Papi al servizio del popolo di Dio

Grazie Papa Francesco!

                                                          Poesia citata e amata da Papa Francesco

 

“C’era una volta un paesaggio che appariva col suo fiume i suoi animali, 

le sue nuvole, i suoi alberi.

A volte però, quando da nessuna parte si vedeva il paesaggio col suo fiume e i suoi alberi,

a queste cose toccava apparire nella mente di un ragazzo”.

“Del fiume fa’ il tuo sangue […].

Poi piantati, germoglia e cresci

che la tua radice si aggrappi alla terra perpetuamente,

e alla fine sii canoa, scialuppa, zattera, suolo, giara, stalla e uomo”.

 

Autore Javier Yglesias, titolo“Llamado”


Papa Leone XIV

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Encicliche

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Catechesi 2026- Papa Leone XIV

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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV

IN SPAGNA

(6-12 GIUGNO 2026)

 

SANTA MESSA, PROCESSIONE E BENEDIZIONE EUCARISTICA

 NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

 

OMELIA DEL SANTO PADRE

 

“Plaza de Cibeles” (Madrid)

Domenica, 7 giugno 2026

 

 

 

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,

carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà

fratelli e sorelle,

 

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

 

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

 

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.

 

Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.

 

Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.

 

Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.

 

Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.

 

Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce:  «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.

 

Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.

 

 

Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.


SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

 

PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza San Pietro

 Domenica, 31 maggio 2026

 

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Con la solennità di Pentecoste, una settimana fa, si è concluso il Tempo pasquale. Celebrando oggi il Mistero di Dio Trinità ci è offerta la possibilità di ripensare il cammino percorso, a partire dal suo centro: la vita di Dio che si è donata a noi in Gesù Cristo. Questa vita è una comunione dinamica, inesauribile, feconda, che ora ci coinvolge: lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è stato infatti riversato nei nostri cuori, così che nel mondo prende forma la Chiesa, sacramento di comunione, spazio di incontro, di amore e di vita in cui cielo e terra già si toccano.

 

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 3,16-18) ci presenta Nicodemo, una personalità di rilievo in Israele che sentì una profonda attrazione per Gesù. Infatti andò a trovarlo – di notte, per non essere visto –, desideroso di conoscere meglio questo misterioso Maestro e di porgli delle domande. Ospitandolo, il Signore diede importanza alla sua ricerca. Lo sorprese, suggerendogli che è possibile anche a un adulto rinascere; gli lasciò intuire che la vita di Dio avrebbe potuto trasformare la sua vita. Gesù parlò a Nicodemo dello Spirito Santo, illuminò la sua notte con la verità che nella festa di oggi risuona in tutte le nostre chiese: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (v. 16). E ancora: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (v. 17).

 

Carissimi, nel Mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, siamo a casa, come Nicodemo si sentì a casa presso Gesù. La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti: scopriamo che ogni creatura è fatta per la comunione, la relazione, l’incontro. E, per contrasto, comprendiamo perché le divisioni, le polarizzazioni, il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità.

 

Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo. Aveva ricevuto da Dio, attraverso Cristo stesso, lo Spirito della comunione, che apre il cuore alla nuova verità e alla vera novità. Chi non accoglie questo Spirito invecchia presto, nel lamento; si trova solo, non ha mai l’animo in festa. Oggi, invece, cari fratelli e sorelle, è festa! La festa di Dio è la nostra festa. Per questo San Paolo scrive ai Corinzi: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).

 

 

Ed ora, con la preghiera dell’Angelus, ci rivolgiamo alla Vergine Maria: nel suo “sì” alla divina Volontà fiorisca anche il nostro “sì” all’amore della Santissima Trinità.


SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

 

CAPPELLA PAPALE

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

 

Basilica di San Pietro

Domenica, 24 maggio 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

il Tempo di Pasqua raggiunge oggi, solennità di Pentecoste, il suo compimento. Per evidenziare l’unità di quest’evento di salvezza, il Vangelo ci porta nuovamente al “primo giorno della settimana” (cfr Gv 20,19), cioè a quel giorno nuovo nel quale Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro «le mani e il fianco» (v. 20). Il Signore rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre.

 

Al vedere il Signore, anche i discepoli tornano a vivere: si erano sepolti nel cenacolo pieni di paura, ma Gesù vi entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia. Egli passa attraverso la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c’era più via d’uscita. Al suo gesto, Cristo unisce la parola: «Pace a voi» (v. 19); e subito dopo alita sui discepoli lo Spirito Santo. Il Risorto è pieno di vita: dopo aver mostrato quella del corpo, come vero uomo, dona quella di Dio, come Figlio amato dal Padre, fatto per noi fratello e Redentore. Nello stesso cenacolo dove ha istituito l’alleanza nuova ed eterna, Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e, da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di risurrezione. Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi.

 

Celebrando questo mistero, vorrei soffermarmi su tre aspetti.

 

Anzitutto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace. Infatti, nella sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l’umanità, e lo Spirito Santo la infonde nei cuori e la diffonde nel mondo. Questa pace viene dal perdono e ci porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso. Sorprendendoci con il suo amore, proprio Lui, il risorto, dice: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Con queste parole Gesù ci affida un’opera divina, perché solo Dio può perdonare i peccati (cfr Mc 2,7). Tale autorità viene donata nel segno di una riconciliazione universale: il Signore effonde lo Spirito della pace da un capo all’altro della storia, perché non esclude nessuno Colui che ha redento tutti dalla morte. Lo Spirito Santo, infatti, è Signore e dà la vita sin dall’inizio della creazione, quando aleggiava sulle acque (cfr Gen 1,2), e ora, al suo riscatto, cambia la storia del mondo: davvero la Pentecoste si compie come festa del Patto nuovo, cioè dell’alleanza tra Dio e tutti i popoli della terra. Mentre il fragore dal cielo, il vento e le lingue di fuoco nel cenacolo ricordano gli antichi segni del Sinai (cfr At 2,2-3; Es 19,16-19), la santa legge di Dio viene scritta nei cuori, incisa dallo Spirito con caratteri d’amore nella carne di Cristo e nel suo corpo, che è la Chiesa.

 

Questa legge è il codice della pace: è il duplice comandamento dell’amore, che lo Spirito ci ricorda a ogni battito del cuore. Col nostro cuore possiamo perciò invocare: “Veni Sancte Spiritus”, perché Egli ci è già stato donato. Possiamo desiderarlo, perché ci è già stato promesso. Possiamo accoglierlo, perché Lui stesso è ospite dolce dell’anima.

 

Un secondo aspetto: lo Spirito del Risorto è lo Spirito della missione: «Come il Padre ha mandato me», dice il Signore, «anche io mando voi» (Gv 20,21). Veniamo così coinvolti nella missione di Gesù: quella di Colui che esce da Dio e a Dio ritorna con la potenza dello Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, con loro è adorato e glorificato, unico Dio. Lo Spirito Santo è la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione (cfr 2Cor 5,14). Mentre dà agli Apostoli il potere di esprimersi nella varietà delle lingue (cfr At 2,4), lo stesso Spirito insegna all’umanità la parola della salvezza. Ora che gli Apostoli hanno ricevuto il Soffio del Risorto dentro di sé, quest’annuncio viene dalla loro bocca, ha la voce di Pietro e di quanti sono con lui. Proprio nel giorno di Pentecoste gli Apostoli iniziano ad annunciare Gesù, crocifisso e risorto: le «grandi opere di Dio» (At 2,11) si riassumono tutte nella redenzione, che inizia con la fede. Infatti, la prima opera dello Spirito Santo in noi è la fede con la quale professiamo: «Gesù è Signore!» (1Cor 12,3). Questa fede vive e si esprime in ogni buona azione, in ogni atto di misericordia e di virtù. L’opera di Dio, dunque, siamo noi, che veniamo qui oggi da tutte le parti del mondo, invitati alla mensa del Signore, radunati nell’ascolto della sua parola e inviati a testimoniarla ovunque.

 

Carissimi, davvero noi siamo partecipi del Vangelo: tutta la Chiesa ne è protagonista, non solo custode. Con la forza dello Spirito, il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza, perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della terra (cfr Mt 5,13-14). Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo. Da una parte – lo vediamo bene –, ci sono cambiamenti che non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze. Dall’altra parte, invece, lo Spirito Santo illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. È così che trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione, trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi.

 

Questa missione inizia dicendo la verità di Dio e dell’uomo, perché lo Spirito del Risorto è lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). Il Signore stesso ce l’ha promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un’unità fondata sull’amore di Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, promuove sempre l’unità nella verità, perché suscita in noi comprensione, concordia e coerenza di vita. Come insegna Sant’Agostino, «lo Spirito Santo volle che questo fosse il segno della sua presenza» (Discorso 269,1): il dono di lingue che si capiscono nell’unica fede. Il Paraclito ci difende allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma dall’interno ogni cultura.

 

Lo Spirito del Risorto, infatti, non viene effuso una volta e poi basta, ma costantemente. Come l’Eucaristia è la presenza viva di Cristo, che sempre ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo, che ci fa cristiani; nella Cresima, che ci rende testimoni; nell’Ordine, che costituisce ministri e pastori per il popolo di Dio. In ogni Sacramento Egli è dator munerum, sorgente di santità che moltiplica doni e carismi nella preghiera, nelle opere di misericordia, nello studio della parola di Dio. Come insegna l’Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7). Proprio perciò siamo Chiesa, unico corpo che vive di Dio e serve il mondo. Grazie allo Spirito possiamo portare a tutti la pace vera, la verità che salva, cioè lo stesso Cristo Signore.

 

 

Carissimi, con cuore ardente, preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore. Preghiamo affinché liberi l’umanità dalla miseria, che viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono inesauribile. Preghiamolo di guarirci dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù. È questa la grazia che infonde coraggio agli Apostoli: lo infonda anche a noi, oggi e sempre, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa.


REGINA CAELI

 

Piazza San Pietro

Domenica, 24 maggio 2026

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

In questa Solennità della Pentecoste siamo chiamati a contemplare il dono dello Spirito Santo, effuso in abbondanza sulla Chiesa nascente e, oggi, nuovamente donato ai suoi membri, come luce e forza che li accompagna in ogni situazione della vita.

 

Possiamo soffermarci su un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia di oggi: lo Spirito apre le porte. Il Vangelo infatti ci dice che «erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e, al tempo stesso, il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta che lo Spirito arrivò come un vento impetuoso (cfr At 2,2), che aprì quelle porte, spinse i discepoli ad uscire e ad annunciare la Buona Notizia di Cristo risorto.

 

Possiamo chiederci anche oggi: quali porte apre lo Spirito Santo?

 

La prima porta è quella di Dio stesso, nel senso che ci apre l’accesso al mistero di Dio, così come si è rivelato in Gesù Cristo. Con il dono del suo Spirito, Dio ci dona la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture, si fa conoscere come vicino e ci permette di partecipare alla sua stessa vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare un’esperienza personale di Dio, a incontrarlo in Gesù e non solo nell’osservanza di una legge, a riconoscerlo in noi e a scoprire i segni della sua presenza nella vita quotidiana.

 

La seconda porta è quella del cenacolo, cioè della Chiesa. Senza il fuoco dello Spirito, la Chiesa rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano. Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere. Come ricordava Papa Francesco, siamo chiamati ad essere «una Chiesa che benedice e incoraggia […] una Chiesa dalle porte aperte a tutti» (Omelia nella Messa di apertura dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 4 ottobre 2023).

 

Infine, lo Spirito Santo apre le porte dei nostri cuori, aiutandoci a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi, e rendendoci capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi. Dove c’è lo Spirito del Signore nasce la fraternità tra le persone, i gruppi, i popoli della Terra, e tutti parlano l’unica lingua dell’amore, che unisce e armonizza le diversità.

 

Fratelli e sorelle, anche ai nostri giorni, specialmente in questo giorno di Pentecoste, dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse. Abbiamo bisogno di riscoprire Dio come Padre che ci ama, di edificare una Chiesa dove tutti si sentano a casa e di far crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli.

 

Come i primi discepoli, confidiamo nell’intercessione della Vergine Maria, Dimora dello Spirito Santo e Madre della Chiesa.

 

 

 

 

Dopo il Regina Caeli

 

Cari fratelli e sorelle,

 

ricorre oggi la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con grandissima devozione nel santuario di Sheshan, a Shanghai. Uniamo la nostra preghiera a quella dei Cattolici cinesi, come segno del nostro affetto per loro e della loro comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro. L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace. In particolare, invoco la pace eterna per le vittime dell’incidente avvenuto nei giorni scorsi in una miniera nel nord della Cina.

 

A Maria Santissima, Aiuto dei Cristiani, affidiamo anche le comunità cristiane della Terra Santa, del Libano e di tutto il Medio Oriente, che soffrono a causa della guerra.

 

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi!

 

In particolare, saluto il gruppo di persone con disabilità provenienti dalla Polonia; come pure i pellegrini venuti in bicicletta da Kelmis, in Belgio, complimenti!

 

 

A tutti auguro una buona domenica di Pentecoste


REGINA CAELI

 

Piazza San Pietro

Domenica, 17 maggio 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Oggi, in molti Paesi del mondo, si celebra la Solennità dell’Ascensione del Signore.

 

L’immagine di Gesù che – come dice il testo biblico (cfr At 1,1-11) –, elevandosi da terra, sale verso il Cielo, può farci percepire questo Mistero come un evento lontano. In realtà non è così. A Gesù, infatti, noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre. Sant’Agostino, in proposito, diceva: «Il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra» (Sermo 265, 1.2).

 

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua, in cui il Figlio di Dio «morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio pasquale I).

 

L’Ascensione, allora, non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio.

 

E di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via (cfr Gv 14,1-6). La troviamo in Gesù, nel dono della sua vita, nei suoi esempi e nei suoi insegnamenti, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli – come amava chiamarli Papa Francesco – “della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo.

 

Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, come dice san Paolo, tutto «quello che è vero […], giusto, […] amabile» (Fil 4,8) e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo «ascoltato e veduto» (v. 9), facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace.

 

Ci aiuti Maria, Regina del Cielo, che in ogni momento illumina e guida il nostro cammino.

 

 

 

Dopo il Regina Caeli

 

Cari fratelli e sorelle,

 

ricorre oggi, in diversi Paesi, la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema “Custodire voci e volti umani”. In quest’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica.

 

Da oggi a domenica prossima si svolge la Settimana Laudato si’, dedicata alla cura del creato e ispirata all’Enciclica di Papa Francesco. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi, ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio, con i fratelli e con tutte le creature. Purtroppo, in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono stati molto rallentati. Perciò incoraggio i membri del Movimento Laudato si’ e tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita!

 

Saluto tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi! In particolare do il benvenuto ad alcune Bande musicali provenienti dalla Germania, alla Confraternita “Sant’Antonu di u Monti” di Ajaccio e al gruppo di studenti dell’Università del Montana, negli Stati Uniti d’America.

 

Saluto i giovani di Oppido Mamertina, gli animatori di Lorenzaga in Diocesi di Concordia-Pordenone e i ragazzi della Cresima della Diocesi di Genova.

 

 

A tutti auguro una buona domenica!


PAPA LEONE XIV

 

REGINA CAELI

 

Piazza San Pietro

VI Domenica di Pasqua, 10 maggio 2026

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Oggi nel Vangelo abbiamo ascoltato alcune parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Mentre fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore, Cristo dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Quest’affermazione ci libera da un equivoco, cioè dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia. Osserviamo davvero i comandamenti, secondo la volontà di Dio, se riconosciamo il suo amore per noi, così come Cristo lo rivela al mondo. Le parole di Gesù sono allora un invito alla relazione, non un ricatto o una sospensione dubbiosa.

 

Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato (cfr Gv 13,34): è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore. Cristo stesso è il criterio, il canone dell’amore vero: quello fedele per sempre, puro e incondizionato. Quello che non conosce né “ma” né “forse”, quello che si dona senza voler possedere, quello che dà vita senza prendere nulla in cambio. Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi. Accade come per la vita: solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare. I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.

 

Proprio perché ci ama, il Signore non ci lascia soli nelle prove della vita: ci promette il Paraclito, cioè l’Avvocato difensore, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). È un dono che «il mondo non può ricevere» (ibid.), finché si ostina nel male che opprime il povero, esclude il debole, uccide l’innocente. Chi invece corrisponde all’amore che Gesù ha verso tutti, trova nello Spirito Santo un alleato che mai viene meno: «Voi lo conoscete – dice Gesù – perché Egli rimane presso di voi e sarà in voi» (ibid.). Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.

 

Offrendoci l’amore vero ed eterno, Gesù condivide con noi la sua identità di Figlio amato: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v. 20). Questa coinvolgente comunione di vita smentisce l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore. Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è «padre della menzogna» (Gv 8,44), che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.

 

Carissimi, pieni di gratitudine per questo dono, affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, Madre del Divino Amore.

 

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Dopo il Regina Caeli

 

Cari fratelli e sorelle,

 

ho appreso con preoccupazione le notizie sull’aumento delle violenze nella Regione del Sahel, in particolare in Ciad e in Mali, colpiti da recenti attacchi terroristici. Assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono. Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggio ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra.

 

Il 10 maggio, ogni anno, si celebra la “Giornata dell’amicizia copto-cattolica”. Rivolgo un saluto fraterno a Sua Santità Papa Tawadros II e assicuro la mia preghiera a tutta l’amata Chiesa copta, nella speranza che il nostro cammino di amicizia ci conduca all’unità perfetta in Cristo, che ci ha chiamato “amici” (cfr Gv 15,15).

 

Ed ora rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi! In particolare, saluto il gruppo “Guardie d’onore al Sacro Cuore di Gesù”, da varie città d’Italia, e i “Volontari per l’evangelizzazione” legati alla famiglia di Radio Maria; come pure l’Associazione di volontariato “Komen Italia”, impegnata per la prevenzione dei tumori al seno.

 

Desidero ringraziare per l’accoglienza che caratterizza il popolo delle Isole Canarie, per aver permesso l’arrivo della nave da crociera “Hondius” con i malati di hantavirus. Sono contento di potermi incontrare con voi il mese prossimo nella mia visita alle Isole.

 

 

E un pensiero speciale va oggi a tutte le mamme! Per intercessione di Maria, la Madre di Gesù e nostra, preghiamo con affetto e gratitudine per ogni mamma, specialmente per quelle che vivono in condizioni più difficili. Grazie! Che Dio vi benedica!


8 maggio- Madonna di Pompei

Pompei-Omelia Papa Leone XIV-8 maggio 2026

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PAPA LEONE XIV

 

REGINA CAELI

 

Piazza San Pietro

V Domenica di Pasqua, 3 maggio 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza.

 

Il Vangelo proclamato questa domenica (Gv 14,1-12) ci introduce nel dialogo del Maestro con i suoi durante l’Ultima Cena. In particolare, ascoltiamo una promessa che ci coinvolge fin da ora nel mistero della sua risurrezione. Gesù dice: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (v. 3). Gli Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno. Due di loro lo avevano sperimentato sin dal primo incontro con Gesù, presso il fiume Giordano, quando Lui si era accorto che lo seguivano e li aveva invitati a fermarsi quel pomeriggio a casa sua (cfr Gv 1,39). Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti. Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato.

 

Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva. Al contrario, ciò che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza. Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto. La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento.

 

«Abbiate fede», ci dice Gesù. Ecco il segreto! «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Proprio questa fede libera il nostro cuore dall’ansia di avere e di ottenere, dall’inganno di rincorrere un posto di prestigio per valere qualcosa. Ognuno ha già valore infinito nel mistero di Dio, che è la vera realtà. Amandoci l’un l’altro come Gesù ci ha amato, ci doniamo questa consapevolezza. È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro destino. Nell’amore, infatti, in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno scopre di essere unico.

 

Preghiamo allora Maria Santissima, Madre della Chiesa, perché ogni comunità cristiana sia una casa aperta a tutti e attenta a ciascuno.

 

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Dopo il Regina Caeli

 

Cari fratelli e sorelle,

 

è iniziato il mese di maggio: in tutta la Chiesa si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria nostra Madre, specialmente a pregare insieme il Rosario. Si rivive l’esperienza di quei giorni, tra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, quando i discepoli si ritrovavano nel Cenacolo a invocare lo Spirito Santo: Maria Santissima era in mezzo a loro e il suo cuore custodiva il fuoco che animava la preghiera di tutti. Vi affido le mie intenzioni, in particolare per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo.

 

Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’UNESCO. Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza.

 

 

Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da molti Paesi!


Festa del Buon Pastore-26 aprile 2026

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PAPA LEONE XIV

 

REGINA CAELI

 

Piazza San Pietro

IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026

 

 

Fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

 

Mentre proseguiamo il nostro cammino nel tempo pasquale, il Vangelo ci riporta oggi le parole di Gesù che paragona sé stesso a un pastore e poi alla porta dell’ovile (cfr Gv 10,1-10).

 

Gesù mette in contrapposizione il pastore e il ladro. Infatti, afferma: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante» (v. 1). E più avanti, in modo ancora più chiaro: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10). La differenza è chiara: il pastore ha un legame speciale con le sue pecore e, perciò, può entrare dalla porta dell’ovile; se uno invece ha bisogno di scavalcare il recinto, allora è certamente un ladro che vuole rubare le pecore.

 

Gesù ci sta dicendo di essere legato a noi da una relazione di amicizia: Egli ci conosce, ci chiama per nome, ci guida e, come fa il pastore con le sue pecore, ci viene a cercare quando ci perdiamo e fascia le nostre ferite quando siamo malati (cfr Ez 34,16). Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura. Chi si affida a Lui non ha nulla da temere: Egli non mortifica la nostra vita, ma viene per donarcela in abbondanza (cfr v. 10).

 

Fratelli e sorelle, siamo invitati a riflettere e soprattutto a vigilare sul recinto del nostro cuore e della nostra vita, perché chi vi entra può moltiplicare la gioia oppure, come un ladro, può rubarcela. I “ladri” possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche quei “ladri” che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità.

 

Possiamo interrogarci: da chi vogliamo farci guidare nella nostra vita? Quali sono i “ladri” che hanno provato a entrare nel nostro recinto? Ci sono riusciti, oppure siamo stati capaci di respingerli?

 

 

Oggi il Vangelo ci invita a fidarci del Signore: Lui non viene a rubarci nulla, anzi, è il Pastore buono, che moltiplica la vita e ce la offre in abbondanza. La Vergine Maria ci accompagni sempre nel nostro cammino e interceda per noi e per il mondo intero.


Riattivare Papa Francesco

 

21 aprile 2026- primo anniversario dalla morte di Papa Francesco 

 

Il gruppo dei cosiddetti «Nipoti di Maritain» è una sorta di collettivo di giovani studenti e studiosi di storia e teologia «aperti al personalismo cristiano e all’idea di una Chiesa meno arroccata in sé stessa, rispettosi del Magistero e fedeli al papa regnante, ma desiderosi di spingere un po’ più in là la riflessione su come si stia insieme come Popolo di Dio». Nel 2021 il collettivo ha pubblicato un primo volume sul Gesù Storico, l’anno scorso su Paolo di Tarso e quest’anno si è occupato di Papa Francesco a un anno dalla sua scomparsa. Tre curatori «scelti» nella redazione di «Nipoti» (Piotr Zygulski, Andrea Bosio e Lucandrea Massaro) hanno lavorato al volume Riattivare papa Francesco (Effatà Editrice, 2026) con l’intenzione di valutare – grazie al contributo di tanti teologi italiani e internazionali – cosa ha «funzionato» e cosa no del pontificato concluso un anno fa. Riprendiamo di seguito l’Editoriale dei tre curatori.

 

 

 

È passato un anno dalla fine del pontificato di Jorge Mario Bergoglio ed è un tempo insufficiente per poterne tracciare un profilo con gli strumenti del metodo storico. Raccontare vicende e personaggi contemporanei è una sfida più impegnativa rispetto a quanto sarà in mano ai posteri; su questo, concordiamo con l’Eric Hobsbawm del Secolo breve che non si possa «raccontare l’età della propria vita allo stesso modo in cui si può (e si deve) scrivere la storia di periodi conosciuti solo […] attraverso le fonti dell’epoca e le opere degli storici successivi». Abbiamo provato a fare nostra questa lezione, sia nel pianificare il volume, sia nel camminare con i molti autori che si sono impegnati ad arricchirne le pagine.

 

Con Riattivare il Gesù storico (2021) abbiamo voluto diffondere al grande pubblico le acquisizioni accademiche sull’ebreo di Nazaret e con Riattivare Paolo di Tarso (2025) abbiamo promosso un aggiornamento degli studi paolini nostrani alla recente prospettiva within Judaism, rileggendo l’Apostolo delle genti – anch’egli, come Gesù, ebreo per sempre – nel suo contesto vitale: il giudaismo del Secondo Tempio. Ma, se da Gesù e Paolo ci separano due millenni di interpretazioni, controversie e teologie che rendono più comprensibile l’esigenza di una loro riattivazione, lo stesso non si può certamente dire per papa Francesco, che ci ha lasciato da poco.

 

Perché riattivare proprio papa Francesco? L’idea di un volume sul penultimo vescovo di Roma è balenata il giorno stesso dei funerali all’interno della redazione di Nipoti di Maritain che – avendo a cuore il cattolicesimo sociale, il personalismo e l’attualità ecclesiale – è stata interrogata moltissimo dal recente pontificato di Bergoglio. La proposta ha immediatamente incontrato il favore degli amici di Effatà, l’editrice che da svariati anni ormai cura l’impaginazione e la pubblicazione della nostra rivista. Ma perché già riattivarlo? Non è troppo presto? Anche noi avevamo il timore di pronunciare prematuramente un verbo così impegnativo, quindi ci siamo confrontati su possibili alternative.

