10 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI GIUGNO 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Nel mese di giugno dedicato al Sacro Cuore di Gesù, ci viene offerta l’opportunità di riflettere su come guardare all’umanità con i sentimenti del cuore di Gesù. Con il costato aperto Gesù dice a ciascuno di noi: “Mi prendo a cuore la tua vita”. Ma nello stesso tempo ci dice anche: “Prenditi cura degli altri”. Uniamoci all’intenzione di preghiera del Papa e preghiamo questo mese “perché ognuno di noi trovi consolazione nel rapporto personale con Gesù e impari dal suo cuore la compassione per il mondo” (Leone XIV).
“Signore, oggi vengo dal tuo tenero cuore: da te che hai parole che mi infiammano il cuore, da te che riversi compassione sui piccoli e sui poveri, su coloro che soffrono e su tutte le miserie umane. Desidero conoscerti di più, contemplarti nel Vangelo, stare con te e imparare da te e dalla carità con cui ti sei lasciato toccare da ogni forma di povertà. Ci hai mostrato l’amore del Padre amandoci senza misura con il tuo cuore, divino e umano. Concedi a tutti i tuoi figli la grazia dell’incontro con te. Cambia, plasma e trasforma i nostri piani, affinché possiamo cercare solo te, in ogni circostanza: nella preghiera, nel lavoro, negli incontri e nella nostra routine quotidiana. Da questo incontro, mandaci in missione: una missione di compassione per il mondo, dove tu sei la fonte da cui scaturisce ogni consolazione. Amen”.
Il giorno successivo alla Solennità Sacratissimo Cuore di Gesù (venerdì 12 giugno) celebriamo anche il Cuore immacolato di Maria (sabato 13 giugno).
Nel saluto rivolto da Giovanni Paolo II alla Madonna di Fatima, al termine della Consacrazione del mondo al Suo Cuore Immacolato, nel marzo 1984, si legge: “Ci fidiamo di questo tuo Cuore Immacolato, cuore materno, […] perché con questo cuore tu abbracci […] tutti gli uomini… Tutti sappiamo cosa rappresenta in una famiglia il cuore della mamma: è l’amore! Infatti, è l’amore che porta la madre a vegliare accanto al figlio, a sacrificarsi, a darsi, a correre in difesa del figlio”.
Il Cuore Immacolato di Maria è, per ciascuno di noi, questo luogo di intima predilezione: è il Cuore di una Madre. Consacrarsi a questo Cuore vuol dire, dunque, riconoscere, accettare e accogliere la maternità e l’amore di Maria nei nostri confronti.
Oltre a queste due importanti celebrazioni, vogliamo ricordare altre Solennità liturgiche:
- Domenica 7 giugno: Santissimo Corpo e Sangue di Gesù;
- Mercoledì 24 giugno: Natività di San Giovanni Battista;
- Lunedì 29 giugno: Ss. Pietro e Paolo, apostoli.
L’articolo di fondo per questo mese presenterà la vita di un giovane testimone: Davide Buggi, un messaggero di speranza. Questo ragazzo di 17 anni è stato un guerriero; ha combattuto contro la paura, la rabbia, il dramma, ha accettato la sua malattia, ha sentito l’amore di Dio. David ha vinto, Gesù è risorto.
Le perle di spiritualità seguiranno il tema del Cuore di Gesù e di Maria e di altri testimoni del Vangelo come Giovanni Battista e i Santi Pietro e Paolo.
Buon cammino spirituale.
David Buggi: un messaggero di speranza
David Buggi nasce il 6 novembre 1999, vive a Roma una vita come tanti ragazzi della sua età, va a scuola, esce con gli amici e ama molto viaggiare.
E’ un ragazzo molto intelligente e sensibile e in età adolescenziale cerca di capire il significato della vita e la direzione da prendere, dopo la cresima entra a far parte del Cammino Neocatecumenale. E’ un lettore appassionato e ama leggere il Vangelo. Un giorno in seguito ad un momento di preghiera, mentre si chiede nell’inquietudine il senso della sua vita “gli viene incontro” una Parola nella Bibbia: “Il Signore esisteva veramente, agiva nella mia vita, parlava alla mia vita” e questo pensiero sarà la chiave di tutta la sua giovane vita. Manda avanti i suoi compiti quotidiani con amore, semplicità e sempre con propositività.
Un giorno David inizia ad avvertire un forte dolore ad una gamba, subito pensa allo stress sportivo ( giocava a hockey in maniera agonistica) però i giorni passano e i dolori diventano sempre più acuti. Famiglia e amici sono molto preoccupati. Dopo accurate visite mediche purtroppo la diagnosi è grave: un raro osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore altissima.
David è preso da un grande scoraggiamento, vede svanire i suoi sogni e prova rabbia: “Perché io prego per una cosa e Tu me ne fai accadere un’altra? Perché proprio a me tutto questo? Perché non mi vuoi aiutare? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto?”
Ma gradualmente David con la preghiera e la vicinanza dei suoi cari, combatte con coraggio e si abbandona all’abbraccio di Dio che gli dona forza ogni giorno. Lo accompagnano sacerdoti che lo conoscono fin da quando era bambino e un giorno uno di loro gli dice: “David, affida tutta la tua malattia a Dio”. David accetta di affidarsi alla volontà del Signore qualsiasi essa sia e di vivere intensamente ogni giorno. Ed ecco che inizia “l’anno più bello della sua vita” come lui lo definisce perché come lui sottolinea ai suoi cari “Il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto.” Spesso David ancor prima di esser confortato trasmette loro coraggio con il suo sorriso con la sua presenza piena di gratitudine ogni giorno.
David soffre molto, fa fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona la sua croce a tutti i sofferenti e ci tiene a dirlo. Nelle sue ultime ore di vita sempre lucido, ci tiene a parlare con famiglia, amici e si fa aiutare dalla sua guida spirituale Don Pierangelo Pedretti, manda a chiamare i suoi amici, uno per uno, spiegando come affrontare le proprie fragilità: chi aveva gravi problemi in famiglia, alcuni con la droga e li rassicura infondendo speranza. Per dare l’ultimo, faticoso respiro, aspetta che l’ultimo della lista aveva fatto una lista con i loro nomi per non dimenticare nessuno. I suoi genitori ascoltano le sue ultime parole consegnate con serenità “sia fatta la Sua volontà”. David capisce che può morire, perché aveva vissuto pienamente il suo cammino dimostrando come lui stesso diceva che “qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci.”
È il 18 giugno 2017, giorno del Corpus Domini. Sul suo volto sempre sorridente lascia un compito a ognuno da vivere con la sua stessa frase “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”
David ha saputo, seguendo Gesù, offrire anche lui il suo stesso corpo, accogliendo la sofferenza anche nei momenti più duri e ha espressamente detto di averla offerta per la conversione dei giovani.
Questo ragazzo di 17 anni è stato un guerriero; ha combattuto contro la paura, la rabbia, il dramma, ha accettato la sua malattia, ha sentito l’amore di Dio. David ha vinto, Gesù è risorto.
Provocazioni personali
· Come affrontare personalmente le vicende più dolorose; lutti, malattie?
· Come possiamo essere messaggeri di speranza per persone che stanno vivendo momenti molto duri, come la malattia?
· Siamo grati a Dio per ogni giorno vissuto?
· Come la nostra fede può accompagnarci nei momenti più bui?
· Possiamo, nel nostro piccolo, prendere esempio dalla storia di David?
09 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI MAGGIO 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Come ogni anno il mese di maggio è dedicato alla devozione a Maria Santissima durante il quale si privilegia la preghiera del Santo Rosario.
Si apre comunque il venerdì 1 maggio con la memoria liturgica di San Giuseppe lavoratore e con la festa di tutti i lavoratori.
Continua il periodo liturgico pasquale con la V domenica di Pasqua (3 maggio), seguita dalla VI domenica (10 maggio), dalla Solennità dell’Ascensione (17 maggio) e si conclude il periodo pasquale con la Solennità della Pentecoste (24 maggio).
L’ultima domenica di maggio (31 maggio) è la Solennità della Santissima Trinità e tradizionalmente memoria della Visitazione della Beata Vergine Maria a Elisabetta chiude anche il mese mariano.
Per quanto riguarda alcuni Santi della nostra devozione popolare e altre ricorrenze, oltre a San Giuseppe lavoratore (1 maggio), ricordiamo:
- Venerdì 8 maggio: supplica alla Madonna di Pompei,
- domenica 10 maggio: la festa della mamma,
- martedì 12 maggio: San Pancrazio, patrono del Comune di Montichiari,
- mercoledì 13 maggio: Beata Vergine Maria di Fatima,
- giovedì 14 maggio: festa di San Mattia apostolo,
- domenica 17 maggio: Giornata mondiale delle comunicazioni sociali,
- venerdì 22 maggio: memoria di Santa Rita da Cascia,
- lunedì 25 maggio: memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa,
- martedì 26 maggio: memoria di San Filippo Neri.
In questo mese per la formazione del nostro cammino spirituale, riprendiamo l’argomento del Rosario la cui prima parte, dedicata alla sua storia, è stata trattata a ottobre 2025.
Nella seconda parte presentiamo la struttura del Rosario a partire dai quattro misteri fino ad evidenziare il significato di questa preghiera come un tesoro da riscoprire.
Si consiglia, per chi desidera approfondire la tematica di questo mese, la lettura della Lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae” del Sommo Pontefice San Giovanni Paolo II e il libro “Il Rosario della Vergine Maria” a cura di Eliseo Sgarbossa (ed. San Paolo).
Le Perle di spiritualità avranno come tema la figura di Maria.
A tutti auguriamo un santo cammino spirituale!
PREGHIAMO INSIEME PER IL LIBANO
"Preghiamo perché i cristiani che vivono in contesti di guerra o di conflitto, specialmente in Medio Oriente, possano essere semi di pace, di riconciliazione e di speranza."
PREGHIERA PER LA PACE
DI PAPA LEONE XIV
Dio della pace, che attraverso il sangue di tuo figlio hai riconciliato il mondo con te, ti preghiamo oggi per i cristiani che vivono in mezzo a guerre e violenza.
Anche circondati dal dolore, possano non smettere mai di sentire la gentile bontà della tua presenza e le preghiere dei loro fratelli e sorelle nella fede.
Perché solo attraverso di te, e rafforzati dai legami fraterni, possono diventare i semi della riconciliazione, costruttori di speranza nei gesti piccoli e grandi, capaci di perdonare e di andare avanti, di superare le divisioni e di cercare la giustizia con misericordia.
Signore Gesù, che hai chiamato beati quelli che lavorano per la pace, rendici tuoi strumenti di pace anche dove l'armonia sembra impossibile.
Spirito Santo, fonte di speranza nei momenti più bui, sostieni la fede di coloro che soffrono e rafforza la loro speranza. Non lasciarci cadere nell'indifferenza e rendici costruttori di unità, come Gesù.
Amen.
I MISTERI DEL ROSARIO
Come affermava San Paolo VI, il Rosario è:
1) preghiera contemplativa che esige un ritmo tranquillo;
2) meditazione su Cristo con Maria;
3) supplica, siamo fiduciosi che la materna intercessione di Maria può
tutto sul cuore di Gesù;
4) annuncio e approfondimento del mistero di Gesù. Immergendosi,
tramite i misteri, nella vita di Cristo arriviamo ad assimilare
profondamente e a plasmare la nostra esistenza conformandoci
sempre più pienamente a Gesù.
Misteri gaudiosi
Sono i misteri caratterizzati dalla gioia che emerge fin dall’inizio quando l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria l’incarnazione di Cristo e la sua elezione a Madre di Dio rivolgendosi a Lei con le parole: “Rallegrati Maria”.
Nel secondo mistero, in cui meditiamo l’incontro tra Maria ed Elisabetta, la voce di Maria e la presenza di Cristo nel grembo fanno “sussultare di gioia” Giovanni e anche Maria esulta nel Signore perché ha fatto “grandi cose in Lei”.
Nel terzo mistero con la nascita di Gesù abbiamo “una grande gioia” (Lc 2,10) cantata dagli angeli e annunciata ai pastori.
Nel quarto mistero la gioia viene permeata dal dramma. Infatti nella presentazione al tempio da una parte c’è la gioia della consacrazione e dall’altra il dramma che il bambino sarà per Israele “segno di contraddizione” e per Maria una spada trafiggerà la sua anima (Lc 2,34-35).
Così anche nel quinto mistero con l’episodio di Gesù dodicenne al tempio, dove Egli è colui che ascolta, interroga e insegna, si assiste al dramma che mette in crisi i legami più cari con la rivelazione del suo mistero di Figlio che si deve dedicare alle cose del Padre. Infatti gli stessi Giuseppe e Maria, trepidanti e angosciati, “non compresero le sue parole” (Lc 2,50).
Misteri della luce
I misteri della luce fanno riferimento agli anni della vita pubblica di Gesù durante i quali Egli annuncia e rivela il Vangelo del Regno, divenendo così “la luce del mondo” (Gv 8,12).
Nel Battesimo al Giordano Dio lo proclama Figlio prediletto.
Con la trasformazione dell’acqua in vino a Cana di Galilea si ha il primo miracolo grazie all’intercessione di Maria (cfr. Gv 2,1-12).
Nel terzo mistero, Gesù annuncia la venuta del regno di Dio invitando gli uomini alla conversione (cfr. Mc 1,15) e rimette i peccati a coloro che mostrano fiducia e umiltà (cfr. 2,3-13; Lc 7,47-48) rivelando anche la sua misericordia che culminerà nel sacramento della riconciliazione (cfr. Gv 20,22-23).
Il quarto mistero, ovvero Gesù è trasfigurato sul monte Tabor, è il mistero della luce per eccellenza: il viso di Gesù è sfolgorante mostrando la sua divinità mentre il Padre lo “riconosce” dinanzi agli apostoli, invitandoli ad ascoltarlo (cfr. Lc 9,35 e par.).
Ed ecco l’ultimo mistero, l’istituzione dell’Eucarestia. Cristo diviene nutrimento con il suo corpo e il suo sangue, mostrando così fino alla fine il suo amore per gli uomini (Gv 13,1) e per la loro salvezza arriverà ad offrirsi in sacrificio.
In tutti questi misteri Maria rimane sullo sfondo ma nelle nozze di Cana la sua figura emerge indicando la strada all’umanità quando afferma, riferendosi a Gesù, “fate quello che vi dirà”; così come nel Battesimo al Giordano è Dio stesso a rivelare la divinità di Gesù.
Misteri del dolore
I misteri del dolore si soffermano su alcuni momenti della passione di Gesù, che ritroviamo anche nella Via Crucis.
Nel Getsemani Gesù, dove vive momenti di angoscia, si affida al Padre pronunciando la frase: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42 e par.), andando così incontro alla flagellazione, all’incoronazione di spine e alla morte in croce; accettando tutte le sofferenze per amore dell’umanità.
Il no detto da Adamo diventa il sì di Gesù: qui si ha il culmine della rivelazione dell’amore di Gesù e di Dio verso l’umanità; amore da cui scaturisce la nostra salvezza.
Misteri della gloria
Con i misteri della gloria, il cristiano volge lo sguardo alla risurrezione e all’ascensione, cioè alla gloria di Cristo, che è il Risorto!
E se Gesù, con l’ascensione, siede alla destra del Padre, Maria assunta in cielo è proclamata Regina degli Angeli e dei Santi.
Questi avvenimenti ricordano agli uomini giusti quale sarà il culmine del loro percorso e quindi non possono non essere che testimoni del “lieto annuncio”, dando così senso a tutta la loro esistenza.
Il terzo mistero, che ricorda la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti nel Cenacolo, è uno stimolo per il cristiano a prendere coscienza della nuova esistenza in Cristo all’interno della Chiesa.
Dai “misteri” al “Mistero”: la via di Maria
I misteri fanno riferimento ai momenti essenziali della vita di Cristo dove “tutto, nella vita di Gesù, è segno del suo mistero”. Così il Rosario aiuta il cristiano a conoscere più profondamente e in maniera coinvolgente Cristo e, con Lui, Maria di cui è permeato ogni avvenimento anche quando non è direttamente coinvolta.
Il Rosario basato sulla ripetizione, tra cui l’Ave Maria che in ogni mistero viene recitata 10 volte, può essere visto come una preghiera arida e noiosa ma in realtà l’opinione cambia se la consideriamo espressione d’amore verso la persona amata.
Suggerimenti per la recita del Rosario
Vari sono i modi con cui si introduce il Rosario. Alcuni iniziano con l’invocazione del salmo 69: “O Dio, vieni a salvarmi; Signore, vieni presto in mio aiuto”; altri iniziano con la recita del Credo. Tutti questi modi dispongono l’animo alla contemplazione.
Oltre ad annunciare il mistero, si consiglia di:
- fissare un’icona che lo raffiguri,
- leggere il passo del Vangelo corrispondente ed eventualmente farlo seguire da qualche breve commento,
- rimanere in silenzio nella contemplazione e meditazione del mistero. Silenzio che nella nostra società è sempre più difficile,
- utilizzare la corona come strumento per recitare il Rosario. Non è solo uno strumento da utilizzare per registrare le “Ave Maria” ma in realtà la dobbiamo pensare come il cammino del cristiano nella contemplazione e verso la perfezione cristiana. Ricordiamo che il santo Bartolo Longo la vedeva come una “catena” che ci lega a Dio e che ci mette in sintonia con Maria.
Dopo queste fasi si prosegue con la recita del “Padre nostro” avvicinandoci a Dio ed entrando in intimità con lui.
Seguono le 10 “Ave Maria”, così che il Rosario assume il carattere di preghiera Mariana che in realtà è permeata anche del “carattere cristologico”: infatti nella prima parte ritroviamo le parole bibliche dell’arcangelo Gabriele e di Santa Elisabetta che fanno riferimento all’incarnazione di Gesù.
Inoltre questa preghiera diventa “professione di fede”, tra la prima e la seconda parte, quando pronunciamo il nome di Gesù: “Benedetto il frutto del tuo seno, Gesù” e “Santa Maria, Madre di Dio”.
Infine affidiamo alla materna intercessione di Maria sia la nostra vita sia l’ora della nostra morte quando concludiamo con le parole “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”.
Il Rosario prosegue con la preghiera del Gloria. Qui ci troviamo dinanzi al mistero delle tre persone da lodare, adorare e ringraziare.
Fa seguito una giaculatoria, come ad esempio: “Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco e dall’inferno, porta in cielo tutte le anime specialmente le più bisognose della tua misericordia”.
Terminati i 5 misteri il Rosario diventa veramente un percorso spirituale in cui Maria si fa Madre, maestra, guida sostenendo il fedele con la sua intercessione potente e per questo si conclude alla fine con la splendida preghiera del Salve Regina e con la recita delle Litanie Lauretane.
A conclusione di tutto il Rosario si recita l’orazione finale per chiedere, dopo aver meditato i misteri, di poter giungere a “imitare ciò che contengono e ottenere ciò che promettono”.
In alcune circostanze si possono recitare alcune preghiere secondo le intenzioni del Papa.
La distribuzione nel tempo
Il Rosario può essere recitato, anche quotidianamente, da singole persone o da più persone riunite insieme e anche dagli ammalati e dagli anziani. I vari misteri caratterizzano ogni singolo giorno della settimana come la liturgia fa con le varie fasi dell’anno liturgico.
