Messaggeri di Dio ogni giorno...nel sociale!

"Se smarrite la fiducia, cercate i «meravigliatori», coloro che fanno miracoli e vi rigenerano perché vi fanno sentire voluti come figli, appartenenti. Chi sono? Quelli che per amore fanno e quelli che fanno per amore."

 

Alessandro D'Avenia


Giugno

                                                     Dipinto di Henri Matisse, Finestra a Tangeri, 1912

Carissimi amici, seguendo alcune ricorrenze speciali dedichiamo questi mesi estivi ad alcuni "messaggeri nel sociale" che con il loro donarsi imprimono le loro impronte nel e per il mondo. 


Chiara Amirante..."si può risorgere da ogni difficoltà"

20 giugno ricorrenza nascita Chiara Amirante

 

 

Ho una vita sola e desidero viverla per qualcosa di grande!

 

Fin da piccola ho sempre avvertito con grande forza e chiarezza questo desiderio nel mio cuore!

Una profonda sete di gioia, di pace, di libertà interiore, di verità, di amore, di … vivere in pienezza ogni attimo! Ho percorso tante strade per cercare risposte, interrogato tante persone per fare tesoro delle loro perle di sapienza raccolte nel viaggio della vita, mi sono messa in ascolto di persone splendide per imparare l’arte di vivere.

 

 

Ho così scoperto che, se apriamo il nostro cuore alla spiritualità, l’Amore ci dischiude meravigliosi orizzonti sempre nuovi e la vita, pur tra le tante difficoltà e sofferenze che siamo chiamati ad affrontare, può diventare un’avventura divina, meravigliosa!


 

CHIARA AMIRANTE NASCE A ROMA NEL 1966. E’ FONDATRICE DI “NUOVI ORIZZONTI”, SCRITTRICE E AUTRICE DI NUMEROSI BEST-SELLER, CONSULTRICE IN DUE PONTIFICI CONSIGLI DELLA SANTA SEDE, HA PARTECIPATO AL SINODO SULLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE.

Negli anni ’90 inizia la sua avventura nel mondo della strada incontrando nei sottopassaggi della Stazione Termini di allora il popolo della notte: giovani con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, AIDS, carcere…

 

Nel marzo del ’94  Chiara apre la prima Comunità di accoglienza residenziale Nuovi Orizzonti, per una trentina di ragazzi, nella zona di Trigoria, a Roma. Da questa prima esperienza nascono in pochi anni numerosi centri di accoglienza, di formazione al volontariato, di ascolto, orientamento e prevenzione, famiglie aperte all’accoglienza, con una particolare attenzione al recupero per tossicodipendenti, alcolisti, ragazze madri, bambini di strada, ragazze schiave della prostituzione, ex detenuti e ai nuovi disagi caratteristici del mondo giovanile odierno.

 

Chiara Amirante, dall’esperienza concreta di vita con ragazzi in disagio, crea un percorso terapeutico riabilitativo basato sul Vangelo e un percorso di conoscenza di sé e guarigione del cuore denominato L’Arte di amare. Nasce anche un progetto pastorale di nuova evangelizzazione con specifiche missioni di strada e un itinerario di Scuola di evangelizzazione.

 

Viene nominata da Papa Giovanni Paolo II consultrice del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nel 2004, incarico rinnovato negli anni da Papa Benedetto XVI e da Papa Francesco. Dal 2011 è membro del Comitato scientifico per la rivista People on the Move dello stesso Dicastero. Dal 2012 viene nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Nel 2012 viene convocata da Papa Benedetto XVI al Sinodo dei Vescovi.

 

Riceve inoltre numerosi riconoscimenti e premi internazionali.

 

E’ fondatrice di Nuovi Orizzonti che è stata approvata dalla Santa Sede come Associazione privata internazionale di fedeli l’8 dicembre 2010.

 

 

Finora ha scritto 28 libri di cui molti best-seller.


 

 

L’AVVENTURA DI NUOVI ORIZZONTI INIZIA NEL ’91 QUANDO CHIARA AMIRANTE DECIDE DI RECARSI DI NOTTE ALLA STAZIONE TERMINI PER INCONTRARE TANTI GIOVANI IN SITUAZIONI DI GRAVE DISAGIO CHE HANNO FATTO DELLA STRADA LA LORO “CASA”.

 

 

«Quando ho iniziato a percorrere i ‘deserti’ della nostra splendida Roma e ad entrare in punta di piedi nelle dolorosissime storie del ‘popolo della notte’ – afferma Chiara – non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di disperati, di persone sole, di emarginati, di mendicanti di amore, sfregiati nella profondità del cuore dall’indifferenza, dall’abbandono, dalla violenza, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali.

 

Quanti giovani splendidi, assetati di amore, ridotti, dalle seduzioni del mondo e dalle terribili sferzate della vita, a creature dallo sguardo di ghiaccio e dal cuore di pietra. Quanti ragazzi nel pieno della loro giovinezza attanagliati da una nausea sottile, da un vuoto esistenziale terribile, da un’angoscia mortale! Quanti giovani distrutti, ingannati, defraudati della loro innocenza.

 

 

 

Quanti fratelli disperati con le lacrime agli occhi mi hanno abbracciato chiedendomi: “Ti prego, Chiara, portami via da questo inferno!”… e che dolore nel non riuscire a trovare un posto dove portarli».

 

Mi sentivo troppo piccola fragile impotente dinanzi al grido lancinante del popolo della notte… Poi un raggio di luce, una certezza: L’Amore è più forte, l’amore vince. L’Amore fa miracoli perché Dio è Amore!

 

Mi è venuta cosi l’idea di una comunità di accoglienza dove proporre un cammino di conoscenza di sé, di guarigione del cuore e di rigenerazione psico-spirituale”.

 

Nel marzo del ’94 Chiara apre a Trigoria (Roma) la prima comunità di accoglienza Nuovi Orizzonti, dove centinaia di giovani, provenienti da esperienze estreme, iniziano a ricostruire se stessi attraverso il programma terapeutico riabilitativo da lei ideato. La risposta dei ragazzi accolti è fin dal primo momento davvero sorprendente ed entusiasmante.

 

Dal 1998 si moltiplicano le iniziative di solidarietà, le comunità di accoglienza, i centri di formazione e di reinserimento, i progetti sociali e le iniziative di promozione umana, i progetti in paesi in via di sviluppo.

 

In breve tempo la comunità si trasforma in una vera e propria ‘factory dell’amore’, un colosso della solidarietà e dell’accoglienza. Infatti, gli stessi ragazzi accolti, dopo un periodo trascorso in Comunità, sentono l’urgenza di impegnarsi in prima persona in azioni di solidarietà a sostegno di chi è in grave difficoltà.

 

Alla fine degli anni ’90, la Comunità Nuovi Orizzonti sperimenta nella città di Roma una nuova metodologia pastorale di evangelizzazione di strada che si presenta particolarmente efficace: sono le cosiddette ‘missioni di strada’.

 

A contatto con tanti giovani nelle varie situazioni di disagio, Chiara va anche elaborando un percorso pedagogico riabilitativo per quanti si rivolgono a lei e all’Associazione per liberarsi dalla dipendenza, per uscire da diversi tunnel infernali e per riscoprire la gioia di vivere la vita in pienezza. Vivere il vangelo nella quotidianità ‘alla lettera’ rimane il centro dell’esperienza di vita, ma attorno ad esso si colloca un cammino di conoscenza di sé e guarigione del cuore (l’Arte d’amare) che diventa la peculiarità della sua proposta anche nel mondo delle comunità di recupero.

 

 

Chiara, nella Pasqua del 2006, di ritorno dalla terra santa, lancia una nuova proposta: I Cavalieri della Luce. In pochi anni in più di 500.000 aderiscono a questo impegno: testimoniare la gioia di Cristo Risorto a chi è più disperato, provare a vivere il vangelo alla lettera per rinnovare il mondo con la rivoluzione dell’Amore! I Cavalieri della Luce, pur essendo sparsi in diversi paesi, restano uniti tramite l’iniziativa della parola di luce pubblicata quotidianamente sulla pagina pubblica facebook di Chiara Amirante: l’impegno di vivere insieme una frase del vangelo del giorno.

 

Cresce l’impegno anche nel portare messaggi di speranza a chi l’ha persa tramite i media e i new-media.

 

In questi anni la Comunità Nuovi Orizzonti ha visto migliaia di giovani, provenienti da esperienze estreme o in cerca di senso per la loro vita, ricostruire se stessi alla luce dell’amore e passare dalla ‘morte’ alla vita. Da quella prima casetta a Trigoria, con materassi sparsi per terra, si è arrivati alla realizzazione di circa 1000 equipe di servizi, numerosi Centri e Opere in Italia e all’estero e la realizzazione delle Cittadelle Cielo, piccoli villaggi di accoglienza e formazione dove si vuole vivere la legge dell’amore, il ‘come in cielo così in terra’.

 

 

Un’incredibile impresa, un vero miracolo che non avrebbe potuto realizzarsi senza l’aiuto di Dio, di centinaia di volontari e di tantissimi amici. Nuovi Orizzonti è stata approvata anche dalla Santa Sede, come Associazione privata internazionale di fedeli, l’8 dicembre del 2010


 

Imparare dagli ultimi: «Non ho nulla ma sí, sono felice!»

 

 

Mi chiamo Luca e sono un ragazzo di venti anni. Sono stato sempre un ragazzo disponibile ad aiutare il prossimo, come anziani e persone con disabilità; ma pormi in una situazione d’ascolto mettendoci cuore, mente e anima non l’avevo mai fatto perché tendo ad essere sempre molto concentrato su di me. Venendo qui a Nuovi Orizzonti e facendo le prime esperienze di evangelizzazione mi chiedevo: «Chissà in che cosa consistono? Ne sarò capace?». A seguito di diverse esperienze, solo oggi ho capito veramente il senso di ciò che andiamo a fare. Una volta al mese ci rechiamo alla Stazione Termini, proprio lí dove Chiara Amirante, fondatrice di Nuovi Orizzonti, ha iniziato, per incontrare le diverse persone che vivono in strada: giovani, adulti e purtroppo anche qualche anziano.

 

 

 

Per non farlo sentire a disagio rimanendo in piedi, ci siamo seduti anche noi di fronte a lui,

e dopo esserci presentati gli ho chiesto: «Sei felice?». Non pensavo che la sua risposta mi avrebbe spiazzato completamente:

 

«Sono andato via da casa 25 anni fa, non ho nulla ma sí, sono felice! Mangio tutti i giorni alla mensa della Caritas, fortunatamente mi riesco a lavare e anche a dormire».

 

Dentro di me ero senza parole: lui non avendo nulla era felice, io pur avendo tutto non riesco ad esserlo.

 

Continuo il dialogo chiedendogli il perché di questa felicità e lui mi risponde dicendomi:

 

«Credo in Dio e amo il mio Dio».

 

A queste sue parole crollo emotivamente, può sembrare impossibile ma attraverso i suoi occhi e il suo sorriso sono riuscito a vedere il Signore, a contemplare come si fa piccolo tra i piccoli, ho riconosciuto attraverso il suo sguardo che Dio è amore.

 

Ancor oggi ho davanti agli occhi e stampato nel mio cuore il sorriso con cui quest’uomo annunciava il suo Dio (perché musulmano) e lodava e ringraziava anche il nostro Dio.

Immagino che anche stasera sei seduto su quella panchina a leggere e vedere scorrere le notizie e sento che desidero dirti: «GRAZIE!»

 

Ti ringrazio perché mi hai fatto capire come è importante e sacro il dono della vita, com’è importante il dono della famiglia dove tu, caro amico algerino, non vuoi tornare per non disturbare i tuoi fratelli; ti ringrazio per come sei riuscito a farmi sentire vivo Dio nel mio cuore, ma soprattutto ti ringrazio perché mi hai permesso di ascoltarti facendomi capire ancora di più che Dio non smette mai di stupirmi e facendo vedere al mio cuore, in un tempo così difficile, che l’Amore vince sempre.

 

Mi sono reso conto che solo ieri sera ho compreso il vero significato dell’evangelizzare: vedere l’amore vincere mettendo il cuore in una posizione d’ascolto profondo dell’altro, rimanendo docile all’azione dello Spirito Santo.

 

 

 


Simona Atzori...la ballerina che va incontro alla felicità

 18 giugno ricorrenza nascita Simona Atzori 

 

 

«Dio mi ha disegnato senza braccia E io ballo per lui»

 

 Lucia Bellaspiga

 

 

 

La guardi parlare, sprofondata tra i cuscini del divano, e tuo malgrado ti trovi a fissare le sue braccia (o sono gambe?), il gesticolare delle mani affusolate (o sono i piedi?), l’agile movimento delle dita mentre sfoglia le pagine del suo libro e trova la pagina che cercava: «Ecco qui. È il punto in cui racconto che il 18 giugno del 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano mentre decidono non di "accettarmi" ma di accogliermi con gioia infinita: sapersi amati fa assolutamente la differenza». Simona Atzori ha ormai calcato i palcoscenici del mondo, è volata sulle punte con l’étoile della Scala al "Roberto Bolle and Friends", è stata Ambasciatrice della danza nel Giubileo del 2000, ha aperto le Paraolimpiadi invernali del 2006 e oggi porta in giro per l’Italia "Me", il primo spettacolo realizzato interamente da lei, insieme alla sua compagnia "Simonarte Dance Company" e ai ballerini della Scala di Milano. Ma per molti resta prima di tutto "la danzatrice nata senza braccia". «Sono rimaste in cielo», annuisce serena. Intorno a lei, ballerina e pittrice, i grandi quadri accatastati al suolo, pronti a partire per la prossima mostra.Parla rilassata, a "braccia" conserte, le "mani" sul grembo, poi le scioglie e le poggia a terra, dove diventano magicamente i suoi piedi. Di nuovo solleva un piede, lo porta alla testa e con eleganza sinuosa si ravvia i lunghi capelli ricci... Simona, sono più le tue braccia o le tue gambe? Come le senti?Domanda interessante (ride), non ci avevo mai pensato. Credo che per la maggior parte del tempo siano braccia. Sono vissuta qualche anno in Canada, dove mi sono laureata, e lì mi dicevano che ero proprio un’italiana da quanto gesticolavo. La sintesi perfetta avviene quando guido, un piede su freno o acceleratore, l’altra "mano" sul volante.Come reagirono i tuoi genitori, Tonina e Vitalino, alla tua nascita?Allora non c’era l’ecografia, fui una bella sorpresa, non c’è che dire. I primi due parti per mia mamma erano andati male, per questo mia sorella, la sua terza gravidanza, è stata chiamata Gioia. Poi sono arrivata io e mia madre aveva il terrore di perdere anche me. Quando si è svegliata dal cesareo e ha visto i volti cupi degli infermieri, che non le lasciavano vedere la sua bambina, è stata malissimo. Poi ha saputo che invece ero sana e salva, soltanto mi mancavano le braccia. Mamma e papà si sono abbracciati e hanno subito deciso il da farsi: mi avrebbero insegnato a prendere il ciuccio con i piedini. Già prima che io nascessi, mia madre sognava per me che io diventassi ballerina, mi aveva dentro e già immaginava di vedermi volare sul palcoscenico: il suo primo pensiero è stato la chiave della nostra vita, la sua positività ha dato a tutti noi il segreto della felicità.. L’essere ballerina, e quindi snodata, ti ha aiutato a vivere?La danza mi ha anche aiutata dal punto di vista fisico, è vero, ma non l’ho scelta io, è lei che ha scelto me, così come la pittura, ed entrambe le arti mi permettono di esprimere tutto il mio mondo interiore.Ora però con "Cosa ti manca per essere felice?" sei anche scrittrice.Il titolo del libro è la domanda che faccio sempre agli altri. A me non è mancato nulla, nella mia vita non ho avuto scuse né alibi, allora alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime apparenti difficoltà, di non scoraggiarsi mai perché, anche se ti manca qualcosa, puoi comunque essere felice. Di fronte alla foto di copertina, spesso la gente non si accorge che non ci sono le braccia e questo significa una cosa importante: nella vita bisogna guardare quello che c’è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa, tanto, manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola: l’esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore il dolore è più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.Qual è il tuo messaggio?La vita è un dono straordinario e non va sprecata. Io tengo incontri motivazionali in aziende, banche e scuole e sempre cito Papa Giovanni Paolo II: «Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro». È una verità assolutamente concreta: quando hai un dono sei felice, prima di tutto, e poi vuoi adornarlo, farlo più bello, e questo cerco di fare anch’io. Quando narro la mia storia sembra che racconti una favola, e in effetti è la "mia" favola, è proprio uno spettacolo di vita. Ognuno di noi può fare questo, basta crederci, purché non a metà, crederci veramente. Non è facile, ma nulla è facile nella vita.Qual è il tuo rapporto con il Creatore?Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.Hai anche l’amore... Come lo hai riconosciuto in Andrea, il tuo fidanzato, istruttore di volo?L’amore è soprattutto l’uomo che gioisce dei tuoi successi e li condivide. Due strade parallele ma una crescita insieme. Perché non viene da dire che sei una disabile? Perché ti si conosce e si pensa "che fortuna ha avuto a nascere così"?Perché è vero. Che cosa significa disabile? Chi lo è e chi no? E colui che è sano, fino a quando lo sarà? Non è questo che conta, non certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si scopre il senso della vita, come testimoniava Ambrogio Fogar e come racconta Mario Melazzini, il medico malato di Sla. Per molti questo è incomprensibile, perché guardano l’avere e il fare anziché l’essere.Potessi chiedere al Signore le tue braccia, lo faresti?In Kenya ho danzato per carcerati, malati di Aids e bambini di strada e mi hanno fatto la stessa domanda. Ti rispondo come a loro: se fossi nata con le braccia, tu ora non staresti parlando con me, ma con un’altra persona. E io amo Simona.


Vita di Simona Atzori

 

Ballerina e pittrice nata senza le braccia, nel 2001 si è laureata in Arti visive presso la University of Western Ontario a London, in Canada. Nel 2006 ha danzato alla cerimonia di apertura delle paralimpiadi di Torino e ha partecipato alla trasmissione Amore di Raffaella Carrà. Nel 2009 ha danzato durante due tappe del Roberto Bolle and friends. Nel 2010 è nata la SimonArte Dance company, che ha all’attivo tre produzioni in collaborazione con danzatori del Teatro alla Scala di Milano. Il 17 febbraio 2012 si è esibita nella coreografia di apertura della quarta serata del Festival di Sanremo. Nel 2014 ha danzato in Sala Nervi in Vaticano per Papa Francesco. Nel 2017 lo spettacolo Una stanza Viola è stato portato in scena al Festival dei due mondi di Spoleto. Ha pubblicato Cosa ti manca per essere felice? (Mondadori, 2011), Dopo di te (Mondadori, 2014), La strada nuova (Giunti, 2018).


Nadia Toffa...la giornalista dal sorriso di luce

10 giugno ricorrenza nascita Nadia Toffa

 

Nadia, ragazza di luce 

 

 Daniele Mencarelli

 

Ogni incontro è scoperta, ogni addio speranza

 

 

 

Non conoscevo personalmente Nadia Toffa, né ero uno spettatore del programma televisivo in cui lavorava. Eppure sono legato a lei. Ci unisce un fatto piccolo, da niente si direbbe, di quelli che di solito si dimenticano. Un incontro casuale. Ma di piccolo, negli incontri, c’è sempre poco, spesso la realtà parla una lingua che noi umani capiamo dopo parecchio tempo. Ho incontrato Nadia Toffa nel vagone ristorante di un Frecciarossa, al bancone del bar, in attesa, tutti e due, di un caffè. Abbiamo scambiato qualche parola, nulla d’importante, poi siamo rimasti in silenzio, ognuno alle prese con il suo bicchierino bollente da bere. Gli incontri, molte volte, non hanno bisogno di parole, basta lo sguardo e una curiosità viva. Basta vivere l’altro da noi per quello che è: una scoperta smisurata. Una cosa m’impressionò di Nadia, in ogni suo gesto, nella luce dei suoi occhi, c’era una sicurezza per me sconosciuta, emanava una forza da invidiare. Avevo accanto una creatura consapevole della sua vita, il suo sorriso era la conferma di una gioia sincera, vissuta senza vergogna come sempre si dovrebbe.

 

La bizzarria di questo incontro, diciamo così, è che io non sapevo che la ragazza che avevo a fianco non era una qualsiasi. Era una presentatrice televisiva. Era Nadia Toffa. Me lo comunicò mia moglie in un orecchio mentre io e lei ci salutavamo, ognuno diretto al suo vagone, al suo posto assegnato. Devo dire la verità: il suo nome e il suo lavoro non aggiunsero granché rispetto all’incontro, la bellezza stava altrove, nella forza che si portava dentro quella ragazza simpatica. La notizia della malattia ha mutato lo scenario, ha fatto scattare in me i soliti sbigottiti interrogativi che mi prendono di fronte all’esercizio del destino. Perché lei? Entro quale disegno si colloca la sua malattia? Le risposte non ci appartengono, come non ci appartiene l’enorme arazzo tratteggiato dal Mistero. Quello che ho potuto è sentirmi vicino a Nadia, di una vicinanza profonda e silenziosa, perché per essere accanto al destino di un altro essere umano non servono risposte, tantomeno palesarci attraverso una presenza scritta ed esibita.

 

La mia umanità non passa attraverso un post, o un tweet, semmai si porta nel petto con le parole della preghiera, almeno ci prova. Attraverso i media, nel corso dei mesi ho visto Nadia sfiorire, come accade a chi è provato dalla malattia, ma quella luce di gioia sincera e spavalda è rimasta integra nei suoi occhi di giovane donna. Quel giorno di qualche anno fa, su un Frecciarossa in viaggio, io non ho riconosciuto una presentatrice televisiva, ma ho semplicemente incontrato una ragazza della mia età abbracciata alla sua vita. Vita che, oggi, in maniera prematura e dolorosa, Nadia non vive più su questa terra. Come gli uomini di tutti i secoli passati e futuri, ora Nadia ci guarda dalla riva opposta, e ci sorride, in attesa del giorno in cui tutti torneremo a essere Uno.


L'abbraccio più grande. 

 

Nadia Toffa e la fede: così imparò a vivere per saper morire

 

Maurizio Patriciello

 

 

 

«Voglio imparare. Il tempo stringe e io debbo imparare. Imparare a vivere per saper poi morire». Nella vita non sempre ci rendiamo conto dell’importanza del dover imparare a vivere. Si vive e basta. Un fatto scontato, istintivo, naturale. E questo è grande errore. Sono passati pochi giorni dalla morte di Nadia Toffa, la giornalista e conduttrice tv bresciana, che ha scosso l’Italia. In tanti ci siamo chiesti il perché. Qualcuno, grossolanamente, ha liquidato la faccenda parlando di una sorta di reazione emotiva. Le emozioni hanno la loro importanza, non c’è dubbio, ma da sole dicono ben poco.

 

La parabola di Nadia Toffa – discendente secondo una logica solo umana; ascendente secondo la logica di Dio – inizia da lontano, da quando per le prime volte la vedemmo affacciarsi sullo schermo. Una ragazza bella, slanciata, cocciuta, intraprendente. Schietta, brava, coraggiosa. I più giovani si specchiavano in lei, magari con un pizzico di benevola invidia. I più anziani la consideravano alla stregua di una figlia da proteggere. Una giovane destinata al successo, Nadia. Simpatica, brava, coinvolgente. Sarebbe arrivata lontano. Una mattina, come un fulmine a ciel sereno, in un albergo di Trieste, perse i sensi. Sarebbe stata lei stessa, mesi dopo, a confessare di avere il cancro. I telespettatori rimasero sconcertati.

 

Cancro, parrucca, chemio, sono parole da esorcizzare, lei invece ne parlava con serenità. Era finta, calcolata, per chissà quali scopi quella serenità, o faceva sul serio quella giovane giornalista? No, Nadia, non stava barando, non era capace di barare. In lei si specchiarono migliaia di ammalati di cancro, i loro parenti, i loro amici. E ancora una volta, Nadia accettò di diventare la portavoce dei malati. Un popolo al quale non sempre i cosiddetti sani assicurano la giusta comprensione e i diritti cui hanno diritto.

 

Nadia capì che le veniva chiesto molto perché molto le era stato dato. Accolse come una sorta di "vocazione" il male che l’affliggeva e dal quale fece di tutto per guarire. Intanto, però, da quel male si lasciava ammaestrare. Nulla doveva andare perduto. Dalla sofferenza imparava. E le giornate, quando il dolore le dava tregua, le sembrarono più lunghe, le sere più dolci, il cielo più azzurro, gli amici più cari. Imparò che tutto viene da Dio. E gridò al mondo la sua fede. «Dio non è cattivo, credetemi, Dio non è cattivo». Nadia, inchiodata in un letto di dolore, stava evangelizzando il dolore.

 

Con Dio iniziò a dialogare e litigare, come sapeva fare lei, cocciuta, ma mai cattiva. E comprese che la preghiera, da noi cristiani tante volte trascurata quando la vita ci sorride, era un "abbraccio". L’abbraccio caldo e rassicurante di Dio alla sua creatura. E volle comunicare ai fratelli in umanità la scoperta fatta. Imparava a vivere, Nadia. O, meglio, andava perfezionando la lezione iniziata tanti anni prima. Imparò ad amare la vita anche nei giorni del dolore. Capì che la Nadia di un tempo andava sfiorendo, non sarebbe tornata più. Ma non ne fece un dramma.

 

Con lei ho avuto un rapporto limpido, onesto, discreto, che si è andato intensificando negli ultimi mesi. «Continuo la chemio e non mollo. Sorrido e accetto tutto quello che Dio ha disegnato per me. Porto nostro Signore nel cuore e vedremo cosa deciderà per me. Porgo la mia anima vicino al suo immenso cuore. Grazie di esistere, padre. Le voglio bene».

 

Per gli auguri di Natale, le scrissi: «Nasconditi, Nadia sempre cara, come un uccellino, nelle fenditure della Roccia. La tempesta, il freddo, la neve, il gelo, le raffiche di vento, nulla potranno contro la Roccia che ti ripara. Lasciati cullare come un bambino sul seno della mamma. Non opporre resistenza. Dio è più grande del nostro povero cuore. Ti ama. Sei sua. Gli appartieni. Ti brama. In questa certezza, riposa». Poche ore dopo, la brillante giornalista, chiamandomi per la prima volta col solo nome di battesimo, rispondeva: «Grazie, Maurizio. Mi metterò al riparo tra le sue braccia. Io non ho paura per me ma per la mia cara mamma».

 

 

Papa Paolo VI, bresciano come lei, ci disse che «il mondo, oggi, non ha bisogno di maestri ma di testimoni». Nadia Toffa lo è stata. Per questo l’Italia intera ha pianto la sua morte e continua a volerle bene.


Nella foto Nadia con la mamma che assieme alla sua famiglia curano la Fondazione a lei dedicata

 

Vita di Nadia 

Nadia Toffa è nata a Brescia nel 1979.

Dopo quattro anni di gavetta nella televisione locale della sua città, Retebrescia, nel 2009 diventa un’inviata del programma televisivo “Le Iene”, per cui ha condotto inchieste coraggiose su temi difficili e scabrosi, senza mai tirarsi indietro. Le inchieste più importanti che ha realizzato riguardano le truffe ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, la proliferazione delle sale slot in Italia, la pedofilia online, la diffusione dell’HIV, allo smaltimento illegale dei rifiuti in Campania per mano della camorra, al crescente tasso di tumori nel “triangolo della morte” tra Napoli e Caserta e nella “terra dei veleni” a Crotone, alla prostituzione minorile.