 

Eppure, con il delinearsi della proposta e con il sostegno di chi ha collaborato al volume, ci siamo convinti che riattivare fosse proprio il termine giusto, e non solo per dare continuità alle nostre monografie. Troppe voci hanno infatti insistito per rimarcare la discontinuità tra Leone XIV e Francesco, espressione di un auspicio – da parte di alcune frange – di archiviare il pontificato di Bergoglio come una parentesi estemporanea, l’eccezione senza mozzetta rossa, un mal sopportato intervallo tanguero, esclusivamente “pastorale”; aggettivo, questo, sottolineato anche per il Concilio Vaticano II da chi non intende accettarne i cambiamenti dottrinali. Scusandoci per l’interruzione, adesso si tornerebbe a fare sul serio. Caso archiviato.

 

Di qui l’esigenza di riattivare, anche per non imbalsamare Francesco. Questo numero non vuole essere un’agiografia: lo abbiamo dichiarato sin dalla call for papers, alla quale molti hanno risposto con entusiasmo.

 

Per questo intendiamo portare alla luce tanto gli aspetti profetici da rilanciare, quanto le incertezze e le contraddizioni che hanno segnato i dodici anni del pontificato del vescovo gesuita venuto dall’Argentina.

 

Consapevoli del rischio di mitizzare o canonizzare anzitempo Bergoglio e Francesco, narrando esclusivamente ciò che abbiamo apprezzato, i nostri autori ci aiutano anche a esplicitare i limiti del pontificato.

 

Imbalsamazioni e canonizzazioni, del resto, vanno di pari passo, e sono i mezzi ecclesiali più frequenti per disattivare la profetica poliedricità di un cristiano.

 

La genesi della presente pubblicazione ha messo in discussione molte delle costruzioni che ci eravamo dati. Francesco è stato per molti di noi il Papa della giovinezza diventata adulta e dell’impegno ecclesiale, talvolta vissuto per la prima volta, talvolta riscoperto dopo periodi di silenzio e orante attesa. Ma è stato anche, per il mondo intero, il Papa del cambiamento d’epoca, l’uomo che ha impresso un marchio a un decennio in cui molte delle quiete convinzioni in cui eravamo cresciuti – in cui ci siamo cullati – hanno cessato di esistere o si sono profondamente trasformate. La franchezza che attendevamo ha risuonato nelle parole che egli ha rivolto alla Curia romana il 21 dicembre 2019:

 

«Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire dal centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica».

 

Siamo consapevoli di essere «in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente» ogni aspetto della società. Il pontificato di Francesco è stato parte integrante e integrale di questo cambiamento, ma rimane anche, una volta concluso, una bussola per orientarci. La prima coordinata che contraddistingue il nostro volume è la processualità. Come usava dire Francesco, occorre avviare processi, non occupare spazi.

 

Non saremo noi a dire l’ultima parola sul pontificato di Bergoglio. Tutt’altro. Adesso, mentre si deposita la polvere, sarà possibile farne un bilancio più equo, al contempo lasciando a Leone lo spazio che merita; sarà, in fondo, la sua azione di vescovo di Roma a determinare cosa del suo predecessore resterà maggiormente.

 

Come con il nostro caro Jacques Maritain, del quale osiamo dirci indegni nipoti, ci sentiamo custodi di un giardino che ha ancora molte stagioni davanti, più che archeologi interessati a un passato concluso o architetti di un futuro di nostra esclusiva proprietà. Anche per questo, teniamo a ribadire come il pontificato di Bergoglio abbia coltivato la continuità dei processi già avviati, con il magistero pontificio che, in questi anni, ha pronunciato parole importanti su pena di morte e proprietà privata; se, da una parte, si è giunti alla consapevolezza dell’assoluta anti-evangelicità della pena capitale, senza esclusioni, dall’altra è stato ribadito come la proprietà sia un diritto importante, sì, ma secondario, muovendosi in entrambi i campi nello sviluppo lineare di quanto è stato affermato dai predecessori.

 

Una seconda lettura cui abbiamo tenuto molto è quella degli ultimi, fulcro del pontificato di Francesco, ma anzitutto del Vangelo. Bergoglio l’ha posta nel cuore già con la scelta del nome e, appena due giorni dopo l’elezione, aveva raccontato del suo desiderio di una Chiesa povera e per i poveri.

 

Questo passaggio ha un profumo latino-americano: sottotraccia, si scorge la certezza che il processo storico di liberazione del Popolo di Dio, a partire dai suoi margini, non può essere separato dal discorso su Dio, come diceva Gustavo Gutiérrez.

 

Ma questa apertura è stata anche vitalizzata da una lunga – e tutt’altro che conclusa – riflessione sul ruolo delle donne e delle minoranze nella Chiesa.

 

Un terzo punto, anche questo non conclusivo, è quasi il naturale svolgersi dei precedenti: la sinodalità è una delle eredità più solide e feconde del pontificato di Francesco. Ci sono acquisizioni dalle quali non vi è ritorno, se non a costo di pesanti sconfessioni: l’avvio dei cammini sinodali e la parresia che è stata chiesta alle persone coinvolte – non solo vescovi e preti, anzi – rimangono un solido passo che avanza ben oltre la soglia dell’avvio dei processi, ma ne sostanzia una parte iniziale del cammino.

 

Anche la suddivisione del volume è frutto di un processo condiviso che parte dall’ascolto di un dato di realtà. Ci è sembrato infatti che gli articoli pervenuti tendessero spontaneamente a gravitare verso alcune parole chiave. Cogliendo anche interessanti rimandi interni che rendono possibile una certa contaminazione tra i contributi, ciascun termine nella sua porosità è una possibile finestra per raccontare papa Francesco.

 

La narrazione del pontificato apre il percorso. Come ogni racconto, comincia all’alba: è quella che Antonello Carvigiani percorre per ricostruire il clima del conclave del 2013, segnato dagli scandali che affliggevano la Chiesa cattolica ma pure dal discorso del cardinal Bergoglio alle Congregazioni generali, con il suo invito a uscire dall’autoreferenzialità per andare incontro alle periferie geografiche ed esistenziali. Riecheggiando quell’intervento che “condannò” il gesuita argentino al pontificato, è di Franco Ferrari la riflessione attorno alla consapevolezza che la Chiesa non può non essere sinodale.

 

Francesco ha promosso la sinodalità quale conversione del modo di essere Chiesa – Popolo di Dio in cammino, come già proclamava la Lumen gentium – e privilegiando l’inaugurazione di processi piuttosto che l’occupazione di spazi di potere. Ascoltiamo quindi Teresa Forcades, che, attraverso i documenti del magistero di Francesco, ne ripercorre i tratti fondamentali – centralità della misericordia, della tenerezza e della gioia nell’annuncio cristiano, riforma ecclesiale sinodale, denuncia di rigidità clericali e di un’economia che uccide, attenzione agli scartati ed ecologia integrale – rilevandone alcune battute d’arresto. Con Carlo Pizzocaro si esplicitano le domande sui principali limiti del pontificato: svariate intuizioni hanno incontrato mancate realizzazioni o si fondano su istanze ancora traballanti; ma proprio i limiti sono una provocazione per rendere effettiva, senza forzature ideologiche, la sinodalità. La sezione culmina con il saggio di Vincenzo Rosito, che della processualità – quasi a rispondere a Pizzocaro – fa una chiave di lettura della svolta bergogliana.

 

La Chiesa apprende quando presta attenzione nel camminare insieme, aggiustandosi nel dinamismo della realtà, laddove, di fronte a una pluralità di significati possibili, ogni soggetto apporta improvvisazioni nel quadro di una tessitura collettiva. La processualità agisce pertanto come linguaggio per narrare l’esperienza ecclesiale.

 

Proprio ai linguaggi è dedicata la sezione successiva. Si comincia con quello dei gesti di Francesco e con il loro impatto, che nell’analisi di Alessandro Raso incarnano un vero magistero, radicato nell’arte dell’accompagnamento di Gesù, maestro di improvvisazione:

 

l’abbraccio, il toccare e il protendersi del corpo del pontefice verso gli emarginati sono un lessico efficace per annunciare la vicinanza di Dio. Al linguaggio delle arti è dedicato l’articolo di Luca Bernardini, che sottolinea la portata storica della visita alla Biennale di Venezia: la scelta di allestire il Padiglione della Santa Sede in un carcere femminile unisce arte, marginalità e spiritualità, nella cura reciproca tra detenute e visitatori.

 

Anche Bernardini parla di un magistero implicito: Francesco valorizzava gli aspetti etici e sociali dell’esperienza artistica, vista come trasformativa, risanante e profetica. Altri tre contributi sondano le radici culturali, letterarie e poetiche: Vincenzo Romano rileva gli echi ambrosiani nell’insegnamento di Francesco, e nello specifico nell’idea di misericordia, di Eucaristia come medicina e di Chiesa come luogo della cura; Jacopo Angelo Spanò fa dialogare Bergoglio con Dante sul tema della misericordia, intesa come volontà di liberazione dal male e dalla cupidigia che lo genera; Eni Demneri, infine, sonda come il linguaggio poetico introduca a una più ricca conoscenza affettiva, significativa e trasfigurativa del reale, nonché dell’umanità di Gesù.

 

L’autrice mostra che Francesco aveva menzionato pure Raïssa Maritain, la poetessa che sposò Jacques, entrambi affascinati dalle correspondances di Baudelaire, sul crocevia tra sentimento e intelletto.

 

Proprio da Maritain si sviluppano i primi due contributi della terza sezione, dedicata al pensare. Lorenzo Banducci vede nell’ecologia integrale di Francesco l’attualizzazione dell’umanesimo integrale, dilatato alla più vasta interconnessione ambientale, cioè estendendo la cura per la “città fraterna” a quella della “casa comune”, entrambe minate dal capitalismo disumanizzante. Mattia Vicentini, dal canto suo, colloca la visione antropologica del gesuita argentino nel personalismo di Maritain: la persona umana è un essere in relazione con l’a/Alterità; il cristiano evangelizza vivendo la propria imperfezione condividendola con gli altri e crescendo insieme nella reciprocità. Gabriele Laganaro ci traghetta dal rapporto fede/ragione nella Lumen fidei, abbozzata da Benedetto XVI, alla concretizzazione della parte conclusiva dell’enciclica, nella quale Francesco sottolinea che la luce della fede è al servizio del bene comune, dalla famiglia all’intera società. Se il predecessore era stato considerato divisivo per «eccesso di verità», il pontefice argentino – scrive Paolo Pera – sarebbe stato divisivo per «eccesso di carità». Nella kenosi di un papato che si svuota per vivere relazioni di cura, l’autore accosta Bergoglio a Vattimo, evidenziando una comune ispirazione heideggeriana, nel caso del pontefice attraverso la mediazione di Romano Guardini. È lecito domandarsi se Bergoglio sia ascrivibile al “pensiero debole”, ma non v’è dubbio che abbia dedicato attenzione alle persone deboli e fragili. Qui interviene Roberto Oliva, che indica la categoria di fragilità, usata da Francesco per abitare il cambiamento d’epoca, come cifra interpretativa del suo pontificato. Anche Oliva si richiama a Vattimo, definendo il modello ecclesiale bergogliano come “debole”: non violento, ospitale e consapevole della propria parzialità nello spazio pubblico plurale, luogo in cui è possibile essere tutti fratelli e sorelle a partire dal riconoscimento della comune fragilità.

 

Il pensiero di Francesco ha ridisegnato il modo di stare sia nelle dinamiche ecclesiali, sia nei legami umani. Siamo così introdotti nella sezione relazioni, che saggia l’impatto del pontificato sulle questioni famigliari, sociali e di genere.

 

Andrea Grillo ricostruisce il travaglio storico per giungere ad Amoris laetitia, che ha spostato l’accento dagli aspetti normativi concernenti la regolarità del matrimonio all’integrazione delle situazioni affettive reali: urge ora una recezione canonica di tale svolta. Ma di “cambio di paradigma” parla anche Giulia Battigaglia, precisamente riguardo il modo in cui viene intesa la ricerca pastorale e sociale sulla famiglia e l’educazione. Anche in questo caso, si parte dal dato di realtà, nella sua fragilità, da interpretare con un discernimento personale fondato sulla misericordia.

 

Il metodo è sempre quello del camminare insieme: ascolto, accompagnamento e integrazione delle esperienze in una teologia radicata nella vita concreta. Altre donne scrivono più specificamente sulle questioni di genere. Francesca Capalbo si sofferma sul riconoscimento da parte di papa Francesco dello specifico femminile, nonché sugli incarichi di responsabilità affidati per la prima volta a delle donne. Carmelina Chiara Canta ripercorre la storia di questo empowerment, evidenziandone criticità e contraddizioni, ma nella convinzione che sarà difficile retrocedere dai principali percorsi avviati. Infine, la teologa Maria Bianco si sofferma sulla nota 41 a margine della Laudate Deum che, menzionando la filosofa Haroway, aprirebbe l’ecologia integrale a una prospettiva eco-femminista all’insegna della co-appartenenza.

 

Tale sguardo globale ci spalanca la sezione che si affaccia su alcuni mondi che Francesco ha vissuto e che ci lascia in eredità. Luca Carbone vede nel pontificato bergogliano la realizzazione del farsi dialogo della Chiesa stessa, come auspicava Paolo VI: aprirsi all’altro è precondizione per imparare, costruire la pace e vivere la fraternità universale. Anche nell’articolo di Giuseppe Tramontin, che delinea l’ecumenismo spirituale incoraggiato da Francesco, l’incedere è sinodale: pregare insieme, impegnarsi insieme, procedere insieme. La concretezza delle amicizie, superando le divisioni confessionali, è occasione per un incontro condiviso con il Risorto e per una testimonianza cristiana comune. Gli ultimi due articoli spiegano infine come la visione di Bergoglio sia stata messa alla prova nel contesto geopolitico, e nello specifico in due scenari periferici rispetto al mondo occidentale: i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, illustrati da Orazio Maria Gnerre; la questione palestinese, con Andrea Di Lenardo che rievoca l’empatica vicinanza di Francesco alla popolazione di Gaza, le reazioni suscitate dalla sua condanna del genocidio commesso dalle forze israeliane e il ricordo commosso dei palestinesi.

 

La seconda parte del volume racconta il pontificato di Francesco attraverso una serie di interviste; le voci narranti provengono da diversi luoghi del globo e appartengono a differenti tradizioni e sensibilità spirituali. Troverete quindi – in ordine alfabetico – teologhe ed esegeti, benedettini, francescani e gesuiti, cattolici e riformati. Francesco viene descritto come un «papa di strada» (Massimo Faggioli), un «parroco globale» (Fulvio Ferrario) «con l’odore delle pecore» (Massimo Fusarelli), in quanto «pastore dei poveri e degli oppressi» (Anselm Grün). Francesco, «instancabile testimone dell’evangelo del bene» (Lidia Maggi), con «semplicità evangelica» (Gilles Routhier) è stato capace di «accorciare le distanze aprendo processi» (Bernardo Gianni), anche di «ecumenismo pastorale» (Antje Jackelén). Il «cambio d’epoca» di Francesco è stato descritto nei termini di uno «tsunami» (Geraldina Boni), di una «ventata d’aria fresca» (Cettina Militello) o di una «porta aperta» (Antonio Spadaro). I loro ricordi personali riportano episodi di grande umanità, come telefonate improvvise (Massimo Borghesi), incontri semplici e spontanei gesti di tenerezza di un «buon cristiano» (Severino Dianich).

 

Tra i limiti del pontificato, gli esperti intervistati segnalano parole fuori luogo, scelte umorali, atteggiamenti che di sinodale hanno avuto ben poco e attuazioni incomplete delle riforme. Un’area di criticità riguarda la questione femminile, come rilevano Severino Dianich, Cettina Militello, Linda Pocher e Juan José Tamayo Acosta. Nell’ottica della processualità, ci rendiamo conto che pure Bergoglio ha dovuto apprendere a fare il papa. Il suo agire pastorale e magisteriale è stato spesso polarizzante; probabilmente è stato necessario a risvegliare gli animi per uscire dal tiepidume che caratterizza gli ambienti ecclesiali più perbenisti o abitudinari. Alla lunga, tuttavia, spalancare la porta senza attraversarla (come dice Dianich), nonché l’uso più del bastone che della carota nei confronti dei preti (così riscontra il cardinale Radcliffe) ha generato insofferenza. Questa sembra essersi un po’ placata con l’elezione di Leone XIV.

 

Robert Francis Prevost, ricordano i suoi confratelli, non ha il feticismo delle vesti sacre. Ma la sinodalità val bene una mozzetta; e, da pragmatico americano, se può bastare un minimo di formalità estetica per far riprendere il cammino anche a chi sino al giorno prima si era opposto all’informale Francesco, ben venga. Dopo lo scombussolamento bergogliano, si vociferava di un ipotetico consolidatore delle riforme: una voce rassicurante per presbiteri e canonisti, capace di rendere maggiormente concreta la profezia di Francesco, un po’ come Paolo VI con il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII. Leone, tra l’altro, pare avere uno stile di leadership ancora più sinodale, collegiale e defilata rispetto al populismo presenzialista del pontefice argentino. L’eredità che Francesco lascia al suo successore è dunque complessa, segnata da tensioni e paradossi: prossimità evangelica e decisioni autoritarie, immediatezza comunicativa e fraintendimenti, aperture simboliche e limiti strutturali.

 

Eppure, apprendendo dai passi falsi, la feconda «inquietudine» di Bergoglio – come l’ha definita Bernardo Gianni – merita di essere riattivata. In fondo, l’eredità di papa Francesco non consiste tanto in un sistema dottrinale o in una riforma specifica, quanto nell’avvio di processi che hanno impresso una direzione decisiva alla Chiesa. Ora possiamo vivere, senza timore, la responsabilità di interrogarci, discernere e affrontare insieme le questioni aperte. Anche dal suo stesso pontificato.

 

«Dipingere il Papa come una sorta di Superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale», disse Francesco nel 2014 al Corriere della Sera. Consapevoli di ciò, abbiamo voluto in copertina una delle opere di street art che hanno colto le vibes del pontificato facendo indossare a Francesco la tuta del supereroe. Alla domanda se egli lo sia stato davvero, pur con la propria kryptonite, lasciamo la risposta alla storia e al lettore.

 

 

Perché ogni personaggio storico – e Francesco di certo lo è – appartiene innanzitutto a chi lo vive.


Papa Leone XIV in Algeria (nei luoghi di Sant'Agostino 13-15 aprile 2026)

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Il Papa sui passi di Agostino: «Dio è straziato dalle guerre e non sta con i prepotenti»

 

 Giacomo Gambassi ad Annaba

 

 

In Algeria la tappa ad Annaba, nell’antica Ippona, dove il dottore della Chiesa è stato vescovo. Una giornata familiare per Leone XIV nella terra del “suo” santo. Fra i resti romani pianta l’ulivo per la pace. L’appello a cristiani e musulmani a «vivere insieme nella fraternità». Nella Messa l’invito: è possibile un futuro di giustizia e di pace anche in mezzo a insidie e tribolazioni

 

 

 

 

La stretta di mano è calorosa. Salah Bouchemel sorride come anche il Papa che ha davanti a sé. Gli ha appena parlato in arabo, raccontando di essere un algerino musulmano che vive in mezzo ai cristiani. Ospite della casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei poveri, congregazione che in tutto il mondo è accanto alla terza età. «Ogni giorno viviamo insieme – spiega a Leone XIV -. Qui ognuno è libero di praticare la propria religione, che sia l’islam o il cristianesimo. Questa differenza non ci separa ma ci aiuta a vivere nel rispetto e nella pace». Parla con il Pontefice ad Annaba, l’antica Ippona, città che lega il suo nome ad Agostino che qui è stato vescovo. Leone XIV la visita nella sua seconda giornata in Algeria, all’interno del viaggio di undici giorni in Africa che è cominciato lunedì e che lo porterà in quattro Paesi del continente. Un’ora di volo da Algeri ad Annaba per visitare i luoghi del santo di cui il Papa è «figlio», come ha detto nel giorno della sua elezione, quasi un anno fa. Ma anche per abbracciare i più fragili. E continuare a lanciare il suo messaggio di riconciliazione fra i popoli in cui il dialogo fra le fedi gioca un ruolo cruciale. «Penso che il Signore, dal cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza», afferma davanti agli anziani. Sì, aggiunge, «perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno». E, prima del congedo da Annaba, terrà a far sapere che «l’attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio». Poi avvertirà: «Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione».

 

 

Ancora una giornata sotto la pioggia per il Pontefice. Anche nel sito archeologico dove entra al mattino. “Tour” tagliato per la bufera che lo accoglie. Avrebbe dovuto essere un momento intimo sui passi del santo che scandisce il suo pontificato. E il Papa doveva camminare fra le pietre calcate da Agostino che dal 396 al 430, anno della morte, ha svolto il suo ministero episcopale nella città-porto fondata dai Fenici sulla costa nord-orientale dell’Algeria, non distante dal confine con la Tunisia. Ma si limita a un gesto sotto i tendoni: con il volto emozionato e commosso, depone una corona di fiori vicino ai resti della “Basilica Pacis” in cui il futuro dottore della Chiesa battezzava; prega in silenzio fra le vestigia della città romana; e pianta con gli scout un ulivo che richiama sia la pace, sia le radici dell’autore delle “Confessioni”.

 

 

 

È blindata Annaba mentre dà il benvenuto al primo Papa che la visita (e visita l’Algeria). Papa agostiniano che si ferma anche nella casa della comunità agostiniana formata da tre consacrati africani dove incontra la sua “famiglia” religiosa per un confronto a porta chiuse, come era solito fare anche papa Francesco con i confratelli gesuiti durante i suoi viaggi internazionali. Robert Prevost era stato in città «già due volte, nel 2001 e nel 2013», aveva detto in apertura del viaggio. E avevo aggiunto: «Adesso sono grato alla Provvidenza divina perché, secondo il suo misterioso disegno, ha disposto che vi tornassi come successore di Pietro. Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli». Lo testimonia anche la Basilica di Sant’Agostino dove Leone XIV presiede la Messa nel pomeriggio. Sorta a cavallo fra Ottocento e Novecento sul promontorio della città e rinaugurata nel 2013 dopo un imponente restauro, a cui aveva contribuito anche Benedetto XVI con una donazione personale, è crocevia di incontro fra le fedi. «Qui lei trova fratelli e sorelle cristiani e musulmani ispirati o incuriositi dalla figura, dalla vita o dagli scritti di Agostino – dice al Papa il vescovo di Constantine, Michel Guillaud –. E sono felici di accoglierla come compagno di cammino e come guida spirituale che si prende cura di tutti». A conferma di quanto aveva evidenziato il Pontefice nel volo da Roma ad Algeri quando aveva definito il “suo” santo un «ponte» fra le genti.

 

 

 

«Prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione», spiega durante la celebrazione, raccontando la «rinascita» di Agostino «provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica». E ribadisce che «davvero la nostra vita può ricominciare da capo», anche quando «ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace e di salvezza» in mezzo a «problemi, insidie e tribolazioni». Ancora una volta il Papa invita a non essere «sfiduciati». Perché il Signore «desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita che inizia con la fede». E la Chiesa è «grembo accogliente per tutti i popoli della terra» che è tenuta a far sì che «dove c’è disperanza accenda speranza, dove c’è miseria porti dignità, dove c’è conflitto porti riconciliazione». Missione che riassume le urgenze care a Leone XIV, al centro anche del viaggio in Africa. Del resto, chiarisce, «soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione i cristiani hanno come codice fondamentale la carità». Ai pastori ricorda che il «primo compito» è «dare testimonianza di Dio al mondo, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso». E alla comunità ecclesiale affida la sfida della «concordia» perché la Chiesa «non si basa su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede». E anche «ogni riforma ecclesiale» deve iniziare «dal cuore».


In Algeria Leone XIV omaggia Sant’Agostino

 

 

M.Michela Nicolais

 

 

La seconda e ultima giornata del viaggio del Papa in Algeria è un omaggio di un figlio al proprio padre spirituale: Sant'Agostino, vescovo di Ippona, oggi Annaba, per oltre trent'anni. All'insegna della speranza l'omelia della messa nella basilica intitolata al santo di Tagaste

 

 

Il Papa che, sotto una pioggia battente, depone una corona di fiori bianchi e gialli e sosta, commosso e grato, in una preghiera silenziosa, prima di far simbolicamente rifiorire le rovine dell’antica Ippona, oggi Annaba, piantando un ulivo che si preannuncia rigoglioso. È l’omaggio di un figlio a un padre, il culmine e nello stesso tempo la sintesi del viaggio di Leone XIV in Algeria, il cui secondo giorno è un omaggio ai luoghi di Sant’Agostino, visitati altre due volte dal figlio spirituale del vescovo di Ippona, nel 2001 e nel 2013. Nelle altre due occasioni Leone era in veste di Priore generale degli Agostiniani, oggi è in quella del primo successore di Pietro a visitare il Paese che ha dato i natali a uno dei Padri della Chiesa maggiormente conosciuti e studiati nel mondo. Dopo la visita al sito archeologico di Ippona, la seconda e ultima giornata del viaggio apostolico in Africa è proseguita con la visita alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri, situata sulla collina di Annaba, a fianco della basilica di Sant’Agostino, e dedicata all’accoglienza e all’assistenza di circa 40 anziani, bisognosi o senza famiglia, senza distinzioni di religione, in un Paese di 48 milioni di abitanti in cui i musulmani rappresentano il 99% della popolazione. Nel pomeriggio, la messa nella basilica di Sant’Agostino, nel cui abside si trova la statua reliquiaria contenente l’ulna del suo braccio destro, portata ad Annaba nel 1842 dal primo vescovo di Algeri, mons. Antoine Adolphe Dupush, che la chiese in dono a Pavia, dove dall’VIII secolo sono custodite le spoglie mortali del santo di Tagaste. All’interno della basilica, una serie di vetrate ne raffigura la vita.

