Parte 2

 

 

"E' tra il  tempo e l'infinito, metatemporale e non ancora eterno, che sta la mistica e sta la poesia"

 

Adriana Zarri 

 

Uno speciale percorso.. attraverso lo sguardo di donne e uomini cogliendo la grazia che ha illuminato la loro esistenza facendone ragione di vita, dono per gli altri e una proposta di vita per tutti noi! 

 

 

 

 

Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio di quanto non lo veda oggi?

Vedo qualcosa di Dio in ogni ora delle ventiquattro, in ogni momento di esse,

nei volti di uomini e donne vedo Dio, e nel mio volto riflesso allo specchio,

trovo lettere inviate da Dio per le strade, ognuna firmata col nome d’Iddio,

e le lascio dove si trovano, perché so che, ovunque mi rechi,

altre puntuali verranno, per sempre e per sempre.

 

W.Whitman


Fedor Dostoevskij nell'abisso del cuore umano

"Per Dostoevskij per quanto grande e invincibile sia il dominio del male nel mondo, ancor più grande è l’anima dell’uomo, che non gli consente di accontentarsi di una vita  fatta di cose banali o spicciole, ma anela ad una vita piena, universale e perenne, alla felicità vera"

 

Vladimir Solovev

Fédor Dostoevskij,

 

 il rovello di Dio

 

Carmelo Mezzasalma

 

 

Nei giorni in cui infuria l'insensata guerra in Ucraina, devastata dai missili e dalle bombe della Russia di Putin, è possibile ricordare il grande scrittore russo nel secondo Centenario della nascita? In verità, il grido di Dostoevskij – non solo vittima, come altri scrittori russi, del "potere", ma anche indagatore del cuore umano in lotta con la trascendenza – chiede di essere ascoltato. Molto al di là delle fosche pagine della storia contemporanea.

 

Un Centenario un po' controverso?

 

Quando, il 24 febbraio scorso, la Russia ha invaso l'Ucraina, mettendola a ferro e a fuoco e determinando subito un esodo dolorosissimo di profughi e di vittime innocenti tra i civili ucraini, il nome di Dostoevskij è balzato all'attenzione delle cronache italiane con la strana vicenda della cancellazione, nell'Università Bicocca di Milano, del corso a lui dedicato dallo studioso Paolo Nori. Anche se in seguito ritirata, questa cancellazione improvvisa ha suscitato reazioni indignate sul web, ma anche in sede politica: che senso ha penalizzare in questo modo Dostoevskij? E per di più cosa ha che fare lo scrittore con l'insensata decisione di Putin di invadere la pacifica Ucraina? La polemica, a dire il vero, è durata poco. Ma ciò non significa che non abbia gettato un'ombra sul centenario di Dostoevskij, come anche su tutto quanto riguarda la Russia in questo momento, per cui la prudenza, in un clima arroventato e tragico per le notizie della tremenda guerra in corso, forse suggerirebbe di soprassedere sul ricordo dell'autore di L'Idiota o dei Fratelli Karamazov. Ma sarebbe giusto? Dostoevskij non possiede forse quella natura profetica che, proprio in questi giorni di guerra, è più che mai necessaria per conservare la nostra umanità al riparo di queste pagine fosche anche della storia contemporanea della sua Russia e non solo?

Paolo Nori, intanto, è non solo un ottimo studioso dell'opera dostoevskiana, ma è per suo merito che, proprio in occasione del secondo centenario, abbiamo potuto conoscere la straordinaria biografia "polifonica", curata dallo storico della letteratura russa Pavel Fokin, dal titolo Un certo Dostoevskij e pubblicata dalla Utet (Milano 2021). Sono state, infatti, le sue allieve – Giada Bertoli, Francesca Giordano, Verdiana Neglia, Irene Verzeletti –, iscritte ai corsi di traduzione editoriale narrativa e saggistica alla Iulm di Milano, a tradurre questo testo prezioso che ci restituisce, in quasi tutte le componenti della sua sfaccettata personalità, un Dostoevskij umanissimo e, insomma, non ancora diventato "personaggio". Come succede, da qualche tempo in qua, a troppi scrittori e scrittrici diventati famosi, troppo famosi. E riguardo ai quali, a conti fatti, si finisce per perdere il loro autentico messaggio.

