Presentazione
Uno speciale percorso...attraverso lo sguardo di donne e uomini cogliendo la grazia che ha illuminato la loro esistenza facendone ragione di vita, dono per gli altri e una proposta di vita per tutti noi!
Il Poeta raccoglie i dolori e sorrisi e mette assieme tutti i suoi giorni in una mano tesa per donare, in una mano che assolve perché vede il cuore di Dio. I fiori del Poeta sbocciano per vivere molto a lungo per le vie della grazia.
Alda Merini
"Cari poeti, so che avete fame di significato, e per questo riflettete anche su come la fede interroga la vita. Questo “significato” non è riducibile a un concetto, no. È un significato totale che prende poesia, simbolo, sentimenti.
Questo è il vostro lavoro di poeti: dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che l’essere umano vive, sente, sogna, soffre, creando armonia e bellezza. È un lavoro che può anche aiutarci a comprendere meglio Dio come grande «poeta» dell’umanità. Vi criticheranno? Va bene, portate il peso della critica, cercando anche di imparare dalla critica. Ma comunque non smettete di essere originali, creativi. Non perdete lo stupore di essere vivi."
Papa Francesco
Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio di quanto non lo veda oggi?
Vedo qualcosa di Dio in ogni ora delle ventiquattro, in ogni momento di esse,
nei volti di uomini e donne vedo Dio, e nel mio volto riflesso allo specchio,
trovo lettere inviate da Dio per le strade, ognuna firmata col nome d’Iddio,
e le lascio dove si trovano, perché so che, ovunque mi rechi,
altre puntuali verranno, per sempre e per sempre.
W.Whitman
Dipinto di Tobias Verhaecht, Paesaggio fluviale con montagne e viaggiatori,1620
Carissimi amici,
durante quest'estate percorriamo le storie di speciali testimoni che illuminano il mondo con i loro "cuori pensanti"
31 luglio ricorrenza morte Sant'Ignazio di Loyola
Sulla strada di sant'Ignazio un cammino di conversione
Francesco Ognibene
«Fino a 26 anni fu uomo di mondo, assorbito dalla vanità». C’è tutta la promessa di una delle più straordinarie avventure del cristianesimo nelle parole con le quali esordisce Il racconto del pellegrino, autobiografia dettata in terza persona da Ignazio di Loyola quando, pochi mesi prima di morire a Roma nel 1556, ascoltò la supplica dei suoi figli spirituali e accettò di ricordare per i posteri il tortuoso e avvincente percorso che l’aveva portato a trasformare quel giovane «attratto da un immenso desiderio di acquistare l’onore vano» nel protagonista di una conversione profonda, assoluta, un gigante della fede capace di ispirare la vita di innumerevoli anime, sino a oggi. La figura del cavaliere mondano e irrequieto che, ferito a una gamba il 20 maggio 1521 nell’assalto francese al castello di Pamplona, durante la lunga convalescenza decide di mettere sottosopra la sua vita diventando uno dei protagonisti della Riforma cattolica nello stesso periodo di Filippo Neri, Teresa d’Avila, Francesco Saverio e Carlo Borromeo, continua ad affascinare chiunque le si avvicini andando oltre l’icona del fondatore di un ordine grande e influente come la Compagnia di Gesù. Ma per capire Ignazio occorre mettersi in cammino accanto a lui, provare a seguirlo dentro il tormento di una scelta di vita che non avviene per una folgorazione improvvisa ma per la faticosa decisione di ridiscutere mentalità, stile di vita, ambizioni, cultura del proprio tempo. Passo dopo passo, si scoprirà che il cavaliere divenuto pazzo d’amore per quel Dio che ne aveva espugnato la fiera resistenza parla la lingua della nostra anima.
Ed è pronto a guidarci lungo cammini imprevedibili e rivoluzionari. Nel caso di Ignazio quella del viandante non è solo una suggestiva metafora ma un fatto decisivo, e anche una proposta che ci riguarda. Il suo cammino di conversione Íñigo López de Loyola lo percorre infatti a piedi, alzato dal letto dove aveva atteso di veder guarite le profonde lesioni della sua vita di soldato divorando la Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia e la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, letture che lo conquistano al fascino perenne del Signore e all’avvincente vita dei santi, cavalieri di Cristo senz’armi ma capaci con il loro coraggio di conquistare un cuore come il suo in cerca di una meta ambiziosa alla quale dedicare la vita. È così che la grazia apre la prima crepa nelle certezze terrene del guerriero spingendolo a mettersi in marcia, appena le forze glielo consentono, dalla città natale nei Paesi Baschi lasciando i lussi della casa paterna con l’idea fissa di raggiungere Barcellona e imbarcarsi per Gerusalemme. Il viaggio che intraprende in cerca di un se stesso radicalmente nuovo e libero inaugura quello che oggi è diventato il Cammino Ignaziano, 660 chilometri attraverso quattro regioni della Spagna, in parte coincidente col Cammino di Santiago ma procedendo in senso opposto – dall’Atlantico verso il Mediterraneo –, da percorrere in un mese (sulla carta 27 giorni, ma i moduli possono essere più ridotti) impegnando le quattro settimane degli Esercizi spirituali forgiati dalla penna di fuoco di Ignazio come una scuola di conversione.
Percorso ogni anno da poche centinaia di camminatori appassionati, il 'nuovo' Cammino per i cercatori di Dio è già perfettamente attrezzato grazie all’impegno dei Gesuiti e delle amministrazioni locali (Catalogna in testa) e attende di farsi conoscere come alternativa – o completamento – dell’esperienza di Barcellona, che arrivata a 30 milioni di turisti annui oggi si avvicina al collasso oscurando ogni altra possibile destinazione del territorio. A cominciare da Manresa, nel XVI secolo centro commerciale ambizioso ed emergente sulle rive del fiume Cardener, ora città post-industriale da 75mila abitanti che a soli 60 chilometri dalla metropoli costiera custodisce il 'segreto' di Ignazio.
È qui, nel centro geometrico della Catalogna, che si ferma anzitempo il viaggio del pellegrino partito col sogno della Terra Santa. Una cesura inattesa ma provvidenziale ed eloquente, che combacia con un preciso progetto di Dio. Il cavaliere aveva infatti preso consapevolezza strada facendo dell’abisso cieco di una vita ricca ma sbandata affrontando l’itinerario verso una terra ancora ignota che, lasciato il panorama familiare della regione basca, prende le fattezze dei paesaggi di Navarra e Aragona, passando da Saragozza, dov’è di casa la Virgen del Pilar, per entrare in terra catalana da Lleida e salendo infine le rampe verso l’antica abbazia benedettina di Montserrat, severo santuario mariano sui monti della Comarca di Bages, baluardo religioso e culturale ormai in vista del mare. Ignazio, determinato a dedicare la vita al Signore, attraversa qui la sua 'notte dell’innominato'. Si spoglia degli abiti cavallereschi per vestire il sacco dei mendicanti, una confessione generale è il punto fermo che chiude la vita del nobile dal cognome che conta e apre il primo capitolo di una storia spirituale e umana destinata a segnare i secoli e la vita di milioni di persone nel mondo, sino a donare alla Chiesa un pastore come Jorge Mario Bergoglio, padre gesuita, papa Francesco.
A Manresa la logica evangelica è rispettata alla lettera. Arrivato in città, Ignazio si accampa sul fianco di una collina nei pressi di un ponte – oggi ancora intatto – sul Cardener, e si ripara nella roccia sotto una tettoia naturale. È quella che diventerà la «Cova», la spoglia grotta della conversione definitiva alla quale chi si riconosce nella spiritualità ignaziana guarda come il luogo natale, la culla. Una periferia, ancora oggi. Tra penitenze, preghiera e rapimenti, Ignazio vede prendere forma dentro di sé ciò che Dio gli chiede: cristiani rinnovati dalle fondamenta che danno vita a un movimento spirituale dagli orizzonti sconfinati, capace di un dinamismo apostolico mai visto per riportare a Cristo il mondo intero. Chi, se non Ignazio poteva mettere al messaggio di Cristo ali abbastanza estese per affrontare una società che si andava allontanando dalla sua radice cristiana?
È il 1522, manca poco e saranno cinque secoli. La data già scandisce il tempo di Manresa: il grande Giubileo ignaziano del 2022, che già spinge la città ad attrezzarsi per accogliere i 100mila pellegrini stimati (tra loro si spera anche il Papa), galvanizza un centro appartato e tranquillo. «Ignazio è 'nostro' ma è una figura globale – dice il sindaco Valentí Junyent Torras, dello stesso partito del leader indipendentista Carles Puigdemont – . Richiameremo qui le genti raggiunte dal suo messaggio in tutto il mondo». In effetti, con un’ora di treno il pellegrino da qui arriva sotto le volte incantate della Sagrada Familia, e non è un incentivo da poco. Solo 11 mesi rimase Ignazio a Manresa, sentendosi spinto a raggiungere Roma e la Terra Santa subito iniziò una vertiginosa espansione globale. Alla morte del santo erano già mille i suoi seguaci, con i primi che avevano varcato gli oceani, spesso da soli, affrontando anche il martirio.
Ignazio di Loyola, il santo che rivela ai giovani i sentimenti di Dio
Sant’Ignazio di Loyola è una figura potente che colpisce i giovani di oggi. Ad affermarlo è Jesús Zaglul Criado, gesuita della Repubblica Dominicana, assistente per il Nord America Latina e consigliere generale del generale della Compagnia di Gesù, che presenta la figura del santo fondatore nel giorno in cui la Chiesa ne celebra la memoria. Per evidenziare il legame delle nuove generazioni con sant’Ignazio, padre Zaglul Criado identifica quattro tratti del suo stile di vita:
Ignazio era un grande sognatore
Il gesuita domenicano identifica una caratteristica chiave della vita di Ignazio: "Era un grande sognatore, sia nel suo sogno di diventare cavaliere sia, dopo la sua conversione, nel sogno di seguire Gesù facendo cose anche più grandi dei santi, e anche nel sogno di raccogliere un gruppo di compagni per rendere questa sequela più trasformatrice e per affrontare tutte le sfide che doveva affrontare, come il viaggio e la prigione”.
La capacità di affrontare le sfide
Una seconda caratteristica, sottolinea Zaglul, è la capacità di Ignazio di affrontare le sfide. “Egli mette tutta la sua passione e i suoi mezzi pratici per realizzare idee e desideri. È un lungo processo che lo porta da Loyola a Manresa, a Roma, a Gerusalemme. Sant'Ignazio non fu sempre compreso dalla gente del suo tempo, all'inizio incontrò molte difficoltà a causa della novità delle sue proposte”.
Il fondatore dei gesuiti morì il 31 luglio 1556, desiderando il cielo come unica meta della sua vita. L’amore per Cristo, la fedeltà al Papa e il desiderio di seguire il Vangelo ...
Il pellegrino
Nella sua autobiografia, sant’Ignazio si definisce come "il pellegrino", come qualcuno "che era sempre in viaggio e che vuole realizzare i suoi sogni”; per esempio, quando va a Gerusalemme, perché vuole seguire le orme di Gesù, rischia la vita perché la nave su cui viaggiava subisce un naufragio. In questo è molto simile a San Paolo perché sperimenta un cambiamento radicale nella sua vita ed è capace di lasciare tutto. Il santo di Loyola si rese conto a poco a poco delle reali possibilità e decise con i suoi compagni di "mettersi al servizio del Papa e andare ovunque lui volesse mandarli".
Costruire la comunità
Sant'Ignazio scoprì che la missione alla quale si sentiva chiamato doveva essere svolta con un gruppo, e questo gruppo si chiamava "amici nel Signore", spiega padre Zaglul. E aggiunge: “È un gruppo di amici che agiscono con grande libertà, molto affetto, e anche se vivono separatamente, sono tanti i progetti che li uniscono (...) e ciò che unisce i primi sette compagni è l'esperienza dell'amore di Dio". L'esperienza degli Esercizi spirituali permetterà loro di avere un costante atteggiamento di discernimento, per vedere dove Dio li chiama nella loro vita, come individui e come gruppo.
Profondità interiore, profondità spirituale
Padre Zaglul afferma che la profondità interiore non è solo la capacità di riflettere e guardare la propria vita, ma "la capacità di guardarla alla maniera di Gesù, di guardare l'amore di Dio in noi e di scoprire che Dio ci comunica, che Dio ci parla". "Credo che Ignazio sia stato lo scopritore dell'intelligenza emotiva, perché si rendeva conto che Dio ci parla attraverso le emozioni", dice il gesuita. Ignazio scopre "come i sentimenti di Dio, i moti che ci muovono a cose grandi, a cose buone, sono sempre legati a una gioia che rimane, mentre gli inganni a volte ci nascondono sotto l'apparenza di una gioia falsa, superficiale".
La gioia è l'elemento che segna il cammino di Dio, la gioia suscita sempre una pienezza e questa pienezza è legata a una dedizione generosa. Il santo scopre come Gesù è la fonte della gioia. In questo senso, gli Esercizi Spirituali sono quel cammino di incontro personale con Dio. “L'esperienza interiore ci porta sempre alla sequela di Gesù”, afferma ancora il gesuita. Non si tratta di imitarlo e fare quello che ha fatto lui, ma di seguirlo e scoprire che ci ha dato il suo “spirito che ci muove a rispondere alla sua chiamata. Come amici, come gruppo, come comunità e dalla profondità dell'incontro con noi stessi e dell'incontro con la persona di Gesù, ci manda a trasformare questo mondo”.
Il potere dell'incontro personale con Gesù
"Ciò che mi ha sempre colpito fino ad oggi è la potenza dell'incontro personale con Gesù nella vita di Ignazio. È la persona, la figura, la vita, la storia di Gesù che segna il cambiamento radicale nel pellegrino di Loyola", sottolinea padre Zaglul. Ricorda quindi un episodio nell'autobiografia di Ignazio, un incontro con una persona che chiama "la signora di molti giorni". Ignazio racconta la storia di una donna anziana che gli diede dei consigli quando era perso, desolato, viveva momenti di tristezza, di confusione interiore, di scrupoli. Lei gli disse: “Prega Dio che nostro Signore Gesù Cristo si manifesti a te, che si mostri a te, che ti appaia”. Ignazio rispose: "Può il nostro Signore Gesù Cristo apparire a me?”. Alla fine del terzo capitolo dell'autografia, il santo scrive che nessuno lo ha aiutato tanto nelle cose spirituali quanto questa signora. “Questo è il segreto non solo della vita di Ignazio ma anche degli Esercizi spirituali. Perché se guardiamo gli Esercizi spirituali siamo testimoni, vediamo come Gesù ha vissuto la sua vita, non solo la sua morte e risurrezione per noi”, dice padre Zaglul. “Ignazio insiste negli Esercizi sul fatto che Gesù ‘per amor mio si è incarnato e si è fatto uomo. Affinché, conoscendolo, lo ami di più e lo segua di più’. Credo che questo sia il centro, il cuore di Ignazio e della Compagnia di Gesù che ha fondato. La sequela di Gesù, non solo l'imitazione, è una sequela che si basa sul sapere che Gesù ha vissuto la sua vita, ogni momento della sua vita per me, e che posso anche vivere quel momento con lui nella preghiera, e in questo modo si forma un rapporto di amicizia”.
Le contemplazioni
Un altro momento cruciale sono le contemplazioni e i colloqui a cui sant’Ignazio invita tramite gli Esercizi Spirituali: “Sono le stesse contemplazioni dell'Incarnazione, prima e dopo la nascita, in cui Dio posa il suo sguardo su tutta l'umanità. Uno sguardo di Dio che decide di incarnarsi, di assumere radicalmente la nostra umanità”. Questo fatto, per sant’Ignazio, sarà un elemento centrale, anche nel suo rapporto con il mondo, perché anche per lui valgono le parole di Teilhard de Chardin, pronunciate molti anni dopo: "Per coloro che hanno occhi per vedere, non c'è nulla in questo mondo che sia profano. Tutto è segnato dalla presenza di Dio".
Le istruzioni gesuite per affrontare la vita
Roberto Righetto
L’americano James Martin ha scritto un “manuale” per sostenere le sfide quotidiane basato su Ignazio di Loyola e gli altri santi della Compagnia di Gesù.
Le istruzioni gesuite per affrontare la vita
Non si può non cominciare dal “presupposto”: «Ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla». Il consiglio di Ignazio di Loyola, che apre i suoi Esercizi spirituali, ci aiuta a penetrare meglio nella personalità di papa Francesco, nel suo costante tentativo di entrare in dialogo anche con chi pare più lontano dalla Chiesa cattolica, come Eugenio Scalfari. La citazione del fondatore dei gesuiti arriva a pagina 295 del saggio di James Martin, dal curioso titolo Guida del gesuita… a quasi tutto (edizioni San Paolo, pagine 530, euro 25,00), una sorta di manuale zeppo di istruzioni concrete per la vita quotidiana, non solo in campo spirituale.
Il teologo statunitense, che prima di convertirsi dopo aver visto un documentario in tv su Thomas Merton è stato un manager della General Electric, ha scritto un libro che in un certo senso è un “non libro”, in cui si passa da brani dedicati alla vita di Ignazio e dei suoi amici a barzellette gustose sull’ordine, da consigli preziosi su come prendere le decisioni importanti nella propria vita a come vivere in maniera non opprimente la propria professione, sia che si rivesta un ruolo importante in campo culturale, economico o politico, sia che si svolgano lavori umili.
Come nel caso di due gesuiti cresciuti insieme e divenuti amici. L’uno, Pedro Claver, inviato dalla nativa Spagna a Cartagena, in Colombia, luogo simbolo della schiavitù, e diventato famosissimo in tutto il mondo per la sua opera tanto da essere chiamato il santo degli schiavi; l’altro, Alfonso Rodriguez, incaricato a Maiorca del ruolo di portinaio, eppure capace con la sua vita condotta in tutta semplicità di diventare anch’egli santo.
Il libro di Martin, che di recente ha fatto discutere per un suo saggio in cui invita a evangelizzare anche il mondo dei gay e dei transgender, è ricco anche di aneddoti personali che consentono al lettore di entrare nella mentalità propria del gesuita, del modo di procedere durante l’esistenza attraverso consigli e decisioni che si rifanno direttamente alle istruzioni di Ignazio, valide non solo per chi vuole intraprendere una strada di spiritualità ma per chiunque. Come quando presenta il concetto di “agere contra”. Quando ci si trova di fronte a una “non libertà”, Ignazio consiglia di agire in senso opposto, così da liberarsi da ogni pregiudizio: è accaduto proprio al nostro auto- re, che al tempo del noviziato disse al suo precettore che l’ultimo posto dove avrebbe voluto andare era un ospedale, ed è esattamente quanto accadde!
Prima di prendere una decisione importante, ogni gesuita cerca di essere “indifferente”, vale a dire di liberarsi di tutti i preconcetti e fare un passo indietro, in modo da essere psicologicamente liberi. Ci sono “tre tempi” che toccano ogni processo decisionale. Il primo è dato dall’evidenza ed è esemplificato da quanto capita a Paolo sulla via di Damasco: la luce dal cielo gli indica la strada da percorrere ed egli lo fa senza alcun dubbio. Può accadere quando ci accorgiamo di avere una fortissima passione per un mestiere, che sia fare il cantante o l’attore. Il “secondo tempo” invece è meno chiaro e prepotente dell’amore a prima vista. Occorre meditare su quale opzione dà più consolazione: può essere utile immaginare di vivere con le varie scelte che abbiamo davanti per un certo periodo di tempo e vedere quale procura un senso di pace più elevato. Infine, il “terzo tempo” è quando sono rimaste due alternative, assai valide entrambe.
Meglio comprare una casa nuova o restare nel piccolo appartamento in cui si vive? Qui entrano in gioco fattori economici ed emotivi. Innanzitutto va stilato un elenco delineando gli aspetti positivi o negativi delle due opzioni. Poi ci si può mettere nei panni di un amico che si trovi nella stessa situazione: cosa gli consiglieremmo? Infine, bisogna chiedersi quale scelta ci renderà migliore, in senso umano e spirituale, di quello che siamo. Come si vede, un metodo complesso, una tecnica che a forza di esercitarsi per un gesuita diventa naturale ma che può essere praticata da ciascuno di noi. Sapendo che alla fine potremo trovarci anche di fronte al fallimento: non esiste una decisione perfetta. «Tutte le sinfonie restano incomplete », ha scritto Karl Rahner.
Sempre Ignazio suggerisce di non farsi prendere dal sovraccarico, conciliando vita attiva e vita contemplativa. Anche questo è un consiglio che vale per chiunque, pensando ai sempre più rari momenti di solitudine che la vita contemporanea ci riserva. È essenziale invece trovare il tempo per raccogliersi, per fare silenzio e ricavarsi un po’ di pace interiore. Così come occorre avere una cura di sé e del proprio corpo, mantenendo un equilibrio tra lavoro e riposo.
«Che il vostro servizio sia ragionevole», scrive ancora Ignazio invitando a non farsi prendere dalla smania di strafare.
Ancora sul mondo del lavoro, può accadere di stare in un ambiente in cui domina la competizione sfrenata quando non addirittura un comportamento aggressivo. Anche qui occorre distacco: non c’è bisogno di essere a propria volta meschini, anzi va esercitata la gentilezza. Poi si può cercare di essere da lievito per un cambiamento in positivo e, se si capisce che tale cambiamento non è possibile, essere capaci di aiutare ugualmente gli altri nelle proprie fatiche, soprattutto chi è in difficoltà. È quanto fece san Pedro Claver, che visse tutta la vita a fianco degli schiavi senza riuscire a eliminare la piaga della schiavitù.
La cultura del lamento è una piaga da cui dobbiamo guardarci. A volte poi – ci suggerisce Martin – può essere necessario sacrificare un po’ di mobilità verso l’alto in cambio di una coscienza pulita. Non a caso sempre Ignazio ci mette in guardia dalla triade «ricchezze, onori, orgoglio», contro cui dovremmo sempre lottare.
Dal volume di Martin, che in Usa è stato un vero e proprio best seller, si apprendono anche le importanti invenzioni dei gesuiti (dalla botola scenica nei teatri al chinino e alla scoperta delle sorgenti del Nilo), così come sono tratteggiate alcune figure straordinarie (da Matteo Ricci ad Athanasius Kircher fino a Teilhard de Chardin) e ricordati film di cui furono protagonisti (da Mission a Fronte del porto).
E poi vi sono decine di esempi tratti dalle loro vite, come Francesco Saverio e Piero Favre, i primi compagni di Ignazio. Il primo evangelizzò l’India e poi l’Asia ma la morte improvvisa lo fermò alla soglie della Cina. «Per questo – scrive Martin – sentì di aver in qualche modo fallito». In realtà fu il più grande missionario della Chiesa dai tempi di san Paolo. Il secondo trascorse molti anni a intrecciare rapporti con le nuove confessioni cristiane del suo tempo, quando cattolici e protestanti si consideravano nemici. Anch’egli partiva dal “presupposto”, si rifiutava di condannare in via di principio le azioni altrui e cercava di capire quali fossero le intenzioni del suo prossimo, spesso oneste e innocenti. Insomma, pur tra mille difficoltà metteva in pratica la lezione di Ignazio sul dialogo con l’altro. Quella lezione che anche papa Francesco sta realizzando nonostante le avversità.
