché «ogni bellezza proviene da Lui, da Colui che è il più bello di tutti….l’unico Dio, l’unica verità, l’unica salvezza di tutte le cose» (Sant’Agostino, De vera Religione XI, 21).

 

Questa Bellezza trascendete si è donata all’uomo, si è resa visibile perché Cristo, colui che nell’Antico testamento è senza bellezza per attirare i nostri sguardi, si è incarnato. Un velo ha adombrato la Bellezza suprema, l’ha posto l’uomo abbruttito dal mistero dell’iniquità; così come un velo nasconde agli occhi la bellezza, la verità, l’oltre delle cose. Un velo che può essere squarciato da uno sguardo puro, innocente che nasce in un cuore in pace e in una memoria radicata nell’appartenenza al Mistero che sovrasta ogni cosa.

 

La bellezza che circonda l’uomo trova il suo corrispondente nel bello interiore di un’anima. Sant’Agostino consuma la sua vita nella ricerca di quella bellezza che alimenta quella dell’anima, esortando i suoi compagni a un vivo desiderio della bellezza spirituale. Per lui è la via da realizzare nella cammino della vita attraverso l’amore. Il modo per possedere la bellezza è amare Colui che è bellezza. La misura per contenerla è data dall’amore perché l’amore è la bellezza dell’anima (cfr. Sant’Agostino, Commento alla Prima Lettera a Giovanni 9, 9).

 

Bisogna scavare per trovare bellezza. L’uomo deve scavare dentro di sé, svelare la sua bellezza originaria perché intorno a sé possa trovare quella bellezza che lo guarisce. La bellezza, difatti, spalanca il cuore alla speranza e a quell’oltre che è l’anelito di ogni uomo.

 

L’uomo ha bisogno di guarire soprattutto dalla solitudine e da quel forte senso di vuoto che lo inabissa. La bellezza è la via della pienezza. Essa mette in contatto l’uomo con la verità di sé, il suo centro e lo reintegra con i suoi simili e con l’intero creato. L’uomo frammentato ritorna a essere uno nel tutto. Egli entra nell’armonia del cosmo. Diviene bellezza, poiché è bello ciò che è armonico. C’è bellezza dove tutti gli elementi sono in armonia tra loro per mostrare una realtà che non può essere scomposta, va solo contemplata. Così rinasce l’uomo interiore. Il bello non è solo ciò che piace, come per Kant, e oltre a essere una festa per gli occhi (Delacroix), il bello nutre lo spirito e lo illumina. La bellezza è infatti il luogo della rivelazione del mistero di sé e di Dio e l’uomo riconosce ciò che è bello per quelle ragioni che porta dentro di sé. Comprende una realtà che gli è impressa dall’eternità. E ciò che Sant’Agostino chiama le ragioni eterne.

 

Allora ciò che è bello gli viene incontro non chiede commenti, ne interpretazioni. La riposta dell’uomo alla bellezza che lo incontra è l’abbraccio perché gli corrisponde, gli è intima; è il godimento stupito dinnanzi a un dono.

 

 

 

Sant’Agostino godeva della bellezza delle creature, della sapienza umana, della vita e se prima della conversione il piacere si limitava al gusto della forma dopo la conversione la bellezza è divenuta la via della contemplazione del mistero. La via della luce che fa percepire le cose, le forme i colori ha unito l’uomo carnale e quello spirituale. La bellezza trasfigura. Con l’Incarnazione di Cristo è avvenuta una divinizzazione della carne. Dio si è fatto uomo e da allora tutto è dominato dal volto umano di Dio. Attraverso ciò che è visibile l’invisibile si fa percepire, gustare, contemplare e trasforma l’uomo di gloria in gloria. La Bellezza è venuta a salvarci!

 

 

 

 

Teodora Curatore, Sr. Maria Gloria Fonte


 

Amare nel cuore di Dio ogni giorno

 

 

 

Sant'Agostino

 

 

 

Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d'ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio ( 10, 6, 8).

 

 

 

La felicità

 

Come ti cerco, dunque Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te (10, 20, 29).

 

 

 

La vera felicità

 

Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C'è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te, e fuori di questa non ve n'è altra. Chi crede ve ne sia un'altra, persegue un altro godimento, non il vero. Tuttavia da una certa immagine di godimento la loro volontà non si distoglie (10, 22, 32).

 

 

 

Dio, di te mi ricordo...

 

Ecco quanto ho spaziato nella mia memoria alla tua ricerca, Signore; e fuori di questa non ti ho trovato. Nulla di te ho trovato, dal giorno in cui ti conobbi, che non sia stato un ricordo; perché dal giorno in cui ti conobbi, non ti dimenticai. Dove ho trovato la verità, là ho trovato il mio Dio, la Verità persona; e non ho dimenticato la Verità dal giorno in cui la conobbi. Perciò dal giorno in cui ti conobbi, dimori nella mia memoria, e là ti trovo ogni volta che ti ricordo e mi delizio di te. E' questa la mia santa delizia, dono della tua misericordia, che ebbe riguardo per la mia povertà (10, 24, 35).

 

 

 

Tu abiti nella mia memoria

 

Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l'onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo là, fra immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure li ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito ricorda anche se medesimo, ma neppure là tu eri, poiché, come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, quale gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro, così non sei neppure lo spirito stesso, essendo il Signore e Dio dello spirito, e mutandosi tutte queste cose, mentre tu rimari immutabile al di sopra di tutte le cose. E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi, e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te (10, 25, 36).

 

 

 

Dove ti trovai?

 

Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lì non v'è spazio dovunque: a allontaniamo, ci avviciniamo, e non v'è spazio dovunque. Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma volere piuttosto ciò che da te ode (10, 26, 37).

 

 

 

Tardi ti amai...

 

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (10, 27, 38)

 

 

 

La vera vita

 

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato: tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare.

 

 

 

Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell'avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l'asprezza dell'avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta? (10, 28, 39).

 

 

 

Da' ciò che comandi

 

Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: "Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono". La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell'unità, che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi (10, 29, 40).

 

 

 

Fortificami, affinché io sia potente

 

Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l'uomo, e si era perduto e fu ritrovato. Neppure l'Apostolo trovò in sé il suo potere, essendo polvere anch'egli, ma il tuo soffio gli ispirò le parole che tanto amo, quando disse: Tutto posso in colui che mi fortifica. Fortificami, affinché io sia potente; da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Quest'uomo riconosce i doni ricevuti, e, se si gloria, si gloria nel Signore; da un altro udii chiedere questa grazia: "Toglimi la concupiscenza del ventre". Ne risulta, santo Dio mio, che è un dono tuo, se facciamo ciò che ordini di fare (10, 31, 45).

 

 

 

Liberami da ogni tentazione

 

Tu, Padre buono, mi insegnasti che "tutto è puro per i puri", ma fa "male un uomo a mangiare con scandalo degli altri"; che ogni tua creatura è buona, e non si deve "respingere nulla di ciò che si prende rendendo grazie"; che "non è l'alimento a raccomandarci a Dio"; che "nessuno ci deve giudicare dal cibo o dalla bevanda che prendiamo", e "chi mangia non deve disprezzare chi non mangia, come chi non mangia non deve giudicare chi mangia". Ora lo so, e ti siano rese grazie e lodi, Dio mio, mio maestro, per aver bussato alle mie orecchie e illuminato la mia intelligenza. Liberami da ogni tentazione. Io non temo l'impurità delle vivande, temo l'impurità del desiderio (10, 31, 46).

 

 

 

O luce!

 

O Luce, che vedeva Tobia quando, questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi; che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli; che vedeva Giacobbe quando, privato anch'egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurate nei suoi figlioli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente. Questa è la Luce, è l'unica Luce, è un'unica cosa coloro che la vedono e l'amano.

 

 

 

Viceversa questa luce corporale di cui stavo parlando insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto, l'attirano nel tuo inno anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere. Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio i miei piedi, come fai continuamente, poiché vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparli di là, mentre io ad ogni passo son fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai né sonnecchierai, custode d'Israele (10, 34, 52).

 

 

 

Sii tu la nostra gloria

 

Ma noi, Signore, siamo, ecco, il tuo piccolo gregge. Tienici dunque, stendi le tue ali, e ci rifugeremo sotto di esse. Sii tu la nostra gloria. Ci si ami per te, e in noi sia temuta la tua parola (10, 36, 59).

 

 

 

Signore, rivelami il mio animo

 

Ma ecco che in te, Verità, vedo come le lodi che mi si tributano non debbano scuotermi per me stesso, ma per il bene del prossimo. Se io sia già da tanto, non lo so. Qui conosco me stesso meno di come conosco te. Ti scongiuro, Dio mio, di rivelarmi anche il mio animo, affinché possa confessare ai miei fratelli, da cui aspetto preghiere, le ferite che vi scoprirò. M'interrogherò di nuovo, con maggiore diligenza: se nelle lodi che mi vengono tributate è l'interesse del prossimo a scuotermi, perché mi scuote meno un biasimo ingiusto rivolto ad altri che a me? perché sono più sensibile al morso dell'offesa scagliata contro di me, che contro altri, e ugualmente a torto, davanti a me? Ignoro anche questo? Non rimane che una risposta: io m'inganno da solo e non rispetto la verità davanti a te nel mio cuore e con la mia lingua. Allontana da me una simile follia, Signore, affinché la mia bocca non sia per me l'olio del peccatore per ungere il mio capo (10, 37,

 

 

 

O verità, vieni!

 

O Verità, quando non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiedevo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi. Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme in modi mirabili d'innumerevoli dovizie, li considerai sbigottito, né avrei potuto distinguervi nulla senza il tuo aiuto; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. E neppure questa scoperta fu mia. Perlustrai ogni cosa, tentai di distinguerle, di valutarle ognuna secondo il proprio valore, quelle che ricevevo trasmesse dai sensi e interrogavo, come quelle che percepivo essendo fuse con me stesso. Investigai e classificai gli organi stessi che me le trasmettevano: infine entrai nei vasti depositi della memoria e rivoltai a lungo alcuni oggetti, lasciai altri sepolti e altri portai ana luce. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo non erano te. Tu sei la luce permanente, che consultavo sull'esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Udivo i tuoi insegnamenti e i tuoi comandamenti. Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi della stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto 1~ si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m'introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice ( 10, 40, 65).

 

 

 

Tu sei la Verità

 

Perciò considerai le mie debolezze peccaminose sotto le tre forme della concupiscenza e invocai per la mia salvezza l'intervento della tua destra. Vidi, pur col cuore ferito, il tuo splendore e, abbagliato, dissi: "Chi può giungervi?". Fui proiettato lontano dalla vista dei tuoi occhi. Tu sei la verità che regna su tutto, io nella mia avidità non volevo perderti, ma volevo possedere insieme a te la menzogna, come nessuno vuole raccontare il falso al punto d'ignorare egli stesso quale sia il vero. Così ti persi, poiché tu non accetti di essere posseduto insieme alla menzogna (10, 41, 66).

 

 

 

Quanto amasti noi!

 

Quanto amasti noi, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali egli, non giudicando una usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire in croce, lui, l'unico a essere libero fra i morti, avendo il potere di deporre la sua vita e avendo il potere di riprenderla, vittorioso e vittima per noi al tuo cospetto, e vittorioso in quanto vittima; sacerdote e sacrificio per noi al tuo cospetto, e sacerdote in quanto sacrificio; che ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte, e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell'uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi (10, 43, 69).

 

 

 

Signore, che io viva per te!

 

Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, confortandomi con queste parole: "Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro". Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; contemplerò le meraviglie della tua legge. Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità, ammaestrami e guariscimi. Il tuo unigenito, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di lui insieme a quanti se ne nutrono e saziano. Loderanno il Signore coloro che lo cercano (10, 43, 70).

 

 

 

Confesso le mie miserie e le tue misericordie

 

Ignori forse, Signore, per essere tua l'eternità, ciò che ti dico, o vedi per il tempo ciò che avviene nel tempo? Perché dunque ti faccio un racconto particolareggiato di tanti avvenimenti? Non certo perché tu li apprenda da me. Piuttosto eccito in me e in chi li leggerà l'amore verso la tua persona. Tutti dovremo dire: "E' grande il Signore e ben degno di lode". Già lo dissi e lo dirò di nuovo: per amore del tuo amore m'induco a tanto. Noi preghiamo, certo; però la Verità dice: "Il Padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate". Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata: affinché noi cessiamo di essere infelici in noi e ci rallegriamo in te che ci chiamasti a essere poveri nello spirito, e miti e piangenti, e affamati e assetati di giustizia, e misericordiosi e mondi in cuore, e pacifici. Ecco dunque ch'io ti narrai molti fatti, come potei e volli. Il primo a volere che mi confessassi a te, Signore Dio mio, poiché sei buono, poiché la tua misericordia è eterna, fosti tu (11, 1, 1).