Nell’autunno del 2015 è alla guida del talk show “Open space”, in prima serata su Italia 1 e nello stesso anno vince il premio Internazionale Ischia di Giornalismo come migliore giornalista televisiva per un coraggioso servizio sulle donne rapite dall’Isis.

Dal 2017 lottava con il cancro non nascondendo la malattia, anzi raccontandola come “occasione di rinascita” e motivo di speranza, infondendo coraggio a tanti malati.

Nel 2018 vince il Premio Giornalistico Internazionale Marco Lucchetta per un’inchiesta sulla prostituzione minorile a Bari e le è stata conferita la cittadinanza onoraria di Taranto, per il supporto nella raccolta fondi a favore del reparto di oncologia pediatrica.

Ha pubblicato nel 2014 il libro “Quando il gioco si fa duro” (Rizzoli), sul fenomeno dell’azzardopatia in Italia, nel 2018 “Fiorire d’inverno” (Mondadori), sulla sua malattia e nel 2019 è uscito postumo “Non fate i bravi” una raccolta di testi inediti da lei scritti nei suoi ultimi mesi di vita.

Si è spenta dopo una lunga battaglia il 13 agosto 2019.

Dopo la sua morte grazie a una petizione spontanea online che ha raccolto più di centomila firme, è stato deciso che il reparto di oncoematologia pediatrica dell’Ospedale Santissima Annunziata di Taranto porterà il suo nome.

 

Nel dicembre 2019 nasce la Fondazione Nadia Toffa e Brescia le tributa il più alto riconoscimento della città: il Grosso D’Oro.


80 anni di Repubblica e di voto alle donne

«I valori della Costituzione vivono nell’azione di quanti si pongono al servizio della collettività»

 

Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella

 

"Il 2 giugno 1946, il voto del popolo italiano segnò - dopo il ventennio fascista, la tragedia bellica, la lotta di Liberazione - una svolta nella storia del Paese, ponendo le basi per edificare, sulle solide fondamenta della Costituzione, un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una intensa sete di pace.

La Repubblica nacque da un corale e sincero esercizio di democrazia.

Il voto alle donne è stata una rivoluzione. Abbattere ostacoli che limitano le loro potenzialità"


Madri costituenti, le ventuno che hanno fatto l'Italia

 

Rossana Sisti

 

 

 

 

Le cronache dell’epoca ne parlavano come la biondissima o l’angelo biondo, neanche fosse una vamp da avanspettacolo. Invece Bianca Bianchi, classe 1914, laurea in pedagogia e Filosofia a Firenze, era una delle deputate più preparate passate da Montecitorio, una delle 21 donne, per anni invisibili alla Storia del nostro Paese, elette alla Costituente il 2 giugno 1946. Alle elezioni ottenne il doppio dei voti del capolista Sandro Pertini. Con lei c’era anche Teresa Mattei, per tutti Chicchi, nome di battaglia da partigiana, genovese era la più giovane ma non la meno coraggiosa. A 17 anni quando le leggi razziali esclusero le sue compagne ebree dal liceo urlò in faccia a un insegnate quanto fosse vergognosa quell’ingiustizia e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. A Montecitorio fu nominata segretaria dell’Ufficio di Presidenza. C’era anche Angelina Merlin, maestra di professione, che fu tra i Settantacinque della Commissione incaricata di scrivere il testo della Costituzione. Strenue le sue battaglie per la definizione dei diritti civili e politici e per l’uguaglianza di tutti i cittadini, contro la schiavizzazione delle donne. E c’erano anche Laura Bianchini, cattolica, giornalista e insegnante, partigiana, che sostenne con forza l’articolo 33, per la parità tra scuola pubblica e privata, e Angela Maria Guidi, che nel ’51 sarebbe diventata la prima donna a far parte di un governo, come sottosegretaria al Ministero dell’Industria e Commercio. Tutte e 21 erano arrivate a Montecitorio con le prime elezioni libere dopo il ventennio di dittatura fascista, quelle storiche in cui le donne avevano ottenuto il diritto di poter votare ma anche di essere elette. Erano un piccolo manipolo (solo 21 donne dei 556 membri che entravano per la prima volta all’Assemblea) ma aprivano un nuovo scenario, una rivoluzione nello schema tutto maschile della politica. La loro diversità di provenienza, età, estrazione sociale, istruzione e ideali politici fu una ricchezza per il Paese e per la scrittura stessa della Costituzione. Di ciascuna di loro Valeria De Cubellis e Margherita Madeo hanno raccolto la storia in questo libro Libere per Costituzione. Le 21 donne che hanno fatto l’Italia (Salani; 15,90 euro), illustrato da Serena Riglietti e una prefazione di Benedetta Tobagi. Pagine che rappresentano un risarcimento alla loro memoria e alla Storia che per anni le ha dimenticate oltre che alla loro vita impegnata nella Resistenza contro il fascismo e per i diritti delle donne. Senza di loro la nostra Costituzione sarebbe stata imperfetta. Per questo raccontarle oggi rappresenta un regalo per le ragazze e i ragazzi cui tocca l’impegno di continuare a rendere questo Paese migliore di come lo erediteranno.


«Vi raccontiamo le nostre madri, tra le 21 donne che fecero la Repubblica»

 

 Diego Motta

 

Ottant’anni fa le donne furono chiamate per la prima volta ai seggi: si decideva il futuro dell’Italia dopo il fascismo.

 

Parlano le figlie di Nadia Gallico Spano e di Angiola Minella: «La cosa più bella era vederle discutere, cercando di fare sintesi da posizioni opposte»

 

 

Chiara Spano è cresciuta a pane e politica. Era figlia di Nadia Gallico Spano, parlamentare del Partito comunista italiano, e di Velio Spano, per quattro legislature senatore del Pci. Ha avuto una madre e un padre costituenti, eletti tra i 556 dell’Assemblea che poi scrissero la Costituzione. «Anche la famiglia era come un partito: era missione, era servizio, era tutto» dice oggi, nei giorni che precedono il 2 giugno. Tra telefonate, iniziative, mostre commemorative, è un periodo impegnativo per Chiara, nata nel 1941, seconda di tre figlie. Chiara ha una memoria incredibile, fatta di luoghi e momenti cruciali di quella straordinaria primavera italiana. «Il 30 maggio 1946, tre giorni prima della consultazione tra Monarchia e Repubblica, andammo con mamma al comizio finale della campagna elettorale del partito» spiega Spano. «Era una festa campestre, partecipavano migliaia di persone. Ricordo che all’improvviso lei venne chiamata sul palco, in quanto responsabile femminile del Pci. Ovviamente non l’avevano avvisata. Palmiro Togliatti in persona le chiese di fare un piccolo saluto. E lei eseguì». Tornare oggi al racconto di quei tempi significa portare alla luce storie dimenticate, fatte di ideali e di democrazia. «Mamma conservò a lungo rapporti importanti con tutte le donne costituenti, a partire dalle donne dc. Nonostante la diversa appartenenza partitica, si respirava chiaramente la volontà di comporre i dissidi tra le varie componenti. Si cercava di fare sintesi ad ogni costo, anche con difficoltà». Tra le compagne di viaggio di allora, c’era anche Angiola Minella, torinese, la cui storia è stata raccontata in un libro di Cristina Ricci, “Quando le donne firmarono il futuro”, edito da Graphot. «La mamma resta sempre la mamma e io l’ho apprezzata sempre di più con il tempo» ricorda Laura Molinari, figlia di Angiola Minella.

 

 

 

Bisogna entrare in quegli anni per capire cos’era il fascismo e cosa volle dire liberarsene. «Mamma frequentava il liceo D’Azeglio con l’avvocato Gianni Agnelli, quando improvvisamente la dittatura la costrinse a fuggire dalla città, dopo l’attentato fascista di cui fu vittima il padre. Fu prima crocerossina, poi partigiana. Il 25 aprile e il 2 giugno hanno cambiato il Paese. Quanto alle donne - conferma Laura Molinari - c’era molta solidarietà tra le 21 madri costituenti, un’unità d’intenti che durò anche dopo quell’esperienza». Da bambine e da ragazze, si cresceva in fretta. «A Roma ci muovevamo da sole, io e mia sorella, eravamo piccole ma sveglie» riprende Chiara Spano. La mensa con minestra a Sant’Andrea Della Valle, i giochi in Piazza Navona con Gianni Rodari, le prime chiacchierate a base di antifascismo e politica in casa. «Negli anni Cinquanta si parlava sempre di Nato, del trattato Euratom, della cosiddetta “legge truffa”». Poi gli incarichi e gli spostamenti di famiglia: VelioSpano diventa segretario regionale del partito in Sardegna, Nadia Gallico fa avanti e indietro dall’isola al continente con la figlia piccola per i suoi impegni parlamentari. «Si discuteva molto, anche tra noi donne, ma la cosa più bella era sentire i miei genitori confrontarsi alla pari, consultarsi, se necessario criticare l’operato l’uno dell’altro, ma sempre con grande civiltà e rispetto».

 

 

 

L’Italia dell’epoca era ancora un progetto in embrione e la situazione economica e sociale per chi era uscito dal secondo conflitto mondiale si presentava complicata. «Si faceva politica casa per casa e, quando c’erano i comizi, mia madre parlava nelle piazze senza paura davanti a una platea in grande maggioranza maschile: alcune signore ascoltavano nascoste da dietro le finestre, perché i mariti non le facevano uscire». La scelta a favore della Repubblica, contro la Monarchia, fu una diretta conseguenza della voglia di democrazia. «Ci insegnarono una canzoncina prima del referendum: “un, due, tre, abbasso il re”. Eravamo già educati, da bambini, ma non ci volle molto a condividere quelle idee una volta diventate grandi, sapendo delle nefandezze compiute dai fascisti». E le donne furono fondamentali, benché largamente minoritarie. «Già allora portavano nei palazzi della Repubblica le virtù dell’ascolto e della mediazione - sottolinea Laura Molinari -. Virtù che via via sono emerse nel tempo, anche se per raggiungere la parità effettiva con l’uomo, la strada resta molto lunga».


La pazienza delle donne: breve storia del diritto di voto

 

 

Anita Prati

 

 

Ricorre quest’anno l’ottantesimo anniversario di tre eventi fondamentali per la storia della nostra democrazia: il referendum istituzionale Monarchia-Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente e l’estensione del suffragio universale alle donne.

 

Ottant’anni possono sembrare un tempo ragguardevole, tale da farci pensare che la conquista dell’autonomia e della capacità giuridica da parte delle donne oggi, perlomeno in Italia, non possa più in alcun modo essere messa in discussione. Ma se raffrontiamo questa manciata di decenni con tutti gli interminabili secoli durante i quali è stato normale considerare le donne come un genere subordinato e incapace di autonomia nel pensiero e nelle decisioni, possiamo renderci conto di quanto sia faticoso, in realtà, liberarsi in modo definitivo dalle resistenze sedimentate nella struttura profonda delle rappresentazioni sociali.

 

Fare memoria dei passaggi fondativi della nostra storia democratica non è, allora, solo un modo per celebrare delle ricorrenze significative, ma può diventare un antidoto contro i rigurgiti violenti di cui quella struttura profonda tuttora dà prova, incapace com’è di pensare davvero le donne come soggette di diritti su un piano di vera e totale parità.

 

La conquista del diritto all’elettorato attivo e passivo si è snodato, per le donne, attraverso impegnativi e tortuosi percorsi in cui a momenti di progresso e avanzamento si sono succeduti lunghi periodi di stasi e arretramento. Per rendersi conto di quanto tenero e fragile sia il germoglio dei diritti delle donne, cresciuto sulla ancor giovane pianticella della democrazia, vale la pena ripercorrere brevemente le tappe che, attraverso lunghissimi decenni, hanno portato le donne a divenire consapevoli dei propri diritti e a mettere in atto le azioni necessarie per rivendicarli.

 

Breve storia del diritto di voto

Come punto di partenza di questo percorso possiamo considerare la stagione delle riforme illuministiche; in particolare, per quanto riguarda l’Italia settentrionale, l’azione di governo dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780), duchessa regnante di Mantova e Milano e di Parma e Piacenza e granduchessa di Toscana, che introdusse rilevanti cambiamenti nell’organizzazione del sistema dell’istruzione e del sistema amministrativo.

 

L’obiettivo di togliere il popolo dall’ignoranza, tanto caro a Maria Teresa, la portò a prevedere l’istruzione primaria obbligatoria fino a 12 anni. L’obbligo non faceva distinzione di sesso: riconoscere anche alle bambine la possibilità di studiare significava riconoscere l’importanza e la dignità di un percorso di formazione femminile realizzato attraverso l’accesso ad una forma strutturata e non estemporanea di educazione – un passo molto significativo nella prospettiva di lungo periodo dell’emancipazione femminile.

 

La riforma del catasto, con il censimento dei terreni pubblici e privati al fine di una maggiore equità nella ripartizione dei carichi fiscali, e la modernizzazione del sistema economico, che considerava le donne come parte integrante della forza produttiva, portò al riconoscimento dei diritti patrimoniali per le donne.

 

Nei territori soggetti alla dominazione asburgica, la rappresentanza veniva stabilita in base al censo. In alcune peculiari situazioni le donne proprietarie terriere, amministratrici dei propri beni, solitamente in stato di vedovanza, potevano esprimere una preferenza elettorale a livello di amministrazioni comunali, per quanto non direttamente ma attraverso la figura di un tutore o una procura. Si trattava di elettorato attivo e non passivo, limitato per altro a casi isolati ed eccezionali. Ma tanto bastava per creare un pericoloso precedente.

 

La Petizione n. 12217 del 18 giugno 1868

L’unificazione d’Italia e l’adozione del nuovo Codice civile, detto Codice Pisanelli dal nome del ministro di Grazia e Giustizia, segnò una retrocessione delle donne rispetto ai diritti patrimoniali riconosciuti loro durante l’impero di Maria Teresa. Il codice Pisanelli, nel tentativo di armonizzare gli statuti presenti nei regni preunitari, tenne come riferimento primo il Codice napoleonico, che metteva la donna sposata in una condizione di totale subordinazione nei confronti del marito: l’autorizzazione maritale impediva alle donne di assumere autonomamente qualsivoglia decisione, anche nei confronti del proprio patrimonio personale.

 

Le donne, parificate agli incapaci, ai sensi dell’articolo 134 del codice Pisanelli non potevano «donare, alienare beni immobili, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito».

 

Mentre le norme dell’Italia unita rimettevano in discussione la titolarità di diritti acquisiti, diverse voci iniziarono a levarsi a sostegno della causa dell’emancipazione femminile. Nel 1868, alcune donne del Veneto e della Lombardia presentarono una petizione al Parlamento del Regno (Petizione n. 12217 del 18/06/1868), protestando contro l’esclusione dal diritto di rappresentanza nelle amministrazioni locali e chiedendo che venissero riconfermati i medesimi diritti che erano loro stati garantiti nel corso della dominazione austriaca.

 

Qualcosa si muove

In quegli stessi anni il deputato mazziniano Salvatore Morelli, che nel 1861 aveva dato alle stampe un libro di carattere sistematico sui diritti delle donne, dal titolo La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale, presentò una proposta di legge dal titolo emblematico: Per lo scopo di abolire la schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna accordando alla donna italiana i diritti civili e politici che si esercitano dagli altri cittadini del Regno.

 

Ma il progetto sulla reintegrazione giuridica della donna che, primo in Europa, proponeva il riconoscimento dei diritti civili e politici delle donne italiane, non fu neppure ammesso alla lettura.

 

Una decina di anni più tardi, nel 1877, Anna Maria Mozzoni, una delle figure più importanti della vita politica italiana e internazionale fra Otto e Novecento, rifacendosi alle esperienze delle donne inglesi, francesi e statunitensi, presentò una petizione al governo per chiedere il voto femminile. La petizione venne bocciata, ma la Mozzoni non si arrese e per tutta la vita continuò a lavorare per la concessione del voto alle donne. Nel maggio del 1906 presentò un’ultima petizione, che venne presa in considerazione in Parlamento solo a febbraio del 1907. Nel frattempo, però, era successo qualcosa di significativo.

 

La legislazione del Regno si era espressa in modo chiaro rispetto all’impossibilità delle donne di partecipare alle elezioni amministrative. La legge elettorale amministrativa del 17 marzo 1861 recitava esplicitamente: «non possono essere elettori e eleggibili analfabeti, donne, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti». Ma nulla era stato specificato riguardo alle elezioni politiche: la norma parlava genericamente di “regnicoli”, ossia degli abitanti del Regno, come elettori, senza entrare nello specifico del sesso, dando per scontato l’esclusione delle donne su base consuetudinaria. Non si sentiva la necessità di esplicitare che le donne erano escluse dal voto, perché che le donne potessero eleggere dei rappresentanti in parlamento era considerata cosa risibile e al di fuori di ogni possibile e logica comprensione.

 

Dal momento che la norma non esplicitava l’esclusione, iniziarono ad essere messe in atto dalle donne delle iniziative che intercettavano proprio questo gap legislativo. Nel febbraio del 1906 Maria Montessori pubblicò sul giornale La Vita un proclama con cui esortava le donne ad iscriversi nelle liste elettorali politiche:

 

Donne tutte: sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico.

 

L’articolo, diffuso in tutta Italia, spinse numerose donne, soprattutto maestre, a presentarsi agli uffici delle circoscrizioni elettorali per chiedere di essere ammesse alle liste per le votazioni. A Caltanissetta, Imola, Palermo, Venezia, Cagliari, Firenze, Brescia, Napoli, Torino, i ricorsi delle donne furono rigettati. Solo la Corte di Appello di Ancona, presieduta da Ludovico Mortara, il 25 luglio 1906 accolse la richiesta di inclusione nelle liste elettorali presentata da dieci maestre. Ma, nonostante questa vittoria a livello locale, la Corte di Cassazione di Roma a dicembre annullò la sentenza, ponendo una netta e definitiva (per allora…) parola di rifiuto in merito alla questione.

 

Lo scritto della Montessori ebbe come conseguenza il costituirsi di Comitati pro-suffragio femminile in tutta Italia. L’opinione pubblica si stava interessando al problema. La petizione al Parlamento presentata il 16 maggio 1906 dal Comitato pro-suffragio guidato da Anna Maria Mozzoni entrò nel dibattito parlamentare il 25 febbraio 1907, suscitando viva attenzione da parte degli onorevoli dell’una e dell’altra ala del Parlamento. I tempi erano maturi perché si costituisse una Commissione ministeriale allo scopo di capire se fosse possibile e utile concedere il voto alle donne.

 

La Commissione, dopo uno studio approfondito sulla situazione sociale del Paese, chiuse i suoi lavori con la decisione di non concedere alle donne né il voto amministrativo né quello politico.

 

Prima una guerra, poi un’altra

Ma poi ci pensò la Prima guerra mondiale a rimescolare di nuovo le carte. Le donne, divenute di fatto capifamiglia in assenza degli uomini al fronte, l’anno successivo alla fine del primo conflitto videro avviarsi in modo chiaro il percorso che avrebbe portato, attraverso i successivi decenni, al riconoscimento a termini di legge della completa parità tra i sessi. La legge Sacchi del 1919, relativa alle Norme circa la capacità giuridica della donna, non solo abolì il capestro dell’autorizzazione maritale, ma riconobbe che le donne erano abilitate «a pari titolo degli uomini» ad esercitare tutte le professioni e a coprire i pubblici impieghi. Restarono esclusi gli impieghi «giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato». Di strada da fare ne restava ancora molta. Di lì a poco, poi, arrivò il fascismo a bloccare tutti i piccoli passi in avanti compiuti fino ad allora dalle donne sulla strada della parità.

 

Ci fu poi, ancora una volta, la guerra, e questa volta le donne combatterono insieme agli uomini la guerra partigiana. Durante la piena emergenza dell’ultimo inverno del conflitto, con il Nord Italia occupato dai tedeschi e dai repubblichini, una riunione del Consiglio dei ministri discusse, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, la questione dell’estensione del diritto di voto alle donne. Era, ormai, allo stato delle cose, una questione inevitabile: le donne si erano conquistate sul campo questo diritto, lottando insieme agli uomini per liberare l’Italia dal fascismo, e agli uomini di governo non restava che sancire il dato di fatto a termini di legge.

 

E così il 1° febbraio 1945, il governo provvisorio Bonomi con Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 a firma di Umberto di Savoia, principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno, concesse il diritto di voto alle donne con più di 21 anni di età.

 

Si trattava solo di elettorato attivo, cioè del diritto di eleggere, non di essere elette. Sarà il Decreto legislativo luogotenenziale n. 1/1946, che fissava le norme per la ricostituzione delle amministrazioni comunali, ad aprire alle donne, a guerra ormai conclusa, anche l’elettorato passivo nelle elezioni amministrative. E così non solo le donne poterono partecipare a tutte e cinque le tornate elettorali che, nella primavera del 1946, fra il 10 marzo e il 7 aprile, coinvolsero la maggior parte – circa l’80% – dei comuni italiani, ma nelle tornate amministrative primaverili furono anche elette le prime sei sindache italiane. Bello e doveroso ricordarne i nomi: Ninetta Bartoli, Ada Natali, Margherita Sanna, Elena Tosetti, Lydia Toraldo Serra, Caterina Tufarelli Palumbo.

 

Sempre nel marzo di ottant’anni fa, il Decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo, che stabiliva le norme fondamentali per l’elezione dell’Assemblea Costituente italiana, estese alle donne maggiori di 25 anni il diritto ad essere lette nelle elezioni politiche, passaggio normativo decisivo per permettere alle donne di entrare attivamente nella vita politica della nascente repubblica.

 

 

Dei molti passi che ancora restavano da compiere sulla via della parità, un altro almeno era stato compiuto.


Maggio

 

Carissimi, in questo mese di maggio (23 maggio-Giornata della legalità, commemorazione della strage di Capaci del 23 maggio 1992) dedichiamo con piacere quest'area a figure speciali che hanno incarnanato e incarnano con la loro esistenza la Giustizia.

 

«La giustizia esiste? Molti lo negano, ma di fatto alcuni la ricercano e tale loro ricerca attesta la sua effettiva esistenza nella loro coscienza. Solo così si possono spiegare esistenze come quelle di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, e di tanti altri testimoni della giustizia. Percependo nella loro coscienza l’esistenza della giustizia ideale, essi incrementarono la giustizia reale. Il che ci fa comprendere come l’esistenza della giustizia ideale nel mondo interiore delle nostre coscienze contribuisca al realizzarsi della giustizia reale nel mondo. Al contrario, nessuno lotta per la giustizia reale senza essere convinto dell’esistenza della giustizia ideale, ma, come spesso purtroppo avviene, risolve ogni cosa tramite astuti espedienti legali, giochi dei rapporti di forza, calcolo delle convenienze personali».

 

Vito Mancuso 

 

 

 

«L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza».

 

Giovanni Falcone


Walter Tobagi...il giornalista che ha vissuto fino alla fine per la Verità

 

 La serenità di cuore di un cristiano attivo

 

di Giorgio Bagliani

Presidente «Centro d’azione culturale Walter Tobagi» di Milano

 

46 anni dall'uccisione di Walter Tobagi

 

La tragica fine della vita di Walter Tobagi, avvenuta il 28 maggio 1980, e la vicenda del Centro d’azione culturale, costituito nel novembre 1979 all’interno della comunità di Santa Maria del Rosario in Milano, sono significativamente interconnesse, tanto da essere un fatto non marginale, pur nel ristretto ambito in cui si è svolto lontano da risonanze mediatiche e comunque da ricordare in questo 40° anniversario dell’assassinio di Tobagi.

 

Walter Tobagi, già affermato inviato del Corriere della Sera, assiduamente presente con la famiglia all’Eucarestia domenicale, era stato invitato, all’inizio delle attività dell’anno pastorale 1978-1979, ad approfondire, nel corso dell’incontro con alcuni membri della comunità parrocchiale, quell’analisi del fenomeno “terrorismo” che con tanta chiarezza sviluppava sulla prima pagina del più letto quotidiano italiano.

 

Quella sera del 23 novembre 1978 eravamo un buon numero ad ascoltare la lucida esposizione del giovane giornalista, a 30 anni già presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, sulla “violenza”, un fenomeno che analizzava nella continua manifestazione di “fatto” sociale, politico e morale, un fenomeno sociologico che presentava forme e modalità molto diverse. Di notevole profondità e acutezza l’analisi di Tobagi del rapporto, nel contesto della “violenza”, tra immagine e realtà, dove l’immagine può in qualche modo creare la stessa realtà.

 

Il vivace e prolungato dibattito che ne è seguito, si è concentrato sulla posizione dei cristiani, a qualunque estrazione politica appartenessero, nello svilupparsi della vita della società e sulle responsabilità che loro derivavano.

 

A innescare il confronto tra le argomentazioni di Tobagi e di alcuni presenti era stato anche il recentissimo j’accuse di Alberto Moravia, riecheggiato su diversi organi di stampa, contro il cristianesimo, complice – a suo dire – con l’esaltazione del sacrificio della Croce, di un indiretto incitamento alla violenza come denuncerebbe la presenza di cattolici tra le fila di varie formazioni ultrà.

 

Pacata e storicamente documentata la posizione di Tobagi sul ruolo che svolgevano e che avrebbero dovuto svolgere i cattolici anche in relazione al rinnovato spirito del dialogo Chiesa-mondo che il Concilio Vaticano II aveva, ormai da oltre un decennio, avviato.

 

Una serata, quella del 23 novembre 1978, di nessun particolare risalto (un parrocchiano che metteva a disposizione della sua comunità, come faceva dalle colonne del Corriere, le sue considerazioni su un fenomeno tanto allarmante e incidente all’epoca sulla convivenza civile e sociale) aveva in effetti la singolarità di svolgersi mentre nella comunità di Santa Maria del Rosario, da qualche mese, stava concretandosi l’idea di costituire un Centro culturale con l’intento di dare alla comunità «uno strumento di analisi e sintesi della realtà nella quale vive, alla luce della Parola di Dio».

 

Il primo corso del Centro culturale iniziò il 23 novembre 1979, esattamente – singolare coincidenza – un anno dopo la nostra serata con Walter Tobagi.

 

Gli organizzatori del Centro culturale, nella programmazione dei primi due anni, avevano presente il tema che tanto appassionava Tobagi e l’apporto che avrebbe potuto dare nel moderare un intero corso di formazione culturale sulla “violenza”. E in questo senso i contatti maturati in quei mesi ci avevano assicurato la sua disponibilità a dirigere questo corso, programmato per l’autunno del 1980 alla ripresa dell’attività pastorale della comunità.

 

Il 28 maggio 1980 la “violenza”, quella “violenza” che aveva cercato di analizzare con sereno rigore, troncava la vita di Walter Tobagi. Aveva 33 anni.

 

Nel novembre 1980, anche per rendergli omaggio, iniziava il corso «Il problema della violenza», moderato dal filosofo Carmelo Vigna. Tra le numerose relazioni del corso va ricordata quella dello scrittore Giovanni Testori «La violenza dell’immagine» che ci richiamava il rapporto immagine-realtà, sviluppato da Tobagi nell’incontro del novembre 1978.

 

È proprio in occasione di quel corso che maturò l’idea, concretizzata all’inizio del 1981, di intitolare al nome di Walter Tobagi il nostro Centro culturale ai suoi primissimi passi di un’esperienza culturale di cristiani.