11 luglio 2026 un anno dalla morte di Goffredo Fofi
Fofi è stato un laico che ha parlato ai credenti. Anzi, con loro. Ha scritto di santità minori, di evangelismo delle periferie, di figure come don Milani, don Tonino Bello, Dorothy Day. Ha riconosciuto nel cristianesimo “minoritario” — quello che traduce il Vangelo in pane, scuola, accoglienza — una delle forze più vive del Novecento. “Un confronto tra cristianesimo e anarchismo è oggi più che mai necessario”, scriveva. E ancora: “La parabola del seminatore è per me un riferimento politico: si semina senza sapere dove il seme cadrà”. Il suo pensiero — libertario ma spirituale, irriducibile a etichette — ha messo in dialogo il Vangelo e l’utopia, la povertà e la dignità, l’intelligenza e la tenerezza. È anche questo che lascia: una fede laica nell’altro.
Goffredo Fofi non era un intellettuale “organico”. Non era organico a nulla, se non a un’idea di giustizia radicata nella vita concreta. Per questo resta. Resta nei libri e nei documentari, nei cineclub e nelle biblioteche scolastiche, nei lettori giovani che lo scopriranno nelle pagine di Lo Straniero o in una nota a margine di Capire con il cinema. Resta in chi ancora si ostina a leggere il mondo con sguardo laterale. Non lascia una scuola, ma una postura. Non un metodo, ma un’etica. Leggere dentro le pieghe. Prendere parte. Scegliere di essere minoranza.
“Resistere, studiare, fare rete.” Era una dichiarazione d’amore.
Gianluca Arnone
Goffredo Fofi, la cultura come resistenza contro l’illusione del presente
Stefano De Matteis
È stato critico cinematografico e letterario, inventore di riviste che hanno anticipato in Italia scrittori, tendenze di tutto il mondo («Linea d’ombra»), sposando la distinzione di Sciascia tra scrittori di parole e di cose e scegliendo apertamente questi ultimi che permettono di leggere, capire e interpretare la realtà. Ha selezionato saggisti che offrissero strumenti per intervenire nel mondo e cambiarlo («Lo straniero), si è fatto egli stesso attento lettore delle trasformazioni sociali, sempre in dialogo con il suo tempo e, con un piglio dichiaratamente “politico”, si schierava, sempre e comunque, dalla parte degli ultimi e degli oppressi, pronto a far reagire il sentimento cristiano della fraternità di un Silone, definendosi «cristiano senza chiesa e socialista senza partito», con la pragmaticità di un Chiaromonte che esalta la dignità dell’uomo per quanto è stato capace di fare nei suoi momenti migliori.
A leggere o rileggere i libri di Goffredo Fofi si ricavano spaccati e diagnosi di periodi storici di cui si ricostruiscono tanto i limiti quanto le spinte nei motivi culturali, e si viene messi a confronto con i sentimenti sociali positivi o negativi, evidenti o sotterranei; si abbattono miti solo apparenti e si procede a scoperte inattese. Ma, se si segue il suo racconto secondo la loro cronologia, sono anche libri che attraversano la storia d’Italia, mostrandone le oscillazioni, per verificare il tracciato e ricostruirne i cambiamenti: ne viene fuori così una mappa delle trasformazioni con risultati non sempre esaltanti.
E a un certo punto della sua biografia culturale, cinema, letteratura, teatro, intervento sociale, ma anche fumetto e fotografia si mescolano in una stratificazione che crea un percorso unico, grazie alla sua inaudita voracità che fondava un sapere quasi enciclopedico e che gli permetteva di evidenziare le trame nel mescolare generi, ambienti, pratiche artistiche, e mettere in luce genealogie e derivazioni, contatti e scambi spesso sconosciuti.
Forse, una delle prime “prove” di questo non-metodo, in cui i tracciati cominciano a mescolarsi, è Dieci anni difficili, del 1985, in cui Fofi fa un bilancio preventivo degli anni Ottanta (definito il decennio più stupido) e prende la rincorsa per gli anni Novanta grazie anche a un altro libro, Pasqua di maggio. Un diario pessimista, di appena qualche anno successivo. E proprio in quest’ultimo Fofi lamenta le difficoltà dell’azione sociale in quanto «“fare” è oggi più difficile che mai, perché dal fare è assente l’entusiasmo e impoverita la persuasione. Eppure bisogna, non fosse che “per vendere cara la pelle” e “salvarsi l’anima” sempre con la coscienza che l’anima ce la salva o tutti o nessuno».
Se gli anni Ottanta si chiudono con un diario pessimista, i Novanta si aprono con Prima il pane (pubblicato nel 1990 e oggi ristampato da Martin Eden), in cui la domanda posta in una delle pagine di apertura è: «Con chi dialoga oggi chi fa qualcosa?». E non solo, perché si interroga sui cambiamenti che stanno segnando la cultura italiana di fine secolo, a partire dal crollo non tanto dei partiti, quanto delle identità (ideologiche) forti e delle loro varianti: «I cattolici, i marxisti, i liberali, il pensiero autoritario, il pensiero libertario, la destra, la sinistra. Erano linee spesso contrapposte, a volte con sottili scambi e reciproche influenze; ma si “pensava” (e si creava) in rapporto a opzioni concrete, a parti della società, a classi di appartenenza, a scuole e tradizioni cui aderire o mettere in discussione». Ma tutto questo aveva di buono che produceva anche i suoi anticorpi in quanto ogni filone generava i suoi eretici, «spesso uniti da una comune spinta morale».
Con l’arrivo anche in Italia della ricchezza, «della società affluente e con lo sviluppo mastodontico dei media» si è persa quell’identità, sostituita da un «ammasso di non identità» in cui «il singolo si sente protetto… perché – suprema astuzia del sistema – si è fatto ideologia di ciò che viene chiamato esplicitamente look: l’illusione che apparire equivalga ad essere». Tutto questo, nel libro funziona da premessa per comprendere «sia la diversità – ripeto: apparente – delle proposte, che l’assenza di proposte forti, in grado di collegare, dare identità tenere insieme, “fare scuola”».
Ma il passaggio di secolo porta a un cambio radicale.
Le riviste usate come sistema di pedagogia diffusa, il tentativo di persuadere all’azione sociale per aprirsi a prospettive di cambiamento, conduce Fofi a riflessioni sempre più radicali che, oltre che nelle riviste, prenderanno forma in due libri importanti, quasi coevi: Da pochi a pochi, del 2006 e ristampato ora da Elèuthera, e La vocazione minoritaria del 2007. Entrambi incarnano una reazione verso «gli intellettuali che hanno finito per essere sempre più servi», cui contrappone l’azione positiva di minoranze attive che hanno la forza di opporsi o di creare percorsi sotterranei per un’azione condivisa.
Assieme a riflessioni sulla storia recente, vissuta sempre in modo «partecipe», in cui se ne ricostruiscono i passaggi fondamentali, i limiti (tanti) e i (pochi) pregi, si affrontano personaggi grandi, medi e piccoli, tra stupidità diffuse e mediocrità vincenti, e si arriva alla parte conclusiva del «che fare».
Questi sono gli anni in cui vengono rimessi in gioco i maestri, come Aldo Capitini che ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e si ritorna in particolare a Chiaromonte. Il primo per la capacità critica, per la lezione sulla non accettazione del mondo così com’è; poi sulla religione come coscienza appassionata della finitezza e il suo superamento; poi per le indicazioni (anche pratiche) della non violenza. Da tutto questo prende forma la forza della persuasione che deve coinvolgere, motivare, partecipare. A cosa?
C’è un punto in cui forse Capitini e Chiaromonte si incontrano grazie a Fofi: nella non accettazione, ma soprattutto nella non-collaborazione, nel rifiuto delle seduzioni per la costruzione di un percorso indipendente, fatto con quella parte delle minoranze che si definiscono etiche.
Se in passato la politica è stata una forte delusione, un tale percorso di indipendenza rilancia però anche la necessità di una politica, sicuramente nuova e diversa, che nasce sulle basi di un pensiero attivo e concreto, “contrario” e sempre schierato con gli ultimi.
Edgar Morin, un eterno curioso ostinato della speranza
Anna Granata
8 luglio ricorrenza nascita Edgar Morin
Intellettuale europeo, sociologo, umanista, studioso dell’educazione. Eppure nessuna di queste definizioni restituisce la ricchezza della sua figura e della sua opera
A 104 anni il 29 maggio 2026 ci ha lasciato Edgar Morin: intellettuale europeo, sociologo, umanista, studioso dell’educazione. Nessuna di queste definizioni restituisce la ricchezza della sua figura e della sua opera. Qualche anno fa, intervistato in occasione del suo centenario, si è definito semplicemente un eterno curioso, l’espressione che lo racconta meglio: un uomo che non ha mai smesso, come fanno i bambini, di interrogarsi sulla vita, sull’umano e sull’universo. Nato a Parigi nel 1921 da una famiglia di commercianti ebrei di Salonicco, Edgar Nahoum – questo il suo nome di nascita – sentiva fin da giovane il bisogno di vedere, sapere e comprendere la realtà nella sua complessità. Una formazione da autodidatta la sua: ha letto e amato autori come Tolstoj, Dostoevskij, Rimbaud, Rousseau, scoprendoli per caso e restando folgorato dalle loro parole. Da quelle letture ha preso forma una domanda che ha orientato la sua vita: perché studiare l’essere umano separando ciò che dovrebbe essere unito? Da una parte si studia la mente nelle scienze umane, dall’altra il cervello nelle scienze biologiche. Non riusciva ad accettare l’idea che questi saperi dovessero rimanere separati. Quando la ricerca è diventata la sua professione, ha rifiutato categoricamente di rinchiudersi dentro una sola disciplina, attirandosi critiche feroci del mondo accademico, ma avendo sempre chiaro il suo scopo: creare ponti tra discipline diverse. «Alla dottrina che ha sempre una risposta, preferisco la complessità che ha sempre una domanda», ha dichiarato spiegando la sua scelta. Fin dal dottorato si è dedicato a temi fondamentali e complessi come quello della morte, abbracciando sociologia, psicologia, mitologia, storia delle religioni e biologia, con l’obiettivo di scoprire l’uomo attraverso la morte e la morte attraverso l’uomo. È divenuto poi uno studioso di cinema, come fenomeno mediatico e della cultura di massa. Ha approfondito i temi dell’ecologia e della cittadinanza planetaria, dell’etica e della solidarietà umana, della politica e della pedagogia, alla quale ha dedicato i suoi testi degli ultimi anni, indicandoci la via per insegnare la comprensione tra individui, gruppi e culture.
Dentro le sue riflessioni c’era sempre anche la sua storia personale, che ha attraversato le tragedie più profonde del Novecento. In tutte le sue battaglie si è adoperato sempre per una causa universale: «Mi dicevo: non devo essere anti-hitleriano soltanto perché Hitler perseguita gli ebrei; devo considerare un interesse più generale, più globale, quello dell’umanità». Una postura che ha caratterizzato la sua azione civile anche in anni più recenti, sempre a difesa dei popoli perseguitati. Lucidità e speranza sono i tratti distintivi della sua vita e della sua attività di ricerca. Non ha ignorato i pericoli del nostro tempo come la proliferazione del nucleare, le minacce alla biosfera, i profondi squilibri economici globali, le insidie della tecnica che sembrano condurre l’umanità verso la catastrofe. Ma ha sempre ricordato che a volte accade l’improbabile. Portava l’esempio della Grecia del V secolo avanti Cristo: una piccola città come Atene che ha resistito per due volte a un immenso impero. Nessuno avrebbe scommesso su quel risultato, eppure da quella resistenza hanno preso vita esperienze decisive per la storia umana come la democrazia e la filosofia. «Il tesoro dell’umanità è nella sua diversità creatrice, ma la fonte della sua creatività è nella sua unità generatrice», è uno dei messaggi centrali della sua opera ma anche il filo che ha attraversato la sua lunga vita. Ci mancherà la voce di un’intellettuale europeo capace di visione, speranza e autentica curiosità. Non ci resta che farla nostra, riprendendo in mano i suoi libri, assumendo il suo sguardo sul mondo e sul genere umano.
Edgar Morin, il maestro della complessità
Daniele Zappalà, Parigi
Gigante del pensiero contemporaneo, ha cercato di abbattere i confini tra le varie discipline. La moglie: «Fino all'ultimo è rimasto attento al mondo»
Gigante del pensiero con forti inclinazioni politiche di sinistra, è stato autore di un'opera variegata, nota ben oltre i confini francesi, che si contrapponeva alla sociologia tradizionale, presentandosi come una riflessione sull'umanità basata su dati scientifici. «Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero», ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. «Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci», ha aggiunto. Non gli piaceva rivendicare la propria originalità, sentendosi animato soprattutto dallo «spirito della valle», ovvero la capacità di raccogliere le acque di versanti diversi, secondo un’etica dell’apertura. Anche per questo desiderio d’evitare ogni chiusura, Edgar Morin godeva della reputazione di saggio, ben al di là delle comunità sociologica e filosofica. Da sempre rispettato per la densità, il fulgore e l’eccezionale longevità del suo itinerario intellettuale, come mostra pure tutta una collezione di lauree honoris causa.
Senza tregua, Morin si è sforzato di definire le condizioni d’equilibrio fra la tradizione umanistica e le mutazioni odierne accelerate da «tre motori»: scienza, tecnica, economia. In proposito, aveva scritto: «L’umanesimo non dovrebbe più essere portatore di una volontà orgogliosa di dominare l’universo. Esso diventa essenzialmente quello della solidarietà fra gli umani, la quale implica una relazione ombelicale con la natura e il cosmos». In quest’ottica, dagli anni Ottanta, divenne un punto di riferimento anche grazie alla teorizzazione e promozione di un «pensiero complesso» capace di superare gli steccati disciplinari. Un pensiero incentrato sulle relazioni, secondo dinamiche di scontro, complementarietà, concorrenza o cooperazione.
La parola «complesso», amava ricordare, significa «ciò che è intessuto assieme»: un approccio dunque indispensabile per indagare innanzitutto l’essenza dell’umanità, senza più tracciare frontiere artificiali fra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due sfere, sosteneva, continuano a nutrirsi e a costruirsi a vicenda, secondo una logica non lineare, ma di tipo ricorsivo. Riflessioni sviluppate ad esempio in Il paradigma perduto: che cos’è la natura umana?, tradotto in Italia da Bompiani. Fra i titoli più rappresentativi del suo pensiero, si possono citare i 6 volumi de Il Metodo, pubblicati lungo oltre un quarto di secolo (1977-2004) e tradotti in Italia da Raffaello Cortina. Ma nell’opera di Morin, l’attenzione non si è mai del tutto scostata dalle sfide più scottanti sullo sfondo, o fra le pieghe, dell’attualità. Un atteggiamento intellettuale pugnace che molto doveva all’esperienza giovanile come partigiano in prima linea durante l’occupazione nazista della Francia. Del resto, prima di quella svolta, Edgar Morin si chiamava Edgar Nahoum, ma il nome di battaglia finì per imporsi su quello all’anagrafe. Era nato a Parigi nel 1921 in una famiglia ebrea con ascendenze che conducono fino a Salonicco. Gli anni della guerra coincisero pure con l’iscrizione al Partito comunista francese, dal quale s’allontanò fin dal 1949.
L’attenzione al presente l’aveva condotto ad includere appieno l’ecologia nella propria riflessione già nei primi anni Novanta, ad esempio in Terra-Patria (Raffaello Cortina), saggio sintetico scritto in collaborazione con Brigitte Kern. Un libro le cui tre citazioni in epigrafe la dicono lunga sull’umanesimo riattualizzato che ispirava Morin: «Occorre ricomporre il tutto» (Marcel Mauss); «Ci servono dei mondiologi» (Ernesto Sabato); «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio). In un’ottica quasi pedagogica, Morin invitava l’umanità alle soglie di un nuovo millennio a prendere coscienza delle coordinate comuni nei destini di ogni popolo, poiché «è attraverso queste prese di coscienza che possono ormai convergere i messaggi venuti dagli orizzonti più diversi, gli uni dalla fede, altri dall’etica, altri dall’umanesimo, altri dal romanticismo, altri dalle scienze, altri dalla presa di coscienza dell’età di ferro planetaria». Integrare punti di vista e modi di conoscere per assicurare all’umanità un futuro più sostenibile e maturo: è il programma onnivoro che Morin si è sforzato di difendere e portare avanti fino all’ultimo, scrivendo e tenendo conferenze. Tanti i riconoscimenti ricevuti, compreso il premio Nonino, come "maestro del nostro tempo" (2004).
Pur rivendicandosi agnostico, amava dialogare con i credenti, riconoscendo l’importanza di forme di religiosità di fronte alle grandi sfide contemporanee. Il verbo relier (unire) è stato sempre centrale nella sua riflessione. Al contempo, fondamentale era per lui la distinzione fra «sopravvivere», ovvero limitarsi prosaicamente a soddisfare i bisogni vitali, e «vivere», ovvero immergersi nella poesia di ogni giorno. Negli ultimi anni, del resto, ricordava d’aver sognato di darsi alla letteratura, prima di sentire che quella non sarebbe stata la sua strada. Nel 1950, incoraggiato da personalità come il filosofo Maurice Merleau-Ponty, entrò al Cnrs (Centre nationale pour la recherche scientifique), conducendovi importanti studi transdisciplinari, con un’attenzione speciale alla comunicazione e ai media. Autore di più di un centinaio di saggi tradotti in una trentina di lingue, fondatore e animatore di riviste, cinefilo ed egli stesso realizzatore di documentari, intellettuale giramondo accolto nei più prestigiosi consessi, in particolare in Europa e America Latina (con un debole pure per l’Italia), Morin resterà, per tanti, colui che non si è mai tirato indietro di fronte al dovere d’interpretare il presente.
Dovere e Stupore
29 giugno ricorrenza nascita Antoine de Saint-Exupéry
Roberto Mussapi
«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano». Antoine de Saint-Exupéry scrive queste parole semplici e incisive nella dedica al Piccolo principe, il suo capolavoro. Noi non possiamo cancellare il bambino che siamo stati. La perdita di quella creatura comporta la cessazione dello stupore, l'impossibilità di meraviglia, e, con il trascorrere del tempo, l'insorgere di un'angoscia fredda e inconsapevole, privata persino della disperazione e della rabbia che possono esplodere dall'angoscia, e vincerla. Spento in sé il bambino che fu, l'uomo si muove nel mondo convinto di sapere tutto, per poi rassegnarsi di fatto, passivamente, a non comprendere nulla. La necessità della sopravvivenza del bambino può essere però equivocata: un uomo non può giocare a vita con le figurine Panini (peraltro lodevoli) e piangere ogni volta che scoppia il tuono e il cielo lampeggia. Peter Pan è il modello negativo del bambino che non cresce mai, anche se ha barba, impiego e figli. Il bambino deve crescere, superare fasi di iniziazione, diventare prima ragazzo e poi, letteralmente, uomo: capace di assumersi le responsabilità della propria vita, cosa che non potremmo mai chiedere a un bambino. Ma nella sua vita responsabile non può cessare di stupirsi, divertirsi, incuriosirsi. Sognare e scoprire avventure.
L’eterna giovinezza di Antoine
Enzo Romeo
I grandi autori della letteratura sono sempre giovani, perché le loro opere attraversano il tempo e hanno da dire qualcosa di attuale alla generazione presente. Così è per Antoine de Saint-Exupéry: a centovent’anni dalla nascita lo percepiamo ancora come un compagno di viaggio, un po’ mattarello e scavezzacollo, ma pieno di passione e di fuoco interiore, capace di guidarci su sentieri fascinosi alla scoperta del cuore umano.
Saint-Exupéry venne al mondo a Lione il 29 giugno 1900 da una famiglia di antico lignaggio. Il suo ambiente di provenienza era quello della piccola nobiltà di provincia, monarchica e cattolica, ormai in decadenza all’affacciarsi del nuovo secolo. A quattro anni perse il padre, morto improvvisamente per un ictus cerebrale, ma la sua fu comunque una fanciullezza serena, grazie soprattutto alla presenza di mamma Marie, donna profondamente religiosa e piena di carità, oltre che artisticamente sensibile. Fu proprio la magia dell’infanzia uno degli elementi di maggiore ispirazione per la letteratura e il pensiero di Saint-Exupéry. In Pilota di guerra (1942) scrisse che l’infanzia è il «grande territorio da dove ognuno è uscito».
Studiò presso i fratelli delle Scuole cristiane, i gesuiti e i padri marianisti, ma per lui, amante del volo, i “dogmi” religiosi erano zavorre che impedivano allo spirito di librarsi liberamente in aria. Servì da pilota nella linea Parigi-Dakar e fece l’esperienza di caposcalo in una sperduta località della costa atlantica, ai margini del Sahara. In Argentina avviò i primi collegamenti aerei con la Patagonia e conobbe la moglie Consuelo Suncin, che lo spronò a misurarsi con la narrativa. Sarà lei la rosa «unica al mondo» di cui prendersi cura, pur tra mille tradimenti e contraddizioni. Nel 1929 il successo di Corriere del Sud consacrò Saint-Exupéry scrittore, attività che non separò mai da quella di aviatore. Le molteplici e spesso drammatiche avventure di volo alimentarono la sua produzione letteraria, offrendo simboli e sostanza. Oltre ai racconti già citati, completano la sua produzione Volo di notte (1930), Terra degli uomini (1939) e Il Piccolo Principe (1943). Cittadella, narrazione elegiaca in cui si possono trovare tante metafore sull’uomo e su Dio, uscirà postumo nel 1948.
I suoi raid aerei esprimevano la voglia di innalzarsi sopra le cose, guardare tutto dall’alto e avere una visione purificata della vita. La Terra ritrovava un aspetto di armoniosa bellezza, riconciliata finalmente con il Cielo: «Le montagne, i temporali, le sabbie, ecco i miei dei familiari» (lettera a Nelly de Vogüé, 1937). I lunghi viaggi, specialmente di notte, erano un lavaggio dell’anima; sparivano i dettagli della superficie terrestre e rimaneva visibile solo la luce delle stelle; tutte le preoccupazioni che si credevano capitali pian piano erano cancellate.
La solitudine feconda del cielo si incrociò in Saint-Exupéry con quella altrettanto prolifica del deserto. Quando nel 1927 fu assegnato al piccolo scalo del Sahara poté fare la sua «cura di silenzio» (lettera a Henry de Ségogne), in un luogo dove ogni cosa aveva un significato differente e si diveniva quasi spiriti disincarnati. Un’esperienza trasferita nella favola de Il Piccolo Principe. Il dialogo tra l’ometto e il pilota avviene tra le dune, mentre cercano una sorgente a cui dissetarsi: «Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile». Frase che rimanda all’altra, celeberrima: «L’essenziale è invisibile agli occhi». L’invito è a cercare la fonte d’acqua sorgiva nascosta da qualche parte nel nostro deserto personale.
