Papi al servizio del popolo di Dio

Grazie Papa Francesco!

                                                          Poesia citata e amata da Papa Francesco

 

“C’era una volta un paesaggio che appariva col suo fiume i suoi animali, 

le sue nuvole, i suoi alberi.

A volte però, quando da nessuna parte si vedeva il paesaggio col suo fiume e i suoi alberi,

a queste cose toccava apparire nella mente di un ragazzo”.

“Del fiume fa’ il tuo sangue […].

Poi piantati, germoglia e cresci

che la tua radice si aggrappi alla terra perpetuamente,

e alla fine sii canoa, scialuppa, zattera, suolo, giara, stalla e uomo”.

 

Autore Javier Yglesias, titolo“Llamado”


Papa Leone XIV

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Encicliche

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Esortazione Apostolica Dilexi te del San
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PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)

Domenica, 26 luglio 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Al centro dell’insegnamento di Gesù c’è il mistero del Regno di Dio, che il Vangelo di oggi paragona a una perla e a un tesoro (cfr Mt 13,44-52). Le parabole lasciano intendere la sorpresa di chi trova ciò che non poteva neanche sperare, al punto che vendere o lasciare tutto non appare ormai una rinuncia, ma un guadagno. In effetti, sin dalle prime pagine, gli evangelisti descrivono la chiamata di Gesù a seguirlo come irresistibile: libera, certo, ma urgente e capace di suscitare una risposta pronta e mossa dal desiderio. È questo un primo aspetto importante del modo in cui Dio è vicino e si fa trovare: l’incontro col suo Regno è una svolta che non restringe, ma allarga la vita. Se qualcosa deve ora cambiare, è per un di più di possibilità, non per un di meno. 

 

Vi è un secondo aspetto, cui Gesù sembra dare molta importanza: a trovare il tesoro nascosto nel campo è probabilmente un contadino; la perla, invece, è riconosciuta di grande valore da un mercante, forse un viaggiatore. Seguono altre due parabole in cui i protagonisti sono dei pescatori e uno scriba esperto di cose antiche e nuove. Ve ne sono altre, poi, in cui il Regno si lascia scorgere in una donna che impasta la farina, in un’altra che riordina la casa, in un re che pianifica la guerra, in un uomo che progetta una torre, in amministratori che gestiscono pagamenti o investimenti, in pastori e agricoltori. Insomma, il Regno di Dio rivela la sua inestimabile bellezza su strade diverse, ma chiama tutti – uomini e donne, giovani e anziani, poveri e ricchi – a un profondo rinnovamento. Tutti lo possono comprendere e ne sono attratti.

 

Anche oggi la Chiesa è comunione di persone diverse per origine, per cultura, per competenze, per livello di responsabilità, ma tutte chiamate a riconoscersi “uno” in Gesù Cristo: è Lui il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete che raccoglie chi è disperso. Dal principio, infatti, Gesù ha chiamato e radunato attorno a sé persone che, altrimenti, non si sarebbero mai frequentate. Proprio così ha mostrato che Dio non fa preferenza di persone e che la sua elezione è predilezione, specialmente per chi è piccolo e scartato.      

 

Fratelli e sorelle, non ci resta che chiedere un dono, lo stesso invocato dal giovane re Salomone (cfr 1Re 3,5.7-12). È il dono di distinguere la perla di grande valore, di saper riconoscere il tesoro per cui vale la pena di vendere tutto. Mentre l’industria dei consumi ci modifica il palato, suscitando sempre nuovi bisogni per poi venderci risposte che non saziano e talvolta avvelenano il cuore, dobbiamo imparare a cogliere ciò che conta davvero, il tesoro della relazione con Dio che ci apre alla gioia e ci aiuta a vivere al meglio le relazioni tra di noi.

 

 

L’intercessione di Maria, Sede della Sapienza, orienti a Gesù il nostro desiderio di vita, perché si realizzi in pienezza.


PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)

Domenica, 19 luglio 2026


 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina (cfr Mt 13,24-43).

 

Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.

 

Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa. Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi.

 

Questo stile di Dio deve diventare anche il modo in cui, sia come singoli sia come Chiesa, abitiamo la realtà che ci circonda. Siamo chiamati ad assumere uno stile evangelico, senza contrapporci frettolosamente con giudizi arroganti, senza imporci con il potere e con la forza, senza perdere la fiducia nell’opera di Dio. Si tratta – diceva l’allora cardinale Ratzinger  – di sottometterci alla logica del seme che non è quella del successo e della grandezza, ma ci chiede di farci piccoli e di servire la vita delle persone (cfr Discorso al Convegno dei catechisti e dei docenti di religione, 10 dicembre 2000). In questo modo, noi stessi diventeremo come un piccolo seme di Vangelo che germoglia e come un lievito di amore che trasforma la pasta del mondo.

 

 

Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi.


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PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)

 Domenica, 12 luglio 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

 

Oggi, nella liturgia, l’Evangelista Matteo ci presenta la Parabola del seminatore (cfr Mt 13,1-23), che descrive la generosità e la fiducia con cui Dio sparge la sua Parola nel nostro cuore e la sua potenza in noi.

 

Gesù stesso, il Verbo fatto uomo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo perché, morendo, porti molto frutto (cfr Gv 12,24). È vero, a volte incontra in noi un terreno duro e insensibile, altre volte distratto, simile al suolo battuto dei sentieri, al terreno sassoso, ai cespugli dei rovi; ma ci sono momenti in cui trova una terra ricettiva e feconda, e allora si innescano miracoli d’amore capaci di cambiare tutto il resto, come certamente abbiamo sperimentato anche noi nella nostra vita. Per questo il Padre non smette di seminare, perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza (cfr 2Cor 12,9-10).

 

San Giovanni Crisostomo, riferendosi alla “semente” della Parola di Dio, afferma: «Come può essere ragionevole seminare sulle spine, sul terreno sassoso, sulla strada? Nel caso dei semi e della terra non sarebbe ragionevole, mentre nel caso delle anime e degli insegnamenti ciò è molto lodevole» (Omelie sul Vangelo di Matteo, 44, 3), perché nelle mani di Dio è possibile che «il luogo sassoso si trasformi e diventi terra fertile, che la strada non sia più calpestata e non sia esposta a tutti i passanti, ma sia terreno pingue, che le spine siano eliminate e i semi godano di una situazione di grande sicurezza» (ibid.).

 

La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui.

 

Così, dalla gratuità e dalla fiducia con cui il seme è sparso e dall’umiltà e dalla disponibilità con cui è ricevuto, crescono in noi e si diffondono i frutti dello Spirito Santo, che sono, come insegna San Paolo: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Quanto il nostro mondo ha bisogno di questi frutti: di esserne riempito e trasformato!

 

Impegniamoci, allora, specialmente in questi giorni di ferie, a dare spazio all’ascolto, alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio, coltivando, assieme al riposo e al sano divertimento, anche momenti significativi di silenzio e di preghiera. Ritorneremo alle nostre occupazioni abituali rinnovati nel corpo e nello spirito, pronti ad annunciare la Buona Notizia del Vangelo e sempre più capaci di cooperare alla crescita del Regno di Dio.

 

 

Ci aiuti in questo Maria, Regina degli Apostoli e Stella dell’evangelizzazione.


Andare da Gesù significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, come ci ha spiegato Egli stesso: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Proprio il dono di sé per amore è il “giogo” di Gesù (cfr Mt 11,29), cioè la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua sapienza, ardente di carità verso tutti.

 

Fratelli e sorelle, come può essere “leggero” e “dolce” il peso della croce (cfr v. 30)? Per una sola ragione: perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte. Da autentico maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura. La sapienza che Egli ci dona è allora un annuncio di salvezza e il suo giogo ci solleva da ogni caduta. Alla sequela di Cristo, il nostro cammino non è dunque un’ascesi che mortifica: è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri. Difatti, solo nella croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova conforto e riscatto.

 

 

Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome. 

 

Papa Leone XIV ( estratto da Angelus del 5 luglio 2026)

 


OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Campo sportivo "Arena" in Località Salina

Sabato, 4 luglio 2026

 

 

 

 

Omelia del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle,

 

Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna. Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro.

 

Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. In questo senso, la parabola del buon Samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua (cfr Lc 10,25-37) e l’Enciclica Fratelli tutti ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre per l’oggi e ci porta in una conversazione da cui uscire trasfigurati. Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo? 

 

Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto: «Ricordatevi […] di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo» (Eb 13,3). È il centro della parabola evangelica: prossimi ci si fa, prossimo si diventa (cfr Lc 10,36-37)!

 

Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – «vide e ne ebbe compassione» (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico.

 

La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32).

 

Nella parabola, un sacerdote si trova lì «per caso» (v. 31), e dopo di lui un levita. Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù  – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato.

 

Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata.

 

Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza. Lui «si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,34). Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ognuno può verificare la direzione della propria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (ibid., 212).

 

Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.

 

Sorelle e fratelli, come dicevo recentemente a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca.

 

La prima Lettura ci ha ricordato che, praticando l’ospitalità, «alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2). Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione.

 

 

Abbiamo qui, accanto all’altare, l’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso. Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” [Saluto tipico dei Lampedusani].


PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza San Pietro

Domenica, 28 giugno 2026

 

 

Fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Anche nel Vangelo di oggi (Mt 10,37-42), ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno. Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui. E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza.

 

Anzitutto il distacco. Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (v. 37). Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame. Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza  grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori (cfr Mt 19,6) per impegnarsi nella relazione coniugale. Pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte. Dice Sant’Agostino: «È doloroso il distacco da ciò che ami. Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina» (Discorso 330, 2). Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire.

 

In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere. L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio. Chi trattiene la vita solo per sé stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde (cfr v. 39), perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni.

 

Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete (cfr v. 42). Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli.

 

 

Carissimi, preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo.


Visita pastorale a Pavia celebrazione della Parola e venerazione reliquie Sant'Agostino 20 giugno 2026

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ANGELUS

 

Piazza San Pietro

Domenica, 21 giugno 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Nel Vangelo della Liturgia odierna (Mt 10,26-33) Gesù, inviando i discepoli in missione, tra l’altro rivolge loro questa esortazione: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (v. 27).

 

Fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno.

 

La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta. San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q. 40, a. 1, ad 2).

 

E non bisogna pensare che “contemplare” sia un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti. Tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con Lui la nostra vita. Questo ci rende sempre più persone dalla fede solida e consapevole, e di conseguenza apostoli credibili e liberi, uomini e donne capaci di riflettere la luce del Vangelo in ogni ambiente e in ogni situazione della vita, e di testimoniarlo anche là dove il suo valore non è compreso o accettato.

 

San Matteo – autore del brano biblico a cui ci riferiamo – scriveva per comunità che non avevano vita facile. Dovevano affrontare ostilità e persecuzioni, come succede ancora oggi a tanti cristiani in vari luoghi della terra, e la tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura era grande.

 

Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno!

 

 

La Vergine Maria ci aiuti a essere discepoli missionari del Signore Gesù, ciascuno secondo la propria vocazione.


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«Coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale» per «plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria», soprattutto «in un mondo che appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche». È il mandato affidato da Leone XIV a un’ottantina di partecipanti alla prima edizione dei «Dialoghi del Borgo Laudato si’», ricevuti venerdì 19 giugno, nella Sala del Concistoro. Di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, il discorso del Pontefice.

 

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno e benvenuti.

 

Avete appena concluso due giornate di intenso lavoro nel Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo. Vi siete riunti per partecipare alla prima edizione dei “Dialoghi del Borgo” — come ha appena spiegato il Cardinale Baggio —, il primo passo di un processo volto a rinnovare e a reimmaginare la guida morale in un mondo che oggi appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche.

 

E, fratelli, avete discusso di temi importanti, che preoccupano anche la Chiesa cattolica: l’intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’umanità, l’invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia e il futuro della sostenibilità. Avete esaudito il desiderio che ho espresso di recente nella mia Lettera Enciclica Magnifica humanitas: “entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti” (n. 2).

 

Nello stesso documento ho anche affermato che “viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di ‘nuova creazione’ sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi” (n. 204).

 

I vostri dialoghi sono stati costruiti sulla visione di sinodalità della Chiesa cattolica, ascoltando dal basso e promovendo al tempo stesso l’unità globale. Voi siete esperti, leader e professionisti provenienti da diverse parti del mondo, che lavorano in campi diversi, con una varietà di competenze, esperienze e visioni. E nonostante questa diversità, siete tutti profondamente impegnati nella trasformazione ecologica, sociale ed economica del mondo.

 

Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale.

 

“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione” (Magnifica humanitas, n. 213).

 

È questo che avete fatto nel magnifico scenario dei Giardini Pontifici del Borgo Laudato Si’, lasciando che la bellezza del creato — e del Creatore — vi ispirasse a coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria.

 

Grazie per la vostra apertura e disponibilità a partecipare a questo processo, che vi riunirà novamente in altri importanti contesti e che apre cammini per ulteriori progressi.

 

Il Signore benedica i vostri sforzi e vi doni la grazia di essere umili costruttori della Nuova Gerusalemme, la città di Dio, che offre acqua viva agli assetati e cure, riconoscimento, parole gentili e mani capaci di tenerezza a ogni essere umano.

 

Grazie.

 

 

 

Forum di confronto sulla Casa comune

 

Alessandro Di Bussolo

 

Uno spazio di dialogo aperto ad attori internazionali con idee diverse su questioni riguardanti la sostenibilità del nostro futuro, l’intelligenza artificiale, il nuovo umanesimo, la fratellanza, l’invecchiamento e tutti i temi sollevati dalle encicliche di Papa Francesco, Laudato si’ e Fratelli tutti, e di Leone XIV Magnifica humanitas. È stata questa la prima edizione del forum “Borgo Dialogues”, i Dialoghi del Borgo Laudato si’, ospitato da mercoledì 17 giugno ad oggi, venerdì 19, nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, e realizzato in collaborazione con il Centro di Alta Formazione Laudato si’, University of Notre Dame, Deloitte Switzerland e Handshake Strategies.

 

Il Borgo Laudato si’ è un luogo dedicato all’educazione, all’ecologia integrale, alla sostenibilità ambientale e all’economia circolare, istituito per tradurre i principi dell’enciclica Laudato si’ in pratiche concrete e replicabili. In questo contesto, i Dialoghi hanno riunito rappresentanti del mondo imprenditoriale, organizzazioni internazionali, mondo accademico, cultura, società civile e Chiesa per un confronto sulle grandi sfide del nostro tempo.

 

L’iniziativa è stata concepita come un forum permanente di dialogo tra esperienze e prospettive diverse, così da favorire lo scambio e lo sviluppo di risposte condivise alle sfide comuni. Essa è stata inoltre pensata per costruire una comunità di pratiche fondata su una leadership coraggiosa e ispirata alla Laudato si’. In un momento storico cruciale, si è voluto dunque affrontare le sfide globali più urgenti allo scopo di promuovere un’azione significativa che toccasse istituzioni religiose, mondo accademico, società civile e settore privato.

 

«Un momento di discussione» su questioni sollevate dalle encicliche di Papa Francesco e Leone XIV, ha spiegato in questi giorni, in un video, il cardinale Fabio Baggio, sotto-segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e direttore generale del Centro di Alta Formazione Laudato si’. Sono temi, ha sottolineato, «che toccano il centro delle nostre discussioni quotidiane e la sostenibilità del nostro futuro».

 

 

I protagonisti della prima edizione dei Dialoghi, ha concluso il porporato, sono giunti «da luoghi diversi, con prospettive diverse, idee diverse». E si sono riuniti per «mettersi in discussione insieme agli altri pensando a quel futuro che vuole rappresentare non la Babele della confusione e del conflitto, bensì quella civiltà dell’amore che ben ha descritto Leone XIV nella sua recente enciclica».


PAPA LEONE XIV

 

ANGELUS

 

Piazza San Pietro

Domenica, 14 giugno 2026

 

 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

 

Il Vangelo di oggi (Mt 9,36 – 10,8) ci porta un grande regalo, perché coinvolge tutti coloro che lo ascoltano nello sguardo di Gesù: è un racconto che testimonia l’attenzione della sua vista, oltre a dirci che cosa il Signore osserva. Leggiamo, infatti, che Cristo «vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite» (v. 36). Fattosi nostro fratello, il Figlio di Dio guarda la gente, guarda l’umanità: vede l’oppressione che schiaccia e la violenza che toglie la forza. Vede le ferite delle guerre e il vuoto del consumismo. Vede volti ridotti a maschere, famiglie spezzate dal male e giovani illusi da falsi ideali. Gesù vede e ama. Ama e soffre per noi, con noi: la sua compassione esprime non solo vicinanza fraterna, ma volontà di redenzione.

 

Egli, infatti, conosce il nostro cuore e se ne prende cura: davanti a tante persone simili a «pecore che non hanno pastore» (v. 36), Cristo si dedica a tutte come buon pastore e, come signore della messe, manda operai nel campo del mondo (cfr v. 38). Qual è il lavoro che devono svolgere? Dare il conforto di Dio a chi soffre: portare carità dove c’è miseria, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia.

 

Il Vangelo riporta i nomi dei primi dodici “operai”: sono discepoli fatti apostoli, cioè missionari e predicatori. Tra loro c’è Simone detto Pietro, il primo, e anche Giuda Iscariota, l’ultimo, per ricordarci che si può seguire Gesù e tradirlo, ma il Vangelo rimane per tutti parola viva e vera. La Buona Notizia che attraversa i secoli è identica, sempre giovane, fresca e liberante: «Il Regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7)! Sì, è vicino perché in Gesù Cristo Dio si fa prossimo ad ogni uomo e ogni donna, ad ogni popolo e nazione. Quando questo Vangelo viene annunciato e praticato, il male crolla come una malattia che finisce (cfr v. 8), come una notte che cede all’aurora, come la morte vinta dal Risorto.

 

È così che lo sguardo di Gesù trasforma la realtà: piena d’amore, la sua iniziativa dà vita a un popolo nuovo, la Chiesa, chiamato a continuare la missione degli apostoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (v. 8). Sì, il dono di Gesù è del tutto gratis, perché il suo valore eccede ogni misura: è impossibile meritarla o “comprarla”. Questa grazia è il bellissimo nome della misericordia di Dio, che ci raggiunge ovunque, per portarci a sé. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38)!

 

 

Carissimi, il compito di evangelizzare nasce dal dono di Dio che in Cristo diventa perdono per il mondo, servizio a chi è più piccolo e povero, impegno per la giustizia. Chiediamo l’aiuto della Vergine Maria, piena di grazia, affinché rispondiamo con gioia e coraggio alla missione cui Gesù ci chiama.


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV

IN SPAGNA

(6-12 GIUGNO 2026)

 

SANTA MESSA

NELLA SOLENNITÀ DEL SACRO CUORE DI GESÙ

 

OMELIA DEL SANTO PADRE

 

Porto di Santa Cruz de Tenerife

Venerdì, 12 giugno 2026

 

 

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

è una grazia incontrarci nel giorno in cui il cuore di Cristo si lascia da noi contemplare come il cuore della storia. Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta. Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa (cfr Gaudium et spes, 1). Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio. Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo. È questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro.

 

Il cuore di Gesù ci rivela come non perderci, però, in un dinamismo sterile: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). C’è vita quando si dona la vita. Altrimenti si gira a vuoto. Infatti, «Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso» (Magnifica humanitas, 48). Papa Francesco osservava: «Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente» (Laudato si’, 225). Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo. Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto. «Quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia» (Laudato si’, 223). Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza.

 

Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo. Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli – che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola – che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo. Con l’Esortazione apostolica Dilexi te ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa.

 

È un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne: «Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (Dilexi te, 102). Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr. Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa.

 

Carissimi fratelli e sorelle, grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest’isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne. «Noi abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): questa confessione di fede trasmessaci dalla Prima lettera dell’Apostolo Giovanni si riverberi sempre su di voi, vi motivi alla preghiera e all’azione. Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia. Respirino fra voi che «Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo. Chi vi si immerge non vive più per sé stesso. Aprite a tutti questo mare di amore! È il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino.

 

_________________________________

 

Ringraziamento finale al termine della S. Messa

 

La ringrazio di cuore, Eccellenza, e con Lei tutto il popolo di Tenerife, i suoi Pastori e le Autorità civili.

 

Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione eucaristica si conclude il mio Viaggio apostolico in Spagna. Rendo grazie a Dio e a tutti coloro che mi hanno accolto e che in mille modi hanno collaborato alla preparazione e alla realizzazione dei diversi momenti a Madrid, a Barcellona e Montserrat e qui nelle Isole Canarie.

 

Riparto per Roma commosso per il grande affetto che mi ha circondato e confortato dalle testimonianze di fede e di amore per la Chiesa, espressioni del grande cuore cattolico della Spagna.