 

“Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne”,

 

il saluto durante la visita alla Casa delle Piccole Sorelle: “Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi”, ha assicurato Leone XIV: “il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel servizio quotidiano, nell’amicizia, nel vivere insieme. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza!”.

 

E intrisa di speranza è anche l’omelia pronunciata nella basilica di Sant’Agostino.

 

“Quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare?”,

 

il suggerimento valido anche per l’oggi. “Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo?”, si è chiesto il Pontefice: “Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza”. “Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi”, ha assicurato Leone: “Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo”. “Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore”, ha affermato il Papa: “Sant’Agostino ce ne offre l’esempio:

prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione.

 

In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: ‘Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te”.

 

La Chiesa “è grembo accogliente per tutti i popoli della terra”: è questo, come si legge negli Atti degli Apostoli, lo stile della Chiesa primitiva e l’“autentico criterio di riforma ecclesiale”: “una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace”, all’insegna della concordia. “La Chiesa nascente non si basa su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra”, il ritratto del Pontefice: “Soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi”. Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, “la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”, ha osservato Leone XIV. “Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dare testimonianza di Dio al mondo con un **cuor** solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso”,

il mandato del Papa, in modo da essere “messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo”. “In questa terra, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo”, la consegna finale, nella terra dove 1600 anni fa Sant’Agostino è stato vescovo per 35 anni, dal 396 fino alla sua morte, nel 430: “La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo”.


Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della Pace-Basilica San Pietro 11 aprile 2026

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PREGHIERA PER LA PACE-PIAZZA S. PIETRO 1
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Santa Pasqua 2026

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Giovedi Santo 2026

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Domenica delle Palme 2026

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San Giovanni Paolo II... "l'uomo venuto da lontano" che fece della sua vita un capolavoro in Cristo.

Sono passati 21 anni dalla morte di Papa Wojtyła. Il suo magistero continua a ispirare la nostra epoca, scossa da tensioni, violenze e guerre. Sulla sua figura riproponiamo alcune riflessioni dei suoi successori, Benedetto XVI e Francesco, e pensieri del Pontefice polacco su scenari e temi ancora attuali, tra cui Medio Oriente, Ucraina, pace, disarmo

 

Giovanni Paolo II, apostolo tra terra e cielo per aprire le porte a Cristo

 

 

Amedeo Lomonaco 

 

Il 2 aprile 2026 ricorrono i 21 anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Il suo testamento spirituale si apre con parole che si collegano “all’ultima chiamata” del Signore: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà (Mt 24, 42)”. “Non so quando esso verrà - aveva scritto Papa Wojtyła - ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Quel giorno, come per tutti, è arrivato anche per quelluomo nato nel 1920 a Wadowice, in Polonia, e salito al soglio di Pietro il 16 ottobre del 1978. Papa Wojtyła è morto il 2 aprile del 2005 alle 21.37. Per un ultimo saluto e per i funerali sono giunti a Roma 3 milioni di pellegrini, accomunati da un grido: Santo subito. Questa accorata richiesta di popolo ha trovato poi il suo atteso epilogo il 27 aprile del 2014, domenica della Divina Misericordia e giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II.

 

 

Spalancare le porte a Cristo!

Papa Wojtyła è morto 20 anni fa. Non si è invece spento il suo apostolato che dal cielo continua ad essere fonte d'amore per lumanità. Se potesse ancora una volta affacciarsi dal Palazzo apostolico, probabilmente allAngelus dopo la preghiera mariana, esorterebbe i cristiani ad aprire, anzi a spalancare, i confini e le porte del cuore a Gesù. Sembra che le sue parole pronunciate il 22 ottobre del 1978 per lomelia di inizio Pontificato, risuonino con assoluta consonanza, in particolare, in questo nostro tempo. In questo Giubileo che è un invito a varcare la soglia della Porta Santa, ad aprire le porte.

 

Non abbiate paura di accogliere Cristo

Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

 

 

 

La Terra Santa ha bisogno di riconciliazione

Questi giorni sono segnati da profonde ferite che lacerano varie regioni della Terra. Quella del Medio Oriente continua ad essere sconvolta da orrori e drammi. Il discorso rivolto il 12 febbraio del 2004 da Papa Giovanni Paolo II all’allora ministro dell’Autorità palestinese, Ahmad Qurei, si apre con una riflessione che interpella anche oggi l’intera famiglia umana: “la triste situazione in Terra Santa è causa di sofferenza per tutti”.

 

Perdono e non vendetta, ponti e non muri

 

Nessuno deve cedere alla tentazione dello scoramento, e tanto meno all'odio o alle rappresaglie. È la riconciliazione ciò di cui ha bisogno la Terra Santa: perdono e non vendetta, ponti e non muri. Questo esige che tutte le guide della regione seguano, con l'aiuto della comunità internazionale, il cammino del dialogo e dei negoziati che conduce alla pace duratura.

 

L’auspicio per l’Ucraina

Un’altra terra dilaniata dalla guerra si estende nella parte orientale dell’Europa. L’auspicio espresso nel 2001 da Papa Giovanni Paolo II durante il viaggio apostolico in Ucraina, disegna un tracciato di pace  unendo est ed ovest e “valori differenti eppure complementari”.

 

L'Ucraina possa inserirsi, a pieno titolo, in Europa

Il mio augurio è che l'Ucraina possa inserirsi, a pieno titolo, in una Europa che abbracci l'intero continente dall'Atlantico agli Urali. Come dicevo al termine di quel 1989 che tanto rilievo ha avuto nella storia recente del Continente, non ci potrà essere "un'Europa pacifica ed irradiatrice di civiltà senza questa osmosi e questa partecipazione di valori differenti eppure complementari", che sono tipici dei popoli dell'Est e dell'Ovest (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII/2, 1989, p. 1591).

 

 

L’impegno per la pace e per il disarmo

Siate artigiani e sentinelle di pace. Nel Pontificato di Giovanni Paolo II questa esortazione ha scandito molti discorsi, incontri, appelli, riflessioni. E si è intersecata con frangenti della storia segnati da tensioni, conflitti. Parole che intercettano anche questo tempo in cui si continuano a disegnare, in modo sempre più dettagliato, piani di riarmo in Europa. Durante la visita al “Peace memorial” di Hiroshima, il 25 febbraio del 1981, Papa Wojtyła si rivolge prima in tedesco ai capi di Stato e di governo e poi, in russo, ai giovani:

 

Impegniamoci per la pace nella giustizia

 

Impegniamoci per la pace nella giustizia; prendiamo una solenne decisione, ora, che la guerra non venga mai più tollerata e vista come mezzo per risolvere le divergenze; promettiamo ai nostri simili che ci adopreremo infaticabilmente per il disarmo e l’abolizione di tutte le armi nucleari, sostituiamo alla violenza e all’odio la fiducia e l’interessamento... Ai giovani di tutto il mondo, dico: creiamo insieme un nuovo futuro di fraternità e solidarietà; muoviamoci verso i nostri fratelli e sorelle bisognosi, saziamo la fame, offriamo un riparo ai senza tetto, liberiamo gli oppressi, portiamo la giustizia laddove si ode solo la voce delle armi. I vostri giovani cuori hanno una straordinaria capacità di bene e di amore: poneteli al servizio dei vostri simili.

 

Una roccia nella fede

Anche nella fragilità Giovanni Paolo II ha mostrato una straordinaria forza. Una forza che deriva dalla fede. Il 2 aprile del 2006, in occasione del primo anniversario della morte di Papa Wojtyła, si è rivissuto quel momento con una veglia mariana. Il giorno successivo Papa Benedetto XVI presiede la Messa in Piazza San Pietro e nellomelia ha ricordato il carattere intimamente sacerdotale di tutta la sua vita.

 

Una fede libera da paure e compromessi

Ebbene, il compianto Pontefice, che Dio aveva dotato di molteplici doni umani e spirituali, passando attraverso il crogiolo delle fatiche apostoliche e della malattia, è apparso sempre più una "roccia" nella fede. Chi ha avuto modo di frequentarlo da vicino ha potuto quasi toccare con mano quella sua fede schietta e salda, che, se ha impressionato la cerchia dei collaboratori, non ha mancato di diffondere, durante il lungo Pontificato, il suo influsso benefico in tutta la Chiesa, in un crescendo che ha raggiunto il suo culmine negli ultimi mesi e giorni della sua vita. Una fede convinta, forte e autentica, libera da paure e compromessi, che ha contagiato il cuore di tanta gente, grazie anche ai numerosi pellegrinaggi apostolici in ogni parte del mondo, e specialmente grazie a quell'ultimo "viaggio" che è stata la sua agonia e la sua morte.

 

Il Papa della famiglia

 

Ci sono giorni impressi nella storia della Chiesa. Il 27 aprile del 2014 Papa Francesco presiede la Santa Messa per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. In quell’occasione, ricordando i propri predecessori, esorta a vivere “l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità”.

 

Collaborare con lo Spirito Santo

 

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa... In questo servizio al Popolo di Dio, san Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia.

 

Solo Cristo ha parole di vita eterna

 

 

Il Papa della famiglia guarda dal Cielo tutta la famiglia umana. Da qui, dalla Terra, sembra di sentire ancora le sue parole durante la Messa per l'inizio del Pontificato: "Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi - vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia - permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna". Quello di San Giovanni Paolo II è un apostolato tra Cielo e Terra. Anche oggi molti cuori si aprono al Vangelo e a parole di vita eterna perché scaldati dalla sua testimonianza.


VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

 

Omelia di San Giovanni Paolo II

 

 

Domenica, 25 febbraio 2001

 

 

 

1. "Apri, Signore, il nostro cuore e comprenderemo le parole del Figlio tuo".

 

L'invocazione del Canto al Vangelo ci introduce nel tema dell'odierna ottava domenica del tempo "per annum". Gesù è il vero Maestro, che comunica agli uomini le verità della salvezza. Quanti lo ascoltano sono invitati a "comprendere", cioè ad accogliere nel cuore le sue parole e a tradurle in scelte concrete di vita.

 

Gesù non trasmette solo una dottrina che viene da Dio, ma è soprattutto il Modello a cui dobbiamo conformarci; non ci ha lasciato semplicemente una raccolta di insegnamenti da apprendere; ci ha soprattutto indicato un cammino da percorrere, offrendo se stesso come esempio da seguire.

 

Apriamogli, pertanto, il cuore: entreremo così nel mistero del suo amore, che illumina l'intera esistenza.

 

2. "Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro" (Lc 6,40).

 

Alla sequela di Cristo, nostro divin Maestro, impariamo che per essere suoi discepoli occorre seguirlo specialmente nella capacità di amare, così come Egli stesso la descrive nella pagina del Vangelo di Luca che stiamo leggendo in queste domeniche. Il fulcro del suo messaggio è proprio l'amore, anzi l'amore per i nemici, che non conosce vendetta e offre il perdono; è la misericordia e la disponibilità ad amare sempre anche a prezzo della vita, alla maniera di Dio (cfr Lc 6,27-38).

 

Ecco l'insegnamento da accogliere e da trasmettere fedelmente. Ecco l'unica scuola che forma gli autentici missionari del Vangelo, chiamati ad essere guide sagge e sicure per i loro fratelli (cfr Lc 6,39).

 

3. Con tali sentimenti vi saluto, carissimi Fratelli e Sorelle della Parrocchia della Natività di Maria a Via di Bravetta!

 

Sono lieto di essere tra voi, oggi, proseguendo le mie visite pastorali alle parrocchie romane. Con gioia ringrazio coloro che all'inizio della celebrazione eucaristica mi hanno dato il benvenuto, facendosi interpreti dei vostri sentimenti.

 

In modo speciale, vorrei salutare il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, Mons. Vincenzo Apicella, il vostro caro Parroco, Don Lorenzo Rossi, i Canonici Regolari dell'Immacolata Concezione, che collaborano con lui nella cura pastorale della Parrocchia.

 

Saluto, poi, i Figli dell'Immacolata Concezione, che per lungo tempo hanno messo a disposizione la chiesa dell'Istituto Padre Luigi Monti per la celebrazione domenicale della Messa dei ragazzi e dei giovani insieme con le loro famiglie.

 

Un pensiero riconoscente rivolgo anche alle Suore di Nostra Signora della Compassione e alle Figlie di San Giuseppe, presenti nel quartiere e che, quando non c'era né la chiesa né altro locale disponibile, hanno offerto le loro strutture alla Comunità parrocchiale. A loro va un sentito grazie per questo servizio generosamente reso alla Parrocchia, insieme con l'incoraggiamento a proseguire nella loro apprezzata collaborazione alle attività pastorali. Nell'abbracciare con affetto ciascuno dei presenti, desidero estendere il mio cordiale saluto a tutti gli abitanti del quartiere.

 

So che avete dovuto attendere fino allo scorso anno la costruzione della nuova chiesa nella quale oggi, con intima soddisfazione, celebriamo l'Eucaristia.

 

Rendiamo grazie a Dio per quest'opera che è costata non poche fatiche e che, con il sostegno del Vicariato, siete finalmente riusciti a realizzare. Fate in modo che questo tempio sia visibile segno di unità e di comunione, superando quella frammentazione delle celebrazioni liturgiche e dei luoghi di catechesi che per molto tempo siete stati costretti, vostro malgrado, a subire. Camminando concordi e uniti, scriverete una bella pagina di vita spirituale e pastorale della vostra Comunità parrocchiale.

 

4. Proprio per aiutarvi in questo itinerario, permettetemi che vi consegni simbolicamente il Messaggio, che la scorsa settimana ho indirizzato alla Diocesi di Roma, al termine del Giubileo ed in vista del grande Convegno diocesano del prossimo giugno. Fatene oggetto di attenta riflessione e traducetene le indicazioni in concrete scelte apostoliche. Il tempo quaresimale, che avrà inizio tra qualche giorno, costituisce un'utile occasione per questa revisione di vita.

 

Chiedetevi sia come singoli che come Comunità: quale apporto posso dare alla crescita della piena comunione nella Chiesa? Come posso offrire il mio specifico contributo, affinché essa diventi sempre più casa e scuola di comunione? Occorre camminare uniti per testimoniare insieme il Vangelo. Ecco la consegna che vi lascio, cari Fratelli e Sorelle della Parrocchia della Natività di Maria.

 

Le urgenze apostoliche sono tante nel vostro quartiere che, come altri, ha in pochi anni subito profonde trasformazioni. Voi avete felicemente avviato da tempo belle iniziative a favore dei fanciulli e dei giovani, dei fidanzati, delle famiglie, dei poveri e degli anziani. Andate avanti su questa strada, privilegiando in primo luogo la cura delle famiglie, che spesso non sono in grado di assicurare un'adeguata formazione cristiana ai loro figli. Ci sono fanciulli e adolescenti che hanno bisogno di chi li aiuti a crescere nella fede; cristiani che attendono guide capaci di sostenerli nella testimonianza evangelica, orientandoli nei diversi ambiti di studio, di attività e di servizio.

 

Penso in modo singolare a voi, cari giovani, ai quali, nell'ambito della "missione permanente" che coinvolge la nostra Diocesi, è affidato il compito di essere i primi evangelizzatori dei vostri coetanei. Che ognuno assuma responsabilmente il suo ruolo all'interno della Comunità parrocchiale.

 

5. "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?" (Lc 6,41).

 

Con queste parole Gesù ci fornisce un'utile indicazione, che potremmo dire "pastorale". La tentazione spesso è, purtroppo, quella di condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Come allora rendersi conto se il proprio occhio è libero o se è impedito da una trave? Gesù risponde: "Ogni albero si riconosce dal suo frutto" (Lc 6,44).

 

Tale sano discernimento è dono del Signore, e va implorato con preghiera incessante. E' al tempo stesso conquista personale che domanda umiltà e pazienza, capacità di ascolto e sforzo di comprensione degli altri.

 

Queste caratteristiche debbono essere di ogni vero discepolo e comportano impegno nonché spirito di sacrificio. Se talora può sembrare arduo seguire il Signore su questo cammino, ricorriamo al sostegno e all'intercessione di Maria.

 

Nella facciata della vostra chiesa c'è un arco incastonato nel corpo dell'edificio. Esso ricorda la Vergine, Aurora della salvezza, sempre pronta ad abbracciare i suoi figli e a condurli all'interno del tempio per incontrare Cristo.

 

Ci aiuti Lei, la Vergine del silenzio e dell'ascolto, ad essere coraggiosi testimoni e annunciatori del Vangelo; ci faccia guardare agli altri con occhi di comprensione e di bontà; ci ottenga il dono di una saggia prudenza pastorale.

 

 

E Tu, Signore, aprici il cuore; comprenderemo così le tue parole di salvezza. Amen!


Giornata della Vita Consacrata 2026

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ANGELUS

 

Piazza San Pietro

Domenica, 1° febbraio 2026

 

Papa Leone XIV

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Nella liturgia di oggi viene proclamata una pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l’umanità: il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo.

 

Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti (cfr vv. 3-4), perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito. Solo Dio può saziare chi cerca pace e giustizia (cfr vv. 6.9), perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna. Solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia (vv. 5.7-8), perché Egli è il compimento della loro attesa. Nella persecuzione, Dio è fonte di riscatto; nella menzogna, è àncora di verità. Perciò Gesù proclama: «Rallegratevi ed esultate!» (v. 12).

 

Queste Beatitudini restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela. Chi si aspetta che i prepotenti saranno sempre padroni sulla terra, rimane sorpreso dalle parole del Signore. Chi si abitua a pensare che la felicità appartenga ai ricchi, potrebbe credere che Gesù sia un illuso. E invece l’illusione sta proprio nella mancanza di fede verso Cristo: Egli è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce.

 

È così che Gesù illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi. Il Figlio guarda al mondo col realismo dell’amore del Padre; all’opposto stanno, come diceva Papa Francesco, «i professionisti dell’illusione. Non bisogna seguire costoro, perché sono incapaci di darci speranza» (Angelus, 17 febbraio 2019). Dio, invece, dona questa speranza anzitutto a chi il mondo scarta come disperato.

 

Allora, cari fratelli e sorelle, le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” (cfr v. 11) e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione.

 

 

Le Beatitudini innalzano gli umili e disperdono i superbi nei pensieri del loro cuore (cfr Lc 1,51-52). Perciò chiediamo l’intercessione della Vergine Maria, serva del Signore, che tutte le generazioni chiamano beata.


INCONTRO CON I GIOVANI DELLA DIOCESI ROMA

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Aula Paolo VI

Sabato, 10 gennaio 2026

 

 

 

 

 

 

Saluto del Santo Padre ai giovani prima dell'incontro

 

Ci salutiamo da qui. Potrete seguire un po’ sugli schermi. Vado da qui all’Aula Paolo VI. Potrete ascoltare un po’… Quanto mi piacerebbe che tutti potessimo stare insieme, non solo con lo schermo ma personalmente, perché è nell’incontro che ci troviamo bene.

 

E ci troviamo bene perché siamo tutti fratelli e sorelle in Gesù Cristo, che è il nostro migliore amico. Grazie per essere qui! Vedo che anche da altri Paesi siete venuti: bienvenidos.

 

Bene, allora vado avanti: grazie! Cerchiamo insieme di vivere veramente questo spirito di amicizia, di fratellanza, di trovarci insieme, perché sappiamo che quando siamo uniti non c’è difficoltà che non possiamo superare.

 

Stare soli, tante volte, è soffrire. Ma quando siamo con gli amici, quando siamo con la famiglia, quando siamo con quelli che ci amano e che ci vogliono bene, possiamo andare avanti. Abbiate sempre questo coraggio! E che Gesù vi dia sempre la fede, la capacità di dire: “Sì Signore io ti seguo, cammino con te”. E sappiamo che Gesù sta sempre con noi, sempre cammina con noi. Dio vi benedica!

 

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Saluto del Papa ai presenti al Petriano, prima di arrivare in Aula Paolo VI

 

Benvenuti! Ma voi romani siete veramente coraggiosi e siete venuti in tanti! Grazie, grazie a tutti. Vi saluto adesso, poi potete seguire sullo schermo e speriamo di vederci, ma è sempre meglio vedersi di persona e non solo negli schermi. È vero?

 

È molto importante che noi cerchiamo di costruire rapporti umani, buone amicizie e soprattutto l’amicizia con Gesù. Tanti auguri a tutti. Ci vediamo dopo.

 

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Discorso del Santo Padre

 

Carissimi giovani, benvenuti!

 

Saluto anche tutti quelli che sono fuori, al freddo, che stanno seguendo il nostro incontro con gli schemi in Piazza e fuori del Sant’Uffizio. Davvero, benvenuti tutti! Sono molto contento di trovarmi con voi, di avere questa opportunità di condividere un po’ questa ricerca, questo desiderio di rispondere non solo a quelle domande che abbiamo appena sentito, ma a tante cose nella vita. Vi condivido che poco prima di venire questa sera ho ricevuto un messaggio da una mia nipote, giovane anche lei, che mi diceva: “Zio, come fai con tanti problemi del mondo, con tante preoccupazioni?” e poneva la stessa domanda: “Non ti senti solo? Come fai a portare avanti tutto?” E la risposta, in gran parte, siete voi! Perché non siamo soli!

 

Dopo vi racconterò un po’ ciò che significa trovarci insieme e vivere questo spirito, questo entusiasmo, soprattutto questa fede anche nei momenti difficili, quando ci sentiamo soli, quando non sappiamo come fare. Se ricordiamo la bellezza della fede, la bellezza della gioia, di essere giovani, di trovarci insieme, di cercare insieme, possiamo sapere davvero nel nostro cuore che mai siamo soli, perché Gesù è con noi! E vorrei anche spendere una parola – il cardinale Baldo già ce lo ha detto: è veramente grande questa tristezza e dolore che tutti abbiamo vissuto, per quei 40 ragazzi di Crans-Montana che hanno perso la vita. Anche noi dobbiamo ricordare che la vita è così preziosa, che non possiamo mai dimenticare quelli che soffrono. Purtroppo quelle famiglie, ancora nel dolore, devono cercare adesso come superare quel dolore. Anche per questo è importante la nostra preghiera, la nostra unità: stiamo sempre uniti, come amici, come fratelli!

 

E un saluto grande a tutti i sacerdoti e le religiose che ci accompagnano questo pomeriggio. Grazie a voi! Grazie davvero!

 

Come abbiamo ricordato durante il video, all’inizio, durante l’Anno Santo abbiamo vissuto un momento fortissimo, qui a Roma, con migliaia e migliaia di vostri coetanei provenienti da tutte le parti del mondo. Persone di ogni lingua e cultura si sono unite nella stessa preghiera, elevando a Dio una lode gioiosa e chiedendo accoratamente la pace tra i popoli. Ora, in questo appuntamento “vostro” con il Papa, voi giovani romani rinnovate lo spirito di quelle giornate memorabili, impegnandovi a essere non solo pellegrini di speranza, ma suoi testimoni. E come esserlo davvero?

 

Per proporre una risposta, qui rispondo un po’ alle parole di Matteo, che ha evidenziato la solitudine di molti giovani, insieme ai sentimenti di delusione, smarrimento e noia che la accompagnano. Quando questo grigiore appanna i colori della vita, vediamo che si può essere isolati anche in mezzo a tante persone. Anzi, proprio così la solitudine mostra il suo volto peggiore: non si viene ascoltati, perché immersi nel frastuono delle opinioni; non si guarda niente, perché abbagliati da immagini frammentarie. Una vita di link senza relazione o di like senza affetto ci delude, perché siamo fatti per la verità: quando manca, ne soffriamo. Siamo fatti per il bene, ma le maschere del piacere usa-e-getta tradiscono il nostro desiderio.

 

Eppure in questi momenti di sconforto possiamo affinare la nostra sensibilità. Se tendiamo l’orecchio e apriamo gli occhi, il creato ci ricorda che non siamo soli: il mondo è fatto di legami tra tutte le cose, tra gli elementi e i viventi. Eppure, per quanto continuiamo a respirare l’aria pronta per noi, restiamo affannati; per quanto mangiamo cibo, anche se buono, non ci sazia e l’acqua non disseta. La disponibilità della natura non ci basta, perché noi non siamo solo quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Siamo creature uniche fra tutte, perché portiamo in noi l’immagine di Dio, che è relazione di vita, d’amore e di salvezza.

 

Allora, quando ti senti solo, ricorda che Dio non ti lascia mai. La sua compagnia diventa la forza per fare il primo passo verso chi è solo, eppure ti sta proprio accanto. Ognuno resta solo se guarda unicamente a sé stesso. Invece, avvicinarsi al prossimo ti fa diventare immagine di quel che Dio è per te. Come Egli porta speranza nella tua vita, così tu puoi condividerla con l’altro. Vi troverete allora insieme ad essere cercatori di comunione e di fraternità. E qui vorrei anche sottolineare quanta è stata bella l’accoglienza che voi, come Chiesa di Roma, avete offerto a tanti giovani che sono venuti da tutto il mondo durante il Giubileo. Davvero è stato grandissimo!