Il deserto è anche il luogo in cui Saint-Exupéry scriveva per lunghe ore, seduto in una cella, simile a un monaco nella propria clausura. In effetti, amava il canto gregoriano e diceva di volersi ritirare un giorno nel monastero benedettino di Solesmes, nella Loira. Avvertiva inconsciamente che lì, e lì soltanto, c’era qualcosa di importante e di inesprimibile, capace di dare pienezza alla propria vita.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Saint-Exupéry prestò servizio come pilota ricognitore: non voleva uccidere ma sentiva il dovere di dare il proprio contributo alla patria minacciata dal nazismo. La capitolazione della Francia lo portò all’esilio volontario a New York, dove scrisse Il Piccolo Principe, tornando subito dopo al fronte, in Nord Africa. Nonostante i limiti di età, riuscì a entrare nella sua vecchia squadra di ricognizione aerea. Era cosciente di mettere a repentaglio la sua vita, anche per le condizioni fisiche rese precarie dai tanti incidenti subiti in carriera. Il suo amico comandante tentò invano di convincerlo a non volare; Saint-Exupéry spiegò di non poter restarsene in pantofole mentre in Francia chi leggeva i suoi scritti rischiava la deportazione. Aveva già visto negli occhi la morte e non aveva paura di affrontarla. «Morire non è niente quando si sa per chi si muore» disse. «Si muore per un popolo, per amore, per l’uomo». Il suo aereo fu abbattuto al largo di Marsiglia il 31 luglio 1944 e il suo corpo non fu mai ritrovato.
Negli ultimi anni di vita il conflitto bellico, la visione di un’umanità accecata dall’odio fratricida lo avevano portato a ripensare a quei valori — umani e religiosi — che erano stati il nutrimento della sua infanzia e giovinezza. Lasciati in un angolo, sebbene mai dimenticati, apparivano in quel frangente strumenti utili a salvare la civiltà minacciata dalla barbarie. In fondo, rifletteva, per cosa avevano offerto la vita i suoi compagni di pattuglia caduti in missione, se non per un certo gusto delle feste di Natale? «Il salvataggio di quel sapore, nel mondo, gli sembrava giustificare il sacrificio della loro vita. Se noi fossimo stati il Natale del mondo, il mondo si sarebbe salvato attraverso di noi» (Pilota di guerra, capitolo XXIV). E quando volle esprimere il concetto di responsabilità richiamò l’olocausto di Gesù, che si è sacrificato, pur innocente, per tutti: «Comprendo per la prima volta uno dei misteri della religione da cui è uscita la civiltà che io rivendico come mia: “Portare i peccati degli uomini…”. E ciascuno porta i peccati di tutti gli uomini» (ibidem).
Saint-Exupéry fu un esploratore dell’assoluto, alla ricerca di qualcosa che riempisse di senso l’esistenza. Se il “qualcosa” cercato dall’autore del Piccolo Principe fosse Dio, e in particolare il Dio dei cristiani, rimarrà per sempre un mistero. Di sicuro, il pilota-scrittore fu interprete delle inquietudini dell’uomo moderno, del suo nomadismo spirituale e di quella bellezza inafferrabile di cui avverte una profonda nostalgia.
Nell’attesa del giorno senza risposte
Signore,
cerco a tentoni le tue divine linee di forza.
Procedo verso di Te alla maniera dell’albero
che si sviluppa secondo le linee di forza del suo seme.
Il cieco non sa nulla del fuoco.
Ma ci sono, nel fuoco, linee di forza sensibili alle palmi delle mani.
E lui cammina attraverso i rovi, poiché ogni trasformazione è dolorosa.
Signore,
procedo verso di Te, per tua grazia, lungo il pendio che fa divenire.
Non spero di essere illuminato dalle patetiche apparizioni di arcangeli,
poiché non mi direbbero nulla che valga la pena.
Esigo un indizio nel deserto dell’abbandono.
Cammino formulando delle preghiere che non vengono esaudite
e tuttavia ti lodo, Signore, per il fatto che tu non mi risponda,
poiché se trovo quello che cerco, Signore, ho finito di divenire.
Signore,
so che essere sapiente non significa dare una risposta
e amare significa non fare più alcuna domanda.
Il silenzio è il porto della nave
e il silenzio di Dio è il porto di tutte le navi.
La preghiera è fertile nella misura in cui Dio non risponde.
Il noviziato dell’amore non lo fai se non durante l’assenza dell’amore.
Sono le selci e i rovi che alimentano l’amore.
Signore,
quando un giorno riporrai nel granaio la Tua Creazione,
spalancaci le porte e facci penetrare là dove non ci verrà più risposto,
perché non ci sarà più alcuna risposta da dare,
ma solo la beatitudine, soluzione di ogni domanda e volto che appaga.
(Antoine de Saint-Exupéry, da Cittadella)
«Il Piccolo Principe»
e la Bibbia
Giancarlo Pani
Il Piccolo Principe è il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry ed è anche uno dei libri più letti nel mondo. Dopo la Bibbia, sembra avere il secondo posto in classifica, insieme a Pinocchio di Collodi. È stato tradotto in 220 lingue e perfino in alcuni dialetti (dal gallurese al milanese, al napoletano, al friulano; dall'aragonese in Spagna all'esperanto e perfino al guaranì). In Italia è costantemente presente nelle classifiche dei libri più venduti. Nel mondo si parla di circa 140 milioni di copie vendute.
Un autore moderno sostiene che fra qualche secolo due libri qualificheranno il Novecento, come il Medioevo è stato contrassegnato dalla Divina Commedia di Dante e l'epoca elisabettiana dall'opera di Shakespeare: essi sono Il Castello di Franz Kafka, e appunto Il Piccolo Principe [1]. Il primo descrive l'alienazione e l'assurdo del nostro tempo, la dilacerazione e la solitudine, la dipendenza e il senso di abbandono. Il secondo descrive la nostra vita in mezzo a un deserto che avanza senza fine: se racchiuda una fontana che disseti il cuore e dove essa sia, questo è il problema [2].
L'opera di Saint-Exupéry costituisce anche uno dei libri più amati dai piccoli e dai giovani. Qualcuno si è chiesto se sia un libro per bambini, oppure un finissimo studio psicologico per adulti. Non ha senso porsi tali domande di fronte a un capolavoro, perché è un libro che nutre lo spirito, e quindi è buono per tutte le età. Saint-Exupéry ha saputo donarci, con il grande amore che lo animava, «l'acqua che può far bene anche al cuore» [3].
Di certo, nei suoi settant'anni di vita, Il Piccolo Principe, apparso prima in inglese nel 1943 e poi in francese nel 1945, è uno dei libri più conosciuti nel mondo: un primato non indifferente, considerando che, per la letteratura, la sua comparsa è piuttosto recente.
Oggi c'è una novità per il capolavoro di Saint-Exupéry: uno scrittore ha cercato minuziosamente il sostrato biblico che è sotteso al racconto [4]. Ed è una sorpresa che aumenta le ragioni del valore spirituale del Piccolo Principe, già di per sé moltissime.
Il successo del libro è dovuto alla sua modernità. Si rimane ammaliati dalla prima all'ultima pagina di questa fiaba, indefinibile a causa dell'originale spontaneità. La linea narrativa, intensamente dinamica, è fatta di impulsi successivi, concordi ed emotivamente efficaci. Gli episodi sono molti, e generano una costellazione di nuovi inizi e un clima di attesa quasi eroica. L'aeroplano in avaria nel deserto, che il pilota con pochissimi mezzi e scarsi viveri cerca di riparare. L'incontro con uno strano e originalissimo personaggio che è un «piccolo principe» piovuto da un minuscolo pianeta, il quale interroga e non dà risposte.
Egli ha perfino viaggiato su diversi pianeti, dove incontra bizzarri personaggi che lo lasciano sconcertato dalla stranezza delle «persone adulte» e dall'infelicità della loro esistenza. Porta con sé nel cuore il ricordo di un fiore che trasfigura la sua originaria solitudine. Gli episodi si succedono rapidi e imprevedibili. Prima il deserto, poi l'incontro con il principino, la rosa, il pianeta infinitesimo, le stelle del cielo, il pozzo, il mistero del serpente giallo, l'addomesticamento di uomini e di animali, infine l'effimero e l'eterno.
Meraviglioso l'affetto del piccolo principe per la «sua» rosa (in francese è une fleur [5], ma anche la rose, e in italiano a volte è tradotto «il fiore», meglio «la rosa»). È amore vero ed è pure la prova di una fedeltà sofferta e luminosa, perché il tempo dedicato alla «sua» rosa la rende così importante: egli l'ha curata, l'ha innaffiata, l'ha difesa, l'ha amata. Altrettanto bella è l'amicizia che nasce e si sviluppa tra l'autore e il principino, il loro dialogo, il loro reciproco interesse, il legame che si crea, che a volte è semplice, a volte difficile, altre volte oscuro.
L'amicizia e l'amore costituiscono il tema poetico più alto della fiaba. Ma si rimane affascinati anche dagli altri temi che vi ruotano intorno. Il silenzio, con la sua simbologia più profonda: non si raggiungono i valori dello spirito se non nella concentrazione; il deserto,con la sua infinita solitudine, segno del silenzio dell'anima e immagine dell'aridità del cuore. E poi il tema dell'acqua e della sete, che simboleggiano le aspirazioni più profonde di ogni uomo e ne qualificano il progresso spirituale. Infine il segreto che la volpe confida al principino e che rappresenta la pagina più famosa e più alta di tutti i libri di Sanit-Exupéry: «Il mio segreto è molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi» [6].
La novità vera del libro si illumina di sapienza e riguarda non solo il Piccolo Principe, ma tutti noi, il nostro mondo, la società in cui viviamo. Il libro descrive il quotidiano di ogni uomo, visto in una trasparenza che è, insieme, folgorante e dimessa, ordinaria e straordinaria.
«Il Piccolo Principe» e la Bibbia
Il Piccolo Principe è ora pubblicato in una nuova traduzione di Vincenzo Canella, con un prezioso commento a cura di Enzo Romeo: il libro è chiosato con la Bibbia, con l'Antico e con il Nuovo Testamento [7]. Una fusione eccezionale: uno dei libri più letti al mondo si amalgama con il Libro dei libri, il più letto inassoluto. E non è un caso, perché il testo, nella sua semplicità, tracima in ogni pagina di allusioni alla Parola di Dio, e sono innumerevoli e sorprendenti. Suscita stupore il fatto che i poeti, quando devono dire l'essenziale, ricorrano quasi sempre all'immaginario religioso; e la figura del Piccolo Principe è certamente intrisa di religiosità.
Quando aveva 17 anni, SaintExupéry ha scritto in una lettera alla madre: «Ho letto un po' di Bibbia: che meraviglia, che semplicità potente di stile e spesso di poesia. I comandamenti sono dei capolavori di legislazione e di buon senso. Dovunque le leggi della morale emergono nella loro utilità e bellezza: è splendido» [8]. Nel Piccolo Principe l'autore rivela una non comune conoscenza della Sacra Scrittura.
Il curatore, nel 2012, aveva pubblicato uno studio, L'invisibile bellezza. Antoine de Saint-Exupéry cercatore di Dio, in cui esplicitava l'anelito religioso dell'autore. «Saint-Exupéry - scriveva - è stato un esploratore dell'assoluto, sempre alla ricerca di qualcosa che riempisse il suo cuore e desse un senso alla propria vita. [...] Il qualcosa [...] può chiamarsi Dio, ovvero l'invisibile per eccellenza?» [9]. La risposta è in questo libro, e l'autore la avvalora con una accurata ricerca biblica parallela al testo del Piccolo Principe.
Il volume si compone di una doppia struttura: la pagina di destra contiene il testo della fiaba, quella di sinistra, leggermente colorata in beige, i passi biblici a cui l'autore rinvia implicitamente nel racconto. Non sono pochi, e sono molto interessanti, tanto che il commentatore chiama il libro un «Nuovissimo Testamento» [10]. Benché nei suoi scritti non nomini quasi mai Gesù, e nemmeno parli esplicitamente di fede, Saint-Exupéry evoca costantemente testi biblici. La sete di cui si è parlato rinvia al dialogo sull'acqua di vita con la donna Samaritana del capitolo 4 del Vangelo di Giovanni. La rosa rappresenta, oltre che la moglie dell'autore, la figura del Padre, a cui il Figlio desidera ritornare al termine del suo pellegrinaggio terreno. Degna di nota è la scomparsa del corpo del principino dopo la sua «ascensione» al piccolo pianeta da cui è venuto, come il corpo di Gesù scomparso dopo la sua morte.
Nel libro, l'accenno all'acqua che lo salva nel deserto ricorda il beduino che disseta Saint-Exupéry - che sta per morire di sete dopo l'incidente aereo nella Cirenaica - e che gli offre prima una purea di lenticchie per rilassare la gola gonfia e secca, e poi l'acqua. In Terra degli uomini lo scrittore reinterpreta l'episodio del piatto di lenticchie di Giacobbe ed Esaù di Gen 25,29-34, ma esalta il beduino come l'«Uomo salvatore»: «Quanto a te che ci salvi, beduino della Libia, [...] sei l'Uomo, e mi appari col volto di tutti gli uomini insieme. Non ci hai nemmeno guardati in faccia e ci hai già riconosciuti. Sei il fratello beneamato. E a mia volta ti riconoscerò in tutti gli uomini. Mi appari illuminato di nobiltà e di benevolenza, gran signore che hai il potere di dare da bere. In te, tutti i miei amici e i miei nemici camminano verso di me, e non ho più un solo nemico al mondo» [11].
Nel Piccolo Principe si può rispecchiare ogni uomo alla ricerca del significato della propria vita, che è poi la ricerca della verità. Per questo non meravigliano i rinvii alla Bibbia. La convergenza dei simboli fa del libro una guida allavita spirituale. Ecco la novità di Saint-Exupéry: è nuovo l'occhio, lo sguardo che si affaccia su altri volti del mondo. È nuovo il sistema dei sensi, lo stupore dell'anima, il rispetto per il mondo quotidiano in cui penetra di forza e che afferra di sorpresa sotto angolature insospettate. Dove ciò che conta è la vita dell'uomo, sia quella del piccolo principe o dell'aviatore in panne nel deserto, sia quella di ogni persona. Contano gli affetti da cui quella vita è nata e di cui si alimenta, le speranze che l'accompagnano, le ferite irreparabili che segnano una morte prematura (e pare già di vedere la morte dell'autore, che un anno dopo la pubblicazione del Piccolo Principe scompare per sempre con il suo aereo nel Mar Tirreno). E conta pure la straordinaria forza interiore che lo proietta verso l'assoluto, che altro non è se non la meta della sua più intima ricerca.
Questa pagina letteraria costituisce per l'autore l'espressione finale della sua esistenza di uomo. E la forza della parola è data dalla lealtà del vivere, dalla sincerità del dono di sé, dal rifiuto di guardarsi in faccia e raccontarsi, dal fatto che in questa lunga fiaba l'autore non inventa nulla, non racconta alcuna interiorità ipotetica o fittizia, non adombra alcuna velleità di essere quello che non è e di vivere quello che non ha vissuto. Il suo mestiere è di essere un uomo e solo marginalmente uno scrittore: qualcuno che non parla di sé e dice tuttavia quanto ha esistenzialmente chiarito e analizzato in se stesso, nella sua vita. Perciò il confronto con la Bibbia appare ancora più illuminante per cogliere il messaggio di salvezza che Il Piccolo Principe vuole darci: il confronto della propria vita con la Parola di Dio e con il fratello che incontri sulla tua strada. Quella vita che, oltre ad essere la propria, è anche la crescita umana, la stessa che fa davvero la storia, la grande storia del mondo.
NOTE
1. Cfr E. DREWERMANN, L'essenziale è invisibile. Una interpretazione psicanalitica del Piccolo Principe, Brescia, Queriniana, 1993, 11.
2. Ivi, 12.
3. ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Le Petit Prince avec des acquerelles de l'auteur. Commentaire par Antoine Fongaro, Roma, Angelo Signorelli, 1956, 93.
4. ID., Il Piccolo Principe commentato con la Bibbia, a cura di ENZO ROMEO, Milano, Ancora, 2015.
5. ID., Le Petit Prince..., cit., 75.ID., Il Piccolo Principe..., cit., 135.
6. Il libro a cura di Enzo Romeo comprende una introduzione, una postfazione e una nota biografica dell'autore.
7. Ivi, 7.
9. E. ROMEO, L'invisibile bellezza. Antoine de Saint-Exupéry cercatore di Dio, Milano, Ancora, 2012, 7.
10. ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Il Piccolo Principe..., cit., 174.
11. Ivi, 175; cfr ID., Terra degli uomini, Milano, Mursia, 2007, 155 s.
Ingeborg Bachmann, ancora
25 giugno ricorrenza nascita
Federico Ferrari
Ho guardato per anni le fotografie di Ingeborg Bachmann. Credo che vi ricercassi un’entrata secondaria per penetrare nel labirinto della sua opera. Le ripetute letture non erano, infatti, riuscite a rendermi intellegibile la complessità della sua opera e della sua persona. Era come se, di decennio in decennio, il segreto contenuto nelle sue frasi, nei suoi versi e nelle sue fotografie si allontanasse da dove mi trovavo. Poco importava che il mio “luogo” mutasse inevitabilmente con il passare degli anni, mentre la sua opera risultava essere ormai compiuta da quel 17 ottobre del 1973, in cui la scrittrice austriaca, nella sua amata Roma, dopo lunga agonia, lasciava questo mondo.
In fondo, la sua scrittura, così asciutta, talvolta spigolosa, a volte un po’ impacciata, ma sempre al di là di ogni messaggio codificato, di ogni banale scrittura a tema, mi portava a fare esperienza di un mondo instabile eppur solidamente resistente a ogni astrazione. Mostrava, col suo fraseggio intricato, quanto inutile fosse cercare di afferrare tra le grinfie del concetto quel che sfugge da ogni parte fluendo verso il nulla: l’esperienza stessa del reale.
La vita – la vita che Bachmann consumava senza risparmiarsi, bruciandola nella passione (una passione che la rendeva, inesorabilmente, indifesa) – scivolava, spostandosi sempre altrove, in una sorta di non-luogo o di spazio utopico al quale era rimandato o demandato il senso dell’esistenza. La sua scrittura era una partitura sui cui righi si inscriveva un’arte della fuga, con tutti i suoi slanci in avanti e i suoi punti d’arresto, le sue apoteosi e le sue catastrofi. Proprio come nei suoi ritratti, in cui si alternano sorrisi radiosi a sguardi funerei, i suoi libri oscillavano e si dipanavano, tra interruzioni e silenzi, per tutta l’ampiezza della sua opera da Il tempo dilazionato a Non conosco mondo migliore, da Il trentesimo anno sino a Malina, da Luogo eventuale a Letteratura come utopia.
Questa impossibilità di fissare un insieme eterogneo di testi, a volte incompiuti, dentro a una gabbia interpretativa o a un’immagine esemplare, non si presentava, però, solo come un’esperienza in sé straniante, se non angosciante, come potrebbe sembrare, ma piuttosto come un’infinita attesa o rinvio a un ancora, a un istante sempre ancora a venire, in cui il senso – dell’opera? di una vita? (quale vita? la sua? la nostra?) – si prolungava, si dilazionava, si prorogava indefinitamente, più che essere rinviato sine die a causa della sua assenza.
C’era come una linea messianica, di profonda e fiduciosa attesa, che si rivelava e nascondeva, si rivelava nascondendosi, tra le pagine di Bachmann. Una linea sottile, mai davvero esplicitata ma nemmeno mai occultata del tutto. Il suo era, ancor prima di un messianismo etico (incentrato sulla questione della giustizia), un messianismo sensibile, inscritto nel suo corpo, nella sua inesausta richiesta di felicità come senso che si dà in e per tutti i sensi. Un messianismo come attesa e pegno di felicità dei corpi e dei sensi.
Ecco, se, oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, mi chiedessero cosa animasse la scrittura di Bachmann direi la ricerca infinita di una felicità reale o di una realtà felice. Il suo problema non era, come molti sembrano ancora credere, quello dell’invenzione di una lingua. O meglio se esisteva il problema di una lingua, di un inevitabile lavoro sul linguaggio, era solo per trovare parole che fossero capaci di porsi all’altezza del reale, di una realtà che sola poteva far accedere al sogno di felicità, alla necessità di felicità che ogni corpo porta dentro di sé.
Bachmann, proprio grazie alla sua estenuante ricerca sul linguaggio, all’attenzione indirizzata verso il ritmo interno alla lingua, fingendo mimeticamente di adattarvisi, poneva fuori gioco ogni sperimentalismo neoavanguardista di quegli anni. Il fine della scrittura, infatti, non era, per lei, la lingua ma la realtà. Il linguaggio veniva concepito “solamente” come la scala wittgensteiniana che, una volta utilizzata per raggiungere la realtà, può essere gettata. Certo, poteva essere necessario, talvolta, anzi sempre, riprendere la scala e nuovamente arrampicarsi fino a nuove altitudini o discendere verso nuove profondità della realtà, poiché la realtà non è un’entità immobile, non è l’Essere, che una volta afferrato resta uguale a se stesso per sempre. La realtà è, più semplicemente e più radicalmente, un coacervo, mutevole e inafferrabile, di percezioni e sentimenti, spesso confusi tra loro e senza fissa dimora. Da qui, l’idea di una letteratura come utopia, come ricerca senza fine del luogo utopico della realtà. La letteratura era, per lei, esperienza ossimorica di una realtà che oscilla tra il qui dei nostri corpi e l’utopia di una speranza di felicità a venire e grazie alla quale la realtà assume un senso. La letteratura come luogo utopico del reale.
Scrivere, in fondo, per Bachmann, significava dare una possibilità ulteriore a quel desiderio o a quella speranza di reale felicità che ogni essere umano, se non ogni essere vivente, porta in sé.
Come tutti coloro i cui occhi sono velati di tristezza, anche Ingeborg Bachmann era abitata da una sorta di forza indisgiuntiva degli opposti: si dava in lei tristezza perché aveva conosciuto la realtà della felicità e si dava in lei esperienza della felicità perché aveva provato sulla propria pelle, e fino in fondo, la disperante caduta e l’abbandono. La scrittura era un modo di lasciare traccia di questa oscillazione inevitabile, di questo alternarsi di dolore e gioia, di solitudine e condivisione, di scrittura e realtà. Una forma di accogliente saluto alla vita, alla sua dismisura.
Così, ritornando a sfogliare le sue fotografie, l’iconografia dell’autrice, là dove la scrittura diventa tangente alla singolarità assoluta di un corpo, e guardando i suoi occhi, lungo tutti questi anni, mi è parso di intravvedere la nuda realtà delle sue parole, intrise di un coraggio disperato e di una cieca fiducia nell’avvenire. Detto altrimenti – ma in fondo non si tratta che di questo: dire altrimenti – ho compreso la sua mai spenta attesa dell’altro, la sua volontà di esporsi a un desiderio che strazia e rende felici, la sua passione per il semplice esistere, per le cose, per i volti e per tutto quello che la luminosità del mondo mostra.