Ecco quindi che:
- il lunedì e il sabato sono dedicati ai “misteri della gioia”,
- il martedì e il venerdì ai “misteri del dolore”,
- il giovedì ai “misteri della luce”,
- il mercoledì e la domenica ai “misteri della gloria”.
Tuttavia è permessa una certa libertà di adattamento, sia per la recita individuale che comunitaria, a secondo delle esigenze spirituali e pastorali o liturgiche.
L’importante è che il Rosario sia visto come itinerario contemplativo e, accompagnandoci quotidianamente nella settimana, diventi un cammino dove Cristo è il Signore del tempo e della storia.
Il Rosario, un tesoro da riscoprire
Per concludere ricordiamo che Giovanni Paolo II il 16 ottobre 2002, nella sua Lettera apostolica dedicata al Rosario, esortava a riscoprire il Rosario e si rivolgeva all’episcopato, ai sacerdoti, ai diaconi e agli operatori pastorali, affinché facendo esperienza personale ne diventassero anche promotori.
Si rivolgeva anche ai teologi perché aiutassero a riscoprire di questa preghiera i fondamenti biblici, le ricchezze spirituali, la validità pastorale.
Esortava i consacrati e le consacrate a contemplare, tramite la recita del Rosario, il volto di Cristo alla scuola di Maria.
Infine, esortava anche i laici di qualunque condizione ed età a “riprendere con fiducia tra le mani la corona del Rosario” riscoprendola nella vita quotidiana.
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO PERSONALE
· Cosa pensi della preghiera del Rosario? Ti aiuta nella tua fede mariana per giungere a Gesù?
· Questa preghiera la vivi come un dono prezioso che ti è stato trasmesso? E tu come la trasmetti?
· La ritieni troppo monotona e lunga, preferendo altre modalità più brevi?
· La preghi meglio in gruppo o solo personalmente?
· Anche se la preghi a casa riesci a creare un clima raccolto e devoto? Oppure preferisci in chiesa?
08 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI APRILE 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE…
Il mese di aprile si apre con la Settimana Santa già inoltrata. Per cui dopo il mercoledì Santo entriamo nel Triduo Pasquale con il Giovedì Santo: al mattino la santa messa Crismale e la sera “In Coena Domini” con la lavanda dei piedi e la memoria dell’istituzione del sacrificio eucaristico da parte di Gesù come dono della sua presenza, come sacramento della nostra unità, come vincolo di carità.
Il venerdì Santo con la celebrazione della Passione del Signore commemoriamo insieme i due aspetti del mistero della Croce: la sofferenza che prepara la gioia della Pasqua; l’umiliazione e la vergogna di Gesù da cui sorge la sua glorificazione. Cristo che muore sulla croce passa da questo mondo al Padre; dal suo costato sgorga per noi la vita divina; noi passiamo dalla morte del peccato alla vita in Dio. La celebrazione, dunque, si svolge in tre momenti: Liturgia della Parola – Adorazione della Croce – Comunione eucaristica.
La Veglia pasquale: è costituita dalle quattro grandi tappe che portano alla grande Pasqua: la liturgia della luce: che fa brillare Cristo come splendore della vita; la liturgia della parola: la Chiesa medita “le meraviglie” che il Signore ha compiuto per il suo popolo e confida nella sua parola e nella sua promessa, passando in rassegna le vicende personali e collettive di fedeltà e lontananza del popolo dell’antica alleanza; la liturgia battesimale: l’assemblea ascolta e confessa la sua fede nel segno dell’acqua battesimale; la liturgia eucaristica: dopo la rinascita battesimale la comunità viene invitata alla mensa che il Signore ha preparato al suo popolo.
Inizia così liturgicamente il periodo di Pasqua con 7 domeniche che culmineranno il 24 maggio con la Solennità di Pentecoste. Ricordiamo in questo mese la seconda domenica di Pasqua dedicata alla Divina misericordia (12 aprile) e la quarta domenica (26 aprile) dedicata al Buon pastore e alla preghiera per le vocazioni.
Come Santi possiamo ricordare san Giorgio martire il 23 aprile, patrono di una frazione nella parrocchia di Borgosotto, la conversione di Sant’Agostino il 24 aprile, San Marco evangelista il 25 aprile e Santa Caterina da Siena il 29 aprile, vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia e d’Europa.
Il 21 aprile ricordiamo anche il primo anniversario della morte di Papa Francesco.
Pe la nostra FORMAZIONE, avendo celebrato il 21 marzo la giornata della poesia, offriamo una riflessione sull' importanza della poesia e della letteratura, come lo stessa papa Francesco ci aveva sollecitato con la sua “Lettera ai poeti” scritta il 27 maggio del 2023.
Le PERLE DI SPIRITUALITÀ, invece, offriranno momenti di meditazione e preghiera sempre sul tema della Pasqua, della vita e della risurrezione.
A tutti auguro un santo cammino di conversione e risurrezione nella Pasqua del Signore!
POESIA DI ALDA MERINI
La tua Passione, Dio mi sconvolge.
Io sto diventando un uomo di pietra.
Sarà la prima pietra di quella chiesa dove tu trionferai.
Un uomo fatto solo di pietra.
Ma mentre le pietre gridano,
tuo figlio non urlerà, non piangerà.
E come fa secondo te, Padre,
un uomo così tenero come il Figlio di Maria a non farsi udire?
Ma io sono nato nel silenzio
E adesso se mi inchiodano sopra una croce
non fanno che inchiodare le ali di una farfalla finalmente libera.
Posso significare Signore questa piccola mia grande scoperta,
che la viltà è solo un inganno e la passione è solo un tremore di carne.
La passione è solo una rosa che splende al sole
Ecco il miracolo della contemplazione di quel volto spento
che suda sangue e preghiere
ed ecco le tenebre della morte cadere non su di lui
ma sugli uomini che l’hanno crocifisso.
Ecco il Padre amorevole
che corre in aiuto del Figlio
e squarcia tutte le nuvole
e fa piovere dal cielo quella manciata di rose
che noi umani chiamiamo cristianesimo.
Padre risorgerò e sarò alla tua destra!
Cerco una Parola…
Questo articolo è dedicato in particolare
a Papa Francesco di cui ricorrerà il primo anniversario dalla morte
il 21 aprile 2026
e alle poetesse essendo il mese di marzo appena trascorso
dedicato alla donna,
inoltre il 21 marzo si è celebrata la
“giornata della poesia”
e nascita della poetessa Alda Merini,
insomma un mese dedicato ai poeti…ovvero a tutti noi!
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POESIA:
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Alda Merini
Poesia è uno sguardo sull’esistenza, sul mondo e questo sguardo ne contiene tanti, quanti ne volete, quanti ne siete, ne siamo, infinitamente. Nell’introdurre la lettera ai poeti di Papa Francesco (27 maggio 2023) facciamo una piccola premessa. Vi ricordate la famosa scena del film “L’attimo fuggente” in cui il Professor Keating dice ai suoi studenti di prendere il libro di letteratura e fa leggere la prefazione “comprendere la poesia”? L’autore (fittizio) del libro l’emerito Prof Pritchard chiede di misurare la poesia con un grafico in base alla sua perfezione e alla sua importanza per calcolare la sua area totale “per giungere alla sua grandezza”. A questo punto il Prof Keating chiede ai ragazzi di strappare le pagine.
Ecco questa è la nostra premessa:
La poesia non si può imbrigliare. La passione, la bellezza, l’amore ci tengono in vita: questo è poesia.
Questo articolo non è una spiegazione ma è un piccolo assaggio dell’infinito cielo al quale appartiene poesia, la stessa lettera ai poeti di Papa Francesco dalla quale ci faremo guidare come una bussola, un’esortazione, un orizzonte indicato da colui che per primo ha respirato la poesia intessendo la sua esistenza.
Papa Francesco si rivolge direttamente ai poeti nella prima frase con due primi punti chiave: “poeti, avete fame di significato” “e la poesia come la fede interroga la vita”
Ecco che Papa Francesco ama sottolineare che il significato della poesia non si trova in un dizionario e con parole di gratitudine indica alcuni scrittori che hanno parlato della loro esistenza alla sua stessa vita percorrendola ogni giorno.
La poesia parla a ciascuno di noi, ma come sottolinea Papa Francesco a coloro che davvero guardano, che sognano. Una persona che ha perso capacità di sognare ha perso la capacità di “sentire” la poesia della vita. Primo ingrediente fondamentale. Come diceva un autore latinoamericano “abbiamo un occhio di carne e uno di vetro” con quello di carne guardiamo ciò che vediamo e con l’altro guardiamo ciò che sogniamo.
"Uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi".
Franco Arminio
“Vedere in profondità, profetizzare, annunciare il valore profondo”. Ci troviamo davanti una sfida ; è l’arte della vita, un messaggio rivoluzionario tanto più in questo difficile momento storico.
La poesia dà spazio a tutti, a ogni sguardo nella sua diversità, perché nell’immergendoci nella realtà con occhi che sognano imprimiamo nello stesso tempo il nostro stile personale, le nostre inquietudini, il dolore e la gioia…
Papa Francesco a questo punto nella sua lettera non perde tempo nell’esprimere un appello “ Poeti, la Chiesa ha bisogno della vostra genialità perché ha bisogno di protestare, chiamare, gridare”
Dare ascolto e voce nello stesso tempo a livello personale e sociale, quando il mondo che viviamo spesso spezza le parole, le incatena, le brucia, perché pericolose, perché Verità.
La poesia è “luogo dove spesso si fa esperienza di Dio, debordante…oltre i bordi chiusi e definiti, siate creativi, non addomesticati”
Dare luce che combatte il buio accendendo altra luce che accarezza e dona Bellezza.
Papa Francesco prosegue “ dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che l’essere umano sente, sogna, soffre…” è un lavoro che può anche aiutarci a comprendere meglio Dio come grande poeta dell’umanità”. Riscoprire Il Signore come il più grande poeta con il più grande sogno, essere strumenti del suo disegno amandoci. Ricordiamoci come Papa Francesco ha sottolineato con dolce forza di non temere di non essere compresi, di essere criticati da una straripante corrente.
Papa Francesco in questa lettera ha trasmesso il cuore del messaggio della sua esistenza, del suo Pontificato. Noi, ognuno nessuno escluso è amatissimo e parte del sogno di Dio.
Siamo piccoli poeti del più grande poeta: Dio.
E’ necessità dei poeti e loro responsabilità il gridare al mondo il messaggio evangelico con sguardo di Poesia incarnata “facendoci vedere Gesù, sentire come realtà viva, facendoci cogliere la bellezza della sua promessa”
Ecco che come un dipinto velato e dimenticato si svela il capolavoro della nostra esistenza, riconoscendo il Suo volto che tutto abbraccia, in ogni momento della nostra vita, le nostre croci e la letizia più bella.
Così ultima Papa Francesco “continuate a sognare, a inquietarvi, a immaginare parole e visione che ci aiutino a leggere il mistero della vita umana e orientino la nostra società verso la bellezza e la fraternità universale…aiutateci”.
Aiutiamoci reciprocamente “senza stancarci con creatività e coraggio” nello scoprire e riscoprire questo meraviglioso orizzonte…
“e tu puoi contribuire con un tuo verso…quale sarà il tuo verso?”
Walt Whitman
I. R.
PROVOCAZIONI PERSONALI
- Penso che Papa Francesco abbia colto nel segno la necessità degli occhi di poeti in questo mondo che strappa sempre più la voce al sognare?
- Sento mio il suo messaggio a favore di una sensibilità poetica rivoluzionaria (basta pensare al contrasto con l’uso sempre più frequente di parole aggressive fino alla violenza verbale, all’uso dell’intelligenza artificiale che in alcuni casi rischia di schiacciare la creatività personale)?
- Lo sguardo poetico è-può essere bussola e custode del mio cammino di fede ?
- Come posso contribuire concretamente con il “mio verso” nella quotidianità?
07 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI MARZO 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Dopo poco più di una settimana del nostro cammino quaresimale, il mese di marzo si apre con la seconda domenica di quaresima dedicata al tema della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor.
E’ il mese dell’inizio della Primavera che simbolicamente, insieme al risveglio della natura e al suo rifiorire, diventa un invito anche per noi a rinascere a vita nuova.
Quest’anno il ciclo A della Liturgia domenicale ci sprona a fare un percorso battesimale lasciandoci “bagnare” dall’acqua della Parola di Dio e riacquistare la luce che ci permette di raggiungere la Vita vera nella Risurrezione di Cristo, nostra pasqua. Infatti le tre domeniche centrali di questo mese (III-IV-V domenica di quaresima) ci raccontano l’incontro di Gesù con la donna samaritano, la guarigione del cieco nato e il ritorno alla vita dell’amico Lazzaro. Il mese si concluderà con la domenica delle palme e l’inizio della Settimana di passione, un binomio di felicità e sofferenza.
Inoltre avremo l’opportunità di celebrare anche due solennità infrasettimanali: il 19 marzo la solennità di San Giuseppe, lo sposo della Beata Vergine Maria e il 25 marzo la solennità dell’Annunciazione del Signore.
L’8 marzo è la festa della donna e con il primo giorno di primavera il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della poesia. Papa Francesco aveva ricordato che “la poesia parla della vita alla vita di ognuno, a coloro che davvero guardano, che sognano”.
Le Perle di spiritualità ci accompagneranno con alcuni temi sulla lotta tra bene e male, amore e conversione, dono della vita e morte.
Come strumento di formazione offriamo una riflessione sulla quaresima con alcuni pensieri degli ultimi Papi e una breve presentazione delle stazioni quaresimali nelle chiese romane.
A tutti auguriamo un santo cammino di conversione verso la Pasqua di Risurrezione!
MESSAGGI SULLA QUARESIMA
Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza
che non delude (cfr Rm 5,5).
La speranza è “l’àncora dell’anima”,
sicura e salda.
In essa la Chiesa prega affinché
«tutti gli uomini siano salvati» ( 1Tm 2,4)
e attende di essere nella gloria del cielo
unita a Cristo, suo sposo.
Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve».
(Esclamazioni dell’anima a Dio, 15, 3) [9].
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La Vergine Maria, Madre della Speranza,
interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.
Papa Francesco
Roma, San Giovanni in Laterano, 6 febbraio 2025,
memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri.
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Signore Gesù Cristo, nell'oscurità della morte tu hai fatto luce;
nell'abisso della solitudine più profonda
abita ormai per sempre la protezione potente del tuo amore;
in mezzo al tuo nascondimento possiamo ormai cantare l'alleluia dei salvati.
Concedici l'umile semplicità della fede,
che non si lascia fuorviare quando tu ci chiami nelle ore del buio,
dell'abbandono, quando tutto sembra apparire problematico;
concedici, in questo tempo nel quale attorno a te si combatte una lotta mortale,
luce sufficiente per non perderti;
luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno.
Fai brillare il mistero della tua gioia pasquale,
come aurora del mattino, nei nostri giorni;
concedici di poter essere veramente uomini pasquali
in mezzo al Sabato santo della storia.
Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo
possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la tua gloria futura. Amen.
Papa Benedetto XVI
Maria, madre del perdono,
aiutaci ad accettare la grazia del perdono.
Fa’ di questa Quaresima un tempo utile,
un tempo di riconciliazione e un tempo di Salvezza
per tutti quelli che cercano Dio.
San Giovanni Paolo II
LE STAZIONI QUARESIMALI NELLA LITURGIA ROMANA
« Quel che oggi fanno i catechismi illustrati, altra volta lo compiva direttamente, quand'era compresa dal popolo, la stessa sacra liturgia: e l'insegnamento allora non era meno profondo ».
Con queste parole, il beato Ildefonso Schuster ben riassume l’importanza della liturgia del periodo quaresimale cosi come la tradizione dell’Urbe cattolica l’ha intesa e vissuta. Invero, il tempo santo di conversione e penitenza - immagine vivissima dei quaranta giorni vissuti dal Redentor nostro in solitudine nel deserto ed ancor prima dei quaranta anni che il popolo d’Israele attese prima di giungere alla Terra Promessa – che sin dall’età apostolica la Sposa del Cristo ha voluto celebrare in vista della nascita dei suoi novelli figli alla vita di grazia mediante il sacramento del Battesimo, nel suo lungo dispiegarsi nella storia cattolica non meno che nelle sue radici potremmo noi dire essenzialmente cristologiche (l’imitazione della mortificazione dei sensi che lo stesso Signor Nostro ha vissuto, quale anticipazione dell’angusto cammino del cristiano verso il cielo) ha avuto ed ha tuttora un profondo significato catechetico, quasi che esso fosse un lungo preludio alla dolorosa Passione, morte e resurrezione del Vivente, ricapitolando in sé ogni cosa, ogni vita ed ogni lacrima versata dal Neofita che, oramai, vede spalancarsi la vita nella sua pienezza: sicut elegit nos in ipso ante mundi constitutionem, ut essemus sancti et immaculati in conspectu ejus in caritate (ad Ephesios I,IV = Prima della creazione del mondo Dio ci ha scelti per mezzo di Cristo, per renderci santi e senza difetti di fronte a lui nel suo amore).
L’austera liturgia quaresimale della Roma cattolica assume i caratteri ancor oggi riconoscibili nella nostre chiese tra i secoli V ed XI, durante i quali, a partire dal pontificato di san Gregorio Magno fino alla riforma di Gregorio VII, andarono consolidandosi le tradizioni ricevute dapprima nei Libri Sacramentorum e poi, a partire dal secolo XV, nei vari Messali, finalmente confluiti nel Missale Romanum di san Pio V del 1570 . Essa ha invero subito gli adattamenti sopraggiunti nelle varie epoche, sempre tuttavia conservando il suo carattere penitenziale sia nella scelta dei testi, richiamanti il fedele ad una continua conversione tramite la carità fraterna e la mortificazione dei sensi, sia nell’apparato visible, laonde l’utilizzo di paramenti violacei - tradizionalmente associati ai tempi di penienza, alle vigilie ed alle Quattro Tempora – e la semplificazione del decoro negli spazi sacri – fino alla velatura delle sacre reliquie ed immagini nella Dominica Prima Passionis (oggi Quinta Domenica di Quaresima) - più alacremente richiamano l’attuale necessità per il battezzato di vivere sempre più pienamente la comunione col Cristo sofferente .
In tal senso, la messa stazionale assumeva nella Roma medioevale un significato tutto particolare, ove i cattolici dell’Urbe radunavansi, solitamente passata l’ora nona, assieme al Romano Pontefice ed al clero. Dopo aver recitato nel luogo convenuto l’orazione colletta – che trae questo nome proprio da tale circostanza, ove il Pontefice raccoglieva, colligere, le intenzioni del popolo romano - tutti assieme incedevano al canto delle litanie, magnifica visione penitenziale d’una fede condivisa da un popolo intero, verso la chiesa stazionale designata. Giunti al sacro edifizio, aveva inizio la santa messa papale direttamente con l’Introito, omettendo il Kyrie -già detto in processione - ed il Gloria a motivo del carattere penitenziale della celebrazione, indi proseguendo more solito. Alla fine della sacra funzione, un diacono annunziava al popolo il luogo di raduno per il giorno seguente.
La messa stazionale continua ad officiarsi in tal modo per tutto il medioevo, cadendo lentamente in disuso a motivo della cattività avignonese nel secolo XIV, sicché il Pastore universale, separato dal gregge suo, abbandona la celebrazione dei divini misteri nell’Alma città. Sarà poi papa Sisto V (1585-1590) a riprendere la tradizione celebrando la Sacra Sinassi della Feria IV Cinerum presso la basilica di santa Sabina all’Aventino. Il Missale Romanum del 1570 ed oggi il Messale del Concilio Vaticano II hanno conservato l’antica tradizione di assegnare a ciascun giorno della Quaresima una statio, una chiesa romana.