 

Ma tante volte la solitudine esiste e molti soffrono. Allora, osservando la solitudine, Salvatore Quasimodo scrisse questi celebri versi: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». [1] Quello che sembrerebbe essere un destino senza scampo, in realtà ci chiama a destarci: l’unica terra sostiene tutti gli esseri umani e uno stesso sole illumina ogni cosa. Il raggio che ci trafigge, cioè entra nelle fenditure dell’animo, non è una luce intermittente, che sorge per poi tramontare, ma il Sole di giustizia, il sole che è Cristo! Egli riscalda il nostro cuore e lo infiamma del suo amore.

 

È da questo incontro con Gesù che viene la forza di cambiare vita e trasformare la società. Come notavano Francesca e Michela, davvero la luce del Vangelo rischiara le nostre relazioni: attraverso parole e gesti quotidiani si espande, coinvolgendo ciascuno nel suo calore. Allora un mondo grigio e anonimo diventa un luogo ospitale, a misura d’uomo, proprio perché abitato da Dio. Sono contento che nei vostri ambienti sperimentiate relazioni autentiche: quello che vivete nelle parrocchie romane, in oratorio, e nelle associazioni, non potete tenerlo per voi! Non aspettatevi che il mondo vi accolga a braccia aperte: la pubblicità, che deve vendere qualcosa da consumare, ha più audience della testimonianza, che vuole costruire amicizie sincere. Agite dunque con letizia e tenacia, sapendo che per cambiare la società occorre anzitutto cambiare noi stessi. E voi già mi avete mostrato che siete capaci di cambiare voi stessi e di costruire questi rapporti di amicizia. Così possiamo cambiare il mondo, così possiamo costruire un mondo di pace!

 

Mi avete chiesto che cosa desidero per voi: nelle mie preghiere, chiedo per ciascuno una vita buona e vera, secondo la volontà di Dio. In breve, spero per tutti una vita santa. Qui vi dico una cosa: sapete che la parola “santa” ha la stessa radice della parola “sana” e che se veramente vogliamo essere santi, bisogna cominciare con una vita sana e bisogna aiutarci, gli uni gli altri, a cercare come evitare quelle cose come, purtroppo, le dipendenze: tante situazioni in cui vivono i giovani. Noi siamo testimonianza, gli amici veri quelli che accompagnano, quelli che possono veramente offrire una vita sana, perché tutti siamo santi. E questo dipende anche da voi. Non abbiate paura di accettare questa responsabilità. Niente di meno desidero, perché vi voglio bene: vive davvero, infatti, chi vive con Dio, autore e salvatore della vita. Ecco come possiamo essere tutti santi in questa vita! Il Signore rende buona la vita non insegnando astratti ideali, ma dando la vita per noi (cfr Gv 10,10). Davanti alle sfide del suo tempo, un altro poeta affascinato da questo dono, Clemente Rebora, esclamava: «Ecco la certa speranza: la Croce. / Ho trovato Chi prima mi ha amato / E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco, / Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito, / L’Amore che dona l’Amore, / L’Amore che vive ben dentro nel cuore». [2] Il raggio di luce che ci trafigge si vede e si sente! È un amore vero, perché fedele e senza tornaconto. È un amore che conosce il nostro cuore e lo libera dalla paura. E la pace è il frutto che l’amore di Dio coltiva in noi: gustandolo, lo possiamo condividere attraverso la dedizione a chi non si sente amato, a quei piccoli che hanno più bisogno di attenzione, a chi attende da noi un gesto di perdono. Carissimi giovani, il vostro impegno nella società e nella politica, in famiglia, nella scuola e nella Chiesa parta dal cuore, e sarà fruttuoso. Parta da Dio, e sarà santo.

 

E vorrei invitarvi a ricordare quello che vi dicevo nella grande Veglia del vostro Giubileo: «L’amicizia con Cristo, che sta alla base della fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare. […] Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù diventano certamente sincere, generose e vere». Allora sì «l’amicizia può veramente cambiare il mondo», diventando «strada verso la pace» (Veglia, Tor Vergata, 2 agosto 2025). E questo mio desiderio corrisponde alle parole di Francesco, che ha accostato due espressioni, all’apparenza contrarie, per descrivere la delusione e il senso di schiavitù che talvolta avvertite. Ha detto: “siamo persi” e “siamo pieni”. Rende bene la situazione di chi ha tanto, ma non l’essenziale: sì, un cuore colmo di distrazioni non trova la strada, ma chi la desidera già inizia a liberarsi da ciò che lo blocca. L’insoddisfazione è eco della verità: non deve spaventarvi, perché mostra bene quale vuoto ingombra la vita, riducendola a strumento in funzione di altro.

 

Cosa potete “fare di concreto per rompere queste catene”? Anzitutto pregare. È questo l’atto più concreto che il cristiano fa per il bene di chi gli è accanto, di sé e del mondo intero. Pregare è atto di libertà, che spezza le catene della noia, dell’orgoglio e dell’indifferenza. Per infiammare il mondo occorre un cuore ardente! E il fuoco lo accende Dio quando preghiamo, specialmente quando lo riceviamo e lo adoriamo nell’Eucaristia, quando lo incontriamo nel Vangelo, quando lo cantiamo nei Salmi. Così Lui ci rende capaci di essere luce del mondo e sale della terra.

 

Prendete l’esempio dal canto della più grande poetessa, Maria, Maria Santissima. Lei ha cantato: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47). Ci vuole coraggio per testimoniare oggi questa gioia! Ci vuole ardore per amare come il Signore ci ha amati, eppure è esattamente questo che ci fa “smettere di temporeggiare e vivere davvero”, come avete detto. Non si tratta di compiere sforzi sovrumani, e neppure di fare ogni tanto qualche opera di carità: si tratta di vivere come uomini e donne che hanno Cristo nel cuore, lo ascoltano come Maestro e lo seguono come Pastore.

 

Guardiamo ai santi: come sono liberi! Insieme con loro, andiamo avanti nel cammino, ben sapendo che il vero bene della vita non si può comprare con denaro né conquistare con le armi, ma si può donare, semplicemente, perché a tutti Dio lo dona con amore.

 

Grazie a tutti voi di essere venuti! E grazie – grazie davvero! - di amare insieme a me questa nostra Chiesa di Roma! La Chiesa di Roma è viva! E adesso benedico tutti voi, i vostri cari e i vostri amici. Grazie!

 

Arrivederci e buon cammino!

 

_______________________________________________

 

[1] Cfr S. Quasimodo, Ed è subito sera, Milano 2016.

 

 

[2] Cfr C. Rebora, Le poesie, Milano 1994.



SANTA MESSA

E PROCLAMAZIONE A «DOTTORE DELLA CHIESA» DI SAN JOHN HENRY NEWMAN

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

 

 

 

 

 

In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo. L’imponente statura culturale e spirituale di Newman servirà d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle.

 

La vita dei santi ci testimonia, infatti, che è possibile vivere appassionatamente in mezzo alla complessità del presente, senza lasciare da parte il mandato apostolico: «Risplendete come astri nel mondo» (Fil 2,15). In questa occasione solenne, desidero ripetere agli educatori e alle istituzioni educative: “Risplendete oggi come astri nel mondo”, grazie all’autenticità del vostro impegno nella ricerca corale della verità, nella sua coerente e generosa condivisione, attraverso il servizio ai giovani, in particolare ai poveri, e nella quotidiana esperienza che «l’amore cristiano è profetico, compie miracoli» (cfr Esort. ap. Dilexi te, 120).

 

Il Giubileo è un pellegrinaggio nella speranza e voi tutti, nel grande campo dell’educazione, sapete bene quanto la speranza sia una semente indispensabile! Quando penso alle scuole e alle università, le penso come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta.

 

Questo è anche il senso del Vangelo delle Beatitudini oggi proclamato. Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio. Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza. Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. Possano le nostre scuole e università essere sempre luoghi di ascolto e di pratica del Vangelo!

 

Le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità, ma non è così. Non permettiamo al pessimismo di sconfiggerci! Ricordo quanto ha sottolineato il mio amato Predecessore, Papa Francesco, nel suo  discorso alla Prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: che cioè dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di “cancellare” la speranza. [1] Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di San John Henry, l’inno Lead, kindly light (“Guidami, luce gentile”). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida: «Guidami Tu, Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi! – Lead, kindly Light. The night is dark and I am far from home. Lead Thou me on!».

 

È compito dell’educazione offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura. Per questo vorrei dirvi: disarmiamo le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza, e facciamo circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza. Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze. Perciò vi incoraggio a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace. Attraverso le vostre vite, lasciate trasparire quella «moltitudine immensa», di cui ci parla nella liturgia odierna il Libro dell’Apocalisse, «che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» e che stava «in piedi davanti all’Agnello» (7,9).

 

Nel testo biblico un anziano, osservando la moltitudine, domanda: «Questi, […] chi sono e da dove vengono?» (Ap 7,13). A tale proposito, anche in ambito educativo, lo sguardo cristiano si posa su «quelli che vengono dalla grande tribolazione» (v. 14) e vi riconosce i volti di tanti fratelli e sorelle di ogni lingua e cultura, che attraverso la porta stretta di Gesù sono entrati nella vita piena. E allora, ancora una volta, dobbiamo domandarci: «I meno dotati non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro» (Esort. ap. Dilexi te, 95). E aggiungiamo: da questa risposta dipende anche la qualità evangelica della nostra educazione.

 

Tra le eredità durature di San John Henry vi sono, in tal senso, alcuni contributi molto significativi alla teoria e alla pratica dell’educazione. «Dio – scriveva – mi ha creato per rendergli un servizio preciso. Mi ha affidato un compito che non ha affidato ad altri. Ho una missione: forse non la conoscerò in questa vita, ma mi sarà rivelata nella prossima» (Meditations and Devotions, III, I, 2). In queste parole troviamo espresso in modo splendido il mistero della dignità di ogni persona umana e anche quello della varietà dei doni distribuiti da Dio.

 

La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo. Non dimentichiamolo: al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità.

 

Possiamo dire pertanto che l’educazione, nella prospettiva cristiana, aiuta tutti a diventare santi. Niente di meno. P Papa Benedetto XVI, in occasione del  Viaggio Apostolico in Gran Bretagna, nel settembre 2010, durante il quale beatificò John Henry Newman, invitò i giovani a diventare santi, con queste parole: «Ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto possiate immaginare e vuole il meglio per voi». [2] Questa è la chiamata universale alla santità che il Concilio Vaticano II ha reso parte essenziale del suo messaggio (cfr Lumen gentium, capitolo V). E la santità viene proposta a tutti, senza eccezione, come un cammino personale e comunitario tracciato dalle Beatitudini.

 

Prego che l’educazione cattolica aiuti ciascuno a scoprire la propria chiamata alla santità. Sant’Agostino, che San John Henry Newman apprezzava tanto, disse una volta che noi siamo compagni di studio che hanno un solo Maestro, la cui scuola è sulla terra e la cui cattedra è in cielo (cfr Sermo 292,1).

 

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[1] Francesco, Discorso ai partecipanti alla prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione (21 novembre 2024).

 

 

[2] Benedetto XVI, Discorso agli alunni, Twickenham – Regno Unito, 17 settembre 2010.


 

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

AGLI EDUCATORI IN OCCASIONE DEL GIUBILEO DEL MONDO EDUCATIVO

 

31 OTTOBRE 2025

 

 

 

 

TESTIMONIANZA DI UN' INSEGNANTE: "HO APPREZZATO MOLTO IL DISCORSO DI OGGI DI PAPA LEONE XIV IN PARTICOLARE NEI RICHIAMI A SAN JOHN HENRY NEWMAN E SANT'AGOSTINO. QUESTO PAPA  CON  LA SUA SEMPLICITA' E POCHE PAROLE ARRIVA DIRETTO AL CUORE!"

 

 

 

 

                                                 

PAPA LEONE XIV 

 

 

 "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

  La pace sia con voi!

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

 

Sono molto contento di potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni livello, dalla Scuola elementare all’Università.

 

Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona.

 

Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco.

 

Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire.

 

Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che S. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo –  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità.

 

E veniamo così alla seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di continuo apprendimento della vita.

 

Questa dimensione del “con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere. Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore.

 

Infatti proprio questa – amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito, un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza.

 

E l’ultima parola-chiave è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli. Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori, invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S. Agostino, Confessiones, IV, 8,13).

 

Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori – interiorità, unità, amore e gioia – dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore e prego per voi."

 

 

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GIUBILEO DELLA VITA CONSACRATA

 

SANTA MESSA

 

 

Conservate la semplicità dei più piccoli!

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Piazza San Pietro

Giovedì, 9 ottobre 2025

 

 

 

 

«Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). Gesù con queste parole ci invita a rivolgerci fiduciosamente al Padre in tutte le nostre necessità.

 

Noi le ascoltiamo mentre celebriamo il Giubileo della Vita Consacrata, che vi ha condotti qui numerosi, da tante parti del mondo – religiosi e religiose, monaci e contemplative, membri degli istituti secolari, appartenenti all’Ordo virginum, eremiti e membri di “nuovi istituti” – venuti a Roma per vivere insieme il Pellegrinaggio giubilare, per affidare la vostra vita a quella misericordia di cui, attraverso la professione religiosa, vi siete impegnati ad essere segno profetico, perché vivere i voti è abbandonarsi come bambini tra le braccia del Padre.

 

“Chiedere”, “cercare”, “bussare” – i verbi della preghiera usati dall’evangelista Luca – sono atteggiamenti familiari per voi, abituati dalla pratica dei consigli evangelici a domandare senza pretendere, docili all’azione di Dio. Non a caso il Concilio Vaticano II parla dei voti come di un mezzo utile «per poter raccogliere in più grande abbondanza i frutti della grazia battesimale» (Cost. dogm. Lumen gentium, 44). “Chiedere”, infatti, è riconoscere, nella povertà, che tutto è dono del Signore e di tutto rendere grazie; “cercare” è aprirsi, nell’obbedienza, a scoprire ogni giorno la via da seguire nel cammino della santità, secondo i disegni di Dio; “bussare” è domandare e offrire ai fratelli i doni ricevuti con cuore casto, sforzandosi di amare tutti con rispetto e gratuità.

 

Potremmo leggere in questo senso le parole che Dio rivolge al profeta Malachia nella prima Lettura. Egli chiama gli abitanti di Gerusalemme «mia proprietà particolare» (Ml 3,17) e dice al profeta: «Avrò cura di loro come il padre ha cura del figlio» (ibid.). Sono espressioni che ci ricordano l’amore con cui il Signore, chiamandoci, ci ha preceduti: un’occasione, in particolare per voi, per fare memoria della gratuità della vostra vocazione, cominciando dalle origini delle congregazioni a cui appartenete fino al momento presente, dai primi passi del vostro percorso personale fino a questo istante. Tutti noi siamo qui prima di tutto perché Lui ci ha voluti ed eletti, da sempre.

 

“Chiedere”, “cercare”, “bussare”, allora, vuol dire anche guardare a ritroso alla propria esistenza, riportando alla mente e al cuore quanto il Signore ha compiuto, negli anni, per moltiplicare i talenti, per accrescere e purificare la fede, per rendere più generosa e libera la carità. A volte ciò è avvenuto in circostanze gioiose, altre volte per vie più difficili da capire, magari attraverso il crogiolo misterioso della sofferenza: sempre, però, nell’abbraccio di quella bontà paterna che caratterizza il suo agire in noi e attraverso di noi, per il bene della Chiesa (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 43).

 

E questo ci porta ad una seconda riflessione, su Dio come pienezza e senso della nostra vita: per voi, per noi, il Signore è tutto. Lo è in vari modi: come Creatore e fonte dell’esistenza, come amore che chiama e interpella, come forza che spinge e anima al dono. Senza Lui nulla esiste, nulla ha senso, nulla vale, e il vostro “chiedere”, “cercare” e “bussare”, nella preghiera come nella vita, riguarda pure questa verità. S. Agostino, in proposito, descrive la presenza di Dio nella sua esistenza con immagini bellissime. Parla di una luce che va oltre lo spazio, di una voce non travolta dal tempo, di un sapore mai guastato dalla voracità, di una fame mai spenta dalla sazietà, e conclude: «Ciò amo, quando amo il mio Dio» (Confessioni, 10,6.8). Sono le parole di un mistico, e però sono molto vicine anche al nostro vissuto, manifestando il bisogno di infinito che alberga nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo. Proprio per questo la Chiesa vi affida il compito di essere, col vostro spogliarvi di tutto, testimoni viventi del primato di Dio nella vostra esistenza, aiutando più che potete anche i fratelli e le sorelle che incontrate a coltivarne l’amicizia.

 

Del resto la storia ci insegna che da un’autentica esperienza di Dio scaturiscono sempre slanci generosi di carità, come è avvenuto nella vita dei vostri fondatori e fondatrici, uomini e donne innamorati del Signore e per questo pronti a farsi «tutto per tutti» (1Cor 9,22), senza distinzioni, nei modi e negli ambiti più diversi.

 

È vero che anche oggi, come ai tempi di Malachia, c’è chi dice: «È inutile servire Dio» (Ml 3,14). È un modo di pensare che porta ad una vera e propria paralisi dell’anima, per cui ci si accontenta di una vita fatta di istanti sfuggenti, di relazioni superficiali e intermittenti, di mode passeggere, tutte cose che lasciano il vuoto nel cuore. Per essere veramente felice, l’uomo non ha bisogno di questo, ma di esperienze d’amore consistenti, durature, solide, e voi, coll’esempio della vostra vita consacrata, come gli alberi rigogliosi di cui abbiamo cantato nel Salmo responsoriale (cfr Sal 1,3), potete diffondere nel mondo l’ossigeno di tale modo di amare.

 

C’è però un’ultima dimensione della vostra missione su cui vorrei soffermarmi. Abbiamo sentito il Signore dire agli abitanti di Gerusalemme: «sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» (Ml 3,20): invitarli cioè a sperare in un compimento del loro destino che va oltre il presente. Ciò richiama la dimensione escatologica della vita cristiana, che ci vuole impegnati nel mondo, ma al tempo stesso costantemente protesi verso l’eternità. È un invito per voi ad allargare il “chiedere”, il “cercare” e il “bussare” della preghiera e della vita all’orizzonte eterno che trascende le realtà di questo mondo, per orientarle alla domenica senza tramonto in cui «l’umanità intera entrerà nel […] riposo [di Dio]» (Messale Romano, Prefazio delle domeniche del Tempo Ordinario X). Il Concilio Vaticano II, in proposito, vi affida un compito specifico, quando dice che i consacrati sono chiamati in modo particolare ad essere testimoni dei “beni futuri” (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 44).

 

 

Carissimi, carissime, il Signore, a cui avete donato tutto, vi ha ricambiato con tanta bellezza e ricchezza, e io vorrei esortarvi a farne tesoro e a coltivarle, richiamando in conclusione alcune espressioni di San Paolo VI: «Conservate – scriveva ai religiosi – la semplicità dei "più piccoli" del vangelo. Sappiate ritrovarla nell’interiore e più cordiale rapporto con Cristo, o nel contatto diretto con i vostri fratelli. Conoscerete allora "il trasalir di gioia per l’azione dello Spirito santo", che è di coloro che sono introdotti nei segreti del regno. Non cercate di entrare nel numero di quei "saggi ed abili" […] ai quali tali segreti sono nascosti. Siate veramente poveri, miti, affamati di santità, misericordiosi, puri di cuore, quelli grazie ai quali il mondo conoscerà la pace di Dio» (S. Paolo VI, Esort. ap. Evangelica testificatio, 29 giugno 1971, 54).


GIUBILEO DEL MONDO MISSIONARIO E GIUBILEO DEI MIGRANTI 

 

SANTA MESSA

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Piazza San Pietro

XXVII domenica del Tempo Ordinario,

 

5 ottobre 2025

 

 

 

 

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

celebriamo oggi il Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti. È una bella occasione per ravvivare in noi la coscienza della vocazione missionaria, che nasce dal desiderio di portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita. Penso in modo particolare ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza.

 

Siamo qui perché, presso la tomba dell’Apostolo Pietro, ciascuno di noi deve poter dire con gioia: tutta la Chiesa è missionaria, ed è urgente – come ha affermato Papa Francesco – che «esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 23).

 

Lo Spirito ci manda a continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente? Questo grido di dolore è una forma di preghiera che pervade tutta la Scrittura e, questa mattina, lo abbiamo ascoltato dal profeta Abacuc: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti […]. Perché mi fai vedere l'iniquitàe resti spettatore dell’oppressione?» (Ab 1,2-3).

 

Papa Benedetto XVI, che aveva raccolto questi interrogativi durante la sua storica visita ad Auschwitz, è tornato sul tema in una catechesi, affermando: «Dio tace, e questo silenzio lacera l’animo dell’orante, che incessantemente chiama, ma senza trovare risposta. […] Dio sembra così distante, così dimentico, così assente» (Catechesi, 14 settembre 2011).

 

La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4).

 

C’è una vita, dunque, una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. E, come ci dice Gesù nel Vangelo, si tratta di una forza mite: la fede non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili (cfr Lc 17,6), perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza.

 

È una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo; è una salvezza che si fa strada, silenziosa e apparentemente inefficace, nei gesti e nelle parole quotidiane, che diventano proprio come il piccolo seme di cui ci parla Gesù; è una salvezza che lentamente cresce quando ci facciamo “servi inutili”, cioè quando ci mettiamo al servizio del Vangelo e dei fratelli senza cercare i nostri interessi, ma solo per portare nel mondo l’amore del Signore.

 

Con questa fiducia, siamo chiamati a rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria. Come affermava San Paolo VI, «a noi spetta di proclamare il Vangelo in questo straordinario periodo della storia umana, un tempo davvero senza precedenti, in cui, a vertici di progresso mai prima raggiunti, si associano abissi di perplessità e di disperazione anch’essi senza precedenti» (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale, 25 giugno 1971).

 

Fratelli e sorelle, oggi si apre nella storia della Chiesa un’epoca missionaria nuova.

 

Se per lungo tempo alla missione abbiamo associato il “partire”, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande, sono loro a venire verso di noi. Ce lo testimonia la storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione: fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!

 

Non si tratta tanto di “partire”, quanto invece di “restare” per annunciare il Cristo attraverso l’accoglienza, la compassione e la solidarietà: restare senza rifugiarci nella comodità del nostro individualismo, restare per guardare in faccia coloro che arrivano da terre lontane e martoriate, restare per aprire loro le braccia e il cuore, accoglierli come fratelli, essere per loro una presenza di consolazione e speranza.

 

Sono tante le missionarie, i missionari, ma anche i credenti e le persone di buona volontà, che lavorano al servizio dei migranti, e per promuovere una nuova cultura della fraternità sul tema delle migrazioni, oltre gli stereotipi e i pregiudizi. Ma questo prezioso servizio interpella ciascuno di noi, nel piccolo delle proprie possibilità: questo è il tempo – come affermava Papa Francesco – di costituirci tutti in uno «stato permanente di missione» (Evangelii gaudium, 25).

 

Tutto ciò esige almeno due grandi impegni missionari: la cooperazione missionaria e la vocazione missionaria.

 

Anzitutto, vi chiedo di promuovere una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese. Nelle comunità di antica tradizione cristiana come quelle occidentali, la presenza di tanti fratelli e sorelle del Sud del mondo dev’essere colta come un’opportunità, per uno scambio che rinnova il volto della Chiesa e suscita un cristianesimo più aperto, più vivo e più dinamico. Allo stesso tempo, ogni missionario che parte per altre terre, è chiamato ad abitare le culture che incontra con sacro rispetto, indirizzando al bene tutto ciò che trova di buono e di nobile, e portandovi la profezia del Vangelo.

 

Vorrei poi ricordare la bellezza e l’importanza delle vocazioni missionarie. Mi rivolgo in particolare alla Chiesa europea: oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani.

 

Carissimi, invio con affetto la mia benedizione al clero locale delle Chiese particolari, ai missionari e alle missionarie, e a coloro che sono in discernimento vocazionale. Ai migranti invece dico: siate sempre i benvenuti! I mari e i deserti che avete attraversato, nella Scrittura sono “luoghi della salvezza”, in cui Dio si è fatto presente per salvare il suo popolo. Vi auguro di trovare questo volto di Dio nelle missionarie e nei missionari che incontrerete!

 

 

Affido tutti all’intercessione di Maria, prima missionaria del suo Figlio, che cammina in fretta verso i monti della Giudea, portando Gesù in grembo e mettendosi al servizio di Elisabetta. Lei ci sostenga, perché ciascuno di noi diventi collaboratori del Regno di Cristo, Regno di amore, di giustizia e di pace.


Dipinto "Parabola del ricco Epulone", 1550

autore Ponte Jacopo Detto Jacopo Bassano

 

GIUBILEO DEI CATECHISTI

 

SANTA MESSA

 

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Piazza San Pietro

XXVI domenica del Tempo Ordinario, 28 settembre 2025

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

Le parole di Gesù ci comunicano come Dio guarda il mondo, in ogni tempo e in ogni luogo. Nel Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc 16,19-31), i suoi occhi osservano un povero e un ricco, chi muore di fame e chi si ingozza davanti a lui; vedono le vesti eleganti dell’uno e le piaghe dell’altro leccate dai cani (cfr Lc 16,19-21). Ma non solo: il Signore guarda il cuore degli uomini e, attraverso i suoi occhi, noi riconosciamo un indigente e un indifferente. Lazzaro viene dimenticato da chi gli sta di fronte, appena oltre la porta di casa, eppure Dio gli è vicino e ricorda il suo nome. L’uomo che vive nell’abbondanza, invece, è senza nome, perché perde sé stesso, dimenticandosi del prossimo. È disperso nei pensieri del suo cuore, pieno di cose e vuoto d’amore. I suoi beni non lo rendono buono.

