Far fiorire il divino che è in noi.. Dio ti parla ogni giorno

“ Se guardassi uno specchio e non ci vedessi la mia faccia proverei lo stesso tipo di sensazione che ora mi prende quando guardo questo mondo vivo, affaccendato, e non vi trovo alcun riflesso del suo creatore.. Se non fosse per questa voce che parla così chiaramente nella mia coscienza e nel mio cuore, quando guardo il mondo io diventerei ateo.. e sono ben lontano dal negare la forza reale degli argomenti dell’esistenza di Dio tratti dall’osservazione sulla società umana in generale e sul corso della storia; ma questi non mi riscaldano, non mi illuminano; non tolgono l’inverno della mia desolazione, non fanno germogliare le foglie nel mio cuore e non rallegrano il  mio spirito

 

San John Henry Newman Dottore della Chiesa 

 

                                            ( Apologia pro vita sua,cit pp381-382)


Questo è davvero un tempo per impegnarci tutti insieme a sperare.

 

 

 

Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Rianimare la speranza!

 

 

Papa Francesco

 

 

Il cristiano è sollecitato così come da tutta la Scrittura, a imitare Dio, il mondo e le sue realtà sono un ostacolo alla sua "divinizzazione", alla sua santità, per il cristiano che vive secondo lo Spirito Amore, il mondo e le sue realtà sono la condizione stessa per divinizzarsi, per entrare per ciò che gli compete, nel disegno e nell'economia della salvezza dell'umanità e del mondo. Così come non v'è salvezza del mondo senza l'opera dell'uomo che lo conduce a perfezione, il cristiano non si salva senza il mondo, poichè è chiamato a santificarlo finchè "Dio sia tutto in tutti", Il mondo è il luogo e il mezzo grazie al quale il cristiano " guidato dallo Spirito" raggiunge la sua santità e il suo essere e vive nell'Amore

 

 

 

Padre Lorenzo Rossi

Fondatore Associazione Culturale Dom Gréa

 

 

 

 

 

...Sarà la riscoperta del bello che aiuterà ad incontrare il Tutto nel frammento: «la via della bellezza» non va concepita a guisa di una formula totalizzante, ma come metafora di un cammino possibile e fecondo per restituire ai frammenti un orizzonte di senso e cogliere nella Verità ultima e sovrana la vera sorgente della dignità del frammento. Occorre aprirsi a una sorta di ritrovata «filocalía», di un senso del bello, cioè, che sia educato all’amore della Bellezza che salva, offerta nella Rivelazione. Solo il riconoscimento dell’offrirsi dell’infinito nel finito, della lontananza nella prossimità, solo la comprensione estetica della verità e del bene, potrà essere in grado di parlare efficacemente al mondo umano, «troppo umano», che è il nostro mondo post-moderno. Esso non ha bisogno di prove di forza, dopo le tante offerte dall’ ideologia. Esso non ha neanche bisogno di rinunce deboli, di sterili riflussi nel privato. Ciò di cui abbiamo tutti bisogno è l’offerta dell’eternità nel tempo, dell’onnipotenza nella prossimità dell’amore capace di misericordia e di compassione. Il volto della verità e del bene che più può attrarre a sé è quello della bellezza umile del Crocifisso amore.."

 

 

( da I nomi del bello e il mistero di Dio; Bruno Forte)


Vita..Ri-co-nascenza!

 

L'uomo è chiamato a nascere, venire alla luce, venire al mondo, per tutta la vita.

In ogni ambito, ciascuno nel suo, vivere è creare condizioni di co-nascenza. Solo così smettiamo di oscillare tra voler occupare tutta la scena e voler toglierci di scena, per paura di non esistere abbastanza, e ci apriamo all'unica forma felice di vita, quella che ci permette di nascere fino alla morte: la ri-co-nascenza.

 

 

Alessandro D'Avenia


Immergiti nella lettura!


 

 

«La speranza è che si arrivi a un mondo dove a essere festeggiato è l’eroismo del perdono, della compassione, del coraggio che soccorre»

 

Daniele Mencarelli


                                     Christopher Richard Wynne Nevinson (1889-1946), Da una finestra veneziana

Una scintilla tra le cose di ogni giorno

 

Alessandro Dehoʼ

 

Niente è così necessario (…) quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni

 

Oggi non riesco a pregare. Ci provo, chiudo gli occhi, respiro lentamente ma il cuore non ne vuole sapere di restarsene quieto e la mente rimbalza tra un problema e l’altro. Niente di irrisolvibile ma tante cose, troppe cose, è la vita di tutti i giorni, quella della maggioranza delle persone, quella di te che mi stai leggendo ritagliandoti un brandello di tempo in una mattina veloce di un normale lunedì invernale.

 

L’automobile vecchia che decide di abbandonarti, la visita dal dentista, la spesa da fare, un pacco da ritirare, una telefonata che non puoi rimandare, mail a cui rispondere…solo la vita, la vita per quello che è, la vita che detta i tempi, la vita che invade usando qualsiasi mezzo tecnologico a sua disposizione, la vita per questo bella, e ricca, spazio battezzato da Dio per incontrarci. Così lotto per decifrare questa giornata così particolare, lotto per non farmi abbattere dalla tentazione di giudicarmi incapace di pregare, lotto perché la preghiera è spesso una lotta: apro il breviario e sprofondo in una famosa pagina di San Carlo Borromeo dal titolo “vivere la propria vocazione”. Leggo e il cuore sorride. È un discorso che parla di preti ma credo sia prezioso per tutti. Inizia così “Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto” e io mi sento subito compreso, non giudicato, e poi, poco più avanti, parlando della mente, dice del rischio che “si popoli di mille distrazioni”, e capisco che è la pagina giusta per me. Così mi apro ad ascoltare i consigli del Borromeo per oppormi alla dispersione.

Primo: “se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via”, che splendore, i miei occhi erano concentrati sulla mia incapacità e lui invece mi invita a guardare al fuoco che mi abita, anche minimo, una scintilla, vedere ciò che c’è. All’improvviso la notte non scompare ma mi sembra di sentire un calore nuovo, una luce nelle tenebre, mi chino su di me, mi proteggo, soffio delicatamente come quando tento di far ripartire la stufa a legna della cucina, forse pregare è proprio questa cosa, opporsi alla velocità della vita chinandosi sull’esistente per rianimarlo, e riconoscere una fedeltà di Dio, la sua resistenza. Chissà forse pregare è anche chinarsi sulla vita degli altri e vedere e dilatare la scintilla di Dio che si portano dentro, come baciare delicatamente il mondo perché non venga spazzato via dal vento della banalità. Poi San Carlo continua: “tieni chiuso il focolare del tuo cuore perché non si raffreddi e non perda calore”, splendido gesto di protezione, abbiamo bisogno di proteggerci, perché siamo deboli, proteggerci dalla volgarità della vita, dal male, dalla paura, dalla tentazione che ogni cosa vada affrontata e risolta immediatamente, dal delirio di crederci indispensabili, onnipotenti. E poi, passando per consigli incredibilmente saggi e moderni, ecco l’ultimo atteggiamento “niente è così necessario (…) quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni”, ed è vero che San Carlo parla alle “persone ecclesiastiche” eppure credo sia atteggiamento che possa salvare ognuno di noi dalla dispersione.

 

Parole che non indugiano sull’utopia di dover cambiare radicalmente la struttura della nostra vita ma che ci invitano ad immergere ogni nostra azione in un tempo più grande di noi. Come se la “cosa” che ci preoccupa potesse essere ammansita. Come fosse una bestia feroce. Preparandoci prima di affrontarla, per relativizzarne anche la portata, per definirne bordi, per guardarne il profilo e non farsi travolgere dalle paure che, sempre, ingigantiscono la realtà. Meditando quando affrontiamo il problema, inserendolo in un contesto più grande, confrontandolo con le grandi questioni della vita, le uniche indispensabili: nascere, amare, morire. Cercando di non perdere il legame tra la concretezza del nostro presente e il Dio che viene a visitarci. E infine, meditare anche dopo, anche quando tutto è passato, come a voler deporre con grazia e ordine quel pezzo della vita, come a non buttarsi immediatamente nel delirio del successivo impegno che incalza. Non penso a meditazioni infinite, credo che possano bastare alcuni istanti di consapevolezza, davvero qualche secondo, credo possa diventare come uno stile, una buona abitudine. Credo possa contribuire a trasformare le nostre giornate in una liturgia.


«Annunciazioni quotidiane»

 

 

 

Alessandro D’Avenia

 

 

La Voce era una dea. Lo narra Omero. Noi lo seguiamo più prosaicamente usando delle metafore: trovare la propria voce, avere una voce dentro, ascoltare una vocina...

 

Se poi diventano tante è un brutto segno: sentire voci, voci che perseguitano o confondono... La lingua coglie il vero con le sue metafore durature, e non ce n'è una migliore della voce per dire che noi umani siamo «intimi a noi stessi»: siamo una relazione tra vita e concreto vivente, un dialogo interiore che, non coltivato, ci consegna al vociare del mondo: non so chi sono.

 

 

Il pensiero è a tutti gli effetti una conversazione, una relazione tra la vita che ci vive e noi che la viviamo. Io sono un «tra me e me», dove i due «me» non sono lo stesso, non sono l'uno un'eco dell'altro, altrimenti non sarei libero, dubbioso, in ricerca: non ci sarebbero messe a punto tra vita ed esistenza, scelte, erranze.

 

 

 

La vita, che è in me e che non mi sono dato, parla e posso ascoltarla, riceverla, moltiplicarla.

 

«Vivere la vita» non è un'espressione pleonastica, perché la vita si può averla anche senza viverla, si può esser viventi ma non vivi. E dipende proprio dalla qualità della conversazione interiore, che crea il mondo di ciascuno. Dalla stessa metafora vocale viene infatti «vocazione»: vita che appassiona, dà gioia. In piante e animali è un destino «uni-voco», obbediscono a (da ob-audire: ascoltare attentamente) una sola voce: il ciliegio fa ciliegie e le api miele. E noi a chi «obbediamo»? Chi ascoltiamo? E come ascoltare?

 

 

 

Il tema artistico dell'Annunciazione è la sintesi plastica della relazione primaria con noi stessi. In molte Annunciazioni una luce esce dalla bocca dell'angelo e raggiunge l'orecchio di Maria. Amo particolarmente quella di Simone Martini del 1333, oggi agli Uffizi, dove il fascio di luce è una voce scandita in lettere d'oro: «Ave gratia plena, Dominus tecum» («Gioisci piena di grazia, il Signore è con te»).

 

 

 

La vita pro-voca (chiama a presentarsi) e l'orecchio accoglie: dialogo interiore. Maria è infatti rappresentata nella quiete (prega, legge, tesse...): non si dà «voce» senza «capacità» (apertura, disposizione a ricevere) di ascolto. Non è un'eco di pensieri già saputi ma l'arrivo del nuovo.

 

L'annunciazione è un evento ordinario per quelli che ascoltano la vita. Il messaggero (in greco: angelo) è qualcosa/qualcuno che ci conferma che la vita è «con noi» e ne siamo «pieni» in modo gratuito. Ma questo accade in modo diverso per ciascuno: ogni vivente riceve la vita in modo irripetibile, la vita si compie in modo unico in ciascuno.

 

 

 

E come faccio a sapere che quella è la voce della vita? Dalla gioia che pro-voca, dall'azione che ispira: chiama a fare più vita. La vita vuole creare altra vita, in noi e attraverso di noi, ma solo se colgo dove e quando mi appassiona: se provo passione per la mia stessa vita, allora mi metto in moto. Per dire che non amiamo diciamo infatti: «non sento nulla», ma a volte è solo perché non stiamo ascoltando. È venuto meno lo spazio di ricezione, di cui il silenzio è metafora (perché il silenzio non è assenza di suono ma quiete): «capacità» (un vuoto) di ascolto.

 

 

 

Di certo il silenzio di un bosco non è assenza di suoni, così come non lo è quello della lettura: la vita usa le sue parole e parla a chi è in quiete, e non inquieto. Quel silenzio può accadere ovunque, perché è risonanza: fenomeno fisico per cui qualcosa che produce un suono ne fa vibrare un'altra che ha la stessa frequenza, ma la seconda non smette di vibrare quando la fonte cessa, continua con energia propria, non è un'eco ma appunto una ri-sonanza. Questa «conversazione» interiore non è possibile senza «conversione» interiore: devo rivolgermi alla vita sulla mia frequenza, aprire le orecchie, l'organo del «concepire». Un violino canta perché è cavo: ha la capacità. E così le persone che trovano la propria voce in-cantano: in loro la vita trova spazio e risuona.

 

 

 

Le forme del silenzio (cioè quando permettiamo alla vita di risuonare in noi) sono «occasioni» di chiamata, come quando aspettiamo una telefonata e fissiamo il telefono. Anche per questo il silenzio comporta fatica, va scelto: bisogna districarsi nel rumore interiore (menzogne, paure, giudizi, pretese, lamentele, chiacchiere, dicerie...) che impedisce alla vita di raggiungerci, di fecondarci, farci entrare in risonanza e ricevere il vero sé. Cristo dice: «Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». La ricompensa non è un premio al bravo bambino che prega, ma noi stessi: Cristo sta descrivendo la struttura creatrice e dialogica della vita. La camera con la porta che viene chiusa è il silenzio: quando finalmente ascoltiamo la vita (il Padre è colui che dà la vita) e in questa quiete la ricompensa è certa, non è qualcosa da chiedere ma la vita stessa che ci raggiunge, ci appassiona: «Possesso di me tu mi davi dandoti a me» scrive il poeta Salinas all'amata.

 

 

 

Van Gogh diceva che la pittura era una voce che non poteva ignorare, Rita Levi Montalcini nei momenti di difficoltà obbediva a una voce che le ripeteva: «continua», Emily Dickinson non scriveva ma ascoltava le sue poesie da una voce che la sorprendeva, il matematico Poincarè parlava di voce della mente, Hannah Arendt di voce del pensiero.

 

 

 

Ma noi abbiamo questo spazio dove la vita si fa parola e ci raggiunge, illumina, appassiona? O non riusciamo a «ricevere» perché non ascoltiamo e c'è sempre il rumore a inquinarci? Non c'è quiete ma inquietudine, non suono ma frastuono, l'anima è invasa dalla folla, non si è mai tra sé e sé.

 

 

 

Un'educazione alla gioia vuole allenamento al silenzio. Per un bambino sono fondamentali i 12 minuti dall'uscita di scuola: gli serve stare con l'adulto in una ritualità tranquilla, senza domande, permettendo il «ritorno» alla propria voce, così poi sarà lui a sentire l'esigenza di raccontare. Non c'è racconto senza prima ritorno, noi invece oggi parliamo parliamo parliamo senza esser mai tornati, parliamo «senza voce».

 

 

 

Noi adulti per primi abbiamo bisogno di spazi di silenzio, cioè di musica (da Musa): dove la vita risuona in noi e ci ispira. Chi riesce a star fermo per mezz'ora «in silenzio», che poi oggi significa «senza telefono»?

 

 

 

Avevo dato ai miei studenti il compito di fare una passeggiata di mezz'ora senza cellulare. Dovevano poi scrivere un testo ispirato alla cosa che aveva «parlato» di più. Volevo così mostrare che l'ispirazione non è che un dialogo, che nella camera interiore la vita si fa sentire sempre: gli angeli hanno le ali perché sono ovunque. Infatti un pallone da calcio abbandonato in un campetto dell'infanzia parla di una gioia corale che manca nei divertimenti di adesso. Delle rose ricordano un dialogo memorabile con la nonna che non c'è più. Una libreria raggiunta per ripararsi dalla pioggia parla attraverso oggetti rettangolari detti libri. Una bambina che accarezza un cane prima di recuperare una palla finita vicino all'animale narra l'armonia tra le cose del mondo. C'è chi, senza cuffiette, ha «sentito» che la pioggia è una colonna sonora capace di lavare pensieri e paure. E anche l'acconciatura di un passante o una foglia incastrata in un tergicristalli cantano quanto mondo c'è nel mondo, quanta musica nel silenzio, quanta grazia nel quotidiano.

 

Da qui viene la gioia che ci manca: potersi sentirsi a casa anche nel pieno di un'avventura.

 

 

 

 

Ci appassioniamo alla vita quando la vita si fa «sentire» sulla nostra frequenza, e il vivente che siamo diventa vivo. È uno dei benedetti paradossi dell'esistenza: solo quando ricevo, mi ricevo; solo quando ascolto, trovo la mia voce


Rimanere sulla soglia

 

 Alessandro Dehoʼ

 

Una mattina “perfetta” si incrina: invece di pregare e scrivere, sale inquietudine e colpa. La svolta arriva con Simone Weil: non forzare, ma attendere sulla soglia. “Tutti i beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi.”

 

 

 

Oggi è un giorno perfetto, tutto si prospetta docile, perfino il tempo, tanto e tutto a mia disposizione. Il mio piccolo mondo sembra felicemente pronto ad obbedire ai miei desideri, ho progetti che chiedono solo di essere trasformati in realtà (più che altro articoli da scrivere), vivo la sicurezza di avere a disposizione un tempo abbondante per la preghiera mattutina a cui si aggiungerà la libertà pomeridiana vista l’assenza di viste in programma.

 

Non ho nessun bisogno di prendere l’auto e di scendere a Pontremoli per qualche commissione: nulla. Solo io e il mio desiderio di vita piena, io in questa Città alta che amo ogni giorno di più. Invece qualcosa non torna. Non che succeda qualcosa di imprevisto, l’imprevisto sono io, l’ho dentro. Mi accorgo da subito, sto in ginocchio in preghiera ma l’unica cosa ad essere ferma è proprio il corpo perché, invece, il pensiero corre altrove (e il cuore lo segue).

Conosco tecniche di respiro e di concentrazione, le applico, falliscono. Comincio a innervosirmi, mi sento in colpa, terribile arma che mi colpisce sempre a morte, mi sento in colpa verso chi si è alzato stamattina presto per correre al lavoro, mi sento in colpa verso tutte le persone che avrebbero bisogno del silenzio di cui abbondo e che sto brutalmente sprecando, mio sento in colpa verso Dio… così tutto peggiora, tutto mi sfugge di mano, il cuore si intristisce, i lavori da terminare rimangono sospesi, mi aggiro nervosamente per la casa aprendo libri in cerca di un appiglio, di un’idea, di qualcosa che mi faccia riaccendere la sacra fiamma della passione, quella che porta alla preghiera o alla scrittura. Niente. Esco a camminare con Dulcinea, il mio cane, che non vedeva l’ora di trascinarmi per i boschi. Provo a lasciare andare tutto ma nemmeno lì riesco, stamattina solo un grande senso di fallimento e di frustrazione, perché mi sembra di deludere chi mi immagina chino sulla tastiera a cercare parole da condividere. Il fatto che nulla apparentemente giustifichi questa mia inconcludenza non fa che peggiorare le cose.

Vorrei saper prendere qualche scorciatoia tipo esercizio zen, abbracciare gli alberi, svuotarmi, stare, ma non è la mia grammatica. Cammino e penso che passerà, che prima di sera tornerò a scrivere una riflessione buona da condividere con i miei lettori, vivo questa mia debolezza come una patologia che spero passeggera. Non ho ancora capito niente. Improvvisamente mi ricordo di un libretto letto tanti anni fa, “Simone Weil, 15 meditazioni” a cura del teologo francese Martin Steffens, ricordo che il primo capitolo parlava proprio di attenzione, tema caro alla Weil, rientro a casa, recupero il testo, è fittamente sottolineato: “tutti i beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi”, parola di Simone Weil.

 

Più avanti: “l’attenzione pura, perfettamente senza scorie, è preghiera” (La pesanteur et la grâce 192), parole che dovrebbero dilatare il mio senso di inadeguatezza, sancire il fallimento di questa giornata così malamente iniziata, se non fossero completate da una provvidenziale sottolineatura: “la preghiera è uno sforzo, forse lo sforzo più grande, ma è uno sforzo negativo. (…) Il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non cerca alcunché anzi è pronto a ricevere, nella sua nuda verità, l’oggetto in cui sta per entrare” (Attente de Dieu 119-123).

E la giornata cambia. In queste parole di Simone Weil trovo consolazione così come nell’interpretazione che Martin Steffens aggiungere quando dice che dovremmo imparare a rimanere sulla soglia di un problema da risolvere, attendendo con pazienza. Rimanere sulla soglia. Ecco cosa è accaduto stamattina, sono stato provvidenzialmente costretto alla soglia e lì, invece di attendere, mi sono ribellato.

 

Come se la sacralità del Creato non volesse farsi calpestare dalla mia supponenza. Sia che si abiti la solitudine dei boschi o che si cammini immersi nel caos di una metropoli, sia che si disponga di tempo o che se ne sia orfani, quello che mi pare prezioso è imparare a liberarsi dalla folle tentazione di volerla aggredire la vita, di volerla sempre piegare ai nostri progetti. Invece imparare a stare sulla soglia, e farlo come Steffens consiglia “dicendo semplicemente “Eccomi!”, non chiedendo niente, non cercando niente, restando pronti a sopportare il silenzio, se è di questo che Dio vuole nutrirci”.


Comunicare è conoscersi dentro

 

 

 

Eugenio Borgna

 

 

 

 

 

Nell’interiorità matura la conoscenza di ciò che siamo, delle nostre emozioni e, ancora più intimamente della nostra anima. Questo ascolto di sé è alla radice di ogni relazione

 

 

 

 

 

 

Si comunica col linguaggio delle parole, che è la comunicazione verbale, e col linguaggio del silenzio e della solitudine, degli occhi e degli sguardi, delle lacrime e del sorriso, che è la comunicazione non verbale: le due grandi aree semantiche della comunicazione. Negli svolgimenti tematici del discorso vorrei indicare come queste due diverse modalità di comunicare si snodano in alcune emblematiche condizioni di vita, e come dovremmo di volta in volta comportarci al fine di renderle sempre più dotate di senso, e creatrici di umanità, e di solidarietà, di sensibi-lità, e di gentilezza, di attesa, e di speranza, che si intrecciano le une alle altre. La comunicazione è l’espressione del comunicare, e in vita non è possibile non comunicare, la sola cosa che ci consenta di uscire dalla solitudine; ma è necessario distinguere ancora due diverse forme di comunicazione: quella razionale e astratta, estranea ai contenuti emozionali, e quella animata dalla passione. Lo diceva Giacomo Leopardi: solo se la ragione si converte in passione, diviene strumento di conoscenza, e di comunicazione. La comunicazione razionale è quella che, nella vita quotidiana, si limita a trasmettere cognizioni, e informazioni, con un’arida elencazione delle cose. La comunicazione emozionale è quella che espone le cose con slancio, e con viva partecipazione dialogica. Le stesse cose, esposte con freddezza, o con passione, cambiano di significato, e si imparano con una diversa rapidità, e anche con una diversa partecipazione interiore. Una bellissima poesia di Clemente Rebora ( Tempo) è la premessa, la fonte, delle mie riflessioni sulla comunicazione, e sulle sue metamorfosi, e sono grato a Roberto Cicala, che è l’attuale editore delle più belle opere del grande poeta rosminiano, di avermela proposta. Leggiamola insieme: Apro finestre e porte – ma nulla non esce, non entra nessuno: inerte dentro, fuori l’aria è la pioggia. Gocciole da un filo teso cadono tutte, a una scossa. Apro l’anima e gli occhi – ma sguardo non esce, non entra pensiero: inerte dentro, fuori la vita è la morte. Lacrime da un nervo teso cadono tutte, a una scossa. Quello che fu non è più, ciò che verrà se n’andrà, ma non esce non entra sempre teso il presente – gocciole lacrime a una scossa del tempo. Questa fragile e umbratile riflessione sulla comunicazione interiore sgorga, così, da questa emblematica poesia di Rebora. Ne ho sempre letto le poesie, e i testi religiosi, che si intrecciano le une agli altri nei loro bagliori, e nella loro arcana e ardente spiritualità. I versi, che parlano dell’anima e degli occhi, colgono le radici della comunicazione, di ogni comunicazione, non solo in psichiatria, ma nella vita. Nell’ultima strofa il tempo, che è il titolo della poesia, rinasce nel suo germogliare e nel suo svanire. Nel riflettere sulla coscienza interiore, sull’interiorità, come premessa alla conoscenza e alla comunicazione di quello che noi siamo nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni, vorrei ricordare quello che sant’Agostino ha scritto sulla conoscenza di sé, in una ( De vera religione) delle sue grandi opere teologiche e filosofiche. Le sue parole celeberrime sono: «Non uscire da te stesso, rientra in te, nell’interiorità dell’uomo risiede la verità». La mia domanda è questa: ci conosciamo, meditiamo, sappiamo isolarci dalle nostre impressioni immediate, dedichiamo tempo e pazienza indispensabili a conoscere le sorgenti profonde, e non solo quelle superficiali, dei nostri gesti e delle nostre azioni, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri? Non c’è bisogno di essere psicologi, e psichiatri, per giungere a conoscere quello che noi siamo nella nostra vita interiore. Ci sono libri che ci aiutano in questo, e che non sono solo di matrice psicologica, ma anche di matrice poetica. Le poesie di Giacomo Leopardi, e anche quelle di Clemente Rebora, sono nutrite di una profonda interiorità e ci aiutano nel conoscere la nostra interiorità. Sì, ci sono attitudini personali nel seguire il cammino misterioso che porta alla conoscenza di sé, ma siamo (tutti) chiamati a conoscere le nostre emozioni, e quelle delle persone che la vita ci fa incon-trare, se vogliamo comunicare con noi stessi e con gli altri. Cose non facili, che si devono nondimeno tenere presenti, se vogliamo dare un senso alla nostra vita e conoscere quello di cui gli altri hanno bisogno, e che non hanno magari il coraggio di chiedere. Siamo circondati da persone, che non conosciamo nella loro fragilità e nella loro delicatezza, e che dovremmo sapere riconoscere. Una straordinaria filosofa francese, Simone Weil, autrice di libri di una indicibile bellezza e di una radicale profondità, morendo a poco più di trent’anni, ha scritto: «Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti. Non essere sordo a queste grida». Quando conosciamo una persona non dovremmo mai dimenticare queste parole.


La felicità che mette radici in Dio

 

Alessandro Dehoʼ

 

Il Salmo 1 dice che si può essere felici: “come albero piantato lungo corsi d’acqua”. Mello parla di “trapianto” e del suo “travaglio”. Il male è “pula che il vento disperde”: “Il Signore veglia”.

 

 

Il Salmo 1 ci assicura che l’uomo, che ognuno di noi, può essere felice. Che la felicità è bere della legge di Dio, diventare intimi, farsi allattare da Lui. E poi ecco la grande immagine dell’albero: “è come albero piantato lungo corsi d'acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene”. Alberto Mello nel suo commento dal titolo “Leggere e pregare i salmi” edito qualche anno fa da Qiqajon, parla di albero non solo piantato ma trapiantato “ogni trapianto comporta un certo travaglio, delle possibili crisi di rigetto (…) ciascuno deve essere trapiantato altrove per produrre fritto. Dove? Trapiantati nella casa di JHWH”. Mi lascio trasportare da questa poetica e potente immagine, mentre cammino sento che i miei piedi sono come radici che costantemente si radicano e sradicano nella terra cercando il posto giusto per produrre frutto. Il salmo mi ricorda che io, proprio io, posso portare frutto, non è scontato. Guardo le persone che mi camminano accanto mi sembra di sentire anche in loro la stessa ricerca, quella di provare a non essere sterili, che è probabilmente la vera radice dell’infelicità.

 

Non sentirsi parte feconda della Creazione. Se non ci fosse il salmo 1 io non avrei saputo dare nome all’infelicità, non così. Disperazione è essere sradicati dalla vita che vive, dall’Amore che non muore. Tutto questo mi commuove, la preghiera converte il mio sguardo, non vedo più avversari ma alberi, fratelli che imparano che la felicità è mettere le radici in Dio. Vedo uomini e donne che cercano, come possono, magari in modo disarticolato, di individuare i corsi d’acqua della divina speranza. Vedo un bambino che sta imparando a camminare, mi pare un esercizio di fede, la dichiarazione pratica che ognuno di noi sta cercando la propria strada per tornare al Padre, per essere finalmente felice. Di giorno in giorno trapiantati per poter arrivare, alla fine, a mettere radici nel cuore dell’Eterno.

“Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde” alla luce del salmo il male non mi fa più così paura, non quello del mondo, nemmeno quello che mi abita, il male illuminato dalla preghiera non sembra più invincibile perché il soffio di Dio lo disperde. Si alza un po’ di vento, respiro profondamente, chiedo che anche il male che sento in me possa essere disperso dal vento della misericordia divina.

 

“Poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina”. Sempre Alberto Mello illumina questo passaggio “la felicità dell’uomo gradito a Dio è un “passo avanti” rispetto alla routine del mondo, al semplice benessere degli altri. Perciò essa è generalmente misconosciuta dagli uomini, ma conosciuta e preziosa agli occhi di Dio”. Quando sono triste è perché sono un passo dietro, sono fuori tempo, non sono sintonizzato sull’incedere dell’Eterno. Ti prego Signore di aspettarmi, aiutami a sentire che sei tu che apri strade percorribili, aiutami a sentire che non sono solo, aiutami, ogni volta che cado, ogni volta che sbaglio, a farmi rialzare da te. Aiutami a fidarmi, a darti le mie mani, perché io possa imparare a camminare, a trovare il coraggio per fare quel passo avanti capace di farmi smarcare dalle seduzioni del mondo, quel passo avanti capace di trapiantare i miei passi nel seno della beatitudine.


Scegliere la vita

 

Adrien Candiard

 

 

La felicità è una scelta: così ci insegnano tanti coach di sviluppo personale. È un’idea al tempo stesso rassicurante, perché suggerisce che la felicità sia a portata di mano, e colpevolizzante. Se non siamo felici, sembrano dirci, è un po’ colpa nostra, perché basta decidere di esserlo… Nel libro del Deuteronomio, dopo aver trasmesso al popolo d’Israele appena uscito d’Egitto i comandamenti di Dio, Mosè conclude la sua presentazione della Legge con una frase semplicissima, che sembra voler dire qualcosa di molto simile: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e la felicità, la morte e l’infelicità. […] Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui» (Dt 30,15-20). E tuttavia Mosè qui non afferma che è sufficiente scegliere, che la felicità e la vita sono solo una questione di scelta: egli ricorda che una scelta è, comunque, necessaria. Il cammino della felicità che traccia è quello di un amore esigente, paziente, concreto, per Dio e per il prossimo, un amore che s’incarna nella realtà quotidiana e di cui la Legge è l’espressione. Per amare non basta volerlo, ma senza una scelta, senza l’impegno, senza il “sì” del nostro battesimo, sapremo noi metterci in cammino verso la gioia?


… meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

 

F. Arminio

 

 

 

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

 

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

 

 

 

 

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere editore, 2017)


Il mare

Erri De Luca

 

 

 

Rimbaud amava il mare perché poteva lavarlo da ogni sporcizia. Era così, una potenza igienica che operava in profondità. È diventato un campo di gara, non di regate a vela: di competizione tra navi di soccorso e governi d’intralcio ai salvataggi. Leggi escogitate apposta per favoreggiamento di naufragi sequestrano nei porti i pochi battelli salvagente. Chi va per mare per issare a bordo vite semisommerse, è tenuto ad agire con destrezza, da scippatore che sottrae ai governi la loro quota di annegati previsti. Quando riesce il colpo nelle acque del Canale di Sicilia, col carico di vite alla deriva afferrate appena in tempo, ecco che per rappresaglia quelle navi sono spedite ai porti di alto Mediterraneo, per fare pagare il più caro possibile il salvataggio a scippo. È il gioco d’azzardo imposto da leggi fuorilegge dove i dadi gettati sul tappeto delle onde sono le imbarcazioni gremite, in stato di necessità di intervento. Sono nativo del Mediterraneo, di una città di mare. C’è un governo formato perlopiù da nativi d’entroterra che ignorano storia e geografia del liquido salmastro avvolgente per tre quarti l’Italia. Lo degradano a discarica di vite maltrattate. Non fermano né minimamente incidono sui flussi migratori, però guastano il mare e impediscono che lavi le sporcizie e le coscienze.


Il pettirosso

 

Alessandro Dehoʼ

 

«Dentro, la morte; fuori un piccolo amico». Il pettirosso che bussa al vetro riapre il cuore alla primavera e alla speranza: «Mani calde come un nido d’uccello»

 

 

 

Un rumore secco e continuo: l’isolamento della casa in cui vivo accentua ogni minima increspatura inferta alla perfezione del silenzio. Mi alzo, penso di aver lasciato aperta una finestra. Forse è il vento che fa sbattere qualcosa contro il vetro, cerco, invano, tutto è chiuso e il rumore adesso è sparito.

 

Mi risiedo. Riprendo a scrivere. Il rumore ricomincia. Non è fastidioso, ma la curiosità mi ha ormai conquistato. Un piccolo battito insistente, un bussare minimo ma deciso, cerco ancora, nulla, poi lo sguardo cade sul vetro della finestra chiusa, corre oltre il cristallo, da fuori vedo volarsene via un pettirosso, il rumore cessa, era lui, becco contro vetro, trovo le tracce. Perché voleva entrare? Cosa cercava? Una cosa da nulla che ha riempito il mio cuore, in un periodo di grossi e drammatici sconvolgimenti nella frazione che abito. La natura a bussare alla finestra, il volo di una creatura dolcissima a risvegliarmi alla primavera esplosa, fuori, in un tripudio di luce. Il verde delle foglie al vento e la luce, gialla, abbagliante, delle ginestre. Dentro di me invece, ancora, il dialogo aperto con la morte: ho appena celebrato il funerale di un amico.

