La mia voce matura..ovvero teologia del quotidiano attraverso piccoli grandi testimoni di fede

Essere cuori pensanti

 

 "E' tra il  tempo e l'infinito, metatemporale e non ancora eterno, che sta la mistica e sta la poesia"

 

Adriana Zarri 

 

 

Una speciale percorso.. attraverso lo sguardo di donne e uomini cogliendo la grazia che ha illuminato la loro esistenza facendone ragione di vita, dono per gli altri e una proposta di vita per tutti noi!

 

 

 

 

Il Poeta raccoglie i dolori e sorrisi e mette assieme tutti i suoi giorni in una mano tesa per donare, in una mano che assolve perché vede il cuore di Dio. I fiori del Poeta sbocciano per vivere molto a lungo per le vie della grazia.

 

Alda Merini

 

 

 

 

 

 Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio di quanto non lo veda oggi?

Vedo qualcosa di Dio in ogni ora delle ventiquattro, in ogni momento di esse,

nei volti di uomini e donne vedo Dio, e nel mio volto riflesso allo specchio,

trovo lettere inviate da Dio per le strade, ognuna firmata col nome d’Iddio,

e le lascio dove si trovano, perché so che, ovunque mi rechi,

altre puntuali verranno, per sempre e per sempre.

 

W.Whitman

 

 

 

"Penso che lo farò: «mi guarderò dentro» per una mezz’oretta ogni mattina, prima di cominciare a lavorare: ascolterò la mia voce interiore. Sich versenken, «sprofondare in se stessi». Si può anche chiamare meditazione; ma questa parola mi dà ancora i brividi. E del resto, perché no? Una quieta mezz’ora dentro me stessa. Non è sufficiente muovere braccia, gambe e tutti gli altri muscoli nel bagno, ogni mattina. Un essere umano è corpo e spirito. E una mezz’ora di esercizi combinata con una mezz’ora di «meditazione» può creare una base di serenità e concentrazione per tutto il giorno. Non è però una cosa semplice, quella stille Stunde, «ora quieta»; bisogna impararla. Prima è necessario spazzare via dall’interno tutte le insignificanti preoccupazioni, i detriti. In fin dei conti, persino in una testolina così piccola c’è sempre una montagna di distrazioni irrilevanti. É vero che ci sono anche sentimenti e pensieri edificanti, ma il ciarpame è sempre presente. Sia questo, dunque, lo scopo della meditazione: trasformare il tuo spazio interiore in un’ampia pianura vuota, senza tutta quell’erbaccia che impedisce la vista. Così che qualcosa di «Dio» possa entrare in te, come c’è qualcosa di «Dio» nella Nona di Beethoven. E anche qualcosa dell’«Amore», ma non quella sorta di amore di lusso in cui ti crogioli di buon grado per una mezz’ora, orgogliosa dei tuoi sentimenti elevati, bensì amore che puoi applicare alle piccole cose quotidiane."

 

Etty Hillesum


Continuate a dire che la Speranza non ha confini..attraverso il cammino di Testimoni di Fede

Voi che credete

 

voi che sperate

 

correte su tutte le strade, le piazze

 

a svelare il grande segreto…

 

Andate a dire ai quattro venti

 

che la notte passa

 

che tutto ha un senso

 

che le guerre finiscono

 

che la storia ha uno sbocco

 

che l’amore alla fine vincerà l’oblio

 

e la vita sconfiggerà la morte.

 

 

 

Voi che l’avete intuito per grazia

 

continuate il cammino

 

spargete la vostra gioia

 

continuate a dire

 

 

che la speranza non ha confini

 

David Maria Turoldo


Composto in uno dei momenti più bui della vita di Charles Péguy, è un luminoso poema e la testimonianza del cammino spirituale dell'autore che si sta aprendo alla maturità della fede.

 

La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.

La fede, no, non mi sorprende.

La fede non è sorprendente.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Nel sole e nella luna e nelle stelle.

In tutte le mie creature.

Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.

Nell'universo delle mie creature.

Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.

Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.

Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.

Nella calma valle.

Nella quieta valle.

Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.

E nell'uomo.

Mia creatura.

Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli.

Nell'uomo e nella donna sua compagna.

E soprattutto nei bambini.

Mie creature.

Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.

Che gli uomini.

Non sono ancora stati disfatti dalla vita.

Della terra.

E fra tutti sono i miei servitori.

Prima di tutti.

E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.

Nella quieta valle.

E lo sguardo dei bambini è più puro dell'azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.

Ora io risplendo talmente nella mia creazione.

Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.

Nel pane e nel vino e nell'uomo che ara e nell'uomo che semina e nella mietitura e nella vendemmia.

Nella luce e nelle tenebre.

E nel cuore dell'uomo, che è ciò che di più profondo v'è nel mondo.

Creato.

Così profondo da esser impenetrabile a ogni sguardo.

Tranne che al mio sguardo.

Nella tempesta che scuote le onde e nella tempesta che scuote le foglie.

Degli alberi della foresta.

E al contrario nella quiete d'una bella serata.

Nelle sabbie del mare e nelle stelle che son sabbia nel cielo.

Nella pietra della soglia e nella pietra del focolare e nella pietra dell'altare.

Nella preghiera e nei sacramenti.

Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.

Nell'aquila mia creatura che vola sui picchi.

L'aquila reale che ha almeno due metri d'apertura d'ali e fors'anche tre.

E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.

Nella terra.

Nella formica mio servitore.

E fin nel serpente.

Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.

Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.

Se non la morte e il lungo sonno invernale.

(...)

Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.

Nell'infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.

Che tesaurizza miseramente, come l'uomo.

Come l'uomo infimo.

E che scava gallerie nella terra.

Nel sottosuolo della terra.

Per ammassarvi meschinamente dei tesori.

Temporali.

Poveramente.

E fin nel serpente.

Che ha ingannato la donna e che perciò striscia sul ventre.

E che è mia creatura e che è mio servitore.

il serpente che ha ingannato la donna.

Mia serva.

Che ha ingannato l'uomo mio servitore.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.

E anche ai ricchi.

Che non vogliono esser mie creature.

E che si mettono al riparo.

Per non esser miei servitori.

In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.

(E io passo sopra a tutto, perché sono il signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).

E fin nella tentazione del peccato.

Stesso.

E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio.

A causa dell'uomo.

Mia creatura.

Che io avevo creato.

Nell'incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.

E nel santo sacrificio della messa.

In ogni nascita e in ogni vita.

E in ogni morte.

E nella vita eterna che non avrà mai fine.

Che vincerà ogni morte.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.

La carità, dice Dio, non mi sorprende.

La carità, no, non è sorprendente.

Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.

Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.

Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.

E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.

Mio figlio loro fratello.

Una così grande carità.

Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.

Me stesso.

Questo sì che è sorprendente.

Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.

Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.

Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.

Ed io stesso ne son sorpreso.

E dev'esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.

E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile

Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.

Nella mia creazione naturale e soprannaturale.

Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.

Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.

Mortale e immortale.

E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco trafitto di mio figlio.

Quale non dev'esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio,

sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.

Che brucia in eterno nella lampada fedele.

Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.

Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.

Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.

Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.

Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.

Una fiamma che non è raggiungibile, una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.

E non so darmene ragione.

Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.

Questa speranza bambina.

Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.

Le tre virtù mie creature.

Mie figlie mie fanciulle.

Sono anche loro come le altre mie creature.

Della razza degli uomini.

La Fede è una Sposa fedele.

La Carità è una Madre.

Una madre ardente, ricca di cuore.

O una sorella maggiore che è come una madre.

La Speranza è una bambina insignificante.

Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell'anno scorso.

Che gioca ancora con il babbo Gennaio.

Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.

E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.

E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.

Perché sono di legno.

Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.

Questa bambina insignificante.

Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.

Verso la culla di mio figlio.

Così una fiamma tremante.

Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

(...)

Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.

Che è certamente la più difficile, che è forse l'unica difficile, e che probabilmente è la più gradita a Dio.

La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all'inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all'inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.

Dinanzi a tanto grido di miseria.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile

(...)

E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.

Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.

Avanza.

Fra le due sorelle maggiori.

Quella che è sposata.

E quella che è madre.

E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.

La prima e l'ultima.

Che badano alle cose più urgenti.

Al tempo presente.

All'attimo momentaneo che passa.

il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.

Quella a destra e quella a sinistra.

E quasi non vede quella ch'è al centro.

La piccola, quella che va ancora a scuola.

E che cammina.

Persa fra le gonne delle sorelle.

E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.

Al centro.

Fra loro due.

Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.

Ciechi che sono a non veder invece

Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.

E che senza di lei loro non sarebbero nulla.

Se non due donne avanti negli anni.

Due donne d'una certa età.

Sciupate dalla vita.

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.

Perché la Fede non vede se non ciò che è.

E lei, lei vede ciò che sarà.

La Carità non ama se non ciò che è.

E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.

Nel Tempo e nell'Eternità.

La Speranza vede ciò che sarà.

Nel tempo e per l'eternità.

Per così dire nel futuro della stessa eternità.

La Carità ama ciò che è.

Nel Tempo e nell'Eternità.

Dio e il prossimo.

Così come la Fede vede.

Dio e la creazione.

Ma la Speranza ama ciò che sarà.

Nel tempo e per l'eternità.

Per così dire nel futuro dell'eternità.

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.

Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell'eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.

Sulla strada in salita.

Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,

Che la tengono per mano,

La piccola speranza.

Avanza.

E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.

Come una bambina che non abbia la forza di camminare.

E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.

Mentre è lei a far camminar le altre due.

E a trascinarle,

E a far camminare tutti quanti,

E a trascinarli.

Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

Charles Péguy

 

 

(da Il portico del mistero della seconda virtù)


Ode alla speranza

 

Crepuscolo marino,

in mezzo

alla mia vita,

le onde come uve,

la solitudine del cielo,

mi colmi

e mi trabocchi,

tutto il mare,

tutto il cielo,

movimento

e spazio,

i battaglioni bianchi

della schiuma,

la terra color arancia,

la cintura

incendiata

del sole in agonia,

tanti

doni e doni,

uccelli

che vanno verso i loro sogni,

e il mare, il mare,

aroma

sospeso,

coro di sale sonoro,

e nel frattempo,

noi,

gli uomini,

vicino all’acqua,

che lottiamo

e speriamo

vicino al mare,

 

speriamo.

 

Pablo Neruda

 

 


Lesja Ukrainka, Contra Spem spero

 

Poetessa ucraina

1817-1913

 

Via, pensieri, voi, nubi autunnali!

Ora è la primavera dorata!

Forse nell’amarezza, nel pianto

Passeranno gli anni della giovinezza?

 

No, voglio ridere attraverso le lacrime,

Intonare canzoni nel dolore,

Sperare comunque senza speranze,

Voglio vivere! Via, pensieri tristi!

 

In un triste campo desolato

Seminerò fiori variopinti,

Seminerò fiori nel gelo,

Verserò su di essi lacrime amare.

 

E per queste lacrime cocenti si dissolverà

Quella possente crosta di ghiaccio,

Forse i fiori cresceranno – e giungerà

Anche per me l’allegra primavera.

 

Trasporterò un pesante masso

In cima a un’erta montagna sassosa

E, portando questo tremendo fardello,

Intonerò un’allegra canzone.

 

Nella lunga notte buia, impenetrabile

Non chiuderò gli occhi per un attimo,

Cercherò la stella polare,

La chiara sovrana delle notti buie.

 

Sì! Riderò attraverso le lacrime,

Intonerò canzoni nel dolore,

Spererò comunque senza speranze,

Vivrò!

 

 

 

 

 

Io volo

Marina Cvetaeva poetessa russa (1892-1941

 

Alla povera mia fragilità

tu guardi senza dire una parola.

Tu sei di marmo, ma io canto,

tu – statua, ma io – volo.

 

 

 

So bene che una dolce primavera

agli occhi dell’Eterno – è un niente.

Ma sono un uccello, non te la prendere

 

se è leggera la legge che mi governa.


 

 

Etty e la speranza

 

"Spero di riuscire a ringraziare per avere Dio in me stessa"

 

 

 

Poche citazioni, sul tema, e proprio nel senso quotidiano del nostro sperare, desiderare che qualcosa vada meglio, per sé e per gli altri. Ma speranze non velleitarie, bensì concrete e realistiche, e sempre con qualche desiderio che trascenda le faccende quotidiane o personali, per accedere a qualcosa di oltre.

 

 

Quando sto bene, non ho proprio nulla in comune con quella che sono quando invece non sto bene. Ieri mi sentivo tanto oppressa e misera che non riuscivo a trarre la benché minima forza dalla me stessa dei giorni precedenti. Come se fossi stata una persona totalmente diversa, una giovane donna felice, con la quale non avevo più nulla a che spartire. In certi momenti ti convinci davvero che felice e sicura di te, come sei stata in precedenza, non lo sarai mai più, e anche se la tua testa ti dice che lo sarai, in fondo non riesci proprio a crederci. E adesso che sono di nuovo traboccante di speranza, forza e genuina voglia di vivere, mi sento un po' disorientata se penso alla povera creatura di ieri pomeriggio. E, tuttavia, dovevo essere misera come ieri, per diventare ciò che sono oggi, perché ho fatto un altro piccolo passo in avanti; da stamattina c'è di nuovo una grande chiarezza nella mia testa e quindi mi sento molto più sicura di me stessa, e le cose andranno avanti così. Adesso vado a coccolarmi un pochino con Durant, anche se farei meglio a studiare un po' di antico bulgaro, ma al momento sto troppo bene per affrontare quella parte del mio studio. Oggi non ho fatto altro che lavorare su me stessa, ma domani dovrò ricominciare con il lavoro vero, altrimenti tutto quello che faccio non avrà più alcun senso. Tieni duro, ragazza!

 

La vita è fatta di storie che aspettano di essere raccontate da me. Oh, che idiozia - in realtà non lo so. Sono di nuovo infelice. E riesco perfettamente a immaginarmi perché le persone si ubriachino o vadano a letto con un perfetto estraneo. Ma la mia strada non è certo questa. Io devo restare sobria e con la testa lucida. E da sola. È un bene che quel farabutto stasera non fosse a casa, altrimenti sarei di nuovo corsa da lui dicendo: Aiutami, sono così infelice, sto scoppiando! E mi aspetto che gli altri si risolvano i problemi da soli! Voglio prestare ascolto, sì, proprio così. Quindi mi sono seduta per terra, nel più nascosto angolino della mia camera, schiacciata tra due pareti, il capo chino. Sì, e sono rimasta lì. Completamente in silenzio, fissando il mio ombelico, per così dire, in devota speranza che nuove forze sorgessero in me. Il mio cuore era di nuovo congelato e non voleva sciogliersi: tutti i canali erano bloccati e il mio cervello serrato in una morsa. E quando mi trovo ben raccolta in me stessa, attendo che qualcosa si sciolga e fluisca dentro di me.

 

E i miei desideri, pensieri e speranze glieli risparmierò, almeno per qualche tempo, in modo da non infettare me e lui. Nella mia stanchezza voglio spesso cose che, se sono onesta con me stessa, non desidero affatto. Richiamerò indietro le mie speranze e i miei desideri, come si richiamano a casa bambini piagnucolosi e turbolenti che si sono allontanati troppo. Appartengono a me e devono stare a casa, per essere educati da me; una volta che saranno stati riportati alla ragione, potranno di nuovo vagare liberamente. Ma per il momento, indisciplinati e informi come sono, fanno danni, senza sapere quello che vogliono realmente.

 

È davvero vergognoso, Etty, che tu ti sia di nuovo lasciata impigliare in speranze e desideri che non sono neanche davvero tuoi. Devo fare chiarezza su questo punto, prima di potermi considerare appartenente a quella grande comunità nel cui seno tutti dovrebbero tornare scevri dal proprio egocentrismo. Molti, di questi tempi, attuano una politica dello struzzo: pur facendo appello alla gravità e alla serietà di “quest'epoca”, lasciano che i loro piccoli problemi continuino a vagare, irrisolti e trascurati, in ogni angolo del loro essere. Ci vuole uno speciale coraggio, per prendere sul serio i piccoli problemi personali, e irrilevanti, per così dire, a fronte di eventi essenziali. Eppure gli eventi che, grandi e minacciosi, gravano fuori, sopra e intorno a noi, ma con i quali noi dovremmo sentire un contatto interiore, non nascono, in ultima istanza, da noi stessi?

 

Naturalmente si tratta di un semplice stato d'animo, uno dei tanti che si provano in queste nuove circostanze. Ma è anche un pezzo di me stessa, una possibilità che ho. Una parte di me che sta prendendo sempre più il sopravvento. Del resto: un essere umano è poi solo un essere umano. Già ora abituo il mio cuore ad andare avanti, anche quando sarò separata da coloro senza cui non credo che potrei vivere. Il mio distacco esteriore aumenta di giorno in giorno per far posto a un sentimento interiore - la volontà di continuare a vivere e a sentirsi legati per quanto lontani si possa essere gli uni dagli altri. Eppure quando cammino con lui, la mano nella mano, lungo il canale - che ieri sera aveva un aspetto autunnale e tempestoso -, o quando, nella sua cameretta, mi scaldo ai suoi gesti buoni e generosi, allora provo di nuovo questa speranza e questo desiderio così umani: perché non potremmo rimanere insieme? Il resto non avrebbe più importanza, allora, io non voglio lasciarlo. Ma altre volte penso fra me: forse è più facile pregare da lontano che veder soffrire da vicino.

In questo mondo sconvolto, le comunicazioni dirette tra due persone passano ormai solo per l'anima. Esteriormente si è scaraventati lontano, e i sentieri che ci collegano rimangono sepolti sotto le macerie, cosicché in molti casi non potremo mai più ritrovarli. La prosecuzione ininterrotta di un contatto, di una vita in comune è possibile solo interiormente, e non rimane forse la speranza di ritrovarci ancora su questa terra?

 

In questo momento spero di avere una vita molto lunga e di riuscire a mettere per iscritto tutto quello che ho dentro. Mi riempio del liquido della vita, sempre di più.

 

Dovremo parlare della “questione”. Spero di essere tanto coraggiosa nelle parole quanto lo sono nella “mente”. Comunque non sarà così semplice. Devo di nuovo strappare via da lui, e riprendermi, un pezzetto di me stessa, un bel pezzo in realtà.

 

 

Stanotte ho di nuovo avvertito una sensazione di calore e familiarità nel mio solitario, piccolo letto. Ho di nuovo ringraziato Dio, non per il letto caldo e la zuppa di piselli, ma perché lui acconsente di nuovo a vivere in me. Non ringrazio mai per le buone cose terrene che ricevo da lui, e non mi ribellerò neanche se non dovessi più riceverle. Non mi attira l'idea di ringraziare per qualcosa che manca a tante persone. Le cose non vanno ancora come dovrebbero per quanto riguarda la distribuzione dei beni terreni su questa nostra terra imperfetta. E mi pare un caso che uno finisca tra i sazi o tra gli affamati. Sicché non riuscirò mai a ringraziare per il mio pane quotidiano, se so che così tanti altri non lo hanno. Ma, quando non avrò neanch'io quel pane quotidiano, spero di riuscire comunque a ringraziare per qualcos'altro: per avere Dio in me stessa. Ciò non ha niente a che vedere con il fatto che uno sia o meno ben nutrito. Perlomeno lo dico adesso, accanto alla mia calda stufa, dopo una congrua colazione. Le cose non sono davvero così semplici come appaiono.


 

Pace a tutti i costi..le voci di grandi testimoni...nella loro, la nostra

 

 

 

 


La fine e l’inizio

Wisława Szymborska

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare

i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani letto,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave

per puntellare il muro,

c’è chi deve mettere i vetri alla finestra

e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico

e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono già partite

per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti

e anche le stazioni.

Le maniche saranno a brandelli

a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano

ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta

annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto

gli gireranno intorno altri

che ne saranno annoiati.

C’è chi talvolta

dissotterrerà da sotto un cespuglio

argomenti corrosi dalla ruggine

e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva

di che si trattava,

deve far posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c’è chi deve starsene disteso

con la spiga tra i denti,

 

perso a fissare le nuvole.

Nel 1967 padre Turoldo partecipò, insieme a Giuseppe Lazzati, a una tavola rotonda organizzata dall’Ufficio cultura del Comitato provinciale della Democrazia cristiana di Milano. Riproponiamo stralci del suo intervento che venne pubblicato nel libro «David Maria Turoldo. La sfida della pace», a cura di Elena Gandolfi (Bellavite Editore, 2003). Il testo è stato pubblicato dall’Osservatore Romano ieri 18 marzo.

 

 

 

David Maria Turoldo

 

Ho capito, Signore. La pace non me la può dare nessuno. È inutile che speri. I governi, gli stati, i continenti hanno bisogno di pace anche loro e non ne sono capaci. E camminano tutti su strade sbagliate.

 

Essi pensano che la pace si possa ottenere con le armi, incutendo paura agli altri stati e agli altri continenti. E intanto si armano, e studiano sistemi sempre più potenti e micidiali.

 

Tutti vogliono essere forti. Dicono: solo un forte può imporre il rispetto e la pace. Come se la pace fosse un fatto di imposizione e non d’amore.

 

Io non ho mai visto che ci sia pace per queste strade. Questo è uno squilibrio di terrore: un’altra maniera per essere schiavi; una maniera apparentemente civile. Invece è barbarie come tutte le altre barbarie. Infatti il più forte dice al più debole: guai se ti muovi! E non ha importanza che magari la situazione del debole sia insostenibile, ingiusta, umiliante. Non ha importanza che sia, ad esempio, la fame o la mia condizione di uomo di colore a spingermi a gesti assurdi.

 

Ma verrà, uomini, verrà — e non è lontano: io per questo prego e spero — quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi! Un oceano misteriosamente ancora calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così.

 

Ora la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte. Allora chi è nei campi non torni a casa a salutare sua madre; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è per via non avrà neppure il tempo di dire addio a un amico. Allora «due staranno alla stessa macina di mulino…» (cfr Luca 17,35; cfr anche Marco 3,15—16): parola tua, Signore! Impossibile che non si avveri.

 

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. Va bene: i potenti ci ammazzeranno in molti. Ma pure molti di loro saranno ammazzati.

 

No, per queste strade della sopraffazione e del terrore non ci può essere pace.

 

No, nessuno può uccidere un’idea. Nessuno può sradicare la libertà dal cuore dell’uomo: almeno mi resterà sempre la libertà di morire. Perché tante volte è meglio, vale di più morire che vivere.

 

No, non occorrerà neppure che i poveri facciano la guerra: basterà che si mettano in cammino, che si incolonnino sulle strade.

 

Tutte le strade sarebbero un unico serpente interminabile: una sola immensa processione. Non ci sarebbe neppure spazio per muovere una sola macchina; e nessun carro armato li potrebbe schiacciare.

 

Perché sarebbe un serpente di cui nessuno saprebbe dove abbia la testa o il cuore.

 

Basterebbe che la Cina, ad esempio, la sola Cina si mettesse in cammino: ci sarebbe da uccidere per anni e anni e anni. Che si metta in cammino! Non ha bisogno di armi atomiche la Cina (questa è una sua debolezza).

 

Cioè, basta che l’oceano esca dai suoi confini; noi abbiamo visto cosa sono le alluvioni: allora non vale nulla la nostra tecnica e la nostra scienza e la nostra capacità organizzativa.

 

Io potrei pregare anche così: Cina, mettiti in cammino, cammina soltanto; cammina sui deserti dell’Asia; a milioni premete sui confini. Poi vedremo cosa valgono i nostri confini.

 

Potrei dire: India, Africa, e negri d’America e tutti voi, o criollos dei mille paesi, mettetevi insieme: fate siepe di chilometri sulle strade ferrate, sulle piazze delle capitali potenti, poi vedremo cosa vale la potenza di queste capitali.

 

Oppure, anche se ciò non dovesse avvenire, questa non è pace. La pace non ha niente a che fare con la forza.

 

Questo non avviene perché ancora non è l’ora, perché un Altro, qualcuno, tu, Signore, non lo permetti; e attendi (ma fino a quando?) che gli uomini imparino che non è giusto, non è giusto che duri così.

 

Solo che tu vuoi che l’impariamo da noi stessi: in tempo e per altre vie.

 

Capisco, questa è una finta pace: anzi, neppure finta pace. Pace: dove? e per chi? È pace forse perché non si muore qui, ma si muore nel Vietnam? È pace perché i negri stanno nelle locations del Sud Africa e noi possiamo scorazzare liberi dalla Città del Capo a Roma? È pace perché qui si suona e si danza e si canta, mentre nel Congo, al Cairo, oppure ad Amman, si piange impotenti e disperati? E nell’Angola e nel Mozambico e nelle Americhe si pensa solo come vendicarsi, come organizzare per ora altre guerriglie.

 

Questa non è pace. Io voglio essere un cristiano, o Signore. Non posso, non è giusto accettare questa situazione.

 

Ho capito: la pace non è di questo mondo; può essere nel mondo, ma non è del mondo. Essa è come il tuo regno: è qui, è là, è chissà dove. Ma non è del mondo. E non è neppure di nessuna istituzione.

 

Nessuno degli uomini può dire dove abiti la pace. Non c’è una casa della pace e una casa della guerra. Oggi ci può essere pace e domani guerra nella stessa casa, nella stessa nazione. Certi paesi non sono paesi di pace, perché non guerreggiano: essi possono essere centrali di guerre lontane; paesi di aureo egoismo e focolai misteriosi di rivolte chissà dove.

 

La terra è una. L’umanità è una. Perciò uno non può star bene e l’altro male.

 

La pace non è monopolio di nessuno, né può essere frutto di sistemi umani. Prova ne sia che il mondo non è capace di darsi una pace una volta per sempre.

 

Neppure l’uomo è un soggetto di pace permanente. Io oggi posso essere in pace, ma domani? Basta una parola, un gesto che io ritengo ingiusto, perché la mia pace vada in frantumi.

 

Non c’è nulla di più fragile, di più incerto, di più quotidiano della pace. Amicizie offese, interessi che si pensa calpestati, umori oscuri del sangue (chissà cosa nascondiamo noi nel sangue!); e poi soprattutto “la roba”.

 

Allora ognuno di noi è un soggetto di guerra? Sì, in ognuno di noi vi è il geme della guerra. Anzi, la guerra grande, la guerra guerreggiata, la guerra calda non è che la somma di tutte le guerre individuali, in ogni guerra che cova nel cuore di ogni uomo. Ogni guerra comincia da ciascuno di noi. Mentre da nessuno di noi può cominciare la pace. Perché la pace è più grande dell’uomo. Noi tutti veniamo della foresta, e nella foresta non c’è pace.

 

Ho capito, Signore, la pace appartiene al tuo regno messianico. Sei tu il principio, la fonte, il paese della pace. Senza di te non può esserci pace né sulla terra né dentro il cuore di qualsiasi uomo. E là dove c’è un uomo di pace, ivi sei tu, Signore, ivi è la tua vera casa, mio Dio. «Io vi do la mia pace, vi lascio la mia pace, non come ve la dà il mondo io la dono a voi (Giovanni 14,27). Il mondo, l’uomo, non sa neppure cosa sia la pace.

 

La pace sei tu stesso, e tu solo, Signore. Il mondo, l’uomo ha la sua logica e la pace non è frutto di alcuna logica. Ad esempio, finchè non si è poveri, tutti ugualmente poveri, tutti liberamente poveri, poveri per amore, fatti poveri per aiutare i poveri, non ci può essere pace. Ad esempio, finchè non si perdona, non si accetta anche di morire — per amore dei fratelli — finchè non ti lasci anche uccidere, se necessario, invece di vendicarti, non ci può essere pace; è un altro modo di essere poveri: poveri e liberi dal proprio io, o uomo o nazione che tu sia.

 

Ad esempio, finchè l’uomo non si libera perfino dalla propria cultura, da tutte le ideologie umane, e non pensa che ognuno è un uomo che ha il diritto di credere secondo la sua coscienza, nel rispetto di ogni uomo, non ci può essere pace sulla terra.

 

Una terza forma di essere poveri e liberi: questo vale perfino per la chiesa, per ogni chiesa, e per ogni confessione religiosa.

 

Altrimenti anche la chiesa può essere un focolaio di guerra. Le guerre di religione infatti sono state sempre le più feroci. Anzi, la guerra non è che la religione del maligno. Per questo Satana è fin dal principio omicida.

 

Ad esempio, non ci può essere pace finchè tu cerchi di non fare la guerra solo per paura, per il terrore di morire. Vuol dire che tu non vuoi ancora la pace, ma che semplicemente paventi la guerra.

 

La pace è un bene assoluto, il solo bene che va desiderato per se stesso. Perché solo allora si è liberi, veramente disposti e disponibili per la pace.

 

 

Diversamente, se tu non avessi paura, faresti anche la guerra? Ora, tutti hanno paura: non è che vogliono la pace. Solamente quest’uomo libero da tutte le paure è figlio della tua pace, o Signore.


Agire per la pace futura

 

 

Fabiola Falappa

 

 

 

La pace interiore produce la pace esterna,

la pace esterna nutre la pace interiore.

(R. Panikkar)

 

I poteri che generano armonia

 

In quest’ultimo appuntamento dedicato alla riflessione e all’ascolto della testimonianza di Etty Hillesum, ho scelto di mettere in dialogo questa grande donna, che abbiamo pian piano imparato a conoscere, con un’altra pensatrice altrettanto preziosa per la crescita spirituale di ogni giovane e che saprà aiutarci a rileggere e porre in prospettiva gli scritti di Etty, così da permetterci di pronunciare un’ultima parola, ma ovviamente mai definitiva: pace. Mi sto riferendo ad Hannah Arendt, nata anch’essa da famiglia ebraica, che durante la sua permanenza in Francia si prodigò per aiutare esuli ebrei della Germania nazista. Ad ogni modo, dopo l’invasione e la conseguente occupazione tedesca della Francia, durante la seconda guerra mondiale e la successiva deportazione di ebrei verso i campi di concentramento tedeschi, dovette emigrare. Da questo vissuto esperienziale Hannah matura la concezione in base alla quale la causa della distruzione della coscienza umana è da imputare alle logiche tipiche del male e alla banalità che lo caratterizza.

È infatti dalla coscienza che scaturisce, secondo lei, all’opposto, l’energia per trasformare la realtà che ci circonda: una coscienza desta, vigile e critica è capace di apportare alla società grandi benefici e di essere realmente efficace nella storia. Così Arendt indaga la struttura sociale, le logiche di massa, fino a far riferimento alla mentalità e ai comportamenti comuni e quotidiani; in ciascuno di questi ambiti emerge un sistema globale che conduce all’ottundimento della coscienza umana. Di certo anche Etty avrebbe sottoscritto la lucida descrizione che Arendt rivolge a quegli anni terribili e bui. Ciò è ravvisabile, per sceglierne uno, nel passo seguente:

«Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove»[1].

Mentre dominio e violenza comportano prevaricazione e rottura delle relazioni intersoggettive, il potere è per Arendt l’energia «che si genera quando le persone si riuniscono e “agiscono di concerto”»[2], è la forza che nasce dalla cooperazione. In questo senso le grandi facoltà dell’uomo sono tutte delle forme di potere. È possibile individuare allora sei forme di potere che corrispondono al rafforzamento di altrettante facoltà umane che aiutano a trasformare la società iniziando a “cercare in noi stessi”, per dirla con Etty.

La prima è il potere di pensare, che infatti richiede la cooperazione tra l’ego e l’alter interiori. Il pensiero è un colloquio interiore e intimo dove l’io di una persona dialoga con la sua coscienza. L’uomo diviene eticamente stupido, “banale”, come Eichmann, quando questo pensare etico e dialogico della coscienza si spegne e si diventa acritici, insensibili, irresponsabili.

C’è poi il potere di giudicare, cioè di discernere il bene e il male nelle situazioni sociali, politiche, storiche. Senza giudizio non c’è autentica azione politica né può essere costruita la democrazia.

Il potere di volere dà corso concreto alla libertà, fa sì che la persona sia coerente con questo suo essere originariamente libera. Qui la scelta è insieme l’attestazione della finitezza e dell’immensa dignità della persona umana. Tutti questi poteri caratterizzano l’originalità della presenza nel mondo di ciascuno di noi, originalità che viene alla luce nell’azione. Il potere di agire e di cooperare è il fondamento di una vita buona comune.

Ma più che in ogni altra forma di potere la luce di una coscienza desta, e non al contrario totalmente passiva di fronte ai sistemi sociali e alle ideologie, si manifesta nel suo confronto con il tempo, in particolare con il passato e con il futuro.

Il potere di perdonare è un modo per vincere gli effetti negativi del male subito, cosicché il passato non è revocabile e tuttavia sono orientabili diversamente i suoi frutti.

«Il potere di promettere è invece un modo per orientare le relazioni e i comportamenti nel futuro. Esso ci sfugge per definizione, eppure gli uomini possono farsi garanti, l’uno per l’altro, di un atteggiamento positivo, leale, responsabile nella relazione dischiusa o rinnovata dalla promessa»[3].

 

Nascere all’azione cosciente

 

Porsi in ascolto delle loro riflessioni intrecciate, in cooperazione appunto, significa riscoprire la libertà di agire contro gli idoli della società di massa, superare il conformismo sociale, che manifesta oggi tutto il suo strapotere, per riattingere all’energia originale dell’agire, frutto di una costante maturazione della vita della coscienza personale. In questa visione antropologica l’uomo è soggettività nascente e dunque libera, aperta a una pienezza ancora sconosciuta e a un compimento che non coincide con la morte.

«Il corso della vita diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare»[4].

Da questo passo emerge, a mio avviso, l’auspicabile rottura arendtiana rispetto a tutto ciò che è “inevitabile” agli occhi dell’essere umano ormai caduto nell’abitudine del vivere senza la luce della coscienza attiva. Ciascuno si convince e finisce per credere che il “normale” corso dell’esistenza porti alla distruzione totale, all’annientamento, ma è possibile andare oltre la credenza a questa fatalità facendo emergere l’unica facoltà che è così potente da interrompere il corso stesso della vita: l’azione cosciente. Quella che, a mio avviso, Etty Hillesum ha saputo testimoniare e incarnare ad ogni passo della sua esistenza nascente, costantemente lucida e fonte di speranza e coraggio per ogni altro.

La facoltà dell’azione può giungere allora ad interferire con la legge della mortalità, con il corso quotidiano e inesorabile della vita spesa tra nascita e morte, e realizzare il miracolo di una vita finalmente compiuta, già solo perché continuamente pronta ad iniziare sempre e di nuovo.

Solo l’agire ha come presupposto essenziale infatti la pluralità degli esseri umani: esso, a differenza di altre facoltà sperimentabili nell’isolamento, non può realizzarsi senza la partecipazione, la reazione, la cooperazione, la risposta e l’opposizione da parte di altri. Sottolineare questo aspetto ritengo significhi compiere già un primo passo contro l’attuale elogio della sfera privata che comporta conseguentemente il ripiegamento su di sé, l’isolamento personale e una intimità esasperata, tutte forme in opposizione radicale rispetto all’autentica armonia capace di generare quella pace tanto desiderata.

«L’azione, diversamente dalla fabbricazione, non è mai possibile nell’isolamento; essere isolati significa essere privati della facoltà di agire. Azione e discorso necessitano della presenza degli altri, allo stesso modo in cui la fabbricazione necessita della presenza della natura e dei suoi materiali, e di un mondo in cui collocare il prodotto finito. (…) La storia è piena di esempi dell’impotenza dell’uomo forte e superiore che è incapace di procurarsi l’aiuto o la collaborazione del suo prossimo»[5].

Ed è proprio dall’esempio di Etty che impariamo a cogliere nella storia quei semi, dai più neanche percepiti, di pace: dal potere che può fiorire da una donna apparentemente debole e indifesa eppure capace di far generare tutta la forza che scaturisce dalle virtù interiori appena ricordate, in riferimento alla riflessione di Annah Arendt. Il suo scopo è proprio quello di comunicare questo sguardo positivo a chi ha accanto, tanto da affermare la sua intenzione di “farsi pane spezzato” come un altro Cristo, per i compagni di prigionia, condividendo il suo tempo e la sua gioia. Tale energia armonica, abbiamo sottolineato spesso durante questo cammino percorso insieme, nasce in lei dalla scoperta della sensazione di rimanere in ogni momento nell’abbraccio del suo Creatore e amante delle sue creature, che continua a mostrarle il suo volto anche nel campo di prigionia o mentre è in partenza sul suo vagone.

Dopo aver considerato tutti questi tratti di profonda e intima ricchezza che dipingono la persona di Etty, potendo sostenere di averla ormai pienamente come amica e interlocutrice speciale, possiamo lasciarci con uno dei suoi passi più conosciuti che è insieme un augurio e una certezza di realizzazione per tutti e per ciascuno di noi, di voi.

«Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio verso il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile»[6].

 

 

NOTE

 

[1] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), p. 366.

[2] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1989, p. 180.

[3] Ibidem, pp. 174-182.

[4] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, cit., p. 182.

[5] Ibidem, pp. 137-138.

 

[6] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), p. 638.


Il volto della pace

 

Paul Éluard

Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba

e il più naturale è la testa dell’uomo.

L’amore della giustizia e della libertà

ha prodotto un frutto meraviglioso.

Un frutto che non marcisce

perché ha il sapore della felicità.

Che la terra produca, che la terra fiorisca

che la carne e il sangue viventi

non siano mai sacrificati.

Che il volto umano conosca

l’utilità della bellezza

sotto l’ala della riflessione.

Pane per tutti, per tutti delle rose.

L’abbiamo giurato tutti.

Marciamo a passi da giganti.

E la strada non è poi tanto lunga.

Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,

coglieremo alla svelta l’alba e la primavera

e prepareremo i giorni e le stagioni

a seconda dei nostri sogni.

La bianca illuminazione

di credere tutto il bene possibile.

L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.

L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso

dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.

Fertile fuoco dei grani delle mani e delle parole

un fuoco di gioia s’accende e ogni cuore si riscalda.

La vittoria si appoggia sulla fraternità.

Crescere è senza limiti.

Ciascuno sarà vincitore.

La saggezza è appesa al soffitto

e il suo sguardo cade dalla fronte come una

lampada di cristallo

la luce scende lentamente sulla terra

dalla fronte del più vecchio passa al sorriso

dei fanciulli liberati dal timore delle catene.

Pensare che per tanto tempo l’uomo ha fatto

paura all’uomo

e fa paura agli uccelli che porta nella sua testa.

Dopo aver levato il suo viso al sole

l’uomo ha bisogno di vivere

bisogno di far vivere e s’unisce d’amore

s’unisce all’avvenire.

La mia felicità è la nostra felicità

il mio sole è il nostro sole

noi ci dividiamo la vita

lo spazio e il tempo sono di tutti.

L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.

Eravamo nel millenovecento diciassette

e conserviamo il senso

della nostra liberazione.

Noi abbiamo inventato gli altri

come gli altri ci hanno inventato.

Avevamo bisogno gli uni degli altri.

Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali

noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa:

verso nostro fratello.

Colmeremo l’innocenza

della forza che tanto a lungo

ci è mancata

non saremo mai più soli.

Le nostre canzoni chiamano la pace

e le nostre risposte sono atti per la pace.

Non è il naufragio, è il nostro desiderio

che è fatale, e la pace inevitabile.

L’architettura della pace

riposa sul mondo intero.

Apri le tue ali, bel volto;

imponi al mondo di essere saggio

poiché diventiamo reali,

diventiamo reali insieme per lo sforzo

per la nostra volontà di disperdere le ombre

nel corso folgorante di una nuova luce.

La forza diventerà sempre più leggera

respireremo meglio, canteremo a voce più alta

 

L’umano nell’uomo

Alessandro D’Avenia 

 

 

«Lavorando al libro negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani».

 

Queste parole dello scrittore ucraino Vasilij Grossman, in cui si riferisce al suo capolavoro «Vita e destino», sono tratte da una lettera scritta alla madre nel 1961, benché fosse morta vent’anni prima. Le scrisse infatti due lettere, una a 10 e una a 20 anni dalla morte, cercando di elaborare un lutto impossibile: di lei non era rimasto nulla, neanche la tomba.

