E Dio fece fiorire la voce delle donne

La rosa necessaria

 

Ciò che canta in me è il canto dell'eternità. Ciò che è entrato in me non può piú morire.

 

                                                  Adriana Zarri

Rinascere nella Speranza

Introduzione

 

 

“La rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna”

 

  

 

La sensibilità attuale del mondo esige che siano restituite alla donna la dignità e il valore intrinseco di cui l’ha dotata il Creatore. I tanti esempi di vita mettono in evidenza alcuni elementi che delineano quella femminilità così necessaria nella Chiesa e nel mondo: la forza per affrontare le difficoltà, la capacità di concretezza, una naturale disposizione a essere propositive per ciò che è più bello e umano, secondo il piano di Dio, e una visione lungimirante del mondo e della storia — profetica — che le ha rese seminatrici di speranza e costruttrici di futuro.

 

 

 

 


 Introduzione

 

Per tutte le donne

 

 

"Il mondo attende la tua luce. Sei chiamata a splendere, perché tu sei unica."

 

 

 

"Sei l’armonia, sei la poesia, sei la bellezza. Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, non possiamo che ripartire da te. Il tuo “genio” può dare un apporto decisivo nella vita pubblica e ha un ruolo imprescindibile nell’ambito famigliare. È indubbio che si debba fare molto di più in tuo favore. È importante che la tua voce sia più ascoltata, che abbia sempre più peso. È necessario che la tua autorevolezza sia riconosciuta. Dobbiamo imparare dallo sguardo con cui ti ha guardato Gesù. Dobbiamo imparare dalla Sua considerazione, che indica attraverso di te una strada che porta lontano. Non ne abbiamo percorso che un pezzetto, finora. Non abbiamo ancora scoperto fino in fondo le cose che tu sai vedere con altri occhi. So che il tuo cuore è più paziente, più creativo. So che sei peculiare sensibilità e tenerezza. So che sei coraggiosa, più degli uomini, e infatti lì, ai piedi della croce, loro scappano, ma tu no, tu resti. So che sei forza autentica, che sei riserva dell’umanità tutta. So che, qualsiasi sia il tuo nome, la tua età, la tua condizione, tu, sposa, amata, madre, sorella, amica, sei unica."

 

Papa Francesco


Estate...sgorga il sogno di Dio

Quasi una preghiera 

 

Adriana Zarri

 

Tu sai Signore che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dalla vita, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono dal suolo. La nostra preghiera è immersa nella vita e non se ne può scostare.

 

 


Parola salvami!

 

Ingeborg Bachmann

 

 

Parola, sii tra noi,

 

libera, chiara e bella.

 

Certo deve aver fine,

 

il diffidare.

 

 

 

(Il gambero indietreggia,

 

la talpa dorme troppo,

 

l’acqua morbida scioglie,

 

il calcare che ha tessuto pietre.)

 

 

 

Vieni, grazia di suono e di fiato,

 

fortifica questa bocca,

 

quando la sua debolezza

 

ci atterrisce e frena.

 

 

 

Vieni e non ti negare,

 

poiché noi siamo in lotta con tanto male.

 

Mia Parola salvami!

 

 


Danza di Luce

 

Amy Lowell

 

La giornata è fresca e bella, e nell’aria c’è un profumo di tulipani e narciso.

Il sole entra dalla finestra del bagno e scava nell’acqua della vasca da bagno in torni e piani di bianco-verde. Come un gioiello, fende l’acqua e la incrina fino a renderla luminosa.

 

Piccole macchie di sole si posano sulla superficie dell’acqua e danzano, danzano, e i loro riflessi oscillano deliziosamente sul soffitto; un’agitazione del mio dito li fa vorticare, ruotare. Muovo un piede e i piani di luce nell’acqua si inceppano. Mi sdraio e rido, e lascio che l’acqua verde-bianca, l’acqua del berillo sfaldato dal sole, scorra su di me. Il giorno è quasi troppo luminoso per essere sopportato, l’acqua verde mi copre dal giorno troppo luminoso. Mi sdraierò qui per un po’ e giocherò con l’acqua e con le macchie del sole. Il cielo è azzurro e alto. Un corvo svolazza vicino alla finestra e nell’aria c’è un profumo di tulipani e narciso.