Chiudendo un suo testo del 1955, la ventinovenne Bachmann, quasi in una sorta di autoprofezia, in cui la parola e lo sguardo convergono per aprirsi al reale e al tempo che non smette di venire, scrive “ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma anche che gli occhi ci sono dati per vedere”. Vedere coi propri occhi, vedere negli occhi degli altri. Ancora e ancora. Sembra poco, ma forse è tutto.
“Scriveva poesie. Ciò stupì un poco gli amici. La sua mente raziocinante l’aveva fatta apparire più incline alla saggistica. Inoltre quegli anni erano particolarmente antieroici, antipoetici. Predominava il discorso, trionfava la frase più scarna possibile. Eppure Ingeborg covava una liricità che nulla aveva a che fare col ragionamento. Cantava, trasformando il pensiero in immagini che solcavano la pagina, a grappoli, con parole di fuoco. Tutte le più strane combinazioni potevano avvenire in mezzo ai versi: irruzione di sgomento e colpa, ammonizioni, verdetti, tragiche consapevolezze, estasi nei confronti della parola.”
Grazia Livi, Le lettere del mio nome, La Tartaruga
*
Così parlò
e la luce
si spense,
scrisse, e
un uomo cadde a pezzi
come un vestito vecchio.
La tortura
*
Dalla terrazza più alta
volevo saltare,
sono salita a piedi
lungo la scala di servizio, per
i domestici, e ho origliato
alla porta le risate
nelle mie stanze, mi hanno scoraggiata. Un cadavere,
subito dopo colazione, lo avresti
preso male
Sulla terrazza più alta
*
Andai dunque nel deserto. La luce si rovesciò su di me, l’eruzione del cielo, il suo odore nitido, ardente, mi è divenuto familiare. Sono fuggita, anzi mi sono ribellata, allontanata dalla clinica, mentendo ho fatto sparire le mie tracce, mi sono procurata il siero con dei pretesti, ho simulato che la vista si annebbiasse e di poter stare a galla, senza dover annaspare con le braccia, ho falsificato i referti. Non c’è più bisogno di menzogne qui, tutti guardano fisso dinanzi a sé, tutti hanno uno sguardo che non promette più nulla.
da Il libro Franza, Adelphi
*
Ma non vogliamo parlare dei limiti,
e limiti attraversano ogni parola:
spinti dalla nostalgia li oltrepasseremo
e poi saremo in armonia in ogni luogo.
Von einem Land, einem Fluss und den Seen
Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui anzi il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo. Far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi.
Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar
Alla poetessa austriaca, nata a Klagenfurt nel 1926, gli occhi si sono aperti in Italia, a Roma.
Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere S.P.Q.R. […] Qui a Roma il Tevere è bello, ma trascurato. L’isola Tiberina è un’isola di malati e di morti. Al Ghetto non bisogna lodare il giorno prima che faccia sera. […] Giordano Bruno continua ad essere bruciato ogni sabato, quando si smantella il mercato. A Roma ho visto che tutto ha un nome e ho capito che bisogna conoscere i nomi.
Quel che ho visto e udito a Roma
Arrivata a Roma, quasi per caso, nell’autunno del 1953 e senza poter spiegarne il vero motivo Ingeborg Bachmann ci rimase fino alla sua morte precoce nel 1973. A differenza della maggior parte degli scrittori tedeschi o austriaci che arrivano in Italia sulle tracce di Goethe e con lo sguardo nordico di chi ammira i monumenti e la storia, per la Bachmann vivere in Italia fu una cosa naturale e non sentì il bisogno di tematizzare e di citare Roma nelle sue opere. Anzi, diceva di avere una “doppia vita” abitando nel cuore di Roma e scrivendo opere ambientate a Vienna. Per lei Roma fu una “città aperta con un carattere utopico”, una “città a strati” dove riuscì semplicemente a trovare una “sensazione di patria intellettuale”. In questa Roma dal carattere utopico lavorò ininterrottamente al ciclo Todesarten (Modi di morire), una serie di romanzi che dovevano avere come tema la morte dovuta alla società. Summa della sua opera è Malina dove afferma la necessità della sofferenza tramite le parole: “La lingua è castigo. Tutte le cose devono entrare in essa e devono poi scomparire secondo la colpa e secondo la misura della loro colpa.”
Nikola Harsch
*
Roma e Vienna, la doppia vita della Bachmann
“Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere S.P.Q.R.” (Ingeborg Bachmann, Quel che ho visto e udito a Roma). Ingeborg Bachmann, poetessa e scrittrice austriaca, visse per molti anni a Roma dove morì a causa di un terribile incidente il 17 ottobre 1973.
Nacque a Klagenfurt (Carinzia) nel 1926 e passò la sua infanzia lì, vicino al confine con l’Italia. Nel 1945 lasciò la casa dei genitori e dopo un anno di studi a Innsbruck e a Graz si trasferì a Vienna dove rimase fino alla laurea in filosofia e dove cominciò anche a scrivere poesie e radiodrammi. Nel 1952 fu invitata da Hans Werner Richter, insieme a Paul Celan e Inge Aichinger, al decimo congresso del Gruppo 47 che nel 1953 le assegnò un premio per la raccolta di poesie Il tempo dilazionato. Nello stesso anno accettò un invito a Ischia da parte del compositore Hans Werner Henze. Partì per l’Italia lasciandosi alle spalle l’Austria dove non sarebbe più ritornata tranne che per brevi visite. A Ischia scrisse le poesie della raccolta L’Invocazione dell’Orsa Maggiore e furono in molti a dire che il suo stile si fosse trasformato positivamente con il trasloco.
Nell’autunno del 1953 la Bachmann venne a Roma per la prima volta. La decisione di trasferirsi nella capitale fu dettata dal bisogno di guadagnare: per un anno scrisse come corrispondente per vari giornali tedeschi. La sua idea fu quella di restare a Roma soltanto per qualche mese ma ci rimase molto di più benché non poté mai spiegare il vero motivo della sua decisione. Si stabilì nella capitale e presto entrò a far parte della scena letteraria romana.
Collaborò alla rivista letteraria Botteghe Oscure e tradusse le poesie di Giuseppe Ungaretti, si interessò di Morante e Manganelli, scrisse un saggio sulla relazione tra la letteratura italiana e quella tedesca e conobbe gli scrittori tedeschi che vivevano a Roma, tra cui Marie Luise Kaschnitz e la figlia Iris, Hermann Kesten e quelli che frequentarono come loro l’Istituto di Studi Germanici a Villa Sciarra. Spesso le venne chiesto perché avesse scelto di vivere proprio a Roma. Lei descrisse Roma come “una città aperta” con “un carattere utopico” dove si riesce ad avere “una sensazione di patria intellettuale”. In uno dei suoi pochissimi testi su Roma, Quel che ho visto e udito a Roma del 1954, descrisse proprio questo.
Nel 1957 Ingeborg Bachmann lasciò Roma per alcuni anni. Si trasferì a Monaco di Baviera dove accettò un posto in televisione come drammaturgo. Conobbe lo scrittore svizzero Max Frisch con il quale fu legata in una relazione molto movimentata fino al 1962. Con lui visse tra Roma e Zurigo, ma fu soltanto dopo la fine del loro rapporto che nel 1966 decise di ritornare definitivamente a Roma. Abitò in Via Bocca di Leone 60 (oggi una lapide ricorda gli anni dal 1966 al 1971) e dopo si trasferì in Via Giulia 66 dove visse fino alla morte. Soffrì di gravi problemi di salute dovuti alla sua farmacodipendenza ma nonostante tutto lavorò ininterrottamente al ciclo “Modi di morire”, una serie di romanzi che dovevano avere come tema la morte dovuta alla società. Summa della sua opera narrativa è Malina (1971), primo romanzo del ciclo; il secondo romanzo del ciclo, Il caso Franza, rimase incompiuto.
Quando la Bachmann parlò della sua vita a Roma alla fine degli anni Sessanta, la chiamò Doppelleben, doppia vita. I suoi racconti della raccolta Il trentesimo anno e anche i romanzi furono, infatti, ambientati esclusivamente in Austria mentre lei viveva nel cuore di Roma. “Sto meglio a Vienna perché sono a Roma; senza questa distanza non potrei immaginarla per il mio lavoro.”
Ingeborg Bachmann non fu la tipica poetessa venuta dal Nord, piena di ammirazione per l’Italia con la sua storia e i suoi monumenti, non sentì il bisogno di descrivere continuamente la città eterna come lo fecero molti dei suoi colleghi tedeschi. Sottolineò spesso che per lei vivere in Italia fosse qualcosa di normale visto che era cresciuta vicino al confine. Fu a Roma che trovò la libertà e la forza per concentrarsi sul suo lavoro di scrittrice e dove seguì un impegno ben preciso: “Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nascondere le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi” (Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar).
Il dolore di cui la Bachmann parlò come via verso la percezione di una realtà diversa è quello della guerra, il “dolore troppo precoce” che aveva provato quando le truppe di Hitler invasero Klagenfurt, l’amara scoperta della volontà di distruzione, del desiderio di supremazia che si cela nelle relazioni umane, delle “ombre cupe” che accompagnano la vita di tutti i giorni.
Nikola Harsch, l’Unità, 17 ottobre 2003
*
È buio fitto davanti alla finestra, non posso aprirla e premo il viso contro il vetro, non si riesce a vedere quasi niente. Lentamente ho l’impressione che il fosco specchio d’acqua potrebbe essere un lago e sento gli uomini ubriachi cantare sul ghiaccio un corale. So che dietro a me è entrato mio padre, ha giurato di uccidermi, e mi metto svelta tra la lunga tenda pesante e la finestra, in modo che non mi sorprenda a guardare fuori, ma so già quello che non debbo sapere: in riva al lago c’è il cimitero delle figlie uccise.
da Malina, Adelphi
Era proprio uno strano meccanismo il suo, viveva senza un solo pensiero in testa, immersa nelle frasi degli altri che immediatamente doveva ripetere come una sonnambula, ma con suoni diversi: di “machen” sapeva fare to make, faire, fare, hacer e delat’, era capace di girare ogni parola come su un rullo per ben sei volte, soltanto non doveva pensare che machen significava veramente machen, faire fare, fare fare, delat’ delat’, questo avrebbe reso la sua testa inservibile e lei doveva stare molto attenta a non venire un giorno travolta da quella valanga di parole.
da “Simultaneo”, Tre sentieri per il lago, Adelphi
Il rogo è eretto sul Kurfürstendamm, angolo Joachimsthalerstraße. C’è il black-out dei giornali. Nessuno dei giornali con cui si può accendere il fuoco è uscito. L’edicola è vuota, non c’è neanche la giornalaia. La gente esita, poi ciascuno si fa coraggio e prende un ciocco. Alcuni si portano subito a casa il ciotto sotto il soprabito, altri cominciano lì sul posto a incidere nel legno col temperino quel che gli salta in mente: segni solari, segni di vita. Un aio di persone fanno osservazioni volgari e dicono che la legna è umida. Un uomo decrepito alza il suo ciocco e grida: sabotaggio! Li lasciamo cadere in mano agli altri! E davvero i ciocchi corrono già in cerchio, ognuno passa all’altro un ciocco, ma nessuno scherza col fuoco, tutti sono molto ragionevoli. Ben presto la legna è finita e il traffico riprende. Tutt’a un tratto i giornali escono, prima i giornali piccolissimi, con lettere in grassetto nero, con sottolineature cotennose, con grasso freddo in eccedenza che sgronda ai margini. Poi i giornali grandissimi, quelli magri, stracotti, ricoperti di brodo pallido, che si prendono in mano coi guanti.
da Luogo eventuale, Se
9 giugno ricorrenza morte Fernanda Romagnoli
Poesia e spiritualità in Fernanda Romagnoli
Rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Nella poesia di Fernanda Romagnoli la parola poetica è caratterizzata da una componente fortemente spirituale, a tratti mistica, in grado di raggiungere vette di visionarietà e tragicità che solo pochissimi altri poeti (e poetesse) del ‘900 sono riusciti ad eguagliare. Nei versi della Romagnoli si respira una forte inquietudine, mai celata o addolcita da una qualche forma di retorica: le parole della poetessa sono parole di carne, di sangue e luce.
Poesie da La folle tentazione dell’eterno (Interno Poesia 2022)
Quando
Dammi la tua mano da stringere
quando riprende il mattino
dal cinerino velo dell’inizio,
quando al sudario del cielo
l’oriente getta una rosa
consumando il supplizio
della resurrezione della carne.
Dammi la tua mano da stringere
quando erompe la rosa del sole
e dall’ombra annientata si spande
la gloria e l’indizio:
– si ridestò, non è qui! –
Quando il mio Dio m’assedia
da un’aurora qualunque,
al mio povero corpo imponendo
il suo innesto divino
la folle tentazione dell’eterno:
ed io, abbagliata, più non mi difendo
– confitta dal limo terrestre
come uno spino. –
Memento
se a te mi toglieranno
prima ch’io non credessi,
creatura mia, ripensa con letizia
che vissi e che t’ho amato.
Sappi che il tempio è pronto
solo quando lo spazio lo ricolma
fino all’eco dell’ultima vetrata.
Non soffierà da gola di fontana
secca tosse di vento,
che tutta l’acqua non sia già stillata
fino all’estrema goccia della Grazia:
se quanto basti a un grembo di conchiglia,
o totale battesimo,
questo – figlia – da Lui già calcolato.
Spiaggia libera
Già la cruna di luci, già un albore
di nebulosa attesta la città.
Fermiamo. Spiaggia libera.
Liberi odori. Un nitido silenzio,
qui, come un’altra povertà. Qui fiori
di carte sparse, i flutti
neri, le palafitte della luna.
<<Sono essi gli inganni – o siamo noi
qui gli stranieri>>: la mia voce annega
nella sua bocca. E saggio lui, non chiede
che il suo breve presente. Sa che d’oggi,
di ieri, di domani – nulla avanza.
Di noi, di tutti, nel mare dei millenni:
nessuna testimonianza.
Marinaio
In un cassetto: un guanto.
Non la mente, ma il tatto ricompone
nella mente la forma d’una mano.
In un cassetto: cinque cartoline
da cinque porti.
Ricordo vecchio – ha perso
la luminosa scaglia dell’inganno.
Diceva <<Parto: non per abbandonare,
ma per cercare>>. Poco vi riuscì,
se viaggiando tant’anni in tanto mare
di sé non scorse tracce.
Ma <<andare>> e <<stare>>:
non sono le due facce
della stessa medaglia?
Ad occhi chiusi
E mentre dormi, e dura l’armistizio
fra l’anima ed il corpo suo sudario,
vorrei scenderti in petto, mescolarmi
allo stormo dei palpiti al comizio
dei sentimenti. In mia balia, sorpreso
senza sigilli: stai come un diario
di bordo pieno d’isole e di venti,
come un albero offerto al plenilunio.
Terribile e indifeso (questo taglio
fra i cigli, fino all’anima…) E non oso
più decifrarti. Sacro
– simile a morte – il tuo riposo. Meglio
che incognite le sigle, che i cifrari
siano confusi. Meglio
ch’io seguiti ad amarti ad occhi chiusi.
Una riflessione sulla poesia di Fernanda Romagnoli, di Paolo Lagazzi
Quando, in un anno lontano, durante un’estate appenninica a Casarola Attilio Bertolucci mi prestò Il tredicesimo invitato di Fernanda Romagnoli, non sapevo ancora nulla di questa tragica e struggente, ferita e sublime poetessa. Come la maggior parte dei lettori italiani di poesia non avevo mai nemmeno sentito pronunciare il suo nome. (…)
Dove mai, quando mai altri poeti moderni avevano, in Italia e non solo, toccato simili, sfolgoranti altezze visionarie e mistiche o erano sprofondati in tali abissi di verità creaturale, di strazio umano, di estatica povertà? Quale altra lirica di natura sapienziale aveva saputo smuovere le radici della parola fino a farne una musica misteriosamente capace di coniugare laceranti dissonanze e imprevedibili armonie, duri strappi al cuore e onde d’immensa forza espansiva?
(dalla prefazione a La folle tentazione dell’eterno)
Fernanda Romagnoli, nata nel 1916 a Roma da una famiglia piccoloborghese, si diplomò alle magistrali e poi in pianoforte all’Accademia di Santa Cecilia. Sposatasi con Vittorio Raganella, militare di carriera, visse sempre accanto a lui e alla loro unica figlia Caterina lavorando come maestra elementare. Gravemente malata per molti anni, morì nel 1986. Le sue poesie, pubblicate tra il 1943 e il 1980 in sole quattro raccolte (Capriccio, Berretto rosso, Confiteor e Il tredicesimo invitato), sono testi altamente drammatici, segnati da un’intensità visionaria, da una passione mistica e tragica unica nel Novecento italiano. Sebbene poeti come Carlo Betocchi, Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni abbiano creduto in lei e si siano adoperati per promuoverne l’opera, la sua grandezza non è stata ancora riconosciuta davvero. La folle tentazione dell’eterno, la più ampia scelta dei suoi versi finora apparsa in Italia, vuole contrastare l’indifferenza che per troppo tempo ha avvolto questa creatrice di liriche potenti e perfette, vibranti di dolore e arse da un immenso pathos metafisico, percorse dai venti ingovernabili dello spirito e innervate da un’inesausta, tormentosa ricerca dell’assoluto.
“Per ventagli di luce”. Sulla poesia di Fernanda Romagnoli
Giorgio Anelli
“Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze che non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle”
Non so quanto possa convenire al giorno d’oggi ‒ del resto, oggi come allora ‒ parlare di una poetessa come Fernanda Romagnoli. Da poco ‒ e per fortuna ‒ sono uscite numerose sue poesie in una raccolta dal titolo entusiasmante: La folle tentazione dell’eterno (Interno Poesia).
Del resto, poco m’importa del rischio che corro o che correrei. Di cosa poi? Di esser tacciato di amare la poesia, forse? D’altronde, se non si rischia nella vita come in poesia, vivendo l’istante inattuale del presente, cosa potremmo fare di noi? Anticipare il futuro, provando sensazioni che probabilmente mai mostreranno il vero senso delle cose…
Ciò nonostante, rimango costantemente affascinato da una figura femminile come la sua, che pubblicò soltanto quattro raccolte tra il 1943 e il 1980. Gravemente malata per molti anni, morì poi nel 1986.
Leggo quasi quotidianamente i suoi versi. Non sapevo nulla di lei fino a poco tempo fa. E stasera, arrivando in una Torino quasi primaverile e grigia, ho portato con me il libro. E lo apro, come son solito fare, a casaccio; per irrompere nel caso, fustigando l’errore del pregiudizio.
Così, eccomi davanti a una poesia che presto o tardi mi riporterà a fare i conti con me stesso:
Preghiera
Più m’inoltro, più resto sulla soglia.
Più prossima mi sento
per ventagli di luce
al limitare ‒ più sul viso oscura
pende la foglia,
ch’è sempre la penultima,
o l’ultima: o la prima,
dopo tanto girare,
se la rosa dei venti m’ha ingannata,
se la memoria scialba tornò al posto
della fronda spezzata.
Perché, dopo tutto, io prego, sì. Eppure la mia cara madre, come un monito, mi disse poco tempo addietro di fare i conti con la mia coscienza; poiché, così proruppe: È dentro di te che sei sporco!
Comunque, non voglio assolutamente raccontare i fatti miei. Semmai mi chiedo, leggendo la Romagnoli, dov’io sono e dove il destino mi sta portando. Giacché è il destino a chiamarci, e non il contrario. Difatti, di una cosa sono convinto: non sono le azioni dell’uomo a determinarne le sorti, bensì le scelte compiute, a farci accettare o meno un compimento o l’altro.
Tuttavia, dov’io sto andando già lo riconosco in divenire. Da dove vengo, pure mi è chiaro ‒ con rispetto, e all’inverosimile. Quello di cui piuttosto ora sento la mancanza, è proprio e casomai il presente. Ma non di un mordere la vita come sono abituato a fare, quasi fossi (e per certi versi non lo escluderei) un animale. Si tratta ‒ tutt’al più e per l’appunto ‒ di un dialogo con l’Altro:
Ma Tu, dovunque effuso ad ascoltare,
presente ma nascosto,
zitto come l’uccello avanti l’alba:
non dove sei ‒ rivelami ov’io sono.
Mio Dio, se t’abbandono
io sarò abbandonata.
Chiedersi dove siamo veramente, nel profondo del nostro cuore, forse sarà la chiave di volta in un mondo spesso abituato all’abbandono. Chiederselo pregando, per quanto mi riguarda, è la sfida lanciata al destino sconosciuto e affascinante di ogni giorno.
Vita di Fernanda Romagnoli
Roma 1916 - Roma 1986
Barbara Martini, Paola Pozzo
Un destino di silenzio, lo definì qualcuno. E così sembra essere stato il destino di Fernanda Romagnoli. Assente in molte antologie, dimenticata, ignorata. Eppure Paolo Lagazzi la definisce “una poetessa grandissima”. E una poeta così grande non può e non deve rassegnarsi a un destino di silenzio. Non può e non deve essere un’ombra nella Storia.
Prima o poi qualcuno lo scopre:/io sono già morta/da viva.
Nasce a Roma il 5 novembre 1916. A diciotto anni si diploma in pianoforte al conservatorio di S. Cecilia, e a vent’anni conclude gli studi magistrali, da privatista. Tra il 1941 e il 1944 lavora come impiegata nel Consiglio Nazionale delle Ricerche.
La sua prima raccolta di poesie, Capriccio, viene pubblicata nel 1943, edizione Signorelli, con la prefazione di Giuseppe Lipparini. L’anno successivo si trasferisce a Erba con la famiglia, e poi torna a Roma nel 1946. Si sposa con Vittorio Raganella, un ufficiale di cavalleria con il quale dal 1948 al 1965 vive a Firenze, Pinerolo e Caserta. Infine Roma.
Tra il 1961 e il 1965 è maestra in alcune sedi di montagna. Ma perlopiù sarà moglie, madre, e poeta. Ruoli che non s’intersecano, abiti che Romagnoli indossa scompagnati. Come se la vita e la scrittura fossero due strade parallele, e questo la porta a vivere costanti sensi di colpa.
Io nel buio, in catene, a un palmo/da voi.
È del 1965 la seconda raccolta di versi, Berretto rosso, pubblicato da Sestante. Sono i primi anni Settanta che la vedono amica di Carlo Betocchi e Nicola Lisi, e nel 1973 esce la terza raccolta di poesie, Confiteor, edita da Guanda. Questo fu possibile grazie ad Attilio Bertolucci che dirà della sua poetica “uno scontro tra il quotidiano e il visionario”.
Io distendo le mani, che vi piova la chiarità…/tu aprimi i capelli/o brezza di levante.
Romagnoli passa dallo stampo ottocentesco della prima raccolta, a liriche visionarie e metafisiche. Una poetica che all’inizio parla di comunione di elementi, la natura percepita a livello sensoriale, un’atmosfera panica che ricorda D’Annunzio e Pascoli, con reminiscenze quasi leopardiane.
[…] i grandi fiori/dissetati splendevano, che un tempo/come piccoli pugni si serravano/per resistere a un marzo di gran vento.