 

Le sue parole mi sono tornate in mente vedendo l’immagine di una madre con in braccio un bambino in fuga da Kiev o quella della madre incinta, ferita e scampata al bombardamento dell’ospedale di Mariupol in cui era ricoverata per l’imminente parto.

 

 

In sua madre Grossman vede l’umanità intera. Il suo non è un ricordo sentimentale: cronista dell’assedio di Stalingrado e delle imprese dell’Armata rossa contro Hitler, aderì con convinzione al progetto imperialistico sovietico di Stalin, lo stesso rievocato da Putin. Ma quando, nel 1944, tornò nella sua città natale, Berdicev, in Ucraina, scoprì che la madre era stata uccisa dai nazisti insieme ad altri trentamila ebrei, con la collaborazione di molti ucraini in cui covava la stessa violenza.

 

L’evento e poi l’orrore che vide nella Russia stalinista incrinarono la sua fede politica: aveva capito che nazismo e comunismo erano figli della stessa volontà di potenza e ciò che salva l’umanità non sono le «ideologie del bene» ma «i buoni». Lo narra in ogni pagina di Vita e destino, il capolavoro dedicato proprio alla madre che, sequestrato dalla polizia sovietica, fu preservato dall’amico fisico Andrej Sacharov nei microfilm dei suoi esperimenti di laboratorio e portato fuori dai confini sovietici: uscì in Svizzera nel 1980, in Italia nel 1984, quando l’autore era morto in disgrazia ormai da vent’anni.

 

Nella prima delle due lettere alla madre Grossman scrive: «Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdicev, sono entrato nella casa dove avevi vissuto e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata. Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta. Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941. Ho provato a immaginare il tuo assassinio centinaia di volte e il modo in cui sei andata incontro alla tua fine. Ho provato a immaginare l’uomo che ti ha uccisa. E stata l’ultima persona che ti ha vista viva. So che hai pensato a me per tutto il tempo... Oggi ti penso proprio come se fossi viva, come quando ci siamo visti per l’ultima volta e come quando da piccolo ti ascoltavo mentre leggevi ad alta voce. E sento che il mio amore per te e questa terribile agonia sono ancora oggi uguali e rimarranno con me fino alla fine dei miei giorni».

 

Le due lettere sono state trovate dai biografi di Grossman (John e Carol Garrard, Le ossa di Berdicev) nel fascicolo a lui dedicato negli archivi del KGB, con la foto di corpi gettati in una fossa comune scattata dopo la fucilazione. Vita e destino è un tributo alla madre. Indimenticabile il capitolo in cui immagina che il suo alter ego narrativo, Viktor Strum, riceva l’ultima lettera proprio da sua madre, non a caso ebrea mandata nel ghetto di Berdicev come quella di Grossman e consapevole della fine ormai vicina: «Sento piangere delle donne, per strada, sento i poliziotti che imprecano; guardo queste pagine e mi sento in salvo da questo mondo tremendo e pieno di dolore. Come posso finire questa lettera? Dove troverò le forze, figlio mio? Ci sono forse parole d’uomo in grado di esprimere il mio amore per te? Ti bacio, bacio i tuoi occhi, la tua fronte, i capelli. Ricordati che l’amore di tua madre è sempre con te, nella gioia e nel dolore, e che nessuno potrà mai portartelo via. Viktor, mio caro... È l’ultima riga dell’ultima lettera che ti scrive tua madre. Vivi, vivi per sempre».

 

L’amore della madre fu per Grossman la salvezza nell’orrore e il cuore del suo capolavoro: che cosa salva l’uomo? Che cosa gli consente di avere vita e non soccombere al destino? Non trovò la risposta in nessuna filosofia, religione, morale o fede politica, ma nell’esempio materno, a lei infatti Grossman scrive così nella seconda lettera-anniversario: «Piango sulle tue lettere perché in esse vedo la tua bontà, la purezza del tuo cuore, il tuo destino terribile e amaro, la tua onestà e generosità, il tuo amore per me, la tua attenzione nei confronti del prossimo e la tua stupenda intelligenza. Non ho timore di nulla, perché il tuo amore è con me e perché il mio amore rimarrà con te per sempre». La parola «per sempre» chiude sia la lettera immaginaria della madre a lui nel romanzo sia la lettera vera di lui alla madre nell’anniversario della morte. Un per sempre reso possibile solo dall’indistruttibile amore materno, come Grossman, benché non credente, scrisse nel 1955 nel suo racconto più bello, La Madonna Sistina (consiglio di leggerlo in queste ore), in cui, guardando il famoso quadro di Raffaello della Madonna con in braccio il bambino, custodito a Dresda, ricorda le donne che ha visto proteggere i figli nell’orrore della guerra, madri che restarono madri, pronte a «ri-dare» la vita, e così scopre ciò che salva l’uomo e preserva la vita dal destino: «La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta... E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».

 

L’umano nell’uomo, per Grossman, è la Madre con il Bambino in braccio. Quando noi maschi riusciamo a guarire dall’oscuro fascino della guerra, maschera ultima del potere con cui cerchiamo un po’ di consistenza per il nostro piccolo io che cerca di esistere un po’ di più? Quando scopriamo che a dare consistenza all’io non è il potere ma l’amore, che amore è privarsi volontariamente del potere senza rinunciare per questo alla forza, una forza che serve a difendere e confortare e non a sottomettere, e questo lo possiamo imparare dalle madri che sanno «dare la vita», «mettere al mondo», «dare alla luce», ma non usano questa possibilità per affermare se stesse attraverso l’altro ma per affermare nell’altro l’unicità che hanno trovato in se stesse, come Grossman scrive in righe di Vita e destino che non dimenticherò mai: «La vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come un mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo. Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà».

 

 

Dare la vita è il compito a cui siamo chiamati tutti, indipendentemente dal generare biologicamente: questo è ciò che Grossman mi ha insegnato e questo è ciò che lui aveva imparato da sua madre.

“Il genere umano deve ricordare che la pace non è il dono di Dio alle sue creature; la pace è il dono che ci facciamo gli uni con gli altri.”

 

 

ELIE WIESEL

 

"Devi seguire i percorsi che la vita delinea davanti a te, in questo momento, le difficili vie di questo pezzo di storia in cui oggi ci ritroviamo a vivere. Devi continuare a vedere la tua vita in questa cornice più grande. Se davvero sta crescendo un sentimento forte, va bene, lascia che cresca tranquillamente. E quello che talvolta temo, cioè di andare troppo oltre in un sentimento, non è possibile. Bada a che non ti distrugga e non ti riduca in polvere, ma ti riempia di vita e ti renda creativa.

 

Come se, in questo piccolo segmento di storia umana, fossi uno dei tanti apparecchi di ricezione che deve ritrasmettere i messaggi.Una volta, sulle scale dell'università, Hans du Puis mi ha detto: “Sei una persona davvero radiosa”. Credo sinceramente che potrei esserlo, potrei anche dare un po' di forza alla vita degli altri ed essere davvero felice, perché anche l'autentica felicità è un traguardo: essere davvero felice dentro, accettare il mondo di Dio e goderne senza voltare le spalle a tutta la sofferenza che vi regna. È una così triste orda, l'umanità oggi: tanto poco felice di vivere, nel vero senso della parola, e tanto poco radiosa.La cosa più deprimente è sapere che quasi mai, nelle persone con cui lavoro, l'orizzonte interiore si amplia in seguito alle sofferenze che quest'epoca infligge. Non soffrono neppure in profondità. Odiano, e sono ciecamente ottimisti se si tratta della loro piccola persona, e sono ancora ambiziosi per il loro piccolo impiego; è una gran porcheria e ci sono dei momenti in cui mi perdo completamente d'animo e vorrei abbandonare la testa sulla macchina da scrivere e dire: non posso più andare avanti così. Ma poi vado avanti, e imparo sempre qualcosa sugli uomini. Sii radiosa."

 

Etty Hillesum

 

La pace a tutti costi

 

Primo Mazzolari

 

Ci siamo accorti che non basta essere custodi della pace e neanche uomini di pace nel nostro intimo, se lasciamo che altri ne siano i soli testimoni.

Come cristiani dobbiamo essere in prima linea nello sforzo comune verso la pace.

Davanti per vocazione non per paura.

Quando fa buio la lampada non la si mette sotto la tavola.

Opponendo guerra a guerra, violenza a violenza non si fa' che moltiplicare le rovine. Invece di uno saremo in due a buttar giù, non importa se per ragioni o con animi opposti. Perché non ammazzo chi non è d'accordo con me, non vuol dire che io sia d'accordo con lui. Non l'ammazzo perché sono certo che la mia verità ha tanta verità da superare l'errore dell'altro.

La verità non ha bisogno della mia violenza per vincere.

Il cristiano è contro ogni male, non fino alla morte del malvagio, ma fino alla propria morte, dato che non c'è amore più grande che quello di mettere la propria vita a servizio del bene del fratello perduto.

Vince chi si lascia uccidere, non chi uccide. La storia della nostra redenzione si apre con la strage degli Innocenti e si chiude con il Calvario.

Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno le ragioni della pace. Al pari della fede, della speranza e della carità, la pace è vera beatitudine, quando non c'è tornaconto o interesse o convenienza, vale a dire quando incomincia a sembrare follia davanti al buon senso della gente ragionevole.

Tutti si battono e si sputano addosso e aizzano gli uomini, i tuoi figli, gli uni contro gli altri.

Tutti si armano pieni di superbia.

 

Tutti fanno come se la pace e la guerra fossero in loro potere.


Pasolini.."il discepolo amato"

"Morsicato da Gesù Cristo"

 

Enzo Bianchi

 

 

Per il centenario della nascita di Pierpaolo Pasolini molti hanno scritto su di lui ma non ho trovato riferimenti alla sua postura di “morsicato da Gesù Cristo”. Eppure Pier Paolo ha lasciato molte tracce nei suoi scritti, nelle opere cinematografiche e anche, sconosciuta ai più, nella sceneggiatura di un film mai realizzato su Paolo di Tarso. Vale forse la pena che condivida alcuni miei incontri con lui che hanno avuto per me profondo significato.

 

Incontrai per la prima volta Pasolini nel 1963 su una terrazza della Pro Civitate Christiana di Assisi. Era un pomeriggio di ottobre carico di silenzio e lui aveva un libriccino in mano che leggeva, staccandone sovente lo sguardo fissarlo nel vuoto, per pensare. Mi disse di essere affascinato dal Vangelo, soprattutto dal Vangelo secondo Matteo, e che “non fare un film ma lasciare che il Vangelo stesso fosse un racconto visivo”. Iniziò così la nostra conversazione, della quale annotai subito alcune frasi per non dimenticarle: “Io non credo che Cristo sia Figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella mia coscienza, ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, così rigorosa e ideale, da andare al di là dei comuni termini dell’umanità”.

Ci rivedemmo ancora a Torino dove mi parlò della sua intenzione di lavorare per un film sull’apostolo Paolo. Diffidando del ritratto che Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, offre di Paolo, Pasolini intendeva utilizzare soltanto la trama degli Atti degli Apostoli e far parlare Paolo solo attraverso i testi delle sue lettere. Per l’apostolo Paolo aveva una passione profonda come per Cristo: una passione in cui carne e sangue erano presenti, mai negati, ma per così dire sovraesaltati. Nel maggio del 1968 scrisse un “Abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo”, di cui parlammo ancora ad Assisi in Pro Civitate, e la sua preoccupazione era, come disse, che “San Paolo risultasse vivo qui e ora tra noi”. Per questo voleva rendere contemporanee le città e il Mediterraneo di Paolo, e far risuonare le parole dell’apostolo a Londra, Barcellona e oltre Atlantico. Pasolini era affascinato dal Paolo che predicava la croce, lo scandalo per gli uomini religiosi, la follia per gli intellettuali. Vedeva la morte violenta dell’apostolo accadere in una New York di acciaio e cemento, emblema del mondo disumanizzato che è diventato il nostro.

 

Un giorno del 1969, più oppresso del solito nel condividere con me le forti tensioni di quell’anno così denso di cambiamenti e di violenza, mi confessò: “Anch’io sono caduto da cavallo come Paolo, ma un piede è rimasto nella staffa e così continuo a battere la testa qua e là!”. Mentre mi diceva questo un’inenarrabile tristezza gli saliva al cuore e affiorava sul suo volto scavato. Tre anni fa incontrai ancora una volta a Cadaqués il mio caro amico Enrique Irazoqui (l’attore che interpretò Gesù nel Vangelo secondo Matteo) poco prima che morisse. Insieme ricordammo Pier Paolo, la luce che attraversa la sua tristezza, l’enigma della sua costante e testarda interpretazione di se stesso come inascoltato profeta e come ”povero Cristo”.

 Secondo Matteo

 

A 100 anni dalla nascita di Pasolini

 

Piero Stefani

 

 

Alla 25a mostra del cinema di Venezia (1964) il Leone d’oro fu assegnato a Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, con protagonista la compianta Monica Vitti. Dopo l’oro, l’argento, il secondo premio, fu assegnato a Il Vangelo secondo Matteo, pellicola (allora lo si poteva dire alla lettera) dedicata «alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII», morto, come era a tutti noto, nel giugno dell’anno precedente. Gli spettatori invece ignoravano la tragica fine a cui sarebbero andati incontro i due uomini fotografati, seduti uno accanto all’altro, nella sala cinematografica del Lido.

Uno, più alto, indossava un doppiopetto scuro; l’altro, più minuto, uno smoking. Si trattava del presidente del Consiglio in carica, on. Aldo Moro, e del regista del film, Pier Paolo Pasolini. Il primo sarebbe stato ucciso nel maggio del 1978, mentre il secondo sarebbe stato trucidato il giorno dei morti del 1975. Erano lì per vedere un film che, dopo aver dato ampio spazio alla morte in croce, terminava con un sobrio riferimento alla risurrezione di Gesù, evento in cui uno solo dei due illustri personaggi credeva.

A quanto è dato sapere, in un primo momento l’ateo Pasolini si proponeva di terminare la propria opera con la scena della morte di Gesù. Poi ci ripensò. Avrebbe forse potuto fare altrimenti, visto che era suo desiderio «che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d’Italia e del mondo»? [1] Un ambito quest’ultimo, in un certo senso, simboleggiato, nella sala del Lido, dal cattolico praticante Aldo Moro.

Di certo la pellicola fu in seguito presente in svariati cinema parrocchiali, probabilmente in nessuno di essi fu però proiettata nella domenica di Pasqua. Oggi anche quelle sale appaiono, del resto, mondi altrettanto lontani dal misero squallore dei Sassi di Matera d’allora, principale sfondo di un film che, ai nostri occhi, si presenta pure come vivido documento dell’antica povertà delle genti meridionali.

L’incontro che indusse il regista non credente a progettare e a realizzare Il Vangelo secondo Matteo fu, in sostanza, casuale. In una lettera scritta a Lucio Caruso della Pro Civitate di Assisi nel febbraio del 1963, Pasolini affermò che la prima volta in cui aveva soggiornato là aveva trovato «accanto al capezzale» una copia del «Vangelo: vostro delizioso-diabolico calcolo!». L’esca, per così dire, funzionò.

Dopo vent’anni in cui non l’aveva più preso in mano, Pasolini lesse Matteo «tutto di seguito, come un romanzo» e nell’esaltazione della lettura, la maggiore fra tutte, gli venne subito l’idea di farne un film. Vangelo al singolare. Non so dimostrarlo sul piano documentario, ma tutto lascia ritenere che sul comodino ci fosse un volumetto che conteneva tutti e quattro i Vangeli. Pasolini lesse però solo il primo, Matteo; lo percepì come una totalità in sé compiuta. Anzi, colse quel libro come una presenza; è forse un caso che Pasolini impieghi un’espressione, «accanto al capezzale», di solito usata per chi è vicino a una persona malata?

 

Come un romanzo

 

Ci s’imbatte all’improvviso in un testo in grado di essere letto tutto in una volta come un romanzo. Solo una piccola parte dei libri biblici è predisposta a essere assunta in questo modo. Tra essi ci sono certo i Vangeli i quali, nella loro forma letteraria, sono pur sempre delle biografie, per quanto sui generis.

Una delle caratteristiche che li distinguono dai racconti della vita degli uomini illustri presenti nella cultura classica è la mancata descrizione dei tratti fisici del protagonista. Che Gesù abbia un corpo è prepotentemente affermato attraverso la presentazione dei suoi gesti, dei suoi rapporti con le altre persone e, in massimo grado, del suo patire. Mentre l’aver sottaciuto le sue fattezze fisiche ha contribuito a far sì che, nel corso delle epoche, i modi di rappresentare la sua figura risentissero, in maniera determinante, della cultura del tempo.

Gesù Cristo è stato rappresentato ieratico e umiliato, sacerdote composto sulla croce e uomo dei dolori contorto fino alla deformazione, biondo e carezzevole o bruno e vigoroso, col volto trasfigurato o con il viso dai lineamenti puramente umani.

Nella modernità, la soggettività dell’interprete ha acquistato maggior spazio. Sui modi di rappresentare Gesù si proiettano sempre più i convincimenti e i sentimenti dell’interprete. Ciò vale anche per Pasolini, a cominciare dalla scelta di affidare il ruolo di Gesù al diciannovenne studente catalano antifranchista Enrique Irazoqui.

Nel film Cristo diviene portavoce del mondo degli umili, dei poveri, dei malati e, in modo eminente, dei bambini, per questo si contrappone ai potenti. Il contrasto era perciò inevitabile. Fin dal principio si coglie che la decisione di Gesù di schierarsi dalla parte delle vittime lo condurrà a essere lui stesso vittima. Gesù adulto compare per la prima volta quando si fa battezzare da Giovanni al Giordano; la sequenza nel film è contraddistinta da un frammento tratto dalla mozartiana Musica funebre massonica, brano che fungerà da sottofondo a tutta la lunga scena della crocifissione. [2]

Se ci si limitasse a ciò, il discorso si concentrerebbe (come non di rado avvenne negli anni Sessanta) sui limiti e sulla portata del marxismo pasoliniano. Il grande salto ermeneutico e artistico compiuto dal poeta, scrittore e regista fu invece la necessità di dar spazio anche a coloro che credono nel Vangelo: «Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è modello – sia pure irraggiungibile – per tutti». [3]

Occorre però spingersi ancora più in là; in Pasolini vi è qualcosa di più del rispetto, pur autentico, della sensibilità altrui. A essere in gioco è la comprensione stessa del testo. Il regista scrisse di non poter, in quanto ateo, raccontare il Vangelo in modo classico: «D’altra parte però volevo filmare il Vangelo secondo Matteo, cioè raccontare la storia di Cristo figlio di Dio. Dovevo dunque narrare un racconto cui non credevo. Non potevo essere io a narrarlo (...) per poter raccontare il Vangelo, ho dovuto immergermi nell’anima di un credente, Piero della Francesca, per esempio». [4]

 

«Tu chiami, Cristo, e senza luce»

 

Lo sforzo ermeneutico di Pasolini non ebbe nulla da spartire con una conversione. Gesù è rappresentato nel film con un volto sempre e solo umano (la Trasfigurazione – Mt 17,1-8 – non viene rappresentata); eppure egli è presentato nel contempo come figlio di Dio. Pasolini, attraverso la lettura filmica delle pagine evangeliche, riuscì a dare maggiore consistenza a un’intuizione poetica da lui avuta più di vent’anni prima nella Domenica uliva, componimento centrale del ciclo Poesia a Casarsa (1942).

In riferimento alla Domenica della Palme vi si legge il verso: «Tu clàmis, Crist, e senza lum» («tu chiami, Cristo, e senza luce»). Secondo Pasolini, queste parole avrebbero potuto costituire la più efficace epigrafe del suo film. L’inatteso incontro con le pagine del primo Vangelo irrobustisce così inquietudini e sentimenti antichi aprendo uno spiraglio verso una nuova luce o forse verso una nuova e più consapevole oscurità.

Nel film, interamente basato (salvo una fuggevole eccezione) su parole contenute nel Vangelo di Matteo, la scelta di assumere Piero della Francesca come testimone della fede trova riscontro fin dalla scena iniziale. In essa la giovanissima Maria è raffigurata in base a un modello iconico che richiama scopertamente la Madonna del parto di Monterchi, meta per secoli di pie visite di donne prossime alla maternità. [5]

Altrettanto non può dirsi per un altro celeberrimo affresco di Piero, il Risorto di Sansepolcro («il Cristo contadino», per dirla con Giorgio Bassani). Nel film non vi è alcuna trionfale uscita dalla tomba; in esso non sventola alcuno stendardo. L’umile risurrezione pasoliniana non avrebbe tollerato una plateale uscita dal sepolcro. In questo senso la fedeltà al dettato evangelico è massima: i Vangeli, a differenza dell’iconografia occidentale, non descrivono mai Gesù che sta uscendo dalla tomba.

Per altri versi invece Pasolini abbandona completamente il testo matteano. La decisione di rendere lo stupefatto volto di Maria di Nazaret specchio indiretto della risurrezione non trova alcun riscontro testuale né nel primo Vangelo, né altrove. Invero nel presentare la vicenda della Passione, il film integra il Vangelo di Matteo con quello di Giovanni. Ciò avviene a motivo della presenza sia di Maria sia del «discepolo amato» i cui occhi riempiono, più volte, da soli, l’intero schermo.

Le immagini comunicano quanto alle parole (non matteane) è precluso dire: «Donna ecco tuo figlio (...) ecco tua madre» (Gv 19,26-27). Le modalità di ripresa suggeriscono l’esistenza di un’identificazione di Pier Paolo con il «discepolo amato», ipotesi potentemente rafforzata dal fatto che il ruolo di Maria anziana fu affidato alla madre del regista, Susanna Pasolini.

 

 

NOTE

 

1 Cf. G. Bertagna, Il volto di Gesù nel cinema, Pardes Edizioni, Bologna 2005, 28.

2 Le musiche nel film provengono da fonti eterogenee: Bach, Mozart, Prokofiev, Missa Luba, spiritual, blues riproposte, in genere, secondo la tecnica del Leitmotiv.

3 Cf. Bertagna, Il volto di Gesù nel cinema, 28s.

4 P.P. Pasolini, Per il cinema. Vol. II. Mondadori, Milano 2001, 2889-2900.

5 La Madonna del parto compare nei film: La prima notte di quiete (1972) di Valerio Zurlini e Nostalghia di Andrej Tarkovskij (1983), in entrambi i casi collocata lontana da Monterchi.

 

 

(Il Regno Attualità, 4/2022, 15/02/2022, pag. 132)


PASOLINI PIER PAOLO (1922-1975)

 

 

 

"Il Cristo, se tornasse, sarebbe lo scandalo" (Pier Paolo Pasolini). Commenta lo storico Alberto Melloni: "Si, perché rappresenta un modo di parlare di Dio che sfugge alle nostre schematizzazioni, che sbriciola i nostri tentativi di rappresentare Dio in una forma fruibile, utile. Il Dio di cui parla Gesù è sempre scandalosamente più buono di come lo vorremmo e, al tempo stesso, sempre scandalosamente più esigente di come a noi farebbe comodo".

 

Lettera di Pier Paolo Pasolini al Dott. Lucia S. Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi.

 

febbraio 1963

 

Caro Caruso, vorrei spiegarle meglio per scritto, quello che le ho confusamente confidato a voce.

 

La prima volta che sono venuto da voi a Assisi, mi sono trovato accanto al capezzale il Vangelo: vostro delizioso diabolico calcolo! E infatti tutto è andato come doveva andare: l'ho riletto - dopo circa vent'anni (era il quaranta, il quarantuno, quando, ragazzo, l'ho letto per la prima volta: e ne è nato “ L'Usignolo della Chiesa Cattolica ”, - poi l'ho letto solo saltuariamente, un passo qua, un passo là, come succede...).

 

Da voi, quel giorno, l'ho letto di seguito, come un romanzo. E, nell'esaltazione della lettura - Lei lo sa, è la più esaltante che si possa fare! - mi è venuta, tra l'altro, l'idea di fame un film. Un'idea che da principio mi è sembrata utopistica e sterile, “esaltata ”, appunto. E invece no. Col passare dei giorni e poi delle settimane, questa idea si è fatta sempre più prepotente e esclusiva: ha cacciato nell'ombra tutte le altre idee di lavoro che avevo nella testa, le ha debilitate, devitalizzate. Ed è rimasta solo lei, viva e rigogliosa in mezzo a me.

 

Solo dopo due o tre mesi, quando ormai l'avevo elaborata - e mi era diventata del tutto familiare - l'ho confidata al mio produttore: ed egli ha accettato di fare questo film cosi difficile e rischioso, per me - e per lui.

 

Ora, ho bisogno dell'aiuto vostro: di Don Giovanni, Suo, dei suoi colleghi. Un appoggio tecnico, filologico, ma anche un appoggio ideale. Le chiederei insomma (e, attraverso lei, con cui ho maggiore confidenza, alla “ Pro Civitate Christiana”) di aiutarmi nel lavoro di preparazione del film, prima; e poi di assistermi durante la regia.

 

La mia idea è questa: seguire punto per punto il “Vangelo secondo Matteo”, senza farne una sceneggiatura o una riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un'aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all'altezza poetica del testo.

 

È questa altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un'opera di poesia che io voglio fare. Non un'opera religiosa nel senso corrente del termine, né un'opera in qualche modo ideologica.

 

In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente - almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l'umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei .comuni termini dell'umanità. Per questo dico “ poesia ”: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo. Vorrei che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d'Italia e del mondo. Ecco perché ho bisogno della vostra assistenza e del vostro appoggio. Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è modello - sia pure irraggiungibile - per tutti.

 

 

 

Spero tanto che abbiate fiducia in me.

 

Le stringo la mano, affettuosamente, suo

 

Pier Paolo Pasolini

 

 

 

Lettera di Pier Paolo Pasolini al produttore Alfredo Bini.

 

 

 

giugno 1963

 

Caro Alfredo,

 

mi chiedi di riassumerti per scritto, e per tua comodità, i criteri che presiederanno alla mia realizzazione del “ Vangelo secondo San Matteo ”.

 

Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l'umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora “divina” è ai limiti della metaforicità, fino 'a essere idealmente una realtà. Inoltre: per me la bellezza è sempre una “bellezza morale”: ma questa bellezza giunge sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica: il solo caso di “bellezza morale” non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l'ho sperimentata nel Vangelo.

 

Quanto al mio rapporto “artistico” col Vangelo, esso è abbastanza curioso: tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come marxista ecc., per tutti gli anni Cinquanta il mio lavoro ideologico è stato verso la razionalità, in polemica coll'irrazionalismo della letteratura decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L'idea di fare un film sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia, rischiando. magari i pericoli dell'esteticità (Bach e in parte Mozart, come commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l'ispirazione figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così svisceratamente il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa. Tuo

 

La crocifissione

 

“Ma noi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei, stoltezza per i Gentili. ” .

 

Paolo, Lettera ai Corinti

 

 

 

Tutte le piaghe sono al sole

 

ed Egli muore sotto gli occhi

 

di tutti: perfino la madre

 

sotto il petto, il ventre, i ginocchi,

 

guarda il Suo corpo patire,

 

L'alba e il vespro gli fanno luce

 

sulle braccia aperte e l'Aprile

 

intenerisce il Suo esibire

 

la morte a sguardi che Lo bruciano.

 

 

 

Perché Cristo fu esposto in Croce?

 

 

 

Oh scossa del cuore al nudo

 

corpo del giovinetto... atroce

 

offesa al suo pudore crudo...

 

Il sole e gli sguardi! La voce

 

estrema chiese a Dio perdono

 

con un singhiozzo di vergogna

 

rossa nel cielo senza suono,

 

tra pupille fresche e annoiate

 

di Lui: morte, sesso e gogna.

 

 

 

Bisogna esporsi (questo insegna

 

il povero Cristo inchiodato?),

 

la chiarezza del cuore è degna

 

di ogni scherno, di ogni peccato

 

di ogni più nuda passione...

 

(questo vuol dire il Crocifisso?

 

sacrificare ogni giorno il dono

 

rinunciare ogni giorno al perdono

 

sporgersi ingenui sull'abisso).

 

 

 

Noi staremo offerti sulla croce,

 

alla gogna, tra le pupille

 

limpide di gioia feroce,

 

scoprendo all'ironia le stille

 

del sangue dal petto ai ginocchi,

 

miti, ridicoli, tremando

 

 

 

d'intelletto e passione nel gioco

 

del cuore arso dal suo fuoco,

 

per testimoniare lo scandalo.

 

 

 

Pier Paolo Pasolini: cattolici, non adeguatevi!

 

INEDITO. A trent'anni dalla morte, un dibattito sulla Chiesa in cui lo scrittore non credente propone un ideale di spiritualità che rivaluta la tradizione e la bellezza "popolari" della fede e chiede di non conformarsi alla modernità.

 

Brani tratti da una tavola rotonda che Giancarlo Zizola organizzò nella sede romana de 'Il Giorno' nel dicembre 1969.

 

Pasolini: "La domanda è questa: se quello che si esprime attraverso la liturgia è il popolo che voi dite come soggetto, mi pare non arriviamo a una distinzione classista in senso, diciamo, ormai ortodosso e convenzionale della parola. Cioè, quando voi parlate di popolo e borghesia fate una distinzione ancora psicologica o sociologica, ma non sociale e non classista ancora.

 

Ora, quando voi criticate il borghese, come sarei io ad esempio, che richiederebbe alla messa - almeno in linea

 

teorica perché in effetti io non vado a messa - il suo mistero, il suo momento estatico, il silenzio o il mistero di una lingua incomprensibile, voi fate un rimprovero massimalistico al borghese; lo chiamate borghese individualista e, in un certo senso, guardate un po' ironicamente questa sua esigenza misticheggiante, che è anche estetizzante. Ma allora vorrei citare una frase di Mircea Eliade che è abbastanza tipica. Egli dice che il popolo vive la ritualità in concreto, completamente, esistenzialmente, corporalmente; il popolo inteso in un senso vago della parola, cioè il popolo come era nelle civiltà contadine, nelle civiltà agrarie, nell'ambito in cui è nata la religione cristiana, vive il rito in concreto e la sua esperienza rituale –dice proprio così- equivale alla più intima esperienza privata, personale dell'uomo moderno. Cioè con questo si istituisce una specie di analogia tra l'esperienza estetica, perché no, di un uomo moderno e l'esperienza religiosa del popolo antico, contadino, preindustriale. Ora, secondo me, questa analogia ha una certa ragione d'essere. Non è che si possa buttar via tacciandola di estetismo e basta. E questa analogia, che si può trovare tra il popolo di oggi, tra l'uomo borghese moderno di oggi e il popolo preindustriale, è un fatto che si ripete oggi nelle chiese, perché in un certo senso il popolo è rimasto quello di allora; in parte è ancora in qualche modo come i preindustriali, vive ancora un'esperienza religiosa di tipo contadino, di tipo magico. E allora le donnette si trovano accanto, alla messa, un borghese colto, estetizzante. Quindi nella messa convivono queste due situazioni che sono analoghe”.

 

Balducci: “Noi rischiamo sempre di dimenticare che la nostra fede si deve riferire a un convivio, e non ad un banchetto religioso o magico, ma ad un banchetto normale, che conteneva l'intenzione salvifica del Signore.

 

Secondo me, proprio gli uomini per così dire meno religiosi, si trovano meglio nella liturgia rinnovata. E' una liturgia che domani sarà molto più adatta all'operaio secolarizzato che non al borghese colto, il quale dovrà umiliare la propria religione, il proprio soggettivismo, se vuol essere un credente”.

 

Marsili: “La liturgia come l'abbiamo fatta finora poteva essere ed è alienante, appunto perché espressione di una religione carica di un atavismo più o meno magico. Nel medioevo tutte le messe erano da morto e certi cattolici arrivavano al colmo dicendo che durante la messa l'anima, per la quale la messa era applicata, veniva liberata dal purgatorio.

 

Lutero li rimproverava di non fare la messa per i vivi, di non invitare la gente alla cena, ma di fare sacrifici per i defunti. E' in questo senso che oggi dobbiamo distaccarci da questo tipo di liturgia. Bisogna che cominciamo a diventare antitridentini e antimedievali, per fare la riforma. Il medioevo è stata la rovina della Chiesa cattolica, perché è stato la prostrazione della fede, riempita di tutto il magismo nordico. Quando sentiamo Ross definire il medioevo come il tempo delle cattedrali, dico che Ross non ha capito niente, perché quelle cattedrali sono per noi la moltiplicazione del tempio di Gerusalemme. Non deve restare pietra su pietra, arte o non arte che sia...”.

 

Pasolini: Arte e religione sono due fenomeni coesistenti e strettamente unitari”.

 

Marsili: “Sì, ma non è più fede, non è più cristianesimo...”.

 

Pasolini: “Il fatto è che gli edifici delle chiese - arte e religione - erano belli!”

 

Marsili: “È un altro discorso. Cristo annuncia la distruzione di un tempio e la ricostruzione in sé stesso, proprio per creare una forma nuova alla base della quale c'è solo la conversione. "Convertitevi!": Cristo non lo ha detto ai pagani, ma agli ebrei, che erano attaccatissimi alla religione”.

 

Pasolini: “Lo so, ma essere antimedievali e antitridentini significa essere alla retroguardia, cioè bisogna trovare qualcosa di più...”.

 

Balducci: “Per Pasolini, è chiaro, la Chiesa non può vivere solo se ha questa alimentazione "religiosa" . Non può ammettere la distinzione che noi ammettiamo tra fede e religione. Credo che egli ci chieda come

 

possa domani esistere ancora la Chiesa quando ipotizza il superamento di queste forme religiose”.

 

Burgalassi: “Ma io proprio come sociologo - a parte il fatto religioso - direi che la Chiesa può esprimere anche in futuro valori di profezia riscoprendo l'uomo.

 

Pasolini: Ma l'uomo del futuro sarà un uomo alienato…

 

Burgalassi: La liturgia di oggi, nella misura in cui permette la riscoperta dei valori umani –la spontaneità, la comunità, la comunione, l'amore- guarda al futuro, cioè scopre l'uomo e favorisce la crescita dell'uomo.

 

Pasolini: Lo scopre nel momento in cui l'uomo sta, come mai è avvenuto nella sua storia, per venire alienato… La nuova liturgia in un certo senso borghesizza il rapporto tra sacerdote e fedele. Mentre prima era un rapporto feudale: la messa in latino era un rapporto feudale tra un popolo preindustriale e una élite di tipo feudale. Quindi la Chiesa era alienante in quanto il sacro era un abituare il popolo alla rassegnazione, al 'memento mor' come dice Marcuse.Adesso invece il rapporto non è più tra feudatari o piccole élites di potenti e un grande popolo di tipo preindustriale, adesso il rapporto è tra piccola borghesia e classe dominante, un borghese di tipo capitalistico e un popolo che si sta rapidamente evolvendo. La liturgia abolendo il latino, dando questa forma di democrazia alla Chiesa, si adegua ai tempi. Io faccio un discorso puramente esteriore, non lo faccio dal l'interno della Chiesa. A questo punto l'unico atteggiamento della Chiesa, se vuole salvare l'uomo attraverso i valori umani di cui voi mi parlate, è l'opposizione totale, radicale alla borghesia, che va verso una trasformazione completamente alienante dell'uomo. E infatti se voi osservate le società borghesi più progredite di quella italiana - per esempio in America - il loro tipo di religiosità è una religiosità completamente alienante. Tutte queste forme di religiosità - per esempio gli hyppies- sono tutte di tipo repressivo e alienante. Ora il futuro immediato, anche in Italia è questo qui”.

 

Balducci: “Se il compito del Vangelo è quello di liberare completamente l'uomo, allora si tratterà di vedere via via quali sono le forme alienanti e l'importante è che la Chiesa non si allinei”.

 

Pasolini: Allora questa Chiesa dovrà essere radicalmente, massimalisticamente antiborghese.

 

Balducci: “Io direi che il momento liturgico dovrebbe essere - una volta realizzato al di fuori degli involucri sacrali che ancora lo inceppano - il momento della massima responsabilizzazione dell'uomo. Per noi la riflessione col mistero del Cristo è una riflessione che non può essere considerata per definizione alienante. Ma se noi crediamo che l'uomo abbia la possibilità, mediante la fede, di trascendere le forze storiche che lo dominano, allora il credente diventa non l'uomo che volta le spalle alla storia per rivolgersi a Dio, ma l'uomo che si pone in faccia alla storia in una situazione di responsabilizzazione massima, che poi viene data dalla parola profetica. In ogni modo tutte le forze che responsabilizzano l'uomo per noi sono forze evangeliche”.

 

Pasolini: "Anch'io penso che il Vangelo sia uno dei modi di responsabilizzazione autentica… Ma allora come ottenere questo? Perché ad un certo punto l'uomo potrà non essere più in grado di capirvi”.

 

Marsili: "L'uomo capisce sé stesso, l'uomo capirà sé stesso, capirà il proprio bisogno in quanto l'uomo cerca di superare sempre la situazione attuale”.

 

Pasolini: “È un' altra osservazione ottimistica, devo dire. Ma facciamo un' osservazione pessimistica: ad un certo punto l'uomo non sarà più in grado di capire sé stesso. Avrà una tale falsa idea di sé, che non sarà più in grado di capirsi.

 

Da quello che posso presupporre come uno che si interessa un po' di psicologia vedo davanti a me un tipo di società in cui sarà difficile fare un discorso religioso, cioè autentico, perché o sarà incapace di avvertire un discorso religioso perché occupato soltanto dalla soteriologia terrena perché semplicemente non ci sarà più teismo ma neppure antiteismo. E' logico che la società si configuri così... Oppure può darsi che le forme religiose future, che stanno crescendo come dice Paolo VI, siano però del tipo alienante che si diceva”.

 

 

Balducci: “Comunque la cosa paradossale è che il più religioso è stato Pasolini”.

Oggi è Domenica,

pei prati con freschi piedi

saltano i fanciulli

leggeri negli scarpetti.

 

Cantando al mio specchio,

cantando mi pettino.

Ride nel mio occhio

il Diavolo peccatore.

 

Suonate, mie campane,

cacciatelo indietro!

"Suoniamo, ma tu cosa guardi

cantando nei tuoi prati?"

 

Guardo il sole

di morte estati,

guardo la pioggia,

le foglie, i grilli.

 

Guardo il mio corpo

di quando ero fanciullo,

le tristi Domeniche,

il vivere perduto.

 

"Oggi ti vestono

la seta e l'amore,

oggi è Domenica,

 

domani si muore".


David Maria Turoldo..Canta il sogno del mondo

David Maria Turoldo
30 anni dalla morte 6 febbraio 1992- 6 febbraio 2022
Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere./ Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti./ E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione…
David Maria Turoldo

Quel Dio alla frontiera tra essere e nulla

 

Trent’anni fa, giovedì 6 febbraio 1992, padre David Maria Turoldo chiudeva la sua esistenza piuttosto unica per intensità, creatività e passione, in una clinica milanese allora gestita dai Padri Camilliani. Quattro giorni prima, nella domenica dedicata dalla Chiesa italiana alla Vita, nonostante i dolori lancinanti inferti dal «mostro», come egli definiva il cancro che si annidava nelle sue viscere, aveva celebrato un’ultima Messa, trasmessa da Rai Uno, suggellando l’omelia con un estremo messaggio di speranza: «La vita non finisce mai!». Anzi, il giorno antecedente alla sua morte aveva ancora intessuto e letto a noi amici un «salmo», ricreando liberamente una delle pagine di quel Salterio biblico che era stato uno dei suoi grandi amori spirituali e poetici.

 

In quei versi risuonava un tema abissale e supremo che aveva segnato di sangue gli scritti di mistici come Giovanni della Croce o Maestro Eckhart o Angelo Silesio, il Nulla, il Nada, nel quale però sbocciava il fiammeggiare del divino: «Impossibile che sia il Nulla / l’estremo traguardo: / impossibile sarà pensarti / come realmente tu sei, o mio Signore: / sconosciuto Iddio sei tu / nostra unica sorte». Quel germe di luce che, durante la celebrazione funebre del sabato successivo 8 febbraio, il cardinale Carlo Maria Martini aveva idealmente fatto sbocciare nella chiesa milanese di San Carlo al Corso, evocando la «rocciosità» della fede del frate che era vissuto come «Servita di Maria», l’Ordine religioso a cui apparteneva.