L’indole sacrificale e propiziatoria che nel corso dei secoli ha sempre permeato tutta la liturgia della Chiesa militante appare nella sacra Quarantena ancor più accentuata, mostrandoci come i membri della Ecclesia orans, in verace spirito di penitenza e contrizione, s’incamminano verso Colui che é principio e fine di tutto, il Vivente, affinché, tolto il velo del peccato che ci separa dalle realtà celesti, possiamo finalmente contemplarLo in eterno.
«Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sǽculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris» ( = Ricordati della tua misericordia, o Signore, e della tua compassione, che sono da sempre; non lasciare che i nostri nemici prevalgano su di noi; liberaci, o Dio d'Israele, da tutte le nostre afflizioni).
Adriano Ployer
06 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI FEBBRAIO 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Il mese di febbraio, il più breve dell’anno nel conteggio dei giorni, è comunque molto significativo
dal punto di vista liturgico. Per tre domeniche continua il tempo ordinario (IV-V-VI domenica del tempo ordinario); poi dal mercoledì delle ceneri (18 febbraio) si entra nel tempo di Quaresima.
Il mese si apre con la domenica della Vita, nella quale si celebra la 48a Giornata nazionale per la
vita, un’occasione per riflettere sul valore inestimabile della vita, con il tema: “Prima i bambini”. Il
giorno successivo, lunedì 2 febbraio, si celebra la festa liturgica della Presentazione del Signore
con la celebrazione della luce e la benedizione delle candele; inoltre si celebra la 30a giornata
mondiale per la Vita Consacrata.
Ricordiamo anche la Giornata Mondiale dell’ammalato il giorno martedì 11 febbraio nella
memoria della Beata Vergine di Lourdes.
Tra i Santi della liturgia vogliamo ricordare:
- Mercoledì 3 febbraio: San Biagio , vescovo e martire;
- Giovedì 5 febbraio: Sant’Agata, vergine e martire;
- Martedì 10 febbraio: Santa Scolastica, vergine;
- Sabato 14 febbraio: festa dei Santi Cirillo, monaco e Metodio, vescovo, patroni di Europa;
lo stesso giorno ricordiamo anche San Valentino, patrono degli innamorati;
- MERCOLEDI 18 FEBBRAIO: MERCOLEDI DELLE CENERI;
- DOMENICA 22 FEBBRAIO: PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA;
- Lunedì 23 febbraio: la nostra Congregazione ricorda la morte di dom Adriano Gréa.
Per quanto riguarda i temi da presentare per la nostra riflessione mensile offriremo l’opportunità
di meditare all’inizio del mese sul senso della sofferenza dal punto di vista biblico e umano;
mentre verso la fine del mese pubblicheremo un tema tratto dal pensiero del nostro Fondatore.
Le PERLE DI SPIRITUALITA’ ci aiuteranno a pregare in particolar modo sul tema della vita.
Auguro a tutti gli amici un cammino spirituale intenso di preghiera, riflessione e penitenza in
preparazione alla Santa Pasqua.
Dedichiamo questo articolo realizzato dall'Associazione Culturale Dom Adriano Grea per l'anniversario della morte di Dom Adriano Grea, 23 febbraio, ad Alberto Fiano, pilastro della realizzazione della Comunità di Natività di Maria a Roma e membro onorario della nostra associazione culturale Dom Adriano Grea. Questo articolo è frutto del nostro studio realizzato con Padre Lorenzo Rossi, fondatore dell' Associazione ed elaborato nel corso del tempo da noi membri. È un pensiero che si incentra fortemente su delle componenti carissime al fondatore dei Cric.
Il mistero della Chiesa e la liturgia vissuta poi realmente, concretamente, dal fondatore dei canonici regolari dell'Immacolata Concezione insieme ai membri della sua comunità. È una riflessione che valorizza l'importanza della liturgia ponte tra uomo e Dio e la visione della Chiesa di Don Grea; una visione profondamente profetica che anticipa quella del Concilio Vaticano II in cui ogni battezzato è parte attiva del popolo di Dio e che ha un ruolo fondamentale.
Concludiamo questa dedica come premessa all'articolo che segue con un passo elaborato da Alberto Fiano e Cosma Capomaccio e scritto nel libro “Cristo, luce del mondo”, da loro realizzato, che si presenta così:
La liturgia non è una serie di formule stereotipate o di gesti vuoti di senso, di segni senza contenuto, ma è il luogo privilegiato dell'incontro dell'uomo con il suo creatore, il padre, con il suo redentore, il figlio, con il suo santificatore, lo spirito. Il Signore Gesù è sempre pronto e disponibile a incontrarsi con gli uomini per donare loro l'abbondanza della sua grazia, per essere il compagno indivisibile del loro cammino di fede, per essere il medico premuroso che cura e lenisce le ferite del peccato e riabilita a ritornare figli di Dio.
Ma occorre da parte nostra il vivo desiderio di rendere possibile l'incontro con Lui durante le celebrazioni liturgiche, che si snodano come un fiume d'acqua viva lungo il corso dell'anno liturgico. Solo se le nostre celebrazioni liturgiche saranno preparate e vissute con fede autentica e gioiosa, solo se i giorni dell'anno liturgico con i suoi tempi e con l'attualizzazione degli eventi della salvezza potranno caratterizzare altrettanto tappe del nostro cammino di fede, solo se riusciremo a sentirci ardere nel petto e il cuore per la vicinanza del Risorto, allora e solo allora scaturirà con gioia impetuosa del nostro spirito la timida ma accurata richiesta dei discepoli. Resta con noi, Signore, perché si fa sera.
Grazie, Alberto.
Irene
Alberto Fiano come ricordarlo oggi che non è più tra noi? Un appassionato della liturgia!
Lo abbiamo conosciuto nei primi tempi della Parrocchia Natività di Maria quando ancora non esisteva una casa di pietra, ma solamente una "Cappellina" allestita in un locale commerciale.
In quel contesto semplice, Alberto, con la sua generosità, riuscì, insieme a padre Lorenzo, a trasformare quel modesto ambiente dedicato al culto in un luogo di bellezza e di incontro: di bellezza nella cura degli oggetti che rappresentano il sacro e ancora oggi arredano la "Cappellina" all'interno della nostra Chiesa; di incontro perché proprio lì la comunità si riuniva non solo per le celebrazioni, ma per dialogare e ascoltarlo, perché Alberto era capace di farci comprendere il significato profondo di ogni rito, di ogni celebrazione che, attraverso gesti, canti, colori, profumi - è il modo di stare davanti a Dio con stupore e umiltà.
Dobbiamo essergli grati per ciò che ha seminato.
Paola
Nella foto Alberto Fiano con la sua sposa Franca
Associazione Culturale Dom Adriano Gréa
Il mistero della Chiesa vissuto nella comunità di Dom Gréa: la liturgia un ponte tra uomo e Dio
“Il soggetto credente chiede di essere totalmente reintegrato nei sacramenti. Non possiamo più considerarlo come esterno ad essi. Non sono sacramenti per l’uomo se non perché sono significativi dell’uomo nella sua condizione di credente. Lo parlano, lo realizzano in seno alla mediazione simbolica che dispiegano.”
Louis Marie Chauvet
Nell’intento di cogliere l’importanza fondamentale rivestita dalla comunità religiosa dei canonici regolari in ordine allo sviluppo e alla stesura del trattato L’Église di Dom Gréa, ci serviamo di questo recente giudizio sulle categorie di mistero e incarnazione: «L’anima della fede è la passione per Gesù, la sua umanità e divinità che incontra il nostro travaglio profondo di dubbio e di accensione del cuore, di richiesta di senso e di inconsce paure, di apertura e chiusura, il tutto sull’ordito di un alto desiderio di avere nel mondo un compito di amore verso tutti. Soltanto da Lui è per noi possibile accendere quel “fuoco”.Noi cristiani, oggi più che mai, dobbiamo avere il coraggio di confidare nel mistero di Dio. Di fatto, il messaggio più centrale e originale di Gesù è consistito proprio nell’invitare l’essere umano a confidare nel Mistero insondabile che si trova all’origine di tutto…
“Non abbiate paura … Confidate in Dio. Chiamatelo Abbà, Padre amato. … Abbiate fede in Dio”.
La sua vita ruotava intorno a un progetto che lo entusiasmava e che lo faceva vivere intensamente. Lo chiamava “regno di Dio”. La sua gioia nel parlare del Padre e nel fare ogni sforzo per comunicarlo. Felice in quel supremo momento di angoscia e solitudine, nell’abbandonarsi all’amore del Padre. Così Egli ha aperto un canale indistruttibile tra Dio e la nostra condizione umana»
La sua terra, i luoghi – Baudin, St. Claude, St. Antoine –, la sua comunità, coloro con i quali ha fatto la sua prima professione, i confratelli in seguito sempre teneramente amati fino alla morte, come «l’opera confidata alla mia vocazione»; i grandi protettori dell’opera – il P. Desurmont, mons. de Ségur, luci e guide degli ammirevoli progressi dell’opera durante 40 anni – erano la roccia su cui Dom Gréa poggiava la sua esistenza, tenendo sulle ginocchia la Bibbia. La quotidianità del pensare, del comunicare, del vivere, sgorgava come una creazione, un impasto di materia e parola che rivelava il mistero, senza violarlo e senza esaurirlo: è così che, come un inno di lode, è nata la sua grande opera, L’Église: «La santa Chiesa cattolica è l’inizio e la ragione di tutte le cose. Il suo nome santo riempie la storia fin dall’origine del mondo. Al di là dei secoli l’eternità l’attende per darle compimento nel suo riposo. La Chiesa porta con sé nell’eternità tutte le speranze del genere umano che essa racchiude» .
«C’è del mistero in questo, i ragionamenti tratti dalle analogie umane non possono arrivarci; i governi umani e la polizia degli stati non offrono nulla di simile, ma bisogna elevarsi più in alto e cercare nell’augusta Trinità la ragione e il tipo di tutta la vita della Chiesa».
Come fa giustamente notare H. de Lubac: «Dom Gréa si mostra particolarmente sensibile al “mistero della gerarchia”» . Lo stesso teologo, citando l’incipit de L’Église, “La santa Chiesa cattolica è l’inizio e la ragione di tutte le cose”, osserva: «È ciò che aveva detto Herma, nel II secolo, nella seconda visione del suo Pastore» ponendo così in luce le solide radici patristiche dell’ecclesiologia di Dom Gréa.
Il punto focale, che teneva insieme le due fonti della Bibbia e della comunità, era eminentemente la liturgia, quella orante salmodica di tutti i giorni e quella eucaristica quotidiana e festiva. Essa costituiva un ponte reale e sempre aperto tra ciò che è memoriale, ispirazione, mistero, parola rivelante, e il presente, la storia, l’adempimento sempre in evoluzione. L’attesa e l’annuncio del nuovo sempre veniente; un ponte fatto di parole-gesti, silenzi, incontri, comunione, attenzione, tenerezza perfino: nella liturgia Dom Gréa era davvero il “pontefice”.
In tal senso, risultano illuminanti queste riflessioni prese dalla Vie de Dom Gréa di Paul Benoît, relativamente alle circostanze storiche di pubblicazione de L’Église: “ Amava tanto la Chiesa perché lo Spirito Santo l’aveva a lui rivelata in tutto il suo splendore”. Come Ezechiele, aveva ricevuto “la cordicella” per misurare “la lunghezza, la larghezza e l’altezza della Gerusalemme celeste”. Per quarant’anni ne ha parlato in ogni occasione, in pubblico e in privato. All’innumerevole moltitudine dei suoi visitatori, ai religiosi riuniti e formati da lui, alle assemblee dei fedeli venute per ascoltarlo. E tutti, alla sua parola semplice ma infervorata, hanno visto, o almeno intravisto, nella
divina sposa di Gesù Cristo delle meraviglie fino allora ignorate. Tuttavia, tutti i suoi uditori lo incitavano a scrivere ciò che predicava tutti i giorni, a esporre questo mistero della Chiesa che riempiva la sua vita intellettuale e li entusiasmava. Scrisse degli appunti e poi altri ancora, lasciò a lungo “dormire” i suoi appunti nelle cartelle, e ancora li riprese di nuovo, li completò. Intraprese la redazione definitiva, ma ancora abbandonò 20 volte, 100 volte questa redazione …
Il primo capitolo è terminato. “Pagine sublimi – ho scritto allora –, ove è esposta con tanta magnificenza l’opera di Dio, soprattutto l’opera della sua misericordia”».
Dom Gréa stava grande al centro di questo evento preparato, di questo atteso incrocio di umano e divino, dono di grazia dall’alto e ascesa dal basso di ricerca, invocazione, desiderio. Le parole erano invito, descrizioni profetiche di grande qualità. Gli uditori erano “embrasés” (infiammati), e soprattutto la sua comunità, nel tempo così differenziata, ogni giorno formata e guidata nell’amore della Chiesa, amava le sue istituzioni antiche, e, fra queste, una che ha voluto rinnovare: l’istituto canonico.
Ognuno era attratto dentro uno spazio-tempo cosmico, riportato dentro la storia “sacra” che forse prima gli appariva non pertinente o irrilevante, atrofizzata nella ripetitività di rituali e ritornelli, per ritrovarsi responsabile, parte indispensabile di un tutto che non annienta, non fagocita, non omologa, ma che salva e ricrea.
Parole vibranti, esperienze di preghiera, di lode, digiuni e penitenza.
Secondo questa concezione pregnante di liturgia, «la forma rituale non è più vuoto formalismo ma appartiene all’essenza del sacramento perché è in essa che è all’opera l’azione misericordiosa di Dio e in essa avviene lo scambio di grazia tra l’uomo che vive nel tempo e Dio che supera il tempo e lo conduce alla salvezza».
Analogamente, il concetto di liturgia in Dom Gréa non è limitato al solo aspetto cultuale, ma attinge alla visione simbolica tipica della teologia patristica e dell’ecclesiologia del primo millennio. Ecco come il nostro autore prospetta il compito della Chiesa e della liturgia: «Così l’incarnazione e la redenzione si diffondono nei canali dei sacramenti, nel battesimo e nella penitenza: e questo Dio incarnato, Gesù Cristo, si propaga e vive in tutti coloro che non rifiutano il dono celeste, si estende e si moltiplica senza dividersi, sempre uno e sempre unendo in lui le molteplicità. Ora, è questa divina propagazione di Cristo che lo sviluppa e gli dona questo compimento e questa “pienezza” che è il mistero stesso della Chiesa».
Inciso e ricorso di un allievo studioso di Dom Gréa decisivo nel far conoscere il cuore del suo pensiero!
Per considerare l’importanza decisiva della liturgia nella comunità di Dom Gréa e in quanti lo seguirono, valga, a nome di tanti preti eminenti di varie diocesi di Francia, l’esempio di Henri Ardouin Duparc . Egli nasce il 22 aprile 1879 a «Chez-Mouteau», a Charroux. Compie i suoi studi secondari a Poitiers, presso il collegio dei Padri gesuiti. Aveva due zii gesuiti, i Padri Anatole e Léonce de Grandmaison, fratelli di sua madre. Sognava un ministero parrocchiale in un ambiente povero, di operai, ma unito alla vita religiosa. Ebbe l’occasione di sentir parlare di Dom Gréa, teologo della Chiesa, promotore della liturgia attiva, che univa una austera vita religiosa ad alcune forme di ministero parrocchiale dipendente dai vescovi. Decide di seguirlo e come lui fecero quanti restarono incantati ed entusiasti di Dom Gréa e della sua forma di vita religiosa e pastorale insieme, “scambio di grazia tra l’uomo che vive nel tempo e Dio che supera il tempo e lo conduce alla salvezza”: ecco quanto continuamente traspare nel nostro fondatore.
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO E LA RIFLESSIONE PERSONALE
- Cosa significa per me il Mistero della Chiesa oggi?
- La Liturgia “fonte e culmine della vita cristiana” (cit.) è un incontro da vivere o un “rito” da seguire? Riesco ed essere conquistata dalla bellezza liturgica che ci avvicina a Dio e sentire in quel momento la presenza del Mistero nella vita della comunità?
- I Sacramenti che ho ricevuto e continuo a ricevere hanno cambiato la mia vita? sono consapevole che in essi “questo Dio incarnato, Gesù Cristo, si propaga e vive …” (cit) anche in me e mi rende partecipe del Mistero stesso della Chiesa?
- Come fedele adulta posso testimoniare che la gerarchia ecclesiale riflette la grandezza della Chiesa mediante l’umiltà e il servizio agli altri tesi a custodire la comunione e la missione evangelica?
GIOBBE
E LA DIMENSIONE RELAZIONALE DELLA SOFFERENZA
Giobbe deriso dalla moglie: è il dipinto di Gioacchino Assereto scelto da Alberto Curioni, autore di Il coraggio di essere fragili (Ed. Paoline), per approfondire, attraverso l'arte, la meditazione sulla gigantesca figura biblica di Giobbe.
Tuttavia oggi non affronteremo l'analisi della sofferenza e del “male di vivere” dal punto di vista teologico e filosofico, che conosce molte pagine altissime. Soprattutto in vicinanza dell'11 febbraio, Memoria di Nostra Signora di Lourdes e della XXXIV Giornata Mondiale del Malato, desideriamo invece posare il nostro sguardo e aprire il nostro cuore, sia pur in queste limitate note, sulla dimensione relazionale del Dolore e della Malattia.
Chi soffre chiede innanzitutto di essere creduto: e credere nella sofferenza fisica e/o morale dell'Altro non è sempre facile e immediato, anzi...
In particolare ci soffermeremo su un aspetto della sofferenza psicologica e interiore: la solitudine. Questo “stato dell'anima” pertiene soprattutto, anche se non esclusivamente, alla condizione del Malato.
Partiamo dunque dall'osservazione del dipinto.
L'Assereto rappresenta l'abbandono che Giobbe subí da parte dei parenti più stretti, in primis dalla moglie, e poi dagli amici, dai consiglieri e perfino dai servitori. Secondo la tradizione, viene raffigurato come un vecchio, seduto sulla paglia (in realtà sopra un letamaio secondo il testo biblico), con la barba bianca e i fianchi coperti da un semplice perizoma. Si può avvertire nelle sofferenze di Giobbe come una prefigurazione di quelle di Cristo. Sulla sinistra si notano due demoni, che rievocano le cause che portano l'Uomo a questa condizione di sofferenza (la scommessa tra Dio e Satana), mentre Giobbe, con gli occhi al cielo, indica l'intervento clemente di Dio. Sulla destra si vede la moglie di Giobbe, che schernisce il marito con il gesto del pollice tra dito indice e medio: un gesto di derivazione greco-romana con un osceno significato a sfondo sessuale.
IL DOLORE DELL'ABBANDONO
Ed ora, cogliamo la disperata amarezza ed il profondo dolore inflitti all'anima di Giobbe dal sentirsi abbandonato, meditando proprio sulle sue parole, in un passo davvero incantevole.