 

Questi gli scarni dati cronachistici dei due avvenimenti, ma le valenze ad essi sottesi sono di forte valore spirituale e culturale: un libro che si è aperto e abbiamo il dovere di tenere aperto e di alimentare. Alimentare attingendo a una eredità ricca della coerenza di una delicata professione, quella giornalistica, esercitata da Tobagi con rigore e trasparenza morale, gelosamente tutelati nonostante i gravissimi rischi personali dei quali era perfettamente cosciente. In sostanza Tobagi ha fatto cultura testimoniandola con la sua vita, sino al sacrificio della sua stessa vita.

 

In questi anni la nostra attività fatta nell’ambito di un Centro culturale che abbiamo voluto portasse il suo nome, ha aiutato a mantenere viva la sua figura, il suo pensiero, a mantenerlo vivo come testimone di lucida coerenza, modello di comportamento e di tenacia per tanti nostri giovani che affrontano oggi navigazioni in mari insidiosissimi.

 

E questo preciso desiderio di aiutare a mantenere vivo il senso profondo di una testimonianza ha avuto un confortante riconoscimento nelle parole pronunciate dal cardinale Carlo Maria Martini all’apertura del convegno del ventennale della nostra attività «La cultura della fede» che risentiamo ancora oggi con profonda commozione: «Anch’io non posso cominciare questo mio breve saluto se non ricordando, anche se la cosa mi commuove molto, quel maggio 1980, un momento drammatico quando venni qui per i funerali di Walter Tobagi. E ringrazio per il ricordo che ne vivo ancora oggi: a me rimane fortemente impresso il ricordo del dolore della gente, il dolore della famiglia, dei suoi, il dolore della città. Ed è bello che da tanto male sia venuto anche questo ricordo, questo approfondimento culturale nel quadro degli interessi, dell’ampiezza di vedute, della serenità di cuore di Walter Tobagi. Ringrazio voi che avete portato avanti questo Centro con tanta determinazione…».

 

Crediamo sia giunto il momento di far luce sulla figura di Tobagi, su quel tessuto di valori che hanno non solo ispirato la sua azione professionale, la difesa della minacciata libertà di espressione, ma che hanno soprattutto sorretto la sua coerente fermezza anche in presenza di segni, chiaramente da lui percepiti, di pericolo per la sua stessa vita, una vita che stava sviluppandosi nella più gioiosa pienezza accanto a una adorata sposa e a due figli in tenera età.

 

È legittimo chiederci se la sola preparazione scientifica dell’analisi storica, se l’acuta sensibilità nella pronta intuizione della concatenazione di quei tragici avvenimenti possano da sole consegnarci lo studioso Tobagi, il giornalista Tobagi?

 

O chiederci se per incontrare l’uomo Tobagi nella sua interezza e nella sua complessa umanità non si debba allargare l’obiettivo, non si debba avere il coraggio, l’onestà intellettuale di mettere in gioco anche il Tobagi “credente”, credente convinto?

 

Credente convinto come quando entrato ormai nella vita professionale ad Avvenire prima e al Corriere dopo, richiesto nell’estate del 1979 dal cardinale Giovanni Colombo di un commento alle bozze del «Catechismo per gli adulti», confidandosi con il collega Giuseppe Baiocchi, traeva spunto proprio da quel testo pastorale per soffermarsi sul significato etico che aveva sempre attribuito alla professione e a quei criteri deontologici ben condensabili nel duplice obiettivo da lui sempre perseguito di «voler capire e poter spiegare».

 

Credente convinto come quando – è sempre il collega Baiocchi a testimoniarlo – negli anni Sessanta, davanti agli angosciosi interrogativi aperti da una situazione difficilmente decifrabile, con una società in tumulto e una Chiesa che ricomponeva con fatica le tensioni del Concilio Vaticano II, con un’economia allo sbando e una politica paralizzata «Tobagi coltiva tuttavia la speranza davvero cristiana di cogliere e valorizzare le scintille di un cambiamento graduale, democratico e non violento».

 

 

Per questo riteniamo non solo legittimo, ma anche utile per illuminare le radici di tutto il suo pensiero, aprire un filone di indagine sulla spiritualità di Walter Tobagi.


WALTER TOBAGI: giornalista scomodo e credente.

 

Il 28 maggio del 1980 alle 11.10 viene ucciso a Milano, in via Salaino, il giornalista del Corriere della Sera, Walter Tobagi.

 

Un commando di giovani ragazzi, buona parte dei quali appartenenti a famiglie della Milano “bene”, gli spara a poca distanza da casa, mentre sta andando a piedi a prendere l’automobile per recarsi al giornale. Nel giro di poche ore, secondo il tragico rituale della lotta armata, l’assassinio viene rivendicato, attraverso un volantino, da una nuova sigla del terrorismo rosso: la “Brigata 28 marzo”.

 

Tobagi dopo Rossa, Moro, Alessandrini, Galli entra dunque nel mirino delle Brigate Rosse, che sembra vogliano colpire le persone più intelligenti e rigorose, capaci di comprendere e combattere il terrorismo nella sua vera natura, spesso testimoni di una fede cristiana integra.

In particolare Walter Tobagi si era distinto per la sua testimonianza di rigore professionale e di dedizione alla sua professione come strumento di ricerca della verità, al di sopra degli schemi ideologici e delle appartenenze puramente politiche.

 

 

In un articolo di Leo Valiani tratto da “Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti (1975-80)” leggiamo:

“Si voleva colpire in lui un difensore, coraggioso, tenace, nobile, della democrazia, un militante del movimento socialista, democratico dei lavoratori italiani, un militante che, per di più, si occupava seriamente dei problemi in questione, senza illudersi di poterli sublimare con la retorica. Si era in un clima da «guerra fredda» culturale, da crociata ideologica e Tobagi, da storico, non si lasciò arruolare, né di qua, né di là. Studiava, scriveva, pubblicava non per il successo di una parte, e neppure di una tesi, ma per la ricerca della verità. cercava non solo di scoprire chi erano i terroristi, ma altresì di conoscerli da vicino, di comprenderli. Sapeva e, diversamente dalla moda allora corrente, non cercava di nascondere che in maggioranza erano rossi e non neri (benché i neri non mancassero) senza, per questo, ricondurli genericamente al marxismo. Vedeva, inoltre, le circostanze specifiche del terrorismo italiano. Uno dei suoi assassini, rimesso troppo presto in libertà, dopo la condanna eccessivamente mite, ha confessato poco dopo: «se ci avessero fermati quando usavamo le spranghe di ferro, non saremmo arrivati a sparare per uccidere».”

Sempre Valiani ci racconta “Tobagi comincia a entrare anche sul terreno politico e sindacale dopo essersi ‘fatto le ossa’ sulle vicende del terrorismo di destra e di sinistra. (a quel tempo, nella stessa sinistra si manifestavano forti remore ad accettare un terrorismo rosso: tutto, infatti, veniva etichettato come «nero», più o meno mascherato; ogni gruppo che compiva attentati era «opera di fascisti e provocatori»). Tobagi aveva cominciato a invadere il terreno politico con analisi sui risultati elettorali del ‘72, nelle aree tradizionalmente di destra del sud; aveva scritto della rivolta di destra a Reggio Calabria con i «boia chi molla» di Ciccio Franco e scavava, con note e interviste nei congressi provinciali dei partiti e si divertiva a scrivere profili di Sandro Pertini e Pietro Nenni.”

 

Ancora in “Testimone scomodo. Walter Tobagi - Scritti scelti 1975-80”, a cura di Aldo Forbice, si legge: Il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa ha affermato che:

«Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera».

 

Tobagi aveva cercato di sfatare i luoghi comuni sulle Brigate Rosse e sugli altri gruppi armati, denunciando i pericoli di un radicamento del fenomeno terroristico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro.

«La sconfitta politica del terrorismo - scriveva Tobagi - passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato».

 

 

Forse è questa la chiave di lettura che contiene le risposte alle due inquietanti domande che il bel servizio di Minoli pone: "perché Tobagi" ed "era possibile fermare i terroristi?"


Magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo...più vivi che mai!

 

 Antonio Balsamo

 

 

La strage di Capaci 23 maggio 1992 , nella quale furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, è uno dei fatti più gravi della storia italiana. È rimasto scolpito nella memoria collettiva e ha segnato uno dei momenti più drammatici della strategia del terrorismo mafioso, ma anche un punto di svolta nella coscienza civile del Paese e nell’azione dello Stato contro la mafia.

 

Questa impresa criminosa, che per «Cosa Nostra» doveva rappresentare l’espressione della massima potenza, costituì, in realtà, l’inizio della fine di un’epoca nella quale la mafia dei «corleonesi» poteva contare su un solido rapporto di alleanza e cointeressenza con numerosi settori del mondo sociale, dell’economia e della politica.

 

Dopo la strage di Capaci, «Cosa Nostra» venne percepita dall’intero Paese, e dalla comunità internazionale, come un fenomeno criminale di stampo eversivo capace di colpire al cuore lo Stato italiano, e non più come una componente strutturale della società siciliana, una subcultura meridionale, una situazione locale con cui diversi ambienti esterni potevano pensare di convivere in una posizione di sostanziale neutralità o di malcelata indifferenza, interrotta da saltuarie spinte emozionali.

 

Più vivo che mai

Da quel giorno sono passati trent’anni, ma per tutti noi è come se fosse stato ieri.

 

Anzitutto, perché Giovanni Falcone oggi è più vivo che mai. Le sue idee, la sua visione anticipatrice sono alla base delle strategie più avanzate della comunità internazionale contro la criminalità organizzata, la corruzione e tutte quelle violazioni dei diritti umani che mettono a rischio i principi fondanti della democrazia e dello Stato di diritto.

 

Nell’ottobre 2020, a Vienna, la Conferenza dei 190 Stati che aderiscono alla Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale ha adottato la «risoluzione Falcone», un atto che mira a costruire una risposta comune ai più pericolosi fenomeni delittuosi sulla base del modello di intervento già sperimentato nel nostro Paese per la lotta alla mafia, e che viene adesso applicato a realtà emergenti come quelle dei reati in danno dell’ambiente e dell’uso delle tecnologie della comunicazione per scopi illeciti.

 

Il 5 e 6 maggio 2022, a Palermo, si è tenuta la Conferenza europea dei Procuratori, organizzata dal Consiglio d’Europa e dalla Procura Generale della Corte di Cassazione, che ha visto momenti di intensa commozione – come l’intervento del Procuratore Generale dell’Ucraina – e si è conclusa nell’aula bunker dove fu celebrato il maxiprocesso, con un intenso ricordo collettivo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, la cui esperienza è divenuta un grande messaggio di speranza per tutti quei popoli che oggi si trovano in una condizione analoga all’Italia di quegli anni.

 

Una lezione che non si può dimenticare

Ma, oltre a questa dimensione collettiva della memoria, ce n’è un’altra non meno importante, che fa parte dell’esperienza individuale di ciascuno.

 

Ognuno ha un ricordo, un sentimento, un pensiero legato al 23 maggio 1992. Per molti, da quel giorno, la vita non è stata più la stessa.

 

Per quelli della mia generazione che erano appena entrati in magistratura e svolgevano il tirocinio al Tribunale di Palermo, c’è un momento che non potremo mai dimenticare. Riguarda la prima volta in cui abbiamo indossato la toga, quell’abito che Piero Calamandrei definiva come la «veste simbolica del coraggio civile, dell’altruismo e della solidarietà umana» che unisce magistrati e avvocati.

 

Per noi, questa prima volta è stata in una notte, la notte del 24 maggio 1992, quando siamo andati a fare il picchetto davanti ai corpi straziati delle vittime della strage di Capaci, nella camera ardente al piano terreno del palazzo di giustizia di Palermo.

 

In quel momento tanti sentimenti si affollavano nel nostro animo: dolore, rabbia, allarme e preoccupazione per il futuro del Paese, ma anche una fortissima voglia di riscatto, un desiderio di riscrivere collettivamente la storia della nostra terra.

 

Ancora non sapevamo quanto quel giorno, in cui Giovanni Falcone e Francesca Morvillo erano morti, avrebbe inciso nella costruzione dell’identità della nostra generazione, e dell’identità collettiva di tutto il Paese. Lo avemmo capito soltanto anni dopo, ed è una lezione che non si può dimenticare.

 

Mai stanchi di chiedere

In quella notte, le vittime della strage non furono lasciate mai sole, neppure per un minuto. Tanti palermitani si fermavano in raccoglimento davanti a loro, a qualsiasi ora. C’erano anche alcune delle persone che avevano scatenato polemiche che avevano reso pesantemente travagliata l’ultima fase della vita di Giovanni Falcone. Io credo che anche loro, in quel momento, si siano resi conto della grandezza di questo eroe civile, e abbiano sentito il dovere di rendergli omaggio, a notte fonda, quando nessuno poteva vederli, e si sentivano quindi liberi di esprimere i loro sentimenti più veri.

 

Quella toga che ho indossato nella notte, mi era stata data da Sergio Lari, il magistrato cui ero affidato per il tirocinio alla Pretura Penale. Ventidue anni dopo, il 23 maggio 2014, ci saremmo ritrovati insieme a Caltanissetta, lui come pubblico ministero e io come giudice, nell’aula di udienza dove iniziava il nuovo processo sulla strage di Capaci. Un processo dove si toccava con mano l’ansia di verità che univa tutti, magistrati e avvocati.

 

Non dobbiamo mai stancarci di chiedere, di cercare incessantemente, la verità su questa fase della nostra Storia ancora coperta da troppe ombre, come il velo di oscurità che avvolge l’individuazione degli ambienti esterni presso i quali il vertice di Cosa Nostra effettuò una serie di sondaggi preventivi prima di dare avvio alla strategia stragista.

 

È un debito morale che tutti abbiamo verso chi ha amato la nostra terra così tanto da sacrificare la propria vita per far provare ai giovani quella «bellezza del fresco profumo della libertà» di cui parlava Paolo Borsellino, lasciando a tutto il Paese un’eredità morale che è una sfida continua per ciascuno di noi.

 

 


 

 Palermo 20 giugno 1992

 

Il discorso di PAOLO BORSELLINO alla Veglia per GIOVANNI FALCONE

 

 

 

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.

 

Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.

 

Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta [il pentito Tommaso Buscetta, ] egli mi disse: «La gente fa il tifo per noi». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa.

 

Questa stagione del «tifo per noi» sembrò durare poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per invocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottimali condizioni del suo lavoro. Per poter continuare a «dare». Per poter continuare ad «amare». Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Menzogna!

 

Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi.

 

La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta.

 

Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche.

 

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia.

 

Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

 

(Parole pronunciate alla Veglia per Giovanni Falcone, nella chiesa di San Domenico, a Palermo il 20 giugno 1992.)

 

 

 

 

PAOLO BORSELLINO PORTA IN SPALLA LA BARA DI GIOVANNI FALCONE, GLI RESTANO ANCORA CINQUANTACINQUE GIORNI.

 

Una pioggia violenta lava Palermo, il carro funebre è già scomparso fra i vicoli che scendono verso il mare. 

Neanche quando la sua vita è cambiata in una notte di maggio di tanti anni prima, il capitano di Monreale steso a terra e lui precipitato in un incubo. Dicono che è l’erede, l’ultimo testimone.

Ora è diventato anche il bersaglio. Ha poco tempo. Vuole parlare. Vuole indagare.

Sono in molti a tremare.

Forse aspettano un miracolo o un’altra bomba. Uomo di legge e di coraggio, siciliano di fibra forte, fino all’ultimo non si rassegna. Ha rabbia e orgoglio per non piegarsi nemmeno ai nemici più invisibili.

 

Si getta nel vuoto Paolo Borsellino, magistrato di Palermo, assassinato dall’esplosivo mafioso. Va incontro al suo destino accarezzando i figli, tenta disperatamente di sopravvivere fino a quella domenica afosa di mezza estate. Il 19 luglio del 1992. L’agenda rossa che ha sempre con sé non si troverà mai.

 

Attilio Bolzoni


Morvillo, non solo la signora Falcone ma toga per gli ultimi

 

Gianni Santamaria

 

 

 

Una donna in toga, tra le prime in Italia. Una magistrata minorile attenta all’importanza dell’educazione per togliere manovalanza alla mafia. Una donna sensibile che trova parole di conforto per mogli e madri degli uccisi dalla criminalità organizzata. Una ragazza di buona famiglia che per amore lascia il primo marito e si lega a una delle toghe più in vista e più nel mirino di Cosa Nostra. Fino a morire con lui. Tutto questo è stata Francesca Morvillo. Ma poco si sa ancora di lei. Ricordata sì a ogni anniversario della strage di Capaci, ma quasi relegata nell’ombra proiettata dall’illustre consorte. In questo trentesimo anniversario dell’attentato di Capaci l’interesse su di lei si è risvegliato. Ne è prova il libro di Felice Cavallaro Francesca. Storia di un amore in tempo di guerra( Solferino, pagine 304, euro 18,50). Il giornalista del Corriere della sera, esperto di mafia, inserisce il rapporto tra i due nel contesto più ampio della storia. I due si conoscono, infatti, nel 1979, anno in cui a Palermo matura «un terremoto all’interno del potere politico e nella relazioni sotterranee con la mafia», scrive Cavallaro. Una scia di morti che prosegue per anni: giornalisti, politici, magi-strati, poliziotti. Tanto che nell’estate dell’82 l’Ora, quotidiano nel quale Cavallaro ha esordito, raggiunta quota 100 omicidi, titola con un '1' seguito da due bocche di lupara a formare gli zeri. Al primo incontro, a Trapani, in casa di amici del marito di lei, ne seguono alcuni casuali, altri voluti. Lui le fa regali: una paperella di onice (oggetti che Falcone amava collezionare), poi un’altra, trovata sulla Fifth Avenue di New York. Poi Il nome della rosa. Lei gli aveva, infatti, suggerito di rilassarsi con un bel romanzo, quando lui le aveva detto di essersi letto le sue relazioni di lavoro, piene di proposte sull’importanza delle reti sociali per aiutare giovani e famiglie. Il corteggiamento, garbato ma insistente, va avanti e lei ne è turbata. Il fratello, magistrato nello stesso ufficio di Falcone, subodora qualcosa. Così come la collegaconfidente Silvana. Alla fine Francesca lascia il marito e inizia a costruire una vita (fatta di scorte, pericoli, ma anche momenti felici) con il suo Giovanni. Non facile per l’educanda con il cerchietto sui capelli che il padre, severo magistrato, non faceva uscire la sera perché troppo pericoloso. Per la maestra che andava a fare il doposcuola a quei ragazzi del Cep e dello Zen («quartieri nemmeno degni di un nome vero», commenta). Laureata in Giurisprudenza a soli 22 anni, concorso in magistratura nel 1968, anno della morte del padre, alla prima udienza indosserà la sua toga. Ritroverà i ragazzi difficili alla sbarra a parlare di genitori 'in villeggiatura', cioè in carcere all’Ucciardone. Ma non per questo vanno chiamati delinquenti, rimprovera a un agente al Malaspina, il carcere minorile dove esercita la sua attività. Dalle pagine emerge, insomma, la sua sensibilità sociale. Come in uno dei primi incontri con Falcone, nel 1980, al centro 'Arrupe', dove padre Ennio Pintacuda lancia il movimento 'Città per l’Uomo'. Lì con Giovanni parla di ragazzini spariti, probabili vittime di una mafia sempre più spietata. «Che mondo è?», dice. «È il tempo che ci è dato da vivere, diceva Aldo Moro », risponde lui. «E noi possiamo cambiarlo? », incalza Francesca. «Quien sabe. Ma ci possiamo provare. Insieme». A quell’«insieme» lei trasale. «Cioè?», chiede. «Tutti insieme», si affretta a precisare Falcone cercando di dissimulare che quell’«insieme» significava «noi due». Eppure quel «tutti insieme» e l’inespresso «noi due» andavano di pari passo. Perché la coppia per oltre un decennio ha condiviso l’impegno a resuscitare la speranza di tutti i «palermitani onesti» che un cartello del 1983, appena assassinato il generale Dalla Chiesa, aveva dichiarato morta. Lui conducendo le sue indagini internazionali al cuore dell’economia mafiosa e gestendo al meglio i primi pentiti. Lei cercando di aiutare i ragazzi vittime della mafia, anche se esecutori di crimini. Due modi diversi di togliere acqua a Cosa Nostra. La svolta nella loro vita arriva dopo l’ennesimo attentato, il 29 luglio 1983. In via Pipitone salta in aria il magistrato Rocco Chinnici. Al suo posto arriva Caponnetto. Il resto è storia del pool antimafia. Ma alla macrostoria il libro intreccia la narrazione di vicende private e intime. Dopo il fallito attentato dell’Addaura nel 1989, tornata in città, Francesca lascia un foglio, vergato tra le paperelle dello studio: «Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore». Vivi, entrambi, lo sono rimasti nel cuore di tutti.


Giovanni Falcone nei ricordi della sorella: voleva aiutare i deboli

 

 

Maria Vera Genchi

 

 

 

«Si vive una volta sola». Quando in famiglia gli chiedevano perché aveva accettato di far parte del pool antimafia, Giovanni Falcone rispondeva così.

 

Era un magistrato tutto d'un pezzo lui, credeva fermamente nelle istituzioni e con grande coraggio portò avanti il suo lavoro fino alla morte.

 

La sorella Maria racconta a Balarm com'era il magistrato da piccolo, nella vita quotidiana e familiare. «Serio, studioso, Giovanni era un fratello come tutti gli altri - ricorda - aveva tanti amici, faceva molto sport e stava spesso fuori casa».

 

L'infanzia, gli studi, le marachelle, Falcone era un tipo tosto già da bambino. «Da bambini andammo al cinema a vedere il film "Zorro" - racconta Maria Falcone - mio fratello si innamorò di questo supereroe che lottava per difendere i deboli contro i potenti. Si fece comprare da papà il costume: aveva lo spadino, il cappello, il mantello».

 

In quegli anni la famiglia Falcone abitava in via Castrofilippo, nel quartiere della Kalsa di Palermo. «Abitavamo in una casa molto bella con un salone rivestito di stoffa antica - continua Maria - un giorno fece il segno di zorro nel salone rovinando le pareti, immaginate le botte che prese dalla mamma».

 

Giovanni Falcone frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo (che poi, nel 1999 gli verrà intitolato), le medie alla "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I".

 

Era studioso, a scuola aveva la media dell'otto. Il pomeriggio frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva tanto tempo nell'oratorio della parrocchia, facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco.

 

Durante una delle tante partite di calcetto conobbe Paolo Borsellino, più piccolo di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'Università e poi in Magistratura.

 

In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con Tommaso Spadaro futuro "re della Kalsa", personaggio di spicco della malavita locale impegnato nel traffico di stupefacenti, oggi all'ergastolo per l'omicidio di Giuseppe Lo Baido.

 

«Il quartiere in cui siamo cresciuti era particolare - spiega Maria - nell'Ottocento vi si era sviluppata la vita della nobiltà palermitana, con palazzi antichi molto belli, poi c'era anche un contorno di casette: così si differenziavano i ceti sociali».

 

In quel periodo, nel quartiere bazzicava anche Tommaso Buscetta, esponente di spicco di cosa nostra ma anche primo grande pentito della storia dell'organizzazione, che rivelerà, proprio a Falcone, l'organigramma della mafia consentendo l'istituzione del reato di stampo mafioso, il 416 bis, che definisce l'appartenza all'organizzazione punendo i membri con la reclusione da dieci a quindici anni.

 

Dopo il liceo Giovanni si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia navale. Ma dopo neanche un anno, convinto che la vita militare non facesse per lui, Giovanni decise di tornare a Palermo per iscriversi a Giurisprudenza. In soli 6 anni diventò magistrato.

 

Così, quel ragazzo che amava il mare, le sigarette e aveva una forza di volontà fuori dal comune iniziò a servire lo Stato.

 

Iniziò come pretore a Lentini (Siracusa), poi a Trapani, dove rimase per 12 anni. Trasferito a Palermo, si occupò del processo al costruttore edile Rosario Spatola, accusato di associazione mafiosa.

 

L'ostinata ricerca della prova, le indagini patrimoniali e bancarie, le tracce lasciate dal denaro e il lavoro di squadra. Falcone creò in poco tempo un metodo investigativo diventato oggi modello nel mondo.

 

Insieme al pool antimafia, istruirà il primo maxiprocesso a Cosa nostra. L'eccezionale impegno di un manipolo di magistrati guidati da Falcone dopo anni di assoluzioni per insufficienza di prove portò alla sbarra 475 tra boss e gregari di cosa nostra e si concluse con 19 ergastoli e condanne a 2665 anni di carcere.

 

«Mio fratello ha dato la vita per la democrazia del nostro Paese.- sottolinea Maria Falcone - È importante ricordare la sua figura, soprattutto ai giovani».

 

 

La mafia purtroppo c'è ancora. Continua a fare i suoi affari soprattutto attraverso il traffico della droga e delle armi. Far capire ai giovani che un ruolo alla lotta alla mafia possono averlo anche loro è importante»


Don Pino Puglisi..."se ognuno fa qualcosa si può fare molto"

Vita di Don Pino Puglisi

 

Il piccolo prete chiamato "3P". nasce nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1937, figlio di un calzolaio e di una sarta, e viene ucciso dalla mafia nella stessa borgata il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno.

Entra nel seminario diocesano di Palermo nel 1953 e viene ordinato sacerdote dal Cardinale Ernesto Ruffini il 2 luglio 1960. Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del SS.mo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.

 

Nel 1967 è nominato) cappellano presso l’Istituto per orfani di lavoratori «Roosevelt» e vicario presso la parrocchia Maria SS.ma Assunta Valdesi. Sin da questi primi anni segue con attenzione i giovani e si interessa delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città.

 

Il primo ottobre 1970 viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo - segnato da una sanguinosa faida - dove rimane fino al 31 luglio 1978 riuscendo a riconciliare le famiglie con la forza del perdono.

In questi anni segue anche le battaglie socia­li di un’altra zona della periferia orientale della città, lo «Scaricatore». Il 9 agosto 1978 è nominato pro-rettore del Seminano minore di Palermo e il 24 novembre dell’anno seguente direttore del Centro Diocesano Vocazioni. Nel 1983 diventa responsabile del Centro Regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale. Agli studenti e ai giovani del Centro Diocesano Vocazioni ha dedicato con passione lunghi anni realizzando, attraverso una serie di “campi scuola”, un percorso formativo esemplare dal punto di vista pedagogico e cristiano. Don Giuseppe Puglisi è stato docente di matematica e poi di religione presso varie scuole.

 

Ha insegnato al liceo classico Vittorio Emanuele II a Palermo dal 78 al 93. Dal 23 aprile 1989 sino alla morte svolse il suo ministero sacerdotale presso la Casa Madonna dell’accoglienza dell’Opera Pia Card. E. Ruffini in favore di giovani donne e ragazze in difficoltà. Nel 1992 assume l’incarico di direttore spirituale nel Seminario Arcivescovile di Palermo. A Palermo e in Sicilia è stato tra gli animatori di numerosi movimenti tra cui Presenza del Vangelo, Azione Cattolica, Fuci, Equipe Notre Dame.

 

 

Il 29 settembre 1990 è nominato parroco della Parrocchia S. Gaetano di Brancaccio. L’annunzio di Gesù Cristo desiderava incarnarlo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana. La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede. Questa sua attività pastorale come è stato ricostruito dalle inchieste giudiziarie ha costituito un movente dell’omicidio, i cui esecutori e mandanti sono stati arrestati e condannati. Nel ricordo del suo impegno, scuole, centri sociali, strutture sportive, strade e piazze a lui sono state intitolate a Palermo e in tutta la Sicilia.