 

Ricomporre la biografia di questo protagonista della storia ecclesiale e culturale del Novecento è piuttosto arduo per la sua debordante ricchezza, varietà e dialettica. Ha cercato di farlo in modo esemplare la storica Mariangela Maraviglia in David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992), un saggio edito nel 2016 dalla Morcelliana. Forse il ritratto simbolico sarebbe da cercare in un’istantanea ideale della folla che nella deliziosa chiesa di Fontanelle a Sotto il Monte Giovanni XXIII si raccoglieva ogni domenica per la liturgia, ascoltando la sua omelia, partecipando ai canti intessuti sui suoi testi, vivendo in profondità l’eucaristia. Oppure si potrebbero fissare in un’altra immagine i volti che nelle sale o nelle piazze seguivano i percorsi ora pianeggianti, ora d’altura, dei suoi discorsi.

 

A questo punto è necessario introdurre anche un risvolto autobiografico. La mia amicizia con padre David era nata in seguito alla pubblicazione negli anni 1982-1984 di un mio imponente commentario ai Salmi: tre volumi di oltre tremila pagine che Turoldo aveva studiato, riletto e approfondito. Per questo mi aveva cercato ed era iniziata una consuetudine durata poi per anni. Nel pomeriggio di ogni domenica scendeva dalla sua abbazia di Sotto il Monte, il luogo di nascita di Giovanni XXIII , a casa dei miei familiari a Osnago (Lecco), ove io mi recavo, dal Seminario in cui allora insegnavo, per il mio impegno pastorale del fine settimana. Ed era in quelle ore che parlavamo a lungo, che egli mi leggeva i suoi testi, che accoglieva con un’umiltà assoluta anche le mie riserve, che ci si inoltrava lungo i sentieri di altri libri biblici che io allora stavo commentando, come Qohelet e il Cantico dei cantici, destinati a diventare materia di altre sue riflessioni o poesie. Era, così, nata la sua nuova versione poetica dei Salmi Lungo i fiumi… accompagnati dal mio commento, un testo riedito almeno una quindicina di volte fino al 2012 e riproposto in questi giorni dalla San Paolo in una nuova edizione, da me rivista e arricchita, col titolo I canti nuovi.

 

Di quei pomeriggi, che mi resero padre David amico e interlocutore intimo, c’è una testimonianza curiosa che è anche la “sorpresa” estrema che egli volle farmi. Infatti alla sua opera postuma, edita da Rizzoli nel 1992, Il dramma è Dio (egli, però, aveva scelto come titolo Il dramma è di Dio) aveva apposto una lettera a me destinata ma che aveva voluto rimanesse segreta fino al momento della pubblicazione del libro. La lessi, perciò, quando ricevetti l’opera stampata ed egli era morto da un paio di mesi. Eccone il testo, datato «Festa dell’Ascensione 1991», che ho spesso avuto occasione di citare.

 

«Gianfranco, mi perdonerai di chiamarti sempre così: amico delle mie — delle nostre — domeniche. È per riconoscenza di questa amicizia e di quei nostri conversari, nell’atrio della tua casa, smentendo che quella sia l’ora del “demone meridiano” (tanta invece era la serenità e la gioia di quei nostri amati colloqui); è per sdebitarmi, dico, del dono di una così ricca amicizia che ora ti dedico questo lavoro… convinto che mi perdonerai di aver osato apparire come un invasore del tuo campo biblico. Ma tu sai che non è vero. Tu più di altri sai con quanto timore e tremore mi accosto a questi abissi; e quanto mi conforta il rispetto verso di voi, insostituibili interpreti. È poi noto che scrivo soprattutto per gli amici…; per gli amici antichi, quelli della resistenza per l’“Uomo”: presenze che sempre evoco nelle mie dediche, al fine di continuare appunto a “resistere”».

 

Da queste righe emerge in modo nitido il nesso intimo tra amicizia e fede, tra dialogo e ricerca sulla Parola di Dio, tra poesia e confessione. Proprio come aveva scritto in modo lapidario nella prefazione al saggio Il grande male il suo amico Carlo Bo: «Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni». E si potrebbe aggiungere «in tutti i luoghi», dalle zolle della sua nativa Coderno in Friuli fino nei sotterranei della lotta antifascista, tra gli echi delle volte del Duomo di Milano ma anche nella familiarità calda di Nomadelfia, dall’Annunziata di Firenze a S. Maria delle Grazie a Udine, dal monte Berico al Senario, dall’amatissimo ritiro per nulla eremitico di Sotto il Monte alle sale, alle aule, alle piazze vocianti, dai luoghi di un esilio forzato indotto dalle autorità ecclesiastiche, come il Canada lontano e sterminato o l’Austria, la Baviera, la Svizzera, l’Inghilterra e persino gli Stati Uniti, fino ai piccoli centri, fino appunto al villaggio bergamasco o pugliese.

 

La sua figura imponente e sanguigna («questo vichingo», come lo soprannominarono i Fiorentini), dalla quale fuoriusciva una voce da cattedrale o da deserto, vanamente temperata dall’invincibile sorriso degli occhi chiari, aveva proprio nella Parola biblica il suo alimento vitale. «Servo e ministro sono della Parola», si era autodefinito, consapevole che ormai tutto il suo essere si era trasformato in «una conchiglia ripiena» dell’eco di quella parola infinita come il mare. A lui era profondamente caro il verso di un altro suo amico, unito nella fede e nella poesia, Clemente Rebora: «La Parola zittì chiacchiere mie». Per questo il suo affettuoso ammiratore, interamente ricambiato, il citato cardinale Martini, nella presentazione del volume Opere e giorni del Signore, aveva comparato padre Turoldo a Efrem Siro ( IV secolo) e al bizantino Romano il Melode ( VI secolo), straordinari autori di omelie bibliche cantate.

 

Forse bisognerebbe in modo sistematico e rigorosamente critico rileggere l’immensa produzione poetica turoldiana proprio inseguendone la filigrana biblica. È noto, infatti, che il flusso letterario e spirituale di questo «cantore delle dense ore di Dio» copre l’intera sequenza delle Sacre Scritture, dalla Genesi, con l’irrompere della creazione dal grembo del nulla, fino all’Apocalisse e al suo sospiro finale del Maranathà, «Vieni Signore», passando soprattutto — come si diceva — attraverso l’amatissimo Salterio. La pagina turoldiana è come un intarsio di citazioni, allusioni, ammiccamenti, evocazioni bibliche: il suo è lo spartito della Parola suprema orchestrata in parole.

 

Le sue due opere finali sono le più potenti, ancorate anch’esse alla Bibbia, sia pure in una forma originale e inedita. Sono Mie notti con Qohelet e i Canti ultimi, questa seconda raccolta da considerare come il suo testamento e forse il suo capolavoro. In essa ritorna il tema lacerante del Nulla mistico: «Dio e il Nulla — se pure l’uno dall’altro si dissocia… / Tu non puoi non essere / Tu devi essere, / pure se il Nulla è il tuo oceano». Questo groviglio di luce e di tenebra ha la sua raffigurazione emblematica nel Cristo crocifisso («Fede vera è il venerdì santo / quando Tu non c’eri lassù») e padre David ne è stato attratto come da un gorgo avvinghiante.

 

Già lo era stato in molte liriche precedenti. «E Tu, Tu, o Assente, mia lontanissima sponda… Mio Dio assente lontano… Ma Lui, Lui sempre lontano, invisibile… La tua assenza ci desola… All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia — nera sindone — se tu non accendi il tuo lume, Signore!… Ma tu, Signore, sei bianca statua di marmo nella notte… Un Dio che pena nel cuore dell’uomo…». Negli ultimi scritti, però, Turoldo si mette in viaggio verso questa Gerusalemme capovolta in modo deciso, pellegrino del Nulla e del Tutto. Passa in mezzo a silenzi astrali, scivola nel «cratere» del Dio incandescente, naviga «nei fiordi della speranza» e percorre «tunnel sottomarini» in cui baluginano luci giallastre, inseguito sempre dallo sguardo di Dio «come di un falco appollaiato sul nido».

 

Ed è proprio alla frontiera tra essere e nulla che Turoldo incontra Dio, come Giacobbe dopo la lotta al fiume Jabbok o come Giobbe dopo il lungo grido tenebroso. Su quella linea di demarcazione non c’è un Dio imperatore impassibile e onnipotente, bensì un Dio sofferente, perché «ogni creatura ti muore tra le braccia nel mentre che si forma e si fiorisce». Un Dio che, nel creare, ha sperimentato il Nulla, il suo antipodo, «Tua e nostra frontiera», e che in Cristo ha bevuto il calice della morte.

 

Sono note le tensioni con le istituzioni ecclesiastiche che segnarono la vicenda di p. Turoldo, certamente da ricostruire nel contesto di quel periodo storico pieno dei fermenti del Concilio Vaticano II , tenendo conto della sua passione vigorosa e anche del suo ripetuto desiderio di non cercare né dissenso né consenso ma solo un senso profondo e autentico. D’altronde, il suo sguardo — simile a quello di altri suoi amici come don Mazzolari, don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Camillo De Piaz — si proiettava oltre, verso un futuro che solo successivamente si è delineato, sia pure in forme sempre contrastate e contrastanti. A questo proposito vorrei segnalare un curioso ricordo che non ho mai avuto occasione di rivelare. Un giorno, durante uno dei nostri dialoghi — eravamo negli anni ’80 — padre David aveva esclamato: «Mi piacerebbe che un Papa scegliesse come nome quello di Francesco d’Assisi».

 

Concludendo questa memoria essenziale, si deve comunque riconoscere che la radice dell’impegno di padre Turoldo è stata sempre l’incarnazione del cristianesimo. Una presenza viva che si attestava spesso sulle frontiere più roventi o nei territori più disabitati da presenze religiose. I rischi di queste incursioni erano evidenti e sono a tutti noti. Ma padre David ha sempre tenuto alta la fiaccola della speranza cristiana, convinto che Cristo è con noi «vagabondo / a camminare sulle strade, / a cantare con noi / i salmi del deserto». Convinto anche che la meta ultima della storia è trascendente, là dove «le lettere del divino Alfabeto / saranno in fiore per il Cantico Nuovo».

 

E nei nostri giorni spesso superficiali è ancor più necessario far risuonare la voce di questo frate e poeta che inquieta la pigra pace delle coscienze col fuoco di quell’Alfabeto che risuona dal roveto ardente.

 

 

         Gianfranco Ravasi

Amore, che mi formasti

a immagine dell'Iddio che non ha volto,

Amore che sì teneramente

mi ricomponesti dopo la rovina,

Amore, ecco, mi arrendo:

sarò il tuo splendore eterno.

 

Amore, che mi hai eletto fin dal giorno

che le tue mani plasmarono il corpo mio,

Amore, celato nell'umana carne,

ora simile a me interamente sei,

Amore ecco, mi arrendo:

sarò il tuo possesso eterno.

 

Amore, che al tuo giogo

anima e sensi, tutto m'hai piegato,

Amore, tu m'involi nel gorgo tuo,

il cuore mio non resiste più,

ecco, mi arrendo, Amore:

mia vita ormai eterna.

 

 

 

David Maria Turoldo


 

Non so quando spunterà l'alba

non so quando potrò

camminare per le vie

del tuo paradiso

non so quando i sensi

finiranno di gemere

e il cuore sopporterà la luce.

 

E la mente (la mente!)

già ubriaca, sarà

finalmente calma

e lucida:

e potrò vederti in volto

senza arrossire.

 

 

(Padre David Maria Turoldo)

Nella memoria il senso dell'umano

 

 

 

 

Mio Signore e mio Dio, mi hai guidata su un cammino lungo, sassoso, oscuro e faticoso. Sovente sembrava che le forze volessero abbandonarmi, non speravo quasi più di vedere un giorno la luce. Il mio cuore stava pietrificandosi in una sofferenza profonda quando il chiarore di una dolce stella sorse ai miei occhi. Fedele, mi guidò ed io la seguii con passo prima timido, poi più sicuro.

 

 

 

Edith Stein

 

 

Dentro, le stelle si susseguono, stelle di fiori rossi che mi indicano il cammino fino a te... E la tua bontà permette che esse rischiarino il cammino verso di te. Il mistero che dovevo tenere nascosto nell'intimo del mio cuore, posso ormai annunciarlo ad alta voce: Credo, confesso la mia fede!

 Signore, dovunque vada la strada della mia vita, sei accanto a me. Nulla potrà mai separarmi dal tuo amore.

 

Edith Stein

Signore guida ciascuno

per la propria strada,

e ciò che chiamiamo "destino"

è l'opera sua d'artista, dell'artista divino

che si prepara la materia

e la forma per diverse vie:

con lievi tocchi di dita

ma anche a colpi di scalpello.

Non è materia inerte quella che Dio lavora.

La sua più grande gioia di creatore

è che nasce la vita sotto la sua mano,

che vita gli sgorga incontro,

quella vita che vi ha posto dentro egli stesso

e che ora dal di dentro risponde

ai tocchi lievi delle dita,

ai colpi di scalpello.

È così che collaboriamo

 

alla sua opera d'artista.

 

Tua Edith


 

 

Etty Hillesum

 

 

 

L'amore per la Vita

 

 

 

«Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti»

 

«E alla fine di ogni giornata sento il bisogno di dire: la vita è davvero bella»

 

«Il senso della vita non è soltanto la vita stessa»

 

 

 

 

La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona. Molti, invece - soprattutto donne - attingono le proprie forze da altri: è l’uomo la loro sorgente, non la vita. Mi sembra un atteggiamento quanto mai distorto e innaturale.

 

Il senso proprio della vita

 

Di nuovo arresti, terrore, campi. di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci s’interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se stessi, e con Dio. Forse ogni vita ha il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo.

 

LA vita è buona

 

 

La forza autentica, primaria, consiste in ciò, che se anche si soccombe miseramente, fino all’ultimo si sente che la vita è bella e ricca di significato, che si è realizzato tutto quanto in noi stessi e che la vita era buona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intensamente vivere

 

Etty Hillesum

 

 

 

Non c' è alcun poeta in me, c'è solo un frammento di Dio in me che potrà crescere fino a diventare un poeta. Mi trovo presa a volte, da una tenerezza infinita, rimango sveglia e lascio che mi passano davanti i fatti, le tante, troppe impressioni di un giorno sempre troppo lungo, e penso: " lasciate che io possa essere un cuore pensante"

 

Voglio esserlo. Sto qui adesso distesa, paziente e nuovamente calma, e mi sento già un pochino meglio.

Sento di nuovo in me la forza di andare, come vada sarà un bene. Si dovrà pregare giorno e notte per queste migliaia. Senza preghiera stare un solo minuto

 

Quest'oggi ho imparato una cosa fondamentale, dove per caso ci si trova collocati, là si deve esserci con tutto il cuore. Quando si ha il cuore da un'altra parte e non si riesce a fare abbastanza alla comunità nella quale per caso ci troviamo e la comunità di conseguenza si impoverira'. Che siano impiegate prese dalla carriera o Dio sa cosa, bisogna esserci interamente e così si troverà qualche bene anche in loro

 

 

 

Intensamente vivere e soffrire e immergersi in questo frammento di vita, da un giorno all'altro ma con lo spirito orientati agli orizzonti vasti che si trovano dietro questi giorni e questi anni. E quindi, avere come un sentimento di purificazione in sé stessi, il sentimento che forse avremo quanto tra diversi anni, divenuti maturi e mutati, guarderemo indietro a questo periodo. Vivere così completamente, con ogni battito del cuore, in questo adesso ricco e privato, e insieme sapere che libere e infinite, le strade si aprono verso gli anni che verranno, verso paesi lontani e anche verso il cielo.

Etty Hillesum

 

 

La vita è difficile davvero, è una lotta di minuto in minuto (non esagerare, tesoro!), ma è una lotta invitante. Una volta io m’immaginavo un futuro caotico perché mi rifiutavo di vivere l’istante più prossimo. Ero come un bambino molto viziato, volevo che tutto mi fosse regalato. A volte avevo la certezza - peraltro molto vaga - che in futuro sarei potuta diventare “qualcuno” e avrei realizzato qualcosa di “straordinario”, altre volte mi ripigliava quella paura confusa che “sarei andata in malora lo stesso”. Comincio a capire perché: mi rifiutavo di adempiere ai compiti che avevo sotto gli occhi, mi rifiutavo di salire verso quel futuro di gradino in gradino. E ora, ora che ogni minuto è pieno, pieno sino all’orlo di vita e di esperienza, di lotta e vittorie e cadute, ma subito dopo di nuovo lotta e talvolta pace, - ora non penso più a quel futuro, in altre parole mi è indifferente se riuscirò a produrre qualcosa di straordinario oppure no, perché sono certa che ne verrà fuori qualcosa. Una volta vivevo sempre come in una fase preparatoria, avevo la sensazione che ogni cosa che facevo non fosse ancora quella “vera”, ma una preparazione a qualcosa di diverso, di grande, di vero, appunto. Ora questo sentimento è cessato. Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com’è stato, è stato un bene…La vita la conosciamo, abbiamo già vissuto tutto sia pure in spirito, non siamo più così spasmodicamente attaccati alla vita.

 

Liberare la vita...

 

E se si distruggono i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate, allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella dell’umanità.

 

 

 C'è posto per tutto

 

 

 

 

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio


Rosarita de Martino..storia di una chiamata

Rosarita De Martino ha vissuto la sua prima giovinezza (dal 1948 al 1960) a Canolo (RC) in un clima culturale ricco di fermenti religiosi e politici ispirati ai racconti di Guareschi. Si è diplomata nell’Istituto Magistrale di Locri (RC) nel 1960.

Ritornata a Catania, patria dei suoi genitori nel 1962, ha iniziato ad insegnare nella scuola Maria Montessori di Catania, dove, per ben 38 anni, ha profuso la sua passione di educatrice, realizzando un dinamico rinnovamento professionale e spirituale, che la poetessa racconta nel libro autobiografico “Storia di una chiamata".

Ha partecipato a diversi concorsi letterari nazionali, dove ha conquistato i primi posti. Le poesie vincitrici sono state pubblicate in diverse antologie e nella rivista letteraria “Il Convivio”.

 

Rosarita ha scritto inoltre un libro edito “Incontro- Vangelo in versi”.

 

MELODIA ETERNA

 

Ti cerco, o Dio,

nell'ordine dell'universo

e nella bellezza fiorita.

Attonita capto

Tua presenza amica

nel suo sguardo

ridente,

nella musica verde

del bosco,

nel silenzio melodico

 

del cuore.

LAMA DI LUCE

 

… e sollevo bianco velo

di pace.

Musica silenziosa

m’ inonda,

solitudine sonora

mi placa.

Volteggio

in prato di speranza.

Improvvisa, attesa

lama di luce

mi inebria.

Mi avvolgo

in manto

 

di preghiera


Pensieri,

simili a fili di seta,

corrono,

scintillano,

si accavallano.

E io trattengo,

nelle mie fragili mani,

lo scattante gomitolo

della vita.

 

 

 

Rosarita De Martino


Travaglio

Grovigli di pensieri

si impigliano

in vuoto di parole

trascinandomi

in fiumi di paure.

Precipito. Grido.

Imploro.

Appare

improvvisa

la diga sicura

di mia fede

fanciulla.

E mi ritrovo

o Signore

fra le tue braccia:

accoglienti

come ieri,

come oggi,

come sempre!

 

Rosarita De Martino


L’ARPA DEL TEMPO

 

Canta di me bimba

che corro lieta

nel vento della gioia.

Mia madre,

lunga treccia bionda,

trepida mi raggiunge.

Fiero della sua divisa,

mio padre mi regala

sguardo d’amore.

Studentessa solerte

salgo antiche scale

con peso di cultura.

Ma domande eterne

pungolano mia vita.

Improvvisa lama di luce

appare lì sul lago

di Gambarie.

Ecco Tue risposte attese

spengono la mia sete.

E fede esplode

in onde di preghiera

Oggi china mi trovo

sui banchi della scuola.

Ridenti bimbi,

figli non miei,

intenti sono

a ricamar parole,

speranze nuove

 

per il domani della storia


Teilhard de Chardin..ogni minima azione ricolma di Dio

"Caro amico, tu vuoi rivalorizzare il tuo lavoro umano che ti sembra svalutato dalle prospettive e dall'ascetica cristiane. Ebbene, hai solo da riversarvi la meravigliosa sostanza della buona volontà. Purifica la tua intenzione, e ogni minima azione sarà ricolma di Dio."

 

Teilhard de Chardin

Si vorrebbe insegnare a vedere Dio dappertutto: vederlo nel punto più segreto, più consistente, più definitivo del Mondo. Ciò che è racchiuso e proposto è dunque solo un atteggiamento pratico o forse in modo più preciso, un’educazione degli occhi …

 

Ognuno di noi ha come compito la divinizzazione dell’intero Universo.

 

P. Teilhard de Chardin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A chi dispiega adeguatamente la vela al soffio della Terra, si rivela una corrente che lo costringe ad inoltrarsi sempre più in alto mare. Più le aspirazioni e le azioni d'un uomo sono nobili, più questi diventa avido di fini grandi e sublimi da conseguire. Ben presto non gli bastano più la sola famiglia, la sola patria, il solo aspetto remunerativo della sua azione. Avrà bisogno di creare delle organizzazioni generali, di aprire vie nuove, di sostenere delle Cause, di scoprire delle Verità, di nutrire e di difendere degli Ideali. – Così, gradualmente, l'operaio della Terra cessa di appartenere a se stesso. A poco a poco, il grande soffio dell'Universo, insinuatosi in lui attraverso la fessura d'un agire umile ma fedele, lo ha dilatato, sollevato, trascinato.

 

                                Teilhard de Chardin 

Il cristiano è ad un tempo l'uomo più dedito e distaccato che esiste. Convinto, più di un qualsiasi ‘mondano', del valore e dell'interesse insondabili nascosti nel benché minimo successo terreno, è nel contempo persuaso, alla pari di un qualsiasi anacoreta, della fondamentale nullità di ogni risultato inteso semplicemente come vantaggio individuale (anche universale) all'infuori di Dio. Egli cerca Dio e solo Dio, attraverso la realtà delle creature. Per lui, l'interesse è veramente nelle cose, ma in assoluto subordine alla presenza di Dio in esse. Per lui, la luce celeste diventa tangibile e raggiungibile nel cristallo degli esseri; ma desidera solo la luce; e se la luce si spegne perché l'oggetto è spostato, superato, oppure se ne va, anche la sostanza più preziosa non diventa che cenere ai suoi occhi. Così, ‘sin nel proprio intimo e negli sviluppi più personali che si procura, non cerca se stesso ma il più Grande di sé, al quale sa di essere destinato. Davvero, al proprio sguardo, non conta più; non esiste più; si è dimenticato e perso nello stesso sforzo del perfezionamento. Non è più l'atomo che vive, è l'Universo che vive in lui.

 

Teilhard de Chardin

Dio al centro dell’universo

 

Dio nostro,

tu sei al centro di tutto e tutto circondi:

tutto si curva al tuo passaggio:

gioie, progressi, dolori, fallimenti, errori,

opere, preghiere, bellezze,

potenze del cielo, della terra e degli inferi.

E tutto mette la propria energia

a servizio del tuo spazio divino

e da esso tutto è pervaso con potenza.

Tu non distruggi le cose e neppure le forzi:

le liberi, le orienti, le trasfiguri, le animi.

Non le abbandoni, ma ti appoggi su di loro,

e avanzi trascinando con te ciò che in loro è santo.

Donaci la purezza di cuore, la fede, la fedeltà,

perché con questi doni si costruisce la nuova terra,

e si vince il mondo in Gesù Cristo,

nostro Signore.

Amen

 

 

T. De Chardin

 

O sì, Signore la mia opera sarà salvata, a motivo d'una pretesa che Tu stesso hai posto al centro della mia volontà! Voglio, ho bisogno che lo sia. Lo voglio perché amo irresistibilmente ciò che il tuo ausilio permanente mi permette, ogni giorno, di realizzare. Questo pensiero, questo perfezionamento materiale, questa armonia, questa sfumatura particolare d'amore, questa squisita complessità d'un sorriso o d'uno sguardo, tutte queste bellezze nuove che appaiono per la prima volta, in me o attorno a me, sul volto umano della Terra, sono da me prediletti come figli, dei quali non posso credere che moriranno totalmente, nella loro carne. Se credessi che queste cose potrebbero appassire per sempre, avrei forse mai dato loro la vita? Mostra, o Signore, a tutti i tuoi fedeli come, in un senso reale e pieno, «le loro opere li seguono» nel tuo regno: opera sequuntur illos.

 

Oh! venga il tempo in cui gli Uomini, diventati coscienti dello stretto legame che associa tutti i movimenti di questo Mondo nell'unica opera dell'Incarnazione, non potranno più dedicarsi ad alcun compito senza illuminarlo con la prospettiva precisa che il loro lavoro, per quanto elementare sia, è raccolto e utilizzato da un Centro divino dell'Universo!

Il 10 aprile 1955, al tramonto di una radiosa domenica di Pasqua, moriva a New York padre Pierre Teilhard de Chardin. Aveva da poco redatto ll Cristico, per riaffermare un’ultima volta la visione di un universo convergente in Cristo-Omega e la fede in un Cristianesimo capace di rinnovare il suo straordinario potere di 'panamorizzazione', a beneficio dell’unità del mondo.  Alla fine della vita, che presentiva prossima, si era tuttavia reso conto della propria solitudine intellettuale, dell’impossibilità di trasmettere tutto ciò che aveva 'visto', tanto da «non poter citare un solo autore, un solo scritto» che condividesse la 'Diafania' per mezzo della quale il mondo gli appariva meravigliosamente trasfigurato. In una lettera indirizzata a padre Ravier due giorni prima di morire, affermava di essere dolorosamente sorpreso e deluso per aver constatato che i suoi più intimi amici «pensano e pregano ancora in un 'Cosmo' statico, anziché in 'Cosmogenesi'». Eppure fin da principio, quando assieme a loro studiava teologia ad Hastings, li aveva resi partecipi della sua visione, colta come in un lampo che illumina il cielo notturno: «La coscienza d’una Deriva profonda, ontologica, totale dell’Universo».  Esiste un’importante relazione di Teilhard de Chardin su L’Homme, devant les enseigne- ments de l’Église et devant la philosophie spritualiste (è del 1911, anno della sua ordinazione sacerdotale), che contrassegna quella repentina presa di coscienza: è un documento inspiegabilmente omesso dai curatori delle opere postume e leggibile soltanto in internet. Esso dimostra che le sue principali idee erano già presenti nella grande intuizione iniziale: non si trattò di un semplice cambiamento di opinione, quanto piuttosto di una radicale modifica del suo stato di coscienza, capace di inglobare in sé il corso dell’intera evoluzione e la grandezza cosmica del Cristo Risorto. Tale stato di coscienza rappresenta una dimensione interiore molto difficile da trasmettere a parole: esige invece, metaforicamente, che le foglie più esterne e recenti di ogni quercia diventino esse stesse consapevoli dei rami e del tronco che le sorreggono, delle radici che le alimentano e del Sole che dà loro energia... Jean Gebser ha definito «integrale » questo nuovo stato di coscienza, verso cui sta lentamente evolvendo l’uomo moderno. Dopo il 1955, gli scritti postumi di Teilhard (gli stessi che aveva redatto per i suoi molti amici, scienziati e religiosi) sono stati raccolti in tredici volumi. In Italia, sono apparsi nel corso di 36 anni, fra il 1968 e il 2004, in ordine non cronologico, alcuni non più in commercio. Queste brevi considerazioni sono più che sufficienti per affermare che, stando così le cose, non è affatto agevole cogliere l’intero pensiero teilhardiano. Quantunque certi aspetti spirituali e cristologici della sua visione siano stati recepiti dalla cultura cattolica, riteniamo che Teilhard de Chardin avvertirebbe anche oggi di sentirsi alquanto solo, per il nostro modo riduttivo d’intendere e interpretare l’evoluzione. Per Teilhard, l’evoluzione include tutti i fenomeni di trasformazione della materia a partire da un atomo primigenio (postulato nel 1927 dal sacerdote cattolico George Lemaître) sino all’unificazione dell’umanità nel Punto Omega. Benché sia noto che dopo il Big bang, in virtù di 'leggi' presenti ab origine nel fenomeno stesso (come ad esempio l’equivalenza energiamassa, espressa da Einstein nella famosa formula E=mc²) siano apparse, in successione, le particelle subatomiche, i protoni, i neutroni, l’idrogeno, l’elio e, più tardi, le prime stelle, in cui si sono formati gli elementi atomici sino al ferro, ecc., tuttavia i dibattiti sull’evoluzione si sviluppano quasi esclusivamente attorno alla materia organica, in modo slegato dall’evoluzione della materia inorganica.  Nessuno nega, naturalmente, che ogni evento evolutivo sia stato in qualche modo condizionato dai precedenti e abbia influito su quelli successivi, ma di fatto sembra che sussista un restringimento visivo, se non di 'coscienza del Tutto'. Peraltro la scienza moderna riconosce che la realtà non è fatta di 'cose', ma di 'relazioni', che il senso costruttivo dell’evoluzione, dal Big Bang in poi, è segnato da livelli crescenti di complessificazione, proprio come Teilhard aveva sostenuto, senza essere allora compreso, perché in anticipo di alcune decine d’anni rispetto alla 'teoria generale dei sistemi'. Egli infatti ha per primo rilevato che accanto al processo («in discesa») di disorganizzazione per Entropia, tutta l’evoluzione, inorganica e organica, è attraversata da un ostinato e faticoso processo di organizzazione («in salita») che «fa nascere, per 'corpuscolarizzazione' graduale dell’Energia cosmica, l’infinita varietà degli atomi, molecole, cellule viventi, ecc.» sino alla futura unificazione dell’umanità!  Senza dubbio l’evoluzione antropo-sociologica, come prolungamento dell’evoluzione fisico-chimica e biologica, rappresenta la parte più peculiare della visione di Teilhard, ma è anche quella meno considerata e approfondita. Il Passato evolutivo lo aveva soprattutto interessato per spingere lo sguardo verso l’avanti, in vista di una «superumanità» che potrebbe realizzarsi mediante la «simpatia interumana e le forze religiose». La previsione di un futuro così lontano ha probabilmente ridotto l’interesse degli studiosi per i moltissimi scritti che Teilhard ha dedicato al futuro dell’uomo, oppure sono sembrate irrealistiche certe drammatiche previsioni, come questa del 1931: «L’età delle nazioni è passata. Se non vogliamo perire, si tratta ora per noi di rigettare i vecchi pregiudizi e di costruire laTerra». A sessant’anni dalla scomparsa di Teilhard de Chardin, sembra opportuno dedicare molta più attenzione ai numerosi suoi scritti riguardanti la Noosfera, da lui profetizzata nel 1925. Il futuro dell’umanità non è affatto privi di rischi e, dunque, «la costruzione della Noosfera – come egli ha sottolineato – non potrebbe essere semplicemente istintiva e passiva. Ma aspetta da noi una collaborazione attiva e diretta, uno slancio vigoroso fatto di convinzione e di speranza».


Nel ricordo di Henri de Lubac, Teilhard appare come un grande religioso, un credente molto solido e un vero figlio della Chiesa Cattolica, entro la quale ha voluto infatti restare sino all'ultimo giorno della sua vita.

Non fu sempre in linea con l'insegnamento del magistero ma è stato sempre fedele ai dogmi, anche a quelli del peccato originale e dell'inferno. A proposito di quest'ultimo, ad esempio, ha trovato il modo di «spiegarlo» come una realtà che «per la sua stessa esistenza aggiunge al cosmo una gravita, un rilievo che, senza di esso non esisterebbero». Tutt'altro quindi che un semplicistico ottimismo di stampo naturalistico.

Come abbiamo sopra accennato, tutto il pensiero teilhardiano è dominato dalla tensione a un'unità cosmica e dalla preoccupazione di arrivare a Dio attraverso il mondo. Un mondo visto come ambiente divino (Le milieu divin è una sua opera fondamentale), dove quel fenomeno straordinario che è l'uomo (Le phénomène humain, altra grande opera) lavora per portare tutto verso il compimento che è il Cristo totale. Si tratta di una visione grandiosa e affascinante, retta, per dirla con Wildiers, sulla tensione dialettica tra il Senso cosmico e il Senso cristico; dove tutta l'evoluzione porta l'universo a convergere verso il punto Omega, cioè Cristo stesso.

I motivi delle perplessità da parte dei teologi sono legati essenzialmente ai criteri di verifica delle sue affermazioni. Che cosa può fondare la cristicità dell'universo e la convergenza a Cristo? Nel pensiero teilhardiano pare quasi che tali realtà siano in qualche modo insite e rintracciabili nella fenomenologia e confermabili con il procedimento scientifico: mentre è solo sul metodo della fede e non sulla fenomenologia né sul metodo sperimentale che può basarsi una verifica personale delle verità rivelate.

Anche la visione mistica, espressa particolarmente ne L'ambiente divino, si muove in una direzione differente da quella della grande tradizione mistica cristiana. In questa, la natura non è che una delle possibili manifestazioni dello spirito e questo è potenza creatrice incondizionata, in grado di fermentare qualsiasi sostanza in qualsiasi tempo.

In Teilhard invece sembra esserci una identificazione dello spirito col divenire delle forme che incontriamo nella storia evolutiva dell'universo; come pure la potenza spirituale della materia è un «fermento che trasforma la natura ma non potrebbe privarsi della materia che la natura le offre». C'è quindi il rischio di qualche equivoco e riaffiora, come dice Cappelletti, un possibile naturalismo: «purificato da scorie edonistiche ma tuttavia consistente, come ogni altro, nell'impostazione del divenire all'essere, del fenomeno all'idea, del contingente all'assoluto».

Al di là di puntualizzazioni come queste (e altre più specifiche se ne potrebbero fare), la figura di Teilhard de Chardin resta per tutti una grande testimonianza di cristiano in azione.

Negli anni '50 le sue posizioni, pur se in modo conflittuale, hanno avuto un ruolo importante per far decantare il pensiero cristiano e favorire, come egli auspicava, «l'abbattimento della barriera che, da quattro secoli, non aveva smesso di salire fra Ragione e Fede».

 

Oggi siamo in un contesto abbastanza diverso: dominato da un diffuso materialismo ma anche colpito dalla crisi ecologica e pervaso da una rinnovata attenzione per l'ambiente. Di fronte ad esso sta una cristianità minata dal tarlo della secolarizzazione e timida nel proporre tutta la positività del suo annuncio. La testimonianza di Teilhard può aiutare a disegnare un tipo d'uomo credente e totalmente presente nel suo tempo: non uno che « ama la terra per goderne» ma per « renderla più pura » ; non uno che «aderisce al mondo» ma uno che «pre-aderisce a Dio» e con ciò trionfa sul mondo; non uno che ritiene l'uomo capace di «divinizzarsi chiudendosi in sé», sulla scia del misticismo orientale, ma uno che vede il massimo della persona-lizzazione nella adesione a Cristo.

Jacques Maritain..rivivificare in Cristo

 

Tutto è canto e poesia...il cuore del suo pensiero

Jacques Maritain 

 

Nulla è perduto di ciò che è stato fatto, tutto è canto e poesia

 

Per l'uomo e per la vita umana non c'è in verità nulla di più grande dell'intuizione e dell'amore.“

 

Il religioso perfetto prega così bene che ignora di pregare.

 

Il Vangelo dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo. È per questo che l'uomo, l'uomo vivente, costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa.

 

la Chiesa ha insegnato agli uomini ad essere liberi. Oggi forze cieche che da duecento anni le hanno dato l'assalto in nome della libertà e in nome della persona umana deificata, lasciano infine cadere la maschera. Ora si presentano per quello che sono. La loro sete e asservire l'uomo. I tempi attuali, per miserevoli che siano, hanno di che esaltare coloro che amano la Chiesa e amano la libertà. La situazione storica da essi affrontata è definitivamente chiara. Il grande dramma del nostro tempo è il confronto tra uomo e lo Stato totalitario, il quale non è altro che il vecchio e bugiardo dio dell'impero senza legge che esigeva per sé l'adorazione di tutte le cose, La causa della libertà e della Chiesa si incontrano nella difesa dell'uomo.

 

Il compito principale dell'educazione è soprattutto quello di formare l'uomo, o piuttosto di guidare lo sviluppo dinamico per mezzo del quale l'uomo forma se stesso ad essere un uomo. 

 

L'educazione dell'uomo è un risveglio umano.

 

 

 

 

Coloro che credono di non credere in Dio, in realtà poi credono inconsciamente in Lui, perché il Dio di cui negano l'esistenza non è Dio, ma qualcos'altro.


MESSAGGERI DI DIO SULLE VIE DEL MONDO

I coniugi Jacques e Raïssa Maritain

 

(dal bimestrale di Teologia e di Pastorale eucaristica “La Nuova Alleanza”, gennaio-febbraio 2012)

Jacques Maritain nacque a Parigi il 18 novembre 1882 da una famiglia protestante. Il padre Paul era

avvocato, la madre Geneviève era figlia di Jules Favre, deputato repubblicano, tenace oppositore di Luigi

Napoleone. Jacques frequentò il liceo con vivace intelligenza. Ben presto comprese la necessità di una

educazione capace di mettere a contatto l’intelligenza con il reale mediante la bellezza. Alla Sorbona si

laureò in filosofia e poi in scienze naturali.

In questo periodo conobbe Raïssa Oumancoff, nata a Rostov sul Don in Ucraina nel 1883. La sua

famiglia, dopo alcuni mesi di peripezie, si trasferì nella grande Parigi cosmopolita della fine secolo.

L’ambientamento nella nuova realtà si presentò subito difficile; tuttavia, nonostante i disagi iniziali, Raïssa,

ancora preadolescente, rivelò a scuola una notevole lucidità intellettuale affermandosi rapidamente per le sue

doti singolari e la decisa propensione allo studio. Conobbe ben presto la poesia e la filosofia. L’esperienza di

Parigi significò anche il distacco dal caldo mondo dell’ebraismo ortodosso, praticato soprattutto dagli anziani

della famiglia.

Si aprì una fase di relativismo e di oscurità sul problema di Dio, che caratterizzò la sua esistenza fino

al momento della progressiva conversione alla fede cattolica. Dopo aver conosciuto Jacques, con lui

condivise la crisi intellettuale dovuta alla insoddisfazione dei corsi universitari che, impregnati di scientismo,

irridevano al bisogno dei giovani di trovare la verità. Raïssa, di famiglia ebrea, e Jacques, di famiglia

protestante, a vent’anni diventarono atei e anarchici. Raïssa ai corsi di scienze della Sorbona, frequentava i

giovani anarchici russi, emigrati a Parigi. Così ricordava quegli anni:

“Riflettendo sul male e sul dolore, mi domandai come un Dio onnipotente e buono potesse

permetterne l’esistenza e, abbandonata alle mie sole forze, ho risolto il problema cessando di

credere. La vita mi apparve allora assolutamente vuota e triste ma, persuasa che essa avesse

un senso, non cessai di cercarlo… Piuttosto giovane, credevo a ciò che si diceva intorno a me:

che l’ignoranza, il fanatismo stessero dalla parte della religione, che la ragione stesse dalla

parte della scienza”.

La disperazione era in agguato. Raïssa intuiva, comunque, che senza la verità su Dio, su se stessi e

sul mondo, la vita era assurda. I due giovani, fortemente insoddisfatti, giunsero persino a pensare all’ipotesi

del suicidio; ma dopo aver riflettuto, decisero di dare ancora credito alla vita, nella speranza di poter

approdare alla verità. Si sposarono in Municipio. Il loro incontro divenne un programma di vita. Scrisse

Raïssa:

“Bisognava ripensare insieme l’universo intero, il senso della vita, la sorte degli uomini, la

giustizia e l’ingiustizia della società. Bisognava leggere i poeti ed i romanzieri

contemporanei, frequentare i concerti e visitare i musei… Il tempo passava in fretta, non

potevamo sprecarlo nelle banalità della vita”.