 

 

 

Dammi ciò che amo!

 

Signore Dio mio, presta ascolto alla mia preghiera: la tua misericordia esaudisca il mio desiderio, che non arde per me solo, ma vuole anche servire alla mia carità per i fratelli. Tu vedi nel mio cuore che è così. Lascia che ti offra in sacrificio il servizio del mio pensiero e della mia parola, e prestami la materia della mia offerta a te. Sono misero e povero, tu ricco per tutti coloro che ti invocano, tu senza affanni, che ti affanni per noi. Recidi tutt'intorno alle mie labbra, dentro e fuori, ogni temerità e ogni menzogna. Siano le tue Scritture le mie caste delizie; ch'io non m'inganni su di esse, né inganni gli altri con esse. Signore, guarda e abbi pietà. Signore Dio mio, luce dei ciechi e virtù dei deboli, e tosto luce dei veggenti e virtù dei forti; volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall'abisso. Se non fossero presenti anche nell'abisso le tue orecchie, dove ci volgeremo? a che grideremo?

 

 

 

Tuo è il giorno e tua la notte, al tuo cenno trasvolano gli istanti. Concedimene un tratto per le mie meditazioni sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa. Non senza uno scopo, certo, facesti scrivere tante pagine di fitto mistero; né mancano, quelle foreste, dei loro cervi, che vi si rifugiano e ristorano, vi spaziano e pascolano, vi si adagiano e ruminano. O Signore, compi la tua opera in me, rivelandomele. Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce una voluttà superiore a tutte le altre. Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. Ti confesserò quanto scoprirò nei tuoi libri. Oh, udire la voce della tua lode, abbeverarsi di te, contemplare le meraviglie della tua legge fin dall'inizio, quando creasti il cielo e la terra, e fino al regno eterno con te nella tua santa città (11, 2, 3).

 

 

 

Signore, apri i recessi delle tue parole

 

Signore, abbi pietà di me ed esaudisci il mio desiderio. Non credo sia desiderio di cose terrene, di oro e argento e pietre preziose, o di vesti fastose, o di onori e potere, o di piaceri carnali, o di beni necessari al corpo durante il nostro pellegrinaggio in questa vita. Tutte queste cose ci vengono date in aggiunta, se cerchiamo il tuo regno e la tua giustizia. Vedi, Dio mio, ove s'ispira il mio desiderio. Gli empi mi hanno descritto le loro voluttà, difformi però dalla tua legge, Signore, e a questa s'ispira il mio desiderio. Vedi, Padre, guarda e vedi e approva, e piaccia agli occhi della tua misericordia che io trovi favore presso di te, affinché si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso. Ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo, figlio tuo, eroe della tua destra, figlio dell'uomo, che stabilisti per te mediatore fra te e noi, per mezzo del quale ci cercasti mentre non ti cercavamo, e ci cercasti affinché ti cercassimo; il tuo Verbo, con cui creasti l'universo, e in esso me pure; il tuo Unigenito, per mezzo del quale chiamasti all'adozione il popolo dei credenti, e fra esso me pure. Per lui ti scongiuro, che siede alla tua destra e intercede per noi presso di te; in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza. Questi tesori appunto cerco nei tuoi libri. Mosè ne scrisse, egli stesso lo afferma, lo afferma la Verità (11, 2, 4).

 

 

 

Dammi ciò che amo!

 

Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi. Lascia che vi penetri e s'illuminino al lume della tua misericordia, Signore. Chi interpellare su questi argomenti, a chi confessare la mia ignoranza più vantaggiosamente che a te, cui non è sgradito il mio studio ardente, impetuoso delle tue Scritture? Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Dammi, o Padre, che davvero sai dare ai tuoi figli doni buoni; dammi, poiché mi sono proposto di conoscere e mi attende un lavoro faticos, finché tu mi schiuda la porta. Per Cristo ti supplico, in nome di quel santo dei santi nessuno mi disturbi. Anch'io ho creduto, perciò anche parlo. Questa è la mia speranza, per questa vivo: di contemplare le delizie del Signore (11, 22, 28).

 

 

 

Nel piccolo il grande

 

O Dio, concedi agli uomini di scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà (11, 23, 29).

 

 

 

Dio mio, non mento!

 

Ecco, Dio mio, davanti a te che non mento: quale la mia parola, tale il mio cuore. Tu, Signore Dio mio, illuminando la mia lucerna illuminerai le mie tenebre (11, 25, 32).

 

 

 

Insisti, spirito mio

 

Insisti, spirito mio, e fissa intensamente il tuo sguardo. Dio è il nostro aiuto, egli ci fece, e non noi. Fissa il tuo sguardo dove albeggia la verità (11, 27, 34).

 

 

 

Signore, padre mio eterno!

 

Ma poiché la tua misericordia è superiore a tutte le vite, ecco che la mia vita non è che distrazione, mentre la tua destra mi raccolse nel mio Signore, il figlio dell'uomo, mediatore fra te, uno, e noi, molti in molte cose e con molte forme, affinché per mezzo suo io raggiunga Chi mi ha raggiunto e mi ricomponga dopo i giorni antichi seguendo l'Uno. Dimentico delle cose passate, né verso le future, che passeranno, ma verso quelle che stanno innanzi non disteso, ma proteso, non con distensione, ma con tensione inseguo la palma della chiamata celeste. Allora udrò la voce della tua lode e contemplerò le tue delizie, che non vengono né passano. Ora i miei anni trascorrono fra gemiti, e il mio conforto sei tu, Signore, padre mio eterno. Io mi sono schiantato sui tempi, di cui ignoro l'ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplicità tumultuose. Fino al giorno in cui, purificato e liquefatto dal fuoco del tuo amore, confluirò in te (11, 29, 39).

 

 

 

Signore, quale abisso il tuo segreto!

 

Signore Dio mio, quale abisso il tuo profondo segreto, e come me ne hanno gettato lontano le conseguenze dei miei peccati! Guarisci i miei occhi, e parteciperò alla gioia della tua luce. Certo, se esistesse uno spirito di scienza e prescienza così potente da conoscere tutto il passato e il futuro come io una canzone delle più conosciute, susciterebbe, questo spirito, meraviglia e quasi sacro terrore, poiché nulla gli sfuggirebbe sia delle età già concluse, sia di quelle che rimangono: come a me che canto non sfugge sia la parte della canzone già passata dopo l'esordio, sia quella che resta fino alla fine.

 

 

 

 

Lontana invece l'idea che, creatore dell'universo, creatore delle anime e dei corpi, tu così conosci tutto il futuro e il passato! Tu assai, assai più mirabilmente e assai più misteriosamente. A chi canta o ascolta una canzone conosciuta, l'attesa delle note future e il ricordo delle passate modifica il sentimento e tende il senso. Nulla di simile accade a te, immutabilmente eterno, ossia davvero eterno creatore delle menti. Come conoscesti in principio il cielo e la terra senza modificazione della tua conoscenza, così creasti in principio il cielo e la terra senza tensione della tua attività. Chi lo capisce ti confessi, e anche chi non lo capisce ti confessi. Oh, quanto sei elevato! Eppure quanti si abbassano in cuore sono la tua casa. Tu infatti sollevi gli abbattuti, e non cadono quanti hanno in te la loro elevatezza (11, 31, 41).


 

Il cuore di Gesù nel cuore Immacolato di Maria Santissima

 

"Ecco, fratelli miei, ponete attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: Sono questi mia madre e i miei fratelli. E se uno farà la volontà del Padre mio che mi ha inviato, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre (Mt 12,49-50). Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! (Lc 11,27). Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11,28). È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica. Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante di un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo."

 

 

Sermone 72/A, 7 


Sacro Cuore di Gesù

 

Sant'Agostino

 

 

”Orbene, fratelli, quand’è che il Signore volle essere riconosciuto? All’atto di spezzare il pane. È una certezza che abbiamo: quando spezziamo il pane riconosciamo il Signore. Non si fece riconoscere in altro gesto diverso da quello, e ciò per noi, che non lo avremmo visto in forma umana ma avremmo mangiato la sua carne. Sì, veramente, se tu – chiunque tu sia – sei nel novero dei fedeli, se non porti inutilmente il nome di cristiano, se non entri senza un perché nella chiesa, se hai appreso ad ascoltare la parola di Dio con timore e speranza, la frazione del pane sarà la tua consolazione. L’assenza del Signore non è assenza. Abbi fede, e colui che non vedi è con te”.

 

 


Dal Sermone 272 di Sant’Agostino Sul Corpus Domini

 

 

Ciò che dunque vedete è pane e vino; ed è ciò che anche i vostri occhi vi fanno vedere: ma la vostra fede vuol essere istruita, il pane è il corpo di Cristo, il vino è il sangue di Cristo. Veramente quello che è stato detto in poche parole forse basta alla fede: ma la fede desidera essere istruita. Dice infatti il profeta: Se non crederete, non capirete (Is 7,9). Infatti voi potete dirmi: «Ci hai insegnato a credere, fa` in modo che noi comprendiamo». Nel proprio animo qualcuno può pensare: «Sappiamo che Nostro Signore Gesú Cristo nacque da Maria Vergine. Da bambino fu allattato, nutrito; quindi crebbe, divenne giovane, fu perseguitato dai Giudei, fu messo in croce, morí in croce, fu deposto dalla croce, fu sepolto, il terzo giorno risuscitò come aveva stabilito, salí in cielo; come è asceso cosí verrà a giudicare i vivi e i morti; quindi ora siede alla destra del Padre: come può il pane essere il suo corpo? E il calice, ossia il vino che il calice contiene, come può essere il suo sangue?». Ma queste cose, fratelli, si chiamano Sacramenti, poiché in essi una cosa si vede, un`altra si intende. Ciò che si vede ha un aspetto corporeo, ciò che si intende ha sostanza spirituale. Se dunque vuoi farti una idea del corpo di Cristo, ascolta l`Apostolo che dice ai fedeli: Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra (1Cor 12,27). Perciò se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero risiede nella mensa del Signore: voi accettate il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen, e cosí rispondendo voi l`approvate. Infatti tu senti: «Il Corpo di Cristo»; e rispondi Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia vero quell`Amen. Perché dunque nel pane? Qui non aggiungiamo nulla di nostro, ascoltiamo sempre lo stesso Apostolo che, parlando di questo sacramento, dice: Poiché c`è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1Cor 10,17): comprendete e gioite; unità, verità, pietà, carità. Un pane solo: che cos`è questo solo pane? Pur essendo molti siamo un corpo solo. Ricordatevi che il pane non si ottiene da un solo chicco di grano, ma da molti. Quando venivate esorcizzati era come se foste macinati. Quando siete stati battezzati, come se foste impastati. Quando avete ricevuto il fuoco dello Spirito Santo, come se foste cotti. Siate ciò che vedete e accettate quello che siete. Questo ha detto del pane l`Apostolo. Quindi quello che intendiamo col calice, anche se non è stato detto, lo ha mostrato sufficientemente. Infatti come molti chicchi si fondono in uno solo per avere la forma visibile del pane, cosí avvenga ciò che la Sacra Scrittura dice dei fedeli: Essi avevano un cuor solo e un`anima sola rivolti verso Dio (At 4,32): ed è così anche per quanto riguarda il vino. Fratelli, ricordate da che cosa si ricava il vino. Molti sono i chicchi che pendono dal grappolo, ma poi tutti si mescolano in un solo liquido. Cristo Signore ha voluto che noi fossimo così, ha voluto che noi gli appartenessimo, ha consacrato alla sua mensa il mistero della pace e della nostra unità. Chi accoglie il mistero dell`unità, ma non mantiene il vincolo della pace, non accoglie il mistero in suo favore, ma una prova contro di sè.

 

 

 


 

PREGHIERA ALLA SS. TRINITA'

 

 S. Agostino

 

 

L'anima mia vi adora, il mio cuore vi benedice e la mia bocca vi loda, o santa ed indivisibile Trinità: Padre Eterno, Figliuolo unico ed amato dal Padre, Spirito consolatore che procedete dal loro vicendevole amore.