 

Il racconto che Cristo ci consegna è, purtroppo, molto attuale. Alle porte dell’opulenza sta oggi la miseria di interi popoli, piagati dalla guerra e dallo sfruttamento. Attraverso i secoli, nulla sembra essere cambiato: quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri! Eppure il Vangelo assicura che le sofferenze di Lazzaro hanno un termine. Finiscono i suoi dolori come finiscono i bagordi del ricco, e Dio fa giustizia verso entrambi: «Il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto» (v. 22). Senza stancarsi, la Chiesa annuncia questa parola del Signore, affinché converta i nostri cuori.

 

Carissimi, per una singolare coincidenza, questo stesso brano evangelico è stato proclamato proprio durante il Giubileo dei Catechisti nell’Anno Santo della Misericordia. Rivolgendosi ai pellegrini venuti a Roma per quella circostanza, Papa Francesco evidenziò che Dio redime il mondo da ogni male, dando la sua vita per la nostra salvezza. La sua azione è inizio della nostra missione, perché ci invita a donare noi stessi per il bene di tutti. Diceva il Papa ai catechisti: «Questo centro attorno al quale tutto ruota, questo cuore pulsante che dà vita a tutto è l’annuncio pasquale, il primo annuncio: il Signore Gesù è risorto, il Signore Gesù ti ama, per te ha dato la sua vita; risorto e vivo, ti sta accanto e ti attende ogni giorno» (Omelia, 25 settembre 2016). Queste parole ci fanno riflettere sul dialogo tra l’uomo ricco e Abramo, che abbiamo ascoltato nel Vangelo: si tratta di una supplica che il ricco rivolge per salvare i suoi fratelli e che diventa per noi una sfida.

 

Parlando con Abramo, infatti, egli esclama: «Se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno» (Lc 16,30). Così risponde Abramo: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31). Ebbene, uno è risorto dai morti: Gesù Cristo. Le parole della Scrittura, allora, non ci vogliono deludere o scoraggiare, ma destano la nostra coscienza. Ascoltare Mosè e i Profeti significa fare memoria dei comandamenti e delle promesse di Dio, la cui provvidenza non abbandona mai nessuno. Il Vangelo ci annuncia che la vita di tutti può cambiare, perché Cristo è risorto dai morti. Questo evento è la verità che ci salva: perciò va conosciuta e annunciata, ma non basta. Va amata: è quest’amore che ci porta a comprendere il Vangelo, perché ci trasforma aprendo il cuore alla parola di Dio e al volto del prossimo.

 

A questo proposito, voi catechisti siete quei discepoli di Gesù, che ne diventano testimoni: il nome del ministero che svolgete viene dal verbo greco katēchein, che significa istruire a viva voce, far risuonare. Ciò vuol dire che il catechista è persona di parola, una parola che pronuncia con la propria vita. Perciò i primi catechisti sono i nostri genitori, coloro che ci hanno parlato per primi e ci hanno insegnato a parlare. Come abbiamo imparato la nostra lingua madre, così l’annuncio della fede non può essere delegato ad altri, ma accade lì dove viviamo. Anzitutto nelle nostre case, attorno alla tavola: quando c’è una voce, un gesto, un volto che porta a Cristo, la famiglia sperimenta la bellezza del Vangelo.

 

Tutti siamo stati educati a credere mediante la testimonianza di chi ha creduto prima di noi. Da bambini e da ragazzi, da giovani, poi da adulti e anche da anziani, i catechisti ci accompagnano nella fede condividendo un cammino costante, come avete fatto voi in questi giorni, nel pellegrinaggio giubilare. Questa dinamica coinvolge tutta la Chiesa: infatti, mentre il Popolo di Dio genera uomini e donne alla fede, «cresce la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr Lc 2,19.51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità» (Cost. dogm. Dei Verbum, 8). In tale comunione, il Catechismo è lo “strumento di viaggio” che ci ripara dall’individualismo e dalle discordie, perché attesta la fede di tutta la Chiesa cattolica. Ogni fedele collabora alla sua opera pastorale ascoltando le domande, condividendo le prove, servendo il desiderio di giustizia e di verità che abita la coscienza umana.

 

È così che i catechisti in-segnano, cioè lasciano un segno interiore: quando educhiamo alla fede, non diamo un ammaestramento, ma poniamo nel cuore la parola di vita, affinché porti frutti di vita buona. Al diacono Deogratias, che gli chiedeva come essere un buon catechista, sant’Agostino rispose: «Esponi ogni cosa in modo che chi ti ascolta ascoltando creda, credendo speri e sperando ami» (De catechizandis rudibus, 4, 8).

 

 

Cari fratelli e sorelle, facciamo nostro questo invito! Ricordiamoci che nessuno dà quello che non ha. Se il ricco del Vangelo avesse avuto carità per Lazzaro, avrebbe fatto del bene, oltre che al povero, anche a sé stesso. Se quell’uomo senza nome avesse avuto fede, Dio lo avrebbe salvato da ogni tormento: è stato l’attaccamento alle ricchezze mondane a togliergli la speranza del bene vero ed eterno. Quando anche noi siamo tentati dall’ingordigia e dall’indifferenza, i molti Lazzaro di oggi ci ricordano la parola di Gesù, diventando per noi una catechesi ancora più efficace in questo Giubileo, che è per tutti tempo di conversione e di perdono, di impegno per la giustizia e di ricerca sincera della pace.


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La Confederazione dei Canonici Regolari  di San Agostino è stata costituita nel 1959, in occasione del 900° anniversario del Sinodo del Laterano IV (1059) e approvata da un breve apostolico del Santo Papa Giovanni XXIII “Caritatis unitas” del 4 maggio 1959.

 

Ogni Congregazione rimane autonoma, ma quello che ci unisce è la Regola di Sant’Agostino e lo stesso carisma, vissuto nei differenti paesi del mondo intero. Lo scopo della Confederazione è di rinforzare i legami tra le Congregazioni, di scambio di esperienze e di aumentare l’amore fraterno tra i Confratelli.

 

La Confederazione è presieduta da un Abate Primate, eletto per un solo mandato che dura sei anni. L’Abate Primate non ha giurisdizione sulle diverse Congregazione: è un titolo onorifico  dato a un canonico che è segno rappresentativo della nostra unità.

 

Nove Congregazioni

 

Attualmente, la Confederazione dei Canonici di Sant’Agostino è composta da nove Congregazioni :

 

Canonici Regolari del Santissimo Salvatore Lateranense

Canonici Regolari della Congregazione Lateranense Austriaca

Canonici Regolari della Congregazione Svizzera di San Maurizio di Agauno  

Canonici Regolari della Congregazione Ospedaliera del Gran San Bernardo 

Canonici Regolari della Congregazione di Windesheim 

Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione 

Canonici Regolari di Maria Madre del Redentore

Canonici Regolari della Congregazione dei Fratelli della Vita Commune 

 

Canonici Regolari della Congregazione di San Vittore 

 

 

 

Chi sono gli agostiniani, i “frati della carità” dell’ordine a cui appartiene Papa Leone XIV

 

Robert Francis Prevost è stato a capo dell’ordine degli agostiniani dal 2001 al 2013.

 

L’americano è il primo papa agostiniano della storia

 

 

“Sono un figlio di Sant’Agostino, un agostiniano”: si è presentato così al mondo intero il nuovo Pontefice, Leone XIV, il primo papa agostiniano della storia. È stato priore generale dell’ordine che si ispira a Sant’Agostino di Ippona, uno tra i grandi padri della Chiesa, dal 2001 al 2013. La sua opera più famosa sono le Confessioni, la sua frasi più famosa, così viene tradizionalmente riportata, è “Ama e fa ciò che vuoi”.

 

L’Ordine di Sant’Agostino è una delle famiglie religiose più antiche della Chiesa. Nasce nel marzo 1244, quando papa Innocenzo IV promuove l’unificazione di diversi gruppi di eremiti già ispirati alla Regola di Sant’Agostino. Non è stato quindi Sant’Agostino di Ippona, a fondare l’ordine ma è a lui e alla sua Regola che si ispira la dottrina degli agostiniani.

 

 

 

Nel 1256 papa Alessandro IV istituisce ufficialmente l’Ordine, fornendogli anche di un’organizzazione centralizzata e riconosciuta. Intorno al 388/389 Sant’Agostino ritornò a Tagaste (oggi Souk Ahras in Algeria) dopo la conversione avvenuta a Milano. Lì iniziò a fare vita comune, nella povertà, nella preghiera e nello studio, insieme ad alcuni compagni. A Ippona divenne presbitero e cominciò la sua vita in comune con alcuni compagni in un monastero da lui fondato. In questo periodo Agostino scrisse la Regola. Tra le indicazioni che si trovano nella Regola troviamo vivere insieme, in comunità, nella condivisione dei beni, nella povertà volontaria e nella ricerca costante della verità attraverso lo studio, la preghiera e il servizio.

 

 

Gli Agostiniani conobbero la loro massima espansione a partire dal '500, in coincidenza con la fioritura dell'Umanesimo. Nel'700 invece, quando l'imperatore asburgico Giuseppe II soppresse numerosi monasteri agostiniani e ne sequestrò i beni, l'ordine visse un periodo di decadenza. La rinascita, a partire dalla seconda metà del secolo successivo fu sostenuta come detto da papa Leone XIII.

 

 

 

Tratto distintivo dell’Ordine è l’equilibrio tra vita comunitaria, studio e missione, che si rispecchia nel motto “Charitas et Scientia” (Carità e conoscenza).

 

La devozione a Maria e la dedizione agli studi sono tra le caratteristiche degli Agostiniani. L'approfondimento della filosofia e la teologia sono la loro «eredità» culturale, assieme all'attività missionaria ed educativa. Tra le figure più celebri appartenute all'ordine  c'è Martin Lutero, che prima dello strappo con la Chiesa di Roma fu frate agostiniano. Anche Gregor Mendel, abate nato in Boemia, considerato il padre della genetica moderna, apparteneva all'ordine.

 

 

 

Gi agostiniani: “Uno di noi, sarà pontificato di pace”

 

 

 

Non riesce a trattenere la gioia fra' Cristian Melcangi, sacrista della basilica di Sant'Agostino a Roma. La notizia del nuovo Papa Leone XIV, agostiniano, ha colto di sorpresa l'ordine, generando un clima di felicità doppia: perché la Chiesa ha una nuova guida e perché questa guida viene dall'ordine di Sant'Agostino. "Non ce lo aspettavamo, è un motivo di gioia per noi - dice con voce ancora rotta dall'emozione Melcangi - Credo sarà un pontificato di pace”.


Papa Francesco il seminatore di Speranza

"La speranza cristiana non è negazione del dolore, è celebrazione dell’amore di Cristo Risorto che è sempre con noi"

 

Papa Francesco

 


Di seguito il link della Santa Sede per trovare documenti, discorsi, encicliche e altri scritti di Papa Francesco

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Alcune Esortazioni apostoliche

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Le Encicliche di Papa Francesco

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Il papa in un mondo smarrito

 

Pierluigi Mele

 

 

Il lutto, per la morte improvvisa di papa Francesco, ha attraversato le popolazioni di tutti i continenti. Un fenomeno globale come pochi nella storia contemporanea: solo la morte di papa Wojtila regge il paragone. Ed è una ulteriore dimostrazione di quanto la figura del pontefice romano sia, per la sua missione, una figura universale.

 

Ogni papa esplicita la sua missione secondo i tempi e il carisma particolare della sua personalità.

 

In papa Francesco si univano, in una originale sintesi, il carisma di due santi geniali della storia della cristianità: quello di Francesco d’Assisi e di Ignacio de Loyola. Del povero di Assisi ha attualizzato l’attenzione ai dimenticati della storia, e di Ignacio ha attualizzato il carisma del discernimento nella Chiesa e nella società. Per la “maggior gloria di Dio” il discepolo di Ignacio analizza il tempo in cui vive e cerca di sviluppare percorsi di umanizzazione nella storia: la gloria di Dio è l’uomo vivente, come afferma Sant’Ireneo di Lione padre della Chiesa del II secolo. Ora, come ha affermato il vaticanista Marco Politi, Francesco ha afferrato «le paure e le fragilità di centinaia di milioni di uomini e donne di qualsiasi fede e orientamento».

 

In un mondo smarrito e impaurito, in papa Francesco c’era un invito forte all’umanità a una profonda “conversione”, a un cambiamento radicale di mentalità. I profeti sono dentro la corrente “calda” della storia umana. Sono anticipatori di futuro, di pienezza dell’umanità.

 

In questo senso, come ci insegna il filosofo tedesco Ernst Bloch, la speranza è nettamente superiore alla paura: è “sogno in avanti”, è “sogno a occhi aperti”. Nel senso, cioè, dell’anticipazione di ciò che non è ancora dato. Ma nulla va dato per scontato, la «speranza è costitutivamente esposta all’incertezza e alla delusione»[1]. La speranza per Bloch è «[…] fattore energetico, mobilitante, entusiasmo fattivo, nell’attesa fervente dell’adempimento»[2]. Insomma, in questo dinamismo della storia umana, la “corrente calda” della profezia ci invita a una incessante lotta di liberazione.

 

Papa Francesco era inserito in questa “corrente calda”. Il suo magistero aveva una visione alternativa alla “cosmologia” della dominazione: la sua era una “cosmologia” della fraternità della Madre Terra, la nostra Casa Comune. La “cosmologia” della Fraternità Universale era il sogno di Francesco di Roma sulla scia di Francesco d’Assisi e del suo amico teologo francescano Leonardo Boff. È l’alternativa al neoliberismo, al pensiero unico, che ha pervaso l’intero pianeta.

 

Infatti, il neoliberalismo e il capitalismo, che si reggono sulla competizione e sullo sfruttamento delle risorse della natura, hanno determinato un contrattacco della terra. La specie umana ha fatto una guerra alla natura e la terra ha reagito. Questa è la dinamica secondo Leonardo Boff, uno dei” padri” ispiratori della enciclica Laudato si’.

 

Meno acqua, più calore, diminuzione della biodiversità sono il risultato del sistema dello sfruttamento: così le riserve della terra sono finite. E se non ci sforziamo di diminuire il nostro consumo, la terra continuerà a reagire. Insomma, la sua ecologia integrale, quella del Magistero di Papa Francesco, può ancora ispirare un percorso nuovo per la politica e l’economia planetaria del prossimo futuro. Appunto la politica è la grande arte per la costruzione della “Casa Comune”. Ma, crto, la politica va ripensata nella logica della “Fraternità Umana”.

 

Nella Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica.  Mette in risalto che: «La politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia» (n. 177). Fa una franca critica al mercato: «Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali» (n. 168). E ancora: «La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli” (n. 12). Essa “crea solo soci ma non fratelli» (n.101).

 

Così si esplicita la nuova politica o, se volete, la politica autentica: «Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza»[3]. Dal Papa viene un chiaro invito a compiere la rivoluzione della tenerezza.

 

L’analisi splendida che Papa Francesco svolge nella Fratelli tutti della figura del buon Samaritano è davvero una grande sfida alla politica contemporanea. Scrive al riguardo Leonardo Boff: Mediante la parabola del buon Samaritano, Francesco compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: «Con chi ti identifichi, con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei’? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli?» (n. 64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66)»[4].

 

Ecco la misura per valutare la bontà della politica, in questo tempo di “cambio di paradigma”, si applica anche qui: «Con chi ti identifichi?». La politica deve ascoltare il grido di dolore degli ultimi, e sappiamo quanto la cattiva politica e la cattiva economia (quella del turbo-capitalismo) hanno devastato i più fragili impoverendo anche la classe media. Così nuove povertà ci sono affacciate nella nostra società. Creando smarrimento e rabbia.

 

Ecco un esempio luminoso di politica impregnata di fraternità evangelica, capace di diventare amore politico. Non è utopia questa. Nella storia del cattolicesimo politico italiano c’è chi ha percorso questa strada. Mi riferisco a Giorgio La Pira, indimenticabile “Sindaco Santo” di Firenze. Ai tempi della Guerra Fredda è stato un uomo del dialogo, costruttore di ponti tra le religioni, attentissimo alle questioni sociali.

 

Scriveva, durante una crisi economica che aveva colpito la sua città: «Non posso essere indifferente […] che i miei fratelli siano costretti a vivere in un regime economico che contraddice la loro natura di uomini. O se i miei fratelli sono costretti a vivere in un regime giuridico e politico che viola i loro fondamentali diritti umani […]. Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze? […] Se facessi così, non negherei quella paternità divina e quella fraternità umana che confesso con le labbra? […] Devo intervenire perché la fraternità, alla quale io credo, sia trascritta nelle istituzioni sociali, diventi fraternità di fatto»[5]. «Bisogna unire le città per unire le nazioni, per unire il mondo»[6].

 

Un altro esempio richiamato dal Papa è quello di Charles de Foucauld, “piccolo fratello di Gesù”: nel deserto del Nord Africa, insieme alla popolazione musulmana, egli voleva essere «definitivamente il fratello universale» (n. 287). Charles de Foucauld è stato, non va dimenticato, l’ispiratore del grande studioso francese dell’Islam, Luis Massignon. Nella sua esperienza umana e spirituale, Massignon è stato il precursore del dialogo tra Islam e Cristianesimo; senza di lui il dialogo abramitico con l’Islam non sarebbe mai cominciato. Anche lui è un fratello universale.

 

Ho richiamato questa corrente calda del cattolicesimo contemporaneo, a cui appartiene Papa Francesco. Una corrente che ha suscitato nel Novecento il Concilio vaticano II, che ha segnato una svolta per la Chiesa cattolica. Si potrebbe, allora, dire che tutto il magistero di Francesco è un’autentica declinazione del verbo del Concilio.

 

 

Papa Francesco è stato l’uomo dell’ascolto dei poveri e degli ultimi e per questo è diventato fratello di tutti, fratello universale. «Che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen» (Fratelli tutti n. 288).


"Papa Francesco non è un nome,

ma un progetto della Chiesa e del mondo"

 

Leonardo Boff

 

Ogni punto di vista è la visione da un punto, ho affermato una volta. Il mio punto di vista su Papa Francesco è quello di un latinoamericano. Lo stesso Papa Francesco si è presentato come «colui che viene dalla fine del mondo», cioè dall’Argentina, dall’estremo Sud del mondo. Questo fatto non è privo di rilevanza, poiché ci offre una lettura diversa da quella di altri, da altri punti di vista.

 

La scelta del nome Francisco, senza precedenti, non è casuale. Francesco d’Assisi rappresenta un altro progetto di Chiesa la cui centralità risiedeva nel Gesù storico, povero, amico dei disprezzati e umiliati, come i lebbrosi con i quali andò a vivere. Questa è la prospettiva adottata da Bergoglio quando è stato eletto Papa. Vuole una Chiesa povera per i poveri. Di conseguenza, si spoglia dei paramenti onorari, tradizione degli imperatori romani, ben rappresentata dalla mozzetta, quella mantellina bianca ornata di gioielli, simbolo del potere assoluto degli imperatori e incorporata nei paramenti papali. Lui la rifiuta e la dà alla segretaria come souvenir. Indossa un semplice mantello bianco con la croce di ferro che sempre usava. Visse nella più grande semplicità (il Papa non indossa Prada) e, senza cerimonie, infranse i riti per poter essere vicino ai fedeli. Ciò sicuramente ha scandalizzato molti esponenti della vecchia cristianità europea, abituati alla pompa e alla gloria dei paramenti papali e dei prelati della Chiesa in generale. Vale la pena ricordare che tali tradizioni risalgono agli imperatori romani, ma non hanno nulla a che fare con i poveri artigiani e contadini mediterranei di Nazareth.

 

Sorprendentemente, egli si presenta in primo luogo come vescovo locale di Roma. Poi come Papa per animare la Chiesa universale e, come lui stesso ha sottolineato, non con il diritto canonico, ma con l’amore.

 

Ha scelto il nome Francesco perché san Francesco d’Assisi è «l’esempio per eccellenza della cura e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità» (Laudato Sì, n. 10) e che chiamava tutti gli esseri con il dolce nome di fratello e sorella.

 

Non ha voluto vivere in un palazzo pontificio, ma in una foresteria, Santa Marta. Mangiava in fila come tutti gli altri e, con umorismo, commentava: così è più difficile che mi avvelenino.

 

La centralità della sua missione era posta sulla preferenza e la cura dei poveri, in particolare dei migranti. Disse onestamente: “Voi europei siete stati lì per primi, avete occupato le loro terre e ricchezze e siete stati ben accolti. Ora loro sono qui e non siete disposti a riceverli”. Con tristezza constata la globalizzazione dell’indifferenza.

 

Per la prima volta nella storia del papato, Papa Francesco ha ricevuto varie volte  i movimenti sociali mondiali. Vedeva in loro la speranza di un futuro per la Terra, perché la trattano con cura, coltivano l’agro-ecologia e vivono una democrazia popolare e partecipativa. Spesso ripeteva loro i diritti che gli sono negati, le famose tre T: Terra, Teto e Trabalho. Devono iniziare da dove si trovano: dalla regione, perché è lì che si può costruire una comunità sostenibile. Con ciò ha legittimato un intero movimento mondiale, il bio-regionalismo, come via per superare lo sfruttamento e l’accumulazione da parte di pochi e garantire una maggiore partecipazione e giustizia sociale per molti.

 

Fu in questo contesto che ha scritto due straordinarie encicliche: “Laudato Sì: sulla cura della casa comune”, su un’ecologia integrale che coinvolge l’ambiente, la politica, l’economia, la cultura, la vita quotidiana e la spiritualità ecologica. Nell’altra, la “Fratelli tutti”, di fronte al degrado diffuso degli ecosistemi, lanciò il severo monito: «Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o nessuno si salverà» (n. 34). Con questi testi, il Papa si pone in prima linea nel dibattito ecologico mondiale che va oltre la semplice ecologia verde e altre forme di produzione, senza mai mettere in discussione il sistema capitalista che, per sua logica, crea accumulazione da un lato al costo dello sfruttamento della grande maggioranza dall’altro.

 

Papa Francesco proviene dalla teologia della liberazione della corrente argentina, che sottolinea l’oppressione del popolo e l’esclusione della cultura popolare. Fu discepolo del teologo della liberazione Juan Carlos Scannone, che arrivò a citare in una nota a piè di pagina della Laudato Sì. Già come studente e ispirato da questa teologia, fece una promessa a se stesso: ogni settimana visitare, da solo, le favelas (“vilas miseria“). Entrava nelle case, si informava sui problemi dei poveri e infondeva speranza in tutti. Per anni portò avanti una polemica con il governo che, come politiche dello Stato, faceva assistenzialismo e paternalismo.

 

Reclamava dicendo: in questo modo i poveri non saranno mai liberati dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno è la giustizia sociale, radice della vera liberazione dei poveri. In solidarietà con i poveri, viveva in un piccolo appartamento, cucinava il proprio cibo, andava a prendere il suo giornale. Si rifiutava di vivere nel palazzo e di usare l’auto speciale.

 

Questa ispirazione liberatrice illuminò il modello di Chiesa che egli si proponeva di costruire. Non una Chiesa chiusa come un castello, immaginandola circondata da nemici da tutti i lati, proveniente dalla modernità con le sue conquiste e le sue libertà. A questa Chiesa chiusa egli contrappose una Chiesa in cammino verso i bisogni esistenziali, una Chiesa come ospedale da campo che accoglie tutti i feriti, senza chiedere loro quale sia il loro orientamento sessuale, la loro religione o ideologia: basta che siano esseri umani bisognosi.

 

Papa Francesco non si presenta come un dottore della fede, ma come un pastore che accompagna i fedeli. Chiede ai pastori di avere l’odore delle pecore, tale è la loro vicinanza e il loro impegno verso i fedeli, esercitando una pastorale di tenerezza e di amore.

 

Forse nessun papa nella storia della Chiesa ha dimostrato tanto coraggio quanto lui nel criticare il sistema attuale che uccide e produce due feroci ingiustizie: l’ingiustizia ecologica, che devasta gli ecosistemi, e l’ingiustizia sociale, che sfrutta l’umanità fino a versarne il sangue. Mai nella storia si è assistito a una tale accumulazione di ricchezza in poche mani. Otto persone possiedono individualmente più ricchezza di 4,7 miliardi di persone. È un crimine che grida al cielo, offende il Creatore e sacrifica i suoi figli e le sue figlie.

 

Come un pastore più che come medico, il suo messaggio è fondato soprattutto sulla figura storica di Gesù, amico dei poveri, dei malati, degli emarginati e degli oppressi. Fu assassinato sulla croce attraverso un duplice processo, uno religioso (offese alla religione del tempo per la sua pretesa di sentirsi Figlio di Dio) e l’altro politico, da parte delle forze di occupazione romane.

 

Non dava molta importanza alle dottrine, ai dogmi e ai riti che aveva sempre rispettato, poiché riconosceva che con tali cose non si raggiunge il cuore umano. Per questo si ha bisogno di amore, di tenerezza e misericordia. Una volta pronunciò una delle frasi più importanti del suo magistero: “Cristo è venuto per insegnarci a vivere: l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione e il perdono, valori che costituiscono il progetto del Padre che è il nucleo dell’annuncio di Gesù: il Regno di Dio. Lui preferiva un ateo sensibile alla giustizia sociale rispetto a un credente che frequenta la chiesa ma non ha alcun riguardo per il prossimo che soffre.

 

Un tema ricorrente nelle sue prediche è quello della misericordia. Per Papa Francesco la misericordia è essenziale. La condanna è solo per questo mondo. Dio non può perdere nessun figlio o figlia che ha creato nell’amore. La misericordia vince la giustizia e nessuno può porre limiti alla misericordia divina. Metteva in guardia i predicatori da ciò che era stato fatto per secoli: predicare la paura e instillare il terrore dell’inferno. Tutti, indipendentemente da quanto siano stati malvagi, sono sotto l’arcobaleno della grazia e della misericordia divina.