 

Da questo Porto, che porta il nome della Santa Croce, il pensiero si allarga al mondo intero e alle sue ferite, che fanno soffrire intere popolazioni. A tutti vorrei rivolgere il motto di questo mio Viaggio: “Alzate lo sguardo!”. Sì, volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso: il suo Cuore è la fonte della misericordia, che sola può salvare l’umanità bisognosa di perdono e di riconciliazione per giungere a una pace vera e duratura. Alziamo lo sguardo come fece Maria, la Madre di tutti i sofferenti, e guidati da lei riprendiamo il cammino con speranza!

 

 

Amati fratelli e sorelle! Grazie di cuore! Rimaniamo uniti nella preghiera e nella comunione in Cristo e nella santa Chiesa.


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV

IN SPAGNA

(6-12 GIUGNO 2026)

 

SANTA MESSA, PROCESSIONE E BENEDIZIONE EUCARISTICA

 NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

 

OMELIA DEL SANTO PADRE

 

“Plaza de Cibeles” (Madrid)

Domenica, 7 giugno 2026

 

 

 

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,

carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà

fratelli e sorelle,

 

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

 

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

 

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.

 

Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.

 

Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.

 

Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.

 

Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.

 

Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce:  «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.

 

Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.

 

 

Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.


Pompei-Omelia Papa Leone XIV-8 maggio 2026


Riattivare Papa Francesco

 

21 aprile 2026- primo anniversario dalla morte di Papa Francesco 

 

Il gruppo dei cosiddetti «Nipoti di Maritain» è una sorta di collettivo di giovani studenti e studiosi di storia e teologia «aperti al personalismo cristiano e all’idea di una Chiesa meno arroccata in sé stessa, rispettosi del Magistero e fedeli al papa regnante, ma desiderosi di spingere un po’ più in là la riflessione su come si stia insieme come Popolo di Dio». Nel 2021 il collettivo ha pubblicato un primo volume sul Gesù Storico, l’anno scorso su Paolo di Tarso e quest’anno si è occupato di Papa Francesco a un anno dalla sua scomparsa. Tre curatori «scelti» nella redazione di «Nipoti» (Piotr Zygulski, Andrea Bosio e Lucandrea Massaro) hanno lavorato al volume Riattivare papa Francesco (Effatà Editrice, 2026) con l’intenzione di valutare – grazie al contributo di tanti teologi italiani e internazionali – cosa ha «funzionato» e cosa no del pontificato concluso un anno fa. Riprendiamo di seguito l’Editoriale dei tre curatori.

 

 

 

È passato un anno dalla fine del pontificato di Jorge Mario Bergoglio ed è un tempo insufficiente per poterne tracciare un profilo con gli strumenti del metodo storico. Raccontare vicende e personaggi contemporanei è una sfida più impegnativa rispetto a quanto sarà in mano ai posteri; su questo, concordiamo con l’Eric Hobsbawm del Secolo breve che non si possa «raccontare l’età della propria vita allo stesso modo in cui si può (e si deve) scrivere la storia di periodi conosciuti solo […] attraverso le fonti dell’epoca e le opere degli storici successivi». Abbiamo provato a fare nostra questa lezione, sia nel pianificare il volume, sia nel camminare con i molti autori che si sono impegnati ad arricchirne le pagine.

 

Con Riattivare il Gesù storico (2021) abbiamo voluto diffondere al grande pubblico le acquisizioni accademiche sull’ebreo di Nazaret e con Riattivare Paolo di Tarso (2025) abbiamo promosso un aggiornamento degli studi paolini nostrani alla recente prospettiva within Judaism, rileggendo l’Apostolo delle genti – anch’egli, come Gesù, ebreo per sempre – nel suo contesto vitale: il giudaismo del Secondo Tempio. Ma, se da Gesù e Paolo ci separano due millenni di interpretazioni, controversie e teologie che rendono più comprensibile l’esigenza di una loro riattivazione, lo stesso non si può certamente dire per papa Francesco, che ci ha lasciato da poco.

 

Perché riattivare proprio papa Francesco? L’idea di un volume sul penultimo vescovo di Roma è balenata il giorno stesso dei funerali all’interno della redazione di Nipoti di Maritain che – avendo a cuore il cattolicesimo sociale, il personalismo e l’attualità ecclesiale – è stata interrogata moltissimo dal recente pontificato di Bergoglio. La proposta ha immediatamente incontrato il favore degli amici di Effatà, l’editrice che da svariati anni ormai cura l’impaginazione e la pubblicazione della nostra rivista. Ma perché già riattivarlo? Non è troppo presto? Anche noi avevamo il timore di pronunciare prematuramente un verbo così impegnativo, quindi ci siamo confrontati su possibili alternative.

 

Eppure, con il delinearsi della proposta e con il sostegno di chi ha collaborato al volume, ci siamo convinti che riattivare fosse proprio il termine giusto, e non solo per dare continuità alle nostre monografie. Troppe voci hanno infatti insistito per rimarcare la discontinuità tra Leone XIV e Francesco, espressione di un auspicio – da parte di alcune frange – di archiviare il pontificato di Bergoglio come una parentesi estemporanea, l’eccezione senza mozzetta rossa, un mal sopportato intervallo tanguero, esclusivamente “pastorale”; aggettivo, questo, sottolineato anche per il Concilio Vaticano II da chi non intende accettarne i cambiamenti dottrinali. Scusandoci per l’interruzione, adesso si tornerebbe a fare sul serio. Caso archiviato.

 

Di qui l’esigenza di riattivare, anche per non imbalsamare Francesco. Questo numero non vuole essere un’agiografia: lo abbiamo dichiarato sin dalla call for papers, alla quale molti hanno risposto con entusiasmo.

 

Per questo intendiamo portare alla luce tanto gli aspetti profetici da rilanciare, quanto le incertezze e le contraddizioni che hanno segnato i dodici anni del pontificato del vescovo gesuita venuto dall’Argentina.

 

Consapevoli del rischio di mitizzare o canonizzare anzitempo Bergoglio e Francesco, narrando esclusivamente ciò che abbiamo apprezzato, i nostri autori ci aiutano anche a esplicitare i limiti del pontificato.

 

Imbalsamazioni e canonizzazioni, del resto, vanno di pari passo, e sono i mezzi ecclesiali più frequenti per disattivare la profetica poliedricità di un cristiano.

 

La genesi della presente pubblicazione ha messo in discussione molte delle costruzioni che ci eravamo dati. Francesco è stato per molti di noi il Papa della giovinezza diventata adulta e dell’impegno ecclesiale, talvolta vissuto per la prima volta, talvolta riscoperto dopo periodi di silenzio e orante attesa. Ma è stato anche, per il mondo intero, il Papa del cambiamento d’epoca, l’uomo che ha impresso un marchio a un decennio in cui molte delle quiete convinzioni in cui eravamo cresciuti – in cui ci siamo cullati – hanno cessato di esistere o si sono profondamente trasformate. La franchezza che attendevamo ha risuonato nelle parole che egli ha rivolto alla Curia romana il 21 dicembre 2019:

 

«Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire dal centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica».

 

Siamo consapevoli di essere «in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente» ogni aspetto della società. Il pontificato di Francesco è stato parte integrante e integrale di questo cambiamento, ma rimane anche, una volta concluso, una bussola per orientarci. La prima coordinata che contraddistingue il nostro volume è la processualità. Come usava dire Francesco, occorre avviare processi, non occupare spazi.

 

Non saremo noi a dire l’ultima parola sul pontificato di Bergoglio. Tutt’altro. Adesso, mentre si deposita la polvere, sarà possibile farne un bilancio più equo, al contempo lasciando a Leone lo spazio che merita; sarà, in fondo, la sua azione di vescovo di Roma a determinare cosa del suo predecessore resterà maggiormente.

 

Come con il nostro caro Jacques Maritain, del quale osiamo dirci indegni nipoti, ci sentiamo custodi di un giardino che ha ancora molte stagioni davanti, più che archeologi interessati a un passato concluso o architetti di un futuro di nostra esclusiva proprietà. Anche per questo, teniamo a ribadire come il pontificato di Bergoglio abbia coltivato la continuità dei processi già avviati, con il magistero pontificio che, in questi anni, ha pronunciato parole importanti su pena di morte e proprietà privata; se, da una parte, si è giunti alla consapevolezza dell’assoluta anti-evangelicità della pena capitale, senza esclusioni, dall’altra è stato ribadito come la proprietà sia un diritto importante, sì, ma secondario, muovendosi in entrambi i campi nello sviluppo lineare di quanto è stato affermato dai predecessori.

 

Una seconda lettura cui abbiamo tenuto molto è quella degli ultimi, fulcro del pontificato di Francesco, ma anzitutto del Vangelo. Bergoglio l’ha posta nel cuore già con la scelta del nome e, appena due giorni dopo l’elezione, aveva raccontato del suo desiderio di una Chiesa povera e per i poveri.

 

Questo passaggio ha un profumo latino-americano: sottotraccia, si scorge la certezza che il processo storico di liberazione del Popolo di Dio, a partire dai suoi margini, non può essere separato dal discorso su Dio, come diceva Gustavo Gutiérrez.

 

Ma questa apertura è stata anche vitalizzata da una lunga – e tutt’altro che conclusa – riflessione sul ruolo delle donne e delle minoranze nella Chiesa.

 

Un terzo punto, anche questo non conclusivo, è quasi il naturale svolgersi dei precedenti: la sinodalità è una delle eredità più solide e feconde del pontificato di Francesco. Ci sono acquisizioni dalle quali non vi è ritorno, se non a costo di pesanti sconfessioni: l’avvio dei cammini sinodali e la parresia che è stata chiesta alle persone coinvolte – non solo vescovi e preti, anzi – rimangono un solido passo che avanza ben oltre la soglia dell’avvio dei processi, ma ne sostanzia una parte iniziale del cammino.

 

Anche la suddivisione del volume è frutto di un processo condiviso che parte dall’ascolto di un dato di realtà. Ci è sembrato infatti che gli articoli pervenuti tendessero spontaneamente a gravitare verso alcune parole chiave. Cogliendo anche interessanti rimandi interni che rendono possibile una certa contaminazione tra i contributi, ciascun termine nella sua porosità è una possibile finestra per raccontare papa Francesco.

 

La narrazione del pontificato apre il percorso. Come ogni racconto, comincia all’alba: è quella che Antonello Carvigiani percorre per ricostruire il clima del conclave del 2013, segnato dagli scandali che affliggevano la Chiesa cattolica ma pure dal discorso del cardinal Bergoglio alle Congregazioni generali, con il suo invito a uscire dall’autoreferenzialità per andare incontro alle periferie geografiche ed esistenziali. Riecheggiando quell’intervento che “condannò” il gesuita argentino al pontificato, è di Franco Ferrari la riflessione attorno alla consapevolezza che la Chiesa non può non essere sinodale.

 

Francesco ha promosso la sinodalità quale conversione del modo di essere Chiesa – Popolo di Dio in cammino, come già proclamava la Lumen gentium – e privilegiando l’inaugurazione di processi piuttosto che l’occupazione di spazi di potere. Ascoltiamo quindi Teresa Forcades, che, attraverso i documenti del magistero di Francesco, ne ripercorre i tratti fondamentali – centralità della misericordia, della tenerezza e della gioia nell’annuncio cristiano, riforma ecclesiale sinodale, denuncia di rigidità clericali e di un’economia che uccide, attenzione agli scartati ed ecologia integrale – rilevandone alcune battute d’arresto. Con Carlo Pizzocaro si esplicitano le domande sui principali limiti del pontificato: svariate intuizioni hanno incontrato mancate realizzazioni o si fondano su istanze ancora traballanti; ma proprio i limiti sono una provocazione per rendere effettiva, senza forzature ideologiche, la sinodalità. La sezione culmina con il saggio di Vincenzo Rosito, che della processualità – quasi a rispondere a Pizzocaro – fa una chiave di lettura della svolta bergogliana.

 

La Chiesa apprende quando presta attenzione nel camminare insieme, aggiustandosi nel dinamismo della realtà, laddove, di fronte a una pluralità di significati possibili, ogni soggetto apporta improvvisazioni nel quadro di una tessitura collettiva. La processualità agisce pertanto come linguaggio per narrare l’esperienza ecclesiale.

 

Proprio ai linguaggi è dedicata la sezione successiva. Si comincia con quello dei gesti di Francesco e con il loro impatto, che nell’analisi di Alessandro Raso incarnano un vero magistero, radicato nell’arte dell’accompagnamento di Gesù, maestro di improvvisazione:

 

l’abbraccio, il toccare e il protendersi del corpo del pontefice verso gli emarginati sono un lessico efficace per annunciare la vicinanza di Dio. Al linguaggio delle arti è dedicato l’articolo di Luca Bernardini, che sottolinea la portata storica della visita alla Biennale di Venezia: la scelta di allestire il Padiglione della Santa Sede in un carcere femminile unisce arte, marginalità e spiritualità, nella cura reciproca tra detenute e visitatori.

 

Anche Bernardini parla di un magistero implicito: Francesco valorizzava gli aspetti etici e sociali dell’esperienza artistica, vista come trasformativa, risanante e profetica. Altri tre contributi sondano le radici culturali, letterarie e poetiche: Vincenzo Romano rileva gli echi ambrosiani nell’insegnamento di Francesco, e nello specifico nell’idea di misericordia, di Eucaristia come medicina e di Chiesa come luogo della cura; Jacopo Angelo Spanò fa dialogare Bergoglio con Dante sul tema della misericordia, intesa come volontà di liberazione dal male e dalla cupidigia che lo genera; Eni Demneri, infine, sonda come il linguaggio poetico introduca a una più ricca conoscenza affettiva, significativa e trasfigurativa del reale, nonché dell’umanità di Gesù.

 

L’autrice mostra che Francesco aveva menzionato pure Raïssa Maritain, la poetessa che sposò Jacques, entrambi affascinati dalle correspondances di Baudelaire, sul crocevia tra sentimento e intelletto.

 

Proprio da Maritain si sviluppano i primi due contributi della terza sezione, dedicata al pensare. Lorenzo Banducci vede nell’ecologia integrale di Francesco l’attualizzazione dell’umanesimo integrale, dilatato alla più vasta interconnessione ambientale, cioè estendendo la cura per la “città fraterna” a quella della “casa comune”, entrambe minate dal capitalismo disumanizzante. Mattia Vicentini, dal canto suo, colloca la visione antropologica del gesuita argentino nel personalismo di Maritain: la persona umana è un essere in relazione con l’a/Alterità; il cristiano evangelizza vivendo la propria imperfezione condividendola con gli altri e crescendo insieme nella reciprocità. Gabriele Laganaro ci traghetta dal rapporto fede/ragione nella Lumen fidei, abbozzata da Benedetto XVI, alla concretizzazione della parte conclusiva dell’enciclica, nella quale Francesco sottolinea che la luce della fede è al servizio del bene comune, dalla famiglia all’intera società. Se il predecessore era stato considerato divisivo per «eccesso di verità», il pontefice argentino – scrive Paolo Pera – sarebbe stato divisivo per «eccesso di carità». Nella kenosi di un papato che si svuota per vivere relazioni di cura, l’autore accosta Bergoglio a Vattimo, evidenziando una comune ispirazione heideggeriana, nel caso del pontefice attraverso la mediazione di Romano Guardini. È lecito domandarsi se Bergoglio sia ascrivibile al “pensiero debole”, ma non v’è dubbio che abbia dedicato attenzione alle persone deboli e fragili. Qui interviene Roberto Oliva, che indica la categoria di fragilità, usata da Francesco per abitare il cambiamento d’epoca, come cifra interpretativa del suo pontificato. Anche Oliva si richiama a Vattimo, definendo il modello ecclesiale bergogliano come “debole”: non violento, ospitale e consapevole della propria parzialità nello spazio pubblico plurale, luogo in cui è possibile essere tutti fratelli e sorelle a partire dal riconoscimento della comune fragilità.

 

Il pensiero di Francesco ha ridisegnato il modo di stare sia nelle dinamiche ecclesiali, sia nei legami umani. Siamo così introdotti nella sezione relazioni, che saggia l’impatto del pontificato sulle questioni famigliari, sociali e di genere.

 

Andrea Grillo ricostruisce il travaglio storico per giungere ad Amoris laetitia, che ha spostato l’accento dagli aspetti normativi concernenti la regolarità del matrimonio all’integrazione delle situazioni affettive reali: urge ora una recezione canonica di tale svolta. Ma di “cambio di paradigma” parla anche Giulia Battigaglia, precisamente riguardo il modo in cui viene intesa la ricerca pastorale e sociale sulla famiglia e l’educazione. Anche in questo caso, si parte dal dato di realtà, nella sua fragilità, da interpretare con un discernimento personale fondato sulla misericordia.

 

Il metodo è sempre quello del camminare insieme: ascolto, accompagnamento e integrazione delle esperienze in una teologia radicata nella vita concreta. Altre donne scrivono più specificamente sulle questioni di genere. Francesca Capalbo si sofferma sul riconoscimento da parte di papa Francesco dello specifico femminile, nonché sugli incarichi di responsabilità affidati per la prima volta a delle donne. Carmelina Chiara Canta ripercorre la storia di questo empowerment, evidenziandone criticità e contraddizioni, ma nella convinzione che sarà difficile retrocedere dai principali percorsi avviati. Infine, la teologa Maria Bianco si sofferma sulla nota 41 a margine della Laudate Deum che, menzionando la filosofa Haroway, aprirebbe l’ecologia integrale a una prospettiva eco-femminista all’insegna della co-appartenenza.

 

Tale sguardo globale ci spalanca la sezione che si affaccia su alcuni mondi che Francesco ha vissuto e che ci lascia in eredità. Luca Carbone vede nel pontificato bergogliano la realizzazione del farsi dialogo della Chiesa stessa, come auspicava Paolo VI: aprirsi all’altro è precondizione per imparare, costruire la pace e vivere la fraternità universale. Anche nell’articolo di Giuseppe Tramontin, che delinea l’ecumenismo spirituale incoraggiato da Francesco, l’incedere è sinodale: pregare insieme, impegnarsi insieme, procedere insieme. La concretezza delle amicizie, superando le divisioni confessionali, è occasione per un incontro condiviso con il Risorto e per una testimonianza cristiana comune. Gli ultimi due articoli spiegano infine come la visione di Bergoglio sia stata messa alla prova nel contesto geopolitico, e nello specifico in due scenari periferici rispetto al mondo occidentale: i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, illustrati da Orazio Maria Gnerre; la questione palestinese, con Andrea Di Lenardo che rievoca l’empatica vicinanza di Francesco alla popolazione di Gaza, le reazioni suscitate dalla sua condanna del genocidio commesso dalle forze israeliane e il ricordo commosso dei palestinesi.

 

La seconda parte del volume racconta il pontificato di Francesco attraverso una serie di interviste; le voci narranti provengono da diversi luoghi del globo e appartengono a differenti tradizioni e sensibilità spirituali. Troverete quindi – in ordine alfabetico – teologhe ed esegeti, benedettini, francescani e gesuiti, cattolici e riformati. Francesco viene descritto come un «papa di strada» (Massimo Faggioli), un «parroco globale» (Fulvio Ferrario) «con l’odore delle pecore» (Massimo Fusarelli), in quanto «pastore dei poveri e degli oppressi» (Anselm Grün). Francesco, «instancabile testimone dell’evangelo del bene» (Lidia Maggi), con «semplicità evangelica» (Gilles Routhier) è stato capace di «accorciare le distanze aprendo processi» (Bernardo Gianni), anche di «ecumenismo pastorale» (Antje Jackelén). Il «cambio d’epoca» di Francesco è stato descritto nei termini di uno «tsunami» (Geraldina Boni), di una «ventata d’aria fresca» (Cettina Militello) o di una «porta aperta» (Antonio Spadaro). I loro ricordi personali riportano episodi di grande umanità, come telefonate improvvise (Massimo Borghesi), incontri semplici e spontanei gesti di tenerezza di un «buon cristiano» (Severino Dianich).

 

Tra i limiti del pontificato, gli esperti intervistati segnalano parole fuori luogo, scelte umorali, atteggiamenti che di sinodale hanno avuto ben poco e attuazioni incomplete delle riforme. Un’area di criticità riguarda la questione femminile, come rilevano Severino Dianich, Cettina Militello, Linda Pocher e Juan José Tamayo Acosta. Nell’ottica della processualità, ci rendiamo conto che pure Bergoglio ha dovuto apprendere a fare il papa. Il suo agire pastorale e magisteriale è stato spesso polarizzante; probabilmente è stato necessario a risvegliare gli animi per uscire dal tiepidume che caratterizza gli ambienti ecclesiali più perbenisti o abitudinari. Alla lunga, tuttavia, spalancare la porta senza attraversarla (come dice Dianich), nonché l’uso più del bastone che della carota nei confronti dei preti (così riscontra il cardinale Radcliffe) ha generato insofferenza. Questa sembra essersi un po’ placata con l’elezione di Leone XIV.