 

 

Io vi invoco, o Santa Trinità, affinché veniate in me a donarmi la vita, e a fare del mio povero cuore un tempio degno della vostra gloria e della vostra santità. O Padre Eterno, io vi prego per il vostro amato Figlio; o Gesù, io vi supplico per il Padre vostro; o Spirito Santo, io vi scongiuro in nome dell'Amore del Padre e del Figlio: accrescete in me la fede, la speranza e la carità. Fate che la mia fede sia efficace, la mia speranza sicura e la mia carità feconda. Fate che mi renda degno della vita eterna con l'innocenza della mia vita e con la santità dei miei costumi, affinché un giorno possa unire la mia voce a quella degli spiriti beati, per cantare con essi, per tutta l'eternità: Gloria al Padre Eterno, che ci ha creati; Gloria al Figlio, che ci ha rigenerati con il sacrificio cruento della Croce; Gloria allo Spirito Santo, che ci santifica con l'effusione delle sue grazie.

 

 

 

 

Onore e gloria e benedizione alla santa ed adorabile Trinità per tutti i secoli. Così sia.


 

 

“Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani 332. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività”.

 

 

Sant'Agostino

 

 

 

 

Agostino e il Bambino, il mistero come il mare

 

 Gloria Riva

 

 

 

 

 

Un giorno, sant’Agostino in riva al mare meditava sul mistero della Trinità, volendolo comprendere con la forza della ragione. S’avvide allora di un bambino che con una conchiglia versava l’acqua del mare in una buca. Incuriosito dall'operazione ripetuta più e più volte, Agostino interrogò il bambino chiedendogli: «Che fai?» La risposta del fanciullo lo sorprese: «Voglio travasare il mare in questa mia buca». Sorridendo Sant'Agostino spiegò pazientemente l’impossibilità dell’intento ma, il bambino fattosi serio, replicò: «Anche a te è impossibile scandagliare con la piccolezza della tua mente l'immensità del Mistero trinitario». E detto questo sparì. Una simile leggenda comparve, sotto forma di exemplum, in uno scritto del XIII secolo di Cesare d'Heisterbach dove protagonista era una vedova. L’attribuzione dell’episodio a Sant’Agostino reca la data 1263 e si fonda su una lettera apocrifa a Cirillo dove Agostino ricorda una rivelazione divina con queste parole: Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum? Cioè: «Agostino, Agostino che cosa cerchi? Pensi forse di poter mettere tutto il mare nella tua nave?».Marzio Ganassini ritrae sant’Agostino in abito monastico. È già vescovo e lo vediamo dalla mitria, ma pur tuttavia qui viene ritratto nella sua veste di monaco cercatore di Dio. Il mare è alle spalle e il divino Infante, nudo, risplende di luce mentre versa con la conchiglia l’acqua nella sua buca. La ricerca della verità senza infingimenti e con profonda onestà intellettuale fu una delle caratteristiche di Agostino, il quale fondò la sua comunità religiosa proprio per il desiderio di farsi aiutare dagli amici in questa ricerca. Eppure anch’egli, discutendo con san Girolamo, dovette riconoscere l’incapacità umana di comprendere Dio e i suoi misteri. Pertanto, quel Bimbo nudo, rivela Dio molto più di quanto Agostino, insignito della dignità monastica ed episcopale, possa comprendere.In un'altra opera, questa volta di Filippo Lippi, il mare di Ippona è un fiume, dove il vescovo Agostino indietreggia, barcollando per lo stupore. Gesù Bambino compie l’impresa munito di cucchiaio e, mentre guarda verso il Santo, indica in alto uno strano sole tricefalo. Il colore del sole è lo stesso dell’abito del Bambino è la viriditas, principio vitale caro a Ildegarda di Bingen. Gli occhi bassi del Santo di Ippona lasciano intravedere la sua compunzione per aver preteso, con la sua mente acuta, di comprendere la Trinità. Se il fiume è circondato da alberi ricchi di chioma, dietro ad Agostino sta un albero secco: un monito per il dottore serafico, la grandezza della ragione è sapere che ci sono Misteri ad essa inaccessibili e che, come diceva Pascal, il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce. Pascal intendeva quel cuore capace di conoscere Dio. Così, per quanto leggendaria, la vicenda nasconde una profonda verità: l’uomo post contemporaneo pretende di mettere le mani sul Mistero della vita, di circoscriverlo asservendolo alle strettoie delle sue categorie mentali. Ciò non gli sarà permesso. Il piccolo Bambino, dipinto dal Lippi, ha più familiarità con il mistero divino di quanto non l’abbia una delle menti più lucide apparse sulla faccia della terra. Fare un passo indietro rispetto al Mistero dell’uomo nella sua origine e nel suo anelito alla comunione con Dio è, anche per il credente, un atto di grande intelligenza e dignità.

 

 


DISCORSO 272/B

 

PENTECOSTE

Sant'Agostino 

 

Nella Pentecoste Cristo mantenne la promessa fatta.

1. Penso che già sappiate, fratelli carissimi, che oggi la Chiesa celebra la discesa del Santo Spirito del Signore. Il Signore aveva promesso ai suoi Apostoli ché avrebbe inviato lo Spirito Santo e con fedeltà somma mantenne la promessa fatta. Come la risurrezione del Signore confermò nei discepoli la fede nella divinità di colui che per noi si è degnato farsi uomo, molto più [la confermarono] la sua ascensione al cielo e ancor più pienamente e perfettamente il dono dello Spirito Santo che egli mandò. [Tale dono] riempì i suoi discepoli, diventati già otri nuovi atti a ricevere il vino nuovo. Per questo, quando essi si misero a parlare in varie lingue, [i loro ascoltatori] dissero che erano ubriachi e pieni di vino nuovo. Le parole degli ascoltatori furono testimonianza delle divine Scritture. Nessuno mette il vino nuovo in otri vecchi,  aveva detto il Signore. Preparava quindi il vino nuovo per otri nuovi. Gli otri erano vecchi fino a che avessero considerato Cristo solo sotto l'aspetto umano. Era di un otre vecchio quell'intervento dell'apostolo Pietro, quando a lui, che temeva che Cristo morisse e che facesse la stessa fine di tutti gli altri uomini, il Signore disse: Allontanati da me, satana, perché mi sei di scandalo . Questo timore di Pietro era di un otre vecchio. Ma dopo che il Signore risuscitò e si mostrò loro ed essi poterono toccare colui che avevano pianto sospeso alla croce, e videro vivo il suo corpo che avevano pianto morto e sepolto, allora furono confermati nella fede e credettero in lui. Ascendendo al cielo Cristo comanda ai discepoli di rimanere uniti in un unico luogo e di aspettare lì fino a che egli non avesse mandato colui che aveva promesso. I discepoli riunitisi in un unico luogo, perseverando nella preghiera e nell'attesa della promessa, si spogliarono dell'uomo vecchio e si rivestirono dell'uomo nuovo. Una volta resi capaci [di riceverlo], ricevettero nel giorno della Pentecoste lo Spirito Santo. E non senza motivo noi celebriamo questo grande mistero e questo importantissimo giorno. Osservate bene, carissimi, come l'Antico Testamento concorda perfettamente con il Nuovo. Nell'antico la grazia viene promessa, nel nuovo viene concessa; nel primo è prefigurata, nel secondo è realmente presente. Un artigiano che lavora chincaglierie in metallo, in bronzo o argento ad esempio, anzitutto costruisce con la cera le forme che poi fonderà e il primo abbozzo [in cera] apre la strada alla futura figura metallica; infatti costruisce anche le forme che poi riempirà. Allo stesso modo il Signore all'antico popolo eletto presentò ogni cosa in immagine e ne abbozzò la forma; al nuovo popolo invece riempì le forme con una colata perfetta. La vostra Santità cerchi con maggiore attenzione del solito di scoprire quale sia quella forma e quale sia questo compimento nel giorno della Pentecoste: l'attenzione è il compenso dell'opera. Le parole che si dicono producono molto frutto in proporzione all'attenzione con la quale viene accolto l'insegnamento che si impartisce. Siate anche voi otri nuovi, perché attraverso il nostro ministero possiate essere riempiti di vino.

Unità e molteplicità.

2. Spesso ci vien chiesto: se noi celebriamo la Pentecoste a motivo della venuta dello Spirito Santo, perché la celebrano anche i Giudei? Anch'essi infatti hanno la festa della Pentecoste. Coloro tra voi che stavano attenti, questa mattina hanno udito, quando si leggeva il libro di Tobia presso la memoria del beato Teogene, che nel giorno di Pentecoste Tobia imbandì un convito al quale voleva invitare alcuni della sua gente, quelli che erano degni di condividere con lui il banchetto, quelli cioè che erano timorati di Dio. Nel giorno di Pentecoste - dice il libro - che è la solennità delle settimane . Infatti sette per sette fa quarantanove. A questo numero si aggiunge uno a motivo dell'unità per ritornare all'inizio, perché l'unità conferma ogni molteplicità. La molteplicità, se non ha la coesione dell'unità, è origine di divisioni e litigi; invece una molteplicità indivisa fa un'anima sola; infatti coloro che ricevettero lo Spirito Santo - dice la Scrittura - avevano un'anima sola e un cuor solo protesi verso Dio . Si raggiunge così il numero cinquanta, simbolo misterioso della Pentecoste. Perché anche i Giudei celebrano la festa della Pentecoste, se non perché prefigurazione della nostra Pentecoste? Fate attenzione: già voi sapete - e sicuramente non c'è nessun cristiano che non sappia quanto sto per dire - che i Giudei immolano l'agnello e celebrano la Pasqua come prefigurazione della futura passione del Signore. Nella legge infatti viene loro comandato anche di cercare l'agnello tra capri e pecore. Come si può trovare un agnello tra capri e pecore? Tuttavia il comando, che lì era impossibile a realizzarsi, preannunziava che in futuro avrebbe potuto realizzarsi nel Signore. Fu trovato infatti l'agnello tra capri e pecore, poiché il Signore nostro Gesù Cristo, nato nella natura umana dalla discendenza di David, ha origine da peccatori e da giusti. Tra gli antenati del Signore, secondo la genealogia riportata dagli Evangelisti, trovi sia dei peccatori - e sono molti - che dei giusti. Venne a chiamare proprio loro - i peccatori - perché tramite loro venne nel mondo. Il Signore riunisce la sua Chiesa chiamando giusti e peccatori: i giusti però li porterà nel regno dei cieli, mentre allontanerà da sé i peccatori che avranno perseverato nei peccati e nella malvagità. Tuttavia venne ad addossarsi i nostri peccati e non disdegnò di trarre origine da peccatori. In quelle genealogie sono nascosti molti misteri: Dio ci conceda tempo sufficiente per esporli alla vostra santità. Però ora ritorniamo all'argomento che avevamo iniziato a trattare.

Pasqua e Pentecoste presso i Giudei e i cristiani.

3. Trattavamo del giorno della Pentecoste e stavamo dicendo perché lo festeggiano anche i Giudei. Essi immolano l'agnello e l'immolazione dell'agnello è propria della Pasqua; così anche noi celebriamo la Pasqua nella quale l'Agnello immacolato, innocente, è stato ucciso. È Cristo il vero agnello: di lui diede testimonianza Giovanni dicendo: Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo; noi celebriamo la Pasqua con la sua morte. Ai Giudei è stata data la legge nel timore, ai cristiani fu dato lo Spirito Santo nella grazia. Quelli col timore non poterono adempiere la legge e, complice la legge stessa, divennero rei. Di cinque libri è composta la legge, cinque portici circondavano la piscina di Salomone; vi portavano gli infermi, ma nessuno di essi poteva essere guarito. I cinque portici raccoglievano gli infermi che vi venivano posti e lì rimanevano; così come in quei cinque libri [della legge] nessuno veniva risanato. Perché nessuno? Per la superbia. Infatti proprio mentre credono di poter adempiere la legge con le loro proprie forze, non osservano ciò che fu comandato. E la legge era contro di essi; [rispecchiandosi] in essa si riconosceranno peccatori, fino a che non esclameranno - ve lo abbiamo detto anche questa mattina -: Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo Signore nostro. La legge dunque fa riconoscere peccatori, la grazia libera dal peccato; la legge atterrisce, la grazia attrae; la legge porta alla pena, la grazia offre la misericordia. Tuttavia gli stessi comandamenti li troviamo sia nella legge che nella grazia. E perciò si dice che la legge è stata scritta dal dito di Dio. Abbiamo così la sacra Scrittura.

Lo Spirito Santo dito di Dio.