Immenso cielo d'estate 

 

Antonia Pozzi

 

Ed io ero piana

quasi tu fossi un santo

che placa la vana

tempesta

e cammina sul lago.

Io ero un immenso

cielo d’estate

all’alba

su sconfinate

distese di grano.

Ed il mio cuore

una trillante allodola

che misurava

la serenità.

 

 


E l'erba verde ci parlava di fiducia

 

Alda Merini

 

Il giardino d' estate era pieno di uccelli:

io pensavo a quanto la natura non riuscisse, suo malgrado,

a falsare il segno della sua innata bontà.

Anche se noi percepivamo quei suoni come si potrebbero percepire in un Eden, dove tutto è possibile e impossibile, pure il sentirci controllati

dalla natura, il sentirci serviti dai suoi concetti, dal suo clima,

 

ci faceva gran bene al cuore, e, così, l'erba verde ci parlava di fiducia, e così i fiori, e così i ruscelletti che si aprivano dolcemente in mezzo a qualche piccola aiuola, e così il cielo tutto.


Dovrò prepararmi a fiorire...resistenza e rinascita

Ieri e oggi per il domani


       Dipinto di Hippolyte Camille Delpy, "Tra i papaveri", 1879

 

 

 

CONTRA SPEM SPERO

 

 Lesya Ukrainka

poetessa ucraina

 

   Via, pensieri, voi, nubi autunnali!

 

Ora è la primavera dorata!

 

Forse nell’amarezza, nel pianto

 

Passeranno gli anni della giovinezza?

 

     No, voglio ridere attraverso le lacrime,

 

Intonare canzoni nel dolore,

 

Sperare comunque senza speranze,

 

Voglio vivere! Via, pensieri tristi!

 

     In un triste campo desolato

 

Seminerò fiori variopinti,

 

Seminerò fiori nel gelo,

 

Verserò su di essi lacrime amare.

 

     E per queste lacrime cocenti si dissolverà

 

Quella possente crosta di ghiaccio,

 

Forse i fiori cresceranno – e giungerà

 

 

Anche per me l’allegra primavera.


                                                               Tanigami-Konan, "Papaveri", 1917

 

 

Passante, fermati!

 

Marina Cvetaeva

poetessa russa

 

Cammini, a me somigliante,

 

gli occhi puntando in basso.

 

Io li ho abbassati – anche!

 

 

Passante, fermati!

 

Solo non stare così tetro,

 

la testa chinata sul petto.

 

Con leggerezza pensami,

 

con leggerezza dimenticami.

  

Come t’investe il raggio di sole!

 

                                                    Dipinto di Rachel El Assaad, "Papaveri",1997

 

Verranno davvero ancora giorni

 

Lea Goldberg

  poetessa israeliana

 

Davvero verranno ancora giorni di perdono e di grazia

e camminerai nel campo come l’ingenuo viandante

 

La pianta dei tuoi piedi nudi accarezzerà i fili d’erba,

e le sommità delle spighe ti pungeranno, e la loro puntura sarà dolce,

oppure la pioggia ti sorprenderà, con la massa battente delle sue gocce

sulle spalle, sul petto, sul collo e ti rinfrescherà il capo.

 

Davvero camminerai ancora nei campi e la quiete si diffonderà in te,

respirerai il profumo del solco trovando pace a ogni respiro

vedrai il sole nello specchio della pozza dorata

le cose e la vita saranno semplici e sarà permesso toccarle

e sarà permesso, permesso, permesso amare

 

Camminerai nei campi da sola,

non ti brucerai nella vampa degli incendi,

in strade indurite dal terrore e dal sangue.

E con cuore sincero sarai di nuovo umile e docile

come un filo d’erba, come un essere umano,

 cui è permesso, permesso amare.


                                Murale "Lasciate che il vostro sguardo si rivolga verso la cima delle montagne",2020, Aamman-Miramar-Muhd


Mi basta

 

Fadwa Tuqan

poetessa palestinese

 

Mi basta morire sulla sua terra,

essere sepolto in lei, sciogliermi e dissolvermi nel suo suolo,

per poi germogliare come un fiore

con cui gioca un bambino del mio paese.