Jacques così descrisse quegli anni di studi universitari:

“La filosofia scientista e positivista dei miei maestri della Sorbona aveva finito per farmi

disperare della ragione. Per un momento avevo creduto di poter trovare la certezza integrale

nelle scienze. Molti pensavano che la mia fidanzata e io saremmo divenuti i discepoli del

materialismo. La cosa più bella per la quale devo ringraziare i miei studi di quell’epoca è

di avermi fatto incontrare, alla Facoltà di Scienza, quella che da allora ho avuto la fortuna di

avere accanto a me in tutti i miei lavori, in una perfetta e benedetta comunione”.

La prima conversione

Fu Charles Peguy a salvare i due giovani, portandoli ad ascoltare le lezioni di Henri Bergson sulla

mistica di Plotino. I Maritain non avevano in mente con chiarezza cosa andavano a cercare. Scrisse Jacques:

“Questa verità, ardentemente cercata, invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie

di Dio sconosciuto; le riservavamo un altare nel nostro cuore, le riconoscevamo ogni diritto

su di noi, sulla nostra vita. Ma non sapevamo ciò che essa sarebbe stata, per quale via, con

quali mezzi poteva essere raggiunta”.

E’ allora che due giovani ricevettero risposta alla loro inquietudine intellettuale, apprendendo che è

possibile, per mezzo dell’intuizione, conoscere l’Assoluto, avere certezze sul senso della vita. Ma non era

ancora la fede. Dopo aver letto il romanzo “La donna povera” di Lèon Bloy, i due fecero amicizia con il

vecchio scrittore, il quale, con la sua testimonianza di un cattolicesimo radicale, li portò a credere in Cristo e

nella sua Chiesa.

Bloy scrisse a Raïssa:

“Ora voglio tentare di rispondere alla parte più grave della vostra lettera, dove dite “Io non

sono cristiana, non so che cosa cercare e mi lamento”. Perché continuate a cercare, amica

mia, poiché avete già trovato? Come potreste amare ciò che scrivo, se non pensaste, se non

sentiste come me? Voi non solo siete cristiana, Raïssa, siete cristiana ardente, figlia

amatissima del Padre” (25 agosto 1905).

I Maritain decisero di chiedere il sacramento del battesimo (l’11 giugno 1906) solo dopo aver

rinunciato all’idea di trovare la verità e la felicità intellettuale nella filosofia proposta all’epoca. Grazie alla

lettura dei mistici, compresero che ciò che si sa di Dio è nulla rispetto a ciò che non si conosce di Lui. E’ la

via della teologia apofatica, la teologia del “silenzio”.

La loro conversione ebbe anche una connotazione mariana. Bloy, infatti, li iniziò alla devozione a

Notre Dame de La Salette, convinto della realtà dell’apparizione di Maria nel 1846. Durante il viaggio a

Grenoble per ricevere la cresima, i Maritain salirono in pellegrinaggio al santuario dove si fermarono per

dieci giorni. La sede di verità dei Maritain venne saziata non dallo studio, ma dall’amore per la verità che

dona la saggezza, l’amore perfetto che dona la libertà perfetta. Per i Maritain, il momento del battesimo,

avvio della vita cristiana, ha significato “iniziare a realizzare la loro vocazione alla santità”.

Raïssa scrisse sul suo diario circa la conversione:

“Ogni convertito sperimenta la caduta di Paolo sulla via di Damasco. Il convertito si separa

dal mondo con un duro colpo che gli strappa il legame con se stesso e con gli altri. In un

istante, nel momento di grazia, tutti i valori si inclinano verso di Lui”.

Questa testimonianza evidenzia psicologicamente l’ansia soggettiva di verità che animava i due

giovani: “Vi era in noi questa idea invincibile della verità, questa porta aperta sul cammino della vita”.

La seconda conversione

Nella vita dei due ci fu poi una seconda conversione, importante come e più della prima. Entrambi

laureati in scienze biologiche alla Sorbona, grazie a Bergson si erano già allontanati dallo scientismo

materialistico. Il domenicano H. Clérissac propose a Raïssa di leggere san Tommaso all’inizio del 1909. Così

ne scrisse lei stessa:

“Fu tremando di curiosità e timore che aprii per la prima volta la Summa Theologica. La

scolastica non era, secondo la reputazione corrente, un sepolcro di sottigliezze cadute in

polvere?... Dalle prime pagine compresi la vanità e la puerilità delle mie apprensioni. Tutto

qui era libertà dello spirito, purezza della fede, integrità dell’intelletto illuminato di scienza e

di genio… pregare, comprendere mi erano sola e stessa cosa, l’uno dava sete all’altro e mi

sentivo sempre dissetata”.

Così, l’avventura intellettuale di Raïssa ebbe una svolta decisiva dopo la lettura della Summa

Theologica di san Tommaso. Fu per lei una liberazione, un’inondazione di luce, la scoperta della sua patria.

Qui intuì che

“stabilire la ragione sulla fede… non era indebolirla, ma fortificarla, non asservirla ma

liberarla, non snaturarla ma ricondurla alla purezza della propria natura; come illuminare

colui che avanza a tentoni e che cammina nelle tenebre non è condurlo fuori della propria

strada, ma fargli vedere la via dove si propone di camminare”.

Raïssa si convinse dunque che “una sola forza può ancora opporsi alla follia generale:

l’intelligenza illuminata dalla fede”. Soltanto questa intelligenza - era il suo convincimento - sarebbe stata in

grado di preservare l’umanità dal nichilismo, dallo scetticismo e dall’idolatria, insomma dalle “forze

mostruose” che trascinano il mondo.

Da allora, i due Maritain (insieme a Vera, sorella di Raïssa: una comunanza di vita e di pensiero che

durerà tutta la vita) si impegnarono non solo a diffondere la filosofia di san Tommaso, ma di approfondirla in

tutti i campi del sapere: dalla teologia alla politica, dalla pedagogia al diritto. La conversione al cattolicesimo

condusse Raïssa e il marito Jacques su strade nuove, ricche di scoperte, di esperienze e di impegni, percorse

insieme. L’ispirazione di fondo delle loro scelte era chiara:

“Dobbiamo essere come religiosi di un ordine speciale, la cui regola contempla la vita nel

mondo. Bisogna, per così dire, ingannare il mondo, avendo l’aria di condurre la vita del

mondo. Dobbiamo seguire la via della contemplazione nel mondo”.

Jacques e Raïssa: un comune laboratorio di vita e di fede

Il cammino di fede e lo stile di vita dei due Maritain è ben sintetizzato in un passo del testo famoso

di Jacques, “Umanesimo integrale”:

“Io non agisco in quanto cristiano, ma devo agire da cristiano, impegnando solo me, non

la Chiesa, ma impegnandomi tutto intero, e non amputato o disanimato – impegnando solo me

stesso che sono cristiano, che sono nel mondo e lavoro nel mondo senza essere del mondo, che

per la mia fede, il mio battesimo e la mia cresima, e per piccolo che sia, ho la vocazione di

infondere nel mondo, là dove io sono, una linfa cristiana”.

La linfa che i due Maritain infusero nella realtà può essere evidenziata in alcune tematiche specifiche

della loro esistenza.

a) Fede e cultura

Jacques e Raïssa ebbero un pensiero comune, però tradotto con due diversi linguaggi. Nel rispetto

delle tappe del cammino verso Dio di ciascuna persona, entrambi gli sposi avevano un sentimento forte della

sacralità e del primato della coscienza, che li spingeva oltre le barriere e li avvicinava alla sensibilità

contemporanea.

“In un certo senso Raïssa ha detto tutto nelle sue poesie”, scriveva ad esempio Jacques della moglie,

e lei di lui: “Egli ha creato una filosofia politica, la sola fatta per lottare contro quella di Machiavelli,

universalmente seguita sino al presente dagli uomini di Stato”.

Jacques era consapevole di essere rispettato e supportato da Raïssa, nel suo lavoro, tanto che così

scriveva nel presentare il “Diario” di Raïssa, pubblicato postumo nel 1963:

“Al di sopra di tutto c’era una sollecitudine nei riguardi del mio lavoro filosofico. Nonostante

tutte le pene morali e fisiche e, in alcuni momenti, una quasi completa mancanza di forze, è

riuscita con uno scatto di volontà. E perché la collaborazione che le ho sempre domandato

era per lei un dovere sacro, è possibile rileggere sul manoscritto tutto quello che ho

pubblicato”.

b) Castità e libertà

Dopo sei anni di matrimonio, nel 1912 i due giovani sposi maturarono la decisione di pronunciare un

voto di castità. Questo voto, sconosciuto anche agli amici più intimi, fu la radice nascosta di tutte le attività

culturali, politiche e spirituali che promossero in seguito, ma non una rinuncia. Jacques scrisse:

“Non dico che sia stata una decisione facile da prendere. Essa non comportava nemmeno

l’ombra di un disprezzo per la natura, ma nella nostra corsa verso l’Assoluto e nel nostro

desiderio di seguire a qualunque costo, pur restando nel mondo, almeno uno dei consigli della

vita perfetta, noi volevamo fare spazio per la ricerca della contemplazione e dell’unione con

Dio e vendere per questa perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La speranza di un tale

scopo ci dava le ali.

Noi presentivamo anche, ed è stata una delle grandi grazie della nostra vita, che la forza

e la profondità del nostro mutuo amore sarebbero state accresciute come all’infinito”.

Jacques e Raïssa hanno tenuto fede ad un cammino che si arricchiva col trascorrere del tempo, mutando man

mano le modalità della comunicazione interpersonale, fino a sentire di comune accordo che la loro unità

poteva reggere e continuare a crescere al di là del contatto fisico.

c) Fiducia e stima reciproca

Tutto è stato fatto insieme dai due Maritain, perché insieme sono stati convinti di quando andavano

facendo e vivendo: anzitutto, nella ricerca della verità, e, poi, nella lotta al male. La personalità di Jacques si

andava stagliando all’esterno come la manifestazione filosofica splendidamente visibile di quello stesso

pensiero di cui Raïssa era la radice e l’anima. Non c’era tra loro alcun sentimento di gelosia, di

rivendicazione di titolarità delle opere. Da questa consapevolezza di vivere in un comune laboratorio di

ricerca, scaturiva l’apprezzamento di ciascuno per il lavoro dell’altro.

Grazie a Raïssa, Jacques poté formulare una insolita - per l’epoca - stima del genere femminile, che

era come un’estensione di quella che Jacques provava per Raïssa. Di lei, ad esempio, scrisse: “Raïssa è

sempre vissuta per la verità, non ha mai resistito alla verità. Il suo spirito non ha mai fatto una grinza”. E

lei di lui: “La sua tenerezza per me è scioccante, la sua sollecitudine è senza limiti”.

d) Contemplazione e azione

Raïssa e Jacques hanno camminato radicalmente verso la santità, vissuta attraverso la ricerca della

verità, l’amore coniugale, la contemplazione dell’Assoluto. Bisogna leggere le poesie di Raïssa per poter

entrare nell’intimità di questa avventura meravigliosa, dove lei ha saputo raccordare esperienza mistica ed

esperienza poetica, religione e cultura.

Osservando il loro impegno di animazione della realtà temporale, di primo acchito non ci si

immagina di avere a che fare con due persone votate alla mistica. E proprio a proposito della contemplazione

e dell’accessibilità della vita di preghiera, sarebbe interessante approfondire quel breve lavoro a quattro mani

di Jacques e Raïssa che è “Liturgia e contemplazione” (Borla, 1960).

La stessa scelta del filosofo di ritirarsi presso i Piccoli Fratelli di Gesù a Tolosa, dopo la morte della moglie,

è indice di quanto grande fosse la tensione verso la vita contemplativa. Azione e contemplazione si nutrivano

della speranza cristiana.

Pieno di speranza è stato l’ultimo messaggio di Jacques:

“Verrà un giorno in cui questa grande patria, che è il mondo, ritroverà in buona parte, in

mezzo a mali anch’essi nuovi, secondo la legge della storia del mondo, il fine vero per cui è

stata creata; un giorno in cui una nuova civiltà darà agli uomini, non certo la felicità perfetta,

ma un ordinamento più degno di loro e li renderà più felici sulla terra. Poiché io penso che la

meravigliosa pazienza di Dio non sia ancora esaurita, e che il giudizio finale non avverrà

domani”.

 

Luigi Guglielmoni - Fausto Negri

Jacques Maritain e la sete di verità

 

 

«In fondo tutta l'opera di Maritain è direttamente o indirettamente una rivendicazione a favore della filosofia, una lunga e appassionata apologia della filosofia, e di colpo anche una probante “dimostrazione di filosofia”, che liberamente si afferma per il semplice fatto di vivere e di esistere nella sua opera» Così scrive Vittorio Possenti filosofo dell’Università Cà Foscari nel 1976 sulla Rivista Vita e Pensiero a proposito di Jacques Maritain (Jacques Maritain o la difesa della filosofia: «Approches sans entraves»). E davvero tra le righe dei 60 (e più) libri pubblicati, così come dietro il suo pensiero filosofico, nelle fratture che hanno determinato le sue numerose “conversioni”, possiamo leggere la storia della sua vita.

 

Jacques Maritain nasce a Parigi nel 1882, in una famiglia protestante, figlio di un avvocato, Paul Maritain e di Geneviève Favre (figlia del politico Jules Favre). Dopo aver frequentato il liceo Henri-IV, inizia a studiare alla Sorbona dove si laurea dapprima in filosofia e poi in scienze naturali. Qui, tra i corridoi dell’Università, incontra Raïssa Oumançoff, immigrata russa di origine ebraica, che diventerà sua moglie. Nel romanzo autobiografico I grandi amici Raissa ricorda il loro primo incontro: «Divenimmo presto inseparabili. [..] Non esisteva niente al difuori di ciò che dovevamo dirci: bisognava ripensare insieme l’universo intero, il senso della vita, la sorte degli uomini, la giustizia e l’ingiustizia delle società. Bisognava leggere i poeti e i romanzieri contemporanei, frequentare i concerti classici, visitare musei di pittura… il tempo passava troppo in fretta e non potevamo sprecarlo nelle banalità della vita. Per la prima volta potevo veramente parlare di me, uscire dalle mie riflessioni silenziose per comunicarle, dire i miei tormenti. Per la prima volta incontravo qualcuno che mi ispirava di colpo una confidenza assoluta; qualcuno che, lo sapevo già da allora, non mi avrebbe mai delusa; qualcuno con cui, su tutte le cose, potevo così ben armonizzare. Un altro Qualcuno aveva prestabilito fra noi, malgrado così grandi differenze di temperamento e di origine, una sovrana armonia».

 

Inizia così un profondo sodalizio spirituale e intellettuale tra i due, un’avventura di amore e conoscenza mossa da una comune sete di verità che non riesce a trovare risposta nelle lezioni dei docenti della Sorbona imbevuti di relativismo e scetticismo: «Avevamo appena esaminato ciò che ci avevano portato due o tre anni di studio alla Sorbona; senza dubbio un bagaglio abbastanza importante di conoscenze particolari scientifiche e filosofiche, ma quelle conoscenze erano minate alla loro base dal relativismo degli scienziati, dallo scetticismo dei filosofi. Noi non appartenevamo affatto, con i nostri scarsi vent’anni, al gruppo dei seguaci dello scetticismo, che lanciano il loro “che ne so io?” come il fumo di una sigaretta e trovano d’altra parte la vita eccellente. Eravamo, con tutta la nostra generazione, le loro vittime. […] Quest’angoscia metafisica che penetra alle sorgenti stesse del desiderio di vivere, è capace di divenire una disperazione totale e di sfociare nel suicidio. […] È un’angoscia di questa specie che ho vissuto allora; ma essa fu guarita, che mi è difficile, dopo tanta dolcezza e felicità, risentirla nuovamente in tutta la sua amarezza. Senza dubbio altre angosce sono venute, altri dolori, spesso immensi; ma quell’angoscia lì non l’ho più conosciuta. Tuttavia non l’ho dimenticata: non si dimenticano le porte della morte. […]»

 

Sarà Henri Bergson a strappare Raissa e Jacques dalle angosce del dubbio e della disperazione che li aveva portati alle soglie del suicidio. Bergson in quegli anni (siamo nel 1901-1902) insegna filosofia al Collège de France, nell’edificio a fronte della Sorbona. Un giorno l’amico Charles de Péguy decise di portarli ad ascoltare le sue affollatissime lezioni. I due ne rimasero affascinati. Come scrive Piero Viotto, che fu docente di pedagogia dell’Università Cattolica e uno dei massimi studiosi del filosofo francese, «Bergson, spiegando Platino, fornì loro la chiave per comprendere la possibilità di conoscere la verità, di sperimentare la libertà e di contemplare l'Assoluto» (Bergson secondo Raissa Maritain in Vita e Pensiero 1997-10). Tuttavia, benché affascinati dagli aspetti metafisici dalla ricerca psicologica di Bergson, Jacques Maritain e Raissa divennero ben presto consapevoli della debole fondazione filosofica del pensiero bergsoniano e cominciarono a preoccuparsi dalle conseguenze che i suoi discepoli traevano dalle sue dottrine.

 

Nel 1904, dopo due anni di fidanzamento decidono di sposarsi, mentre Jacques sta ancora completando gli studi. Di lì a poco la loro vita subirà una nuova svolta. Il 25 giugno 1905, i coniugi Maritain salgono le scalinate che portano alla Basilica del Sacré-Coeur di Parigi alla ricerca di «uno strano “mendicante” che, disprezzando qualsiasi filosofia, vociferava sopra i tetti la verità divina». Quel “mendicante ingrato” era lo scrittore Léon Bloy. Da quell'incontro «cominciò il loro cammino verso il Battesimo, e iniziò pel futuro filosofo lo studio della Verità cristiana di cui egli è nel nostro tempo uno dei più alti, autorevoli, ascoltati assertori» (Francesco Casnati, Bloy, Maritain e l'umanesimo integrale in Vita e Pensiero 1968 - 2).

 

Durante la lunga convalescenza di Raissa per un ascesso retrofaringeo, il domenicano Humbert Clérissac, consigliere spirituale dei Maritain, la invita a leggere la Summa Theologica di San Tommaso d'Aquino. L’entusiasmo nella lettura contagia il marito, che vede in San Tommaso la conferma di molte sue idee. I due «comprendono che si può giungere all'Assoluto non solo con la fede ma anche con l'intelletto e l'uso corretto della ragione». Scrive Maritain: «Fu dopo la conversione al cattolicesimo che conobbi S. Tommaso; io, che ero passato con tanto entusiasmo attraverso tutte le dottrine dei filosofi moderni e non vi avevo trovato che delusione e grandiose incertezze, provai allora come un'illuminazione della ragione; la mia vocazione filosofica mi veniva restituita in tutta la sua pienezza».

 

La scoperta della filosofia di San Tommaso mette in crisi la fedeltà a Bergson ma non cancella l’influenza profonda del primo maestro di spiritualismo. Il tomismo, secondo Maritain, è una filosofia progressiva, capace di inglobare nel suo cammino tutte le verità che implicitamente sono presenti nei diversi sistemi filosofici, che si succedono nella storia della cultura e della società. È ciò che emerge dalla raccolta antologica Ragione e ragioni, una serie di testi che coprono tutto l'arco della ricerca filosofica maritatiana, dalla metafisica alla morale, dall'estetica alla politica, dalla teologia alla filosofia della storia. Lo stesso Jacques nel saggio Da Bergson a Tommaso d'Aquino, riconoscendo i rapporti tra le due filosofie, scrive: «Non dico queste cose con non so quale ridicola pretesa di annettere Bergson al tomismo, ma perché egli stesso pensava che io non avevo avuto torto di dire che la sua filosofia conteneva alcune virtualità non ancora sviluppate; e perché è accaduto che, alla fine, ci siamo ritrovati in un certo modo tutti e due nel mezzo della strada, ciascuno avendo camminato senza accorgersene in maniera di avvicinarsi all'altro: lui, verso coloro che, soli, rappresentano, senza tradirla, la fede a cui io appartengo; io, verso la comprensione un po' meno insufficiente dell'umano lavoro di coloro che cercano senza avere ancora trovato». In Theonas. dialoghi tra un sapiente e due filosofi su argomenti di diversa attualità, un volumetto scritto in forma di dialogo, Maritain chiarisce la differenza rappresentata dal pensiero di San Tommaso: «il tomismo non rifiuta gli apporti della filosofia contemporanea, ma vuole garantire l'autenticità del discorso filosofico che si differenzia dalla metodologia delle scienze matematiche e delle scienze sociali, perché si muove a livello della intelligibilità dell'essere ed ha per oggetto non la misura di ciò che cambia, ma la contemplazione di ciò che permane».

 

«Deciso di fare della filosofia di Aristotele e di San Tommaso il centro del suo insegnamento», nel 1912 Jacques Maritain inizia la propria attività di docente, prima al Collegio Stanislao, poi all'Istituto cattolico di Parigi e al piccolo seminario di Versailles. Dal 1922 al 1939 la casa dei Maritain a Meudon diventa luogo di incontri culturali di filosofi, teologi, scrittori, poeti. Tra gli altri anche il filosofo e giornalista Étienne Borne che, in un’intervista pubblicata nel 1982 su Vita e Pensiero, ricorda così quelle domeniche di studio attorno ad un tema: «Meudon era un'altura dello spirito e un punto di incontri spesso insoliti, dove a volte si annodavano, per gli uni o per gli altri, i fili dei loro destini. […] Non era una torre d'avorio. Ci si teneva in ascolto dei problemi del mondo a una svolta decisiva del nostro secolo: la grande depressione che sembrava suonate a morto per il sistema capitalistico, l'ascesa dei fascismi e del nazismo, la condanna dell'«Action française» e, più in generale, la scoperta da parte della Chiesa del pericolo rappresentato da tutte le forme del paganesimo politico, il consolidamento all'Est, nel silenzio e nel mistero, del sistema comunista. Di fronte al fallimento e al declino delle idee o dei regimi tradizionali, e in primo luogo di quelle e di quelli che si credevano-liberali e progressisti, si trattava di creare degli strumenti intellettuali che permettessero di pensare la crisi nelle sue molteplici dimensioni e di aprire, malgrado gli avvenimenti apocalittici di cui si avvertiva l'approssimarsi, una breccia alla speranza». Nel 1936 Maritain pubblicherà la sua opera più famosa, Umanesimo integrale, il frutto più maturo di questo periodo di grande fermento intellettuale, che susciterà immediate polemiche ma che sarà poi il fondamento su cui si reggerà l'impianto del Concilio Vaticano II: gli importanti insegnamenti sulla Chiesa e il mondo, l’apostolato dei laici e la libertà religiosa recano indiscutibilmente il segno dell’umanesimo integrale di Maritain. Il discorso qui iniziato, la possibilità di una società liberale e democratica, cristianamente ispirata, proseguirà in Cristianesimo e democrazia. Nella prefazione all’edizione italiana del 1977, l’allora rettore dell’Università Cattolica, Giuseppe Lazzati scrive: «È a questa volontà di “pensare la politica” prima di “fare politica” che si offre questo saggio».

 

Tra il 1935 e il 1937 Jacques Maritain prende posizione contro l’invasione dell’Etiopia, il bombardamento di Guernica, la guerra di Spagna. A causa del nazismo i Maritain si trasferiscono negli Stati Uniti (1940-44) e a New York Jacques insegna nelle università di Princeton e della Columbia, tenendo conferenze in numerose città americane. Nel 1953 Jacques Maritain si ritrova al centro di una polemica dopo la pubblicazione dell’edizione italiana di L’uomo e lo Stato, in cui, diversamente dalle opere precedenti, insiste su un concetto più laico di democrazia come razionalizzazione etica della vita sociale. Le critiche, rivolte in particolare da padre Messineo su «La Civiltà Cattolica» erano forse attese, come si evince dalle lettere scambiate con il filosofo, che se in un primo momento chiede addirittura di bloccare la traduzione, poi vuole assicurarsi che esca. A proposito Guido Aceti risponde in un articolo del 1954 sulla rivista Vita e Pensiero: «non crediamo che compito del pensatore cattolico sia quello di una ripetizione di tesi note, bensì quello di rimeditare e completare queste tesi con la vivacità di una riflessione che se da un lato guarda alla perennità della tradizione, dall’altro non ha meno vivo il senso della presente contingenza storica» (L’uomo e lo Stato in Vita e Pensiero, 1954 - 4; Vita e Pensiero. Cento anni di editoria. Catalogo Storico 1918-2017). Oggi L’uomo e lo stato è considerato il suo capolavoro di filosofia politica, e, secondo il filosofo Paolo Nepi, «L'opera più organica e sistematica» dal punto di vista della riflessione politica maritainiana (La lezione di Maritain, in Vita e Pensiero 1980 - 9).

 

Nel 1956 esce I grandi amici di Raissa Maritain, felice biografia in cui compaiono i maestri dei due coniugi, da Bergson a Péguy, da Bloy a Georges Rouault (sulla corrispondenza tra Maritain e Rouault vedi anche il saggio di Giovanni Botta Jacques Maritain e Georges Rouault. Una corrispondenza tra estetica e poetica pubblicato nel 2016). Poco dopo, nel 1960, Raissa muore e Jacques decide di ritirarsi a Tolosa presso la Comunità dei Piccoli Fratelli di Gesù, dove rimarrà fino alla morte nel 1973.

 

Perché rileggerlo oggi? Forse la risposta migliore possono darla le parole della lettera che Papa Giovanni Paolo II nel 1982 ha indirizzato a Giuseppe Lazzati in occasione del Convegno Internazionale in onore del filosofo francese pubblicata sulla rivista Vita e Pensiero: Jacques Maritain, senza farsi illusioni sulle difficoltà del compito e su quanto fosse ancora lunga la strada da percorrere, era convinto del fatto che, se l'Umanesimo dell'Incarnazione deve ispirare il processo di civilizzazione, questo richiede necessariamente grande eroismo e coraggiose iniziative da parte dei cristiani. Molti degli aspetti di questo pensiero che anticipava i tempi divennero più tardi di dominio comune, quali la partecipazione attiva di tutti alla vita socio-politica; il senso acuto della giustizia in un mondo di vergognose sperequazioni; la solidarietà con i poveri, con gli emarginati, con i piccoli di questo mondo; reintegrazione delle masse. Egli era l'uomo del dialogo. Senza compromessi quando la verità era in causa, non fu mai partigiano nella difesa delle proprie idee, specialmente se esse erano opinabili. In questo senso, egli ha lanciato una sfida che merita di essere accolta da chiunque intenda essere leale servitore di una verità che non è sua, perché lo trascende. Verità da scoprire in una ricerca che è, al tempo, stesso, impegno di indagine seria dal punto di vista scientifico, e apertura al superiore apporto della rivelazione, davanti alla quale ci si deve porre in atteggiamento di fede e di amore. In ciò Maritain è stato veramente un maestro. Anche per questo il suo pensiero s'accorda esemplarmente col grande progetto del Magistero della Chiesa per l'era contemporanea: Tutto rivificare e rinnovare in Cristo, avvicinando la fede alla cultura e la cultura alla fede.

 

 

(a cura di Erica Crespi)


Raissa Maritain..contemplare l'Assoluto

Se la tua anima, o Poeta, non vive d’entusiasmo e d’amore,

di passione, di pietà, di comprensione,

nulla mi dànno le acrobazie delle tue abilità,

 

delle tue scaltrezze.

Dolcezza del mondo

 

Dolcezza del mondo! Fin dove sale e scende nel mio cuore la

tua musica! TI tuo incanto si dà per l'eternità.

Un'ora nel cuore della tua bellezza, un'ora terrestre e reale, -

beatitudine senza ricordo, presente senza futuro, nel tuo amore

impersonale.

Magie della primavera, giardino perenne delle delizie, il cielo è

limpido e terso, una luce dolce sembra discendere dal paradiso.

Rami fioriti delle acacie, degli aranci, dei roseti, dei lillà, -

profusione di piante, fecondità miracolosa del bosco.

Contempla il Bosco e l'Albero della Croce, che reca il suo

Fiore e il suo Frutto eterno!

Più dell'albero è fecondo il cuore, fa maturare il suo frutto nel

silenzio; grappolo sanguinante destinato al torchio.

Vascello fragile e di carne, universo segreto ed aperto, dove la

dolcezza del mondo affluisce con il sangue.

O soavità, pienezza, gioia! quali parole, quali grida vi potrebbero

esprimere?

Voi non parlate che coi battiti segreti di questo cuore che solo

gli angeli della musica possono decifrare e ripetere.

TI mio fervore ha percorso la terra e il cielo, ho creduto di

possedere tutto in quei momenti eterni.

Istanti felici, ora privilegiata che ha racchiuso in sé tutto l'amore

 

diffuso nel mondo.

Tu sei la Verità

- Tu sei la Sincerità,

Ma ogni uomo è bugiardo.

Ecco che tutto ciò che è in me

Il bene e il male, la menzogna e l'errore,

Ciò che so e ciò che ignoro,

Ti prega e ti scongiura e grida verso di Te!

Se cerco di conoscermi mi perdo nei miei pensieri

Tu solo conosci il nome vero del mio essere.

E se sia degno di odio o d'amore.

Che la tua pietà ci salvi con la grazia,

Tu che operi in noi il volere e l'agire

E che potresti di una pietra

Fare un figlio d'Abramo

Purifica, illumina la mia anima

E fa che sfugga alla potenza del nulla.

 

 

R. Maritain

La gloria di Dio

 

Il riposo è in  te - Te  che sei l'ineffabile

In te l'inconoscenza assorbe la pienezza

Battito invisibile  ̶  sonno vivo

Nel cielo della tua notte domina la certezza

Sostanza impenetrabile  ̶  Deità

Al nostro amore voi siete accessibile

 

Fedele Trinità

Le tre conversioni di Raissa

 

Il 4 novembre 1960 muore a Parigi un’ebrea russa, Raïssa Oumançoff, i cui libri sono tradotti anche a Tokyo; più conosciuta come moglie di Jacques Maritain, il filosofo con cui ha condiviso un’avventura spirituale, culturale e politica fin dalla giovinezza. Come ha scritto il loro biografo, Jean-Luc Barrè, la vita culturale del secolo ventesimo non ha fatto perno sulla coppia esistenzialista Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir, ma proprio sulla coppia Maritain, che prima a Parigi, poi a New York, animava incontri culturali con filosofi come Berdiaeff, Gilson, Edith Stein, artisti come Rouault, Chagall, Severini, musicisti come Auric e Lourié; romanzieri come Bernanos, Claudel, Julien Green, Caroline Gordon, Flannery O’Connor, poeti come Cocteau, Reverdy, Max Jacob. Leggendo i suoi scritti autobiografici – I grandi amici e Diario –, possiamo seguirla in questa avventura.

 

Raïssa, di famiglia ebrea, e Jacques, di famiglia protestante, sui vent’anni diventano atei e anarchici, frequentano le università popolari, si sposano in municipio. Raïssa ricorda: «Riflettendo sul male e sul dolore, mi domandai come un Dio onnipotente e buono potesse permetterne l’esistenza e, abbandonata alle mie sole forze, ho risolto il problema cessando di credere. La vita mi apparve allora assolutamente vuota e triste, ma persuasa che essa avesse un senso non cessai di cercarlo… Piuttosto giovane, credevo a ciò che si diceva intorno a me, che l’ignoranza, il fanatismo stessero dalla parte della religione, che la ragione stesse dalla parte della scienza».

 

Raïssa si iscrive ai corsi di scienze della Sorbona e frequenta i giovani anarchici russi, emigrati a Parigi. All’università incontra Jacques, «un giovanotto dal viso buono con abbondanti capelli biondi e la barba leggera». L’incontro è subito un programma di vita: «Bisognava ripensare insieme l’universo intero, il senso della vita, la sorte degli uomini, la giustizia e l’ingiustizia della società. Bisognava leggere i poeti ed i romanzieri contemporanei, frequentare i concerti e visitare i musei… Il tempo passava in fretta, non potevamo sprecarlo nelle banalità della vita». Insoddisfatti, giungono alla soglia del suicidio; ma dopo avere riflettuto, decidono di dare ancora credito alla vita, nella speranza di poter approdare alla verità.

È Charles Péguy a salvare i due giovani portandoli ad ascoltare le lezioni di Henri Bergson sulla mistica di Plotino. I Maritain non sapevano cosa andavano a cercare: «Questa verità, ardentemente cercata, invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie di Dio sconosciuto».

È allora che i due giovani ricevono risposta alla loro inquietudine intellettuale, apprendendo che è possibile, per mezzo dell’intuizione, conoscere l’Assoluto, avere certezze sul senso della vita. Ma non è ancora la fede.

Dopo aver letto il romanzo La donna povera di Léon Bloy, fanno amicizia con il vecchio scrittore il quale, con la sua testimonianza di un cattolicesimo radicale, li porta a credere in Cristo e nella sua Chiesa. Bloy scrive a Raïssa: «Ora voglio tentare di rispondere alla parte più grave della vostra lettera, dove dite: “Io non sono cristiana, non so che cosa cercare e mi lamento”. Perché continuate a cercare, amica mia, poiché avete già trovato? Come potreste amare ciò che scrivo, se non pensaste, se non sentiste come me? Voi non solo siete cristiana, Raïssa, siete cristiana ardente, figlia amatissima del Padre» (25 agosto 1905).

La conversione dei Maritain ha anche una connotazione mariana. Bloy li inizia alla devozione a Notre-Dame de La Salette, convinto della realtà dell’apparizione di Maria nel 1846.

 

Poi nella loro vita c’è una seconda conversione, altrettanto importante della prima. Entrambi laureati in scienze biologiche alla Sorbona, grazie a Bergson si erano già allontanati dallo scientismo materialistico. La scoperta della filosofia di san Tommaso fa loro comprendere che il bergsonismo risolve la verità in una intuizione soggettiva, negando all’intelligenza umana la capacità di raggiungere la verità nella sua oggettività. Il domenicano H. Clérissac propone a Raïssa di leggere san Tommaso all’inizio del 1909: «Fu tremando di curiosità e timore che aprii per la prima volta la Summa teologica. La scolastica non era, secondo la reputazione corrente, un sepolcro di sottigliezze cadute in polvere?… Dalle prime pagine compresi la vanità e la puerilità delle mie apprensioni. Tutto qui era libertà dello spirito, purezza della fede, integrità dell’intelletto illuminato di scienza e di genio… Pregare, comprendere mi erano una sola e stessa cosa, l’uno dava sete all’altro e mi sentivo sempre dissetata». Da allora i Maritain si impegnano non solo a diffondere la filosofia di san Tommaso, ma ad approfondirla in tutti i campi del sapere, dalla teologia alla politica, dalla pedagogia al diritto, anche perché comprendono che lo spiritualismo alla Bergson finisce solo per inclinare le coscienze verso il relativismo.

 

Dopo sei anni di matrimonio, nel 1912 i due giovani maturano la decisione di pronunciare un voto di castità. Questo voto, sconosciuto anche agli amici più intimi, è la radice nascosta di tutte le attività culturali, politiche e spirituali che promuoveranno in seguito, ma non una rinuncia alla coniugalità. Jacques scrive: «Abbiamo deciso di rinunciare a ciò che nel matrimonio non soddisfa solamente i bisogni profondi dell’essere umano, carne e spirito, ma è una cosa buona e legittima in sé stessa, ed abbiamo rinunciato nel medesimo tempo alla speranza di sopravvivere nei figli o nelle figlie. Non dico che sia stata una decisione facile da prendere. Essa non comportava nemmeno l’ombra di un disprezzo per la natura, ma nella nostra corsa verso l’Assoluto e nel nostro desiderio di seguire a qualunque costo, pur restando nel mondo, almeno uno dei consigli della vita perfetta, noi volevamo fare spazio per la ricerca della contemplazione e dell’unione con Dio e vendere per questa perla preziosa beni in loro stessi eccellenti. La speranza di un tale scopo ci dava le ali. Noi presentivamo, anche, ed è stata una delle grandi grazie della nostra vita, che la forza e la profondità del nostro mutuo amore sarebbero state accresciute come all’infinito». Non una scelta anticoniugale, quindi, ma un perfezionamento eroico della vita di coppia.

 

Quello di Raïssa (e di Jacques) è stato un cammino radicale verso la santità, vissuto attraverso la ricerca della verità, l’amore coniugale, la contemplazione dell’Assoluto. Bisogna leggere le poesie di Raïssa per potere entrare nell’intimità di questa avventura meravigliosa, dove lei ha saputo raccordare esperienza mistica e poetica, religione e cultura

Primo Mazzolari..il mondo si muove se noi ci muoviamo

 

Impegnarsi

Primo Mazzolari

 

Il mondo si muove se noi ci muoviamo, muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.

La primavera incomincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d'acqua l'amore col primo pegno.

 

Ci impegniamo perché noi crediamo nell'amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta a impegnarci perpetuamente.


Chiamati alla Speranza   

 

Primo Mazzolari

 

Quanta disperazione nei cuori

per le difficoltà della vita,

per l'incomprensione degli altri,

per quello che vediamo attorno a noi,

per le ingiustizie che si compiono

e di cui tante volte siamo vittime!

 

Sperare in Dio

non è come sperare negli uomini,

che non possono neppure sorreggere

il nostro desiderio

e la nostra piccola fiducia.

 

Sperare vuol dire resistere

a quello che ogni giorno vediamo

di brutto nella vita.

Che cosa vuol dire questo,

se non ci fosse dietro Qualcuno

che prende il posto della nostra tristezza?

 

Sperare vuol dire guardare al di là

di questa breve giornata terrena;

vuol dire pensare

ad una giornata che viene,

perché Dio si è impegnato

a far camminare il mondo nella giustizia,

 

perché il male non può trionfare,

perché Cristo

ha preso l'impegno del bene;

e voi sapete che Cristo

lo ha difeso in questi secoli

 

nonostante tutte le nostre bestemmie


Don Mazzolari: «Adesso è l’ora dei laici»

 

 

 

Giorgio Campanini, Avvenire 

 

 

Il prete di Bozzolo e la sua profezia ancora attuale

 

Riflettere sul laicato nella Chiesa di oggi alla luce dell’insegnamento di don Primo Mazzolari può apparire a prima vista il tentativo di operare un confronto inattuale, considerati i profondi mutamenti intervenuti nella storia della Chiesa nella seconda metà del Novecento, a partire da quell’evento conciliare che alla sua morte, nel 1959, cominciava soltanto a profilarsi all’orizzonte. Come tutta la vita della Chiesa, così l’insieme delle problematiche riguardanti il laicato appare, a partire dal Vaticano II, profondamente mutato. Ma se il Concilio è apparso, sotto molti aspetti, un avvenimento «rivoluzionario», tuttavia si trattava di una «rivoluzione» da lungo tempo preparata dagli spiriti più vigili della Chiesa dell’Ottocento e del Novecento (per l’Italia basti pensare soltanto a Rosmini e a Bonomelli, a Sturzo e allo stesso Mazzolari). Sotto questo aspetto, riandare alla riflessione mazzolariana sul laicato (e operare una rilettura di essa nei nuovi orizzonti post-conciliari) appare tutt’altro che inopportuno, sia per cogliere meglio il senso dell’evento conciliare, sia per affrontare i problemi che, anche dopo di esso, rimangono aperti.