Dentro, la morte; fuori il becchettare insistente di un piccolo amico a dire che la primavera vuole entrare comunque in me, deve entrare, e che io non posso farci nulla, bisogna vivere. Immagino il mio cuore, fragile, di vetro, la tentazione di chiudersi, di adagiarsi sul ricordo degli inverni, sentirsi portati a sostare incessantemente sull’elenco delle persone già morte, cedere alla tentazione che la felicità sia ormai alle spalle e che nulla, nulla, dal futuro potrà arrivare a ridare i sorrisi della giovinezza. Ho cinquant’anni, a volte me ne sento cento.

Così, forse per questo, una mattina un pettirosso ha bussato. Al vetro del mio cuore. E poi è tornato anche i giorni successivi e, sono certo, tornerà ancora. Adesso lascio delle briciole. Lo nutro. Nutro la speranza della primavera. Avevo bisogno di trasformare in preghiera questo momento, non volevo rimettermi subito a scrivere, sono andato a cercare tra i miei libri le parole dell’amata Adriana Zarri, mi sembrava l’autrice perfetta da abbracciare, ho spalancato la finestra, da questa città alta ho lanciato nel sole le sue parole, per me, per il mio amico in volo, per la vita che vuole entrare, ancora, per la primavera, per l’amore caldo di questo nostro Dio paziente: per ognuno di voi. Si intitola “Non ti domanderò”:

 

Non darmi nulla, Signore,

non mi serve.

Non ti domanderò del pane

 

o delle vesti

o una buona salute;

e nemmeno la gioia di te.

 

Non ti chiederò sole

o nebbia

o fuoco acceso

 

o tovaglia sul tavolo;

ma solo un tavolo

perché tu possa sederti

 

nelle sere d’inverno.

Ti chiederò soltanto mani vuote,

mani cave,

mani calde:

come un nido d’uccello

dove tu possa riposare.

 

 

(Adriana Zarri, “TU” quasi preghiere, Gribaudi, 1985)

Compassione

 

Chandra Candiani

 

 

 

 

La pratica della compassione inizia portando al cuore, evocando, un essere (non necessariamente un essere umano) che sappiamo che sta soffrendo. Richiamiamo la sua immagine, non lo pensiamo, lo chiamiamo e lo vediamo, lo sentiamo vicino. Quando c'è, quando è vicino, iniziamo a sentire la bellezza del legame, del filo invisibile, anche quando fa male. E da quel mal di cuore partiamo per inviargli frasi di auguri: «Che tu sia libero dalla sofferenza, che tu possa aver cura di te, che tu possa trovare le giuste cure». Sentire il legame non significa precipitare nell'altro e restarne sommersi, non sarebbe piú un legame, ma un'identificazione, una fusione che non fa bene a nessuno dei due. Sentiamo il leggero filo forte che ci lega, lo onoriamo e poi mandiamo le ampie frasi di auguri che non significano che pretendiamo di salvare, di fare magie, ma solo che trasaliamo e vibriamo per la sofferenza dell'altro. Il Buddha non era un salvatore, ma un uomo che al suo Risveglio si è trasformato in una strada e l'ha lasciata aperta a tutti, ha insegnato a percorrerla. Era una Via antica, piú antica di lui, che conduce fuori dalla sofferenza. La sofferenza di soffrire, di ignorare il dolore e le sue cause, la sofferenza di non smettere di aggrapparci e di respingere quel che ci capita. Uscire dalla sofferenza significa riscrivere la relazione con la gioia e con il dolore, con noi stessi e con gli altri, attraversare, traghettare. Significa piena accoglienza di qualsiasi cosa ci capiti. Questa accoglienza prepara all'azione, è non agire in attesa dell'azione intonata.

...

Proseguendo nella pratica della compassione, passiamo quindi a sentire la nostra sofferenza e ad augurarci di esserne liberi. Sentire la propria sofferenza significa non essere piú identificati, sentirla come un tuono, come un gelo, come un fuoco. Dove? In quali punti del corpo? Senza narrazione, ci inoltriamo sulle sue tracce, nelle sue zone e ascoltiamo, assaporiamo, raccogliamo. Geografi della sofferenza, impariamo l'arte della conoscenza, la sua gioia. Non è piú cosí importante quale sia l'oggetto del conoscere, piacevole, indifferente o spiacevole: conta di piú il movimento della conoscenza del flusso di sapori, fino a quello della vastità in cui tutto si svolge, il cuore smisurato della compassione.

Ovviamente per arrivare a sentire la sofferenza come un oggetto di conoscenza ci vogliono tempo e addestramento, può emergere rabbia, desiderio di vendetta, senso di colpa, disperazione. Vanno sentiti uno a uno, nel loro tessuto, consistenza, tono, non credendo a quello che dicono ma anche non giudicandoli come malvagi e respingendoli negli angoli bui. E c'è il contenitore, c'è lo spazio in cui tutto questo affiora e si muove e prima o poi si dissolve. Lo spazio resta, e assaporare lo spazio sgombro del cuore fa respirare l'illimitato, apre a un'assenza di categorie che è vitalità del silenzio.

Inviare a se stessi le frasi di augurio, «che io possa essere libero dalla sofferenza, che io possa averne cura», e soffermarsi a riceverle, ci porta in dono quello che abbiamo sempre cercato altrove.

 

 

 


Le mani di Dio

 

 José Tolentino Mendonça

 

 

 

Raccolgo la sfida di quell'annotazione lasciata dal poeta Fernando Pessoa: «La realtà è il gesto visibile delle mani invisibili di Dio». E prego la realtà come chi si sofferma a descrivere una cattedrale. La realtà incompleta, imperfetta, sola come un navigatore solitario o come un astronauta che contempla, a migliaia di chilometri da casa, la notte siderale. Ma anche la realtà irrequieta e sognatrice come una ragazza. La realtà che albeggia, viva, conviviale, energica, salutarmente turbolenta, sorridente, pronta per una passeggiata di piacere. La realtà che sta sempre cominciando e richiede a noi lo stesso. Prego la sua rugosità, il suo peso color del piombo, i suoi accordi di pietra, le porte che non si aprono, le pieghe che fanno male. Come pure l'inaudita trasparenza, la possibilità di avventura, il gusto di rugiada fresca, l'incredibile rugiada nuova che la realtà possiede. Quello che oggi ti chiedo, Signore, è, in fondo, la capacità di riconoscere in ogni cosa il movimento delle tue mani. Che io mi meravigli di come la vita ti rispecchia. Che sappia leggerla e abbracciarla in profondità, come una parola che mi viene da te.


 'Il bello di essere fragili'

 

Alessandro D’Avenia

 

 

 

Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso. 

 

Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech. 

 

Nella recentissima enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita. 

 

La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni... 

 

Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita. 

 

Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà.

 

L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni).

 

Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14).

 

Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118). 

 

 

Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.


Formare casa dentro la storia 

 

Antonietta Potente

 

Dio ha un solo sogno, quello di “ formare casa”. Formare casa dentro la storia. Questo sogno lo condivide con noi e noi raccogliamo questo sogno per poter imparare a fare casa dentro la nostra realtà storica. Per questo dobbiamo prepararci insieme.

Nel momento storico in cui viviamo, questo verbo “ preparare” è importantissimo, perché il tempo in cui stiamo vivendo può trasformarsi solo se lo viviamo come tempo di preparazione.

Il termine importante è la vita. Quella che vogliamo recuperare oggi, che vogliamo ritrovare nella nostra storia, è la vita. Quella che vogliamo sognare insieme è la vita, chiederci quali  sono gli spazi di vita oggi, che tipo di vita vogliamo portare avanti, uomini, donne, giovani, anziani. Tutti insieme sogniamo un progetto profondo di vita. E a partire da questa profondità, riscopriamo che la vita è profondamente religiosa, è una vita profondamente abitata dal mistero.

Per tessere un’altra vita dobbiamo incominciare di nuovo a fare tradizione, imparare un’altra volta a leggere e scrivere.. trasmissione profonda degli avvenimenti presenti. Scambiarci questa narrazione, quello che io vedo, ascolto, tocco, contemplo nel presente.


La bellezza: vedere

 

l’invisibile nel visibile

 

Enzo Bianchi

 

Per affrontare in profondità un discorso sulla bellezza, occorre anzitutto il coraggio di dire che la bellezza è un enigma, anche se oggi se ne parla spesso con troppa ingenuità.

Dall’alba della modernità risuonano come sempre attuali le inquiete parole di Albrecht Dürer: “Che cosa sia la bellezza non lo so”, perché ogni tentativo di definirla appare inadeguato, insufficiente. La bellezza è ambigua, come tutte le cose che si manifestano quali realtà terrestri, sperimentate dagli umani. La bellezza seduce, ferisce, intimorisce, esalta, ammutolisce…

Occorre fare una distinzione preliminare: c’è una bellezza cantata dalla fede, la bellezza di Dio, il Creatore, della quale fanno esperienza quanti e quante, grazie alla dýnamis dello Spirito santo, sanno esercitare i sensi della fede; c’è d’altra parte una bellezza delle creature esperibile da ogni essere umano, nella pienezza dei suoi sensi corporei. Il credente può addirittura dare del tu alla bellezza di Dio, confessando che la bellezza non è un attributo, una proprietà, ma un soggetto, Dio stesso, secondo le note parole di Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Confessioni 10,27). Così nelle sante Scritture si proclama: “Splendido sei tu e magnifico, o Dio!” (Sal 76,5), e si afferma che Dio sarà la bellezza della città santa: “Dominus erit pulchritudo tua” (Is 60,19). Ma quando il salmista e il profeta dichiarano questo, si riferiscono a una bellezza confessabile solo nella fede, perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).

Più facile da decifrare è la bellezza del Re Messia, celebrato come “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3), cantato dalla sposa del Cantico con le parole: “Tu sei bello e grazioso, o mio amato!” (Ct 1,15). Ma nella misura in cui le Scritture si applicano al Messia Gesù, questa bellezza può essere intesa come “altra”, bellezza del pastore, di colui che si prende cura del suo popolo: “Io sono il pastore buono e bello (kalós)” (Gv 10,11.14); addirittura può essere non-bellezza, quando egli si rivela come il Servo del Signore: “Lo abbiamo visto, non aveva né bellezza né splendore” (Is 53,2). La bellezza di Cristo trascende il visibile: solo l’agápe, l’amore, è in grado di narrarla e dunque di indurre a contemplarla.

Vi è d’altra parte la bellezza delle creature, quelle che Dio, dopo averle create, vide che erano “cosa bella e buona” (tob: Gen 1,4.10.12.18.21.25); tra di esse si segnala l’adam, il terrestre, creatura “molto bella” (tob me‘od: Gen 1,31). Questa bellezza si offre alla nostra contemplazione: è la bellezza del cielo (cf. Sal 8,4); è la bellezza della natura, delle epifanie cosmiche (cf. Sir 42,15-43,33), nelle quali “ogni opera di Dio supera la bellezza dell’altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?” (Sir 42,25). Questa creazione è carica di bellezza, così che il libro della Sapienza può proclamare: “Tu ami tutte le creature esistenti, non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato … Come potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza, … o Signore, amante della vita?” (Sap 11,24-26).

Ma la bellezza delle creature – come si diceva – non è priva di ambiguità e di equivoci, perché può diventare bellezza dell’idolo, falso antropologico prima che teologico, può essere una bellezza seducente che induce alla tentazione: “la donna vide che l’albero era … affascinante per gli occhi” (Gen 3,6), così come era buono (tob) e appetitoso; e David, vedendo la bellissima Betsabea dalla terrazza della sua reggia, fu sedotto fino a causare l’omicidio di suo marito pur di averla (cf. 2Sam 11). Tutti conoscono la frase di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo” (ma nel testo de L’idiota si tratta di una domanda!); si dimentica però che per lui la bellezza è tanto quella epifanica, divina, quanto quella idolatrica che egli dichiara bellezza di Sodoma. Dunque entrambi queste bellezze feriscono: o sono effroi, “sorprendente spavento” – come amava dire Jean-Louis Chrétien – oppure inducono all’ékstasis, ma sono bellezze differenti!

Ogni essere umano è affamato e assetato di bellezza, ma il discernimento della bellezza rivelativa di Dio e della sua azione richiede un’educazione dell’intelligenza del cuore, un cammino di discernimento mai concluso, un cammino faticoso di ricerca del senso inscritto in ogni bellezza. Più l’aspetto sensibile attira per la sua bellezza, più l’uomo è tentato di non ascoltare la propria interiorità, per restare invece catturato dall’esteriorità. Sono note le riflessioni contenute nel capitolo 13 del libro della Sapienza e, in particolare, in quel passo che intenerisce il cuore e, nel contempo, denuncia il processo di seduzione della bellezza, la quale desta il desiderio di possedere e di consumare:

Se gli uomini, affascinati dalla bellezza delle creature, le hanno prese per dèi …

se, colpiti da stupore per esse,

non sono stati capaci di contemplare,

attraverso la loro grandezza e la loro bellezza, il loro autore,

per costoro leggero è il rimprovero,

perché si sono ingannati cercando Dio e volendolo trovare …

e perché le cose viste sono belle (Sap 13,3-7).

Ecco il dramma della bellezza: è facile proclamare che la bellezza indica, in-segna, rivela Dio, ma fare l’itinerario attraverso la bellezza per giungere alla contemplazione della bellezza divina non è facile, anzi è drammatico! Basti pensare al volto, al corpo dell’adam, maschio e femmina: più vediamo il bello, più potremmo cogliere in esso il sacramento della bellezza di Dio; ma più facilmente noi umani, come incantati, scegliamo la via idolatrica dell’adorazione della creatura, ci prostriamo a causa della sua bellezza, fino alla cosificazione del bello, al consumismo del bello privato della sua soggettività e della sua sacramentalità divina. L’uomo è immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), ma non è così facile giungere a questo riconoscimento. Non a caso Gesù – come recita un suo splendido detto non canonico – ha affermato: “Hai visto un uomo, hai visto Dio”, rivelazione che dovrebbe causare soprattutto una responsabilità del soggetto verso l’altro.

 

Amo molto l’interpretazione della trasfigurazione di Cristo fornita dalla spiritualità orientale cristiana. Secondo alcuni autori non fu Gesù a trasfigurarsi, ma furono gli occhi dei discepoli che conobbero un processo di trasfigurazione e così furono resi capaci di vedere in lui ciò che prima non vedevano: egli era carne fragile come loro ma, nello stesso tempo, Figlio di Dio, immagine del Padre invisibile. Sì, noi abbiamo bisogno di trasfigurazione per percepire la vera bellezza, per vedere l’invisibile nel visibile.


Vita spirituale

 

 

Enzo Bianchi

 

 

 

Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in cui la vita ecclesiale, dominata dall’ansia pastorale, ha assunto l’idea che l’esperienza di fede corrisponda all’impegno nel mondo piuttosto che all’accesso a una relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario, radicata nell’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata dall’eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità. Questa riduzione dell’esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la vanificazione della fede.

 

 

 

La fede, invece, ci porta a fare un’esperienza reale di Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito santo. Chi crede in Dio deve anche fare un’esperienza di Dio: non gli può bastare avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si impone portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io non lo sapevo!» (Genesi 28,16), oppure con il Salmista: «Alle spalle e di fronte mi circondi […]. Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là, se scendo agli inferi, eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: «Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può portarci.

 

 

 

L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l’esperienza spirituale è anche esperienza filiale. Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza spirituale diviene così null’altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: «Tu sei mio figlio!». Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino dischiusi dal battesimo! Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli altri.

 

 

 

Alcuni elementi sono essenziali per l’autenticità del cammino spirituale. Anzitutto la crisi dell’immagine che abbiamo di noi stessi: questo è il doloroso, ma necessario inizio della conversione, il momento in cui si frantuma l’«io» non reale ma ideale che ci siamo forgiati e che volevamo perseguire come doverosa realizzazione di noi stessi. Senza questa «crisi» non si accede alla vera vita secondo lo Spirito. Se non c’è questa morte a se stessi non ci sarà neppure la rinascita a vita nuova implicata nel battesimo (cfr. Romani 6,4). Occorrono poi l’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, cioè l’adesione alla realtà, perché è nella storia e nel quotidiano, con gli altri e non senza di essi, che avviene la nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio. È a quel punto che la nostra vita spirituale può armonizzare obbedienza a Dio e fedeltà alla terra in una vita di fede, di speranza e di carità. È a quel punto che noi possiamo dire il nostro «sì» al Dio che ci chiama con quei doni e con quei limiti che caratterizzano la nostra creaturalità. Si tratterà dunque di immettersi in un cammino di fede che è sequela del Cristo per giungere all’esperienza dell’inabitazione del Cristo in noi. Scrive Paolo ai cristiani di Corinto: «Esaminate voi stessi se siete nella fede: riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?» (2 Corinti 13,5).

La vita spirituale si svolge nel «cuore», nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. La vita cristiana infatti non è un «andare oltre», sempre alla ricerca di novità, ma un «andare in profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che è il Santo dei Santi di quel tempio di Dio che è il nostro corpo! Si tratta infatti di «adorare il Signore nel cuore» (cfr. I Pietro 3, I 5). Quello è il luogo dove avviene la nostra santificazione, cioè l’accoglienza in noi della vita divina trinitaria: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23). Fine della vita spirituale è la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa chiamavano «divinizzazione». «Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio», scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in modo sublime: «La divinizzazione si realizza per innesto in noi della carità divina, fino al perdono dei nemici come Cristo in croce. Quand’è che tu diventi Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: “Padre, perdona loro”, anzi: “Padre, per loro io do la vita”». A questo ci trascina la vita spirituale, cioè la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di Cristo.


Oscurità

 

Chandra Candiani

 

 

 

Quando chiudiamo gli occhi vediamo l'oscurità. Spesso non ci facciamo caso, perché popoliamo subito lo schermo vuoto di immagini, pensieri rapinosi, sogni, paesaggi. Ma si può anche contemplare l'oscurità. Gli occhi fermi del cuore guardano morbidi l'oscurità senza forma e si lasciano disfare lo sguardo. Liquefare opinioni, sicurezze, memorie, racconti abitua a contemplare l'oscurità di quando non capiamo, non afferriamo. Un incantato momento per non solidificare l'esperienza, per attraversarla come un pesce attraversa la massa d'acqua in cui vive senza domande.

Mentre lasciamo che il sottile movimento dell'oscurità ci smonti, possono arrivare le rivelazioni. Di colpo, sappiamo perché abbiamo abbandonato qualcuno, perché siamo stati abbandonati, perché ci disperiamo, perché stiamo scoppiando di vita: piccoli frammenti ci raggiungono e sappiamo. Il sapere oscuro salta nessi e passaggi e ci rivela verità nascoste da sedimenti di buon senso, di tempo, di facce da salvare, di dolori da cui difendersi.

 

Nei Fratelli Karamazov, lo starec Zosima dice: «Colui che mente a se stesso è certo il piú suscettibile d'offendersi». Se a poco a poco lasciamo che le nostre storture si staglino attraverso il buio e ci raggiungano navigando placide, cosa ci potrà piú offendere? Solo quello che non ci appartiene, e allora non c'è bisogno di offendersi: basta restituirlo al mittente perché l'indirizzo è sbagliato.


Il Suo respiro su ognuno di noi...il soffio dello Spirito

Affidarsi allo Spirito significa riconoscere che in tutti i settori arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, seguirlo.

 

 

Anche nel buio del nostro tempo, lo Spirito c'è e non si è mai perso d'animo: al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva là dove mai avremmo immaginato.

 

Card Carlo Maria Martini 


La Ruah dono di sapienza e di intelligenza.

 

“Lo spirito del Signore Dio è su di me mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri..( Isaia 61,1)

Nei cristiani è attivo il lievito dell’amore, ossia l’azione dello Spirito come lievito della storia. E’ per la presenza attiva dei cristiani “ guidati dallo Spirito Santo” che la città dell’uomo può diventare quell’ambiente in cui le condizioni di vita divengono tali per cui l’amore scambievole può essere praticato senza l’esercizio di un eroismo che la massa degli uomini normalmente non può raggiungere. E’ a questo che si può arrivare vivendo “quaggiù le cose di lassù”. Aiutate e infondete coraggio su tutti. Per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi.

 

 

Padre Lorenzo Rossi

 

 

 

 


È una grave responsabilità, per il cristiano che è chiamato a vivere la risurrezione di Cristo, tradurre la realtà della sua fede nel Risorto nella quotidianità della sua vita, nei gesti umani di ogni giorno. Più che mai il cristiano è chiamato a rendere conto della sua fede, a tradurre la realtà della risurrezione di Cristo nel quotidiano, confessandola non a parole, ma con la vita vissuta, con il suo impegno, con una vita significativa, con la sua speranza nel momento in cui l’uomo, in un mondo sempre più complesso, s’interroga sulla sua identità umana, nel momento in cui vuole con forza – a volte con violenza – essere riconosciuto e più ancora essere amato come creatura umana.

 

 

Raymond Johanny, Le sens de la Résurrection (1971, p. 84) Com. San Leolino

 

 

Non c’è liberazione se non dalla morte, dal male e dal peccato! La Pentecoste è ogni giorno, è la festa di questa liberazione che la Pasqua ci ha donato, liberazione che raggiunge le nostre vite quotidiane con le loro fatiche, le loro cadute, il male che le imprigiona. Possiamo davvero confessarlo: il cristiano è colui che respira lo Spirito di Cristo, lo Spirito santo di Dio, e grazie a questo Spirito è santificato, prega il suo Signore, ama il suo prossimo... il disegno di Dio per ognuno di noi.

 

Enzo Bianchi


Il cacciatore e il consolatore

 

Alessandro D'Avenia

 

 

«Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non ha il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui attirare l’attenzione di un dio. Di una cosa sono convinto: il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto». Così scriveva l’autore svedese Stig Dagerman in un breve monologo del 1952, in righe laceranti sul paradosso della condizione umana, stretta tra desiderio infinito di felicità e impossibilità di soddisfarlo. Aveva intitolato il testo Il nostro bisogno di consolazione ed è quest’ultima parola che vorrei oggi esplorare, per scoprire se contiene la preda in cui sperava Dagerman: «Sono a caccia di consolazione come un cacciatore. Là dove la vedo apparire, sparo». Possiamo veramente essere consolati? Consolazione, dal latino, è una parola composta da con e solus (solo), da cui vengono termini distanti come solitudine e sollazzo. Come mai? Perché sembra che solus nasconda la radice (ol-) che indicava pienezza, integrità, totalità, rimasta per esempio in ad-olescente (teso alla pienezza), olistico (che abbraccia tutto). «Solo» è quindi «uno» perché integro e saldo, e non perché «isolato», che viene invece da isola. Può stare «solo» chi è «pieno», ma questa totalità, per esseri finiti come siamo, non è alla nostra portata e, quindi, è necessario essere con-solati: resi pieni.

 

Il con-, prefisso della relazione (coniuge, compagno, complice…), conferma infatti che la pienezza di qualcosa si raggiunge «insieme», come si dice anche per la forza, che richiede con-forto, o per il cuore che richiede con-cordia. Per questo ci consola ciò che ci restituisce interezza (si pensi al cerchio dell’abbraccio), ed è invece de-solante ciò che ce la toglie (il de- indica privazione): per Leopardi infatti la ginestra «consola» il deserto che è una terra desolata. La consolazione provoca sollazzo (gioia), perché è come una festa tra amici. Cristo, riferendosi alla sua futura morte per amore degli uomini, dice infatti: «È bene che io me ne vada perché venga a voi un altro Consolatore», indicando lo Spirito Santo, di cui ricorreva ieri la festa (Pentecoste: 50 giorni dopo la Pasqua). La traduzione italiana evoca un verbo ebraico che significa «far respirare»: il Consolatore è chi ci fa respirare sempre. Cristo definisce quindi se stesso il primo Consolatore e lo Spirito il secondo e più necessario, perché rende vivi gli uomini di tutti i luoghi e tempi, e non solo i contemporanei di Gesù. Lo Spirito è Consolatore perché dà la vita infinita che desideriamo, gratuitamente, a noi, cacciatori sfiniti nel bosco fitto dell’esistenza.

 

Ma lo Spirito dov’è? Al modo della luce è visibile nei suoi effetti. Se infatti vi chiedessi di dimostrarmi quanto amate, ci riuscireste solo portandomi la persona amata, che mi racconterebbe una serie di eventi e parole del vostro amore: una lettera, un gesto, un regalo, un piatto, una canzone… cose molto semplici che però, colpite dal cono di luce della gratuità e unicità del dono, diventano e mostrano l’amore stesso. Allo stesso modo, per chi lo frequenta, lo Spirito trasforma in Amore ogni cosa, anche la più materiale o oscura (come lo scultore rende «viva» la pietra con il suo spirito). Di una persona piena di vita diciamo infatti che è ispirata o di ispirazione (parole derivate da spirito) perché, anche in situazioni difficili, conserva la luce e la leggerezza dell’innamorato. Lo Spirito permette di amare se stessi (non ci si sente mai brutti o abbandonati), il mondo (tutto diventa casa) e gli altri (anche quelli più difficili e lontani da noi). Chi è «con-solato», sentendosi sempre amato, non ha paura di amare: infatti libera attorno a sé energie creative, genera legami e molti sospetti (dov’è la fregatura?), come accadeva a Cristo. Spirituale non è, come purtroppo si intende oggi, chi è lontano dalle cose terrene, ma chi «respira pienamente» in mezzo a quelle cose senza soffocare, perché trova la vita che hanno dentro. Far la lavatrice o la spesa può essere più spirituale di leggere e pregare: non è l’azione in sé, ma quanto amore ci metto (come e per chi lo faccio?).

 

 

Due anni dopo quel monologo, purtroppo Dagerman si tolse la vita, benché avesse intuito la via da percorrere: «Tutto ciò che dà alla mia vita il suo contenuto meraviglioso — l’incontro con una persona amata, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino — si svolge al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è indifferente». La bellezza, per quanto a frammenti, ci mostra l’origine della luce di cui andiamo a caccia, ma la luce non si può catturare, solo ricevere. Il Consolatore non è la preda che sfugge ai nostri proiettili, ma l’Amante che, per darci il dono della vita, aspetta solo che lo chiamiamo per nome: Amore.


È Pentecoste ogni volta quando…

 

 Giacomo Biffi

 

 

Pubblichiamo uno stralcio dell’omelia tenuta dal cardinale Giacomo Biffi (1928-2015) domenica 4 giugno 1995 nella Cattedrale di Bologna in occasione della festa di Pentecoste

 

È sempre Pentecoste per noi, perché questo Ospite divino resta stabilmente nel nostro animo per rischiararlo con la fede, per sorreggerlo con la speranza, per riscaldarlo con l’amore.

 

Ogni volta che ognuno di noi si smarrisce in mezzo alle molte voci di scetticismo e incredulità che oggi stordiscono l’uomo, ma, vincendo ogni incertezza e superficialità, si affida consapevolmente alla verità di Dio che gli è stata annunciata, allora in lui si avvera la profezia del Salvatore, che abbiamo ascoltata: “Lo Spirito, che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa vi ricorderà ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).

 

Ogni volta che ognuno di noi – assalito dalle difficoltà, dalle incomprensioni, dalle sofferenze – invece di abbattersi leva lo sguardo al Padre che lo ama e trova la forza di continuare nel suo impegno di credente, sperimenta in quel momento la stessa energia di Pentecoste che ha rianimato gli apostoli e li ha guidati fino all’eroicità del martirio.

 

Ogni volta che una tentazione viene respinta, che si riesce a dire no alla facile trasgressione, che non ci si lascia travolgere dalla sensualità e dall’egoismo che suggerirebbero addirittura di distruggere la propria famiglia e di derubare i figli dell’affetto concorde e collaborante dei genitori, si invera ciò che san Paolo scriveva ai fedeli di Roma: “Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi” (Rm 8,9).

 

Ogni volta che un uomo riconosce davanti al suo Creatore: «Ho sbagliato», e si adopera per quel che gli è consentito di rimediare al male fatto; ogni volta che un uomo fa delle sue prevaricazioni non il pretesto per contestare la Chiesa, che è incolpevole degli sbandamenti dei suoi figli, ma l’occasione per pentirsi nella sincerità interiore e nell’umiltà, in quel momento può davvero chiamare Dio col nome di padre; come ci ha detto ancora san Paolo: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14).

 

 

Quando abbiamo sentito il bisogno di pensare a Dio con amore, quando con fervore ci siamo uniti alla preghiera liturgica, quando nell’intimo della nostra coscienza abbiamo sentito che l’invisibile ci parlava e ci invitava a parlargli, è certo che eravamo sotto l’azione discreta e suadente dello Spirito Santo e sperimentavamo una nostra personale ma autentica Pentecoste.


Il Giardino Segreto

 

Alessandro D’Avenia

 

 

Nei dialoghi che ho con i lettori non manca mai la domanda sulle abitudini di scrittura: luoghi, tempi, trucchi… La curiosità riguarda in realtà quella cosa di cui, chi lavora di «ispirazione» è testimone: l’esistenza della vita spirituale, da cui dipende poi la vita quotidiana. Non sappiamo dove sia questo luogo di cui chiediamo «la posizione» a coloro che ci sono stati, perché è in quest’eden, che spesso crediamo perduto o inventato, che si trova la felicità: è lì che la vita è sempre piena di pace anche nei momenti difficili, come il mare calmo pochi metri sotto una superficie in tempesta. Proviamo allora a riconquistare l’aggettivo «spirituale» — oggi ridotto a sinonimo di «immaginario», «lontano dalla vita», «strano», «senza corpo» — partendo proprio dalla parola «ispirazione».

 

 

 

Ispirato è qualcuno che fa con sorprendente naturalezza qualcosa. «In-spirato» è «chi ha ricevuto un soffio», la parola spirito viene infatti da «spiro» (soffio). La vita è quindi «in-spirata» quando qualcosa «soffia dentro», dove «dentro» è lo spazio in cui ciò accade: la vita interiore. Vita spirituale (soffio) e vita interiore (spazio) sono necessarie a ricevere e dare vita, cioè a essere vivi e non semplicemente viventi. Per i Greci l’ispirazione era infatti dono divino accolto da chi lo invoca e da donare agli altri: Omero nel primo verso dell’Odissea chiede alla Musa letteralmente di «dirgli dentro» quello che lui canterà poi agli uomini. E noi come facciamo a essere in-spirati, a ricevere questo soffio?

 

 

 

Anche nella tradizione giudaico-cristiana compare da subito il soffio. La Genesi sin dal secondo versetto dice che «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Lo spirito in ebraico è ruah, soffio, e le acque non indicano il mare, non ancora creato, ma il caos. Il verbo «aleggiare» nel testo significa in realtà «covare»: lo spirito di Dio, che è Amore, porta il caos della storia alla forma, come una chioccia. Quello stesso «soffio» che spinge tutto a compimento, cioè alla piena bellezza di ogni cosa, viene «in-spirato» da Dio dentro un pugno di terra: Adamo (letteralmente il Terroso) diventa vivo come «corpo in-spirato», che è chiamato a ricevere «supplementi» di «soffio» per diventare sempre più vivo proprio custodendo e lavorando il giardino, l’eden, che gli viene affidato.

 

 

 

Che cosa ti ispira di più? Chiediamo a chi deve fare anche una semplice scelta in un menù. L’ispirazione è quindi la relazione tra un soffio che viene da fuori (spirito) e lo spazio di accoglienza (interiorità), come il vento con una vela: chiunque sia stato in barca a vela conosce la bellezza silenziosa di questa spinta che si traduce in movimento sulle acque. La persona ispirata, qualsiasi cosa faccia (da una torta a una poesia), si muove luminosa, agile, bella. Questo vogliamo anche noi: bellezza, luce, agilità nell’azione, in sintesi quella allegria che ha la stessa radice di alacre (veloce, desto), il contrario della pesantezza e lentezza di chi non è ispirato: nave che non si muove.

 

 

 

Quindi quando si domanda all’artista: «come fai?», gli si chiede come ricevere il soffio e come custodirlo. Se non c’è vita spirituale (soffio) e interiore (vela) non c’è in-spirazione: tutta la nostra vita smette di essere originale, cioè origine del nuovo, e si ferma. Come tessere questa vela in cui il mondo ci in-spira: «soffia dentro»? Creando situazioni/occasioni “interiori” cioè di ricezione attiva: lettura, preghiera, silenzio, ascolto, natura, arte, dialogo amicale o amoroso… tutte ciò che, non consumabile nel momento in cui lo si riceve, riempie quella che lo scrittore Milan Kundera chiama «memoria poetica». Ma questo non è possibile se riceviamo solo non-cose che si spacciano per cose, informazioni e non presenze, fantasmi e non corpi.

 

 

 

Per guarire da questa «assenza» delle cose che porta alla disperazione, il filosofo coreano Byung-Chul Han, professore a Berlino, si è messo a coltivare un giardino e ne ha tratto un libro prezioso: Elogio della terra. In una recente intervista al Corriere ha detto: «È dipeso dalla digitalizzazione il fatto che io, sette anni fa, abbia provato un forte bisogno di essere vicino alla terra. Con la digitalizzazione non abitiamo più il cielo e la terra, bensì Google Earth e il Cloud. Così decisi di allestire un giardino. A quel tempo lavoravo ogni giorno, non di rado fino allo sfinimento. Il giardino mi ha restituito la realtà. Contiene molto più mondo dello schermo. Lo chiamai Bi-Won (“giardino segreto” in coreano). Volevo che fiorisse anche in inverno. Così vi ho piantato soprattutto fiori invernali. Da questi anni di lavoro che mi hanno riempito di gioia ho imparato soprattutto che in giardino non si prova quella depressione il cui sintomo principale è la povertà di mondo. Il giardino è assai ricco di mondo. Io credo che la pandemia che ci costringe davanti allo schermo ci allontani ancora di più dal mondo, alienandoci. È proprio l’esperienza della presenza a darci il mondo. La digitalizzazione conduce invece a una povertà di presenza e quindi di mondo, fino ad arrivare a non percepirlo più se non le sue informazioni. La digitalizzazione ci sottrae l’esperienza della presenza, portatrice di gioia. Il giardino è un antidoto all’informatizzazione del mondo».