 

Robert Francis Prevost, ricordano i suoi confratelli, non ha il feticismo delle vesti sacre. Ma la sinodalità val bene una mozzetta; e, da pragmatico americano, se può bastare un minimo di formalità estetica per far riprendere il cammino anche a chi sino al giorno prima si era opposto all’informale Francesco, ben venga. Dopo lo scombussolamento bergogliano, si vociferava di un ipotetico consolidatore delle riforme: una voce rassicurante per presbiteri e canonisti, capace di rendere maggiormente concreta la profezia di Francesco, un po’ come Paolo VI con il Concilio inaugurato da Giovanni XXIII. Leone, tra l’altro, pare avere uno stile di leadership ancora più sinodale, collegiale e defilata rispetto al populismo presenzialista del pontefice argentino. L’eredità che Francesco lascia al suo successore è dunque complessa, segnata da tensioni e paradossi: prossimità evangelica e decisioni autoritarie, immediatezza comunicativa e fraintendimenti, aperture simboliche e limiti strutturali.

 

Eppure, apprendendo dai passi falsi, la feconda «inquietudine» di Bergoglio – come l’ha definita Bernardo Gianni – merita di essere riattivata. In fondo, l’eredità di papa Francesco non consiste tanto in un sistema dottrinale o in una riforma specifica, quanto nell’avvio di processi che hanno impresso una direzione decisiva alla Chiesa. Ora possiamo vivere, senza timore, la responsabilità di interrogarci, discernere e affrontare insieme le questioni aperte. Anche dal suo stesso pontificato.

 

«Dipingere il Papa come una sorta di Superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale», disse Francesco nel 2014 al Corriere della Sera. Consapevoli di ciò, abbiamo voluto in copertina una delle opere di street art che hanno colto le vibes del pontificato facendo indossare a Francesco la tuta del supereroe. Alla domanda se egli lo sia stato davvero, pur con la propria kryptonite, lasciamo la risposta alla storia e al lettore.

 

 

Perché ogni personaggio storico – e Francesco di certo lo è – appartiene innanzitutto a chi lo vive.


Papa Leone XIV in Algeria (nei luoghi di Sant'Agostino 13-15 aprile 2026)

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Il Papa sui passi di Agostino: «Dio è straziato dalle guerre e non sta con i prepotenti»

 

 Giacomo Gambassi ad Annaba

 

 

In Algeria la tappa ad Annaba, nell’antica Ippona, dove il dottore della Chiesa è stato vescovo. Una giornata familiare per Leone XIV nella terra del “suo” santo. Fra i resti romani pianta l’ulivo per la pace. L’appello a cristiani e musulmani a «vivere insieme nella fraternità». Nella Messa l’invito: è possibile un futuro di giustizia e di pace anche in mezzo a insidie e tribolazioni

 

 

 

 

La stretta di mano è calorosa. Salah Bouchemel sorride come anche il Papa che ha davanti a sé. Gli ha appena parlato in arabo, raccontando di essere un algerino musulmano che vive in mezzo ai cristiani. Ospite della casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei poveri, congregazione che in tutto il mondo è accanto alla terza età. «Ogni giorno viviamo insieme – spiega a Leone XIV -. Qui ognuno è libero di praticare la propria religione, che sia l’islam o il cristianesimo. Questa differenza non ci separa ma ci aiuta a vivere nel rispetto e nella pace». Parla con il Pontefice ad Annaba, l’antica Ippona, città che lega il suo nome ad Agostino che qui è stato vescovo. Leone XIV la visita nella sua seconda giornata in Algeria, all’interno del viaggio di undici giorni in Africa che è cominciato lunedì e che lo porterà in quattro Paesi del continente. Un’ora di volo da Algeri ad Annaba per visitare i luoghi del santo di cui il Papa è «figlio», come ha detto nel giorno della sua elezione, quasi un anno fa. Ma anche per abbracciare i più fragili. E continuare a lanciare il suo messaggio di riconciliazione fra i popoli in cui il dialogo fra le fedi gioca un ruolo cruciale. «Penso che il Signore, dal cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza», afferma davanti agli anziani. Sì, aggiunge, «perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno». E, prima del congedo da Annaba, terrà a far sapere che «l’attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio». Poi avvertirà: «Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione».

 

 

Ancora una giornata sotto la pioggia per il Pontefice. Anche nel sito archeologico dove entra al mattino. “Tour” tagliato per la bufera che lo accoglie. Avrebbe dovuto essere un momento intimo sui passi del santo che scandisce il suo pontificato. E il Papa doveva camminare fra le pietre calcate da Agostino che dal 396 al 430, anno della morte, ha svolto il suo ministero episcopale nella città-porto fondata dai Fenici sulla costa nord-orientale dell’Algeria, non distante dal confine con la Tunisia. Ma si limita a un gesto sotto i tendoni: con il volto emozionato e commosso, depone una corona di fiori vicino ai resti della “Basilica Pacis” in cui il futuro dottore della Chiesa battezzava; prega in silenzio fra le vestigia della città romana; e pianta con gli scout un ulivo che richiama sia la pace, sia le radici dell’autore delle “Confessioni”.

 

 

 

È blindata Annaba mentre dà il benvenuto al primo Papa che la visita (e visita l’Algeria). Papa agostiniano che si ferma anche nella casa della comunità agostiniana formata da tre consacrati africani dove incontra la sua “famiglia” religiosa per un confronto a porta chiuse, come era solito fare anche papa Francesco con i confratelli gesuiti durante i suoi viaggi internazionali. Robert Prevost era stato in città «già due volte, nel 2001 e nel 2013», aveva detto in apertura del viaggio. E avevo aggiunto: «Adesso sono grato alla Provvidenza divina perché, secondo il suo misterioso disegno, ha disposto che vi tornassi come successore di Pietro. Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli». Lo testimonia anche la Basilica di Sant’Agostino dove Leone XIV presiede la Messa nel pomeriggio. Sorta a cavallo fra Ottocento e Novecento sul promontorio della città e rinaugurata nel 2013 dopo un imponente restauro, a cui aveva contribuito anche Benedetto XVI con una donazione personale, è crocevia di incontro fra le fedi. «Qui lei trova fratelli e sorelle cristiani e musulmani ispirati o incuriositi dalla figura, dalla vita o dagli scritti di Agostino – dice al Papa il vescovo di Constantine, Michel Guillaud –. E sono felici di accoglierla come compagno di cammino e come guida spirituale che si prende cura di tutti». A conferma di quanto aveva evidenziato il Pontefice nel volo da Roma ad Algeri quando aveva definito il “suo” santo un «ponte» fra le genti.

 

 

 

«Prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione», spiega durante la celebrazione, raccontando la «rinascita» di Agostino «provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica». E ribadisce che «davvero la nostra vita può ricominciare da capo», anche quando «ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace e di salvezza» in mezzo a «problemi, insidie e tribolazioni». Ancora una volta il Papa invita a non essere «sfiduciati». Perché il Signore «desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita che inizia con la fede». E la Chiesa è «grembo accogliente per tutti i popoli della terra» che è tenuta a far sì che «dove c’è disperanza accenda speranza, dove c’è miseria porti dignità, dove c’è conflitto porti riconciliazione». Missione che riassume le urgenze care a Leone XIV, al centro anche del viaggio in Africa. Del resto, chiarisce, «soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione i cristiani hanno come codice fondamentale la carità». Ai pastori ricorda che il «primo compito» è «dare testimonianza di Dio al mondo, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso». E alla comunità ecclesiale affida la sfida della «concordia» perché la Chiesa «non si basa su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede». E anche «ogni riforma ecclesiale» deve iniziare «dal cuore».


In Algeria Leone XIV omaggia Sant’Agostino

 

 

M.Michela Nicolais

 

 

La seconda e ultima giornata del viaggio del Papa in Algeria è un omaggio di un figlio al proprio padre spirituale: Sant'Agostino, vescovo di Ippona, oggi Annaba, per oltre trent'anni. All'insegna della speranza l'omelia della messa nella basilica intitolata al santo di Tagaste

 

 

Il Papa che, sotto una pioggia battente, depone una corona di fiori bianchi e gialli e sosta, commosso e grato, in una preghiera silenziosa, prima di far simbolicamente rifiorire le rovine dell’antica Ippona, oggi Annaba, piantando un ulivo che si preannuncia rigoglioso. È l’omaggio di un figlio a un padre, il culmine e nello stesso tempo la sintesi del viaggio di Leone XIV in Algeria, il cui secondo giorno è un omaggio ai luoghi di Sant’Agostino, visitati altre due volte dal figlio spirituale del vescovo di Ippona, nel 2001 e nel 2013. Nelle altre due occasioni Leone era in veste di Priore generale degli Agostiniani, oggi è in quella del primo successore di Pietro a visitare il Paese che ha dato i natali a uno dei Padri della Chiesa maggiormente conosciuti e studiati nel mondo. Dopo la visita al sito archeologico di Ippona, la seconda e ultima giornata del viaggio apostolico in Africa è proseguita con la visita alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri, situata sulla collina di Annaba, a fianco della basilica di Sant’Agostino, e dedicata all’accoglienza e all’assistenza di circa 40 anziani, bisognosi o senza famiglia, senza distinzioni di religione, in un Paese di 48 milioni di abitanti in cui i musulmani rappresentano il 99% della popolazione. Nel pomeriggio, la messa nella basilica di Sant’Agostino, nel cui abside si trova la statua reliquiaria contenente l’ulna del suo braccio destro, portata ad Annaba nel 1842 dal primo vescovo di Algeri, mons. Antoine Adolphe Dupush, che la chiese in dono a Pavia, dove dall’VIII secolo sono custodite le spoglie mortali del santo di Tagaste. All’interno della basilica, una serie di vetrate ne raffigura la vita.

 

“Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne”,

 

il saluto durante la visita alla Casa delle Piccole Sorelle: “Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi”, ha assicurato Leone XIV: “il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel servizio quotidiano, nell’amicizia, nel vivere insieme. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza!”.

 

E intrisa di speranza è anche l’omelia pronunciata nella basilica di Sant’Agostino.

 

“Quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare?”,

 

il suggerimento valido anche per l’oggi. “Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo?”, si è chiesto il Pontefice: “Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza”. “Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi”, ha assicurato Leone: “Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo”. “Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore”, ha affermato il Papa: “Sant’Agostino ce ne offre l’esempio:

prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione.

 

In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: ‘Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te”.

 

La Chiesa “è grembo accogliente per tutti i popoli della terra”: è questo, come si legge negli Atti degli Apostoli, lo stile della Chiesa primitiva e l’“autentico criterio di riforma ecclesiale”: “una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace”, all’insegna della concordia. “La Chiesa nascente non si basa su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra”, il ritratto del Pontefice: “Soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi”. Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, “la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”, ha osservato Leone XIV. “Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dare testimonianza di Dio al mondo con un **cuor** solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso”,

il mandato del Papa, in modo da essere “messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo”. “In questa terra, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo”, la consegna finale, nella terra dove 1600 anni fa Sant’Agostino è stato vescovo per 35 anni, dal 396 fino alla sua morte, nel 430: “La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo”.


San Giovanni Paolo II... "l'uomo venuto da lontano" che fece della sua vita un capolavoro in Cristo.

Sono passati 21 anni dalla morte di Papa Wojtyła. Il suo magistero continua a ispirare la nostra epoca, scossa da tensioni, violenze e guerre. Sulla sua figura riproponiamo alcune riflessioni dei suoi successori, Benedetto XVI e Francesco, e pensieri del Pontefice polacco su scenari e temi ancora attuali, tra cui Medio Oriente, Ucraina, pace, disarmo

 

Giovanni Paolo II, apostolo tra terra e cielo per aprire le porte a Cristo

 

 

Amedeo Lomonaco 

 

Il 2 aprile 2026 ricorrono i 21 anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Il suo testamento spirituale si apre con parole che si collegano “all’ultima chiamata” del Signore: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà (Mt 24, 42)”. “Non so quando esso verrà - aveva scritto Papa Wojtyła - ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Quel giorno, come per tutti, è arrivato anche per quelluomo nato nel 1920 a Wadowice, in Polonia, e salito al soglio di Pietro il 16 ottobre del 1978. Papa Wojtyła è morto il 2 aprile del 2005 alle 21.37. Per un ultimo saluto e per i funerali sono giunti a Roma 3 milioni di pellegrini, accomunati da un grido: Santo subito. Questa accorata richiesta di popolo ha trovato poi il suo atteso epilogo il 27 aprile del 2014, domenica della Divina Misericordia e giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II.

 

 

Spalancare le porte a Cristo!

Papa Wojtyła è morto 20 anni fa. Non si è invece spento il suo apostolato che dal cielo continua ad essere fonte d'amore per lumanità. Se potesse ancora una volta affacciarsi dal Palazzo apostolico, probabilmente allAngelus dopo la preghiera mariana, esorterebbe i cristiani ad aprire, anzi a spalancare, i confini e le porte del cuore a Gesù. Sembra che le sue parole pronunciate il 22 ottobre del 1978 per lomelia di inizio Pontificato, risuonino con assoluta consonanza, in particolare, in questo nostro tempo. In questo Giubileo che è un invito a varcare la soglia della Porta Santa, ad aprire le porte.

 

Non abbiate paura di accogliere Cristo

Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

 

 

 

La Terra Santa ha bisogno di riconciliazione

Questi giorni sono segnati da profonde ferite che lacerano varie regioni della Terra. Quella del Medio Oriente continua ad essere sconvolta da orrori e drammi. Il discorso rivolto il 12 febbraio del 2004 da Papa Giovanni Paolo II all’allora ministro dell’Autorità palestinese, Ahmad Qurei, si apre con una riflessione che interpella anche oggi l’intera famiglia umana: “la triste situazione in Terra Santa è causa di sofferenza per tutti”.

 

Perdono e non vendetta, ponti e non muri

 

Nessuno deve cedere alla tentazione dello scoramento, e tanto meno all'odio o alle rappresaglie. È la riconciliazione ciò di cui ha bisogno la Terra Santa: perdono e non vendetta, ponti e non muri. Questo esige che tutte le guide della regione seguano, con l'aiuto della comunità internazionale, il cammino del dialogo e dei negoziati che conduce alla pace duratura.

 

L’auspicio per l’Ucraina

Un’altra terra dilaniata dalla guerra si estende nella parte orientale dell’Europa. L’auspicio espresso nel 2001 da Papa Giovanni Paolo II durante il viaggio apostolico in Ucraina, disegna un tracciato di pace  unendo est ed ovest e “valori differenti eppure complementari”.

 

L'Ucraina possa inserirsi, a pieno titolo, in Europa

Il mio augurio è che l'Ucraina possa inserirsi, a pieno titolo, in una Europa che abbracci l'intero continente dall'Atlantico agli Urali. Come dicevo al termine di quel 1989 che tanto rilievo ha avuto nella storia recente del Continente, non ci potrà essere "un'Europa pacifica ed irradiatrice di civiltà senza questa osmosi e questa partecipazione di valori differenti eppure complementari", che sono tipici dei popoli dell'Est e dell'Ovest (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII/2, 1989, p. 1591).

 

 

L’impegno per la pace e per il disarmo

Siate artigiani e sentinelle di pace. Nel Pontificato di Giovanni Paolo II questa esortazione ha scandito molti discorsi, incontri, appelli, riflessioni. E si è intersecata con frangenti della storia segnati da tensioni, conflitti. Parole che intercettano anche questo tempo in cui si continuano a disegnare, in modo sempre più dettagliato, piani di riarmo in Europa. Durante la visita al “Peace memorial” di Hiroshima, il 25 febbraio del 1981, Papa Wojtyła si rivolge prima in tedesco ai capi di Stato e di governo e poi, in russo, ai giovani:

 

Impegniamoci per la pace nella giustizia

 

Impegniamoci per la pace nella giustizia; prendiamo una solenne decisione, ora, che la guerra non venga mai più tollerata e vista come mezzo per risolvere le divergenze; promettiamo ai nostri simili che ci adopreremo infaticabilmente per il disarmo e l’abolizione di tutte le armi nucleari, sostituiamo alla violenza e all’odio la fiducia e l’interessamento... Ai giovani di tutto il mondo, dico: creiamo insieme un nuovo futuro di fraternità e solidarietà; muoviamoci verso i nostri fratelli e sorelle bisognosi, saziamo la fame, offriamo un riparo ai senza tetto, liberiamo gli oppressi, portiamo la giustizia laddove si ode solo la voce delle armi. I vostri giovani cuori hanno una straordinaria capacità di bene e di amore: poneteli al servizio dei vostri simili.

 

Una roccia nella fede

Anche nella fragilità Giovanni Paolo II ha mostrato una straordinaria forza. Una forza che deriva dalla fede. Il 2 aprile del 2006, in occasione del primo anniversario della morte di Papa Wojtyła, si è rivissuto quel momento con una veglia mariana. Il giorno successivo Papa Benedetto XVI presiede la Messa in Piazza San Pietro e nellomelia ha ricordato il carattere intimamente sacerdotale di tutta la sua vita.

 

Una fede libera da paure e compromessi

Ebbene, il compianto Pontefice, che Dio aveva dotato di molteplici doni umani e spirituali, passando attraverso il crogiolo delle fatiche apostoliche e della malattia, è apparso sempre più una "roccia" nella fede. Chi ha avuto modo di frequentarlo da vicino ha potuto quasi toccare con mano quella sua fede schietta e salda, che, se ha impressionato la cerchia dei collaboratori, non ha mancato di diffondere, durante il lungo Pontificato, il suo influsso benefico in tutta la Chiesa, in un crescendo che ha raggiunto il suo culmine negli ultimi mesi e giorni della sua vita. Una fede convinta, forte e autentica, libera da paure e compromessi, che ha contagiato il cuore di tanta gente, grazie anche ai numerosi pellegrinaggi apostolici in ogni parte del mondo, e specialmente grazie a quell'ultimo "viaggio" che è stata la sua agonia e la sua morte.

 

Il Papa della famiglia

 

Ci sono giorni impressi nella storia della Chiesa. Il 27 aprile del 2014 Papa Francesco presiede la Santa Messa per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. In quell’occasione, ricordando i propri predecessori, esorta a vivere “l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità”.

 

Collaborare con lo Spirito Santo

 

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa... In questo servizio al Popolo di Dio, san Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia.

 

Solo Cristo ha parole di vita eterna

 

 

Il Papa della famiglia guarda dal Cielo tutta la famiglia umana. Da qui, dalla Terra, sembra di sentire ancora le sue parole durante la Messa per l'inizio del Pontificato: "Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi - vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia - permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna". Quello di San Giovanni Paolo II è un apostolato tra Cielo e Terra. Anche oggi molti cuori si aprono al Vangelo e a parole di vita eterna perché scaldati dalla sua testimonianza.


VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

 

Omelia di San Giovanni Paolo II

 

 

Domenica, 25 febbraio 2001

 

 

 

1. "Apri, Signore, il nostro cuore e comprenderemo le parole del Figlio tuo".

 

L'invocazione del Canto al Vangelo ci introduce nel tema dell'odierna ottava domenica del tempo "per annum". Gesù è il vero Maestro, che comunica agli uomini le verità della salvezza. Quanti lo ascoltano sono invitati a "comprendere", cioè ad accogliere nel cuore le sue parole e a tradurle in scelte concrete di vita.

 

Gesù non trasmette solo una dottrina che viene da Dio, ma è soprattutto il Modello a cui dobbiamo conformarci; non ci ha lasciato semplicemente una raccolta di insegnamenti da apprendere; ci ha soprattutto indicato un cammino da percorrere, offrendo se stesso come esempio da seguire.

 

Apriamogli, pertanto, il cuore: entreremo così nel mistero del suo amore, che illumina l'intera esistenza.

 

2. "Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro" (Lc 6,40).

 

Alla sequela di Cristo, nostro divin Maestro, impariamo che per essere suoi discepoli occorre seguirlo specialmente nella capacità di amare, così come Egli stesso la descrive nella pagina del Vangelo di Luca che stiamo leggendo in queste domeniche. Il fulcro del suo messaggio è proprio l'amore, anzi l'amore per i nemici, che non conosce vendetta e offre il perdono; è la misericordia e la disponibilità ad amare sempre anche a prezzo della vita, alla maniera di Dio (cfr Lc 6,27-38).