Mi basta rimanere

nell’abbraccio del mio paese,

stare vicino a lei come un pugno di polvere,

un filo d’erba,

 

un fiore.

 


 

Ma tu dov’eri il 25 aprile?

 

Voci di donne partigiane

 

Monia Colaci

 

Da qualche decennio ormai la storiografia sulle partigiane, che si arricchisce ogni anno di nuovi contributi, restituisce un panorama della partecipazione femminile alla guerra di Liberazione complesso e pieno di sfumature, un panorama plurale da cui emerge «tutta l’ampiezza della presenza delle donne, così varia per età ed estrazione sociale, […] tutta la varietà con cui quest’esperienza è stata vissuta»[1]. Ad aprire, nel 1976, questa stagione di ricerche è l’ormai classico La resistenza taciuta: dodici vite di partigiane piemontesi di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e nella medesima direzione si muove Le volontarie della libertà, scritto da Mirella Alloisio e Giuliana Gadola Beltrami e pubblicato cinque anni più tardi.

 

In Fondazione ISEC, all’interno del fondo Gadola Beltrami sono conservati i materiali preparatori del libro. Si tratta di documenti eterogeni: resoconti di interviste, memorie, estratti da testi già editi, articoli di giornale, lettere con cui le interpellate rispondono al questionario predisposto dalle autrici; nel complesso un patrimonio straordinario, composto da centinaia di voci.

 

A quelle voci, concentrandoci in particolare sulle partigiane milanesi, abbiamo rivolto la domanda che dà il titolo all’articolo: ma tu, il 25 aprile del ’45, dov’eri? Cosa facevi?

 

Quella che presentiamo è dunque una piccola antologia di luoghi, fatti e sentimenti che hanno attraversato le vite di queste partigiane nei giorni della Liberazione, organizzata nel testo secondo un ordine del tutto casuale.

 

Per ovvi motivi non vi troverete, ma vale la pena citarlo di passaggio, il silenzio che alcune di loro serbano su quella data e talora sull’intera esperienza resistenziale. Non va infatti dimenticato che non tutte le donne contattate da Gadola e Alloisio hanno risposto raccontando la propria esperienza; non tutte, pur rispondendo, ne hanno parlato volentieri; alcune esordiscono sottolineando come a quel momento della loro vita non pensassero da decenni. E non manca chi di quell’esperienza conserva un ricordo amaro, forse riplasmato alla luce delle fatiche e delle delusioni degli anni successivi; in questi casi il 25 aprile resta del tutto nell’ombra.  

 

Prima della lettura, due avvertenze.

 

In una selezione di testimonianze potrebbe colpire l’uso della terza persona, ricorrente in vari brani. In alcuni casi si tratta di una scelta deliberata: nello stilare la sua memoria, M. Berrini ad esempio parla di se stessa appunto in terza persona. In altri casi, la maggioranza, essa è dovuta al fatto che si tratta di resoconti di interviste realizzate dalle autrici in vista della costruzione del libro, il che pone peraltro non pochi problemi dal punto di vista dell’interpretazione di queste fonti.

 

Per ciò che riguarda invece la brevissima nota in coda a ciascun segmento, senza nessuna pretesa di esaustività biografica, è stata pensata allo scopo di rendere fruibile il brano proposto.

 

 

Rossana Rossanda

 

Seguirono alcune settimane terribili, non tanto di paura (credo che fossi un po' stupida) quanto di isolamento, solitudine e colpevolezza. Non "conoscevo" più nessuno e nessuno mi "conosceva". Solo verso gennaio ripresi i contatti; l'anno cominciava con un visibile squagliamento e disgregazione dei tedeschi, che cominciarono a sfollare il lago di Como. Tutta la vigilanza si allentò. Io rividi i compagni a Milano, ebbe una durissima lavata di capo, nessuno mi felicitò per lo scampato pericolo. E ripresi il lavoro fino al 25 aprile, quando improvvisamente tutti attorno a me si rivelarono patrioti e antifascisti, anche coloro presso i quali non avrei mai potuto trovare un aiuto concreto in nessuna circostanza.

 

Rossana Rossanda nasce a Pola nel 1927 e, dopo l’infanzia trascorsa a Venezia, si trasferisce a Milano dove frequenta prima il Liceo classico A. Manzoni e poi la facoltà di Filosofia presso l’Università Statale. È allieva di A. Banfi il quale la mette in contatto con il movimento resistenziale.