 

 

 

Per questo sorrido amaramente quando sento chi vuole riempire le aule scolastiche, anche dei più piccoli, di tablet invece che di piante, di ore di coding anziché di giardinaggio, di non-cose anziché di cose. A tal proposito il filosofo continua raccontando del suo recente viaggio in Italia: «A Roma sono stato molto felice. Amo le chiese cattoliche. Ho fatto dei giri in bicicletta visitandone a centinaia. In tal modo ho scoperto una chiesa meravigliosa (San Bernardo alle Terme) che mi ha donato un’esperienza di presenza, così rara al giorno d’oggi. Questa chiesa è davvero piccola. Quando si entra ci si trova subito sotto una cupola decorata con forme ottagonali e quadrate che diventano sempre più impercettibili verso la cima, tanto che dal punto di vista ottico la cupola comunica un senso di risucchio verso l’alto. Attorno al vertice della cupola, che reca l’immagine della colomba dorata, sono disposte delle finestre attraverso cui irrompe la luce. La colomba dorata si libra nel cielo. Tutto questo va a comporre un interlocutore sublime munito di un vortice verticale che mi ha letteralmente sollevato. Mi sono librato verso l’alto, e ho compreso cos’è lo Spirito Santo. Non è altro che l’Altro. Non conosciamo più l’Altro. Lo smartphone fa sì che trasformiamo l’Altro in qualcosa di consumabile, convertendo il tu in un oggetto. Mediante la digitalizzazione del mondo scompaiono anche le cose. Questa cupola mi ha regalato un’esperienza gioiosa, un’esperienza di presenza nel bel mezzo di un ambiente sacro».

 

 

 

L’esperienza di presenza, fonte di ogni ispirazione, è proprio ciò che stiamo perdendo e con essa la gioia. Quest’uomo trova lo «spirito» in un giardino, viene in-spirato dal soffitto di una piccola chiesa, incontra un «tu non consumabile»: la sua «memoria poetica» viene così riempita dalla «presenza», spirito e corpo diventano tutt’uno come in amore. Nella tradizione cristiana infatti lo Spirito con la maiuscola è l’Amore in persona, soffio che cova il caos della storia, di ogni storia, fino al suo compimento di bellezza nel giardino: l’Amore muove Omero e muove il mare, scriveva il poeta russo Mandel’štam.

 

 

 

Il giardino è l’incontro tra spazio interiore aperto e attivo (curare i semi, pedalare, visitare le chiese…) e l’esperienza di presenza delle cose (fiore, città, chiesa): l’amore ci raggiunge e riempie solo così, solo in questi incontri con la vita. Le non cose, informazioni e immagini, di cui ci riempiamo ogni giorno si depositano come polvere che a poco a poco appanna gli occhi e inceppa il cuore, invece nella memoria poetica penetrano e restano solo le cose presenti cioè «amanti» e «amate». Dobbiamo recuperare, lo dobbiamo alle nuove generazioni, questo incontro con la realtà per liberare la vita «spirituale», che non significa «immaginaria» «disincarnata» «bizzarra» ma il contrario: piena presenza di noi a noi stessi e al mondo, cioè gioia.

 

 

 

Noi non ricorderemo le «non-cose» del meta-verso, cioè quelle che portano altrove da noi, ma «le cose» dell’uni-verso, cioè quelle che dalla loro varietà portano all’amore. Le non-cose ci portano lontani da noi: non c’è soffio ma bonaccia piena di miraggi, come quella che avvolge la nave di Ulisse prima dell’arrivo delle Sirene. Invece il soffio che in-spira mette in moto.

 

 

 

 

Spegniamo lo schermo almeno un poco e dedichiamoci a un «giardino segreto» nella forma che ci è più consona: che cosa ci permette di fare esperienza della presenza? L’eden non è perduto ma a portata di vita quotidiana, e i responsabili della nostra in-spirazione siamo noi: io mi metto davanti alla pagina bianca non perché sono ispirato ma proprio perché l’ispirazione accada, quel bianco è spazio di accoglienza, il contrario di ciò che si dice della pagina bianca, è aperta non vuota. L’ispirazione è la sorella minore del lavoro quotidiano. Voi che cosa curerete oggi? Dov’è il vostro giardino segreto?


"I libri hanno bisogno di noi"...

La fede in Dio vivo

 

Lev Tolstoj

 

 

 

Durante la convalescenza Pierre si disabituò solo gradualmente alle impressioni degli ultimi mesi, diventate ormai consuete, e si abituò al fatto che l’indomani nessuno lo avrebbe spinto chissà dove, che nessuno gli avrebbe tolto il suo letto caldo e che avrebbe sicuramente avuto il pranzo, e il tè, e la cena. Ma in sogno continuò ancora a lungo a vedersi nelle stesse condizioni della prigionia. Altrettanto gradualmente Pierre arrivò a capire le notizie che aveva appreso dopo la sua liberazione: la morte del principe Andrej, la morte della moglie, l’annientamento dei francesi.

Un gioioso senso di libertà – quella libertà piena e inalienabile insita nell’uomo, di cui aveva avuto per la prima volta coscienza al primo bivacco dopo la partenza da Mosca – colmava l’animo di Pierre durante la sua convalescenza. Si meravigliava che quella libertà interiore, indipendente dalle circostanze esterne, fosse ora circondata dalla libertà esteriore come da un lusso sovrabbondante. Era solo in una città estranea, senza conoscenti. Nessuno pretendeva niente da lui; non lo mandavano da nessuna parte. Aveva tutto ciò che poteva desiderare; il pensiero della moglie, che prima lo torturava costantemente, non c’era piú, dato che anche lei non c’era piú.

– Ah, che bellezza! Che meraviglia! – si diceva quando gli avvicinavano la tavola ben apparecchiata con un brodo profumato, o quando la sera si coricava nel letto soffice e pulito, o quando si ricordava che sua moglie e i francesi non c’erano piú. – Ah, che bellezza, che meraviglia! – E per antica abitudine si domandava: e adesso? che cosa farò? E subito si rispondeva: Niente. Vivrò. Ah, che meraviglia!

Ciò che prima lo tormentava, che cercava costantemente, e cioè lo scopo della vita, adesso per lui non esisteva. E non solo per caso, nel momento presente: no, sentiva che quello scopo della vita tanto cercato non esisteva proprio, e non poteva esistere. E proprio questa mancanza di uno scopo gli dava quella piena, gioiosa coscienza della libertà che in quel periodo costituiva la sua felicità.

Non poteva avere uno scopo, perché adesso aveva una fede – non la fede in determinate regole, o parole, o pensieri, ma la fede in un Dio vivo, sempre percepibile. Prima Lo cercava negli scopi che si prefiggeva. Questa ricerca di uno scopo era solo la ricerca di Dio; e a un tratto durante la sua prigionia aveva scoperto, non a parole, non con ragionamenti, ma per un sentimento immediato, ciò che tanto tempo prima gli diceva la njanja: che Dio, eccolo, è qui, dappertutto. In prigionia aveva scoperto che in Karataev Dio era piú grande, infinito e imperscrutabile che nell’Architetto dell’universo riconosciuto dai massoni. Provava la sensazione che prova chi ha trovato davanti ai propri piedi quello che cercava sforzando la vista per scrutare lontano da sé. Per tutta la vita aveva guardato chissà dove, sopra le teste delle persone che gli stavano intorno, mentre non c’era bisogno di sforzare gli occhi, ma bastava guardare davanti a sé.

Prima non aveva saputo vedere in nulla ciò che è grande, imperscrutabile e infinito. Sentiva soltanto che doveva essere da qualche parte, e lo cercava. In tutto quanto era vicino e comprensibile vedeva solo qualcosa di limitato, piccino, banale, insensato. Si armava di un cannocchiale intellettuale e guardava lontano, dove quelle cose piccine, banali, ammantandosi della nebbia della distanza, gli sembravano grandi e infinite solo perché non si vedevano chiaramente. Tali gli erano apparse la vita europea, la politica, la massoneria, la filosofia, la filantropia. Ma anche allora, nei momenti che considerava di debolezza, la sua mente penetrava in quella lontananza e vi scorgeva le stesse cose piccine, banali, insensate. Adesso invece aveva imparato a vedere il grande, l’eterno e l’infinito in tutto, e perciò per vederlo, per godere della sua contemplazione, aveva naturalmente gettato il cannocchiale in cui aveva guardato finora oltre le teste delle persone, e contemplava con gioia intorno a sé la vita eternamente mutevole, eternamente grande, imperscrutabile e infinita. E quanto piú vicino guardava, tanto piú era tranquillo e felice. La terribile domanda che prima distruggeva tutte le sue costruzioni mentali: «Perché?», adesso per lui non esisteva. Adesso a quella domanda, «perché?», aveva sempre pronta nell’anima una risposta semplice: perché esiste Dio, quel Dio senza la volontà del quale non cade un capello dal capo dell’uomo.

 

 

(Guerra e pace, Libro IV, parte IV, 12, Einaudi)


Leone XIV al Salone del Libro di Torino: la letteratura sia scuola di fraternità e pace

 

 

Durante la cerimonia di apertura della 38.ma edizione, all’Auditorium del Lingotto nel capoluogo piemontese, è stato letto il telegramma, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, rivolto dal Papa ai partecipanti alla fiera internazionale: la cultura costruisca dialogo e concordia

 

 

 

“In un tempo che sembra soffocato dall'orrore della guerra - ha aggiunto il Papa - e dal gelo dell'indifferenza, i bambini, con la loro innata capacità di guardare il mondo con occhi nuovi, accendono nella società una luce di speranza”.

Nell’inviare la propria benedizione, Leone XIV ha auspicato “che l'evento susciti rinnovata consapevolezza circa l'importanza della cultura nel costruire il dialogo e la concordia”.

 

Il 7 maggio scorso Leone XIV aveva infatti ricordato che “leggere è nutrire la mente, aiuta ad alimentare un senso critico consapevole e formato, a guardarsi da fondamentalismi e scorciatoie ideologiche”. E aveva esortato “tutti a leggere libri, come antidoto alla chiusura mentale, che si riflette in atteggiamenti rigidi e in visioni riduttive della realtà”.


L’uso del tempo

 

Seneca

 

 

Fa’ così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva. Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Se badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si renda conto com’egli muoia giorno per giorno? In questo c’inganniamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte. Dunque, caro Lucilio, fa’ ciò che mi scrivi; fa’ tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.

Mi domanderai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della spesa. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà. Capita anche a me, come alla maggior parte della gente caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno viene in aiuto. E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per quanto poco gli resti, se lo fa bastare. Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché – ci ammoniscono i nostri vecchi – «è troppo tardi per risparmiare il vino, quando si è giunti alla feccia». Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa, ma anche la peggiore. Addio.

 

 

(Lettere a Lucilio, 1)


Le strade della vita

 

Karen Blixen

 

 

 

Quand'ero bambina, mi mostravano spesso un disegno - un disegno animato in un certo senso: tracciandolo sotto i miei occhi, raccontavano anche una fiaba, che diceva così: Un uomo viveva in una casupola tonda con una finestra tonda e un giardinetto a triangolo. Non lontano da quella casupola c'era uno stagno pieno di pesci.

Una notte l'uomo fu svegliato da un rumore tremendo e uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto. E nel buio si diresse subito verso lo stagno.

A questo punto il narratore cominciava a disegnare la pianta delle strade percorse dall'uomo come si fa quando si indicano sulla carta gli spostamenti d'un esercito.

Prima l'uomo corse verso sud, ma inciampò in un gran pietrone nel mezzo della strada; poi, dopo pochi passi, cadde in un fosso; si levò; cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi.

Allora capì di essersi sbagliato e rifece di corsa la strada verso nord. Ma ecco che gli parve di nuovo di sentire il rumore a sud e si buttò a correre in quella direzione. Prima inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo della strada, poi dopo pochi passi, cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore, ora lo avvertiva distintamente, proveniva dall'argine dello stagno. Si precipitò e vide che avevan fatto un grande buco, da cui usciva tutta l'acqua insieme con i pesci. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.

La mattina dipoi affacciandosi alla finestrella tonda - il racconto finisce così, in maniera drammatica - che vide? Una cicogna!

Son contenta che mi abbiano raccontato questa fiaba. Al momento giusto mi sarà d'aiuto. L'avevano imbrogliato, l'ometto, e gli avevano messo tra i piedi tutti quegli ostacoli: "Quanto mi toccherà correre su e giù?" si sarà detto. "Che nottata di disdetta!" E si sarà chiesto il perché di tante tribolazioni: non lo poteva sapere davvero che quel perché era una cicogna. Ma con tutto ciò non perse mai di vista il suo proposito, non ci fu verso che cambiasse idea e se ne tornasse a casa, tenne duro fino in fondo. Ed ebbe la sua ricompensa: la mattina dopo vide la cicogna. Che bella risata si dovette fare.

Questo buco dove mi muovo appena, questa fossa buia in cui giaccio, è forse il tallone di un uccello? Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno una cicogna?

"Infandum, Regina, jubes renovare dolorem". Troia in fiamme, sette anni di esilio, tredici belle navi perdute. E il risultato? "Eleganza insuperabile, imponenza maestosa, e tenerezza toccante".

A leggere il secondo paragrafo del Credo cristiano, c'è da restare perplessi: fu crocifisso, morto e sepolto, discese all'inferno, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al Cielo, da dove tornerà sulla terra.

Quante corse su e giù, terribili come quelle dell'uomo della favola. E il risultato? Il secondo paragrafo del Credo di metà del mondo.

 


"Essere di parola"

 

 

 

Alessandro D’Avenia

 

 

 

«Sei stata una delusione, non hai ascoltato un secondo, hai sempre la testa tra le nuvole». Così una madre rimprovera la figlia di 5 anni dopo una lezione sportiva. La bimba tra le lacrime risponde che glielo dice sempre ma che non è vero. La mamma allora le ripete le stesse parole in tono più alto.

 

 

 

Un professore formula l'appello, uno dei ragazzi risponde con un «presente» flebile. Il professore si infuria, indirizza parole sprezzanti al ragazzo e a chiunque altro cerchi di intervenire.

 

 

 

Queste due scene mi sono state raccontate la scorsa settimana.

 

Non giudico il merito di situazioni che non conosco, ma vorrei soffermarmi sull'effetto delle parole usate che è sicuramente opposto a quello che si vorrebbe ottenere (risvegliare l'interlocutore e farlo reagire).

 

 

 

L'uomo è un «essere di parola» sin dalle origini. Gli studi più recenti sull'Homo sapiens e sul perché sia l'unico sopravvissuto alle altre specie di Homo, ci offrono due spiegazioni, la prima, di cui ho parlato qualche settimana fa, consiste nel fatto che il Sapiens di fronte all'ignoto è propenso al rischio e all'avventura, la seconda (strettamente collegata) è il sorprendente sviluppo del pensiero simbolico e del linguaggio. Perché questo ci ha fatto sopravvivere e da questo dipende ancora oggi la nostra sopravvivenza?

 

 

 

I migliori paleoantropologi (Dunbar, Bickerton, Lieberman, Tattersall, Horan) sostengono che la cosiddetta «discesa della laringe», evidente nei ritrovamenti fossili, ha reso possibile alle corde vocali di modulare la voce in linguaggio articolato (poter dire qualsiasi cosa) e non solo emettere versi (codice di segnali fisso).

 

 

 

Questo ha consentito:

 

1. il «verbal grooming», toeletta verbale, cioè il Sapiens fa il grooming che è proprio di tutti i mammiferi (sono le operazioni di pulizia reciproca, soprattutto madre-figlio) con le parole;

 

2. il pensiero simbolico, infatti i reperti di pietre disegnate e di conchiglie forate per collane e ornamenti, mostrano la capacità di dare significato alle cose grazie a un sistema culturale aperto e non fisso come per gli animali (messaggi univoci).

 

 

 

I due elementi, interdipendenti e misteriosi nel loro apparire, sono stati cruciali per dare al Sapiens un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie di Homo estinte: oltre a essere più propenso al rischio, usava le parole per raccontare e curare.

 

 

 

La parola è la prima e principale tecnologia veramente umana: permette di dare/togliere senso alle cose e di curare/distruggere. L'espressione latina «verba volant scripta manent» (le parole volano, le cose scritte rimangono) significava il contrario di ciò che oggi intendiamo noi (mettere nero su bianco, carta canta...), indicava infatti che la voce può raggiungere il bersaglio, mentre lo scritto rimane inchiodato al supporto.

 

 

 

Omero chiamava «alate» le parole ben dette, paragonandole a frecce con le alette che ne garantiscono la traiettoria.

 

 

 

Le parole creano la realtà e curano i corpi. Come? Risponde Fabrizio Benedetti, medico fisiologo e neuroscienziato noto a livello mondiale per gli studi sull'effetto placebo (farmaci inerti che ottengono effetti curativi), nel bel libro La speranza è un farmaco: «Il malato spera più di ogni altro. La speranza può essere indotta dalle persone vicine così come da chi cura. Sono le parole il mezzo più importante per infondere speranza: parole di conforto, fiducia, motivazione. Oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli in armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre. Recenti scoperte lo dimostrano: le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina, ma visto che nel corso dell’evoluzione sono nate prima le parole e poi i farmaci, è più corretto dire che i farmaci attivano gli stessi meccanismi delle parole.

 

 

 

Ma le parole possono fare anche male. Possono essere tossiche e produrre danni, così come i farmaci. Possono indurre ansia, depressione, sconforto, quindi il loro uso deve essere ponderato, per evitare che una malattia già di per sé invalidante venga aggravata da parole avventate e spropositate. Le parole possono guarire. Ma le parole possono anche uccidere. E tutto ciò avviene con effetti, meccanismi e azioni simili ai farmaci. La scienza oggi descrive così la speranza, cioè come un’entità concreta che ha il potere e la forza di modificare il cervello e l’intero organismo. Parole, speranza e farmaci inducono effetti simili con meccanismi simili».

 

 

 

Non è un bene il rarefarsi delle cure casalinghe del medico di base: consulti telefonici e ricette online, senza presenza e parole di cura, al corpo non bastano. Insomma il Sapiens sopravvive, ma soprattutto vive (riceve più vita) attraverso le storie e il verbal grooming: in casa, a scuola, a lavoro...

 

 

 

Ho visto rifiorire ragazzi ignorati o disprezzati, quando ricevono parole di speranza/cura, a partire da come si pronuncia il loro nome all'appello mattutino. Il loro cervello-corpo si trasforma perché la loro incapacità era solo una nostra povertà narrativa e verbale. Essere Sapiens è e ha un «essere di parola»: la parola gli dà vita o gliela toglie, dà alla luce o al buio.

 

 

 

Forse quella madre e quel professore mancano di parole generative perché non ne hanno ricevute o non ne ricevono. A noi la scelta di quali storie/parole usare, oggi stesso, per far crescere o regredire chi ci è affidato. Sostituiamo silenzi feriti o parole avvelenate con «ti amo», «sei bello/a», «sono fiero di te», parole che fanno accadere ciò che dicono, parole-farmaco che guariscono e danno il coraggio di vivere!

 

 

 

 

 

 

In una recente intervista Franco Baresi, glorioso libero del Milan, confidava che dice «ti amo» alla moglie tutti i giorni: «Non passa giorno senza che io glielo ricordi. Se un giorno mi passa di mente, quello successivo mi affretto a ricordarglielo». E il grande linguista Roland Barthes aggiungerebbe che quando qualcuno ti dice «ti amo», la risposta adeguata non è «anche io», ma «ti amo anche io» perché è il verbo a fare la differenza: solo quando la parola impegna tutto l'essere fa accadere ciò che dice. Persino l'amore.


Il cattivo lettore

 

Amos Oz

 

 

 

 

E allora, quanto c'è di autobiografico, nelle mie storie, e quanta invenzione, invece?

Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d'amore fra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica - benché non confessa. Ogni storia che ho scritto è un'autobiografia, nessuna è una confessione. Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, "che cosa è successo in realtà". Qual è insomma la storia dietro la storia, di che cosa si tratta, chi è contro chi, chi scopava con chi per davvero. "Professor Nabokov," domandò una volta un'intervistatrice durante una diretta televisiva americana, "professor Nabokov, ci dica per favore, 'are you really so hooked on little girls?'".

Anch'io mi merito di tanto in tanto qualche intervistatore infervorato, pronto a domandarmi, accampando un "diritto del pubblico di sapere", se mia moglie mi sia servita da modello per la Chana di Michael mio, o se la mia cucina è sporca come quella di Fima... A volte mi chiedono: perché non ci racconta chi è in realtà la ragazza de Lo stesso mare? O magari anche lei ha avuto per caso un figlio che per un certo tempo è sparito in Estremo Oriente? E che cosa c'è in realtà dietro la tresca fra Yoel e la vicina, Annemarie, in Conoscere una donna? E chissà se acconsente a dirci, con parole sue, di che cosa parla veramente il romanzo Il riposo giusto?

Che cosa vogliono, in fondo, questi intervistatori impudenti, da Nabokov e da me? Che cosa vuole il cattivo lettore, cioè quello pigro, sociologo, pettegolo-guardone?

Nel peggiore dei casi, armati di un paio di manette di plastica, vengono da me a prendermi il messaggio, vivo o morto. Esigono "l'ultima parola". "Che cosa voleva dire il poeta", vengono a riscuotere. Basta loro ch'io consegni "con parole mie" il messaggio sovversivo, o la lezione morale, l'immobile politico, la "concezione globale". Invece di un romanzo, conviene dar loro qualcosa di più concreto, qualcosa che abbia i piedi per terra, qualcosa di tangibile, uno slogan simil "l'occupazione è deleteria" o "la clessidra del divario sociale segna il tempo", o anche, "l'amore trionfa" o "le classi dirigenti sono marce", "le minoranze oppresse". In breve: si ha da porgere loro, imballati in sacchi di plastica da cadavere, le mucche sacre macellate all'uopo nel tuo ultimo libro. Grazie molte.

A volte sono anche disposti a rinunciare alle idee e financo alle mucche sacre, si accontentano della "storia che c'è dietro la storia". Vogliono i pettegolezzi, insomma. Vogliono una soffiata. Che gli si dica che cosa ti è successo per davvero, nella vita, non quello che, dopo, ne hai scritto nei tuoi libri. Vogliono scoprire finalmente, e senza eufemismi né ammennicoli, chi veramente ha fatto quel che ha fatto, con chi, e come, e quanto. Questo è tutto quel che vogliono, niente di più. Shakespeare in love, Thomas Mann che rompe il silenzio, Dalia Ravikovitz snudata, la confessione di Saramago, l'intensa vita erotica di Leah Goldberg.

Il cattivo lettore pretende da me che speli per lui il libro che ho scritto. Esige che io con le mie mani getti nella spazzatura i miei acini, e offra a lui solo i semi.

Il cattivo lettore è una sorta di amante psicopatico che aggredisce e strappa i vestiti della donna capitatagli a tiro, e quando quella è completamente nuda continua, scorticandola, poi scartando con impazienza la carne, smontando lo scheletro, finché alla fine - spezzate ormai le sue ossa fra i denti gialli che si ritrova - solo allora è soddisfatto: ecco. Adesso sono proprio dentro. Sono arrivato.

Dove, è arrivato? Ritorno al vecchio, trito, banale schema, al mucchio di vecchi stereotipi che, come tutti, il cattivo lettore conosce da un pezzo e per questo ci sta comodo: ma certo, i personaggi del libro sono in fondo nient'altro che lo scrittore in persona, i suoi vicini, e lo scrittore o i suoi vicini di casa, ovviamente, per quanto brave persone, dopo tutto sono sozzi come tutti noi. Prova a spellarli e arrivare al dunque, troverai sempre che "uno vale l'altro". Questo è proprio ciò che il cattivo lettore cerca famelicamente (e trova) in ogni libro.

Ma c'è dell'altro: il cattivo lettore, e al par di lui anche l'intervistatore impudente, tratta sempre con una sorta di diffidenza ostile, con un risentimento puritano, ipocrita, la creatività, l'invenzione, l'accorgimento, l'esagerazione, i riti del corteggiamento, l'ambivalenza, la musicalità, la musa, l'ispirazione in sé: si degna magari ogni tanto di rivolgere un'occhiatina alla creazione letteraria nella sua complessità, ma solo a condizione che gli venga concesso a priori quell'appagamento "sovversivo" che sta nel macellare le vacche sacre o quello censorio cui sono assuefatti i fanatici consumatori di scandali e "rivelazioni" nel menù offerto dalla stampa specializzata.

Il cattivo lettore è insomma appagato dal fatto che il grande Dostoevskij, proprio lui, fosse vagamente sospettato di una torbida propensione a rapinare e poi assassinare anziani, mentre William Faulkner era certamente incline all'incesto, e Nabokov aveva rapporti con minorenni, Kafka era tenuto d'occhio dalla polizia (e si sa bene che non c'è fumo senza arrosto), mentre Yehoshua appiccava il fuoco ai boschi del Fondo nazionale (se c'è fumo, c'è anche arrosto), per non parlare di quel che Sofocle fece a suo padre e alla sua povera mamma, perché altrimenti come avrebbe saputo descrivere tutto con tale vividezza, proprio dal vivo, anzi più che dal vivo?

 

"Solo di me so raccontare/angusto è il mio mondo come di formica.../ Anche la mia via - è come verso la cima - /via dolorosa e via di fatica,/ Mano di gigante cattiva e sicura, Imano allegra là verso l'alto".

 

Uno scolaro tanto tempo fa mi fece la versione in prosa di questa poesia:

 

Quando la poetessa Rachel era ancora piccola così, le piaceva da matti arrampicarsi sugli alberi ma ogni volta che cominciava ad arrampicarsi veniva un bulletto e con un colpo solo la faceva cascar giù per terra. Per quello era così poverina".

 

Chi cerca il cuore della storia nell'interstizio fra la creazione e il suo autore si sbaglia: conviene invece cercare non nel campo fra lo scritto e lo scrittore, bensì in quello che sta fra lo scritto e il lettore.

Non che non ci sia nulla da trovare fra il testo e l'autore - c'è sì spazio per una ricerca biografica, anche il pettegolezzo ha una sua grazia, e l'indagine sullo sfondo biografico delle opere letterarie ha una sua prudente dignità. Forse, il pettegolezzo non va disprezzato: è il cugino popolare delle belle lettere. In verità queste ultime di solito non si degnano nemmeno di rivolgergli un saluto per strada, ma non si può ignorare quella creatività domestica che sta fra l'uno e le altre, che è poi l'impulso eterno e universale a spiare i segreti del prossimo.

Chi non ha mai goduto dei favori del pettegolezzo scagli dunque la prima pietra. Questi favori, del resto, non sono altro che un batuffolo rosa inzuppato in una montagna di zucchero. L'estetica del pettegolezzo è lontana da quella di un buon libro come una gazzosa dolciastra lo è da tutte le tonalità del cibo, dall'acqua naturale e anche da un vino pregiato.

Quand'ero piccolo, due o tre volte per Pasqua o per Capodanno mi portarono allo studio fotografico di Edi Rugoznik sulla spiaggia Bugrashov, a Tel Aviv. Da Edi Rugoznik c'era un enorme mister muscolo, una montagna d'uomo dipinto, ritagliato nel cartone e appoggiato con la sua schiena di cartone a due colonne, un minuscolo costume da bagno teso sui lombi taurini, e montagne di muscoli, montagne, un torace smisurato, peloso e abbronzato. Questo gigante di cartone aveva un buco al posto della faccia, e dietro c'era uno sgabello con gli scalini. Ti spedivano a fare il giro dell'eroe da dietro, ti arrampicavi su per i due gradini, tendevi alla macchina fotografica la tua testolina, attraverso il buco che quell'Ercole aveva al posto della faccia; poi Edi Rugoznik ti ingiungeva di sorridere, non muoverti né strizzare gli occhi, e scattava. Dopo dieci giorni andavamo a prendere le fotografie, dentro le quali il mio faccino pallido e serio si ergeva sopra quel collo taurino e nerboruto, circondato dalle chiome di Sansone, legato alle spalle di Atlante, al petto di Ettore, alle braccia di Colosso.

Allora, ogni opera letteraria ci invita, in fondo, a infilare la testa dentro una figura o un'altra del repertorio di Edi Rugoznik. Invece di tentare di mettere la testa dell'autore, come fa il lettore banale, forse sarebbe meglio provare a incastonare in quell'apertura la nostra di lettori, e vedere l'effetto che fa. In altre parole: lo spazio che il buon lettore preferisce ricavarsi mentre legge non è quel terreno che sta fra lo scritto e il suo autore, bensì fra lo scritto e noi stessi: "Quando Dostoevskij era ancora studente, avrà davvero ucciso e derubato vecchie vedove?". Prova tu, invece, lettore, a metterti al posto di Raskolnikov, per sentire il terrore e la disperazione e la meschinità bruciante frammista a un'arroganza napoleonica, e la megalomania e la febbre della fame e la solitudine e lo spasimo e la stanchezza insieme alla nostalgia della morte, per tentare un paragone (sui cui esiti si serbi il segreto), non fra i personaggi della storia e gli scandali scovati nella vita dell'autore, bensì fra i personaggi della storia e l'io di te, quello segreto, quello pericoloso e disgraziato, folle e criminoso, la creatura spaventosa insomma che tieni imprigionata sempre nel profondo di te stesso, nella cella di isolamento più buia, così che nessuno al mondo possa mai sospettarne l'esistenza - né i tuoi genitori, né i tuoi affetti, perché altrimenti scapperebbero via in preda al panico, come si fugge da un mostro. Ecco che quando leggi le storie di Dostoevskij, sempre che tu non sia il lettore pettegolo e invece quello buono, allora puoi trattenere quel Raskolnikov dentro, nelle tue cantine, nei tuoi meandri più oscuri, dietro le grate e dentro la cella, così da incontrarsi con i tuoi scheletri più terrificanti e inconfessabili, paragonare quelli di Dostoevskij ai tuoi, che nella vita normale non potresti mai accostare a nulla perché dove troveresti il coraggio per presentarli di fronte a chicchessia, nemmeno in un bisbiglio, nemmeno fra le lenzuola, all'orecchio di colui o colei che trascorre la notte con te e che lì per lì, avvolto nel lenzuolo, scapperebbe via il più lontano possibile da te, urlando con terrore. Così, Raskolnikov stempera un poco l'onta e la solitudine di quella cella d'isolamento in cui ognuno di noi è costretto a condannare all'ergastolo il proprio prigioniero interiore. Questo è il potere consolatorio dei libri, di fronte al dramma dei nostri più inconfessabili segreti: non solo del tuo, caro amico mio, perché in fondo siamo tutti come te: nessun uomo è un'isola, piuttosto siamo tutti delle penisole, circondate quasi interamente da un'acqua nera, ma comunque collegate alle altre penisole. Rico Danon, ad esempio, in Lo stesso mare, pensa del misterioso uomo delle nevi, sui monti dell'Himalaia

 

"Chi è nato di donna porta il peso di due genitori sulle spalle. Dentro il grembo.

Per tutta la vita non fa che sostenere loro e la folta schiera di chi è venuto prima:

genitori di genitori, avi e avi di avi: come una scatola cinese sino all'ultima generazione.

Non si fa che seminare e inseminare genitori, in ogni gesto. Andando raminghi e restando fermi.

Ogni notte si spartisce il letto con un padre e il sonno con una madre, sino allo spuntar del giorno".

 

E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? È così, lo scrittore?

Domanda a te stesso. Delle cose tue. Quanto alla risposta, puoi serbarla tutta per te.

 

 

 


Grazie alla letteratura la fede amplifica la voce

 

José Tolentino De Mendonça

 

Al di là dell’abisso temporale che li separa, l’uomo contemporaneo non cessa infatti di riconoscersi nel dolore di Ettore e di Gilgamesh, nell’amore appassionato di Giacobbe per Rachele, nella giustizia della punizione comica del miles gloriosus. Nella concretezza incomparabile con cui ci restituisce la particolarità culturale, sociale, storica, dei mondi che esplora, l’arte dà espressione, con forza altrettanto incomparabile, alla loro appartenenza a un’unica grande famiglia, evidenziando quell’unità profonda dell’anima che fa della storia umana un insieme, tessuto da un unico comune denominatore, e non un ammasso centrifugo e caotico di storie incomunicabili tra loro. Per questo abbiamo ancora bisogno della letteratura, non come di un ornamento gradevole ma tutto sommato superfluo del nostro habitat spirituale, bensì come di una sua struttura portante, un codice di sopravvivenza del nostro stare al mondo.

Uno dei drammi del cristianesimo e delle religioni del nostro tempo, è la crescente dislocazione della sua autocomprensione al fuori dall’orizzonte della letteratura: sempre meno la pratica religiosa contemporanea ricorre alla letteratura per articolare le proprie rappresentazioni di fede, e sempre meno la letteratura ricorre al loro discorso come risorsa di senso. È perciò una responsabilità urgente e gravissima della Chiesa, di tutti i credenti, riattivare processi culturali che sbocchino nella creazione di codici e chiavi di lettura del presente ermeneuticamente e simbolicamente consistenti e vitali, rispondenti alle sofisticate richieste avanzate dalla storia contemporanea. È un problema di contenuti, ma prima ancora di razionalità, di linguaggi. Ed è un problema di discernimento, ma prima ancora di maternità. Solo se la Chiesa saprà recuperare la capacità di essere fonte, in tutti i campi della razionalità umana, a cominciare da quella artistica, si rimetterà in moto l’indispensabile dinamica creativa fra fede e cultura.