Né, peraltro, andrebbe mai dimenticato che, tra tutti i paesi europei, la Russia è di sicuro quello che ha pagato il prezzo più alto in fatto di vittime della repressione "culturale", mentre la sua storia è costellata di capi, dispotici e dittatoriali, che hanno fatto tacere con la violenza qualsiasi dissenso o voce di verità. Una lista interminabile di scrittori, poeti e artisti. Non solo Dostoevskij o Tolstoj, ma anche Achmatova, Cvetaeva, Mandelstam, Grossman, Pasternak, Brodskij, Bulgakov, Solzenicyn (ma la lista è molto più lunga), per finire con Anna Politkovskaja, vittima sicura del regime di Putin. Così, come ha scritto Fausto Malcovati in La lettura (13 marzo 2022) del «Corriere della Sera», «nessuna cultura ha avuto tanto coraggio, come la cultura russa, di opporsi ai tiranni, ai diktat, ai bavagli». Anche se tutto ciò non è bastato a cambiare quella cultura russa, quella mentalità generale, che ancora oggi, a quel che pare, sembra più che mai vittima dell'orgia del potere. Per dirlo con il titolo di un famoso film degli anni '70 del passato Novecento. E, per restare all'immane tragedia dell'Ucraina di oggi, basterebbe citare lo straziante romanzo di uno dei più grandi scrittori ucraini del Novecento, Ulas Samchuk, che s'intitola Maria. Cronaca di una vita (1933), dedicato al genocidio per fame perpetrato da Stalin proprio in quegli anni (1932-33) contro il popolo ucraino. Finalmente tradotto in italiano, a cura di Carlo Ossola e in una traduzione di Mariia Semegen (Edizioni Clichy, Firenze 2022), anche questo romanzo è lì a dimostrarci quanto il problema del Male e del Dolore, così centrale in Dostoevskij, sia tutt'altro che argomento da salotto televisivo solamente in questi giorni di guerra. E dunque, ancora e sempre, Dostoevskij.

 

Dostoevskij nostro fratello

 

Così, infatti, Armando Torno, fondatore e responsabile per oltre un decennio del benemerito supplemento Domenica de «Il Sole 24 Ore», nonché responsabile delle pagine culturali del «Corriere della Sera», ha voluto intitolare il suo contributo al centenario di Dostoevskij (cfr. A. Torno, Dostoevskij nostro fratello, Edizioni Ares, Milano 2021). Ed è un titolo azzeccatissimo. Oltre al fatto che è un vero viaggio nell'anima dello scrittore russo, attraverso le pagine emblematiche e brucianti dei suoi capolavori, ma con uno sguardo non già da specialista erudito, bensì piuttosto attento al "messaggio" esistenziale e spirituale di un autore, venuto da tanto lontano, che però ha rappresentato per tutti noi un pilastro di formazione umana e spirituale come pochi altri. Nostro fratello, appunto. E di più non si potrebbe dire. In quello scandaglio del cuore umano che incontra e si scontra con gli interrogativi cruciali del nostro vivere, del nostro amare, soffrire e del nostro morire. E quindi di un ideale di letteratura, teso tra il cuore umano e il cruciale interrogativo di quella trascendenza che ci abita e che non cessa di tormentarci proprio nelle profondità dell'anima assetata di vita e, più in profondità, della vita di Dio. Dostoevskij, peraltro, nonostante la sua fortuna non effimera ai quattro angoli del mondo, non è affatto uno scrittore facile, come riconosce giustamente lo stesso Armando Torno: non possedeva, in effetti, «la capacità narrativa o la forza epica di Tolstoj, né sapeva calcolare i silenzi o anatomizzare gli sguardi dei personaggi come Cechov, ma la sua opera sfugge da ogni teorizzazione. Anzi, è lui stesso che fa perdere le tracce alle idee che mette in gioco, perché l'unica che sembra lo interessi veramente è quella di Dio. Le azioni umane non sembrano intelligibili senza di Lui» (p. 12).

È un'osservazione quanto mai acuta e soprattutto onesta nei confronti di uno scrittore che, come pochi, è stato attratto dalla drammaticità della vita umana, dalla sua miseria e grandezza, dal suo invincibile egoismo e dalla sua profonda idealità che la incalza e la sostiene. Ed è per questa ragione che ha tormentato le sue stesse pagine sulle quali scriveva e sulle quali ha lasciato le tracce di questo lungo, appassionato, talvolta doloroso e perfino infelice, corpo a corpo con i meandri imprendibili del cuore umano in lotta con sé stesso e alla ricerca di una possibile redenzione. Ma, al contempo, questo cuore, definito lucidamente da Manzoni un vero "guazzabuglio", non si spiegherebbe senza l'assillo, la ferita di Dio, che s'incunea in questo labirinto di passioni e di ragioni per affermare, almeno, la sua ineludibile presenza e la sua chiamata alla vera vita. Nonostante debolezze, fallimenti e catastrofi morali e spirituali dei personaggi messi in campo, mentre sullo sfondo sembrano agire le forze, persuasive e distruttive, di quel nichilismo di cui Dostoevskij intuiva bene la palude su cui sarebbe rimasto incagliato l'uomo moderno e, particolarmente, l'uomo postmoderno. Dopo tutto, afferma ancora Armando Torno: «L'uomo sembra creato non per la felicità dell'ordine e della quiete, ma per una salvezza in Dio, pagata con il male, l'odio, la bassezza, la disperazione, il delitto» (p. 14).