 

 Nell’ottobre del ’44, Rossanda viene denunciata da una sua compagna di università dopo averle confidato di essere al lavoro su “qualcosa di importante”; l’imprudenza determina una perquisizione e un interrogatorio; Rossanda se la cava, ma sarà poi energicamente ripresa dalla sua responsabile. Ormai “bruciata”, verrà isolata e sollecitata a riprendere la sua vita ordinaria.

 

 

Mariolina Berrini

 

Al momento dell’insurrezione Mariolina era a Valduggia, sede del Comando delle divisioni della Valsesia. È proprio da Moscatelli che la sera del 24 aprile ha la notizia che Bologna si è liberata e che sono stati dati gli ordini per l’insurrezione di Milano e la liberazione delle vallate. Parte subito non appena mattina con un messaggio per il Comando; dopo 2 giorni riprenderà la bicicletta per un collegamento sempre con Moscatelli e i suoi che sono a Novara, per una difficile trattativa di resa con i tedeschi.

 

Al ritorno da questo ultimo viaggio, nella sede del comando centrale, Longo le dirà che nella città liberata non mancheranno certo medici per i partigiani e la inviterà a seguirlo all’Unità per “scrivere dei compagni caduti e delle giornate dell’insurrezione”. Così, “alla garibaldina”, Mariolina dovrà improvvisarsi anche giornalista e per un mese collaborerà alla cronaca dell’Unità che aveva in quel momento come redattore capo Elio Vittorini e come capo-cronaca il poeta A. Gatto.

 

Mariolina Berrini proviene da una famiglia della buona borghesia milanese. Tramite il cugino Giancarlo Pajetta entra in contatto con le brigate Garibaldi e il Partito comunista. Lei e la cugina Marcella Balconi, cui è molto legata e che come lei è neolaureata in medicina, ricoprono diversi incarichi di responsabilità via via sempre maggiore, sino all’organizzazione dell’intera assistenza sanitaria delle Garibaldi tra l’Ossola e la Valtellina.

 

 

 

Ginetta Martini Fanoli

 

Deferiti al Tribunale Speciale, in un primo tempo furono prosciolti in istruttoria, perché il padre di Mario era riuscito a corrompere qualcuno. Però poi furono nuovamente interrogati in Questura, condannati e riportati a S. Vittore, dove rimasero fino alla Liberazione. In carcere era coraggiosa e, passati i primi momenti di timore e di incertezza, dopo la condanna, abbastanza tranquilla. Col marito si vedevano agli interrogatori e poi in carcere, con la complicità di una suora, ogni tanto si parlavano attraverso una cancellata. Uscirono tra gli ultimi la sera del 25 aprile; non andarono a casa loro, perché la situazione pareva ancor molto confusa, ma in casa di una sorella di Mario.

 

Ginetta Martini nasce a Milano nel 1919 da padre ingegnere e madre scrittrice, si laurea in filosofia con A. Banfi; già al liceo aveva incontrato Mario Fanoli, figlio di un socialista perseguitato e a sua volta antifascista; si sarebbero poi sposati nel 1941 e insieme, benché con notevole autonomia, avrebbero vissuto l’esperienza resistenziale. Vengono arrestati il 16 novembre del ’44.

 

Il brano riportato è il resoconto dell’intervista a Mario Fanoli, Ginetta era deceduta nel 1965.

 

Nila Mori

 

Ed il 24 aprile? Ero sull'angolo di via dell'Orso con corso Garibaldi, avevo tre bombe e una rivoltella nella borsa, attendo con ansia di incontrarmi con un giovane che dovevo accompagnare al nostro comando, egli veniva dalla bassa e doveva portare in città i suoi uomini, tardava, sentivo sparare, ero in pensiero per lui ed anche per me; per dire la verità mi sarebbe veramente spiaciuto rimetterci la pelle proprio all'ultimo giorno. Quando arrivò ci avviamo cercando di evitare il più possibile il centro, e quindi facendo un giro lungo in via della passione n. 7; la sede del nostro comando aveva un solo vantaggio, quello di essere all'ultimo piano perché di armi non ne avevamo quasi. Tre bombe a mano e quattro rivoltelle, c'erano però delle pentole, il gas e l'acqua; mi ricordo che senza nulla dire misi al fuoco una pentola piena d'acqua, uno dei ragazzi mi apostrofò: "o vivandiera ci prepari la cena?" "Sta buono gli risposi, sto preparando un'arma, nel 1848 le donne milanesi versavano sui tedeschi l'olio bollente, io in mancanza d'olio verserò l'acqua". Fu una risata generale, ma più tardi quell'acqua servì per cuocere una specie di pappina che tutti da principio disprezzarono, ma poi la fame gli fece cambiare opinione.