Troppo spesso, nel passato, la Chiesa ha concepito difensivamente il rapporto tra fede e cultura come quello di un’egemonia, di un diritto di controllo e sanzione in nome di una verità di fede semplificata a verità culturale. Recuperare la dinamica generativa e non meccanicamente giudiziale di questo rapporto, restaurare la maternità della Chiesa, significa accogliere incondizionatamente non solo la reciprocità dialogica ma l’asimmetria del servizio, dell’iniziativa gratuita ed eventualmente non corrisposta propria dell’amore. Discernimento, ascolto, proposta, sono tutti momenti essenziali del dialogo tra fede e cultura, tra fede e letteratura, che per essere fecondi devono però essere coniugati in una più fondamentale disposizione di amore, in una incondizionata volontà di incontro. Chi ama cerca la vicinanza dell’altro, cerca la sua presenza.

 

Amare la cultura, la creazione artistica, la letteratura, significa andare a cercarle là dove si trovano, correre il rischio del contatto. I testi sono il corpo della letteratura, e senza la loro frequentazione diretta, non mediata, il dialogo resta sterile e irreale. È perciò importantissimo che nelle pagine di una rivista come La Civiltà Cattolica, la più antica rivista italiana – più antica della stessa Italia politicamente unita – si facciano strada, accanto alle tradizionali letture di testi, anche testi da tradurre in lettura, poesie e prosa breve: racconti da amare e perciò da decifrare, parole poetiche da convertire in parole ermeneutiche, nella catena inesauribile del senso. È un passo nella direzione giusta, un’assunzione di responsabilità nel grande impegno di far nascere qualcosa di cui non solo la Chiesa ma tutta la società ha disperatamente bisogno: non una letteratura cristiana, che appartiene a un modello di civiltà del passato, ma una letteratura che faccia della fede cristiana, nella sua articolazione ecclesiale – di fonti, di tradizione e di comunità –, una risorsa di senso per l’umanità del nostro tempo.


"Ha ragione la quercia"

 

Lev Tolstoj

 

 

Nella primavera del 1809 il principe Andrej partí per visitare le terre che suo figlio, di cui era tutore, possedeva nel governatorato di Rjazań.

Riscaldato dal sole primaverile, dalla sua carrozza scoperta guardava la prima erba, le prime foglie di betulla e i primi sbuffi di bianche nuvole primaverili che correvano disperdendosi nello smagliante azzurro del cielo. Non pensava a nulla, ma si guardava intorno allegramente, spensieratamente.

Superarono il traghetto sul fiume dove un anno prima aveva parlato con Pierre. Superarono un villaggio fangoso, granai, campi di seminati vernini, una discesa con resti di neve vicino al ponte, una salita di argilla dilavata, strisce di stoppie e di cespugli qua e là verdeggianti, ed entrarono in un bosco di betulle che costeggiava entrambi i lati della strada. Vi faceva quasi caldo, il vento non si sentiva. Tutte disseminate di verdi foglie vischiose, le betulle se ne stavano immobili, e da sotto le foglie dell’anno passato, sollevandole, spuntava verdeggiando la prima erba, con dei fiori lilla. Con il loro rozzo, immutabile verde i piccoli abeti sparsi qua e là ricordavano sgradevolmente l’inverno. Entrati nel bosco, i cavalli cominciarono a sbuffare e a sudare piú visibilmente.

Il lacchè Pëtr disse qualcosa al cocchiere, il cocchiere assentí. Ma era chiaro che a Pëtr non bastava la simpatia del cocchiere: dalla serpa, si girò verso il padrone.

– Vostra signoria, che leggerezza! – disse con un sorriso rispettoso.

– Che cosa?

– Ci si sente leggeri, vostra signoria.

«Che cosa dice? – pensò il principe Andrej. – Sí, probabilmente parla della primavera, – pensò guardandosi intorno. – È vero, è già tutto verde… cosí presto! La betulla, il ciliegio, l’ontano cominciano già… Le querce invece non si notano nemmeno. Sí, eccola una quercia».

Al margine della strada c’era una quercia. Forse dieci volte piú vecchia delle betulle che formavano il bosco, era dieci volte piú grossa e due volte piú alta di qualsiasi betulla. Era un albero enorme, di quattro braccia di circonferenza, con i rami spezzati evidentemente da tempo, e con la corteccia spaccata, ricoperta di vecchie ulcere. Con le sue enormi braccia e dita nodose goffamente, asimmetricamente allargate, si ergeva come un vecchio, arcigno e sprezzante mostro fra le betulle sorridenti. Solo lui non voleva sottomettersi all’incanto della primavera e non voleva vedere né la primavera, né il sole.

«La primavera, e l’amore, e la felicità! – sembrava dire quella quercia. – E come può non venirvi a noia sempre lo stesso stupido, insensato inganno. Tutto è sempre uguale, e tutto è inganno! Non c’è né primavera, né sole, né felicità. Eccoli, guardateli, gli abeti schiacciati, morti, sempre identici, ed ecco, anch’io ho allargato le mie dita spezzate, scorticate, ovunque siano cresciute – dal dorso, dai fianchi. Come sono cresciute, cosí io sto, e non credo alle vostre speranze e ai vostri inganni».

Il principe Andrej si voltò diverse volte a guardare quella quercia, mentre attraversava il bosco, come aspettandosi qualcosa. I fiori e l’erba erano anche ai piedi dell’albero, ma lui se ne stava lí in mezzo sempre ugualmente arcigno, immobile, mostruoso e caparbio.

«Sí, ha ragione, mille volte ragione la quercia, – pensava il principe Andrej, – che gli altri, i giovani, cadano di nuovo in questo inganno, noi invece conosciamo la vita, la nostra vita è finita!» Nell’animo del principe Andrej sorse tutta una nuova sequela di pensieri disperati ma tristemente piacevoli, legati a quella quercia. Durante quel viaggio fu come se rimeditasse ancora una volta la sua vita e giungesse alla stessa conclusione di prima, tranquillizzante e disperata: che non doveva iniziare nulla, che doveva finire di vivere la sua vita senza fare il male, senza agitarsi e senza desiderare nulla

 

 

(Lev Tolstoj, Guerra e pace, Libro II, Parte III, 1, Einaudi)


 

Le parole

 

José Saramago

 

 

 

Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti.

Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.

E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. È il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzo contralti. Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.

Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.

Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto.

Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.

 

C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.


La ricerca dell’Assoluto nella letteratura: Fedor Dostoevskij

 

Givone Sergio

 

 

In via preliminare potremmo chiederci se siamo autorizzati a leggere filosoficamente Dostoevskij. Su questo punto non spenderò molte parole, perché quasi tutti ci siamo appassionati ai temi, ai problemi, alle domande sulle cose ultime che caratterizzano la sua grande opera narrativa. Inoltre un’intera tradizione interpretativa, che è durata tutto il secolo, ci autorizza in questo senso. Grandi filosofi, tra i quali Luigi Pareyson, hanno letto Dostoevskij da un punto di vista filosofico; è pur vero, però, che altri hanno messo in dubbio questa possibilità. Mikail Baktin, il grande critico russo, invitava a non farsi ingannare dall’apparente carattere filosofico dell’opera di Dostoevskij. Infatti la sua forza consiste nella capacità di accogliere all’interno del suo orizzonte narrativo tutte le più diverse e conflittuali voci del mondo senza armonizzarle in un disegno unitario; queste voci vengono semplicemente lasciate essere, dando luogo ad un sistema polifonico che non può essere raccolto in un sistema. Per questo motivo, Dostoevskij non si presterebbe ad una lettura filosofica. A Baktin si può rispondere che invece questa è filosofia della miglior qualità; affermare che non esiste un punto di vista fondamentale sul mondo, una unità di senso, è infatti una premessa, in definitiva nichilistica, che chiama in causa la filosofia nel momento stesso in cui la rifiuta.

 

Credo dunque che ci siano delle buone ragioni per leggere filosoficamente Dostoevskij. Se andiamo a vedere i grandi interpreti, quelli che si sono confrontati sul piano delle idee, dei problemi e non solo sul piano dello stile, osserviamo che due grandi filoni si sono costituiti fin dall’inizio, come se chiunque avesse a che fare con Dostoevskij dovesse innanzitutto decidere e prendere posizione. La prima è la via di coloro, e il più grande è stato Lev Sestov, secondo i quali Dostoevskij è uno straordinario sperimentatore del negativo. Ci parla certamente della fede, profonda, abissale, ma – scrive Sestov – quello a cui ci chiama davvero Dostoevskij è l’altro abisso, l’abisso del dubbio, della negatività. Dostoevskij è uno sperimentatore della negatività nelle sue forme più estreme e in questo è veramente grande; la fede è tutto sommato una sorta di riparo, è qualcosa di cui egli si serve per salvarsi da ciò che lui stesso ha intuito, da cui si sente catturato e a cui cerca di sfuggire, appellandosi a qualcosa di superiore. Ma l’autore propone una descensus ad inferos, una discesa negli abissi del cuore umano, che mette capo non tanto alle Memorie da una casa di morti, cioè al diario di quell’esperienza tragica che fece quando, coinvolto in una rivolta, fu imprigionato, condotto sul luogo del patibolo in una macabra messa in scena e, alla fine, inviato per alcuni anni in Siberia, ma ad un’opera successiva, Le memorie dal sottosuolo. In essa Dostoevskij avrebbe davvero sperimentato l’abissalità del negativo, con la scoperta che l’uomo è in maschera, sempre e comunque, e che dietro di essa non c’è il volto, ma un’altra maschera, e poi un’altra ancora. Se ci fosse un volto, sia pure miserabile, sarebbe consolante: ma neppure questo l’uomo scopre, perché anche nelle tecniche di auto – smascheramento l’uomo si compiace di sé e, là dove crede di raggiungere una sorta di grado zero di sincerità nei confronti di se stesso, incontra la falsità e la menzogna, cioè il compiacimento. Ecco l’abissalità dell’esperienza umana come esperienza di qualcuno che è in maschera sempre e comunque e che, nel momento in cui se la toglie, scopre di non avere volto. Questo soggetto non può far altro che sprofondare in quegli abissi che non hanno fondo.

 

Questa è la via scelta da Sestov, che da lì a qualche anno verrà fatta propria da un altro grande interprete di Dostoevskij, György Lukàcs, il quale inaugura una vicenda che merita di essere brevemente raccontata. Il grande filosofo marxista, negli anni tra il ‘12 e il ‘14 si dedica allo studio di Dostoevskij: allora frequentava alcuni studenti russi e costoro gli avevano fatto conoscere alcune interpretazioni dell’autore, tra cui quella di Dmìtrij Marezcovskij e di Sestov. Lukàcs decide di approfondire il tema del nulla negativo come infondato fondamento dell’essere, ma che apre in due direzioni: quella affermativa del valore e quella distruttiva del valore stesso. Questo significa mettere a fondamento dell’esistenza il nulla e affermare quindi che l’uomo è essenzialmente libertà. Ma l’idea di Lukàcs è che, mentre il bene è impossibile, il male è reale. Solo stando dalla parte del male lo si può convertire, capovolgere, trasformare in qualcosa d’altro, di segno contrario. Il Dostoevskij di Lukàcs è di nuovo lo sperimentatore del negativo, che scende negli abissi del cuore umano e non ha occhi se non per l’orrore e il terrore, per cui il mondo della fede non è nient’altro che filtro, velo, consolazione. Per concludere questa breve storia vale la pena di ricordare che Lukàcs, convertitosi al marxismo, negherà di avere mai scritto un libro su Dostoevskij. Ernst Block, molto legato a Lukàcs in quegli anni, ne attesterà l’esistenza, ma di questo manoscritto non si ebbe più alcuna notizia. Nel ‘77 Ràdnoti, firmatario della carta omonima, trova in una biblioteca di Heidelberg il manoscritto di Lukàcs e lo pubblica. Dal testo emerge la perfetta conferma che il filosofo ungherese non vedeva in Dostoevskij se non il grande genio della negatività e del male.

 

Vi è però un’altra linea interpretativa, che è addirittura precedente a quella di cui è portavoce Sestov, quella inaugurata da Vladimir Sergevic Solov’ëv. Ma chi era Solov’ëv? Era un giovane filosofo, che insegnava all’università di Mosca e Dostoevskij, che diceva di non essere filosofo, di non sapere nulla di filosofia, ma di amarla come nessun’altra cosa al mondo, lasciò Pietroburgo per andare a Mosca ad ascoltare alcune sue lezioni. Il mondo – come diceva Dostoevskij – è pieno di lacrime e di sangue dalla crosta, fin nel suo cuore più profondo e tuttavia queste lacrime e questo sangue non hanno senso se non in forza di un orizzonte che le precomprende, che da sempre le accoglie, le trasfigura, le illumina e ci dice che cosa propriamente sono. Le lacrime e il sangue esistono, ma tuttavia non sono se non a partire da una luminosità, da un orizzonte pieno di luce. Quella luce – interpreta Solov’ëv – è quella della «sofia», della sapienza di Dio, senza la quale non solo non daremmo ragione delle lacrime e del sangue, ma neppure le vedremmo, perché è proprio partendo da questo paradigma assoluto che noi troviamo quel senso che altrimenti ci sfuggirebbe, per cui tutto precipiterebbe nell’assurdo.

 

Le due idee, le due diverse interpretazioni del pensiero di Dostoevskij ci obbligano a prendere posizione, a stare da una parte o dall’altra, e questo comporta o una visione aporetica dell’opera di Dostoevskij o una visione dialettica. La visione aporetica è quella in cui le due diverse prospettive, entrambe lucide nell’individuare la terribilità della condizione umana, darebbero luogo ad una opposizione senza possibilità di mediazione. Ma allora come commentare le parole di Dostoevskij, interprete di se stesso, quando dice di aver sperimentato entrambi gli abissi, l’abisso della fede e l’abisso del dubbio? Potremmo allora condividere la prospettiva dialettica, che permette di mediare le opposizioni e di trovare un punto di sintesi che ne supera il mero conflitto? Ma se le cose stessero così, se l’ipotesi di un Dostoevskij dialettico davvero ci convincesse, rischieremmo di cedere alla tentazione di una risoluzione in termini puramente filosofici di Dostoevskij.

 

Mi permetto di avanzare un’altra ipotesi, che l’opera di Dostoevskij non si lasci ridurre né in termini di mera opposizione aporetica né in termini di dialettica, ma sia espressione del pensiero tragico, il quale davvero dà ragione meglio di altre forme di interpretazione di quella doppiezza. Dussos logos, pensiero tragico, significa appunto pensiero doppio, intimamente doppio, ma non nel senso della mera aporetica né nel senso della dialettica. Doppio nel senso di saper gettare uno sguardo nell’uno e nell’altro abisso, di sperimentarli entrambi, mostrare il legame profondo che c’è tra l’uno e l’altro, ed evocare la possibilità che il male si converta nel bene. Possibilità che rimane misteriosa, enigmatica, perché se questa conversione fosse aporetica, non sarebbe conversione: le due realtà rimarrebbero separate; se invece fosse dialettica, non ci sarebbe più né mistero né enigma, perché avremmo a che fare con le teorie del male che serve al bene, del male che non è se non in funzione di un bene che lo trascende, un male dimenticato, svilito rispetto alla sua vera natura. Il pensiero tragico prospetta, ipotizza, la possibilità di un passaggio, di un movimento tra l’uno e l’altro abisso, ma senza dedurlo, semplicemente mostrando l’enigma. Li esibisce in modo misterioso e, se volete, doppio, dussos logos.

 

Se questa ipotesi ha un qualche senso, vediamo come Dostoevskij, concretamente, ce la mostra. Il problema di fondo è quello della giustificazione del male, che in un certo momento della storia della filosofia si è chiamato «teodicea». Questa (il nome è stato inventato da Leibniz) è la teoria della giustizia di Dio che è anche la teoria della giustificazione di Dio, cioè della giustificazione che Dio, essendo giusto, dà del male, ed è la giustificazione che l’uomo, tenendo conto di questo, dà di Dio. Leibniz, logico sublime e giurista ineccepibile, va a fondo nel suo ragionamento: il presupposto della sua teodicea è che il bene non è se non vittoria sul male. La condizione umana è così fatta che il bene non lo conosce se non nella forma di un superamento, di una vittoria. Il bene allo stato puro, non solo non esiste, ma se esistesse sarebbe un fantasma, qualcosa di inerte, privo di senso. È drammatico il fatto che noi conosciamo il bene solo in rapporto al male, ma è così. Pensiamo alle virtù teologali: cos’è la fede se non uno sguardo rivolto a una realtà che trascende il male. Questo vale anche per le virtù che pratichiamo: ad esempio, l’amore non è pensabile se non nella forma di una contrapposizione all’odio, a tutto ciò che è contrario all’amore stesso. Ecco il presupposto profondissimo, anche se lineare e semplice, della teodicea di Leibniz. Da questo presupposto Leibniz, che sapeva ragionare, ricava il ragionamento che, essendo il bene vittoria sul male, allora dobbiamo ipotizzare che un mondo in cui c’è del male possa essere migliore di un mondo in cui il male non c’è, perché in quest’ultimo anche il bene non ci sarebbe. Dunque Dio, che tutto vede, capace di soppesare tutti i pro e i contro, sceglie il migliore dei mondi possibili, quello in cui il male non può non esserci. E ancora: Dio non soltanto sceglie il migliore dei mondi possibili, ma questo, essendo scelto da Dio, è un mondo la cui radice ultima è la libertà.

 

Parallela alla storia della teodicea, vi è quella di coloro che da questo ragionamento non sono affatto convinti e, siccome non sono logici sublimi e giuristi ineccepibili qual era Leibniz, si accontentano di porsi molti perché, domande senza risposta: sulla terribile realtà di un terremoto, della peste, o sull’espressione di un negativo la cui gratuità beffarda sembra, anzi è irriducibile a qualsiasi disegno. Vedete come la teodicea trovi qui il suo scoglio, il suo scandalo. Aveva cominciato subito dopo Leibniz, Voltaire e poi via via gli illuministi e, lungo tutto l’Ottocento, coloro i quali oppongono a Dio non un ragionamento, bensì la dura forza, la realtà semplice ma brutale della sofferenza inutile, della sofferenza che non si lascia riscattare, della sofferenza che resiste a questo disegno di ordine superiore. La storia dell’ateismo ottocentesco è la storia della contestazione alla teodicea di Leibniz.

 

Chi è colui che ha saputo meglio di ogni altro, con una semplicità folgorante, sconfiggere, colpire al cuore, l’argomento di Leibniz? Un filosofo che non troverete nei manuali di filosofia, ma che meriterebbe un suo capitolo, nonostante non sia un personaggio in carne ed ossa, bensì una creazione di Dostoevskij. Questo filosofo che dà scacco matto alla teoria del Dio che, in quanto giusto, giustifica il male, si chiama Ivan Karamazov. Non so se ricordate l’episodio dell’incontro dei due fratelli (Ivan e Alëša) in una trattoria, dove essi parlano dei grandi temi di fondo, gli stessi di cui noi stiamo discorrendo ora. Ivan Karamazov introduce il tema inserendosi nella prospettiva tipicamente ottocentesca dei liberi pensatori, i quali, di fronte all’evidenza di un male non giustificabile, credevano di avere buon gioco nel dire: – Ma allora quello che sta lassù vada al diavolo. Quasi se la prendevano con Dio, in quanto incapace di giustificare qualche cosa che resisteva alla giustificazione. Ivan Karamazov è molto più sottile di tutti questi, perché rovescia l’argomento, lui che pure ha subito tutta una serie di piccole atrocità e ha seguito la prospettiva dell’ateismo ottocentesco. Eppure riconosce che «quello che fa meraviglia è che un’idea simile, l’idea della necessità di Dio, possa essere venuta in testa ad un animale così selvaggio e cattivo come l’uomo; tanto è sacra, tanto è commovente, tanto è saggia quest’idea». Non è dunque un’idea abbietta quella dell’armonia, nella quale l’uomo ha potuto pensare l’abbraccio della vittima e del suo carnefice in un futuro di là da venire, anzi è la sola idea capace di dare senso al mondo. Però – dice Ivan – di fronte alla realtà del male («le sofferenze dei bambini», «le lacrime umane di cui è imbevuta tutta la terra») non esiste possibilità di riscatto, di perdono, di compensazione. «Se le sofferenze dei bambini saranno servite a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per pagare la verità, io affermo in anticipo che tutta la verità non valeva un prezzo simile… L’hanno valutata troppo quell’armonia, l’ingresso è davvero troppo caro per la nostra tasca. Perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso… Non è che io non accetti Dio; soltanto, Gli restituisco rispettosamente il biglietto». Vedete la forza nichilistica di Ivan, la capacità di portare a fondo qualsiasi prospettiva di redenzione, non contestandola, ma riconoscendola come la più alta e la più sublime che ci possa essere, salvo poi prenderne le distanze, dicendo di voler stare dalla parte della «sofferenza invendicata». Non c’è modo più distruttivo della teodicea, che quello di esaltarla per poi rimuoverla. Qual è il senso del ragionamento di Ivan? Non la sofferenza invendicata mette in questione Dio, non la resistenza, l’urto, la forza del male è davvero scandalosa; è scandaloso che Dio abbia potuto pensare di trarre il bene dal male, cosa che impedisce a Dio di essere se stesso, di essere il giustificatore. Dostoevskij, da questo punto di vista, è davvero lo sperimentatore del negativo come nessun altro; non è un nichilista leggero, il male lo prende sul serio e lo indaga come mai prima.

 

Ma Dostoevskij non si ferma qui. E in questo senso il suo è davvero pensiero tragico perché, come già diceva Virgilio, difficilis descesus ad avernos, difficilior regredere passos, se è difficile discendere, è anche più difficile una volta discesi, ritornare con la memoria di ciò che si è visto, conservando e proprio perciò salvando ciò che lì si è visto. Non dimenticate che conservare e salvare hanno lo stesso etimo; non c’è salvezza che non sia quella che passa attraverso la memoria, il dolore. Per Leibniz, il bene è solo nella forma dell’opposizione al male e, quindi, della memoria. Ebbene, come risale Dostoevskij da quell’abisso in cui l’aveva sprofondato la radicale rimozione della teodicea? Anche qui penso che la parola di Dostoevskij sia la più profonda, la più vera che il mondo moderno e contemporaneo abbia saputo pronunciare sulla tematica fondamentale della libertà umana e del male. Con ciò che ha detto Ivan il discorso non è affatto chiuso. Ivan sembra aver detto l’ultima parola, ma l’ultima parola non è la sua; quella davvero decisiva è di Alëša, che è stato ad ascoltare pieno di turbamento, perché capisce come il fratello abbia preso sul serio il tema di cui si tratta. Alëša, che è stato zitto fino a quel momento, trova, anche se nella forma di un bisbiglio, la sola parola che si possa rispondere a Ivan che gli chiede cos’ha da dire a difesa del suo Dio: «Fratello, tu hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare ed abbia il diritto di farlo. Ma questo Essere c’è, e Lui può perdonare tutto, tutti e per tutti, perché Lui stesso ha dato il suo sangue per tutto e per tutti». Dio non è quindi venuto a giustificare il male del mondo, ma lo ha preso su di sé. Questa è la parola di Alëša che riporta diritto diritto nel cuore del pensiero tragico. Dio non dà ragione di ciò che appare inconoscibile, inconciliabile. La conoscenza è quella che si fa essa stessa dolore e non c’è conoscenza vera che non sia dolorosa; così Dio non viene a dare ragione di ciò di cui non può dare ragione, ma viene a prendere su di sé la sofferenza e tace. Dmìtrij, pasticcione ma anima appassionata, viene accusato di aver ucciso il padre pur essendo innocente; tuttavia non si preoccupa di difendersi, ritiene giusto andare in Siberia. «Signori, siamo tutti crudeli, tutti siamo dei mostri, tutti facciamo piangere gli altri, facciamo piangere le madri e i bambini… Io accetto i tormenti di questa accusa e della pubblica infamia, io voglio soffrire, e la sofferenza mi purificherà!». Ecco la conversione. Quando Alëša capisce perché il fratello non si ribella e accetta la pena, ha come un lampo, gli ritorna in mente l’insegnamento di Zosima di cui era stato allievo e si ricorda che un giorno una madre, una povera vedova, andò dal santo monaco perché le era morto il figlio e Zosima usò con lei gli argomenti che appartenevano alla tradizione consolatoria. Ma questa madre non ne voleva sapere e lo trattò con durezza. Il maestro, allora, le disse citando la Bibbia: «Ecco l’antica Rachele che piange i suoi figli e non può consolarsi, perché essi non sono più; tale è la sorte assegnata a voi, madri, sulla terra. E dunque non consolarti, la consolazione non ti è necessaria; non consolarti, e piangi pure. Ma ogni volta che piangi, ricordati bene che il tuo figlioletto è uno degli angeli di Dio, che di lassù lui ti guarda, ti vede, gioisce delle tue lacrime e le mostra al Signore Iddio. Durerà ancora a lungo questo tuo gran pianto di madre, ma alla fine si convertirà per te in una quieta gioia, e queste tue lacrime amare diventeranno solo lacrime di dolce tenerezza e purificazione, e libereranno il tuo cuore dal peccato». Che cosa c’è di più misterioso ma anche di più vero di questa conversione?

 

 

Dostoevskij è davvero un autore che di filosofia sa poco, ma che ai filosofi dà continuamente da pensare. È stato un diagnostico del secolo su cui nemmeno si è affacciato, ma che ha saputo prevedere. Se vogliamo capire qualcosa del terrorismo, del potere tremendo dell’ideologia, dei drammi che si nascondono dietro queste realtà, si possono leggere libri di sociologia e di filosofia, ma la prima cosa da fare sarebbe quella di leggere Dostoevskij. Non dico che abbia previsto tutto, ma ha fatto diagnosi molto lucide che lasciano ancora adesso allibiti. Lo scrittore russo è stato profondo anche in diagnosi più sottili: è stato non solo il poeta dei nichilisti sostenuti dall’ideologia, ma anche di quelli deboli, sottili, ironici, sfuggenti. Dostoevskij non è soltanto l’inventore di Stravogin, ma anche di Arkàdij, il figlio del protagonista dell’Adolescente. Ha scritto quattro romanzi dopo Le memorie dal sottosuolo: tre sono capolavori assoluti (L’idiota, I fratelli Karamazov e I demoni), mentre il quarto, L’Adolescente appunto, è un romanzo sbagliato, che però contiene una diagnosi potente del nichilismo così come lo sperimentiamo noi, del nichilismo dei nostri anni, non quello del rifiuto violento di Dio e dell’instaurazione altrettanto violenta di un regno di Dio senza Dio sulla terra, ma il nichilismo della leggerezza, dell’ironia, della dissoluzione dei grandi temi. Versilov ad un certo punto afferma che se gli uomini imparassero a morire fino in fondo, saprebbero che questa vita è bella perché preziosa, perché destinata a finire. Se questa coscienza fosse così diffusa e tutti ne partecipassero e tutti si convincessero di questo, come potrebbero non amarsi gli uni gli altri? Si sentirebbero affratellati da questo vincolo della mortalità e le generazioni si succederebbero con dolcezza. Versilov si interrompe ed è come se, improvvisamente, una smorfia attraversasse il suo volto quando conclude con: – Bello vero? Le stesse parole che di lì a qualche anno Dostoevskij metterà in bocca al demonio nel dialogo con Ivan Karamazov. Qui c’è qualche cosa come una tentazione, una mistificazione sottile, e perciò demoniaca: certo che la morte è la condizione perché la vita sia quello che è, preziosa. Se non ci fosse la morte non ci ameremmo: ci amiamo perché – lo dicevo prima – ci opponiamo alla morte; ma con questo dovremmo dire che la morte è un fatto semplicemente positivo? La morte è la morte e resta l’ultima nemica. Così Dostoevskij è un diagnostico del nostro tempo, del nichilismo nel suo aspetto più tenebroso, ed anche del nichilismo nel suo aspetto più elegante e più convincente, ma al nostro tempo Dostoevskij contrappone, offre una proposta alternativa. Vale la pena, quantomeno, di rifletterci attraverso gli strumenti della filosofia, ma non per ridurlo a filosofia, bensì per sprigionarne il significato più forte e più profondo.


Le belle parole.

 

Chandra Candiani

 

Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.

 

Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si riconoscono della stessa natura. Ho bisogno di parole che mi cercano, cercano la mia oscurità, non la mia chiarezza e si accovaccino con me, con me respirino affannate nell’oscurità. Parole che sappiano aspettare. Parole che mi diano uno spintone verso quello che ancora non oso sapere. Parole compagne del silenzio. Una ogni tanto. Poi tre passi. Ancora una. E sei passi. Parole che vedano i tuoi occhi e i tuoi capelli, come cadono per un nonnulla e come gli occhi si arrossino scrutando il buio. Parole che conoscano gli sforzi. Per non dire. Per dire tutto. Per dire senza far male. Per velare. Per dire quello che tu taci. Per dire quello che sottintendi. Parole che accarezzino quello che taci per viltà e per paura e non lo condannino a decifrarsi ma bisbiglino solo: “Ci sei. Io ti sento.”

 

Ho bisogno di parole che mi ascoltino.

 

 

 

“Leggere è entrare in comunione con altri esseri umani al di là del tempo e dello spazio…”. Questo è solo uno dei motivi per cui la lettura dà senso alle nostre esistenze"

 

Vito Mancuso


Dio e l’uomo si abbracciano nei libri

 

 

In questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi propone il suo commento a una serie di libri da lui selezionati

 

«Ancora un avvertimento, figlio mio: si scrivono libri e libri senza fine e il molto studio debilita il corpo… Tutte le parole sono logore e nessuno è in grado di esprimersi a fondo». Provocatorio come sempre è il biblico Qohelet/Ecclesiaste in questi due moniti del suo libretto (12,12 e 1,8) fatto di sole 2.987 parole ebraiche. Li ripropongo non solo come personale autocritica ma anche come autodifesa: ricevo di media cinque libri al giorno, prevalentemente di taglio teologico o spirituale (e poi si dice che la religione è in crisi…), con un margine di testi tematicamente di cultura generale e, purtroppo, non di rado opere di aspiranti poeti e narratori. Proprio per questo ritorno spesso al passato sicuro e seleziono le riedizioni (o nuove edizioni) di classici cristiani.

 

È ciò che vorrei proporre anche ora, scegliendo nella molteplice letteratura basata appunto su questi soggetti. L’editrice Città Nuova, che eccelle in tale ambito, suggerisce nella collana, emblematica già nel titolo “Minima”, in un format popolare, le Regole morali di quel grande Padre della Chiesa cappadoce che fu Basilio, divenuto vescovo di Cesarea a 40 anni nel 370 (morirà nel 378 «ormai celebre in tutto il mondo», come dirà il suo collega, Gregorio di Nissa).

 

L’opera in questione, curata da un importante esperto di patristica, Umberto Neri, non deve trarre in inganno quasi fosse una norma di vita monastica e, quindi, esoterica. Quello di Basilio è un appello rivolto a tutti i cristiani e non solo a coloro che praticano un forte impegno ecclesiale, ed è per questo che il suo discorso ha come palinsesto la Bibbia e come pratica i sacramenti, a partire dal battesimo e dall’eucarestia. «Come non esiste una super-Chiesa – commenta Neri – così non esistono super-Cristiani»: tutti i credenti in Cristo devono avere una stella polare comune i cui raggi sono le 80 “regole” che reggono la fede genuina e che sono tutte sostenute da un florilegio di citazioni bibliche.

 

Sempre nell’orizzonte della letteratura cristiana scegliamo ora una figura minore che sempre Città Nuova pubblica nella collana più specialistica “Testi patristici” giunta al n. 276. Si tratta di Sesto, un cristiano forse di Alessandria d’Egitto di alta cultura greca il quale, a cavallo tra il II e il III sec., elabora una raccolta di ben 451 “sentenze”, la più antica e rilevante gnomologia cristiana. Il curatore Vincenzo Lombino segnala la dimensione dialogica con la cultura profana, «attingendo alle fonti sapienziali di tutto il bacino mediterraneo, riplasmando soprattutto materiali di tradizione pitagorica, ma anche giudaico-cristiana e persino latina».

 

Il successo fu folgorante, tanto da generare traduzioni dal greco in latino, copto, siriaco, armeno, georgiano, etiopico. L’edizione di Lombino si affida a un raffinato commento che rivela tutte le filigrane sottese, non solo quelle bibliche ma anche le molteplici classiche, coinvolgendo il lettore attuale che sarà conquistato dall’essenzialità radicale degli asserti. Solo un trittico di esempi all’inizio e alla fine della raccolta: «Nella fede, un uomo di poca fede, è senza fede» (n.6). «Un uomo di fede, in una prova di fede, è un dio che vive in un corpo di un uomo» (n.7). «L’intelletto di un saggio è uno specchio di Dio» (n. 450).

 

Ora, scavalcando i secoli e migrando in terra europea, affidiamo ai nostri lettori due scritti capitali nella spiritualità ma anche nella stessa cultura spagnola. Da un lato, ecco l’occasione straordinaria di avere in un solo tomo maneggevole l’opera omnia di quel genio mistico cinquecentesco che è stata Teresa d’Avila, ove spiccano il Cammino di perfezione e l’affascinante viaggio all’interno delle sette “mansioni” del Castello interiore. Dalle vette dell’esperienza divina nelle pagine teresiane si scende nella valle della quotidianità ove s’incrociano ugualmente le teofanie, frammiste ai rumori delle strade e talora velate dagli uomini di Chiesa, scettici e prevaricatori nei confronti della libertà femminile di questa donna forte e creativa.