 

Ecco l'insegnamento da accogliere e da trasmettere fedelmente. Ecco l'unica scuola che forma gli autentici missionari del Vangelo, chiamati ad essere guide sagge e sicure per i loro fratelli (cfr Lc 6,39).

 

3. Con tali sentimenti vi saluto, carissimi Fratelli e Sorelle della Parrocchia della Natività di Maria a Via di Bravetta!

 

Sono lieto di essere tra voi, oggi, proseguendo le mie visite pastorali alle parrocchie romane. Con gioia ringrazio coloro che all'inizio della celebrazione eucaristica mi hanno dato il benvenuto, facendosi interpreti dei vostri sentimenti.

 

In modo speciale, vorrei salutare il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, Mons. Vincenzo Apicella, il vostro caro Parroco, Don Lorenzo Rossi, i Canonici Regolari dell'Immacolata Concezione, che collaborano con lui nella cura pastorale della Parrocchia.

 

Saluto, poi, i Figli dell'Immacolata Concezione, che per lungo tempo hanno messo a disposizione la chiesa dell'Istituto Padre Luigi Monti per la celebrazione domenicale della Messa dei ragazzi e dei giovani insieme con le loro famiglie.

 

Un pensiero riconoscente rivolgo anche alle Suore di Nostra Signora della Compassione e alle Figlie di San Giuseppe, presenti nel quartiere e che, quando non c'era né la chiesa né altro locale disponibile, hanno offerto le loro strutture alla Comunità parrocchiale. A loro va un sentito grazie per questo servizio generosamente reso alla Parrocchia, insieme con l'incoraggiamento a proseguire nella loro apprezzata collaborazione alle attività pastorali. Nell'abbracciare con affetto ciascuno dei presenti, desidero estendere il mio cordiale saluto a tutti gli abitanti del quartiere.

 

So che avete dovuto attendere fino allo scorso anno la costruzione della nuova chiesa nella quale oggi, con intima soddisfazione, celebriamo l'Eucaristia.

 

Rendiamo grazie a Dio per quest'opera che è costata non poche fatiche e che, con il sostegno del Vicariato, siete finalmente riusciti a realizzare. Fate in modo che questo tempio sia visibile segno di unità e di comunione, superando quella frammentazione delle celebrazioni liturgiche e dei luoghi di catechesi che per molto tempo siete stati costretti, vostro malgrado, a subire. Camminando concordi e uniti, scriverete una bella pagina di vita spirituale e pastorale della vostra Comunità parrocchiale.

 

4. Proprio per aiutarvi in questo itinerario, permettetemi che vi consegni simbolicamente il Messaggio, che la scorsa settimana ho indirizzato alla Diocesi di Roma, al termine del Giubileo ed in vista del grande Convegno diocesano del prossimo giugno. Fatene oggetto di attenta riflessione e traducetene le indicazioni in concrete scelte apostoliche. Il tempo quaresimale, che avrà inizio tra qualche giorno, costituisce un'utile occasione per questa revisione di vita.

 

Chiedetevi sia come singoli che come Comunità: quale apporto posso dare alla crescita della piena comunione nella Chiesa? Come posso offrire il mio specifico contributo, affinché essa diventi sempre più casa e scuola di comunione? Occorre camminare uniti per testimoniare insieme il Vangelo. Ecco la consegna che vi lascio, cari Fratelli e Sorelle della Parrocchia della Natività di Maria.

 

Le urgenze apostoliche sono tante nel vostro quartiere che, come altri, ha in pochi anni subito profonde trasformazioni. Voi avete felicemente avviato da tempo belle iniziative a favore dei fanciulli e dei giovani, dei fidanzati, delle famiglie, dei poveri e degli anziani. Andate avanti su questa strada, privilegiando in primo luogo la cura delle famiglie, che spesso non sono in grado di assicurare un'adeguata formazione cristiana ai loro figli. Ci sono fanciulli e adolescenti che hanno bisogno di chi li aiuti a crescere nella fede; cristiani che attendono guide capaci di sostenerli nella testimonianza evangelica, orientandoli nei diversi ambiti di studio, di attività e di servizio.

 

Penso in modo singolare a voi, cari giovani, ai quali, nell'ambito della "missione permanente" che coinvolge la nostra Diocesi, è affidato il compito di essere i primi evangelizzatori dei vostri coetanei. Che ognuno assuma responsabilmente il suo ruolo all'interno della Comunità parrocchiale.

 

5. "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?" (Lc 6,41).

 

Con queste parole Gesù ci fornisce un'utile indicazione, che potremmo dire "pastorale". La tentazione spesso è, purtroppo, quella di condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Come allora rendersi conto se il proprio occhio è libero o se è impedito da una trave? Gesù risponde: "Ogni albero si riconosce dal suo frutto" (Lc 6,44).

 

Tale sano discernimento è dono del Signore, e va implorato con preghiera incessante. E' al tempo stesso conquista personale che domanda umiltà e pazienza, capacità di ascolto e sforzo di comprensione degli altri.

 

Queste caratteristiche debbono essere di ogni vero discepolo e comportano impegno nonché spirito di sacrificio. Se talora può sembrare arduo seguire il Signore su questo cammino, ricorriamo al sostegno e all'intercessione di Maria.

 

Nella facciata della vostra chiesa c'è un arco incastonato nel corpo dell'edificio. Esso ricorda la Vergine, Aurora della salvezza, sempre pronta ad abbracciare i suoi figli e a condurli all'interno del tempio per incontrare Cristo.

 

Ci aiuti Lei, la Vergine del silenzio e dell'ascolto, ad essere coraggiosi testimoni e annunciatori del Vangelo; ci faccia guardare agli altri con occhi di comprensione e di bontà; ci ottenga il dono di una saggia prudenza pastorale.

 

 

E Tu, Signore, aprici il cuore; comprenderemo così le tue parole di salvezza. Amen!


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La Confederazione dei Canonici Regolari  di San Agostino è stata costituita nel 1959, in occasione del 900° anniversario del Sinodo del Laterano IV (1059) e approvata da un breve apostolico del Santo Papa Giovanni XXIII “Caritatis unitas” del 4 maggio 1959.

 

Ogni Congregazione rimane autonoma, ma quello che ci unisce è la Regola di Sant’Agostino e lo stesso carisma, vissuto nei differenti paesi del mondo intero. Lo scopo della Confederazione è di rinforzare i legami tra le Congregazioni, di scambio di esperienze e di aumentare l’amore fraterno tra i Confratelli.

 

La Confederazione è presieduta da un Abate Primate, eletto per un solo mandato che dura sei anni. L’Abate Primate non ha giurisdizione sulle diverse Congregazione: è un titolo onorifico  dato a un canonico che è segno rappresentativo della nostra unità.

 

Nove Congregazioni

 

Attualmente, la Confederazione dei Canonici di Sant’Agostino è composta da nove Congregazioni :

 

Canonici Regolari del Santissimo Salvatore Lateranense

Canonici Regolari della Congregazione Lateranense Austriaca

Canonici Regolari della Congregazione Svizzera di San Maurizio di Agauno  

Canonici Regolari della Congregazione Ospedaliera del Gran San Bernardo 

Canonici Regolari della Congregazione di Windesheim 

Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione 

Canonici Regolari di Maria Madre del Redentore

Canonici Regolari della Congregazione dei Fratelli della Vita Commune 

 

Canonici Regolari della Congregazione di San Vittore 

 

 

 

Chi sono gli agostiniani, i “frati della carità” dell’ordine a cui appartiene Papa Leone XIV

 

Robert Francis Prevost è stato a capo dell’ordine degli agostiniani dal 2001 al 2013.

 

L’americano è il primo papa agostiniano della storia

 

 

“Sono un figlio di Sant’Agostino, un agostiniano”: si è presentato così al mondo intero il nuovo Pontefice, Leone XIV, il primo papa agostiniano della storia. È stato priore generale dell’ordine che si ispira a Sant’Agostino di Ippona, uno tra i grandi padri della Chiesa, dal 2001 al 2013. La sua opera più famosa sono le Confessioni, la sua frasi più famosa, così viene tradizionalmente riportata, è “Ama e fa ciò che vuoi”.

 

L’Ordine di Sant’Agostino è una delle famiglie religiose più antiche della Chiesa. Nasce nel marzo 1244, quando papa Innocenzo IV promuove l’unificazione di diversi gruppi di eremiti già ispirati alla Regola di Sant’Agostino. Non è stato quindi Sant’Agostino di Ippona, a fondare l’ordine ma è a lui e alla sua Regola che si ispira la dottrina degli agostiniani.

 

 

 

Nel 1256 papa Alessandro IV istituisce ufficialmente l’Ordine, fornendogli anche di un’organizzazione centralizzata e riconosciuta. Intorno al 388/389 Sant’Agostino ritornò a Tagaste (oggi Souk Ahras in Algeria) dopo la conversione avvenuta a Milano. Lì iniziò a fare vita comune, nella povertà, nella preghiera e nello studio, insieme ad alcuni compagni. A Ippona divenne presbitero e cominciò la sua vita in comune con alcuni compagni in un monastero da lui fondato. In questo periodo Agostino scrisse la Regola. Tra le indicazioni che si trovano nella Regola troviamo vivere insieme, in comunità, nella condivisione dei beni, nella povertà volontaria e nella ricerca costante della verità attraverso lo studio, la preghiera e il servizio.

 

 

Gli Agostiniani conobbero la loro massima espansione a partire dal '500, in coincidenza con la fioritura dell'Umanesimo. Nel'700 invece, quando l'imperatore asburgico Giuseppe II soppresse numerosi monasteri agostiniani e ne sequestrò i beni, l'ordine visse un periodo di decadenza. La rinascita, a partire dalla seconda metà del secolo successivo fu sostenuta come detto da papa Leone XIII.

 

 

 

Tratto distintivo dell’Ordine è l’equilibrio tra vita comunitaria, studio e missione, che si rispecchia nel motto “Charitas et Scientia” (Carità e conoscenza).

 

La devozione a Maria e la dedizione agli studi sono tra le caratteristiche degli Agostiniani. L'approfondimento della filosofia e la teologia sono la loro «eredità» culturale, assieme all'attività missionaria ed educativa. Tra le figure più celebri appartenute all'ordine  c'è Martin Lutero, che prima dello strappo con la Chiesa di Roma fu frate agostiniano. Anche Gregor Mendel, abate nato in Boemia, considerato il padre della genetica moderna, apparteneva all'ordine.

 

 

 

Gi agostiniani: “Uno di noi, sarà pontificato di pace”

 

 

 

Non riesce a trattenere la gioia fra' Cristian Melcangi, sacrista della basilica di Sant'Agostino a Roma. La notizia del nuovo Papa Leone XIV, agostiniano, ha colto di sorpresa l'ordine, generando un clima di felicità doppia: perché la Chiesa ha una nuova guida e perché questa guida viene dall'ordine di Sant'Agostino. "Non ce lo aspettavamo, è un motivo di gioia per noi - dice con voce ancora rotta dall'emozione Melcangi - Credo sarà un pontificato di pace”.


Papa Francesco il seminatore di Speranza

"La speranza cristiana non è negazione del dolore, è celebrazione dell’amore di Cristo Risorto che è sempre con noi"

 

Papa Francesco

 


Di seguito il link della Santa Sede per trovare documenti, discorsi, encicliche e altri scritti di Papa Francesco

https://www.vatican.va/content/francesco/it.html


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Alcune Esortazioni apostoliche

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Le Encicliche di Papa Francesco

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Il papa in un mondo smarrito

 

Pierluigi Mele

 

 

Il lutto, per la morte improvvisa di papa Francesco, ha attraversato le popolazioni di tutti i continenti. Un fenomeno globale come pochi nella storia contemporanea: solo la morte di papa Wojtila regge il paragone. Ed è una ulteriore dimostrazione di quanto la figura del pontefice romano sia, per la sua missione, una figura universale.

 

Ogni papa esplicita la sua missione secondo i tempi e il carisma particolare della sua personalità.

 

In papa Francesco si univano, in una originale sintesi, il carisma di due santi geniali della storia della cristianità: quello di Francesco d’Assisi e di Ignacio de Loyola. Del povero di Assisi ha attualizzato l’attenzione ai dimenticati della storia, e di Ignacio ha attualizzato il carisma del discernimento nella Chiesa e nella società. Per la “maggior gloria di Dio” il discepolo di Ignacio analizza il tempo in cui vive e cerca di sviluppare percorsi di umanizzazione nella storia: la gloria di Dio è l’uomo vivente, come afferma Sant’Ireneo di Lione padre della Chiesa del II secolo. Ora, come ha affermato il vaticanista Marco Politi, Francesco ha afferrato «le paure e le fragilità di centinaia di milioni di uomini e donne di qualsiasi fede e orientamento».

 

In un mondo smarrito e impaurito, in papa Francesco c’era un invito forte all’umanità a una profonda “conversione”, a un cambiamento radicale di mentalità. I profeti sono dentro la corrente “calda” della storia umana. Sono anticipatori di futuro, di pienezza dell’umanità.

 

In questo senso, come ci insegna il filosofo tedesco Ernst Bloch, la speranza è nettamente superiore alla paura: è “sogno in avanti”, è “sogno a occhi aperti”. Nel senso, cioè, dell’anticipazione di ciò che non è ancora dato. Ma nulla va dato per scontato, la «speranza è costitutivamente esposta all’incertezza e alla delusione»[1]. La speranza per Bloch è «[…] fattore energetico, mobilitante, entusiasmo fattivo, nell’attesa fervente dell’adempimento»[2]. Insomma, in questo dinamismo della storia umana, la “corrente calda” della profezia ci invita a una incessante lotta di liberazione.

 

Papa Francesco era inserito in questa “corrente calda”. Il suo magistero aveva una visione alternativa alla “cosmologia” della dominazione: la sua era una “cosmologia” della fraternità della Madre Terra, la nostra Casa Comune. La “cosmologia” della Fraternità Universale era il sogno di Francesco di Roma sulla scia di Francesco d’Assisi e del suo amico teologo francescano Leonardo Boff. È l’alternativa al neoliberismo, al pensiero unico, che ha pervaso l’intero pianeta.

 

Infatti, il neoliberalismo e il capitalismo, che si reggono sulla competizione e sullo sfruttamento delle risorse della natura, hanno determinato un contrattacco della terra. La specie umana ha fatto una guerra alla natura e la terra ha reagito. Questa è la dinamica secondo Leonardo Boff, uno dei” padri” ispiratori della enciclica Laudato si’.

 

Meno acqua, più calore, diminuzione della biodiversità sono il risultato del sistema dello sfruttamento: così le riserve della terra sono finite. E se non ci sforziamo di diminuire il nostro consumo, la terra continuerà a reagire. Insomma, la sua ecologia integrale, quella del Magistero di Papa Francesco, può ancora ispirare un percorso nuovo per la politica e l’economia planetaria del prossimo futuro. Appunto la politica è la grande arte per la costruzione della “Casa Comune”. Ma, crto, la politica va ripensata nella logica della “Fraternità Umana”.

 

Nella Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica.  Mette in risalto che: «La politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia» (n. 177). Fa una franca critica al mercato: «Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali» (n. 168). E ancora: «La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli” (n. 12). Essa “crea solo soci ma non fratelli» (n.101).

 

Così si esplicita la nuova politica o, se volete, la politica autentica: «Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza»[3]. Dal Papa viene un chiaro invito a compiere la rivoluzione della tenerezza.

 

L’analisi splendida che Papa Francesco svolge nella Fratelli tutti della figura del buon Samaritano è davvero una grande sfida alla politica contemporanea. Scrive al riguardo Leonardo Boff: Mediante la parabola del buon Samaritano, Francesco compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: «Con chi ti identifichi, con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei’? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli?» (n. 64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66)»[4].

 

Ecco la misura per valutare la bontà della politica, in questo tempo di “cambio di paradigma”, si applica anche qui: «Con chi ti identifichi?». La politica deve ascoltare il grido di dolore degli ultimi, e sappiamo quanto la cattiva politica e la cattiva economia (quella del turbo-capitalismo) hanno devastato i più fragili impoverendo anche la classe media. Così nuove povertà ci sono affacciate nella nostra società. Creando smarrimento e rabbia.

 

Ecco un esempio luminoso di politica impregnata di fraternità evangelica, capace di diventare amore politico. Non è utopia questa. Nella storia del cattolicesimo politico italiano c’è chi ha percorso questa strada. Mi riferisco a Giorgio La Pira, indimenticabile “Sindaco Santo” di Firenze. Ai tempi della Guerra Fredda è stato un uomo del dialogo, costruttore di ponti tra le religioni, attentissimo alle questioni sociali.

 

Scriveva, durante una crisi economica che aveva colpito la sua città: «Non posso essere indifferente […] che i miei fratelli siano costretti a vivere in un regime economico che contraddice la loro natura di uomini. O se i miei fratelli sono costretti a vivere in un regime giuridico e politico che viola i loro fondamentali diritti umani […]. Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze? […] Se facessi così, non negherei quella paternità divina e quella fraternità umana che confesso con le labbra? […] Devo intervenire perché la fraternità, alla quale io credo, sia trascritta nelle istituzioni sociali, diventi fraternità di fatto»[5]. «Bisogna unire le città per unire le nazioni, per unire il mondo»[6].

 

Un altro esempio richiamato dal Papa è quello di Charles de Foucauld, “piccolo fratello di Gesù”: nel deserto del Nord Africa, insieme alla popolazione musulmana, egli voleva essere «definitivamente il fratello universale» (n. 287). Charles de Foucauld è stato, non va dimenticato, l’ispiratore del grande studioso francese dell’Islam, Luis Massignon. Nella sua esperienza umana e spirituale, Massignon è stato il precursore del dialogo tra Islam e Cristianesimo; senza di lui il dialogo abramitico con l’Islam non sarebbe mai cominciato. Anche lui è un fratello universale.

 

Ho richiamato questa corrente calda del cattolicesimo contemporaneo, a cui appartiene Papa Francesco. Una corrente che ha suscitato nel Novecento il Concilio vaticano II, che ha segnato una svolta per la Chiesa cattolica. Si potrebbe, allora, dire che tutto il magistero di Francesco è un’autentica declinazione del verbo del Concilio.

 

 

Papa Francesco è stato l’uomo dell’ascolto dei poveri e degli ultimi e per questo è diventato fratello di tutti, fratello universale. «Che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen» (Fratelli tutti n. 288).


"Papa Francesco non è un nome,

ma un progetto della Chiesa e del mondo"

 

Leonardo Boff

 

Ogni punto di vista è la visione da un punto, ho affermato una volta. Il mio punto di vista su Papa Francesco è quello di un latinoamericano. Lo stesso Papa Francesco si è presentato come «colui che viene dalla fine del mondo», cioè dall’Argentina, dall’estremo Sud del mondo. Questo fatto non è privo di rilevanza, poiché ci offre una lettura diversa da quella di altri, da altri punti di vista.

 

La scelta del nome Francisco, senza precedenti, non è casuale. Francesco d’Assisi rappresenta un altro progetto di Chiesa la cui centralità risiedeva nel Gesù storico, povero, amico dei disprezzati e umiliati, come i lebbrosi con i quali andò a vivere. Questa è la prospettiva adottata da Bergoglio quando è stato eletto Papa. Vuole una Chiesa povera per i poveri. Di conseguenza, si spoglia dei paramenti onorari, tradizione degli imperatori romani, ben rappresentata dalla mozzetta, quella mantellina bianca ornata di gioielli, simbolo del potere assoluto degli imperatori e incorporata nei paramenti papali. Lui la rifiuta e la dà alla segretaria come souvenir. Indossa un semplice mantello bianco con la croce di ferro che sempre usava. Visse nella più grande semplicità (il Papa non indossa Prada) e, senza cerimonie, infranse i riti per poter essere vicino ai fedeli. Ciò sicuramente ha scandalizzato molti esponenti della vecchia cristianità europea, abituati alla pompa e alla gloria dei paramenti papali e dei prelati della Chiesa in generale. Vale la pena ricordare che tali tradizioni risalgono agli imperatori romani, ma non hanno nulla a che fare con i poveri artigiani e contadini mediterranei di Nazareth.

 

Sorprendentemente, egli si presenta in primo luogo come vescovo locale di Roma. Poi come Papa per animare la Chiesa universale e, come lui stesso ha sottolineato, non con il diritto canonico, ma con l’amore.

 

Ha scelto il nome Francesco perché san Francesco d’Assisi è «l’esempio per eccellenza della cura e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità» (Laudato Sì, n. 10) e che chiamava tutti gli esseri con il dolce nome di fratello e sorella.

 

Non ha voluto vivere in un palazzo pontificio, ma in una foresteria, Santa Marta. Mangiava in fila come tutti gli altri e, con umorismo, commentava: così è più difficile che mi avvelenino.