 

 

In una lettera del 1933 all’allora presidente della Gioventù femminile di Azione cattolica della diocesi di Cremona (solo di recente pubblicata), così Mazzolari si esprimeva: «Ella mi scrive: so che non guarda con simpatia al nostro movimento femminile. Non è la più esatta traduzione del mio animo. Nutro invece una simpatia profondissima e di vecchia data verso l’Ac come idea . Il far posto ai laici nella Chiesa è sempre stata una mia missione, non una convinzione soltanto. Non simpatizzo con la maniera oggi in uso in Italia… Le esperienze e gli avvenimenti cambieranno tante cose. Quando? Non lo so perché non sono profeta: so però che dovrà essere, poiché un’Azione cattolica che clericalizza (la parola è brutta ma il significato che le do in questo momento è inoffensivo) i laici… li sposta dalla loro qualità specifica… per loro imprestare, estraniandoli quasi del tutto dal mondo in cui vivono, una nostra mentalità. Non è un gran guadagno». Questo problema – il rischio, cioè, della «clericalizzazione» del laicato cattolico – rappresenta il filo conduttore della prolungata riflessione di Mazzolari sul rapporto gerarchia-clero-fedeli, dagli scritti degli anni ’30 agli ultimi editoriali di Adesso . Emblematico (ma non unico documento di questa attenzione e di questa preoccupazione) un suo importante scritto del 1937, e cioè la Lettera sulla parrocchia . Questo testo rappresenta, a nostro avviso, quello in cui più schiettamente (anche perché in qualche modo coperto dall’anonimato) egli esprime il suo pensiero su questo tema. Al centro della riflessione mazzolariana sta la ferma convinzione che, in una stagione caratterizzata dalla fine del regime di cristianità, la missione della Chiesa non possa pienamente espletarsi confidando esclusivamente nel trinomio gerarchia-clero­religiosi, ma si imponga «la partecipazione dei laici alla vita attiva dell’apostolato». Questa attiva presenza laicale nella missione evangelizzatrice della Chiesa è possibile, a giudizio di Mazzolari, a due fondamentali condizioni: in primo luogo la fuoriuscita dai ristretti recinti della vita parrocchiale e l’atteggiamento, da parte del laicato cattolico, di un atteggiamento di lucida e responsabile autonomia. Proprio aprendosi al mondo il laicato cattolico, abbandonando il sicuro rifugio della comunità cristiana, dovrebbe essere in grado di «fare il raccordo tra la parrocchia, che è lo spirito, e le attività della vita moderna»; né costituirebbe un dramma il fatto che questa «fuoriuscita» possa inizialmente provocare qualche tensione («Non importa se, uscendo» il laico «ha sbatacchiato l’uscio»). In secondo luogo l’abbandono, da parte della Chiesa, della pretesa di «controllare direttamente opere e istituzioni che sono di diritto nelle mani della comunità civile», garantendo così ai laici un adeguato spazio di libertà: «I figliuoli, divenuti maggiorenni – avverte – possono pretendere a una certa autonomia ed è dovere della religione d’educarveli invece di contrariarne l’aspirazione o impedirne o ritardarne la preparazione». Perché l’uno e l’altro obiettivo – il superamento della separatezza fra Chiesa e mondo e la promozione di un laicato responsabile – possano essere raggiunti occorre aprire porte e finestre della comunità cristiana: «Non si chiuda né si spranghi il mondo della parrocchia. Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controlli, ma senza pagare pedaggi umilianti e immeritati… L’Azione cattolica ha il compito preciso d’introdurre le voci del tempo nella compagine eterna della Chiesa» e di «gettare il ponte sul mondo, ponendo fine a quell’isolamento che toglie alla Chiesa di agire sugli uomini del nostro tempo». Proprio in vista di questa apertura al mondo, a giudizio di Mazzolari occorre «salvare la parrocchia» (ma qui, come in altri passi dello scritto, è facile intravedere dietro di essa tutta la Chiesa) «dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti». In sintesi, è necessario andare al di là del ristretto numero dei praticanti abituali, formare cristiani aperti al mondo, evitare la «clericalizzazione del laicato», dare fiducia ai fedeli e nello stesso tempo diffidare di coloro che, «docili e maneggevoli», secondo la caustica denunzia mazzolariana, «dicono sempre di sì» e spesso sono apprezzati e valorizzati assai più di coloro che, dotati di maggiore spirito critico, mettono in discussione la prassi corrente, e dunque «creano problemi». Al fondamento di questa nuova stagione di irradiazione del messaggio evangelico nella storia sta, a giudizio di Mazzolari, una nuova e più autentica «spiritualità laicale», della quale (come egli stesso confessava in un articolo di Adesso «siamo tuttora sprovvisti». Vi era dunque un vuoto da colmare non solo sul piano della prassi, ma anche sotto il profilo dell’elaborazione di una nuova spiritualità del laico, costruita non soltanto sul suo «essere nella Chiesa» ma anche sul suo «essere nel mondo». È, questo, è un problema che – nonostante il Concilio Vaticano II – rimane ancora sostanzialmente aperto.


Crisi. Il cristiano deve viverla così di Primo Mazzolari

 

Come ritenere estraneo alla religione un fatto come la crisi, che interessa tutti, sconcerta tutti e fa soffrire tutti? Lo studieremo considerandolo sotto tre aspetti: i nostri torti come maestri cristiani di fronte alla crisi; gli effetti materiali della crisi e i nostri doveri come maestri cristiani di fronte alla crisi. Il primo torto è di occuparci della crisi soltanto personalmente. Quando siamo colpiti, mettiamo per esempio da una diminuzione di stipendio, allora, sì, esiste la crisi. Ma se non siamo colpiti personalmente, noi passiamo avanti a tutte le conseguenze della crisi. Con quella spaventosa indifferenza che l’egoismo sa trovare. Il secondo torto è di non occuparci della crisi religiosamente, ossia di non sentire le influenze disastrose che la crisi porta nel mondo religioso. È l’incapacità di vedere tutto in una visuale cristiana. Si è tentati di chiedere: «Ma la crisi non fa bene religiosamente? Se i cristiani parlano sempre di sofferenza, se la considerano come la strada regia per arrivare al cielo, questa crisi tremenda avvicinerà ancor di più a Dio».

 

 

Disgraziata opinione di molti cristiani, i quali credono che il soffrire chiami di più la Provvidenza. Ma datemi la vostra esperienza. Quando la nostra gente stava bene, stava più lontano dalla Chiesa? La gente non ama di più la Provvidenza nelle sofferenze: in queste, al contrario, si chiude di più il senso della Provvidenza. Infatti mai come ora si sono sentite tante bestemmie contro di essa. Occuparsi religiosamente della crisi vuol dire saper occuparsi e valutare tutte le influenze che nella pratica della religione può avere un disagio materiale. Terzo torto il non occuparci della crisi socialmente. Si parla tanto di senso sociale. C’è anche la parola di cattolico­sociale. Che necessità c’è di aggiungere a «cattolico», «sociale»? Non si può vivere la vita cattolica intera se non in funzione sociale. Se non posso vivere neppure interiormente se non in funzione degli altri, anche il mio sforzo intimo ha una rispondenza nella società. E poiché la strada del Paradiso passa per le anime degli altri, dobbiamo occuparcene come maestre nella scuola dove siamo dinnanzi alle vittime più innocenti della crisi che in essi si manifesta negli aspetti più dolorosi. Altro torto avere giudizi semplicisti sulla crisi. Non vorrei arrivaste alla conclusione: «Il Signore ci ha messo al mondo per soffrire». È un’affermazione cristiana? No. Ci ha messo al mondo per godere e Gesù inizia il Discorso della Montagna con la parola: Beati. Dio ci ha messo nel cuore il bisogno insopprimibile di star bene, di felicità. S’intende solo il bisogno insopprimibile di star bene spirituale? No, anche il bisogno insopprimibile di star bene corporale e l’amore di Dio, concretizzato in tutti i suoi doni materiali, non è che un aiuto e un apporto al nostro benessere. La fecondità della terra, le forze mirabili della Natura, le meraviglie del mondo sono un aiuto dell’amore di Dio al nostro bene materiale. Ma il fattore del nostro benessere materiale non è proprio contrario al fattore del nostro benessere spirituale? Quando siete malati avete la stessa facilità di compire il bene di quando siete sani? Quando si è sani, si serve meglio il Signore, onde noi chiediamo anche la salute a Dio. Far soffrire virtuosamente quelli che soffrono è diverso che parlare di soffrire quando si sta bene: parlare di sofferenza quando non si soffre è facile. Nella vita il pane ha la sua importanza e dicendo il pane significo la soddisfazione di tutti i bisogni materiali della vita. Valorizzare il pane vuol dire l’importanza del Pater che ci fa invocare il pane e ci fa dovere di domandarlo al Padre per ogni giorno. Dimenticando l’importanza del pane arriviamo a non capire bene, a non trattare bene i fratelli, non ci regoliamo nel giudicarli quando li consideriamo nei bisogni materiali. Noi crediamo che le sofferenze intime sieno le più forti e difficili a superarsi, e quasi le desiderabili. Vi sono sì le sofferenze interiori cui ci si inchina, ma vi sono anche delle sofferenze materiali che io metterei al primo posto. Pensate a una mamma che all’ora dei pasti non ha cibo per i figli, o che ha un bimbo malato e non può curarlo; e presso alla mamma pensate il padre che ha l’incertezza del domani, che è senza lavoro né [ha] pane pei suoi; provate a mettere una creatura in queste realtà materiali e troverete che queste sono sofferenze materiali che precedono le spirituali. Io le metto prima perché i bisogni materiali hanno una voce precedente a quella dello spirito. Provate ad aver fame e poi ditemi se avete voglia di pregare. Abbiamo un senso umano nel giudicare le condizioni attuali altrimenti a forza di aver fame ci dimenticheremo di essere uomini. Parlando della crisi si parla anche di castigo di Dio. È un torto parlar troppo facilmente di essa come d’un castigo divino. Il castigo c’è, ma noi cristiani quando parliamo di castigo di Dio negli avvenimenti più importanti, nelle cose più gravi e più difficili a portarsi, dobbiamo andare molto cauti, molto adagio. Individualmente io ho il dovere di riconoscere la mia colpa, ma il ragionamento che faccio per me e che deve nascere dalla mia conoscenza, a chiarimento della mia responsabilità, io non lo devo fare per gli altri. Sono io l’interprete della volontà di Dio? Delle sue intenzioni? È vero, il Signore per chi ha fede si serve di tutto per richiamarci su strade che abbiamo dimenticate, ma io non devo giudicare gli altri perché creerei quello stato di rivolta che è conseguenza di interpretare religiosamente certi avvenimenti e certi fenomeni. Io non posso giudicare peccatore nessuno fuori che me. Un altro torto è quello di credere che nella miseria si possa essere anche moralmente più a posto. La ricchezza è una tentazione ed è cattiva perché è una tentazione, ma la miseria è più d’una tentazione: è tentazione e occasione. Se perde la testa un ricco, non è scusato, ma se la perde un povero, quante scuse ha! La moralità è l’effetto di una condizione normale della vita. L’eroismo, il Signore normalmente non lo chiede, mentre per uno in miseria il minimo sforzo morale è un eroismo. L’uno di bontà di un miserabile è più del cento di bontà d’un benestante. Prima di parlare della cattiveria dei poveri pensiamo che questa cattiveria è superiore e migliore alla nostra bontà perché la nostra poca bontà ci costa così poco. Ancora: torto è il non aver paura dello sconcerto che la crisi porta ad [impoverire?] l’audacia per poterci rimediare, per impedire di cadere alle impalcature che minacciano rovinare in questo momento. Uno dei torti più gravi dei cristiani è di mancare di audacia. Si dimentica che il Signore assiste la sua Chiesa e ciò che alla Chiesa è legato: l’umanità, tesoro della Chiesa. Noi viviamo in un’epoca che non solo nelle parole, ma nei fatti, è rivoluzionaria. Cascano tante cose che noi ieri credevamo indispensabili. C’è della gente che ha lo spavento nel cuore e nella testa. Quello che casca è perché non può stare in piedi, e se casca non deve far spavento anche se rompe le nostre abitudini mentali. Noi dobbiamo fare la volontà di Dio anche in quegli avvenimenti che sconcertano il nostro modo di vedere. Il servizio dei cristiani, in quest’ora, è staccarsi da ciò che credevano e invece non è durevole. Staccarsi anche da quei concetti d’ordine di cui siamo predicatori. Gli effetti materiali della crisi. Professionalmente: la mancanza di respiro, di agio. L’agio non è necessario, ma quando si è pressati dal fatto materiale e si va a scuola con mille preoccupazioni, il nostro lavoro ne risente assai, perché respiriamo spiritualmente a fatica. In un libro di Ford è confrontato il rendimento del lavoro di un operaio preoccupato con quello d’uno non preoccupato: questo era maggiore. Le maestre sposate, per esempio, hanno un legame famigliare che non le lascia dare tutte se stesse alla scuola. Né questo deve meravigliare. Mi meraviglierebbe al contrario che una mamma si dimenticasse i suoi figliuoli sia pure per alcune ore: una sospensione del sentimento materno è impossibile. Io vivo pei miei affetti, non per il mio lavoro. Quando c’è l’adattamento al lavoro per necessità, il lavoro diventa inamabile poiché non si può abbracciare con tutto se stesso. Moralmente: 1) L’abbassamento del livello professionale in conseguenza dello strozzamento dei posti: questi si contendono, onde si denigrano le persone per poter sorpassarle. 2) La facilità della tentazione. A un certo punto del bisogno si ha come uno stordimento: pare che tutto crolli, che non valga più la pena di tenere fermo ciò che va tenuto fermo anche nel nostro campo morale. Quali sono i comandamenti che hanno tenuto duro? Come si può pensare a una coscienza morale nel popolo, a una rinascita spirituale quand’è appunto il senso morale che ha subito un contraccolpo poiché le necessità d’ogni giorno e la lotta per il vivere sono spaventosi? Se è brutta la lotta per il guadagno, ancora più brutta e spaventosa è la lotta per il vivere; ed ora, se è soppressa la lotta di classe, c’è quella per la vita. La concorrenza e il mangiarsi diventati sistema. È facile dire: bisogna moralizzare la lotta per la vita! C’è della gente che non ha gusto a diventare disonesta, che soffre di diventarlo, e lo deve diventare per le necessità personali più stringenti… Questa responsabilità è legata alla società, non all’individuo, perché non possiamo chiedere all’individuo uno sforzo morale quando la società non fa nulla per aiutarlo. A proposito dei doveri morali dell’altro ricordiamo le parole del Signore: «Voi imponete dei pesi tali sulle spalle altrui, che non sapreste muoverli neppure con un dito». Ossia, pur mantenendo integri i nostri principi morali, dobbiamo tener conto delle situazioni, altrimenti diventeremo capaci di creare la rivolta verso ciò che si deve amare. Oggidì si vede accettare ogni compromesso non solo nel commercio, ma anche nei costumi; ma se si medita su una situazione di miseria, vicina a tutte le tentazioni che la società presenta, vicino a tutto quello che si vede di tanto desiderabile, c’è molto da comprendere e perciò da compatire su certe cadute e certe circostanze. Io non accetto il fatto della caduta, ma devo accettare un’altra maniera di giudicare che è la carità cristiana comprensiva della responsabilità dell’uomo che vede scritto per terra: Non chi è senza peccato, ma chi è senza responsabilità scagli la prima pietra. 3) La difficoltà di credere alla bontà di Dio. Quando ci troviamo dinanzi certi casi disperati, la più bella maniera d’apostolato è tacere. Quando sento certi discorsi o di conforto o di dottrina a chi sta male, mi disgusto. Parole anche buone, ma dette fuori posto, irritano. L’irritazione che danno le prediche, specie di tono disumano, è grande, onde si comprende come, in certi casi, il metter la spada nel fodero è la migliore forma dell’apostolato. 4) Oltre la rivolta verso la religione, che è Provvidenza e non si vede, c’è la rivolta verso i cristiani che stanno bene e danno la tremenda impressione che la religione diventi o stia diventando il rifugio dei benestanti. Oh, i cristiani che stanno bene, onde di loro si dice: «Però lui, però lei…». Si vede che si è religiosi nella speranza che la religione possa servire a mantenere non il cristiano, ma il cristiano benestante; ma cristiano e benestante sono due termini contraddittori. Certe tenerezze per la religione non sono che interesse. Siamo in periodo devozionale e Dio è guardato come un distributore automatico. Spesso si attacca alla religione un grande spirito pagano e il paganesimo non è soltanto dottrinale, ma [è] in efficienza, perché esso vuol dire non fare la volontà di Dio, ma far fare a Dio che vogliamo noi. I doveri: 1) Guardare in faccia la crisi. 2) Non chiudere gli occhi alla realtà. 3) Essere generosi di sincerità e d’intelligenza su ciò che ci sta davanti. Il cristiano che non vede, che non capisce il proprio momento, il cuore del fratello, non sarà mai né un cristiano fratello, né un cristiano apostolo.


Don Primo Mazzolari è nato al Boschetto, frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890 da genitori legati alla terra da motivi di lavoro e di attaccamento. Ben presto, nel 1899, la famiglia, che si componeva di due figli, Primo e Peppino, e di tre figlie, Colombina, Pierina e Giuseppina, si trasferì a Verolanuova. Qui Primo Mazzolari rimase ben poco: a dieci anni, seguendo la vocazione sacerdotale, entrò nel seminario di Cremona dove proseguì gli studi fino all’ordinazione che gli venne data da monsignor Giacinto Gaggia il 24 agosto 1912. Dopo pochi mesi fu inviato come vicario a Spinadesco, e subito dopo, richiamato in seminario a Cremona come insegnante di Lettere. Scoppiata la Prima guerra mondiale, vi partecipa con il fervore dei giovani in quel momento. Congedato nel 1920 andò parroco a Bozzolo, provincia di Mantova, ma diocesi di Cremona, dove cominciò ad assumere posizioni di difesa dei diritti dei poveri. Nel 1922 venne nominato parroco di Cicognara, "il paese delle scope". Qui iniziò la sua opposizione al fascismo. Nel 1932 fu inviato nuovamente a Bozzolo e nel 1949 fondò e diresse il periodico "Adesso" la cui pubblicazione fu sospesa nel 1951. Nel 1957 predicò la Missione a Milano, chiamato dal Cardinal Montini. Con l’elezione di Giovanni XXIII entrò nella chiesa una ventata nuova e le idee di don Primo ebbero piena cittadinanza. Il 5 febbraio 1959 venne ricevuto in udienza privata da Papa Roncalli: l’accoglienza che egli ebbe dal Pontefice, che lo definì "Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana", lo ripagava di ogni amarezza sofferta. Morì il 12 aprile 1959 nella casa di cura San Camillo di Cremona. Nell'udienza generale del 1° aprile 2009, Papa Benedetto XVI ha affermato: "Il cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari sia occasione opportuna per riscoprirne l'eredità spirituale e promuovere la riflessione sull'attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento", auspicando inoltre "che il suo profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa, possa contribuire a una fervorosa celebrazione dell'Anno Sacerdotale". Il 2 aprile 2015 la Congregazione per le Cause dei Santi ha concesso il nulla osta per avviare la causa di beatificazione. Papa Francesco il 20 giugno 2017 ha visitato la sua tomba a Bozzolo. Il 18 settembre 2017, nella cattedrale di Cremona, ha avuto luogo l'insediamento del Tribunale diocesano, che sancisce l'apertura della fase diocesana della causa di beatificazione.

 

 

 

Le origini contadine

Primo Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890, figlio di Luigi e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo affittuario, che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo fu il primogenito, poi vennero Colombina, Giuseppe (Peppino), Pierina, Giuseppina. Nel 1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferì a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo decise di entrare in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei parenti, il seminario di Cremona, città dove era allora vescovo mons. Geremia Bonomelli, uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali, di conciliazione con il giovane Stato italiano.

 

La vita in seminario

Primo Mazzolari rimase nell'istituto cremonese fino al 1912, anno nel quale fu ordinato prete. Per l'occasione egli tornò in famiglia, a Verolanuova e ricevette l'ordine sacro dal vescovo di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa parrocchiale. Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro per il giovane seminarista. Non si può dimenticare che quelli erano i tempi della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comportò nei seminari l'irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del momento. Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale, che riuscì a superare grazie all'illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio perché sospettato di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre Gazzola profetizzò al giovane che la sua vita adulta sarebbe stata «una croce».

 

I primi incarichi pastorali

Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario cooperatore a Spinadesco (Cremona). Qui rimase circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, però, nell'autunno del 1913 fu nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario. Svolse tale funzione per un biennio, durante il quale utilizzò le vacanze estive per recarsi in Svizzera, ad Arbon, come missionario dell'Opera Bonomelli tra i lavoratori italiani là emigrati.

Era intanto scoppiata la Prima Guerra Mondiale e, nella primavera del 1915, si pose con forza il problema dell'atteggiamento italiano. Don Mazzolari si schierò in quel frangente tra gli interventisti democratici, così come altri giovani cattolici, tra i quali Eligio Cacciaguerra, animatore della Lega Democratica Cristiana e del giornale «L'Azione» di Cesena, a cui Mazzolari collaborò con diversi articoli. Si intendeva sostenere l'intervento militare italiano nella guerra al fine di eliminare per sempre le forme di militarismo simboleggiate dalla Germania e per contribuire ad instaurare un nuovo regime democratico e di collaborazione internazionale in tutta l'Europa.

 

La prova della guerra

La guerra comportò però subito un atroce dolore per il giovane prete. Nel novembre 1915, infatti, morì sul Sabotino l'amatissimo fratello Peppino, il cui ricordo rimase sempre vivissimo in don Primo. Questi aveva comunque già deciso di offrirsi volontario: fu così inserito nella Sanità militare e impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il timore di sentirsi ‘imboscato' spinse però don Mazzolari a chiedere il trasferimento al fronte. Così nel 1918 fu destinato come cappellano militare a seguire le truppe italiane inviate sul fronte francese. Rimase nove mesi in Francia. Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino. Nel 1920 seguì un periodo di sei mesi trascorso in Alta Slesia insieme alle truppe italiane inviate per mantenere l'ordine in una zona che era stata forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata Polonia. Tutte le testimonianze concordano nel raccontare dell'impegno e della passione umana con cui don Primo seguì in questi vari frangenti i suoi soldati.

 

Il periodo di Cicognara

Smobilitato nell'agosto 1920, don Mazzolari chiese al suo vescovo (mons. Giovanni Cazzani) di non tornare all'insegnamento in seminario, ma di essere destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall'ottobre 1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Ss. Trinità di Bozzolo, un paese in provincia di Mantova, ma dipendente dalla diocesi di Cremona. Da qui fu trasferito come parroco nel vicino paese di Cicognara, a due passi dal fiume Po, dove rimase per un decennio, fino al luglio 1932.

A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando iniziative, riflettendo, annotando idee e, soprattutto, cercando forme nuove per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa. Il paese, infatti, aveva una forte connotazione socialista. Don Mazzolari cercò in vario modo di valutare positivamente le tradizioni popolari contadine, come la festa del grano e dell'uva, ma non trascurò di commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante l'inverno faceva la scuola serale per i contadini e istituì la biblioteca parrocchiale. L'avvento del fascismo lo vide fin dall'inizio diffidente e preoccupato, senza celare la propria intima opposizione. Già nel 1922 egli scrisse, a proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che «il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna». Nel novembre 1925 rifiutò di cantare solennemente il Te Deum dopo che era stato sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini. Egli preferiva infatti mantenersi su un piano esclusivamente religioso, tanto che perfino nel 1929 si differenziò dall'atteggiamento entusiastico di tanti vescovi e preti, non andando neppure a votare al plebiscito indetto da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava intanto l'esaltazione acritica della guerra e del militarismo e respingeva ogni spirito settario e partigiano. Così, pur evitando di prendere posizioni di aperte rottura, don Primo fu presto considerato un nemico agli occhi dei fascisti e anzi un vero e proprio ostacolo alla ‘fascistizzazione' di Cicognara, e la notte del primo agosto 1931 lo chiamarono alla finestra e spararono tre colpi di rivoltella che fortunatamente non lo colpirono.

 

La ‘promozione' a Bozzolo

Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo in concomitanza con la fusione delle due parrocchie esistenti. Nell'occasione egli scrisse un piccolo opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi parrocchiani, vecchi e nuovi. A Bozzolo don Mazzolari iniziò poi a scrivere in modo regolare, così che gli anni Trenta furono per lui molto ricchi di opere. Nei suoi libri, egli tendeva a superare l'idea della Chiesa come ‘società perfetta' e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa. A suo parere ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani', a coloro cioè che rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e della Chiesa. Negli scritti di don Mazzolari era inoltre presente l'idea che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza. Idee simili lo costrinsero inevitabilmente a fare i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista.

Nel 1934 don Mazzolari pubblicò La più bella avventura, basata sulla parabola del figliuol prodigo, ma questo testo fu condannato l'anno dopo dal Sant'Uffizio vaticano, che giudicò «erroneo» il libro e ne impose il ritiro dal commercio. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Il Sant'Uffizio non spiegò al povero parroco quali fossero le pagine del libro giudicate erronee: si mosse forse solo su denuncia di qualche cremonese, scandalizzato dal fatto che ambienti protestanti avessero elogiato lo scritto mazzolariano.

Don Primo tuttavia non si scoraggiò. Nel 1938 apparvero così altri suoi testi, come Il samaritano, I lontani, Tra l'argine e il bosco. Quest'ultimo era una raccolta di articoli e scritti vari, da cui emergeva la concezione della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche la sua capacità di guardare la natura e la realtà della vita di campagna. Nel 1939 fu invece pubblicata La via crucis del povero.

Le opere successive finirono però ancora sotto la scure della censura. Le autorità fascista censurarono infatti nel 1941 Tempo di credere, ritenuto un libro non conforme allo ‘spirito del tempo', quello cioè di un'Italia in guerra. Gli amici di don Primo riuscirono a fare circolare clandestinamente il testo. Nel 1943 tornò invece a farsi sentire il Sant'Uffizio che biasimò l'opera Impegno con Cristo, almeno per la forma utilizzata dall'autore.

 

Guerra e Resistenza

Nel 1943 alla caduta del fascismo (25 luglio) e all'annuncio dell'armistizio (8 settembre) si aprì la fase più drammatica della storia italiana contemporanea, con la spaccatura del Paese in più parti, l'occupazione tedesca, la nascita della Resistenza e subito dopo della Repubblica Sociale Italiana. Don Primo si impegnò a creare contatti con vari ambienti e personalità cattoliche in vista del domani. Strinse inoltre sempre più rapporti con la Resistenza, così che il suo nome – già inviso da anni ai fascisti – circolò sempre più nelle liste di coloro che erano giudicati nemici del regime di Salò. Nel febbraio 1944 don Mazzolari fu chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti; seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità a Gambara in provincia di Brescia. Lasciò così per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di nascosto. Dovette infatti vivere per alcuni mesi completamente segregato, all'insaputa di tutti, al piano superiore della sua stessa casa e solo dopo la Liberazione poté uscire allo scoperto. Testimonianza di quel tempo sono i libri Diario di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati dopo la sua morte.

 

Il dopoguerra

L'impegno per l'evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini dell'impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi. Figlio in questo della Chiesa del suo tempo, egli era convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore così dell'idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana'. I cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti. Don Primo non perse naturalmente di vista il compito principale della Chiesa, quello dell'annuncio evangelico. Con Il compagno Cristo. Vangelo del reduce (1945) cercò quindi di rivolgersi anzitutto a coloro che tornavano dal fronte o dalla prigionia, per additare loro la via tracciata da Gesù Cristo. Scrisse in quegli anni molti articoli, collaborando tra l'altro ai giornali «Democrazia» e «L'Italia».

Continuò a interessarsi dei ‘lontani', particolarmente dei comunisti. La sua critica del comunismo fu sempre molto dura, come dimostrò il dibattito pubblico con un altro celebre cremonese, Guido Miglioli, ex organizzatore sindacale cattolico ed ex deputato del Partito Popolare, che era approdato alla collaborazione stretta con il Partito Comunista. In ogni caso, come ebbe a dire nel 1949 (l'anno della scomunica vaticana verso i comunisti), lo slogan di don Mazzolari era: «Combatto il comunismo, amo i comunisti».

Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali appoggiò la DC, don Primo iniziò subito ad ammonire i parlamentari, invitandoli alla coerenza e all'impegno. Un suo articolo portava per esempio un titolo chiarissimo: Deputati e senatori vi hanno fatto i poveri.

 

La stagione di «Adesso»

Tante speranze di cambiamento andarono presto deluse. Don Mazzolari si rese conto di dover creare un movimento di opinione più vasto e si dedicò allora anima e corpo al progetto di un giornale di battaglia. Il 15 gennaio 1949 uscì il primo numero del quindicinale «Adesso», nel pieno di una stagione in cui si moltiplicavano gli appelli cattolici verso la DC (l'anno dopo, nel 1950, Giorgio La Pira pubblicò L'attesa della povera gente).

Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti i temi cari al suo fondatore: l'appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani', il problema del comunismo, la promozione della pace in un'epoca di guerra fredda. Al giornale collaborarono in molti: da don Lorenzo Bedeschi a padre Aldo Bergamaschi, al sindaco socialista di Milano Antonio Greppi, a tanti preti e laici più o meno noti, come Franco Bernstein, padre Umberto Vivarelli, padre Nazareno Fabbretti, Giulio Vaggi e più tardi Mario V. Rossi.

Intanto don Primo stringeva rapporti sempre più stretti con le voci più libere e critiche del cattolicesimo italiano di quel tempo, dominato dal conformismo e dalla rigidezza nei confronti del mondo contemporaneo: fu così amico del fondatore di Nomadelfia don Zeno Saltini, del poeta padre David Maria Turoldo, del sindaco fiorentino Giorgio La Pira, dello scrittore Luigi Santucci e di molti altri.

Il carattere innovativo e coraggioso di «Adesso» provocò ancora l'intervento vaticano, così che nel febbraio del 1951 il giornale dovette cessare le pubblicazioni. In luglio arrivarono altre misure personali contro don Mazzolari (proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica). Si poté ripartire nel novembre dello stesso 1951, ma con la direzione di un laico, Giulio Vaggi. Don Primo collaborò ancora, utilizzando spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli. Proprio alcuni interventi di ‘don Bolli' sul tema della pace provocarono nuove indagini disciplinari. Nel 1950, infatti, si sviluppò un ampio dibattito sulla proposta del movimento dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista) di mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari (che pure aveva accettato l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico) si dichiarò disponibile al dialogo. Insomma, il giornale continuò a vivere pericolosamente. Ancora nel 1954 don Primo ricevette da Roma l'ordine di predicare solo nella propria parrocchia e il divieto di scrivere articoli su ‘materie sociali'.

 

Gli ultimi anni

Usando sempre il suo caratteristico linguaggio, che puntava direttamente a suscitare l'emozione nel cuore, senza voler indugiare nell'analisi scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblicò negli anni Cinquanta altre opere significative.

Nel 1952 uscì così La pieve sull'argine, un ampio racconto fortemente autobiografico, che ripercorreva le vicende e le vicissitudini di un prete di campagna (don Stefano) negli anni del fascismo.

Nel 1955 apparve anonimo Tu non uccidere, che affrontava la questione della guerra. Qui Mazzolari riprendeva un suo scritto inedito del 1941, la Risposta a un aviatore, in cui si era già posto il problema della liceità della guerra. In questo modo il parroco di Bozzolo approdava all'accettazione dell'obiezione di coscienza e pronunciava un durissimo atto di accusa contro tutte le guerre («La guerra non è soltanto una calamità, è un peccato», «Cristianamente e logicamente la guerra non si regge»).

Libri a parte, don Primo spendeva le sue ultime energie per affrontare temi nuovi e conoscere problemi sociali anche lontani: nel 1951 visitò il delta del Po, nel 1952 fece un viaggio in Sicilia, riportandone forti impressioni, e nel 1953 si recò in Sardegna.

Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava intanto a dividere: alle prese di posizione ufficiali, che in pratica lo proscrivevano e lo volevano rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano i tanti amici, ammiratori, discepoli di ogni tipo che si riconoscevano nelle sue battaglie e diffondevano le sue idee in tutta Italia. Lui rimaneva coerente al suo proposito di ‘ubbidire in piedi', sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando la propria dignità e la coerenza del proprio sentire.

Proprio alla fine della sua vita cominciò a venire qualche gesto significativo di distensione nei suoi confronti. Nel novembre del 1957 l'arcivescovo di Milano mons. Montini (il futuro papa Paolo VI) lo chiamò a predicare alla Missione di Milano, una celebre iniziativa straordinaria di predicazioni e interventi pastorali. Nel febbraio 1959, infine, il nuovo papa, Giovanni XXIII, lo ricevette in udienza in Vaticano, lasciando in don Primo un'intensa emozione.

 

Ormai però la salute del parroco di Bozzolo era minata e logorata. Don Primo Mazzolari morì infatti poco tempo dopo, il 12 aprile 1959. Anni più tardi, Paolo VI dirà di lui: «Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti».


Madeleine Delbrel..scintille del tuo volere!

 

LITURGIA LAICA..incaricati di respirare nella vita eterna

 

 

Tu ci hai condotto stanotte in questo bar che ha nome "chiaro di luna".

Volevi esserci Tu, in noi,

per qualche ora, stanotte. Tu hai voluto incontrare,

attraverso le nostre povere sembianze,

attraverso il nostro miope sguardo,

attraverso i nostri cuori che non sanno amare,

tutte queste persone venute ad ammazzare il tempo.

 

E poiché i Tuoi occhi si svegliano nei nostri

E il tuo Cuore si apre nel nostro cuore,

noi sentiamo il nostro labile amore aprirsi in noi

come una rosa espansa,

approfondirsi come un rifugio immenso e dolce

per tutte queste persone,

la cui vita palpita intorno a noi.

 

Allora il bar non è più un luogo profano,

quell'angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle.

Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati

la cerniera di carne,

la cerniera di grazia,

che lo costringe a ruotare su di sé ,

a orientarsi suo malgrado

e in piena notte

verso il Padre di ogni vita.

 

In noi si realizza il sacramento del Tuo amore.

Ci leghiamo a Te

Con tutta la forza della nostra fede oscura,

ci leghiamo a loro

con la forza di questo cuore che batte per Te,

Ti amiamo,

li amiamo,

perché si faccia di noi tutti una cosa sola.

 

In noi, attira tutto a Te…

Attira il vecchio pianista,

dimentico del posto in cui si trova,

che suona soltanto per la gioia di suonare;

la violinista che ci disprezza e offre in vendita

ogni colpo d'archetto,

il chitarrista e il filarmonicista

che fan della musica senza saperci amare.

Attira quest'uomo triste, che ci racconta storie cosiddette gaie.

Attira il bevitore che scende barcollando

la scala del primo piano;

attira questi esseri accasciati, isolati dietro un tavolo

e che son qui soltanto per non essere altrove;

attirali in noi perché incontrino Te,

Te cui solo è il diritto di aver pietà.

Dilataci il cuore, perché vi stiano tutti;

incidili in questo cuore,

perché vi rimangano scritti per sempre.

 

Tu fra poco ci condurrai

Sulla piazza ingombra di baracconi da fiera.

Sarà mezzanotte o più tardi.

Soli resteranno sul marciapiede

Quelli per cui la strada è il focolare,

quelli per cui la strada è la bottega.

Che i sussulti del Tuo cuore affondino i nostri

Più a fondo dei marciapiedi,

perché i loro tristi passi

camminino sul nostro amore

e il nostro amore

gl'impedisca di sprofondare più a fondo

nello spessore del male.

 

Resteranno, intorno alla piazza,

tutti i mercanti di illusioni,

venditori di false paure, di falsi sports,

di fase acrobazie, di false mostruosità.

Venderanno i loro falsi mezzi di uccidere la noia,

quella vera, che rende simili tutti i volti scuri.

Facci esultare nella Tua verità e sorridere loro

Un sorriso sincero di carità.

Più tardi saliremo sull'ultimo metrò.

Delle persone vi dormiranno.

Porteranno impresso su di sé

Un mistero di pena e di peccato.

Sulle banchine delle stazioni quasi deserte,

anziani operai,

deboli, disfatti, aspetteranno che i treni si fermino

per lavorare e riparare le vie sotterranee.

 

E i nostri cuori andranno sempre dilatandosi,

sempre più pesanti

del peso di molteplici incontri,

sempre più grevi del Tuo amore,

impastati di Te,

popolati dai nostri fratelli, gli uomini.

Perché il mondo

Non sempre è un ostacolo a pregare per il mondo.

Se certuni lo devono lasciare per trovarlo

E sollevarlo verso il cielo,

altri visi devono immergere

per levarsi

con lui

verso il medesimo cielo.

Nel cavo dei peccati del mondo

Tu fissi loro un appuntamento:

incollati al peccato,

con Te essi vivono

un cielo che li respinge e li attira.

Mentre Tu continui

A visitare in loro la nostra scura terra,

con Te essi scalano il cielo,

votati a un'assunzione pesante,

inguaiati nel fango, bruciati dal Tuo spirito,

legati a tutti,

legati a Te,

incaricati di respirare nella vita eterna,

 

come alberi con radici che affondano.

NOI DELLE STRADE

 

 

Ci sono luoghi in cui soffia lo Spirito,

ma c'è uno Spirito che soffia in tutti i luoghi.

 

C'è gente che Dio prende e mette da parte.

Ma ce n'è altra che egli lascia nella moltitudine,

che non «ritira dal mondo».

E' gente che fa un lavoro ordinario,

che ha una famiglia ordinaria o che vive un'ordinaria vita da celibe.

Gente che ha malattie ordinarie, lutti ordinari.

Gente che ha una casa ordinaria, vestiti ordinari.

E' la gente della vita ordinaria.

Gente che s'incontra in una qualsiasi strada.

Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via,

come i loro fratelli invisibili al mondo amano la porta

che si è rinchiusa definitivamente dietro di loro.

Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze

che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi

è per noi il luogo della nostra santità.

Noi crediamo che niente di necessario ci manca,

 

perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato.


 

 

 

 

 

 

 

SPIRITUALITÀ DELLA BICICLETTA...Andate!

 

 

“Andate...” dici a ogni svolta del Vangelo.

Per essere con Te sulla Tua strada occorre andare

anche quando la nostra pigrizia ci scongiura di sostare.

 

Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.

Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi

se non in movimento,

se non in uno slancio.

 

Un po’ come in bicicletta che non sta su senza girare,

una bicicletta che resta appoggiata contro un muro

finché qualcuno non la inforca

per farla correre veloce sulla strada.

 

La condizione che ci è data è un’insicurezza universale,

vertiginosa.

Non appena cominciamo a guardarla,

la nostra vita oscilla, sfugge.

 

Noi non possiamo star dritti se non per marciare,

se non per tuffarci,

in uno slancio di carità.

 

Tutti i santi che ci sono dati per modello,

o almeno molti,

erano sotto il regime delle Assicurazioni,

una specie di Società assicurativa spirituale che li garantiva

contro rischi e malattie,

che prendeva a suo carico anche i loro parti spirituali.

Avevano tempi ufficiali per pregare

e metodi per fare penitenza, tutto un codice di consigli

e di divieti.

 

Ma per noi

è in un liberalismo un poco pazzo

che gioca l’avventura della tua grazia.

Tu ti rifiuti di fornirci una carta stradale.

Il nostro cammino si fa di notte.

Ciascun atto da fare a suo turno s’illumina

come uno scatto di segnali.

Spesso la sola cosa garantita è questa fatica regolare

dello stesso lavoro ogni giorno da fare

della stessa vita da ricominciare

degli stessi difetti da correggere

delle stesse sciocchezze da non fare.

 

Ma al di là di questa garanzia

tutto il resto è lasciato alla tua fantasia

 

che vi si mette a suo agio con noi.

 

PREGHIERA PER RESTARE SVEGLI

 

O Signore,

che continuamente c'incitasti

a star svegli

a scrutare l'aurora

a tenere i calzari

e le pantofole,

fa' che non ci appisoliamo

sulle nostre poltrone

nei nostri anfratti

nelle culle in cui ci dondola

questo mondo di pezza,

ma siamo sempre attenti a percepire

il mormorio della tua Voce,

che continuamente passa

tra fronde della vita

a portare frescura e novità.

Fa' che la nostra sonnolenza

non divenga giaciglio di morte

e - caso mai - dacci Tu un calcio

per star desti

 

e ripartire sempre.

Ogni giorno è da vivere 

 

Ogni mattina

è una giornata intera

che riceviamo dalle mani di Dio.

 

Dio ci dà una giornata intera

da lui stesso preparata per noi.

 

Non vi è nulla di troppo

e nulla di "non abbastanza",

nulla di indifferente

e nulla di inutile.

 

È un capolavoro di giornata

che viene a chiederci di essere vissuto.

 

Noi la guardiamo

come una pagina di agenda,

segnata d'una cifra e d'un mese.

 

La trattiamo alla leggera

come un foglio di carta.

 

Se potessimo frugare il mondo

e vedere questo giorno elaborarsi

e nascere dal fondo dei secoli,

comprenderemmo il valore

di un solo giorno umano.