 

A lei legato c’è, però, anche un religioso, Giovanni della Croce, del quale viene riproposto il celebre Cantico Spirituale, una sintesi mirabile di eros e mistica, di sapienza teologica e di bellezza poetica. Sono quaranta strofe “cantate” e commentate, modulate su quel gioiello biblico che è il Cantico dei cantici. La simbologia dell’amore con tutto il suo ventaglio di colori si trasforma in parabola dell’abbraccio tra l’anima e Dio e si allarga nel commento che Giovanni allega a ogni strofa in una riflessione sul mistero divino e umano. Indimenticabile è l’incipit della prima strofa in cui la Sposa, cioè l’anima, si rivolge all’Amato, il Dio assente: «Dove ti nascondesti, / Amato, e mi lasciasti gemente? / Come il cervo fuggisti, / dopo avermi ferito; / uscii dietro te gridando, e tu te ne eri andato».

 

 

L’originale spagnolo a fronte è ancor più emozionante e l’esperienza che viene proposta – come accade anche nelle pagine di s. Teresa – trascende i confini della fede per aprirsi all’intera umanità nella sua interiorità e nella sua ricerca di un Oltre e un Altro. Per dirla col lessico latino, la fede non è un limen, una frontiera limitata, ma è un limes, cioè una soglia aperta. È per questo che un classico cristiano è un classico tout court per credenti e non.


L'arte della lettura

 

 Enzo Bianchi

 

 

 

 

La lettura, di fatto, è una conversazione con chi è assente e può essere lontano mille miglia nel tempo e nello spazio. Ma soprattutto è un dialogo con chi ha avuto una vita più creativa della nostra: è accoglienza della parola di un altro.

 

 

 

Agostino di Ippona paragonava la lettura a uno specchio che rivela il lettore a se stesso, e Gregorio Magno asseriva che "lo sta scritto cresce con chi la legge!". Marcel Proust, al termine di Alla ricerca del tempo perduto, si premurava di avvertire che i suoi lettori sarebbero stati "lettori di se stessi".

 

 

 

Soprattutto nella nostra società, nella quale domina l'immagine, leggere resta una operazione di umanizzazione, sorprendente nella sua semplicità: non occorrono tecnologie complicate, né iniziazioni particolari perché è sufficiente prendere un libro, aprirlo quando si vuole e leggere risuscitando lo sta scritto.

 

 

 

In piena libertà posso poi chiudere il libro, leggere più avanti o tornare indietro... e posso pensare, meditare con il ritmo che decido io e del quale ho bisogno per comprendere le pagine "dal di dentro", intus legere.

 

 

 

Per questo ho sentito il bisogno di arricchire il comando monastico esprimendolo con le parole: Ora, lege et labora! Non basta pregare e lavorare, occorre leggere per sentire battere il cuore del mondo, per tenere in esercizio l'ascolto.

 

 

 

Chi non legge adduce come giustificazione la scarsità del tempo a disposizione, ma le scelte nell'impiego del tempo sono rivelatrici di ciò che per noi conta nella vita.

 

 

 

Leggere è lotta contro l'alienazione al tempo, è affermazione della libertà. Se il tempo ci manca, il libro ci aspetta nello scaffale, sul comodino, quasi un monito a trovare il tempo per la lettura, prendendo le distanze da ciò che ci distrae.

 

 

 

Sempre mi ha impressionato nella profezia di Ezechiele il racconto biblico secondo cui Dio chiede al profeta di mangiare il libro... Sì, mangiare il libro, che è più che leggerlo, è farlo diventare corpo e vita.

 

 

 

 

 

 

Forse non a tutti è data questa manducazione del libro ma, almeno per molti, come scriveva Italo Calvino, "leggere vuol dire cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s'aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell'autore, al di là delle convenzioni della scrittura". Beato chi legge, perché saprà anche ascoltare!


La lettura è un'iniziazione alla vita spirituale

 

Alessandro D'Avenia

 

 

 

Lupus in fabula! Il lupo arriva proprio perché è stato raccontato nella favola. Ovvero le cose che leggiamo o ascoltiamo nelle favole accadono davvero. Non era solo una credenza degli antichi, ma la realtà. Oltre lo spazio e il tempo.

 

 

«Calvino racconta a un popolo che aveva bisogno di meraviglia, quella meraviglia che noi perdiamo tutti i giorni, immersi in racconti non veri. Noi stiamo su un abisso e proviamo una vertigine. Di fronte a questo cosa facciamo? Lo raccontiamo». «Questo è ciò che ha contraddistinto l’evoluzione dell’homo sapiens - ha spiegato D’Avenia -, parlare e raccontare».

 

Il mondo si configura con le storie che raccontiamo e questo nutrimento è l’unico modo possibile per avere un cuore intelligente, capace di relazionarsi con gli altri e con il proprio destino.

 

Passando attraverso l’interpretazione dell’etimologia di alcune parole, come fa-bula (dal latino fari, il dire autorevole degli dei, più stabulum, stalla, fanno fabula, il luogo in cui il destino accade), dal flusso della conversazione ha preso forma la storia che D’Avenia a sua volta ha raccontato agli studenti, il suo messaggio d’amore perché «non si danno aumenti di conoscenza della realtà senza aumenti di amore nei confronti della realtà. E la meraviglia è segno di questo. Ogni giorno bisogna meravigliarsi di qualcosa. Anche se a volte è spaesante e doloroso».

 

Come accade nella fiaba di Calvino dove la ragazza bella è costretta a vivere e morire dentro una melagrana e in una colomba trafitta, e che si salva solo quando le viene chiesto “da dove vieni?”. Solo allora, infatti, la ragazza può raccontare la sua storia e cominciare, così, a vivere. Il suo contraltare, il personaggio della “brutta saracina” che uccide la ragazza più volte, muore nel momento in cui ha esaurito la sua funzione e non ha più ragion d’essere. 

 

La storia ha un messaggio per tutti, anche per il figlio del re che è uscito dalla casa materna per sperimentare la vita e conoscere l’amore. Ha pensato di conoscerlo guardando per la prima volta la ragazza uscita dalla melagrana ma in quel momento lui la vedeva solo come un oggetto da possedere, non da amare. «Perché conoscere è ri-conoscere, come diceva Platone che parlava di conoscenza quando ricordiamo e riconosciamo. E come si evince dal ritorno di Ulisse a Itaca quando la moglie non l’ha riconosciuto subito ma solo dopo che lui ha cominciato a raccontare la sua storia. Ulisse ha sentito che poteva raccontarsi a una persona che non l’avrebbe usato le sue parole per qualche scopo e che non se ne sarebbe andata» - ha aggiunto lo scrittore.

 

Insomma, «la lettura è un’iniziazione alla vita spirituale», è qualcosa che ci cambia per sempre e che si dipana giorno per giorno tra due poli, il bianco del latte simbolo del ricevere la vita, e il rosso come il sangue nell’atto del dare la vita. E allora “Cammina, cammina…”, come dice l’incipit della fiaba di Calvino, cammina e sperimenta come imparare ad abbandonare il possesso e a conoscere l’amore. Per questo ogni fiaba termina con il lieto fine, perché la storia della fiaba può accadere a ciascuno di noi se sappiamo ascoltare e cogliere la chiamata alla vita, passando attraverso il dolore.

 

 

Lasciandosi interpellare dal testo di volta in volta scopriamo di essere noi la ragazza, la brutta saracina, il figlio del re, noi che ci muoviamo nella vita scoprendo le diverse parti di noi stessi che sono ancora da trasformare per arrivare a riconoscere il volto dell’amore


                                                                                    "Partenza" illustrazione sulla lettura di Jungho Lee

La liturgia delle parole

 

 

Vivere è una Lectio Divina. La letteratura é anche teologia perché comporta una profonda spiritualità. La fede e la scrittura condividono la centralità della parola intesa come azione

 

Vito Mancuso

 

Che in principio vi sia la parola vale anche per l'esistenza di ognuno di noi. Intendo dire che ognuno di noi ottiene il principio costitutivo della sua esistenza dalle parole che pronuncia e nel modo con cui le pronuncia. Il che vale anche quando si tratta di parole scritte, delle nostre scritture, che, per quanto siano profane, hanno sempre la potenzialità di risultare sacre: sacre scritture profane.

 

La connessione tra archê (principio) e lógos (parola) è decisiva non solo per il Verbo che si fece carne nella notte santa, ma anche per ognuno di noi. Il nostro archê, il nostro principio costitutivo, è dato dal nostro lógos, vale a dire dalla logica che governa la nostra mente quale appare in modo esemplare nelle nostre parole. La letteratura, quindi, non è solo letteratura, cioè storie, racconti, narrazioni di fatti veramente accaduti o fantasiose invenzioni; no, la letteratura è anche teologia, filosofia di vita, confessione, anatomia dell’anima; è anche inconscia, e per questo ancora più profonda, spiritualità …

 

 

Quale testo penetra più in profondità nella nostra anima? Una pagina di Dostoevskij o una di san Tommaso d’Aquino? La Leggenda del Grande Inquisitore o una quaestio della Summa theologiae? Domanda retorica, perché la risposta è universalmente nota. E se le Confessioni di sant’Agostino sono ancora oggi il libro teologico più letto e più amato, lo si deve al fatto che esse sono anche letteratura, oltre che teologia e spiritualità. Anzi, sono teologia e spiritualità in quanto letteratura, racconto, narrazione, storia vissuta e riferita. 

 

Secondo Gesù la parola ha un’importanza enorme, e non poteva che essere così per lui che fu un profeta, uno cioè che parlava al posto di, o davanti a, sottintendendo ovviamente Dio. Tutta la sua esistenza fu ascolto di una parola che veniva da altrove ed espressione di una parola che conduceva altrove. Ecco un suo detto al riguardo: “Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio” (Matteo 12,36). L’aggettivo greco che la versione Cei rende con “vana” è argòn, termine formato da alfa privativo e da ergon, “opera, lavoro, azione”, e che quindi propriamente significa “senza opera”, senza capacità di produrre lavoro, improduttiva, fine a se stessa e non alla vita. Si noti inoltre che l’aggettivo argon è l’esatto contrario di en-érgon, “al lavoro, all’opera, in atto”, da cui viene il sostantivo enérgeia, “energia”.

 

Le parole, per essere autentiche e quindi salvifiche, devono produrre “lavoro”, essere operative, creare storia, avere energia. Il linguaggio, quando è vero, possiede questa forza, è sempre performativo. Per questo leggere la grande letteratura dei grandi scrittori può cambiare in profondità la vita e rigenerare la musica del cuore. E noi siamo chiamati, secondo l’esortazione profetica di Gesù, a sorvegliare il nostro dire perché non sia privo di operatività, cioè autocompiacimento, malsana curiosità, frivolo chiacchierare, o, come direbbe papa Francesco, chiacchiericcio. La parola ha un’importanza tale per Gesù che a suo avviso il più grande peccato che un essere umano può compiere e che non verrà mai perdonato concerne il parlare, è un peccato di parole, quanto Gesù misteriosamente definisce “bestemmia contro lo Spirito” (Matteo 12,31; nell’originale greco: ē toû pneúmatos blasphēmía).

 

Il linguaggio, scritto o parlato, è secondo Gesù il banco di prova di un essere umano, il luogo in cui si gioca il suo destino definitivo: “In base alla tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,37). Vista l’importanza che Gesù attribuiva alle azioni, questa sua frase ci insegna a superare la tradizionale quanto superficiale contrapposizione tra parole e azioni. Anche le parole sono azioni, e anche le azioni sono parole. Entrambe sono espressioni della nostra interiorità e manifestano chi siamo e chi vogliamo essere; rivelano se miriamo a noi stessi o a qualcosa di più grande di noi, se vogliamo sedurre o se invece vogliamo condurre ed essere noi stessi condotti più in là.

 

Da qui scaturisce quella attenzione verso il linguaggio che produce cura, protezione, anzi di più: celebrazione. Da qui una liturgia delle parole e un sacerdozio delle parole; un sacerdozio poetico, per usare la bellissima espressione di Marco Campedelli che più di una volta ho sentito pronunciare da lui con trepidazione nelle nostre amichevoli conversazioni. Il sacerdozio è poetico nel senso greco di poietico, l’aggettivo di poesia e al contempo di azione perché proviene da poiein, il verbo greco per “fare”. La poesia è azione, e ogni vera azione è sempre poetica, anche se non contiene parole.

 

La liturgia della Parola, prima di essere un momento della messa cattolica, è uno stile di vita, un modo di essere, una pratica di comunione ininterrotta con il logos in quanto divina parola. E vivere diviene una lectio divina.

 

Gli scrittori e i poeti, ma anche i registi, i teologi, gli uomini di Chiesa, i politici qui considerati non vengono analizzati come farebbe un critico letterario dal punto di vista dell’originalità dei contenuti o della bellezza della forma o di altri criteri della critica letteraria e della narratologia; bisogna analizzare l’anima dei suoi produttori di letteratura nel senso ampio finora illustrato, andandone a cogliere la profondità spirituale e la capacità di servire il mistero. Come si serve il mistero?

 

Il mistero si serve anzitutto tacendo, come indica l’etimologia del termine che rimanda il verbo che in greco significa “chiudere” riferito agli occhi e alla bocca; poi, però, il mistero lo si serve anche parlando o scrivendo o agendo, con quelle parole e quei gesti che provengono dal silenzio e che precisamente per questo sono cariche di saggezza, di sapienza, di verità, di bellezza.

 

Quando queste parole o azioni che provengono dal silenzio si configurano come servizio della vita e della sua meraviglia, e al contempo della sua tragicità e della sua ingiustizia, quando questo avviene, si ha letteratura. Ovvero arte. La quale è qualificabile come “minima”, non perché vale poco, ma, al contrario, perché è al servizio. Il termine minimo, infatti, ha un’importante assonanza con il termine ministero, ed entrambi derivano dal latino minus. Il ministero della parola è quello di chi anzitutto ascolta le parole degli altri alla ricerca della parola con la P maiuscola della vita, e poi, da questo ascolto, fa nascere una riproduzione di ciò che ha ascoltato e compreso.

 

Concludo con queste bellissime parole tratte dal libro biblico del Siracide: “Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l'albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini” (Siracide 27,4-7). Il banco di prova di un uomo è il suo ragionamento, ovvero la concatenazione delle sue parole. È esattamente quanto insegnava Gesù.

 

 


                                                                              "Eredità" illustrazione sulla lettura di Jungho Lee

 

 

 

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

SUL RUOLO DELLA LETTERATURA NELLA FORMAZIONE

 

 

 

1. Inizialmente avevo scritto un titolo riferito alla formazione sacerdotale, ma poi ho pensato che, analogamente, queste cose si possono dire circa la formazione di tutti gli agenti pastorali, come pure di qualsiasi cristiano. Mi riferisco al valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale.

 

2. Spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti, trovare un buon libro da leggere diventa un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene. Poi non mancano i momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima, un buon libro ci aiuta almeno a passare la tempesta, finché possiamo avere un po’ più di serenità. E forse quella lettura ci apre nuovi spazi interiori che ci aiutano ad evitare una chiusura in quelle poche idee ossessive che ci intrappolano in maniera inesorabile. Prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi, questa era un’esperienza frequente, e quanti l’hanno sperimentata sanno bene di cosa sto parlando. Non si tratta di qualcosa di superato.

 

3. A differenza dei media audiovisivi, dove il prodotto è più completo e il margine e il tempo per “arricchire” la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti, nella lettura di un libro il lettore è molto più attivo. In qualche modo riscrive l’opera, la amplifica con la sua immaginazione, crea un mondo, usa le sue capacità, la sua memoria, i suoi sogni, la sua stessa storia piena di drammi e simbolismi, e in questo modo ciò che emerge è un'opera ben diversa da quella che l'autore voleva scrivere. Un’opera letteraria è così un testo vivo e sempre fecondo, capace di parlare di nuovo in molti modi e di produrre una sintesi originale con ogni lettore che incontra. Nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall'autore, ma questo allo stesso tempo gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona, così che ogni nuova opera che legge rinnova e amplia il proprio universo personale.

 

4. Questo mi porta a valutare molto positivamente il fatto che, almeno in alcuni Seminari, si superi l’ossessione per gli schermi -e per le velenose, superficiali e violente fake news- e si dedichi tempo alla letteratura, ai momenti di serena e gratuita lettura, a parlare su questi libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose. Ma in generale si deve, con rammarico, constatare che nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato, l’attenzione alla letteratura non trova al momento un’adeguata collocazione. Quest’ultima è spesso considerata, infatti, come una forma di intrattenimento, ovvero come un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti. Tranne poche eccezioni, l’attenzione alla letteratura viene considerata come qualcosa di non essenziale. Al riguardo, desidero affermare che tale impostazione non va bene. È all’origine di una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri, che vengono in tal modo privati di un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano.

 

5. Con questo scritto, desidero proporre un radicale cambio di passo circa la grande attenzione che, nel contesto della formazione dei candidati al sacerdozio, si deve prestare alla letteratura. A tal proposito, trovo assai efficace ciò che afferma un teologo:

 

«La letteratura [...] scaturisce dalla persona in ciò che questa ha di più irriducibile, nel suo mistero [...]. È la vita che prende coscienza di sé stessa quando raggiunge la pienezza di espressione, facendo appello a tutte le risorse del linguaggio». [1]

 

6. La letteratura ha così a che fare, in un modo o nell’altro, con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita, poiché entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati.

 

7. Questo l’ho imparato da giovane con i miei studenti. Tra il 1964 e il 1965, a 28 anni, sono stato professore di Letteratura a Santa Fe presso una scuola di gesuiti. Insegnavo agli ultimi due anni del Liceo e dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente loro volevano leggere le opere letterarie contemporanee. Ma, leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e poi passavano ad altri autori. Alla fine, il cuore cerca di più, ed ognuno trova la sua strada nella letteratura [2]. Io, ad esempio, amo gli artisti tragici, perché tutti potremmo sentire le loro opere come nostre, come espressione dei nostri propri drammi. Piangendo per la sorte dei personaggi, piangiamo in fondo per noi stessi ed i nostri vuoti, le nostre mancanze, la nostra solitudine. Naturalmente, non vi sto chiedendo di fare le stesse letture che ho fatto io. Ognuno troverà quei libri che parleranno alla propria vita e che diventeranno dei veri compagni di viaggio. Non c’è niente di più controproducente che leggere qualcosa per obbligo, facendo uno sforzoconsiderevole solo perché altri hanno detto che è essenziale. No, dobbiamo selezionare le nostre letture con apertura, sorpresa, flessibilità, lasciandoci consigliare, ma anche con sincerità, cercando di trovare ciò di cui abbiamo bisogno in ogni momento della nostra vita.

 

Fede e cultura

 

8. Inoltre, per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete, la letteratura diventa indispensabile. A buona ragione, il Concilio Vaticano II sostiene che «la letteratura e le arti […] cercano di esprimere l’indole propria dell’uomo» e «di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue capacità». [3] La letteratura prende, in verità, spunto dalla quotidianità della vita, dalle sue passioni e dalle sue vicende reali come «l’azione, il lavoro, l’amore, la morte e tutte le povere cose che riempiono la vita». [4]

 

9. Come possiamo raggiungere il centro delle antiche e nuove culture se ignoriamo, scartiamo e/o mettiamo a tacere i loro simboli, i messaggi, le creazioni e le narrazioni con cui hanno catturato e voluto svelare ed evocare le loro imprese e gli ideali più belli, così come le loro violenze, paure e passioni più profonde? Come possiamo parlare al cuore degli uomini se ignoriamo, releghiamo o non valorizziamo “quelle parole” con cui hanno voluto manifestare e, perché no, rivelare il dramma del loro vivere e del loro sentire attraverso romanzi e poesie?

 

10. La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture -tante volte grazie alla letteratura- in cui si è radicata senza paura di mettersi in gioco e di estrarne il meglio di ciò che ha trovato. È un atteggiamento che l’ha liberata dalla tentazione di un solipsismo assordante e fondamentalista che consiste nel credere che una certa grammatica storico-culturale abbia la capacità di esprimere tutta la ricchezza e la profondità del Vangelo. [5] Molte delle profezie di sventura che oggi tentano di seminare disperazione sono radicate proprio in questo aspetto. Il contatto con i diversi stili letterari e grammaticali permetterà sempre di approfondire la polifonia della Rivelazione senza ridurla o impoverirla alle proprie esigenze storiche o alle proprie strutture mentali.

 

11. Non è così un caso che il cristianesimo delle origini, ad esempio, avesse bene intuito la necessità di un serrato confronto con la cultura classica del tempo. Un Padre della Chiesa d’Oriente come Basilio di Cesarea, ad esempio, nel suo Discorso ai giovani, composto tra il 370 e il 375, indirizzato probabilmente ai suoi nipoti, esaltava la preziosità della letteratura classica –prodotta dagli éxothen (“quelli di fuori”), come lui chiamava gli autori pagani–  sia per l’argomentare, cioè per i lógoi (“discorsi”) da usare nella teologia e nell’esegesi, sia per la stessa testimonianza nella vita, ossia per le práxeis (“gli atti, i comportamenti”) da tenere in considerazione nell’ascetica e nella morale. E concludeva spingendo i giovani cristiani a considerare i classici un ephódion (“viatico”) per la loro istruzione e formazione, ricavandone “profitto per l’anima” (IV, 8-9). Ed è proprio da quell’incontro dell’evento cristiano con la cultura dell’epoca che è venuta fuori un’originale rielaborazione dell’annuncio evangelico.

 

12. Grazie al discernimento evangelico della cultura, è possibile riconoscere la presenza dello Spirito nella variegata realtà umana, è possibile, cioè, cogliere il seme già piantato della presenza dello Spirito negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Possiamo ad esempio riconoscere negli Atti degli Apostoli, lì dove si parla della presenza di Paolo all’Areopago (cfr. At 17,16-34), un simile approccio. Paolo, parlando di Dio, afferma: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: “Poiché di lui stirpe noi siamo» ( At 17,28). In questo versetto sono presenti due citazioni: una indiretta nella prima parte, dove si cita il poeta Epimenide (VI sec. a. C.), ed una diretta, che cita i Fenomeni del poeta Arato di Soli (III sec. a. C.), il quale canta le costellazioni e i segni del buono e cattivo tempo. Qui «Paolo si rivela “lettore” di poesia e lascia intuire il suo modo di accostarsi al testo letterario, che non può non far riflettere in ordine a un discernimento evangelico della cultura. Egli viene definito dagli ateniesi spermologos, cioè “cornacchia, chiacchierone, ciarlatano”, ma letteralmente “raccoglitore di semi”. Quella che era certamente un’ingiuria sembra, paradossalmente, una verità profonda. Paolo raccoglie i semi della poesia pagana e, uscendo da un precedente atteggiamento di profonda indignazione (cfr. At 17,16), giunge a riconoscere gli ateniesi come “religiosissimi” e vede in quelle pagine della loro letteratura classica una vera e propria preparatio evangelica» [6].

 

13. Che cosa ha fatto Paolo? Egli ha compreso che la “letteratura scopre gli abissi che abitano l’uomo, mentre la rivelazione, e poi la teologia, li assumono per dimostrare come Cristo giunge ad attraversarli e a illuminarli” [7]. In direzione di questi abissi, la letteratura è dunque una “via d’accesso”, [8] che aiuta il pastore a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo.

 

Mai un Cristo senza carne

 

14. Prima di approfondire le ragioni specifiche per le quali è da promuovere l’attenzione alla letteratura nel cammino di formazione dei futuri sacerdoti, mi sia concesso richiamare qui un pensiero circa il contesto religioso attuale: «Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne». [9] L’urgente compito dell’annuncio del Vangelo nel nostro tempo richiede, dunque, ai credenti e ai sacerdoti in particolare l’impegno a che tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia. Dobbiamo stare tutti attenti a non perdere mai di vista la “carne” di Gesù Cristo: quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore.

 

15. Ed è proprio a questo livello che un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità del Signore Gesù, in cui si riversa pienamente la sua divinità, e annunciare il Vangelo in modo che tutti, davvero tutti, possano sperimentare quanto sia vero ciò che dice il Concilio Vaticano II: «in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo». [10] Ciò non vuol dire il mistero di un’umanità astratta, ma il mistero di quell’essere umano concreto con tutte le ferite, i desideri, i ricordi e le speranze della sua vita.

 

Un grande bene

 

16. Da un punto di vista pragmatico, molti scienziati sostengono che l’abitudine a leggere produca molti effetti positivi nella vita della persona: la aiuta ad acquisire un vocabolario più ampio e di conseguenza a sviluppare vari aspetti della sua intelligenza. Stimola anche l’immaginazione e la creatività. Allo stesso tempo, questo permette di imparare ad esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni. Migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia.

 

17. Meglio ancora: ci prepara a comprendere e quindi ad affrontare le varie situazioni che possono presentarsi nella vita. Nella lettura ci tuffiamo nei personaggi, nelle preoccupazioni, nei drammi, nei pericoli, nelle paure delle persone che hanno superato alla fine le sfide della vita, o forse durante la lettura diamo consigli ai personaggi che in seguito serviranno a noi stessi.

 

18. Per tentare di incoraggiare ancora alla lettura, cito volentieri alcuni testi di autori molto conosciuti, che con poche parole ci insegnano tanto:

 

I romanzi scatenano «in noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte, e di cui le più intense non ci verrebbero mai rivelate giacché la lentezza con la quale si producono ce ne impedisce la percezione». [11]

 

«Leggendo le grandi opere della letteratura divento migliaia di uomini e, allo stesso tempo, rimango me stesso. Come il cielo notturno della poesia greca, vedo con una miriade di occhi, ma sono sempre io a vedere. Qui, come nella religione, nell’amore, nell’azione morale e nella conoscenza, supero me stesso, eppure, quando lo faccio, sono più me stesso che mai». [12]

 

19. Comunque, non è la mia intenzione soffermarmi soltanto su questo livello di utilità personale, ma riflettere sulle ragioni più decisive per risvegliare l’amore per la lettura.

 

Ascoltare la voce di qualcuno

 

20. Quando il mio pensiero si rivolge alla letteratura, mi viene in mente ciò che il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges [13] diceva ai suoi studenti: la cosa più importante è leggere, entrare in contatto diretto con la letteratura, immergersi nel testo vivo che ci sta davanti, più che fissarsi sulle idee e i commenti critici. E Borges spiegava questa idea ai suoi studenti dicendo loro che forse all’inizio avrebbero capito poco di ciò che stavano leggendo, ma che in ogni caso essi avrebbero ascoltato “la voce di qualcuno”. Ecco una definizione di letteratura che mi piace molto: ascoltare la voce di qualcuno. E non si dimentichi quanto sia pericoloso smettere di ascoltare la voce dell’altro che ci interpella! Si cade subito nell’autoisolamento, si accede ad una sorta di sordità “spirituale”, la quale incide negativamente pure sul rapporto con noi stessi e sul rapporto con Dio, a prescindere da quanta teologia o psicologia abbiamo potuto studiare.

 

21. Percorrendo questa via, che ci rende sensibili al mistero degli altri, la letteratura ci fa imparare a toccare il loro cuore. Come non ricordare a questo punto la parola coraggiosa che, il 7 maggio del 1964, san Paolo VI rivolse agli artisti e dunque anche ai grandi scrittori? Diceva: «Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri». [14] Ecco il punto: compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è proprio “toccare” il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù ed in questo loro impegno l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore.

 

22. T.S. Eliot, il poeta a cui lo spirito cristiano deve opere letterarie che hanno segnato la contemporaneità, ha giustamente descritto la crisi religiosa moderna come quella di una diffusa “incapacità emotiva”. [15] Alla luce di questa lettura della realtà, oggi il problema della fede non è innanzitutto quello di credere di più o di credere di meno nelle proposizioni dottrinali. È piuttosto quello legato all’incapacità di tanti di emozionarsi davanti a Dio, davanti alla sua creazione, davanti agli altri esseri umani. C’è qui, dunque, il compito di guarire e di arricchire la nostra sensibilità. Per questo, al mio ritorno dal Viaggio Apostolico in Giappone, quando mi hanno chiesto che cosa ha da imparare l’Occidente dall’Oriente, ho risposto: «credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia». [16]

 

Una sorta di palestra di discernimento

 

23. Che cosa, allora, guadagna il sacerdote da questo contatto con la letteratura? Perché è necessario considerare e promuovere la lettura dei grandi romanzi come una componente importante della paideia sacerdotale? Perché è importante recuperare e implementare nel percorso formativo dei candidati al sacerdozio l’intuizione, delineata dal teologo Karl Rahner, di un’affinità spirituale profonda tra sacerdote e poeta? [17]

 

24. Proviamo a rispondere a questi interrogativi, ascoltando le considerazioni del teologo tedesco. [18] Le parole del poeta, scrive Rahner, sono “piene di nostalgia”, sono «porte che si aprono sull’infinito, porte che si spalancano sull’immensità. Esse evocano l’ineffabile, tendono verso l’ineffabile». Questa parola poetica «si affaccia sull’infinito, ma non può darci questo infinito, né può portare o nascondere in sé colui che è l’Infinito». Questo è proprio della Parola di Dio, infatti, e –prosegue Rahner– «la parola poetica invoca dunque la parola di Dio». [19] Per i cristiani la Parola è Dio e tutte le parole umane recano traccia di una intrinseca nostalgia di Dio, tendendo verso quella Parola. Si può dire che la parola veramente poetica partecipa analogicamente della Parola di Dio, come ce la presenta in maniera dirompente la Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 4, 12-13).

 

25. Ed è così che Karl Rahner può stabilire un bel parallelo tra il sacerdote e il poeta: «solo la parola è intimamente capace di liberare ciò che trattiene in prigionia tutte le realtà inespresse: il mutismo della loro tendenza verso Dio». [20]

 

26. Nella letteratura, poi, sono in gioco questioni di forma di espressione e di senso. Essa rappresenta pertanto una sorta di palestra di discernimento, che affina le capacità sapienziali di scrutinio interiore ed esteriore del futuro sacerdote. Il luogo nel quale si apre questa via di accesso alla propria verità è l’interiorità del lettore, implicato direttamente nel processo della lettura. Ecco dunque dispiegarsi lo scenario del discernimento spirituale personale dove non mancheranno le angosce e persino le crisi. Infatti, sono numerose le pagine letterarie che possono rispondere alla definizione ignaziana di «desolazione».

 

27. «Si intende per desolazione […] l’oscurità dell’anima, il turbamento interiore, lo stimolo verso le cose basse e terrene, l’inquietudine dovuta a diverse agitazioni e tentazioni: così l’anima s’inclina alla sfiducia, è senza speranza e senza amore, e si ritrova pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore». [21]

 

28. Il dolore o la noia che si provano leggendo certi testi non sono necessariamente brutte o inutili sensazioni. Lo stesso Ignazio di Loyola aveva notato che in «coloro che procedono di male in peggio» lo spirito buono agisce provocando inquietudine, agitazione, insoddisfazione. [22] Questa sarebbe l’applicazione letterale della prima regola ignaziana del discernimento degli spiriti riservata a coloro che «vanno di peccato mortale in peccato mortale» e cioè che in tali persone lo spirito buono si comporta «pungendole e rimordendo la loro coscienza con la sinderesi della ragione» [23] per portarli al bene e alla bellezza.

 

29. Si capisce così che il lettore non è il destinatario di un messaggio edificante, ma è una persona che viene attivamente sollecitata ad inoltrarsi su un terreno poco stabile dove i confini tra salvezza e perdizione non sono a priori definiti e separati. L’atto della lettura è, allora, come un atto di “discernimento”, grazie al quale il lettore è implicato in prima persona come “soggetto” di lettura e, nello stesso tempo, come “oggetto” di ciò che legge. Leggendo un romanzo o un’opera poetica, in realtà il lettore vive l’esperienza di “venire letto” dalle parole che legge. [24] Così il lettore è simile ad un giocatore sul campo: egli fa il gioco ma nello stesso tempo il gioco si fa attraverso di lui, nel senso che egli è totalmente coinvolto in ciò che agisce [25].

 

Attenzione e digestione

 

30. Per quanto riguarda i contenuti, si deve riconoscere che la letteratura è come “un telescopio” –secondo la celebre immagine coniata da Proust [26] – puntato su esseri e cose, indispensabile per mettere a fuoco “la grande distanza” che il quotidiano scava tra la nostra percezione e l’insieme dell’esperienza umana. «La letteratura è come un laboratorio fotografico, nel quale è possibile elaborare le immagini della vita perché svelino i loro contorni e le loro sfumature. Ecco, dunque, a cosa “serve” la letteratura: a “sviluppare” le immagini della vita» [27], a interrogarci sul suo significato. Serve, in poche parole, a fare efficacemente esperienza della vita.

 

31. E, in verità, il nostro sguardo ordinario sul mondo è come “ridotto” e limitato a causa della pressione che gli scopi operativi e immediati del nostro agire esercitano su di noi. Anche il servizio – cultuale, pastorale, caritativo – può diventare un imperativo che indirizza le nostre forze e la nostra attenzione solo sugli obiettivi da raggiungere. Ma, come ricorda Gesù nella parabola del seminatore, il seme ha bisogno di cadere in un terreno profondo per maturare fecondamente nel tempo, senza essere soffocato dalla superficialità o dalle spine (Mt 13,18-23). Il rischio diventa così quello di cadere in un efficientismo che banalizza il discernimento, impoverisce la sensibilità e riduce la complessità. È perciò necessario ed urgente controbilanciare questa inevitabile accelerazione e semplificazione del nostro vivere quotidiano imparando a prendere le distanze da ciò che è immediato, a rallentare, a contemplare e ad ascoltare. Questo può accadere quando una persona si ferma gratuitamente a leggere un libro.