 

La centralità della sua missione era posta sulla preferenza e la cura dei poveri, in particolare dei migranti. Disse onestamente: “Voi europei siete stati lì per primi, avete occupato le loro terre e ricchezze e siete stati ben accolti. Ora loro sono qui e non siete disposti a riceverli”. Con tristezza constata la globalizzazione dell’indifferenza.

 

Per la prima volta nella storia del papato, Papa Francesco ha ricevuto varie volte  i movimenti sociali mondiali. Vedeva in loro la speranza di un futuro per la Terra, perché la trattano con cura, coltivano l’agro-ecologia e vivono una democrazia popolare e partecipativa. Spesso ripeteva loro i diritti che gli sono negati, le famose tre T: Terra, Teto e Trabalho. Devono iniziare da dove si trovano: dalla regione, perché è lì che si può costruire una comunità sostenibile. Con ciò ha legittimato un intero movimento mondiale, il bio-regionalismo, come via per superare lo sfruttamento e l’accumulazione da parte di pochi e garantire una maggiore partecipazione e giustizia sociale per molti.

 

Fu in questo contesto che ha scritto due straordinarie encicliche: “Laudato Sì: sulla cura della casa comune”, su un’ecologia integrale che coinvolge l’ambiente, la politica, l’economia, la cultura, la vita quotidiana e la spiritualità ecologica. Nell’altra, la “Fratelli tutti”, di fronte al degrado diffuso degli ecosistemi, lanciò il severo monito: «Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o nessuno si salverà» (n. 34). Con questi testi, il Papa si pone in prima linea nel dibattito ecologico mondiale che va oltre la semplice ecologia verde e altre forme di produzione, senza mai mettere in discussione il sistema capitalista che, per sua logica, crea accumulazione da un lato al costo dello sfruttamento della grande maggioranza dall’altro.

 

Papa Francesco proviene dalla teologia della liberazione della corrente argentina, che sottolinea l’oppressione del popolo e l’esclusione della cultura popolare. Fu discepolo del teologo della liberazione Juan Carlos Scannone, che arrivò a citare in una nota a piè di pagina della Laudato Sì. Già come studente e ispirato da questa teologia, fece una promessa a se stesso: ogni settimana visitare, da solo, le favelas (“vilas miseria“). Entrava nelle case, si informava sui problemi dei poveri e infondeva speranza in tutti. Per anni portò avanti una polemica con il governo che, come politiche dello Stato, faceva assistenzialismo e paternalismo.

 

Reclamava dicendo: in questo modo i poveri non saranno mai liberati dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno è la giustizia sociale, radice della vera liberazione dei poveri. In solidarietà con i poveri, viveva in un piccolo appartamento, cucinava il proprio cibo, andava a prendere il suo giornale. Si rifiutava di vivere nel palazzo e di usare l’auto speciale.

 

Questa ispirazione liberatrice illuminò il modello di Chiesa che egli si proponeva di costruire. Non una Chiesa chiusa come un castello, immaginandola circondata da nemici da tutti i lati, proveniente dalla modernità con le sue conquiste e le sue libertà. A questa Chiesa chiusa egli contrappose una Chiesa in cammino verso i bisogni esistenziali, una Chiesa come ospedale da campo che accoglie tutti i feriti, senza chiedere loro quale sia il loro orientamento sessuale, la loro religione o ideologia: basta che siano esseri umani bisognosi.

 

Papa Francesco non si presenta come un dottore della fede, ma come un pastore che accompagna i fedeli. Chiede ai pastori di avere l’odore delle pecore, tale è la loro vicinanza e il loro impegno verso i fedeli, esercitando una pastorale di tenerezza e di amore.

 

Forse nessun papa nella storia della Chiesa ha dimostrato tanto coraggio quanto lui nel criticare il sistema attuale che uccide e produce due feroci ingiustizie: l’ingiustizia ecologica, che devasta gli ecosistemi, e l’ingiustizia sociale, che sfrutta l’umanità fino a versarne il sangue. Mai nella storia si è assistito a una tale accumulazione di ricchezza in poche mani. Otto persone possiedono individualmente più ricchezza di 4,7 miliardi di persone. È un crimine che grida al cielo, offende il Creatore e sacrifica i suoi figli e le sue figlie.

 

Come un pastore più che come medico, il suo messaggio è fondato soprattutto sulla figura storica di Gesù, amico dei poveri, dei malati, degli emarginati e degli oppressi. Fu assassinato sulla croce attraverso un duplice processo, uno religioso (offese alla religione del tempo per la sua pretesa di sentirsi Figlio di Dio) e l’altro politico, da parte delle forze di occupazione romane.

 

Non dava molta importanza alle dottrine, ai dogmi e ai riti che aveva sempre rispettato, poiché riconosceva che con tali cose non si raggiunge il cuore umano. Per questo si ha bisogno di amore, di tenerezza e misericordia. Una volta pronunciò una delle frasi più importanti del suo magistero: “Cristo è venuto per insegnarci a vivere: l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione e il perdono, valori che costituiscono il progetto del Padre che è il nucleo dell’annuncio di Gesù: il Regno di Dio. Lui preferiva un ateo sensibile alla giustizia sociale rispetto a un credente che frequenta la chiesa ma non ha alcun riguardo per il prossimo che soffre.

 

Un tema ricorrente nelle sue prediche è quello della misericordia. Per Papa Francesco la misericordia è essenziale. La condanna è solo per questo mondo. Dio non può perdere nessun figlio o figlia che ha creato nell’amore. La misericordia vince la giustizia e nessuno può porre limiti alla misericordia divina. Metteva in guardia i predicatori da ciò che era stato fatto per secoli: predicare la paura e instillare il terrore dell’inferno. Tutti, indipendentemente da quanto siano stati malvagi, sono sotto l’arcobaleno della grazia e della misericordia divina.

 

Logicamente, non tutto vale la pena in questo mondo. Ma coloro che hanno vissuto sacrificando altre vite, preoccupandosi poco di Dio o addirittura negandolo, attraverseranno la clinica di guarigione della grazia, dove riconosceranno le loro azioni malvagie e apprenderanno cosa sono l’amore, il perdono e la misericordia. Solo allora la clinica di Dio, che non è l’anticamera dell’inferno, ma l’anticamera del paradiso, si aprirà affinché anche loro possano partecipare alle promesse divine.

 

Con il suo appello all’azione a favore dei poveri, con la sua coraggiosa critica all’attuale sistema che produce morte e minaccia le basi ecologiche che sostengono la vita, con il suo amore appassionato e la sua cura per la natura e la Casa Comune, con i suoi instancabili sforzi per mediare le guerre in favore della pace, è emerso come un grande profeta che ha annunciato e denunciato, ma sempre suscitando la speranza che possiamo costruire un mondo diverso e migliore. Grazie a ciò, egli si dimostrò un leader religioso e politico rispettato e ammirato da tutti.

 

Indimenticabile è l’immagine di un papa che cammina da solo, sotto una leggera pioggia, in piazza San Pietro, verso la cappella della preghiera affinché Dio risparmiasse l’umanità dal coronavirus e avesse pietà dei più vulnerabili.

 

Papa Francesco ha onorato l’umanità e resterà nella memoria come una persona santa, gentile, premurosa ed estremamente umana. È grazie a figure come queste che Dio ha ancora pietà della nostra malvagità e follia e ci ha tenuti in vita su questo piccolo e meraviglioso pianeta.

 

 

Leonardo Boff ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera nella chiesa, Editrice Missionaria Italiana, 2014; La tenerezza di Dio-Abbà e di Gesù, Castelvecchi, 2024


In ricordo di lui

 

 Heiner Wilmer

 

 

 

Ci sono parole che riassumono una vita. Ci sono vite che, pur complesse e sfaccettate, riescono a farsi riassumere in una parola – quando questo accade, tocchiamo il mistero profondo di una persona: la sua lotta, la sua speranza, la sua eredità. Per papa Francesco, questa parola è misericordia.

 

Ben prima di essere il fulcro del suo ministero, misericordia è stata per Jorge Maria Bergoglio un’esperienza: l’essere toccati dal palpito del cuore di Dio e il lasciarsi toccare dalla sua dedizione senza misura.

 

Fedele all’esperienza di un Dio che è misericordia

Bergoglio si è sentito guardato con misericordia da Dio ed è così che egli, da gesuita, vescovo e papa, ha guardato al mondo – amato senza limiti dal Dio che si fa corpo, carne, storia nel vissuto di Gesù. Quando si è toccati dalla misericordia di Dio, questa ti entra nelle ossa, fa corpo unico con la tua esistenza. Così è stato di papa Francesco, che è rimasto fedele a questa esperienza di Dio anche quando si è ritrovato a doversi vestire di bianco. La solennità del ministero assunto per la Chiesa e per il mondo non ha scalfito in nulla la tenerezza con cui quel Dio gli chiedeva di guardare e toccare la gente.

 

Il primo viaggio di papa Francesco lo ha portato a Lampedusa – perché lì lo spingeva il suo essere ministro di un Dio misericordioso. È andato in questo luogo, dove la sofferenza dei rifugiati scava ferite visibili nel cuore dell’Europa. Qui Francesco ha messo a nudo la globalizzazione dell’indifferenza, di una logica mondana che produce scarti dell’umano. Qui Francesco ha lanciato il suo monito, volto a destare i cuori assopiti di tutti noi: «Abbiamo disimparato a piangere».

 

Francesco non ha disimparato a piangere: ha pianto per la guerra in Ucraina; per i bambini di Gaza; per tutti quei frammenti di terza guerra mondiale che si va componendo dai suoi tanti pezzetti. Ha pianto per l’indifferenza dell’umanità. Ma non ha mai smesso di sperare.

 

Uno di noi

Chiunque l’abbia incontrato ha percepito che era un uomo del popolo, un fratello – non un sovrano. Un vescovo di Roma, non un sommo pontefice. Un papa in sedia a rotelle con un poncho nella basilica di San Pietro, una settimana prima di morire. Un papa che ha ringraziato per essere stato portato fra la gente, fra la sua gente, per benedirla insieme al mondo, il giorno prima di morire.

 

Un papa solo sotto la pioggia in piazza San Pietro, a pregare e benedire le persone della terra mentre il mondo era fermo per la pandemia. In quella sera, in quel vuoto misterioso, papa Francesco non ha predicato il Vangelo: lo ha incarnato. Da solo. Nella tempesta. Su una barca che rischiava di affondare. E ha detto: «Su questa barca ci siamo tutti».

 

Questo era il suo stile. Semplice, accessibile, ilare. Uno stile che costruiva ponti, non muri. Così che i tanti fossati che scaviamo tra di noi potessero trasformarsi da luoghi di separazione a cammini di incontro.

 

Il programma di papa Francesco era chiaro, basato su tre pilastri: misericordia; fratellanza; pace.

 

Come Gesù

Papa Francesco vedeva la Chiesa come un «ospedale da campo», un luogo di guarigione, un porto a cui tutti potessero approdare anche solo per un attimo. Perché la misericordia non sta chiusa nei palazzi, non si lascia rinchiudere nelle belle parole di libri e documenti, ma va in cerca dell’umano ferito e delle ferite dell’umano. La misericordia è la fede che si lascia guidare dallo Spirito, che non sai di dove viene né dove va – ma ne senti la voce che ti ingiunge di seguirlo.

 

Desiderava una Chiesa così, docile allo Spirito, errabonda lungo i sentieri delle vite delle persone e lungo i dirupi della storia umana. Per questo ha sottolineato ripetutamente che i sacramenti sono destinati alla cura, alla consolazione, alla riconciliazione – là dove sull’umano ferito spira leggera la brezza dello Spirito.

 

In nome del Dio che non conosce misura nell’amore, ha spalancato le porte della Chiesa anche a coloro che erano lontani. In nome del Dio che genera alla vita, ha aperto una nuova prospettiva per il creato, per l’ambiente e per la consapevolezza che la questione sociale e quella ecologica sono strettamente intrecciate fra di loro. Il grido dei poveri fa tutt’uno con quello della Madre Terra.

 

Come Gesù anche noi dovremmo lasciarci toccare dalle preoccupazioni e dai bisogni delle persone. Come Gesù anche noi dovremmo diventare guaritori che fasciano le ferite degli altri.

 

Come Gesù anche noi dovremmo essere prossimi agli altri, parlare con loro cuore a cuore, essere presenti gli uni per gli altri. Come Gesù anche noi dovremmo essere segno tangibile della vicinanza, tenerezza e coraggio di Dio.

 

Tutti fratelli e sorelle

Francesco ha parlato della «grande famiglia umana»; e ha impegnato le religioni, cattolicesimo e islam, a essere le cellule della sua edificazione globale. Come vescovo di Roma, ha esortato gli stati europei a prestare maggiore attenzione e impegno verso coloro che cercano protezione abbandonando i loro luoghi natii.

 

Ha letto la parabola del Buon Samaritano non solo in chiave individuale, ma anche collettiva. Non è solo il singolo che deve prendersi cura del prossimo che giace, percosso, sui margini della strada; anche i popoli forti devono prendersi cura di quelli feriti, sfruttati e oppressi.

 

A Venezia ha detto: «Il potere non è nelle mani dei grandi di questo mondo, ma nel popolo». È andato in prigione. Ha lavato i piedi ai detenuti. Ha fatto costruire docce per i senza tetto in piazza San Pietro.

 

Francesco non voleva una Chiesa come istituzione del potere, ma come comunità di dedizione che si prende cura di tutti e tutte – che ha a cuore ogni persona. Una Chiesa che non ha paura di scendere in strada, di sporcarsi col fango della vita umana, che non ha paura di uscire ammaccata dagli incontri con la vita reale della gente.

 

Voleva una Chiesa in uscita, ascoltatrice della voce dello Spirito e noncurante della destinazione a cui essa la conduce – e non una Chiesa che ruota solo intorno al proprio ombelico, ammaliata dall’immagine speculare di sé.

 

Shalom

Papa Francesco non ha mai inteso la pace come un semplice ideale, ma come un compito che viene dal profondo, dall’opera dello Spirito Santo. Come nel vangelo di oggi, dove ai discepoli barricati in una stanza per paura, Gesù dice «la pace sia con voi». Ha ripetuto più volte che «lo Spirito è il vero protagonista della Chiesa, noi siamo solo strumenti nelle sue mani».

 

Per questo ha pregato instancabilmente affinché lo Spirito ci insegni a percorrere vie di dialogo, perché la pace non nasce dai trattati ma dal cuore, dal mettersi l’uno di fronte all’altro ascoltandosi a vicenda, dal silenzio della preghiera.

 

 

Quando cadono le bombe, quando i popoli si lacerano, quando regna la violenza, secondo Francesco un pastore non può rimanere in silenzio. Lo Spirito di Dio ci spinge a ribellarci contro la guerra e l’odio, ci spinge a resistere ad oltranza alla violenza, ci spinge a impegnarci per la vita nel e del mondo.

 

Francesco credeva nella forza dolce ma potente dello Spirito, portatrice di uno scompiglio capace di abbattere tutti i muri: quelli tra i popoli; quelli tra le confessioni; ma anche quelli presenti nei nostri cuori.

 

Per lui la preghiera per la pace non era una fuga dal mondo, ma una rivoluzione silenziosa, perché lo Spirito vuole la vita non la morte.

 

E così vedeva per la Chiesa il compito di essere luogo di pace – non attraverso il potere, ma mediante la misericordia, attraverso l’opera dello Spirito che riconosce in ogni persona l’immagine di Dio.

 

In principio la gioia

Ed ora che la sua vita tra noi è terminata, sentiamo il dovere di gettare lo sguardo a quel principio misterioso che ha attraversato tutto il suo vissuto: la gioia. La gioia che viene dal Vangelo e la gioia per il Vangelo.

 

Si è detto molto su papa Francesco in questi giorni, ma quasi tutti hanno dimenticato questa dimensione fondamentale della sua fede e del suo ministero di vescovo di Roma. Eppure lui ci è tornato sopra molte volte, dopo avercela fatta assaporare con la sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium.

 

La gioia non è un sentimento estemporaneo, ma una disposizione fondamentale del cuore che ha incontrato il corpo della dedizione di Dio, che è stato toccato da esso. Quando questo accade, la gioia che salva te la porti in giro appiccicata al tuo corpo ovunque tu vada, come accade per il lebbroso guarito nel vangelo di Marco.

 

Papa Francesco desiderava una Chiesa la cui fede fosse imbevuta da cima a fondo da quel mistero dei misteri di cui parla Chesterton alla fine del suo libro Ortodossia: «Eppure c’è qualcosa che Gesù ha tenuto per sé. Lo dico con reverenza (…). C’era qualcosa che Egli nascondeva a tutti quando salì sulla montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli celava costantemente attraverso improvvisi silenzi o frettolosi isolamenti. C’era una cosa che era troppo grande per Dio per mostrarla a noi mente Egli camminava sulla nostra terra – e io talvolta ho immaginato che fosse la sua gioia ilare».[1]

 

Una Chiesa per il terzo millennio

Questa gioia evangelica della fede è la forza che dà forma a una Chiesa sinodale – come comunità in cui tutti camminano insieme, non come istituzione di potere dove alcuni decidono dall’alto.

 

Per papa Francesco il Sinodo non era solo un evento a un incontro, ma uno stile. Lo stile di Gesù: ascoltare, discernere, cercare insieme la via. Essere sinodali significa prendersi sul serio gli uni gli altri, comprendere l’altro come inviato da Dio e scoprire insieme ciò che lo Spirito Santo vuole dirci oggi.

 

È la forma fondamentale della Chiesa, dice Francesco, perché solo così il popolo di Dio può crescere: nella verità, nella libertà, nella responsabilità – ma, soprattutto, nella gioia di essere cristiani.

 

Questo è confortante, perché significa che nessuno deve camminare da solo, che la Chiesa può essere un luogo in cui ogni voce conta e viene ascoltata, ogni ferita è vista e viene lenita. Ma ci chiama anche a seguire: cammina insieme a noi. Ascolta. Non chiedere prima: chi ha ragione? Ma, piuttosto: dove ci chiama lo spirito, insieme – mai senza l’altro?

 

***

 

Ora papa Francesco se ne è andato. Il lunedì di Pasqua alle 7.35. Nel momento luminoso della nostra fede nella risurrezione. Lui, il papa dei poveri, dei deboli, degli ultimi, proprio di quelli che nessuno vuole: loro erano a casa sua.

 

E il cerchio di una vita si chiude nel luogo che amava come nessun altro: Santa Maria Maggiore a Roma. Ci andava prima di ogni viaggio. Ci andava per trovare la pace. Per stare con Maria. Lì pregava. Lì piangeva. Lì trovava quel conforto che lo confermava nella gioia della fede. E ora riposa lì in pace.

 

 

[1] G.K. Chesterton: Orthodoxy. Christian Calssic Ethereal Library, Grand Rapids (MI), 112.



Francesco: parole della gente comune

 

 Riccardo Cristiano

 

 

Francesco si è preso dei rischi, ma anche delle libertà: la libertà di un’espressione non calcolata, che poi qualche ufficio avrebbe corretto magari, ma intanto questo stile colloquiale passava, diventava normale. In un comunicazione sempre controllata non si prendono rischi ma tutto diviene più paludato.

 

Un pontificato non lungo quello di Jorge Mario Bergoglio, ma difficilmente la Chiesa cattolica potrà tornare ad essere quel che è stata prima di lui. In questa realtà nuova c’entra senz’altro il linguaggio di Francesco: un linguaggio rivoluzionario.

 

Mi attengo soltanto a questo non per dire che i nuovi dovranno parlare come lui, ma per dire che il suo linguaggio ha traghettato la Chiesa in un mondo a lei poco conosciuto, non quello dei teologi, dei dotti, degli esegeti, ma quello delle persone normali; ascoltare il Papa non è più un’impresa per dotti, ai “semplici” non sono più riservati soltanto i gesti. Anche le parole sono rivolte a loro.

 

Nell’epoca della comunicazione a mezzo social media, cioè in un tempo di rapporto diretto tra chi parla e chi ascolta, tra chi dice e chi recepisce, questo ha una valenza enorme.

 

Ignari di questo alcuni si sono attardati, ad esempio, a non comprendere i colloqui tra Francesco ed Eugenio Scalfari. Nei suoi resoconti, con aria divertita, qualcuno poteva obiettare che Scalfari commetteva “errori” dottrinali, attribuiva al Papa una parola invece che un’altra: ma quella frase non doveva arrivare ai sacrestani, a catechisti, ma a chi lontano dalla Chiesa a mezzo di una semplificazione forse erronea, o sgrammatica diciamo, poteva così capire la voce del Papa pur non essendo parte del suo mondo di fede, ma interessato alle sue considerazioni sul mondo, sulla vita (e sulla morte).