A testa alta

 

Alessandro D'Avenia

 

«Perché lo avete ucciso?» chiede il magistrato. «Perché si portava i picciriddi (i bambini) cu iddu (con lui)», risponde il sicario che ha sparato il colpo alla nuca. Si tratta del Cacciatore, questo il suo soprannome a Brancaccio. Aveva sparato a padre Pino Puglisi, 3P, come lo chiamavamo noi a scuola, il 15 settembre 1993, 25 anni fa. Stavo per cominciare il quarto anno e lui, uno dei professori della mia scuola, il liceo Vittorio Emanuele II di Palermo, non sarebbe più entrato in classe. Capo d’accusa: far giocare e studiare, con l’aiuto volontario dei ragazzi di cui era professore di religione, bambini che altrimenti erano preda della strada e di chi su quella strada comandava.

Troppo poco? 3P sapeva infatti mescolare i quadrati della scacchiera di Palermo, facendo muovere chi conosceva solo la città di luce verso quella più tenebrosa, e viceversa. I ragazzi di un rinomato liceo classico aprivano gli occhi su strade nuove, perché l’inferno poteva essere girato l’angolo. A cosa serviva la cultura che ricevevamo se restavamo ciechi su ciò che avevamo accanto? Don Pino sapeva che per far rifiorire il quartiere in cui era nato e cresciuto, bisognava ripartire da bambini e ragazzi, anche se, per stare fermi e in silenzio, gli alibi non mancavano. La sua battaglia era tanto semplice quanto pericolosa: ridare dignità ai giovanissimi attraverso il gioco, lo studio, la catechesi, prospettando loro una vita diversa da quella del «picciotto mafioso».

La mafia alleva il suo esercito tenendo la gente nella miseria culturale e assicurando il sufficiente benessere materiale, condizioni che riescono a garantire un consenso indiscusso nei contesti da cui attinge. Don Pino ne inceppava dall’interno il meccanismo, ripetendo a bambini e ragazzi di andare «a testa alta», perché la dignità non è un privilegio concesso da qualcuno, ma dono connaturato al nostro essere qui, voluti dal Padre Nostro e non dal Padrino di Cosa Nostra. Per questi motivi lottò per aprire un centro che chiamò «Padre Nostro», dove i ragazzi potevano stare anziché lasciarsi ghermire dalla strada, e si batté per avere la scuola media nel quartiere. Il giorno del suo omicidio era andato per l’ennesima volta nei sordi uffici del Comune a sollecitare i permessi per la scuola, inaugurata solo 7 anni dopo la sua morte.

Nonostante i molti impegni pastorali non smise mai di insegnare religione. Proprio quell’estate, forse temendo qualcosa, aveva chiesto una diminuzione d’orario, ma il preside che teneva a lui quanto i ragazzi, lo aveva convinto a non farlo. Ho conosciuto il suo volto, sempre sorridente anche se provato, da cui non traspariva la lotta impari che stava combattendo silenziosamente. La sua pace veniva dall’unione con Cristo, di cui offriva lo sguardo ad ogni persona, perché riteneva ogni vita unica e necessaria alla multiforme armonia del mondo, e infatti paragonava le singole vite alle tessere dei meravigliosi mosaici del duomo di Monreale. Per questo decisero di ucciderlo, perché scardinava il sistema mafioso da dentro, non con slogan o bei pensieri, ma lavorando accanto alle persone, calpestando le loro strade e dando loro nutrimento per il corpo e lo spirito, così che percepissero la possibilità di un’altra «strada». Per questo lo fecero fuori, erano gli anni di Riina, al quale i Graviano, capi mandamento del quartiere, erano affiliati. 3P era, a suo modo, dal basso, tanto pericoloso quanto Falcone e Borsellino, uccisi un anno prima.

«Si portava i picciriddi cu iddu»: portava i bambini, non a lui, ma con lui verso una vita nuova, più piena, più bella, sicuramente meno facile, ma costruttiva, libera, vera. Padre Puglisi era «pericoloso» perché era un vero maestro, apriva la strada, ti prestava il coraggio che non avevi, come i veri padri. E proprio come i veri padri pagò di persona.

Avevo solo 16 anni. Ho provato a raccontare questa storia di tenebra e luce nel romanzo Ciò che inferno non è, perché ha determinato il mio sguardo su me stesso e sul mondo. Ho sentito entrare dentro di me una vita molto più ampia e non volevo che quel fatto diventasse, con il tempo, l’ennesima, archeologica, commemorazione di una delle tante ferite della mia città, recuperata per l’occasione nelle soffitte della retorica. In molti sentimmo che quel sangue mite e coraggioso raggiungeva cuore e membra come una trasfusione. E così se il professore di lettere mi aveva fatto vedere «che cosa» sarei voluto diventare, un altro, 3P, mi fece vedere «come»: impegnarsi per ogni vita, anche quando c’è poco da sperare o attorno hai un sistema che ti scoraggia, ostacola, deride.

Quel giorno ho capito che dovevo bandire dalla mia vita gli alibi: il pessimismo diventò per me una scusa per starsene comodi e la speranza la principale attività della testa, del cuore e delle mani.

Grazie a 3P ho imparato che la vita può essere felice solo quando è impegnata per gli altri, il suo umanesimo era integrale, non solo mentale o verbale: affermare la vita altrui, costi quel che costi, perché raggiunga la vera altezza: «A testa alta, dovete andare a testa alta!». Per questo portava i bambini a guardare il cielo stellato, per trasformare il loro desiderio di vita attraverso la morte, come mostrava la mafia, in desiderio di vita attraverso la vita, come mostrava lui.

A lui mi ispiro per il mio lavoro. L’uomo che sono diventato lo devo alla ferita di quel sedicenne inconsapevole, ingenuo, egoista, che aprì gli occhi su un modo di impegnarsi nella vita che non poteva essere fatto solo di sogni e parole, ma doveva farsi carne. 25 anni dopo voglio ricordare quell’uomo minuto, sembrava che il vento potesse farlo volar via, ma gigantesco nella fede in Dio e quindi nella fede nell’uomo. L’ho constatato incontrando i ragazzi che operano oggi al Centro Padre Nostro, di fronte alla chiesa di San Gaetano. Studenti delle superiori o universitari si impegnano per i bambini come faceva don Pino, come è chiamato a fare ogni maestro, «portarsi i picciriddi cu iddu», non a lui, ma con lui: perché educare è dare a un giovane uomo coraggio verso se stesso e il mondo, ma tale forza educativa si sprigiona solo se io stesso sono impegnato, come posso, a crescere con quell’uomo.

Abbiamo bisogno di maestri, il messaggio arriva forte e chiaro da una delle tante lettere sul tema, ricevuta pochi giorni fa: «Mi son sempre sentita sbagliata in classe. Ho avuto paura di occupare un posto nel mio banco e nel mondo, mi sono convinta di non essere abbastanza: abbastanza intelligente, abbastanza creativa, abbastanza bella... Non ho trovato insegnanti innamorati del proprio mestiere e capaci quindi di scovare il tesoro che ogni persona nasconde, ma insoddisfatti della propria condizione e convinti dell’inferiorità delle nuove generazioni. Ho avuto insegnanti che non leggevano una poesia “perché tanto non capireste”. Così mi sono ritrovata, da sola, a cercare parole che mi avrebbero salvato. Ho divorato libri, anche il manuale di letteratura. Cercavo chi mi avrebbe abbracciato anche da epoche lontane, chi mi avrebbe dato la mano e accompagnato nei tempi più bui. Ho trovato chi mi facesse conoscere il mondo, gli altri e me stessa. Da sola. Sto studiando per diventare maestra e ho fatto la mia prima esperienza in quarta elementare. È stata una delle cose più belle che mi siano successe. Ho scoperto con i bambini mondi così profondi che non scorderò mai». Essere maestri è aprire strade e aiutare le persone a sentirsi «abbastanza», scoprendo che in realtà lo sono già: «A testa alta, dovete andare a testa alta!». 3P da vero maestro non ha mai accampato alibi (in latino “alibi” vuol dire letteralmente essere “altrove”) in un quartiere difficilissimo, né a scuola, ma ha creduto in quei giovani contro ogni speranza. Ha amato lì dov’era, con lui nessuno era “sbagliato”.

La più bella definizione di maestro che io conosca si trova nell’incontro tra Dante e Brunetto Latini.

Il poeta dice al defunto maestro che nella sua mente «è fitta, e or m’accora,/la cara e buona imagine paterna/di voi quando nel mondo ad ora ad ora/m’insegnavate come l’uom s’etterna». Ricorda con affetto la figura «paterna», maestro è chi dà la vita, uomo o donna che sia, e gli è grato perché «ad ora a ora», che mi piace pensare in termini di quotidiano orario scolastico, gli insegnava «come l’uom s’etterna», parole che indicano l’immortalità dell’anima, ma in senso più ampio, la ricerca radicale di ogni uomo: attingere a una vita che non si rovina, ma sempre si rinnova, all’altezza del desiderio umano. Brunetto si rammarica: «figliuolo mio... s’io non fossi sì per tempo morto... dato t’avrei a l’opera conforto». Egli avrebbe voluto continuare a prestare servizio, come si dice con lampante verità anche in burocratese scolastico, alla vita dell’allievo.

 

Maestro è chi riconosce «l’opera» che l’altro deve fare e la serve, con la sua vita. Così è stato 3P, padre che ha dato la vita perché altri ne avessero una più degna, vera, felice. L’uomo che sono oggi lo devo a ciò che vidi a 16 anni, una lezione che non dimenticherò, ed è la lezione che ha reso la mia vita bellissima, perché solo i maestri ci liberano dalla paura della vita, ci prestano il coraggio di andare a testa alta lì dove siamo, spazzando via gli alibi, e ci fanno essere «abbastanza», anche se pensiamo di non esserlo mai. Grazie, 3P, il letto oggi lo rifai tu per me.


Rendeva sacre le vite che incontrava: Don Pino Puglisi

 

Intervista a Alessandro D'Avenia

 

 

 

 

Domanda. Dopo Bianca come il latte (2010), e Cose che nessuno sa (2011), è uscita la sua ultima fatica: Ciò che inferno non è, romanzo per cui ci sono voluti tre anni. C’è stato qualche incontro, qualche vicenda, che ha acceso in lei l’urgenza per questo libro?

Risposta. Non avevo in programma di scriverlo, stavo già lavorando ad altri progetti, ma ad un certo punto la storia ha avuto il sopravvento, come uno di quegli incontri per strada che ti obbligano a cambiare i tuoi programmi. Leggevo la confessione dell’assassino di don Pino, divenuto collaboratore di giustizia. Puglisi gli ha sorriso nell’attimo in cui stava per sparargli. Uno dei killer più efferati della mafia dice che per quel sorriso “non ci ha dormito la notte”. Quella frase è esplosa dentro di me come dinamite. Volevo capire come si fa ad essere così liberi da sorridere alla morte e ai suoi scherani. Quel sorriso liberava persino l’assassino dal suo gesto, lo costringeva a rivedere tutta la sua vita.

 

D. Che significato poteva avere?

R. Quel sorriso diceva: tu sei molto di più di quello che stai facendo a me. Riecheggiava il “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Volevo scandagliare, da uomo e da narratore, il mistero di quel sorriso. Chi sa morire così sa anche vivere e insegna a vivere a chi resta. Volevo liberare l’agiografia e la cronaca dalla loro retorica o appiattimento e cogliere in che modo un capitolo della storia della salvezza si compiva in quel momento. Poi ci sono state la beatificazione per martirio di Puglisi e l’assegnazione del premio a lui intitolato. Altri incontri, altri volti, altre persone. È come se quell’uomo che avevo conosciuto nei corridoi della mia scuola mi desse la caccia. Il suo romanzo sulla mia carne lo aveva già scritto, ma era come se quella carne dovesse diventare di molti, attraverso la carta. Col senno di poi credo sia stato un tocco della grazia.

 

D. I due libri precedenti sono stati anche successi internazionali. Ma entrambi erano ambientati in città che potevano essere una qualsiasi metropoli europea. Qui invece sceglie Palermo. Perché questa decisione? Non teme che possa non essere compresa dai suoi lettori?

R. Al contrario. Lo comprenderanno ancora meglio. Più una storia è incarnata più può essere universale. È una città paradossale: di luce e lutto, di paradiso in una via e inferno girato l’angolo. È uno dei personaggi del romanzo e determina tutti gli altri come un fato incombente. Come nel cinema noir della metà del secolo scorso si tratta di un paesaggio reale e simbolico, nel cinema l’uso del campo lungo sugli ambienti determinava i sentimenti del personaggio, che ne diveniva una tessera, venivano messi a fuoco sia il personaggio sia l’ambiente come se fossero tutt’uno: luce e tenebra erano parte del personaggio.

 

D. Dunque il romanzo è anche è un atto d’amore verso Palermo.

R. Sì, ma di quell’amore che Borsellino definiva così: “Non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Metto a fuoco Palermo nei dettagli, perché è Palermo che ha messo a fuoco la mia anima e i miei personaggi. In questo romanzo le due città, quella di Dio e quella degli uomini, intuite da Agostino, si intersecano nella luce e nelle tenebre, e Palermo ha di certo i connotati, i profumi, i colori reali, ma allo stesso tempo è la città degli uomini di tutti i tempi, quella in cui nelle tenebre la grazia si fa strada. Chi leggerà con attenzione coglierà un sottotesto continuo nella storia, quello che lega il dramma della storia a Dio.

 

D. Padre Pino Puglisi (3P, come viene soprannominato nel libro) è stato beatificato da Papa Francesco ed è stato suo insegnante a scuola. Credo che Ciò che inferno non è sia il primo romanzo laico, a grandissima tiratura, che corre il rischio di avere tra i suoi protagonisti un santo. Come è riuscito a non cadere nell’agiografia di don Pino?

R. Era la sfida principale. Volevo io per primo capire se la cronaca era già agiografica, o se invece la cronaca fosse la manifestazione di un tratto di storia della salvezza, della storia sacra del chinarsi di Dio sull’uomo. Romano Guardini scrive così: «Nessuno prende la realtà sul serio come il santo perché in verità ogni fantasticheria, sulla sua strada irta di pericoli, inesorabilmente si vendicherebbe. Divenire santo significa per l’uomo reale staccarsi da sé, per entrare nel Dio reale». Raccontare la santità è raccontare il massimo realismo e l’uomo Puglisi entrerà nel cuore anche dei non credenti, perché il santo è la pienezza dell’uomo e di fronte ad un uomo tutto d’un pezzo non si può che rimanere affascinati, come è accaduto a me. Mi sono documentato meticolosamente, seguendo anche le tracce del processo di beatificazione, per cogliere questo realismo del santo. E ho trovato gli ingredienti di un’epica quotidiana che ci riguarda tutti. Come trasformare la prosa di ogni giorno nella poesia di una vita bella? La storia racconta questo, ciò che inferno non è in mezzo all’inferno.

 

D. Cosa nostra sarà sconfitta quando non ci vorranno più gli eroi per sconfiggerla ma sarà diffusa la normale “eroicità” di chi è onesto e lavora per il bene. Da quello che si è potuto desumere finora dal suo romanzo pare essere questo un insegnamento importante che è contenuto lì. Mi sbaglio?

R. No, è proprio così. Il mio non è un romanzo antimafia, non è un romanzo sulla mafia, non è un romanzo di cronaca. È una storia che entra nel mistero del sacrificio: che non è il fatto in sé di morire, ma quello che significa alla lettera (sacrum facere: rendere sacro). 3P rendeva sacre le vite che incontrava perché erano rese sacre da Dio e lui non era altro che al servizio di quelle vite. Riecheggiano le parole di qualcuno: non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono. Sacrificarsi è donare il proprio tempo, amore, cure, anche quando è difficile riuscire. Lui riusciva perché lasciava che Dio facesse questo con lui. Era innamorato pazzo di Cristo e questo amore traboccava. Credo che chiunque gli si accostasse vedeva un uomo qualunque capace di amare divinamente, sentiva la tenerezza di Dio su di lui, come accadde persino all’assassino. L’eroismo è questo: giorno per giorno non privarsi mai della possibilità di amare ed essere amati. Per questo ho scelto la frase di Dostoevskij in esergo: “l’inferno è la sofferenza di non poter più amare”. Chi trova il segreto per amare sempre nel quotidiano, trova il segreto della vita: fallimenti, sconfitte, cadute non possono distruggere la speranza, perché quella speranza si colloca altrove. In un altrove intoccabile, come un mare in tempesta in superficie e calmo pochi metri sotto.

 

 

 

Il romanzo

 

Romanzo struggente e profondo, che attraversa l’animo di un adolescente, animato da passione civile e tormentata sensibilità religiosa al tempo stesso. Il protagonista, Federico, fa parte di quella generazione degli anni ’90 che visse come una sorta di perdita dell’innocenza gli attentati a Falcone e Borsellino. “Prima noi non sapevamo cos’era la mafia. O meglio, ce ne tenevamo fuori, era una cosa che non ci riguardava. Con gli attentati di Capaci e via D’Amelio è cambiato tutto. E Puglisi è stato il protagonista di questo nuovo, rinnovato impegno”. D’Avenia non ha scritto un santino, e nemmeno un romanzo antimafia. “La retorica dell’antimafia", dice, "non mi interessa. Quello che mi interessa è capire e far capire come il parroco della borgata più dimenticata della città ha cambiato le cose”.

Lo scrittore, rivivendo la cronaca di quei giorni terribili, ne legge i segni evangelici, a cominciare da come don Puglisi si comportava nel liceo classico Vittorio Emanuele. “Me lo ricordo a scuola: durante l’intervallo passeggiava nei corridoi e rispondeva alle domande dei ragazzi. Non gli piaceva la sala professori: diceva che era piena di professori”. Quel suo modo di deambulare lungo i corridoi era un modo per evangelizzare anche durante l’intervallo. Puglisi invitava gli studenti della Palermo bene ad andare a Brancaccio, quartiere di cui spesso non conoscevano nemmeno l’esistenza. Dovevano giocare a pallone, fare catechismo, aiutare il “parrino” nel Centro Padre Nostro, da lui fondato e finanziato con i soldi dello stipendio di insegnante di religione. “Don Pino sa che l’inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro”.

D’Avenia nel costruire il romanzo interiore e civile di questo giovane Holden siciliano segue Puglisi attraverso quei fatti, negli anni bui di Palermo, li scruta a fondo e riconosce i segni evangelici di un calvario, fino allo spasimo finale, quel 15 settembre 1993.

 

“Il libro”, conclude lo scrittore, “è stata anche l’occasione per riconciliarmi con la mia città, Palermo, di cui non avevo capito nulla". Una città, potremmo dire, anch'essa bianca come il latte e rossa come il sangue, dove convivono inferno e paradiso, rappresentata da un dipinto di Raffaello sottratto come se le avessero sottratto l'anima e da una chiesa sconsacrata a cielo aperto, la chiesa dello Spasimo.


Rosario Livatino...Magistrato Coraggioso e Uomo di Fede

Don Ciotti: «Rosario Livatino è vivo, a dispetto della mafia»

 

Un esempio che infonde speranza: questo il lascito del magistrato ucciso dalla stidda agrigentina, proclamato beato secondo il fondatore del Gruppo Abele e poi dell’associazione Libera

 

 

Elisabetta Gramolini

 

 

 

Un esempio che infonde speranza. Questo è il lascito di Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla stidda agrigentina nel 1990. Domenica 9 maggio 2021 la Chiesa, in cui tanto aveva creduto quel ragazzo serio e umile, l’ha proclamato beato. Secondo don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e poi dell’associazione Libera, fiero nemico di tutte le mafie, la beatificazione di Livatino è giunta «in un tempo di angosce alle quali bisogna rispondere con un investimento di intelligenza, di fede ma soprattutto di impegno personale e collettivo». Contro le mafie che sono sempre più intelligenti e tecnologiche, per don Ciotti «serve un meticciato di saperi, un “noi” capace di collaborare senza protagonismi e divisioni interne».

 

In un tempo così difficile quale messaggio offre la Chiesa con questa beatificazione agli italiani e ai credenti?

Un messaggio innanzitutto di speranza. Perché questa beatificazione ce lo rende vivo, Rosario Livatino, a dispetto di chi l’ha voluto morto. Ci dice che il suo sacrificio per la giustizia è nutrimento spirituale per noi credenti, ma anche un esempio di virtù civile proposto a chiunque abbia a cuore la democrazia, la dignità e i diritti delle persone. Ci dice che alle angosce bisogna rispondere con un investimento di intelligenza, di fede ma soprattutto di impegno personale e collettivo, nell’esempio di chi si è messo al servizio del bene fino alla morte.

 

E alle cosche? Quale messaggio manda secondo lei?

Lo stesso, inequivocabile messaggio che papa Giovanni Paolo II lanciò il 9 maggio del 1993 dalla Valle dei Templi di Agrigento, con l’accorato appello ai mafiosi: «Convertitevi!». Quel giorno il Papa sottolineò, con forza e chiarezza senza precedenti, l’assoluta incompatibilità fra mafia e Vangelo, e dunque la necessità, per la comunità dei fedeli, di schierarsi senza ambiguità contro qualsiasi forma di illegalità, abuso e complicità mafiosa. Poco prima della celebrazione della Messa, Wojtyla aveva incontrato privatamente i genitori di Livatino, e aveva forse già intuito la santità del loro figlio. Non a caso questa data è stata scelta per la beatificazione. Oggi la Chiesa, se vuole essere tale, e non esaurirsi in una risposta puramente civile al fenomeno mafioso, risposta comunque necessaria, deve avere un suo specifico spazio per un “discorso cristiano”, per salvaguardare le specificità di quella diaconia che la Chiesa è chiamata a offrire al mondo. Io credo che la beatificazione di Rosario Livatino sia un importante segnale in questa direzione.

 

La beatificazione rinvia alla memoria di quegli anni. Cosa è cambiato da allora nella lotta alle mafie?

Sono le mafie per prime a essere cambiate. Sono diventate sempre più intelligenti dal punto di vista tecnologico e finanziario, con nuovi intrecci, nuove vocazioni criminali, nuove strategie di penetrazione dentro i circuiti del potere politico ed economico legale, pur senza abbandonare i tradizionali interessi e le forme di presenza sui territori e lo sfruttamento di ogni forma possibile di arricchimento illegale. Le mafie si trovano oggi sulle diverse piazze finanziarie: è il business mafioso transnazionale e globale con livelli sempre più sofisticati. Rosario Livatino già aveva intuito alcune dinamiche che si sono poi confermate negli anni. È stato fra i primi magistrati italiani a perseguire reati ambientali e ad applicare la normativa sulla confisca dei beni mafiosi voluta da Pio La Torre, in seguito rafforzata per consentire l’uso sociale di quei beni. Oggi esiste una cooperativa che coltiva i terreni sottratti alle famiglie mafiose agrigentine, e porta proprio il nome di Livatino. Il suo nome simbolicamente rivive nei prodotti buoni e giusti frutto di quel lavoro, nell’impegno dei giovani che a lui si ispirano: al suo coraggio, alla sua responsabilità, alla sua umiltà e trasparenza nel difendere il diritto ma prima di tutto i diritti e la dignità delle persone. La lotta alla mafia oggi è anche questo impegno plurale, dal basso, che colpisce i criminali nelle loro ricchezze ma soprattutto nel prestigio sociale che purtroppo in certi contesti continuano ad avere.

 

Cosa rischiamo oggi? A cosa la società civile deve stare più attenta?

Il rischio è quello di una normalizzazione e banalizzazione, nella percezione della gente, del fenomeno mafioso. Si fatica ad avere una visione completa e complessa di che cosa sono oggi le mafie e i loro “derivati”: problemi come la droga o le ludopatie – cioè la dipendenza dal gioco d’azzardo – la tratta di esseri umani, la prostituzione, il caporalato, il racket, l’usura e i reati ambientali sono quasi sempre legati alle logiche criminali mafiose. C’è un carico di sofferenza invisibile eppure crescente, dato dalla mercificazione delle persone, dalla speculazione sulle loro fragilità, dagli attacchi all’integrità della natura. Dove non c’è mafia, c’è una mafiosità dei comportamenti non meno pericolosa: quel mettere al centro i profitti, a scapito dei diritti, così spesso denunciato da Papa Francesco. Ecco perché non possiamo illuderci che per combattere le mafie basti l’impegno degli “addetti ai lavori”: magistrati e forze di polizia. Serve invece un impegno educativo, sociale, politico. Un pensiero nuovo, radicale, rigeneratore, in grado di cambiare i paradigmi che fanno delle mafie un modello culturale ancora vincente. Serve un meticciato di saperi, un “noi” capace di collaborare senza protagonismi e divisioni interne.

 

Quali errori (se ne intravede) sono stati compiuti in passato dalla magistratura nella lotta alla mafia e che ha cercato di riparare?

Parlare di errori mi sembra ingeneroso, di fronte al prezzo tremendo che la magistratura italiana ha pagato nella lotta alle mafie, come la fine stessa di Livatino testimonia. Ci sono però state, in certi contesti, delle sottovalutazioni. Così come ci sono state e ci sono, da parte di singoli magistrati, delle fragilità, delle compromissioni e talvolta delle vere e proprie forme di complicità venute alla luce. Ma si tratta per fortuna di casi isolati. Va detto che gli strumenti normativi per il contrasto ai fenomeni mafiosi si sono rafforzati nel tempo, spesso proprio su impulso dei magistrati impegnati in prima linea. Le leggi, per esempio, sulla confisca e l’uso sociale dei beni mafiosi sono un vanto per l’Italia, come quelle sul voto di scambio e altre forme di ingerenza mafiosa nella politica. Malgrado tutte queste norme possano essere migliorate, soprattutto in fase di applicazione, bisogna riconoscere

l’ investimento che è stato fatto, per dotarsi di mezzi sempre più accurati ed efficaci per combattere la criminalità mafiosa; anche se la strada da percorrere è ancora lunga.

 

Ha un ricordo personale del giudice?

 

Non ho conosciuto Rosario Livatino, ma ho avuto il privilegio di incontrare i suoi genitori e di tenere fra le mani i suoi diari. Attraverso quelle pagine così dense di passione civile e religiosa, mi è sembrato davvero di entrare in relazione con lui, di averlo conosciuto da sempre. Rosario è stato un magistrato, ma prima ancora un uomo, davvero fuori dal comune. Tanto intelligente e risoluto nel lavoro, quanto umile e riservato. Non cercava visibilità, era estraneo a qualsiasi forma di compiacenza o compromesso. La sua fede era profonda e mai esibita, coltivata con radicalità e purezza di cuore. Ciò che colpisce, è che il coraggio del suo agire non nasceva da grandi certezze, piuttosto da grandi domande. Livatino era un uomo del dubbio. Si interrogava continuamente e senza sconti sulle responsabilità del proprio ruolo di giudice, sull’autenticità della propria fede, sulla capacità di perseguire attraverso il mezzo della legge il fine più alto della giustizia. È stato proclamato beato perché ucciso «in odium fidei»: quel suo mettere la propria vita interamente delle mani di Dio, quel suo affidarsi consapevole delle proprie fragilità di uomo, ma anche dell’infinita misericordia del Padre, ha innalzato la sua opera di giustizia a un livello tale, che i mafiosi hanno trovato nell’omicidio l’unica strada per porvi fine. Una fine illusoria. Con la beatificazione  e con l’impegno plurale che continua nel suo nome, sappiamo che Rosario è più che mai vivo.