Centro, davvero. Perché Dostoevskij ha vissuto e testimoniato quel "tormento di Dio", quella tragedia silenziosa che si svolge nell'abisso del cuore umano, dal momento che non sarà mai possibile espungerlo o ignorarlo né con ragioni filosofiche, estetiche o morali, né tanto meno per ragioni di comodo. La ferita di Dio ha nel cuore della creatura umana, per così dire, la sua "casa", sembra volerci ripetere Dostoevskij, e all'essere umano non rimane che tener conto di questa presenza, di interrogarla, di non arrendersi mai neppure di fronte al suo "silenzio", dinanzi a quel Male che sembra regolare la storia e le sue alterne vicende. Dostoevskij, dunque, «tormentato da Dio» e «per questo oscilla tra il Cristo che si presenta con l'amore che forse lo ha costretto a rivelarsi e l'ateismo che desidera trovare pace nel mondo delle assenze. L'uomo sulla croce diventa spesso la sua via di fuga dalle incalzanti questioni del nichilismo» (p. 14). Non a caso, Armando Torno ci ricorda che Stalin fu un attento lettore di Dostoevskij attraverso una sua testimonianza diretta e relativa agli anni trascorsi in Russia come corrispondente del «Corriere della Sera»: l'aver potuto esaminare di persona, cioè, la copia dei Karamazov appartenuta proprio al dittatore che ha mandato a morte i testimoni della migliore letteratura russa del suo tempo.

In quella copia non vi sono sottolineature o note, relative alla leggenda del Grande Inquisitore, ma numerosi sono i commenti, annota Armando Torno, alle frasi del monaco Zosima, particolarmente quando parla dei rapporti tra Chiesa e Stato, mentre «sono state sottolineate le parti riguardanti i miracoli, la confessione di omicidio, il relativo tormento» (p. 127). Stalin, quindi, come un lettore di Dostoevskij che mai ci saremmo aspettati senza questa confessione di Torno, dato che è stato, per sua fortuna, l'unico giornalista italiano ad accedere alla biblioteca di Stalin (e al bunker antiatomico che conserva i manoscritti originali di Marx ed Engels), in quei dieci anni trascorsi in Russia. Forse è anche per tutto questo che Dostoevskij nostro fratello è molto più che un saggio sulla grandezza e attualità dell'autore de L'idiota o di Delitto e castigo o degli altri ben noti capolavori fino ai Karamazov. È un viaggio nell'ispirazione e nell'anima creativa di uno scrittore avvicinato grazie alla mediazione di quel grande uomo di cultura e autentico filosofo che era Giovanni Reali – il primo, in anticipo sui tempi, a considerare Dostoevskij filosofo e scrittore di idee –, e poi finalmente raggiunto in una riflessione libera e al contempo appassionata proprio nei luoghi in cui sono nati i suoi romanzi e i suoi scritti più personali. Come il Diario di uno scrittore, i suoi Taccuini di lavoro, le Lettere. Quella Russia, quella cultura e perfino quel paesaggio senza i quali, si direbbe, non sembra possibile capirlo in profondità.

D'altra parte, Armando Torno non è lettore occasionale di Dostoevskij. Conosce bene la letteratura critica che lo riguarda (e lo si capisce anche dalla scrittura, tesa ed essenziale), ma poi procede per il filo rosso della sua interpretazione dalla quale emerge soprattutto uno scrittore che aveva fatto del desiderio di Dio il perno della sua letteratura, il rovello segreto che lo animava. Sebbene sempre sospeso sul bordo di un abisso, tra armonia assoluta e caos pericoloso: "l'ideale della Madonna" e "l'ideale di Sodoma". Dunque, compassione e peccato, pietà e perdizione, paradiso e inferno. La sua stessa Russia, nel bene e nel male, somiglia a questo suo alternarsi tra l'insopprimibile anelito verso la luce e l'oscura tentazione della tenebra. Di sicuro, la fede di Dostoevskij non è mai un possesso definitivo o un comodo appiglio per non affrontare quei lati oscuri dell'anima che, alla fine, portano unicamente a una fede tiepida, quasi senza vita e senza slancio di vita. E forse per questa ragione egli non parla tanto a quei credenti desiderosi, il più delle volte, di prodotti letterari smielati e assolutamente irrilevanti, ma che causano un certo ribrezzo a chiunque sia dotato di una sensibilità estetica in qualche modo sviluppata, bensì a coloro che, educati dalla Sacra Scrittura e dal Gesù dei Vangeli, sanno quanto sia arduo e difficile, ma per questo esaltante, il cammino della vera fede.