6, 13-21 Non v'è proprio aiuto per me? Ogni soccorso mi è precluso? A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se ha abbandonato il timore di Dio. I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente, sono dileguati come i torrenti delle valli, i quali sono torbidi per lo sgelo, si gonfiano allo sciogliersi della neve, ma al tempo della siccità svaniscono e all'arsura scompaiono dai loro letti. Devìano dalle loro piste le carovane, avanzano nel deserto e vi si perdono; e carovane di Tema guardano là, i viandanti di Saba sperano in essi: ma rimangono delusi d'avere sperato, giunti fin là ne restano confusi. Così ora voi siete per me: vedete che vi faccio orrore e vi prende paura.
L'isolamento sociale trova la sua prima rappresentazione nel letamaio su cui giace Giobbe, simbolo di ostracismo e di emarginazione da parte della comunità, che lui stesso vive come un'aggressione, tale da farlo sentire come “la favola del popolo, colui al quale si sputa in faccia.” (17,6).
E più avanti:
19, 13-19 I miei fratelli si sono allontanati da me, persino gli amici mi si sono fatti stranieri. Scomparsi sono vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa; da estraneo mi trattano le mie ancelle, un forestiero sono ai loro occhi. Chiamo il mio servo ed egli non risponde, devo supplicarlo con la mia bocca. Il mio fiato è ripugnante per mia moglie, e faccio schifo ai figli di mia madre. Anche i monelli hanno ribrezzo di me: se tento di alzarmi, mi danno la baia. Mi hanno in orrore tutti i miei confidenti, quelli che amavo si rivoltano contro di me.
Fin dall'inizio del libro (2,9) il distacco della moglie diventa totale, anche sul piano della fede, quando pronuncia la frase: “Rimani ancora fermo nella tua integrità? Maledici Dio, e crepa!” (giusta la traduzione semanticamente corretta che ne dà il Card. Ravasi in Il Libro di Giobbe, Mondadori, Milano, 2020).
E come non notare, nei riguardi della moglie, l'allusione al bacio e a tutte le manifestazioni di tenerezza che sono alla base di un rapporto coniugale? In quell'alito ripugnante c'è condensata tutta la perdita della sfera affettiva di Giobbe, e il segno tangibile della solitudine.
Ma questa malattia interiore è resa ancor più amara dagli altri protagonisti del Libro, gli amici di Giobbe. Questi “amici” avevano una cosa in comune, ovvero la loro opinione sulla sofferenza di Giobbe, che possiamo riassumere attraverso alcune delle domande poste nei loro discorsi:
• Elifaz: “Ricorda: quale innocente perì mai? Dove furono mai distrutti gli uomini retti?” (Gb 4.7).
• Bildad: “Potrebbe Dio pervertire il giudizio? Potrebbe l’Onnipotente pervertire la giustizia?” (Gb 8.3)
• Zofar: “Non lo sai tu che in ogni tempo, da che l’uomo è stato posto sulla terra, il trionfo dei malvagi è breve e la gioia degli empi non dura che un istante?” (Gb 20, 4-5)
In sostanza accusano Giobbe di essere responsabile delle sue azioni, e la sofferenza ne è la conseguenza, implicando che Giobbe abbia peccato: passano dalla consolazione iniziale all'indifferenza, fino poi a vestire i panni del medico spirituale e addirittura del giudice, capaci di dare insegnamenti su come e perché si debba soffrire, ma sono incapaci di “com-passione”, ossia di condividere il dolore. E infatti Giobbe li apostroferà come “medici da strapazzo” (13,4).
Noi crediamo al principio biblico secondo cui le azioni personali generano delle conseguenze: eppure, ovviamente, questo principio è parzialmente scorretto. Anche questo è insegnato nella Bibbia. Vediamo come esempio nel Vangelo (Gv 9), l'incontro con l’uomo che era nato cieco. I discepoli chiesero a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (v. 2). A quale conclusione erano arrivati i discepoli? Alla stessa a cui erano arrivati gli amici di Giobbe. Qualcuno aveva peccato. Ma quale è stata la risposta di Gesù? “Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui” (v. 3). Dunque non c’era alcun legame diretto tra il peccato di quell’uomo o dei suoi genitori e il suo problema. Gesù lo guarì. Dio usò la sofferenza di quell’uomo affinché fosse glorificato.
Proviamo a ricordare una nostra esperienza di malattia, diretta o indiretta: certe visite, purtroppo, sono più un peso che una consolazione, e divengono un “martirio” sia per il visitatore, che si reca a trovare un infermo per dovere, e non aspetta altro che il momento buono per andarsene, sia, soprattutto, per il malato (la cui sensibilità, oltretutto acuita dalla malattia, avverte che il visitatore sta adempiendo un “dovere” di parentela o di amicizia).
Leggiamo a tal proposito, facendo un balzo di secoli, fin quasi ai giorni nostri, questo brano da Il povero Piero di Achille Campanile (cap. 1, p. 7): “La stanza da letto di Piero era caratterizzata dal disordine tipico delle camere dove da tempo giace un ammalato, che quasi non riceve visite, all'infuori di quelle del medico a ore fisse, le quali lasciano il tempo che trovano. I primi tempi veniva anche qualche amico o, un po' meno, qualche parente. Poi, come succede, visto che la cosa andava per le lunghe, non venne più nessuno. L'ultima volta, dopo una silenziosa e noiosa sosta accanto al letto (non sapevano di cosa parlare), i visitatori, andandosene, dissero a bassa voce, sulla porta, alla moglie: «Ci avverta, se c'è qualcosa di nuovo»; intendendo: 'Se avviene la catastrofe'. E lasciarono il numero del telefono. La moglie promise di telefonare; ma le cose erano stazionarie, non c'erano state necessità di chiamate, e nessuno s'era più fatto vivo.”.
ESSERE “PROSSIMO”: L'AMORE AI MALATI
Quali messaggi giungono al nostro cuore cristiano da questa riflessione?
La solitudine di Giobbe può evocare nella nostra mente il paralitico nel tempio di Gerusalemme, alla piscina di Betzatà, nel Vangelo di Giovanni. Alla domanda di Gesù: “Vuoi guarire?”, quell'uomo, paralizzato da 38 anni, risponde: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita […]” (Gv. 5, 1-9).
“Non ho nessuno” … in questa affermazione c'è tutta la tristezza dello stato di abbandono che molto spesso accompagna il tempo della malattia, se non anche il fine vita. La solitudine è di per sé stessa un grido d'aiuto che chi soffre lancia alla comunità, alla Chiesa, al mondo intero: un grido che troppe volte non trova risposta, e muore nell'indifferenza.
Ciascuno di noi deve sentirsi chiamato nella propria comunità, non solo ad accostarsi in prima persona al dolore, alla malattia, ma a richiamare tutti all'attenzione verso la malattia.
Ciascuno di noi, ancora, sull'esempio di Gesù, oltre a portare consolazione a chi soffre, deve ricordare e ricordarsi che i malati non possono essere scartati, ma, devono essere posti al centro della nostra attenzione e delle nostre cure, personali e comunitarie, e, come in un'altra splendida pagina del Vangelo, calati dal tetto scoperchiato, nel mezzo della stanza, davanti a Gesù (Lc. 5, 19).
Quanti malati ci sono nel nostro quartiere... anche se molti di loro sono “invisibili” perché nascondono per pudore la loro malattia, o perché immobilizzati nelle case o nei luoghi di cura.
Tutti noi, come comunità cristiana, siamo chiamati a valorizzare la loro presenza e la loro testimonianza nella Chiesa.
Anche la cura verso i malati ha bisogno di uno sguardo che vada oltre le mura della parrocchia per “farsi prossimo” a chi è nella sofferenza con la compassione del Samaritano del Vangelo.
Come auspicato in diverse occasioni da S. E. R. Mons. Paolo Ricciardi durante il suo mandato di Vescovo Ausiliario per la Pastorale della Salute, con cui ho avuto la gioia di collaborare, sarebbe bello:
• aiutare i giovani ad entrare in contatto con la sofferenza e vivere un servizio verso chi soffre;
• chiedere ai catechisti di far preparare ai bambini un regalo (per Natale, Pasqua o la Giornata del Malato) o di far scrivere un biglietto e portarlo ai malati;
• “adottare” da parte di ogni gruppo parrocchiale uno o più malati, ritrovandosi magari nelle loro case per pregare il Rosario, per leggere e condividere la Parola, per momenti di fraternità e di famiglia, perché possano sentirsi sempre più parte attiva della comunità;
• organizzare l'accompagnamento di malati cui è consentito farlo, in alcune occasioni come la celebrazione comunitaria dell'Unzione, la festa parrocchiale, per far sentire loro tutta l'accoglienza di una famiglia.
Consideriamo sempre, citando ancora passim le parole del Vescovo Ricciardi, che la casa del malato (o la stanza di un ospedale) è un altro tabernacolo, cui bisogna accostarsi con delicatezza e rispetto. È un “luogo santo” in cui entrare, come Mosè davanti al roveto ardente (Es. 3,5), “tolti i sandali”, in punta di piedi.
Nessuno può comprendere appieno cosa prova un malato e la sua famiglia.
Il suo letto, o la sua sedia a rotelle, sono come la teca che custodisce l'Ostia.
Bisogna avere rispetto della Persona ammalata a cui ci si accosta, senza cadere nel rischio di diventare come gli amici di Giobbe, col dare “consigli giusti” per affrontare la malattia come se si sapesse tutto...
Vicino ai Sofferenti siamo chiamati prima di tutto a stare accanto a loro, come alla Croce di Cristo, anche in silenzio, e senza fretta, guardando sempre a Maria SS. C he, pur nel dolore atroce, mantenne sempre ferma la Fede (Gv. 19, 25).
Una catechista una volta rivelò in un incontro pastorale di aver conosciuto davvero Gesù solo quando ha iniziato il volontariato in Ematologia: ecco quindi che la frase pronunciata da Giobbe nella malattia citata all'inizio di questa personale riflessione, vale anche per quanti, come San Camillo De Lellis, trovano sì Gesù sofferente nel Fratello ammalato, ma al contempo sono essi stessi per il Sofferente a cui stanno accanto annuncio e immagine di Gesù Misericordioso.
E quale testimonianza più alta di quella offerta da San Francesco d'Assisi, che nel suo Testamento così ha lasciato scritto:
1. Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; 2. E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. 3. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo. […]
Nel nostro vivere quotidiano, dunque, ci guidino queste luminose parole di Papa Leone XIV:
“[...] Nessun gesto di affetto, neanche il più piccolo, sarà dimenticato, specialmente se rivolto a chi è nel dolore, nella solitudine, nel bisogno […]. La presenza cristiana vicino ai malati rivela che la salvezza non è un’idea astratta, ma azione concreta. Nell’atto di curare una ferita, la Chiesa annuncia che il Regno di Dio inizia tra i più vulnerabili. E così facendo, rimane fedele a Colui che ha detto: «Ero […] malato e mi avete visitato» (Mt 25,35.36). Quando la Chiesa si inginocchia accanto a un lebbroso, a un bambino denutrito o a un morente anonimo, realizza la sua vocazione più profonda: amare il Signore là dove Egli è più sfigurato.” (Esortazione Apostolica del Santo Padre Leone XIV sull'amore verso i poveri 09.10.2025, 4, 52)
UNA PREGHIERA
Signore, aiutami a non giudicare chi è nella sofferenza.
Aiutami a sostenere, incoraggiare, edificare coloro che soffrono.
Ci sono tante persone che stanno attraversando un momento difficile, di dolore e di prova, e hanno bisogno dell'amore di Dio: fa' che conoscano quanto Tu li ami davvero.
Aiutami Signore ad avere una fede vera, che possa trasformarmi e migliorarmi, per raggiungere il cuore di chi soffre nel silenzio e nella solitudine, e aprirlo al conforto della Tua Parola.
Signore, fa' che le mie labbra possano portare sempre verità, amore e gentilezza a quanti incontro nella mia vita e a coloro che mi circondano,
affinché possano respirare il profumo di Gesù attraverso di me. Amen
DOMANDE PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
1) – Quali iniziative senti di poter realizzare nel tuo ambito familiare, lavorativo e
comunitario per offrire agli Ammalati un aiuto, un interessamento fraterno, e il conforto della Parola di Dio?
2) - Quali insegnamenti possono darci le vicende che caratterizzano il cammino di questa
coppia, Giobbe e sua moglie, così duramente provata?
05 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI GENNAIO 2026
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Il mese di gennaio è caratterizzato da diverse festività liturgiche e quest’anno dalla chiusura dell’Anno Giubilare il 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore. La speranza che ci ha accompagnato per tutto questo periodo non deve abbandonarci, anzi deve caricare e rinverdire ancor più il nostro animo per portare quella pace tanto desiderata sia nelle nostre famiglie che nel mondo intero.
Il mese si apre con la SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA, Madre di Dio e Giornata Mondiale della pace. Per alcuni giorni viviamo ancora nel clima del Natale di nostro Signore che si conclude con la solennità dell’Epifania. Con la festa del Battesimo di Gesù, la domenica 11 gennaio, riprendiamo il tempo ordinario liturgico fino alla VI domenica (15 febbraio) per lasciare posto al periodo di quaresima.
I SANTI che ci accompagnano in questo mese ci offrono l’occasione di riflettere e pregare sul tema della formazione ed educazione dei giovani. Ricordiamo:
- Mercoledì 21 gennaio, Sant’Agnese, figura molto cara al nostro fondatore dom Gréa;
- Sabato 24 gennaio, San Francesco di Sales;
- Martedì 27 gennaio, Sant’Angela Merici;
- Sabato 31 gennaio, San Giovanni Bosco.
In questo mese la nostra comunità religiosa CRIC celebra il Consiglio Generale ritrovandosi oltreoceano in Perù presso i nostri confratelli Cric di Piura e Lima. Per questo vi chiediamo una preghiera perché lo Spirito Santo ci accompagni nelle nostre decisioni.
Come TEMA da sottoporre alla nostra riflessione proponiamo quello della pace, di cui abbiamo tanto bisogno, una pace sostenuta da un cammino di speranza!
Anche le PERLE DI SPIRITUALITA’ avranno come tema di fondo la pace e la vita!
Auguro a tutti gli amici un buon cammino di conclusione dell’Anno Giubilare della speranza e un sereno inizio di un nuovo anno.
FORMAZIONE PER I “LAICI CRIC” – GENNAIO 2026
LA PACE, DONO DI DIO, ABBRACCIA TUTTI!
SECONDA PARTE
3. La pace nel Magistero pontificio
Questo concetto di pace espresso dai padri conciliari mutua i suoi fondamenti dall’insegnamento pontificio che, a partire dalla Pacem Dei munus di Benedetto XV fino a Pio XII, aveva ampiamente considerato il tema della pace e, in particolare, nella scia di quanto affermato da Giovanni XXIII nella Pacem in terris. In questa enciclica, la pace, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, è strettamente connessa con l’ordine stabilito da Dio. Essa esige la protezione e la promozione dei diritti della persona umana, si fonda sulla natura profonda dell’uomo, si costruisce sui rapporti interpersonali, in quelli tra le comunità politiche, sui pilastri della verità, della giustizia, dell’amore (o solidarietà operante) e della libertà. Un altro passaggio significativo è rappresentato dalla Populorum progressio di Paolo VI, la quale, nel quadro di una considerazione morale dello sviluppo, mette in stretto rapporto il tema della pace con quello dello sviluppo, arrivando affermare che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (cfr. PP, 76-87), senza però che esso intenda avvallare lo sviluppo accecato in nome di una società tecnologica e automatizzata, in cui si perda l’autentico senso di Dio.
Il Santo Papa Giovanni Paolo II mette in luce la inscindibile connessione tra la pace e la solidarietà. Quest’ultima viene, infatti, presentata come «via alla pace e insieme allo sviluppo», considerando che «la pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da parte dei responsabili, a riconoscere che l’interdipendenza esige di per sé il superamento della politica dei blocchi, la rinuncia a ogni forma di imperialismo economico, militare o politico, e la trasformazione della reciproca diffidenza in collaborazione» (SRS, 39). In questa stessa linea, egli ricorda che la pace è frutto della solidarietà (“opus hominum coniunctionis”) e che essa si raggiunge con l’attuazione della giustizia sociale e internazionale, ma anche con la pratica delle virtù che favoriscono la convivenza e ci insegnano a vivere uniti, per realizzare una società nuova e un mondo migliore. (ibid.).
Altra fonte di ispirazione sul tema della pace è il magistero pontificio espresso negli annuali messaggi per la Giornata mondiale della pace, iniziata da Paolo VI nel 1968. Sono messaggi che evidenziano i compiti e le responsabilità delle più diverse persone – governanti, studiosi, insegnanti, operatori economici, operatori dei mass media, medici, giovani, ecc. – e che, in occasioni particolari, hanno sottolineato il ruolo specifico dei giovani (1985), dei credenti (1992), della famiglia (1994), della donna (1995). In queste fonti vi è una un chiarimento del concetto di pace: essa non deve essere intesa come tregua, semplice armistizio, frutto di una prepotenza passata in giudicato, di un ordine esteriore fondato sulla sopraffazione o su un equilibrio transitorio di forze contrastanti, braccio di ferro nella tensione immobile di opposte potenze (1973); neppure repressione e ignavia (1974) o equilibrio superficiale tra interessi materiali divergenti (1982). Dal magistero pontificio emerge invece il volto variegato e splendente della pace, quale bene primario (1968), ideale dell’umanità e desiderio universale di tutti i popoli in ogni tempo e in ogni luogo (1974; 1987), quale esigenza fondamentale radicata nel cuore di ogni uomo (2000), valore universale che non ha frontiere perché «corrisponde alle speranze ed alle aspirazioni di tutte le persone e di tutte le nazioni, dei giovani e dei vecchi, di tutti gli uomini e donne di buona volontà» (GMP86, 1). La pace è presentata come pienezza e gioia (1979), come condizione e sintesi dell’umana convivenza (1973), come espressione perfettiva della civiltà (1977), suprema finalità etica e necessità morale derivante dall’esigenza intrinseca della convivenza (1974), proclamazione dei valori più alti e universali della vita, quali la verità, la giustizia, la libertà e l’amore (1968), sicurezza e ordine e, ancora più profondamente, come «un bene supremo della vita dell’uomo sulla terra, un interesse di primo grado, un’aspirazione comune, un ideale degno dell’umanità padrona di sé e del mondo, una necessità per mantenere le conquiste raggiunte e per raggiungerne altre, una legge fondamentale per la circolazione del pensiero, della cultura, dell’economia, dell’arte, un’esigenza ormai insopprimibile nella visione dei destini umani» (GMP69). Intesa anzitutto come un’idea, un assioma interiore, un tesoro dello spirito (1974) e come fortezza intelligente e vivente che dispiega continue energie di spirito e di azione (1978), essa appare come opera di giustizia e di amore (2002), tranquillità e pienezza dell’ordine e frutto indivisibile di relazioni giuste ed oneste ad ogni livello – sociale, economico, culturale ed etico – della vita umana su questa terra (1986).
In particolare, la pace – quale realtà che dipende fondamentalmente da Colui che conosce il cuore degli uomini e orienta e dirige i loro passi (1992) – si presenta come dono offerto agli uomini (1978): è dono di Dio, poiché viene da Dio come dal suo fondamento e dalla sua fonte e perché è Dio che chiama alla pace, la garantisce e la dona come “frutto della giustizia” e aiuta interiormente gli uomini a realizzarla o a ritrovarla; è dono affidato agli uomini, così da essere sempre anche una conquista e una realizzazione umana, perché Dio lo propone all’uomo per essere accolto liberamente ed attuato progressivamente mediante la sua volontà creatrice (1982). Né viene taciuto l’aspetto più luminoso della pace terrestre e temporale: essa è riflesso e preludio della pace celeste ed eterna, «risultato dell’attuazione del disegno di sapienza e d’amore, con cui Dio ha voluto instaurare relazioni soprannaturali con l’umanità», «il primo effetto di questa nuova economia divina, che chiamiamo la grazia» (GMP69).