 

Logicamente, non tutto vale la pena in questo mondo. Ma coloro che hanno vissuto sacrificando altre vite, preoccupandosi poco di Dio o addirittura negandolo, attraverseranno la clinica di guarigione della grazia, dove riconosceranno le loro azioni malvagie e apprenderanno cosa sono l’amore, il perdono e la misericordia. Solo allora la clinica di Dio, che non è l’anticamera dell’inferno, ma l’anticamera del paradiso, si aprirà affinché anche loro possano partecipare alle promesse divine.

 

Con il suo appello all’azione a favore dei poveri, con la sua coraggiosa critica all’attuale sistema che produce morte e minaccia le basi ecologiche che sostengono la vita, con il suo amore appassionato e la sua cura per la natura e la Casa Comune, con i suoi instancabili sforzi per mediare le guerre in favore della pace, è emerso come un grande profeta che ha annunciato e denunciato, ma sempre suscitando la speranza che possiamo costruire un mondo diverso e migliore. Grazie a ciò, egli si dimostrò un leader religioso e politico rispettato e ammirato da tutti.

 

Indimenticabile è l’immagine di un papa che cammina da solo, sotto una leggera pioggia, in piazza San Pietro, verso la cappella della preghiera affinché Dio risparmiasse l’umanità dal coronavirus e avesse pietà dei più vulnerabili.

 

Papa Francesco ha onorato l’umanità e resterà nella memoria come una persona santa, gentile, premurosa ed estremamente umana. È grazie a figure come queste che Dio ha ancora pietà della nostra malvagità e follia e ci ha tenuti in vita su questo piccolo e meraviglioso pianeta.

 

 

Leonardo Boff ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera nella chiesa, Editrice Missionaria Italiana, 2014; La tenerezza di Dio-Abbà e di Gesù, Castelvecchi, 2024


In ricordo di lui

 

 Heiner Wilmer

 

 

 

Ci sono parole che riassumono una vita. Ci sono vite che, pur complesse e sfaccettate, riescono a farsi riassumere in una parola – quando questo accade, tocchiamo il mistero profondo di una persona: la sua lotta, la sua speranza, la sua eredità. Per papa Francesco, questa parola è misericordia.

 

Ben prima di essere il fulcro del suo ministero, misericordia è stata per Jorge Maria Bergoglio un’esperienza: l’essere toccati dal palpito del cuore di Dio e il lasciarsi toccare dalla sua dedizione senza misura.

 

Fedele all’esperienza di un Dio che è misericordia

Bergoglio si è sentito guardato con misericordia da Dio ed è così che egli, da gesuita, vescovo e papa, ha guardato al mondo – amato senza limiti dal Dio che si fa corpo, carne, storia nel vissuto di Gesù. Quando si è toccati dalla misericordia di Dio, questa ti entra nelle ossa, fa corpo unico con la tua esistenza. Così è stato di papa Francesco, che è rimasto fedele a questa esperienza di Dio anche quando si è ritrovato a doversi vestire di bianco. La solennità del ministero assunto per la Chiesa e per il mondo non ha scalfito in nulla la tenerezza con cui quel Dio gli chiedeva di guardare e toccare la gente.

 

Il primo viaggio di papa Francesco lo ha portato a Lampedusa – perché lì lo spingeva il suo essere ministro di un Dio misericordioso. È andato in questo luogo, dove la sofferenza dei rifugiati scava ferite visibili nel cuore dell’Europa. Qui Francesco ha messo a nudo la globalizzazione dell’indifferenza, di una logica mondana che produce scarti dell’umano. Qui Francesco ha lanciato il suo monito, volto a destare i cuori assopiti di tutti noi: «Abbiamo disimparato a piangere».

 

Francesco non ha disimparato a piangere: ha pianto per la guerra in Ucraina; per i bambini di Gaza; per tutti quei frammenti di terza guerra mondiale che si va componendo dai suoi tanti pezzetti. Ha pianto per l’indifferenza dell’umanità. Ma non ha mai smesso di sperare.

 

Uno di noi

Chiunque l’abbia incontrato ha percepito che era un uomo del popolo, un fratello – non un sovrano. Un vescovo di Roma, non un sommo pontefice. Un papa in sedia a rotelle con un poncho nella basilica di San Pietro, una settimana prima di morire. Un papa che ha ringraziato per essere stato portato fra la gente, fra la sua gente, per benedirla insieme al mondo, il giorno prima di morire.

 

Un papa solo sotto la pioggia in piazza San Pietro, a pregare e benedire le persone della terra mentre il mondo era fermo per la pandemia. In quella sera, in quel vuoto misterioso, papa Francesco non ha predicato il Vangelo: lo ha incarnato. Da solo. Nella tempesta. Su una barca che rischiava di affondare. E ha detto: «Su questa barca ci siamo tutti».

 

Questo era il suo stile. Semplice, accessibile, ilare. Uno stile che costruiva ponti, non muri. Così che i tanti fossati che scaviamo tra di noi potessero trasformarsi da luoghi di separazione a cammini di incontro.

 

Il programma di papa Francesco era chiaro, basato su tre pilastri: misericordia; fratellanza; pace.

 

Come Gesù

Papa Francesco vedeva la Chiesa come un «ospedale da campo», un luogo di guarigione, un porto a cui tutti potessero approdare anche solo per un attimo. Perché la misericordia non sta chiusa nei palazzi, non si lascia rinchiudere nelle belle parole di libri e documenti, ma va in cerca dell’umano ferito e delle ferite dell’umano. La misericordia è la fede che si lascia guidare dallo Spirito, che non sai di dove viene né dove va – ma ne senti la voce che ti ingiunge di seguirlo.

 

Desiderava una Chiesa così, docile allo Spirito, errabonda lungo i sentieri delle vite delle persone e lungo i dirupi della storia umana. Per questo ha sottolineato ripetutamente che i sacramenti sono destinati alla cura, alla consolazione, alla riconciliazione – là dove sull’umano ferito spira leggera la brezza dello Spirito.

 

In nome del Dio che non conosce misura nell’amore, ha spalancato le porte della Chiesa anche a coloro che erano lontani. In nome del Dio che genera alla vita, ha aperto una nuova prospettiva per il creato, per l’ambiente e per la consapevolezza che la questione sociale e quella ecologica sono strettamente intrecciate fra di loro. Il grido dei poveri fa tutt’uno con quello della Madre Terra.

 

Come Gesù anche noi dovremmo lasciarci toccare dalle preoccupazioni e dai bisogni delle persone. Come Gesù anche noi dovremmo diventare guaritori che fasciano le ferite degli altri.

 

Come Gesù anche noi dovremmo essere prossimi agli altri, parlare con loro cuore a cuore, essere presenti gli uni per gli altri. Come Gesù anche noi dovremmo essere segno tangibile della vicinanza, tenerezza e coraggio di Dio.

 

Tutti fratelli e sorelle

Francesco ha parlato della «grande famiglia umana»; e ha impegnato le religioni, cattolicesimo e islam, a essere le cellule della sua edificazione globale. Come vescovo di Roma, ha esortato gli stati europei a prestare maggiore attenzione e impegno verso coloro che cercano protezione abbandonando i loro luoghi natii.

 

Ha letto la parabola del Buon Samaritano non solo in chiave individuale, ma anche collettiva. Non è solo il singolo che deve prendersi cura del prossimo che giace, percosso, sui margini della strada; anche i popoli forti devono prendersi cura di quelli feriti, sfruttati e oppressi.

 

A Venezia ha detto: «Il potere non è nelle mani dei grandi di questo mondo, ma nel popolo». È andato in prigione. Ha lavato i piedi ai detenuti. Ha fatto costruire docce per i senza tetto in piazza San Pietro.

 

Francesco non voleva una Chiesa come istituzione del potere, ma come comunità di dedizione che si prende cura di tutti e tutte – che ha a cuore ogni persona. Una Chiesa che non ha paura di scendere in strada, di sporcarsi col fango della vita umana, che non ha paura di uscire ammaccata dagli incontri con la vita reale della gente.

 

Voleva una Chiesa in uscita, ascoltatrice della voce dello Spirito e noncurante della destinazione a cui essa la conduce – e non una Chiesa che ruota solo intorno al proprio ombelico, ammaliata dall’immagine speculare di sé.

 

Shalom

Papa Francesco non ha mai inteso la pace come un semplice ideale, ma come un compito che viene dal profondo, dall’opera dello Spirito Santo. Come nel vangelo di oggi, dove ai discepoli barricati in una stanza per paura, Gesù dice «la pace sia con voi». Ha ripetuto più volte che «lo Spirito è il vero protagonista della Chiesa, noi siamo solo strumenti nelle sue mani».

 

Per questo ha pregato instancabilmente affinché lo Spirito ci insegni a percorrere vie di dialogo, perché la pace non nasce dai trattati ma dal cuore, dal mettersi l’uno di fronte all’altro ascoltandosi a vicenda, dal silenzio della preghiera.

 

 

Quando cadono le bombe, quando i popoli si lacerano, quando regna la violenza, secondo Francesco un pastore non può rimanere in silenzio. Lo Spirito di Dio ci spinge a ribellarci contro la guerra e l’odio, ci spinge a resistere ad oltranza alla violenza, ci spinge a impegnarci per la vita nel e del mondo.

 

Francesco credeva nella forza dolce ma potente dello Spirito, portatrice di uno scompiglio capace di abbattere tutti i muri: quelli tra i popoli; quelli tra le confessioni; ma anche quelli presenti nei nostri cuori.

 

Per lui la preghiera per la pace non era una fuga dal mondo, ma una rivoluzione silenziosa, perché lo Spirito vuole la vita non la morte.

 

E così vedeva per la Chiesa il compito di essere luogo di pace – non attraverso il potere, ma mediante la misericordia, attraverso l’opera dello Spirito che riconosce in ogni persona l’immagine di Dio.

 

In principio la gioia

Ed ora che la sua vita tra noi è terminata, sentiamo il dovere di gettare lo sguardo a quel principio misterioso che ha attraversato tutto il suo vissuto: la gioia. La gioia che viene dal Vangelo e la gioia per il Vangelo.

 

Si è detto molto su papa Francesco in questi giorni, ma quasi tutti hanno dimenticato questa dimensione fondamentale della sua fede e del suo ministero di vescovo di Roma. Eppure lui ci è tornato sopra molte volte, dopo avercela fatta assaporare con la sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium.

 

La gioia non è un sentimento estemporaneo, ma una disposizione fondamentale del cuore che ha incontrato il corpo della dedizione di Dio, che è stato toccato da esso. Quando questo accade, la gioia che salva te la porti in giro appiccicata al tuo corpo ovunque tu vada, come accade per il lebbroso guarito nel vangelo di Marco.

 

Papa Francesco desiderava una Chiesa la cui fede fosse imbevuta da cima a fondo da quel mistero dei misteri di cui parla Chesterton alla fine del suo libro Ortodossia: «Eppure c’è qualcosa che Gesù ha tenuto per sé. Lo dico con reverenza (…). C’era qualcosa che Egli nascondeva a tutti quando salì sulla montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli celava costantemente attraverso improvvisi silenzi o frettolosi isolamenti. C’era una cosa che era troppo grande per Dio per mostrarla a noi mente Egli camminava sulla nostra terra – e io talvolta ho immaginato che fosse la sua gioia ilare».[1]

 

Una Chiesa per il terzo millennio

Questa gioia evangelica della fede è la forza che dà forma a una Chiesa sinodale – come comunità in cui tutti camminano insieme, non come istituzione di potere dove alcuni decidono dall’alto.

 

Per papa Francesco il Sinodo non era solo un evento a un incontro, ma uno stile. Lo stile di Gesù: ascoltare, discernere, cercare insieme la via. Essere sinodali significa prendersi sul serio gli uni gli altri, comprendere l’altro come inviato da Dio e scoprire insieme ciò che lo Spirito Santo vuole dirci oggi.

 

È la forma fondamentale della Chiesa, dice Francesco, perché solo così il popolo di Dio può crescere: nella verità, nella libertà, nella responsabilità – ma, soprattutto, nella gioia di essere cristiani.

 

Questo è confortante, perché significa che nessuno deve camminare da solo, che la Chiesa può essere un luogo in cui ogni voce conta e viene ascoltata, ogni ferita è vista e viene lenita. Ma ci chiama anche a seguire: cammina insieme a noi. Ascolta. Non chiedere prima: chi ha ragione? Ma, piuttosto: dove ci chiama lo spirito, insieme – mai senza l’altro?

 

***

 

Ora papa Francesco se ne è andato. Il lunedì di Pasqua alle 7.35. Nel momento luminoso della nostra fede nella risurrezione. Lui, il papa dei poveri, dei deboli, degli ultimi, proprio di quelli che nessuno vuole: loro erano a casa sua.

 

E il cerchio di una vita si chiude nel luogo che amava come nessun altro: Santa Maria Maggiore a Roma. Ci andava prima di ogni viaggio. Ci andava per trovare la pace. Per stare con Maria. Lì pregava. Lì piangeva. Lì trovava quel conforto che lo confermava nella gioia della fede. E ora riposa lì in pace.

 

 

[1] G.K. Chesterton: Orthodoxy. Christian Calssic Ethereal Library, Grand Rapids (MI), 112.



Francesco: parole della gente comune

 

 Riccardo Cristiano

 

 

Francesco si è preso dei rischi, ma anche delle libertà: la libertà di un’espressione non calcolata, che poi qualche ufficio avrebbe corretto magari, ma intanto questo stile colloquiale passava, diventava normale. In un comunicazione sempre controllata non si prendono rischi ma tutto diviene più paludato.

 

Un pontificato non lungo quello di Jorge Mario Bergoglio, ma difficilmente la Chiesa cattolica potrà tornare ad essere quel che è stata prima di lui. In questa realtà nuova c’entra senz’altro il linguaggio di Francesco: un linguaggio rivoluzionario.

 

Mi attengo soltanto a questo non per dire che i nuovi dovranno parlare come lui, ma per dire che il suo linguaggio ha traghettato la Chiesa in un mondo a lei poco conosciuto, non quello dei teologi, dei dotti, degli esegeti, ma quello delle persone normali; ascoltare il Papa non è più un’impresa per dotti, ai “semplici” non sono più riservati soltanto i gesti. Anche le parole sono rivolte a loro.

 

Nell’epoca della comunicazione a mezzo social media, cioè in un tempo di rapporto diretto tra chi parla e chi ascolta, tra chi dice e chi recepisce, questo ha una valenza enorme.

 

Ignari di questo alcuni si sono attardati, ad esempio, a non comprendere i colloqui tra Francesco ed Eugenio Scalfari. Nei suoi resoconti, con aria divertita, qualcuno poteva obiettare che Scalfari commetteva “errori” dottrinali, attribuiva al Papa una parola invece che un’altra: ma quella frase non doveva arrivare ai sacrestani, a catechisti, ma a chi lontano dalla Chiesa a mezzo di una semplificazione forse erronea, o sgrammatica diciamo, poteva così capire la voce del Papa pur non essendo parte del suo mondo di fede, ma interessato alle sue considerazioni sul mondo, sulla vita (e sulla morte).

 

Dunque la prima novità è stata questo mettere la voce di un romano pontefice nella non perfetta interpretazione “teologica” di un “estraneo” a quel mondo, come tanti di noi.

 

In questo non c’è alcuna forma di imbroglio, ma una “commistione” di stili e linguaggi, per consentire una reciproca comprensione. Questo rimanendo “nel seminato” ufficiale, bollinato, non si sarebbe potuto ottenere.

 

Se vogliamo paragonare questo discorso “linguistico” con quello dei gesti, possiamo trovare il corrispettivo con l’apparizione del Papa al Festival di Sanremo. Luogo non certo santo, né aduso alle discussioni sulla patristica, ma momento di svago e di vita vissuta come la gente vuole viverla da milioni di persone, alle quali il Papa si è dunque rivolto, mettendosi sullo schermo di quelle che alcuni saccenti chiamano “canzonette” e anche “soubrette”.

 

Le risposte a braccio

Guardando più addentro al suo pontificato cogliamo inoltre come Francesco, che non era incline alle interviste prima di diventare pontefice, ha creato anche uno stile espressivo nuovo ed ulteriore, quello del Papa che “ risponde a braccio”.

 

Durante i voli Papali, ovviamente, i giornalisti erano invitati a presentare le loro domande per il Papa in anticipo e in forma scritta, poi alcune sarebbero stato scelte, magari con qualche “levigatura”. E il Papa aveva il tempo per pensare a cosa dire e non dire. Francesco ha voluto l’intervista senza rete: i giornalisti sul volo Papale hanno potuto chiedere quel che volevano al Papa.

 

In questo modo Francesco si è preso dei rischi, ma anche delle libertà: la libertà di un’espressione non calcolata, che poi qualche ufficio avrebbe corretto magari, ma intanto questo stile colloquiale passava, diventava normale. In un comunicazione sempre controllata non si prendono rischi, si ovatta il messaggio, lo si rende “compatibile”. Non ci sono rischi, ovviamente, ma tutto diviene più paludato, difficilmente si tratta di un modo di esprimersi che riesce a comunicare.

 

In alcuni casi questo stile, questo modo di esprimersi è stato decisivo, come quando, parlando in questo linguaggio “informale”, ha detto “chi sono io per giudicare?” . Una frase che è entrata nella storia di questo pontificato.

 

Ho notato che in tempi recenti, in tutte le interviste che ha dato – a differenze di quanto accade con i testi scritti, il Papa non si è mai riferito all’aborto “dal momento del concepimento”: ha sempre fatto riferimento al momento, soggiungendo che sopraggiunge assai presto, in cui tutti gli organi sono formati. Ha scelto questo come il momento in cui dire che c’è vita umana. Un segnale che non è stato colto?

 

Alle spalle di questo, se si volesse indagare, c’è tutta una lunga e importantissima scuola teologica, che include San Tommaso, non certo autori minori: se avessi ragione, non lo so, sarebbe un caso di messaggio che il nuovo stile non è riuscito a veicolare, anche per la scarsa volontà di dialogo dell’altro campo, convinto della sua verità.

 

Vettori insoliti, “esterni”, linguaggio informale: sono due grandi novità di questo pontificato che potrebbero o dovrebbero restare, comunque, nel pontificato che verrà. Si tratti di un “bergogliano” o no, tornare al vecchio sarebbe dannoso.

 

Ma la novità più profonda e significativa, a mio avviso, è un’altra e quella è un dono che quindi non può costituire un precedente, perché i doni chi non li ha non li può chiedere in prestito: parlo del linguaggio poetico.

 

Il linguaggio poetico

Il linguaggio poetico di Francesco lo conoscono tutti quelli che lo hanno sentito parlare e sanno che questa era la sua forza comunicativa, quella che svegliava, attraeva, rendeva vivi coloro che lo ascoltavano, scoprendosi così coinvolti anche se non credevano, per la forza vitale che il linguaggio poetico ha.

 

I neologismi che lui ha introdotto- è famoso il “balconear” per invitare a non fare così, a non limitarsi a osservare lo scorrere della vita dalla finestra, dal balcone di casa- ma anche il “disinstallarsi” riferito non alle app, ma all’azione che la Chiesa dovrebbe compiere per divenire “Chiesa in uscita”, sono espressioni immaginifiche che raggiungono e toccano gli uomini, le donne, i giovani, portando un messaggio importante che non ha bisogno di citazioni che allontanano, facendo sudare l’uditorio, che rimane lontano, diciamo difficilmente coinvolto se non tramite quei “mediatori culturali” che oggi sono ascoltati o seguiti con decrescente attenzione.

 

Anche le sue figure vere o presunte, come la vecchina che in parrocchia gli ha detto una frase che vuole dire ma semplicemente, tipo “Dio perdona sempre, altrimenti il mondo sarebbe finito da tanto tempo”, ha un senso poetico, perché ci chiede di immaginare la vecchina, la sua “cultura sapienziale”, non universitaria, alta, ma autentica, che ci parla con un’altra saggezza e che così ci dice di più.

 

Ma il linguaggio propriamente poetico è quello che apre orizzonti, risveglia. Faccio un esempio che mi ha sempre colpito: quando giunse per l’incontro interreligioso a Ur, in Iraq, realizzando il sogno da tanto tempo dei Papi di poter visitare i luoghi d’Abramo in Iraq, il Papa ha detto:

 

L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo.

 

Questo linguaggio che dall’oltre giunge all’altro è certamente poetico: possiamo usare le successive parole del Papa per capirlo in termini che riguardano i tre monoteismi, la loro fratellanza nella discendenza comune, ma anche per capire, come faccio io, che l’oltre è sempre tale, non può essere rinchiuso in una sola comprensione, riguarda e unisce le diversità senza omologarle, andando oltre ciascuna di loro.

 

Forse è per questo che nel testo torna più volte a parlare del cielo:

 

Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio che, attraverso la sua discendenza, avrebbe toccato ogni secolo e latitudine. Ma tutto cominciò da qui, dal Signore che “lo fece uscire da Ur” (cfr Gen 15,7).

 

Il suo fu dunque un cammino in uscita, che comportò sacrifici: dovette lasciare terra, casa e parentela. Ma, rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli.

 

Anche a noi succede qualcosa di simile: nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri.

 

In queste breve e non certo innovativa, o originale, escursione nei linguaggi di Francesco troviamo che il linguaggio esce dal ciclostile della forma nota, sperimenta sistemi idonei all’oggi, accorcia le distanze, come sanno fare solo i veri comunicatori, ma soprattutto porta il Vangelo e la sua predicazione in un tempo che ha modificato profondamente i sistemi di comunicazione.

 

Anche questo conferma che Francesco, il grande umanista di un tempo spaesato tra i nuovi ismi, come il sovranismo e il populismo, è stato un potente antidoto a queste novità preoccupanti.

 

Queste parole, il cui esempio più noto in termini di prossimità è il suo presentarsi dicendo “buongiorno”, o “buonasera”, come fa qualsiasi amico, qualsiasi compagno di viaggio, esempio dunque di prossimità che elimina la distanza che si era creata tra il Papa e i fedeli, la gente comune, sono state accompagnate dai suoi gesti più noti e ad esse collegati: abolire gli ori, le limousine, visitare le carceri, o i centri dove si trovano i migranti forzati.

 

 

Parola e gesto hanno composto un ritratto nuovo della Chiesa e del Papa vissuto e presentato come essere umano: la riforma più riuscita. Chi volesse smontarla avrà difficoltà a farlo, soprattutto per il linguaggio, che comunque ha dato inizio ad un’epoca ecclesiale nuova.



L'omaggio senza fine a Francesco: «Vi raccontiamo perché siamo qui»

 

Luca Liverani

 

24 aprile 2025 

 

 

Dalla pace alla cura dei fragili, abbiamo raccolto alcune voci de più di 50mila fedeli che hanno voluto sostare in San Pietro davanti alla salma nelle prime 24 ore. «È stato il Papa dell'umiltà»

 

 

   

Non si è fermato nemmeno nella notte l'immenso afflusso di fedeli in fila per rendere omaggio a papa Francesco, la cui salma è esposta nella basilica di San Pietro. Stamattina la coda raggiunge i due chilometri di lunghezza e va da piazza Risorgimento a Porta Angelica. La coda, che comincia in piazza, fa diverse curve prima di arrivare in via di Porta Angelica dove le persone poi si incolonnano tra le transenne. Contrariamente a quanto previsto, ieri sera la basilica è rimasta aperta a oltranza dopo la mezzanotte: è stata chiusa alle 5.30 per poi essere riaperta alle 7, secondo il programma diffuso nei giorni scorsi. E secondo i media vaticani dalle 11 di ieri alle 11 di questa mattina, più di 50mila persone hanno reso omaggio ai Papa.

 

«Semplice. Diretto. Controcorrente. Coraggioso. Sorprendente. Spiritoso. Umano. Universale. Santo»: eccoli, gli aggettivi che ricorrono nelle parole di chi si è messo in fila per l'ultimo saluto a Francesco. E c’è veramente gente di tutti i tipi in questo brulichio di umanità che comincia a piazza Pia, si snoda lungo via della Conciliazione e si intruppa paziente nel serpentone che attraversa piazza San Pietro e arriva alla Basilica. Per vederlo, per salutarlo, per ringraziarlo, per pregarlo.

 

Ragazzi col Tau al collo, anziane col bastone, famiglie con figli piccoli e con figli grandi, stranieri dai look poco consoni alla situazione, coppie col passeggino. Cattolici praticanti e non, agnostici, atei. Una fiumana multicolore e multietnica che ha pochissime cose in comune, tranne una: questa enorme ammirazione per il Papa venuto “dalla fine del mondo” ma entrato subito in sintonia con un’umanità eterogenea. Con tutti e con ciascuno di loro.

 

Come Anna ed Elisabetta, due amiche di mezza età con due nomi biblici importanti. Hanno gli occhi pieni di luce dopo averlo salutato l’ultima volta. «Solo due ore», dicono quasi incredule. Vengono da Ladispoli, cittadina di mare in provincia di Roma. Cosa li ha colpiti di Francesco? «La semplicità, prima di tutto. Era uno di noi. Ma abbiamo capito la grandezza di quest’uomo leggendo la Evangelii Gaudium, con l’apertura ai laici, l’invito a farsi Chiesa in uscita. E la Fratelli tutti. Ancora di più con la Laudato si’, che ci ha fatto percepire il lamento flebile della Terra. Un dono che Dio ci ha affidato per custodirlo. Non per spremerlo».