 

Ercolina Mori, detta Nila, è stata durante la resistenza un'importante figura nelle brigate Mazzini della città di Milano, nome di battaglia “Villa”. Sposata con Gino Mori, nel dopoguerra fu attivissima organizzatrice del Partito repubblicano milanese.

 

Rita Torelli

 

Di questo periodo ricorda la rivalità tra la Valsesia e l'Oltrepò. Ricorda episodi che le sembravano buffi, come la fissazione di Moscatelli per le divise, altra espressione di uno spirito di corpo; il panno marrone da procurare, le mostrine e, per finire, le cartoline ricordo per le quali il fotografo si rifiutava di stampare il cliché, tanto che Marco Feletti dovette tirar fuori la pistola.

 

Alla Liberazione fu Carla Barbieri a portare l'ordine di entrare a Milano alle brigate dell'Oltrepò (con rabbia di quelle dell'Ossola che volevano arrivare per prime). Forse veniva privilegiato l'Oltrepò Pavese non solo perché erano più vicini, ma anche perché erano tutti Garibaldini.

 

In quel momento Rita fu mandata a Pavia e lì fu poi caricata su un camion dei partigiani che si dirigevano su Milano.

 

Rita Torelli nasce a Milano in una famiglia piccolo-borghese, il padre è un sarto anarchico che trascorre vent’anni in carcere. Iscritta al Partito comunista sin dal ’39, dopo l’armistizio Rita viene dapprima coinvolta nell’organizzazione dei Gruppi di difesa della donna, successivamente nei GAP. Nel giugno del 1944 si salva per un soffio dall’arresto: durante la perquisizione che lo precede, i fascisti intercettano 50.000 lire e propongono al padre uno scambio, immediatamente accettato. Da lì, ormai “bruciata”, viene spostata nell’Oltrepò.

 

Graziella Schiavoni

 

In tutto il periodo non le è mai successo nulla, viveva a casa con i genitori che erano d’accordo pienamente ed era tanto incosciente che non aveva neppure paura.

 

Il giorno prima della Liberazione, mentre Pizzoni era partito per Roma con Sogno a prendere importanti contatti, ricevette una telefonata nella notte da Poli Corsi, che le disse di andare al Collegio delle Stelline a prelevare Argenton e Cadorna per accompagnarli all’Arcivescovado. Poi, la notte seguente, un’altra telefonata da Pizzoni: “Stiamo arrivando, trovati domattina alle 6 a Palazzo Isimbardi in corso Monforte. Con Pizzoni e tutto il CLNAI rimase a Palazzo Isimbardi per le prime settimane successive alla Liberazione. Ricorda tra l’altro un baule di Mussolini che esaminò e poi fece mandare nelle casseforti del Credito; ricorda pacchi e pacchi di soldi dei fascisti; ricorda l’arrivo della prima Jeep (che strana macchina!) con il colonnello Vincent.

 

Graziella Schiavoni nasce a Milano e si laurea in lettere a Parigi. Grazie alle sue competenze di traduzione dall’inglese e dal francese, non solo collabora con Alfredo Pizzoni, direttore del Credito italiano e componente del CLNAI, ma tiene anche i contatti con membri del Number One Special Force alleato e con i vertici dello stesso CNLAI. Il 25 aprile è lei ad accompagnare il generale Mario Argenton in Arcivescovado per l’incontro, mediato dal cardinale Schuster, delle forze della Resistenza con Mussolini, prima della sua fuga. Sulla scalinata del palazzo avrebbe poi avuto luogo lo storico scambio di sguardi tra S. Pertini e il duce.