Così Dostoevskij, nelle pagine dei Fratelli Karamazov, allora nella vecchia Biblioteca Universale Rizzoli, parlava anche a me, sedicenne, di questo combattimento della fede, sempre nuovo e mai acquattato tra le ombre dell'anima, e da allora uno scrittore mai più abbandonato: «Dio ha proposto degli enigmi. Qui convergono le rive, qui convivono tutte le contraddizioni... Qui il diavolo combatte con Dio, e il campo di battaglia è il cuore dell'uomo». Indimenticabile lettura, sebbene adolescenziale, dei Karamazov, ma dalla quale ancora oggi capisco che vita e scrittura sono saldamente legati e impossibilitati a sciogliersi l'una dall'altra. Come accade anche per la parola di Dio. Che piaccia o no. E a riprova di tutto questo, mi sembra opportuno rievocare una pagina drammatica e illuminante della complessa biografia di Dostoevskij, conosciuta nei dettagli dalla lettura del già citato Un certo Dostoevskij (cfr. pp. 412-418).

 

Con Vladimir Solovév all'eremo di Optina

 

Siamo negli anni 1875-1878 ed è in quel periodo che Dostoevskij subisce un grave lutto familiare che lo getterà nella più devastante disperazione: il figlio più piccolo, Aleksej, muore improvvisamente, mentre nulla faceva presagire questa morte (16 maggio 1878). Lo scrittore amava in modo speciale, quasi di un amore morboso (secondo la testimonianza della moglie, Anna Grigor'evna), questo secondo figlio, come se avesse avuto da sempre il presentimento di perderlo assai presto. Oltre tutto, la disperazione era acuita dal fatto che il bambino era morto di epilessia, la malattia dello scrittore e trasmessa al figlio. Ed è proprio in quei giorni, appena un mese dopo la morte di Aleksej, che, su preghiera della moglie di Dostoevskii, Vladimir Solovév, il celebre autore de l'Anticristo, accetterà di portare con sé lo scrittore in visita al celebre eremo di Optina dove risiedeva, allora, un famoso starec di nome O. Amvrosij. La visita all'eremo di Optina, anche se breve, e i colloqui con il monaco Amvrosij ebbero un effetto benefico per l'anima di Dostoevskij che tornerà da quel viaggio pacificato e quasi trasfigurato dall'esperienza in quell'eremo dove Dio era davvero un fatto reale. E quando, poco più tardi (1879), metterà mano alla scrittura dei Fratelli Karamazov, si ricorderà molto di quell'esperienza spirituale, in un momento della sua vita così tragico, trasfigurando quel suo vissuto nel delineare la figura indimenticabile dello starec Zosima e al quale metterà in bocca le espressioni di fede ascoltate dal monaco Amvrosij.

Ancora più interessante è, tuttavia, la testimonianza di un discepolo di Amvrosij, il monaco Varsonofij, che incontrerà più avanti Dostoevskij e di cui ci riferisce il loro colloquio. Lo scrittore, in effetti, in quell'incontro gli confesserà che, prima della visita all'eremo di Optina, «non credeva in nulla». E alla domanda: «Cosa vi ha spinto a tornare alla fede?», la risposta di Dostoevskij sarà inequivocabile circa l'esperienza vissuta in quell'eremo pieno di fede sincera: «Ho visto il paradiso. Ah, quanto è bello là, com'è sereno e gioioso. E i suoi abitanti sono così belli, così pieni di amore. Mi hanno accolto con un affetto straordinario. Non posso dimenticare quello che ho vissuto lì, e da allora sono tornato a Dio» (cfr. Un certo Dostoevskij, pp. 417418). E un'altra testimonianza, questa volta del pubblicista russo E. Pogozev, aggiunge: «Padre Amvrosij colse l'essenza dell'anima rassegnata dello scrittore e di lui disse: "Questo è un penitente"» (ivi). Dostoevskij un penitente, dunque, un'anima alla ricerca di Dio nella sua vita travagliata e carica di grandi dolori e cruciali interrogativi.