 

Rosario Livatino: vita donata, non strappata

 

 

 Bruna Capparelli

 

 

Riprendiamo di seguito il ricordo del giudice Rosario Livatino firmato da Bruna Capparelli professoressa associata di Diritto e procedura penale presso lUniversità Autonoma di Lisbona contenuto nellopuscolo D. Di Fiore, R. Orlandi, B. Capparelli (a cura), Sub Tutela Dei. Il giudice Rosario Livatino. Atti dellincontro svoltosi a Bologna il 2 ottobre 2023, Bologna 2023, p. 41 s. in occasione della mostra dedicata a Rosario Livatino, tenuta presso la Corte d’appello di Bologna dal 3 al 14 ottobre 2023.

 

Il 21 settembre del 1990, il magistrato Rosario Livatino fu ucciso dalla Stidda, sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento, con numerosi colpi di pistola. Era giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento. Quel giorno Rosario Livatino avrebbe dovuto essere in ferie; si stava recando in Tribunale per sostituire una collega. Oltre ad andare in Tribunale, quella mattina Rosario si dedicò in vari modi alle persone della sua famiglia e del quartiere. Durante il tragitto verso il lavoro, all’altezza del viadotto Gasena, gli spararono.

 

Perché ucciderlo?

Perché Livatino era così pericoloso per la mafia?[1] Quando hanno chiesto al suo sicario, divenuto collaboratore di giustizia, il motivo dell’assassinio la risposta è stata: «Credevamo erroneamente che il giudice favorisse il nostro nemico, il boss di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro (suo vicino di casa), e perseguisse invece la nostra organizzazione con l’applicazione di pesanti misure di prevenzione e condanne»[2].

 

Infatti, Livatino è stato tra i primi a confiscare i beni dei mafiosi, delineando così la figura del magistrato dotato di una forte etica, apolitico, autonomo e indipendente, lontano da condizionamenti di qualsivoglia natura, pronto al dialogo e al rispetto di tutti gli attori del procedimento, non ultima la persona da giudicare[3].

 

Livatino era pericoloso perché, con mezzi diversi, erodeva ciò di cui la mafia ha bisogno: il consenso. Faceva sperimentare alle persone l’unica cosa che dà il coraggio della libertà: la bellezza[4]. Dove non c’è bellezza non c’è speranza di cambiare la realtà, la bellezza è ciò che permette di sentire la differenza e poi di fare la differenza.

 

Il potere – si sa – non sopporta di essere messo in discussione; la mancanza di consenso lo fa crollare; il controllo del territorio è tutto. E così il magistrato Rosario con la sua vita ordinaria, la sua mitezza, il suo riserbo e la sua disponibilità d’animo… era pericoloso.

 

Livatino non voleva essere definito giudice anti-mafia. Diceva che il suo compito era essere come Cristo, essere pro, anti nessuno, permettere a tutti di cambiare, anche a costo di rimetterci in prima persona. Cristo finì male, proprio perché osò mettere in discussione il potere, religioso e politico, che opprimeva la gente e che, temendo di perdere il consenso, lo fece fuori come un delinquente[5].

 

Un maestro

La mafia alleva il suo esercito tenendo la gente nella miseria culturale e assicurando il sufficiente benessere materiale, condizioni che riescono a garantire un potere indiscusso nei contesti da cui attinge il consenso. Livatino ne inceppava dall’interno il meccanismo, per questo decisero di ucciderlo: scardinava il sistema malavitoso da dentro, lavorando di fianco alle persone, calpestando le loro strade, così che percepissero la possibilità di un’altra «strada».

 

Trentatré anni dopo vogliamo ricordare quell’uomo minuto nella corporatura, sembrava che il vento potesse farlo volar via, ma gigantesco nella fede in Dio e quindi nella fede nell’uomo. L’abbiamo constatato incontrando le persone che oggi portano avanti il suo messaggio: magistrati, ex magistrati e amici si impegnano per la giustizia come faceva Livatino, come è chiamato a fare ogni maestro.

 

Maestro è chi riconosce «l’opera» che l’altro deve fare e la serve, con la propria vita. Così è stato Livatino, uomo che ha dato la vita perché altri ne avessero una più degna, vera, felice. Essere maestri è aprire strade e aiutare le persone a sentirsi «abbastanza», scoprendo che in realtà lo sono già. Livatino da vero maestro non ha mai accampato alibi in un contesto sociale difficilissimo.

 

Ha creduto nella ricerca della verità contro ogni speranza. Ha amato lì dov’era, con lui nessuno era «sbagliato». Il «giudice ragazzino» ha vinto la prova del tempo. è sopravvissuto alle tante sfide, e se è sopravvissuto significa che lui ha un segreto perché si possa non morire.

 

Novità permanente

Rosario Livatino oggi è più nuovo del giornale uscito stamattina, eppure il giornale è appena uscito. Noi siamo ossessionati dall’avere le cose più recenti, l’ultimo modello. Pensiamo che il nuovo sia ciò che è più recente, ma più recente vuol dire solo meno vecchio, cioè qualcosa che ci conferma che moriremo, mentre se una cosa ha molti anni e continua a parlare, come fa Livatino oggi, è perché ci porta verso una vita nuova, più piena, più bella, sicuramente meno facile, ma costruttiva, libera, vera.

 

Molte cose nell’Agrigentino sono cambiate grazie alla sua eredità: tanti dei suoi colleghi portano avanti la sua opera. Altrettante cose non sono cambiate, perché le cose cambiano quando cambiano le persone e le persone cambiano solo quando sono amate. Allora vorremmo che questo omaggio alla figura di Rosario Livatino lasciasse in ciascuno di noi questo, e solo questo: il desiderio di essere un po’ più vivi.

 

A essere viventi ci si pensa senza bisogno di ragionamenti, ma essere vivi è un’altra cosa, significa dedicarci a ciò che serve all’uomo per essere felice: la bellezza, la verità e il bene, cioè la giustizia, tutte cose che ci liberano dalle illusioni di destino che il mondo cerca di metterci addosso. Rosario Livatino ha vinto il tempo e ci ha dato una scintilla di immortalità, a cui noi ci dobbiamo aggrappare per poter dire, quando finirà tutto, che nulla è andato sprecato.

 

Livatino oggi ci invita a «farci vivi», ci interroga su cosa stiamo facendo con i doni della vita, ci ricorda di metterci in cammino e di risvegliarci se siamo addormentati nella vita; ci chiede quali sono le cose che ci ipnotizzano, che ci tolgono il tempo illudendoci di essere qualcuno, ma che in realtà quel tempo ce lo sta togliendo, ci sta facendo marcire, e non nascere. Del resto, noi non siamo fatti per il successo ma per essere felici, dare frutto, avere nostalgia di futuro, cioè quel sentimento di dolore della nascita che abbiamo tutti quando ci sentiamo separati da quello che dobbiamo diventare.

 

Una chiamata a nascere

Certo, questo richiede fatica, un viaggio di conoscenza dentro sé stessi. Ma omaggiare Rosario Livatino serve a questo: entrare in contatto con le cose belle del mondo e scoprire cosa c’è di autentico dentro ciascuno di noi; smettere di desiderare cose di altri, o addirittura di provare a distruggere il desiderio altrui credendo che ci garantirà la felicità: smettere di essere mossi dal parassita del destino altrui, l’invidia, che aumenta tanto più quanto meno si è fedeli al proprio.

 

La vita non si afferra, si riceve: è data, non strappata. Livatino ci ricorda che ciò che altri hanno non è disponibile, perché ogni uomo ha la sua storia ed è un dono per il mondo in quanto tale.

 

Sottrarre qualcosa a un altro pensando di diventare come lui è un meccanismo perverso che non permette di avanzare, ma riporta sempre indietro, imprigiona, blocca, non fa nascere: ci si abbandona ai venti avversi, nel tentativo di possedere quelli favorevoli di altri.

 

La vita è una chiamata a nascere, un destino da trasformare in destinazione, e per cominciare bisogna partire da dentro. Il confine tra bene e male è nel cuore di ogni singolo uomo, in ciò che decidiamo ogni giorno nella nostra vita.

 

[1] Cf. B. Capparelli, Rosario Livatino, una mostra alla Corte d’Appello, in Avvenire – Bologna Sette, 16 luglio 2023, disponibile on line a questo indirizzo, ultimo accesso: 5 novembre 2023.

 

[2] Sul movente dell’omicidio si veda la scheda 16.1 riportata nell’appendice all’opuscolo Sub Tutela Dei. Il giudice Rosario Livatino – Atti dell’incontro svoltosi a Bologna il 2 ottobre 2023, D. Di Fiore-R. Orlandi-B. Capparelli (a cura di), 2023, in occasione della mostra a lui dedicata.

 

[3] Cf. B. Capparelli, L’inaugurazione della mostra dedicata al giudice e Beato Rosario Livatino, in Avvenire – Bologna Sette, 24 settembre 2023, riprodotto integralmente on line ad accesso aperto a questo indirizzo, ultimo accesso: 5 novembre 2023.

 

[4] V.D. Di Fiore, Introduzione, in Sub Tutela Dei. Il giudice Rosario Livatino – Atti dell’incontro svoltosi a Bologna il 2 ottobre 2023, D. Di Fiore-R. Orlandi-B. Capparelli (a cura), 2023, p. 9 s. Cf., altresì, B. Capparelli, Resoconto del Convegno del 2 ottobre 2023, in Avvenire – Bologna Sette, 8 ottobre 2023, e altresì consultabile on line a questo indirizzo, ultimo accesso: 5 novembre 2023.

 

 

[5] Questo paragrafo riproduce in parte il pensiero già espresso in B. Capparelli, Resoconto del Convegno, cit.


Salvo D'Acquisto...la Fiamma della Fede

Venerabile Servo di Dio Salvo D'Acquisto

 

 

Venerabilità promulgata da Papa Francesco il 24 febbraio 2025

 

 

 

"Il venerabile Salvo D’Acquisto,

prossimo alla beatificazione. Il suo sacrificio ha un valore molto più prezioso della medaglia d’oro al valore militare che ne onora la memoria: dando la vita per i propri concittadini, infatti, egli realizzò pienamente la sua missione di Carabiniere. In un tempo di guerra e di odio, il suo coraggio divenne profezia di una pace costruita sulla dedizione più generosa: sono uomini come lui a illuminare le difficoltà che anche oggi pesano su tanti popoli."

 

Leone XIV

 

 

 

 

Nei momenti di difficoltà legati al suo servizio in zone di guerra, comunicò sempre ai commilitoni e ai subalterni la speranza nell’aiuto di Dio

 

 

Il Venerabile Servo di Dio Salvo D’Acquisto nacque a Napoli il 15 ottobre 1920, primogenito di una famiglia modesta e numerosa nella quale gli vennero trasmessi solidi valori cristiani. A quindici anni, lasciati gli studi, iniziò a lavorare nella bottega dello zio e, a diciotto anni, entrò nell’Arma dei carabinieri frequentando la Scuola Allievi Carabinieri di Roma, al termine della quale fu promosso carabiniere presso il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra. Nel novembre del 1940, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia, fu inviato in Libia dove prestò servizio fino al settembre 1942. La sua rettitudine morale suscitò ammirazione da parte dei colleghi militari di fronte ai quali non si vergognava di fare il segno della croce e recitare il Rosario. Rientrato in Italia nel settembre 1942, dopo aver frequentato a Firenze il Corso Intensivo per Allievi Sottufficiali dei Carabinieri, venne assegnato in qualità di Vicebrigadiere alla Stazione dei Carabinieri di Torrimpietra. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si trovò ad operare nei difficili momenti che si crearono a causa della fuga del re da Roma e dell’occupazione da parte dell’esercito nazista del Centro e del Nord Italia con il conseguente sbandamento del Regio esercito italiano.

 

Il giorno successivo all’armistizio infatti si verificarono degli scontri tra tedeschi e italiani, non più alleati, anche nei pressi della Stazione dei Carabinieri di Torrimpietra (RM). Il 22 settembre alcuni soldati tedeschi entrarono nella Torre di Palidoro, sede della Guardia di Finanza. I finanzieri avevano abbandonato la Torre e rinchiuso in casse metalliche degli ordigni esplosivi precedentemente sequestrati. Alcuni militari tedeschi forzarono quelle casse provocando un’esplosione che ne uccise uno e ne ferì gravemente altri due. Sospettando un attentato, il comando nazista cercò i carabinieri e poiché il maresciallo non era in sede, arrestarono il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto interrogandolo sull’accaduto.

 

Fu minacciata una rappresaglia se non si fosse trovato il colpevole dell’esplosione, in realtà dovuta a delle incaute manovre degli stessi tedeschi. Vennero così presi in ostaggio 22 uomini del paese e immediatamente condannati a morte. Per salvarli il Venerabile Servo di Dio dichiarò al comandante delle truppe tedesche di essere responsabile dell’accaduto, offrendosi in cambio della liberazione di tutti gli altri. Subito venne fucilato mentre gli ostaggi furono tutti liberati. Il 15 febbraio 1945 le Autorità militari italiane conferirono in sua memoria la medaglia d’oro al valor militare.

 

La vicenda della morte di Salvo D’Acquisto si colloca nell’ambito degli eventi bellici accaduti in Italia dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943. In questo contesto di violenza e terrore si compì il suo eroico gesto di offerta della vita. Egli, nella situazione di confusione regnante anche nella zona di Palidoro, ove svolgeva il ruolo di vicebrigadiere, aveva avuto più volte la possibilità di abbandonare il comando dei carabinieri, ma preferì restare al suo posto, a tutela della popolazione.

 

Dopo l’esplosione dell’ordigno conservato nella Torre di Palidoro, nei momenti drammatici che seguirono all’arresto degli ostaggi della rappresaglia predisposta dai militari nazisti, egli sostenne i prigionieri sia con la propria vicinanza che con parole che rivelarono, non solo una carità così eroica da permettergli anche il sacrificio della vita, ma nello stesso tempo, manifestavano la serenità profonda che solo la fede e la speranza cristiana possono donare. Conseguentemente il suo gesto di autoaccusa non fu motivato da un semplice atto di solidarietà civica e di filantropia laica, ma si iscrisse in uno stile di vita consapevolmente e coerentemente cristiano.

 

 

Fin da giovane, infatti, aveva manifestato una particolare sensibilità per i bisogni e le necessità del prossimo. Nei momenti di difficoltà legati al suo servizio in zone di guerra, comunicò sempre ai commilitoni e ai subalterni la speranza nell’aiuto di Dio. Con la sua decisione, libera e volontaria, presa in piena consapevolezza, egli compì un gesto profondamente evangelico. La sua eroica condotta conferma le motivazioni profonde di quella oblatio vitae effettuata coscientemente. Con la sua scelta, Salvo D’Acquisto compì dunque un atto oblativo di carità con la contezza di poter essere a breve ucciso. La sua morte avvenne, quindi, come conseguenza diretta dell’oblatio vitae. Si può considerare debitamente provata l’offerta della vita, libera, volontaria, propter caritatem.


Salvo D’Acquisto, martire della carità

 

 

 

Il Concilio Vaticano II ha ribadito nella costituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium) la vocazione universale alla santità: «Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore» (n. 40). Ponendoci nella scia di innumerevoli uomini e donne che hanno posto in atto nella loro vita il comandamento di Gesù: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48), ci proponiamo di presentare la figura di Salvo D’Acquisto.

 

Il suo semplice nome rievoca infatti l’eroica offerta di sé che il vicebrigadiere dei carabinieri fece il 23 settembre 1943 per salvare la vita di 22 abitanti del sobborgo di Torrimpietra, a pochi chilometri a nord di Roma, presi in ostaggio dalle SS e ormai sicuri di essere fucilati. A Salvo, il 17 febbraio 1945, fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria da Umberto di Savoia, allora luogotenente generale del Regno.

 

La fama di cui gode Salvo non solo in Italia ma anche in altri Paesi, come, ad esempio, Canada, Argentina, Cile e Stati Uniti, non è però dovuta unicamente né principalmente all’eroismo militare da lui dimostrato in occasione della sua fucilazione, quanto piuttosto allo spirito che lo spinse a sacrificare se stesso affinché non fossero uccise numerose altre persone innocenti[1]. Infatti l’atto di donazione di sé fu l’espressione di un autentico amore cristiano e della educazione ricevuta in famiglia, nella quale dominavano i valori del Vangelo, a cui si aggiunse poi la formazione dell’arma dei carabinieri, per i quali i valori fondamentali sono la difesa dei deboli, la tutela degli onesti, la lotta per la giustizia e la pacifica convivenza dei popoli[2].

 

 

 

 

La vita

 

Salvo nacque a Napoli il 17 ottobre 1920 in una famiglia numerosa e di condizioni economiche molto modeste, che sapeva però vivere con dignità nonostante la carenza di mezzi economici; l’onestà, le buone maniere, il rispetto del prossimo erano norma e prassi della casa. I genitori, umili di origine ma buoni cristiani, trasmisero ai figli valori autentici e insegnarono a pregare fin da quando erano piccoli. Inoltre la presenza in casa della nonna materna, cui Salvo era molto affezionato, contribuì notevolmente all’educazione del nipote. Lo stesso deve dirsi del prozio Peppino, nel laboratorio del quale Salvo lavorò fin da adolescente e insieme al quale si recava spesso a visitare i malati all’Ospedale della Vita (per i tubercolotici) come pure a quello degli Incurabili di Napoli, portando ad essi un po’ di conforto con piccoli regali e soprattutto con la sua bontà di ragazzo dagli occhi limpidi e vivaci.

 

Salvo ebbe dunque la fortuna di crescere in un ambiente che rispecchiava i princìpi religiosi del Vangelo, fatto di carità, di generosità e di pace. Si deve anche tener presente che il suo nonno materno era stato maresciallo maggiore dei carabinieri, tra i quali avevano militato pure due suoi zii; perciò lo spirito dell’Arma permeava l’atmosfera familiare favorendo, fra l’altro, in Salvo lo sviluppo del senso del dovere.

 

Fra i 12 nuclei familiari che risiedevano nel palazzo di quattro piani in cui abitava la famiglia D’Acquisto esisteva una tranquilla atmosfera di intesa e collaborazione, con la condivisione di tutte le ricorrenze liete e dolorose di ogni famiglia. Sotto la guida della nonna Erminia, come per un rito tradizionale rispettato e onorato da tutti, gli inquilini del palazzo si riunivano ogni sera per la recita del Rosario. Naturalmente di questa atmosfera di cordialità e di buoni rapporti beneficiavano i ragazzi, che, con tutta la loro vivacità, condividevano giochi, scherzi e birichinate.

 

La crescita di Salvo avvenne perciò in modo sano e graduale, favorita dal clima in cui la famiglia era inserita e dallo spirito degli altri ambienti da lui frequentati: per alcuni anni l’Istituto diretto dai salesiani fomentò in lui lo spirito cristiano e le doti di bontà; l’Apostolato della preghiera e il servire la Messa nella chiesa dei gesuiti contribuirono allo sviluppo del suo amore per Gesù presente nell’Eucaristia.

 

La passione per la lettura lo accompagnò lungo tutta la sua breve esistenza: negli anni seguiti all’adolescenza passava ore e ore nella biblioteca pubblica a leggere per arricchire le sue conoscenze. Pur essendo dotato di buona intelligenza, Salvo non proseguì gli studi del ginnasio appena iniziati, perché il latino gli riusciva difficile. Andò allora a lavorare sino ai 17-18 anni, al tempo della visita di leva, nel laboratorio del prozio Peppino, che era confezionatore e commerciante di bambole.

 

Salvo crebbe quindi come un ragazzo del tutto normale; con il passare degli anni si andarono rivelando alcune note tipiche della sua personalità: piuttosto riservato e forse anche timido ma forte di carattere, profondamente buono e compassionevole specie nei confronti di chi soffre, attento a chi ha bisogno di protezione e aiuto. Già da piccolo, di ritorno da scuola, imbattendosi in una vecchietta carica di sporte, Salvo si affrettò a toglierle dalle mani quei pesi. Un’altra volta, percorrendo la strada di ritorno a casa dall’Istituto dei salesiani, accompagnò uno studente, gobbo, per proteggerlo dagli scherni di compagni poco caritatevoli che lo deridevano per la sua deformità. Siccome essi dileggiavano pure «una povera ragazza bruttina che aveva un occhio di vetro», Salvo si interpose e non esitò ad avvicinarsi a lei per dare un bacio all’occhio di vetro.

 

In quegli anni giovanili non mancano episodi che mettono in rilievo come già allora egli sapesse mettersi dalla parte di chi era meno fortunato o anche esporre se stesso per proteggere chi era in pericolo: ricordiamo almeno due di questi episodi. Un giorno d’inverno, ritornando a casa da scuola, egli vide, come già altre volte, un ragazzo infreddolito e scalzo che chiedeva l’elemosina all’angolo di una strada. Salvo, mosso a compassione, non poté sopportare quella scena, si tolse le scarpe e le donò a chi ne aveva tanto bisogno. Alla madre che lo rimproverò, disse che lo aveva fatto d’istinto per soccorrere un bisognoso, senza riflettere sul fatto che poi egli stesso sarebbe rimasto senza scarpe. E aggiunse anche questo commento: «Io sono robusto e ho da mangiare, invece il poveretto era mingherlino e tremava dal freddo»[3].

 

Un altro giorno, mentre, con il prozio Peppino, era diretto al Vomero, si accorse che un ragazzo, caduto sulle rotaie, stava per essere investito da un tram. Prima ancora che lo zio potesse rendersene conto, vide Salvo che si precipitava verso quel suo coetaneo e con un gesto fulmineo riusciva a trarlo in salvo, appena in tempo per evitare che fosse schiacciato. Poiché Salvo aveva corso un grave pericolo, lo zio gli chiese perché lo avesse fatto senza neppure fargli un cenno. Egli rispose che, come spinto da una forza interiore, si era lanciato a salvare quel ragazzo e poi aggiunse: «Non potevo lasciarlo morire così».

 

Si può quindi affermare che gli anni giovanili di Salvo sono caratterizzati dalla spontaneità di un ragazzo napoletano, schietto e sorridente, aperto alla vita e desideroso di apprendere, semplice e retto, rispettoso e amante dei rapporti familiari, buono e attento agli altri. Si può anche capire perché, quando nel 1939 giunse il tempo del servizio militare, Salvo presentò la domanda per entrare tra i carabinieri.

 

Il servizio di carabiniere

 

Diventato allievo carabiniere, Salvo si impegnò nel lavoro di formazione: si trattò non solo di un addestramento fisico e militare, ma anche di un approfondimento di quei valori insiti nell’essere umano che, se vissuti, rendono la società ordinata e civile. Fra questi fu sempre vivo in lui un cristianesimo autenticamente vissuto e privo di ogni condizionamento derivato da rispetto umano, che lo rese capace di farsi partecipe di ogni dolore altrui come se fosse stato proprio. Anche quando l’Italia fu travolta dalla sconfitta, egli mantenne fede alla propria vocazione, ai propri princìpi morali e anzitutto al senso del dovere.

 

Ai mesi da lui trascorsi frequentando il corso allievi carabinieri (15 agosto 1939-15 gennaio 1940)[4] seguirono quelli del primo servizio da lui reso come carabiniere a Roma (15 gennaio-fine ottobre 1940) e poi i quasi due anni trascorsi nell’Africa del Nord come membro della Compagnia addetta alla sorveglianza dei campi di aviazione fra Tripoli e Bengasi. Fu questo un periodo pesante, vissuto costantemente nel pericolo, che richiese continui sacrifici a causa del clima, del vento del deserto che soffiando portava la sabbia ovunque, sotto la tenda e anche nel povero vitto e nella poca quantità d’acqua assegnata come razione giornaliera. Ma Salvo non si lamentava: in una lettera scritta alla madre il 12 febbraio 1942 egli dice: «C’è il dovere che chiama e di fronte al quale non c’è da opporre nessuna opposizione».

 

Anche allora la sua vita morale non ne soffrì, anzi si intensificò: ufficiali e commilitoni lo apprezzavano sempre più come uomo di princìpi, di fede e di esempio per gli altri. Sotto la tenda Salvo non esitava a pregare, pur essendo alla presenza di altre persone; durante gli attacchi aerei era lui a invitare i suoi commilitoni a pregare. Costretto a rimpatriare in Italia a motivo di una enterocolite che lo costrinse ad essere ricoverato nell’Ospedale militare, una volta guarito frequentò a Firenze il corso allievi sottufficiali carabinieri dal 15 settembre al 15 dicembre 1942. Anche allora fu apprezzato per il suo senso di responsabilità nei riguardi degli altri, la serietà nell’applicazione allo studio, la vita esemplare: il tutto come frutto dei princìpi cristiani che permeavano la sua vita ed erano da lui vissuti con profonda convinzione. Alla fine del corso, nel manifestare le sue preferenze nei riguardi di una futura destinazione, espresse il desiderio di essere assegnato a una stazione periferica per rendersi utile alla povera gente. E fu così: alla fine di dicembre 1942 fu inviato a Torrimpietra, piccolo centro situato sul litorale tirrenico a nord di Roma. Qui gli abitanti della zona ben presto lo conobbero e apprezzarono per la sua disponibilità, come persona umile e cordiale che trattava tutti senza alterigia, sempre pronto ad aiutare coloro che avevano bisogno, buono con tutti, presente regolarmente alla Messa durante la quale riceveva la Comunione.

 

In quel periodo così tormentato e difficile della storia del nostro Paese, il vicebrigadiere della stazione di Torrimpietra nei limiti del possibile andava incontro ai bisogni della popolazione, dando consigli e utili orientamenti, componendo diverbi e litigi tra la gente del luogo, distribuendo tra le famiglie più numerose quel poco che veniva offerto ai carabinieri. Dopo 1’8 settembre 1943 — data dell’armistizio tra il generale Badoglio e gli Alleati — nella situazione caotica che era venuta a crearsi, consigliato di nascondersi a Roma, si rifiutò di dare ascolto a tale suggerimento: «Il mio dovere è di essere con la gente che è stata affidata a noi». Questa fu la sua netta risposta, espressione di un animo fedele e di un cuore ricco di amore per il prossimo, cioè per coloro per i quali egli avrebbe poi sacrificato la vita.

 

Il martirio

 

Nove mesi dopo il suo arrivo alla stazione di Torrimpietra[5], il 22 settembre 1943, accadde l’episodio che fu occasione della rappresaglia compiuta dalle SS per un’esplosione avvenuta alla Torre di Palidoro, che aveva provocato la morte di un militare tedesco e il ferimento di altri due. L’edificio era presidiato dai militari della Guardia di Finanza, e proprio per questo le SS cercavano il maresciallo che comandava il piccolo nucleo di finanzieri, ritenendolo responsabile dell’atto di sabotaggio. Essendo venuti a sapere che egli sarebbe ritornato da Roma con il treno in arrivo verso le 16,00, alcune SS si recarono alla stazione di Torrimpietra, pronte ad arrestarlo; ma il maresciallo della Finanza, avvertito preventivamente, con dei segni, da un suo conoscente, poté uscire dalla parte opposta del vagone e dileguarsi.