Negli anni Settanta, Fernanda Romagnoli collabora con alcune riviste letterarie, «La Fiera Letteraria» e «Forum Italicum», per la radio Approdo. Scrive quelle che saranno le poesie de Il tredicesimo invitato che uscirà nel 1980 per Garzanti. La poesia che dà il titolo alla raccolta riporta a quel destino, al vivere in disparte.
Grazie – ma qui che aspetto? /Io qui non mi trovo. Io fra voi/sto come il tredicesimo invitato, /… E all’improvviso capisce/che siede un’ombra al suo posto:/che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.
Il senso di inadeguatezza e l’estraneità alla vita sociale che Romagnoli vive, e soffre, sono espliciti, tangibili, e ne scaturisce un’insoddisfazione che la fa sentire scomoda dentro qualunque ruolo. Moglie, madre e poeta. Ruoli che non riuscirà mai a gestire come vorrebbe.
Avrà un difficile rapporto con la figlia, con la quale non farà in tempo a spiegarsi veramente. Scrive una poesia per lei, che fa così:
Si stringe chiusa, dura, /come nelle sue ciglia/la margherita sotto il temporale… Ma il mattino /dritta come una pianta, /spensierata, m’è presso il capezzale/che con l’aroma del caffè mi canta/ “sveglia”, col carillon del cucchiaino.
Vive ogni ruolo con sensi di colpa, che serpeggiano nelle sue poesie. Poesie che, tralasciate le atmosfere naturalistiche, si concentrano sugli oggetti di uso quotidiano. Oggetti da cui ci separiamo a fatica, così vicini ma al tempo stesso così estranei. La poesia Oggetti è dedicata proprio a loro.
I piccoli oggetti, i piccoli/amici schiavi, che tirano/troppo in lungo la vita! … Gli ipocriti inermi! Bisbigliano/ aiuto, pietà.
Talvolta gli oggetti sono intrisi di significati metaforici, come nella poesia Bruco, dove Romagnoli osserva con lucidità e freddezza una vita che finisce. Solo un feroce distacco dalle cose le permette di sopportare il pensiero della morte.
Tagliato in due col suo frutto/il bruco si torce, precipita/nel piatto, ove un attimo orrendo /sopravvive al suo lutto.
Questo scrivere delle piccole cose di tutti i giorni ricorda la poetica di Kavafis. Ma il quotidiano è una tenaglia che stringe forte e Romagnoli si trova a vivere un continuo conflitto interiore, un conflitto dell’anima, e un senso di precarietà che la farà sentire estranea alla vita stessa.
Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga, /reietta, indesiderabile. Tu transfuga/dal soffio dell’origine. /… Per registri e frontiere:/non esisti.
Fernanda Romagnoli si muove tra un forte desiderio di ribellione e un’amara rassegnazione al quotidiano.
Morte, se vieni per condurmi via, /lascia che ombra su ombra/io ripercorra la gente. /In quest’incrocio di rotte/casuali, ci siamo incontrati/ - fra vivi – così inutilmente.
Paragonata a Salinas, Caproni e Carducci, Romagnoli viene accostata anche a un’altra poeta, Emily Dickinson. Entrambe propense all’isolamento, a quel vivere in disparte, un certo distacco dal resto del mondo. Un distacco totale per Dickinson che vivrà tra le mura domestiche, reclusa nella propria stanza, mentre Romagnoli, pur non arrivando a questo estremo, vivrà in disparte, silenziosa, come un ospite che non vuole disturbare. E, come per Dickinson, nella poetica di Romagnoli emerge la tensione al divino.
Con Lui non abbiamo contatti. /Firma e sigillo: l’impronta del suo pollice…/ Le finestre non guardano che pietre, / da che segarono l’albero e l’uccello/portò altrove il suo canto.
Quella di Romagnoli è stata definita una poesia dell’anima. Anima che ha bisogno di evadere, spaziare, essere libera.
Così a portata d’anima! / «Tu aspettami!» /Non udì. Sfavillò vuota la cruna. /Anima – o forma umana:/ah, già svanita.
Ma c’è un altro aspetto che ci fa ricordare Dickinson: il dolore, la malattia. Proprio il dolore, a partire dagli anni Settanta, sarà un compagno sgradito ma fedele di Fernanda Romagnoli. Un’epatite contratta nel periodo bellico la costringerà, nel 1977, a subire un intervento chirurgico al fegato. Nonostante i ripetuti ricoveri, Romagnoli non trascura la poesia.
Poi ti raggiungerò/là dove – abbandonata/la via terrestre, simile/a rotaia in disuso – s’incammina lo spirito, esitante.
In questo verso la vita viene paragonata a una rotaia in disuso, una similitudine come se ne trovano tante nelle sue liriche. E si trovano anche metafore, anafore, rime e assonanze.
Questo cuore mio, gonfio di pietre, / suona ancora conchiglie/ e il sudore dell’anima concima praterie di camelie.
E ancora:
…se tu l’ami, lei non ha colpa. /Ma io la vorrei morta.
Se in vita Romagnoli ebbe un breve periodo di notorietà, veloce come una meteora, dopo la morte sprofondò nell’oblio.
Voglio alzarmi. Ho paura. /Nel pozzo del cranio/ - senza uscita -. Nel buio sacrario/sconsacrato.
Alcune poesie inedite saranno pubblicate poco prima della sua morte dal quotidiano «Reporter», grazie a Ginevra Bompiani e Gianfranco Palmery, e dalla rivista «Arsenale».
Ma sarà solo nel 2003 che Donatella Bisutti, dedicandoci anima e corpo, riuscirà a far ripubblicare, dall’editore Sheiwiller, Il tredicesimo invitato. Ma fu un’altra meteora, poi ancora quel destino che ritorna, di nuovo il silenzio. Di nuovo l’oblio. È per questo che abbiamo voluto scrivere di lei, e per lei. Perché ancora una volta potesse uscire da quel silenzio.
E affacciati guardando fluttuare/questa frangia di sera sui palazzi, /che di sprazzi vermigli ci colora.
Riportiamo il pensiero di Barbara Lanati circa la sua biografia su Emily Dickinson, facendolo nostro e dedicandolo a Fernanda Romagnoli.
Avrei voluto che fosse stata lei a parlare di sé. Lei tuttavia non c’è. Nonostante la sua assenza, non voglio attribuirle ciò che lei non avrebbe voluto le fosse attribuito. Né voglio offrirne un’immagine in cui non avrebbe voluto riconoscersi.
Fernanda Romagnoli muore all’età di settant’anni, a Roma, presso l’Ospedale Sant’Eugenio. È il 9 giugno 1986.
Fu feroce/il dettato di resa. In un minuto/la tua carne divenne un ectoplasma/dai gesti incomprensibili.../Maturavi/sola - nella placenta della morte.
Giuseppe Ungaretti-poeta
1 giugno ricorrenza della sua morte
Ungaretti e la ricerca di Dio
attraverso
la porta del dubbio
Pubblichiamo alcuni stralci dal primo capitolo del libro Interrogare la fede. Le domande di chi crede oggi (Torino, Lindau, 2011 pagine 99, euro 12).
Lucio Coco
Il poeta Ungaretti è un uomo ferito (cfr. Pietà in: Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1972, p. 168) che chiede a Dio di chinarsi sulla sua e nostra debolezza e di mostrarci una traccia: "Dio, guarda la nostra debolezza. / / Vorremmo una certezza". Ma può registrare solo il vuoto, "il gran vuoto della sua anima, la sua consapevolezza d'essere stato abbandonato a sé, la tremenda sua solitudine" (Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo. Saggi e interventi, Mondadori, Milano, 1974, p. 200), e riconoscere in questa vertigine del sentimento dell'assenza il terrore del vuoto e "l'orrore di un mondo privo di Dio". Egli sente, ed è un sentire che è anche testimonianza, che Dio è divenuta una parola impronunciabile oggi: "Dio, coloro che t'implorano / Non ti conoscono più che di nome" (Pietà, p. 168). La sua immagine si è frammentata sotto la furia iconoclasta del secolo e si è ritirata in una zona grigia e oscura che confina con il sogno: "E tu non saresti che un sogno, Dio?" (Pietà, p. 170).
È profondo il solco lasciato da queste domande irrisolte: "Ma Dio cos'è? / / E la creatura / atterrita / sbarra gli occhi" (Risvegli, in: Vita di un uomo. Tutte le poesie, p. 36), che consegnano l'uomo a una percezione abissale e confusa di sé: "In questo oscuro / (...) // Mi vedo abbandonato nell'infinito" (Un'altra notte, in: Vita di un uomo. Tutte le poesie, p. 72), e affidano il mondo a una dimensione enigmatica e obliqua.
Sotto la lente di un osservatore "sbigottito di non sapere" si consuma il dramma non solo conoscitivo ma anche teologico ed esistenziale dell'uomo moderno perché "dove la distruzione di Dio è compiuta, dove non è più dibattuto il problema divino, con che cosa [la mente] colmerà il vuoto lasciato in essa e che la potenza dei secoli e degli istinti mantiene spalancato?" (Vita di un uomo. Saggi e interventi, p. 230). Ma forse è anche necessario che sia così, perché possiamo imparare a conoscere e a chiamare Dio con altri nomi, che pure sono i suoi nomi, e a trovarlo con altri modi e in altre circostanze, per certi versi inusuali, come l'interrogazione, il dubbio, la domanda che non trova risposta: "La speranza d'un mucchio d'ombra / E null'altro la nostra sorte?" (Pietà, p. 170).
Il Dio di questo secolo è qui, su questo discrimine di senso e non-senso, che vuole essere cercato e trovato. Diversamente si correrebbe il rischio di coltivare una vana spiritualità che non può soddisfare le menti problematiche oppure incerte della modernità. Trovare Dio dove la scena è ormai distrutta e muta: questo è il compito che Dio dà al poeta e a noi.
Come una cifra segreta risalta nel paesaggio sconsacrato la nudità dell'anima del poeta: "Ma ben sola e nuda / senza miraggio / porto la mia anima" (Peso, in: Vita di un uomo. Tutte le poesie, p. 34) e il suo essere solo (cfr. Pietà, p. 168).
Dio ora vuole essere interrogato dalla solitudine dell'uomo, dal suo lamento che non trova senso. Troppe cose ricordano all'uomo la sua precarietà, il suo destino che non riuscirà mai a ricomporre la sua vita in un disegno chiaro. Egli vuole che si arrivi a Lui attraverso questo passaggio dell'anima stretta che dubita e medita.
Dio resta "l'eterno tormento degli uomini, sia che s'ingegnino a crearlo sia a distruggerlo" (Vita d'un uomo. Saggi e interventi, p. 230) perciò la sua dimostrazione deve essere cercata pur nell'impossibilità che ha l'uomo di dimostrarne l'esistenza. È vero.
C'è troppo dolore intorno, troppo caos, troppo sangue innocente perché si possa dire "Credo": "Nel cuore dell'uomo non c'è, come sempre, che notte, non ci sono, come sempre, che crolli" (Vita d'un uomo. Saggi e interventi, p. 782). E anche Cristo si unisce a questo silenzio. Anch'egli partecipa di questo distacco, di questa separazione, della diastasi della divinità dal mondo. Lo scenario devastato della seconda guerra lo rivela in maniera evidente e mette ancor di più in luce la solitudine dell'uomo. Come la domanda su Dio anche la domanda su Cristo sembra non trovare risposta. E se al colmo della crisi solo nel negativo della bestemmia, che viene letta come una preghiera rovesciata, è possibile farsi un'idea di Dio: "E per pensarti, Eterno, / Non ha che le bestemmie". (Pietà, p. 171), analogamente al poeta giunge a risultare "blasfemo" - "Ora che osano dire / le mie blasfeme labbra" - anche il quesito che chiede al Figlio di Dio il perché di tanto scempio al mondo: "Cristo pensoso palpito, / Perché la Tua bontà / S'è tanto allontanata?" (Mio fiume anche tu, p. 228).
Ma per quanto fragile possa essere l'uomo, "per quanto impotente nel fondo della sua notte elementare" (Vita d'un uomo. Saggi e interventi, p. 525), il semplice dubbio che "la sua vita non è pura sordità, che qualche cosa c'è da fare su questa terra" assume quasi il significato di una prova di Dio. L'uomo si è trasformato in una domanda; l'uomo della modernità non può più dare risposte. Eppure tutto ancora deve compiersi nell'orizzonte di un qualcosa ("un punto, una formula") che "esiste e dà alla vita il suo senso, il suo oriente" (Vita d'un uomo. Saggi e interventi, p. 525). La difficoltà ad affermare Dio e la facilità a negarlo sono ancora sua regione e suo territorio, provincia di Dio nella quale abitano gli uomini di oggi.
Il suo volto odierno è così, un volto incerto, che non dà certezze. Eppure anche la sua non risposta alla domanda che è l'uomo, ne connota l'essenza e introduce l'uomo nella dimensione della fede, quella più ineffabile e sfumata, quella dove il sì e il no quasi non si distinguono.
È così infatti la fede dell'uomo: una domanda continua, ininterrotta che confina sempre con il silenzio, che strappa al silenzio qualcosa, ma poi si richiude in se stessa. L'esperienza religiosa di Ungaretti è strettamente legata a questa intuizione: "Chiuso fra cose mortali / / (Anche il cielo stellato finirà) / / perché bramo Dio?" (Dannazione, in: Vita d'un uomo. Tutte le poesie, p. 35).
La domanda dell'uomo può bastare perché possa recuperare il senso della trascendenza e farsi un'immagine .dell'Assoluto, se mai ne sia possibile una in questo secolo e se non sia stato sempre così e sempre la stessa è la distanza tra l'uomo e l'Infinito. "L'essere umano, lo voglia o no, è nella sua responsabilità legato al segreto universale dell'essere, a Dio".
Chi è Ungaretti?
Chi è Giuseppe Ungaretti? Nato ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da genitori emigrati da Lucca, Giuseppe Ungaretti è considerato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. La sua biografia è un intreccio straordinario di geografie e culture: l’Egitto dell’infanzia, Parigi e la Sorbona, le trincee del Carso e del Bois de Courton durante la Prima guerra mondiale — dove nasce Il Porto Sepolto (1916) —, il Brasile, Roma. Una vita in movimento, segnata dall’esilio, dalla perdita, dalla fede e da una ricerca incessante sul linguaggio poetico che ha rinnovato la letteratura italiana del XX secolo.
Questa pagina raccoglie i ritratti che Giuseppe Ungaretti fecero poeti, critici, giornalisti e amici nel corso di oltre cinquant’anni: da Eugenio Montale a Quarantotti Gambini, da Giuseppe De Robertis ad Ardengo Soffici, fino alle parole dello stesso Ungaretti in una lettera del 1947. Un mosaico di voci diverse — ammirate, ironiche, affettuose — che insieme restituiscono la complessità di un uomo e di uno scrittore.
Un ritratto di Giuseppe Ungaretti pubblicato su «Le Ore», n. 45, 11 novembre 1965 dalla mostra curata da Cizerouno "Trieste, invenzione della mia anima"
Ritratti di Giuseppe Ungaretti
«L’antico»
Giuseppe De Robertis
«Bambino di mille anni»
Vinicius de Moraes
«La iena egiziana»
Eugenio Montale
«Giuseppe Ungaretti
fu Antonio
e fu Maria Lunardini
diploma Studi superiori filologia Università Parigi
nato ad Alessandria d’Egitto
il 10 febbraio 1888 –
tutta la guerra in trincea
nel 19° fanteria col
grado di soldato –
croce di guerra italiana
e francese –
sul Carso
in Francia – Bois de Courton
coniugato con Jeanne Dupoix
e due figli -»
Nota di Ungaretti, s.d. [ intorno al 1921]
«Ha partecipato al rinnovamento del linguaggio artistico in Italia, collaborando alla «Voce», a «Lacerba» e alla «Ronda» che furono successivamente i principali organi di tale rinnovamento. Fu in seguito, tra le due guerre, l’animatore del settimanale «L’Italia letteraria». Insieme a Jean Paulhan, Bernard Groethuysen, Henri Michaux, e Henry Church, diresse a Parigi per 10 anni fino al 1940 l’autorevole rivista «Mesures» che raccoglieva scritti estetici ed esempi lirici d’ogni paese e d’ogni tempo. […] Dal 1937 al 1943 (1942, n.d.c.) fu titolare della cattedra di letteratura italiana all’università di San Paolo in Brasile. È attualmente ordinario di storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. È ritenuto in Italia il maggior poeta italiano vivente ed è universalmente considerato come uno dei maggiori d’oggi. Giuseppe Ungaretti.»
s.d., Archivio Bonsanti, G.U.II.47.2, cc.3-6
«Ecco: sono nato il 10 Febbraio del 1888 ad Alessandria d’Egitto dove erano emigrati da Lucca i miei genitori. L’essere nato in Egitto ed avervi trascorso ininterrottamente circa diciotto anni (furono, invece, ventiquattro anni, n.d.c.), ebbe anche naturalmente la sua influenza sulla mia poesia. Quel senso di sete, d’arido, di miraggio, di sfolgorante di provvisorio che mi viene dalle apparenze. Ed anche quel senso che le cose che più mi erano vicine, che erano le mie, erano cose lontane, assenti, cose d’esilio. È il punto dove un giorno mi sono ritrovato cristiano.
In Egitto, e dovevo essere molto giovane, tra i 15 e i 16 anni se ricordo bene, intesi per la prima volta il nome di Mallarmé, da parte di un giovane professore di letteratura francese che ci leggeva a lezione di tanto in tanto il «Mercure de France». Furono grandi liti tra Sceab, che ricordo nel Porto Sepolto, sostenitore di Baudelaire, ed io per il quale già in quegli anni, senza saperne ancora troppo il perché, ero di Leopardi e Mallarmé. In quegli anni conobbi anche i volumi di Nietz(s)che che andava traducendo Henri Albert. In Egitto incontrai Pea, e dall’Egitto entrai in relazione con Prezzolini che faceva «La Voce». Partito per la Francia, mi iscrissi a Parigi in Sorbonne dove ebbi illustri maestri: il vecchio Thomas, Jeanroy, Delbos, Lanson e Strowski che in un volume di memorie volle ricordarsi dello strambo discepolo. Al Collège de France frequentai le lezioni di Bergson che in quegli anni commentava Spinoza, e Bédier che preparava la sua edizione critica della Chanson de Roland.
A Parigi incontrai alcuni scrittori italiani; ma a Firenze avevo già conosciuto di persona Jahier e Prezzolini. Erano scrittori, quelli incontrati a Parigi, venuti con Marinetti per un’esposizione di pittura futurista: Papini, Soffici, Palazzeschi. Conoscevo già Apollinaire e gli altri loro amici francesi. E fu così che mi avvenne di collaborare a «Lacerba».
Poi scoppiò la guerra, e trovai, partecipando alle sofferenze di tanta umanità nelle trincee, il segreto umano, il mistero poetico, il segno della mia poesia. Fosti te a pubblicare nella «Voce letteraria» che dirigevi, alcuni versi miei di quel periodo. È del ‘16 l’uscita del mio Porto Sepolto, che Ettore Serra, allora ufficiale commissario della Divisione, raccolse sulle briciole di carte dove le avevano annotate e che conservavo nel tascapane andando da un posto di combattimento a un luogo di riposo (riposi brevissimi, continuamente interrotti, e non si aveva neanche il modo di spogliarci per dormire).
L’ultima parte della guerra la trascorsi al Bois de Courton, in Francia, il mio reggimento essendo stato destinato a far parte del Corpo italiano di spedizione in Francia comandata dal Generale Albricci.
Dopo la guerra mi stabili, dopo un breve soggiorno a Parigi dove presi moglie, a Roma. A Roma era l’epoca della «Ronda». Vi collaborai; ma avevo altre mire. I miei amici della «Ronda» consideravano che l’epoca della poesia in verso fosse tramontata; avevano adottato le idee decadenti di Baudelaire e quelle che attribuivano inesattamente al Leopardi delle Operette morali. Dimenticavano che le cose più belle in verso nacquero al Leopardi dopo le Operette. Io mi misi invece con tutta lena a trovare gli sviluppi della mia poesia del Porto Sepolto, in un canto dove il verso finisse col ritrovare la sua complessità e l’unità strofica. Fu così che nacque il Sentimento del tempo, uscito per la prima volta in volume, con la prefazione di Alfredo Gargiulo, nel 1933.
Invitato dal governo argentino quale membro d’onore del Congresso del Pen Club tenutosi a Buenos Aires nel 1936, essendomi fermato per fare alcune conferenze a San Paolo del Brasile, fui dal governo di quello stato assunto per occupare l’ufficio della cattedra di Italiano di quella facoltà.
Nel 1942 ritornai in Italia. C’è una cosa che forse non si sa bene: nel 1939, o ‘38, essendo ritornato durante le vacanze in Italia, protestai con tale veemenza contro le leggi razziali della campagna antifrancese del governo fascista, che fui fermato mentre stavo nella hall dell’Albergo d’Inghilterra accomiatandomi dagli amici, per ritornare in Brasile dove avevo lasciato la mia famiglia. Solo per l’intervento personale di Mussolini, che avevo conosciuto durante la campagna per l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa nel 1915, mi fu permesso di prendere l’ultima nave (lo seppi poi) che partiva per l’America del Sud.
Il resto: i miei dolori personali, la mia disperazione di fronte al destino umano, e la mia speranza, il mio comportamento nell’ora tragica sono nel mio libro uscito ora, ma scritto giorno per giorno: nel Dolore. Ecco tutto. Non oso rileggere il mio scritto. Perdonami. Rimettilo a posto come vuoi».
Lettera di Ungaretti a de Robertis, 21 dicembre 1947
«E gli occhi del poeta sorridente sono due righe di luce in quel suo volto così caratteristicamente mobile. (Al contrario di quasi ogni altro volto, quello di Ungaretti si apre, si spalanca nell’indignazione e nel corruccio, virgolato bizzarramente dal corrugare dei sopraccigli; e invece si raccoglie, si restringe nella cordialità e nell’affetto – pure illuminandosi – con un sorriso che pare un sogghigno)».
P.A. Quarantotti Gambini, «Il Giornale di Trieste», 18 novembre 1949
«Lui ha un viso illuminato e macerato da tanti lustri di meditazione e patimenti; e divenutone espressivo e forte, e lui lo sa, più di qualsiasi altro; e ha mani magre, nervose, e, dicono tutti, belle e parlanti come di rado».
Lettera di Ungaretti a Bruna Bianco, 27 agosto 1967
«Codesto uomo era un brutto ceffo: calcava un cappellaccio nero, sformato, sopra i capelli lunghi che gli si affacciavano in disordine, ispidi, da sotto la falda. Un paio d’occhiali con lenti tonde, stanghette nere, guarniti di finta tartaruga, gli conferivano un’aria da americano malriuscito».
A. Della Massea, «Il Piccolo», 9 dicembre 1959
«Bisogna rivederlo, bisogna udirlo ancora. Quest’uomo è una specie di coboldo, di troll spaventosamente intelligente. Gioca con pezzetti di vetro lucente che riflettono l’infinito. Chi seppe da noi dire tanto con così poco?»