A questo proposito, non posso fare a meno di aggiungere, oltre alla suggestiva indagine di Armando Torno, anche quella di due altri contributi non meno preziosi, perché ci confermano nella constatazione profonda che la personalità di Dostoevskij, il suo percorso di vita e il suo patrimonio creativo, hanno davvero plasmato un intero ramo dell'attività spirituale umana (P. Fokin). Grazie anche a quel suo travaglio religioso che egli comunica ai lettori come un pungolo salutare. Il primo è il bellissimo libro di Natalino Valentini, Volti dell'anima russa. Identità culturale e spirituale del cristianesimo slavo-ortodosso (Paoline, Milano 2012), in cui la presenza di Dostoevskij è colta, efficacemente, nell'influsso che sullo scrittore ha esercitato la spiritualità ortodossa, ossia nella percezione della realtà e non solo della sua descrizione. Il libro di Valentini, insuperabile studioso di Pavel Florenskij, pubblicato tanti anni fa, non ha perduto nulla della sua ricchezza di temi e di figure che ci fanno comprendere quanto sconosciuta sia ancora, anche ai cristiani occidentali, la ricchezza di quella cultura e di quella fede, sempre tesa nella nostalgia dell'eterno e nella radicalità profonda del suo ardore interiore. L'altro è il contributo di Simonetta Salvestroni, già docente di letteratura all'Università di Cagliari, intitolato Cristo nei romanzi di Dostoevskij (Edizioni Qiqajon. Comunità di Bose 2021), che si articola in quella domanda, "chi è Cristo" che travaglia molto la vita interiore di alcuni personaggi privilegiati di Dostoevskij, a partire da Delitto e castigo e fino ai Fratelli Karamazov, culmine del suo percorso artistico-spirituale. E senza dimenticare che Simonetta Salvestroni ci aveva già regalato un altro gioiello come Dostoevskij e la Bibbia, pubblicato anch'esso dalla Comunità di Bose nel 2000.

Tutto questo potrebbe confermare quanto Armando Torno scrive a conclusione del suo viaggio nell'eredità che Dostoevskij ha lasciato, tra l'altro, al rapporto tra Oriente e Occidente. Una conclusione che vale la pena di ascoltare: «Ora è giunto il momento di rileggerlo, forse perché più di tanti filosofi egli può verificare che valore abbiano le nostre etiche, fabbricate e fatte sparire a seconda della bisogna, e quali domande è il caso di ripeterci dinanzi a un Dio che preghiamo sempre meno ma che è impossibile uccidere, senza il quale le nostre azioni perdono senso» (pp. 127-128). In questo quadro, realistico e stringente, c'è ancora un'etica per la letteratura, come dimostra Dostoevskij, e ci sono ancora domande nell'esercizio di essa che non siano soltanto pretesti?

 

Morte della letteratura?

 

Da più parti, in effetti, si sente ripetere che la letteratura è morta o in via di estinzione. S'intende quella letteratura, quella grande letteratura che, come nel caso di Dostoevskij, ha valicato i confini del suo tempo e della sua stessa esperienza biografico-estetica, divenendo patrimonio di tutti, anche nel difficile e problematico rapporto tra Oriente e Occidente. E, per conseguenza, come si presenta, oggi, il paesaggio letterario e culturale, non solo italiano, che pure celebra questi centenari di artisti e scrittori, quasi fossero i nostri insostituibili padri in fatto di creatività artistica? In realtà, le librerie pullulano di romanzi, provenienti da parti le più disparate, ma si può dire che siano letteratura? Forse ha ragione Giancarlo Pontiggia, appartato ma autentico poeta dei nostri anni, che di recente ha fatto una diagnosi impietosa della situazione letteraria e rispondendo proprio a questa domanda circa la questione della così detta letteratura contemporanea: «Un'imprevedibile fioritura di poesia, nascosta e ombrosa: intorno, le grandi piantagioni dei romanzi, concimate dagli industriosi giardinieri dell'editoria. Un mondo mediatico che si alimenta di frivolezze e di vanità. Intellettuali che corteggiano i bassi istinti delle folle. Un sentimento diffuso di fine imminente» (G. Pontiggia, Nuovi dialoghi sulla poesia (2015-2020), Amos Edizioni, Venezia-Mestre 2022, p. 225). Non si può dar torto a una diagnosi, come questa di Pontiggia, che mette il dito nella piaga: la letteratura, alimentata da sempre dalla forza nascosta della poesia, non ha molto da dire all'uomo pragmatico-tecnologico e narcisista che stiamo formando. Anche con l'illusione dell'intrattenimento "letterario". E che dire del fatto che la letteratura, ammesso che sia ancora tale, ha espunto da sé qualsiasi riferimento alla problematica e all'interrogazione religiosa? Del fatto che, se Dostoevskij scrivesse oggi del "rovello di Dio", non avrebbe nemmeno un'ombra di quella notorietà universale che gode ormai da più di cento anni? Altro che celebrazione di un centenario.