 

Poiché le SS non erano riuscite ad arrestare colui che era al comando dei militari che presidiavano la Torre di Palidoro e quindi era ritenuto responsabile dell’esplosione, il mattino del 23 settembre giunsero nella borgata di Torrimpietra diversi militari tedeschi armati di mitragliatrici, che rastrellarono la piazzetta e le viuzze dell’abitato procedendo al fermo di parecchie persone. Dopo averle caricate su un autocarro, si avviarono verso Palidoro; in un secondo tempo però ne fecero una selezione, rilasciando anziani, donne e ragazzi; invece arrestarono e costrinsero a salire sul camion anche alcuni uomini incontrati lungo la strada mentre il camion procedeva verso Palidoro. Una volta giunti alla Torre, sul litorale, interrogarono i 22 ostaggi, i quali però si dichiararono innocenti ed estranei all’esplosione, aggiungendo di non essere in grado di fornire informazioni.

 

Nel frattempo i militari tedeschi si erano recati alla locale stazione dei carabinieri, giacché, secondo gli accordi presi fra le autorità tedesche e quelle italiane, i carabinieri avevano il compito di mantenere l’ordine pubblico e tutelare i militari e i civili tedeschi[6]. Nella caserma si trovava Salvo D’Acquisto, che quel giorno era al comando della stazione dei carabinieri, a causa dell’assenza del maresciallo per ragioni di servizio. I tedeschi arrestarono quindi il vicebrigadiere, lo costrinsero a salire in un side-car e, dopo averlo percosso sul capo con il calcio della rivoltella, lo condussero alla Torre di Palidoro, dove fu messo insieme agli ostaggi. Furono quindi dati loro dei badili con l’ordine di scavare una fossa in cui sarebbero caduti una volta fucilati. Si trattava evidentemente di una rappresaglia per vendicare la morte del militare tedesco e il ferimento degli altri due[7].

 

Quando Salvo e gli altri ostaggi avevano già scavato la fossa, il giovane vicebrigadiere chiese di parlare con un sottufficiale delle SS: egli sapeva che, secondo le norme del diritto internazionale, una rappresaglia non può essere messa in atto se viene catturata la persona responsabile dell’atto di sabotaggio. Nel breve tempo intercorso tra il suo arresto e l’essersi ritrovato tra quegli uomini che erano in attesa dell’esecuzione, Salvo aveva riflettuto circa il modo in cui doveva agire in base ai princìpi che avevano sempre ispirato la sua vita. Egli allora, attraverso un interprete, dichiarò al sottufficiale delle SS di assumersi la responsabilità di quanto era accaduto e chiese che fossero messi in libertà gli altri 22 ostaggi, perché erano completamente innocenti ed estranei a ciò che era accaduto.

 

Gli ostaggi, parecchi dei quali erano padri di famiglia, avevano vissuto ore di panico ed erano terrorizzati per ciò che stava per accadere. Con le lacrime agli occhi avevano supplicato Salvo D’Acquisto di fare di tutto per salvarli. Con la serenità e la calma che gli erano proprie, ritornato fra gli ostaggi, il vicebrigadiere «rivolse parole di incoraggiamento, manifestando la speranza di una felice risoluzione della vicenda, che tutt’al più avrebbe potuto comportare una deportazione in Germania»[8]. A uno degli ostaggi, Nando Attili, che Salvo conosceva meglio, disse con calma: «Senti, Nando, il mio dovere l’ho fatto. Per quanto io ho detto penso che voi sarete salvi. Io devo morire. Una volta si nasce e una volta si muore»[9].

 

Il sottufficiale delle Waffen SS aveva però risposto a Salvo di non essere autorizzato a prendere una decisione simile: era quindi necessario attendere l’arrivo di un ufficiale, che giunse poco dopo. Secondo la deposizione di uno degli ostaggi sopravvissuti, «forse si era verso le sei del pomeriggio»[10], «quando arrivarono due macchine davanti al casale adiacente la torre. Scesero degli ufficiali»[11]. «Scende il Maggiore, un uomo di mezza età piuttosto piccolo, croce di ferro al collo, stivali lucidi, monocolo e frustino»[12].

 

Un altro degli ostaggi, Vincenzo Meta, ha rivelato ciò di cui fu testimone perché si trovava a pochi metri di distanza: «L’interprete parlottò con il comandante riferendogli presumibilmente che il vicebrigadiere aveva chiesto di conferire con lui. La cosa divenne chiara perché venne fatto cenno con la mano verso Salvo D’Acquisto e subito dopo il Maggiore lo chiamò con un cenno del dito. Salvo, uscito dalla fossa, si avvicinò al comandante, dicendogli tramite l’interprete, come io stesso ho potuto sentire perché il Maggiore si era fermato a 4 o 5 metri da noi: “Se trovate il responsabile dell’atto di sabotaggio lasciate liberi gli ostaggi?”. Alla risposta affermativa del Maggiore, Salvo soggiunse: “Il responsabile sono soltanto io” […] Alla risposta di S. D. il comandante tedesco, evidentemente incredulo, agitò a lungo il frustino davanti al viso di S. D., quindi lo rimandò nella fossa».

 

Non suscita stupore il fatto che l’assunzione della responsabilità dell’attentato da parte di Salvo abbia suscitato incredulità e perplessità nel Maggiore delle SS. Essa infatti lo poneva dinanzi a un dilemma: fucilare un carabiniere italiano soltanto perché si era assunto pubblicamente tutta la responsabilità del fatto della Torre di Palidoro, il che avrebbe vendicato l’uccisione di un soldato tedesco, ovvero compiere una clamorosa rappresaglia con l’uccisione di numerosi ostaggi innocenti, la quale comportava il rischio, tutt’altro che ipotetico, di inasprire la tensione già esistente fra italiani e tedeschi, e quindi provocare reazioni che avrebbero creato gravi pericoli per i militari tedeschi, che già stavano ritirandosi verso il nord.

 

Il Maggiore consultò gli ufficiali che lo avevano accompagnato e discusse con loro il da farsi. Come si apprende dalla testimonianza rilasciata da Vincenzo Meta, «poco dopo dette l’ordine all’interprete di farci uscire dallo scavo. Anche Salvo fece l’atto di uscire ma l’interprete gli ingiunse di rimanere nella buca e a noi disse le parole del comandante: “Per questa volta siete tutti liberi, perché qualcuno si è assunta la responsabilità dell’atto di sabotaggio […]. Mentre tutti gli ostaggi avevano ripreso la strada di Torrimpietra, io da solo mi avviai per i campi verso Maccarese. A circa 300 metri mi fermai presso un casale che aveva annesso un fontanile per lavarmi. Fu allora che sentii tre raffiche di mitra che erano quelle che uccisero il S. D. A mio giudizio Salvo D’Acquisto ha offerto la sua vita in un gesto eroico di carità cristiana per salvare gli ostaggi da lui conosciuti nella quasi totalità. Sapeva che essi erano padri di famiglia e ne aveva ascoltato in quelle ore di attesa angosciosa le invocazioni di pietà e di disperazione. Tutti sono convinti che il S. D. con il sacrificio della sua vita ha salvato quella degli ostaggi»[13]. Egli è dunque il cristiano che, come autentico discepolo del Maestro, si conforma a lui: come Gesù Cristo, pienamente innocente, ha preso su di sé le nostre colpe ed è morto per ridarci la vita, così Salvo, assolutamente innocente di ciò che era accaduto, se ne è assunto la «responsabilità» in quanto tutore dell’ordine ed è morto perché gli altri ostaggi avessero la vita.

 

Salvo D’Acquisto è dunque un laico esemplare, che con la spontanea offerta di se stesso e l’accettazione del martirio dà «la suprema testimonianza di carità» (cfr Lumen gentium, n. 42). Il messaggio che egli ci trasmette è quello che l’evangelista Giovanni inviava ai primi fedeli: come Gesù «ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). Lo stesso nostro Signore ha affermato che «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13); tale donazione di sé costituisce dunque la suprema testimonianza di quella carità che Gesù ci ha raccomandato come «suo comandamento». In base alle parole del Signore essa supera di per se stessa la cosiddetta «eroicità delle virtù» che deve essere riconosciuta in un cristiano, non martire, prima che, secondo la Chiesa, questi possa essere dichiarato beato. Questa constatazione ci induce a fare una ulteriore considerazione: il termine «martirio» secondo la perenne tradizione della Chiesa è stato usato in riferimento a coloro che hanno dato una inconcussa «testimonianza» della loro fede dinanzi ai persecutori che la rigettano; ci sembra di poter affermare che quando esso viene preso nel suo senso primario di «testimonianza», può e anche deve appropriatamente essere usato anche per coloro che hanno dato la «più grande» testimonianza di amore e possono perciò essere denominati «martiri della carità».

 

Fonte: "La Civiltà Cattolica"

 

[1] Già nel 1993 l’allora ordinario militare per l’Italia, mons. Gaetano Bonicelli, indirizzava una lettera alla Congregazione delle Cause dei Santi nella quale, fra l’altro, diceva: «È indice molto chiaro della stima e venerazione che Salvo D’Acquisto gode il fatto che, alla fine del 1983, ben 21 caserme, 55 scuole, 355 strade, 52 piazze e 18 monumenti erano dedicati a Salvo D’Acquisto»; e aggiungeva: «È vero che in alcuni di questi casi si è voluto forse ricordare soprattutto l’eroe, ma non è meno certo che in numerosissimi altri il motivo determinante della venerazione del Servo di Dio consiste nella ferma convinzione che egli sacrificò la sua vita per i più puri motivi di carità verso Dio e il prossimo» (Congregatio de Causis Sanctorum, Beatificationis Servi Dei Salvii D’Acquisto [1920-1943] Positio super vita, martyrio et fama martyrii. Positio Suppletiva, Romae, 1999, 43).

 

[2] Numerose sono le pubblicazioni esistenti su Salvo D’Acquisto: esse, pur riportando sostanzialmente i dati principali della sua vita e della fase conclusiva di essa, sono però talvolta carenti, tanto da condurre a una errata interpretazione dei fatti. Di conseguenza ci pare di dover indicare la Positio sulla vita, sul martirio e sulla fama di martirio come il lavoro più attendibile: essa tiene conto di tutti gli atti processuali e quindi non solo delle deposizioni in essi raccolte da testimoni oculari dei fatti, ma anche dei documenti dell’Archivio storico dell’arma dei carabinieri e di numerosi archivi militari tedeschi, in particolare il Bundesarchiv-Militärarchiv di Freiburg e quello di Aachen. Cfr anche D. Mondrone, «Salvo D’Acquisto. Un carabiniere verso la gloria degli altari», in Id., I Santi ci sono ancora, vol. IX, Roma, Pro Sanctitate, 1985, 228-246.

 

[3] Congregatio de Causis Sanctorum, Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Salvii D’Acquisto, Viri laici (1920-1943), Romae, 1996, Positio, vol. II, teste 10, p. 73.

 

[4] Alla fine del corso, nella scheda di valutazione, circa le «attitudini all’avanzamento», è scritto: «Nessuna per ora»: cfr Positio, vol. I, 78.

 

[5] Va tenuto conto che il 10 settembre 1943 fu concluso un trattato fra il Comando Supremo tedesco nell’Italia centrale e meridionale e il primo Ufficiale di Stato Maggiore della Divisione Centauro. Il documento fu firmato, per parte tedesca, dal Capo di Stato Maggiore del maresciallo Kesselring, generale Westphal, e per parte italiana dal tenente colonnello dello Stato Maggiore Giaccone. Esso riguardava non solo la città di Roma ma anche il territorio sino a 50 km a nord e a 50 km a sud della capitale. Secondo quanto stipulato, tutte le forze armate italiane dovevano deporre le armi e consegnarle alle autorità tedesche; lo stesso valeva anche per tutte le installazioni militari, come campi di aviazione, fabbriche ecc. Si tratta di un documento che nel suo tono è piuttosto moderato, mirante a far sì che si evitassero incidenti più gravi, cosa possibile nella situazione che si era venuta a creare. Ai carabinieri spettava la responsabilità di tutelare l’incolumità dei soldati e civili tedeschi, ma questo compito era svolto alle dipendenze del Comando Forze di Polizia della Città Aperta, perché i tedeschi non si fidavano completamente dei carabinieri a motivo della loro tradizionale fedeltà al Re d’Italia. Ciò che è da tenere presente è che i fatti di Palidoro si svolsero meno di due settimane dopo tale accordo (cfr il Documento a firma del maggiore dei carabinieri Marco Ricotti, direttore dell’Ufficio Storico dell’Arma, in Positio, vol. I, 187-189).

 

[6] In seguito al capovolgimento della situazione politica determinato dagli eventi dell’8 settembre e all’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il maresciallo Albert Kesselring per la Germania e il generale Carlo Calvi di Bergolo per l’Italia firmarono un accordo in virtù del quale veniva ufficialmente demandato ai carabinieri il compito di proteggere in Italia i cittadini tedeschi sia civili sia militari (cfr G. Castelli, Storia segreta di Roma Città Aperta, Roma, Quattrucci, 1959, 59-78).

 

[7] Secondo il diritto internazionale vigente a quel tempo, che aveva come fondamento alcune Risoluzioni prese nel 1907 e confermate nel 1929, esistevano alcune disposizioni riguardanti gli attentati effettuati in un Paese militarmente occupato e le rappresaglie ad essi conseguenti. La Convenzione internazionale sul diritto militare firmata all’Aja nel 1907 autorizzava, nei casi di attentati illegittimi da parte di partigiani, la rappresaglia a danno di civili innocenti e persino la loro esecuzione. La motivazione di questa disposizione era che essa costituiva un deterrente mirante a evitare il ripetersi di altre simili azioni illegittime. Nel 1929 queste disposizioni furono confermate a Ginevra, ma ad esse fu aggiunta la condizione che la rappresaglia non doveva essere sproporzionata. Si noti però che né nel 1907 né nel 1929 era stato determinato il numero dei civili che potevano essere uccisi per rimanere entro i limiti di una rappresaglia proporzionata. Il principio in base al quale l’uccisione di dieci civili innocenti come rappresaglia per una persona uccisa in un attentato illegittimo rientrava nei limiti della «proporzione» considerata accettabile; tale principio venne fissato soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale nei processi di Norimberga. Cfr anche L. Larivera, «Esiste un diritto di rappresaglia?», in Civ. Catt. 2007 I 13-25.

 

[8] Positio, vol. II, teste 37, p. 201 s.

 

[9] Ivi, teste 1, p. 9.

 

[10] Ivi, 10.

 

[11] Ivi, teste 37, p. 202.

 

[12] Ivi, teste 1, p. 10.

 

 

[13] Ivi, teste 17, p. 114 s.


Comandante Agostino Pinca...Carabiniere per Vocazione

 

Il Comandante Agostino Pinca

 

 

 

 "Servabo" in latino vuol dire conserverò, terrò in serbo, sarò utile.

 

 Ecco il segreto della dignità di una persona, di una vita. 

 

 

Il Comandante Agostino Pinca si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri come Sottufficiale nel 1989, è stato in servizio presso la Stazione Carabinieri Roma San Pietro (1991-1993) è stato poi trasferito al Nucleo Operativo della Compagnia San Pietro, dove ha operato in attività investigative fino al 1997. Dal 1997 al 2022 è stato Comandante della Stazione Carabinieri Roma Gianicolense, con interventi significativi anche in operazioni di sicurezza urbana, come i controlli contro insediamenti abusivi a Villa Pamphili. Dal 2022 è Comandante della Stazione Carabinieri Roma Ponte Milvio, con sede in Via Flaminia Vecchia 472.

Le sue competenze professionali sono numerose a partire dalle investigazioni complesse con esperienza pluriennale in indagini su reati contro la persona e la sicurezza pubblica.

Nell’ambito della violenza di genere è specializzato nella gestione di casi di violenza domestica e sessuale, con approccio multidisciplinare. Il Comandante Agostino Pinca collabora con profondo impegno con i Centri Antiviolenza da molti anni; dal 1998 è attivo nella creazione di reti interistituzionali per il contrasto alla violenza di genere, promuovendo buone pratiche investigative e grande supporto alle vittime.

 Il Comandante Pinca è molto impegnato nell’attività formativa e divulgativa; è stato relatore in convegni e seminari. Partecipa attivamente a eventi accademici e istituzionali, ricordiamo il seminario “I percorsi di uscita dalla violenza di genere” presso la Sapienza Università di Roma (ottobre 2023). Nella sua formazione professionale sono rilevanti i suoi interventi in corsi di aggiornamento rivolti a operatori delle forze dell’ordine e professionisti del settore sociale. Il Comandante ha scritto articoli su riviste specializzate in criminologia, sicurezza urbana e tutela delle vittime.

 

Attualmente è Luogotenente Carica Speciale, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Roma – Ponte Milvio

 

 

"Homo sum, humani nihil a me alienum puto"

 

( traduzione "sono un essere umano: non ritengo a me estraneo nulla di ciò che è umano.")

 

 

Publio Terenzio


Comandante Agostino Pinca… Carabiniere per Vocazione

 

 

Testimonianza di una vittima di ingiustizia sul Testimone di Fede Comandante Agostino Pinca.

 

Desidero premettere che se sto scrivendo in questo momento del Comandante Agostino ( che proseguendo chiamerò solo per nome, per familiarità) è grazie alla forza che ha trasmesso nel far scorrere la mia voce senza esitazione e non lasciarla spezzata.

Ho conosciuto Agostino diversi anni fa, sono una vittima di ingiustizia e nello scriverlo so che queste parole non contengono solo profonde ferite ma anche profonda dignità. Cerco di trasmettere luce di Speranza ogni giorno anche attraverso le mie ferite, desiderando con semplicità essere io stessa una risposta. Come mi ha detto Agostino stesso: “questa è la migliore risposta al male.” Splendere. Agostino conoscendomi non ha raccolto una pratica, ma mi ha "raccolto" umanamente. Questa è la chiave umana; non abbandonare le vittime e infonder coraggio riconoscendo la preziosità della loro dignità. Nel mio calvario non c'è stata una volta che non mi abbia accolto e che non abbia abbracciato le mie lacrime ascoltandomi, donandomi comprensione e liberando la voce del mio dolore strozzato dall'ingiustizia subita. Desidero fare emergere la sua parte profondamente umana senza alcuna retorica. Questo è lui: umile, traboccante di cura per ogni persona vittima di ingiustizia e con una sensibilità particolarmente speciale verso le donne vittime di violenza. La profonda Verità del suo agire è che qualsiasi tipo di male subito da un essere umano riguarda tutti ed è responsabilità di ognuno prendersene carico. Siamo tutti determinanti. Spesso questa società va avanti con slogan che inneggiano a valori ma non segue altro. Per questo attraverso le mie parole desidero porgere agli altri la testimonianza di un volto: il suo. Un esempio che con la sua cura costante e  coraggiosa ti aiuta a non sprofondare, ti fa fortemente sperare. Agostino Crede. È la fede operosa che asciuga le lacrime dal volto del suo prossimo e non si tira indietro; arriva come il buon samaritano dopo che molte persone rimangono di fronte a una vittima piegata dal dolore e passano oltre. Agostino invece sosta, raccoglie la vittima, fascia le ferite con Compassione e Verità e completa la sua Missione. È un'Amicizia che rimane nella vita.

Ho letto un pensiero molto bello di Kant sulla virtù che rispecchia la sua etica: "La forza morale, questo coraggio costituisce per l'uomo il maggiore, anzi il suo titolo di gloria, ed è anche chiamata la vera saggezza pratica, perché essa si propone come lo scopo finale dell'esistenza dell'uomo sulla terra. Possedendola l'uomo non ha nulla da temere né dal caso né dal destino, perché egli possiede se stesso e non può perdere la sua virtù."

Questo è il nostro Agostino Pinca.

 

 Il pensiero che ho scritto è un profondo grazie corale che rivolgiamo al Comandante Agostino e a tutti coloro che come lui in ogni campo hanno cura del prossimo per Vocazione e nello stesso è un forte messaggio per tutti noi: sentirci responsabili l'uno verso l'altro. Ne vale sempre la pena.

 

 

"Giustizia significa impegnarsi per chi è indifeso e salvare vite, lottare contro l'ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace."

 

 

Card. Carlo Maria Martini


Don Antonio Coluccia..."il prete coraggio nelle periferie più difficili"

Da ex operaio in una fabbrica salentina, a sacerdote fondatore dell’opera “don Giustino” per gli emarginati. Una vita rivoluzionata nel giro di pochi anni e dedicata ai poveri e ai bisognosi. Ma allo stesso tempo molto «scomoda», addirittura un prete «da eliminare».

Don Antonio Coluccia lotta da anni per restituire dignità agli uomini della sua comunità e non solo, ma gli ostacoli incontrati lungo il percorso non sono stati pochi. Nel 2012 ha trasformato una villa confiscata a un boss della banda della Magliana, in una casa di accoglienza. Don Antonio in questi anni è stato oggetto di minacce di morte a seguito del suo impegno nella pastorale di strada.

A Roma e non solo, è un simbolo della lotta allo spaccio e alla criminalità, dalle cui mani cerca ogni giorno di strappare i giovani con le sue iniziative, con i valori dello sport – a San Basilio ha aperto una palestra della legalità con le fiamme oro della polizia di Stato – e con il suo coraggioso impegno.

 

È segno di testimonianza della fede con opere di carità e di vera azione pastorale.


 

Don Coluccia fa rumore sulla piaga della droga. Quando ci svegliamo?

 

Maurizio Patriciello

 

Ben vengano la solidarietà, le strette di mano, le polemiche e le prese di posizioni politiche. Ben vengano i consigli dei superiori preoccupati per l’incolumità di questo prete affidato alle loro paterne cure. A don Antonio Coluccia, però, non interessa tanto la propria sicurezza – anche quella, ci mancherebbe – ma portare a galla un fenomeno malavitoso talmente incancrenito da essere diventato “normale”. Il dramma è questo, al Quarticciolo come a Caivano, a Tor Bella Monaca come a Scampia e in tante altre periferie. Don Antonio sa bene che non sarà una passeggiata della legalità a risolvere il problema, eppure insiste. E i fatti gli danno ragione se un semplice corteo riesce a far saltare i nervi ai malavitosi. Non è tanto il mancato introito di una sera, proveniente dalla droga, a preoccuparli, ma il fatto che una persona – un prete, addirittura - si sia permesso di accendere i riflettori su un mondo che – pur stando sotto gli occhi di tutti – avrebbe dovuto godere, secondo loro, di uno “statuto speciale”. Legge non scritta ma attuata.

 

«Qui comandiamo noi. Lasciateci in pace. Dobbiamo mangiare tutti. A ognuno il suo. Badate ai veri problemi del Paese…». Tutti sanno. E quando dico “tutti” intendo la Roma dei professionisti, degli imprenditori, degli industriali, delle forze dell’ordine, della gente comune, dei preti, ma, soprattutto, della politica. È a questo punto che l’operato di don Antonio diventa insopportabile. Con la sua impeccabile talare nera dalla quale non si separa mai – ammettiamolo, tanti lo avrebbero preferito in jeans e maglietta malandata, un cosiddetto “prete antimafia” - don Antonio ci richiama alle nostre responsabilità. Qual è, dunque, la vera intenzione di questo giovane religioso salentino? Attirare l’attenzione su di sé? Certo non manca chi ha la faccia tosta di affermarlo. La solita tiritera: vuole apparire, vuole andare in televisione, ama la ribalta, non sono fatti suoi, chi crede di essere, e scemenze del genere. In genere chi le inventa ha tutto l’interesse a farlo. La prima arma di difesa di chi naviga nel fango è il fango stesso. Messo in un’apposita macchina, serve a occultare, a sporcare, a insozzare, a fare perdere credibilità. Molto più dei colpi di pistola valgono le calunnie. Generano dubbi, acquietano le coscienze intorpidite, dividono, devastano.

 

A don Antonio, la capitale d’Italia deve molto. Credo che abbia tanto da insegnare a tutti, a cominciare da noi preti, continuamente invitati e trascinati, da papa Francesco a uscire dalle sacrestie, a sporcarci le mani, a sentire gli odori delle pecore e il puzzo di coloro che ne farebbero un boccone. I lupi non dormono, sempre alla ricerca dell’agnellino da sgozzare. I lupi sono scaltri, occorre – parola di Gesù – essere scaltri almeno al pari di essi. Scaltrezza come metodo, il fine è il bene comune. Un bene, cioè, che appartiene a tutti ma che alcuni vogliono accaparrarsi. Se c’è una cosa che preoccupa don Coluccia non è tanto la propria incolumità. Lui ha già messo in conto tutto. Quando mise mano all’aratro sapeva bene il rischio che correva. No, non è questo a rendere insonni le sue notti, a mettergli le ali ai piedi, a distrarlo durante la Messa. A turbarlo sono gli uomini della sua scorta, per i quali sente una grande responsabilità. Tra loro è nata un’amicizia bella. Si sorvegliano a vicenda. Ognuno teme e trema per la vita dell’altro.

 

Don Antonio non è un ingenuo ma un prete a tutto tondo. Non sta esagerando. Sta solo – come gli ha raccomandato il Papa – facendo rumore. Tant’ è che i nomi di questi quartieri della periferia romana, fino a ieri sconosciuti alla maggior parte degli italiani, oggi non lo sono più. Don Antonio ci sta tirando giù dal letto dove pigramente avremmo continuato a dormicchiare facendo finta che, in fondo, il problema non esiste. Non sto dicendo che eravamo all’anno zero, tutt’altro, voglio affermare, ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che questa guerra alla criminalità la vinceremo solo stando insieme. Un esercito preparato dove anche l’ultimo dei soldati e dei volontari è necessario per conquistare la vittoria. Un giovane professionista, una volta, ebbe a criticare una mia affermazione. Avevo detto che, a ben guardare, il problema della droga sono anche gli stessi drogati. Non ne era convinto. Per questo lo ripeto qui. Se non ci fosse la domanda la risposta cadrebbe da sola. Occorre chiarire una volta per tutte che i consumatori di droghe – persone oneste, giovani, padri di famiglia – oltre a rovinare se stessi alimentano la stessa malavita che li angaria. Scendiamo in campo, tutti insieme.

 

 

A don Coluccia il nostro ringraziamento e le nostre raccomandazioni. Sii prudente, caro confratello. Di eroi morti ne abbiamo già troppi. Sono un vero pugno nell’occhio. Falcone e Borsellino, don Diana e don Puglisi, insieme alla numerosa schiera di martiri che li accompagnano, ci fanno male. Stanno a dirci che hanno dovuto rinunciare alla loro vita anche perché non sempre gli altri hanno fatto il proprio dovere. Ci rimproverano per la nostra negligenza, la nostra pigrizia, la nostra ottusità. Don Antonio, continua – come già in modo mirabile stai facendo – a darci calci negli stinchi. Da vivo, però. Con perseveranza, forza, prudenza e quella virtù desueta che tanto piace al nostro Dio, l’umiltà. E tutti noi, che leggiamo le gesta di questo povero prete, cerchiamo di apprenderne la lezione. Non lo lasciamo solo. Soli si muore. Lo ripeto per i duri di orecchi: soli si muore. Scendiamo in campo, facciamogli scudo, moltiplichiamo a dismisura non solo le passeggiate della legalità, ma tutto ciò che serve a riportare lo Stato nelle nostre periferie.


Vittorio Bachelet..."fedele al Vangelo, fedele alla Costituzione"

 

Il messaggio del Presidente Mattarella

 

20 febbraio 2026

 

 

100 anni dalla nascita e 45 anni dall'uccisione di Vittorio Bachelet per mano delle Brigate Rosse

 

 

 

 "Vittorio Bachelet non ha mai ostentato la sua fede, anche se ben nota a tutti, ma l’ha tradotta in un’autentica, laica, testimonianza umana e istituzionale in ogni ruolo in cui è stato chiamato a svolgere funzioni pubbliche di alta responsabilità.