 

Lisli Carini Basso

 

Della Liberazione ricorda una gran confusione. La giornata del 25 si passò in via Porpora, in casa della Pina Palumbo, dove era il comando del PSIUP. A Lisli fu poi affidato un incarico particolare: recarsi in Valtellina ad ordinare ai partigiani di quella zona di uccidere Basile. Essi non lo fecero e dopo qualche anno quello ricomparve in auge. Ricorda anche che nello studio dell'avv. Craxi, padre di Bettino, Filippo Carpi disarmava i fascisti. Assistette anche, per la strada, a una scena con un gruppo di partigiani che prendevano a pugni e a calci un fascista; lei gridò, d'istinto: "Uccidetelo!" Poi rabbrividì d'aver detto una cosa simile.

 

Lisli Carini nasce a Edolo in una famiglia liberale e antifascista. Di se stessa e dei suoi rapporti con Lelio Basso, incontrato all’università e sposato nel 1932, racconta scherzando come, prima del matrimonio, avrebbe voluto portarlo dal notaio perché dichiarasse che lei era antifascista e atea ben prima di conoscerlo. Molto attiva durante la Resistenza, nei suoi racconti ricorre la preoccupazione per i tre figli e il marito.

 

 

Vanda Lopez

Alla Liberazione girava in bicicletta con la fascia tricolore al braccio e una gran gioia in cuore.

 

Nata ad Alessandria d’Egitto nel 1917, matura un antifascismo che si nutre di autonomia di pensiero e disgusto verso la retorica di regime; a questo si aggiungerà poi il rifiuto della guerra quando, con l’entrata dell’Italia nel conflitto, il marito sarà chiamato alle armi. Rientrata in Italia nel ’41, entra in contatto con un gruppo di socialisti che le propongono la lotta clandestina, proposta a cui, come lei racconta, aderisce con tutto il cuore.

 

Su sua richiesta il suo nome non compare nel libro di Alloisio e Gadola.

 

 

Sandra Piazza

 

Alla Liberazione ricorda la brutta impressione che le fece veder girare i nostri coi mitra sui grossi parafanghi delle macchine della polizia su cui pochi giorni prima avevano girato i fascisti come forsennati. Nell'insieme per lei fu una cosa triste, perché risultava ormai chiaro che la famosa rivoluzione non si sarebbe più fatta. Tante cose del partito che non le piacevano - e che aveva accettato in periodo di lotta per un senso di disciplina che le pareva indispensabile - ora le tornavano in mente. Non c'era più il Conca, con cui si era ripromessa di discutere tutto. Cominciò a litigare con i compagni su questioni di linea politica. Le fecero il processo: dichiararono che era trotzkista e "Titina", che era rimasta una borghese e la espulsero dal partito. "Sono io che me ne vado, non voi che mi cacciate", rispose. Del resto già aveva rifiutato di lavorare nell'UDI e aveva rifiutato altri incarichi che, per la verità, le erano stati offerti, perché lei voleva ancora fare la rivoluzione, non queste altre cose. Dice che tanto lei che i suoi avevano una gran confusione in testa; era stalinista e anche un po' anarchica.

 

Figlia di un socialista e di un’anarchica, viene educata alla libertà e all’autonomia di scelta. I suoi sono attivi nel Soccorso rosso, ma Sandra nutre una certa sfiducia nelle capacità organizzative sia dei socialisti che degli anarchici; si avvicina dunque al Partito comunista e sogna la rivoluzione. Alla Resistenza partecipa dapprima all’interno della propria famiglia, attivissima nella protezione degli ebrei e degli sbandati, poi, in modo più strutturato, con il Partito comunista.

 

Daria Malaguzzi Valeri Banfi

 

Il ragionier Piazza era un vero fenomeno. Qualunque cosa mi occorresse sapeva sempre procurarmela. Nell'agosto del '44 mi si disse di preparare 500 bracciali tricolori - evidentemente erano nell'illusione di una prossima fine della guerra - ma trovare il nastro tricolore mi riusciva troppo difficile; ebbene, Piazza me ne procurò tutto l'occorrente, dell'altezza necessaria e gratis! Feci confezionare i bracciali ma dovetti poi nasconderli fino al 25 Aprile 1945.