Della pace così descritta, si possono rintracciare anche alcune note e caratteristiche. La pace è necessaria (1971; 1974): «È un’idea necessaria. È un’idea imperativa, un’idea ispiratrice. Essa polarizza le aspirazioni umane, gli sforzi, le speranze. Essa ha ragione di fine; e, come tale, sta alla base e sta al termine della nostra attività, sia individuale che collettiva» (GMP72). È doverosa: è un dovere della storia presente, è un dovere universale e perenne, è un dovere inderogabile dei responsabili delle sorti dei popoli e di ogni cittadino del mondo (1969; 1973; 1974; 1977); come tale «la Pace bisogna volerla. La Pace bisogna amarla. La Pace bisogna produrla. Dev’essere un risultato morale; deve scaturire da spiriti liberi e generosi» (GMP69). È possibile (1973; 1974; 1977; 1981; 2000), deve essere possibile (1973): lo è, se veramente voluta da ciascuno (1973; 1974); lo è se è considerata doverosa (1974); lo è perché inscritta nell’originario progetto divino (1994); lo è perché esiste in Cristo e per Cristo (1973).
Della pace si deve notare anche la dinamicità e insieme la precarietà: essa, infatti, «dev’essere non inerte e passiva, ma dinamica, attiva e progressiva a seconda che giuste esigenze dei dichiarati ed equanimi diritti dell’uomo ne reclamano nuove e migliori espressioni» (GMP73); è una continua conquista, un bene che va realizzato mediante sforzi incessantemente rinnovati (1981), è opera di una continua terapia (1976), non è mai né completa né sicura e ha bisogno di sostegno e di condizioni che la rendano sempre più stabile e duratura (1977), è espressione e manifestazione della dignità della persona umana, del rispetto della coscienza di ogni persona (1991) e, sempre, della giustizia, intesa come culto verace e senso sincero dell’uomo (1972) e come virtù dinamica e viva che difende e promuove l’inestimabile dignità della persona (1998). L’operare per la giustizia comporta anche di lavorare per sconfiggere la povertà che è offesa alla dignità umana e minaccia la pace (1993). Conseguentemente gli interventi dei Pontefici a questo speciale evento ci ricordano che la pace può crescere se si vive l’impegno ad amare i poveri, ribaltando quei presunti valori che inducono a cercare il bene solo per sé e dando spazio effettivo ad un autentico spirito di condivisione (1998).
4. La pace nella Dottrina sociale della Chiesa
La Dottrina Sociale della Chiesa affronta il tema della guerra e della legittima difesa con grande attenzione e profondità, collocando questi argomenti all’interno di una riflessione più ampia sulla pace, la giustizia e il bene comune. Secondo l’insegnamento magisteriale ed evangelico, la guerra rappresenta sempre un fallimento dell’umanità e un drammatico segno della rottura della fraternità tra i popoli. Per questo motivo, la Chiesa afferma con forza la priorità assoluta della pace e invita a percorrere tutte le vie possibili per prevenire i conflitti e risolvere le controversie attraverso il dialogo, la diplomazia e la cooperazione internazionale. Tuttavia, la Dottrina Sociale della Chiesa riconosce che, in alcune circostanze eccezionali, può rendersi necessario ricorrere alla legittima difesa, soprattutto quando una comunità o una nazione subisce un’aggressione armata ingiusta. In questi casi, la Chiesa fa riferimento alla dottrina della cosiddetta “guerra giusta”, che stabilisce criteri rigorosi per valutare la liceità morale del ricorso alle armi. Nella prospettiva della Dottrina Sociale, il ricorso alla guerra deve essere sempre considerato una sconfitta e uno strumento da utilizzare solo in casi estremi, quando è necessario proteggere la vita e la dignità delle persone da un’aggressione ingiusta. Per questo motivo, la Chiesa invita costantemente a riformare le istituzioni politiche, nazionali e internazionali, affinché siano fondate sui principi della pace e del bene comune, riducendo così le cause profonde dei conflitti e promuovendo una società più giusta e solidale. La Chiesa propone una visione della guerra e della legittima difesa che, pur riconoscendo la necessità di difendere i più deboli e gli innocenti, pone al centro la ricerca della pace, la giustizia e la riconciliazione tra i popoli.
5. La pace nel pontificato di Papa Francesco e di Papa Leone XIV
- PAPA FRANCESCO
Il magistero di Papa Francesco ci lascia un bagaglio ricco e approfondito sul tema della pace.
Con la “Laudato si’, richiamando Francesco d’Assisi, al quale fa riferimento il nome scelto e il senso di tutto il pontificato, Papa Francesco ci ha ricordato che la nostra casa comune è anche una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, una madre bella, che ci accoglie tra le sue braccia. Viviamo su una terra, che protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei.
Nel tempo della guerra, intesa come condizione diffusa del presente, il pontificato di Francesco ha preso parola con una insistenza che ha oltrepassato la forma del pronunciamento istituzionale per assumere il carattere di un’intercessione continua. La pace, in questa configurazione, non ha rappresentato una formula da reiterare nei comunicati, né un appello da affidare alla coscienza altrui, ma è diventata una postura esplicita, un’istanza costante.
I luoghi da lui visitati – da Lampedusa a Lesbo, da Mosul al Sud Sudan – hanno avuto il valore di atti politici e teologici, nei quali la presenza del pontefice si è caricata di una vulnerabilità dichiarata, voluta, contraria alla logica dell’intermediazione e dell’equilibrio.
In ogni intervento, la scelta di nominare i conflitti ha coinciso con il tentativo di sottrarli alla loro naturalizzazione, di riportare in primo piano le vittime, di rifiutare la retorica delle parti contrapposte. Le dichiarazioni pubbliche, le veglie, i viaggi, le preghiere, le lettere hanno composto un corpo verbale che, lungi dal cercare di comporsi in dottrina, ha mantenuto la forma provvisoria e vulnerabile della supplica, della denuncia, della condivisione. In questa traiettoria si è disegnata una geografia della prossimità, che si è lasciata orientare dalla sofferenza, dalla marginalità, dalla violenza più dimenticata.
L’opzione per gli ultimi è stata tra le scelte distintive del pontificato di Francesco, assumendo un carattere programmatico e strutturale, come se la Chiesa, per poter riprendere la parola nel mondo, avesse dovuto prima di tutto decentrare sé stessa, interrogarsi sul proprio posto, riconoscere chi era stato rimosso dalla scena. I poveri, i migranti, i rifugiati e gli scartati hanno occupato lo spazio teologico lasciato vuoto da altre retoriche ecclesiali, non come destinatari da assistere, ma come luogo di rivelazione e criterio di giudizio. Nelle parole di Francesco, l’umanità ferita è sempre stata un volto da cui lasciarsi interpellare e l’ingiustizia sociale, confinata troppo spesso, prima di Francesco, in questione etica generale, è sempre stata trattata come ferita storica che attraversa i corpi e chiede riparazione. L’evangelizzazione, riletta alla luce della povertà reale, ha assunto una direzione discendente, capace di scendere senza temere di contaminarsi, e di riconoscere nelle periferie esistenziali una grammatica dell’incarnazione, prima e più che un tema pastorale.
Lo spostamento di prospettiva ha generato reazioni forti, dentro e fuori la Chiesa, mettendo in discussione assetti consolidati, gerarchie interiorizzate, e restituendo un’idea di cristianesimo meno regolata, più vulnerabile, esposta al rischio della prossimità.
La pace attraverso la carità è un altro tema caro al lessico di Papa Francesco, realizzata attraverso la fraternità possibile e concreta. La povertà, divenuta luogo teologico e non solo condizione sociale, ha agito come varco interpretativo, rovesciando le direzioni, imponendo un diverso punto di vista, decentrando la parola, chiedendo che la Chiesa imparasse a ricevere prima di pretendere di offrire.
- PAPA LEONE XIV
Ad oggi Papa Leone XIV, ci offre già alcune “linee guida ben definite. Molto significativo può essere considerato l’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace tenutosi al Colosseo. L'evento ha visto la partecipazione di rappresentanti di varie fedi (sei leader di Chiese e comunità cristiane), con una preghiera finale per la pace dei cristiani presieduta da Santo Padre. Si tiene ogni anno, da 39 anni, dai tempi della storica convocazione ad Assisi del 27 ottobre 1986 dei leader religiosi del mondo da parte di Giovanni Paolo II, che volle un momento in cui pregare insieme, uniti, tutti. “Continuare a vivere lo spirito di Assisi” fu il mandato di Wojtyla. Il 28 Ottobre scorso è stata l’occasione per celebrare il sessantesimo anniversario di promulgazione (28 ottobre 1965).
Così pure non sono mancate le invocazioni alla preghiera per i Paesi in guerra o colpiti da violenze, sofferenze, povertà: Medio Oriente e Ucraina ma anche Afghanistan, RD Congo, Etiopia e Somalia, Haiti, Libia, Messico, Myanmar, Mozambico, Nigeria, Yemen fra zucchetti, turbanti, kippah, chador, shash, fez, abiti, tonache, talari di diverso colore e diversa fattura.
Nella Esortazione Apostolica del 4 ottobre 2025 Dilexi Te il Santo Padre, ricordando Madre Teresa di Calcutta e la sua straordinaria vocazione alla Carità, nell’aiuto dei poveri, dei rifiutati, degli ultimi, si riferisce alla pace divina come modello della pace tra e per gli uomini ricordando Madre Teresa di Calcutta nei seguenti termini, così si esprime: “Tutto questo nasceva da una profonda spiritualità che vedeva il servizio ai più poveri come frutto della preghiera e dell’amore, generatore di vera pace, come ricordava Papa Giovanni Paolo II ai pellegrini giunti a Roma per la sua beatificazione: «Dove ha trovato, Madre Teresa, la forza per porsi completamente al servizio degli altri? L ’ha trovata nella preghiera e nella contemplazione silenziosa di Gesù Cristo, del suo Santo Volto, del suo Sacro Cuore. Lo ha detto lei stessa: “Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l’amore; il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace” […]. Era una preghiera che riempiva il suo cuore della pace di Cristo e le consentiva di irradiare tale pace agli altri». Teresa non si considerava una filantropa o un’attivista, ma una sposa di Cristo crocifisso, che serviva con amore totale nei fratelli sofferenti.
Altro riferimento alla pace da parte del Santo Padre Leone XIV è all'udienza giubilare del 22 novembre 2025, ricordando la Serva di Dio Dorothy Day, "una piccola grande donna americana" morta 45 anni fa (29 novembre 1980), che ha dedicato la sua vita agli ultimi. Nata a New York nel 1897, si convertì al cattolicesimo nel 1928 e alcuni anni dopo fondò il mensile “The Catholic Worker”, dal quale poi scaturì la nascita di tante case di ospitalità. In questa speciale occasione il Santo Padre si è esprime nei seguenti termini: “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo.”
Conclusione: 10 frasi di Papa Leone XIV sulla pace
1. “La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”. (Benedizione Urbi et Orbi, 8 maggio 2025)
2. “La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.” (Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025)
3. “Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, quando coloro che hanno subito ingiustizia e le vittime della violenza sanno resistere alla tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace.” (Discorso a Movimenti e associazioni che hanno dato vita all’Arena di Pace”, 20. Maggio 2025)
4. “Quanti vivono in condizioni estreme gridano per far udire la loro voce e spesso non trovano orecchie disposte ad ascoltarli. Tale squilibrio genera situazioni di permanente ingiustizia, che facilmente sfociano nella violenza e, presto o tardi, nel dramma della guerra. Una buona azione politica, invece, favorendo l’equa distribuzione delle risorse, può offrire un efficace servizio all’armonia e alla pace sia a livello sociale, sia in ambito internazionale”. (Discorso ai Parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti, 21 giugno 2025
5. “Se ci amiamo così, sul fondamento di Cristo, che è «l’alfa e l’omega», «il principio e la fine» (cfr Ap 22,13), saremo segno di pace per tutti, nella società e nel mondo. E non dimentichiamo: dalle famiglie viene generato il futuro dei popoli.” (Omelia del Santo Padre nel Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli anziani, 1° giugno 2025)
6. “La pace è un desiderio di tutti i popoli, ed è il grido doloroso di quelli straziati dalla guerra. Chiediamo al Signore di toccare i cuori e ispirare le menti dei governanti, affinché alla violenza delle armi sostituiscano la ricerca del dialogo.” (Angelus del 6 luglio 2025)
7. “Cari giovani, vogliatevi bene tra di voi! Volersi bene in Cristo. Saper vedere Gesù negli altri. L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada verso la pace.” (Veglia di preghiera a Tor Vergata, 2 agosto 2025)
8. “In comunione con Cristo nostra pace, speranza per il mondo, siamo più che mai vicini ai giovani che soffrono il male più grave, quello procurato da altri uomini. Siamo con i giovani di Gaza, siamo con i giovani dell’Ucraina, con quelli di ogni terra insanguinata dalle guerre. Miei giovani fratelli e sorelle, voi siete il segno che un mondo diverso è possibile: un mondo di fraternità e amicizia, dove i conflitti si affrontano non con le armi ma con il dialogo.” (Angelus a Tor Vergata del 3 agosto 2025)
9. “Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede. La Vergine Maria, donna del Levante, aurora del Sole nuovo che è sorto nella storia, vi protegga sempre e accompagni il mondo verso albori di pace.” (Angelus del 20 luglio 2025)
10. “Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.” (Udienza generale del 202 agosto 2025)
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO PERSONALE
1) Come intendo il tema della Pace nel mio quotidiano, nei miei rapporti interpersonali e in famiglia?
2) Come attuo la Pace di Cristo e in Cristo nella mia dimensione umana?
3) Come porto la Pace al mio prossimo?
FORMAZIONE PER I “LAICI CRIC” – GENNAIO 2026
LA PACE, DONO DI DIO, ABBRACCIA TUTTI!
PRIMA PARTE
“Pace” è una parola primordiale che muove l’animo e la sensibilità di tutti al di là delle differenze culturali o ideologiche. Nessuno, in linea di massima, può rimanere indifferente e ciascuno lo vorrebbe per sé e per la propria famiglia, nella società e nella nazione, nel mondo in cui vive.
È una parola, che indica una realtà ricca di significati, per questo varie e diversificate sono le interpretazioni e le accezioni che se ne danno. Può essere intesa come assenza di guerra o della lotta violenta, ovvero come una convivenza serena tra i singoli e i popoli, ma può anche consistere nella tranquillità di un ordine sociale, politico ed economico messo a servizio delle categorie e dei gruppi dominante; potrebbe presupporre l’annientamento del nemico e quindi fondarsi essa stessa sulla forza delle armi o potrebbe essere il risultato di un’abile azione diplomatica e politica. Vi è poi una concezione positiva che la intende come realizzazione di un ordine sociale fondato sulla giustizia, rispettoso dei diritti delle persone e dei popoli, progressivamente teso alla instaurazione di una autentica solidarietà operante tra tutti. In questo secondo orientamento, si distingue un pacifismo radicale, che rifiuta qualsiasi forma di difesa-offesa armata, da un pacifismo più ragionato, inteso come individuazione e precisazione delle condizioni che inducono al ricorso alla stessa forza armata.
1. La pace nella rivelazione biblica
Nella rivelazione biblica, la pace ci appare come realtà dai diversi e ricchi significati. L’ebraico shalòm è tra le parole più comuni nella vita quotidiana di Israele quale saluto e augurio amichevole e rassicurante (cfr. Gn 26, 29; 43,23; Gdc 6, 23; 8, 6; 19, 20; Tb 12, 17; 2Sam 18, 29; Dn 10, 19). Essa indica una realtà ampia e tendenzialmente globalizzante: significa integrità, totalità, interezza, pienezza di vita, sazietà e consolazione, fecondità e benedizione; benessere dell’esistenza quotidiana, in sintesi lo stato ideale dell’uomo che vive in armonia con Dio, con sé stesso e con la natura. Tale dimensione perfetta è agognata dall’uomo perché concretamente contribuisce alla propria prosperità e a quella della propria comunità (cfr. Ger 29, 7; 38, 4; Dt 23, 7; Sal 33, 5); essa è anche assenza di guerra tra diversi popoli e va ricercata come condizione fondamentale di prosperità e di alleanza (cfr. Dt 20, 10-11; Gdc 21, 13; Gs 9, 15).
La pace della rivelazione biblica non può essere un puro risultato di mere tecniche e politiche umane. È una realtà che discende da Dio, quale creatore stesso della pace (cfr. Is 45, 7), è fonte di benessere e ordine, gioia e tranquillità (cfr. Sir 38, 8; 50, 22-24); in essa si cumulano tutti i beni di prosperità e sicurezza che formano l’oggetto delle promesse di Dio. La pace è contenuto e frutto della benedizione divina (cfr. Nm 6, 24-26), è dono di Dio ed è legata allo splendore del volto di Dio: essa è il culmine dei doni o anche un’attività di Dio a favore dell’uomo e nasce dalla contemplazione del volto di Dio, che è fonte di sicurezza e di gioia (cfr. Sal 21, 7; 16, 11). Poiché la contemplazione del volto di Dio è possibile in questa vita mediante Gesù, Figlio di Dio nel quale il Padre ha voluto rivelarsi, la radice ultima e il fondamento più autentico della pace consistono nell’essere e nel sapersi figli di Dio nel Figlio Gesù, in lui amati dal Padre. In questa ottica, le benedizioni operatrici di pace sono riservate a chi è fedele (cfr. Lv 26, 3-6.11-22; Es 23, 20-33) e il dono della pace è per l’uomo, amante della legge, che imita il Dio della pace, rinunciando alla violenza e vivendo giustamente, cooperando così all’instaurazione della pace sulla terra (cfr. Sal 118, 165; Pr 3, 1-2; Is 32, 17; Bar 3, 13-14).
Da questa definizione si passa al rapporto intrinseco che intercorre tra il dono della pace e l’attuazione della giustizia (cfr. Sal 72, 15-17; 85, 11; Is 2, 2-5; 32, 17; Ger 6, 10-14; 8, 11; Mi 3, 5ss). Il compito etico dell’uomo, ovvero praticare la giustizia, conduce a vedere nella pace una realtà perpetua e sicura perché frutto della giustizia scritta da Dio nel cuore del suo popolo ed espressione della vita nuova, che è pura grazia, operata dallo Spirito di Dio (cfr. Is 32, 15-18; Ez 37, 13-14.26-27).
La giustizia ha il suo perno in Gerusalemme, la città santa dove Dio manifesta il suo volto e fa scendere la sua benedizione (cfr. Sal 121, 6-9; Is 54, 10.13-14), chiamata ad essere sacramento di pace per tutte le genti (cfr. Ger 3, 17-18; Is 2, 2-4). La pace diventa una realtà universale, che abbraccia tutti (cfr. Is 57, 19; 66, 12), una realtà cosmica, che dà origine a cieli nuovi e terra nuova nei quali vi è la convivenza armoniosa di tutte le creature (cfr. Is 11, 6-8; 65, 17.24-25), essa stessa è una realtà escatologica, operata dal Messia, immagine e principe della pace (cfr. Is 9, 5-6; 11, 1-6; Ez 34, 23-24.30; Zc 9, 9-10; Mi 5, 3-4.6) e dal servo di Jahvé, il giusto per eccellenza, che si assume tutte le colpe del suo popolo e diviene per esso salvezza, remissione dei peccati, riconciliazione con Dio (cfr. Is 42, 1-7; 49, 5-6; 53, 5).