G. Severi, «Radiocorriere», 1934, n. 22
«[…] Con queste parole Giuseppe Ungaretti ha accompagnato sabato sera una lettura delle sue liriche più significative, tenuta all’Istituto Fascista di Cultura. L’amara veemenza con cui le ha pronunciate tra un balenare minaccioso dei suoi piccoli occhi azzurri, parlando egli a un pubblico di ammiratori e di amici che non si stancavano di applaudirlo, può essere sembrata eccessiva a chi non conosce l’animo di Ungaretti in cui le intemperanze del sentimento nascono sempre da una ferma coscienza, da una fondamentale bontà, da una fede appassionata nella missione morale e civile della poesia, e da uno sdegno altrettanto appassionato contro tutto ciò che gli appare diretto ad offenderla o soltanto a diminuirla […]».
A. Frateili, «La Tribuna», 6 giugno 1933
«[…] In quel periodo ho cominciato a scrivere delle poesie, è sotto il nostro collegio passavano dei funerali, passavano dei funerali musulmani, arabi […] si abitava ad Alessandria d’Egitto, e allora c’era questa specie di… nenia di ciechi che si tenevano per mano che cantavano tutte quelle cose… vede ho fatto anche dei versi così, e forse quello è uno dei primi motivi. Non era una gran cosa, erano… così… dei motivi molto malinconici […]
[…] Io sono nato lontano dall’Italia. Io ho avuto un’educazione italiana ma da lontano e anche non soltanto italiana, ma europea, ma da lontano quindi… è uno strano sentimento, insomma, ma per questo sentimento non si può parlare di rivolta. Ma di… come se fosse avvenuto un taglio… un taglio tra quello che è nostro e… le condizioni nelle quali si è così, per fatalità, costretti a vivere. E questa è una cosa che, difatti, ha prodotto nel mio essere, e non soltanto nel mio essere, qualche cosa che nel mio essere metteva uno squilibrio. […] E il senso di sentirmi lontano da ciò che è mio, un senso di sradicamento no?! […]
Mi sentivo in qualche modo d’essere stato tagliato dall’Italia, tagliato… tagliato da me stesso… è tagliato da me stesso sentivo questo… questo taglio… questo taglio… questo paese che era lontano da me… che era lontano nello spazio e lontano anche perché il mondo, il mondo intorno a me, il mondo delle mie prime emozioni, era un mondo diverso, non era l’Italia. Quindi questo creava in me un senso… questo senso di desiderio… e di colmare questa specie di fosso che c’era tra me e il mio paese… e nello stesso tempo anche questo amore per questo paese nel quale le mie emozioni erano nate […] che durano tutta la vita, erano nate, in un paese che non sarebbe stato mai il mio… certo, queste saranno presenti costantemente nella mia poesia».
Intervista di Jean Amrouche con Giuseppe Ungaretti,
«L’Approdo letterario», marzo 1972, n. 57
«Un po’ curvo sul bastone, ma con il sorriso luminoso e comunicativo. L’eterno fanciullo: questa è l’immagine che dà, a dispetto dei suoi ottant’anni. […] il suo incedere è ancora alquanto spedito, la voce senza affanno».
A. Priore,«Il Piccolo», 20 gennaio 1966
«Negletto l’abito, le spalle curve, i capelli al vento, la bocca a ciantella, tirata giù d’angolo da un mezzo toscano spento, gli occhi felini appena a tratti visibili tra le palpebre semichiuse, parlava con voce ora fievole, lamentevole, quasi spenta, ora stridula, sarcastica, ora alta e squarciata nell’empito del discorso spesso intramezzato da espressioni francesi».
A.Soffici, Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo,
vol. IV Fine di un mondo, Firenze, Vallecchi, 1955
«Le sue spallucce ricurve, la sua faccia pallida e stenta che gli occhi piccoli e sbiaditi, i capelli d’un biondo annacquato contribuiscono a rendere ancora più incolore, il suo magro corpo tutto ossi e angolosità con le braccia scimmiesche e le gambine tentennanti danno un’impressione di pena. La pena che si prova dinanzi a certe creature umane per le quali Iddio non è certo stato largo di favori e la vita grama ha fatto il resto. Ungaretti non è un uomo, è l’ombra di un uomo. Meglio: la devastazione di un uomo. I suoi occhi quasi ciechi debbono compiere un terribile sforzo per riuscire a vedere, la sua bocca sformata assomiglia molto a quella di una vecchia bertuccia. Il resto del corpo non è che un triste spettacolo di disfacimento».
A. Franchi, Il servitore di piazza, Firenze, Vallecchi, 1922
Anne Ancher, "Interno con papaveri rossi", 1905
Carissimi, dedichiamo questo mese di maggio a personaggi che attraverso l'intreccio della loro vita con la scrittura ( "il Maggio dei libri" è una campagna nazionale italiana nata nel 2011 che celebra il valore sociale della lettura) si sono donati al mondo nella luce della Fede.
"Domandano tutti come si fa a scrivere un libro: si va vicino a Dio e gli si dice: mettiti nel mio cuore"
Alda Merini
Dopo un momento che, / piegato il capo, / crollato il mondo, poi ritornò dritto, / uscii fuori (...) I saggi hanno cento mappe / che disegnano universi fitti come alberi, / scuotono la ragione con mille setacci / che accantonano la sabbia / e lasciano filtrare l’oro;/ per me tutto ciò vale meno della polvere / perché il mio nome è Lazzaro e sono vivo».
G. K. Chesterton
Ricorrenza nascita 29 maggio 1874- morte 14 giugno 1936
G.K. Chesterton: 152 anni dopo è un Uomo Vivo
Gulisano Paolo
Il 29 maggio del 1874 nasceva a Londra Gilbert Keith Chesterton, geniale autore di saggi, biografie, romanzi e poemi. Fu uno dei grandi interpreti del genere Mystery, con il personaggio ineguagliabile del prete detective, ma fu anche giornalista di razza, protagonista assoluto della scena culturale inglese della prima metà del Novecento.
Sono passati centocinquant’anni dalla sua nascita, ma Chesterton è più attuale che mai, con la sua difesa della ragionevolezza, con quell’uso magistrale del paradosso che sempre lo caratterizzò. Un paradosso mai fine sè stesso, non un gioco intellettuale, ma un metodo per risvegliare la mente e la coscienza.
Chesterton difese la bellezza della Fede, dell’annuncio della Salvezza che è una persona: Gesù Cristo. E lo fece con passione, con decisione, con simpatia, perfino. Morto a soli sessantadue anni nel 1936, fu veramente un “Uomo Vivo” – come dice il titolo di un suo celebre romanzo. Un cristiano controcorrente. E per questo dopo tanti anni è ancora attuale: perché il conflitto tra la Chiesa e il Mondo sta assumendo – negli ultimi tempi – dimensioni drammatiche.
I primi anni
Quando Chesterton nacque, Londra era la più grande, popolosa e importante città del mondo: il cuore e la mente della civiltà Occidentale e dell’ordine da lei stabilito.
L’adolescenza di Chesterton corrisponde agli anni disperati e crepuscolari del simbolismo e del decadentismo. L’opera di Chesterton è una sorta di medicina per l’anima, anzi, più precisamente può essere definita un antidoto. Lo stesso scrittore aveva in realtà usato la metafora dell’antidoto per indicare l’effetto sul mondo della santità: il santo ha lo scopo di essere segno di contraddizione e di restituire sanità mentale a un mondo impazzito.
Ancora ogni generazione cerca per istinto il suo santo – aveva detto –, ed egli è non ciò che la gente vuole, ma piuttosto colui del quale la gente ha bisogno… Da ciò il paradosso della storia che ciascuna generazione è convertita dal santo che la contraddice maggiormente.
Serenità e speranza
Il modo con cui Chesterton riuscì a contraddire la generazione del suo tempo è stato quello dell’essere felice. Una felicità autentica, che per essere tale non prescinde affatto dal dolore, dalla fatica e dalle lacrime.
La lettura di Chesterton, in sigla GKC, sia che si tratti dei romanzi che dei saggi, lascia sempre nel lettore una grande serenità e un sentimento di speranza che scaturisce non certo da una visione della vita irenistica e mondanamente ottimistica, che è in realtà quanto di più lontano dal pensiero di Chesterton, che denuncia dettagliatamente tutte le aberrazioni della modernità, ma dalla cristiana, virile fortezza dell’esperienza religiosa.
La proposta di Chesterton è quella di prendere sul serio la realtà nella sua integrità, a cominciare dalla realtà interiore dell’uomo e di adoperare fiduciosamente l’intelletto – ovvero il buon senso-nella sua originale sanità, purificato da ogni incrostazione ideologica.
Una fede viva
Raramente capita di leggere delle pagine in cui si parla di fede, di conversione, di dottrina, tanto chiare e incisive quanto prive di ogni eccesso sentimentalistico e moralistico. Ciò deriva dall’attenta lettura della realtà di Chesterton, il quale sa che la conseguenza più deleteria della scristianizzazione non è stato il pur gravissimo smarrimento etico, ma lo smarrimento della ragione, sintetizzabile in questo suo giudizio: «Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale».
Di fronte a questo scenario Chesterton sceglie il cattolicesimo e afferma che esistono almeno diecimila ragioni per giustificare questa scelta, tutte valide e fondatissime ma riconducibili a un’unica ragione: che il cattolicesimo è vero, la responsabilità e il compito della Chiesa consistono dunque in questo: nel coraggio di credere, in primo luogo, e quindi di segnalare le strade che conducono al nulla o alla distruzione, a un muro cieco o a un pregiudizio. «La Chiesa – dice Chesterton – difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori».
Il successo di padre Brown
L’opera critica di Chesterton – i libri su Dickens, Browing, Stevenson, Blake e il pittore Watts – non è meno incantevole che penetrante; i suoi romanzi, scritti all’inizio del secolo, uniscono il mistico al fantastico, ma la sua fama attuale si deve soprattutto a quelle che si potrebbero chiamare le “Gesta di Padre Brown”.
Chesterton non era un filosofo, o un teologo, ma portava i lettori alla riflessione attraverso le sue storie. E tra le storie che più ci tenne a raccontare c’erano i gialli, i polizieschi. Dei racconti polizieschi difese le ragioni in un suo saggio, The Defendant (Il difensore):
Non è vero che il volgo preferisce la letteratura mediocre alle opere di gran pregio, né che ama i racconti polizieschi perché sono letteratura di infimo grado. (..) Bisogna riconoscere che numerosi racconti polizieschi traboccano di crimini eccezionali, proprio come un dramma di Shakespeare. (..) Non solo il racconto poliziesco è una forma d’arte perfettamente legittima, ma presenta certi vantaggi ben definiti e reali come strumento del benessere pubblico.
E ancora: «Il primo pregio fondamentale del racconto poliziesco consiste nel fatto che rappresenta il più antico, nonché l’unico genere di letteratura popolare in cui sia espressa una qualche consapevolezza della poesia della vita moderna».
E del genere poliziesco
Chi è l’investigatore? L’investigatore è il moderno eroe che vive la sua Iliade nei meandri delle strade della città. Era inevitabile che sorgesse una letteratura popolare che tenesse conto delle possibilità romantiche offerte dalla città moderna. I racconti polizieschi possono essere sobri e confortanti come le ballate di Robin Hood.
Il romanzo poliziesco sottrae all’oblio il fatto che la civiltà stessa è la più sensazionale delle trasgressioni e la più romantica delle sommosse. «Trattando delle vigili sentinelle che difendono gli avamposti della società, esso tende a rammentarci che viviamo in un accampamento militare, in conflitto con un mondo caotico, e che i malfattori, figli del caos, non sono altro che traditori entro le mura della città».
Per Chesterton il romanzo poliziesco ci offre uno spaccato realistico della vita umana, e si basa sul fatto che «la moralità è il più oscuro e ardito dei complotti».
Scrivere per convertirsi
Gran parte della sua fama mondiale venne a Gilbert Keith Chesterton proprio da uno di questi personaggi, inizialmente solo una delle diverse figure di investigatore a cui pensava. Si trattava di un piccolo prete dalla faccia tonda, umile, dimesso, ma dalla mente pronta, straordinariamente acuta, in grado di gareggiare con i più abili poliziotti e delinquenti non in astuzia, ma in intelligenza.
Un prete cattolico, personaggio che appare per la prima volta in un racconto del 1910, diversi anni prima quindi della sua conversione. Chesterton per primo fu stupito del successo di questo personaggio, e si trovò quasi obbligato a dargli continuità.
Imparò ad amare e ad apprezzare il Cattolicesimo prima che nei suoi contenuti dottrinari, per quelle qualità di umiltà, semplicità e intelligenza che pose nel personaggio del prete investigatore.
In Padre Brown non c’è mai compiacimento dei propri successi: c’è il dolore per tutto il male che c’è nel mondo, un dolore sereno mitigato dalle tre virtù cardinali che egli incarna con semplicità: la fede, che non viene mai meno e che egli comunica e trasmette con naturalezza; la speranza, che anima la sua attività di prete e investigatore, con l’intenzione di salvare il peccatore, se non di impedire il peccato; la carità, ovvero l’amore, la capacità di offrire il perdono di Dio, il desiderio di vedere non la morte (o la punizione) del colpevole, ma la sua conversione.
La Distribust League
Tra le varie attività cui GKC si dedicò – diceva che diffidava di chiunque si occupasse di una cosa sola – ci fu anche l’economia e la politica.
Nel 1925 decise di rialzare dalla polvere la vecchia bandiera del giornalismo coraggioso che era stata levata in alto da suo fratello Cecil, e insieme a Belloc, Padre McNabb e altri amici fondò un nuovo settimanale da battaglia. Dopo diverse discussioni, si scelse un nome piuttosto singolare per la nuova testata: “G.K’s Weekly”, ovvero “il settimanale di GK”, le iniziali di Gilbert Keith; la decisione impegnava direttamente e personalmente l’autorevolezza e la responsabilità del suo direttore, Chesterton, ma rappresentava le idee di un gruppo destinato a raccogliere moltissimi consensi. Tale gruppo, un anno dopo, fondò un movimento politico, la Distributist League, la Lega Distributista.
Il Distributismo – si proponeva un ritorno alle forme di civiltà e ai principi basilari della società popolare medievale che trovavano la loro estrinsecazione nelle gilde e nei terreni comuni, oltre che in un rigoglioso localismo, e cioè un ritorno del popolo a una vita autonoma, alla diretta amministrazione dei propri interessi, affidati negli Stati moderni al controllo degli apparati statali o delle oligarchie economiche. Il motto coniato da Chesterton per il movimento fu: «La libertà attraverso la distribuzione della proprietà».
Un progetto utopico
Circoli distributisti vennero aperti in numerose città di Inghilterra e anche in Scozia, presso l’Università di Glasgow, trovando subito un notevole riscontro tra gli studenti. Il Distributismo possedeva tutte le caratteristiche per suscitare l’interesse di chi viveva in una fase di depressione economica, di delusione seguita a una guerra che ci si era illusi sarebbe stata l’ultima e aveva invece lasciato tante ferite aperte.
Era un movimento fuori degli schemi partitici, dei quali Belloc aveva direttamente sperimentato tutta l’incoerenza e la corruzione, che si proponeva di combattere i mali della modernità affidandosi non a modelli non più proponibili, ma riscoprendo le strutture sociali ed economiche di un concretissimo Medioevo, rilette alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa. Propugnando la teoria economica del «piccolo è bello», il Distributismo era non solo anti-imperialista e localista, ma riprendeva anche i temi della difesa della terra e del ritorno ad essa.
«La Chiesa ringiovanisce mentre il mondo invecchia», Così aveva scritto Chesterton in un suo saggio, constatando che il Cristianesimo è una pazzia che sana mentre tutto il mondo impazzisce. Ciò che rende sempre giovane e attraente la Fede è il fatto che Cristo ci ha dato un modo più ragionevole di vivere, più lucido ed equilibrato nei suoi giudizi, più sano nei suoi istinti, più lieto e sereno di fronte al destino e alla morte.
La morte
Nel giugno del 1936 Chesterton si ammalò gravemente, e morì.
Appresa la notizia della scomparsa del grande scrittore, papa Pio XI mandò, per mezzo del Segretario di Stato Cardinale Eugenio Pacelli, un telegramma di cordoglio, in cui si piangeva la perdita di «un devoto figlio della Santa Chiesa, difensore ricco di doni della Fede cattolica. Era la seconda volta nella storia che un pontefice attribuiva a un inglese la qualifica di “difensore della fede”.
Forse la Segreteria di Stato non si era accorta dell’ironico accostamento, che avrebbe fatto esplodere Gilbert in una delle sue proverbiali risate: l’altro inglese era stato Enrico VIII, l’uomo che aveva inferto alla Chiesa in Inghilterra la più grave e profonda ferita. Fu l’ultimo paradosso di GKC.
Carlo Betocchi: la poesia come onda d’amore
“La poesia è nata da sé, spontaneamente su un'onda d'amore.”
— Carlo Betocchi
Il 25 maggio 1986 si spegneva Carlo Betocchi,
poeta schivo e luminoso, voce lirica che ha attraversato il Novecento con passo discreto e una fede profonda nella vita, nonostante tutto.
Nei suoi versi, la sofferenza non cancella la speranza, ma anzi la rafforza.
Ogni poesia è un atto di gratitudine, un modo per dire grazie anche nel dolore.
Una poesia sobria e luminosa
Betocchi non cercava lo stile complesso o la parola rarefatta.
La sua lingua era essenziale, diretta, radicata nella realtà.
Eppure, riusciva a trasformare l’ordinario in miracolo.
Scriveva come chi osserva un albero, un cielo, un gesto quotidiano e lì dentro riconosce la scintilla del divino, non come dogma, ma come mistero da accogliere.
Fede, amore, resistenza
La sua poesia è umana, mistica, laica, attraversata dal dolore del mondo, ma anche dalla gioia dell’esistere, dalla fiducia nella parola che consola, che accompagna.
Betocchi non alza la voce, ma la sua voce resta: sommessa, calda, sempre presente.
Perché leggere le sue poesie oggi?
Perché ci ricorda che la poesia non deve stupire: deve toccare.
Che la bellezza è in ciò che accade ogni giorno, se sappiamo guardarlo con un cuore disposto a sentire.
E perché Betocchi, oggi più che mai, ci insegna la forza della gentilezza.
La poesia è carità
Per Carlo Betocchi esser poeti «è dimenticare se stessi per l'altro da sé, che è diverso da noi e che stringe insieme tutte le cose in un comune amore». Così in un’intervista del 1982 che riproponiamo in memoriam, mentre il Gabinetto Vieusseux di Firenze gli dedica domani un incontro
Era il 1982. Ero una giovane aspirante giornalista, non ancora praticante. Ebbi la fortunata occasione di curare per le gloriose pagine settimanali della Cultura del “Il Tempo” dirette da Antonio Altomonte (pagine che molto contribuirono a sdoganare in quegli anni il quotidiano romano da un troppo insistito retaggio di destra), una rubrica che si intitolava “Nostro Novecento”. Incontri e parole memorabili di tanti personaggi che avrebbero molto contribuito alla mia formazione, non solo professionale. Tra le tante interviste spicca per intensità (e non per merito mio) quella fatta, appunto in quell’anno, a Carlo Betocchi, il poeta de L’estate di San Martino, di Un passo, un altro passo. Il suo dire poetico mi colpì come fossi in ascolto di un canto che si espandeva, come mi trovassi ai tempi di Omero. Così ci piace celebrare questo nostro grande poeta – scomparso il 25 maggio di trent’anni fa – riproponendo quella intervista ai nostri lettori.
***
Carlo-BetocchiA 83 anni, Carlo Betocchi, “poeta del sensibile”, non appare raccolto nella sua vecchiaia. Non impersona neppure quegli aspetti saggi o profetici che di solito accompagnano l’aumentare degli anni. Il suo sentire non è attutito o distaccato, e il suo essere tra le cose è acceso e vivace, attento al mutare del più piccolo dettaglio. Viene in mente allora che questo non è strano, ma che proprio l’esser poeti obbliga a una presenza costante, al di là degli anni, del tempo che scorre.
Ma Betocchi, senza lasciarmi il tempo di formulare questo pensiero, mi dice: «Quando mi si chiama poeta non mi si fa un piacere. Io non sono uno che dice di esser poeta. La poesia è nata da sola. I poeti in genere, o quelli che si sentono poeti, credono di essere necessari. Ma la poesia è solo un tipo di sofferenza che si esprime in un dato modo per alleviare altre pene, fatiche, per dar loro un aspetto diverso. Come dopo aver corso si suda, così la poesia non è che un sudore, una secrezione del nascosto, dell’incognito nostro. La poesia non è certo più delle stelle, che non hanno la parola ma sono una delle cose più innocentemente stupende ed espressive che si possa vedere; non è più di un masso che precipita in qualche punto, o delle onde che avanzano, o di qualunque altra cosa che nell’universo avvenga, di cui siamo fratelli nella vita. La poesia non è che il frutto del dimenticare se stessi per l’altro da sé, che è diverso da noi e che stringe insieme tutte le cose in un comune amore che dovrebbe interessare tutti e tutto, compreso ciò che si crede non avere anima.
«Questo amore è il senso di carità con cui si riesce a vivere e per cui si riesce a fare attenzione all’altro. Si può fare una poesia su un sasso ed esprimere cose umanissime, proprio perché il sasso le esprime se viene guardato con carità. Mi è capitato spesso durante gli scavi, nelle miniere, di essere invaso da un’immensa tenerezza per quel sasso che, sottoposto alla pressione dell’esplosione, precipitava dall’alto senza poter resistere alla forza di gravità. Allora ho provato pietà dei sassi. Bisogna provare pietà di tutto, carità per tutto. Siamo vicini a tutte le cose, in quello che si chiama universo; viviamo un’esistenza accomunati in una medesima sorte, che a un certo punto può cessare o ricominciare, magari dopo un’altra esplosione. La poesia è questo, il dono ricevuto di sentire se stessi nulla, quanto uguali a tutto il resto che esiste e che ha valore uguale al tuo. Senza il resto del mondo non si è, non si esiste. Se davanti a questa mia finestra non ci fossero questi tetti, così presenti nelle mie poesie, se non si potesse rimanere affascinati da loro, io quelle poesie non le avrei potute scrivere. E infatti le hanno scritte i tetti, non io. Ecco perché non mi si deve chiamare poeta. So benissimo di essere niente, niente più di un filo d’erba, nulla più delle mille cose che esistono in questo mondo».
È stato detto che a nessun poeta del nostro tempo sia riuscito come a lei il miracolo di identificare la propria vita nella poesia, e ancora che la sua poesia non ha mai risentito di una “volontà di costruzione”. È vero?
«Sì, proprio perché la propria vita non è che parte della vita degli altri, senza che ci si possa sentire diversi da nulla, né maggiori di niente. Tantomeno perché ci si senta chiamati alla poesia. Quando si riecheggiano certi modelli, o si ritrovano modi di dire, non si coglie altro che un’esistenza altrui, passata o trapassata, che a sua volta si sentiva nulla di fronte al resto. Quello che sempre rimane è solo la possibilità di volgere lo sguardo intorno per restare immediatamente colpiti dall’autenticità, dalla singolarità, dall’esistenza di tutte le cose: esse non aspettano altro che la carità di chi riesca a raccoglierle e a tradurle nelle parole di questo popolo che è il popolo degli uomini. Non certo più importante del popolo delle erbe, o degli alberi, o delle onde fluttuanti, lontane verso altri emisferi, che lambiscono e baciano tutte le spiagge. Sappiamo noi baciare tutte le spiagge?».