 

Un Papa tanto diverso dai suoi predecessori, ma che a suo modo ha proseguito la loro opera. «Giovanni Paolo II ha spalancato le porte – dice Elisabetta – poi Benedetto XVI ci ha messo sui binari, con la sua delicatezza. E Francesco ci ha insegnato a camminare e a non fermarci. Col sorriso di papa Luciani». E ora? «Noi speriamo in un Francesco II. La gente ha paura che si ritorni indietro. Un nuovo Papa che non copi Bergoglio, ma che ne prosegua l’azione». Elisabetta e Anna ci provano a mettere in pratica il magistero di Francesco con il Circolo Laudato si’ Sacro Cuore di Ladispoli: «Abbiamo fatto uscire i preti dalle parrocchie», dicono sorridendo. Cioè? «Con la staffetta in bici di 140 chilometri “Alzati e pedala”, da Fiumicino a Civitavecchia. Ogni parroco ha raggiunto la parrocchia vicina consegnando all’altro la Laudato si’». Mariolina è romana di Roma, sulla sessantina, e non è voluta mancare. «Francesco mi è stato subito simpatico. Un papa moderno, che è riuscito ad avvicinare alla Chiesa tanta gente lontana, con la sua semplicità e col suo senso dell’umorismo».

 

Fabrizio ha 35 anni e al collo porta il lupetto della Roma. Romano? «Di Spinaceto», precisa, profondo sud romano. Cosa ti ha colpito di Francesco? «Pace, pace, pace. Lo ha ripetuto all’infinito. Era il Papa che ci voleva oggi che c’è troppa guerra, troppa». «Siamo di vicino Roma, non potevamo non venire», dicono Fabrizio e Cristina. Di dove? «Castelgandolfo. Certo, Francesco alla Villa Pontificia non è mai venuto e i negozianti non sono stati molto felici... Ma non importa, noi l’abbiamo amato tanto, quanto Giovanni Paolo II. Questo è stato un Papa che ha portato una ventata di novità. Un Papa controcorrente. Un Papa della gente».

 

Alessandra e Chiara sono amiche e colleghe, eleganti e curate più della media dei pellegrini. «Sono qui perché sono cattolica – racconta Alessandra – e venni a vedere anche papa Luciani con mia mamma, ero una ragazzina. Allora non c’era mica tutta questa gente. Con Giovanni Paolo II purtroppo non ho potuto, lavoravo. Stavolta ho voluto esserci, perché questo Papa mi ha colpito. Per il suo essere fuori dagli schemi, un latinoamericano, un po’ “populista”. Da quando si affacciò con quel sorprendente “buonasera” il giorno della sua elezione, per finire col mostrarsi senza falsi pudori in carrozzella. Per dirci “non vergognatevi della debolezza, sono anch’io come voi”. Ha comunicato tanto coi gesti». All’ingresso di sinistra del Colonnato Pasquale arriva con la moglie Barbara e i due figli grandi, Elena e Cosimo. Sono partiti da Benevento, torneranno subito in serata. Lo hanno fatto senza esitazioni, «per questo Papa dell’umiltà che ha voluto rompere gli schemi, rigettare certi simboli del potere papale. Ed è per questo che tanta gente gli si è avvicinata». Non solo: «Anche per l’attenzione per il Creato. È stato l’altro elemento che l’ha reso così importante».

 

 

Va di fretta e non si ferma a parlare col cronista l’uomo canuto e bassino. Dice solo due cose. La prima è da dove viene: «Dalla Sicilia». La seconda è il motivo per cui ha voluto salutare Francesco: «Perché è un santo». Basta e avanza. La signora anziana e distinta cammina faticosamente, una mano sul bastone, l’altra sottobraccio al figlio. «Quando si è mostrato in carrozzella – dice anche lei – mi ha colpito nel profondo. Non potevo non venire a dirgli grazie. Oggi quanto manca al mondo la sua benedizione e la sua presenza». Ed ecco un’altra famiglia che ha fatto ore di macchina prima che ore di fila. «Siamo calabresi, ma veniamo da Como», spiega Leonardo con moglie e figli. «Abbiamo cominciato all’una, siamo usciti quasi alle cinque». Ne è valsa la pena? «Assolutamente sì!», dice sgranando gli occhi, per far capire quanto è stata sciocca la domanda. Tutti diversi, tutti con lo stesso desiderio nel cuore.


L’ultima benedizione

 

 

Anita Prati

 

La preoccupazione per la conflittualità montante ad ogni angolo del pianeta ha accompagnato papa Francesco fino ai suoi ultimi respiri.

 

Rispondendo ad un messaggio di auguri di pronta guarigione inviatogli dal direttore del Corriere della Sera, lo scorso 18 marzo, dalla sua stanza d’ospedale al Policlinico Gemelli il Papa scriveva:

 

Caro Direttore, desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda.

 

L’assurdità della guerra si palesa ancor di più in tutta la sua drammatica insensatezza quando la si guarda da quel punto di osservazione privilegiato che è la malattia, luogo in cui si dispiega compiutamente tutta l’essenza dell’umana fragilità.

 

Dal suo letto d’ospedale papa Francesco ha levato un accorato appello, invitandoci a sentire tutta l’importanza delle parole. In un tempo in cui, in modo più o meno subdolo, torna a montare il clima di propaganda belligerante che avevamo conosciuto nei primi decenni del Novecento, il richiamo di papa Francesco risuona come una profezia: poiché le parole sono fatti che costruiscono i mondi che abitiamo, dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra.

 

***

 

È la proposta di un decisivo cambio di paradigma.

 

Proprio nei giorni in cui l’UE impegna i soldi dei suoi contribuenti per lanciare un video volto a promuovere un fantomatico kit di sopravvivenza utile a tenersi in vita per 72 ore in caso di minacce non meglio identificate, ma chiaramente identificabili con una bella guerra nucleare; proprio mentre i nostri governanti (e le nostre governanti) si arrabattano in tutti i modi possibili per giustificare l’investimento di fondi in piani di riarmo, a detrimento di istruzione e sanità; proprio mentre si cominciano a (re)introdurre anche nelle scuole progetti di rafforzamento della cooperazione civile-militare e sembra sempre più vicino il giorno in cui torneremo in piazza ad esercitarci nel passo d’oca; proprio mentre tutti i grandi (e le grandi) della terra si affannano a spiegarci la logica della guerra preventiva, sbeffeggiando il pacifismo come retaggio da hippy nostalgici e declinando come un insulto la parola «pacifista!», giacché l’idea-guida è che il Bene si può affermare solo sconfiggendo il Male a mano armata; proprio in giorni così, intrisi di irriducibile bellicosità, un uomo anziano, sulla soglia della morte, usa le sue ultime energie per richiamarci al dovere di sperare la pace.

 

Domenica 20 aprile, prima della benedizione Urbi et Orbi, impartita con un filo di voce dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro, papa Francesco ha chiesto al maestro delle Celebrazioni Liturgiche Diego Ravelli di leggere il suo Messaggio Pasquale. Ci resteranno di lui queste ultime immagini, queste ultime parole: un uomo anziano e ammalato che osa, come pochi al mondo, continuare a credere che solo la pace ci salva dalla disumanità.

 

Se Cristo, nostra speranza, è risorto, sperare non è un’illusione, ma un dovere e una responsabilità:

 

Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita.

 

La potenza della Vita è disarmata e proprio per questo disarmante. Siamo circondati da volontà di morte, da conflitti e da violenze di ogni genere, ma la nostra esistenza non è fatta per la morte, è fatta per la Vita!

 

In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!

 

Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile!

 

***

 

Nel Messaggio di Francesco tornano, nominati uno ad uno, i luoghi della terra martoriati dalle guerre: il Medio Oriente, il Libano, la Siria; lo Yemen; l’Ucraina; il Caucaso Meridionale, l’Armenia e l’Azerbaigian; i Balcani occidentali; la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan e il Sud Sudan, il Sahel, il Corno d’Africa, la Regione dei Grandi Laghi; il Myanmar.

 

Su tutti, e prima di tutti, la Terra santa insanguinata:

 

Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero. Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!

 

Cessate il fuoco! Chi raccoglierà questo appello di papa Francesco? Chi avrà il coraggio e si assumerà la responsabilità di osare sperare la pace?

 

Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo.

 

I grandi e le grandi della terra, che in questi giorni affastellano tributi di cordoglio per la morte di papa Francesco, saranno capaci di raccoglierne l’eredità spirituale e fare in modo che, la sua, non rimanga una voce che grida solitaria nel deserto?

 

***

 

Il testamento di Francesco, redatto quasi tre anni fa, il 29 giugno 2022, si chiudeva con queste parole, che testimoniano tutta l’urgenza del suo sentire:

 

La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.

 

 

Tornare a sperare che la pace è possibile: è questa il richiamo potente e la responsabilità che papa Francesco ci ha affidato con le sue ultime parole.


 

 

L’ultima omelia

 

 Anita Prati

 

 

 

L’ultima omelia di Papa Francesco è stata l’omelia scritta per il giorno di Pasqua. A motivo della sua voce affaticata il papa non l’ha potuta leggere, ma ne ha affidato la lettura al cardinal Comastri. È un’omelia densa e breve, che si apre significativamente con il nome di Maria di Magdala e si chiude con una citazione dalla teologa e poeta Adriana Zarri.

 

Maria, dopo aver visto la pietra scostata dal sepolcro, corre a dirlo a Pietro e Giovanni; e Pietro e Giovanni, a loro volta, subito si mettono a correre verso il luogo della sepoltura di Gesù. Quella corsa è, per papa Francesco, molto più di un semplice dato narrativo:

 

“La corsa della Maddalena, di Pietro e di Giovanni dice il desiderio, la spinta del cuore, l’atteggiamento interiore di chi si mette alla ricerca di Gesù. Egli, infatti, è risorto dalla morte e perciò non si trova più nel sepolcro. Bisogna cercarlo altrove.”

 

Francesco ci consegna questo invito pressante, perentorio, e questa responsabilità: bisogna cercarlo altrove, il Signore della Vita. Non nei sepolcri, nei musei del tempo che fu, nelle storie imbalsamate, ma nella vita, nei volti e nelle storie vive dei fratelli e delle sorelle che camminano con noi lungo le strade di questo mondo. Dobbiamo cercarlo altrove, e cercarlo sempre:

 

“Cercarlo sempre. Perché, se è risorto dalla morte, allora Egli è presente ovunque, dimora in mezzo a noi, si nasconde e si rivela anche oggi nelle sorelle e nei fratelli che incontriamo lungo il cammino, nelle situazioni più anonime e imprevedibili della nostra vita. Egli è vivo e rimane sempre con noi, piangendo le lacrime di chi soffre e moltiplicando la bellezza della vita nei piccoli gesti d’amore di ciascuno di noi.”

 

In questo cercare, in questo cercarlo sempre, è la radice della nostra fede pasquale: una fede che non si adagia nella staticità del “si è sempre fatto così” e non si accomoda nella tranquillità delle rassicurazioni religiose, ma osa il coraggio inquieto della ricerca.

 

“Come Maria di Magdala, ogni giorno possiamo fare l’esperienza di perdere il Signore, ma ogni giorno noi possiamo correre per cercarlo ancora, sapendo con certezza che Egli si fa trovare e ci illumina con la luce della sua risurrezione.”

 

I passi svelti della Maddalena, di Pietro e di Giovanni, danno corpo alla speranza: non una semplice idea, una pia illusione, ma un movimento vitale che sostanzia di senso il nostro cammino.

 

“Non possiamo parcheggiare il cuore nelle illusioni di questo mondo o rinchiuderlo nella tristezza; dobbiamo correre, pieni di gioia. Corriamo incontro a Gesù, riscopriamo la grazia inestimabile di essere suoi amici. Lasciamo che la sua Parola di vita e di verità illumini il nostro cammino. “

 

L’omelia si chiude con una preghiera di Adriana Zarri: “Scrostaci, o Dio, la triste polvere dell’abitudine, della stanchezza e del disincanto; dacci la gioia di svegliarci, ogni mattino, con occhi stupiti per vedere gli inediti colori di quel mattino, unico e diverso da ogni altro.”

 

Gli occhi di papa Francesco, questa mattina, hanno accolto con stupore e gratitudine un mattino davvero nuovo.

 

Cercavo

 

Cercavo silenzi

di boschi e montagne,

di sguardi profondi,

di vento sul mare.

 

Cercavo passi

che riportano a casa,

che tracciano strade,

che camminano insieme.

 

Cercavo luce

a rischiarare la notte –

bagliori di fiamma,

tremolio di candele.

 

Cercavo acqua

che disseta la sete,

rinfresca la pelle,

inonda i pensieri.

 

Cercavo pane

per spezzare fatiche,

sostenere gli affanni,

carezzare il dolore.

 

Cercavo vino

per danzare la festa,

per cantare la vita,

liberare la gioia.

 

Cercavo parole

da riporre in silenzio

fra le pieghe del cuore –

parole da ascoltare,

parole da parlare,

parole da intrecciare

con legami d’amore.

 

Cercavo –

ho sempre cercato –

 

e Tu, ogni volta,

 

mi hai sempre trovato

 

Anita Prati



Francesco: un dono dello Spirito

 

 

 

Nel momento in cui riceviamo la drammatica, seppur attesa, notizia della morte di papa Francesco ci siamo rapidamente consultati in redazione. In attesa di un giudizio più ponderato e compiuto ci è parso importante fissare alcuni punti decisivi e alcune linee guida che hanno segnato il suo servizio petrino. Si tratta di guardare a Francesco con l’ottica di Francesco. A partire da quanto è possibile comprendere dai suoi scritti, dai suoi gesti, dalla sua vita e dai suoi indirizzi di governo si possono indicare gli orientamenti di maggior forza che ha inteso proporre e sostenere. Fra questi ve ne sono alcuni a nostro giudizio particolarmente riconoscibili.

 

Fedeltà al Vaticano II

Si può dire che tutti i pontificati post-conciliari lo hanno affermato, ma con tentativi di correzione e di contenimento. Francesco ha aperto porte e finestre, riprendendo la spinta innovativa dell’assemblea conciliare dei vescovi cattolici. In particolare, nei rapporti con la modernità ha archiviato ogni declinazione di neo-cristianità. La Chiesa, sacramento di salvezza, partecipa con tutti gli uomini e le donne al procedere storico, dando il proprio contributo di testimonianza, luce e senso evangelici senza pretendere di essere parte del potere politico o di condizionare le assemblee legislative.

 

Evangelizzazione prima della dottrina

Senza ignorare la centralità del deposito della fede, il compito odierno della Chiesa nella sensibilità di Francesco è quello di tornare all’annuncio del Vangelo ad ogni creatura, di uscire dai recinti consueti, di trasformare i propri linguaggi, di sporcarsi le mani con i vissuti di tutti. La scelta dei poveri perde ogni traccia ideologica per tornare al Vangelo sine glossa. Protagonista dell’impresa è l’intero popolo di Dio.

 

Sinodalità

La fatica degli ultimi anni di chiarire, fondare e praticare la sinodalità è indicativa di una Chiesa che, proseguendo il suo sforzo di comprensione sempre migliore della fondante manifestazione dell’Abbà di Gesù e della rivelazione trinitaria, si impegna a tradurle in una prassi concreta e condivisa nel tempo presente. Siamo ancora all’inizio. Il processo e l’investimento sono destinati a durare a lungo.

 

Religioni e confessioni cristiane

Davanti alla sfida della violenza con pretese religiose Francesco ha approfondito l’intuizione di Assisi (Giovanni Paolo II), aprendo dialoghi e confronti, in particolare con l’Islam e le fedi non monoteistiche. Contestualmente, ha riconosciuto di dover assumere una nuova centralità della Chiesa cattolica in ordine all’urgenza dell’unità cristiana, al dialogo con le altre confessioni. Ne va della credibilità del cristianesimo e della sua profezia in un mondo sempre più diviso e frammentato.

 

Il vento del Sud

Provenendo come ebbe a dire la sera della sua elezione dalla «fine del mondo», da un Paese periferico rispetto alla civiltà atlantica, Francesco ha incarnato e incoraggiato la crescita delle comunità cattoliche in continenti come l’Africa e l’Asia. Uno spostamento del baricentro ecclesiale che porta in sé cambiamenti profondi nell’autocoscienza della Chiesa, ben al di là della crescita del numero dei cardinali non occidentali.

 

Laici e donne

Se c’è una denuncia insistente nei suoi discorsi è quella contro il clericalismo, contro una indebita centralità dei vescovi e dei preti. Non per sminuire la rilevanza del ministero ordinato, ma per dare uno spazio effettivo al sensus fidei fidelium e agli innumerevoli carismi che lo Spirito suscita nelle comunità cattoliche. È stato talora accusato di approcciare la questione femminile in termini retorici, ma anche la semplice costatazione dei ruoli ecclesiali oggi riconosciuti alle donne, rispetto al passato recente, indica la sostanza dei passi compiuti.

 

Contro gli abusi

In fedeltà agli indirizzi avviati da Benedetto XVI, e sull’onda degli scandali svelati e cavalcati dai media di molti Paesi occidentali, Francesco ha definito la risposta canonica, teologica e spirituale davanti all’«intollerabile» della violenza sui piccoli e gli indifesi. Si potranno certo rilevare anche incertezze e rallentamenti, in particole per alcuni casi che lo hanno tangenzialmente coinvolto, ma è difficile negare la sua coerente volontà di affrontare il problema, anche quando esso ha coinvolto ecclesiastici di alto profilo e interi episcopati.

 

Libertà di ricerca

Solo chi non ha conosciuto il senso di liberazione del Concilio e le successive restrizioni al pensare teologico (dalla teologia della liberazione alla ricerca morale e all’ecclesiologia) può sorvolare sulla ricchezza di dibattiti e di ipotesi teologiche che hanno ripreso a correre in seno alla Chiesa con l’attuale pontificato. I loro limiti e fragilità non possono oggi essere attribuiti alle censure delle istanze vaticane, se non in piccola parte. Paradossalmente, le numerose – talora improponibili – critiche al suo magistero lo confermano.

 

Riforma della curia

Spostare l’asse di rotazione dalla dottrina all’annuncio del Vangelo, impedire concrezioni improprie di potere, sciogliere le cordate servili, internazionalizzare le presenze, ricambiare i responsabili, facilitare i rapporti con la conferenze episcopali e i vescovi: sono alcune delle importanti intenzioni che reggono la riforma. Le sue insufficienze e contraddizioni, che non mancano, non possono svalutare le preziose novità di indirizzo.

 

Ambiente, fratellanza, migrazioni

Sono i titoli di alcuni dei suoi testi fondamentali (encicliche, esortazioni, discorsi e gesti) sulle emergenze sociali e mondiali. Rappresentano lo sforzo del magistero pontificio davanti a sfide cruciali per la sopravvivenza dell’umanità. Consapevole della «dissonanza» rispetto alla cultura mediale corrente, Francesco non ha annacquato la genialità della dottrina sociale, affrontando la globalizzazione senza cedimenti al sistema tecnocratico. Essa rappresenta per lui un coerente sviluppo della riforma ecclesiale proposta con il suo grande documento programmatico, l’esortazione Evangelii gaudium.

 

Guerra ed egemonia

Francesco ha delegittimato la guerra andando oltre la dottrina della «guerra giusta» proprio nel momento in cui essa riappare «a pezzi» nel mondo e in Europa (Russia-Ucraina). C’è qualcosa di agonico e drammatico in questa volontà di resistere al fatto che la pur necessaria ridefinizione dell’egemonia mondiale debba avvenire con la violenza. Da qui si capisce il favore con cui Francesco guarda all’esperienza dell’Unione Europea, alla necessità di tenere aperti i contatti con Mosca e con Pechino e alle domande esigenti nei confronti della democrazia americana. Lo ha fatto perché ha percepito acutamente che c’è una vittima predestinata della distruzione del multilateralismo e della pace: la democrazia.

 

 

Fedeltà al Vangelo e acume storico legittimano l’indicazione di Francesco come dono dello Spirito.

 

Fonte: Settimananews


I gesti, le parole, gli abbracci: il Papa delle prime volte

 

Mimmo Muolo 

 

Che tipo di Papa sarebbe stato non ci volle molto a capirlo, quel tardo pomeriggio del 13 marzo 2013. Il tempo di vederlo comparire sul balcone centrale della facciata della Basilica di San Pietro, di osservare il semplice vestito bianco, con nient’altro sopra se non la croce pettorale, di ascoltare il suo «buonasera» e le prime parole a braccio, dopo l’annuncio del nome che Jorge Mario Bergoglio aveva scelto per il suo ministero petrino. Francesco. Una novità assoluta nella bimillenaria storia dei papi.

 

Il pontificato “delle prime volte”

 

Cominciava così un pontificato “delle prime volte”, estremamente popolare, anche se non scevro da critiche (quasi tutte da “destra” e anche questa è una prima volta, almeno nella storia recente), ma sicuramente rivoluzionario per molti aspetti. A cominciare dal fatto che per la prima volta, appunto, era stato chiamato a guidare la Chiesa cattolica un latino-americano, circostanza che egli stesso sottolineò con un’espressione poi divenuta famosa: «Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo (il nuovo vescovo di Roma, ndr) quasi alla fine del mondo».

Ma insieme a questa frase, molto di quello che sarebbe avvenuto dopo, nei 12 anni di permanenza sulla cattedra di Pietro, fu come preconizzato in quel primo discorso da Pontefice.

La teologia del popolo, ad esempio, sua constante stella polare. La fratellanza, che tanto spazio avrebbe avuto nei suoi documenti e soprattutto nell’enciclica Fratelli tutti. La sua richiesta della preghiera del popolo affinché il Signore apponesse il sigillo della sua benedizione sul nuovo pontificato, ancor prima che fosse – come di consueto – il nuovo Papa a benedire il popolo. E il primo pensiero dedicato a Benedetto XVI, da pochi giorni (a quella data) Papa emerito, per inaugurare un rapporto di considerazione e affetto che sarebbe durato fino alla morte del suo predecessore, il 31 dicembre 2022.

 

La capacità di sorprendere e la naturale simpatia

 

Papa Francesco dimostrò fin dall’esordio la sua capacità di sorprendere. E di stabilire una sintonia immediata con i propri interlocutori, anche quelli più lontani, le personalità che fino ad allora avevano guardato alla Chiesa di Roma con sospetto e diffidenza, o magari con indifferenza, se non proprio con aperta ostilità. Quali saranno i frutti che questa naturale simpatia ha prodotto lo giudicherà la storia, ma è un fatto che papa Bergoglio abbia aperto canali di dialogo fino a poco tempo fa impensabili. Si pensi solo agli incontri con Eugenio Scalfari, sia pure al netto degli errori teologico-dottrinali anche gravi, attribuiti dal famoso giornalista al Papa nei suoi report su quei colloqui.

Nei giorni che seguirono l’elezione, in particolare, emersero sempre nuovi aspetti della personalità del Papa argentino, che gli guadagnarono un immediato e quasi totale favore popolare. Come ad esempio la scelta, subito dopo l’affaccio dal balcone, di tornare a Casa Santa Marta in pulmino con gli altri cardinali invece di utilizzare l'automobile papale. Oppure il gesto di recarsi personalmente alla Casa del Clero dove aveva soggiornato nei giorni precedenti al Conclave, per pagare il conto. E poi la decisione di rimanere a Santa Marta, anziché andare a risiedere nel Palazzo apostolico, non come scelta di povertà, ma di contatto con le persone, perché questo lo faceva stare bene, come spiegò egli stesso.

 

Povertà, pace, creato e misericordia

 

Anche il nome fu un’indicazione di programma: Francesco è l’uomo della povertà, della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato. «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!», disse. Si aggiungerà poi la misericordia, a completare i quattro pilastri pastorali del suo magistero. Nel primo Angelus dopo la sua elezione, il 17 marzo, Bergoglio parlò della misericordia come di una parola che cambia il mondo» e lo «rende meno freddo e più giusto». E il 7 aprile, nella basilica di San Giovanni in Laterano, quando il nuovo Vescovo di Roma si insediò sulla sua cattedra, aggiunse: «Lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio». Sono solo i primi accenni di tema che troverà il suo momento più alto nella celebrazione dell’Anno Santo straordinario della misericordia (2015-2016).

Nella Messa di inizio ufficiale del ministero petrino, il 19 marzo 2013, giorno di San Giuseppe, il Papa parlò anche di tenerezza, prendendo spunto proprio dal casto sposo di Maria, uno dei santi che gli erano più cari. «In lui – sottolineò - vediamo qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato». Quindi parlando del suo ruolo disse: «Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce». Il che significa «aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire».

Su questi binari programmatici ecco che il primo anno di pontificato diventa una specie di fuoco pirotecnico delle novità. Il 23 marzo, ad appena dieci giorni dall’elezione al soglio di Pietro, papa Francesco si reca a Castel Gandolfo per visitare il papa emerito Benedetto XVI. È la prima volta nella storia che due papi si incontrano. Il 13 aprile 2013 un comunicato della Segreteria di Stato annuncia la formazione di un gruppo di cardinali «per studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica Pastor bonus sulla Curia Romana». Nasce così il cosiddetto C8 (otto cardinali), che poi diverrà C9, con l’ingresso del segretario di Stato, Pietro Parolin. Questo gruppo, di cui viene nominato segretario l’allora vescovo di Albano, Marcello Semeraro (poi cardinale), sarà quello che insieme al Papa porterà alla riforma della Curia, ora codificata nella costituzione Praedicate Evangelium, pubblicata il 19 marzo 2022.