 

 

Madeleine Delbrel

 

Madeleine Delbrel

 

È stata definita una delle più grandi mistiche del XX secolo e in effetti la vita di Madeleine Delbrêl, di cui papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche dichiarandola venerabile, è una corsa verso Dio. Cominciata quando, a 20 anni, rimane folgorata come un novello san Paolo sulla via di Damasco.

 

Atea dichiarata a 15 anni, a 17 aveva sintetizzato con la inesorabilità tipica degli adolescenti che "Dio è morto... viva la morte". A innescare il cambiamento è la scoperta che il ragazzo di cui si è innamorata, e con cui aveva diviso appassionati discorsi, è entrato nei Domenicani. Per lei inizia un periodo di crisi esistenziale che culmina nella professione di fede che la apre a una vita nuova.

 

Diplomata assistente sociale e capo scout, si trasferisce nel 1933 con due amiche nell'estrema periferia di Parigi, a a Irvy-sur-Seine. In una realtà in cui il marxismo trionfava grazie anche alle pessime condizioni di vita in cui erano costretti gli operai, Madeleine e le sue amiche danni vita a una intensa opera di apostolato sulle strade, nelle fabbriche e anche nei bar. Un cammino sostenuto dall'idea che è "la strada" ovvero il luogo in cui Dio chiama ad operare "il luogo della santità". Un immergersi in Dio che la rende capace di vedere il grande inganno marxista senza perdere mai di vista le persone che in questa menzogna cadono spinte dalla povertà e dalla miseria in cui sono costrette a vivere. "Dio non ha detto - scriveva - ama il prossimo tuo tranne i comunisti".

 

Dimensione contemplativa e difesa della dignità degli ultimi e dei più poveri, sono i fari che determinano la sua esistenza. Delbrêl e le sue amiche diventano presto un punto di riferimento per tante persone, che se non condividono la fede (almeno all'inizio), le riconoscono un amore verso il prossimo che travalica ogni differenza. Precorritrici della Chiesa in uscita che si china sulle ferite del mondo, soccorrono, aiutano, portano speranza in un mondo spesso preda della disperazione. Per 30 anni vive e opera nel silenzio senza mancare, però, di avere uno stretto rapporto con le autorità ecclesiali cui è sempre stata fedele e obbediente.

 

Sostenitrice di un più ampio coinvolgimento dei laici nella Chiesa, morì all'improvviso al suo tavolo di lavoro il 13 ottobre 1964 lo stesso giorno in cui, per la prima volta, un laico prese la parola all'interno del Concilio Vaticano II.

 

 

La Conferenza episcopale francese ha aperto la causa di beatificazione negli anni '90. Durante la visita ad limina dei presuli transalpini nel 2004, Giovanni Paolo II, l'ha posta come esempio auspicando che "la sua luminosa testimonianza possa aiutare tutti i fedeli, uniti ai loro Pastori, a radicarsi nella vita comune e nelle diverse culture per farvi penetrare la novità e la forza del Vangelo".


Rainer Maria Rilke.. Poeta della luce

 

Delle tue vastità fammi guardiano

 

Fammi ascoltatore attento della pietra, donami di aprire bene gli occhi su quanto i tuoi mari siano soli, lascia che accompagni lo scorrere dei fiumi dall esultanza di una riva e l altra fin dentro il suono della notte lungamente. Manda me nei tuoi deserti territori là dove vanno i grandi venti, dove grossi chiostri, come vesti, si levano d' intorno a vite mai vissute. La voglio fermarmi con i pellegrini e per un sentiero andare che nessuno sa.

 

 

Rainer Maria Rilke

Non attender che Dio su te discenda

e che ti dica: sono.

Senso alcuno non ha quel Dio che afferma

l'onnipotenza sua.

Sentilo tu, nel soffio ond'ei ti ha colmo

da che respiri e sei.

Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,

è lui che in te si esprime.

 

 

Rainer Maria Rilke


.

Bisogna, alle cose,

lasciare la propria quiete, indisturbata evoluzione

che viene dal loro interno

e che da niente può essere

forzata o accelerata.

Tutto è: portare a compimento

la gestazione

e poi dare alla luce.

 

Bisogna avere pazienza

verso le irresolutezze del cuore

e cercare di amare le domande stesse

come stanze chiuse a chiave e come libri

che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo.

 

Si tratta di vivere ogni cosa.

Quando si vivono le domande,

forse, piano piano, si finisce,

senza accorgersene,

col vivere dentro alle risposte

celate in un giorno che non sappiamo.

 

Rainer Maria Rilke

 


 

 

 

Rainer Maria Rilke, nato a Praga nel 1875, figlio sensibilissimo e fragile di un modesto funzionario, fu avviato alla carriera militare: nel 1890, per cause rimaste oscure abbandonò la scuola militare di Mährisch-Weisskirchen. Dopo due anni a Linz, tornò a Praga dove preparò privatamente l'esame di licenza liceale (1895). La sua precoce vocazione letteraria fu incoraggiata dalla madre. Nel 1896-1899 proseguì a Monaco e a Berlino gli studi di letteratura e di storia dell'arte. Fa il suo decisivo incontro con Lou Andreas- Salomé, con lei compie nel 1899 e nel 1900 due viaggi in Russia: incontra Tolstoj, il misticismo e il paesaggio russo. Nel 1900 entra a far parte di una colonia di artisti a Worpswede, presso Brema, dove aveva conosciuto la scultrice Clara Westhoff, che sposò dopo pochi mesi. Il matrimonio fallì presto. Rilke si trasferì a Parigi dove, nel 1905, incontrò lo scultore Rodin, di cui divenne segretario fino al 1906 quando ruppe con lui.

Una nuova grave crisi psicologica, dovuta anche dall'incontro con la filosofia di Kierkegaard, provocò una nuova fase di inquietudine: tra il 1901 e il 1913 viaggia in Europa meridionale e in Africa settentrionale. Nel 1911 è ospite nel castello della principessa von Thurn-und-Taxis, a Duino, presso Trieste. Durante la guerra visse quasi sempre a Monaco. E' poi nel castello di Muzot, nel Vallese, nel 1923. Rilke morì in un sanatorio di Valmont (Montreux, Svizzera) nel 1926, stroncato dalla leucemia, dopo terribili sofferenze.

 

 

 

Opere

Della sua vocazione letteraria Rilke aveva una consapevolezza acuta e precoce. Vedeva in sé stesso una specie di mediatore della grazia. La sua prima raccolta poetica, Vita e canti (Leben und Lieder, 1894), poi ripudiata dall'autore, nel vago lirismo sentimentale mostra un giovane Rilke legato al decadentismo della fine del secolo. A essa seguirono Sacrificio al lari (Larenopfer, 1895), Incoronato di sogno (Traumgekrönt, 1896), Avvento (Advent, 1897).

 

Decisivo fu l'incontro con Lou Andreas-Salomé, l'intellettuale allora più anziana di lui di quindici anni, che era stata amica di Nietzsche e che sarebbe poi diventata allieva di Freud. In lei Rilke trovò un sostegno umano e artistico. A lei è dedicato un diario tenuto a Firenze durante la primavera del 1898, il cosiddetto "Quaderno di Firenze" (Florenzer Tagebuch, 1942), di grande importanza per la conoscenza della personalità dello scrittore in quel periodo della sua vita, influenzata dall'esempio di Nietzsche. Al 1899 risalgono la raccolta Per la mia gioia (Mir zu Feier), e il racconto lirico Il canto di amore e di morte dell'alfiere Christoph Rilke (Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke), opera che segna l'adesione di Rilke all'ideale neo- romanticista e che costituì il primo grande successo di pubblico di Rilke.

 

Tra il 1899 e il 1903 Rilke scrisse le tre parti del Libro d'ore (Das Stundenbuch):

Il libro della vita monastica (Das Buch vom mönchischen Leben)

Il libro del pellegrinaggio (Das Buch von der Pilgerschaft)

Il libro della povertà e della morte (Das Buch von der Armut und vom Tode).

L'opera, pubblicata in prima edizione nel 1905 (con frontespizio di W. Tiemann) fonda la fama del giovane Rilke. Essa esprime una religiosità terrestre, che si esplica nella mistica delle cose concrete e nell'esercizio artistico. Il tema è variato con una proliferazione inesauribile di metafore: tale ricchezza fa del libro una delle grandi creazioni verbali del tempo.

Influenzate dalle esperienze del viaggio russo sono le Storie del buon dio (Geschichten vom lieben Gott, 1900-1904), ciclo di racconti «narrati ai grandi per i bambini», nella quale Rilke dà voce alla presenza divina nella vita quotidiana. Il libro delle immagini (Das Buch der Bilder, 1902) che apparve poi in nuova edizione ampliata nel 1906, e che assegna un ulteriore affinamento delle sue qualità poetiche.

 

La severa concezione dell'arte e la disciplina morale di Rodin, come pure la conoscenza dell'opera di Cézanne (di cui fu allestita una mostra nel 1907), contribuirono a provocare un profondo mutamento in Rilke, evidente nelle Nuove poesie (Neue Gedichte, 1907 e 1908). In quest'opera Rilke cerca di fissare con precisione le immagini delle cose, per restituire alla realtà la pienezza del senso, andata perduta a causa del processo di mercificazione che ha investito la società industriale.

Documentazione artistica, per molti aspetti rivoluzionaria, di una tormentosa condizione esistenziale, quella dell'artista chiuso nella propria interiorità, è il romanzo-dialogo autobiografico I quaderni di Malte Laurids Brigge (Die Aufzeichnungen des Malte Lauridts Brigge, 1910). Il protagonista, un giovane intellettuale inquieto, va a abitare malato e solo a Parigi. Vi sperimenta la paura, la solitudine, la miseria, ma impara a vedere le cose, che mostrano certe parvenze per poi fluire in altre in un flusso continuo. E' attratto dai derelitti, dai dementi, dai miserabili che finiscono con il dare alla città contorni ossessivi e allucinati. Annota in un suo diario sogni e incubi, reminiscenze dell'infanzia, momenti felici e dolorosi. Su tutto prevale il pensiero del la morte e la ricerca di dio.

 

Rilke iniziò nel 1911 la prima stesura delle Elegie duinesi (Duineser Elegien) a Duino, presso Trieste, ospite nel castello della principessa von Thurn-und-Taxis, che concluse nel 1923 nel castello di Muzot, nel Vallese. Seguirono i Sonetti a Orfeo (Sonette an Orpheus, 1923), e la raccolta postuma delle Poesie estreme (Späte Gedichte) caratterizzate da una limpida serenità. Siamo al culmine della maturità poetica di Rilke, in queste poesie, di grande e tersa audacia formale, Rilke si stacca nettamente dalla cultura della crisi di fine secolo, per approdare a una nuova visione della vita: una visione che considera ancora l'uomo come possibile distruttore del mondo in quanto mercificatore, ma anche come suo possibile salvatore, quando sappia trasferirlo in un invisibile «spazio interiore», identificato e difeso dal verbo poetico. La necessità di preservare da ogni minaccia esterna questo spazio interiore era apparsa a Rilke in tutta la sua drammatica urgenza soprattutto di fronte alla prima guerra mondiale, cui aveva assistito con angoscioso sgomento.

 

 

Le nuove dimensioni della forma e del linguaggio esplorate e fissate da Rilke hanno esercitato un influsso determinante sulla poesia della prima metà del XX secolo europeo.


Cristina Campo..la poetessa che cerca la parola perfetta

Cristina Campo..

la passione della perfezione

 

 

Per la maggior parte degli italiani Cristina Campo è una sconosciuta ma per un’élite è oggetto di vero e proprio culto. Schiva, antimoderna, consacrata alle lettere, la Campo è destinata a rimanere nell’ombra per aver scritto poco (e mai narrativa) e di difficile approccio anche da un punto di vista commerciale: pubblicata da Adelphi, la Campo rimane pietra miliare del Novecento italiano.

 

La scrittrice più sconosciuta d’Italia è Cristina Campo al secolo Vittoria Guerrini nata a Bologna il 28 aprile del 1923 e morta a Roma il 10 gennaio 1977. Nata con una malformazione cardiaca non frequentò i suoi coetanei e seguì studi privati maturando un isolamento e una precarietà che si sarebbero rispecchiati nei suoi scritti. Poetessa, scrittrice, saggista e traduttrice, visionaria, icona dell’essenzialità, in vita ha scritto relativamente poco e avrebbe voluto scrivere anche meno (dalle sue stesse parole). Definita “scrittrice assente” era ossessionata dalla passione per la perfezione. Morì a soli 54 anni dopo essere stata una delle più grandi intellettuali del Novecento. Amava scrivere sotto pseudonimo (Cristina Campo è il più celebre ma si firmava anche Puccio Quaratesi, Bernardo Trevisano, Giusto Cabianca, Benedetto P. d’Angelo) e amava giocare con gli amici sul tema della propria identità anagrafica.

 

Cristina Campo abitò a Bologna (dove nacque), a Firenze e a Roma (dove morì). Visse di letteratura, circondata dai gatti e quando morì molte delle sue carte andarono disperse. Le sue raffinate pagine erano estranee ad una società incapace di leggerle (era tagliata fuori dalla scena editoriale). Si racconta che fosse vivace e molto affascinante con mani piccole e orecchie bellissime ma, nell’impossibilità di avere figli, non si sposò, ebbe amicizie innocenti e un rapporto privilegiato con l’intellettuale Elémire Zolla, studioso delle culture d’Oriente, ch’ella salvò dalla tisi. Durante gli anni romani i due vissero ai due lati del Tevere, poi in due stanze della Pensione Sant’Anselmo e infine in un appartamento su piazza Sant’Anselmo ma la convivenza fu quella di due anime opposte: rigorosa quella di Cristina, disordinata quella di Zolla. La Campo divenne una cattolica fanatica: ispirata da Simone Weil (che le aveva fatto conoscere Mario Luzi) si abbandonò alla mistica e, nell’ultima parte della sua vita, all’ascesi. Zolla difendeva le tradizioni ma non sprofondò mai nel fanatismo. Quando Cristina morì Zolla ne fu devastato: nonostante un documento in cui i due si lasciavano i reciproci scritti, la Campo aveva cambiato idea e i parenti ne avrebbero disperso lettere e carte. Zolla, allora, ritornò a vivere nella Pensione Sant’Anselmo con pochi libri, pochi mobili e tre gatti.

 

Cristina Campo fu una grandissima lettrice e spaziò da Shakespeare a T. S. Eliot, da Virginia Woolf a Truman Capote, da William Carlos Williams a John Donne, da Gustav Herling a Simone Weil, da Proust a Borges, da Hoffmannsthal a Dante, da Céline a Cechov a Emily Dickinson e tanti altri ancora. Frequentava scrittori e poeti: Alessandro Spina, Corrado Alvaro, Mario Luzi, Benedetta Craveri, Giorgio Bassani, Maria Luisa

 

 

 

Spaziani, Pietro Citati, Guido Ceronetti, Roberto Calasso, Anna Banti, Gianfranco Draghi, Ezra Pound. La sua vita si è compiuta solo grazie alla letteratura. Non è facile sintetizzare l’opera e la personalità della Campo che resta un grande insondabile mistero. Donna in contraddizione cercava la solitudine e temeva le cattive compagnie. Sceglieva le battaglie da combattere e ci si buttava a capofitto: processi, repressioni, stermini, distruzioni fino all’ultima, quella a favore della tradizione liturgica della religione cattolica. Sola, e sempre più isolata, per tutta la vita scrisse tante lettere ad amici e colleghi, in particolare all’amica Margherita Pieracci (curatrice delle sue opere).

 

In realtà Cristina Campo scrisse moltissimo se si contano i saggi e le traduzioni ma è difficile recuperarli perché mai raccolti in volumi. Esiste invece una ricca e dettagliata bibliografia dei suoi scritti. Ufficialmente l’opera della Campo consta di tre tomi, Gli imperdonabili, La Tigre Assenza e Lettere a un amico lontano: un volume di saggi creativi (s

 

 

 

 

 

critti in vari anni), una raccolta di testi poetici (un vero e proprio planctus scritto dopo la morte dei genitori) e un libriccino di lettere. Gli ultimi due sono addirittura postumi e voluti dagli amici editori. Con gli anni sono stati pubblicati altri libri della Campo quasi tutti di natura epistolare (Il mio pensiero non vi lascia, Carteggio, Un ramo già fiorito. Lettere a Remo Fasani, Lettere a Mita, Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso).

 

 

Nel 2002 è uscita la sua biografia, Belinda e il suo mostro (Adelphi) scritta da Cristina De Stefano che racconta tutta la sua storia intensa e vibrante: dall’infanzia bolognese alle amicizie, dagli anni della guerra agli amori, dagli amori alle testimonianze fino alla morte. Come un’indagine poliziesca, la vita della Campo è ricostruita attraverso testimonianze e la rilettura dei suoi testi. E per noi lettori curiosi è l’unica via da percorrere per conoscere la biografia di questa straordinaria artista che, alla continua ricerca della perfezione, ha lasciato tanti frammenti di sé senza mai concepire un’opera maggiore che forse ne avrebbe consacrato il genio.

Devota come un ramo

 

Devota come un ramo curvato da molte nevi

 

allegra come falò per colline d'oblio,

 

su acutissime lamine in bianca maglia di ortiche,

 

ti insegnerò, mia anima, questo passo d'addio...

 

 

Cristina Campo 


Amore, oggi il tuo nome

 

Amore, oggi il tuo nome

al mio labbro è sfuggito

come al piede l'ultimo gradino...

ora è sparsa l'acqua della vita

e tutta la lunga scala

è da ricominciare.

T'ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori

dentro diafani vasi

sotto mille e seicento anni di lava

ti riconoscerò dall'immortale

 

silenzio.

 

Cristina Campo


La neve era sospesa tra la notte e le strade

come il destino tra la mano e il fiore.

 

In un suono soave

di campane diletto sei venuto…

Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.

O tenera tempesta

notturna, volto umano!

 

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,

 

stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

 

Cristina Campo


Sei poesie tradotte da Cristina Campo


CRISTINA CAMPO TRADUCE FRIEDRICH HOELDERLIN

Poco sapere, ma di gioia molto
ai mortali e' concesso.

O bel sole, perche' me non appaga
- tu, fiore dei miei fiori - nominarti
in un giorno di maggio? So io forse
cosa piu' alta?

Oh fossi piuttosto un fanciullo!
e come gli usignuoli, in canti senza affanno,
la mia gioia cantassi!

CRISTINA CAMPO TRADUCE EDUARD MOERIKE

Scioglie il suo nastro azzurro primavera
nuovamente nell'aria.
Dolci, noti profumi,
rigano di presagi la campagna.
Trasognate viole
chiedono di sbocciare. -
Ascolta: un tocco d'arpa, chissa' dove!
Primavera, sei giunta! E' la tua voce!

CRISTINA CAMPO TRADUCE HECTOR MURENA

Chi puo' guardare due volte
le scarpe di una creatura
qualunque
senza mettersi a piangere?
Dio, col suo sguardo
infinitamente abbattuto
che non si stacca mai
dalle scarpe degli uomini.

CRISTINA CAMPO TRADUCE WILLIAM CARLOS WILLIAMS

L'imperatore impotente
si ottunde a scrivere
poemi in un giardino
e intanto i suoi eserciti
uccidono e bruciano. Ma noi,
poveri e senza amore,
serbiamo qualche intesa
con quella verita' che e' la tristezza
dell'uomo: diciamo -
i tardi fiori, intoccati
dagli insetti e in attesa
solo del gelo.

CRISTINA CAMPO TRADUCE JOHN DONNE

Morte, non andar fiera se anche t'hanno chiamata
possente e orrenda. Non lo sei.
Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,
povera morte, e non mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, mere immagini
di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,
si genera. E piu' presto se ne vanno con te
i migliori tra noi, pace alle loro ossa,
liberazione all'anima. Tu, schiava
della sorte, del caso, dei re, dei disperati,
hai casa col veleno, la malattia, la guerra,
e il papavero e il filtro ci fan dormire anch'essi
meglio del tuo fendente. Perche' dunque ti gonfi?
Un breve sonno e ci destiamo eterni.
Non vi sara' piu' morte. E tu, morte, morrai.

CRISTINA CAMPO TRADUCE SIMONE WEIL

Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso
Sulla citta' d'un tratto e i suoi mille canali,
Quanto agli umani che accolgono la tua pace
Vedere il giorno e' soave!

Il sonno mai mi aveva colmato
Come stanotte e dissetato il cuore.
Ma il giorno dolce ai miei occhi e' venuto,
Dolce piu' del mio sonno!

Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso
Tocca la citta' tra le acque e la pietra.
Un fremito nell'aria ancora muta
Sorge per ogni dove.

Vieni e vedi, citta', la tua gioia ti attende,
Sposa dei mari, vedi, lontano e piu' vicino,
Tanti flutti rigonfi di sussurri felici
Benedirti al risveglio.

Sul mare si distende lentamente la luce.
Tra un attimo la festa colmera' i nostri voti.
Il mare calmo attende. O bellezza sul mare
Dei raggi dell'aurora!


Il poeta contadino Giuseppe Guarisco..vero discepolo della Divina Sapienza

La mia vita

Cenni biografici

 

Un giorno lontano, 10 maggio 1914, venivo alla luce di questo mondo in una piccola e vecchia casa in contrada Bregadina, a Viadana di Calvisano. Prima di me c’erano già sei fratelli: tre maschi e tre femmine. Là i primi vagìti in una famiglia povera. Le membra strette con larghe fasce.

Raggiunti i due anni la mia famiglia si è trasferita nella cascina “Vaschina sera”. Una cascina senza comodità, con un po’ di terra. Qui ho iniziato le prime fatiche fisiche.

Dopo di me sono nati altri due fratelli: una famiglia di undici componenti. Il lavoro era campi e stalla.

A sei anni ho cominciato la prima elementare. Al mattino mi alzavo presto: prima aiutavo in stalla, alle ore sei andavo a servire la Messa e poi a scuola. La terza elementare l’ho ripetuta tre volte: capivo poco! Naturalmente c’eran solo tre anni di scuola.

Il lavoro della campagna era massacrante. La mietitura del grano si faceva a mano. A otto anni tagliavo il frumento con la falce. Avevo le gambe sanguinanti per i mozziconi degli steli tagliati che pungevano.

La terra veniva lavorata con l’aratro tirato dai buoi. D’estate, per evitare il tormento dei tafani sui bovini, si partiva alle quattro del mattino. La colazione veniva consumata nel campo, seduti per terra.

Vi era la stagione dei “bachi” (“caalér”). Ci si arrampicava sulle piante dei gelsi per procurare la foglia per i bachi da seta.

D’inverno andavamo sulle piante per tagliare la legna con l’accetta.

Il lavoro della campagna camminava di paripasso con gli impegni in parrocchia. Ancora da ragazzo il curato don Pietro Marini mi affidava tanti impegni: catechista, delegato della gioventù di Azione Cattolica e più tardi degli uomini.

A diciotto anni sempre don Pietro ha insistito perché accompagnassi le funzioni in chiesa con l’armonium. Senza andare a scuola di musica mi sono arrangiato da solo… ma che fatica! In principio con brani semplici, poi con canti a più voci. Tante volte sudavo… e sbagliavo! Ma bisognava andare avanti.

Veniva il momento della filodrammatica. A fatica abbiamo messo in moto una compagnia teatrale. C’ero sempre dentro: prima attore, poi suggeritore. A un certo punto, come hobby e passione, mi son messo  a scrivere delle farse e delle commedie in dialetto.

Mi sono sempre piaciute anche le poesie. Mi sembrava di avere una  vena poetica. Ma poi tante volte mi inceppavo! Venivano a proposito certe parole, ma non ne conoscevo il significato. Comunque ne ho scritte tante, specialmente per gli sposalizi e in altre circostanze. Quando ci riuscivo era per me una grande soddisfazione. Mi è sempre piaciuto l’umorismo! Mi faceva dimenticare il peggio.

Poi venne il momento di partire sotto le armi. A vent’anni partii per il militare. Prima a Cremona, poi a Milano nel terzo Reggimento Artiglieria Celere. Diciotto mesi di servizio. Fui congedato nel 1936.

A casa ripresi tutte le mie attività. Aiutavo nei campi, in stalla, in chiesa e su richiesta anche in Comune a Calvisano come Consigliere. Le convocazioni erano lunghe, con discussioni animate. Tornavo la sera tardi o di notte in bicicletta.

Nel 1937, in gennaio, mi è morta la mamma, Ferrari Giacomina. Il gran lutto ha gettato uno sconforto nella famiglia, specie per il papà Damasceno. Aveva settant’anni. Uomo già logorato dal lavoro dei campi, ha tirato avanti ancora tre anni, cupo e silenzioso.

Nel 1939, avevo accennato al papà che desideravo sposarmi: lui fece una smorfia! Era il primo anno che andavo a morose dalla signorina Ferrari Luigia (Gina). Il papà non era contrario al matrimonio, ma vi erano difficoltà economiche.

Poi nel 1940 fu colpito da un altro dispiacere: con lo scoppio della seconda guerra mondiale, io fui richiamato alle armi l’11 giugno 1940. Ho prestato servizio a Rocca D’Anfo, poi a Sonico in Val Camonica e infine a Sesana di Trieste. Il giorno 23 giugno mi giunse improvviso un telegramma per la morte del papà. Un altro grave lutto.

Nel 1942, comunque, mi feci dare la licenza di un mese per sposarmi. In tempo di guerra era  un rischio sposarsi.

Il primo bacio alla mia sposa l’ho dato sul treno, in viaggio di nozze il 5 ottobre 1942.

Nel 1943 il 7 settembre, con l’armistizio, è stata la tragedia. Preso prigioniero dai Tedeschi, mi portarono in Polonia e poi in Germania, sempre fra i reticolati, col tormento della fame, dei pidocchi e del freddo.

Il distacco più amaro fu quello di lasciare la giovane sposa per un viaggio ignoto: qui si apre il mio Diario di prigionia. Un calvario durato 22 mesi.

Al ritorno dalla prigionia ho ripreso il mio lavoro nei campi con pochi “piò” di terra e qualche capo di bestiame: una vita molto stentata.

Tribolando ho formato la mia famiglia. I figli nati sono sei, viventi quattro. Non sono mancati problemi di malanni: parecchie volte c’era il dottore per casa. Io avevo poca salute, perché invalido di guerra. Formare e crescere una famiglia con poca salute e tanto lavoro era preoccupante. Confidavo nella Provvidenza e superavo i momenti difficili con coraggio e col mio carattere sempre di buon umore.

Mentre tribolavo, mantenevo la vena di scrivere farse, commedie e poesie. L’arte dell’umorismo è stata per me un valido aiuto nell’approssimarsi della vecchiaia.

A un certo punto non gliela facevo più a lavorare la terra per l’invalidità fisica. Ho trovato lavoro, come invalido, presso l’industria. Ho lavorato a Brescia, poi a Carpenedolo e infine a Calvisano. Sempre un lavoro serrato fino a 63 anni.

Pensionato con la minima ho continuato stentatamente la mia vita in famiglia e in parrocchia.

Nei miei 85 anni di vita, di cui 57 di matrimonio, voglio ringraziare innanzitutto il Signore che mi ha custodito nei momenti di prova  e anche mia moglie Gina che mi ha sempre accompagnato con coraggio, serenità e con le sue instancabili  preghiere.

Adesso sono in attesa del giorno finale per entrare in  una nuova vita!

 

 

 

Viadana  10 maggio  1999                                      Gepi


 

Giuseppe guarisco il poeta contadino 

"vero discepolo della divina sapienza"

 

 

“Figlio mio custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti.

Osserva i miei precetti e vivrai; il mio insegnamento

sia come la pupilla dei tuoi occhi (Prov. 7,1-2).

 

Queste esortazioni che la Sapienza rivolge a chi desidera orientare positivamente la propria vita, possono ritenersi la chiave di lettura delle poesie amorevolmente raccolte per esser date alla stampa con la presente pubblicazione.

Per due motivi o sotto due prospettive convergenti:

da un lato vi si presenta l’esperienza di una persona che, attraverso le vicende della vita affrontate con fede e fiducia, ha saputo legare quelle dolorose e liete con il filo della Provvidenza di Dio “che tutto coordina per il bene di coloro che lo amano”.

E dall’altro vi si scorge come il padre affida ai figli come testamento spirituale, una testimonianza di vita serena e laboriosa, fiduciosa pur nella prova, e come i figli l’accolgono con animo riconoscente, perché vi vedono non tanto una esercitazione letteraria, quanto le pagine di vita scritte giorno per giorno, animate dalla preghiera e illuminate dalla Parola di Dio, per essere offerte con amore a chi, nel susseguirsi dei giorni, lega gioie e dolori per il bene dei suoi figli.

Pur non conoscendo l’autore, scorrendo le sue poesie ora in italiano ora in dialetto, mi sono fatto un’ottima impressione di un uomo saggio, vero discepolo della Divina Sapienza.

Non mi resta perciò che augurare ai figli e nipoti, agli amici e ai conoscenti, di saper fare tesoro della bella testimonianza di fede e di amore che il “poeta-contadino” ha voluto affidare alle poesie amorosamente raccolte nella presente pubblicazione.

 

 

Brescia 8 marzo 1999                                      Vigilio Mario Olmi V. A.


LA POESIA DI GIUSEPPE GUARISCO

(detto Gepi)

 

 

  "Vera poesia, poesia religiosa, perché la vita è vissuta e vista sotto la luce di Dio, come è ovvio per chi ha scoperto il senso religioso del vivere"

 

 

 

Quella che oggi è Viadana frazione di Calvisano con più di 1250 abitanti, tutti occupati in diverse attività, fino a qualche decina di anni fa non era altro che cascine e piccole contrade sparse nella campagna a nord del territorio di Calvisano. Per secoli la popolazione si era dedicata alla coltivazione dei campi e della pastorizia.

Da sempre a Viadana la gente ha formato una Comunità, per la presenza costante di un sacerdote Il Curato di Viadana, che celebrava e raccoglieva la popolazione nella chiesa dedicata all’Annunciazione. Nella prima metà del secolo scorso il Curato era anche il maestro di scuola dei ragazzi di 1° e 2° elementare maschile.

La scuola, a Viadana, esiste fin dal 1839 per i maschi e dal 1846 anche per le femmine. Nei primi anni del ‘900 venne istituita la classe 3° elementare a Calvisano e nelle frazioni. Al termine dell’obbligo scolastico, non pochi genitori chiedevano alle maestre di far ripetere ai loro figlioli la classe 3°, perchè i loro piccoli potessero frequentare ancora la scuola, ma soprattutto perché i ragazzi e le fanciulle potessero imparare di più, dal momento che le classi 4° e 5° elementare non erano statali ma parrocchiali, funzionanti a Calvisano, presso le Madri Canossiane, e quindi piuttosto lontane dalle abitazioni.

Giuseppe Guarisco scrive di aver ripetuto tre volte la classe 3° perché capiva poco!, in realtà, per i motivi espressi sopra.

La scuola costituiva per i ragazzi una parte del loro impegno e dovere quotidiano. Negli altri momenti della giornata e  nei giorni liberi di scuola, dovevano dedicarsi alle faccende domestiche o al lavoro in stalla, nei campi e nei pascoli. Un altro dovere fondamentale era la frequenza al catechismo e alla messa domenicale. Famiglia, scuola, chiesa erano strettamente unite e solidali nella educazione dei fanciulli.

Giuseppe Guarisco, nella sua poesia, esprime quel tipo di educazione e di formazione. Esalta e rimpiange nei suoi versi i valori che non sono solo del tempo passato, ma perenni: la bellezza della natura, francescamente sentita, ma anche, spesse volte, crudelmente sperimentata: tu sei benefica e pur crudele; il bene che l’uomo può compiere con l’aiuto di Dio, il male che compie per la sua fragilità e che deve espiare; l’amore, il più nobile dei sentimenti dell’uomo, ma che oggi giorno viene spesso profanato.

Nei suoi componimenti troviamo temi costanti e comuni a tutti i poeti antichi e moderni: il tempo che fugge, la morte che sovrasta, i dolci doni della natura, le piccole, ma significative gioie della vita. Tutto è visto con l’occhio dell’adulto che sa per esperienza, sovente dolorosa, la ragione del vivere, ma che ha conservato nell’anima la voce semplice del contadino.

Può sembrare, ad una prima lettura, di avere davanti una poesia popolare e naïf. Ed è vero: sono poesie per la maggior parte occasionali, scritte per varie ricorrenze religiose e civili, che la comunità di Viadana ha celebrato e ricordato. Ma le emozioni, i sentimenti, i pensieri trascendono il momento, vanno al di là del luogo e del tempo, si dilatano nel tempo e nello spazio.

In realtà, le poesie qui riportate esprimono l’esperienza di una vita intessuta di dolori e di fatica. Vi è la visione ottimistica e serena donata a Giuseppe Guarisco dalla fede e dalla pratica religiosa; ma vi è anche la consapevolezza del male e della cattiveria umana, che si è manifestata nella guerra, nella deportazione, nella prigionia nei lager. Vi è la vita di ogni giorno bella e triste nello stesso tempo, ove l’esperienza del dolore (fisico, morale, spirituale) supera l’esperienza della gioia.

E’ vera poesia, poesia religiosa, perché la vita è vissuta e vista sotto la luce di Dio, come è ovvio per chi ha scoperto il senso religioso del vivere.

Viene qui pubblicato un piccolo canzoniere, che vuol essere diario umano e spirituale. Poesia che esprime il vissuto dell’autore che rivive e reinterpreta sentimenti, emozioni, immagini proprie delle persone che vissero e ricordano un mondo ormai perduto, un mondo contadino ormai inesistente.

Affiorano dalla memoria i ricordi indelebili di chi in quel mondo è nato e a lungo è vissuto. Talvolta si nota una accorata elegia del paesaggio che è mutato troppo in fretta. E’ poesia che racconta un paese, con un pizzico di rimpianto per i valori purtroppo perduti. Ma non è rimpianto per le fatiche, per i dolori, per le preoccupazioni presenti nella civiltà contadina: chi rimpiange la vecchia civiltà contadina non l’ha mai conosciuta da vicino.

Quello era un mondo in cui vi era una diffusa povertà, sopportata con diffusa rassegnazione. La terra era l’unica fonte per il sostentamento degli uomini e degli animali. Viene alla memoria la figura di don Pietro che, all’approssimarsi dei temporali, correva a suonare le campane, per allontanare la nuvolaglia e a portarsi sulla soglia della chiesa con la reliquia della Santa Croce per scacciare con una benedizione la sventura che sovrastava.

Specie nei componimenti in dialetto (e soprattutto nelle commedie che meriterebbero di essere pubblicate) è raffigurato il mondo contadino, particolarmente quello calvisanese, o meglio viadanese.

E’ poesia intesa come gioco, lusus, come divertimento, affrontato con serietà di impegno e di intenti. Non c’è pretesa, ma gusto del poetare, desiderio non solo di dire parole, ma soprattutto di esprimere cose.

 

 

Virginio Prandini


AMORE

 

Fate silenzio, labbra, sì tacete!

Non cantate amor che non sapete!

 

Volete profanare questo grande verbo

ch’è tanto saporoso, ma per voi acerbo?

 

Oh! Esseri umani, miseri, che fate?

Amor non conoscete e tanto lo cantate!

 

Gridando fra le “musa” con espressivi gesti,

a volte forsennati, a volte pii e mesti,

 

che i cantautori esprimono ignari del valore

che in sè racchiude quel verbo ch’è amore.

 

Sol tu, o pia Madre, che il Figlio amasti tanto

puoi dir cos’è amore parlando dal tuo canto.

 

Sol tu, o Madre Santa, che prona alla croce

vedi il divin Figlio tra spasimo atroce,

 

ch’è fisso con tre chiodi, il volto insanguinato,

ci indica l’amor su un legno inchiodato.

 

Il Figlio tuo guardati, amor senza confini

ed i peccati  sconta dei miseri tapini,

 

con testa bassa e umile, Lui, ch’è Redentore

 

e il mondo va altero seppur è peccatore.

 

Giuseppe Guarisco


LA VITA

 

Nasce un bimbo, una luce s’accende

sul lungo cammino la vita ascende.

 

Dapprima è bella, tutto un trastullo!

E corre e cresce quel caro fanciullo.

 

Tra il buono e il bello ancora non pensa

che di dolori la vita è pur densa.

 

E su quel sentiero il mondo nasconde

trappole, inganni e lui si confonde.

 

Cammina evitando fastidi e noie.

Infatti gli arridon fortune e gioie!

 

Diventa adulto e con l’occasioni

fa intemperanze a profusioni!

 

Con tanti abusi di ogni sorte

s’ammala e quasi è vicino alla morte!

 

L’imperdonabile mal lo colpisce

tutto il suo mondo, d’un tratto, fallisce!

 

Aveva una luce a mo’ di chi crede:

ma è torturato e perde la fede.

 

Cammina sull’orlo per disperarsi,

ma poi ci ripensa vorrebbe rifarsi!

 

 

 

 

Perché se si spegne quel poco di luce

resto al buio e chi mi conduce?

 

La sofferenza su di me veglia

tormentata la carne, ma l’alma risveglia.

 

Il mondo, il mio corpo mi hanno tradito.

Signore, Signore, or son pentito!

 

Lo so, lo sento che io qui soffro:

ma tutto, Signore, tutto ti offro!

 

Perché, purtroppo, lo devo scontare

il mal che ho fatto, il mio peccare!

 

Ti rendo grazie per questa tua prova,

tu mi regali una vita ch’è nuova!

 

Al fin quella luce prima accesa

ancor sarà viva dopo l’ascesa.

 

E con la morte questa mia vita

io credo, Signore, non è qui finita!

 

Ma sfocia gloriosa, eterna, lassù

 

ove tutti quei mali, non ci sono più.

 

Giuseppe Guarisco


LA VITE E L’UOMO

 

Nel verno, spoglia, niente tu dici,

niun il guardo volge su te.

Ferme, gelate son le radici

Fin che stagione bella non v’è.

 

Il vignaiolo poi ti s’appressa:

come chirurgo pianger ti fa.

Al rigido palo vieni poi messa,

stretta da baci senza pietà!

 

Lo stelo tortuoso dal sole baciato

presto si copre da verdula chioma,

da turgidi grappoli incorniciato

espande, gustoso, il suo aroma.

 

Superba la mano che in tavola porta

l’uva regale, bruna e dorata;

e tra la frutta di ogni sorta

sei tu la prima, la prelibata.

 

L’uomo sorride vederti pigiata

E ne pregusta il succo rubino:

in ogni mensa che è preparata

c’è la premura sempre del vino!

 

Neanche la Vergin seppe tacere

quando  a Cana il vino mancò:

“Oh, figlio mio! Non hanno da bere!”.

Gesù la guarda… e poi l’ascoltò!

 

 

 

 

Ecco strappato il primo miracol

alla potenza del Figlio divin.

E’ come se vuoto sia un oracol

quando alla mensa vi manca il vin!

 

Oh! Qual profumo di provvidenza

c’è dal vigneto alla cantina!

“Beviamo, pure, di questa essenza:

ce l’ha mandata la mano divina!”.

 

Oh! Vite umile e prigioniera!

Ci dai un succo di tanto valor.

E se bevuto con bella maniera

ci rende lieti, ci dà vigor!

 

Chi se n’abusa sbaglia di certo:

offende Dio e scandalo dà!

Nella sua mente v’è lo sconcerto:

 

è degradato e nemmeno lo sa!

 

Il MARE

O mare! Quanto sei bello, grande, immenso!

Su di te scivolano uomini di ogni sorte!

Ma sotto, nelle viscere del tuo denso,

quanti, quanti sono gli spettri di morte!

Per questo a te volgo lo sguardo... e penso!

 

 

 

L’ ACQUA

 

Tu non hai vita e vita pur dai

immensa regina della natura.

C’è chi ti guarda, chi ti trascura

e c’è chi perfin offenderti sa.

Chi ti conosce e ti comprende

creatura, sorella mia?

Fors’il viandante su quella via

che arso e stanco si dissetò?

Oppure quel volgo, che sotto il sole,

è massacrato dal suo lavoro

ed ha trovato grande ristoro

nel chiaro vivido tuo zampil?