 

Dunque la prima novità è stata questo mettere la voce di un romano pontefice nella non perfetta interpretazione “teologica” di un “estraneo” a quel mondo, come tanti di noi.

 

In questo non c’è alcuna forma di imbroglio, ma una “commistione” di stili e linguaggi, per consentire una reciproca comprensione. Questo rimanendo “nel seminato” ufficiale, bollinato, non si sarebbe potuto ottenere.

 

Se vogliamo paragonare questo discorso “linguistico” con quello dei gesti, possiamo trovare il corrispettivo con l’apparizione del Papa al Festival di Sanremo. Luogo non certo santo, né aduso alle discussioni sulla patristica, ma momento di svago e di vita vissuta come la gente vuole viverla da milioni di persone, alle quali il Papa si è dunque rivolto, mettendosi sullo schermo di quelle che alcuni saccenti chiamano “canzonette” e anche “soubrette”.

 

Le risposte a braccio

Guardando più addentro al suo pontificato cogliamo inoltre come Francesco, che non era incline alle interviste prima di diventare pontefice, ha creato anche uno stile espressivo nuovo ed ulteriore, quello del Papa che “ risponde a braccio”.

 

Durante i voli Papali, ovviamente, i giornalisti erano invitati a presentare le loro domande per il Papa in anticipo e in forma scritta, poi alcune sarebbero stato scelte, magari con qualche “levigatura”. E il Papa aveva il tempo per pensare a cosa dire e non dire. Francesco ha voluto l’intervista senza rete: i giornalisti sul volo Papale hanno potuto chiedere quel che volevano al Papa.

 

In questo modo Francesco si è preso dei rischi, ma anche delle libertà: la libertà di un’espressione non calcolata, che poi qualche ufficio avrebbe corretto magari, ma intanto questo stile colloquiale passava, diventava normale. In un comunicazione sempre controllata non si prendono rischi, si ovatta il messaggio, lo si rende “compatibile”. Non ci sono rischi, ovviamente, ma tutto diviene più paludato, difficilmente si tratta di un modo di esprimersi che riesce a comunicare.

 

In alcuni casi questo stile, questo modo di esprimersi è stato decisivo, come quando, parlando in questo linguaggio “informale”, ha detto “chi sono io per giudicare?” . Una frase che è entrata nella storia di questo pontificato.

 

Ho notato che in tempi recenti, in tutte le interviste che ha dato – a differenze di quanto accade con i testi scritti, il Papa non si è mai riferito all’aborto “dal momento del concepimento”: ha sempre fatto riferimento al momento, soggiungendo che sopraggiunge assai presto, in cui tutti gli organi sono formati. Ha scelto questo come il momento in cui dire che c’è vita umana. Un segnale che non è stato colto?

 

Alle spalle di questo, se si volesse indagare, c’è tutta una lunga e importantissima scuola teologica, che include San Tommaso, non certo autori minori: se avessi ragione, non lo so, sarebbe un caso di messaggio che il nuovo stile non è riuscito a veicolare, anche per la scarsa volontà di dialogo dell’altro campo, convinto della sua verità.

 

Vettori insoliti, “esterni”, linguaggio informale: sono due grandi novità di questo pontificato che potrebbero o dovrebbero restare, comunque, nel pontificato che verrà. Si tratti di un “bergogliano” o no, tornare al vecchio sarebbe dannoso.

 

Ma la novità più profonda e significativa, a mio avviso, è un’altra e quella è un dono che quindi non può costituire un precedente, perché i doni chi non li ha non li può chiedere in prestito: parlo del linguaggio poetico.

 

Il linguaggio poetico

Il linguaggio poetico di Francesco lo conoscono tutti quelli che lo hanno sentito parlare e sanno che questa era la sua forza comunicativa, quella che svegliava, attraeva, rendeva vivi coloro che lo ascoltavano, scoprendosi così coinvolti anche se non credevano, per la forza vitale che il linguaggio poetico ha.

 

I neologismi che lui ha introdotto- è famoso il “balconear” per invitare a non fare così, a non limitarsi a osservare lo scorrere della vita dalla finestra, dal balcone di casa- ma anche il “disinstallarsi” riferito non alle app, ma all’azione che la Chiesa dovrebbe compiere per divenire “Chiesa in uscita”, sono espressioni immaginifiche che raggiungono e toccano gli uomini, le donne, i giovani, portando un messaggio importante che non ha bisogno di citazioni che allontanano, facendo sudare l’uditorio, che rimane lontano, diciamo difficilmente coinvolto se non tramite quei “mediatori culturali” che oggi sono ascoltati o seguiti con decrescente attenzione.

 

Anche le sue figure vere o presunte, come la vecchina che in parrocchia gli ha detto una frase che vuole dire ma semplicemente, tipo “Dio perdona sempre, altrimenti il mondo sarebbe finito da tanto tempo”, ha un senso poetico, perché ci chiede di immaginare la vecchina, la sua “cultura sapienziale”, non universitaria, alta, ma autentica, che ci parla con un’altra saggezza e che così ci dice di più.

 

Ma il linguaggio propriamente poetico è quello che apre orizzonti, risveglia. Faccio un esempio che mi ha sempre colpito: quando giunse per l’incontro interreligioso a Ur, in Iraq, realizzando il sogno da tanto tempo dei Papi di poter visitare i luoghi d’Abramo in Iraq, il Papa ha detto:

 

L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo.

 

Questo linguaggio che dall’oltre giunge all’altro è certamente poetico: possiamo usare le successive parole del Papa per capirlo in termini che riguardano i tre monoteismi, la loro fratellanza nella discendenza comune, ma anche per capire, come faccio io, che l’oltre è sempre tale, non può essere rinchiuso in una sola comprensione, riguarda e unisce le diversità senza omologarle, andando oltre ciascuna di loro.

 

Forse è per questo che nel testo torna più volte a parlare del cielo:

 

Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio che, attraverso la sua discendenza, avrebbe toccato ogni secolo e latitudine. Ma tutto cominciò da qui, dal Signore che “lo fece uscire da Ur” (cfr Gen 15,7).

 

Il suo fu dunque un cammino in uscita, che comportò sacrifici: dovette lasciare terra, casa e parentela. Ma, rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli.

 

Anche a noi succede qualcosa di simile: nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri.

 

In queste breve e non certo innovativa, o originale, escursione nei linguaggi di Francesco troviamo che il linguaggio esce dal ciclostile della forma nota, sperimenta sistemi idonei all’oggi, accorcia le distanze, come sanno fare solo i veri comunicatori, ma soprattutto porta il Vangelo e la sua predicazione in un tempo che ha modificato profondamente i sistemi di comunicazione.

 

Anche questo conferma che Francesco, il grande umanista di un tempo spaesato tra i nuovi ismi, come il sovranismo e il populismo, è stato un potente antidoto a queste novità preoccupanti.

 

Queste parole, il cui esempio più noto in termini di prossimità è il suo presentarsi dicendo “buongiorno”, o “buonasera”, come fa qualsiasi amico, qualsiasi compagno di viaggio, esempio dunque di prossimità che elimina la distanza che si era creata tra il Papa e i fedeli, la gente comune, sono state accompagnate dai suoi gesti più noti e ad esse collegati: abolire gli ori, le limousine, visitare le carceri, o i centri dove si trovano i migranti forzati.

 

 

Parola e gesto hanno composto un ritratto nuovo della Chiesa e del Papa vissuto e presentato come essere umano: la riforma più riuscita. Chi volesse smontarla avrà difficoltà a farlo, soprattutto per il linguaggio, che comunque ha dato inizio ad un’epoca ecclesiale nuova.



L'omaggio senza fine a Francesco: «Vi raccontiamo perché siamo qui»

 

Luca Liverani

 

24 aprile 2025 

 

 

Dalla pace alla cura dei fragili, abbiamo raccolto alcune voci de più di 50mila fedeli che hanno voluto sostare in San Pietro davanti alla salma nelle prime 24 ore. «È stato il Papa dell'umiltà»

 

 

   

Non si è fermato nemmeno nella notte l'immenso afflusso di fedeli in fila per rendere omaggio a papa Francesco, la cui salma è esposta nella basilica di San Pietro. Stamattina la coda raggiunge i due chilometri di lunghezza e va da piazza Risorgimento a Porta Angelica. La coda, che comincia in piazza, fa diverse curve prima di arrivare in via di Porta Angelica dove le persone poi si incolonnano tra le transenne. Contrariamente a quanto previsto, ieri sera la basilica è rimasta aperta a oltranza dopo la mezzanotte: è stata chiusa alle 5.30 per poi essere riaperta alle 7, secondo il programma diffuso nei giorni scorsi. E secondo i media vaticani dalle 11 di ieri alle 11 di questa mattina, più di 50mila persone hanno reso omaggio ai Papa.

 

«Semplice. Diretto. Controcorrente. Coraggioso. Sorprendente. Spiritoso. Umano. Universale. Santo»: eccoli, gli aggettivi che ricorrono nelle parole di chi si è messo in fila per l'ultimo saluto a Francesco. E c’è veramente gente di tutti i tipi in questo brulichio di umanità che comincia a piazza Pia, si snoda lungo via della Conciliazione e si intruppa paziente nel serpentone che attraversa piazza San Pietro e arriva alla Basilica. Per vederlo, per salutarlo, per ringraziarlo, per pregarlo.

 

Ragazzi col Tau al collo, anziane col bastone, famiglie con figli piccoli e con figli grandi, stranieri dai look poco consoni alla situazione, coppie col passeggino. Cattolici praticanti e non, agnostici, atei. Una fiumana multicolore e multietnica che ha pochissime cose in comune, tranne una: questa enorme ammirazione per il Papa venuto “dalla fine del mondo” ma entrato subito in sintonia con un’umanità eterogenea. Con tutti e con ciascuno di loro.

 

Come Anna ed Elisabetta, due amiche di mezza età con due nomi biblici importanti. Hanno gli occhi pieni di luce dopo averlo salutato l’ultima volta. «Solo due ore», dicono quasi incredule. Vengono da Ladispoli, cittadina di mare in provincia di Roma. Cosa li ha colpiti di Francesco? «La semplicità, prima di tutto. Era uno di noi. Ma abbiamo capito la grandezza di quest’uomo leggendo la Evangelii Gaudium, con l’apertura ai laici, l’invito a farsi Chiesa in uscita. E la Fratelli tutti. Ancora di più con la Laudato si’, che ci ha fatto percepire il lamento flebile della Terra. Un dono che Dio ci ha affidato per custodirlo. Non per spremerlo».

 

Un Papa tanto diverso dai suoi predecessori, ma che a suo modo ha proseguito la loro opera. «Giovanni Paolo II ha spalancato le porte – dice Elisabetta – poi Benedetto XVI ci ha messo sui binari, con la sua delicatezza. E Francesco ci ha insegnato a camminare e a non fermarci. Col sorriso di papa Luciani». E ora? «Noi speriamo in un Francesco II. La gente ha paura che si ritorni indietro. Un nuovo Papa che non copi Bergoglio, ma che ne prosegua l’azione». Elisabetta e Anna ci provano a mettere in pratica il magistero di Francesco con il Circolo Laudato si’ Sacro Cuore di Ladispoli: «Abbiamo fatto uscire i preti dalle parrocchie», dicono sorridendo. Cioè? «Con la staffetta in bici di 140 chilometri “Alzati e pedala”, da Fiumicino a Civitavecchia. Ogni parroco ha raggiunto la parrocchia vicina consegnando all’altro la Laudato si’». Mariolina è romana di Roma, sulla sessantina, e non è voluta mancare. «Francesco mi è stato subito simpatico. Un papa moderno, che è riuscito ad avvicinare alla Chiesa tanta gente lontana, con la sua semplicità e col suo senso dell’umorismo».

 

Fabrizio ha 35 anni e al collo porta il lupetto della Roma. Romano? «Di Spinaceto», precisa, profondo sud romano. Cosa ti ha colpito di Francesco? «Pace, pace, pace. Lo ha ripetuto all’infinito. Era il Papa che ci voleva oggi che c’è troppa guerra, troppa». «Siamo di vicino Roma, non potevamo non venire», dicono Fabrizio e Cristina. Di dove? «Castelgandolfo. Certo, Francesco alla Villa Pontificia non è mai venuto e i negozianti non sono stati molto felici... Ma non importa, noi l’abbiamo amato tanto, quanto Giovanni Paolo II. Questo è stato un Papa che ha portato una ventata di novità. Un Papa controcorrente. Un Papa della gente».

 

Alessandra e Chiara sono amiche e colleghe, eleganti e curate più della media dei pellegrini. «Sono qui perché sono cattolica – racconta Alessandra – e venni a vedere anche papa Luciani con mia mamma, ero una ragazzina. Allora non c’era mica tutta questa gente. Con Giovanni Paolo II purtroppo non ho potuto, lavoravo. Stavolta ho voluto esserci, perché questo Papa mi ha colpito. Per il suo essere fuori dagli schemi, un latinoamericano, un po’ “populista”. Da quando si affacciò con quel sorprendente “buonasera” il giorno della sua elezione, per finire col mostrarsi senza falsi pudori in carrozzella. Per dirci “non vergognatevi della debolezza, sono anch’io come voi”. Ha comunicato tanto coi gesti». All’ingresso di sinistra del Colonnato Pasquale arriva con la moglie Barbara e i due figli grandi, Elena e Cosimo. Sono partiti da Benevento, torneranno subito in serata. Lo hanno fatto senza esitazioni, «per questo Papa dell’umiltà che ha voluto rompere gli schemi, rigettare certi simboli del potere papale. Ed è per questo che tanta gente gli si è avvicinata». Non solo: «Anche per l’attenzione per il Creato. È stato l’altro elemento che l’ha reso così importante».

 

 

Va di fretta e non si ferma a parlare col cronista l’uomo canuto e bassino. Dice solo due cose. La prima è da dove viene: «Dalla Sicilia». La seconda è il motivo per cui ha voluto salutare Francesco: «Perché è un santo». Basta e avanza. La signora anziana e distinta cammina faticosamente, una mano sul bastone, l’altra sottobraccio al figlio. «Quando si è mostrato in carrozzella – dice anche lei – mi ha colpito nel profondo. Non potevo non venire a dirgli grazie. Oggi quanto manca al mondo la sua benedizione e la sua presenza». Ed ecco un’altra famiglia che ha fatto ore di macchina prima che ore di fila. «Siamo calabresi, ma veniamo da Como», spiega Leonardo con moglie e figli. «Abbiamo cominciato all’una, siamo usciti quasi alle cinque». Ne è valsa la pena? «Assolutamente sì!», dice sgranando gli occhi, per far capire quanto è stata sciocca la domanda. Tutti diversi, tutti con lo stesso desiderio nel cuore.


L’ultima benedizione

 

 

Anita Prati

 

La preoccupazione per la conflittualità montante ad ogni angolo del pianeta ha accompagnato papa Francesco fino ai suoi ultimi respiri.

 

Rispondendo ad un messaggio di auguri di pronta guarigione inviatogli dal direttore del Corriere della Sera, lo scorso 18 marzo, dalla sua stanza d’ospedale al Policlinico Gemelli il Papa scriveva:

 

Caro Direttore, desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda.

 

L’assurdità della guerra si palesa ancor di più in tutta la sua drammatica insensatezza quando la si guarda da quel punto di osservazione privilegiato che è la malattia, luogo in cui si dispiega compiutamente tutta l’essenza dell’umana fragilità.

 

Dal suo letto d’ospedale papa Francesco ha levato un accorato appello, invitandoci a sentire tutta l’importanza delle parole. In un tempo in cui, in modo più o meno subdolo, torna a montare il clima di propaganda belligerante che avevamo conosciuto nei primi decenni del Novecento, il richiamo di papa Francesco risuona come una profezia: poiché le parole sono fatti che costruiscono i mondi che abitiamo, dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra.

 

***

 

È la proposta di un decisivo cambio di paradigma.

 

Proprio nei giorni in cui l’UE impegna i soldi dei suoi contribuenti per lanciare un video volto a promuovere un fantomatico kit di sopravvivenza utile a tenersi in vita per 72 ore in caso di minacce non meglio identificate, ma chiaramente identificabili con una bella guerra nucleare; proprio mentre i nostri governanti (e le nostre governanti) si arrabattano in tutti i modi possibili per giustificare l’investimento di fondi in piani di riarmo, a detrimento di istruzione e sanità; proprio mentre si cominciano a (re)introdurre anche nelle scuole progetti di rafforzamento della cooperazione civile-militare e sembra sempre più vicino il giorno in cui torneremo in piazza ad esercitarci nel passo d’oca; proprio mentre tutti i grandi (e le grandi) della terra si affannano a spiegarci la logica della guerra preventiva, sbeffeggiando il pacifismo come retaggio da hippy nostalgici e declinando come un insulto la parola «pacifista!», giacché l’idea-guida è che il Bene si può affermare solo sconfiggendo il Male a mano armata; proprio in giorni così, intrisi di irriducibile bellicosità, un uomo anziano, sulla soglia della morte, usa le sue ultime energie per richiamarci al dovere di sperare la pace.

 

Domenica 20 aprile, prima della benedizione Urbi et Orbi, impartita con un filo di voce dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro, papa Francesco ha chiesto al maestro delle Celebrazioni Liturgiche Diego Ravelli di leggere il suo Messaggio Pasquale. Ci resteranno di lui queste ultime immagini, queste ultime parole: un uomo anziano e ammalato che osa, come pochi al mondo, continuare a credere che solo la pace ci salva dalla disumanità.

 

Se Cristo, nostra speranza, è risorto, sperare non è un’illusione, ma un dovere e una responsabilità:

 

Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita.

 

La potenza della Vita è disarmata e proprio per questo disarmante. Siamo circondati da volontà di morte, da conflitti e da violenze di ogni genere, ma la nostra esistenza non è fatta per la morte, è fatta per la Vita!

 

In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!

 

Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile!

 

***

 

Nel Messaggio di Francesco tornano, nominati uno ad uno, i luoghi della terra martoriati dalle guerre: il Medio Oriente, il Libano, la Siria; lo Yemen; l’Ucraina; il Caucaso Meridionale, l’Armenia e l’Azerbaigian; i Balcani occidentali; la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan e il Sud Sudan, il Sahel, il Corno d’Africa, la Regione dei Grandi Laghi; il Myanmar.

 

Su tutti, e prima di tutti, la Terra santa insanguinata:

 

Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero. Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!

 

Cessate il fuoco! Chi raccoglierà questo appello di papa Francesco? Chi avrà il coraggio e si assumerà la responsabilità di osare sperare la pace?

 

Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo.

 

I grandi e le grandi della terra, che in questi giorni affastellano tributi di cordoglio per la morte di papa Francesco, saranno capaci di raccoglierne l’eredità spirituale e fare in modo che, la sua, non rimanga una voce che grida solitaria nel deserto?

 

***

 

Il testamento di Francesco, redatto quasi tre anni fa, il 29 giugno 2022, si chiudeva con queste parole, che testimoniano tutta l’urgenza del suo sentire:

 

La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.

 

 

Tornare a sperare che la pace è possibile: è questa il richiamo potente e la responsabilità che papa Francesco ci ha affidato con le sue ultime parole.


 

 

L’ultima omelia

 

 Anita Prati

 

 

 

L’ultima omelia di Papa Francesco è stata l’omelia scritta per il giorno di Pasqua. A motivo della sua voce affaticata il papa non l’ha potuta leggere, ma ne ha affidato la lettura al cardinal Comastri. È un’omelia densa e breve, che si apre significativamente con il nome di Maria di Magdala e si chiude con una citazione dalla teologa e poeta Adriana Zarri.

 

Maria, dopo aver visto la pietra scostata dal sepolcro, corre a dirlo a Pietro e Giovanni; e Pietro e Giovanni, a loro volta, subito si mettono a correre verso il luogo della sepoltura di Gesù. Quella corsa è, per papa Francesco, molto più di un semplice dato narrativo:

 

“La corsa della Maddalena, di Pietro e di Giovanni dice il desiderio, la spinta del cuore, l’atteggiamento interiore di chi si mette alla ricerca di Gesù. Egli, infatti, è risorto dalla morte e perciò non si trova più nel sepolcro. Bisogna cercarlo altrove.”