4. Cerchiamo ora che cosa sia nel Vangelo il dito di Dio: lo troveremo. Che cosa significa: " dito di Dio "? Non che Dio abbia realmente la forma del corpo come l'abbiamo noi, così che mentre vede da una parte non veda dall'altra; oppure che sia limitato dalla sagoma delle varie membra, lui che è totalmente ovunque e presente a tutto. Che cosa è allora il dito di Dio? Lo Spirito Santo. Fate attenzione. Donde proviamo questa affermazione? Dal Vangelo. A volte infatti quanto un Evangelista dice in modo figurato, un altro lo riporta in maniera più chiara. In un passo del Vangelo si narra che i Giudei dicevano del Signore che cacciava i demoni in nome di Beelzebub. Il Signore rispose loro: Se io caccio i demoni col dito di Dio, è segno che il regno di Dio è giunto in mezzo a voi. Un altro evangelista esprime in questa maniera la stessa frase: Se caccio i demoni in virtù dello Spirito Santo, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Mentre dunque un evangelista parla del dito di Dio, l'altro espone la frase in diversa maniera per farci capire che il dito di Dio è lo Spirito Santo. Non andiamo a cercare in Dio dita di carne, ma cerchiamo di comprendere perché lo Spirito Santo sia chiamato dito. È chiamato così perché attraverso lo Spirito Santo i doni [della grazia] sono scesi suddividendosi sugli Apostoli. La mano infatti appare divisa nelle cinque dita e con esse si conta e si divide. Perché allora i Giudei celebrano la Pentecoste? È un grande mistero, fratelli, e veramente meraviglioso; notate questo: nel giorno di Pentecoste i Giudei ricevettero la legge scritta col dito di Dio e nel giorno di Pentecoste scese lo Spirito Santo.

La legge presso i Giudei e presso i cristiani.

5. Riguardo alla legge che è stata data da Dio, è necessario spiegare perché i giudei la ricevettero su tavole di pietra. Essa simboleggiava la durezza del loro cuore. Tuttavia fu scritta col dito di Dio: poiché le stesse norme che vi sono state scritte sono state date anche ai cristiani. Però, come dice l'Apostolo, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne che sono i vostri cuori. Questo è importante notare, che la stessa legge, che era stata scritta nei loro duri cuori e non è stata adempiuta, è stata data, facile ed eterna, ai cuori fedeli dei cristiani. Il cuore dei Giudei era di pietra: il cuore dei cristiani è terra fertile, che può portare frutto. Per questo il Signore nel Vangelo, quando gli portarono davanti quella donna sorpresa in adulterio e volevano lapidarla secondo la legge - mentre il Signore voleva piuttosto che non peccasse più, pronto a perdonarle i peccati - rispose a quelli che volevano lapidarla - mentre essi stessi erano di pietra -: Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei. E, appena dette queste parole, chinò la testa e cominciò a scrivere con il dito per terra. E quelli, facendo ciascuno il proprio esame di coscienza, uno dopo l'altro si allontanarono cominciando dal più anziano fino al più giovane! E la donna fu lasciata lì sola. Il Signore alzò la testa e le disse: O donna, nessuno ti ha condannata? Rispose: Nessuno, Signore. E il Signore: Neanche io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più. Questa misericordia che cosa ha voluto significare? La grazia. La durezza di cuore dei Giudei che cosa significava invece? La legge data su tavole di pietra. Il Signore scriveva col dito, ma sulla terra, perché da lì potesse ricavare frutto. Qualunque cosa venga seminata sulla pietra invece non germoglia perché non può mettere radice. In ambedue i casi si parla di dito di Dio: col dito di Dio fu scritta la legge, dito di Dio è lo Spirito Santo.

Perché la legge fu data nel cinquantesimo giorno.

6. La legge fu data nel giorno di Pentecoste e lo Spirito Santo scese sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Avevano detto che avremmo provato l'affermazione che i Giudei ricevettero la legge nel cinquantesimo giorno da quando noi celebriamo la Pasqua. Sai che in base ad una disposizione della legge il quattordicesimo giorno del primo mese essi debbono immolare un agnello e celebrare la Pasqua. Computato questo quattordicesimo giorno nel quale inizia la Pasqua, rimangono del mese diciassette giorni. [Gli ebrei] arrivarono al deserto, dove fu data loro la legge, e la Scrittura dice: Nel terzo mese dalla uscita del popolo dall'Egitto  il Signore disse a Mosè che coloro i quali stavano per ricevere la legge si purificassero fino al terzo giorno, nel quale sarebbe stata data la legge. All'inizio del terzo mese dunque viene comandata la purificazione fino al terzo giorno; e comincia la Pasqua... - Fate attenzione che i numeri non vi ingannino e non vi annebbino l'intelligenza. Per quanto possiamo, con l'aiuto del Signore, vi spieghiamo il problema. Se saremo aiutati dalla vostra attenzione, vedrete subito chiaramente quanto vi verrà detto; se invece non starete attenti, vi rimarrà oscura qualunque cosa dirò, anche se ve la dicessi nella maniera più chiara possibile... -. Dunque: viene fissata la Pasqua al quattordicesimo giorno del mese, e vien dato l'ordine di purificarsi per preparare la consegna, sul monte, della legge scritta col dito di Dio. Il dito di Dio è lo Spirito Santo. Ricordatevelo: lo abbiamo dimostrato dal Vangelo. Viene comandata la purificazione nel terzo giorno del terzo mese. Dal primo mese togli tredici giorni e ne rimangono diciassette (la Pasqua inizia infatti nel quattordicesimo giorno). Aggiungi tutto il secondo mese: diventano quarantasette giorni. Dall'inizio della purificazione altri tre giorni, fanno cinquanta giorni. Non c'è risposta più chiara e più evidente al perché i Giudei ricevettero la legge nel giorno della Pentecoste.

Il peso della legge e il soave giogo di Cristo.

7. Ma osservare la legge è duro; fu un peso, un grave peso [per i Giudei]. È venuto invece il Signore con la grazia e grida: Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime; il mio giogo infatti è soave e il mio peso è leggero. In che senso il suo giogo è soave? La legge atterrisce, egli invece attrae; la legge dice: se non fai questo ti punirò, Cristo dice: qualunque cosa avrai fatto ti perdono, d'ora in poi cerca di non peccare. Il suo giogo quindi è soave e il suo peso leggero. Se diventiamo otri nuovi aspettiamo operosi la sua grazia; saremo riempiti fino all'orlo di Spirito Santo, e attraverso lo Spirito Santo avremo la carità, già riscaldati dal vino nuovo e ubriacati al suo calice inebriante e glorioso. Così ci dimenticheremo anche di quelle faccende del mondo che ci tenevano avvinti, come se ne sono dimenticati i martiri quando andavano alla morte: dimenticarono i figli e le mogli, i genitori che si cospargevano di polvere i capelli, le madri che mostravano i loro seni ricordando i giorni dell'allattamento e dello svezzamento; dimenticarono tutto, neanche riconoscevano i loro familiari. Perché ti meravigli se il martire non riconosce i suoi familiari? È ubriaco. Di che cosa è ubriaco? Di carità. Da dove viene ad essi tanta carità? Dal dito di Dio, dallo Spirito Santo, da colui che scese nel giorno della Pentecoste.

 

 

 

 

 

 

 

 


DISCORSO 265

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

Sant'Agostino

 

Gesù rimane quaranta giorni per provare la verità della risurrezione.

1. 1. In occasione dell'odierna solennità vogliamo ammonire coloro che sanno e istruire coloro che trascurano di sapere. Oggi celebriamo solennemente l'ascensione del Signore al cielo. Infatti il Signore nostro salvatore, deposto il corpo e poi ripresolo, dopo la sua risurrezione da morte si mostrò vivo ai discepoli che avevano perso ogni speranza in lui al momento della morte. Ritornò [in mezzo a loro] in maniera da poter essere visto con i loro occhi e toccato con le loro mani, costruendo così la loro fede e mostrando la verità. Poiché non era sufficiente dare prova per un solo giorno alla fragilità umana e alla paurosa ansietà [degli Apostoli] di un miracolo tanto grande [quanto quello della risurrezione dai morti] e quindi sottrarsi ad essi, Gesù s'intrattenne con i discepoli su questa terra - come abbiamo ascoltato dalla lettura del libro degli Atti degli Apostoli -, s'intrattenne con essi su questa terra per quaranta giorni, entrando ed uscendo, mangiando e bevendo 1. Tutto questo per dare prova concreta della verità, non perché ne avesse bisogno. Nel quarantesimo giorno - quello che celebriamo oggi - alla loro vista e accompagnato dal loro sguardo, ascese in cielo 2.

 

La seconda venuta di Cristo.

1. 2. Mentre stupiti lo stavano guardando ascendere in cielo - erano tuttavia contenti che salisse in alto: perché il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra - udirono anche una voce angelica: Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? Questo Gesù verrà nello stesso modo con cui l'avete visto salire al cielo 3. Che cosa significa: verrà nello stesso modo? Verrà nella stessa natura; perché si compia la Scrittura: Volgeranno gli occhi a colui che hanno trafitto 4. Verrà nello stesso modo. Verrà fra gli uomini, verrà come uomo, ma verrà come uomo-Dio. Verrà come vero uomo e come vero Dia, per fare dèi gli uomini. È asceso il giudice del cielo, ha suonato la tromba l'araldo del cielo. Cerchiamo di avere un processo favorevole per non dover temere il futuro giudizio. Cristo è asceso veramente: lo hanno visto coloro che ce lo hanno tramandato. Alcuni, pur non avendo visto credettero, altri invece non credettero, deridendo [la loro testimonianza]. La fede infatti non è di tutti 5. E poiché la fede non è di tutti e il Signore conosce quelli che sono suoi 6, perché stiamo a discutere sul fatto che Dio è asceso al cielo? Guardiamo piuttosto al fatto che Dio è disceso agli inferi. Guardiamo alla morte di Cristo, esaltiamo la sua risurrezione più che meravigliarcene. La nostra rovina è il nostro peccato; il sangue di Cristo è il nostro prezzo. La risurrezione di Cristo è la nostra speranza, la [prossima] venuta di Cristo è la nostra futura realtà. Dobbiamo dunque aspettare, finché venga, il Cristo che siede alla destra del Padre. Dica la nostra anima assetata di lui: Quando verrà? L'anima mia ha sete del Dio vivente 7: quando verrà? Verrà, ma quando? Tu desidera che venga: voglia il cielo che ti trovi preparato!

 

Quando la seconda venuta di Cristo?

2. 3. Non crediamo tuttavia di essere i soli a sentire questo desiderio del Signore nostro, per cui diciamo: Quando verrà? Tale desiderio lo hanno avuto anche i suoi discepoli. Se potessi dire a voi che aspirate a lui, che lo aspettate, che siete in ansia, che desiderate sapere quando verrà il Signore Dio nostro, se potessi dirvelo, come apparirei ai vostri, occhi? Ma voi non dovete sperare di poter avere da me questa risposta: sarebbe una pazzia se lo speraste da me. Però se aveste davanti ai vostri occhi e a portata delle vostre mani il Signore Gesù Cristo presente con il corpo, vivo, che parla, so che lo interroghereste per soddisfare tale desiderio e gli direste: Signore, quando ritornerai? Difatti anche i discepoli rivolsero la stessa domanda al Signore Gesù Cristo quando era presente in mezzo a loro. Non potendo voi interrogarlo come hanno fatto i discepoli, ascoltate la risposta che anch'essi udirono. Essi erano presenti, noi ancora non esistevamo: però se crediamo a loro, essi fecero la domanda anche a nome nostro e a nome nostro anche udirono la risposta. I discepoli dunque interrogarono Cristo che stava per ascendere al cielo, poco prima che venisse sottratto ai loro sguardi, dicendogli: Signore, è questo il tempo in cui ti rivelerai? 8 A chi rivolgevano questa domanda? A uno che vedevano presente davanti a loro. È questo il tempo in cui ti rivelerai? Che senso ha questa domanda? Non lo vedevano davanti a loro? Non lo sentivano? Non lo toccavano? Che senso ha la domanda: È questo il tempo in cui ti rivelerai? Essi intendevano per rivelazione di Cristo il giudizio futuro, quando si farà vedere dai suoi e da tutti gli altri. Quando è risorto infatti è stato visto soltanto dai suoi. Questi sapevano, e ne erano certi per fede, che sarebbe venuto il tempo in cui colui che fu giudicato giudicherà, colui che fu condannato metterà alla prova e condannerà; in cui, alla presenza di tutti gli uomini, ne porrà alcuni alla destra, gli altri alla sinistra; dirà cose che tutti sentiranno, offrirà un premio che non tutti prenderanno, comminerà un castigo che non tutti dovranno temere. Sapevano che tutto questo avverrà, ma ne chiedevano il tempo. È questo il tempo in cui ti rivelerai? Non a noi, perché ora ti vediamo; ma ti rivelerai anche a coloro che non credettero in te. Dicci: È questo il tempo in cui ti rivelerai? E quando verrà il regno d'Israele? Fecero proprio questa domanda: È questo il tempo in cui ti rivelerai? E quando verrà il regno d'Israele? Quale regno? Quello per il quale diciamo: Venga il tuo regno 9. Quale regno? Quello di cui sentiranno dire coloro che son posti alla destra: Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla creazione del mondo 10. Quando dirà anche a coloro che son posti alla sinistra: Andate nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli 11. Voce terribile, voce tremenda! Tuttavia il giusto sarà sempre ricordato: non temerà annunzio di sventura 12. Per gli uni ci saranno queste parole, per gli altri le parole sopra riportate: in ambedue i casi sarà verace, perché in ambedue giusto.