La rivista dell'Università Cattolica di Milano, «Vita e pensiero», nell'ultimo numero dedicato al focus Ucraina-Europa, ha pubblicato un articolo del noto romanziere spagnolo Juan Manuel De Prada che, finalmente, mette a nudo questo rimosso della letteratura, questo scheletro nell'armadio che è l'interrogazione religiosa, questa censura che agisce più che altro come silenziosa emarginazione e sia pure ammantata, come conviene alla buone maniere, di amabile indifferenza o di compatimento compiaciuto per l'ingenuo di turno (cfr. A una letteratura senza Dio si risponde con il dramma, non con opere infantilizzate, in «Avvenire», 14 maggio 2022). Scrive, infatti, De Prada: «La nostra epoca sembra aver elevato a dogma inattaccabile il fatto che la letteratura degna di questo nome deve escludere l'inquietudine religiosa. Ogni opera letteraria che osi sfidare questo comandamento verrà immediatamente considerata antiquata e perfino nefanda». Di per sé, non ci sarebbe altro da aggiungere, se non che il sasso ha finalmente raggiunto lo stagno. Nell'epoca in cui tutte le libertà sembrano garantite, c'è una libertà, quella di vivere un'interrogazione religiosa, che non ha diritto di cittadinanza o di espressione nella nobile e vetusta congrega letteraria, a causa di un dogma che, non proclamato apertamente, tuttavia affligge intelligenze e sensibilità, diciamo, postmoderne.

In questo stato delle cose, lo scrittore del "nostro tempo", se vuole credibilità e un po' di successo, non può mostrare in alcun modo, nella sua letteratura, alcuna inquietudine religiosa. Anzi. Deve mostrarsi un militante sbrigativo dell'ateismo o dell'agnosticismo poiché è assodato, una volta per tutte, che Dio non esiste o è un falso problema. A meno che non lo faccia alla maniera di Borges per il quale, com'è noto, la teologia apparteneva al genere "fantastico". Due secoli di fede cieca nell'ideologia dell'Illuminismo hanno prodotto, negli uomini e nelle donne di cultura – e per conseguenza nelle masse occidentali –, la convinzione che non solo Dio è morto, e in nessun modo è possibile risuscitarlo, per intelligenze evolute e progressiste, ma è di cattivo gusto parlarne in un lavoro creativo, che si tratti di poesia o di narrativa. Si rischia, soprattutto, di essere considerati reazionari, l'epiteto più ingiurioso che oggigiorno si possa rivolgere a un artista. Una lezione che la massa, notoriamente poco incline alla cultura e soprattutto alla letteratura, ha imparato a memoria, senza vera coscienza e conoscenza della posta in gioco. E i giovani sono le prime vittime di questa censura sociale e culturale di dubbia profondità e verità umana. Anni fa, mi è capitato di pubblicare una raccolta di poesie che ho intitolato Diario di preghiere, titolo che avevo raccolto da un bel racconto dell'insospettabile Yukio Mishima e non già dalle Massime eterne, care alla mentalità religiosa borghese. Anche se ormai scomparsa o passata ad altra "mutazione". Ma è bastato quel titolo (e una copertina con allusione a un quadro del Beato Angelico, quel Beato Angelico tanto caro a Elsa Morante!), per far sì che, anche le persone vicine o a me legate da lunga stima – sebbene con lodevoli eccezioni –, considerassero quel libro tutto fuorché poesia. E meno che mai degna di una seria lettura. Ma tant'è. I poeti rischiano sempre e osano sfidare perfino le convenzioni letterarie o culturali che siano, pur di pronunciare una "parola" di verità, una parola del cuore autentico e cioè messo a nudo. E al cuore, come si dice, non si comanda.