 

32. È necessario recuperare modi di rapportarsi alla realtà ospitali, non strategici, non direttamente finalizzati a un risultato, in cui sia possibile lasciar emergere l’eccedenza infinita dell’essere. Distanza, lentezza, libertà sono i caratteri di un approccio al reale che trova proprio nella letteratura una forma di espressione non certo esclusiva ma privilegiata. La letteratura diventa allora una palestra dove allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni come mistero, come cariche di un eccesso di senso, che può essere solo parzialmente manifestata in categorie, schemi esplicativi, in dinamiche lineari di causa-effetto, mezzo-fine.

 

33. Un’altra bella immagine per dire il ruolo della letteratura viene dalla fisiologia dell’apparato umano ed in particolare dall’atto della digestione. Qui il suo modello è dato dalla ruminatio della mucca, come affermavano il monaco dell’XI secolo Guillaume de Saint-Thierry e il gesuita del XVII secolo Jean-Joseph Surin. Quest’ultimo a sua volta parla di “stomaco dell’anima” ed il gesuita Michel De Certeau ha indicato una vera e propria “fisiologia della lettura digestiva”. [28] Ecco: la letteratura ci aiuta a dire la nostra presenza nel mondo, a “digerirla” e assimilarla, cogliendo ciò che va oltre la superficie del vissuto; serve, dunque, a interpretare la vita, discernendone i significati e le tensioni fondamentali [29].

 

Vedere attraverso gli occhi degli altri

 

34. Per quanto riguarda la forma di discorso, accade questo: leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di «vedere attraverso gli occhi degli altri», [30] acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità. Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia. Leggendo scopriamo che ciò che sentiamo non è soltanto nostro, è universale, e così anche la persona più abbandonata non si sente sola.

 

35. La meravigliosa diversità dell’essere umano e la pluralità diacronica e sincronica di culture e saperi si configurano nella letteratura in un linguaggio capace di rispettarne ed esprimerne la varietà, ma al tempo stesso vengono tradotte in una grammatica simbolica del senso che ce le rende intelligibili, non estranee, condivise. L’originalità della parola letteraria consiste nel fatto che essa esprime e trasmette la ricchezza dell’esperienza non oggettivandola nella rappresentazione descrittiva del sapere analitico o nell’esame normativo del giudizio critico, ma come contenuto di uno sforzo espressivo ed interpretativo di dare senso all’esperienza in questione.

 

36. Quando si legge una storia, grazie alla visione dell’autore ognuno immagina a modo suo il pianto di una ragazza abbandonata, l’anziana che copre il corpo del suo nipote addormentato, la passione di un piccolo imprenditore che tenta di andare avanti malgrado le difficoltà, l’umiliazione di chi si sente criticato da tutti, il ragazzo che sogna come unica via di uscita dal dolore di una vita miserabile e violenta. Mentre sentiamo tracce del nostro mondo interiore in mezzo a quelle storie, diventiamo più sensibili di fronte alle esperienze degli altri, usciamo da noi stessi per entrare nelle loro profondità, possiamo capire un po’ di più le loro fatiche e desideri, vediamo la realtà con i loro occhi e alla fine diventiamo compagni di cammino. Così ci immergiamo nell’esistenza concreta ed interiore del fruttivendolo, della prostituta, del bambino che cresce senza i genitori, della donna del muratore, della vecchietta che ancora crede che troverà il suo principe. E possiamo farlo con empatia e alle volte con tolleranza e comprensione.

 

37. Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: «La letteratura è impossibile, bisogna uscirne, ed è inutile cercare di tirarsene fuori con la letteratura perché solo l’amore e la fede ci consentono di uscire da noi stessi». [31] Ma veramente usciamo da noi stessi se non ci bruciano nel cuore le sofferenze e le gioie degli altri? Preferisco ricordare che, essendo cristiani, niente che sia umano mi è indifferente.

 

38. Inoltre, la letteratura non è relativista, perché non ci spoglia di criteri di valore. La rappresentazione simbolica del bene e del male, del vero e del falso, come dimensioni che nella letteratura prendono corpo di esistenze individuali e di vicende storiche collettive, non neutralizza il giudizio morale ma impedisce ad esso di diventare cieco o superficialmente condannatorio. «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» – ci chiede Gesù (Mt 7, 3).

 

39. E nella violenza, limitatezza o fragilità altrui, abbiamo la possibilità di riflettere meglio sulla nostra. Nell’aprire al lettore un’ampia visione della ricchezza e della miseria dell’esperienza umana, la letteratura educa il suo sguardo alla lentezza della comprensione, all’umiltà della non semplificazione, alla mansuetudine del non pretendere di controllare il reale e la condizione umana attraverso il giudizio. Vi è certo bisogno del giudizio, ma non si deve mai dimenticare la sua portata limitata: mai, infatti, il giudizio deve tradursi in sentenza di morte, in cancellazione, in soppressione dell’umanità a vantaggio di un’arida totalizzazione della legge.

 

40. Lo sguardo della letteratura forma il lettore al decentramento, al senso del limite, alla rinuncia al dominio, cognitivo e critico, sull’esperienza, insegnandogli una povertà che è fonte di straordinaria ricchezza. Nel riconoscere l’inutilità e forse pure l’impossibilità di ridurre il mistero del mondo e dell’essere umano ad una antinomica polarità di vero/falso o giusto/ingiusto, il lettore accoglie il dovere del giudizio non come strumento di dominio ma come spinta verso un ascolto incessante e come disponibilità a mettersi in gioco in quella straordinaria ricchezza della storia dovuta alla presenza dello Spirito, che si dà anche come Grazia: ovvero come evento imprevedibile e incomprensibile che non dipende dall’azione umana, ma ridefinisce l’umano come speranza di salvezza.

 

La potenza spirituale della letteratura

 

41. Confido di aver evidenziato, in queste brevi riflessioni, il ruolo che la letteratura può svolgere nell’educare il cuore e la mente del pastore o del futuro pastore in direzione di un esercizio libero e umile della propria razionalità, di un riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani, di un ampliamento della propria sensibilità umana, e infine di una grande apertura spirituale per ascoltare la Voce attraverso tante voci.

 

42. In questo senso la letteratura aiuta il lettore ad infrangere gli idoli dei linguaggi autoreferenziali, falsamente autosufficienti, staticamente convenzionali, che a volte rischiano di inquinare anche il nostro discorso ecclesiale, imprigionando la libertà della Parola. Quella letteraria è una parola che mette in moto il linguaggio, lo libera e lo purifica: lo apre, infine, alle proprie ulteriori possibilità espressive ed esplorative, lo rende ospitale per la Parola che prende casa nella parola umana, non quando essa si auto comprende come sapere già pieno, definitivo e compiuto, ma quando essa si fa vigilia di ascolto e attesa di Colui che viene per fare nuove tutte le cose (cfr. Ap 21, 5).

 

43. La potenza spirituale della letteratura richiama, da ultimo, il compito primario affidato da Dio all’uomo: il compito di “nominare” gli esseri e le cose (cfr. Gn 2, 19-20). La missione di custode del creato, assegnata da Dio ad Adamo, passa innanzitutto proprio dalla riconoscenza della realtà propria e del senso che ha l’esistenza degli altri esseri. Il sacerdote è anche investito di questo compito originario di “nominare”, di dare senso, di farsi strumento di comunione tra il creato e la Parola fatta carne e della sua potenza di illuminazione di ogni aspetto della condizione umana.

 

44. L’affinità tra sacerdote e poeta si manifesta così in questa misteriosa e indissolubile unione sacramentale tra Parola divina e parola umana, dando vita ad un ministero che diviene servizio pieno di ascolto e di compassione, ad un carisma che si fa responsabilità, ad una visione del vero e del bene che si schiude come bellezza. Non possiamo fare a meno di ascoltare le parole che ci ha lasciato il poeta Paul Celan: «Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile». [32]

 

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, il 17 luglio dell’anno 2024, dodicesimo del mio Pontificato.

 

FRANCESCO

 

 

 

[1] R. Latourelle, «Letteratura», in R. Latourelle - R. Fisichella, Dizionario di Teologia Fondamentale, Assisi (PG) 1990, 631.

 

[2] Cfr. A. Spadaro, «J. M. Bergoglio, il “maestrillo” creativo. Intervista all’alunno Jorge Milia», in La Civiltà Cattolica 2014 I 523-534.

 

[3] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes 62.

 

[4] K. Rahner, «Il futuro del libro religioso», in Nuovi saggi II, Roma 1968, 647.

 

[5] Cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium 117.

 

[6] A. Spadaro, Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea, Milano, Vita e Pensiero, 101.

 

[7] R. Latourelle, «Letteratura», 633.

 

[8] S. Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, n.6.

 

[9] Esortazione Apostolica Evangelii gaudium 89.

 

[10] Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes 22.

 

[11] M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto. I. La strada di Swann, Milano, Mondadori, 1983, 104 s.

 

[12] C.S. Lewis, Lettori e letture. Un esperimento di critica, Milano 1997, 165.

 

[13] Cfr. J.L. Borges, Borges, Oral, Buenos Aires 1979, 22.

 

[14] S. Paolo VI, Omelia, «Messa degli Artisti» nella Cappella Sistina, 7 maggio 1964.

 

[15] T.S. Eliot, The Idea of a Christian Society, London 1946, 30.

 

[16]  Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dal Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone, 26 novembre 2019.

 

[17] Cfr. A. Spadaro, La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia, Milano, Jaca Book, 2006.

 

[18] K. Rahner, «Sacerdote e poeta» in La fede in mezzo al mondo, Alba 1963, 131-173.

 

[19] Ivi 171 s.

 

[20] Ivi, 146.

 

[21] S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 317.

 

[22] Cfr. ivi, n. 335.

 

[23] Ivi, n. 314

 

[24] Cfr. K. Rahner, «Sacerdote e poeta» in La Fede in mezzo al mondo, Alba 1963, 141.

 

[25] Cfr. A Spadaro, La pagina che illumina. Scrittura creativa come esercizio spirituale, Milano, Ares, 2023, 46-47.

 

[26] M. Proust, À la recherche du temps perdu. Le temps retrouvé, Paris 1954, Vol. III, 1041.

 

[27] A. Spadaro, La pagina che illumina…cit., 14.

 

[28] M. De Certeau, Il parlare angelico. Figure per una poetica della lingua (Secoli XVI e XVII), Firenze 1989, 139 s.

 

[29] Cfr. A. Spadaro, La pagina che illumina…cit., 16.

 

[30] C.S. Lewis, Lettori e letture. Un esperimento di critica, Milano 1997, 165.

 

[31] J. Cocteau – J. Maritain, Dialogo sulla fede, Firenze, Passigli, 1988, 56. Cfr. A. Spadaro, La pagina che illumina…cit., 11-12.

 

 

[32] P. Celan, Microliti, Milano 2020, 101.


Abbi cura di me...la nostra terra! 22 aprile giornata mondiale della terra

La voce di Papa Francesco e di Papa Leone XIV sul creato

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 «Inclinazioni. Perché abbiamo perso la luce?»

 

 

Alessandro D’Avenia

 

 

 

Non ci sono più le mezze stagioni? No, sono proprio le stagioni a non esserci più: nella nostra carne.

 

All’inizio le raccontava la terra, Omero infatti ne trova tre nel ritmo dei campi: il periodo dei raccolti, quello del riposo e quello del risveglio. Il ciclo vivente del terreno e di noi terreni: seminare, mietere, riposare. Lavoro e attesa. Azione e riposo. Fu poi un altro greco nel I sec a.C., l’astronomo Sosigene di Alessandria, a calcolare in modo preciso le quattro stagioni che Giulio Cesare impose al mondo nel 46 a.C. con il suo calendario.

Infatti la luce del Sole segna quattro giorni astronomici: i due solstizi (il sole sta), cioè il giorno con più luce, all’inizio dell’estate, e quello meno luminoso, all’inizio dell’inverno, e gli equinozi (aequa nox: notte uguale al giorno), cioè i due giorni in cui luce e buio si equivalgono (inizio della primavera e dell’autunno). Le tre stagioni si basavano sugli effetti terreni, le quattro (nelle zone temperate) sulle cause celesti. Comunque sia il tempo è scandito dal rapporto tra macro e microcosmo, un nodo di leggi naturali e vita umana che dà il ritmo all’esistenza.

Un nodo che è stato sciolto dalla tecnologia, siamo poco legati alla terra e al cielo: nei supermercati non ci sono stagioni e il nostro ritmo circadiano (l’orologio biologico che regola le funzioni del corpo in base alla luce) è in tilt (siamo sempre in jet-lag a prescindere dall’ora legale...). Delle stagioni ci rimane solo un sentimento, un capolavoro di Vivaldi o una pizza? A che prezzo?

 

 

Abbiamo perso il senso del tempo ciclico e quindi il fatto che anche noi, come i campi, siamo fatti per semina, raccolto e riposo. La nostra costante produzione ci esaurisce e l’ansia quotidiana ce lo grida. Per cercare le cause, chiedo agli studenti che cosa determina le stagioni e rispondono: la distanza dal Sole.

 

È vero il contrario: nel nostro emisfero l’estate cade proprio quando la Terra ne è più lontana. Il ritmo delle stagioni dipende infatti dalla combinazione dell’inclinazione dell’asse terrestre con l’orbita attorno al Sole: muta l’angolo di incidenza dei raggi. Questa perdita della connessione con le leggi del cosmo riduce la natura a emozione da foto e porta all’indifferenza verso la mirabile logica del creato.

 

Ci dovrebbe lasciare a bocca aperta che ci siano leggi precise a regolare tutto perché questo significa che la vita, nella sua incalcolabile varietà di fenomeni, si dà solo grazie a relazioni armoniche: orbite, corolle, alveari, occhi... Il disordine e la bruttezza li dobbiamo alla sospensione della logica della e nella vita.

 

Infatti l’arte (e quindi il lavoro umano) imita la natura non perché la riproduce, altrimenti la fotocopia sarebbe l’arte suprema, ma per fare «come» fa la natura: agire in vista della vita, di una vita bella e buona. Quando Cristo deve spiegare come il Padre cura gli uomini invita infatti a guardare i fiori selvatici: «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Ma io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6).

 

 

 

Abbiamo perso la fede, prima che in Dio, nella realtà. La realtà è superata: crediamo più allo schermo che alla finestra, alla luce artificiale che a quella naturale.

 

Non era così per Antoni Gaudí, architetto della Sagrada Familia a Barcellona, che al tramonto del XIX secolo inventò strutture architettoniche mai viste «trovandole» (inventare viene dal verbo latino per trovare) in natura, osservando alberi e conchiglie. Mise le stagioni in un edificio: era un genio perché era umile. Chi entra in quel tempio sente il legame tra il cosmo e la propria vita.

 

Lo stesso legame che aveva ispirato 5000 anni prima di Gaudí i costruttori di Stonehenge, calendario astronomico e rituale in pietra: nei solstizi il Sole sorge o tramonta in perfetto allineamento con le pietre principali, illuminandolo come un tempio. Quei popoli dipendevano già dal nesso tra cosmo e vita umana, per loro scienza, arte, religione, lavoro, festa erano tutt’uno. E noi, nostalgici di questo nodo e dispersi in frammenti senza senso, andiamo ad ammirare il «monumento», dal latino monere: far sapere, ricordare. Che cosa? Che la vita ha una logica, è fatta per la luce.

 

 

 

Il Tempio della Concordia ad Agrigento è famoso perché il Sole nascente illumina l’interno della cella (l’ambiente più sacro, dove c’è il dio) nell’equinozio di primavera.

 

Anche a Chichén Itzá in Messico, sulla Piramide di Kukulkán (XI sec) i Maya aspettavano l’arrivo del dio rappresentato dal serpente piumato creato dalla luce sulla scalinata nei giorni equinoziali.

 

Nel tempio principale di Angkor Wat in Cambogia (XII sec) in quei giorni le torri all’alba incorniciano il disco solare. A Machu Picchu in Perù (XV sec) l’Intihuatana («pietra che lega il Sole») indicava agli Inca solstizi ed equinozi.

 

Nell’Isola di Pasqua i grandi Moai di pietra di Ahu Akivi (XIII-XV sec) guardano il tramonto del Sole nell’equinozio di primavera e gli danno le spalle all’alba in quello d’autunno, per segnare l’attesa del ritorno della luce e di un nuovo ciclo.

 

Nella cattedrale di Chartres in Francia (XIII sec), a mezzogiorno del solstizio d’estate, un raggio di luce attraversa un foro nella vetrata di Saint Apollinaire e illumina un chiodo nel pavimento al centro di una mattonella storta, un simbolo del legame tra il Dio creatore e ogni singola cosa, anche una punta di spillo («anche i capelli del vostro capo sono contati» dice Cristo per ribadire la cura del Padre).

 

A San Miniato al Monte, a Firenze, all’alba dell’equinozio di primavera, la luce illumina il segno del Cancro nello zodiaco marmoreo sul pavimento, a memoria della nascita del Battista in quei giorni, patrono della città e testimone supremo di Cristo.

 

 

 

Si potrebbe continuare ma bastino questi «monumenti» a ricordare che, per culture lontane e così diverse, «sacro» è lo spazio che lega il cosmo alla vita quotidiana: cielo e terra, stella e campo, culto e coltura, divino e umano... In una cultura che dimentica questa armonia l’uomo si illude di essere padrone della vita, di esserne lui la legge, fino a rovinarla con effetti che oggi sono sconfortanti.

 

Il poeta e Nobel Josif Brodskij, nel suo libro su Venezia, narra che durante il Medioevo, per avere un bel bambino, si invitava la donna incinta a guardare solo cose belle: concepiamo e generiamo vita in base a ciò con cui siamo in relazione (a Venezia lo si vede). Se ci accontentiamo delle piccole luci dei nostri schermi (ri-)produrremo qualche bagliore artificiale, simulacri di vita.

 

Ma i grandi parti (concezioni) sono frutto dall’osservazione innamorata della realtà, dalle mele di Newton ai girasoli di Van Gogh, perché la vita è un nodo di cielo e terra, è data e affidata, ha una logica da custodire, osservare, scoprire e compiere.

 

 

La Terra è inclinata di circa 23° rispetto alla perpendicolare del piano dell’orbita: senza questa «stortura» il giorno sarebbe sempre uguale alla notte e non ci sarebbero stagioni. Nella nostra lingua «inclinazione» indica anche ciò verso cui si è portati. La Terra è portata per il Cielo, noi per la luce, quella vera: venire alla luce e dare alla luce.


Nutrire il pianeta è prendersi cura di tutti

 

 

Enzo Bianchi

 

Nel libro della Genesi, al momento di creare l’umano Dio dice:” Facciamo l’umano a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26).

Poi, dopo la famosa affermazione: “E Dio creò l’umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27), si torna a ribadire: “Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra’” (Gen 1,28). Ma di quale dominio si tratta? Subito dopo, infatti, sta scritto: “Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che produce seme su tutta la terra e ogni albero il cui frutto produce seme: saranno il vostro cibo’” (Gen 1,29). Parallelamente, agli animali della terra e del cielo Dio “dà come cibo ogni erba verde” (cf. Gen 1,30), la verdura. L’uomo dunque sarà solo pastore, non predatore. Vegetariano, rispetterà gli animali, sui quali dovrà sì dominare, ma con dolcezza, senza essere mai per loro una minaccia, né dare loro la morte.

 

È la catastrofe del diluvio (cf. Gen 6,5-8,14) che segna un cambio di comportamento. Proprio perché gli esseri umani si sono mostrati violenti come Caino, che si era spinto fino all’uccisione del fratello, allora Dio, tenendo conto di tale violenza, consente a che l’uomo si nutra anche di animali, nella speranza che almeno cessi la violenza dell’uomo sull’uomo. Dio afferma: “Quanto si muove sulla terra e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita vi servirà di cibo” (Gen 9,2-3). Ma significativamente pone un preciso limite: “Soltanto, non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). È un chiaro segno della necessità di rispettare la vita: bere il sangue dell’animale è incorporare in sé la sua vita, e ciò non è possibile, è oltre il limite! Queste regole non sono meramente alimentari, ma vogliono indicare un comportamento etico dell’uomo verso i suoi simili, un cammino di pace e di convivialità, come il testo precisa con grande sapienza: “Del vostro sangue, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gen 9,5).

 

Dio fa dunque questo dono di creature buone e salutari, un dono che certo chiede all’uomo responsabilità, consapevolezza di ciò che mangia, rispetto per il cibo e condivisione, perché tutte le creature sono destinate a tutta l’umanità, non ad alcuni privilegiati o “rapinatori”. Tutti gli alimenti sono “salutari, portatori di salute e di salvezza” (cf. Sap 1,14), tutte le creature sono giudicate da Dio molto belle e buone (cf. Gen 1,31), tutte addirittura hanno una voce (“nihil sine voce est”: 1Cor 14,10), cioè compongono un’orchestra che canta e suona una musica che oggi non sappiamo ascoltare, ma che ascolteremo in un giorno al di là dei giorni. In virtù di tutto questo, un epigono dell’Apostolo Paolo rimprovera così i cristiani rigoristi, ascetici: “Perché … lasciarvi imporre precetti quali: ‘Non prendere, non gustare, non toccare’? Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo” (Col 2,20-23).

 

Allora potremmo dire che l’intenzione di Dio, il Donatore di ogni cosa bella e buona, non è stata compresa fino in fondo dagli umani: ben presto infatti hanno introdotto sul cibo le categorie del puro e dell’impuro, hanno giudicato alcuni cibi salutari e altri maledetti, finendo per innalzare muri di separazione che impedivano il pasto come azione comune, come gesto di accoglienza e di partecipazione condivisa. Così il bisogno di identità e di differenza dagli altri, all’origine motivato da un desiderio di appartenenza al Signore in risposta a un suo comandamento - “Sarete separati per me, poiché io, il Signore, sono separato e vi ho separato dagli altri popoli, perché siate miei” (Lv 20,26) – in epoca post-esilica divenne una vera e propria ossessione, quando la lettura della Torah, della Legge, finì per essere interpretata come principio di separazione all’interno dello stesso Israele (cf. Ne 13,3). L’impurità fu intesa anche a livello genealogico, al punto che non solo gli alimenti ma anche le persone furono giudicate pure (i giudei) e impure (i gojim, i samaritani…). Così l’identità dei credenti era cercata in norme sui cibi e, di conseguenza, nell’esclusione dalla propria tavola di chi non seguiva tali norme: i pagani, i peccatori pubblici, gli uomini e le donne ritenuti indegni di stare a tavola con quanti si consideravano gli unici degni di esseri definiti figli di Dio, orgogliosamente distinti da quelli che erano pubblicamente impuri, a causa della loro non osservanza della Legge. Il pasto divenne progressivamente sempre di più un luogo di esclusione, di separazione. I rabbini precisavano con crescente minuzia le prescrizioni riguardo ai pasti; i farisei, volendosi interpreti della Legge e amando la Legge più del Legislatore, erano attentissimi alle regole dietetiche e alle frequentazioni conviviali; i letteralisti, gli osservanti ascetici con il loro rigorismo e la loro predicazione intransigente mettevano in guardia i credenti da ogni mescolanza con i costumi dei gojim.

 

È in questa situazione culturale e religiosa che si colloca e potremmo dire “irrompe” il rabbi di Galilea, l’ebreo Gesù di Nazaret, il quale mostra ben presto un comportamento “altro” rispetto a quelli degli uomini religiosi e delle autorità giudaiche. Proprio nel suo stare a tavola, andare a tavola, accettare l’invito a tavola opera una rottura, uno strappo con l’etica religiosa dominante. Gesù giudica la separazione tra puro e impuro come una barriera che deve cadere, in vista della comunione umana, e per questo – anche correggendo la Legge, ma nell’ottica di cogliere l’intenzione più profonda e originaria del Legislatore, di Dio, cioè l’amore per l’uomo – abbatte le frontiere con l’altro, con lo straniero, con l’impuro, con il peccatore. Occorre tenere presente che quello del cibo e della commensalità era un tema bruciante per gli ebrei del tempo di Gesù, e conosciamo dagli Atti degli apostoli le resistenze opposte persino da Pietro e dagli altri Undici alle aperture di Paolo su tale argomento. La condivisione della tavola con cristiani di origine pagana, non giudei, faceva problema a Pietro, che peraltro aveva beneficiato di una visione e di una voce dal cielo che gli aveva detto di recarsi senza temere in casa di Cornelio, un centurione romano convertito alla fede, e di mangiare alla sua tavola (cf. At 10).

 

Sì, Gesù ha avuto un comportamento in base al quale l’evangelista Marco potrà scrivere: “Dichiarava puri tutti gli alimenti” (Mc 7,19). Egli, infatti, sapeva bene che nulla di ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma lo rende impuro ciò che di malvagio esce dal suo cuore (cf. Mc 7,18-23)… Ne consegue che parlare di cibo nel Nuovo Testamento e in particolare nei Vangeli significa parlare non tanto di alimenti quanto piuttosto dello stile di Gesù nello stare a tavola, del suo modo di porsi nei confronti del pasto condiviso, sia che altri lo avessero invitato sia che fosse lui stesso a invitare i commensali, fino al segno grande posto nell’ultima cena e poi ancora al pasto preparato per i discepoli sulla riva del lago di Tiberiade dopo la risurrezione.

 

Ora, tra i diversi testi religiosi dell’antichità, nessuno come la Bibbia parla tanto di cibi e bevande, e nessuno come i quattro vangeli parla tanto di pasti e di banchetti. Gesù è stato totalmente uomo come noi, dunque ha praticato la tavola come ogni essere umano, ma vanno riconosciute una frequenza del suo stare a tavola e un’insistenza su questo tratto della sua persona che vogliono essere portatrici di un messaggio, ben più che semplici attestazioni. Egli, infatti, amava la tavola quale luogo di incontro con gli altri, parlava sovente di tavola e di banchetto per profetizzare la condizione di comunione con Dio e con sé nel Regno, e volle la tavola come luogo che radunasse i suoi discepoli per vivere la sua memoria dopo la sua morte-resurrezione. I vangeli ci raccontano una quindicina di pasti di Gesù – un bel numero per quattro libretti di poche pagine... – e ogni pasto ha una particolarità, è un incontro non ripetibile e un’occasione di annuncio, da parte di Gesù, del regno di Dio veniente. Da essi emergono alcuni tratti decisivi per capire in profondità l’annuncio della buona notizia del regno di Dio e lo stile con cui questo “evangelo” va proclamato.

 

Gesù desiderava mettersi a tavola e pranzare con le persone con cui entrava in relazione, e proprio per questo si lasciava volentieri invitare da amici e anche da nemici. La presenza di Gesù conferiva alla banalità di ogni pasto un significato più intenso: il pasto diventava un momento forte nella vita, l’accoglienza di una presenza straordinaria. A tavola egli conversava con facilità, stringeva amicizia, accettava le discussioni che vi potevano sorgere (cf. Lc 22,24). Stare a tavola per Gesù era un segno, una parabola vissuta del significato della sua stessa missione: portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori, a chi dal Regno si sentiva escluso e lontano. D’altra parte, non si dimentichi che Gesù ha osservato dei tempi di digiuno (cf. Mt 4,2; Lc 4,2), una pratica che non disprezzava; ha inoltre previsto che i discepoli l’avrebbero praticato quando lo Sposo sarebbe stato loro tolto (cf. Mc 2,20 e par.). Egli però non ha mai imposto esercizi ascetici né vantato penitenze, macerazioni, mortificazioni o sofferenze del corpo. Ha sempre vissuto e insegnato ai suoi compagni una gioiosa libertà. E quando era invitato a pranzo, Gesù restava vigilante, attento, in primis alle persone; cercava di vedere e di non lasciarsi sfuggire qualcosa che potesse esser più urgente della partecipazione a un banchetto.

 

 

Sì, con Gesù il cibo riscopre la sua dimensione originaria di “cosa buona” per l’uomo e il pasto la sua verità di luogo per eccellenza della condivisione e dell’accoglienza dell’altro. Non dimentichiamo allora che “nutrire il pianeta” significa innanzitutto prendersi cura degli altri, di tutti gli altri, a cominciare dai più poveri.


“Siamo anche esseri splendidi. Siamo dentro un’avventura che a me sembra vertiginosa”: dialogo con Mariangela Gualtieri

 

 

 

Fin dal titolo, Quando non morivo, qui c’è una creatura incauta che sceglie di reiterare la vita, di rientrare nel corpo della specie, valutandone i millenni con sguardo di feriale ferocia. Si lascia stordire dallo stupendo, Mariangela Gualtieri, in questo libro scritto col ferro, sulle foglie, stampato da Einaudi, quattro anni dopo l’altro, Le giovani parole. “Non chiedo sonno per voi/ non imploro riposo/ io non prego perché restiate stesi/ con palpebre per sempre sigillate.// Chiedo ebbrezza per voi. Giocondità chiedo./ Vita piena di giovani animali della foresta,/ ebbrezza di slegati”, sussurra, ferma, la Gualtieri nel Requiem alle piccole e grandi ombre che serra il libro. Tra le prime poesie, una cruna di versi simili: “Espormi a tutte le correnti/ cadere nell’ebbrezza/ degli slegati”. Cadere, rompere i legami, slegarsi dalla giuntura dei giorni, per abbinarli alla bocca, nell’ebbrezza. Il libro di poesie esce in gemellaggio cronologico con Album dei Giuramenti (Quodlibet, 2019), che racconta il lavoro del Teatro Valdoca, fondato dalla Gualtieri con Cesare Ronconi. “Le parole inscritte nella carta sono lapidi, diventano sacre facendosi carne. A sostenerle è il corpo dell’attore, un corpo glorioso, in bilico tra un altro spirito e una terra del corpo. Questa trasformazione del corpo dell’attore è il segreto”, scrive Lorella Barlaam in quel libro. In questo, piuttosto, con parole animalesche, tratte da ispirazione e da radice, la Gualtieri avvince al segreto. Bisogna quindi, con selce tra le dita, attraversare il libro per scastrare parole, sollevare sollievi, saltare in lotta blu. “E il tuo mancare è già gran cosa/ che ingravida il mio vuoto”; “Subito si cuce questo niente da dire/ ad una voce che batte”; “E la pietà ci lanciava nel mondo/ ci scapestrava in urti e scosse contro”; “Era un attimo fa. Un fa eravamo zampe/ musi”. L’ultimo distico disfa al perdono (“Questo più d’ogni altra cosa perdonate./ La mia disattenzione”). Qui si va – il libro è un andare –, arcuando una disciplina, con il falcetto, come alla vigna. (d.b.)

 

Si inizia con una ostensione del cuore (Ecce cor meum), si termina con un Requiem. In mezzo c’è un Credo. Forse questo libro va letto come un libro d’ore: ma dove portano queste preghiere-poesie, a quale spazio, o prato?

 

Ho scritto tempo fa in un verso che “forse la gioia è la preghiera più alta”. Penso che la preghiera, almeno nella mia esperienza, riguardi soprattutto il corpo, questo grande esperto di gioia. Cioè credo, con Marina Cvetaeva, che l’anima sia quasi carne. Un corpo umano che attraversa un bosco, ad esempio, fa un’esperienza fisica, di passi, di arrampicata, di salti, di silenzio, e può capitare che da lì entri in una consonanza col resto, in una ebbrezza, dentro un respiro più largo, in una caduta così verticale dell’io da sentirsi parte del grande concerto reboriano. Questo per me è preghiera. Una preghiera che tutto il resto recita continuamente, con le proprie perfette tautologie, la pioggia, la neve, il vento, la montagna, la pozzanghera …e recitando la insegnano a noi. Queste poesie nascono da un ascolto terrestre, da un abbandono alla terra e a ciò che la popola e forse questo risuona come una preghiera.

 

Fin da subito, c’è un niente (“Abbi fede in quel niente/ che viene”), poi ci sono buche, ci sono fratture, fessure e feritoie, in queste poesie, dove sembra che la parola si perda, per fragilità d’eccesso, poi ritorna, un suono rimbomba. C’è come una lotta, o una domestica cura, come se la parola sia una bestiolina. È così, cosa è in te questa parola?

 

Il conflitto, intorno alla parola poetica, in me è sempre fra canto e pensiero, fra demenza e intelligenza, fra accogliere la parola o dominarla, fra servirla o servirsene. Bestiolina, appunto, cosa viva, vivace, guizzante, in certo modo divina, cioè, insieme al silenzio, è ambito, ma parlo della parola poetica, in cui si va più vicino a ciò che sta fuori dall’esperienza, a ciò che la trascende. A me sembra che la mia poesia nasca proprio da un atto di fede in un niente, in un vuoto così colmo di qualcosa che io non so, da fecondarmi, ingravidarmi quasi, di parole.

 

Brulicano animali, in queste poesie, e l’origine dell’uomo. Originariamente, di cosa è fatto – e per cosa – l’uomo? E la poesia come s’insinua nelle sue dita, come si fa da ‘diletto’ (o difetto) visione, vortice?

 

In questo mio tempo sono molto attratta dalle origini nostre, della nostra specie. È un pensiero in cui sosto spesso, anche nel dormiveglia: eravamo animali solo un attimo fa, 300 mila anni fa, più o meno, secondo le ultime scoperte. Dico un attimo fa perché gli insetti ad esempio hanno 300 milioni di anni, e perché una specie pare compia le proprie potenzialità in 5 milioni di anni. Noi siamo all’inizio di un cammino che a me sembra grandioso. Andiamo dall’animale verso su, verso qualcosa che potrebbe essere sublime, se solo volessimo procedere al meglio di noi stessi. Siamo anche esseri splendidi. Siamo dentro un’avventura che a me sembra vertiginosa e che mortifichiamo dimenticandocene. E la poesia è questa parola che abbiamo vestito a festa, sono le nostre piume di pavone, è la nostra apertura alare, i nostri colori di farfalla, è il nostro più alto ornamento o abbellimento.