 

La risposta di Cristo.

3. 4. Ma ascoltiamo la risposta alla domanda dei discepoli, se ebbero risposta; se non ebbero risposta, consideriamo ciò che fu loro detto; e non temiamo ciò che avverrà. Signore, è questo il tempo in cui ti rivelerai? 13 Anche noi, immaginando di vedere davanti a noi il Signore nella sua natura corporea, diciamogli: Signore, è questo il tempo in cui ti rivelerai? E quando verrà il regno d'Israele? Quando verrà il regno dei tuoi, quando il regno degli umili, e fino a quando l'arroganza dei superbi? Certamente è questo il senso della domanda che volevate fare, a questa domanda desideravate avere una risposta. Vediamo che cosa Cristo ha risposto. Gli agnelli non sdegnino di ascoltare la risposta che ascoltarono gli arieti. Ascoltiamo la risposta dello stesso Signore. Data a chi? A Pietro, a Giovanni, ad Andrea, a Giacomo e agli altri, persone ragguardevoli e tanto degne - lui veramente le aveva trovate indegne, ma le fece diventare degne -. Che cosa rispose alla domanda da loro posta: È questo il tempo in cui ti rivelerai? E quando verrà il regno d'Israele? Non v'interessa conoscere i tempi che il Padre ha riservato in suo potere 14. Che cosa significa questo? A Pietro vien detto: non v'interessa e tu dici: " M'interessa "? Non v'interessa conoscere i tempi, che il Padre ha riservato in suo potere. Fate bene a credere che Cristo verrà, perché questa è la verità. Ma che cosa t'importa quando verrà? Tu preparati per quando verrà. Non v'interessa conoscere i tempi che il Padre ha riservato in suo potere. Mortificate la vostra curiosità, subentri la pietà. Che cosa t'importa quando verrà? Vivi come se dovesse venire oggi e non avrai timore quando verrà.

 

Cristo maestro buono.

4. 5. Osservate il modo e la pedagogia con cui ha risposto questo maestro buono, questo maestro singolare, quest'unico maestro. Non rispose direttamente alla loro domanda, ma disse cose che esulavano dalla domanda fatta. Sapeva infatti che non giovava loro conoscere la risposta alla loro domanda e disse, anche senza essere interrogato, ciò che sapeva utile a loro. Non v'interessa - rispose - conoscere i tempi. Perché a te interessa conoscere i tempi? Tutto il nostro lavoro è per trascendere i tempi e tu vuoi conoscere i tempi! Non v'interessa conoscere i tempi che il Padre ha riservato in suo potere 15. Gli si potrebbe obiettare: E che cosa ci deve interessare allora? Ascoltiamo ora che cosa ci deve massimamente interessare, ascoltiamolo. Gli Apostoli hanno chiesto una cosa a cui non era opportuno rispondere e Cristo ha detto una cosa che era opportuno venisse ascoltata. Non v'interessa conoscere i tempi che il Padre ha riservato in suo potere. Ma che cosa è veramente utile che sappiate?

 

L'insegnamento di Cristo sulla Chiesa.

5. 6. Ma riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà sopra di voi e mi sarete testimoni. Dove? in Gerusalemme 16. Era conseguenza logica che udissimo tali parole: con queste infatti viene annunziata la Chiesa, viene raccomandata la Chiesa, viene proclamata l'unità, viene condannata la divisione. Agli Apostoli vien detto: e mi sarete testimoni. Ai fedeli, vasi di Dio, vasi di misericordia 17, vien detto: mi sarete testimoni. Dove? In Gerusalemme, dove sono stato ucciso, e in tutta la Giudea e la Samaria, e sino ai confini della terra 18. Queste le parole che ascoltate, questo sia il vostro programma. Siate la sposa e aspettate con gioiosa attesa lo sposo. La sposa è la Chiesa. Secondo quanto è stato predetto, in che luogo sarà presente la Chiesa che quei testimoni debbono annunciare? In che luogo sarà presente, in base a ciò che è stato predetto? Molti infatti diranno: " Ecco, è qui ". Ci crederei se non ci fosse anche un altro che dice: " Ecco, è qui ". Tu che cosa mi dici? " Ecco, è qui ". Già stavo venendo da te, ma mi richiama indietro un altro che mi dice la stessa cosa: " Ecco, è qui ". Tu da una parte mi dici: " Ecco, è qui "; l'altro dall'altra parte mi dice: "Ecco, è qui ". Interroghiamo il Signore, interpelliamo lui. Facciano silenzio le parti in causa: ascoltiamo tutta la questione. Dice uno da un angolo: " Ecco, è qui "; un altro risponde da un altro angolo: " No, è qui ". Parla tu, Signore: dichiara tu quale Chiesa hai redento, indicaci tu quale Chiesa hai amato. Siamo stati invitati alle tue nozze, facci vedere la tua sposa, per non turbare con le nostre discussioni le tue nozze. Certo che Cristo risponde, certo che ci mostra [quale è la sua sposa]. Non lascia delusi quelli che cercano [la verità], non ama che si litighi. Lo dice ai suoi discepoli, lo dice loro anche se non gli rivolgono tale domanda; difatti dà torto a tutti i contendenti. Forse gli Apostoli non gli hanno rivolto questa domanda perché il gregge di Cristo non era stato ancora diviso dai ladroni. Noi, che abbiamo sperimentato la tristezza della divisione, cerchiamo con ardore il collante dell'unità. Gli Apostoli chiesero il tempo del giudizio e il Signore rispose indicando il luogo in cui si sarebbe diffusa la Chiesa. Non rispose alla domanda fatta, ma prevedeva le nostre sofferenze. Mi sarete testimoni - disse - in Gerusalemme. Ma questo è troppo poco; non hai pagato il prezzo solo per questo, per comprare solo questo. In Gerusalemme. Di' ancora: e sino ai confini della terra. Sei giunto [con la tua ricerca] sino ai confini della terra: perché non smetti di litigare? Ora nessuno mi dica più: " Ecco, è qui ". " No, è di qua! ". Taccia l'umana presunzione, si ascolti la divina predicazione, si creda alla reale promessa: in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria sino ai confini della terra. Detto questo una nube lo avvolse 19. Non c'era bisogno di aggiungere altro, per dover eliminare altre congetture.

 

Il testamento di Cristo per l'unità della Chiesa.

6. 7. Fratelli, si è soliti eseguire con grande scrupolo le ultime volontà del padre che sta per scendere nel sepolcro; e verranno disprezzate le ultime volontà dettate dal Signore prima di salire al cielo? Immaginiamo che il Signore nostro abbia scritto un testamento e che nel suo testamento abbia inserito le sue ultime volontà. Previde infatti le future contese dei figli cattivi, previde che gli uomini avrebbero cercato di spartirsi, a proprio vantaggio, la sua proprietà. Perché infatti non dovrebbero dividere ciò che essi non hanno comprato? Perché non dovrebbero fare a pezzi ciò per cui non hanno pagato un prezzo? Cristo invece non volle che venisse divisa la sua tunica cucita tutta d'un pezzo dall'alto in basso: fu tirata a sorte 20. In quella veste venne raccomandata l'unità, in quella veste venne predicata la carità; essa rappresenta la carità, tessuta dall'alto. Dalla terra viene la cupidigia, dall'alto la carità. Coraggio, fratelli: il Signore ha scritto il suo testamento, vi ha messo le ultime volontà. Guardatelo, vi prego, e smuova voi come smuove noi, vi smuova se è possibile.

 

Cristo ha dato due volte lo Spirito Santo.

7. 8. Due volte Cristo è stato glorificato nella natura umana che ha assunto: la prima volta quando risuscitò dai morti nel terzo giorno; l'altra quando ascese al cielo davanti agli occhi dei suoi discepoli. Queste due glorificazioni di Cristo, che ci si dice di commemorare, si sono già avverate. Rimane una terza glorificazione, anche questa alla presenza degli uomini, quando si presenterà per giudicare. Così l'evangelista Giovanni diceva parlando dello Spirito Santo: Non era stato ancora dato lo Spirito, non essendo ancora glorificato Gesù 21. Non era stato ancora dato lo Spirito; perché ancora non era stato dato? Non essendo ancora glorificato Gesù. Per dare lo Spirito si aspettava che Gesù fosse glorificato. Due volte glorificato, e meritatamente - con la risurrezione e con l'ascensione -, Gesù due volte diede lo Spirito. Diede l'unico Spirito, lo diede l'unico Gesù, lo diede per l'unità e tuttavia lo diede due volte. La prima volta, dopo la risurrezione, disse ai suoi discepoli: Ricevete lo Spirito Santo 22. E alitò su di essi. Questa fu la prima volta. Poi promette ancora che avrebbe mandato lo Spirito Santo dicendo: Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi 23; e in un altro passo: Voi rimanete in città; io infatti adempirò la promessa del Padre che avete udito dalla mia bocca 24. Dopo che ascese al cielo, trascorsi dieci giorni, mandò lo Spirito Santo: è la prossima festa di Pentecoste.

 

Perché Cristo ha dato due volte lo Spirito Santo.

8. 9. Fate attenzione, fratelli miei. Qualcuno potrebbe chiedermi: " Perché Cristo ha dato due volte lo Spirito Santo? ". Molti hanno detto tante cose su questo argomento, affrontando la questione con argomentazioni umane. Quel tanto che hanno detto non è contro la fede; uno ha detto una cosa, uno un'altra, tutti nell'ambito della regola della verità. Se dicessi di sapere perché Cristo ha dato due volte lo Spirito Santo, vi mentirei. Non lo so. Chi afferma di sapere ciò che non sa è un temerario; chi dice al contrario di non sapere ciò che invece sa, si mostra ingrato [verso Dio]. Vi confesso che ancora sto ricercando per sapere perché il Signore ha dato due volte lo Spirito Santo: e desidero arrivare a qualcosa di più certo. Il Signore mi aiuti per le vostre preghiere, perché ciò che si degna di donarmi non lo nasconda a voi. Non so darvi una risposta precisa. Non vi nasconderò tuttavia il mio parere, anche se ancora non ne sono sicuro, anche se ancora non lo credo come assolutamente certo, come invece credo con assoluta certezza al fatto in se stesso. Se la cosa sta come penso io, il Signore ne rafforzi la convinzione; se c'è un'altra opinione che può apparire più vera, il Signore ce la faccia conoscere. Dunque io penso - ma è una mia opinione - che lo Spirito Santo è stato dato due volte per ricordarci i due comandamenti della carità. Due infatti sono i comandamenti ma una sola è la carità: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima; e: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due precetti dipende tutta la Legge e i Profeti 25. Un'unica carità ma due comandamenti; un unico Spirito ma donato due volte. Infatti non è stato dato uno Spirito nella prima volta e uno Spirito diverso nella seconda; come la carità che ama il prossimo non è diversa da quella che ama Dio. Non c'è una seconda carità. Con la stessa carità con la quale amiamo il prossimo amiamo anche Dio. Ma poiché una cosa è Dio e una cosa è il prossimo, vengono amati sì con un'unica carità, però non sono la stessa cosa quelli che vengono amati. Poiché è più importante, è stato raccomandato anzitutto l'amore di Dio e poi l'amore del prossimo, tuttavia si comincia dal secondo per arrivare al primo: Se infatti non ami il fratello che vedi come potrai amare Dio che non vedi? 26 Perciò forse, per educarci all'amore del prossimo, Cristo quand'era ancora visibile sulla terra e prossimo ai prossimi, diede lo Spirito Santo, alitando su di essi; e soprattutto da quella carità che è in cielo, inviò lo Spirito Santo dal cielo. Ricevi sulla terra lo Spirito Santo e ami il fratello; ricevilo dal cielo e ami Dio. Però anche quanto hai ricevuto sulla terra viene dal cielo. Cristo diede lo Spirito Santo quando ancora era sulla terra, ma viene dal cielo ciò che ha dato. Lo diede infatti colui che è disceso dal cielo. Qui sulla terra trovò le persone a cui darlo, ma di lassù lo prese per darlo.