Come muta negli anni l’ispirazione poetica, come viene a modificarsi lo slancio creativo?
«Si modifica involontariamente. Forse nel tempo si pongono gli accenti su cose diverse. Ma non so dirlo neanch’io, perché certe volte d’improvviso ringiovanisco in un modo che anche a me pare incredibile. Anche questo non dipende da me, né da cose scelte dall’uomo, ma piuttosto da cose scelte dalla natura che tutto ordina. Ed è questo ordine che fa sorgere l’impeto della carità, la quale pone l’accento sulle cose dell’universo che noi cerchiamo, attraverso il linguaggio ricevuto, di tradurre in poesia. Io credo di aver ampliato, nel tempo, sempre di più il mio sentire, cioè che non esisto se non nella capacità di intendere l’universalità dell’esistere. Certo cade su questa circostanza il fatto che io invecchio, e sto per perdere la possibilità di dare l’accento a questo modo di sentire. Così questo accento muta diventando coscienza della non perennità del mio sentirema della caducità del mio conoscere. Comunque si dovrebbe poter riuscire a dare carattere di poesia anche alla caducità del conoscere, ma non attraverso la cultura, assolutamente mai attraverso la cultura, soltanto con tutta l’umanità dell’uomo, capace, attraverso la carità, di spendere se stesso a favore del resto. Intendere la cultura come estrema finalità dell’uomo è uno sbaglio; è una concezione soprattutto umana, quindi troppo povera. Capisco che ci sia chi si dedica alla cultura in modo serio e impegnativo, ma vorrei che questo orientamento si accompagnasse sempre alla dimenticanza di se stessi nell’intimo del cuore. Sapere perché anche il resto sappia».
Quali relazioni vede tra natura della poesia e religiosità?
«Quelle che nascono da concetti universalistici, come la fraternità per esempio. Che cosa sentire nel Cristo che si pone in croce se non tutta la vicenda dell’essere delle cose? Si offre lui stesso a quella totalità che le fa tramontare, precipitare. Cristo è la carità fatta persona. Io non parlo mai esplicitamente di religione nelle mie poesie, ma la si sente quando intendo parlare di quel trasfondere se stessi quanto più si può nel resto, o meglio trasfondere il resto in se stessi come atto di restituzione, di ringraziamento. Così la poesia è un atto di ringraziamento, è come un abbraccio attraverso la parola. Ma queste cose non si esprimono facilmente, perché prima di tutto bisogna dimenticarsi di sé, e alla fine questa dimenticanza termina nell’unico modo possibile, nella prosa della vita: al cimitero. Bisogna spendere se stessi fino alla morte, morire è felicità perché ci si restituisce all’universo».
Le sue più recenti poesie sono sembrate come il risultato di un cambiamento, quasi un rovesciamento, avvenuto in lei.
«Non sono d’accordo con questa notazione. Piuttosto nell’ultima parte delle mio lavoro ho voluto porre l’accento sulla facilità con cui purtroppo la maggior parte dei cattolici crede che ci sia un Dio fatto apposta per loro. Non è così secondo me. Perché Dio dovrebbe riguardare soltanto la natura umana, che oltretutto è quella eletta, secondo la dottrina cattolica? Cristo, come ho detto, si è fatto mettere in croce per tutto l’universo. Così Dio, che Dio sarebbe se non fosse lui stesso a vivere nella trasformazione dei mondi, nell’esplosione dei mondi nuovi e dei futuri universi? Dio non può essere eterno che così. C’è troppa gente che crede di essere sulla via della salvezza, che fa di Dio qualcosa a sua misura, come un armadio in cui mettere i vestiti buoni. Come se Dio fosse misurabile!».
Lei si è trovato nella vita più volte a cambiare mestiere. Come ha convissuto la sua ispirazione poetica con le responsabilità del lavoro?
«Ho fatto tanti mestieri, meno l’uomo di cultura, se non inteso, come dicevo, a modo mio, come restituzione di grazia, come tecnica dell’operare secondo ragione, propria della natura dell’uomo, cercando di usarla nel senso giusto. E i molti lavori hanno sempre arricchito l’ispirazione, per la grande pietà che tutto mi faceva – vedere tanta gente che pativa più di me -insieme alla grande allegria di vedere gli uomini, i poveri più dei ricchi, accogliere e capire la fraternità che li legava a tutto l’universo. Io sono un passeggiatore di strade che non si sa come, non si sa perché, ha lasciato qua e là delle impronte. Non perché volessi fare il poeta, non ci pensavo nemmeno. La prima poesia la scrissi mentre andavo a misurare il pietrisco di una strada che va da Arezzo a Siena; scendevo in bicicletta e guardai il cielo che quel giorno era stupendo. Guardai il cielo e vidi,e questo è il primo verso della prima poesia che ho scritto».
Sta per uscire da Mondadori la sua opera completa. La spinge a trarre qualche bilancio in tempi che sembrano così distanti dalla poesia?
«Nessun bilancio se non il pensiero della fatica che compiono i curatori a sistemare tutto. L’edizione è stata affidata al professor Luigi Baldacci, che ne è il regista, e alla signora Luigina Stefani, che è di un’abilità eccellente e di una pazienza esorbitante. Io non sono così entusiasta, a causa del disordine che inevitabilmente è stato fatto nel mio studio. Comunque sono riconoscente di questa gentilezza che mi vuole usare l’editore che forse devo anche al fatto di aver ricevuto da Pertini la Penna d’Oro. Certo il mondo attuale non ha dimestichezza con la poesia, che per molti è diventata un po’ come un quiz, come quelli che si trovano sulle pagine dei giornali. Ma sono sicuro che quelli che sono veramente poeti continueranno a trovare la via giusta».
Vita di Carlo Betocchi
Carlo Betocchi nasce a Torino il 23 maggio 1899 da padre ferrarese e madre toscana. Il padre, impiegato nelle Ferrovie dello Stato, nel 1906 viene trasferito con la famiglia a Firenze dove muore nel 1911. Il giovane Carlo, rimasto orfano con i fratelli Giuseppe e Anita, viene educato dalla madre la quale segue con particolare cura la sua formazione spirituale.
Dopo aver studiato all'Istituto Tecnico fiorentino con l'amico Piero Bargellini, consegue nel 1915 il diploma di perito agrimensore.
Nei primi mesi del 1917 è a Parma per frequentare il corso allievi ufficiali. Inviato al fronte qualche settimana prima della ritirata di Caporetto, partecipa alla prima resistenza sul Piave; successivamente è inviato in VaI Camonica e sull'Altopiano di Asiago.
Terminata la guerra, nel dicembre del ‘18 parte volontario per la Libia come ufficiale di guarnigione. Congedato nel '20, lavora come geometra in Toscana nei cantieri allestiti per la ricostruzione delle case demolite dal terremoto, nelle Alpi francesi per dei lavori di condotte forzate in galleria e quindi nei cantieri stradali in Toscana e nell'Italia centro-settentrionale.
Nel 1923, con Piero Bargellini, Nicola Lisi e l'incisore Pietro Parigi, collabora alla prima rivista di carattere strapaesano «Il calendario dei pensieri e delle pratiche solari», e nel 1929 con gli stessi amici fonda «Il Frontespizio», la rivista d'ispirazione cattolica più nota negli anni del fascismo.
Tra il '29 e il '38 si occupa di una rubrica di poesia («Lettura di poeti») e in quegli anni collabora a varie riviste: «L'Orto», «Il Selvaggio», «Circoli», «Primato», «Campo di Marte», «Letteratura». Per le edizioni del «Frontespizio» viene pubblicata la sua prima raccolta di liriche: Realtà vince il sogno (1932). Seguono nel tempo Altre poesie e Notizie di prosa e poesia, comparse rispettivamente nel 1939 e nel 1947 e, in seguito, L'estate di San Martino (1961), Prime e ultimissime (1974) e Poesie del sabato (1980).
Gli impegni di lavoro lo portano nel 1939 a lasciare Firenze per risiedere a Trieste, dove si trasferisce con la famiglia fino al '40; poi è a Bologna e quindi a Roma.
A seguito di una malattia contratta nei cantieri, nel 1953 è costretto ad abbandonare la professione di geometra. Sin dal 1942 è chiamato alla cattedra di materie letterarie presso il Conservatorio musicale di Venezia. Nel 1955 ricopre lo stesso insegnamento presso il Conservatorio «L. Cherubini» di Firenze dove insegna fino al 1969.
Tornato definitivamente a Firenze nel 1952, gli viene affidata nel '58 la redazione della trasmissione radiofonica L'Approdo. Collabora a varie riviste, tra cui «La Chimera», «La Fiera letteraria» e «L'Approdo letterario» di cui è redattore fino al dicembre del 1977, anno di cessazione della prestigiosa rivista.
Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti: il Premio Feltrinelli per la poesia assegnatogli dall'Accademia dei Lincei, il Premio Viareggio (1955) e l'Elba (1968).
Nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferisce «La Penna d'oro» per l'opera svolta (tra gli illustri premiati sono presenti Giuseppe Prezzolini e Mario Praz).
Nel 1984, in occasione della pubblicazione di Tutte le poesie (Mondadori), riceve il Premio «E. Montale» (Librex-Guggenheim) per la poesia.
Si spegne a Bordighera, all'età di ottantasette anni, il 25 maggio del 1986.
fonte: centrocarlobetocchi
Per Goliarda Sapienza scrivere significava rubare il tempo anche alla felicità. Lei scriveva di sé in prima e terza persona, scriveva sulla vita in Sicilia, sulla sua vita: “Goliarda scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme” ricorda suo marito nella prefazione intitolata Lunga marcia dell’Arte della gioia.
Goliarda Sapienza, la gioia dell’arte
Samuele Satta
10 maggio ricorrenza nascita Goliarda Sapienza
Goliarda Sapienza (Catania, 1924 – Gaeta, 1996) è stata una delle scrittrici più controverse e sfaccettate del Novecento, definita da Elena Gianini Belotti come “una scrittrice in anticipo con i tempi”. A sedici anni si iscrisse all’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico di Roma, tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’70 recitò a teatro e al cinema. Negli ultimi anni della sua vita fu docente di recitazione presso il Centro sperimentale di Cinematografia di Roma. In un’intervista pochi anni prima di morire, Goliarda Sapienza disse: “Ho imparato tutto dal cinema, ho imparato a scrivere dalla macchina da presa”. All’inizio della sua carriera da attrice recitava spesso in opere di Pirandello, interpretando personaggi ambigui e contraddittori. Il teatro, il palcoscenico, stare in scena davanti a un pubblico, questi elementi sono stati elementi fondamentali nella vita di Goliarda Sapienza. Nel suo primo libro, Lettera aperta (1967), spiegò cosa significava per lei l’esperienza teatrale: “Il teatro è una vita bruciata in poche ore. Una 'prima' è come una nascita. E quando cala il sipario, sull’ultima battuta dell’attore, è come un funerale tra il profumo di fiori e il marcio delle strette di mano, degli abbracci, delle lacrime. Insomma, quando l’uomo ha inventato il vino, il profumo, ha inventato anche questo concentrato di azioni, passioni, quest’estratto di vita. Per tenerla in pugno almeno per un paio d’ore".
Negli anni ’60 lasciò la carriera di attrice per dedicarsi totalmente alla scrittura. Il suo primo romanzo Lettera aperta (1967) che raccontava l’infanzia catanese fu poi seguito da Il filo di mezzogiorno (1969), L’università di Rebibbia (1983), Le certezze del dubbio (1987). Uscirono postumi L’arte della gioia (1998), Io, Jean Gabin (2010), Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-89 (2011), La mia parte di gioia. Taccuini 1989-92 (2013). Nel 1980 finì in carcere, dove fu detenuta per tre mesi, per un furto di gioielli in casa di un’amica. Per la scrittrice entrare in carcere aveva il valore di un atto di ribellione, un gesto anarchico nei confronti della società. Per lei la realtà del paese si poteva conoscere andando in ospedale, in manicomio e in carcere; così scrive ne L'università di Rebibbia: “Vedi, qui la giornata è così piena di avvenimenti che alla fine diviene come una droga […]. Si torna a vivere in una piccola collettività dove le tue azioni sono seguite, approvate se sei nel giusto, insomma riconosciute [...] non sei sola come fuori […]. Non c’è vita senza collettività, è cosa risaputa: qui ne hai la controprova, non c’è vita senza lo specchio degli altri”.
In particolare, mi soffermerò sul suo unico romanzo: L’arte della gioia. Goliarda Sapienza iniziò a scriverlo nel 1967 e lo concluse nel 1976, con la revisione finale del marito Angelo Pellegrino. La scrittrice riuscì a far stampare nel 1994 soltanto la prima delle quattro parti del libro, il quale venne considerato troppo sperimentale e immorale. Il libro uscì postumo nel 1998, edito da Stampa Alternativa, grazie al marito. Il successo di Goliarda Sapienza è arrivato postumo, prima all’estero e solo successivamente in Italia. L’Arte della gioia uscì in Germania diviso in due parti, tra il 2005 e il 2006, poi in un’edizione completa nel 2013. Il testo poi venne tradotto in francese da Nathalie Castegnè, L’art de la joie, ottenendo un enorme successo. In Italia è stato pubblicato da Einaudi nel 2008, dopo trentadue anni dalla fine della stesura.
“Ed eccovi a me, a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o di inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente”: questo è l’incipit de L’arte della gioia, romanzo che racconta la vita di Modesta (o Mody), a partire dall’infanzia fino all’età matura (dai primi anni del Novecento agli anni ’60). Modesta è una donna che rivendica la propria libertà di persona e di donna, nonostante in quel periodo non fosse affatto semplice affermarsi; Mody ama le donne, gli uomini ed è socialista, l’opera si può definire sovversiva.
“Ecco la strada giusta: bisognava, così come si studia la grammatica, la musica, studiare le emozioni che gli altri suscitano in noi. Il senso di calore e di liberazione che mi invase a questi pensieri mi confermò che avevo scoperto qualcosa di sensato. Chiusi gli occhi e mi vidi correre fra il grano, tremante come una bambina di sette, otto anni”: Goliarda Sapienza ha scritto un libro fortemente universale e autobiografico allo stesso tempo, i temi de L’arte della gioia si ritrovano in altri libri della scrittrice siciliana, come la cultura, l’amicizia, il senso di giustizia sociale e l’esperienza in carcere. Possiamo considerare Goliarda Sapienza come una scrittrice femminista e Mody come uno dei personaggi femminili tra i più vivi del nostro Novecento. “Goliarda non potrà vedere la sua Modesta in libreria. Ma so che il dolore non è più suo, è tutto mio per lei. Goliarda non è più qui. Però Modesta esiste”: queste sono le parole usate dal marito Angelo Maria Pellegrino, nella prefazione del romanzo, riferendosi alla relazione intima tra Sapienza e Modesta. “Goliarda è in ognuno dei personaggi femminili sconfitti in L’arte della gioia. Ma è anche un po’ in Modesta: nella passione estrema che mette in ogni cosa e nell' approfittare di ogni attimo per sperimentare ogni passo di quella passeggiata che chiamiamo vita. In una cosa certo non le assomiglia: nel non essere mai stata forte al punto da riuscire a non lasciarsi corrompere da se stessa” scrive Giovanna Providenti in La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza.
Goliarda Sapienza
Giovanna Providenti
«Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio), Il filo di mezzogiorno (Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. I suoi genitori - la nota sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) e Giuseppe Sapienza (1880-1949), un avvocato socialista - si conoscono quando sono entrambi vedovi e quarantenni, con tre figli l’uno e sette l’altra. La loro intesa è sia sentimentale che politica: dirigono il giornale «Unione» e partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia, nel biennio 1920-22, durante il quale il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza, viene trovato morto affogato in mare, presumibilmente ucciso dalla mafia, che difendeva gli interessi dei proprietari terrieri.
Il nome ricevuto dal fratello morto tre anni prima della sua nascita è solo uno dei “pesi” dell’infanzia di Goliarda, segnata dalla morte di altri tre fratellastri, poco più che adolescenti; dalla sempre maggiore sofferenza e instabilità mentale della madre antifascista e idealista; dalla vitalità e passionalità del padre che non vuole rinunciare a nessun piacere della vita: ha molte donne, si dedica con fervore al suo lavoro di “avvocato del popolo”, ed è molto amato da tutti, in un’epoca difficile come quella fascista.
Le doti artistiche di attrice, ballerina, cantante e affabulatrice della parola emergono fin da quando Goliarda è bambina ed adolescente, in cui ai “successi” di enfant prodige si alterna una salute precaria e l’insorgenza di malattie lunghe e gravi, come la difterite e la TBC.
Nel 1943 si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’amico. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui spesso vivono attori e attrici di successo. Alla fine del corso non si diploma, e, contestando gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia, forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj.
Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli: ha inizio una relazione fortissima, simbiotica. Entrambi vivono tutto molto febbrilmente, ma Goliarda non resta in superficie e sa cogliere, in ogni situazione e persona, il risvolto poetico che poi trasporterà in letteratura.
Prima di diventare scrittrice la vita di Goliarda è intensa. Frequenta ambienti esclusivi e lavora, oltre che con Maselli, con registi come Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Cesare Zavattini e Luchino Visconti: prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano, luogo per eccellenza di partecipazione civile, politica e morale di quel tempo. Vivendo direttamente, ma in maniera critica, il mondo artistico, impara a riconoscerne le contraddizioni e a costruirsi una personalità propria, che la scrittura letteraria fa emergere in tutta la sua potenza.
Ma il suo animo, tramato da tante tessiture emotive, predisposto a grandi entusiasmi e grandi disfatte, la porta a tentare il suicidio: dapprima nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie di elettroshock) e poi nel 1964. Dal coma che ne consegue Goliarda traghetta in tuttaltro luogo esistenziale rispetto all’ambiente di intellettuali, artisti e “cinematografari” che per tanti anni aveva esercitato su di lei un grande fascino: un luogo più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita e apertura alla ricchezza umana, e in capolavori come L’arte della gioia.
Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996, scrittrice senza fama, ex attrice del neorealismo italiano. Ma è oggi riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie italiane del Novecento.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Goliarda Sapienza
Referenze iconografiche: Immagine sulla copertina del libro Goliarda Sapienza, NovaDelphi Edizioni, 2016, di Giovanna Providenti.
Un angolo di cielo
Roberto Mussapi
7 maggio ricorrenza nascita Rabindranath Tagore
«Per incanto, Amore, vita e morte son diventate per me/ la stessa grande meraviglia».Versi finali di una poesia di Rabindranath Tagore, uno dei poeti che nel Novecento hanno più a fondo esplorato l'anima. Dico “anima”, non “animo”, poiché l'esplorazione dell'animo umano è certamente necessaria e fertile, ma riguarda la sfera della psicologia, non quella della poesia. È un'indagine, non un'Avventura. La poesia invece, come insegna qui e tante altre volte il bengalese Tagore - capace di fondere mistica induista e cultura occidentale - si avventura a precipizio, o a razzo (profondità e altezza coincidono in questa impresa), verso il mondo dell'Anima. E al termine di una breve e intensa poesia rivolta ad Amore stesso in persona, come divinità vivente (i poeti fanno spesso così, danno del tu all'allodola, al vento, all'usignolo, al mare, all'amore), conclude con un'immagine trionfale nel senso del paradiso dantesco, o dei poeti mistici Sufi: al tramonto della vita, similmente al Sole, Amore ci lascia intravedere un angolo di cielo. Questo tramonto prelude al buio ma non porta nel buio, poiché anche la morte, che si avvicina, grazie alla forza dell'amore, è ora una meraviglia pari a quella della vita che si approssima all'addio. Vita amorosamente vissuta.
Tagore: vita e opere di un poeta mistico
Chi era Rabindranah Tagore? Il poeta e filosofo indiano è considerato il fautore di un poesia mistica, quasi sapienziale. Fu il primo autore non occidentale a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1913. Scopriamo la sua vita e le sue opere.
Alice Figini
Chi era Rabindranah Tagore? Le sue parole ci giungono da un tempo remoto, come il sussurro dell’incavo di una conchiglia, testi carichi di significato e saggezza che ci restituiscono la voce suadente di un poeta-profeta. Sembra esistere al di fuori dal tempo, dallo spazio, con la sua folta barba bianca, il lungo saio che ne riveste il corpo da capo a piedi, lo sguardo profondo e limpido. Tagore è il misticismo fatto a persona, sembra un novello Messia venuto da Oriente pronto a lenire ogni dolore umano con i suoi versi pieni di verità e di assoluto.
Un poeta-filosofo, un poeta-profeta, quel che è certo è che le opere di Rabindranah Tagore sembrano provenire da un altrove, da un luogo dello Spirito, dal centro stesso dell’Essere. C’è qualcosa che commuove nei versi di Tagore, perché le sue parole riescono a toccare il nocciolo caldo della comprensione umana, il centro pulsante del cuore dove si annidano i dubbi, le paure, le ansie, ma anche l’amore.
Ecco che anche le domande più grevi diventano leggere nelle poesie dell’autore indiano:
(...) E nella sua mente smarrita salì una domanda: "Dove sarà mai la strada del paradiso?". Il cielo non rispose, solo le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa.
Nel 1913 Rabindranah Tagore fu il primo autore non occidentale a essere insignito del Premio Nobel per la Letteratura per la “profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”.
Tagore: la vita
Il suo vero nome, in indiano, era Rabíndranáth Thákhur, noi ne conosciamo la versione anglicizzata e più facilmente pronunciabile. Nacque il 7 maggio 1861 nei pressi di Calcutta da una famiglia dell’alta aristocrazia indiana. Fatto senza dubbio sorprendente per noi occidentali che lo immaginiamo povero e privo di mezzi e siamo soliti vederlo vestito in maniera umile e spartana. Tagore non era nato dalla polvere delle strade dell’India, ma in una ricca dimora dotata di tutti gli agi e frequentata anche dagli occidentali.
Il nonno di Tagore era infatti Dwarkanath, un ricco uomo d’affari che aveva lavorato per la Compagnia delle Indie allacciando stretti rapporti con l’Inghilterra, alla cui corte era stato persino ospite, accolto dalla Regina Vittoria. Il giovane poeta dunque crebbe in un ambiente aperto, colto, multiculturale ed ebbe accesso alla migliore educazione potendo frequentare scuole inglesi. Iniziò a scrivere i suoi primi componimenti in età scolare e andò via via affinando le proprie tecniche letterarie, ispirandosi anche alle opere della letteratura occidentale come William Shakespeare.
Il suo primo poema recava il titolo di Il lamento della natura, seguito da Valmiki e I canti della sera. La sua infanzia fu segnata dalla scomparsa prematura della madre, una perdita che lo avvicinò soprattutto al padre e al fratello maggiore, Dwijendranath, anche lui filosofo e poeta. Seguendo il padre nei suoi viaggi Tagore apprese l’astronomia, la scienza, le lettere e le arti, pur senza seguire un percorso educativo regolare.