Nella Seconda Alleanza la pace si realizza in pienezza in Gesù di Nazaret: nella sua nascita agli uomini amati da Dio viene fatto il dono della pace (cfr. Lc 2, 14). Egli stesso è la pace vera perché con la sua morte e risurrezione ha superato ogni lacerazione degli uomini con Dio e tra loro (cfr. Ef 2, 14-18; Col 1, 20; Gv 16, 33). Da lui la pace è donata ai discepoli e a tutti i credenti come dono e frutto della Pasqua, come vittoria sul peccato e sulla morte, come opera del suo Spirito che rinnova e dona la vita vera (cfr. Lc 24, 36; Gv 20, 19-23.26).
La Chiesa è il corpo di Cristo ed è dispensatrice dello Spirito, rappresenta il segno sulla terra e la fonte della pace tra i popoli e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. Gal 3, 28; Col 3, 11; Ap 21, 1-4), oltre ad essere sacramento della pace cosmica, lo strumento prediletto di quel ritorno di tutte le creature a Dio che si realizzerà alla fine dei tempi (cfr. Col 1, 18-20; 1Cor 15, 24,28). Nella nuova Gerusalemme, che discende dal cielo, si realizzeranno i cieli nuovi e la terra nuova nei quali avrà stabile dimora la giustizia e si godrà in eterno la pienezza della pace (cfr. Ap 21, 1-4).
2. La visione cristiana della pace del Regno di Dio quale modello della pace terrena
La pace appare come il segno visibile dell’alleanza di Dio con il suo popolo ed è “mistero”, cioè è dono di Dio e ha a che fare, con il perdono e con la figliolanza di Cristo e di noi figli amati e salvati, con la vita divina, con la vita eterna. Questa pace è quella del Regno di Dio, si identifica con la salvezza piena e definitiva di chi si converte al Signore con tutto il cuore. Ma c’è anche una pace “terrena”, quale può essere la pace sociale e civile, tra le nazioni e i popoli, la pace che vince le guerre. Questa pace però non è una pace egoista o privata. Essa è sociale, universale, valida per qualunque società, è fondata sul riconoscimento dei diritti naturali ed essenziali della persona umana; si costruisce col soddisfare i bisogni di vita, di amore, di libertà, di lavoro confacente alle inclinazioni con il pagamento di quanto della retribuzione adeguata, con il benessere, con la comunione, senza adottare forme di violenza o sopraffazione. È una pace viva, creatrice, gioiosa, che nasce da rapporti ordinati con sé stessi, con il prossimo, con Dio e si esprime con la concordia di tutti sulle cose fondamentali, non semplicemente su quanto conviene ad alcuni, perché consiste nella distribuzione equa a tutti e a ciascuno dei beni fisici e morali donati dal Creatore all’intera umanità.
Nelle parole di Gesù «vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27), vi è l’avvertimento che tra lo shalòm di Dio, la pace divina, e la pace terrena c’è differenza. Questo non toglie, tuttavia, che ci sia raccordo, ma mai sovrapposizione. La pace del Regno è realmente anticipata in tutte quelle forme di pace che devono essere costruite sulla terra: dalla pace interiore, da quella familiare, da quella amicale, alla pace collaborativa a vari livelli, sino a quella sociale che assicura la convivenza tranquilla tra i popoli e il loro progresso nella ricerca della giustizia e della fraterna cooperazione. Il Concilio Vaticano II a tale proposito ci ricorda che «la pace terrena, che nasce dall’amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana da Dio Padre» (GS, 78).
La pace terrena è, quindi, inscindibile dall’opera di Gesù Cristo, poiché essa è effectus di Gesù Cristo e della pace di Cristo. Essa vi è nella misura in cui prefigura quel valore eterno ed assoluto che è la riconciliazione degli uomini con Dio, la redenzione, la vita nuova nella carità originata e continuamente plasmata dallo Spirito di Dio. Vi è quindi una osmosi tra la pace divina – come pace del cuore e dello spirito, della coscienza e del perdono dei peccati, come grazia, preghiera, e spirito delle beatitudini – e la pace terrena, intesa come pace sociale e civile, tra gli uomini.
Ciò premesso si può concludere che la pace è il più grande bene umano, perché è la somma di tutti i beni messianici, poiché l’assenza di conflitto, la cessazione delle ostilità, l’armistizio, la rimozione di parole e gesti offensivi (Mt 5, 21-24), l’alleanza duratura e sincera, sul modello della alleanza che Dio fa in Cristo perdonando l’uomo, riabilitandolo.
Nell’insegnamento della Chiesa, si rileva come assai significativo e determinante il Concilio Vaticano II e, in particolare, in questo passo della Gaudium et spes (n. 78): vi si afferma che la pace deve essere definita come «opera della giustizia», come frutto perfetto dell’ordine impresso da Dio nella società, un modello che gli uomini sono chiamati ad attuare senza posa nella pace terrena, essendo un dono del Cristo risorto, per cui la pace terrena è conseguenza della pace di Cristo.
04 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI DICEMBRE 2025
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Con il mese di dicembre si apre un nuovo anno liturgico carico di feste e solennità. Allo stesso tempo si conclude anche l’anno solare che pur essendo in pieno inverno le giornate si allungano lentamente e freddolose. Infine si va verso la conclusione anche di un Anno Santo con il Giubileo della speranza.
Le due grandi solennità preparate con le due rispettive Novene sono l’Immacolata e il Santo Natale, che vissute all’interno di un tempo di Avvento danno il tono dell’attesa e della gioia di poter incontrare il nostro Redentore e Salvatore.
Per quanto riguarda la Liturgia mariana, voglio ricordare le tre feste dedicate alla Madonna:
- Lunedì 8 dicembre, Immacolata Concezione;
- Mercoledì 10 dicembre, beata Vergine Maria di Loreto;
- Venerdì 12 dicembre, Beata Vergine Maria di Guadalupe.
Le quattro domeniche di Avvento del ciclo liturgico anno A, ci preparano di settimana in settimana ad accogliere il Messia in una attesa piena di speranza.
Tra i Santi ricordiamo soprattutto:
- Sabato 6 dicembre, San Nicola vescovo, amico dei poveri e dei malati;
- Sabato 13 dicembre, Santa Lucia, vergine e martire;
- Venerdì 26 dicembre, Santo Stefano protomartire;
- Sabato 27 dicembre, San Giovanni apostolo;
- Domenica 28 dicembre, Santi Innocenti martiri e festa della Sacra Famiglia;
- Mercoledì 31 dicembre, San Silvestro papa, chiude l’anno solare in un clima di festa e ringraziamento al Signore per l’anno trascorso.
Il tema che ci accompagna in questo mese di dicembre è la STORIA E LA SPIRITUALITÀ DEL PRESEPIO, dalle sue origini fino ai giorni nostri, attraverso la fede dei santi e quella popolare come un invito per “tornare ad essere bambini con il Dio che si è fatto bambino per leggere l’esperienza e sperimentare il mondo con occhi nuovi, spregiudicati, creativi”.
Mentre le PERLE DI SPIRITUALITA’ ci accompagneranno ogni settimana in un percorso di attesa in compagnia di Maria, per giungere davanti al Cristo bambino e come ci invita sant’Agostino: cresciamo insieme con lui!
Auguro a tutti gli amici un buon cammino di un sereno inizio dell’Avvento.
SPIRITUALITÀ DEL PRESEPE
“Presepio” o “presepe” deriva dal latino prae=davanti e saeps, saepire=cingere con una siepe (Enc. Treccani) e si riferisce alla mangiatoia (phàtne in greco), cioè lo spazio dentro la stalla dove veniva posto il fieno per gli animali. Proprio qui, secondo il racconto di Luca (2,6-20), Maria “depone” il Figlio unigenito dopo averlo “avvolto in fasce”. Il gesto che ella compie sembra preannunciare l’ultimo atto della vita terrena di Gesù, la deposizione nel sepolcro, avvolto nel sudario, dopo essere disceso dal cielo per farsi “mangiare” e diventare così cibo di vita eterna per gli uomini. Questo significato sarà elaborato soprattutto dalla sensibilità e teologia dell’Oriente cristiano che, tuttavia, solo nel 380 celebrò il Natale e non ufficializzò la festa prima del VI secolo. Molto più rilevante era, fin da principio, la festa della Teofania o “manifestazione” della divinità di Cristo nel Battesimo sul Giordano: il Vangelo di Marco prende le mosse proprio da questo evento, strettamente legato nella liturgia all’Epifania, cioè il riconoscimento della divino-umanità e regalità di Cristo da parte dei Magi, che rappresentano le genti, i popoli tutti. La stessa data del Natale cadeva il 6 gennaio fino alla fine del IV secolo: nell’omelia sul Natale del 25 dicembre 386 Giovanni Crisostomo convalida questa nuova data, introdotta dall’Occidente cristiano che aveva separato i due eventi della Natività e dell’Epifania (papa Giulio I, 337-352). In occidente, infatti, l’attenzione per la nascita del Salvatore si manifesta fin dalle raffigurazioni nelle catacombe: in quella di Priscilla compare, nella prima metà del III secolo, la prima immagine a noi nota di Maria con il Bambino, seduta di fronte ad un profeta che indica una stella, forse Isaia (7,14: “Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un Figlio, e il suo nome sarà Emmanuele” e 60, 1-6: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”) o Balaam che, pur essendo profeta del nemico, benedice Israele (Nm 24,17: “Una stella spunterà da Giacobbe”). La prima preoccupazione dei cristiani è, dunque, di stabilire e dimostrare la concordanza dell’incarnazione del Verbo con la fede e la profezia dell’Antico Testamento. Sempre nella catacomba di Priscilla si può ammirare anche la prima rappresentazione pittorica dell’Adorazione dei Magi (metà del III secolo), presente poi in numerosi sarcofagi a partire dal periodo costantiniano, che progressivamente integrano ed arricchiscono di significati Natività ed Epifania. L’asino e il bue, testimoniati nel Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo (cap. XIV: “Quegli stessi animali lo adoravano senza posa, tenendolo in mezzo”), sono messi in relazione con due profezie (Is 1,3: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” e Ab 3,2: [il Signore invocato dal profeta manifesterà la sua opera] “ἐν μέσῳ δύο ζῴων”, in medio annorum dirà la vulgata ma il testo greco può anche significare tra due animali!). Essi compaiono fin dai sarcofagi più antichi, spesso come unici compagni del Bambino. I Padri della Chiesa li hanno interpretati come simbolo rispettivamente delle genti e del popolo di Israele che adoreranno il Messia adempiendo le profezie. L’ultimo a comparire in ordine di tempo nelle raffigurazioni del presepio è San Giuseppe, che prende il posto occupato prima dal Profeta accanto a Maria, successivamente da un pastore che precede o si trova dalla parte opposta rispetto ai magi: in fondo, sintetizza l’eredità di entrambi nell’accoglienza del grande mistero dell’Incarnazione e del compito di Custode della Sacra Famiglia, assegnato a lui dall’Angelo proprio come a Maria nell’Annunciazione. L’annuncio ai pastori è anch’esso denso di significato simbolico: emarginati perché impediti dal loro mestiere di partecipare alla liturgia del Tempio, sono però costantemente vigili, in ascolto e zelanti nell’eseguire ciò che l’Angelo comunica loro con parole che illuminano la notte…Non sono così anche i veri discepoli e gli apostoli, attenti e ardenti nel cogliere, interpretare e trasmettere i segni del proprio tempo? Il luogo della nascita, una stalla per Luca, diventa una grotta nel Protovangelo di Giacomo (cap. XVII-XVIII) -non è una contraddizione, perché in Palestina le stalle potevano essere costituite da una parte scavata nella roccia ed una antistante in muratura- e questo aspetto è destinato a prevalere nello sviluppo del presepio.
Ma come si arriva, concretamente, al presepio come lo conosciamo noi? In Santa Maria Maggiore, la prima basilica dedicata alla Vergine in Occidente ma di fatto incentrata sul mistero dell’Incarnazione, esisteva fin dal V secolo una cappella-oratorio simile a quella della grotta di Betlemme, tanto da essere spesso definita come la “Betlemme d’Occidente”. Durante il primo assedio di Gerusalemme da parte degli Arabi (637) il patriarca Sofronio mise in salvo importanti reliquie, tra cui quelle della culla di Gesù che furono donate a papa Teodoro I, il quale le fece custodire proprio in questa cappella della Basilica mariana. Con la seconda conquista di Gerusalemme nel 1187 arrivarono altre reliquie, insieme al corpo di S. Girolamo che era sepolto vicino alla grotta di Betlemme. La cappella, riedificata nel 1216, fu arricchita da Niccolò IV, papa francescano, con lo splendido gruppo statuario di Arnolfo di Cambio che può essere considerato il primo presepio della storia e fissa nel marmo la luminosa intuizione di S. Francesco a Greccio nel 1223: si può fare memoria dell’incarnazione dovunque ed in ogni tempo! Il racconto entusiastico e pieno di stupore di Tommaso da Celano (Vita di Francesco, nn. 466-471) sottolinea la coincidenza tra la ricreazione della scena della Natività -ridotta al fieno, l’asino ed il bue- ed il rito eucaristico, la messa che il Santo celebra sopra la mangiatoia con gioioso canto pieno di “tenero affetto”. Le numerose persone accorse partecipano con grande letizia e uno di loro ha la visione di un bambino inerte nella mangiatoia, che il Santo miracolosamente ridesta né, il biografo aggiunge, “questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia”. Qui risiede il significato più autentico del presepio, come intuisce perfettamente il Maestro di Assisi quando, nel celebre affresco della Basilica francescana, colloca l’invenzione del presepio direttamente nel presbiterio di una chiesa, davanti ad una folla di fedeli e frati esultanti. Siamo, pertanto, in un ambito prettamente occidentale: il coinvolgimento del cuore, degli affetti e l’attualizzazione rispondono ad un bisogno che ha radici molto antiche, precristiane e popolari. L. Sperduti ci informa che gli ultimi tre giorni delle feste del solstizio invernale, i Saturnalia, si chiamavano Sigillaria in quanto prevedevano la creazione di recinti (praesepia!) in cui si esponevano, debitamente vestiti, i sigilla, cioè le statuette degli antenati custodite nel larario, che in quei giorni uscivano e partecipavano al banchetto con i viventi. Secondo lo studioso, di fatto, Arnolfo con il suo presepio cristianizza i sigilla e avvia una ricerca di immedesimazione con l’evento della Natività ricca e multiforme. S. Brigida, grazie alla Rivelazione ricevuta dalla stessa Vergine davanti alla Grotta di Betlemme nel 1372, è all’origine della posizione in ginocchio di Maria e Giuseppe in adorazione del Bambino adagiato sulla terra fra di loro. Ogni epoca, ogni ambito regionale, ogni committenza aggiungerà sfondi, costumi, caratterizzazioni etniche e collocazioni cronologiche differenziate e pertinenti alle realtà locali. Napoli è inizialmente indifferente a questa tradizione, essendo più legata al mondo bizantino. Tuttavia, nel 1517 S. Gaetano di Thiene, venuto a Roma per adorare la Sacra Culla a S. Maria Maggiore, ha una visione di Gesù che gli ordina di diffondere il culto della Natività e lui esorta i fedeli a costruire il presepio non più solo nelle chiese ma anche nelle case, ovviamente riducendo le proporzioni delle statue. Nessun limite all’immaginazione dell’evento da quel momento in poi, come ben sa chi si aggiri a S. Gregorio Armeno! Alcune statue non possono mancare per il loro significato simbolico ed educativo, per esempio Benino, il pastore dormiente che sogna/attende la visione che si sta svolgendo oppure non ci crede, anche gli atei infatti sono raggiunti dalla venuta di Cristo; Ciccibacco ubriaco, reminiscenza dionisiaca che richiama l’estasi; il Pastore della meraviglia con le braccia alzate che invita allo stupore; Zi’ Vincenzo e Zi’ Pasquale, cioè il carnevale (allegro) e la morte (triste) che attraversano ogni vita umana; la Zingara ovvero la profezia, con un richiamo alla Sibilla Cumana che previde l’avvento del Messia; i rappresentanti di tutti i mestieri per valorizzare la dignità di ogni lavoro, oltre a quello dei pastori; gli Angeli che legano cielo e terra nella gioia della rivelazione e sottolineano la portata cosmica dell’evento…fino ad arrivare a personalità discusse e a celebrità contemporanee (da Maradona a Trump!). Tutta questa evoluzione rivela una ricchezza ed intensità di fede -il sensus fidei popolare- che dovrebbe farci riflettere oltre a suscitare la nostra ilarità. Del resto, non ci dice la fonte francescana che tutti tornarono a casa pieni di gioia? E se il Figlio di Dio ha accettato di mescolarsi con la nostra umanità, chi siamo noi per escludere qualcuno dal raggio della Sua luce? Come dice Papa Francesco nella Lettera Apostolica Admirabile signum del 1° dicembre 2019, “Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia”. Recuperare questo abbraccio cosmico, aprire gli occhi sul giardino della creazione, accostarci ai fratelli con la semplicità dei pastori portando nel cuore il messaggio angelico che ci risuona nell’intimo da quando siamo nati. Tornare ad essere bambini con il Dio che si è fatto bambino per leggere l’esperienza e sperimentare il mondo con occhi nuovi, spregiudicati, creativi. Non è questo che ci viene proposto ogni anno fino alla fine della storia, quando il Salvatore verrà definitivamente tre noi?
“Stillate, cieli, dall’alto, le nubi facciano piovere il Giusto;
si apra la terra e germogli il Salvatore” (Is 45,8)
DOMANDE PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
- Con quale stato d’animo mi accingo ad allestire il presepe e quali sentimenti si muovono in me mentre mi ci dedico?
- Sento il bisogno di cambiare qualcosa ogni anno, come aggiungere o sottrarre personaggi o mutare l’ambientazione?
- Con quale desiderio e/o offerta mi propongo di aspettare e accogliere il Bambino quest’anno?
03 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI NOVEMBRE 2025
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Il mese di novembre è dedicato al tema della santità che ci ispira a un cammino di crescita spirituale personale e comunitaria e al ricordo vivo nella preghiera del cuore per i nostri cari defunti.
Avendo celebrato nel mese di ottobre il Giubileo della Vita Consacrata desideriamo condividere e approfondire questa tematica con una breve e interessante riflessione sulla fraternità per noi religiosi e per tutti voi laici.
Il mese si conclude con l’apertura dell’Avvento (domenica 30 novembre) in attesa del Santo Natale.
Quest’ultimo periodo dell’Anno Giubilare si potrà rivelare prezioso per ognuno di noi per mantenere, coltivare e custodire la speranza attraverso un lavoro interiore costante e camminando insieme verso la santità.