 

Forse la poesia è una traccia dei morti, forse si fa poesia per rintracciare i morti? Lo chiedo a te, perché la tua poesia è tanto terrestre che sembra unire le vite vissute, quelle che accadranno.

 

Da piccola cantavo forte quando salivo le scale per andare nella mia stanza al piano di sopra: pensavo che la stanza fosse piena di morti, e li avvisavo del mio arrivo, così che potessero tornare nella scomparsa e non farmi paura. Sentivo i morti, in un modo che ora mi sembra molto pascoliano, ma anche vicino ai film di Bergman. Forse come recita Betocchi c’è solo vita, niente altro che vita, vita che si vede e vita che i nostri sensi non sanno percepire. La poesia è in continuo dialogo coi morti, anche con i poeti che ci hanno preceduti e che ci hanno sicuramente e inconsciamente formati. Cosa sarebbero i nostri versi senza i loro? Cosa saremmo noi senza questa eredità.

 

C’è perdono, c’è esortazione. C’è Sant’Agostino e Dylan Thomas. La disciplina nell’uno e la dissipazione nel tutto. Forse, i tuoi santi, una costellazione d’incoerenze. Perché scrivi?

 

I miei santi sono anche i bambini, gli animali, gli alberi, l’erba, l’acqua… Vedo divinità ovunque e se penso alla divinità, non posso limitarla all’umano. Io scrivo per un ordine che non si discute; se non lo faccio sto male, sono infelice. Ma non scrivo perché sto male, anzi, quasi mi vergogno di cantare il dolore, come se già ce ne fosse tanto e io aggiungessi la mia parte. Io vorrei, fra le tante aspirazioni, avere una voce consolante, non consolatoria che è parola furba e ipocrita, ma consolante come una voce che nel buio del mondo calma un neonato che piange, o due mani che lo prendono in braccio, se lo appoggiano al petto, lo scaldano, lo cullano. Perché senza questo poco quel neonato morirebbe, o crescerebbe deforme. Ci sono poeti che si vergognano di essere consolanti. Io credo invece che tutti – soprattutto i poeti – dovremmo farci maggiormente materni, uomini e donne, e cominciare ad avere cura di tutto, come se tutto fosse stato partorito da noi, fosse parte di noi. Anche se è vero proprio il contrario: tutto ci tiene in vita e potrebbe benissimo fare a meno di noi, anzi, senza la nostra sgraziataggine, procederebbe più armonicamente.

 

**

 

Per gentile concessione pubblichiamo alcune poesie dall’ultima raccolta di Mariangela Gualtieri, “Quando non morivo” (Einaudi, 2019)

 

Come il niente della neve

che appare e liscia il suo nome

il suo fiore nel fertile petto

della terra. A baciare

in un appena grande

la seccaglia delle piante.

 

*

 

510 milioni di anni fa

 

Tu dici che ci fu un antenato

e poi da quello una parte

ha scelto di nutrirsi di cielo

e ha messo foglie ha radicato

e l’altra – noi – si mangia il mondo

e l’altra predatrice s’è fatta.

 

Ma io ti chiedo

se ci fu gioia in questo

se i radicanti scegliendo il cielo

fu per piacevolezza della luce

se fu perché era bello rampicare

per l’aria e la lentezza era bella

con cui ficcarsi nella terra

in forma di radice

 

se fu per un’ebbrezza –

per un tremore. O nello sbando

del movimento i primi

ebbero sentore d’un’avventura grande.

Se dissero di sì, questo ti chiedo.

Se in fondo fu già allora per amore.

 

*

 

Abbiamo forse assaggiato

un’acqua di comete

e resta celebrata in noi

tutta la turbolenza delle alture

quell’aspirare ad una magnitudine

tanto immensa che forse solo

l’agonizzante

può reggere dentro sé.

 

 

Mariangela Gualtieri

 

 

 


Amare è la chiave

 

Carlo Molari

 

Non si nasce capaci di amare. Tutti abbiamo bisogno di imparare.

Nessuno d'altra parte impara ad amare attraverso semplici discorsi o lezioni scolastiche, che del resto, sono possibili solo quando è necessario essere già avanti nell'arte di amare.

Le prime lezioni ci vengono da coloro che ci amano e ci stimolano con la loro presenza ad aprire i nostri orizzonti vitali. Quelle successive verranno dagli scontri e dalle reazioni delle prime esperienze di amicizia. Poi gli insegnamenti della vita si faranno sempre più impegnativi.

Succede spesso però che le persone sono in ritardo con gli appuntamenti della vita. Sicché frequentemente si incontrano adulti che sono rimasti a livello infantile o adolescenziale quanto a capacità di amare. Non sanno uscire dal loro piccolo orizzonte di interessi, dedicarsi veramente agli altri, volere il Bene al di là del proprio tornaconto.

Quando in una comunità persone di questo tipo sono la maggioranza, qualificano il tenore di vita di tutti, orientano gli ideali comuni, imprimono caratteristiche imperfette ai rapporti sociali con gravi conseguenze per l'intera comunità.

Imparare ad amare perciò è l'urgenza più grave di un popolo che voglia rinnovarsi secondo le esigenze della storia.

 

Le forme infatti della solidarietà oggi richieste non possono essere la semplice ripetizione dell'amore di altri secoli. Anche le modalità dell'amore si sviluppano e si arricchiscono. Per fortuna ci sono oggi fra di noi numerosi gruppi di persone che testimoniano in modo sublime la dedizione agli altri, l'oblatività dei rapporti, la condivisione di vita. Essi sono i segni per il cammino di tutti. E la nostra speranza.


UN FRAGILE EQUILIBRIO

 

Io penso che la vita umana non sia fatta per gli immensi spazi siderali e per la logica conseguente che dice sì con gioia a tutto quanto avviene nel mondo perché pensa che «tutto è grazia» e coltiva l’amore per il fato o per la provvidenza. Penso piuttosto che la vita sia fatta per gli spazi ristretti di questo nostro pianeta, o forse meglio, per gli spazi ancora più ristretti di questo nostro organismo, e che di conseguenza la nostra logica vitale sia dotata di un analogo senso del limite in base al quale non tutto è grazia, ma qualcosa, purtroppo, è disgrazia, per cui non è possibile nutrire amore verso tutto. L’equilibrio della vita umana è così delicato, fragile, ogni volta da ricostruire. Da ciò discende in me un’inevitabile distanza dalla serena contemplazione della logica cosmica nella sua totalità e una spiritualità incessantemente esposta al desiderio e alla passione.

 

 

Vito Mancuso


E' Vita...riscoprirsi la "costante di Dio"

 

Alessandro D'Avenia

 

Il fatto unico dell'esistenza sarà finché questa velocissima roteante unicità sarà scolpita su una lapide con nome, cognome e due date, nascita e morte. Vorrei che le mie fossero invertite, morte e nascita, per dire di esser stato non solo vivente e quindi morente, ma anche vivo e quindi nascente. In questo modo il trattino tra le date non segnalerà la consueta vittoria dell'entropia sulla materia-energia, ma la vittoria della luce e della gioia, che accompagnano ogni nascita.

Tutto questo giromondo solare e girotondo terrestre ha permesso all'unione irripetibile di carne e spirito di cui sono fatto di leggere Dante, guardare Venezia, ascoltare Beethoven, immergermi nelle acque solcate da Ulisse e assaggiarne la complessa storia in reperti come cannoli e malvasie, e poi di passeggiare su ghiacciai, vulcani, cime, boschi, deserti e spiagge... tutto un girare per abbracciare, baciare, accarezzare, stupirsi, piangere, curare, ridere e tutte le azioni che consentono alla voce di farsi verbo: voce del verbo amare.

Come diceva Ray Bradbury (quello di Fahrenheit 451) con parole da fisico quantistico: «Per giungere ai fatti, dobbiamo prima avere l’entusiasmo di cercarli».

 

Ma questo entusiasmo a volte si appanna perché proprio la nostra unicità può diventare isolamento anziché benedizione, per infedeltà a noi stessi, per il male che facciamo o che subiamo. E allora fermo di fronte alle rose appena fiorite sul balcone dopo un inverno di immobilità, ho chiesto loro: come devo vivere la mia vita? I fusti, le spine e le foglie, smaltati dal Sole, hanno taciuto così: «Ricordati di vivere e portane il peso. Sei girasole (quattro stagioni l'anno servono a sapere che dentro al tempo lineare c'è quello circolare fatto di riposo e rinascita) e sei girotondo (quanta gioia ancora da vivere! 

 

 

Ho risposto alle rose così silenziosamente eloquenti che noi però moriamo. Loro mi hanno mostrato allora i petali disposti nella spirale di Fibonacci (il rapporto tra due petali adiacenti è costante, 1,1618: la cosiddetta «costante di Dio»), grazie a cui il Sole fa un capolavoro di luci e ombre, tanto che, ignaro del perché ultimo, chi ama dona rose. Le corolle davanti a me tacevano ancora più forte: «Non aver paura. Fai come noi, una cosa bella ogni quattro stagioni, fino alla fine, anche se nessuno se ne accorge. Comunque vada, sei la costante di Dio».


Non c’è vita senza gli altri

L’incontro favorisce il passaggio del singolo da individuo a persona

 

Solo nella profondità del cuore si intrecciano storie e destini

 

 

 

 Enzo Bianchi

 

Se apprendere l’arte della vita è una fatica personalissima a caro prezzo, così lo è anche apprendere l’arte di vivere insieme: non io senza gli altri, non io contro gli altri, ma io insieme agli altri fino a vivere per gli altri. E tale cammino non va pensato in termini di impoverimento: gli altri mi tarpano le ali, mi impediscono di sviluppare la mia personalità, dunque sono costretto a trovare un compromesso. No, è ora di comprendere che l’incontro, il vivere insieme, in uno scambio di sguardi, gesti, parole e anche silenzi, può aiutare a far fiorire la personalità del singolo: può aiutarlo a passare dall’individuo alla persona. Non si dimentichi che, secondo un’ardita etimologia, “persona” potrebbe derivare dal verbo latino per-sonare: io sono in quanto risuono all’appello dell’altro…

 

 

 

La mia cultura cristiana di provenienza mi spinge quasi naturalmente a collegare il tema del convivere a una celebre espressione di Paolo di Tarso. Nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto l’Apostolo definisce così il fine della vita cristiana: “siete nel nostro cuore per morire insieme e vivere insieme” (2Cor 7,3). Sembra un assurdo logico e invece può esprimere mirabilmente il fine del con-vivere, anche a livello umano: solo chi è disposto a dare la vita per chi gli è accanto, al limite fino a morire, può giungere davvero a con-vivere, a vivere insieme con coscienza di causa. È così che si può imparare, nelle profondità del cuore, cioè dell’intera persona, a intrecciare vite, storie e destini.

 

 

 

Se si vuole comprendere in profondità che cos’è e come si origina una vera convivenza, occorre essere consapevoli che in primo luogo occorre dare la propria presenza agli altri, fino a dare loro la propria vita. Detto altrimenti: se una comunità non vuole incorrere in derive patologiche – e ahimè oggi quanto siamo esposti! – deve porre come suo principio fondamentale un movimento in cui ciascuno si dispone a donare all’altro la propria presenza. Ci sono due affermazioni del Nuovo Testamento illuminanti in proposito, ben oltre la semplice prassi cristiana, ma in riferimento a un vero cammino di umanizzazione: “Non abbiate alcun debito verso nessuno, se non quello dell’amore reciproco” (Rm 13,8); “Non c’è amore più grande che dare la propria vita per quelli che si amano” (Gv 15,13).

 

 

 

Per entrare nella communitas occorre sentire la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo nelle prime pagine del “grande codice” della Bibbia, là dove si dice che l’umanità ha avuto inizio attraverso legami e relazioni, all’interno dei quali vi è anche la possibilità dell’omicidio del fratello. Dopo che Caino ha ucciso Abele, si sente chiedere da Dio: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). Questa domanda pone in questione ciascuno di noi sulla sua capacità di essere custode, responsabile dell’altro. Ovvero, ogni essere umano deve sempre sapere dove si trova l’altro, deve sapere dove egli si colloca rispetto all’altro, se in un rapporto di vicinanza oppure di estraneità. Chiedere: “Dov’è tuo fratello, tua sorella?”, equivale a chiedere: “Tu hai il volto rivolto verso di lui/lei, per sapere dove sta? Tu guardi l’altro/a?”.

 

 

 

Ecco uno dei punti cruciali per capire da dove può nascere un’autentica convivenza umana: essa nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro e tale deve rimanere, l’altro è unico, tra io e tu c’è un’irrimediabile distanza; nel contempo, però, io e l’altro, io e tu siamo chiamati alla relazione, al dialogo, all’accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno verso l’altro: di fronte all’altro devo deporre la sovranità del mio io per poterlo incontrare e con lui poter dire “noi”. L’altro con la sua alterità crea in me un timore, la relazione con lui è sempre un rischio e la sua presenza si impone accanto a me. Ma io posso incontrarlo o rifiutarlo, posso avvicinarlo o escluderlo: se lo avvicino gli riconosco la vita, se lo escludo è come se lo dichiarassi morto.

 

 

 

 

L’altro che mi sta di fronte a questa comunione radicale, originaria con me: siamo umani, siamo mortali, siamo piccola cosa, siamo provvisori, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di senso, quel senso minacciato dalla morte. E solo la relazione, la comunione, la fraternità, l’amore possono lottare contro la morte e dare senso a ciascuno di noi.


Con l’Ottimismo Drammatico possiamo sperare in una vita diversa

 

Vito Mancuso

 

 

Vito Mancuso, per dare risposta alla nostra ricerca di senso della vita, propone un “ottimismo drammatico”, dal quale può emergere già fin d’ora qualche raggio della risurrezione, cioè di una vita diversa.

 

Questa dispendiosa avventura cosmica in cui siamo capitati nascendo può essere letta come assurda vicenda priva di senso, o come disegno intelligente e razionale in ogni dettaglio, oppure come entrambe le cose, le quali, componendosi e scomponendosi, formano un dramma. Io percepisco il mondo come un dramma, all’interno del quale l’essere umano può, se vuole, ritrovare un senso. Lo può ritrovare però solo se si dispone a costruirlo e si mette in gioco in prima persona dando fiducia all’esperimento-vita. All’interno della generale caducità c’è una possibilità di acquisire senso, ma per un essere dotato di libertà qual è l’uomo il senso non è in alcun modo scontato, non è un dato a priori che è lì e basta aprire gli occhi per riconoscerlo, come adesso guardando fuori dalla finestra vedo una nuvola bianca che un meteorologo chiamerebbe cumulus mediocris. Dato che la libertà è reale, il senso può essere solo il risultato di un lavoro.

 

A chi investe su di essa il capitale della propria fiducia, la vita lo restituisce moltiplicato, persino «cento volte tanto» come dice Gesù nel Vangelo (Marco 10,30). Personalmente il senso che ritrovo è la relazione armoniosa, non in quanto armonia prestabilita, ma in quanto liberamente stabilita, e che per essere tale richiede lavoro, fiducia, affidamento, scavo interiore. Occorre immettere lavoro nel sistema mondo sotto forma di energia pulita. Questo lavoro che immette energia pulita nel sistema mondo si chiama giustizia ed è il modo più autentico, a mio avviso, di vivere la vita.

 

Ne scaturisce una concezione della vita all’insegna della dinamicità dell’essere, creazione continua e decreazione continua, una visione dialettica che sa rendere ragione dei dati scientifici attuali (l’evoluzione) e del vivo senso del Dio cristiano (l’amore), e che consegna una visione della vita che io definisco ottimismo drammatico: ottimismo, perché la vita è orientata verso una crescita dell’organizzazione; drammatico, perché non esiste lavoro che non richieda fatica e perché la nascita del nuovo può avvenire solo mediante la morte di ciò che nuovo non è più.

 

La speranza sente che da una simile partecipazione al dramma del mondo senza risparmiare se stessi può emergere già fin d’ora qualche raggio della risurrezione, cioè di una vita diversa, non più sottoposta alla lotta della selezione naturale e alla caducità, ma partecipe della definitiva dimensione dell’essere simboleggiata dalla risurrezione e che Gesù chiamava «regno di Dio». Per questo motivo nel cuore di chi coltiva la spiritualità vi è una fiducia di fondo verso la vita e il suo destino, sul suo volto un delicato e permanente sorriso.

 

 

 Vito Mancuso, “Dio e il suo destino“, Garzanti, 2015.


Il senso di non vivere invano

 

 

Piero Stefani

 

 

«Dite agli smarriti di cuore: coraggio non temete» (Is 35,4).1 Le parole di Isaia sembrano scritte per il nostro tempo; ma forse sono state e saranno consone per ogni epoca. Per comprenderle occorre riservare qualche attenzione al termine «cuore». È una parola, a tutt’oggi, di uso metaforico molto diffuso; di solito, però, in accezioni distanti da quelle bibliche.

 

 

La cultura moderna ha reso comune la convinzione che il cuore sia il luogo dei sentimenti, dell’amore prima di tutto ma anche dell’odio, della gratitudine ma anche del suo opposto. La precomprensione rende non agevole cogliere il senso biblico della parola. Nel mondo greco «cuore» è, di norma, inteso come semplice organo corporeo; di contro, nella Bibbia gli usi traslati sono frequenti e molteplici.

 

 

 

I significati principali coprono l’area circoscrivibile con i termini di volontà-coscienza-intelletto (se così si potesse dire, la Bibbia è infatti «senza cervello», parola in essa del tutto assente). Nell’essere umano il cuore indica il sé profondo proprio di una coscienza sostenuta dall’intelligenza e dalla volontà

 

 

 

Il 35o capitolo di Isaia costituisce una specie d’anticipazione di quanto sarà sviluppato in seguito (vale a dire nella parte del libro attribuito al cosiddetto «secondo Isaia»): la gioia per la rifioritura del deserto (vv. 1-2), la venuta di Dio e la sua ricompensa che scaccia ogni timore (vv. 3-4), l’acqua che sgorga dal deserto che guarisce ciechi, sordi, zoppi e muti (vv. 5-7), l’appianamento della strada chiamata via santa (vv. 8-9), infine il ritorno dei riscattati contraddistinto da gioia e felicità perché fuggiranno tristezza e pianto (v. 10; ritornello conclusivo ripreso in modo identico in Is 51,1).

 

 

Nel messaggio complessivo lo smarrimento viene sopraffatto dalla speranza.

 

 

Il termine ebraico per «smarriti» deriva da un verbo (mahar) che, oltre all’accezione legata a essere codardi, spauriti e timorosi, ha il significato d’essere veloci e precipitosi. La traduzione «smarriti di cuore» è sicuramente corretta, tuttavia in un certo senso l’espressione si potrebbe rendere anche con «precipitosi di mente». In determinante circostanze, lo smarrimento e lo scoraggiamento derivano da una mente-coscienza troppo propensa a giungere subito alle conclusioni, senza aver fatto prima la fatica di cercare, di sforzarsi di capire e di cogliere le possibilità nascoste.

 

 

 

 

Si afferma «tutto va male, tutto va a rotoli, non c’è più niente da fare», senza avere il coraggio del pensiero. Cercare di capire è un tormento condito dalla strana consolazione nata dalla consapevolezza d’aver compiuto quanto ci è chiesto dalla dignità umana.

 

 

 

A suo modo lo affermava già Qohelet: «Rivolsi il mio cuore a esplorare con saggezza su tutto quanto si compie sotto il sole. Si tratta di un brutto affare rifilato da Dio agli uomini perché vi si esauriscano» (Qo 1,13). Per gli esseri umani l’indagare è fatica inevitabile. Alla fine, però, anche la nobile via della ricerca si trasforma in vicolo cieco.

 

 

 

Nel versetto di Isaia il peso decisivo poggia su quel «dite» imperativo che, peraltro, non si sa bene a chi sia rivolto. Il comando viene da Dio, ma chi sono coloro a cui è affidato il compito di dire? L’indeterminatezza racchiude la difficoltà dell’atto di farci giungere «buone notizie».

 

 

 

Una voce che viene da fuori costituisce, comunque, sempre un annuncio. È una forma di «evangelo» che rompe il cerchio chiuso dei propri tentativi di comprendere la realtà. Non sempre è così. Nel loro affastellarsi, le notizie che giungono a noi da ogni dove rappresentano una specie di «antivangelo». Suscitano smarrimento. In questo contesto, quel «dite agli smarriti di cuore: non temete» risuona come il buon annuncio di una realtà futura diversa da quella presente. Per crederlo occorre una fede sostenuta dalla speranza e una speranza alimentata dalla fede.

 

 

 

Cuori spezzati

 

 

 

Non ci sono solo i cuori smarriti, ci sono anche quelli spezzati: «Vicino è il Signore agli spezzati di cuore / i frantumati di spirito salva» (Sal 34,19; cf. Sal 51,19; 147,3; Is 61,1). Che differenza c’è tra coloro che hanno il cuore smarrito e chi lo ha spezzato? Lasciando da parte riferimenti, peraltro pertinenti, legati al pentimento personale, si potrebbe liberamente affermare che si tratta di coloro che soffrono non per lo scacco derivato dall’incapacità di capire, ma per la volontà di fare in qualche modo proprio il dolore del mondo.

 

 

 

Il Signore è a loro vicino perché si serve di loro. Un parere rabbinico è, al riguardo, illuminante e consolante: «Rabbi Alexander disse: se un uomo mortale rompe del vasellame è una disgrazia, ma per Dio le cose stanno altrimenti. Infatti tutto il suo servizio è costituito da vasi rotti come è detto: “il Signore è vicino agli spezzati di cuore”» (Pesiqta de Rav Kahana, 158b).

 

 

Il cuore spezzato è antidoto allo smarrimento, ma lo è ancor di più seguire il cuore umile di Gesù: «imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete riposo per la vostra vita» (Mt 11,29). È un «riposo» (non «ristoro», il riferimento è al sabato – cf. Es 20,11) conseguito proprio perché si è preso su di sé il giogo dolce e leggero di Gesù, vale a dire il giogo da lui portato e che, per questo motivo, chiede anche ai suoi discepoli di portare (cf. per contro Mt 23,4).

 

 

 

Si è «stanchi e oppressi» (Mt 11,28) ma non se ne esce rinunciando al giogo; al contrario, bisogna prenderlo su di sé. Non è il riposo dopo la fatica, ma (come è detto in relazione allo Spirito Santo nella sequenza di Pentecoste) è il riposo nella fatica. È una condizione legata al convincimento profondo di aver compiuto una scelta dotata di senso.

 

 

 

Oggi, come conseguire questo riposo mentre sembra che si stia compiendo un lavoro di cui non si vedono i frutti? Davanti a noi si distendono coltri di nebbia; avvertiamo il timore che esse, in luogo di deserti prossimi a fiorire, nascondano baratri. Non ci sono scorciatoie. Il giogo leggero ma esigente è il riposo del cuore spezzato. È il contrario del cuore smarrito e distratto che, secondo la massima pascaliana, cerca un’illusoria via di uscita nel non pensare.

 

 

 

È inevitabile che non si riesca a reggere sempre il peso del pensiero. Nella vita di ciascuno la distrazione chiede la sua parte; è decisivo che si tratti di una parte e non già del tutto. Il cuore spezzato e non smarrito è quello che, almeno ogni tanto, si pone in ascolto del dolore del mondo. Anche quando se ne ode soltanto una qualche eco, il suo suono è tale da trasformarsi in invito a evitare, oltre la distrazione, anche la violenza: «imparate da me che sono mite».

 

 

 

Uccidere è sempre un male, anche quando vi si è costretti

 

 

 

Chi ode il dolore del mondo sa che la mitezza e la nonviolenza non sono sempre nelle condizioni di prevalere sulla violenza. Ci sono circostanze, e quest’ultimo anno ne è ulteriore conferma, in cui si è costretti a essere ingiusti, vale a dire in cui si è obbligati a rispondere alla violenza con la violenza. Il cuore allora è chiamato a mantenersi spezzato e, in questo caso, anche penitente. Uccidere è sempre un male anche quando si è obbligati a farlo. L’accento, allora, non va posto sulla giustizia perché essa non c’è. Quanto il cuore, vale a dire la coscienza-intelletto-volontà, è chiamato a fare è il discernimento della costrizione: la violenza è davvero inevitabile?

 

 

 

Un problema tra i più gravi, come lo è la risposta. E quando la conclusione è «sì», il cuore è chiamato a spezzarsi: «Un cuore spezzato e affranto tu Dio non disprezzi» (Sal 51.19).

 

 

La mitezza non è la nonviolenza integrale, è l’antieroismo integrale. Rimane, però, da porsi la difficile domanda se una certa dose di eroismo, ossia di esaltazione per una vittoria raggiunta o almeno possibile, sia una componente inevitabile sul piano dell’efficienza pratica.

 

 

«Felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (Is 35,10). I verbi al futuro ci attestano, da un lato, quanto ci manca e dall’altro la non rassegnazione alla situazione presente.

 

 

Ha scritto Jürgen Moltmann: «Chi spera in Cristo non può più sopportare la situazione così com’è, ma comincia a soffrire sotto di essa, a contraddirla. Pace con Dio significa conflitto con il mondo, perché il pungolo del futuro promesso trafigge inesorabilmente la carne di ogni presente incompiuto».3

 

 

È il cuore spezzato, ma è anche il giogo leggero che da una parte ci convince di non aver vissuto e di non vivere invano, e dall’altra non ci ripara dal dolore, anzi lo suscita.

 

 

Nessun accadimento in quanto tale ci insegna qualcosa. Le prove di questa massima sono innumerevoli, pandemia compresa. Perché ci ha insegnato così poco? Perché vi è una spinta irrefrenabile a vivere come prima?

 

 

Perché a mutare il cuore non sono i fatti, ma i modi d’interpretarli. È la fatica del cuore spezzato, ma anche è il giogo posto sulle nostre spalle che diviene leggero perché ci dona quello che nessun altro ci può dare: il senso di non vivere invano.

 

 

 

Per sperare, però, occorre avere orecchi capaci di udire una voce che viene da fuori di noi: «Dite agli smarriti di cuore».

 

 

 

1 Riprendo parte della conversazione tenuta alla parrocchia di San Camillo de Lellis di Chieti il 23 novembre 2022.

 

 

 

2 «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici»: B. Pascal, Pensieri, n. 168.

 

 

 

 

3 Cit. in Un giorno una parola. Letture bibliche quotidiane per il 2022, Claudiana, Torino 2021, 275.


Noi, che ricordiamo i Giusti. Solo la memoria del bene può salvarci dall'odio

 

Gabriele Nissim

 

Sull’esempio dello Yad Vashem, il Giardino dei Giusti è nato nel 2003 nel parco del Monte Stella, seguito da altri 200 Giardini in Italia e nel mondo grazie all’iniziativa di amministratori, associazioni, insegnanti, semplici cittadini. Attualmente i Giusti onorati al Giardino di Milano sono una novantina di ogni nazionalità, religione, lingua, viventi o defunti.

Nel corso degli anni con l’attività del Giardino di Milano, che volli chiamare “Giardino dei Giusti di tutto il mondo”, mi sono posto questa domanda: perché il concetto di Giusto è stato circoscritto alla Shoah e si fa fatica a sostenere pubblicamente che i Giusti si sono, fortunatamente, manifestati in ogni genocidio, o atrocità di massa, dallo sterminio degli armeni, al Ruanda, alla Cambogia, a Srebrenica, fino ai giorni d’oggi? Un importante ruolo, in questa identificazione dei Giusti soltanto con lo sterminio degli ebrei, l’ha giocato il dogma dell’unicità della Shoah, che ha portato parte del mondo ebraico a ritenere che il genocidio degli ebrei, non fosse comparabile con nessuna altra atrocità di massa, pena il rischio della sua banalizzazione. Per questo molti ritengono che categorie applicate alla lettura della Shoah, come appunto i Giusti, non possano essere proposte altrove. Per questo quando presentai la legge sui Giusti dell’Umanità nel Parlamento europeo, e poi in quello italiano, trovai l’ostilità delle istituzioni diplomatiche israeliane che mi accusarono di avere universalizzato un concetto che riguardava soltanto il rapporto tra ebrei e non ebrei e mi invitarono a rinunciare a usare la parola “Giusti.” Ma c’è un motivo più profondo, legato a un’idea molto più diffusa e complessa di “fine della storia dopo la Shoah”, per certi versi simile a quella espressa del politologo Francis Fukuyama, convinto che, dopo la caduta del comunismo, saremmo entrati in un mondo pacificato. Mi sono accorto chiaramente di questa visione così radicata, quando con Gariwo abbiamo cominciato a lavorare assieme alle Nazioni Unite. Tutta la struttura dell’Onu sin dal suo sorgere nel 1948 (dalla Convenzione per la prevenzione dei genocidi, alla Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo, al Consiglio di sicurezza) è stata concepita con una visione ottimistica, secondo la quale, dopo la lacerazione universale della Seconda guerra mondiale e la distruzione degli ebrei, sarebbe nato finalmente un mondo nuovo che avrebbe eliminato per sempre guerre e genocidi. Se uno passeggia nei corridoi del Palazzo di Vetro trova tante iscrizioni dove si inneggia al “mai più dopo la Shoah”, come visione del mondo che segna così una cesura radicale con la storia passata. Purtroppo, quel “mai più” invece di essere una speranza per il futuro, si è trasformato in una grande bugia e dopo la Shoah l’idea dei Giusti è stata relegata al passato, come se l’umanità non dovesse in ogni generazione decidere sul Bene e sul Male, con una percezione rassicurante del futuro che eludeva le responsabilità dei singoli e delle nazioni. Per questo con la creazione di più di 300 giardini dei Giusti nel mondo, dall’America Latina, all’Africa, al Medio Oriente, abbiamo riattualizzato il concetto di Giusti, per mostrare che la scelta etica è sempre legata al presente e alla contingenza di fronte ad ogni crisi, ad ogni atrocità di massa, ad ogni guerra. La memoria riguarda la comprensione del passato, la responsabilità è invece sempre legata alla contemporaneità.

 

 

Non si può mai essere responsabili per ciò che è accaduto, ma solo per ciò che accade ora. Ecco perché l’agire da Giusti è una modalità che riguarda la vita presente. Quel “mai più” così concepito ha avuto conseguenze sul pessimismo che si respira oggi, perché con una visione rassicurante della storia abbiamo immaginato che il passato non si sarebbe più ripetuto e siamo rimasti come sorpresi e delusi dalle nuove guerre in corso. Molte persone sono come paralizzate e non vogliono comprendere il dovere della responsabilità. Quella fede ingenua in una provvidenza storica dopo la Shoah ci impedisce di ragionare sull’attualità del concetto di Giusto nel nostro tempo, come antidoto al pessimismo. Oggi ci accorgiamo con grande preoccupazione che gli autocrati, da Putin a Erdogan, a Khamenei, fino agli aspiranti dittatori come Trump, fanno valere la legge del più forte e scardinano la democrazia e il diritto internazionale, mentre invece non sembra nascere una nuova élite morale del mondo e chi possa credibilmente invitare a resistere e cercare di cambiare il corso degli avvenimenti. Dall’Iran alla Turchia, da Gaza a Israele, dalla Russia all’Ucraina, ovunque i Giusti sembrano essere sconfitti. Ci deve aiutare la riflessione di Victor Frankl, l’inventore della logoterapia, sopravvissuto ad Auschwitz, dopo avere perduto tutti i suoi cari. Frankl scriveva che chi era riuscito a mantenere il significato della vita nelle situazioni senza speranza, persino come lui in un campo di sterminio, era da considerarsi un vincitore morale, indipendentemente dall’esito delle sue battaglie e dalla sua stessa sopravvivenza. Raccontando la storia dei mille ragazzi del Ghetto di Theresienstadt che andarono a morire ad Auschwitz, portandosi dietro tutti i libri che avevano sottratto la notte prima nella biblioteca, Frankl sostenne che avevano trionfato contro il male. Come era possibile? Con quei libri in mano erano stati più forti di Hitler perché avevano salvato la loro idea di umanità, e poi con il loro sacrificio avevano tenuto accesa la speranza nel futuro che sarebbe potuta esser raccolta dalle generazioni successive. La loro resistenza non era stata vana. Guardando la repressione infinita in Russia, la guerra senza fine tra israeliani e palestinesi, i massacri in Iran, potremmo farci prendere dallo sconforto, assistendo all’impotenza di tante donne e uomini coraggiosi. Non è così, insegna Frankl. Difendendo il significato della vita, ci danno la possibilità di ricostruire il futuro. Ecco perché è nostro dovere ricordare nei giardini i Giusti del nostro tempo.


 "Per tenere viva la memoria della Shoah bisogna avere la forza di dare un nome al male"

 

 

 

Vito Mancuso 

 

Liliana Segre ha affermato: «Fra qualche anno della Shoah ci sarà una riga nei libri di storia, e poi nemmeno quella». È possibile evitare un simile esito? Cominciamo col dire che dare un nome agli eventi è essenziale. Significa com-prenderli, prenderli con, farli propri: un evento, che prima era fuori dalla mente, poi, mediante il nome attribuito, le entra dentro e, da oggetto muto, assume un significato. Churchill aveva parlato dello sterminio degli ebrei a opera dei nazisti come di un «crimine senza nome» perché non c'erano precedenti nella storia, per quanto assai sanguinosa, dell'umanità. Poi però il bisogno di comprendere della mente iniziò a proporre dei nomi per l'evento e tra questi, alla fine, se ne impose uno: Shoah, termine ebraico che significa «catastrofe».