O forse l’uomo - il lussurioso -

che nei bagordi s’è dimenato

e refrigerio ha poi ritrovato

nella semplice tua bontà?

Quell’altro che stava nuotando

in quella spiaggia, in quel momento,

che si beava tutto contento

nel tuo dolce e lieto cullar?

Oh!… Nessuno ti dice grazie!

Ma che cattivi e senza cuore!

Eppure sanno che tutto muore

e non c’è vita senza di te!

Ah!... Quei frutti sì ubertosi

che dalla terra hanno succhiato!

Tu sei stata che hai mandato

alle radici il provvid’ umor.

Se pur semplice sei a guardarti

non ti conosce nemmen chi ti usa:

in un arcano tu sei rinchiusa

sol ti conosce il Creator.

Tu sei in terra, in cielo, in mare;

tu cambi forma, colore, aspetto

e a noi parli del tuo diletto

col tuo inno, le tue virtù.

Sei tu ancora che muovi la ruota

e al mondo dai energia.

E se di notte, su quella via,

le luci brillan, ancora sei tu.

Calma ten’vai, senza stancarti;

vispa gorgheggi nel lieto ruscello,

muovi, lambisci il ramoscello

che si diverte al tuo passar.

Quando ti tocca il sole cocente,

allora ti cangi e nùgol diventi

e poi ti plasman i provvidi venti

fin che di nuovo ritorni quaggiù.

A volte lenta, quasi graziosa,

scendi benefica dal tuo cielo

a rinverdire del prato lo stelo

e dissetare gli arsi terren.

Quando in alto ti trovi nel verno

lui ti trastulla e dice con vanto:

“Va’ sulla terra e stendi un manto

che pareggiabil un altro non v’è”.

A volte scendi, invece, furiosa

e se dal gelo tu sei toccata

allora in chicchi sei trasformata

e flagellando ci porti squallor!

Tu sei benefica e pur crudele;

diventi cattiva, cieca e dura:

perché tormenti la bella natura

che ebbe la vita pel tuo poter?

 

 

Ah!... Purtroppo quando t’impenni

e forsennata spingi la onda,

fin che all’urto cede la sponda,

allora pietade alcuna non v’è!

Come pagliuzze tutto trascini,

produci panico, grida e morte!

Eppure non meno ivi è la sorte

ove presenza tua non c’è!

Oh!…Bell’acqua, scusami tanto!

Or t’ho capito, sì finalmente!

Tu non hai colpa, sei innocente

e sei guidata dall’Autor!

Quando, fuorviata, meni una strage

è un richiamo del Creatore

che porge la prova al peccatore

perché elevi la mente al ciel!

Tu nella neve sei la purezza,

nella tempesta sei il peccato,

che strugge quanto Dio ci ha dato

e poi ritorni tutto a lavar!

Tu nel diluvio fosti lavacro

e nel mar Rosso liberatrice

poi nel Giordano, il Vangelo dice,

hai battezzato il Cristo Gesù!

 

Sorella acqua!

 

Giuseppe Guarisco

Passione trionfo di Gesù

 

Scocca il suo bacio in fronte al Signore

Poi fugge confuso il Giuda traditore.

 

Il divin Maestro, muto e mansueto,

amareggiato in alma lascia l’oliveto.

 

Ed ecco tra le mani dei lividi soldati

con larice, spade e corde, siccome forsennati!

 

Intanto si fa l’alba, il gallo ha già cantato.

E Gesù, da Pietro, tre volte è rinnegato.

 

Dal sommo sacerdote poi viene interrogato,

anche da Erode e pure da Pilato,

 

il gran governatore, che poi le man si lava,

perché, in Gesù, di colpe non ne trovava.

 

Ma scribi e farisei, deicidi, fan la sorte:

 - Barabba sia libero, vogliam Gesù a morte!

 

  E dopo crudelmente averlo flagellato,

con pungenti spine l’hanno incoronato.

 

E deve, sul Calvario, la croce sua portare

e di sudore il volto si vede a brillare.

 

Posto fra i ladroni, eccolo innalzato

e il sangue suo tutto l’ha versato.

 

 

 

Al ladron pentito gli abbozza un sorriso:

“Oggi tu sarai con me in paradiso!”.

 

 La Madre sua divina, trafitta dal dolore

vede sulla croce, pendente, il Salvatore.

 

E mentre Gesù spira, oscurasi il cielo

e del grande tempio, squarciasi il velo.

 

Ecco, sulla croce, fra spasimi e dolore,

muore Gesù Cristo, rinasce il peccatore!

 

Deposto dalla croce, Giuseppe con premura

preparagli il posto con degna sepoltura.

 

Mentre si riposa nel sepolcro nuovo

l’alma sua discende nell’infero ritrovo.

 

E l’alme incatenate s’illuminan in viso

e s’apre finalmente l’eterno paradiso!

 

L’alba di domenica s’inonda d’un chiarore

ed esce dal sepolcro il Divin Redentore.

 

E’ tutta rischiarata la tomba ch’era buia

 

e in ciel si canta forte eterno Alleluia! 

 

Giuseppe Guarisco


LA PASQUA

 

Vibra la tomba con tanto fragore,

si leva la pietra, pesante, poi cade!

Sgomente le guardie, provan terrore:

fuggono, poi, per infime strade.

 

Vanno alla tomba le donne pie

insieme con Pietro segnato ancor dal pianto.

Annunziano, poi, in tutte le vie

ciò che han visto nel luogo santo.

 

Le profezie sono avverate

con la potenza del Dio vero;

annichilite ed umiliate

tutte le glorie d’ogni impero.

 

Cristo è risorto, ha vinto la morte!

Quanta speranza, luce, fulgore!

Ovunque appare con chiuse le porte

e fra la gente v’è tanto stupore!

 

Fonda un regno ch’è tutto divino:

nasce la Chiesa, maestra e madre.

Lo Spirito Santo guida il cammino

 

e Cristo siede a destra del Padre!

Memoria..

IL LAGER

 

Un grande campo tutto cintato

con sentinelle e filo spinato

dentro si gira inebetito

il prigioniero, magro, sfinito.

Lo copre un panno pien di pidocchi:

scarno il viso, fondi gli occhi.

Ha un giaciglio senza la paglia,

un gamellino e poca brodaglia.

Si regge appena, cammina a stenti,

crudo è l’inverno e batte i denti.

Pensa alla mamma, alla sposa lontano.

Di nuovo ripensa, ma tutto è vano.

 

Cade per terra: lenta è la mossa.

Dalla sua pelle sporgon le ossa.

L’ultimo rantolo ecco vi rende!

Dal suo collo il piastrino vi pende.

Per il tedesco che l’ha bastonato 

è solo un numero quel soldato.

Lesta si muove la sentinella:

due compagni, una barella.

Il prigioniero sopra vi giace

e lento va in eterna pace.

 

O prigioniero! O internato!

Nella tua casa non sei ritornato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SOLDATO E LA TRINCEA

 

Addio, mia terra!

Ti lascio, o mamma!

E’ acceso quel dramma

che chiamasi guerra.

         Non sono sol io,

         ma altri fratelli

         che, giovani e belli

         e senza oblio

pur sono chiamati

con mani protese

al natio paese

e gli occhi bagnati.

         Con scarpe bucate

         al freddo e pioggia

         e come una roggia

         trincee fangate!

Lungo il verno

con ciel rischiarato

in ogni suo lato

da guizzi d’inferno!

         Son bombe, granate,

         son urli, boati,

         tapini soldati

         si scambian occhiate.

Si squarcia la terra!

E fango e sangue!

Orribile guerra!

         Hai fatto orrore,

         di noi un calvario,

         ed è un sacrario

         che lascia dolore!

O patria amata!

Sei bella, sei cara,

ma come un’ara

 

di sangue bagnata! 


LA GUERRA E LA MAMMA

 

Dense nubi di grossi apparecchi,

lucidi, in alto, sembrano specchi!

        

Del ciel, il soffitto, fa stillicidi

e sono bombe che fanno omicidi.

 

La terra si squarcia in ogni loco

e come vulcano è pioggia di fuoco!

 

Sui fronti, la mischia è tutta rovente:

è prova di fuoco per l’innocente!

 

Ed è il soldato, povero figlio,

che in terra cade tra quel periglio!

 

Esce dal cuore, come una fiamma,

il grido che invoca la povera mamma!

 

E corre la voce in tutte le onde,

la mamma accorata, ecco risponde:

 

“Un dì nella gioia ti ho concepito

e nel dolore ti ho partorito!

Ma tu, o guerra, me l’hai rapito!

 

A me solo resta pianto e duolo!

 

E calde lacrime bagnano il suolo”.

LA MAMMA

 

Mamma! Nome sacro davvero!

Ogni figlio il primo a chiamar,

quando in fasce è senza pensiero,

ma quel nome sa balbettar!

 

A quel nome s’aggrappa l’infante

quando piange con tanto spiacer

ed ancor se il viso è brillante

lo pronuncia siccome dover.

 

Oh! La mamma pel figlio ammalato

sta in pena e conforto le dà.

E nemmen un dottor rinomato

tanto bene a quel bimbo farà.

 

Su l’infante che giace in lettino

piovon lacrime calde e d’argento.

Lui le sente e spiana il visino:

“Mamma cara, mi ami, lo sento!”.

 

Quante notti, mal ferma e stanca,

tiene il bimbo che piange sul petto.

Con la tremula voce lei canta

e lo stringe ricolma d’affetto.

 

Con le gote sul suo visino

Lei lo scalda, lo culla d’amor;

e quegli occhi si chiudon pianino:

c’è silenzio, ma tanto calor!

 

 

 

Un calore che è vivo di fiamma

e che vita ha dato al piccin.

E uscito dal cuore di mamma

che pel bimbo è il cuor più vicin.

 

E chi, dunque, potrebbe amare

quanto lei che il dolore provò?

Oh! Vorrei col mio ben ricambiare,

ma sì tanto trovarlo non so.

 

Sempre pronta alla dura fatica

per i figli che sono un tesor.

Fino quasi a sfasciare la vita,

ma l’affetto di mamma non muor.

 

Il tuo sguardo è bello e giocondo;

il tuo volto è fatto per me.

Son tutte belle le mamme del mondo:

 

ma più bella ancora sei te!

 

 


Verbo eterno di Dio..Adriana Zarri

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un'epigrafe d'erba.

 

E dirà

che ho vissuto,

che ho atteso,

 

che attendo

 

Adriana Zarri

Ormai si è fatto scuro e io accendo la Luce

Adriana Zarri

 

Se ora volessi chiudere con un congedo edificante vi potrei dire: "Ricordatevi che, in una cascina, in mezzo alla campagna, c'è un'eremita che prega". Ma mi parrebbe estremamente pletorico. Sento il bisogno di semplificare, di ridurre all'essenza: spoglio, nudo, un osso. Lasciamo cadere l'eremitismo, il monachesimo, la cascina, la campagna, perfino la preghiera. Preferisco dire che vivo: mi sembra più semplice e più ricco perchè la vita comprende la preghiera, e forse la preghiera comprende la vita ed è la vita stessa. E non è necessario ricordarmi; ma, se mai, i termini sono questi: "In una casa c'è una persona che vive". E non è poi quello che diciamo sempre quando ci chiedono: "In quella casa chi ci abita?" e noi rispondiamo: "C'è Tizio; ci abita Caio".

 Quanto narrare per concludere con quasi nulla, quasi una banalità! E sbiadiscono tutte le strutture: anche quelle più care, quelle che mi hanno portato e che mi portano, che mi fanno esser chi sono e come sono ma non dissimile, nella profondità, da ogni uomo che vive, che lavora, studia, s'interroga, si tormenta... e tutto questo ripiegarsi e complicarsi è per scoprire la semplicità.

Sono un'eremita come potrei essere una suora, o una moglie o un padre; vivo in una cascina di campagna come potrei vivere in un monastero o in un appartamento di città; faccio la scrittrice come potrei fare la sarta. Niente importa perché tutto è importante nella medesima maniera.

 

 Ormai s'è fatto scuro e io accendo la luce. Si vede, fin dalla strada, la luce del Molinasso. Anch'io rischiaro debolmente il buio come ogni finestra che s'accende di notte. Uno passa, vede quei piccoli punti luminosi e pensa che c'è una casa, un uomo, una vita. "In una casa c'è una persona che vive".

ADRIANA ZARRI. MONACO IN DIALOGO

Giannino Piana

 

Il mondo interiore di Adriana Zarri [*], una vera mistica del nostro tempo, non è facile da decifrare. Sebbene siano molti i testi di spiritualità che ci ha lasciato – alcuni dei quali di rara intensità[1] – la sua figura di donna votata alla vita monastica risulta a chi l’ha conosciuta da vicino (e per un lunghissimo periodo della sua esistenza) caratterizzata da mille sorprendenti sfaccettature che non si lasciano imbrigliare dentro una scrittura, sia pure carica sempre di un’impronta fortemente personale, come la sua.

 

La ricchezza della personalità e la estrema varietà degli interessi coltivati confluivano in lei attorno ad un asse fondamentale, che dava unità alla sua esistenza: la ricerca insonne di Dio in un rapporto stretto con la terra in tutte le sue componenti – dagli uomini agli animali al mondo vegetale (è sufficiente ricordare la passione di Adriana per i gatti e, finché le è stato concesso dalla salute, l’allevamento degli animali da cortile e la coltivazione dell’orto) – aderendo alle radici contadine, che hanno segnato profondamente la sua identità umana e religiosa[2].

 

Ad avvalorare questa visione vi è poi il suo essere donna: l’appartenenza di genere si riflette decisamente anche sulla sua spiritualità, che ha i connotati di una spiritualità al femminile. Anche a questo proposito emerge tuttavia l’originalità di Adriana: la sua adesione alle lotte femministe è stata infatti sempre contrassegnata da un vero (e profondo) coinvolgimento e insieme dalla rivendicazione di una grande libertà e indipendenza di giudizio.

 

Nel cuore di una spiritualità della vita quotidiana

La spiritualità di Adriana coinvolge dunque – come si è accennato – la realtà in tutte le sue dimensioni.  Il profumo dei campi nelle diverse stagioni, il colore variegato dei fiori, il fruscio delle fonde e il verso degli animali e (soprattutto) le vicende degli uomini, quelle dei poveri in particolare, segnano l’incontro con un Dio che è dentro la storia: il Dio che si è definitivamente manifestato nella persona di Gesù di Nazaret. Ma l’aspetto che contraddistingue, in modo speciale, il suo approccio, e che la avvicina alla spiritualità francescana, è l’accento posto sull’importanza che ha avuto, nel «farsi carne» (sarx) del Figlio di Dio, la dimensione «spaziale» (e non solo «temporale»), il «divenire natura» (e non solo storia).

 

Il creato, in tutta la ricchezza delle sue espressioni, assume il carattere di habitat (spazio opportuno) che, rapportandosi al kairòs (tempo opportuno), conferisce alla dimensione contemplativa un orizzonte cosmico. L’esperienza di Dio nel mondo fa della vita quotidiana, nella molteplicità delle sue espressioni, non solo la sorgente ma anche la modalità secondo la quale vivere la relazione con il divino. Vi è dunque una profonda continuità tra vita spirituale e vita quotidiana, perché il Dio della rivelazione è – come ci ricorda la lettera ai Filippesi da Adriana spesso citata – colui che in Gesù Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» e «facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).

 

Dio e mondo sono dunque per Adriana in un rapporto di circolarità: da un lato, la immagine del Dio cristiano non può prescindere dalla sua relazione con il mondo di cui è entrato a far parte; dall’altro, il mondo è da questa relazione riscattato; diviene anticipazione del Regno. Questa visione della realtà, che sollecita l’impegno nel presente e l’attesa del futuro, ha per Adriana una perfetta esplicitazione nella preghiera del Padre nostro, dove alla richiesta del pane quotidiano («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») corrisponde l’invocazione del compiersi del Regno («Venga il tuo Regno») e dell’adempimento della volontà del Padre (“Sia fatta la tua volontà”) (Mt 6, 9-13).

 

La dimensione trinitaria

La dinamica relazionale, che è l’asse portante della spiritualità di Adriana, ha poi nel mistero trinitario le sue radici. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana, che Gesù di Nazaret ha reso trasparente nella sua persona e attraverso la sua azione, è il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: un Dio nel quale la relazione coincide con la stessa natura: le persone che costituiscono il mistero divino sono in quanto si rapportano tra loro.

 

La definizione che di Dio fornisce la prima lettera di Giovanni: «Dio è carità» (1 Gv 4, 8) ha qui la sua più profonda motivazione. Trinità e carità sono strettamente correlate e interdipendenti. Solo di un Dio che vive in comunione di persone è infatti possibile dire che è Amore (e non semplicemente che ha l’amore), perché l’amore implica la relazione tra persone, che si costituiscono nel reciproco donarsi. In un libro di preghiere (o di quasi preghiere) che reca significativamente il titolo Tu[3], Adriana si rivolge a Dio come a Qualcuno cui è possibile dare del tu, giungendo a livelli di intimità che ricordano le grandi esperienze mistiche – da maestro Eckhart a Giovanni della Croce e a Teresa d’Avila – alle quali spesso Adriana fa riferimento nei suoi scritti.

 

L’incontro profondo ma sempre inevitabilmente limitato con il tu divino – la conoscenza di Dio è quaggiù parziale («per speculum et in aenigmate») –  è la molla che spinge Adriana ad accostarsi alla morte, che ella considera una componente essenziale della vita – il contatto con la natura cui è stata abituata fin dall’infanzia facilitava la consapevolezza di questa continuità – come al passaggio da questa vita alla vita nuova, nella quale diviene finalmente possibile entrare in una relazione «faccia a faccia» con il Signore, che consente di conoscerlo come egli è («sicuti est»).

 

Due attitudini esistenziali: ascolto e ricettività

La spiritualità di Adriana non si esaurisce tuttavia nella sola adesione ai presupposti fondativi ricordati; si rende concreta in una serie di attitudini esistenziali, due delle quali meritano di essere particolarmente ricordate.

 

La prima è l’ascolto. Le religioni del Libro sono religioni dell’ascolto: «Ascolta Israele» è l’invito che, fin dall’inizio, Dio rivolge al suo popolo. Ma l’ascolto – Adriana lo mette bene in evidenza – non si esaurisce (e non può esaurirsi) in un semplice sentire; esige un ridimensionamento dell’io per fare spazio all’accoglienza dell’altro e alla comprensione del suo messaggio. Esige la creazione di un clima di silenzio e la disponibilità a fare propria la povertà evangelica, che è insieme sobrietà nei confronti delle cose e apertura fiduciale alla grazia divina. La scoperta del mondo degli altri e dell’Altro è legata all’abbandono di ogni forma di autoreferenzialità, quale frutto di una profonda trasformazione interiore, una vera metanoia.

 

Una seconda attitudine, particolarmente cara ad Adriana, è la ricettività, che ella considera un habitus esistenziale in stretta sintonia con il vissuto femminile. Destinata ad essere custode della vita, la donna ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di tale attitudine, la quale, lungi dall’identificarsi con la passività, è l’espressione (forse) più alta di attività, in quanto esige, per potersi esplicare, un processo di interiorizzazione, che consenta di riconoscere l’altro nella sua alterità, senza proiezioni mistificatorie.

 

D’altra parte, la ricettività non è soltanto una virtù umana, per quanto grande; è anche – a  questo va soprattutto ricondotta l’importanza che Adriana attribuisce ad essa – la condizione fondamentale per vivere la relazione con il Dio cristiano, il quale viene costantemente incontro all’uomo, andando alla sua ricerca anche quando si è colpevolmente allontanato da Lui. La fede non comporta dunque un andare verso Dio, ma un disporsi a riceverlo, creando le condizioni per accoglierlo, lasciandosi fare e amare da Lui.

 

La preghiera e l’eremo

L’esperienza spirituale fin qui evocata ha per Adriana il suo momento più alto nella preghiera, o meglio nel pregare, il quale, lungi dal ridursi a fare o a dire preghiere, è un vero e proprio modo di essere-al-mondo. Il Dio della rivelazione biblica è il Dio dell’alleanza, che entra in comunione vitale con l’uomo ma che, al tempo stesso, gli impone di non raffigurarlo nè nominarlo, rivendicando in questo modo la sua assoluta Alterità. La preghiera è dunque ascolto, incontro e relazione, ma è anche rispetto di una distanza che non può mai essere del tutto colmata. È un vivere alla presenza di Dio, fare esperienza dell’essere abitati da Lui, ma è anche riconoscimento dell’assenza; è rifiuto di catturarlo per servirsene, evitando di assumersi fino in fondo la propria responsabilità nel mondo.

 

La preghiera è una cosa seria che implica la confidenza, ma che non può essere viziata da sdolcinature impudiche – il tema del pudore ricorre con frequenza nei testi spirituali di Adriana come un’istanza che deve connotare ogni espressione religiosa – e che non deve essere separata dal contesto in cui si sviluppa l’esistenza. L’incontro con Dio rinvia all’impegno nel mondo; l’atto cultuale non ha alcun significato se non si traduce in culto spirituale, nella capacità di coniugare incontro con Dio e fedeltà all’uomo e alla terra, immettendo nel dialogo religioso le inquietudini e le speranze umane.

 

La preghiera di Adriana ha questo timbro; da essa scaturisce la militanza che ha contrassegnato l’intera sua esistenza, con la partecipazione diretta alle battaglie contro le diseguaglianze sociali e per la promozione dei diritti civili. L’eremo non è stato per lei un luogo separato dal mondo, ma un angolo appartato dal quale guardare con lucidità e partecipazione le vicende umane e mondane. La solitudine del monaco – Adriana preferiva definirsi così, al maschile, per l’accezione equivoca acquisita dal termine femminile – non è isolamento; è un processo di riappropriazione del mondo interiore, che restituisce all’uomo la libertà, rendendolo capace di esercitare il discernimento profetico nei confronti della realtà.

 

Una spiritualità, quella di Adriana, la cui grande linearità e coerenza, ha suscitato talora forti contestazioni da parte di ambienti ecclesiastici tradizionalisti; ma che ha, nel contempo, favorito la nascita di profonde amicizie religiose e laiche – come non ricordare dom Benedetto Calati e Rossana Rossanda? – che hanno concorso ad arricchire la sua esperienza religiosa e civile (e di cui hanno fruito quanti hanno frequentato i suoi incontri). Una spiritualità soprattutto, nella quale la tensione alla trascendenza, lungi dal vanificare la dedizione nei confronti dell’uomo e della terra, ha fornito piuttosto lo stimolo all’esercizio di una limpida e feconda testimonianza in favore della città degli uomini.

 

Giannino Piana

Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Socio fondatore e membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti

 

[*] Il 26 aprile Adriana Zarri [1919-2010] avrebbe compiuto cento anni. La rivista Il Gallo, che aderisce alla Rete Viandanti, ha chiesto a Giannino Piana di ricordarla nella sua personalità, nella sua spiritualità e nel suo pensiero.

L’articolo è apparso su “Il Gallo” numero 800 (maggio 2019) pp. 8-9.

 

[1] Tra le opere più significative vanno ricordate:

È più facile che un cammello… Gribaudi, Torino 1975; Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978; Erba della mia erba. Resoconto di vita, Cittadella, Assisi 1981; Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2011; Quasi una preghiera, Einaudi, Torino 2012.

[2] Cfr. Con quella luna negli occhi, Einaudi 2014.

 

[3] Tu. Quasi preghiere, Gribaudi, Torino 1973.


 

LA PREGHIERA È LA CONTESTAZIONE PIÙ PROFONDA”. ADRIANA ZARRI, UNA MISTICA DEL NOSTRO TEMPO

 

 

«Due ginocchia prostate a terra in preghiera, due mani aperte nel cielo ad abbracciare l’universo»: si ritraeva così Adriana Zarri, monaco laico, teologa e scrittrice, nel suo primo libro, L’arcobaleno delle ore (Edizioni Il giorno, 1947). E così ha vissuto fino alla morte, come testimoniano le sue opere: con le mani sporche di mondo, di deserto, di preghiera. Con le mani inquinate di terrestrità pur nell’incessante anelito alle stelle, alle galassie, a Dio. Mani aperte nel cielo, con le gambe distese tra un filo d’erba e l’altro: questo significava per lei pregare. Vivere al vocativo: sentirsi chiamati e chiamare, come ceste vuote, recipienti nudi da riempire di Spirito, «in un appello perenne, in una continua esclamazione di stupore, incontrare […] Dio che pronuncia il nostro nome; e pronunciare noi il suo (Gv 20, 11-18) che è il nome stesso della vita» (Nostro Signore del deserto, Rubettino, 2013, p. 208; prima edizione: Cittadella, 1978).

 

 

Scrivere di Adriana Zarri (1919-2010) porta a chiedersi anzitutto se sia possibile raccontare un’esperienza di silenzio. Nel 1970 decise infatti – dopo una lunga attività teologica e giornalistica, spesso polemica e senz’altro libera e originale (fu la prima donna in Italia a occuparsi di teologia ed ecclesiologia, con senso critico e coraggiosa militanza) di approfondire a tutto tondo la vocazione eremitica, trasferendosi inizialmente da Roma al castello di Albiano dIvrea, dove rimase per un po anche insieme ad altri monaci, e poi a Perosa Canavese, al Molinasso, una cascina abbandonata immersa tra i rovi, luogo che vide avverarsi la sua svolta di fede verso una più autentica adesione al monachesimo laico, di cui fu, già dalla giovinezza segnata da un periodo trascorso in convento, nella Compagnia di San Paolo del Cardinal Ferrari innovativa e radicale esponente. Una delle Lettere dalleremo, scritta proprio durante linsediamento al Molinasso, ne rievoca la bellezza e la posizione molto isolata: «La mia casa, nella sua parte posteriore, dà sui campi e, più oltre, su un bosco che costeggia un fiume. È il deserto. Nessuna voce se non, in lontananza, lo scorrere dell’acqua, nessuna strada, nessuna casa, se non, lontanissimo, aggrappate sui monti. Sul davanti invece la solitudine è più attenuata. C’è il viottolo poderale che porta alla strada. A un’opportuna distanza, che difende il mio silenzio (oltre, cioè, a mezzo chilometro), vedo passare le macchine, i trattori, le pecore… A un paio di chilometri visibili d’inverno, con la caduta delle foglie alcune case di contadini. Di notte, quando non c’è la nebbia, vedo le loro finestre illuminate. A volte (di rado, se il vento è favorevole) mi giunge perfino una voce umana. È la vita con le sue strade, con le sue case, le sue finestre accese, nella notte; e il lontano vociare degli uomini. Una voce che giunge di tanto in tanto non è un disturbo: è come una visita di umanità che ci riscalda l’animo e lo rende ancor più disponibile all’amore» (in «Rocca», 15 gennaio 1978).

Adriana Zarri..l'inquietudine della fede

 

Il 18 novembre 2010 moriva Adriana Zarri, poliedrica e singolare figura del cattolicesimo italiano, pubblicista, teologa, eremita e donna libera che ha saputo nella sua lunga esistenza, non priva di contraddizioni, tenere la linea della testimonianza cristiana come bussola e orizzonte in una società in tumulto come quella novecentesca. Nell’ambito del progetto 900Storie a cura del Centro Studi Piero Gobetti, la Fondazione Donat-Cattin ricorda, in una settimana a lei dedicata, la figura, il pensiero, l’azione culturale e la spiritualità. Il primo appuntamento si è tenuto lunedì 2 novembre sulle piattaforme social della Fondazione Donat-Cattin e del Polo del ‘900 con un  breve filmato della teologa Morena Baldacci, liturgista e docente, che ha introdotto il tema della teologia vissuta e pensata, pregata e studiata da una donna, e un podcast con letture e brani scelti dalla produzione ricca e articolata del pensiero della Zarri. Giovedì 5 novembre, alle 18,00 in modalità streaming sui canali della Fondazione Donat-Cattin e del Polo del 900, si svolgerà un confronto con i teologi Ermis Segatti, Stella Morra e la storica Mariangela Maravaglia, autrice della prima biografia critica “Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri” appena pubblicata da “Il Mulino”. Il confronto sarà inframmezzato da letture dell’attrice Eleni Molos tratte da brani di saggi della Zarri. Introdurrà i lavori Luca Rolandi, giornalista e ricercatore della Fondazione Carlo Donat-Cattin.

 

 

Adriana Zarri nasce a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, nel 1919. I suoi studi e il suo impegno furono subito orientati al confronto con il Cristianesimo e con una chiesa cattolica da portare oltre la visione di Pio XII. È diventata, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, una delle più importanti testimoni di quella fedeltà al Vangelo che si coniuga – proprio in virtù di una verità che rende liberi – con la più schietta laicità. Antifascista, coinvolta nei problemi sociali, decisa a difendere la libertà di coscienza, si trasferisce a Roma dove studia teologia. Diventa giornalista e scrive dapprima su tutti i giornali e le riviste di area religiosa: l’«Osservatore romano», «Studium», «Servitium», «Il Regno», «Concilium», «Rivista di teologia morale» (RTM), «Rocca». In seguito collabora assiduamente a «Politica» e «Settegiorni» le riviste di punta su cui la sinistra democristiana si confronta con i fermenti ecclesiali, politici e sociali. Infine collabora a “Micromega” e a “Il Manifesto”. Naturalmente i tanti libri editi da Locusta, Cittadella, Borla, e dopo la sua morte da Einaudi. Ha partecipato anche a trasmissioni radiofoniche (Uomini e profeti) e televisive (la Samarcanda del primo Santoro). Note le sue posizioni molto dure anche contro la gerarchia e su temi etici che però non hanno offuscato nella memoria collettiva le sue radici profondamente evangeliche e fedeli alla dottrina cattolica, ovviamente sempre imperniati su conflitti di coscienza e di fede umana e divina. Poi all’inizio degli anni Settanta, dopo i vorticosi anni del post-Concilio, la sua presenza attiva alla Pro Civitate Christiana di don Giovanni Rossi ad Assisi, in molti gruppi del dissenso cattolico, senza mai una adesione e con molti distinguo e infine la scelta eremitica che in località diverse dell’area dell’eporediese, accolta dal vescovo di Ivrea mons. Luigi Bettazzi, che caratterizzerà gli ultimi 35 anni della sua esistenza. E’ sepolta nel cimitero canavesano di Crotte, una frazione di Strambino, dove visse gli ultimi anni nel suo eremo di Ca’Sassino. Per la sua tomba, in terra, scrisse lei stessa quella che definì “un’epigrafe d’erba”: “Non mi vestite di nero:è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: è superbo e retorico. Vestitemi a fiori gialli e rossi e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione. E, sulla tomba, non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi. Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba. E dirà che ho vissuto, che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri”.


Verso un sapere dell'anima..Maria Zambrano

«L’anima si è rivolta alla sua interiorità, nel suo centro si è trovato quel punto d’identità, eterno e impassibile, che è dentro l’uomo, che non lo trascina fuori di sé come oggetto del mondo intelligibile. L’agognata unità si ottiene in altro modo, è un altro genere di unità in cui la vita ha preso, grazie a questo centro interiore, i caratteri dell’essere autentico; è unità vera ed eterna».

 

 

Maria Zambrano

 

 

Perché si scrive

 

María Zambrano

 

 

 

Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lontananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.

E’ una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto.

Se esiste un parlare, perché scrivere? Ma l’espressione immediata, quella che sgorga dalla nostra spontaneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamente la responsabilità, perché non emana dalla totalità integrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo liberi, liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea. Ma la parola non ci pone al riparo, né pertanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla successione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere. È una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.

E da questa sconfitta intima, umana, non di un singolo uomo ma dell’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogni­ qualvolta abbiamo parlato a lungo.

La vittoria, del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più il momento oppressore, non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in se stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei momenti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera.

C'è nello scrivere un trattenere le parole, come nel parlare c'è invece un liberarle, un distaccarsi da noi. Scrivendo si trattengono le parole, le si fanno proprie, soggette a ritmo, contrassegnate dal dominio umano di chi in questo modo le maneggia. Ciò indipendentemente dal fatto che lo scrittore si preoccupi delle parole, scelga coscientemente e le disponga in un ordine razionale, conosciuto.Al contrario, basta essere scrittore, scrivere spinti da questa intime necessità di liberarsi delle parole, di superare completamente la sconfitta subita, perché si verifichi questo trattenimento delle parole. La volontà di trattenere si trova già al principio, alla radice dell'atto stesso di scrivere e l'accompagna permanentemente. Le parole vanno così cadendo precise, in un processo di riconciliazione dell'uomo che le libera trattenendole, di chi le pronuncia con cauta generosità.

Ogni vittoria umana deve essere riconciliazione, ritrovamento di un amicizia perduta, riaffermazione dopo un disastro del quale l'uomo è stato la vittima; vittoria in cui non potrebbe esistere umiliazione dell'avversario, poiché in tal caso non sarebbe più vittoria, cioè gloria per l'uomo.

Sì, perché lo scrittore cerca la gloria la gloria di una riconciliazione con le parole, precedenti tiranne della sua potenza di comunicazione. Vittoria di un potere di comunicazione. Lo scrittore infatti esercita non solo un diritto richiesto dalla sua stringente necessità, ma anche un potere, una potenza di comunicazione che accresca la sua umanità, che porti l'umanità dell'uomo a limiti appena scoperti, ai limiti del valore umano, dell'essere umano, con l'inumano, ai quali lo scrittore giunge, vincendo nel suo glorioso incontro di riconciliazione con le parole tante volte traditrici. Salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente, è lo scopo che persegue, anche senza saperlo, chi scrive davvero.

C'è infatti uno scrivere parlando, quello che scrive "come se parlasse", e già questo "come se" deve farci diffidare, poiché la ragione d'essere qualcosa deve essere ragione d'essere questo e questo soltanto. Fare una cosa "come se fosse" un'altra la impoverisce e le sottrae tutto il suo significato, ponendo in dubbio la sua necessità.

Scrivere diventa il contrario di parlare: si parla per soddisfare una necessità momentanea immediata e parlando ci rendiamo prigionieri di ciò che abbiamo pronunciato; nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza – si trova liberazione soltanto quando approdiamo a qualcosa di durevole. Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive.

Ma le parole dicono qualcosa. Che cosa vuol dire lo scrittore e a quale scopo? Perché e per chi?

Vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perché troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando. La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “Ci sono cose che non si possono dire”, ed è indubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.

Scoprire il segreto e comunicarlo sono i due stimoli che muovono lo scrittore.

Il segreto si rivela allo scrittore mentre lo scrive, non quando lo pronuncia. La parola rivela segreti soltanto nell'estasi, fuori dal tempo nella poesia. La poesia è segreto parlato, che deve essere scritto per fissarsi, non per essere prodotto. Il poeta esprime con la propria voce la poesia il poeta ha sempre voce, canta, o piange il suo segreto. Il poeta parla, trattenendo le parole nel dire, misurandole e creandole nel dire della sua voce. Si riscatta da esse senza renderle mute, senza ridurle al solo mondo visibile, senza cancellarle dal suono. Lo scrittore invece incide, fissa immediatamente senza voce. Perché la sua solitudine è diversa da quella del poeta. Allo scrittore nella sua solitudine il segreto si rivela non del tutto, ma in un divenire progressivo. Scopre a poco a poco il segreto nell'aria e sente il bisogno di fissare il suo tracciato per poter poi alla fine abbracciare la totalità della sua figura... Ciò anche quando possiede uno schema antecedente all'ultima realizzazione. Lo schema stesso dice già che c'è stato bisogno di fissarlo progressivamente in una figura, di comporlo linea per linea.

Ansia di svelare, ansia incontenibile di comunicare ciò che si è svelato; duplice tafano che assilla l’uomo, facendo di lui uno scrittore. Quale doppia sete è mai questa? Quale essere incompleto è costui che produce in sé tale sete, che si placa solo scrivendo? Scrivendo soltanto? No; solo per mezzo dello scrivere. Quello che lo scrittore persegue, è il puro scritto o qualcosa che si ottiene per mezzo dello scritto?

Lo scrittore esce dalla sua solitudine per comunicare il segreto. Quindi non è già più lo stesso segreto conosciuto da lui quello che lo colma, dato che ha bisogno di comunicarlo. Sarà piuttosto questa comunicazione? Se è così, l’atto dello scrivere è solo un mezzo, e lo scritto, lo strumento forgiato. Ma a caratterizzare lo strumento è il fatto che viene forgiato in vista di qualcosa, e questo qualcosa è ciò che gli conferisce la sua nobiltà e il suo splendore. E’ nobile la spada perché è fatta per il combattimento, e la sua nobiltà cresce se la mano d’opera l’ha forgiata con maestria, senza che questa bellezza di forma scalzi il suo primo significato: l’essere stata creata per la lotta.

Lo scritto è ugualmente uno strumento di cui si serve quest’ansia incontenibile di comunicare, di “pubblicare” il segreto trovato, e la bellezza formale che possiede non può sottrargli il suo primo significato: produrre un effetto, far sì che qualcuno venga a sapere qualcosa.

Un libro, finché non viene letto, è soltanto un essere in potenza, in potenza come una bomba inesplosa. Ogni libro deve avere qualcosa della bomba, di un evento il cui verificarsi minaccia e, anche semplicemente con la sua vibrazione, mette in risalto la falsità.

Come chi lancia una bomba, lo scrittore scaglia fuori di sé, dal suo mondo e quindi dall'ambiente che può controllare, il segreto trovato. Non sa che effetto produrrà a seguito della sua rivelazione, nè può dominarlo con la sua volontà. Perciò è una atto di fede, come mettere una bomba o appicar fuoco a una città; è un atto di fede, come lanciarsi su qualcosa la cui traiettoria non è in nostro possesso.

Puro atto di fede è lo scrivere e ancor di più perché il segreto rivelato non smette di essere tale per chi lo comunica scrivendolo. Il segreto si mostra allo scrittore, senza rendersi spiegabile; non smette cioè di essere un segreto per lui prima che per chiunque altro, e forse per lui soltanto, poiché il destino di chi in incappa per primo in una verità è quello di trovarla per mostrarla agli altri, lasciando che siano questi, suo pubblico a sviscerarne il significato.

È un atto di fede lo scrivere, e come ogni fede, di fedeltà. Lo scrivere richiede fedeltà prima di ogni altra cosa: essere fedeli a ciò che chiede di essere tratto fuori dal silenzio. Una cattiva trascrizione, un’interferenza delle passioni dell’uomo che è scrittore distruggeranno la fedeltà dovuta. È il caso dello scrittore opaco, che interpone le sue passioni tra la verità scritta e coloro a cui sta per comunicarla.

Il fatto è che lo scrittore non deve esibire se stesso, anche se da sé trae ciò che scrive. Trarre qualcosa da sé è tutto il contrario dell’esibire se stesso. E se il trarre da sé con polso sicuro l’immagine fedele dà trasparenza alla verità dello scritto, il porre con vuota incoscienza le proprie passioni davanti alla verità l’appanna e l’oscura. La fedeltà, per essere conseguita, esige una totale purificazione dalle passioni, che devono essere messe a tacere per far posto alla verità. La verità ha bisogno di un grande vuoto, di un silenzio in cui poter prendere dimora senza che nessun’altra presenza si mischi alla sua, falsandola. Chi scrive, mentre lo fa, deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità. La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita a essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore. Lo scrittore vanitoso dirà tutto ciò che deve essere taciuto per mancanza d'entità, tutto ciò che per non essere davvero non deve essere messo in chiaro, e per dirlo tacerà iò che deve essere rivelato, lo passerà sotto silenzio o lo falserà con la sua intromissione vanitosa. La fedeltà crea in chi la rispetta la solidità, l'integrità del suo stesso essere. La fedeltà esclude la vanità, che consiste nell'appoggiarsi su ciò che non è, su ciò che non è verità. Questa verita' è quella che ordina le passioni senza sradicarle, le fa servire, le pone al loro posto, nell'unico punto da cui sostengono l'edificio della persona morale che con esse si forma per opera della fedeltà a quel che è vero. Così, l’essenza dell’uomo scrittore si forma in questa fedeltà con cui egli trascrive il segreto che rende pubblico, quale uno specchio fedele della sua figura, senza permettere alla vanità di proiettare la sua ombra, e di sfigurarla. Se infatti lo scrittore rivela il segreto non è per un atto di volontà, né per l’ambizione di mostrarsi qual è (cioè come non riesce a essere) davanti al pubblico. In realtà esistono segreti che esigono di per se stessi di essere rivelati, resi pubblici.