 

Francesco ci consegna questo invito pressante, perentorio, e questa responsabilità: bisogna cercarlo altrove, il Signore della Vita. Non nei sepolcri, nei musei del tempo che fu, nelle storie imbalsamate, ma nella vita, nei volti e nelle storie vive dei fratelli e delle sorelle che camminano con noi lungo le strade di questo mondo. Dobbiamo cercarlo altrove, e cercarlo sempre:

 

“Cercarlo sempre. Perché, se è risorto dalla morte, allora Egli è presente ovunque, dimora in mezzo a noi, si nasconde e si rivela anche oggi nelle sorelle e nei fratelli che incontriamo lungo il cammino, nelle situazioni più anonime e imprevedibili della nostra vita. Egli è vivo e rimane sempre con noi, piangendo le lacrime di chi soffre e moltiplicando la bellezza della vita nei piccoli gesti d’amore di ciascuno di noi.”

 

In questo cercare, in questo cercarlo sempre, è la radice della nostra fede pasquale: una fede che non si adagia nella staticità del “si è sempre fatto così” e non si accomoda nella tranquillità delle rassicurazioni religiose, ma osa il coraggio inquieto della ricerca.

 

“Come Maria di Magdala, ogni giorno possiamo fare l’esperienza di perdere il Signore, ma ogni giorno noi possiamo correre per cercarlo ancora, sapendo con certezza che Egli si fa trovare e ci illumina con la luce della sua risurrezione.”

 

I passi svelti della Maddalena, di Pietro e di Giovanni, danno corpo alla speranza: non una semplice idea, una pia illusione, ma un movimento vitale che sostanzia di senso il nostro cammino.

 

“Non possiamo parcheggiare il cuore nelle illusioni di questo mondo o rinchiuderlo nella tristezza; dobbiamo correre, pieni di gioia. Corriamo incontro a Gesù, riscopriamo la grazia inestimabile di essere suoi amici. Lasciamo che la sua Parola di vita e di verità illumini il nostro cammino. “

 

L’omelia si chiude con una preghiera di Adriana Zarri: “Scrostaci, o Dio, la triste polvere dell’abitudine, della stanchezza e del disincanto; dacci la gioia di svegliarci, ogni mattino, con occhi stupiti per vedere gli inediti colori di quel mattino, unico e diverso da ogni altro.”

 

Gli occhi di papa Francesco, questa mattina, hanno accolto con stupore e gratitudine un mattino davvero nuovo.

 

Cercavo

 

Cercavo silenzi

di boschi e montagne,

di sguardi profondi,

di vento sul mare.

 

Cercavo passi

che riportano a casa,

che tracciano strade,

che camminano insieme.

 

Cercavo luce

a rischiarare la notte –

bagliori di fiamma,

tremolio di candele.

 

Cercavo acqua

che disseta la sete,

rinfresca la pelle,

inonda i pensieri.

 

Cercavo pane

per spezzare fatiche,

sostenere gli affanni,

carezzare il dolore.

 

Cercavo vino

per danzare la festa,

per cantare la vita,

liberare la gioia.

 

Cercavo parole

da riporre in silenzio

fra le pieghe del cuore –

parole da ascoltare,

parole da parlare,

parole da intrecciare

con legami d’amore.

 

Cercavo –

ho sempre cercato –

 

e Tu, ogni volta,

 

mi hai sempre trovato

 

Anita Prati



Francesco: un dono dello Spirito

 

 

 

Nel momento in cui riceviamo la drammatica, seppur attesa, notizia della morte di papa Francesco ci siamo rapidamente consultati in redazione. In attesa di un giudizio più ponderato e compiuto ci è parso importante fissare alcuni punti decisivi e alcune linee guida che hanno segnato il suo servizio petrino. Si tratta di guardare a Francesco con l’ottica di Francesco. A partire da quanto è possibile comprendere dai suoi scritti, dai suoi gesti, dalla sua vita e dai suoi indirizzi di governo si possono indicare gli orientamenti di maggior forza che ha inteso proporre e sostenere. Fra questi ve ne sono alcuni a nostro giudizio particolarmente riconoscibili.

 

Fedeltà al Vaticano II

Si può dire che tutti i pontificati post-conciliari lo hanno affermato, ma con tentativi di correzione e di contenimento. Francesco ha aperto porte e finestre, riprendendo la spinta innovativa dell’assemblea conciliare dei vescovi cattolici. In particolare, nei rapporti con la modernità ha archiviato ogni declinazione di neo-cristianità. La Chiesa, sacramento di salvezza, partecipa con tutti gli uomini e le donne al procedere storico, dando il proprio contributo di testimonianza, luce e senso evangelici senza pretendere di essere parte del potere politico o di condizionare le assemblee legislative.

 

Evangelizzazione prima della dottrina

Senza ignorare la centralità del deposito della fede, il compito odierno della Chiesa nella sensibilità di Francesco è quello di tornare all’annuncio del Vangelo ad ogni creatura, di uscire dai recinti consueti, di trasformare i propri linguaggi, di sporcarsi le mani con i vissuti di tutti. La scelta dei poveri perde ogni traccia ideologica per tornare al Vangelo sine glossa. Protagonista dell’impresa è l’intero popolo di Dio.

 

Sinodalità

La fatica degli ultimi anni di chiarire, fondare e praticare la sinodalità è indicativa di una Chiesa che, proseguendo il suo sforzo di comprensione sempre migliore della fondante manifestazione dell’Abbà di Gesù e della rivelazione trinitaria, si impegna a tradurle in una prassi concreta e condivisa nel tempo presente. Siamo ancora all’inizio. Il processo e l’investimento sono destinati a durare a lungo.

 

Religioni e confessioni cristiane

Davanti alla sfida della violenza con pretese religiose Francesco ha approfondito l’intuizione di Assisi (Giovanni Paolo II), aprendo dialoghi e confronti, in particolare con l’Islam e le fedi non monoteistiche. Contestualmente, ha riconosciuto di dover assumere una nuova centralità della Chiesa cattolica in ordine all’urgenza dell’unità cristiana, al dialogo con le altre confessioni. Ne va della credibilità del cristianesimo e della sua profezia in un mondo sempre più diviso e frammentato.

 

Il vento del Sud

Provenendo come ebbe a dire la sera della sua elezione dalla «fine del mondo», da un Paese periferico rispetto alla civiltà atlantica, Francesco ha incarnato e incoraggiato la crescita delle comunità cattoliche in continenti come l’Africa e l’Asia. Uno spostamento del baricentro ecclesiale che porta in sé cambiamenti profondi nell’autocoscienza della Chiesa, ben al di là della crescita del numero dei cardinali non occidentali.

 

Laici e donne

Se c’è una denuncia insistente nei suoi discorsi è quella contro il clericalismo, contro una indebita centralità dei vescovi e dei preti. Non per sminuire la rilevanza del ministero ordinato, ma per dare uno spazio effettivo al sensus fidei fidelium e agli innumerevoli carismi che lo Spirito suscita nelle comunità cattoliche. È stato talora accusato di approcciare la questione femminile in termini retorici, ma anche la semplice costatazione dei ruoli ecclesiali oggi riconosciuti alle donne, rispetto al passato recente, indica la sostanza dei passi compiuti.

 

Contro gli abusi

In fedeltà agli indirizzi avviati da Benedetto XVI, e sull’onda degli scandali svelati e cavalcati dai media di molti Paesi occidentali, Francesco ha definito la risposta canonica, teologica e spirituale davanti all’«intollerabile» della violenza sui piccoli e gli indifesi. Si potranno certo rilevare anche incertezze e rallentamenti, in particole per alcuni casi che lo hanno tangenzialmente coinvolto, ma è difficile negare la sua coerente volontà di affrontare il problema, anche quando esso ha coinvolto ecclesiastici di alto profilo e interi episcopati.

 

Libertà di ricerca

Solo chi non ha conosciuto il senso di liberazione del Concilio e le successive restrizioni al pensare teologico (dalla teologia della liberazione alla ricerca morale e all’ecclesiologia) può sorvolare sulla ricchezza di dibattiti e di ipotesi teologiche che hanno ripreso a correre in seno alla Chiesa con l’attuale pontificato. I loro limiti e fragilità non possono oggi essere attribuiti alle censure delle istanze vaticane, se non in piccola parte. Paradossalmente, le numerose – talora improponibili – critiche al suo magistero lo confermano.

 

Riforma della curia

Spostare l’asse di rotazione dalla dottrina all’annuncio del Vangelo, impedire concrezioni improprie di potere, sciogliere le cordate servili, internazionalizzare le presenze, ricambiare i responsabili, facilitare i rapporti con la conferenze episcopali e i vescovi: sono alcune delle importanti intenzioni che reggono la riforma. Le sue insufficienze e contraddizioni, che non mancano, non possono svalutare le preziose novità di indirizzo.

 

Ambiente, fratellanza, migrazioni

Sono i titoli di alcuni dei suoi testi fondamentali (encicliche, esortazioni, discorsi e gesti) sulle emergenze sociali e mondiali. Rappresentano lo sforzo del magistero pontificio davanti a sfide cruciali per la sopravvivenza dell’umanità. Consapevole della «dissonanza» rispetto alla cultura mediale corrente, Francesco non ha annacquato la genialità della dottrina sociale, affrontando la globalizzazione senza cedimenti al sistema tecnocratico. Essa rappresenta per lui un coerente sviluppo della riforma ecclesiale proposta con il suo grande documento programmatico, l’esortazione Evangelii gaudium.

 

Guerra ed egemonia

Francesco ha delegittimato la guerra andando oltre la dottrina della «guerra giusta» proprio nel momento in cui essa riappare «a pezzi» nel mondo e in Europa (Russia-Ucraina). C’è qualcosa di agonico e drammatico in questa volontà di resistere al fatto che la pur necessaria ridefinizione dell’egemonia mondiale debba avvenire con la violenza. Da qui si capisce il favore con cui Francesco guarda all’esperienza dell’Unione Europea, alla necessità di tenere aperti i contatti con Mosca e con Pechino e alle domande esigenti nei confronti della democrazia americana. Lo ha fatto perché ha percepito acutamente che c’è una vittima predestinata della distruzione del multilateralismo e della pace: la democrazia.

 

 

Fedeltà al Vangelo e acume storico legittimano l’indicazione di Francesco come dono dello Spirito.

 

Fonte: Settimananews


I gesti, le parole, gli abbracci: il Papa delle prime volte

 

Mimmo Muolo 

 

Che tipo di Papa sarebbe stato non ci volle molto a capirlo, quel tardo pomeriggio del 13 marzo 2013. Il tempo di vederlo comparire sul balcone centrale della facciata della Basilica di San Pietro, di osservare il semplice vestito bianco, con nient’altro sopra se non la croce pettorale, di ascoltare il suo «buonasera» e le prime parole a braccio, dopo l’annuncio del nome che Jorge Mario Bergoglio aveva scelto per il suo ministero petrino. Francesco. Una novità assoluta nella bimillenaria storia dei papi.

 

Il pontificato “delle prime volte”

 

Cominciava così un pontificato “delle prime volte”, estremamente popolare, anche se non scevro da critiche (quasi tutte da “destra” e anche questa è una prima volta, almeno nella storia recente), ma sicuramente rivoluzionario per molti aspetti. A cominciare dal fatto che per la prima volta, appunto, era stato chiamato a guidare la Chiesa cattolica un latino-americano, circostanza che egli stesso sottolineò con un’espressione poi divenuta famosa: «Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo (il nuovo vescovo di Roma, ndr) quasi alla fine del mondo».

Ma insieme a questa frase, molto di quello che sarebbe avvenuto dopo, nei 12 anni di permanenza sulla cattedra di Pietro, fu come preconizzato in quel primo discorso da Pontefice.

La teologia del popolo, ad esempio, sua constante stella polare. La fratellanza, che tanto spazio avrebbe avuto nei suoi documenti e soprattutto nell’enciclica Fratelli tutti. La sua richiesta della preghiera del popolo affinché il Signore apponesse il sigillo della sua benedizione sul nuovo pontificato, ancor prima che fosse – come di consueto – il nuovo Papa a benedire il popolo. E il primo pensiero dedicato a Benedetto XVI, da pochi giorni (a quella data) Papa emerito, per inaugurare un rapporto di considerazione e affetto che sarebbe durato fino alla morte del suo predecessore, il 31 dicembre 2022.

 

La capacità di sorprendere e la naturale simpatia

 

Papa Francesco dimostrò fin dall’esordio la sua capacità di sorprendere. E di stabilire una sintonia immediata con i propri interlocutori, anche quelli più lontani, le personalità che fino ad allora avevano guardato alla Chiesa di Roma con sospetto e diffidenza, o magari con indifferenza, se non proprio con aperta ostilità. Quali saranno i frutti che questa naturale simpatia ha prodotto lo giudicherà la storia, ma è un fatto che papa Bergoglio abbia aperto canali di dialogo fino a poco tempo fa impensabili. Si pensi solo agli incontri con Eugenio Scalfari, sia pure al netto degli errori teologico-dottrinali anche gravi, attribuiti dal famoso giornalista al Papa nei suoi report su quei colloqui.

Nei giorni che seguirono l’elezione, in particolare, emersero sempre nuovi aspetti della personalità del Papa argentino, che gli guadagnarono un immediato e quasi totale favore popolare. Come ad esempio la scelta, subito dopo l’affaccio dal balcone, di tornare a Casa Santa Marta in pulmino con gli altri cardinali invece di utilizzare l'automobile papale. Oppure il gesto di recarsi personalmente alla Casa del Clero dove aveva soggiornato nei giorni precedenti al Conclave, per pagare il conto. E poi la decisione di rimanere a Santa Marta, anziché andare a risiedere nel Palazzo apostolico, non come scelta di povertà, ma di contatto con le persone, perché questo lo faceva stare bene, come spiegò egli stesso.

 

Povertà, pace, creato e misericordia

 

Anche il nome fu un’indicazione di programma: Francesco è l’uomo della povertà, della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato. «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!», disse. Si aggiungerà poi la misericordia, a completare i quattro pilastri pastorali del suo magistero. Nel primo Angelus dopo la sua elezione, il 17 marzo, Bergoglio parlò della misericordia come di una parola che cambia il mondo» e lo «rende meno freddo e più giusto». E il 7 aprile, nella basilica di San Giovanni in Laterano, quando il nuovo Vescovo di Roma si insediò sulla sua cattedra, aggiunse: «Lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio». Sono solo i primi accenni di tema che troverà il suo momento più alto nella celebrazione dell’Anno Santo straordinario della misericordia (2015-2016).

Nella Messa di inizio ufficiale del ministero petrino, il 19 marzo 2013, giorno di San Giuseppe, il Papa parlò anche di tenerezza, prendendo spunto proprio dal casto sposo di Maria, uno dei santi che gli erano più cari. «In lui – sottolineò - vediamo qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato». Quindi parlando del suo ruolo disse: «Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce». Il che significa «aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire».

Su questi binari programmatici ecco che il primo anno di pontificato diventa una specie di fuoco pirotecnico delle novità. Il 23 marzo, ad appena dieci giorni dall’elezione al soglio di Pietro, papa Francesco si reca a Castel Gandolfo per visitare il papa emerito Benedetto XVI. È la prima volta nella storia che due papi si incontrano. Il 13 aprile 2013 un comunicato della Segreteria di Stato annuncia la formazione di un gruppo di cardinali «per studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica Pastor bonus sulla Curia Romana». Nasce così il cosiddetto C8 (otto cardinali), che poi diverrà C9, con l’ingresso del segretario di Stato, Pietro Parolin. Questo gruppo, di cui viene nominato segretario l’allora vescovo di Albano, Marcello Semeraro (poi cardinale), sarà quello che insieme al Papa porterà alla riforma della Curia, ora codificata nella costituzione Praedicate Evangelium, pubblicata il 19 marzo 2022.

 

I viaggi

 

L’8 luglio 2013, poi, un po’ a sorpresa, Francesco dà inizio ai suoi viaggi, scegliendo una destinazione emblematica: Lampedusa. C'era stato da non molto l’ennesimo grave naufragio che aveva causato decine di morti tra i migranti. Si comprende così che, pur confermando la prassi dei viaggi papali, Bergoglio intende dare anche a questa attività un’impronta in linea con le proprie priorità pastorali. Periferie sempre al centro. Predilezione per i più poveri. Chiesa in uscita. In Europa, ad esempio, inizierà dall’Albania, non toccherà mai i grandi Paesi. Strasburgo e Marsiglia non furono visite alla Francia, ma al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa nel primo caso, ai vescovi del Mediterraneo riuniti a convegno nel secondo (solo la periferica Ajaccio lo è stato, suo ultimo viaggio, il più breve), mentre in altri continenti visiterà preferibilmente contesti e situazioni, più che Paesi, con un occhio particolare ai diseredati e al dialogo con le altre religioni, musulmani in primis. Alcuni dei viaggi entreranno direttamente nella storia del Pontificato. Quello in Iraq, ad esempio, in pieno periodo Covid e dopo la fine della devastazione dell’Isis, il viaggio in Terra Santa, le due tappe nella Penisola arabica (Abu Dhabi e Qatar), le prime in assoluto per un Pontefice in quella regione, la visita all’Onu, a suo modo anche il Giappone (dove il Papa avrebbe voluto andare come missionario da giovane) e il sorvolo della Cina durante il viaggio in Corea del Sud. Francesco invece non ha fatto mai ritorno in Argentina, pur avendo viaggiato diverse volte in America Latina.

Tra i viaggi bisogna anche ricordare le Gmg. Grandiosa quella di Rio de Janeiro nel 2013 (suo primo viaggio all’estero, a pochi mesi dall’elezione), cui sono seguite quelle di Cracovia 2016, Panama 2019 e Lisbona 2023.

 

Il Concistoro

 

Il primo Concistoro per la creazione di nuovi cardinali si tenne invece il 22 febbraio 2014. E anche in questo ambito si intuì fin da allora che Francesco aveva in mente una sua “geopolitica” delle porpore, che non coincideva con quella codificata nel tempo rispetto alle sedi episcopali cosiddette cardinalizie. La sua preferenza è spesso andata a realtà periferiche e a Chiese che non avevano mai avuto un cardinale.

 

La libertà

 

Ma la libertà del Pontefice si esplica anche in altri campi: telefona agli amici, si reca di persona a comprare gli occhiali in un’ottica di via del Corso a Roma, compie alcune visite a sorpresa - quella del febbraio 2021 a casa della scrittrice di origine ebraica, Edith Bruck, sopravvissuta ai lager nazisti e quella a casa di Emma Bonino il 5 novembre 2024 -, festeggia i suoi compleanni e onomastici condividendo un pezzo di pizza o di torta con i clochard che vivono dalle parti di San Pietro. Non può più uscire da solo o prendendo la metropolitana, come faceva quando era arcivescovo di Buenos Aires, ma talvolta si concede piccole “licenze”. Soprattutto con e per i poveri, gli ammalati, gli emarginati, verso i quali dimostra la sua speciale predilezione. Dispone ad esempio che l’elemosineria diventi una specie di braccio operativo della sua carità immediata. E incarica l’elemosiniere Konrad Krajewski (che sarà insignito della porpora cardinalizia) di provvedere ai loro bisogni: docce, dormitorio, perfino il barbiere ogni lunedì, cure e visite mediche dedicate (specie nella giornata mondiale dei poveri, organizzata dall’arcivescovo Rino Fisichella), ma anche spettacoli al circo e concerti nell’Aula Paolo VI. Una volta viene organizzata anche una visita guidata nella Cappella Sistina.

 

Le parole e i gesti nuovi

 

È un Pontificato di gesti, oltre che di discorsi e documenti, quasi un’enciclica scritta con il linguaggio del corpo, con gli incontri che non ti aspetti, con gli abbracci agli ammalati, anche i più gravi. Lo stesso stile hanno il suo magistero e la sua predicazione. Soprattutto nelle messe mattutine a Santa Marta (consuetudine interrotta alla fine del periodo del Covid), che diventano un vero e proprio laboratorio di omiletica, in cui il Pontefice dà prova anche della sua capacità di parlare un linguaggio per immagini (“Chiesa in uscita”, appunto, per dire della missionarietà; “pastori con l’odore delle pecore” per raccomandare ai sacerdoti la vicinanza al popolo di Dio; “cristiani della domenica”, per stigmatizzare la distanza tra fede e vita di certi praticanti, e diverse altre espressioni tipiche).

Un’ulteriore grande novità, introdotta fin dal primo anno di Pontificato, è quella di celebrare la messa in coena Domini del Giovedì Santo non più nella Basilica di san Pietro, ma nei luoghi della sofferenza umana: carceri soprattutto (e si comincia con quello minorile di Casal del Marmo a Roma), ma anche nosocomi e centri di riabilitazione.