Per la nostra vita liturgica ricordiamo:
- 1 novembre: Tutti i Santi,
- 2 novembre: commemorazione di tutti i defunti,
- 8 novembre: festa di tutti i Santi Canonici,
- 9 novembre: Dedicazione della Basilica Lateranense,
- 18 novembre: Dedicazione Basilica dei santi Pietro e Paolo,
- 22 novembre: Santa Cecilia, protettrice dei cantori,
- 23 novembre: solennità di Cristo Re dell’Universo, e chiusura dell’Anno liturgico,
- 27 novembre: Beata Vergine Maria della Medaglia Miracolosa
Auguro a tutti gli amici un buon cammino di conclusione dell’Anno liturgico e un sereno inizio dell’Avvento.
LA VITA FRATERNA IN COMUNITÀ TRA LUCI ED OMBRE
Scheda - Sintesi
Introduzione
La domanda con la quale iniziamo il nostro incontro, ci guiderà nel percorso di questa riflessione:
- Come vivere un’autentica vita fraterna e comunitaria? - [I testi guida].[1]
Gesù costituì i dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare (cfr. Mc 3,13-15). La vita fraterna in comune spesso è stata vista come un’utopia a causa delle rivoluzioni della società e per i continui mutamenti di mentalità nelle comunità religiose stesse, in alcuni casi anche a livello individuale, perdendo, in alcuni momenti storici, l’orientamento sull’originale carisma del fondatore.
Nonostante questi incidenti di percorso, i consacrati ancora oggi si sforzano per vivere la vita fraterna.
Lasciamoci aiutare da alcuni documenti ecclesiastici; in particolare La vita fraterna in comunità.
1. La comunità religiosa e le sue peculiarità
«La comunità religiosa è un dono dello Spirito… radunata nel nome del Signore» (VF 8).
La preghiera in comune richiede fedeltà, rispetto a un orario specifico e tanta perseveranza. In virtù di questa fedeltà, del rispetto e della perseveranza, che vengono dalle Sacre Scritture, teniamo viva la nostra speranza, infatti con un solo animo e una sola voce rendiamo gloria a Dio (cfr. Rm 15,4-6).
1.1 Concretizzare la vita fraterna nella quotidianità
La Vita fraterna in comunità interpreta Galati: «Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2).
Non possiamo escludere che ognuno porta con sé un proprio bagaglio con i tanti doni ricevuti da Dio ma anche con i diversi limiti che la vita ci riserva. La comunità si costruisce mettendo insieme le proprie caratteristiche senza voler cambiare l’originalità, cioè le proprie radici, poiché ogni comunità religiosa rispecchia il carisma del fondatore altrimenti sarebbe l’una fotocopia dell’altra.
La formazione deve condurre a una presa di coscienza dei sacrifici richiesti dal vivere in comunità: sono atteggiamenti tipici di un uomo interiormente libero che lascia operare Cristo (cfr. Potissimum Institutioni,1990, nn.32-34); «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
2. I Voti religiosi: una vita donata al Signore
Castità - Povertà - Obbedienza (cfr. VF 44) hanno sempre bisogno di una buona dose di umiltà.
La castità è «purità di mente, cuore e corpo, esprime una gran libertà per amare Dio». Nella vita comunitaria si può incorrere nell’errore di un’amicizia di facciata, per opportunità o esclusiva. No! La amicizia fraterna nasce dall’amore divino e non intende possedere l’altro; l’amico vero è colui che si complimenta quando c’è da complimentarsi e richiama il fratello quando sbaglia.
Il voto di povertà, nel corso della storia della Chiesa, ha creato non pochi problemi in particolare quando uno dei membri della comunità chiamato a gestire l’economato della comunità incorre nella tentazione di appropriarsi dei beni come se fossero propri.
Il terzo voto è l’obbedienza si gioca a “tu per tu” nel rapporto con i superiori. Allo stesso tempo i superiori devono essere persone che non agiscono strumentalizzando il “potere” loro affidato ma agendo nello spirito del servizio verso tutti.
3. Le grandi sfide alla vita fraterna
Le sfide più evidenti sono la troppa enfatizzazione dell’individuo, libertà e diversità delle personalità.
Sappiamo che la comunità perfetta non esiste, tuttavia bisogna costruire insieme l’unità che porta ad una continua vita di riconciliazione (cfr. can 602). I conflitti ci sono stati e ci saranno; l’importante è capire le debolezze dell’altro, senza giudicare ma aiutandosi con umiltà e con rispetto. «Di particolare importanza è la capacità di relazione con gli altri, elemento essenziale per chi è chiamato ad essere responsabile di una comunità e ad essere “uomo di comunione… prudente, generoso e disponibile al servizio, pronto a comprendere, perdonare e consolare» (Pastores Dabo Vobis 43).
3.1 La vita fraterna luogo della testimonianza
La vita comune sarà luogo privilegiato della manifestazione di un’autentica testimonianza di vita se riusciamo a viverla in una totale donazione al Signore con amore e in piena libertà, in risposta all’appello dello Spirito Santo e in obbedienza al Padre nel servizio all’umanità.
Parola di Dio, vita sacramentale e liturgia fonte e culmine, nel cammino del religioso occupano un posto privilegiato che in quanto ritmano le diverse ore della sua giornata e quella dell’intera comunità. La vocazione non si manifesta solo nella Chiesa ma anche nel dialogo ecumenico e interreligioso.
3.2 La comunicazione in una vita fraterna in comune
La comunicazione è necessaria per crescere insieme, perché comunicando ci si conosce. Gli incontri comunitari sono utili per ascoltarsi, valutare insieme, dare attenzione alle opinioni di ognuno. Si richiede un uso equilibrato dei mezzi di comunicazione poiché, pur essendo necessari, possono creare isole più che vita fraterna (cfr. Dimensione contemplativa della vita religiosa, n.14).
La comunità religiosa è schola amoris e aiuta a crescere nell’amore di Dio e dei fratelli; luogo idoneo per la crescita umana sia nell’identità sia nell’affettività, ricorrendo, anche alle scienze umane e alla psicologia (cfr. Potissimum institutioni n.43) poiché l’uso degli strumenti umani non può sostituire un’autentica guida spirituale (cfr. Potissimum institutioni 52)
3.3 Culture, inculturazione e vita fraterna
La comunità religiosa deve seguire un giusto equilibrio tra le diverse culture e valori di vita fraterna; discernimento fra le mie cose e quelle della comunità. La prudenza dinanzi alle culture (cfr. VF 42).
Il documento qui sembra troppo ideale giacché in uno stesso continente le culture variano da Nazione a Nazione e addirittura nella stessa Nazione in considerazione alla posizione geografica.
Conclusione
La vita fraterna in comune nasce dal comando di Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete i miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Una vita fraterna vissuta in comune è già apostolato, testimonianza di vita come ci ricorda Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41).
I Religiosi di oggi hanno tutto il coraggio di dire che la vita fraterna in comune è possibile perché è un dono di Dio: «Com’è bello e dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133,1). «Tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita fraterna in comune. Maria unisca attorno a sé le comunità religiose e le sostenga nell’invocazione dello Spirito, vincolo, fermento e fonte di ogni comunione fraterna». (VF 71) Con la forza dello Spirito Santo possiamo concretizzare il dono di vita fraterna in comune senza scoraggiarsi a causa delle limitate imperfezioni esperimentate in passato, ma guardando al futuro per costruire insieme con amore ed entusiasmo La vita fraterna in comunità.
PROVOCAZIONI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
Come posso unire l'esperienza di vita comunitaria e spirituale nelle relazioni, anche senza i voti della vita consacrata?
In che modo la vita fraterna dei laici può contribuire a portare il Vangelo nel mondo e ad essere un segno di santità e fermento spirituale?
[1] Cfr. E. Bianchi, Non siamo migliori. La vita religiosa nella chiesa, tra gli uomini, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose Magnano (Bi) 2002; C. Chrispine, «È possibile una credibile vita fraterna e comunitaria?», in https:/www.consolata.org.
02 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI OTTOBRE 2025
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE
DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Il mese di ottobre è caratterizzato da diverse tematiche e messaggi spirituali e sociali:
- dalla salvaguardia del creato e la cura della nostra casa comune con la festa di san Francesco d’Assisi (4 ottobre), patrono d’Italia, tornata di nuovo festa nazionale e di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario del Cantico delle creature,
- alla memoria della Beata Vergine Maria del Rosario (7 ottobre), che in diverse parrocchie si celebra con le settimane mariane. Inoltre in questa occasione i Canonici Regolari della Confederazione di Sant’Agostino presenti in Roma si riuniranno nella nostra parrocchia Regina Pacis per un momento di preghiera e fraternità.
- Ricordiamo anche la Madonna di Pompei, la cui devozione ricorre la 1a domenica di ottobre, oltre a quella dell'8 maggio (giorno in cui ebbe inizio nel 1876 la costruzione della basilica);
- In questo mese si fa ancor più viva l’animazione missionaria con la domenica 19 ottobre, nella quale si celebra la giornata Mondiale Missionaria con preghiere e iniziative di solidarietà e confronto nell’ambito sociale nelle varie parrocchie.
Tra questi diversi motivi di celebrazioni e riflessioni, come cammino spirituale per questo mese abbiamo scelto due temi che riteniamo importanti:
- la nascita e la diffusione del Santo Rosario nelle diverse situazioni storiche ed ecclesiali che si sono succedute nel tempo,
- e in occasione della Giornata Missionaria una riflessione sul tema della giustizia sociale con una breve presentazione della “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII, attualizzata nel nostro tempo di oggi.
Dal punto di vista liturgico, oltre alle feste già citate, ricordiamo:
- 1 ottobre: memoria liturgica di Santa Teresa del Bambin Gesù;
- 2 ottobre: memoria degli Angeli custodi e festa dei nonni,
- 11 ottobre: memoria San Giovanni XXIII,
- 15 ottobre: memoria liturgica di santa Teresa d’Avila,
- 16 ottobre: memoria di Santa Margherita Alacoque,
- 17 ottobre: memoria di Sant’Ignazio di Antiochia,
- 22 ottobre: memoria di San Giovanni Paolo II,
- 28 ottobre: festa dei Santi apostoli Simone e Giuda.
Vi ringrazio e vi auguro un buon cammino spirituale.
B) TESTIMONIANZA SULLA RERUM NOVARUM
Lo sguardo fisso sul comignolo nella trepidante attesa della fumata che auspico bianca. Finalmente eccola. Habemus Papam. Non resta che attendere l’annuncio ufficiale per conoscere quale Cardinale è stato eletto ed il nome da Lui scelto come Papa e Vescovo di Roma.
Penso che il nome del Cardinale non mi dirà nulla in quanto ritengo che non sarà italiano ed io conosco solo qualche Prelato connazionale e ignoro la composizione di quasi tutto il Collegio Cardinalizio. Però sono consapevole che saranno molto emblematiche e significative le prime parole pronunciate e che l’ispirazione e l’orientamento della sua missione saranno immediatamente percepibili dal nome scelto.
La pace sia con tutti voi (il primo saluto). LEONE XIV (il nome scelto).
Grazie alla storia mi sono ricordato di Papa Leone I (Magno) che, secondo la leggenda, fece desistere Attila, re degli Unni, dal desiderio di attaccare Roma.
Con un pizzico di sentimento francescano ho pensato a Fra Leone.
Ma è balzata subito in primo piano l’enciclica Rerum Novarum, e quindi LEONE XIII, ed il motivo è presto detto.
Non sono un Vaticanista e neanche uno studioso di encicliche papali.
Sono stato un impiegato-bancario per oltre quaranta anni, ma non in una banca di credito ordinario, bensì in una Cassa Rurale (poi Casse Rurali ed Artigiane, ora Banche di Credito Cooperativo).
Ebbene, l’Enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII, sollecitando i cattolici all’azione sociale, a forme di tipo solidaristico per vincere l’emarginazione dei più poveri, divenne il manifesto dell’ampio, diffuso movimento a sostegno della cooperazione di credito ispirata al Magistero della Chiesa. Da quel momento le Casse Rurali cattoliche iniziarono a diffondersi capillarmente anche per opera di sacerdoti illuminati e di esponenti di spicco della cultura cattolica dell’epoca. Le Casse Rurali nascevano spesso “all’ombra del campanile”, il parroco ne era il referente e le riunioni si tenevano in canonica.
E’ quindi attinente al predecessore promulgatore dell’enciclica Rerum Novarum il primo riferimento del nome scelto da Papa Leone.
Il pontificato di Leone XIII fu tra i più lunghi della storia (1878/1903) e vennero pubblicate numerose encicliche oltre alla Rerum Novarum nel 1891.
RERUM NOVARUM (Delle cose nuove).
Siamo nell’epoca in cui secondo il Concilio Vaticano I la partecipazione attiva di un cattolico alla politica, alle elezioni, “non-expedit” (non giova, non è opportuna, non conviene).
Sono gli anni nei quali emerge il movimento socialista e marxista, gli anni del primo capitalismo, l’industrializzazione creava squilibri e conflitti, nasceva la nuova classe degli operai-proletari dove il movimento socialista attecchiva velocemente.
Nasce quindi quella che la Rerum Novarum definisce “questione sociale”.
Questa enciclica è considerata il testo fondativo della dottrina sociale della Chiesa cattolica “in età moderna”.Ma la Chiesa ha sempre avuto una dottrina sociale. Lo stesso Vangelo contiene LA dottrina sociale per eccellenza.
Quella fine ‘800 rappresentava un momento di grande paura della chiesa nei confronti del socialismo. La Rerum Novarum condanna le soluzioni socialiste e difende la tradizione liberale della proprietà privata definendola “un diritto di natura”. Sostiene che i socialisti attizzano sentimenti di odio dei poveri nei confronti dei ricchi.
Leone XIII affermava che era impossibile togliere dal mondo le disparità sociali, che i ricchi restano ricchi e i proletari restano poveri.
Nella Rerum Novarum c’è anche tanto altro: si raccomanda ai proprietari di riconoscere i giusti salari, si sottolinea l’importanza del lavoro, si auspica l’armonia tra le classi sociali, si vede l’imprenditoria come unico corpo solidale, è una delle prime volte in cui compare il termine imprenditore (e non padrone).
Si rivendica il diritto di associazione, si introduce la dottrina del corporativismo cattolico quale alternativa e terza via tra socialismo e individualismo.
Sono trascorsi più di 130 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum quindi le idee e le proposte in essa contenute sono da tempo superate.
Allora mi chiedo se ha ancora senso nel 2025 collegarsi a papa Leone XIII e alla sua Rerum Novarum? (sempre ammesso che questo sia l’intento di Papa Prevost).
La Rerum Novarum entrò nelle questioni economiche e sociali del suo tempo e questo deve fare anche la chiesa del terzo millennio. Le questioni sociali (economia, giustizia, capitale, lavoro, pace, le imprese, ecc.) non sono estranee al magistero della chiesa. La chiesa deve avere una dottrina sociale, il Vangelo stesso entra in questioni economiche.
L’attualità della Rerum Novarum sta nelle domande che si è posta poiché le risposte erano figlie del loro tempo.
Ora si tratta di riprendere quelle domande, decidere a quali rispondere, porsene di nuove, perché anche oggi come sempre ci sono “Res Novae” da considerare ed affrontare.
Da considerare a 360 gradi. Facciamo tesoro anche del fatto che mentre la Rerum Novarum combatteva il nemico che aveva individuato, un certo tipo di capitalismo è cresciuto in modo quasi indisturbato diventando quasi una religione.
PROVOCAZIONI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
• Quali valori sono ancora validi per la “questione sociale” di oggi?
• E’ bene che la Chiesa si interessi alle questioni sociali?
• Quali potrebbero essere le risposte di oggi alle domande e ai problemi di ieri?
A) BREVE STORIA DEL SANTO ROSARIO
La parola Rosario significa ‘corona di rose’ e infatti nel Medioevo le statue di Maria venivano ornate con ghirlande fiorite.
Tra l’XI e il XII secolo i monaci Cistercensi recitavano, settimanalmente, il Salterio cioè i 150 Salmi suddividendoli in tre giorni, perciò ogni giorno venivano recitati 50 Salmi.
Ai monaci che non sapevano leggere veniva concesso di sostituire i Salmi con il Pater Noster o l’Ave Maria meditando ogni volta un mistero di Cristo così da diventare “contemplazione, professione di fede, supplica, ripasso della Storia Sacra e del Vangelo”.
Secondo alcuni storici influì anche l’uso orientale di pregare utilizzando la corda di nodi o grani. Questo mezzo era già conosciuto tra il II e il IV secolo dai Padri del deserto e in seguito giunse in Francia, nel VII secolo, alla corte dei Re Merovingi.
I Domenicani attribuivano l’origine del Rosario al loro fondatore San Domenico di Guzman (1170-1221): Maria glielo avrebbe donato per convertire gli eretici senza violenza. Nel 1400 la corona composta dal priore di Treviri Domenico di Prussia, sugli eventi della vita di Cristo, si diffuse all’esterno dei monasteri grazie al predicatore Alain De la Roche, domenicano.
Dopo il Concilio di Trento (1545-1563) la corona del Rosario ebbe un’ulteriore diffusione:
- San Carlo Borromeo la riteneva “devozione divinissima”;
- Papa Adriano VI la considerava “flagello dei demoni”;
- Papa Pio V, domenicano, come ringraziamento per la vittoria navale di Lepanto sui Turchi, avvenuta il 7 ottobre 1571, istituiva la festa di Nostra Signora del Rosario.
Un nuovo impulso alla sua diffusione si ebbe con le seguenti apparizioni:
- l’11 febbraio 1858 la Vergine apparve con un Rosario in mano a Bernadette presso la grotta di Massabielle, a Lourdes, sulle rive del fiume Gave;
- il 13 maggio 1917, a Fatima, Maria si presentò a tre pastorelli dicendo: “Sono la Madonna del Rosario” e invitò a recitarlo quotidianamente “per far cessare la guerra, per il perdono dei peccati e per cambiare la vita”.
Tanti Santi hanno recitato il Rosario e tra questi possiamo ricordare:
- Caterina da Siena, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Alfonso de’ Liguori, Margherita Alacoque, Giovanni Bosco, Massimiliano Kolbe, Maria Goretti…
- Teresa di Lisieux che affermava: “Con il Rosario si può ottenere tutto. E’ la catena che lega il cielo alla terra: un’estremità è nelle nostre mani e l’altra in quelle di Maria. E’ come incenso che sale ai piedi di Dio”;
- il Beato Bartolo Longo che nel 1891 fondò il Santuario della Madonna di Pompei;
- San Pio da Pietrelcina che insegnava: “La recita del Rosario dà sollievo alle anime del Purgatorio e affretta la loro liberazione”; inoltre raccomandava di recitare il Rosario in famiglia e di offrirlo per la conversione dell’umanità.
Non possiamo dimenticare che anche diversi Papi hanno contribuito a diffondere la preghiera del Rosario. Tra questi ricordiamo:
- Papa Leone XIII che dedicò numerose encicliche al Rosario tra il 1883 e il 1891;
- Papa Pio XII. Egli riferendosi al Rosario affermava: “E’ un inno di lode compendio di vita cristiana, pegno sicuro del favore celeste”;
- Papa Paolo VI. Per lui il Rosario era “sintesi di tutto il Vangelo, per supplicare la Madre di tutte le grazie di soccorrere la Chiesa e l’umanità turbolente”.
- Papa Giovanni Paolo I. Egli affermava che il Rosario lo aiutava a pregare.
- San Giovanni Paolo II. Per lui il Rosario era la sua preghiera preferita che porta “comunione viva con Gesù attraverso il cuore di Maria” e nel 2002, Anno del Rosario, aggiunse ai tre misteri anche un quarto mistero, il mistero luminoso, dedicato alla vita di Cristo, Luce del mondo.