 

Daria Malaguzzi Valeri Banfi nasce nel 1883 a Reggio Emilia in una famiglia di tradizione aristocratica. Nel 1916 sposa A. Banfi, negli anni successivi si dedica alla scrittura giornalistica e saggistica; consegue però il successo con i libri per l’infanzia. Alla Resistenza, periodo per lei <<glorioso e tragico>>, prende parte mettendo a disposizione la sua casa e raccogliendo fondi, medicinali e viveri per i partigiani.

 

 

Mimma Quarti

Un ultimo episodio molto emozionante, ma positivo questo: la notte del 23 o 24 aprile 1945, durante la quale con Leo ed altri abbiamo preparato ed eseguito l'”assalto” della sede del “Popolo d'Italia”, per potere il giorno stesso della Liberazione, offrire ai milanesi il primo numero ufficiale dell'”Italia Libera”. In realtà non abbiamo trovato nessuna resistenza al giornale, ma nella strada si sparava dappertutto e l'atmosfera generale era terribilmente esaltante: gli atti “eroici” sono meravigliosi quando non si è soli davanti alla propria paura…

 

Quella di Mimma Quarti è una famiglia, come lei dice, “incondizionatamente antifascista”, legata ad Ada Rossi, moglie di Ernesto, e ad altri importanti antifascisti dell’epoca. Il suo antifascismo evolve da posizioni ribellistiche e imprudenti a collaborazioni più strutturate. Durante la Resistenza lavora al CLNAI agli ordini diretti di Ferruccio Parri.  

 

Mira Baldi

 

Nel periodo della Liberazione, sia prima che durante, e subito dopo, Mira svolse un ruolo molto importante. Innanzi tutto con i suoi compagni andò a liberare e ad occupare le scuole di via Vignola, dove erano insediati i fascisti, poi la caserma degli Alpini in Corso Italia. La notte tra il 24 e il 25 lei e Annamaria erano andati a dormire da amici, per non rischiare un arresto dell'ultima ora, con probabile esecuzione sommaria. Fu nominata responsabile dell'Ufficio di Polizia del suo distaccamento (sempre il 9° della 114ma brigata) e in tale veste […] comandò personalmente azioni di rastrellamento di criminali fascisti, “dimostrando di interpretare lodevolmente le direttive epurative”; il che significa che dovete procedere ad azioni armate e a esecuzioni sul posto nei casi previsti. Questo lavoro non le piaceva.

 

[…]

 

In seguito fu incaricata di presiedere Tribunali del Popolo; in questa sua funzione cercò sempre di usare di una certa clemenza, perché ordinare la fucilazione di un essere umano, per malvagio che fosse, le ripugnava profondamente. Ricorda l'episodio avvenuto quando la moglie di un partigiano, che era stata presa dai fascisti per vendetta e violentata da ben 12 di loro, chiamata a riconoscere uno dei colpevoli, un certo Fontana, gli si avventò contro e lo morse sulla testa fino a farlo sanguinare; richiamata all'ordine, chiese di potergli dare almeno due schiaffi. La cosa le fu accordata, e il locale risuonò dei due ceffoni più pesanti che mai si fossero sentiti. Occorre aggiungere che a questa povera donna dai fascisti si era presa la lue, oltre all'orrore e allo spavento.

 

Mira Baldi nasce nel 1911 in una ricca famiglia della nobiltà fiorentina. Il padre, un socialista perseguitato e più volte picchiato dai fascisti, muore quando Mira ha 17 anni; avendo già perso la madre si ritrova dunque orfana in giovane età. Nell’arco dei dieci anni successivi subisce persecuzioni e arresti senza alcuna motivazione se non le sue origini familiari, ed è costretta ad affrontare anche una difficile situazione economica. Si trasferisce perciò a Milano dove diventa operaia lavorando prima alla Innocenti, poi alla Montecatini. Qui entra in contatto con ambienti comunisti e avvia il lavoro clandestino che sarebbe proseguito dopo l’8 settembre.