Ma che tipo di catastrofe si nomina dicendo Shoah? Catastrofe, infatti, può essere riferita a molte cose e noi nel linguaggio quotidiano ne usiamo il nome anche per eventi ben poco catastrofici, come quando, a proposito di uno spettacolo, diciamo «a teatro è stata una catastrofe». Occorre quindi specificare la tipologia di catastrofe nominata dicendo Shoah, chiarire quale fu la peculiare catastrofe che i nazisti misero in atto con l'operazione da loro detta Endlösung, «soluzione finale». La risposta migliore è quella fornita dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin con il termine che coniò per nominare il contenuto specifico della Shoah: «genocidio». La Shoah è la catastrofe consistente nel genocidio del popolo ebraico.

Di ogni termine il dizionario Zingarelli riporta l'anno della prima occorrenza nella nostra lingua e per «genocidio» l'anno è il 1950 (per Shoah è il 1985). Il termine era stato coniato da Lemkin sei anni prima, nel 1944, sulla base di due antiche parole: il greco «genos», popolo, e il latino «cidium» (dal verbo «caedere», «colpire a morte») da cui «homicidium». Genocidio è l'omicidio di un intero popolo.

Prima della Shoah vi furono altri genocidi?

Almeno due: quello degli armeni a opera della Turchia dal 1915 al 1916 con 1,5 milioni di vittime, e quello pianificato da Stalin contro gli ucraini con la grande carestia del 1933-34 detta Holodomor con 3,5 milioni di vittime. A quei tempi però non esisteva una Giornata della Memoria e per questo Hitler nel 1939 poté dichiarare: «Chi parla ancora oggi dell'annientamento degli armeni?» (dal report dell'ambasciatore britannico del 25 agosto 1939). È evidente che il silenzio in cui era caduto il genocidio degli armeni lo incoraggiava a mettere in atto il genocidio che stava programmando per gli ebrei e che attuò da lì a poco.

Il che dimostra che esiste un profondo legame tra le forme di male estremo che gli umani sono capaci di commettere, ed è compito del pensiero individuare tale legame. Esiste però anche un legame almeno altrettanto profondo tra le forme di bene estremo che gli esseri umani sono pure in grado di praticare, ed è sempre compito del pensiero individuarle e compito del cuore celebrarle.

È quello che fa da oltre vent'anni Gariwo, una fondazione con sede a Milano e con numerose collaborazioni internazionali, il cui nome è un acronimo che sta per «Gardens of the Righteous Worldwide», «Giardini dei Giusti di tutto il mondo». Presieduta dallo scrittore ebreo Gabriele Nissim, e da lui fondata nel 2000 insieme allo scrittore armeno Pietro Kuciukian, Gariwo si occupa di ricercare le figure esemplari di Giusti dell'umanità, di farle conoscere e di celebrarle. Lo fa piantando alberi, un albero per ogni Giusto, in ognuno degli oltre duecento Giardini da essa istituiti e coltivati in tutta Italia e in una dozzina di Paesi, tra cui, non a caso, Armenia, Germania, Israele, Argentina, Kurdistan iracheno.

In questa prospettiva Nissim conduce da anni la sua battaglia per far comprendere come il senso della Giornata della Memoria debba essere duplice: in ordine al passato ricordare i nomi e i volti di coloro che furono uccisi nei campi di sterminio; in ordine al futuro prevenire ogni possibile nuovo genocidio. Infatti, come prima del genocidio ebraico si ebbero i due genocidi ricordati, così dopo ne seguirono altri. Quanti? Secondo Gregory Stanton, fondatore di Genocide Watch, dal 1948 a oggi si sono avuti più di 55 stermini definibili «genocidio» con 70 milioni di vittime. Di recente Nissim ha scritto un saggio dal titolo Auschwitz non finisce mai, sottotitolo La memoria della Shoah e i nuovi genocidi, la cui tesi è che la Shoah non deve essere considerata qualcosa di unico e di conseguenza di irripetibile nella storia, ma deve piuttosto essere considerata come il genocidio paradigmatico del Novecento, una lente di ingrandimento per individuare e impedire ogni altra possibilità di genocidio. La Shoah come genocidio «paradigmatico»: il paradigma è il modello grammaticale della coniugazione di un verbo. In esso non sono contenute tutte le possibili forme che il verbo assumerà, ma grazie a esso è possibile riconoscerle. Così, per Nissim e altri studiosi ebrei, dovrebbe essere la memoria della Shoah: rappresentare un paradigma che consente di riconoscere tutte le forme possibili della coniugazione del verbo del terrore e dell'odio.

Il primo a parlare della Shoah come genocidio paradigmatico è stato lo storico israeliano Yehuda Bauer, il quale poi però aggiunse: «Non c'è differenza tra la sofferenza degli ebrei, dei tutsi, dei russi e dei cinesi, dei congolesi o di qualsiasi popolo che si sia trovato in un omicidio di massa genocidario. Non esiste una gradazione nella sofferenza… non esiste dunque alcun genocidio peggiore di un altro. L'idea di competizione non è solo ripugnante, ma totalmente illogica». Questo è il punto delicato della questione: definire la Shoah genocidio «senza precedenti» facendo uso di una categoria storica, oppure definirla come «unicità assoluta» incomparabile a ogni altro genocidio facendo uso di una categoria metastorica e giungendo persino a differenziare il valore delle vittime e della loro sofferenza riconoscendo il titolo di Giusto solo a chi salva ebrei e non invece altri esseri umani (come sostengono alcuni esponenti dell'ebraismo). Per Nissim, e prima ancora per Bauer e per Lemkin, la Shoah è un genocidio senza precedenti (ma che, come ha scritto Primo Levi, «è avvenuto, quindi può accedere di nuovo») e il titolo di Giusto spetta a chi salva vite umane di qualunque popolo, senza nessuna differenza.

Liliana Segre ha affermato che «fra qualche anno della Shoah ci sarà una riga nei libri di storia, e poi nemmeno quella». Evitare un simile esito è un dovere di ogni essere umano dotato di retta coscienza morale, perché la Shoah deve continuare a essere studiata e ricordata da tutti, semmai ancora di più.

Ma come? A condizione di quanto scrive Anna Foa, storica ebrea: «L'unico modo di tener viva la memoria della Shoah è quella di aprirla ai genocidi che hanno costellato il Novecento e che continuano a realizzarsi, in questo nostro terzo millennio, nel resto del mondo». Viceversa, prosegue la studiosa, «se ci limiteremo a raccontare quello che è successo al popolo ebraico nella Shoah, se ci chiuderemo in una visione difensiva della memoria, avremo perso la battaglia in partenza». Aprirsi a una visione non difensiva della memoria significa erigere la memoria della Shoah a paradigma in base a cui riconoscere ogni altro genocidio, iniziando a parlare, come avrebbe desiderato Lemkin, di «Giornata della Shoah e della prevenzione dei genocidi». E significa anche esercitare tutte le possibili pressioni su Israele perché riconosca finalmente lo sterminio degli armeni operato dalla Turchia come «genocidio», come finora hanno fatto numerosi Stati, tra cui l'Italia. Israele non può non ricordare le parole di Hitler del '39 sul genocidio dimenticato degli armeni! Anche perché, se c'è un popolo che può capire l'atrocità di non veder riconosciute le proprie sofferenze, è proprio il popolo ebraico. Ha scritto Gabriele Nissim: «Si diventa maturi quando si includono le sofferenze degli altri nella nostra memoria».

Quando lo accusarono di tradire la religione perché accoglieva anche i paria infrangendo l'ordinamento delle caste, il Buddha rispose: «Il sangue di tutti è rosso, e le lacrime di tutti sono salate. Tutti siamo esseri umani». La Giornata della Memoria trasformata in «Giornata della Shoah e della prevenzioni dei genocidi» ce lo potrebbe ricordare con maggiore efficacia, evitando così che la Shoah si riduca a una riga nei libri di storia e poi un giorno neppure a quella.

Vito Mancuso


L’umanità ha ancora un futuro?

 

 

Leonardo Boff

 

È consuetudine alla fine di ogni anno fare un bilancio, una sorta di lettura cieca che cattura solo ciò che è rilevante. Ci sarebbero troppe cose da ricordare. Osserviamo solo che è in atto un lento e inarrestabile degrado del nostro modo di abitare la Terra. Il riscaldamento globale aumenta ogni anno e sta già mostrando i suoi effetti catastrofici in tutto il mondo con grandi inondazioni, tifoni e incendi fenomenali. Abbiamo assistito a una disastrosa alluvione nel Rio Grande do Sul, che ha distrutto parti di intere città, oltre a danneggiare l’agricoltura.

 

Si dice che siamo entrati in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero che il meteorite che sta distruggendo la natura non sia altro che l’umanità stessa. Altri vanno oltre e aggiungono che siamo nell’era del Necrocene, ovvero la morte di massa (necro) di specie, nell’ordine delle 70-100 mila al anno, secondo il noto biologo Edward Wilson. Negli ultimi tempi, il numero di incendi è cresciuto così tanto in tutto il mondo che si parla già di Pirocene (pyros in greco significa fuoco), la fase più avanzata e pericolosa dell’Antropocene. A questo si aggiunge la perversa disuguaglianza sociale, poiché l’1% dei ricchi possiede più ricchezza di oltre la metà dell’umanità (4,7 miliardi), il che è un’infamia e una negazione dell’umanità.

 

Di fronte a un tale livello di degrado generalizzato, mai visto prima della presenza degli esseri umani nel processo evolutivo, molti, compresi grandi nomi della scienza, si chiedono se non siamo vicini alla possibile fine della specie umana. E a ragione, perché non si tratta di fantasmi ma di segnali inquietanti. Il premio Nobel per la biologia del 1974, Christian de Duve, nel suo meticoloso libro Vital Dust, life as a cosmic imperative (Basic Books 1995), afferma che al giorno d’oggi “l’evoluzione biologica marcia a un ritmo accelerato verso una grave instabilità; in un certo senso, la nostra epoca assomiglia a una di quelle importanti rotture dell’evoluzione, segnate da estinzioni di massa”. Lo scienziato Norman Myers ha calcolato che solo in Brasile, negli ultimi 35 anni, quattro specie si sono estinte ogni giorno. Théodore Monod, un qualificato naturalista, ha lasciato come testamento un testo riflessivo intitolato: “E se l’avventura umana dovesse fallire?” (2000). Egli afferma: “siamo capaci di comportamenti insensati e dementi; d’ora in poi, si può temere tutto, assolutamente tutto, compreso l’annientamento della razza umana”.

 

Da quando l’essere umano è emerso come homo habilis più di due milioni di anni fa, ha squilibrato il suo rapporto con la natura. Fino a quarantamila anni fa, i danni ecologici erano insignificanti. Ma da quella data in poi, iniziò un assalto sistematico alla biosfera. In poche centinaia di anni, i cacciatori estinsero i mammut, i bradipi giganti e altri mammiferi preistorici. Nell’era industriale (1850), sono stati sviluppati strumenti che hanno reso possibile il dominio/devastazione della natura. Attualmente, questo processo si è aggravato al punto che i nove elementi (planetary bounderies) che sostengono la vita stanno rapidamente collassando, rendendo di fatto impossibile la civiltà.

 

Siamo nell’era glaciale da 2 milioni di anni. L’attuale fase interglaciale calda è iniziata 11.400 anni fa (periodo dell’Olocene). Secondo gli schemi passati, dovremmo entrare in un nuovo periodo di raffreddamento. Tuttavia, la nostra specie ha profondamente alterato la natura dell’atmosfera. Diversi gas serra come il CO, il metano e altri importanti gas stanno riscaldando lintero pianeta. Entro il 2035, non si potrebbero raggiungere i due gradi in più della temperatura, poiché ciò sarebbe disastroso per gran parte dell’umanità e per la natura. Già ora, nel 2025, abbiamo raggiunto +1,77 °C.

 

A questi problemi si aggiungono la mancanza di acqua potabile (solo il 3% è dolce) e la sovrappopolazione della specie umana, che ha già occupato l’83% del pianeta, depredandolo. Gli esseri umani riusciranno a vivere insieme in un’unica Casa Comune? Non siamo esseri pacifici, ma estremamente aggressivi, privi di cooperazione e cura. L’astronomo reale inglese Sir Martin Rees, nel suo libro “Final Hour: Environmental Disaster Threatens Humanity’s Future” (2005), stima che, se le cose continuano così, potremmo annientarci in questo secolo.

 

Nonostante questo quadro desolante alla fine del 2025, continuo a sperare che l’umanità, con la sua intelligenza, la sua ragione compassionevole e il suo senso di sopravvivenza, decida per la continuazione della vita su questo pianeta e non per il suicidio collettivo.

 

Certo, dobbiamo essere pazienti con l’umanità. Non è ancora pronta. Ha molto da imparare. In relazione al tempo cosmico, le rimane meno di un minuto di vita. Ma con essa, l’evoluzione ha compiuto un balzo in avanti, da incosciente si è fatta cosciente. E con la coscienza, può decidere quale destino desidera per sé stessa. Da questa prospettiva, la situazione attuale rappresenta una sfida piuttosto che un disastro, un viaggio verso un livello superiore e non un tuffo nell’autodistruzione.

 

Ora tocca a noi mostrare amore per la vita nella sua maestosa diversità, provare com-passione per tutti coloro che soffrono, realizzare rapidamente la necessaria giustizia sociale e amare la Grande Madre, la Terra. Le Scritture giudaico-cristiane ci incoraggiano: “Scegli la vita e vivrai” (Dt 30,28). Affrettiamoci, perché non abbiamo molto tempo da perdere.

 

 

Leonardo Boff ha scritto: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008; Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024 (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


La legge sui Giusti dell'umanità

 

Gabriele Nissim

 

 

 

 

Il nostro è un Paese che fa conoscere la bellezza nel mondo, che lancia messaggi di pace, che ripudia la guerra e cerca di essere un esempio per la soluzione dei conflitti nel mondo.

 

Con la Giornata europea dei Giusti l’Italia si è assunta l’impegno di una cultura innovativa che potremmo definire la diplomazia del bene: valorizzare ovunque nel mondo - con la creazione di Giardini dei Giusti in ogni città, e con un processo educativo nelle scuole e nelle istituzioni - la conoscenza di storie di uomini esemplari che hanno difeso la libertà, la democrazia, il valore della vita umana.

 

È un compito importante in questa fase storica, poiché assistiamo alla nascita di culture della violenza, di cui il terrorismo è la massima espressione, e alla crescita di comportamenti pubblici e privati che incitano all’odio, alla diffamazione e alla contrapposizione. Ricordare i Giusti significa lavorare per il dialogo, per il rispetto della persona, per l’educazione alla responsabilità personale.

 

 

La diplomazia del Bene ha avuto grandi risultati sul piano educativo nella lotta culturale al terrorismo, perché ha fatto conoscere in Italia e nel mondo figure importanti di Giusti musulmani che hanno salvato delle vite umane durante gli attentati. Si pensi a Lassana Bathily, che è diventato l’esempio internazionale di un giovane musulmano che salva degli ebrei durante un attentato, a Faraaz Hussein, che nell’attacco ad un ristorante a Dacca pieno di turisti italiani non ha accettato la proposta dei terroristi di salvarsi in quanto musulmano, ma si è immolato per aiutare le sue amiche, o ad Hamadi ben Abdesslem, che durante l’attacco al Museo del Bardo di Tunisi è riuscito nell’impresa di salvare quasi cinquanta italiani.

Ricordare oggi queste figure significa costruire con esempi concreti un pensiero del Bene che si dimostri più forte di quello dei terroristi. Sul piano delle idee è il modo migliore per portare alla sconfitta i seminatori di odio che giustificano in nome di Dio e della religione i più crudeli atti contro l’umanità.

 

 

La ricerca dei Giusti è quindi una esperienza plurale, perché in ogni contesto si possono rintracciare nuove figure che meritano di diventare un esempio per le nuove generazioni.

Ogni Paese potrà scegliere una sua strada, con l’impegno delle associazioni impegnate sulla memoria che dovranno garantire la serietà del lavoro. Dobbiamo immaginare una pluralità di esperienze che nascano dai comuni, dai parlamenti, dalle scuole, dalle università, che mettano in luce esempi di coraggio morale di cittadini del proprio Paese e che abbiano anche lo sguardo rivolto a figure universali. Il Giusto è un cittadino del mondo e non ha una sola patria. Ma quando viene ricordato e valorizzato fuori dai suoi confini acquista una nuova cittadinanza, come accade normalmente per i grandi artisti, scrittori e filosofi.

 

 

CHI SONO I GIUSTI

 

Non esiste una sociologia dei Giusti. Non può esistere una categoria che li racchiuda tutti. Per ogni momento storico, per ogni nuovo genocidio, per ogni nuova sfida ci possono essere nuove definizioni.

 

Da un lato, come hanno osservato Hannah Arendt, Václav Havel e Primo Levi, la loro presenza nei momenti oscuri dell’umanità ci ha mostrato come non esista un male invincibile e demoniaco, perché i Giusti sono l’espressione più tangibile di una possibilità di resistenza da parte degli esseri umani. Il male infatti è sempre una relazione che soggioga e manipola gli uomini passivi.Accanto ai carnefici esiste sempre una zona grigia che partecipa o assiste passivamente ai crimini. Eppure questa zona grigia si può trasformare nel suo contrario, con l’iniziativa di uomini coraggiosi. Una società indifferente può cambiare quando sulla scena pubblica appaiono degli uomini responsabili.

 

 

 

Ciò che conta è che a un certo punto della vita queste persone, di fronte a un’ingiustizia o alla persecuzione di esseri umani, sono capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti e di interrompere così, con un atto inaspettato nel loro spazio di responsabilità, la catena del male di cui sono testimoni. Questo tipo di approccio permette di valorizzare il bene compiuto dagli uomini in circostanze estreme, che spesso il peso delle ideologie impedisce di cogliere rischiando molte volte di consegnare all’oblio gesti eccezionali di coraggio civile.

 

Contavano dunque, per alcuni, più le etichette politiche che le loro azioni.

 

È paradossale, ma anche nella riflessione sui Giusti scatta un meccanismo perverso della ricerca della perfezione, come se fosse necessario premiare soltanto la santità - che invece non esiste mai su questa terra. L’essere umano si sente rassicurato dalla ricerca di eroi e santi, quando invece l’unico bene possibile in questo mondo è quello fatto da persone normali e imperfette. Spesso è difficile accettare la fragilità del bene.

Tuttavia, sono proprio le persone normali che si battono per la dignità che devono essere valorizzate, perché trasmettono un esempio alla portata di tutti.

 

LE FIGURE DEI GIUSTI

 

Possiamo dividere schematicamente i Giusti in quattro categorie: chi presta soccorso a una vita in pericolo e chi denuncia un genocidio; chi non accetta la delazione e la menzogna e difende la pluralità umana; chi salvaguarda la propria dignità non accettando di farsi corrompere nelle situazioni estreme; chi difende la memoria di un genocidio di fronte ai negazionisti.

 

Importante è comunque sottolineare che le circostanze della vita producono una moltitudine di figure e di esperienze non facilmente classificabili e che la definizione del Giusto di fronte a un crimine contro l’umanità rimane sempre aperta.

 

La prima categoria è quella dei soccorritori.

I primi sono gli individui capaci di un atto di altruismo nei confronti di chi viene perseguitato per la propria nazionalità, per una colpa politica, per le sue idee.

Tipico è il comportamento di chi salva delle vite nelle situazioni estreme come i genocidi e le situazioni belliche, dove sono commessi crimini contro l’umanità.

È questa la figura che è stata valorizzata in Israele per ricordare chi ha salvato gli ebrei durante la Shoah.

 

La seconda categoria è quella di coloro che lottano per la libertà, la dignità, e la verità in un regime totalitario.

Peculiare, nel regime comunista, è la figura del dissidente o dell’oppositore che ha il coraggio di difendere la verità contro la menzogna del regime. Un individuo può cambiare il mondo esercitando la sua libertà nello spazio in cui è sovrano, e così contribuire nel suo piccolo a sgretolare la rete della menzogna del potere totalitario.

Lo aveva sostenuto nell’estate del 1973 a Mosca Aleksander Solženicyn in un documento in cui invitava i russi a vivere senza mentire. Questa è la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che è pure tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna, anche se ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto. Su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia”.

 

La terza categoria dei Giusti è rappresentata da quelle vittime che hanno la forza di difendere la propria dignità durante i momenti più terribili della persecuzione e nelle condizioni in cui una persona viene costretta dagli aguzzini ad abdicare alla propria umanità. Li possiamo chiamare gli uomini che non si piegano di fronte alla disumanizzazione.

Primo Levi e Varlam Šalamov raccontano come nei campi di concentramento nazisti e nei Gulag staliniani i prigionieri dovevano fare uno sforzo tremendo per mantenere il rispetto di se stessi e preservare la loro umanità di fronte al freddo, alla fame, alla spietata concorrenza per la vita. È una sfida terribile non diventare un delatore nel Gulag, non denunciare, per la propria sopravvivenza, gli altri prigionieri, non rubare un pezzo di pane agli altri ad Auschwitz.

Vale per tutti la dichiarazione di intenti della giovane filosofa Etty Hillesum la quale, prima di venire deportata ad Auschwitz, scriveva nel suo diario che i nazisti potevano vincere la guerra non solo con le armi e l’assassinio di massa, ma in un modo ancora più pericoloso: facendo crescere tra le vittime la pianta del male e dell’odio. Allora sì che la sconfitta sarebbe stata totale.“Il marciume che c’è negli altri, c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualche cosa nel mondo esterno senza avere prima fatto la nostra parte dentro di noi […] e convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale.”

 

La quarta categoria di Giusti è rappresentata da coloro che hanno difeso la memoria di un genocidio di fronte a un negazionismo o si sono battuti perché gli Stati e le società in cui si era perpetrato un crimine contro l’umanità si assumessero una responsabilità morale per il ricordo di quegli avvenimenti.

È una nuova dimensione della responsabilità che diventa sempre più importante con la progressiva scomparsa dei testimoni e con la maggiore distanza da quegli avvenimenti. Si pensi al rischio che corrono quotidianamente gli intellettuali che in Turchia conducono una battaglia per la memoria del genocidio armeno, sfidando una legge di Stato che considera questa memoria un crimine, o chi nel mondo arabo conduce una battaglia controcorrente per ricordare la Shoah, che spesso viene presentata come una manipolazione storica inventata dai sionisti per giustificare i cosiddetti “crimini” contro il popolo palestinese.

 

Se poi guardiamo alla storia del comunismo fino al 1989, la memoria dell’Olocausto veniva spesso occultata con la teoria che gli ebrei fossero vittime del capitalismo e che non si dovesse presentare quello sterminio come una specificità ebraica. Ci furono allora due grandi intellettuali che sfidarono l’oblio comunista e corsero grandi rischi a causa delle loro posizioni. Da una parte Itsvan Bibo, il grande politologo ungherese, protagonista della rivolta del 1956, il quale dopo la guerra invitò invano la società a compiere un’opera di purificazione morale per ricordare le responsabilità ungheresi nello sterminio degli ebrei, in un clima in cui il Paese occultava le proprie colpe scaricandole sull’alleato nazista. Poi la straordinaria figura di Vasilij Grossman, che venne censurato da Stalin per avere redatto un volume a più voci che ricostruiva la storia delle vittime dell’Olocausto in Unione Sovietica.

 

LA RESPONSABILITÀ NEL NOSTRO TEMPO

 

La legge sui Giusti dell’umanità ci permette di affrontare uno dei limiti di tutte le Giornate della memoria.Le lezioni sul passato diventano sterili se non si educano i giovani alla responsabilità nei tempi in cui viviamo. È facile essere buoni ex post, condannare i nazisti, i fascisti, gli aguzzini dei campi di concentramento e dichiarare la propria simpatia nei confronti delle loro vittime. Molto più difficile è indagare nella storia passata per comprendere il mondo presente.

 

 “Cosa avrei potuto fare ieri per aiutare gli ebrei o gli armeni, e cosa potrei fare oggi per lottare per la pace, contro il razzismo, il terrorismo e la violenza? Cosa posso fare per aiutare i migranti, i sofferenti? Come posso esercitare oggi, quello che lo stoico Marco Aurelio chiamava il mestiere di uomo?”.

 

La scoperta dei Giusti pone a tutti il problema della responsabilità.

 

 

Questo messaggio è molto utile per la condizione politica e culturale che vive oggi il nostro Paese. Prevale sempre l’idea che se qualche cosa non va non si possa fare nulla e che l’unica cosa possibile sia l’indignazione e la colpevolizzazione degli altri. I Giusti invece insegnano che ogni uomo nel suo piccolo può sempre fare qualche cosa e difendere la sua integrità morale. Chi si prende cura del proprio giardino non cambieràil mondo, ma lascia una piccola traccia che può diventare un sentiero per gli altri uomini.


 Festeggiare la vita significa rendersi conto che facciamo parte di una catena e che siamo anelli di qualcosa che è più grande di noi, che si prolunga nel tempo. Ciascuno di noi dovrebbe ricordare che viene da una lunga catena di viventi comprendente non solo i miliardi di nostri antenati umani, genitori, nonni, bisnonni e così via, ma persino quelle forme di vita elementare persino non umana, come i virus che – secondo quanto la biologia più recente ha scoperto – il nostro DNA ha inglobato al suo interno. L'estraneità a noi stessi così, paradossalmente, si può convertire nel luogo d'accoglienza dell' estraneità di tutti gli altri: in questa estraneità riconciliata con noi stessi possiamo ospitare tutti i volti degli altri. Perché in fondo l'altro c'è dove lo si fa entrare.

 

Eugenio Borgna


Vivendo, dare fiducia all’inatteso

 

 

 

Sergio Di Benedetto

 

 

 

 

 

Dare fiducia alla vita, scrutare la realtà che scorre e supera le nostre aspettative.

 

 

 

 

 

C’è un senso di chiusura che porta con sé ogni attesa: perché attendere implica sempre un movimento, un “tendere a”, e muoversi vuol dire lasciare un luogo per provare ad arrivare a un altro luogo. E quando l’atteso arriva, cessa il movimento, richiedendo così il congedo da un tempo precedente. Se attendo ciò che non ho, se mi metto in cammino verso quello che non possiedo, una volta che quello avrò trovato sarò chiamato a licenziare la parte della vita segnata dall’assenza, aprendone una sotto le insegne della presenza.

 

Ma chiudere non è facile, lo sappiamo. Richiede sforzo, fiducia e speranza.

 

Trovo grande consolazione nel dialogo a distanza tra Gesù e Giovanni. Il profeta domanda «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?»: interrogativo umanissimo che porta con sé un’altra questione: l’atteso non è come ci si aspettava e così sorge lo smarrimento. Giovanni, colui che aveva il compito di preparare la strada e riconoscere il Messia, vive l’incertezza: sei tu il Messia? Domanda posta dalla voce che avrebbe dovuto invece indicare l’atteso.

L’uomo del punto esclamativo diventa l’uomo del punto interrogativo.

Stupenda la risposta di Gesù: guarda i fatti, guarda quello che accade, scruta la realtà. Nessuna parola può fondarsi se aliena dalla realtà: allo smarrimento di colui che aveva il compito di riconoscere l’atteso, Gesù non risponde con un rassicurante “sono io”. Al contrario, egli chiama in causa la capacità di leggere la realtà: guarda i segni, poni attenzione alla vita che scorre. Nessuna dichiarazione di autorità astratta, ma invito reale a sperimentare, a porgere orecchio e volgere lo sguardo. Così, solo così, avremo la risposta alla nostra attesa: il Regno dei cieli è arrivato, il Cristo è tra noi. Questo è dichiarato dalla vita che si apre: il male è vinto, la sofferenza è medicata, il povero è oggetto della novella buona di Dio.

Sono pensieri che mi conducono a una bella lirica – senza titolo – di Rainer Maria Rilke, racchiusa tra le sue Poesie sparse (tradotte da Andreina Lavagetto), scritta a Parigi «all’inizio dell’estate 1911»:

 

 

 

Ah, c’è nell’aria un richiamo

 

 

 

d’aperto amore. Contenete

 

 

 

fra le spalle il profumo del cuore;

 

 

 

siate fiori perché possiate fuori

 

 

 

riversarvi e per noi

 

 

 

trasformare lo spazio meditato

 

 

 

in giardini improvvisi.

 

 

 

L’atteso arriva e provoca smarrimento; egli disorienta, in quanto non è come lo avremmo voluto. Per fortuna, l’attesa supera i nostri angusti schemi. L’atteso, di fatto, diviene ‘inatteso’. Ma, proprio per questo, scaturisce la vita: volgere lo sguardo alla realtà, scorgere che «c’è nell’aria un richiamo / d’aperto amore»: è l’invito di Gesù, cogliere nell’aria un nuovo canto e un nuovo inizio tra Dio e il suo popolo affaticato, sofferente, ferito. Ieri, come oggi.

 

Chiudere le nostre aspettative, aprirci alla vita che scorre sotto il sigillo dello Spirito. Solo così, davvero, potremo diventare «fiori», potremo riversare le nostre piccole esistenze benedette.

 Solo così, abbandonandoci alla vita che scorre, dando fiducia alla realtà, superando lo smarrimento e andando al di là dei nostri pensieri, dei nostri ragionamenti, delle nostre presente certezze, l’attesa diverrà conferma e potremo «trasformare lo spazio meditato / in giardini improvvisi».


È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.

Perché la Fede non vede se non ciò che è.

E lei, lei vede ciò che sarà.

La Carità non ama se non ciò che è.

E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.

Nel Tempo e nell'Eternità.

La Speranza vede ciò che sarà.

Nel tempo e per l'eternità.

Per così dire nel futuro della stessa eternità.

La Carità ama ciò che è.

Nel Tempo e nell'Eternità.

Dio e il prossimo.

Così come la Fede vede.

Dio e la creazione.

Ma la Speranza ama ciò che sarà.

Nel tempo e per l'eternità.

Per così dire nel futuro dell'eternità.

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.

Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell'eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.

Sulla strada in salita.

Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,

Che la tengono per mano,

La piccola speranza.

Avanza.

E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.

Come una bambina che non abbia la forza di camminare.

E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.

Mentre è lei a far camminar le altre due.

E a trascinarle,

E a far camminare tutti quanti,

E a trascinarli.

Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

 

Charles Péguy

 

(da Il portico del mistero della seconda virtù)


 

Vivere con onestà e lasciare una traccia

 

 

 

Franco Arminio

 

 

 

Quello che conta non è avere successo, ma lasciare una traccia, lasciarla non in questo mondo, ma nell’universo. Mi spiego. La gente pensa che un leader politico lascerà una traccia molto più grande delle vecchie di Andretta, di una maestra elementare di Bitonto, di un pensionato di Ivrea. Non è così. La traccia durevole e profonda dipende dall’onestà con cui siamo al mondo. Chi si batte per suscitare clamore è un po’ un disonesto che vuole impressionare altri disonesti. L’universo non avrà memoria di lui. Una contadina che zappa, una goccia di sudore che scende nella terra forma un impasto minerale che ci ritroveremo nel pane. Una parola quieta, un dolore a bassa voce ti fa parlare coi gatti, ti dà l’amicizia delle rose.

 

 

 

Bisogna partire dall’idea che il primo dei nostri averi è la terra e chi la guasta ci fa un torto esattamente come se ci desse un pugno. Noi dobbiamo pensare che il mondo non è solo il carro delle merci e del potere. Questo mondo e la rissa in corsa per lasciare una traccia è un asilo infantile senza la maestra. Non resterà niente di questo abbaiare. Noi dobbiamo capire che abitiamo l’universo, è quella la nostra casa. I nostri gesti hanno valore anche se non vengono commentati da nessuno. I nostri gesti sono belli anche se non ci procurano fama e potere. Bisogna deporre l’invidia verso il successo. Chi ne ottiene ne vuole altro ancora, diventa bulimico, non trova pace. È umano volere attenzione per le nostre lotte, ma dobbiamo sempre chiederci cosa vuole la nostra natura profonda. Io credo che in quel punto ormai sperduto di noi stessi ci sia il bene, siamo fatti di bene. E il bene riconosce il piacere di una finestra aperta, sente il respiro di un cane, si sente fratello di un cielo azzurro, ma anche di una notte di pioggia.

 

 

 

 

Noi ora abbiamo un compito importante. Dobbiamo frenare l’isteria di questo mondo. È assurdo alimentarla. Dobbiamo affermare con fermezza le nostre verità senza esporle al giudizio dell’attimo. Dobbiamo dare fiducia agli anonimi e agli sconosciuti. Andare a scuola dai silenziosi, dagli appartati. La politica e la comunità hanno senso se ci fidiamo degli altri, se non pensiamo che sia tutto un imbroglio. Il gioco della furbizia non dobbiamo accettarlo né dai governanti, né dai nostri amici. Chi ci invidia senza motivo, chi prova a scoraggiarci deve essere allontanato dalla nostra vita. Non possiamo stare accanto a chi vuole rubarci il nostro fiato per fare spazio al suo. Andiamo a respirare accanto a una ginestra, lei non partecipa alla rissa. Proviamo ogni giorno a stare nel mondo in punta di piedi, proviamo a portare il nostro chiarore, senza accontentarci degli equivoci con cui costruiamo le nostre giornate. Dobbiamo chiedere ai nostri occhi di essere più attenti e così pure alle nostre orecchie. Possiamo sentire e possiamo vedere di più. Questo esercizio non è doloroso, è un esercizio che riattiva la nostra salute, ci rende più vigili e appassionati, coi sensi più estesi e ramificati. La miseria spirituale deriva proprio dal fatto che gli umani a un certo punto si fanno un’idea di se stessi e degli altri e vanno avanti in questo nido, non cambiano mai il ramo su cui stanno appoggiati.