 

 

 

 

Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita. Nel dialogo Bachelet ha sempre visto una preziosa fonte di arricchimento collettivo, nonché uno strumento essenziale per la tutela del bene comune”.


 

Vittorio Bachelet

 

 

 

 

 

A quarantacinque anni dall’assassinio di Vittorio Bachelet per mano delle Brigate Rosse, la sua testimonianza risuona ancora con forza e attualità. Il figlio, Giovanni Bachelet, che all’epoca aveva quasi 25 anni, ci guida in un viaggio toccante e profondo tra gli ideali e le sfide di quegli anni, offrendo un messaggio di speranza che parla direttamente ai nostri giorni.

 

 

 

Il racconto parte proprio dai fatidici anni ’70: «In quegli anni c’erano moltissime persone che si impegnavano e ci sono state riforme che hanno trasformato la società italiana: il servizio sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, la scuola media unica, il nuovo diritto di famiglia. Anni belli rovinati dall’idea che si fa prima a fare giustizia sparando o mettendo bombe piuttosto che con la fatica della democrazia. Però, come scriveva mio padre, la democrazia non è la via più lunga per una maggiore giustizia nella società, ma l’unica via».

 

 

 

L’amore per la democrazia…

 

 

 

L’amore per la democrazia è stato il motore della vita di Vittorio, tanto nell’impegno civile quanto in quello associativo: «L’Azione cattolica è stata l’esperienza centrale della vita di mio padre» racconta Giovanni riportando alla mente gli anni in cui proprio a Vittorio Bachelet, insieme al vescovo Franco Costa, fu affidata, da papa Giovanni XXIII prima e da papa Paolo VI dopo, la missione di guidare il rinnovamento dell’Azione cattolica per attuare il Concilio, che Vittorio affrontò dedicando le sue energie a democratizzare la vita dell’associazione, a promuovere una nuova corresponsabilità dei laici e ad accompagnare la riforma liturgica.

 

 

 

… e l’ottimismo di Vittorio

 

 

 

Raccontando le conquiste e anche le fatiche e le critiche che questi cambiamenti portarono con sé, Giovanni ricorda col sorriso e con affetto il ruolo giocoso e carismatico di suo padre e di don Costa: «Non erano uomini rigidi o austeri come ci si potrebbe immaginare: avevano grande senso dell’umorismo e affrontavano le sfide di quei tempi con il sorriso e una buona dose di autoironia. Me li ricordo in montagna insieme, entusiasti delle novità conciliari eppure capaci di cogliere aspetti esilaranti non solo nei preti e nei laici nostalgici e reazionari, ma anzitutto in se stessi e negli amici rinnovatori.

 

 

 

Questo atteggiamento li ha aiutati a guidare l’associazione con mano ferma e spirito umano e inclusivo al tempo della “contestazione globale”». L’ottimismo di Vittorio, che lo ha sempre caratterizzato, non era cecità verso le difficoltà e i problemi profondi che affliggevano il suo tempo, specifica il figlio, ma derivava da profonda fede, comprensione della realtà e sicurezza di sé.

 

 

 

Affrontare le sfide con gioia, speranza e competenza è uno stile e una strada da seguire anche oggi. Ai giovani sconfortati dalla violenza, dalle ingiustizie e dall’apparente declino della politica e della democrazia, Giovanni risponde ricordando un pensiero di Giorgio La Pira ascoltato a un convegno della Fuci, quando era studente di Fisica. Alla superficie degli oceani le acque sono agitate e suggeriscono l’immagine del caos; la maggior parte dell’acqua e del calore è però trasportata da correnti profonde e silenziose. Anche nel profondo della storia, agitata alla superficie, ci sono grandi correnti che la portano verso l’unità e la pace. «Questo mi ha insegnato a non fermarmi alla prima impressione, mi ha ricordato che per cambiare le cose serve il coraggio morale di non rassegnarsi a ciò che si vede e anche il coraggio intellettuale di approfondire».

 

 

 

Il suo messaggio di fede e speranza continua a parlarci oggi

 

 

 

 

 

Il giovane Bachelet e sua sorella ci credevano. Per questo, nonostante la consapevolezza dei rischi che il padre correva, non gli hanno consigliato un passo indietro di fronte a impegni politici e istituzionali per lui inediti, anzi: «Nel 1976 sia io che mia sorella lo abbiamo incoraggiato a dare una mano a Moro e Zaccagnini, tanto che, a posteriori, ci siamo quasi sentiti in colpa».

 

 

 

«Orgoglioso di mio padre»

 

 

 

Erano orgogliosi del padre; oltre all’orgoglio, racconta Giovanni, c’era la speranza che l’immissione di forze nuove e sane nella democrazia italiana riuscisse a farla uscire dalla grave crisi politica ed economica in cui si trovava già da qualche anno. «Nel momento stesso in cui papà, cinquantenne, accettava responsabilità politiche e istituzionali, mi ricordava però, citando un’enciclica di Giovanni XXIII, che per una politica efficace, oltre alla santità (vocazione di ogni battezzato), occorrono conoscenza e competenza. A me, allora studente, ricordava che alla mia età il modo principale per cambiare il mondo era quello di continuare a studiare, per acquisire conoscenze e competenze che ancora non avevo».

 

 

 

A chi non ha mai conosciuto la figura di Vittorio, suo figlio lo descrive così: «Fede, ottimismo, sicurezza di sé, questo era mio padre. Ricordo lunghe chiacchierate notturne con lui, spesso impegnative. Mi sarebbe piaciuto ereditare la sua capacità di ascoltare a lungo i figli e cogliere la verità che emerge in un dialogo sincero e privo di pregiudizi; temo invece di essere stato un padre impulsivo e poco paziente; ormai nonno, spero di saper ascoltare almeno i nipotini».

 

 

 

Un padre amorevole e presente

 

 

 

Vittorio Bachelet non è stato solo una figura di spicco nella storia del nostro Paese, della Chiesa e dell’Azione cattolica, ma anche un padre amorevole e presente. Questo racconto del figlio offre l’opportunità di scoprire non solo l’uomo dei grandi ideali, ma anche il Vittorio intimo, capace di gesti semplici e profondi, come dimostra l’ultima telefonata fatta a Giovanni: «Gli chiesi: come stai? Lui mi rispose: bene, quando ti sento».

 

 

 

 

 

 

A quarantacinque anni dalla tragica scomparsa, Vittorio Bachelet non appartiene solo alla storia: il suo messaggio di fede, speranza e impegno concreto, continua a parlare al presente e ha ancora molto da insegnare per il futuro.


Aprile

                                                                                Dipinto di Pál Szinyei Merse, Papaveri nel campo, 1902.

 

                                                                                                   

 

Cari amici in questo mese di aprile che è anche mese del primo sbocciare della primavera, in quest’area presenteremo con piacere messaggeri nel sociale che rappresentano attraverso il loro grande Crederci una rinascita possibile

 

 

 

                                                                                                     


Resistere per la libertà- Speciale 25 aprile

"E' sempre tempo di Resistenza"                                                                                                                    Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella

La Resistenza una lotta di tutti per tutti e il ricordo speciale dei partigiani cattolici

 

La Resistenza italiana, oggi più di ieri, riveste un significato particolare: i partigiani cattolici, infatti, hanno svolto – assieme a tantissimi resistenti di altra ispirazione culturale, politica e religiosa – un ruolo essenziale nella lotta contro il regime fascista e nella difesa dei valori umani fondamentali.

 

Mossi da una profonda fede nei principi di solidarietà, fraternità e giustizia, essi hanno alimentato la propria azione con l’eroismo quotidiano dell’amore, ribellandosi alla sopraffazione e alla violenza, per ricostruire un Paese completamente distrutto e per garantire la pace e il progresso ai propri figli e ai propri nipoti.

 

Di fronte a un contesto internazionale sempre più incandescente e teso, il 25 aprile ci offre l’esempio straordinario di unità d’intenti di coloro che combatterono e diedero la propria vita, giovani soprattutto, affinché non si potessero più ripetere guerre fratricide fra i paesi europei – che hanno poi tragicamente coinvolto nazioni di tutto il mondo – e affinché la cooperazione e il sostegno reciproco diventassero il metro di giudizio e il termine di paragone dei rapporti fra Stato e Stato, contraddistinti da relazioni pacifiche e costruttive.

 

Ricordiamo, quindi, e manteniamo viva la memoria di coloro che hanno perso la propria vita per la pace e la democrazia e ci impegniamo a trasmettere alle nuove generazioni il loro ricordo e la loro testimonianza, tenendo sempre alta la soglia di attenzione circa i diritti umani e il loro rispetto.

 

L’eredità della Resistenza – in epoca di distorti e interessati revisionismi storici – è preziosa per l’intera società italiana: ci sollecita, infatti, a considerare come le conquiste di ottant’anni fa non siano scontate o acquisite una volta per tutte, ma vadano custodite e alimentate giorno per giorno, vivendo all’altezza di coloro che ci hanno preceduto e continuando ad alimentare la passione civile e la partecipazione alle sorti e al destino delle proprie comunità.

 

Il 25 aprile è una giornata di celebrazione e di impegno concreto. Rinnoviamo, pertanto, il nostro impegno a vivere i valori del Vangelo, della Costituzione, della pace e della partecipazione democratica nella nostra società e a lavorare per costruire un’Italia, un’Europa e un mondo migliori, ispirati dall’esempio dei partigiani che hanno difeso con coraggio la dignità umana e la libertà di tutti e di ciascuno.

 

 

 

 

 

Estratto del discorso di MariaPia Garavaglia Ass. nazionale partigiani cristiani


25 Aprile: il ruolo dei cattolici nella Liberazione

"Momento fondamentale nella storia morale dell'Italia", afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

Giacomo Galeazzi

 

 

Alla Liberazione Sergio Mattarella ha dedicato illuminanti riflessioni. Il 25 aprile resta, secondo il Presidente della Repubblica, una data-cardine per il nostro Paese. Un “elemento fondamentale nella storia morale” dell’Italia. “Il Paese è fortemente cambiato, come il contesto internazionale. Non c’è più, fortunatamente, la necessità di riconquistare i valori di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di pace che animarono, nel suo complesso, la Resistenza- afferma il Capo dello Stato-. Oggi c’è la necessità di difendere quei valori. Come è stato fatto contro l’assalto del terrorismo. E come viene fatto contro quello della mafia. La democrazia va sempre, giorno dopo giorno, affermata e realizzata nella vita quotidiana”. Il 25 aprile, aggiunge Sergio Mattarella in un colloquio con Ezio Mauro, fu lo sbocco di un vero e proprio moto di popolo. Quindi la qualifica di “resistenti” accomuna i partigiani, i militari che rifiutarono di arruolarsi nelle brigate nere. E “tutte le donne e gli uomini che, per le ragioni più diverse, rischiarono la vita per nascondere un ebreo. Per aiutare un militare alleato. O sostenere chi combatteva in montagna o nelle città”.

 

 

Da Sturzo alla Liberazione

 

Lo statista democristiano Aldo Moro definiva il partito cattolico Dc, oltre che popolare e democratico, come “antifascista”. Per lui si trattava di un elemento caratterizzante, appunto identitario, della politica italiana. “Mio padre era antifascista – afferma il Presidente della Repubblica-. Diciannovenne, nell’anno del delitto Matteotti, aveva fondato nel suo comune la sezione del Partito popolare di Sturzo. E aveva subito percosse e olio di ricino. Il giornale che dirigeva come presidente dell’Azione Cattolica di Palermo prese una posizione molto dura contro le leggi razziali. E fu sequestrato più volte. Lanciò, via radio, dalla Sicilia già libera, un appello agli italiani delle regioni ancora sotto l’occupazione nazista e di Salò. Partecipava, così, idealmente alla lotta della Resistenza. E faceva parte dei primi governi del Comitato di liberazione nazionale (Cln). Mentre il Nord Italia veniva via via liberato dagli alleati e dai partigiani. Sono cresciuto nel culto delle figure di don Minzoni, Giacomo Matteotti, don Morosini, Teresio Olivelli”. Sergio Mattarella cita la lettera di un giovanissimo condannato a morte della Resistenza. La sera prima di essere ucciso, scriveva ai genitori che il dramma di quei giorni avveniva perché la loro generazione non aveva più voluto saperne della politica. “Oggi assistiamo al riemergere dell’odio razziale e del fanatismo religioso- sottolinea il Capo dello Stato-. I morti delle Ardeatine è come se ci ammonissero continuamente. Ricordandoci che mai si può abbassare la guardia sulla difesa strenua dei diritti dell’uomo, del sistema democratico”. Secondo il filosofo Norberto Bobbio il grande risultato della Resistenza è stata la Costituzione. Perché portò la democrazia italiana molto più avanti di quella che era stata prima del fascismo”.

 

 

Uguaglianza

 

Dal 1948, infatti, i diritti delle persone preesistono allo Stato. Ed è dovere della Repubblica realizzare condizioni effettive di uguaglianza fra i cittadini. “Vi sono stati tradimenti della Costituzione. Ma le istituzioni e le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno resistito. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro ne costituiscono prova evidente“, evidenzia il Capo dello Stato. Lo storico Pietro Scoppola considerava la Costituzione come il momento fondante di una storia e di una memoria condivisa. “La storia italiana è passata attraverso la dittatura fascista, la guerra, la lotta di Liberazione- puntualizza Sergio Mattarella-. E un popolo vive e si nutre della sua storia e dei suoi ricordi”. Don Pier Giuseppe Accornero ricorda come molti membri dell’Azione Cattolica parteciparono alla Resistenza. Alcuni sacrificarono la vita come Giorgio Catti e Renato Vuillermin. A Torino, per esempio, la dirigenza della Gioventù di AC, nonostante le limitazioni del regime fascista, assunse una funzione di guida per la gioventù cattolica dell’intera regione. E numerosi torinesi furono chiamati a collaborare a livello centrale, come Valdo Fusi, Rodolfo Arata, Carlo Donat Cattin. Vicende storiche documentate neo saggio “Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo”.

 

 

Impegno cattolico

 

“In Italia, nel 1931 scoppia il conflitto con il regime che controlla ogni attività e vorrebbe sottomettere anche l’Azione cattolica: resiste con mite determinazione. Pio XI la difende- spiega Accornero-. La replica del regime è ancora manesca. Attacchi sulla stampa, aggressione fisica alle persone e alle sedi. Il Papa risponde energico e severo: ‘Ci si può domandare la vita, ma non il silenzio’. E con provvedimenti che impressionano. Il Congresso eucaristico di Roma viene sospeso. Ed è l’anno senza Corpus Domini all’aperto, perché Pio XI vieta le processioni”. Testimonia Anna Rosa Gallesio Girola: “I fascisti volevano che ce ne stessimo chiusi in sacrestia. Alla diocesi di Torino lo stile fu quello impresso dal cardinale Maurilio Fossati. Un assoluto distacco dal fascismo. Una resistenza passiva che, pur non chiedendo a nessuno di esporsi a condanne o rappresaglie, segnò un duro termine di confronto per il regime”. Negli anni Trenta gli episodi di antifascismo nel mondo cattolico sono significativi. Ed è sempre più marcato il giudizio cri­tico sulle leggi razziali contro gli ebrei (1938). Sull’entrata in guerra (1940). Sulla disastrosa avventura in Russia (1941-43). Dopo l’armistizio (8 settembre 1943) il rifiuto del nazifascismo si diffonde tra i cattolici. “La Resistenza non è riducibile al solo aspetto militare- precisa Accornero-. Molti cattolici aderiscono alle bande partigiane. Sostengono e aiutano chi opera in clandestinità. Lavorano alla ricostruzione dei partiti, specie la Dc, e dei sindacati. Si impegnano nei Cln locali. Gettano le basi per le future amministrazioni“.

 

 

Testimonianza

Sono numerose le testimonianze raccolte nel volume  “Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo”: “Una pagina particolare fu scritta dai molti internati in Germania che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Soffrendo e morendo nei campi nazisti. Cadendo nei Balcani sterminati dai tedeschi. Né vanno dimenticati i sacerdoti che morirono nella deportazione. Don Piero Soffientini (Alessandria) e don Giacomo Volante. Le donne di AC sostennero la resistenza di mariti e figli. Tante religiose hanno pregato e operato per chi era perseguitato o lottava per la libertà. Gallesio, attivista della Gioventù femminile, figlia di un sindacalista del Partito popolare, collabora al quotidiano  “L’Italia”. E in redazione or­ganizza “una piccola base segreta di donne cattoliche che aiutavano la Resistenza. Ci occupavamo di distribuire la stampa clandestina e gli aiuti ai perseguitati. Rappresentavo la Dc nei gruppi di difesa della donna in cui erano presenti tutte le correnti politiche. Organizzavamo la par­tecipazione alla Resistenza e l’assistenza ai carcerati alle Nuove con suor Giuseppina de Muro e il cappellano padre Ruggero Cipolla”. Fu ingente l’opera di soccorso degli ebrei svolta dal cardinale Fossati e dal segretario monsignor Vincenzo Barale. “Senza l’organizzazione capillare della Chiesa, difficilmente saremmo riusciti a salvate tante vite umane. A mantenere i rapporti con i partigiani, a riunire i capi delle bande in modo da giungere a una azione concorde. Molti sacerdoti pagarono con la vita la loro azione generosa”, evidenzia Gallesio.

 

 

Liberazione culturale

 

“Vi è poi il contributo culturale e spirituale alla Resistenza offerto da tanti dirigenti e assistenti per mantenere rapporti di amicizia con i giovani in guerra e nei campi di internamento – sostiene don Pier Giuseppe Accornero-. In ambito intellettuale vanno ricordati movimenti come la Fuci e i Laureati cattolici; tra i preti animatori don Natale Bussi ad Alba, padre Enrico di Rovasenda e don Carlo Chiavazza a Torino, don Michele Pellegrino a Fossano. Una resistenza culturale che operava già silenziosamente negli anni Trenta, confermata dal disprezzo dei fascisti e dall’ingiusta accusa di ‘antipatriottismo’. Innumerevoli le prepotenze e le violenze dei fascisti contro cattolici. Spesso bastava la presenza della ‘spilla’ cattolica contrapposta alla ‘cimice’ fascista”. Renato Vuillermin, Gino Pistoni, Giacomo Dacomo, Giorgio Catti sono alcuni giovani partigiani cattolici uccisi dai fascisti. Gran parte della dirigenza AC del dopoguerra – che contribuirà in modo decisivo alla Costituzione e alla ripresa democratica – passa attraverso la Resistenza. In Piemonte numerosi partigiani cattolici sono guidati da una scelta non ideologica ma territoriale. E molti militano nelle divisioni delle Langhe, Alto Monferrato, Valle d’Aosta, Torinese, Astigiano, Cuneese, Novarese. Molto alto il numero di morti. Nel Cuneese 141 caduti dalle associazioni cattoliche. Tra i quali il 17enne Marcello Spicola, presidente della Giac dell’oratorio salesiano di Cuneo. Poi l’Associazione Pier Giorgio Frassati (la “Frass”) guidata da Giorgio Boggia.

 

 

Sacerdoti e vescovi

 

 

“Molti preti partecipano alla vita delle bande. Sacerdoti e vescovi svolgono una funzione decisiva nella difficile mediazione tra occupanti, popolazione e partigiani. E mettono in salvo numerosi ebrei e perseguitati – puntualizza don Accornero-. Tra loro don Michele Balocco, segretario di monsignor Luigi Maria Grassi vescovo di Alba. Don Ambrogio Ceriani, sacerdote giuseppino che opera con i garibaldini nell’Astigiano. Don Piero Giacobbo viceparroco a Bra e cappellano degli autonomi della ‘Mauri’ nelle Langhe. Don Aquilino Molino, assistente dell’AC astigiana. Don Raffaele Volta, fossanese mandato dal vicario generale don Michele Pellegrino. Don Sebastiano Tros­sarello parroco in Valle di Susa. Don Bartolomeo Ferrari, ‘don Berto’ cappellano della divisione ligure-piemontese ‘Mingo’. Don Giovanni Galliano se­gretario di Giuseppe Dell’Omo, vescovo di Acqui. Gino Baracco, torinese e ‘aspirante’ all’oratorio alla Crocetta con Carlo Carretto”.


Dietrich Bonhoeffer...vivere a ogni costo la Sua Parola

E' buio dentro di me,

ma presso di te c'è luce.

 

Sono solo,

ma tu non mi abbandoni.

 

Sono impaurito,

ma presso di te c'è aiuto.

 

Sono inquieto,

ma presso di te c'è pace.

 

In me c'è amarezza,

ma presso di te c'è pazienza.

 

Io non comprendo le tue vie,

ma tu conosci la mia via.

 

Dietrich Bonhoeffer

 


Le luci del mistero

 

 

 

Dietrich Bonhoeffer

 

Ricorrenza morte 9 aprile 

 

  

 

 

Non ci sono esperienze mistiche se non all'ombra del mistero; e parole risplendenti di fede e di speranza sono quelle scritte da Dietrich Bonhoeffer. Sono parole di straordinaria chiarezza che ci portano al cuore di quello che si può dire del mistero come dimensione essenziale della vita. Sono parole che mi sembrano avvicinarsi, o almeno non essere lontane, a quelle di Simone Weil nelle sue pagine, le ultime della sua vita, e allora, in questo mio seguire associazioni tematiche che mi portano alle sorgenti di altre esperienze di vita e di morte non estranee a quelle di Simone Weil, vorrei richiamarmi alle parole del grande teologo tedesco.

 

"Vivere senza mistero significa non sapere nulla del mistero presente nella nostra vita, del mistero dell'altro, del mistero del mondo; significa passare sopra ai lati reconditi di noi stessi, dell'altro e del mondo; significa rimanere alla superficie, significa prendere il mondo sul serio soltanto nella misura in cui esso può essere calcolato e sfruttato, non recedere al di là del mondo del calcolo e dell'utilità. Vivere senza mistero significa non vedere o addirittura negare i processi decisivi della vita."

 

Ma ancora: "Non vogliamo sentirci dire che il mistero è la radice di tutto quanto è comprensibile, chiaro e manifesto. E quando ce lo sentiamo dire, vogliamo aggredire tale mistero, calcolarlo e spiegarlo, vogliamo sezionarlo, e il risultato è che, così facendo, uccidiamo la vita e non scopriamo il mistero. Il mistero rimane mistero. Si sottrae alla nostra presa. Mistero non significa però semplicemente non sapere qualcosa. Non la stella più lontana è il mistero più grande, bensì, al contrario, quanto più una cosa ci viene vicino, quanto meglio la conosciamo, tanto più misteriosa essa diventa per noi. Non l'essere umano più lontano è per noi il mistero più grande, bensì proprio il più vicino. E il suo mistero non diventa per noi più piccolo per il fatto che lo conosciamo sempre di più, bensì con la sua vicinanza egli diventa per noi sempre più misterioso. L'ultima profondità del mistero l'abbiamo lì dove due persone diventano così vicine l'una all'altra da amarsi reciprocamente. Da nessun'altra parte al mondo l'essere umano percepisce la potenza del mistero e la sua magnificenza tanto fortemente come qui".

 

Il mistero circonda la nostra vita, e non ha senso contestare la realtà umana delle esperienze mistiche in base a considerazioni razionali che non possono non essere radicalmente estranee all'essenza del mistero. Sì, le esperienze mistiche sono immerse nel mistero ma il mistero si accompagna in ogni momento alla nostra vita. Nel mistero si snodano le patti oscure dell'anima di san Giovanni della Croce ch6harmo lambito, e talora sommerso, anche le esperienze umane e religiose di Dietrich Bonhoeffer, di questo straordinario teologo protestante, che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita nel carcere berlinese di Tegel, dal quale è stato poi trasferita, negli ultimi giorni di quello che è stato l'orrore nazionalsocialista tedesco, nel campo di concentramento di Flossenbürg dove a trentanove anni è stato ucciso.

 

 


Dietrich Bonhoeffer...una vita di resistenza

 

 

 

(…) L’attenzione alla sua opera non è mai venuta meno, dopo che, alla fine degli anni Sessanta, il pubblico italiano ha potuto disporre delle prime versioni dell’Etica e di Resistenza e Resa e il suo percorso biografico e intellettuale è stato tracciato con maestria, in una monografia a lui dedicata, da Italo Mancini, che degli studi bonhoefferiani in Italia deve essere considerato l’iniziatore.[1] Da allora si sono moltiplicate le traduzioni delle sue opere, fino a quella dell’edizione critica tutt’ora in corso presso Queriniana, gli studi, i commenti, i riferimenti al suo pensiero. Al punto che oggi Bonhoeffer è forse uno dei pochi teologi il cui nome e la cui opera sono conosciuti fuori dalle cerchie accademiche, e che continua a suscitare interesse e ad affascinare non soltanto all’interno della cultura cristiana, ma anche di quella laica.

 

Quali sono i motivi di tutto ciò? A prima vista sembrano due. In primo luogo la drammatica ed esemplare vicenda biografica di Bonhoeffer, dove il pensiero appare coniugato, in modo inscindibile e certamente inusuale per un teologo, con l’azione. Giovane e brillante docente universitario, Bonhoeffer abbandonò nei primi anni Trenta l’università per l’attività pastorale, entrando nella fila della Chiesa confessante, l’ala minoritaria della Chiesa evangelica tedesca che si oppose a Hitler. Qui egli stimolò senza sosta la resistenza ecclesiale contro il nazismo, decidendosi alla fine degli anni Trenta, e non senza incertezze, ad entrare a far parte di una congiura militare contro Hitler, culminata nel 1944 in un fallito attentato. Incarcerato già un anno prima, Bonhoeffer fu impiccato dai nazisti a seguito di questo evento il 9 aprile del 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.

 

Resistenza e Resa, sul tema del “cristianesimo non-religioso”

In secondo luogo le riflessioni folgoranti e allusive, contenute nelle lettere spedite dal carcere all’amico e biografo E. Betghe, che le pubblicò nei primi anni Cinquanta con il titolo Resistenza e Resa, sul tema del “cristianesimo non-religioso” e del “mondo divenuto adulto”. Queste riflessioni, che non occupano più di una cinquantina di pagine, hanno dato vita ad una storia degli effetti quanto mai ampia e diversificata nel dibattito teologico contemporaneo, che si è incentrata prevalentemente sul confronto tra cristianesimo e modernità e sull’antitesi tra fede e religione. Bonhoeffer è così apparso, in ambito evangelico, come colui che ha compreso sul piano pastorale il senso della polemica luterano-barthiana contro la “religione” in nome della fede, e al tempo stesso ha intuito le chances che il processo di secolarizzazione può riservare per una rinnovata interpretazione del cristianesimo nell’attuale contesto sociale.

 

Non è un caso se su questa linea Bonhoeffer è stato considerato, con operazione ermeneutica a dir il vero discutibile, un antesignano della teologia della secolarizzazione e della morte di Dio. Ma anche in ambito cattolico l’opera Bonhoeffer è stata recepita sulla scia del Concilio Vaticano II e del richiamo all’autonomia delle realtà terrene presente nella Gaudium et spes, e su questa base ha ispirato ottimistici tentativi di rinnovamento sia sul versante teologico che su quello ecclesiale.