Quel che si pubblica serve perché qualcuno, uno o tanti, viva tenendo presente quanto è venuto a conoscere, perché viva in modo diverso dopo averlo conosciuto; serve a liberare qualcuno dalla prigione della menzogna, o dalle nebbie del tedio, che è la menzogna vitale. Ma forse a tale risultato non si può giungere se, filantropicamente, lo si assume come obiettivo in sé. Quel che pubblica, che lo si voglia o no, libera ciò che ha il potere per questo o per il contrario, ma senza tale potere non serve nulla il volerlo. Esiste un amore impotente, che si chiama filantropia. "Senza la carità la fede che muove le montagne non serve a nulla", dice san Paolo, e aggiunge: "La carità è l'amore di Dio".

Senza fede la carità decade ad ansia impotente di liberare i nostri simili da un carcere da cui non riusciamo a prevedere l'uscita. Dà la libertà solo chi è libero "La verità vi farà liberi". La verità ottenuta mediante la fedeltà purificatrice dell'uomo che scrive.

Ci sono segreti che hanno bisogno di essere resi pubblici e sono quelli che visitano lo scrittore approfittando della sua solitudine, del suo effettivo isolamento, che gli fa avere sete. Di un essere assetato e solitario ha bisogno il segreto per posarvisi sopra, chiedendogli, nel dargli progressivamente la sua presenza, che la vada fissando, per mezzo della parola, in tracciati durevoli.

Un essere appartato da sé e dagli uomini, e persino dalle cose, poiché solo nella solitudine si sente la sete di verità che colma la vita umana, una sete di riscatto di vittoria sulle parole che ci sono sfuggite tradendoci; sete di vincere per mezzo della parola gli istanti vuoti trascorsi, il fallimento incessante di lasciarci andare attraverso il tempo.

In questa solitudine assetata anche la verità, benché occulta, si rivela, ed è proprio lei che chiede di essere messa in chiaro. Chi l’ha vista a poco a poco non la conosce se non la scrive, e la scrive perché gli altri la conoscano. A rigore, se si mostra a lui, non è a lui in quanto individuo determinato, ma in quanto individuo del medesimo genere di coloro che devono conoscerla; e gli si mostra approfittando della sua solitudine e ansia, del suo far tacere lo schiamazzo delle passioni. Ma non è propriamente a lui che essa si mostra. Dal momento che lo scrittore conosce a seconda che scrive e scrive già per comunicare agli altri il segreto trovato, è in realtà a questa comunicazione, a questa comunità spirituale dello scrittore con il suo pubblico che la verità si mostra.

La comunicazione di ciò che è nascosto, che a tutti si offre mediante lo scrittore è la gloria; la gloria quale manifestazione della verità nascosta fino al presente, che dilaterà gli istanti trasfigurando le vite. È la gloria che lo scrittore spera pur senza dirselo è che raggiunge quando, ponendosi in ascolto con fede nella sua solitudine assetata, sa trascrivere fedelmente il segreto disvelato; la gloria di cui è soggetto degno dopo lo spontaneo martirio vissuto nel perseguire, catturare e trattenere le parole per adattarle alla verità. Per questa ricerca eroica la gloria ricade sulla testa dello scrittore, si riflette su di essa. Ma la gloria a rigore è di tutti; si manifesta nella comunanza spirituale dello scrittore con il suo pubblico e la trascende.

Tale comunanza tra scrittore e pubblico, contrariamente a quanto si crede, non si forma dopo che il pubblico ha letto l’opera pubblicata, bensì prima, nell’atto stesso in cui lo scrittore scrive la sua opera. La comunanza dello scrittore con il suo pubblico si crea pertanto nel momento in cui si rende manifesto il segreto. E pubblico esiste prima dell’eventuale lettura dell’opera, esiste dall’inizio dell’opera, coesiste con essa e con lo scrittore in quanto tale. E in realtà riusciranno ad avere un pubblico solo quelle opere che l’avevano già dal principio. Lo scrittore perciò non ha bisogno di porsi il problema dell’esistenza di tale pubblico, dato che esso esiste insieme a lui dacché ha cominciato a scrivere. Questa e' la sua gloria, che sempre giunge in risposta a chi non l'ha cercata né desiderata, anche se la presagisce e la desidera per trasformare con essa la molteplicità del tempo, trascorso, perduto, in un solo istante, unico, compatto ed eterno.

 

 

(Verso un sapere dell'anima, Raffaello Cortina 1996, pp.23-31)


Verso un sapere

 

dell'anima

 

María Zambrano

 

Ogni epoca trova una sua giustificazione di fronte alla storia per la scoperta di una verità che in essa acquista chiarezza. Quale sarà mai la verità della nostra epoca? Quale la sua manifestazione? Le verità hanno i loro precursori, che scontano con la pena dell'oblio la colpa di aver visto lontano.

Ma i precursori si riconoscono soltanto dalla pienezza della verità che li ha preceduti; solo dal possesso di questa verità si comprende il significato delle loro enigmatiche parole. Unicamente nella verità rischiarata si riconosce la verità seminascosta.

La rivelazione a cui stiamo assistendo nei tempi odierni è quella dell'uomo nella sua vita, rivelazione prodotta dalla Filosofia che, a sua volta, in essa si rivela. Dalla Filosofia che impiega i suoi strumenti razionali per gettar luce sulla Scienza, "Scienza delle scienze", si è tornati, senza tuttavia disperdere tale eredità, a un fatto sorprendente e assolutamente meraviglioso: la Filosofia, il pensiero in tutta la sua purezza, si lancia con l'impeto della passione non per divorare se stessa, come solo la passione fa, ma per indugiare opportunamente e portarci intatta la preda, prima che questa possa sfuggirle.

La passione da sola mette in fuga la verità, che, suscettibile e agile, riesce a sottrarsi alle sue grinfie. La ragione da sola non riesce a sorprendere la preda. Mentre passione e ragione unite, o meglio, la ragione appassionata che si slancia con impeto ma sa poi trattenersi al momento giusto, riescono a catturare senza danno la nuda verità.

La Filosofia è quindi, come diceva Platone parlando di Pitagora, "cammino di vita". La verità è l'alimento della vita, che tuttavia non la divora ma la tiene in alto, fissandola infine nel tempo, poiché "il tempo passa e la parola del Signore resta".

Così, l'essere consapevoli che nel tempo in cui viviamo si porta alla luce della- ragione una verità, ci conforta e ci aiuta a sopportare l'angoscia di passare con esso. "Tutto scorre" sarebbe la grande consolazione dei Quietisti se nel tutto non fossimo compresi anche noi, se con il tempo che passa non passasse anche la nostra vita. Aggrappandoci alla verità, alla nostra verità, legandoci alla sua scoperta per averla accolta dentro di noi, fissandola nel nostro essere, sentiamo che il nostro tempo non passa, o almeno non invano. Del suo passare rimane qualcosa, come nel fluire dell'acqua del fiume, che scorre e si trattiene. "Tutto scorre": scorre l'acqua del fiume, però il fiume stesso e il suo letto rimangono. È necessario che ci sia un percorso, e il percorso della vita è la verità.

È indispensabile che un fiume abbia un letto, altrimenti non si avrebbe un fiume ma un pantano. Potendo sfuggire, l'acqua avrebbe l'illusione momentanea di aver ottenuto la libertà, di aver riacquistato l'integrità della sua potenza. Ma la potenza si esaurisce in assenza di argini; anche con íl solo ostacolo rappresentato dalla sua estensione illimitata, la furia dell'acqua incanalata scenderebbe sopraffatta sulla pianura sterminata. Il letto serve al fiume tanto quanto la furia della corrente dell'acqua che scorre in esso. Ed è un bene che la vita si precipiti di corsa: lo sfuggire della semplice presenza fisica che cade nelle pieghe del tempo, l'angoscia di passare, si trasforma nella gioia di essere in cammino.

Ciò che fa la Filosofia quando è fedele a se stessa è precisamente mostrarci tale percorso, rivelandosi dunque una guida, un cammino di vita.

Ma tale cammino è composto inizialmente dai passi, tracce, e solo quando una linea segnata lo distingue dall'estensione inanimata che lo circonda possiamo vederlo, come accade ai giorni nostri. Cominciamo a sentire che la nostra vita scorre, vincolata e libera, nell'alveo di una verità che ci si rivela, e da lì iniziamo a comprendere pensieri di fronte ai quali saremmo forse rimasti insensibili, o al contrario colti da uno stupore, impossibile da tradurre in idee. Ci sono due modi di reagire di fronte ai pensieri che sono stralci o parti di un pensiero più radicale, ancora sconosciuto: uno è quello di rimanere insensibili alla verità che indicano, l'altro è di rendersi conto, per una forma di sensibilità generata dalla necessità che abbiamo di quella verità, che essa è lì ma non possiamo incontrarla direttamente. È la conoscenza a provocarci la sete che ci conduce alla roccia sotto cui sgorga l'acqua, senza però permetterci di portarla alla superficie.

Al contrario, quando viviamo in contatto con un pensiero ultimo, rivelatore, abbiamo anzitutto un orizzonte da cui ci sentiamo presi e anche uno strumento tecnico per situare e collocare con ordine í problemi, i pensieri; il cammino dà ordine al paesaggio e permette di muoversi verso una direzione precisa.

Così ci sentiamo di fronte alla rivelazione che ci offre la Ragione secondo il suo nuovo significato: quello di essere guida, cammino di vita.

In questo cammino avvertiamo la necessità di un sapere dell'anima, di un ordine della nostra interiorità. A ciò mirano gli scritti postumi di Max Scheler, Ordo Amoris e Morte e sopravvivenza. La sua impostazione deriva da Pascal e Spinoza da un lato, e da Nietzsche dall'altro. Il Pascal della frase ripetuta e abusata fino a farle dire il contrario: "Ci sono ragioni del cuore che la ragione non conosce", lo Spinoza dell'Amor Dei intellectualis e il Nietzsche che cercava un superuomo; come asse portante l'idea cristiana dell'uomo quale essere che muore e ama, che muore con la morte e si salva con l'amore.

Max Scheler reclama energicamente un ordine del cuore, un ordine dell'anima che il razionalismo, più che la ragione, ignora.

La cultura moderna ha espulso da sé l'essere totale dell'uomo per occuparsi soltanto del suo pensiero, dalla scoperta dell'uomo come res cogitans fino a scienze non propriamente filosofiche. Cartesio scrisse un Trattato sulle passioni, e qualche tempo dopo Spinoza un'Etica in cui la psicologia è ancora Metafisica, poiché lo studio e la classificazione naturalista delle passioni vengono indirizzati verso un sapere superiore dell'uomo e della sua vita; le passioni, quali strumenti, vengono studiate allo scopo di trovare una vita felice, una vita eterna. [1]

Immediatamente il processo si accelera, precipita. Leibniz e gli inglesi – Hume e Locke – scrivono solo sull'Intelletto umano. Kant elabora la sua Filosofia della ragione e del soggetto etico. Già qui si trova l'uomo, o meglio, è a partire da qui che comincia a esserlo, ma in un senso diverso da quello che ci interessa adesso.

Ma la cosiddetta "psiche", la cosiddetta "anima", che fine ha fatto? Fu incaricata la Psicologia scientifica dí studiarla, e la Psicologia applicò all'anima i suoi metodi scientifici. Che cosa siamo venuti a sapere dai suoi risultati?

In realtà l'anima rimaneva una sfida; da una parte infatti la Ragione dell'uomo illuminava la natura; dall'altra la ragione era íl fondamento del carattere trascendente dell'uomo, del suo essere e della sua libertà. Ma tra la natura e l'Io dell'idealismo rimaneva quel frammento di cosmo nell'uomo a cui si è dato il nome di anima.

Che cosa ne sappiamo? La natura, le forze cosmiche circondano l'uomo, ed egli ha saputo dominarle e penetrare alcuni dei loro segreti. "Le cose sono i limiti dell'uomo", ha detto Nietzsche, e questi limiti l'uomo arrivò a conoscerli. Tuttavia esistevano due saperi distinti: un sapere che la ragione domina e un sapere poetico, non dominabile, del cosmo, della natura. È curioso vedere come, nel secolo xix, in cui la ragione allarga il suo dominio sulla natura, sui "fenomeni della natura", l'uomo viva personalmente nella coscienza romantica dell'invincibilità della natura. La natura per il romantico è immensa, inafferrabile, infinita, ed egli la vede nei suoi momenti di furia estrema: nella tempesta, nei fulmini, nella "montagna scoscesa", nel "mare insondabile", negli "abissi senza fine", nei "precipizi profondi della terra e del cielo". L'uomo romantico, che sottomette con la propria ragione le forze della natura come mai era accaduto prima, parla della natura poeticamente, con terrore, quasi con spavento.

Ma la natura era, per l'uomo romantico, solo lo specchio in cui poter vedere riflessa la propria anima, della quale la ragione applicata alla scienza non gli diceva nulla; l'anima, della cui conoscenza veniva incaricata la nuova scienza chiamata Psicologia "resasi indipendente dalla Metafisica".

L'anima cercava se stessa nella poesia, nell'espressione poetica. [2] Cercava se stessa nella natura impetuosa. "Gli abissi insondabili", i "precipizi senza fine", "le tempeste fragorose" erano i suoi propri abissi, le sue proprie tempeste, ottenebrate a causa dell'abbandono della luce della ragione.

Così Max Scheler, formulando un sapere del cuore, può dire: "Ciò che l'espressione simbolica 'cuore' designa non è (come ve lo immaginate voí, filistei da un lato e romantici dall'altro) la sede di stati confusi, di impeti oscuri e indeterminati o di forze intense che spingono l'uomo da una parte all'altra".

L'uomo romantico, la cui ragione assoggettava l'universo per catturare il fulmine e scomporre l'acqua, si trovava contemporaneamente assoggettato dall'incanto dell'immensità del mare o dalla capacità fulminante della scarica elettrica, come da un potere divino. Era la sua stessa anima incompresa, abbandonata dalla luce della ragione, a dirigersi verso ciò che di inafferrabile ha la natura per l'uomo, spinta da un'irresistibile forza di compensazione. Per l'uomo i fenomeni naturali si possono ridurre a formule matematiche, ma da queste formule trascende qualcosa di innominabile, di irriducibile che lascia l'uomo meravigliato di fronte al mistero della sua presenza, di fronte alla sua impressionante bellezza.

E l'uomo romantico si trovava ad avere una entità così importante come l'anima, abbandonata a se stessa e cieca, dopo quasi due secoli di ragione. Vennero così a convergere, in una confluenza pericolosa e piena di fascino, queste due ragioni del cosmo: la natura, nella sua irriducibilità a formule matematiche, e l'anima umana, nella sua estraneità alla luce della ragione. Le tempeste, i naufragi, le onde increspate, gli abissi terribili, erano naturali e umani a un tempo, erano natura e anima, erano cosmici... Da qui l'originalità dello stile dell'arte romantica, il legame misterioso tra uomo e natura. Osservando le incisioni di Gustave Doré che illustrano la Divina Commedia, rimaniamo sempre un po' incerti: di che tipo di abissi si tratta? Sono realtà cosmiche o è la realtà della povera anima del condannato? Entrambe le cose: è la medesima realtà quella dell'abisso tenebroso, fenditura tra due montagne, e quella dell'abisso di disperazione in cui si trova l'anima condannata; natura e anima, parti dell'universo che si sono unite nell'arte romantica.

Ma sarà sempre così? Rimarranno senza luce questi abissi del cuore, rimarrà abbandonata l'anima con le sue passioni, al margine dei cammini della ragione? Ci sarà posto per lei in questo "cammino di vita" che è la Filosofia? La sua corrente dovrà continuare a straripare con il rischio di finire ridotta in una pozza? Potrà scorrere incanalata e libera all'interno del percorso che la verità apre alla vita? Ci sono sì ragioni del cuore, c'è un ordine del cuore che la ragione ancora non conosce.

In alcune occasioni però ha provato a conoscerle. Da differenti punti di vista l'uomo ha squarciato i veli che coprono l'ordine occulto della propria anima. È accaduto nelle religioni greco-orientali, nel cattolicesimo (il protestantesimo, quasi sempre puritano, avvertiva probabilmente una certa repulsione verso questo scrutare le viscere umane), in qualche filosofo che volle lasciare la propria anima intagliata come un brillante, incastonando le passioni in geometrici cristalli di teoremi, chiose e postulati, in quelle carte postume che oggi possiamo leggere anche nella nostra lingua; [3] o in un altro pensatore ebreo, Spinoza, che andò vagando di religione in religione, errando per le differenti credenze, come altri fratelli della stessa stirpe per vari paesi. Questi due pensatori, pur a distanza di tre secoli e con molte differenze, in quanto segnati da un comune destino religioso di peregrinazioni, hanno voluto fondare un ordo amoris. Hanno parlato in forma distinta, perché distinti sono i loro strumenti e i loro metodi, ovvero il loro modo di avvicinarsi alle cose; ma di fronte all'interrogativo indifferibile che sentiamo oggi formulare intorno alle ragioni del cuore che la ragione ancora non conosce, essi si distinguono dagli altri per la loro attenzione alle realtà profonde dell'anima, che hanno voluto illuminare con la ragione.

Ma il nostro sguardo ripercorre íl ciclo della cultura che ci è familiare, cercando un sapere sulla graziosa, adulata e abbandonata "psiche", e ciò che si vede anzitutto è il carattere frammentario e come privo dí sostegno (a eccezione forse di Aristotele e Spinoza) di quanto si è detto su un argomento tanto importante e pericoloso; o al contrario un'architettura eccessiva, una rigidità derivata dall'essere giunti a questo tipo di sapere a partire da a priori, etici o religiosi (in quest'ultimo caso, senza dubbio molto più fecondi e flessibili). O eccesso di architettura, di ipotesi, oppure mancanza di fermezza e di chiarezza piena in ciò che è stato afferrato. La farfalla in alcuni casi muore, in altri vola via. Raramente si è verificato quel miracolo di agilità della mente che le permette di trattare adeguatamente l'anima, di costruire una rete fatta apposta per catturare la realtà sfuggente della "psiche".

Dato che l'anima non è l'unica realtà dell'uomo, il sapere che la riguarda deve essere inserito in un sapere più ampio e radicale, come la navata di un edificio deve essere sostenuta dalla meccanica dell'intero edificio.

Ma questo sapere più ampio, nel quale può svilupparsi il delicato sapere intorno all'anima, non poteva essere un sapere qualsiasi, una Filosofia qualunque. Era necessaria un'idea dell'uomo nella sua integrità e un'idea della ragione ugualmente nella sua integrità. Finché, per esempio, l'uomo era un ente razionale e nient'altro e la ragione una ragione matematica, come poteva darsi un sapere dell'anima? Da questo punto di vista [4] poteva esserci solo un Trattato sull'anima, di Spinoza, in cui l'anima è l'idea adeguata del corpo e nient'altro.

Era necessario imbattersi in questa nuova rivelazione della Ragione, alla cui aurora assistiamo come alla Ragione della vita intera dell'uomo. In essa intravediamo sì la possibilità di un tale sapere, che sentiamo tanto indispensabile. Il percorso che questa verità apre alla vita permette e addirittura richiede che il fluire della "psiche" scorra in esso. Almeno così speriamo.

Quanti saperi, risultato di una vita di lotta contro le passioni, saranno stati passati sotto silenzio per mancanza di orizzonti razionali in cui inserirsi, per mancanza di coordinate adeguate a cui far riferimento! Senza l'orizzonte di un sapere radicale il sapere sulle passioni, amore e odio, rimaneva privo di sostegno, sospeso in un'aria terribile di confessione, o peggio, di confidenza. Bisognava avere un marcato cinismo e una sorta di intimo compiacimento nel parlare di sé per mettere insieme la propria esperienza, quella amorosa ad esempio. Che struttura darle? Abbiamo un Dell'amore di Stendhal, tentativo audace in pieno romanticismo di non lasciare sospeso nel "vago e ineffabile" l'argomento amoroso. E senza pensarci ecco che ci siamo imbattuti in un altro di quegli uomini che non rimasero indifferenti alla vita dell'anima, lasciando in silenzio la ragione.

Filosofi, romanzieri, poeti, hanno gettato luce su qualcosa inerente alle ragioni del cuore, alle viscere dell'uomo; tra le religioni, quelle greco-orientali e la Chiesa cattolica, che per fortuna non disdegnò completamente di trarre qualche beneficio dal sapere orientale.

In Grecia ritroviamo gli oracoli a parlarci dell'anima, o almeno ad alludervi. Che cosa rappresentano gli oracoli nella vita greca? Se la Filosofia inizia con Talete a interrogarsi sull'essere delle cose, l'oracolo soddisferà quest'altro interrogativo: Chi sono io? Qual è il mio destino? Che cosa devo fare di fronte a questa o a quella situazione? E vediamo persino Socrate consultare l'oracolo di Delfi, ascoltare il suo daimon interiore. I greci andavano a consultare il Dio che abitava il santuario, il piccolo tempio che non separava la divinità dal paesaggio che lo circondava; interrogavano il Dio e si abbandonavano a un'orgia di purificazione.

Nei riti orfici e nel culto di Dioniso l'anima, per conoscersi, si immergeva nella natura, come accadrà nel romanticismo, ma in maniera molto diversa. Se il romanticismo umanizza la natura e cerca in essa la plasticità, la figura, nel culto di Dioniso l'anima cerca la musicalità insita nella natura, il suo impeto puro. È un bagno cosmico, un'immersione dell'anima nelle fonti originarie dell'impeto della vita, una riconciliazione dell'anima con la vita. "Le situazioni di massima esaltazione corporea portano con sé un delizioso annullamento nell'unità cosmica." (Ortega y Gasset, Vitalità, Anima, Spirito). L'orgia è una riconciliazione dell'anima, che cominciando a sentire se stessa soffre, con la natura; è un appello ai poteri cosmici che l'uomo fa quando le viscere della vita gli provocano dolore. È un ritorno alle fonti originarie della vitalità che lo purifica dalle ombre dell'interiorità, da qualcosa che comincia a sentire suo, dimora di silenzio e solitudine.

La solitudine è stata avvertita in principio come un peccato, come un qualcosa che produce rimorso. Ogni distanza che l'uomo prende dal resto dell'universo gli crea una solitudine che inizialmente genera terrore e rimorso, e dalla solitudine appena conquistata ritorna ad abbracciare ciò che ha da poco lasciato.

Così l'anima greca, quando cominciava a sentirsi separata dal cosmo, riccorreva ai misteri di Eleusi e al culto di Dioniso in cerca di una riconciliazione, con la speranza di liberarsi dei suoi dolori, e anche con l'allegria di chi ritrova le proprie origini. Orgia, purificazione, abbandono momentaneo dei dolori della recente solitudine.

Il romantico, al contrario, non pretende di immergersi nel dionisiaco della natura, bensì si unisce alla sua plasticità. Cerca sì l'impeto, ma nella figura che lo ha attraversato. Il romantico lega la propria anima alla natura affinché se ne riempia, se ne impregni, come nelle notti di luna che amava tanto descrivere.

Ma l'oracolo significava altro nel suo riferimento alla "catarsi" orfica e all'orgia. Era piuttosto un'ansia dell'anima per il razionale, la speranza di uscire dal dubbio più che di liberarsi dai dolori, di risolvere l'indecisione dell'individuo di fronte alle situazioni della vita: l'affanno di conoscere per saper cosa fare. Anticipava il "conosci te stesso" socratico. In un certo modo Socrate diventò l'oracolo per ogni cittadino di Atene che non aveva paura di pensare, ovvero di divenire a sua volta oracolo di se stesso.

I grandi filosofi greci non rinunciarono al compito di gettar luce sull'entità misteriosa dell'anima: non lo fece Platone, e neppure Aristotele, che fornirono i fondamenti di tutto il sapere cristiano-medioevale.

Lasciando da parte ciò che la ragione ha detto dell'anima quando ha gettato la propria luce su di essa, e anche per meglio considerare queste ragioni, sarebbe opportuno vedere prima più chiaramente in che modo l'uomo ha sentito la sua anima, e come ha rapportato se stesso al mondo e ai suoi due poli, che potremmo chiamare Dio e Natura. Se l'uomo non consiste nella propria anima – e oggi lo vediamo con chiarezza –, come ha percepito questo frammento di cosmo che dimora in lui? Se pensiamo a ciò che chiamiamo Io, lo vediamo circondato da strati concentrici sempre più distanti ed estranei; in primo luogo dentro di sé, poi in ciò che ormai non è più uomo. In questi strati ritroviamo l'anima. Che posto occupa? Qual è il suo ruolo?

Tra l'Io e la natura al di fuori si interpone ciò che chiamiamo anima. Abbiamo già avuto modo di osservare molto brevemente con quali forme distinte l'anima ha cercato se stessa attraverso la natura nelle religioni greche e nell'arte romantica, ma si è anche detto che "Dio si trova nel fondo dell'anima".

Come accade nel sistema planetario in cui viviamo, questi tre corpi, Dio, la Natura e l'Uomo vanno tessendo con le loro orbite un dramma. Si verificano anche eclissi, e allora un'ombra cade su uno dei corpi. L'anima dell'uomo che ruolo gioca in questo dramma, in queste distanze ed eclissi? Dell'anima si è predicato con insistenza la purezza, la trasparenza. Tale anelito profondo di "catarsi" da parte dell'uomo, tale desiderio perenne di possedere un'anima chiara e trasparente, non indicherà una necessità più profonda? Trasparente è un aggettivo che utilizziamo per indicare ad esempio la qualità di un cristallo, di qualcosa che è un mezzo per lasciar passare qualcos'altro. La profondità, qualità che attribuiamo ugualmente a un'anima superiore, non è una condizione contraria. Un'anima chiara e profonda... per quale scopo ultimo della sua vita deve possederla l'uomo? Che cosa deve far passare attraverso la trasparenza dell'anima, quali radici profonde devono albergare nella sua profondità?

A seconda dei diversi momenti della Storia, l'anima è stata preferibilmente collegata a una parte dell'universo e messa in relazione ad altri elementi che nell'uomo non sono anima. Sarebbe interessante scoprire le forme proprie con cui l'anima si è espressa, tralasciando per il momento ciò che l'intelletto ha detto dell'anima a esso sussunta; scoprire quelle ragioni del cuore che è il cuore stesso ad aver trovato, approfittando della sua solitudine e abbandono.

 

NOTE

 

1. "E intorno all'anima parleremo soltanto di quelle cose che ci possono portare, come per mano, alla conoscenza di una vita felice." B. Spinoza, Etica, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987, p. 67.

2. Mendelssohn disse, nel 1765, che se la prosa appaga con la ragione, la poesia vuole altro.

3. M. Scheler, "Muerte y supervivencia", "Ordo Amoris", Revista de Occidente, Madrid 1934.

4. Dal punto di vista dell'uomo come essere pensante e della ragione come ragione matematica.

 

 

(FONTE: Verso un sapere dell'anima, Raffaerllo Cortina Editore 1996, pp. 11-22)


La salvezza nello sguardo..Simone Weil

Debbo desiderare di avere, tendere di avere una concezione della misericordia divina che non venga meno e non si modifichi, qualunque evento il destino mandi e che possa essere comunicata a qualunque essere umano senza costituire per lui un oltraggio. Una simile concezione può essere solo frutto di ispirazione.

 

 

Simone Weil

Simone Weil: ritratto e itinerario..La porta è davanti a noi

 

 

 

Francesca Simeoni

 

 

 

 

 

La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?

 

 

 

 

 

Meglio sarebbe andare senza più speranza.

 

Non entreremo mai, siamo stanchi di vederla.

 

La porta aprendosi liberò tanto silenzio

 

Che nessun fiore apparve (...)

 

Solo lo spazio immenso

 

apparve d'improvviso da parte a parte, colmò il cuore,

 

lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere. [3]

 

 

 

Una vita esigente

 

 

 

Simone Weil: donna forte, esagerata e scrupolosamente attenta alla bellezza del mondo, storico, fisico e interiore. Imbarazzante tentare di tracciarne un ritratto o di condensarne il pensiero: si ha l'effetto di mancanza e di insufficienza proprio dei profili di grandi pensatori, di grandi uomini e donne. La sua vita [4] ed i suoi scritti svelano un carattere poliedrico, eppure chiaramente e intimamente unificato, tratto tipico del femminile, capace di sfumature e di coesistenza nella complessità.

 

Nacque nella Parigi dei primi del Novecento (3 febbraio 1909) in una famiglia medio-borghese. I genitori, ebrei di origine ma non legati ad alcuna tradizione religiosa, avevano saputo creare un ambiente familiare ricco di stimoli culturali per i figli Simone e André.

 

Negli studi la piccola Simone era vivace e molto brillante. Durante gli anni al liceo Henry IV trovò un punto di riferimento in Alain, nome col quale si presentava il filosofo Emile Chartier, suo professore, docente il cui atteggiamento socratico, scettico e aperto segnò la formazione di diverse generazioni di intellettuali francesi, mettendo i suoi studenti a contatto diretto con i grandi filosofi e suscitando anche in Simone Weil l'amore per la libertà incondizionata del pensiero.

 

Nel 1928 entrò all'École Normale Supérieure e nel '31 ne uscì con il titolo per l'insegnamento della filosofia. Inizia così la sua professione di docente nei licei femminili di Le Puy, Auxerre e poi Roanne e Bourges. Sono i primi anni Trenta, anni di dura crisi economica e mentre insegna, Simone Weil avverte la necessità di condividere la sorte degli operai suoi concittadini: inizia così un'intensa attività sindacale, condivide con loro il suo stipendio, partecipa all'organizzazione di corsi serali per minatori, si mette insieme agli "sventurati", non per essere prima tra gli ultimi, ma per essere. Questa condivisione, fino all'impiego in diverse fabbriche parigine, è accompagnata da una tagliente riflessione critica, sociale e politica, sulla condizione dell'oppressione e della libertà dell'uomo contemporaneo. [5]

 

Partecipa intensamente alla storia e al suo tempo, si reca diverse volte in Germania per testimoniare gli effetti della crisi. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile in Spagna, avverte l'impossibilità di restarne fuori e si arruola tra le file anti-franchiste. Per problemi fisici è costretta a rientrare e, a causa di frequenti emicranie che la colpiscono fin da bambina, si reca in Svizzera e in Italia per le cure. Così nella primavera del 1937 visita Milano, Firenze, Roma: è un periodo sereno e di grandi emozioni per la sua insaziabile ricerca.

 

Ad Assisi ha inizio per lei la scoperta di una parte fondamentale della sua umanità, una svolta repentina e decisiva, che riconoscerà l'anno dopo durante la Pasqua nell'abbazia benedettina di Solesmes. ln modo personalissimo e netto fa l'esperienza dell'amore divino in Cristo, che accende la sua spiritualità, già intensa e ostinata. Si immerge così nella lettura della Bibbia, riprende i classici greci, esplora gli scritti dell'antico Egitto.

 

Nel 1940 allo scoppio della guerra è costretta a rifugiarsi a Marsiglia con i genitori, dove rimane fino al '42 e trascorre uno dei periodi più fecondi della sua vita spirituale e della sua ricerca intellettuale e ricco di intensi scambi umani: conosce il padre domenicano Perrin e Gustave Thibon, suo grande amico. Le riflessioni prolifiche di questi anni sono raccontate nei Quaderni e negli scritti e nelle lettere raccolti in Attesa di Dio. [6]

 

Dopo alcuni mesi negli Stati Uniti, nel 1942 si reca in Inghilterra dove si arruola nelle file di "France Combattante", l'organizzazione della resistenza francese in esilio, desiderando di partecipare della vita dei soldati al fronte come infermiera. Muore di tubercolosi in un sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943.

 

Ogni dettaglio della sua insaziabile vita - le scelte, gli incontri, la forza critica e la determinazione nella condivisione con gli oppressi, fino alle più alte pagine vibranti di un'intensa vita spirituale - è unificato nella sua onesta ricerca di verità, sintesi della sua figura. [7]

 

 

 

Un'intelligenza cordiale

 

 

 

Attraversando gli scritti della pensatrice parigina si ha la percezione di un pensiero che evita ogni sistematizzazione, anzi, che si pone come contrario di ogni sistema, procedendo a ritmo serrato attraverso contraddizioni, corrispondenze, intuizioni penetranti ed evocazioni. L'adesione ad una nitida e cogente coerenza del pensiero lascia spazio infatti alla resistenza della realtà e delle relazioni umane, ponendo al centro una ricerca di senso che tiene insieme rigore razionale, sostanza umana e capacità di grazia. In questa filosofa, dunque, si respira l'impossibilità di una struttura di pensiero chiusa capace di spiegare il tutto, impossibilità che siede nel cuore della cultura contemporanea. Ciò accade anche perché il suo comprendere filosofico è frutto «della sua intelligenza cordiale, indissociabile dal suo essere al mondo con la massa degli oppressi, degli sfruttati, degli schiavi. Se è permesso di "ordinare" i suoi scritti, di trarci dei temi, dei motivi, degli accordi dominanti, questa filosofa di professione non aveva un progetto filosofico. Ella si vuole solamente servitrice docile di una verità che l'abita, portatrice vigorosa di un messaggio che la supera». [8] Vi è infatti un intimo e coltivato legame tra attenzione, amore del prossimo, gusto della bellezza del mondo e amore di Dio che attraversa le pagine weiliane e da cui traspare la sua intelligenza nutrita di passione e aderenza alle cose. L'insieme dei suoi scritti restituisce dunque l'impressione non tanto di un sistema, bensì di un itinerario [9] speculativo ma anche umano e spirituale, percorso che ha un vero valore performativo in chi si pone sulle sue tracce e l'ascolta.

 

 

 

Stare sulla soglia

 

 

 

Seguire Simone Weil nelle sue riflessioni impone al lettore un movimento oscillante continuo tra particolare ed universale, tra intuizioni del sovrannaturale e considerazione del peso concreto della necessità e della materia, tra grazia e pesanteur, [10] due termini chiave per tentare una lettura trasversale del suo pensiero. Nel punto di equilibrio di questa oscillazione risiede la capacità di «dimorare sulla soglia» [11], lì dove l'intelligenza e la condizione umana arrivano ad un ostacolo contro cui cozzano, ad una porta che non si apre, e si esercita la virtù del desiderio e la capacità dell'attesa. La soglia è il luogo in cui i contrari si toccano, in cui la sventura diventa esperienza della grazia, in cui la necessità dura del mondo diventa la sua bellezza, in cui lo svuotamento di sé diventa accoglienza dell'amore divino, in cui la creazione diventa atto di rinuncia di Dio al proprio potere. La centralità della soglia permette inoltre di intuire come il pensiero e l'impegno politici della giovane Weil siano inscindibili dalla parte mistica delle sue opere mature: anche quando è mistica, Simone è ben aderente alla materia; quando parla dell'amore sovrannaturale di Dio, lo associa sempre all'amore dello sventurato e alla bellezza del mondo quale è. «Del resto il suo lavoro non consiste mai nel negare l'umanità dell'uomo, la sua finitezza, il suo limite, la sua carnalità; si tratta piuttosto di concentrarsi su di essa a tal punto e con tale intensità da trasfigurarla, da trapassarla, da coglierla nella sua profondità essenziale, che fa emergere il soprannaturale come l'essenza più profonda del naturale» [12].

 

Anche riguardo al proprio percorso cristiano Simone Weil rimane sulla soglia: si sente chiamata a stare con gli ultimi anche quando si tratta di chi è escluso dalla Chiesa, a trovarsi nella «intersezione tra il cristianesimo e tutto ciò che è al di fuori di esso» [13]. Per questo, seppur animata da un fervente desiderio di adesione a Cristo, decide di non battezzarsi e di rimanere esterna alla Chiesa, con chi non crede o ne è escluso. Delicatezza e determinazione eloquenti per ogni uomo di fede.

 

 

 

Attendere e fare attenzione

 

 

 

L'atteggiamento della soglia è quello dell'attesa, di chi non forza la porta, ma si fa vuoto di pretese per vedervi oltre. Il tema dell'attendere emerge con nitidezza negli scritti raccolti in Attesa di Dio, dove spunta una breve dispensa [14] preparata per gli studenti dell'amico padre Perrin nella quale Simone Weil, ormai esonerata dall'insegnamento ma per molti anni docente e studente, concentra alcune preziosissime e illuminanti riflessioni per una concezione cristiana degli studi. Lo sforzo che innerva l'esercizio di studio e di comprensione, nota l'autrice, è fatto tutto d'attenzione. indipendentemente dai risultati e dalle nozioni acquisite; tale sforzo non viene mai disperso: esso costituisce una riserva, un allenamento fondamentale che porta i propri frutti, in modo inatteso, nella preghiera. Ogni sforzo d'attenzione, se abitato dal desiderio profondo di verità e se orientato dalla gioia dell'intelligenza, crea un'attitudine rara e di marca squisitamente spirituale. Il pensiero infatti si allena ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto, ma semplicemente desiderandolo. In questo modo si crea quello svuotamento che è pura recettività e che permette di accogliere ciò che giunge. Questa capacità di svuotamento e attesa è la sostanza della preghiera, che costringe Dio a scendere verso l'uomo. Ed essa non fruttifica solo nel senso dell'amore di Dio, bensì anche rende capaci di quell'attenzione fine e svuotata di sé verso il prossimo e di quello sguardo capace di vedere lo sventurato, che lo salva.

 

Rinuncia, attesa e grazia sono dunque i movimenti dell'amore: dall'attenzione dello studio al tirocinio del prossimo, fino al "sacramento" che è l'incontro con l'oppresso: in queste soglie la ricerca di Simone Weil si sofferma, intravvedendovi nitido lo spazio implicito dell'amore di Dio. Un pensiero ferreo e delicatissimo, cui solo una pensatrice poteva donare la propria sensibilità.

 

"Ogni sforzo d'attenzione,

 

se abitato dal desiderio profondo di verità

 

e se orientato dalla gioia dell'intelligenza,

 

crea un'attitudine rara

 

e di marca squisitamente spirituale.

 

Il pensiero infatti si allena

 

ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto,

 

ma semplicemente desiderandolo.

 

ln questo modo si crea quello svuotamento

 

che è pura recettività e che permette

 

di accogliere ciò che giunge."

 

 

 

Bibliografia essenziale delle Opere di Simone Weil in edizione italiana

 

 

 

- Attesa di Dio, a cura di M.C. Sala, Milano 2008.

 

- La condizione operaia, a cura di F. Fortini, Milano 1994.

 

- La prima radice, a cura di E. Fortini, Milano 1990.

 

- La Grecia e le intuizioni pre-cristiane, a cura di M. Harwell Pieracci e C. Campo, Roma 1999.

 

- L'ombra e la grazia, a cura di E. Fortini, Milano 2002.

 

- L'amore di Dio, a cura di G. Bissaca e A. Cattabiani, Roma 1979.

 

- Quaderni, a cura di G. Gaeta, Milano; vol. I, 1982; vol. II, 1985; vol. III, 1988; vol. IV. 1993.

 

 

 

- Lettera a un religioso, a cura di G. Gaeta, Milano 1996.

 

 

Simone Weil

 

La Salvezza nello sguardo

 

 

 

Compassione e gratitudine.

 

«Nell'amore vero non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio in noi che li ama. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine discendono da Dio, e quando vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui gli sguardi si incontrano» (1).

 

 

 

L’immediatezza dello sguardo umano verso la sventura -che porterebbe all'intervento, ad un gesto di solidarietà- cede il passo all'elaborazione delle accuse nei confronti dell’oppresso. La calunnia è funzionale all'indifferenza, serve a giustificare il fatto di non prendersi cura dell’altro.  La compassione nella società che corre solo in avanti, calpestando e lasciando morti e feriti, è un atto illegale. La gratitudine nella società dello scambio e della mercificazione delle relazioni sociali è una forma di obiezione di coscienza. Ma quando qualcuno si sofferma sul dolore del diseredato, scegliendo la condivisione e facendosi carico della propria parte di responsabilità umana, Dio può irrompere nella storia. La sbarra che preme sulle spalle degli oppressi viene, così, sollevata, riprende il respiro della speranza.