 

 

Anna Gentili

 

Vengo intanto messa in "quarantena". Sono giorni terribili di inattività, senza poter uscire di casa, senza poter fare niente. Decido di tentare di andare in Valtellina per raggiungere le formazioni che con la buona stagione stanno risorgendo. Informo di questa decisione i compagni della Delegazione Comando che frattanto si era trasformata in Triumvirato Insurrezionale Lombardo: chi mi risponde è Fabio e mi dice testualmente che se mi muovo da Milano "saranno presi nei miei confronti provvedimenti disciplinari militari e politici". Ma io dovevo andare, dovevo portare alla 4° brigata d'assalto A. Gramsci la bandiera che avevano confezionato le compagne dei GDD del "mio" Settore. E decido di andare malgrado il divieto. Bisogna partire di notte perché di giorno i treni non vanno a causa dei mitragliamenti. Alla stazione non posso partire perché è interrotta la linea sul tratto Airuno-Calolzio. Ai posti di blocco non è prudente cercare mezzi di fortuna perché vi sono segnalate le persone ricercate.

 

E allora devo rimanere a Milano. I giorni non passano mai...

 

Finalmente il 24 aprile i tram si fermano e si sente nell'aria che è giunto il momento tanto atteso. Non ho contatti con i compagni perché, come ho detto sono in "quarantena" ma sapevo però quale era la parola d'ordine del partito: "In caso di insurrezione appoggiarsi alle fabbriche".

 

Io mi appoggiai alla Borletti che era una delle migliori fabbriche per il lavoro dei GDD.

 

 […]

 

 

La mattina del 25 aprile, mentre i combattimenti continuano per stroncare le ultime resistenze fasciste, la bandiera rossa viene issata e sventola su tutte le fabbriche.


                                              Dipinto di Dora Hitz, "Ragazza in un campo di papaveri", 1891

Chi ti descriverà luce divina che procedi immutata e immutabile dal mio sguardo redento? Tono del mio essere.

 

Poter essere e la mente che ti raggiunge ove di domandasse perché non ti rapisce all'Universo per innalzare meglio immantinente ti dissolverebbe. Non sia mai che io tolga la lanterna. Emanata dai fiori ogni grazia.

 

 

 

Alda Merini


Per avere luce

 

bisogna farsi crepa,

 

spaccarsi,

 

sminuzzarsi,

 

offrire.

 

Chandra Livia Candiani


Adesso

  

 

Adesso è forse il tempo della cura.

 

Dell’aver cura di noi, di dire

 

noi. Un molto largo pronome

 

in cui tenere insieme i vivi,

 

tutti: quelli che hanno occhi, quelli

 

che hanno ali, quelli con le radici

 

e con le foglie, quelli dentro i mari,

 

 e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria

 

e più di tutto lei, la feconda,

 

la misteriosa terra. È lì che finiremo.

 

Ci impasteremo insieme a tutti quelli

 

che sono stati prima. Terra saremo.

 

Guarda lì dove dialoga col cielo

 

con che sapienza e cura cresce un bosco.

 

Chi siamo noi? Apriamo gli occhi.

 

Ogni millimetro di cosmo pare

 

centro del cosmo, tanto è ben fatto

 

tanto è prodigioso.

 

 Chi siamo noi, ti chiedo, umane e umani? Perché pensiamo d’essere meglio di tutti gli altri?

 

Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati.

 

 Dovremmo innamorarci, credo. Sì.

 

Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo

 

vederlo. Non esser concentrati solo su noi. Il meglio nostro di specie

 

sta davanti, non nel passato. L’età dell’oro è un ricordo che viene

 

dal futuro. Diventeremo cosa? È una grande avventura, di spirito, di carne, di pensiero, un’ascesa ci aspetta.

 

Diremo io o noi? E quanto grande il noi quanto popolato?

Che delicata mano ci vuole ora, e che passo leggero, e mente acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo.

 

Impariamo dal fiore, dall’albero piantato, da chi vola. Cura d’ogni cosa. Tutto ci tiene in vita.

 

 Tutto fa di noi quello che siamo.

 

Mariangela Gualtieri


 

Il volto di Giada

 

 

Bella e tutta vittoria, dopo tanto passato,

dopo tanto errare e salire aspro,

bella, tutta salva la mia legge e compiuta,

e poi – la voce esitava – e poi un’acqua,

un’acqua misteriosa a sommergermi,

un’acqua non so non saprò mai,

il volto di giada non disse,

 

se d’oceano o d’oblio, tuttavia soave.

 

Sibilla Aleramo