 

La carità dono dello Spirito Santo.

9. 10. Allora, fratelli? Debbo forse ricordare anche che la carità viene dallo Spirito Santo? Ascoltate l'apostolo Paolo: Non solo, ma ci gloriamo pure nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la perseveranza, la perseveranza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. Ora la speranza non inganna, Perché l'amore di Dio è stato diffuso in abbondanza nei nostri cuori 27. Donde l'amore di Dio è stato diffuso in abbondanza nei nostri cuori? Donde? Che cosa ascrivevi a te? Che cosa presumevi quasi che fosse tuo? Che cosa hai che non hai ricevuto? 28 Donde dunque [l'amore di Dio] se non come segue nel testo: dallo Spirito Santo che ci è stato dato 29?

 

Non c'è vera carità fuori dell'unica Chiesa.

9. 11. Questa carità non si può avere se non nell'ambito dell'unica Chiesa. Non possono averla i fautori di divisioni, come dice l'apostolo Giuda: Costoro sono fautori di divisioni, uomini sensuali, privi dello Spirito 30. Fautori di divisioni: perché si separano? Perché sono sensuali, privi dello Spirito. Si staccano perché non hanno il collante della carità. Di questa carità è piena la gallina di cui parla Gesù nel Vangelo, che è divenuta febbricitante per i suoi pulcini, che con i suoi pulcini abbassa la voce e stende le sue ali: Quante volte - disse - ho voluto riunire i tuoi figli! 31 Riunire, non dividere. Perché ho - disse ancora - altre pecore che non sono di quest'ovile: anche quelle devo condurre, perché ci sia un solo gregge e un solo pastore 32. Giustamente non ascoltò quel tale che lo sollecitava contro il proprio fratello dicendo: Signore, ordina a mio fratello che divida con me l'eredità 33. Signore - disse - ordina a mio fratello. Che cosa? Che divida con me l'eredità. E il Signore: Dimmi, uomo. Perché vuoi dividere se non perché sei ancora " uomo "? Quando infatti uno arriva a dire: " io sono di Paolo ", e un altro: " io sono d'Apollo ", non siete forse uomini? 34 Dimmi, uomo: chi mi ha costituito spartitore di eredità tra di voi? 35 Sono venuto a riunire, non a dividere. Perciò - concluse - guardate di star lontani da ogni cupidigia 36. La cupidigia desidera dividere come la carità desidera riunire. Che cos'altro significa guardate di star lontani da ogni cupidigia se non: Riempitevi di carità? Noi, che possediamo la carità in proporzione alle nostre capacità, sollecitiamo pure il Signore contro il nostro fratello, come faceva quel tale contro il proprio fratello; ma non con quelle parole, non con quella richiesta. Egli diceva: Signore, ordina a mio fratello che divida con me l'eredità 37. Noi diciamo: Signore, ordina a mio fratello che conservi con me l'eredità.

 

Cristo raccomanda l'unità della Chiesa.

 

10. 12. Guardate bene pertanto, fratelli, che cosa dovete anzi tutto amare, che cosa dovete tenacemente credere. Il Signore, già glorificato con la risurrezione, ci raccomanda la Chiesa; sul punto di essere glorificato di nuovo con l'ascensione, ci raccomanda la Chiesa; inviando dal cielo lo Spirito Santo, ci raccomanda la Chiesa. Dopo la risurrezione che cosa dice infatti ai suoi discepoli? Era proprio questo quanto vi andavo dicendo quando ero ancora con voi: bisogna che s'adempia tutto quello che è stato scritto di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì la loro mente alla comprensione delle Scritture e disse loro: Così sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risuscitato dai morti il terzo giorno 38. Dov'è che raccomanda la Chiesa? E che in suo nome sarebbe predicata la penitenza e la remissione dei peccati. E questo dove? In mezzo a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme 39. Questo disse dopo essere stato glorificato nella risurrezione. E che cosa disse sul punto di essere di nuovo glorificato con l'ascensione? Quelle parole che avete già inteso: Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e sino ai confini della terra 40. Che cosa disse nella discesa dello Spirito Santo? Scese lo Spirito Santo: gli Apostoli, i primi ad essere riempiti di lui, cominciarono a parlare nelle lingue di tutti i popoli 41. Il fatto che ciascuno di essi poteva parlare in tutte le lingue che cosa significava se non l'unità fra tutte le lingue? Confermati e rafforzati in questa fede e legati da stabile carità, lodiamo come bambini il Signore e gridiamo: Alleluia! Ma da una fazione sola? E dove invece? E fino a dove? Dal sorgere del sole fino al tramonto lodate il nome del Signore 42.


Io sono la Via, la Verità e la Vita

 

Discorso 141

 

 

 

 

 Dalle Parole del Vangelo di Giovanni (14,6)

 

La verità scoperta dai filosofi secondo questo mondo non è la Via.

1. Leggendosi il santo Vangelo, avete udito tra l'altro ciò che afferma il Signore Gesù: Io sono la via, la verità e la vita 1. Ogni uomo desidera la verità e la vita, ma non ogni uomo trova la via. Anche alcuni filosofi secondo questo mondo hanno riconosciuto che Dio è una certa qual vita eterna, immutabile, intellegibile, intelligente, sapiente, datore agli uomini di sapienza. Senza dubbio riconobbero che la verità è fissa, irremovibile, immutabile, comprensiva di ogni ragione d'essere di tutte le cose create, ma a distanza; l'avvistarono, ma attenendosi a false credenze; e proprio per questo non trovarono la via per la quale giungere a quel così alto, inesprimibile e beatificante possesso. Infatti scoprirono anch'essi (per quanto può essere colto dagli uomini) il creatore attraverso la creatura, il fattore attraverso la fattura, il costruttore del mondo attraverso il mondo; ne è testimone l'apostolo Paolo, al quale tutti i Cristiani sono senz'altro tenuti a credere. Riferendosi a costoro, afferma: L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà. Queste, come riconoscete, sono parole dell'apostolo Paolo. L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che recludono la verità nell'ingiustizia 2. Ha detto forse di loro che non possiedono la verità? Ma recludono la verità nell'ingiustizia. E' un bene ciò che possiedono, ma è un male che lo tengano dove viene recluso. Recludono la verità nell'ingiustizia.

 

Come hanno intravisto la verità.

2. Ma bisognava che gli si dicesse: Com'è che quegli empi possiedono la verità? Dio ha forse parlato con qualcuno di loro? Forse che hanno ricevuto la legge come il popolo degli Israeliti per mezzo di Mosè? Come dunque possiedono la verità addirittura nella stessa ingiustizia? Ascoltate quanto segue e lo spiega. Poiché ciò che di Dio si può conoscere - dice - è loro manifesto; Dio stesso infatti lo ha loro manifestato. A quelli si manifestò, a quanti non aveva dato la legge? Si manifestò, ascolta in che modo: Le sue perfezioni invisibili possono infatti essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute. Interroga il mondo, la magnificenza del cielo, lo splendore e l'armonia degli astri, il sole rispondente alle esigenze del giorno, la luna a moderare l'oscurità della notte; interroga la terra feconda di erbe e di alberi, piena di animali, ordinata per gli uomini; interroga il mare che contiene gran quantità e varietà di animali acquatici; interroga l'atmosfera, cui conferisce vivacità un gran numero di volatili; interroga tutte le cose e vedi se, a loro modo, non ti rispondono: Dio ci ha fatti. Filosofi nobili hanno fatto di queste ricerche, e dall'opera compiuta hanno conosciuto l'Artefice. Che dunque? Per quale ragione l'ira di Dio si rivela contro ogni empietà? Perché recludono la verità nell'ingiustizia? Venga [l'Apostolo], dimostri in che modo. Ha già detto infatti come sono giunti a conoscere. Le sue, cioè di Dio, perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, anche la sua eterna potenza e divinità, perché siano inescusabili. Infatti, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa; infatti mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 3. Ciò che scoprirono spinti dalla brama di sapere lo perdettero per superbia. Mentre si dichiaravano sapienti, cioè, attribuendo a se stessi il dono di Dio, sono diventati stolti. Ripeto, sono le parole dell'Apostolo: Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti.

 

Stoltezza degli adoratori degli idoli.

3. Dimostra, prova la stoltezza di costoro. Spiega, o Apostolo, e come hai fatto capire a noi, in che modo ad essi è stato possibile giungere al concetto di Dio, poiché le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, così spiega ora in che modo mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti. Ascolta: Perché - egli afferma - hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio nella somiglianza della figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili 4. Infatti, della figura di questi animali i Pagani se ne fecero dèi. Tu hai trovato Dio e adori un idolo. Hai scoperto la verità ed è appunto la verità che recludi nell'ingiustizia. E per via di ciò che è esecuzione della mano dell'uomo, perdi quello che hai conosciuto attraverso le opere di Dio. Hai considerato tutto ciò che esiste; hai colto nell'insieme la disposizione ordinata del cielo, della terra, del mare e di tutti gli elementi; non vuoi fare attenzione a questo: il mondo è opera di Dio, un idolo è fattura di un artigiano. Se l'artigiano desse all'idolo anche una mente, come ha dato la forma, l'artigiano sarebbe adorato dallo stesso idolo. Infatti, o uomo, a quel modo che Dio è il tuo artefice, così l'uomo è artefice dell'idolo. Chi è il tuo Dio? Colui che ti ha formato. Chi è il Dio dell'artigiano? Colui che lo ha formato. Chi è il Dio dell'idolo? Colui che lo ha formato. Quindi, se l'idolo avesse una mente, non adorerebbe l'artigiano che lo ha formato? Ecco in quale ingiustizia hanno relegato la verità, ma non hanno trovato la via che conduceva al possesso di quella verità che avevano intravisto.

 

Cristo si è fatto via.

 

4. Ma Cristo che presso il Padre è verità e vita, è il Verbo di Dio del quale è stato detto: La vita era la luce degli uomini  5. Appunto perché presso il Padre è verità e vita e noi non avevamo una via da seguire per giungere alla verità, il Figlio di Dio, che nel Padre è per l'eternità verità e vita, assumendo la natura dell'uomo si è fatto via. Passa attraverso l'uomo e giungi a Dio. Per lui passi, a lui vai. Non cercare al di fuori di lui per dove giungere a lui. Se egli non avesse voluto essere la via, saremmo sempre fuori strada. Perciò si è fatto la via per dove puoi andare. Non ti dico: Cerca la via. E' la via stessa a farsi incontro a te: Alzati e cammina. Cammina con la condotta, non con i piedi. Molti infatti hanno un passo regolare, ma con il comportamento procedono male. A volte quegli stessi che vanno avanti bene finiscono per cadere. Troverai senz'altro uomini di vita onesta, ma non Cristiani. Vanno di buon passo e bene, ma la loro sollecitudine non è lungo la via. Quanto più si affrettano, tanto più si sbandano perché si allontanano dalla vera via. Nel caso, invece, che uomini tali giungano alla vera via e senza deviare, questa è allora la sicurezza perché e camminano speditamente e non si smarriscono. Ma se sono sviati, vadano pure avanti bene quanto si vuole, come c'è da compiangere! E' preferibile camminare zoppicando sulla via, ad un incedere energico fuori strada. Queste cose bastino alla Carità vostra. Rivolti al Signore...


DISCORSO 138

 

 

 

" IO SONO IL BUON PASTORE "

 

 Sant'Agostino

 

 

 

Perché il buon pastore è fatto valere al singolare.

1. Abbiamo ascoltato il Signore Gesù farci rilevare il compito del buon pastore. A quanto è dato capire in questa presentazione, indubbiamente ci ha avvertiti che i pastori sono buoni. Eppure, perché non se ne avesse un concetto errato in base al gran numero dei pastori, ha detto: Io sono il buon pastore. E continuando fa capire chiaramente in grazia di che sia buono il pastore: Il pastore buono - dice - dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore, vede venire il lupo e fugge, perché non gli importa delle pecore: è infatti mercenario 1. Dunque, il buon pastore è Cristo. Che cos'è Pietro? Non è un buon pastore? Non ha dato anch'egli la vita per le pecore? Che cos'è Paolo? Che sono gli altri Apostoli? Che sono i vescovi martiri in tempi a quelli posteriori? Ed anche questo qui, San Cipriano? Non sono tutti pastori buoni, non mercenari, di cui è detto: In verità, vi dico, hanno ricevuto la loro mercede 2? Ne segue che tutti questi sono pastori buoni non solo perché versarono il sangue, ma perché lo versarono per amore delle pecore. Infatti non lo sparsero per orgoglio, ma per la carità.