 

I documenti

 

Sono tutte linee che si ritrovano in maniera sistematica nell’esortazione Evangelii gaudium, promulgata nel novembre del 2013, vero e proprio documento programmatico del pontificato e che dà forma compiuta a idee portanti come quella della Chiesa in uscita, intesa come totalità del Popolo di Dio che evangelizza, il discorso sull’economia che uccide e sulle iniquità dei meccanismo del mercato, l’indicazione che il tempo è superiore allo spazio, la realtà superiore all’idea, l’unità prevale sul conflitto, il tutto è superiore alla parte. E poi le indicazioni sull’omiletica, la pace e il dialogo sociale e le motivazioni spirituali per l'impegno missionario.

Francesco anche per quanto riguarda i documenti segue una linea originale. Relativamente pochi, ma molto caratterizzati. Prima della Evangelii Gaudium era stata pubblicata l’enciclica Lumen Fidei (29 giugno 2013), quasi pronta già sotto il pontificato di Benedetto XVI, che però non l’aveva conclusa. Il nuovo Pontefice la fa propria, la completa e la pubblica dichiarando esplicitamente che si tratta di un testo praticamente scritto a quattro mani con il suo predecessore (altra circostanza inedita nella storia dei Papi).

Documenti fondamentali saranno l’enciclica sociale Laudato si', la prima dedicata interamente alla salvaguardia del creato, con la proposta innovativa dell’ecologia integrale (non esistono tante crisi, ma una sola che le comprende tutte) e poi Fratelli tutti, che ne costituisce l’ideale continuazione, e naturalmente Amoris Laetitia, uno dei documenti più commentati (e controversi, soprattutto per la questione della comunione ai divorziati risposati), frutto dei due sinodi dedicati alla famiglia tra il 2014 e il 2015. L'ultima enciclica è Dilexit nos sul Sacro Cuore.

 

Il Giubileo della misericordia

 

Il crescendo dei primi anni di pontificato giunge fino alla proclamazione, anche questa una sorpresa, dell’Anno santo straordinario della misericordia. Il Giubileo si svolge con modalità innovative. Il Papa dispone che siano aperte porte sante in tutte le diocesi del mondo. Ed egli stesso ne anticipa di qualche giorno l’inizio, fissato per l’8 dicembre 2015 aprendo il 29 novembre la porta santa della Cattedrale di Notre-Dame di Bangui nella Repubblica Centrafricana, durante il suo primo viaggio in Africa.

 

I tre momenti storici

 

Non mancano anche nella seconda fase del Pontificato i momenti storici. Se ne potrebbero indicare tre su tutti. In ordine di data:

- l’incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba con il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, novità assoluta nella storia anche questa, che aveva fatto sperare in un definitivo disgelo con la parte numericamente più consistente dell’ortodossia, prima che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ricongelasse molto di questo rapporto.

- la preghiera sotto la pioggia del 27 marzo 2020 in una piazza san Pietro deserta, per chiedere la fine della pandemia (immagini anche queste rimaste nell’immaginario collettivo);

- la firma ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019 della Dichiarazione sulla fratellanza universale, insieme con il grande imam di Al-Azhar, quale base per costruire la pace e la convivenza tra i popoli.

 

I migranti, i poveri e l’Economy of Francesco

 

Il Papa ha approfondito negli anni molti dei temi enunciati già dall’inizio del Pontificato. L’attenzione agli ultimi e ai poveri, ad esempio, anche attraverso un altro modo fare economia. E nasce infatti “Economy of Francesco”, movimento di giovani economisti per cambiare le regole che troppo spesso non tengono conto della sostenibilità, lasciano indietro i più poveri e non rispettano l’ambiente. Il Pontefice si fa promotore anche di alcune iniziative simbolo, come il Sinodo per l’Amazzonia, con finalità non solo pastorale, ma anche legata alla salvaguardia del più grande polmone verde del mondo. Infine, emerge sempre più la questione della sinodalità, come modo di vivere la Chiesa e stabilire un nuovo contatto con il mondo (a questo tema sarà dedicato il doppio sinodo del 2023 e del 2024).

Il Papa alza sempre più spesso la sua voce in difesa dei migranti, chiedendo per loro accoglienza, protezione, promozione e integrazione. E compie ben due visite a Lesbo, l’isola greca dove c’è uno dei campi profughi più grandi d’Europa.

 

Gli appelli per la pace

 

Dall’invasione della guerra in Ucraina (24 febbraio 2022) e poi con le ostilità a Gaza (dopo l’inumano attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023), il Pontefice chiede con sempre più insistenza di fermare la violenza, paventando l’avvio di una terza guerra mondiale non più solo a pezzi. Sua la decisione senza precedenti di recarsi personalmente all’indomani dell’aggressione a Kiev nell’ambasciata russa presso la Santa Sede per cercare di parlare (inutilmente) con Putin. Sua anche l'idea di nominare suo inviato speciale per la pace il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, che, se non riesce a fermare le ostilità, quanto meno ottiene il rilascio di molti ostaggi, tra i quali soprattutto bambini ucraini portati in Russia.

 

L’impegno contro gli abusi nella Chiesa

 

Sono stati anche anni di lotta senza quartiere agli abusi sui minori all’interno della Chiesa. Francesco ha cercato di attuare una “politica” di tolleranza zero sul tremendo problema, introducendo norme severe per quei vescovi che dovessero coprire casi di loro conoscenza e istituendo una Commissione per la tutela dei minori, affidata alla presidenza del cardinale Seàn Patrick O’Malley. Francesco ha anche voluto una nuova sezione all’interno della Congregazione per la dottrina della Fede, quella disciplinare, chiamata a occuparsi dei delitti riservati alla Congregazione stessa, tra cui l’abuso di minori compiuto da chierici. In materia di abusi, però, non si possono omettere di ricordare alcune “sviste” come quella relativa all’episcopato cileno, prima difeso dal Pontefice, che poi, di fronte a prove inoppugnabili, ha dovuto prendere gli opportuni provvedimenti.

 

I rapporti con la Chiesa italiana

 

Sul fronte italiano il pontificato di Jorge Mario Bergoglio si è caratterizzato per un rapporto con l’episcopato italiano che potremmo definire di obbedienza dialettica da parte dei vescovi. Il Papa argentino ha chiesto una semplificazione delle strutture ecclesiastiche, sia per quanto riguarda le diocesi (portando avanti, specie negli ultimi tempi, un programma di accorpamento in persona episcopi, di quelle più piccole con altre territorialmente vicine), sia promuovendo un processo sinodale che tra il 2022 e il 2025 si è articolato in varie fasi.

 

Il Papa e i giornalisti

 

Innovativo è stato anche il suo rapporto con il mondo della comunicazione. Nell’itinerario di ritorno a Roma, durante i suoi viaggi, il Papa ha sempre tenuto conferenze stampa con i giornalisti al seguito, sui temi più vari. Decine le interviste concesse a testate di tutto il mondo. Così pure i libri, spesso scritti a quattro mani con i giornalisti, fino alle due recenti autobiografie.

 

Pure da questo punto di vista è stato un Papa delle prime volte. Un Papa che ha confermato fino all’ultimo giorno (emblematiche resteranno le foto dell'apertura della Porta Santa prima a San Pietro poi al carcere di Rebibbia, altra primizia assoluta, per il Giubileo in corso) la prima impressione suscitata nei fedeli quel 13 marzo 2013. Quando fu facile comprendere che tipo di Pontefice Jorge Mario Bergoglio sarebbe stato.



I sogni di papa Francesco

 

Antonio Dall'Osto

 

Nei documenti e discorsi di papa Francesco ricorre di continuo il verbo “sognare” o il termine “sogno”. E ciò fin dall’inizio, da quando ha detto di «sognare una Chiesa povera per i poveri» fino all’invito rivolto ai giovani alla Giornata mondiale di Lisbona nei giorni scorsi di «sognare alla grande».

 

Bisogna continuare a sognare

Attualmente, a dieci anni del suo pontificato, egli continua a sognare con lo sguardo rivolto a Dio, ma nello stesso tempo tenendo i piedi ben per terra. La rivista spagnola Vida Nueva, in occasione del viaggio del papa in Portogallo, ha colto l’occasione per intervistarlo, mettendo al centro due interrogativi imperniati su questo invito che sta alla base del suo programma di pontefice: il primo: «Quali sono i sogni di Dio oggi» e «Quali sono i suoi sogni per la Chiesa in questo momento della storia».

 

Non senza un pizzico di umorismo, ha ribadito di voler continuare a sognare e si è riferito a san Giuseppe dicendo: «Sono convinto che soffrisse di insonnia: Non riusciva a prendere sonno perché temeva che ogni volta che si addormentava Dio cambiasse i suoi piani attraverso i suoi sogni».

 

Ma, a parte gli scherzi, parlando seriamente ha affermato che «una persona che smette di sognare nella vita è una persona sosa, arrugada, insipida, avvizzita. (…) C’è sempre qualcosa da sognare, così io la penso. A volte sono programmi, altre volte proiezioni… Che ne so. Però bisogna sognare. Una persona, quando sogna, spalanca le porte e le finestre. Uno che non sogna, non ha futuro; ha un futuro ripetitivo, banale».

 

Sogno una Chiesa “in uscita”

Ma cosa sogna padre Jorge Begoglio oggi? Continua a sognare una «Chiesa povera e per i poveri»? La risposta è molto chiara:

 

«L’espressione che ho usato tempo fa è una Chiesa “in uscita”: vale a dire che non sai cosa ti aspetta, però non sta chiusa dentro di sé. Non sognare ti porta alla meschinità all’incapacità di essere generoso… Sogno una Chiesa “in uscita”, una Chiesa di periferia». «In effetti – ha precisato –, per fare un esempio, il prossimo concistoro è un sogno in questo senso. Se guardiamo al numero di cardinali di curia che c’erano dieci anni fa e che ci sono adesso, o alla riduzione del numero dei cardinalati legati alle storiche sedi episcopali, si parla di quella periferia che ora è al centro. C’è il nuovo cardinale di Juba (Sud Sudan), che non sarebbe mai stato preso in considerazione, o la nomina dell’arcivescovo di Penang (Malesia), che molti non sanno nemmeno dove sia».

 

«Questa è la Chiesa che sogno e che, tra l’altro, è quella degli Atti degli Apostoli: Parti, Medi, Elamiti… Quella mattina di Pentecoste, in cui tutti parlavano la loro lingua, ma tutti si capivano. Adesso deve succedere: ognuno dice la sua, ma tutti ci capiamo, anche se uno accentua di più questa cosa, l’altro quell’altra. Penso che sia la Chiesa che dobbiamo cercare, e non scandalizzarci, perché abbiamo tanto confuso l’essenziale con l’accidentale! Quando ti accartocci, ti rendi ridicolo…».

 

C’è una parte del mondo in guerra

Difficile però sognare in un mondo come quello di oggi, segnato da una terza guerra mondiale a pezzi…

 

«Sì, è complicato, certamente. La dimensione tragica di oggi è grave. Dalla fine della seconda guerra mondiale, ci sono stati conflitti in varie parti. Adesso stiamo affrontando la guerra in Ucraina, che ci fa paura perché è vicina. Ma chi pensa allo Yemen, chi pensa alla Siria, chi pensa a tutti quei luoghi in Africa, per esempio, nel Kivu, nella parte settentrionale della Repubblica Democratica del Congo dove non sono potuto andare? Siamo sempre in guerra, ma siccome è lontana…Allo stesso modo, ci sembra naturale, ad esempio, che i Rohingya vaghino per il mondo perché nessuno vuole accoglierli. Solo ciò che è vicino ci spaventa. A volte vedo la cupola di San Pietro e mi dico: “Se uno di questi pazzi lancia una bomba qui, è tutto finito”. Tuttavia, anche in queste circostanze, ci sono motivi di speranza».

 

Si sta realizzando il sogno che lei ha espresso dieci anni fa di una Chiesa “ospedale da campo”?

 

«Ci sono posti dove ciò avviene, dipende. A volte, la Chiesa diventa precipitosa nel voler essere un “ospedale da campo” e sbaglia perché accelera. Cadiamo così in una deriva in cui diamo una soluzione giusta come orientamento, ma non si prendono delle soluzioni partendo dalla contemplazione del Vangelo. Non si può riformare una Chiesa al di fuori dell’ispirazione evangelica. Le soluzioni sono molto efficaci, ma fuorvianti. È una trappola molto insidiosa: le soluzioni cercate non vengono dal Vangelo. Sono frutto del buon senso, della possibilità umana di ciò che si deve fare, ma non hanno espressione evangelica. Si prendono velocemente. Hanno ragione a voler risolvere un problema, perché la gente se ne va. Penso che sia quello che sta accadendo nel cosiddetto Cammino sinodale tedesco».

 

Scommetto sul cammino sinodale

Alla vigilia della prossima assemblea del Sinodo a Roma, il prossimo mese di ottobre, è stata occasione per tornare su uno dei temi che maggiormente gli stanno a cuore, la sinodalità.

 

«Continuo a scommettere sul processo sinodale avviato da san Paolo VI. Quando si è concluso il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, le cose erano mature per varare un documento. L’ha elaborato un’équipe di teologi di prim’ordine e io l’ho sostenuto, perché ci permetteva il percorso per arrivarci. Negli ultimi dieci anni alcune cose però sono state perfezionate, non molte. Ad esempio, prima non era nemmeno venuto in mente di interrogare i laici. Se fosse un Sinodo solo per vescovi, allora che votino i vescovi, punto! e tutti fuori, stiano ad osservare! Durante il Sinodo per l’Amazzonia, per la “pausa” durante i lavori, c’era, accanto all’aula, un ufficio riservato al papa. Mi stavo recando lì. Il primo giorno cominciarono a venire le donne, per parlare del voto. È stato il punto di partenza di un dialogo sincero. Allora ho chiesto il parere ai teologi, che hanno fatto un rapido sondaggio e hanno detto: “Sì, le donne possono votare”. Ma il Sinodo era già iniziato. Se sono membri, possono votare. E mi sono detto: “Fare questo adesso può suscitare scandalo, lo lascio per il prossimo…”, che è adesso. Il sogno è maturato fino a prendere forma».

 

Un’altra domanda ha riguardato la sua responsabilità di essere alla guida una nave di 1.300 milioni di cattolici, con continui problemi seri sulla sua scrivania. Molti si aspettano oggi grandi cambiamenti… È tanta responsabilità sulle sue spalle, non perde il sonno?

 

«Il sonno non l’ho mai perso. È una grazia: arrivo alla sera così stanco che dormo. Grazie a Dio, non sono caduto nella tentazione dell’onnipotenza, di credere di poter risolvere tutto. Certo, da buon gesuita, mi sveglio prestissimo per sfruttare maggiormente il tempo…».

 

Lei – ha insistito l’intervistatore – ha molto coraggio nel proporre questi cambiamenti. Non le è mai venuto in mente di lasciar perdere qualche sogno troppo rischioso?

 

«Certo, e la prima reazione è un no. Ma poi chiedo consiglio, e vedo se si può fare o no. Bisogna misurare fino a che punto si può andare oltre il limite e fin dove no. Si prova una certa impotenza, ma penso che sia un bene, perché impedisce di credersi un dio o un essere onnipotente. Sono i limiti che la storia e la vita impongono. Ad esempio, non ho ancora osato mettere fine alla cultura di corte in curia».

 

Amo stare con la gente

Di fronte a proposte che una parte della Chiesa non è preparata ad accogliere ha sottolineato che bisogna insistere sulla formazione e soprattutto sul saper uscir fuori.

 

«In Argentina, sentivo un po’ di allergia quando vedevo pastori che si guardavano l’ombelico, con lo sguardo ripiegato su sé stessi. Penso a un vescovo, un grande teologo, ma come pastore era una nullità. Lanciava sempre messaggi di tipo: «Attento, bisogna dire la messa così… fare questo o quest’altro. I poveri sacerdoti erano soggetti al governo di quell’uomo. Ci sono pastori che non sono pastori».

 

Molto interessante, al termine dell’intervista, quanto Francesco afferma circa lo stile di vita che ha scelto per il suo pontificato, ovvero quello di rimanere il più possibile vicino alla gente comune, senza preferenze o privilegi.

 

 

«Dopo essere stato eletto ci fu un grande banchetto. Ero già preparato. Ricordo cosa è successo. Dopo aver parlato alla gente, dopo aver pregato per il papa precedente, sono uscito e c’era un ascensore pronto, tutto e per solo per me. Ma ho detto “Vado con gli altri”. E, quando sono uscito, c’era pronta una limousine. E ho detto ancora: “Vado in autobus assieme agli altri”. Fu allora che mi resi conto che era avvenuto un cambiamento delle cose mi aspettavano. Dopo il banchetto, ho chiamato il nunzio in Argentina e gli ho detto: “Dica che nessuno venga”, perché immaginavo che i vescovi volessero venire, e ho suggerito che i soldi per il biglietto fossero dati ai poveri. Poi ho chiamato Benedetto XVI per salutarlo. All’inizio non ha risposto, perché stava guardando la televisione, ma, quando sono riuscito a parlargli, ho notato che era contento. La mattina dopo non riuscivo a mettermi il colletto della talare, non so perché. Sono uscito e c’era il vescovo emerito di Palermo, e gli ho detto: “Aiutami”. “Sì, certo!”, mi ha risposto. Così pure quel giorno sono sceso a mangiare in sala da pranzo assieme a tutti gli altri. E lì iniziò la vita comune che continuo a condurre oggi. Non ho cambiato il mio stile di vita e questo mi ha aiutato. È stata un’intuizione del momento. Con questa naturalezza vivo le cose e le racconto».


Note su papa Francesco

 

Flavio Lazzarin

 

 

La profezia di Francesco non si rivela solamente in ciò che quotidianamente ci dice, ma emerge soprattutto nel fatto che il papa non smette di parlare. Evidentemente è cosciente di vivere in un’esposizione costante, che riserva ai suoi pronunciamenti l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, divisa tra assensi incondizionati, feroci dissensi o mute, maggioritarie, paludi indifferenti o opportuniste.

 

Decide di comportarsi secondo l’ispirazione della sua biografia, con le sue grandezze e i suoi limiti, e appare così agli occhi di molti come un originale e indisciplinato latino-americano.

 

Credo, però, che questa apparente disattenzione agli esiti delle sue frequenti esternazioni, al contrario, attacchi intenzionalmente e deliberatamente la fissità dogmatica e dottrinale delle teologie malate, che poco o niente riescono a dire agli uomini e alle donne di oggi, in questo tempo di crisi.

 

È frutto della Provvidenza dello Spirito la lotta di papa Francesco, che pare intendere i segni dei tempi e la crisi di un edificio millenario che ormai fa acqua da tutte le parti. E sceglie di affrontare la crisi della civilizzazione occidentale – e del cristianesimo con cui l’Occidente è tessuto – con la radicalità resa necessaria dalle tensioni teologiche e politiche che segnano questa stagione della storia.

 

Egli si comporta come se non fosse papa, come se non fosse un Capo di Stato, come se non esistesse la Curia. Con il suo comportamento si rifiuta di ripetere il copione secolare del pezzo fondamentale dell’ingranaggio istituzionale, sempre più distante dal Vangelo di Gesù.

 

Le cose, però non sono così semplici e la dialettica carisma-istituzione continua e continuerà ad accompagnare il cammino dei credenti.

 

È ovvio che i meccanismi ecclesiastici condizionano Francesco insieme ai nemici tradizionalisti che lo perseguitano. La contraddizione è inevitabilmente presente nella sua vita: non vive come un sovrano, ma, in contromano rispetto al cammino sinodale, è condotto a comportarsi come un sovrano monarchico, assoluto, solitario, indiscutibile. Il più delle volte vince la libertà carismatica, ma il peso dell’istituzione si fa sentire sempre, perché – che ci piaccia o no – è un aspetto ontologico costitutivo nella vita della Chiesa.

 

Avevamo, però, certamente bisogno, dopo la stagione di Giovanni XXIII e del Concilio, superata dalle successive restaurazioni, di una primavera carismatica. Ma, appunto, come per Francesco di Assisi, che ispira Giorgio Bergoglio, questa primavera del carisma, prima o poi si spegne, regolata dai canoni del diritto canonico e dalle reinterpretazioni moderate, ma sempre traditrici, degli stessi discepoli del carismatico, che, come il Santo di Assisi, vede tramontare e morire la profezia prima della sua stessa morte.

 

 

Può sfiorire la profezia, ma per chi legge la storia a partire dalla Croce, resta comunque la chiamata a comporre minoranze abramitiche, che, guidate dall’Agape, nonostante la loro piccolezza e irrilevanza, affrontano e vincono martirialmente gli inferni della storia.


BIOGRAFIA

 

DEL SANTO PADRE

 

 

FRANCESCO

 

 

 

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

 

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

 

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

 

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

 

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

 

Il 31 luglio 1973 viene nominato provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

 

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

 

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

 

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

 

 

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.