 

I viaggi

 

L’8 luglio 2013, poi, un po’ a sorpresa, Francesco dà inizio ai suoi viaggi, scegliendo una destinazione emblematica: Lampedusa. C'era stato da non molto l’ennesimo grave naufragio che aveva causato decine di morti tra i migranti. Si comprende così che, pur confermando la prassi dei viaggi papali, Bergoglio intende dare anche a questa attività un’impronta in linea con le proprie priorità pastorali. Periferie sempre al centro. Predilezione per i più poveri. Chiesa in uscita. In Europa, ad esempio, inizierà dall’Albania, non toccherà mai i grandi Paesi. Strasburgo e Marsiglia non furono visite alla Francia, ma al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa nel primo caso, ai vescovi del Mediterraneo riuniti a convegno nel secondo (solo la periferica Ajaccio lo è stato, suo ultimo viaggio, il più breve), mentre in altri continenti visiterà preferibilmente contesti e situazioni, più che Paesi, con un occhio particolare ai diseredati e al dialogo con le altre religioni, musulmani in primis. Alcuni dei viaggi entreranno direttamente nella storia del Pontificato. Quello in Iraq, ad esempio, in pieno periodo Covid e dopo la fine della devastazione dell’Isis, il viaggio in Terra Santa, le due tappe nella Penisola arabica (Abu Dhabi e Qatar), le prime in assoluto per un Pontefice in quella regione, la visita all’Onu, a suo modo anche il Giappone (dove il Papa avrebbe voluto andare come missionario da giovane) e il sorvolo della Cina durante il viaggio in Corea del Sud. Francesco invece non ha fatto mai ritorno in Argentina, pur avendo viaggiato diverse volte in America Latina.

Tra i viaggi bisogna anche ricordare le Gmg. Grandiosa quella di Rio de Janeiro nel 2013 (suo primo viaggio all’estero, a pochi mesi dall’elezione), cui sono seguite quelle di Cracovia 2016, Panama 2019 e Lisbona 2023.

 

Il Concistoro

 

Il primo Concistoro per la creazione di nuovi cardinali si tenne invece il 22 febbraio 2014. E anche in questo ambito si intuì fin da allora che Francesco aveva in mente una sua “geopolitica” delle porpore, che non coincideva con quella codificata nel tempo rispetto alle sedi episcopali cosiddette cardinalizie. La sua preferenza è spesso andata a realtà periferiche e a Chiese che non avevano mai avuto un cardinale.

 

La libertà

 

Ma la libertà del Pontefice si esplica anche in altri campi: telefona agli amici, si reca di persona a comprare gli occhiali in un’ottica di via del Corso a Roma, compie alcune visite a sorpresa - quella del febbraio 2021 a casa della scrittrice di origine ebraica, Edith Bruck, sopravvissuta ai lager nazisti e quella a casa di Emma Bonino il 5 novembre 2024 -, festeggia i suoi compleanni e onomastici condividendo un pezzo di pizza o di torta con i clochard che vivono dalle parti di San Pietro. Non può più uscire da solo o prendendo la metropolitana, come faceva quando era arcivescovo di Buenos Aires, ma talvolta si concede piccole “licenze”. Soprattutto con e per i poveri, gli ammalati, gli emarginati, verso i quali dimostra la sua speciale predilezione. Dispone ad esempio che l’elemosineria diventi una specie di braccio operativo della sua carità immediata. E incarica l’elemosiniere Konrad Krajewski (che sarà insignito della porpora cardinalizia) di provvedere ai loro bisogni: docce, dormitorio, perfino il barbiere ogni lunedì, cure e visite mediche dedicate (specie nella giornata mondiale dei poveri, organizzata dall’arcivescovo Rino Fisichella), ma anche spettacoli al circo e concerti nell’Aula Paolo VI. Una volta viene organizzata anche una visita guidata nella Cappella Sistina.

 

Le parole e i gesti nuovi

 

È un Pontificato di gesti, oltre che di discorsi e documenti, quasi un’enciclica scritta con il linguaggio del corpo, con gli incontri che non ti aspetti, con gli abbracci agli ammalati, anche i più gravi. Lo stesso stile hanno il suo magistero e la sua predicazione. Soprattutto nelle messe mattutine a Santa Marta (consuetudine interrotta alla fine del periodo del Covid), che diventano un vero e proprio laboratorio di omiletica, in cui il Pontefice dà prova anche della sua capacità di parlare un linguaggio per immagini (“Chiesa in uscita”, appunto, per dire della missionarietà; “pastori con l’odore delle pecore” per raccomandare ai sacerdoti la vicinanza al popolo di Dio; “cristiani della domenica”, per stigmatizzare la distanza tra fede e vita di certi praticanti, e diverse altre espressioni tipiche).

Un’ulteriore grande novità, introdotta fin dal primo anno di Pontificato, è quella di celebrare la messa in coena Domini del Giovedì Santo non più nella Basilica di san Pietro, ma nei luoghi della sofferenza umana: carceri soprattutto (e si comincia con quello minorile di Casal del Marmo a Roma), ma anche nosocomi e centri di riabilitazione.

 

I documenti

 

Sono tutte linee che si ritrovano in maniera sistematica nell’esortazione Evangelii gaudium, promulgata nel novembre del 2013, vero e proprio documento programmatico del pontificato e che dà forma compiuta a idee portanti come quella della Chiesa in uscita, intesa come totalità del Popolo di Dio che evangelizza, il discorso sull’economia che uccide e sulle iniquità dei meccanismo del mercato, l’indicazione che il tempo è superiore allo spazio, la realtà superiore all’idea, l’unità prevale sul conflitto, il tutto è superiore alla parte. E poi le indicazioni sull’omiletica, la pace e il dialogo sociale e le motivazioni spirituali per l'impegno missionario.

Francesco anche per quanto riguarda i documenti segue una linea originale. Relativamente pochi, ma molto caratterizzati. Prima della Evangelii Gaudium era stata pubblicata l’enciclica Lumen Fidei (29 giugno 2013), quasi pronta già sotto il pontificato di Benedetto XVI, che però non l’aveva conclusa. Il nuovo Pontefice la fa propria, la completa e la pubblica dichiarando esplicitamente che si tratta di un testo praticamente scritto a quattro mani con il suo predecessore (altra circostanza inedita nella storia dei Papi).

Documenti fondamentali saranno l’enciclica sociale Laudato si', la prima dedicata interamente alla salvaguardia del creato, con la proposta innovativa dell’ecologia integrale (non esistono tante crisi, ma una sola che le comprende tutte) e poi Fratelli tutti, che ne costituisce l’ideale continuazione, e naturalmente Amoris Laetitia, uno dei documenti più commentati (e controversi, soprattutto per la questione della comunione ai divorziati risposati), frutto dei due sinodi dedicati alla famiglia tra il 2014 e il 2015. L'ultima enciclica è Dilexit nos sul Sacro Cuore.

 

Il Giubileo della misericordia

 

Il crescendo dei primi anni di pontificato giunge fino alla proclamazione, anche questa una sorpresa, dell’Anno santo straordinario della misericordia. Il Giubileo si svolge con modalità innovative. Il Papa dispone che siano aperte porte sante in tutte le diocesi del mondo. Ed egli stesso ne anticipa di qualche giorno l’inizio, fissato per l’8 dicembre 2015 aprendo il 29 novembre la porta santa della Cattedrale di Notre-Dame di Bangui nella Repubblica Centrafricana, durante il suo primo viaggio in Africa.

 

I tre momenti storici

 

Non mancano anche nella seconda fase del Pontificato i momenti storici. Se ne potrebbero indicare tre su tutti. In ordine di data:

- l’incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba con il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, novità assoluta nella storia anche questa, che aveva fatto sperare in un definitivo disgelo con la parte numericamente più consistente dell’ortodossia, prima che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ricongelasse molto di questo rapporto.

- la preghiera sotto la pioggia del 27 marzo 2020 in una piazza san Pietro deserta, per chiedere la fine della pandemia (immagini anche queste rimaste nell’immaginario collettivo);

- la firma ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019 della Dichiarazione sulla fratellanza universale, insieme con il grande imam di Al-Azhar, quale base per costruire la pace e la convivenza tra i popoli.

 

I migranti, i poveri e l’Economy of Francesco

 

Il Papa ha approfondito negli anni molti dei temi enunciati già dall’inizio del Pontificato. L’attenzione agli ultimi e ai poveri, ad esempio, anche attraverso un altro modo fare economia. E nasce infatti “Economy of Francesco”, movimento di giovani economisti per cambiare le regole che troppo spesso non tengono conto della sostenibilità, lasciano indietro i più poveri e non rispettano l’ambiente. Il Pontefice si fa promotore anche di alcune iniziative simbolo, come il Sinodo per l’Amazzonia, con finalità non solo pastorale, ma anche legata alla salvaguardia del più grande polmone verde del mondo. Infine, emerge sempre più la questione della sinodalità, come modo di vivere la Chiesa e stabilire un nuovo contatto con il mondo (a questo tema sarà dedicato il doppio sinodo del 2023 e del 2024).

Il Papa alza sempre più spesso la sua voce in difesa dei migranti, chiedendo per loro accoglienza, protezione, promozione e integrazione. E compie ben due visite a Lesbo, l’isola greca dove c’è uno dei campi profughi più grandi d’Europa.

 

Gli appelli per la pace

 

Dall’invasione della guerra in Ucraina (24 febbraio 2022) e poi con le ostilità a Gaza (dopo l’inumano attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023), il Pontefice chiede con sempre più insistenza di fermare la violenza, paventando l’avvio di una terza guerra mondiale non più solo a pezzi. Sua la decisione senza precedenti di recarsi personalmente all’indomani dell’aggressione a Kiev nell’ambasciata russa presso la Santa Sede per cercare di parlare (inutilmente) con Putin. Sua anche l'idea di nominare suo inviato speciale per la pace il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, che, se non riesce a fermare le ostilità, quanto meno ottiene il rilascio di molti ostaggi, tra i quali soprattutto bambini ucraini portati in Russia.

 

L’impegno contro gli abusi nella Chiesa

 

Sono stati anche anni di lotta senza quartiere agli abusi sui minori all’interno della Chiesa. Francesco ha cercato di attuare una “politica” di tolleranza zero sul tremendo problema, introducendo norme severe per quei vescovi che dovessero coprire casi di loro conoscenza e istituendo una Commissione per la tutela dei minori, affidata alla presidenza del cardinale Seàn Patrick O’Malley. Francesco ha anche voluto una nuova sezione all’interno della Congregazione per la dottrina della Fede, quella disciplinare, chiamata a occuparsi dei delitti riservati alla Congregazione stessa, tra cui l’abuso di minori compiuto da chierici. In materia di abusi, però, non si possono omettere di ricordare alcune “sviste” come quella relativa all’episcopato cileno, prima difeso dal Pontefice, che poi, di fronte a prove inoppugnabili, ha dovuto prendere gli opportuni provvedimenti.

 

I rapporti con la Chiesa italiana

 

Sul fronte italiano il pontificato di Jorge Mario Bergoglio si è caratterizzato per un rapporto con l’episcopato italiano che potremmo definire di obbedienza dialettica da parte dei vescovi. Il Papa argentino ha chiesto una semplificazione delle strutture ecclesiastiche, sia per quanto riguarda le diocesi (portando avanti, specie negli ultimi tempi, un programma di accorpamento in persona episcopi, di quelle più piccole con altre territorialmente vicine), sia promuovendo un processo sinodale che tra il 2022 e il 2025 si è articolato in varie fasi.

 

Il Papa e i giornalisti

 

Innovativo è stato anche il suo rapporto con il mondo della comunicazione. Nell’itinerario di ritorno a Roma, durante i suoi viaggi, il Papa ha sempre tenuto conferenze stampa con i giornalisti al seguito, sui temi più vari. Decine le interviste concesse a testate di tutto il mondo. Così pure i libri, spesso scritti a quattro mani con i giornalisti, fino alle due recenti autobiografie.

 

Pure da questo punto di vista è stato un Papa delle prime volte. Un Papa che ha confermato fino all’ultimo giorno (emblematiche resteranno le foto dell'apertura della Porta Santa prima a San Pietro poi al carcere di Rebibbia, altra primizia assoluta, per il Giubileo in corso) la prima impressione suscitata nei fedeli quel 13 marzo 2013. Quando fu facile comprendere che tipo di Pontefice Jorge Mario Bergoglio sarebbe stato.



I sogni di papa Francesco

 

Antonio Dall'Osto

 

Nei documenti e discorsi di papa Francesco ricorre di continuo il verbo “sognare” o il termine “sogno”. E ciò fin dall’inizio, da quando ha detto di «sognare una Chiesa povera per i poveri» fino all’invito rivolto ai giovani alla Giornata mondiale di Lisbona nei giorni scorsi di «sognare alla grande».

 

Bisogna continuare a sognare

Attualmente, a dieci anni del suo pontificato, egli continua a sognare con lo sguardo rivolto a Dio, ma nello stesso tempo tenendo i piedi ben per terra. La rivista spagnola Vida Nueva, in occasione del viaggio del papa in Portogallo, ha colto l’occasione per intervistarlo, mettendo al centro due interrogativi imperniati su questo invito che sta alla base del suo programma di pontefice: il primo: «Quali sono i sogni di Dio oggi» e «Quali sono i suoi sogni per la Chiesa in questo momento della storia».

 

Non senza un pizzico di umorismo, ha ribadito di voler continuare a sognare e si è riferito a san Giuseppe dicendo: «Sono convinto che soffrisse di insonnia: Non riusciva a prendere sonno perché temeva che ogni volta che si addormentava Dio cambiasse i suoi piani attraverso i suoi sogni».

 

Ma, a parte gli scherzi, parlando seriamente ha affermato che «una persona che smette di sognare nella vita è una persona sosa, arrugada, insipida, avvizzita. (…) C’è sempre qualcosa da sognare, così io la penso. A volte sono programmi, altre volte proiezioni… Che ne so. Però bisogna sognare. Una persona, quando sogna, spalanca le porte e le finestre. Uno che non sogna, non ha futuro; ha un futuro ripetitivo, banale».

 

Sogno una Chiesa “in uscita”

Ma cosa sogna padre Jorge Begoglio oggi? Continua a sognare una «Chiesa povera e per i poveri»? La risposta è molto chiara:

 

«L’espressione che ho usato tempo fa è una Chiesa “in uscita”: vale a dire che non sai cosa ti aspetta, però non sta chiusa dentro di sé. Non sognare ti porta alla meschinità all’incapacità di essere generoso… Sogno una Chiesa “in uscita”, una Chiesa di periferia». «In effetti – ha precisato –, per fare un esempio, il prossimo concistoro è un sogno in questo senso. Se guardiamo al numero di cardinali di curia che c’erano dieci anni fa e che ci sono adesso, o alla riduzione del numero dei cardinalati legati alle storiche sedi episcopali, si parla di quella periferia che ora è al centro. C’è il nuovo cardinale di Juba (Sud Sudan), che non sarebbe mai stato preso in considerazione, o la nomina dell’arcivescovo di Penang (Malesia), che molti non sanno nemmeno dove sia».

 

«Questa è la Chiesa che sogno e che, tra l’altro, è quella degli Atti degli Apostoli: Parti, Medi, Elamiti… Quella mattina di Pentecoste, in cui tutti parlavano la loro lingua, ma tutti si capivano. Adesso deve succedere: ognuno dice la sua, ma tutti ci capiamo, anche se uno accentua di più questa cosa, l’altro quell’altra. Penso che sia la Chiesa che dobbiamo cercare, e non scandalizzarci, perché abbiamo tanto confuso l’essenziale con l’accidentale! Quando ti accartocci, ti rendi ridicolo…».

 

C’è una parte del mondo in guerra

Difficile però sognare in un mondo come quello di oggi, segnato da una terza guerra mondiale a pezzi…

 

«Sì, è complicato, certamente. La dimensione tragica di oggi è grave. Dalla fine della seconda guerra mondiale, ci sono stati conflitti in varie parti. Adesso stiamo affrontando la guerra in Ucraina, che ci fa paura perché è vicina. Ma chi pensa allo Yemen, chi pensa alla Siria, chi pensa a tutti quei luoghi in Africa, per esempio, nel Kivu, nella parte settentrionale della Repubblica Democratica del Congo dove non sono potuto andare? Siamo sempre in guerra, ma siccome è lontana…Allo stesso modo, ci sembra naturale, ad esempio, che i Rohingya vaghino per il mondo perché nessuno vuole accoglierli. Solo ciò che è vicino ci spaventa. A volte vedo la cupola di San Pietro e mi dico: “Se uno di questi pazzi lancia una bomba qui, è tutto finito”. Tuttavia, anche in queste circostanze, ci sono motivi di speranza».

 

Si sta realizzando il sogno che lei ha espresso dieci anni fa di una Chiesa “ospedale da campo”?

 

«Ci sono posti dove ciò avviene, dipende. A volte, la Chiesa diventa precipitosa nel voler essere un “ospedale da campo” e sbaglia perché accelera. Cadiamo così in una deriva in cui diamo una soluzione giusta come orientamento, ma non si prendono delle soluzioni partendo dalla contemplazione del Vangelo. Non si può riformare una Chiesa al di fuori dell’ispirazione evangelica. Le soluzioni sono molto efficaci, ma fuorvianti. È una trappola molto insidiosa: le soluzioni cercate non vengono dal Vangelo. Sono frutto del buon senso, della possibilità umana di ciò che si deve fare, ma non hanno espressione evangelica. Si prendono velocemente. Hanno ragione a voler risolvere un problema, perché la gente se ne va. Penso che sia quello che sta accadendo nel cosiddetto Cammino sinodale tedesco».

 

Scommetto sul cammino sinodale

Alla vigilia della prossima assemblea del Sinodo a Roma, il prossimo mese di ottobre, è stata occasione per tornare su uno dei temi che maggiormente gli stanno a cuore, la sinodalità.

 

«Continuo a scommettere sul processo sinodale avviato da san Paolo VI. Quando si è concluso il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, le cose erano mature per varare un documento. L’ha elaborato un’équipe di teologi di prim’ordine e io l’ho sostenuto, perché ci permetteva il percorso per arrivarci. Negli ultimi dieci anni alcune cose però sono state perfezionate, non molte. Ad esempio, prima non era nemmeno venuto in mente di interrogare i laici. Se fosse un Sinodo solo per vescovi, allora che votino i vescovi, punto! e tutti fuori, stiano ad osservare! Durante il Sinodo per l’Amazzonia, per la “pausa” durante i lavori, c’era, accanto all’aula, un ufficio riservato al papa. Mi stavo recando lì. Il primo giorno cominciarono a venire le donne, per parlare del voto. È stato il punto di partenza di un dialogo sincero. Allora ho chiesto il parere ai teologi, che hanno fatto un rapido sondaggio e hanno detto: “Sì, le donne possono votare”. Ma il Sinodo era già iniziato. Se sono membri, possono votare. E mi sono detto: “Fare questo adesso può suscitare scandalo, lo lascio per il prossimo…”, che è adesso. Il sogno è maturato fino a prendere forma».

 

Un’altra domanda ha riguardato la sua responsabilità di essere alla guida una nave di 1.300 milioni di cattolici, con continui problemi seri sulla sua scrivania. Molti si aspettano oggi grandi cambiamenti… È tanta responsabilità sulle sue spalle, non perde il sonno?

 

«Il sonno non l’ho mai perso. È una grazia: arrivo alla sera così stanco che dormo. Grazie a Dio, non sono caduto nella tentazione dell’onnipotenza, di credere di poter risolvere tutto. Certo, da buon gesuita, mi sveglio prestissimo per sfruttare maggiormente il tempo…».

 

Lei – ha insistito l’intervistatore – ha molto coraggio nel proporre questi cambiamenti. Non le è mai venuto in mente di lasciar perdere qualche sogno troppo rischioso?

 

«Certo, e la prima reazione è un no. Ma poi chiedo consiglio, e vedo se si può fare o no. Bisogna misurare fino a che punto si può andare oltre il limite e fin dove no. Si prova una certa impotenza, ma penso che sia un bene, perché impedisce di credersi un dio o un essere onnipotente. Sono i limiti che la storia e la vita impongono. Ad esempio, non ho ancora osato mettere fine alla cultura di corte in curia».

 

Amo stare con la gente

Di fronte a proposte che una parte della Chiesa non è preparata ad accogliere ha sottolineato che bisogna insistere sulla formazione e soprattutto sul saper uscir fuori.

 

«In Argentina, sentivo un po’ di allergia quando vedevo pastori che si guardavano l’ombelico, con lo sguardo ripiegato su sé stessi. Penso a un vescovo, un grande teologo, ma come pastore era una nullità. Lanciava sempre messaggi di tipo: «Attento, bisogna dire la messa così… fare questo o quest’altro. I poveri sacerdoti erano soggetti al governo di quell’uomo. Ci sono pastori che non sono pastori».

 

Molto interessante, al termine dell’intervista, quanto Francesco afferma circa lo stile di vita che ha scelto per il suo pontificato, ovvero quello di rimanere il più possibile vicino alla gente comune, senza preferenze o privilegi.

 

 

«Dopo essere stato eletto ci fu un grande banchetto. Ero già preparato. Ricordo cosa è successo. Dopo aver parlato alla gente, dopo aver pregato per il papa precedente, sono uscito e c’era un ascensore pronto, tutto e per solo per me. Ma ho detto “Vado con gli altri”. E, quando sono uscito, c’era pronta una limousine. E ho detto ancora: “Vado in autobus assieme agli altri”. Fu allora che mi resi conto che era avvenuto un cambiamento delle cose mi aspettavano. Dopo il banchetto, ho chiamato il nunzio in Argentina e gli ho detto: “Dica che nessuno venga”, perché immaginavo che i vescovi volessero venire, e ho suggerito che i soldi per il biglietto fossero dati ai poveri. Poi ho chiamato Benedetto XVI per salutarlo. All’inizio non ha risposto, perché stava guardando la televisione, ma, quando sono riuscito a parlargli, ho notato che era contento. La mattina dopo non riuscivo a mettermi il colletto della talare, non so perché. Sono uscito e c’era il vescovo emerito di Palermo, e gli ho detto: “Aiutami”. “Sì, certo!”, mi ha risposto. Così pure quel giorno sono sceso a mangiare in sala da pranzo assieme a tutti gli altri. E lì iniziò la vita comune che continuo a condurre oggi. Non ho cambiato il mio stile di vita e questo mi ha aiutato. È stata un’intuizione del momento. Con questa naturalezza vivo le cose e le racconto».


Note su papa Francesco

 

Flavio Lazzarin

 

 

La profezia di Francesco non si rivela solamente in ciò che quotidianamente ci dice, ma emerge soprattutto nel fatto che il papa non smette di parlare. Evidentemente è cosciente di vivere in un’esposizione costante, che riserva ai suoi pronunciamenti l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, divisa tra assensi incondizionati, feroci dissensi o mute, maggioritarie, paludi indifferenti o opportuniste.

 

Decide di comportarsi secondo l’ispirazione della sua biografia, con le sue grandezze e i suoi limiti, e appare così agli occhi di molti come un originale e indisciplinato latino-americano.

 

Credo, però, che questa apparente disattenzione agli esiti delle sue frequenti esternazioni, al contrario, attacchi intenzionalmente e deliberatamente la fissità dogmatica e dottrinale delle teologie malate, che poco o niente riescono a dire agli uomini e alle donne di oggi, in questo tempo di crisi.

 

È frutto della Provvidenza dello Spirito la lotta di papa Francesco, che pare intendere i segni dei tempi e la crisi di un edificio millenario che ormai fa acqua da tutte le parti. E sceglie di affrontare la crisi della civilizzazione occidentale – e del cristianesimo con cui l’Occidente è tessuto – con la radicalità resa necessaria dalle tensioni teologiche e politiche che segnano questa stagione della storia.

 

Egli si comporta come se non fosse papa, come se non fosse un Capo di Stato, come se non esistesse la Curia. Con il suo comportamento si rifiuta di ripetere il copione secolare del pezzo fondamentale dell’ingranaggio istituzionale, sempre più distante dal Vangelo di Gesù.

 

Le cose, però non sono così semplici e la dialettica carisma-istituzione continua e continuerà ad accompagnare il cammino dei credenti.

 

È ovvio che i meccanismi ecclesiastici condizionano Francesco insieme ai nemici tradizionalisti che lo perseguitano. La contraddizione è inevitabilmente presente nella sua vita: non vive come un sovrano, ma, in contromano rispetto al cammino sinodale, è condotto a comportarsi come un sovrano monarchico, assoluto, solitario, indiscutibile. Il più delle volte vince la libertà carismatica, ma il peso dell’istituzione si fa sentire sempre, perché – che ci piaccia o no – è un aspetto ontologico costitutivo nella vita della Chiesa.

 

Avevamo, però, certamente bisogno, dopo la stagione di Giovanni XXIII e del Concilio, superata dalle successive restaurazioni, di una primavera carismatica. Ma, appunto, come per Francesco di Assisi, che ispira Giorgio Bergoglio, questa primavera del carisma, prima o poi si spegne, regolata dai canoni del diritto canonico e dalle reinterpretazioni moderate, ma sempre traditrici, degli stessi discepoli del carismatico, che, come il Santo di Assisi, vede tramontare e morire la profezia prima della sua stessa morte.

 

 

Può sfiorire la profezia, ma per chi legge la storia a partire dalla Croce, resta comunque la chiamata a comporre minoranze abramitiche, che, guidate dall’Agape, nonostante la loro piccolezza e irrilevanza, affrontano e vincono martirialmente gli inferni della storia.


BIOGRAFIA

 

DEL SANTO PADRE

 

 

FRANCESCO

 

 

 

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

 

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

 

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

 

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

 

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

 

Il 31 luglio 1973 viene nominato provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

 

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

 

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

 

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

 

 

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.