 

A nulla giova il martirio senza la carità.

2. Proprio presso gli eretici, i quali, a motivo dei loro errori possono aver subito delle pene, si fa vanto del nome di martirio per nascondersi più facilmente sotto tale manto di innocenza, in quanto sono lupi. Ma se volete sapere come considerli, ascoltate un pastore buono, l'apostolo Paolo, poiché non di tutti quelli che nella passione hanno dato il corpo alle fiamme si deve credere che abbiano dato il sangue per amore delle pecore e non a danno delle pecore. Se pure io parlo le lingue degli uomini e degli angeli ma non ho la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. Se avrò conosciuto tutti i misteri e avrò avuto tutta la profezia, e la pienezza della fede, così da trasportare le montagne, ma non ho la carità, nulla io sono. Infine è certo una gran cosa la fede che trasporta le montagne. Si tratta veramente di grandi cose: Ma se io le posseggo senza la carità - dice - nulla sono, non quelle, ma io. Fin qui, però, non ha toccato costoro, i quali, nei patimenti, si gloriano falsamente del nome di martirio. Ascoltate come giunga a toccarli, anzi, piuttosto, come li passi da parte a parte. Se avrò distribuito - dice - tutti i miei beni ai poveri e avrò dato da ardere il mio corpo... Qui già ci sono. Bada però a quel che segue: ma non ho la carità, a nulla mi giova 3. Ecco, si giunge ai patimenti; ecco, si giunge anche all'effusione del sangue, si giunge a dare il corpo alle fiamme; e tuttavia a nulla giova perché manca la carità. Aggiungi la carità: sono utili tutte le cose; sottrai la carità: a nulla giovano tutte le altre cose.

 

Che gran bene la carità.

3. Questa carità, fratelli, quale bene è mai? Che di più prezioso? Che di più luminoso? Che di più forte? Che di più utile? Che di più sicuro? Molti sono i doni di Dio, che hanno tuttavia anche i cattivi, i quali diranno: Signore, abbiamo profetato nel tuo nome, abbiamo scacciato i dèmoni nel tuo nome, abbiamo compiuto molti prodigi nel tuo nome. Né egli risponderà: Non avete fatto questo. Infatti, alla presenza di così gran giudice non oseranno mentire, o vantare cose che non fecero. Ma poiché non ebbero la carità, risponderà a tutti loro: Non vi conosco 4. Ma come possiede una sia pur debole carità chi non ama l'unità, anche se convinto di errore? Raccomandando ai buoni pastori l'unità, non volle chiamare pastori i molti. Infatti, come ho già detto, era pastore buono Pietro, Paolo, gli altri Apostoli e i santi vescovi posteriori e il beato Cipriano. Pastori buoni tutti questi; eppure presso i pastori buoni egli non fece valere pastori buoni, ma il Pastore buono. Io sono - disse - il buon pastore 5.

 

Risulta che Pietro ed altri sono pastori buoni.

4. Rivolgiamo domande al Signore su quale che sia la base del giudizio e, in una discussione umilissima, entriamo in colloquio con un Padre di famiglia così eccelso. Che dici, o Signore, o Pastore buono? Tu sei infatti il buon Pastore, tu che sei mite Agnello, il medesimo Pastore e pascolo, il medesimo Agnello e leone. Che dici? Vogliamo ascoltare, tu aiutaci ad intendere. Io sono - dice - il buon pastore. Chi è Pietro? O non è pastore, o non è buono? Vediamo se non è pastore. Mi ami? Tu, Signore, gli dicesti: Mi ami? Rispose: Amo. E tu a lui: Pasci le mie pecore. Tu, proprio tu, Signore, con la tua domanda, con la conferma autorevole della tua bocca, dell'amante facesti il pastore. Quindi è pastore colui al quale hai affidato le pecore da condurre al pascolo. Lo hai raccomandato tu stesso, è pastore. Ora vediamo se non è buono. Veniamo a scoprirlo appunto nella domanda e nella risposta di lui. Tu chiedesti se ti amasse. Rispose: Amo. Tu vedesti il cuore e che rispose il vero. Non è buono allora chi ama il Buono per eccellenza? Donde viene una risposta tratta dal più profondo di sé? Donde quel Pietro che ha nel suo cuore, testimoni i tuoi occhi, rattristato perché tu gli rivolgesti la domanda non solo uan volta, ma una seconda e una terza, in modo da cancellare con una triplice confessione di amore il peccato del rinnegamento tre volte ripetuto; ecco quindi il motivo del suo rattristarsi, nell'essere stato ripetutamente richiesto da lui che sapeva quale sarebbe stata la risposta alla sua domanda e aveva già donato quello che andava ascoltando; di ciò rattristato, esce in questa espressione: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo 6. Poteva egli mentire nel fare una tale confessione, anzi, nel dichiarare il suo impegno? Perciò, in risposta, disse sinceramente il suo amore per te, e dal profondo del cuore fece udire la voce dell'amante. Ma tu hai detto: L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone 7. Di conseguenza, e pastore e buon pastore; certamente un nulla a confronto con la potenza e la bontà del Pastore dei pastori, ma tuttavia anch'egli e pastore e buono, e ugualmente buoni gli altri pastori.

 

Uno solo, tuttavia, il buon pastore: Cristo.

5. Perché non fai valere presso i buoni pastori un solo pastore, se non in quanto nell'unico Pastore fai conoscere l'unità? E il Signore stesso lo espone più chiaramente mediante il nostro ministero richiamando alla memoria della Carità vostra il medesimo passo del Vangelo, e dicendo: Ascoltate che cosa ho raccomandato; ho detto: Io sono il buon pastore 8, perché tutti gli altri, tutti i pastori buoni sono mie membra. Un solo Capo, un solo corpo, un solo Cristo.Ne segue che egli è anche il Pastore dei pastori, e i molti pastori appartengono a un solo pastore, e le pecore sono insieme ai pastori. Tali espressioni che altro dicono, se non quanto afferma l'Apostolo: Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra; e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo; così anche Cristo 9? Perciò se così anche Cristo, giustamente Cristo, avendo in sé tutti i pastori buoni, fa valere uno solo, dicendo: Io sono il buon pastore. Io sono, io sono uno, tutti con me nell'unità sono una cosa sola. Chi pasce indipendentemente da me, pasce in opposizione a me. Chi non raccoglie con me, disperde. Ascoltate allora come quella medesima unità sia raccomandata con più ardore. Ho altre pecore - egli dice - che non sono di questo ovile. Si riferiva infatti al primo ovile della stirpe di Israele. Ma c'erano altri Israeliti secondo la fede, che erano ancora fuori, in mezzo ai pagani, predestinati, non ancora radunati. Li conosceva chi li aveva predestinati; li conosceva chi era venuto a redimerli versando il proprio sangue. Vedeva quelli che non vedevano ancora; conosceva quelli che ancora non credevano in lui. Ho altre pecore - egli dice - che non sono di questo ovile, perché non sono della stirpe di Israele. Ma tuttavia non saranno fuori di questo ovile perché anche queste devo condurre così che si faccia un solo gregge ed un solo pastore 10.

 

L'amore per Cristo della sposa.

6. L'amata di lui, la sposa di lui, la bella di lui, ma resa bella da lui, già deforme per i peccati, poi di belle forme per il perdono e la grazia, non senza ragione parla a questo Pastore dei pastori, parla tutta accesa di amore per lui e gli dice: Dove vai a pascolare? 11 E notate come e con quale slancio affettuoso qui si desti l'amore spirituale. Di un tale trasporto dell'anima godono molto di più coloro che hanno già gustato qualcosa della dolcezza di questo amore. Ne ricevono lode quanti amano Cristo. In essi stessi e proprio di essi questo infatti canta la Chiesa nel Cantico dei Cantici; questi amano Cristo in apparenza deforme e incomparabilmente bello. Lo abbiamo veduto - dice infatti - e non aveva né apparenza né bellezza 12. Tale apparve sulla croce, tale si mostrò coronato di spine, deforme e senza bellezza, come avendo perduto in potenza, non Figlio di Dio. Tale sembrò ai ciechi. Certamente impersonando i Giudei, lo disse il profeta Isaia: Lo abbiamo veduto e non aveva né apparenza né bellezza. Quando si diceva: Se è il Figlio di Dio, scenda dalla croce. Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso 13. E percuotendolo sul capo con la canna: Indovina, Cristo! Chi ti ha percosso? 14 Perché non aveva né apparenza, né bellezza. Tale lo vedevate, o Giudei. L'accecamento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le nazioni 15, fino a che saranno radunate nell'ovile le altre pecore. Così, persistendo la cecità, vedeste senza bellezza la perfezione in sé. Se infatti l'aveste conosciuto, non avreste mai crocifisso il Signore della gloria 16. Ma lo faceste perché non lo avevate conosciuto. Eppure egli che vi tollerò quasi ripugnanti, egli di belle forme, pregò per voi: Padre - disse - perdona loro perché non sanno quello che fanno 17. Infatti, se è senza bellezza, cos'è quello che ama costei che dice: Dimmi, o delizia dell'anima mia 18? Cos'è che ama? Cos'è quello per cui è accesa, cos'è che tanto le fa temere di andare in occulto lontano da lui? Cos'è che le fa gustare in lui tante delizie e non prova altra pena che non sia quella di trovarsi senza di lui? Quale sarebbe l'attrattiva che desta amore se non fosse bello? Per altro, quella come potrebbe amare così se egli le apparisse come ai ciechi persecutori, ma che non sanno quello che fanno? Quale lo amò allora? Quale il più bello tra i figli degli uomini. Tu sei il più bello dei figli degli uomini, sulle tue labbra è diffusa la grazia 19. Perciò, con la tua stessa bocca, dimmi o delizia dell'anima mia. Dimmi - dice - o delizia, non della mia carne, ma dell'anima mia. Dimmi dove vai a pascolare, dove riposi a mezzogiorno perché io non sia come in occulto dietro i greggi dei tuoi compagni 20.

 

Come vanno intese le parole della sposa. I compagni, quasi commensali.

7. Sembra cosa nascosta, e lo è nascosta, perché è il segreto del talamo nuziale. La sposa stessa dice infatti: Ti ha introdotta nella sua stanza. Questo è il segreto di tale stanza. Ma voi che non siete al di fuori di questa stanza, ascoltate ciò che siete e, se amate insieme a quella, parlate in uno con quella; ma voi amate con quella, se siete in quella. Tutti parlate, eppure può parlare solo l'unità, perché l'Unità dice: Dimmi, o delizia dell'anima mia 21. Quelli erano un'anima sola e un cuore solo protesi verso Dio 22. Dimmi dove vai a pascolare, dove riposi a mezzogiorno 23. Che distingue il mezzogiorno? Un grande calore e un grande splendore. Fammi dunque conoscere chi sono i tuoi sapienti, i ferventi di spirito e i risplendenti di dottrina. Fammi conoscere l'opera della tua mano e i saggi della sapienza del cuore 24. Che io sia una cosa sola con loro nel tuo corpo, che io sia in comunione con loro, che insieme a loro io goda di te. Dimmi, dunque, dimmi dove vai a pascolare, dove riposi a mezzogiorno; che io non m'imbatta in coloro che dicono di te tutt'altro, che ti giudicano diversamente; altro credono di te altro predicano di te; ed hanno greggi loro, e sono i tuoi compagni; perché vivono della tua mensa, e fanno uso dei sacramenti della tua mensa. Sono detti compagni perché si accostano alla mensa gli uni e gli altri, come commensali. Come tali, vengono rimproverati nel Salmo: Se infatti mi avesse insultato un mio nemico, mi sarei nascosto senz'altro da lui; e se quello che era stato un mio avversario mi avesse gravemente offeso, mi nasconderei certamente da lui. Ma tu, mio compagno, mia guida e confidente, che sedevi con piacere con me alla mia mensa e nella casa di Dio siamo vissuti concordi 25. Per quale ragione ora contro la casa di Dio e nella discordia se non perché uscirono da noi, ma non erano dei nostri 26? Perciò, o tu che sei la delizia dll'anima mia, che io non m'imbatta in compagni tuoi che sono tali, ma simili a quelli che furono i compagni di Sansone, venendo meno alla fedeltà verso l'amico, ma decisi a corrompere la donna di lui 27. Perciò, che io non m'imbatta in questi tali e non vada dietro di loro, cioè, non m'imbatta in loro come in occulto, come sconosciuta e misteriosa, invece che situata sul monte. Perciò: Dimmi, o tu che sei la delizia dell'anima mia, dove vai a pascolare, dove riposi a mezzogiorno; sono i sapienti e i fedeli quelli nei quali trovi riposo; che non mi capiti d'imbattermi, sconosciuta, nei greggi, non i tuoi, ma dei tuoi compagni; poiché tu non hai detto a Pietro: Pasci le tue pecore, ma: Pasci le mie pecore 28.