Tutto questo per dire, ancora una volta, quanta ragione abbia De Prada nel lamentare che, nella cultura (e nell'editoria) cattolica, ma con lodevoli e bellissime eccezioni, «si sia propagata un'infezione di origine puritana dalle conseguenze nefaste, la quale legittima un'arte infantilizzata che nega il principio della felix culpa e la natura drammatica della vita umana, quella "libertà imperfetta" che caratterizza la lotta dell'uomo in cerca di redenzione». E bisognerebbe aggiungere un'arte melensa e sentimentale che fa scappare mille miglia credenti e non credenti dotati di un minimo di senso estetico oltre che spirituale. La censura sull'interrogazione religiosa ha raggiunto, come si vede, sotterraneamente, e magari in altra veste più soft e accomodante, la cultura cattolica che si rivolge solo ad anime pie. Una situazione, in casa cattolica, ormai dimentica della grande lezione di un Mauriac o di un Bernanos, e un discorso che meriterebbe di sicuro ben altro sviluppo e che è, giocoforza, rimandare.

 

Per ora, tornando a Dostoevskij e alla sua lezione o eredità, in ambito letterario cattolico, soltanto Flannery O'Connor, la scrittrice americana de Il cielo è dei violenti, ha di sicuro incarnato questa eredità poiché definiva la letteratura – come nelle celebri pagine dei Fratelli Karamazov –, "il territorio del diavolo" ovvero il terreno di lotta tra Dio e il suo "nemico" per la conquista del cuore umano. Una lotta che, talvolta, si risolve in un trionfo, altra volta in una sconfitta e altra volta ancora in un conflitto lacerante, ma con un'infinita gamma di zone in penombra. Quella penombra, tra l'altro, ove si svolge la lotta del combattimento tra una fede tiepida e una fede coraggiosa, capace oltre tutto di irradiare, intorno a sé – come è accaduto a Dostoevskij nell'eremo di Optina –, un misterioso raggio di umanità e di accoglienza per tutti i cercatori di Dio, e ben oltre le amare esperienze del dolore e della perdita di senso della vita. E indicando, magari soltanto con un cenno dell'anima realmente viva, il porto della salvezza di Dio. Gesù conosceva bene il cuore umano, le sue lotte e il suo tormento, tanto da dire ai suoi discepoli: «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Mt 8,26). La lotta è, dopo tutto, tra una fede passiva, acquietata nella mediocrità della vita anche religiosa, e una fede ardente, pagata a caro prezzo, come diceva Bonhoeffer. Non a caso, qualcuno ha dato dell'espressione matteana di Gesù una traduzione realmente originale che sarebbe piaciuta molto a Dostoevskij: «Perché siete terrorizzati? Minicredenti!». Punto.

LETTERATURA. Dostoevskij, romanziere cristiano nonostante il dubbio

 

 

Rowan Williams

 