 

Una luce nella notte oscura della Germania hitleriana

La distanza storica che oggi ci separa da questa prima ricezione dell’opera di Bonhoeffer permette di vederne gli aspetti problematici. È indubbio che la testimonianza cristiana di Bonhoeffer risplenda come una luce nella notte oscura della Germania hitleriana, ma è altrettanto vero che il momento culminante di essa non può essere immediatamente classificato sotto la categoria “martirio”. Bonhoeffer è stato trucidato, infatti, in qualità di cospiratore politico che aveva tentato di dissimularsi, ed è per questo motivo che la Chiesa evangelica tedesca ha rifiutato a lungo di considerarlo come uno dei suoi martiri.[2]

 

Bonhoeffer stesso, d’altronde, in alcuni momenti (come nel bellissimo scritto retrospettivo Dieci anni dopo) ha avvertito il peso di questa sofferta decisione, sopportandola come un destino. Ma è evidente la tensione che essa ha introdotto nella sua biografia e anche nel suo pensiero, tenuto conto che egli era stato negli anni Trenta un pacifista convinto, e in un contesto politico-ecclesiale dove esserlo non procurava facili consensi, ma sorde ostilità. Anche la concentrazione esclusiva sulle lettere dal carcere e sulla tematica della “interpretazione non-religiosa del cristianesimo” appare problematica; sia perché la frammentarietà e l’allusività di quello che Bonhoeffer ha qui espresso non consentono, oggettivamente, di costruirvi sopra alcuna solida dottrina teologica, sia perché il tema assume oggi, in un tempo in cui si constata la rinascita di interesse verso la religione e si discute nuovamente sulla sua funzione civile, un profilo decisamente inattuale, per non dire superato.

 

Che cosa rimane dell’eredità che Bonhoeffer ci ha consegnato?

Che cosa rimane, quindi, dell’eredità che Bonhoeffer ci ha consegnato? Indubbiamente molto dal punto di vista della sua opera, se la si considera sia nel suo complesso che nel suo sviluppo. Bonhoeffer è stato fondamentalmente un outsider nel panorama teologico in cui ha operato. Formatosi a Berlino in un ambiente segnato profondamente dalla teologia liberale di Adolf von Harnack, egli colse con prontezza la crisi ineluttabile di questo paradigma teologico, aprendosi alle istanze rinnovatrici della teologia dialettica di Karl Barth.

 

Al tempo stesso individuò nella svolta teocentrica del grande teologo svizzero il rischio di un assolutismo teologico che egli nelle lettere dal carcere indicò con l’icastica espressione di “positivismo della rivelazione”. Questo acume critico lo portò ad intraprendere un percorso teologico originale che ruota fin dall’inizio attorno al tema del rapporto tra Chiesa e mondo, e alla necessità di riportare il kérygma cristiano dai margini della realtà mondana al suo centro. Si tratta di una problematica ecclesiologica e pastorale che sottende, però, il nodo decisivo del rapporto tra teologia e antropologia e della mediazione operata dalla cristologia. Questo intreccio, in effetti, si ritrova sotto accenti diversi in tutte le fasi della sua riflessione.

 

La Chiesa come il luogo della presenza del Cristo e dell’autocomprensione dell’uomo

Così, nelle opere della prima fase del suo pensiero come Sanctorum Communio (1930) e Atto ed essere (1931), o ancora nelle lezioni su L’essenza della chiesa (1932), Bonhoeffer ha sviluppato una comprensione dogmatica della Chiesa facendo largo uso di categorie sociologiche e filosofiche, ma con una schietta finalità teologica. Quella di superare sia l’individualismo religioso della teologia liberale poggiante sul trascendentalismo neokantiano, sia la comprensione attualistica della rivelazione che contrassegnava la teologia barthiana, e di mostrare così la Chiesa come il luogo della presenza del Cristo e, alla luce di essa, dell’autocomprensione dell’uomo. Il carattere teorico di queste prime opere si stempera nelle opere della fase intermedia come Sequela (1937) e Vita comune (1939), dove Bonhoeffer rilegge la necessità della vita comunitaria per il cristiano alla luce del profilo esigente della chiamata di Gesù, e dunque del nesso indissolubile tra fede e obbedienza.

 

Tra “grazia a caro prezzo” e “grazia a buon mercato”

Nella contrapposizione, divenuta poi classica, tra “grazia a caro prezzo” e “grazia a buon mercato”, egli svolge una serrata critica dell’indiscriminato universalismo della grazia proprio del luteranesimo, che rappresenta però anche un attualissimo monito contro il rischio della perdita della natura testimoniale dell’esistenza cristiana. I frammenti dell’Etica, risalenti per lo più ai primi anni Quaranta, tentano, ancora una volta con acutezza, di superare il dilemma fra autonomia ed eteronomia della legge morale, e di riconciliare, sulla base della cristologia, la nozione del bene con quella della realtà. È alla luce di questo percorso, breve ma straordinariamente intenso, che vanno lette le riflessioni di Bonhoeffer in Resistenza e Resa, che di esso costituiscono al tempo stesso una ripresa, una critica, una radicalizzazione.[3]

 

Dell’eredità di Bonhoeffer rimane poi, certamente, anche la forza e il coraggio della sua testimonianza cristiana. “Testimone di Cristo tra i suoi fratelli”, così suonava il bel titolo di un’opera di R. Marlé, uno dei primi teologi cattolici ad occuparsi di Bonhoeffer e a comprendere l’importanza della sua opera.[4] Si tratta di una testimonianza autentica, perché pagata a carissimo prezzo, ma al tempo stesso non immediatamente decifrabile per i percorsi tortuosi in cui è maturata. E questo è senz’altro un altro dei motivi per cui la figura di Bonhoeffer continua oggi ad attrarre e ad affascinare.

 

Note

[1] Cfr. I. Mancini, Bonhoeffer, Vallecchi, Firenze 1969. Una nuova edizione del libro, con una postfazione di Piergiorgio Grassi, è stata pubblicata nel 1995 da Morcelliana di Brescia.

[2] Cfr. E. Feil, L’eredità. Un contributo per la storia della ricezione, in G. Ruggeri (ed.), Dietrich Bonhoeffer. La fede concreta, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 104 ss.

[3] Per una ricostruzione completa dell’intinerario intellettuale di Bonhoeffer, nel legame con le sue repentine svolte biografiche, cfr. A. Gallas, Ánthropos téleios. L’itinerario di Bonhoeffer nel conflitto tra cristianesimo e modernità, Queriniana, Brescia 1995.

[4] Cfr. R. Marlé, Dietrich Bonhoeffer, testimone di Cristo fra i suoi fratelli, (1967), Morcelliana, Brescia 1968.

 

 

Articolo pubblicato nella rubrica Profili del trimestrale Dialoghi (n. 4-2005).


Marzo


Santa Caterina da Siena...fiore di Dio che non si arrese mai!

La storia di Santa Caterina parla a tutti noi!

 

25 marzo ricorrenza nascita Santa Caterina da Siena

 

 

 

Umile e coraggiosa, animata da fede e amore, non si arrendeva alle prima difficoltà, andava contro corrente, non si fermava mai. 

 

Si dedicò ai malati che nessuno assisteva e contribuì a creare la pace tra le famiglie rivali coinvolte in faide. Un gruppo di amici condivideva la sua esperienza, aiutandola con la ricca corrispondenza in cui affrontava problemi e temi religiosi, sociali, morali e politici che interessavano persone di ogni classe e le entità politiche e religiose dell’Europa trecentesca.

 

 

Santa Caterina si distinse per il suo impegno straordinario a favore dei malati, dei poveri e dei carcerati. Durante la terribile peste che colpì Siena, non esitò a curare i contagiati, mettendo a rischio la propria vita. Tuttavia, il suo apostolato non si limitò alla carità materiale: fu anche una voce autorevole nella vita pubblica del suo tempo. Nonostante la sua giovane età e l’assenza di una formazione accademica formale, Caterina intervenne direttamente nella politica della Chiesa, cercando di riportare il Papato da Avignone a Roma e promuovendo la riforma del clero.

 

Il suo strumento principale fu la parola: lettere, consigli, discorsi e trattati spirituali che esercitarono una profonda influenza. Il suo capolavoro, Il Dialogo della Divina Provvidenza, è uno dei testi mistici più importanti della letteratura cristiana.

 

 

Oggi, Santa Caterina da Siena è una figura di ispirazione per il suo coraggio, amore per la verità e fedeltà assoluta alla Chiesa e al Vangelo. La sua eredità spirituale continua a ispirare credenti e non credenti nella ricerca della giustizia, della pace e della carità.

 

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

AI GIOVANI

SULLE ORME DI SANTA CATERINA

 

Siena, 14 settembre 1980

 

 

 

Carissimi giovani di Siena e della Toscana.

 

Sono lieto di incontrarmi con voi in questa magnifica piazza e sotto la splendida luce che ci proviene dalla figura e dall’insegnamento della Vergine senese, Caterina Benincasa, in occasione del VI centenario del suo piissimo transito.

 

Saluto tutti con tutta l’effusione del mio cuore di padre e di pastore, e vi ringrazio vivamente per la partecipazione a questo incontro, per l’entusiasmo sincero e per la consolazione che mi recate nel vedervi così pieni di vita, di esuberanza e di gioia.

 

1. Sì, di gioia! È appunto questa manifestazione del vostro animo, la quale riassume e corona tutte le altre, a trattenere la mia attenzione e ad ispirare questa mia breve, ma cordiale esortazione nel nostro gioioso incontro di cuori. La gioia cristiana, infatti, fu il segno distintivo della vostra grande concittadina, la quale, pur in mezzo ad innumerevoli tribolazioni e contrarietà, seppe viverla in tale profondità da riversarne la dolcezza in ogni suo colloquio e in ogni suo scritto. Scriveva in una lettera: “Godete ed esultate e permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Godete nelle dolci fatiche” (cf. Santa Caterina da Siena, Epist. 219). E in un’altra: “Vestitevi di Cristo crocifisso, e inebriatevi del suo sangue: ivi troverete letizia e pace compiuta” (Santa Caterina da Siena, Epist. 187). A Daniella da Orvieto scriveva: “Ogni tempo è all’anima tempo d’amore e ogni luogo è per lei luogo d’amore: se è nel tempo della penitenza, per lei questo è il tempo di allegrezza e consolazione, e se per necessità o per obbedienza la deve lasciare, ella gode ugualmente” (cf. Santa Caterina da Siena, Epist. 213).

 

A tale altezza si eleva la gioia cristiana, quando si intraprende un deciso cammino di fede. Anche voi, o giovani senesi, eredi di una così luminosa tradizione religiosa, siete chiamati alla scoperta o riscoperta di tale gioia, cioè di tale buona novella portata sulla terra dal “dolce Gesù”, come lo chiamava la santa. Sia che vi poniate a contatto con la natura, sia che vi incontriate con gli altri, abbiate sempre coscienza di questa realtà profonda, che si pone come segno distintivo del cristiano. Ma soprattutto nei vostri incontri con Dio - il Dio vivente di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, non il Dio dei filosofi - esprimete a Lui l’“alleluia” della gioia pasquale, il canto dei redenti, della nuova alleanza, dei “fratelli che vivono insieme” (cf. Sal 132,1).

 

2. A voi dico: sappiate unire i vostri sforzi per assicurare questa gioia a voi stessi e a quanti incontrerete sul sentiero della vostra giornata, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nel gioco: vi sono giovani, come voi, che non l’hanno ancora trovata, vi sono uomini e donne indaffarati, che non trovano il tempo e l’animo per cercarla, vi sono malati negli ospedali e anziani nei ricoveri, che soffrono l’abbandono e la solitudine: tutti questi fratelli e sorelle attendono un vostro sorriso, una vostra parola, un vostro aiuto, la vostra amicizia e la vostra stretta di mano.

 

Non negate a nessuno la gioia che viene da tali gesti: recherete così sollievo a loro e insieme beneficio a voi, perché, come dice la Sacra Scrittura: “Vi è più gioia per colui che dà, che per colui che riceve” (At 20,35).

 

3. Da un tale modo di essere e di operare deriverà a voi anche quel senso di ottimismo e di fiducia, che, pur non facendovi misconoscere gli aspetti negativi che travagliano la nostra società, vi fara respingere tutti quegli eccessi disgregatori e sterili, i quali non permettono di vedere i lati positivi e belli delle persone e degli avvenimenti. Certamente è compito della sana psicologia educare a tale sguardo sereno, ma è anche frutto dello Spirito, il quale tanto animò santa Caterina nella sua forte e dolce azione religiosa e sociale per il riscatto del suo tempo, travagliato non meno del nostro.

 

Invochiamo quel medesimo Spirito, il cui frutto è “amore, gioia, pace...” (cf. Gal 5,22), perché, come donò a Caterina la gioia di vivere ogni giorno la sua particolare vocazione di mediatrice e di conciliatrice tra i potenti di allora, e di consolatrice dei poveri e degli afflitti, conceda anche a voi la stessa vocazione di operatori di pace e di portatori della “lieta novella” al mondo di oggi, che guarda a voi con fiducia perché siete sinceri, leali e coraggiosi.

 

Cari giovani, accogliete questa consegna che io oggi depongo nelle vostre mani e traducetela nella pratica con tutto l’entusiasmo di cui siete capaci. Solo così riuscirete a dissipare i timori e le incertezze che gravano sull’avvenire, e sarete gli araldi ed i portatori di una nuova civiltà, della nuova alleanza tra Dio e gli uomini.

 

 

A ciò vi sia di sostegno e di conforto la mia speciale benedizione apostolica che ora, per intercessione di santa Caterina, imparto di cuore a voi tutti e ai vostri amici.


Chiara Lubich..."che tutti siano uno"


Dilatare il cuore

 

14 marzo ricorrenza morte Chiara Lubich

 

Tra gli scritti più noti di Chiara Lubich, questa pagina può rivelarsi un coraggioso invito a mettere in pratica la Parola di vita di questo mese: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez.36,26). 

 

Abbiamo bisogno di dilatare il cuore sulla misura del Cuore di Gesù. Quanto lavoro!

Ma è l’unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto. Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama.

E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d’affetto per il fratello incontrato un minuto prima.

Tanto, è lo stesso Gesù che amiamo in tutti.

Ma se rimane il rimasuglio vuol dire che il fratello precedente è stato amato per noi o per lui... non per Gesù. E qui è il guaio.

 

Quindi per essere puri non bisogna privare il cuore e reprimervi l’amore.

Bisogna dilatarlo sul Cuore di Gesù ed amare tutti.

E come basta un’ostia santa dei miliardi di ostie sulla terra per cibarsi di Dio, basta un fratello – quello che la volontà di Dio ci pone accanto – per comunicarci con l’umanità che è Gesù mistico.

E comunicarci col fratello è il secondo comandamento, quello che viene subito dopo l’amore di Dio e come espressione di esso.

 

 

(Ch. Lubich, Scritti Spirituali/1, p.33)


Spiritualità

 

Quella proposta da Chiara Lubich, è una spiritualità da incarnare nel quotidiano e che coinvolge tutti gli aspetti della vita umana. Gli universali valori evangelici, vengono rispettosamente proposti, in una tipica prospettiva comunitaria. Una spiritualità personale, ma non individuale, bensì comunitaria, perché l’unione con Dio si raggiunge tramite e assieme i fratelli. Forse proprio per questo tipico aspetto comunitario, coloro che vivono questa spiritualità si sentono solidali fra loro e, in un certo modo, uniti anche se sostenuti da valori umani, etici, religiosi diversi.

 

Quella di Chiara, è una spiritualità che esprime molteplici prospettive di relazione, con Dio, con la storia, nel cammino di un’esperienza condivisa, che ha avviato e sostenuto forme di dialogo fra membri della Chiesa cattolica e con altre realtà carismatiche, con cristiani di diverse Chiese e Comunità ecclesiali, con seguaci di altre religioni, ed anche con persone che, non riferendosi ad un credo religioso, vogliono concorrere a comporre fraternamente la famiglia umana.

 

Dio è Amore

 

“In mezzo alle stragi della guerra, frutto dell’odio, siamo state abbagliate, come fosse la prima volta, dalla verità su Dio: Dio è Amore”

 

Adempiere il suo volere

 

“Abbiamo capito che, per amare Dio con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze, dovevamo fare la sua volontà con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze. Era dunque chiaro che amare Dio non consisteva in un sentimento, ma nell’adempiere il suo volere”

 

Vivere la parola di Dio

 

“Noi, le nostre compagne, i bianchi, i neri, l’uomo di due secoli fa, quello del duemila, la mamma e il deputato, il contadino e il carcerato, il bimbo e il nonno: ogni uomo venuto al mondo avrebbe potuto vivere la parola di Dio, ogni parola di Dio”

 

Il Prossimo

 

“Sin dall’inizio si è subito compreso che l’amare il prossimo come sé stessi (cf. Mt 22, 38), così come chiedeva il Vangelo, andava preso sul serio, alla lettera. Che quel ‘come’ significava proprio ‘come’”

 

Amore reciproco

 

“Ho l’impressione che l’amore reciproco è come la moneta in corso di oggi, e che chi non vive l’amore reciproco ha una moneta fuori corso, di altri tempi”.

 

Farsi cibo

 

“Dio s’è fatto uomo per salvarci, ma, fattosi uomo, ha voluto addirittura farsi cibo, perché nutrendoci di lui diventassimo altri Lui”

 

Unità

 

“E ognuno nel suo piccolo o grande mondo quotidiano, in famiglia, in ufficio, in fabbrica, nel sindacato, nel vivo dei problemi locali e generali, nelle istituzioni pubbliche della città o di più ampie dimensioni, fino all’ONU, sia veramente costruttore di pace, testimone dell’amore, fattore di unità”.

 

Gesù abbandonato

 

“Dal cuore squarciato di Gesù abbandonato è sgorgata quella spiritualità particolare-universale (come il suo dolore è uno dei tanti della passione, ma tutti li riassume) che genera l’unità”.

 

Maria

“[…] vorrei dire qualcosa su chi è Maria per noi. Ella, riconosciuta dai cristiani quale Madre di Dio, perché proclamata tale al Concilio di Efeso (431), essendo la prima cristiana, è vista da noi come un modello, il modello dei cristiani. […] Possiamo imitarla vivendo quello che lei ha detto alle nozze di Cana: «Fate quello che lui vi dirà» (Gv 2, 5) e dando vita spiritualmente a Gesù in mezzo a noi.”

 

Spirito Santo

“A Dio interessa il vincolo divino, Lo Spirito Santo, quello che ci fa figli di Dio e fratelli tra noi, unico vincolo di fraternità.”

 

Chiesa

“Capimmo l’Eucaristia come generatrice e vincolo di unità; Maria come Madre del bell’Amore e dell’unità; approfondimmo la Chiesa come comunione nell’amore; lo Spirito Santo come l’Amore fatto persona”

 

Gesù in mezzo

 

“Gesù in mezzo è come una luce che entra in ciascuno di noi, di quelli che sono riuniti nel suo nome, e illumina tutto l’umano che ha dentro”.


Chiara Lubich pioniera dialogo interreligioso e sostenitrice della cultura laica

 

 

Chi ricordiamo oggi tra le figure femminili del Novecento? Tutti ricordiamo Madre Teresa per la sua spinta alla carità; Adrienne von Speyr, Etty Hillesum, Anna Frank o Simone Weil come figure mistiche; tra le fondatrici di nuovi ordini, la piccola sorella Magdeleine (legata al carisma di Charles de Foucauld) e diverse altre di figure femminili meno conosciute.

 

Per cogliere l’apporto della Lubich, però, bisogna menzionare anche il suo rapporto con la politica, che già Havel, De Gasperi e Prodi avevano stimato. O anche il suo rapporto con l’economia: era amica di dom Helder Camara e di don Benzi e la sua forte ansia di giustizia sociale e il suo impegno per i poveri sfociarono, nel 1991, nel progetto dell’Economia di comunione, che non solo come proposta pratica ma anche per la sua rilevanza culturale e scientifica, verrà apprezzata, pubblicizzata e studiata, oltre che premiata.

 

Nell’ambito dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del rapporto con la cultura laica, è difficile trovare un’altra figura di donna che, come lei, abbia riscosso consensi in tutti e tre questi ambiti contemporaneamente.

 

 

 

 

Ad elencare questi aspetti si può diventare presuntuosi. Il fatto è che si trovano pochi uomini che, come lei, si siano impegnati «a 360 gradi», come qualcuno ha scritto di Chiara.

 

Urge davvero capire come abbia fatto a farsi apprezzare da musulmani sunniti e sciiti, in casa nostra e nel resto del pianeta. O come abbia affascinato e sia riuscita ad entrare in rapporto con cinesi e indiani, che sono oggi tra i maggiori artefici della crescita mondiale. Come sia riuscita a tessere rapporti con correnti del buddismo e dell’ebraismo, tra loro così diverse. E come abbia fatto a guadagnare la fiducia dei poveri e a stimolare negli imprenditori il meglio della loro ingegnosità convincendoli a mettersi al servizio di un mondo più uguale.

 

Trento: quattro compagne

Se si cerca qualche chiave di lettura che illumini dal di dentro un filo logico, direi un filo “lubiciano”, bisogna ripercorrere alcuni passi.

 

Lo suggerisce la celebrazione dei cento anni. Torniamo al 1920, perché, nelle celebrazioni, bisogna prima di tutto puntare i proiettori sul luogo dove tutto nasce, la sua amata Trento. Credo sarebbe piaciuto a Chiara che parecchi elementi del centenario siano situati a Trento. Non per niente il presidente della Repubblica vuole “incontrarla” a Trento il 25 gennaio.

 

Lei ha sempre avuto il senso del locale ma, nei primi giorni di pace dopo il cataclisma bellico, nel 1945, dal balcone del primo Focolare guardava con qualche sua campagna un aereo nel cielo esclamando: «Un giorno, questi aerei porteranno ovunque il nostro “ideale”» – parola chiave nel suo gergo per dire l’insieme delle ispirazioni che sintetizzavano la vita che si stava sviluppando e che farà nascere i Focolari. Chiara locale e globale dall’inizio, dunque.

 

Interrogata un giorno sui ricordi dei “primi tempi” a Trento, disse anche che sognava la cupola: il suo “ideale” avrebbe avuto a che fare con la cupola, cioè San Pietro a Roma, e dunque con il papa e con la Chiesa universale. Lo disse allorché aveva attorno a sé solo un gruppo informale di amiche e la responsabilità di una sezione locale di giovinette del Terz’ordine francescano (cappuccino). Ma aveva già nel suo DNA la Chiesa locale e universale.

 

E il mondo? Chiara è sempre stata particolarmente attenta alla dimensione circoscritta della città, ma poi parlerà con fervore della patria («amare la patria altrui come la propria») e finirà con l’evocare il «mondo unito» ammettendo musulmani, ebrei, buddisti e indù nel suo movimento…

 

Iniziò sotto le bombe a prendere le misure della sua città, pensando che il suo gruppo fosse nato per risolvere il problema dei poveri di Trento, sensibilità al sociale sempre esercitata lungo tutto l’arco del suo percorso e che porterà, nel 1991, all’iniziativa già ricordata dell’Economia di comunione e persino allo stimolo per sviluppare nuovi capitoli nell’ambito delle teorie economiche.

 

Sempre durante la guerra, assieme alle sue prime quattro compagne, distribuisce in ogni casa di Trento un volantino-manifesto: per essere felice, il primo atto che manifesta il suo interesse per la vita pubblica. Non per nulla il presidente del consiglio De Gasperi la stimerà tantissimo, e il filo con i politici in patria e all’estero non si interromperà mai, convinta com’era che la politica era l’amore degli amori…

 

I sospetti e i “segni”

Serve dunque oggi incontrare la Chiara, figura di leader religiosa? Già nel 1947 l’arcivescovo di Trento riconosce Chiara come una leader spirituale credibile. Tuttavia, nonostante i plausi e i consensi, le perplessità non sono mancate a Trento. Ma gli interrogativi che ella si poneva negli anni Quaranta, col Concilio degli anni Sessanta si riveleranno come punti cardine del rinnovamento del mondo cattolico.

 

A Trento Chiara inizia a praticare il Vangelo con la pedagogia delle “Parole di vita”, brevi messaggi che sono una vera evangelizzazione in anticipo sui tempi, anche se allora qualcuno la accusava di “essere protestante”. Nello stesso tempo – siamo nel 1961 – prepara i Focolari ad essere tra i primi movimenti e le realtà ecclesiali a lanciarsi nell’avventura dell’ecumenismo.

 

Sempre a Trento si mormorava che Chiara e compagne esagerassero con il loro impegno per i poveri e con la comunione dei beni istaurata tra loro a tale scopo. Con il Concilio (cf. la questione sociale come “segno dei tempi”) e con l’opzione preferenziale per i poveri, la Chiesa postconciliare – fino ad arrivare all’Evangelii gaudium e alla Laudato si’ di papa Francesco – in questi decenni ribadirà queste scelte, ma a Trento girava voce che quelle donne fossero “comuniste”.

 

Un elemento – un aspetto che a tutt’oggi va meglio capito – era che l’iniziativa di Chiara e delle sue compagne fosse fragile, oggi si direbbe soft, troppo femminile per essere solida, troppo sentimentale (parliamo sempre delle reazioni in certi ambienti trentini). Un pregiudizio legato all’eredità maschilista radicata nella Chiesa preconciliare. Ma che si qualifichi la spiritualità dei Focolari come “mariana” – oggi si direbbe spiccatamente “generativa” – non è più considerato un handicap ma un vantaggio.

 

Solo a partire dagli anni Ottanta si inizia di parlare del concilio Vaticano II come di un evento che ha rimesso la comunione al centro della vita ecclesiale. Ciò fa capire, ripensando al passato, che a Trento (certamente non solo lì) c’era già il seme di tale evoluzione che germinava nel popolo di Dio.

 

Personalmente nei più che cinquant’anni di impegno nei Focolari, il fatto che questo movimento sia nato da una donna e che la presidente sarà sempre una donna non mi ha mai fatto pensare di essermi impegnato per sbaglio in un movimento femminista, bensì in una realtà che mirava alla reciprocità profonda, alla comunione, ad un sempre più profondo rispetto della diversità nell’unità, in una realtà che liberava l’uomo da millenni di maschilismo.

 

C’è futuro, c’è speranza

Forse incontrare Chiara Lubich oggi può avere anche un altro senso. Non c’è dubbio che il mondo, sotto l’impulso dell’economia, della finanza e dei progressi tecnologici (l’era del digitale ha raggiunto tutto il pianeta) sta diventando globale o – come si diceva un tempo – un villaggio globale.

 

Nello stesso tempo, aumenta l’impressione che non abbiamo ancora imparato a vivere meglio insieme, tra persone, tra generi, tra popoli e continenti, tra religioni e civiltà.

 

Ci sono anche segnali che dicono che in certi momenti e in certi settori si progredisce ma che tutto questo è ancora fragile. La sfida alla quale il centenario di Chiara Lubich cerca di rispondere è proprio questa: c’è futuro, c’è speranza, se si guarda l’insieme del nostro mondo.

 

 

Il racconto della lunga vita della Lubich dimostra che c’è un disegno possibile per un mondo che si connette tecnologicamente e economicamente, ma che stenta a dare un senso a questo evoluzione. Uno dei cardini della visione di Francesco sulla Chiesa e il cristianesimo nel contemporaneo riguarda la centralità dell’avviare processi, questo in contrapposizione a una sorta di ossessione nell’occupare spazi. Una visione, questa, che è stata anche quella di Chiara che ha messo in moto molti processi, gli ha azzardati pur senza sapere a priori dove essi potessero condurre. Questo buon azzardo evangelico si è mostrato essere, nel tempo, fecondo e significativo. Ed è anche in questo senso che la vita di Chiara continua a parlarci, nell’oggi del mondo e della Chiesa.