Dopo il matrimonio con la giovane Mrinalini Devi, una sposa-bambina a lui destinata dalla famiglia come voleva la tradizione dell’epoca, Tagore viaggiò a lungo in Europa visitando l’Italia, la Francia e tornando di nuovo nell’amata Inghilterra. I viaggi gli furono di ispirazione per la scrittura di un memoir intitolato Il diario di un viaggiatore in Europa.
Terminata la fase dei viaggi Tagore avvertì un’improvvisa esigenza di raccoglimento. Nel 1901 decise di isolarsi nella provincia di Santiniketan dove avviò una scuola sperimentale denominata Shanti Niketan, letteralmente Asilo di pace, basata sui tradizionali metodi di insegnamento guru-shishya delle Upanishad, che si opponevano ai sistemi pedagogici delle scuole inglesi. Si insegnava all’aperto, seduti per terra, dall’antica scrittura del sanscrito alle scienze matematiche; dopo una sessione di studio gli allievi erano chiamati a esercitarsi in attività manuali, come l’agricoltura, la ginnastica e la creazione di manufatti.
In quel periodo la vita di Tagore fu segnata da gravi lutti: morirono il padre, la moglie e due dei loro cinque figli. Poco tempo dopo si suicidò anche la cognata, cui lo legava un intimo affetto. Questa sequenza di disgrazie lo lasciò sconvolto spingendolo a cercare ancora più conforto nella spiritualità.
Da questa profonda sofferenza Tagore trasse ispirazione per comporre le sue opere più belle. Nel 1909, durante un nuovo viaggio in Inghilterra, scrisse il suo capolavoro Gitanjali che fu ammirato in particolare dal poeta William Butler Yeats che ne scrisse la prefazione. L’opera fu pubblicata in una prima edizione limitata nel settembre 1912 dalla India Society di Londra. L’anno successivo Tagore fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura: era il primo non occidentale a vincerlo.
Gli anni successivi furono contrassegnati dall’attivismo politico. Tagore partecipò al movimento nazionalista indiano e divenne intimo amico di Gandhi, per cui coniò il titolo di Mahatma.
L’influenza del poeta bengalese sulla creazione dell’India Moderna fu determinante: le sue parole contribuirono a plasmare una nuova cultura che risentiva anche del pensiero occidentale. Il poeta era in grado di dialogare con le massime personalità del suo tempo; entrò nella storia il suo incontro con il grande Albert Einstein, avvenuto a Berlino nel 1930, in cui i due dialogarono apertamente sui temi della meccanica quantistica e il principio del caos e, infine, trassero delle conclusioni sulla relazione profonda tra la materia e la coscienza dell’uomo. Potevano apparire due personalità contrapposte - il Poeta e lo Scienziato - eppure il fatto più straordinario di quell’incontro è che tra loro emerse, soprattutto, ciò che li accomunava, non quel che li divideva.
L’impegno di Tagore nell’ambito dell’istruzione e della ricerca è noto. Nel 1921 Rabindranath fondò l’Università Viswabharati e donò all’istituzione il ricavato del premio Nobel e i diritti d’autore delle sue opere.
Nel 1940 l’università di Oxford gli conferì la laurea honoris causa in Letteratura. Tagore morì l’anno seguente all’età di ottant’anni, il 7 agosto 1941, dopo un lungo periodo di sofferenza dovuto alla malattia. Si spense nella stessa grande casa alla periferia di Calcutta dove era nato e cresciuto.
Il pensiero della morte non inquietava Rabindranah Tagore, in una sua celebre poesia intitolata proprio La morte scriveva:
È il tuo messaggero che sta alla mia porta,
l’adorerò a mani giunte, e in lacrime.
L’adorerò ponendo ai suoi piedi
il tesoro del mio cuore.
Fatta la commissione, se ne ritornerà
lasciando un’ombra oscura sul mio mattino;
e nella mia casa desolata rimarrà
solo il mio corpo abbandonato
come mia ultima offerta a Te.
Immaginava di chinarsi al suo cospetto dandole il benvenuto. E chissà se, nel profondo raccoglimento del suo Essere, non l’abbia fatto davvero.
La produzione di Tagore, in lingua indiana, è sterminata. Non fu soltanto poeta, ma anche scrittore e drammaturgo.
Tra le sue opere, che includono oltre cinquanta volumi di poesia, ricordiamo le principali: Manasi (1890) (L’ideale), Sonar Tari (1894) (La barca d’oro), Gitanjali (1910) (Offerte di canti), Gitimalya (1914) (Corona di canti) e Balaka (1916) (Il volo delle gru).
Alcune traduzioni inglesi delle sue poesie sono state incluse nelle raccolte The Gardener (Il giardiniere) (1913), Fruit-Gathering (1916) e The Fugitive (Il fuggitivo) (1921), ma non corrispondono a volumi omonimi scritti nell’originale bengalese, sono dunque frutto di riedizioni successive.
Molti suoi scritti in italiano sono stati raccolti in volumi di poesia o in miscellanee di pensieri contenenti insegnamenti di vita derivati dalle sue conferenze, come La vera essenza della vita (Sadhana) edito da Guanda nel 2018.
La poesia di Tagore, intrisa di spiritualità, ebbe il privilegio di insegnare agli occidentali un nuovo pensiero, a loro perlopiù sconosciuto. Molte delle sue liriche appaiono quasi ermetiche: non è chiaro se parlino di un uomo o di una donna, di una sposa che attende l’amato o di un’anima che attende l’unione con Dio. Ma proprio in questa ambiguità trovano la loro forza. I suoi versi celebravano la riunione armonica con la Natura e la ricerca dell’Assoluto nella potenza cosmica, inducendo gli esseri umani all’accettazione della vita in ogni suo aspetto, persino nel dolore.
In ogni parola trapela, vibrante, l’amore totale per ogni essere del Creato: non c’è creatura che Tagore non accolga in un abbraccio carico di pietà e accettazione. Erano più che semplici poesie, poiché dal loro significato morale traevano una forte carica mistica. Si trattava di un canto sommesso, monotono come una preghiera, quasi senza tempo, che sembra intessere “i motivi sempre nuovi dell’Essere”. Come recita una delle sue liriche più note, la volontà era quella di celebrare un Amore senza fine.
Novalis: Poeta della Fede
Liliane Tami
2 maggio ricorrenza nascita Novalis
In un’epoca segnata da trasformazioni epocali, in cui la razionalità illuministica si intrecciava con il nascente spirito romantico, emerse una voce che seppe cantare la trascendenza del divino, l’intensità dell’amore e la sacralità della perdita. Friedrich von Hardenberg, universalmente noto con il nome di Novalis, è il poeta-filosofo che più di ogni altro incarna la fusione tra la tensione metafisica e il pathos terreno, tra il mistero della fede e l’estasi dell’amore umano. La sua breve ma intensa esistenza è diventata il simbolo di una ricerca spirituale profonda, alimentata dalla sofferenza e sublimata nella creazione poetica.
La teologia come orizzonte di senso
Novalis non è stato soltanto un poeta, ma un uomo di pensiero, un intellettuale che seppe confrontarsi con le grandi questioni dell’essere. Nato nel 1772 in una famiglia profondamente religiosa, il giovane Friedrich crebbe immerso in un ambiente pietista, che ne plasmò l’approccio alla spiritualità e alla vita. La sua formazione teologica, seppur non accademica in senso stretto, fu intensa e penetrante: egli studiò la Bibbia con devozione, confrontandosi con i testi sacri non solo come un credente, ma anche come un esploratore dell’assoluto.
Per Novalis, la religione non era mera dottrina, bensì un atto poetico, un’esperienza estetica e spirituale che abbracciava l’infinito. In scritti come i Frammenti Teologici, emerge la sua concezione della fede come un ponte verso la trascendenza, uno strumento per cogliere il divino non attraverso la ragione, ma attraverso il cuore e l’immaginazione. Egli concepiva il cristianesimo come un’opera d’arte vivente, capace di trasformare l’anima e il mondo.
L’amore sacralizzato: Sophie von Kühn
Il nodo più struggente e luminoso della vita di Novalis è senza dubbio rappresentato dalla sua relazione con Sophie von Kühn, la giovane fidanzata che segnò per sempre il destino del poeta. Novalis incontrò Sophie nel 1794, quando lei aveva appena tredici anni e lui ventidue. La loro promessa d’amore fu di breve durata: Sophie si ammalò gravemente e morì nel 1797, a soli quindici anni. Questa perdita devastante non fu per Novalis una fine, ma un inizio, un catalizzatore per la sua trasformazione interiore e per la creazione del suo capolavoro spirituale.
Sophie divenne per Novalis il simbolo dell’amore eterno, un’epifania che trascendeva la morte. Nelle sue opere, come gli Inni alla Notte, l’amore per Sophie si intreccia con il desiderio di unione mistica con l’infinito. Novalis vedeva nella notte non solo il regno del sonno e della quiete, ma un luogo sacro, un passaggio verso una dimensione superiore dove i confini tra la vita e la morte si dissolvevano.
L’amore per Sophie è sublimato in una visione teologica: la sua perdita è interpretata come un mezzo attraverso cui egli poteva avvicinarsi a Dio. Per Novalis, Sophie non era semplicemente una persona amata, ma una guida spirituale, un’immagine vivente della grazia divina che lo chiamava verso un regno di perfezione e luce.
La fede come poesia, la poesia come fede
Nell’opera di Novalis, fede e poesia sono inseparabili. La sua scrittura è intrisa di simbolismo cristiano, ma reinterpretato attraverso una sensibilità profondamente romantica. Gli Inni alla Notte rappresentano il culmine di questa fusione: un ciclo di canti che celebra l’unione tra l’amore umano e quello divino, tra il dolore e la speranza, tra la morte e la resurrezione.
Per Novalis, il poeta è un profeta, un sacerdote dell’invisibile. Egli credeva che la poesia avesse il potere di risvegliare l’anima, di renderla consapevole della sua origine divina e del suo destino eterno. L’atto poetico diventa così una forma di preghiera, un modo per trascendere i limiti della condizione umana e per toccare il volto di Dio.
Un’eredità senza tempo
Nonostante la sua morte prematura, avvenuta nel 1801 a soli ventotto anni, Novalis ha lasciato un’eredità che continua a risplendere. La sua visione della vita come un pellegrinaggio verso l’assoluto, la sua celebrazione dell’amore come forza redentrice e la sua fede nella poesia come via di salvezza hanno influenzato generazioni di artisti, filosofi e mistici.
Novalis non è solo un poeta del passato, ma una voce che parla ancora al cuore dell’umanità. La sua vita e la sua opera ci ricordano che, anche nel dolore più profondo, è possibile trovare una bellezza che trascende il tempo, una luce che guida verso l’eterno. Come scrisse nei suoi Frammenti: “Chi cerca l’infinito, deve sollevarsi al di sopra del finito”. Con Novalis, l’amore e la fede diventano ali per questa ascensione.
Vita di Novalis
Novalis pseudonimo del poeta tedesco Friedrich Leopold Von hardenberg, nato il 2 maggio 1772 a Wiederstedt, nella contea di Mansfeld, morto il 25 marzo 1801 a Weissenfels. Di nobile famiglia, orfano presto della madre, educato rigidamente dal padre pietista ferventissimo, trae i primi anni, senza luce, nella solitudine del castello avito. Una malattia, che lo coglie nel nono anno, lo lascia con acuite facoltà mentali e più accesa fantasia. Compiuti gli studî ginnasiali ad Eisleben, s'iscrive all'università di Jena (1790), dove conosce K. L. Reinhold e si accende d'entusiasmo per lo Schiller. Passato l'anno seguente, a Lipsia, vi stringe amicizia col giovane Friedrich Schlegel, ancora tutto fermento di passioni e di idee, e, se vi indulge alle distrazioni d'una libera vita studentesca, si apre non meno alla conoscenza dell'idealismo kantiano e della poesia, specialmente del Goethe, nonché alle nuove aspirazioni, che già si destano nel compagno romantico. Ultimati a Wittenberg gli studî (1793), si avvia alla carriera dell'amministrazione delle miniere, iniziando il suo tirocinio a Tennstädt (1794-5). Non lungi di lì, ha occasione di conoscere nel castello di Grüningen (nov. 1794) la tredicenne Sophie von Kühn, per cui concepisce profonda passione, facendo della fanciulla, pur nella sua ingenuità tutta natura, il centro della propria vita sentimentale e ideale, superata ormai l'effervescenza giovanile in una concezione della vita intessuta di idealità e abbellita dei colori d'una ricca fantasia. La malattia e la perdita immatura dell'amata (19 marzo 1797) lo colpiscono quindi tanto più duramente; in un deliberato proposito di seguirla nell'al di là, non con un atto violento, ma con un libero "suicidio filosofico" egli si strania dalla realtà e s'inizia alla morte cercando sollevarsi, già sulla terra, nel mondo degli spiriti, ricongiunto con l'amante perduta.
Espressione di questa crisi sono gli Hymnen an die Nacht (1797-99), in versi liberi e prosa ritmica, in cui nella notte il poeta simbolizza l'infinito, l'assoluto, in opposizione al giorno, simbolo del finito, del contingente, del limite, e nella notte invoca e celebra la libertà piena dello spirito e il pieno trionfo dell'amore.
Ma la realtà riprende a grado a grado le sue lusinghe e il poeta, che nel 1797 si reca a Freiberg per studiarvi mineralogia e scienza delle miniere col Werner, si riconcilia lentamente con la vita, nello studio, nella contemplazione della natura, nella poesia e in un nuovo amore che gli sorride nell'avvenente Julie von Charpentier (1799), se anch'egli s'illude di restare fedele al suo sogno d'una vita che sia pieno trionfo dello spirito, come s'illude di non venir meno, nel nuovo amore, alla fedeltà per Sophie. Sostanzialmente però il suo pensiero si evolve e giunge a quello che il poeta definì "idealismo magico": egli non pone più il trionfo dello spirito nella liberazione dal limite, dal contingente, bensì nell'affermazione dell'io entro il contingente stesso, nel suo dominio sul corpo e, attraverso a questo, sul mondo esterno, reso docile al nostro cenno, sicché un atto di volontà operi miracoli, come un atto di magia; concezione che poi, nel pieno ritorno del poeta alla terra e alla vita, diventa fede non più nel dominio dello spirito, ma nella necessaria armonia di infinito e finito, di spirito e natura, nel tramutarsi finale della realtà in sogno, in poesia.
Questo pensiero, non svolto sistematicamente in nessuna sua opera, ispira gran parte dei suoi frammenti, pensieri isolati, spesso audacemente paradossali, che sorgevano a margine delle sue letture e frutto delle sue meditazioni, e di cui il poeta pubblicò due piccole raccolte (Blütenstaub e Glauben und Liebe, 1798), mentre la rimanente massa apparve postuma, variamente ordinata, fra non lievi difficoltà, dai successivi editori; ispira il romanzo frammentario Die Lehrlinge zu Sais (1798), in cui è un'idealizzazione del suo maestro Werner e si esprime, attraverso all'urto di varie concezioni, la più fervida fede nello spirito e il più caldo amore per la natura; il saggio Die Christenheit oder Europa (1790), in cui è l'elogio del Medioevo, dell'autocrazia, del papato, dei gesuiti, non già per spirito retrivo, bensì nel sogno d'un governo patriarcale in cui dal centro lo spirito s'irraggi nella massa e l'animi e la regga; i Gastliche Lieder (1799), liberi inni, accesi d'intenso ardore mistico, celebranti in Cristo il mediatore fra infinito e finito, nell'avvento del suo regno l'avvento dell'armonia fra spirito e materia, l'attuazione del sogno del poeta; e soprattutto, infine, il romanzo Heinrich von Ofterdingen (1799-1801). Ispirato dal Wilhelm Meister del Goethe, che prima il poeta ammira e poi ripudia deciso come antipoetico, il romanzo novalisiano vuole essere un contrapposto di quello goethiano; se questo è un elogio della vita attiva, lontano dalla dispersione dei sogni vani, nell'opera del N. è invece l'elogio della poesia come della sola realtà: il protagonista, un mitico poeta del Minnesang, strappato peraltro interamente al suo ambiente storico, si avventura in un lungo viaggio, spinto da insaziata nostalgia per il "fiore azzurro" apparsogli in un sogno profetico, e per varie tappe ed esperienze giunge allo spiegamento pieno del suo io, alla poesia, per salire, attraverso al dolore più grave, alla piena libertà dello spirito e a trasfigurare, infine, in questo la realtà, caduta ogní barriera tra finito e infinito, tramutata la vita in poesia, ricondotta l'età dell'oro intorno a sé. Del romanzo è completa la prima parte, frammentaria la seconda; numerosi i paralipomeni, da cui non è facile trarre le linee chiare della continuazione dell'opera. Notevoli, infine, come mitiche espressioni del pensiero del poeta, i suoi Märchen, in cui è maestro, specie il Märchen di Giacinto e Fiorellin di Rosa nei Lehrlinge e quello di Klingsohr nello Heinrich von Ofterdingen.
Il poeta si avviava alla realizzazione del suo nuovo sogno d'amore, che la nomina a capo di amministrazione distrettuale in Turingia gli rendeva possibile, quando, nell'estate 1800, si manifestò in lui la tisi ereditaria nella famiglia ed egli andò rapidamente declinando, pur senza mai turbare la sua serenità nella visione della fine, spegnendosi poco dopo nel fiore degli anni.
Quantunque si ricolleghi all'idealismo, specialmente del Fichte e dello Schelling, nonché al pensiero di Platone, Plotino, Boehm, Hemsterhuis e partecipi intensamente alla vita ideale dei compagni del primo cenacolo romantico, il N. non è tanto un filosofo quanto un poeta. Se ha illuminazioni improvvise, se getta germi che si svolgeranno riccamente in seguito, non ha del filosofo la coerenza e il rigore sistematico, così come non è scienziato, per quanto si faccia occupazione costante appassionata delle scienze naturali e della medicina (Baader, Ritter, Brown), e abbia anche qui intuizioni geniali, mescolando peraltro lo studio con l'interesse per la magia, l'alchimia e la cabala. La sua grandezza sta soprattutto nella poesia, nella facilità con cui si abbandona ai voli della fantasia, nella limpidezza e determinatezza ch'egli sa dare al suo aereo mondo di sogno, nell'ingenuità vibrante dei suoi entusiasmi e dei suoi mistici ardori, nella sua parola di veggente, ricca di echi; sta nei suoi canti tutti lucida ebbrezza, nella sua prosa cristallina tutta fine musicalità. Qualche critico ha voluto sdoppiare la sua personalità, opponendo al poeta che sogna - o cerca sognare - l'impiegato borghese ligio alle esigenze filistee del suo ufficio, così come ha voluto svestire d'ogni idealizzazione i suoi amori e le fanciulle da lui amate, specialmente Sophie, sconoscendo peraltro la sua stessa natura, la sostanziale fusione in lui di volontà e fantasia, la sua capacità e necessità d'idealizzare la vita, e negando a un tempo le testimonianze unanimi dei contemporanei.
Ediz.: Le opere uscirono in massima parte postume per opera di F. Tieck e F. Schlegel (Sämtliche Werke, voll. 2, Berlino 1802; un terzo volume - Frammenti - nel 1846). In seguito si moltiplicarono le edizioni, tra cui notevoli quelle di K. Meissner (Lipsia 1898-901), di E. Heilborn (Berlino 1901), di J. Minor (Jena 1907), di E. Kamnitzer (Monaco 1923-1924), di R. Samuel e P. Kluckhohn (Lipsia 1928). Una n. ed. e un nuovo ordinam. dei frammenti ha dato E. Kamnitzer (Dresda 1928). Inoltre J. M. Raich: Novalis Briefwechsel mit Friedrich u. August Wilhelm Schlegel, Charlotte u. Caroline Schlegel, Magonza 1880; Friedrich von Hardenberg, Eine Nachlese aus den Quellen des Familienarchivs, Gotha 1883.
Versioni: Quasi tutto N. è tradotto in italiano: una scelta dei Frammenti da G. Prezzolini (Milano 1905; Lanciano 1914); I discepoli di Sais, da G. A. Alfero (Lanciano 1912); gli Inni alla notte e i Canti spirituali da A. Hermet (ivi 1912); l'Enrico di Ofterdingen da R. Pisaneschi (ivi 1914).
Bibl.: Monografie: W. Dilthey, Da Erlebnis u. d. Dichtung, 3ª ed., Lipsia 1910; A. Schubart, N.' Leben, Dichten u. Denken, Gutersloh 1887; J. Bing, N. Eine biograph. Charakteristik, Amburgo 1893; E. Heilborn, N. d. Romantiker, Berlino 1901; E. Spenlé, N. Essai sur l'idéalisme romantique en Allemagne, Parigi 1904; H. Lichtenberger, N., Parigi 1913; G. A. Alfero, N. e il suo Heinrich von Ofterdingen, Torino 1916; H. Hesse, N. Dokumente seines Lebens und Sterbens, Berlino 1925. Saggi: R. Wörner, N.' Hymen an d. Nacht u. Geistliche Lieder, Monaco 1885; C. Busse, N.' Lyrik, Oppeln 1898; A. Huber, Studien zu N. mit besonderer Berücksichtigung der Naturphilosophie, in Euphorion, IV Suppl. (1899); E. Fridell, N. als Philosoph, Monaco 1904; W. Olshausen, Fr. v. H.s Beziehungen zur Naturwissenschaft seiner Zeit, Lipsia 1905; H. Simon, Der magische Idealismus, Heidelberg 1906; E. Havenstein, Fr. v. H.s ästetische Anschauungen, Berlino 1909; E. Ederheimer, Jakob Boehme u. d. Romantiker, Heidelberg 1904; W. Ferlchenfeld, Der Einfluss Boehmes auf N., Berlino 1922; R. Unger, Herder, N. u. Kleist, Francoforte sul M. 1922; K. J. Obenauer, Hölderlin. N., Jena 1925; R. Samuel, Die poetische Staats- u. Geschichtsauffassung, Fr. v. H. s, Francoforte sul M. 1925; F. Imle, N., seine philosophische Weltanschauung, Paderborn 1928; H. Pixberg, N. als Naturphilosoph, Guterlosh 1928; W. Herzog, Mystik u. Lyrik bei N., Stoccarda 1928; H. Ritter, N.' Hymnen an die Nacht, Heidelberg 1930; cfr. inoltre le opere fondamentali sul romanticismo di R. Haym, R. Huch, O. Walzel, A. Farinelli, P. Kluckhohn, ecc.
fonte Enciclopedia Treccani
La parola chiave del lettore:
Siete occhi che guardano e che sognano!
Continuate a sognare, a inquietarvi, a immaginare parole e visioni che ci aiutino a leggere il mistero della vita umana e orientino le nostre società verso la bellezza e la fraternità universale.
Aiutateci ad aprire la nostra immaginazione perché essa superi gli angusti confini dell’io, e si apra alla realtà tutta intera, nella pluralità delle sue sfaccettature: così sarà disponibile ad aprirsi anche al mistero santo di Dio. Andate avanti, senza stancarvi, con creatività e coraggio!
Papa Francesco