- Papa Francesco che nel periodo del Covid disse: “Quando tutto sembra vacillare, il Rosario ci fa salvi in ciò che conta davvero. E’ la preghiera degli umili e dei Santi”.
- Papa Leone XIV: un Rosario per la pace in Piazza San Pietro, sabato 11 ottobre, nel giorno nel quale la Chiesa ricorda san Giovanni XXIII, il Papa dell’enciclica Pacem in terris e del radiomessaggio per implorare ai leader di Usa e Urss di “salvare la pace” all’apice della crisi del missili a Cuba. E nello stesso giorno dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, con il famoso “discorso alla luna”, sempre di Papa Roncalli, al termine di una “grande giornata di pace”.
Leone XIV annuncia l’iniziativa di preghiera, prevista alle ore 18, durante la Veglia del Giubileo della spiritualità mariana, al termine dell’udienza generale di oggi.
PROVOCAZIONI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE
· Conosci e reciti la preghiera del Santo Rosario? In che momenti della giornata o settimana lo preghi più facilmente? Da solo/a o in comunità?
· Ti può essere di esempio e stimolo il fatto che tanti Santi lo abbiano pregato con fede e devozione?
· Ritieni che Maria, pregata col Santo Rosario, possa più facilmente intercedere presso Gesù suo Figlio, per ottenere grazie, come la pace e la protezione nei momenti di difficoltà?
01 - FORMAZIONE PER “LAICI CRIC”
MESE DI SETTEMBRE 2025
a cura dell’Associazione culturale
dom Adriano Gréa
PRESENTAZIONE DEL CAMMINO SPIRITUALE MENSILE
Con il mese di settembre in ogni parrocchia si inizia gradualmente un nuovo anno pastorale programmando le varie iniziative e celebrazioni nella catechesi, nella liturgia, negli incontri di preghiera e nei momenti di aggregazione.
Anche noi come Associazione culturale dom Adriano Gréa abbiamo pensato di ricominciare un nuovo cammino di FORMAZIONE SPIRITUALE PER LAICI, continuando sullo stile dell’anno appena trascorso, e cioè proponendo mensilmente alcuni temi in sintonia con il nostro carisma di Canonici Regolari e soprattutto in sintonia con la vita della Chiesa. Inoltre settimanalmente vorremmo sempre proporre alcune PERLE DI SPIRITUALITA’ per nutrire e accompagnare la crescita della nostra spiritualità, alla luce della figura di Maria, nostra Madre.
Nella prima parte del mese avremo l’opportunità di conoscere più a fondo i nuovi Santi che verranno canonizzati il 7 settembre: il Beato Carlo Acutis e il Beato Piergiorgio Frassati, due giovani Santi che faranno da stimolo come testimoni della fede per tanti giovani in cerca di serenità e felicità.
Freschi del Congresso della Confederazione dei Canonici Regolari durante il quale abbiamo trattato il tema della speranza e della figura di Maria in rapporto alla nostra vita canonicale, offriremo una riflessione sulla Speranza tratta dalla Lettera Enciclica del 2007 di Benedetto XVI.
Come spiritualità mariana avremo tre momenti importanti per meditare sulla presenza di Maria nella nostra vita:
- l’8 settembre ricordiamo la Natività di Maria, patrona della omonima parrocchia CRIC a Roma;
- il 12 settembre ricordiamo il Santissimo Nome di Maria
- e il 15 settembre la memoria della Beata Vergine Maria Addolorata, patrona delle nostre carissime Suore della Compassione.
Tra le altre feste o memorie liturgiche ricordiamo:
- lunedì 1 settembre, giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato, con il nuovo Rito liturgico inaugurato da papa Leone;
- domenica 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Croce;
- domenica 21 settembre, festa di San Matteo apostolo ed evangelista.
- In questa domenica, al termine del suo percorso di Noviziato, don Francesco Guarino emetterà i suoi primi voti temporanei per tre anni nella nostra Congregazione di Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione;
- martedì 23 settembre ricordiamo anche la memoria liturgica di San Pio da Pietrelcina.
Per quanto riguarda l’Anno Santo del Giubileo ricordiamo
- il Giubileo per i 1700 anni dal Concilio di Nicea che sarà celebrato il 12-13 settembre
- e il Giubileo dei Catechisti dal 26 al 28 settembre.
A tutti auguro una buona ripresa dell’Anno pastorale e un buon cammino spirituale.
PEREGRINANTES IN SPEM:
LA “SANTA” SPERANZA
Premessa
Ho accolto con gioia l'invito da parte della Redazione, che ringrazio, di dare un piccolo contributo su questo tema, così vasto e centrale nel Giubileo 2025. Le riflessioni qui raccolte, lungi dall'essere esaustive, rispondono al desiderio della loro condivisione, e dalla viva speranza, è il caso di dire, che possano essere per ciascuno occasione e ispirazione per un approfondimento personale.
Che cos'è la speranza?
Nel greco classico ELPÍS, la Speranza, è l'ultimo dei Mali dell'Umanità usciti dal vaso di Pandora (cfr Esiodo): essa quindi veniva annoverata tra i Mali, perché capace di indurre illusioni, di far credere che vi fosse un rimedio alla sventura.
In modo analogo nel mondo latino precristiano SPES (da una radice sanscrita SPA 'tendere ad una meta') veniva definita ULTIMA DEA, in riferimento allo stesso mito greco, ma con l'aggiunta della frase SPEREMUS IGITUR SEMPER, in quanto soprattutto in età augustea, tale divinità veniva propiziata per un buon raccolto, per un matrimonio, per la nascita dei figli. Inoltre quando nell'Eneide Virgilio scrive spessibiquisque ('ognuno sia speranza a sé stesso') connota la speranza di una forte valenza individualistica.
Nell'Antico Testamento il popolo ebraico, a differenza delle antiche civiltà politeistiche, con la fede in un Dio unico creatore sperimenta la speranza, TIKVÀH, come elemento fondante della sua storia. Tuttavia anch'essa presenta una sua evoluzione. Infatti troviamo in principio la “speranza paradossale” di Abramo, cui Dio promette una nuova vita in una nuova terra in contrasto con la sua reale situazione (cfr Gen 12, 1-5), che fece scrivere di lui a San Paolo: “[...] qui contra spem in spem credidit [...]”Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza (Rm 4,18). Con Mosè e l'Esodo si va verso una “speranza collettiva” (uno dei significati della parola in ebraico è proprio 'raccogliere, radunare'), e le parole di Geremia e di Ezechiele tra i Profeti incoraggiano la “speranza comunitaria”: tikvàh assume anche il significato di 'filo, legame, corda': ecco la suggestione della prima “corda” della nostra vita, il cordone ombelicale, che fin dalla nascita ci àncora alla relazione, in cui s'innerva la speranza umana.
Che cosa si spera nella Bibbia? E come dobbiamo sperare?
La speranza biblica si concretizza anzitutto nella terra e nella discendenza, frutto della benedizione di Dio: si tratta quindi di una speranza molto concreta. Allo stesso modo nel Nuovo Testamento Gesù viene cercato per i suoi poteri taumaturgici, e perché riesce a moltiplicare i pani, i pesci, il vino... Il passaggio importante che compiono i personaggi biblici, ed è quindi richiesto anche a noi, potrebbe essere questo: da “sperare da Dio” a “sperare in Dio”. In questo senso la speranza biblica entra in una logica “relazionale”, anzi, la relazione con Dio è in sé stessa la realizzazione della speranza biblica (cfr Ger 14.8; 17,13): e in questa relazione tra Dio e l'Uomo la speranza diviene anche “escatologica”, come una porta che si spalanca verso l'eternità, con tanta forza da superare ogni paura, anche quella della morte, perché nulla può separarci dall'amore di Dio (Sap 3,1ss; Rom 8,35ss). La relazione con Dio è però anche relazione con gli altri esseri umani e con tutto il Creato. E poiché accogliere il messaggio delle Beatitudini significa entrare nel Regno di Dio (Matteo 5,1ss), Gesù non vuole che gli uomini si accontentino di speranze facili, ma che entrino in un orizzonte di speranza molto ampio, appassionante ed esigente. L'amore nella Parola di Dio è sì un dono, ma allo stesso tempo anche una grande responsabilità: è parola profetica che chiama alla giustizia, alla fraternità, all'accoglienza, all’ospitalità, alla prossimità, alla condivisione, a prendersi cura del povero e del sofferente. Si potrebbe parlare dunque, a mio parere, di una speranza operosa, performativa e collettiva. Come scrive Papa Benedetto XVI: “[...] non posso, infatti, diventare felice contro e senza gli altri [...] (Spe salvi, 30).
Nel Nuovo Testamento il fondamento della speranza si concentra nella persona di Gesù, anzi è Lui stesso la speranza (1 Timoteo 1,1): “non un qualsiasi Dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine […]. Solo il Suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto.” (Spe salvi, 29-30).
Gesù risorto è la ragione per cui il presente non sarà mai un tempo di morte e di disperazione, perché Lui ha inaugurato sulla Terra la pienezza della vita. “Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.”(cfr Spe salvi, 11-12).
La speranza è dunque “una dimensione essenziale del cammino del cristiano. […] Secondo la Rivelazione, infatti, la speranza non è un'elaborazione intellettuale o un'effusione sentimentale, ma una virtù teologale che esprime l'atteggiamento interiore dell'Uomo che ha incontrato Dio ed ha sperimentato le grandi opere del Suo amore.” (San Giovanni Paolo II, Discorso ai Membri del Servizio Missionario Giovanile, 23 dicembre 1994).
Speranza e (è) preghiera
“Quanto più si spera, tanto più l'anima è unita a Dio. Poiché quanto più spera in Dio, tanto più l'anima ottiene”. A questa riflessione del mistico San Giovanni della Croce, fanno eco le parole di Papa Benedetto XVI: “Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi ascolta nessuno, Dio mi ascolta ancora. […] Se non c'è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un'attesa che supera l'umana capacità di operare – Egli può aiutarmi. […] Nella preghiera l'Uomo deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, […] deve purificare i suoi desideri e le sue speranze.” (Spe salvi, 32-33).
Essere ministri e missionari della speranza
“I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva un'inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. […] Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. […] È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia […] ha bisogno di uomini e donne che aspirano alla carità e alla fraternità, […] che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della sofferenza degli altri. Ma senza questi uomini e queste donne il mondo non avrebbe speranza.” (Papa Francesco, Catechesi sulla speranza cristiana, Libreria Editrice Vaticana, 2017, pp. 27, 28, 35).
Tutti noi battezzati siamo pertanto chiamati a diventare uomini e donne di speranza, collaborando alla venuta del Regno di Dio, e, come novelli apostoli, a “gettare sempre e nuovamente la rete per immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo.” (Papa Leone XIV, Omelia d'inizio pontificato, 19 maggio 2025).
Maria, stella della speranza
La Beata Vergine Maria è Madre della Chiesa e della speranza. Riflettiamo sulle parole di Papa Benedetto XVI a tal riguardo: “Quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – Lei che con il Suo « sì » aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo […]. A Lei perciò ci rivolgiamo. […] Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l'immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della Storia.” (Spe salvi, 49-50).
Intoniamo con tutto il cuore allora l'inno del Giubileo 2025, Pellegrini di Speranza, dedicato a Lei, che inizia proprio con queste parole: “Fiamma viva della mia speranza,/questo canto giunga fino a Te!/Grembo eterno d'infinita vita,/nel cammino io confido in Te!” (Testo di Pierangelo Sequeri, Musica di Francesco Meneghello).
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO PERSONALE
1) - Quali associazioni di idee, quali sentimenti e quali reazioni sorgono in noi, prima di ogni riflessione, quando, nella preghiera del Padre nostro, si arriva a dire: “Sia fatta la tua volontà”?
2) - Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. Nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della malattia e della morte. Chiediamoci dal profondo del cuore: quanto nonostante tutto riusciamo a non chiuderci nelle lamentele, ma ad essere per noi stessi e per il nostro prossimo testimoni di Gesù, che è la nostra speranza?
“La felicità per ognuno di noi
è lo sguardo rivolto verso Dio”
San Carlo Acutis
Carlo nasce a Londra il 3 maggio del 1991 e muore a Monza tra l’11 e il 12 ottobre del 2006, a causa di una leucemia fulminante. Amava ripetere che “la tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”. Per Carlo “la nostra Meta deve essere l’Infinito non il finito”. A questo proposito scriveva che: “La conversione non è altro che lo spostare lo sguardo dal basso verso l’alto, basta un semplice movimento degli occhi”. Tutta la sua vita fu una lotta per vincere i suoi difetti e vivere sempre più eroicamente le virtù della Fede, della Speranza e dell’amore per Dio e per il prossimo. Carlo aveva una grande passione per l'informatica e per internet, interesse diffusissimo tra i giovani, riteneva che la rete potesse diventare uno strumento di evangelizzazione e di diffusione di bellezza e valori positivi. Da autodidatta dimostrò di essere un vero genio dell'informatica. Sul web è presente (www.miracolieucaristici.org), la mostra virtuale progettata e realizzata da lui a 14 anni, che sta facendo il giro del mondo e che testimonia come davvero per Carlo l'Eucaristia è stata la sua "autostrada per il cielo", come lui stesso la definiva. In tanti già lo considerano come il "patrono" di Internet che indica una strada possibile per tutti noi. Carlo è stato beatificato il 10 ottobre 2020 e viene canonizzato il 27 aprile 2025. È un’emozione per noi ragazzi vivere questo evento alla luce dell’intero cammino che ci affascina e coinvolge tanto da farci sentire parte, sentire che è possibile per tutti noi essere testimoni del Credere. Ci vuole coraggio, fedeltà, costanza ogni giorno. L’aspetto che più ci stupisce e nello stesso tempo ci avvicina è che tutti questi ingredienti li applicava spontaneamente nella quotidianità. Leggendo le sue parole, le testimonianze a partire da quella della mamma, la persona che lo amava e conosceva più di tutti, emerge come la sua straordinarietà veniva rispecchiata nella sua fedeltà nella preghiera e nei sacramenti, nelle azioni di tutti i giorni in famiglia, con i suoi compagni incoraggiandoli, standogli vicino. Meraviglioso era il suo rapporto di amicizia e stima reciproca con i suoi professori, per non parlare del rapporto amorevole verso la gente che man mano conosceva aprendo il suo cuore con semplicità, cogliendone il lato positivo senza mai giudicare, ma suscitando il desiderio di migliorare. Trasmetteva il suo sentirsi profondamente e gioiosamente Amato da Dio, donandosi al prossimo senza riserve ha acceso la speranza di una santità alla portata di tutti.
Si, San Carlo Acutis, nostro amico, uno di noi.
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO PERSONALE
· Carlo Acutis ha avuto il coraggio di credere fino in fondo dando senso alla sua vita (a partire dalla preghiera al servizio al prossimo): quali sono le mie priorità ?
· Come mi dedico concretamente agli altri nell' ordinarietà?
· Quale visione ho del mondo dei giovani e cosa faccio per accompagnarli nel cammino di fede in base alla mia situazione in famiglia e in società (insegnanti, catechisti etc)?
Pier Giorgio Frassati:
scalatore del cielo sulla terra
Piergiorgio Frassati forse è una figura poco conosciuta rispetto ad altri santi più recenti come Carlo Acutis canonizzato insieme a lui il 7 settembre 2025. Sicuramente se ne sta sentendo parlare molto di più a causa della sua canonizzazione. Pier Giorgio è un ragazzo che incuriosisce, basta vedere le sue foto, è sempre sorridente e sembra un ragazzo di oggi.
San Giovanni Paolo II lo ha definito “uomo delle Beatitudini”; affermando che “nell’Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e si impegnò ad amare Gesù e a scorgere in lui i fratelli che incontrava nel suo sentiero.”
Frassati ha avuto una vita breve; è nato nel 1901 a Torino ed è morto a soli 24 anni, San Giovanni Paolo II, lo ha definito come figura «tutta immersa nel mistero di Dio e dedita al costante servizio del prossimo».
Il giovane beato torinese, figlio di Alfredo Frassati, all’epoca direttore de La Stampa di Torino, era molto attivo in particolare nell’Azione Cattolica, dando soprattutto aiuto ai più bisognosi.
È considerato uno dei “santi sociali” torinesi, come Giovanni Bosco e Giuseppe Cottolengo entrambi molto conosciuti in tutto il mondo.
Pier Giorgio fonda un’associazione che chiama “Tipi loschi” con il motto “ pochi ma buoni come i maccheroni”. Come tutti i ragazzi, si incontrano, scherzano e coltivano il sogno di cambiare il mondo.
Giovanissimo a 19 anni, entra a far parte delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, per l’aiuto ai più poveri e a 21 diventa terziario domenicano. Quello che colpisce è la sua operosità nella sua giovanissima età, un esempio anche per le ragazze e i ragazzi di oggi. Aveva tantissimi interessi, era “un giovane tra i giovani”, amico di tutti senza distinzioni, amante dello sport, della poesia e dell’alpinismo. Ha diffuso attraverso la sua persona il coraggio del credere, nella università, attraverso la stampa difendendo i diritti senza differenza tra classi sociali.
Colpisce che finita la prima guerra mondiale 1919 Pier Giorgio va ad Assisi per ringraziare il Signore per la pace e durante il suo cammino esplora la figura di San Francesco ispirandosi alla sua vita anche al suo ritorno a casa. Si hanno moltissime testimonianze sulle sue visite nelle case delle famiglie povere, porta loro da mangiare, rimane con loro a parlare e li aiuta a trovare lavoro quando serve. Purtroppo improvvisamente si ammala di poliomelite fulminante e muore a distanza di pochi giorni nel 1925.
E’ stato beatificato da San Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990. Viene canonizzato il 7 settembre 2025 per la guarigione di un seminarista statunitense divenuto sacerdote nel 2023. Per concludere; l’esempio di Pier Giorgio ci stimola a seguire le sue orme credendo con entusiasmo e forte speranza anche nelle difficoltà, dovremmo tutti dire come lui: "Tu mi domandi se sono allegro; e come potrei non esserlo? finché la Fede mi darà forza, sarò sempre allegro!”
PROVOCAZIONI PER IL CONFRONTO PERSONALE
· Le mie azioni quotidiane rispecchiano con entusiasmo e tenacia la mia fede?
· Ritrovo l’operosità di Pier Giorgio anche nella generazione di oggi (ad esempio battersi per i diritti di tutti, aiutare i più deboli a livello sociale), in cosa è da stimolo per poter migliorare e fare rete con ideali comuni ?
· Tenendo conto dei cambiamenti della nostra epoca il mondo giovanile e adulto come possono arricchirsi reciprocamente (in famiglia ad esempio con l’ascolto reciproco, a scuola nella formazione, con iniziative, con rapporti umani, con maestri di vita oltre che nell’istruzione, per poter essere delle future donne e uomini responsabili)?
La parola chiave del lettore:
Siete occhi che guardano e che sognano!
Continuate a sognare, a inquietarvi, a immaginare parole e visioni che ci aiutino a leggere il mistero della vita umana e orientino le nostre società verso la bellezza e la fraternità universale.
Aiutateci ad aprire la nostra immaginazione perché essa superi gli angusti confini dell’io, e si apra alla realtà tutta intera, nella pluralità delle sue sfaccettature: così sarà disponibile ad aprirsi anche al mistero santo di Dio. Andate avanti, senza stancarvi, con creatività e coraggio!
Papa Francesco