 

La risposta dello sposo.

8. Il buon Pastore, il più bello tra i figli degli uomini, risponda dunque a costei, all'amata; risponda a lei che egli ha fatto la più bella tra i figli degli uomini. Ascoltate qual è la sua risposta, rendetevene conto; guardatevi da quanto egli minaccia, amate ciò di cui vi fa avvertiti. Allora che risponde? La ricambia senza lusingare, ma con amorevole severità. La riprende perché sia coerente e a preservarla. Se non avrai conosciuto te stessa - dice - o bellissima tra le donne 29; infatti, per quanto le altre siano belle per i doni del tuo sposo, sono eretiche; la loro bellezza non sta nell'intimo, ma nell'ornamento. Hanno risalto all'esterno, superficialmente: si rendono chiare con il nome della giustizia; invece: Ogni attrattiva della figlia del re è interiore 30. Quindi: Se non avrai conosciuto te stessa come l'unica, perché sei diffusa in mezzo a tutti i popoli, perché sei casta, perché non devi lasciarti corrompere dal linguaggio pervertitore dei compagni che hanno tralignato. Se non avrai conosciuto te stessa in quanto l'Apostolo ti ha sposata a me nella verità quale vergine casta da presentare a Cristo; e nella verità ti sei presentata a me ad evitare che in seguito a discorsi fuorvianti - come il serpente sedusse Eva con la sua astuzia -, così anche la tua coscienza sia distolta dalla mia fedeltà 31. Perciò, se tale non avrai conosciuto te stessa, esci tu; esci. Dirò infatti ad altri: Entra nel gaudio del tuo Signore 32. A te non dirò: entra, ma: esci; così puoi trovarti tra quelli che sono usciti da noi. Esci tu. Ma, se non avrai conosciuto te stessa, allora esci. Se invece hai conosciuto te stessa, entra. Ma se non avrai conosciuto, esci tu dietro le orme dei greggi, e conduci al pascolo i tuoi capretti presso le tende dei pastori 33. Esci dietro le orme, non del gregge, ma dei greggi; e conduci al pascolo, non come Pietro le mie pecore, ma i tuoi capretti; presso le tende non del pastore, ma dei pastori; non dell'unità, ma del dissenso; non situata là, dov'è un solo gregge e un solo Pastore. Venne confermata, venne costituita, l'amata fu resa più forte, disposta a morire per lo sposo e a vivere per lo sposo.

 

 


La luce penetrò il nostro cuore...Sant'Agostino oggi!

Andate in tutto il mondo!

 

 

a cura dell'Associazione culturale Dom Gréa

 

 

“Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.”

 

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

 

 

 

 Testimoni della Resurrezione

 

 

“Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14)..Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. “(In Io Ep. 1, 2)

Toccare Cristo con il cuore, questa è fede sincera

 

 

Credetelo così e l’avrete toccato, toccatelo in modo da aderire a Lui; aderite in modo da mai separarvene"

 

 (Sermo 229/L, 2)

 

E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi. Ma allora, se credere è toccare, anzi se toccare è credere, come si spiega: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17)? Che vuol dire? Perché vai cercando la mia carne se ancora non comprendi la mia divinità? Volete sapere come questa donna lo voleva toccare? Essa stava cercando un morto, non credeva che egli sarebbe risorto. Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro (Io 20, 2); e lo piange come uomo. Oh! Toccarlo! Ed egli, vedendola tutta preoccupata nei riguardi della sua condizione di servo e che ancora non sapeva né gustare, né credere, né comprendere quella condizione di Dio per la quale è uguale al Padre, differisce il toccare, perché sia un toccare più completo. Non mi toccare, dice, perché non sono ancora salito al Padre mio. Tu mi tocchi prima che io risalga al Padre e mi credi solo uomo: che ti giova quel che credi? Fammi dunque risalire al Padre. Lassù da dove mai mi sono allontanato, è per te che io salgo, se mi crederai uguale al Padre. Difatti il Signore nostro Gesù Cristo non è disceso dal Padre lasciando il Padre; e anche nel risalire via da noi non si è allontanato da noi. Infatti quando stava per risalire e sedere alla destra del Padre, disse in anticipo ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20)

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 229/K, 1-2)

 

 

Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del corpo di Cristo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di Lui si dice. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchie ad ascoltare. (In Io. Ep. tr. 2, 1)

La conversione fa germogliare uomini nuovi!

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm 236, 2-3)

 

“Imparate ad accogliere gli ospiti, nella cui persona si riconosce Cristo. O che non sapete ancora che, tutte le volte che accogliete un cristiano, accogliete Cristo? Non lo dice forse lui stesso: Ero forestiero e mi avete accolto? E se gli replicheranno: Ma quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, risponderà: Tutte le volte che l'avete fatto a uno dei miei fratelli, fosse anche il più piccolo, l'avete fatto a me (Mt 25, 35. 38. 40). Quando dunque un cristiano accoglie un altro cristiano, è un membro che si pone al servizio di un altro membro, e con questo reca gioia al capo, che ritiene dato a sé ciò che si elargisce a un suo membro. Ebbene, finché siamo quaggiù, si dia il cibo a Cristo che ha fame, si dia da bere a lui assetato, lo si vesta quando è nudo, lo si ospiti quand'è pellegrino, lo si visiti quando è malato. Queste cose comporta l'asperità del cammino. Così dobbiamo vivere nel presente pellegrinaggio durante il quale Cristo è nel bisogno: ha bisogno nei suoi, pur essendo pieno di tutto in sé. Ma colui che nei suoi è bisognoso, mentre in sé abbonda di tutto, convocherà attorno a sé tutti i bisognosi. E vicino a lui non ci sarà più né fame né sete, né nudità né malattia, né migrazioni né stenti né dolore. So che tutti questi bisogni lassù non ci saranno, ma non so cosa ci sarà. Che tutte queste cose non ci saranno l'ho potuto apprendere; quanto invece a quel che troveremo lassù, non c'è stato occhio che l'abbia visto né orecchio che l'abbia udito né cuore d'uomo in cui sia penetrato (1 Cor 2, 9). Lo possiamo amare, lo possiamo desiderare; durante il presente esilio possiamo sospirare il possesso di un tanto bene; ma non possiamo raggiungere col pensiero né spiegare adeguatamente a parole quel che esso sia, o, per lo meno, io non ne sono capace. Cercatevi pure, o fratelli, qualcuno che abbia tale capacità, e, se vi riuscirà di trovarlo, trascinate da lui anche me insieme con voi perché divenga suo discepolo. Quanto a me, so una cosa sola, che cioè Dio - come dice l'Apostolo - ha la potenza di compiere opere che superano la nostra facoltà di chiedere e di comprendere (Eph 3, 20). Egli ci condurrà là dove si realizzeranno le parole scritturali: Beati coloro che abitano nella tua casa! Ti loderanno nei secoli dei secoli (Ps 83, 5). Tutta la nostra occupazione sarà la lode di Dio. E cosa loderemo se non ciò che ameremo? E null'altro ameremo se non ciò che vedremo. Vedremo la verità, e questa verità sarà Dio stesso, di cui canteremo la lode. Lassù troveremo ciò di cui oggi abbiamo cantato: troveremo l'Amen, cioè Quel che è vero, e l'Alleluia, cioè: Lodate il Signore.”

 

 

 

 

 

O Signore, va’ in aiuto a quei discepoli! Spezza loro il pane perché ti riconoscano. Se tu non li riconduci sono perduti. (Sermo 236/A, 3)


Amate la risurrezione con la vostra vita!

 

 

Sant’Agostino


Vita di Sant'Agostino

 

 

Sant'Agostino, vescovo d'Ippona e dottore della Chiesa

 

 

 

Agostino nasce il 13 novembre del 354 a Tagaste, in Africa. Viene educato dalla madre Monica alla fede cattolica, ma non ne segue l’esempio. Adolescente vivace, arguto ed esuberante, intraprende lo studio della retorica e il suo rendimento è eccellente. Ama la vita e i suoi piaceri, coltiva amicizie, insegue amori voluttuosi, adora il teatro, ricerca divertimenti e svaghi. Dopo i primi studi a Tagaste e a Madaura, prosegue la sua formazione di retore, grazie anche al sostegno economico di un amico del padre, a Cartagine, dove si innamora di una ragazza. Poiché di rango inferiore al suo, può renderla soltanto sua concubina. Frutto di questa relazione è Adeodato. Agostino, padre a soli 19 anni, resta fedele a questa donna e si assume la responsabilità del ménage “familiare”. Ma la lettura dell’Ortensio di Cicerone cambia il suo modo di vedere le cose. La felicità, scrive il grande oratore, consiste nei beni che non periscono: la sapienza, la verità, la virtù. Agostino decide così di volgersi alla loro ricerca.

 

La ricerca della Verità

 

Comincia dalla Bibbia, ma, abituato com’è a testi altisonanti, la trova grossolana e illogica. Si accosta allora al manicheismo. Rientrato a Tagaste apre una scuola di grammatica e retorica, ma la vita che conduce non lo appaga e si trasferisce a Cartagine sperando in un futuro migliore. E invece continua a essere insoddisfatto. Si accosta al manicheismo, ma la sua sete di verità non ne è placata. Il giovane e promettente retore cerca così nuovi lidi e nel 382 si trasferisce a Roma con la compagna e il figlio, all’insaputa della madre che intanto lo aveva raggiunto a Cartagine. Nella capitale dell’impero romano Agostino mantiene comunque i contatti con i manichei, dai quali riceve sostegni e appoggi. La sua carriera va a gonfie vele, nel 384 ottiene la cattedra di Retorica a Milano, eppure l’inquietudine interiore lo tormenta ancora.

 

La conversione: “Prendi e leggi”

 

L’ambizione viene saziata ma non il cuore. Per affinare la sua “ars oratoria” ascolta i sermoni del vescovo Ambrogio. Vuole carpirne le capacità dialettiche, e invece le parole del presule lo toccano nel profondo. Intanto si trasferisce a Milano la madre Monica, che gli resta accanto soprattutto con le sue preghiere. Si accosta sempre di più alla Chiesa cattolica e ne diviene catecumeno: ora gli ci vuole una moglie cristiana più che una concubina. La donna che conviveva con lui da anni torna in Africa. Ancora travagliato, Agostino divora testi di filosofia e si immerge nella Sacra Scrittura. È tentato dall’esperienza dei pensatori greci, attratto dallo stile di vita degli asceti cristiani, ma non riesce a decidere. É un giorno dell’agosto 386, quando, disorientato e confuso, lasciatosi andare a un pianto dirotto e disperato, gli pare di sentire una voce: “Prendi e leggi!”. La considera un invito a dirigersi alle lettere di San Paolo riposte su un tavolo e ad aprirle a caso. “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne” (Rm 13, 13-14). La lettura di quei brevi versetti lo folgora. Decide di cambiare vita e di dedicare tutto sé stesso a Dio. Viene battezzato da Ambrogio nella notte fra il 24 e il 25 aprile del 387 e desiderando tornare in Africa parte alla volta di Roma per imbarcarsi ad Ostia. Qui muore la madre Monica.

 

La prima comunità agostiniana e il ministero episcopale

 

 

Rientrato a Tagaste Agostino fonda la sua prima comunità. Tra la fine del 390 e l’inizio del 391 si trova casualmente ad Ippona, nella basilica dove il vescovo Valerio sta parlando ai suoi fedeli della necessità di un presbitero per la diocesi. Agostino, noto ai più per il suo esemplare stile di vita, viene così sospinto dinanzi al presule che lo ordina sacerdote. Convinto di dover vivere votato a Dio, studiando e meditando le Scritture, comprende di essere chiamato ad altro. Diviene vescovo di Ippona, succedendo a Valerio, ed esercita il ministero episcopale per oltre 40 anni. Scrive svariate opere dove combatte le eresie dell’epoca e riesce a conciliare fede e ragione, innumerevoli i suoi sermoni e tantissime le lettere. Tra le sue opere più note Il libero arbitrio, La Trinità, La città di Dio. Revisiona, con spirito critico, tutti i suoi trattati e le sue omelie nelle Ritrattazioni. Una menzione a sé meritano Le confessioni, in cui Agostino, già vescovo, si racconta lasciando emergere in modo magistrale la sua interiorità, la storia del suo cuore. Muore il 28 agosto del 430.