I romanzi di Dostoevskij continuano a riproporre con insistenza e senza vergogna la domanda di cos’altro sarebbe possibile se noi – personaggi e lettori – vedessimo il mondo in una luce altra, la luce offertaci dalla fede. È questa la tensione irrisolta nei romanzi dostoevskiani. Ma non è – come spesso viene dipinta – una tensione tra il credere e il non credere nell’esistenza di Dio. Dostoevskij è stato a volte cooptato al servizio di un agnosticismo angosciato quale quello che egli stesso confessava di essersi lasciato alle spalle. Vi sono lettori, le cui menti sono state profondamente formate da una cultura post-religiosa, i quali danno per assodato che l’irresoluzione dei racconti palesi un autore incapace di decidersi pro o contro la fede religiosa e – a dispetto di ogni professione di fede nei suoi scritti sia pubblici che privati – costantemente trascinato verso il dubbio e la negazione. Un commento di Dostoevskij in età precoce [«sono un figlio di quest’epoca, un figlio della miscredenza e del dubbio fino ad oggi e (ne sono piuttosto certo) fino al giorno della mia morte», lettera a Natalija Fonvizina, 1854] è stato citato a prova di ciò, come pure quello che è stato spesso interpretato come il ultimo e più grande romanzo nel raggiungere il fine presupposto, ovvero la difesa o il ripristino della possibilità di credere. William Hamilton, in un saggio degli anni Sessanta, sostiene che lo studio di Dostoevskij lo spinge decisamente a incamminarsi verso la teologia della «morte di Dio», dato che la fede a venire, quella destinata a emergere dal «crogiolo del dubbio», non aveva mai ricevuto una forma credibile nella narrativa dostoevskiana, e soprattutto ne I fratelli Karamazov.[…] Le costellazioni critiche di riferimento che Hamilton usa come bussola tendono a essere i commentatori non specialisti del primo quarto del XX secolo, primo tra tutti D. H. Lawrence, per i quali I fratelli Karamazov erano un campo in cui combattere le classiche battaglie della modernità e dell’emancipazione dalla tradizione. Troppe idee su Dostoevskij sono state generate isolando brani significativi o addirittura singole frasi, e trattando questi o quelle come la sua filosofia personale. Al crescere dell’influenza degli studi di Bachtin e con l’aumentare del lavoro critico su Dostoevskij, le questioni legate alla fede nei suoi romanzi finirono maggiormente in primo piano per molti critici. Prima, agli inizi del XX secolo, simili questioni erano state territorio privilegiato di caccia di saggi altamente impressionistici, per non dire omiletici, compresi quelli scaturiti dalla diaspora russa – i noti studi di Berdjaev, ad esempio, o Kinstantin Mocul’skij, o lo straordinario lavoro di Sestov su Dostoevskij e Nietzsche – o di studi esplicitamente teologici ad opera di pensatori protestanti o cattolici, come Paul Evdokimov o l’importante saggio di Romano Guardini. L’importanza di Dostoevskij per il giovane Karl Barth e per la formazione dell’ethos della «teologia dialettica» fu notevole.[…] Personalmente, ho dato per acquisito che Dostoevskij non voglia presentarci una serie di ragionamenti inconcludenti su «l’esistenza di Dio», siano essi pro o contro di essa, ma piuttosto un quadro romanzato di ciò che la fede e l’incredulità dovevano sembrare nel mondo politico e sociale del suo tempo. L’intenzione di Dostoevskij di scrivere a favore della fede non limita necessariamente, come è ovvio, la risposta o le conclusioni del lettore riguardo a quanto convincente egli risulti o quanto egli sia coerente nel perseguire il proprio fine. Ho dato tuttavia per assodato che, al fine di discernere che cosa sia in realtà facendo, sia necessario identificare il più possibile il movimento interiore e la coerenza del modo in cui tratta questioni legate a come vada immaginata la vita di fede. Il punto più importante, tuttavia, ha forse a che vedere con gli interrogativi che ho posto riguardo alla misura in cui siamo autorizzati a ritenere che la prospettiva di fede informi in maniera radicale sia il senso profondo che Dostoevskij ha di ciò che significa scrivere romanzi, sia la sua comprensione dell’interdipendenza tra la libertà umana, il linguaggio umano e l’immaginazione. Se l’ho letto correttamente, egli sposa una comprensione sia del discorso che della narrativa profondamente radicata in una sorta di teologia. Con questo sollevo la questione di quanto o in che senso si possa definire Dostoevskij un romanziere cristiano. Ogni suo romanzo è un esercizio di resistenza al demoniaco e di salvataggio del linguaggio. E tutto ciò tramite l’insistenza sulla libertà – la libertà dei personaggi in seno al romanzo di rispondersi a vicenda, anche quando questo sconvolge o delude totalmente ogni speranza si possa nutrice di esiti positivi o di lieti fini delle situazioni. Esso mette in scena la libertà che discute creando uno spazio narrativo in cui diversi futuri sono possibili sia per i personaggi che per i lettori. E nel farlo cerca di rappresentare i modi in cui il creatore del mondo esercita la propria «facoltà di autore», in cui genera dipendenza senza controllo.

 

 

Lo spartiacque di tale apologetica sta per l’appunto nella possibilità di rifiutare di riconoscere tale rappresentazione, oppure nel riconoscere che qualcosa di reale è rappresentato, tale da renderla una rappresentazione veritiera. La finzione narrativa è come il mondo: si propone alla nostra accettazione e comprensione senza costringerci ad esse, dato che la costrizione renderebbe impossibile al creatore di apparire quale creatore di libertà. Tutto questo può apparire un itinerario piuttosto lungo rispetto alla domanda ingannevolmente ovvia riguardo al fatto se Dostoevskij sia o meno un romanziere cristiano o ortodosso, ma l’esplorazione delle questioni riguardanti la fede, la miscredenza e la libertà ci aiutano a chiarire perché egli può essere il tipo di romanziere cristiano che è solo in quanto lascia sussistere nei suoi racconti il summenzionato livello di ambiguità riguardo al ruolo che la fede ha nell’offrire una soluzione durevole e sostenibile.


Divo Barsotti..il maestro solitario

Il miracolo di ogni giorno

Divo Barsotti

 

E amando l’altro amerò anche il Signore. Quanti racconti nella letteratura monastica (ma anche nella letteratura tout court, come nello splendido racconto di Tolstoj dal titolo Dove c’è l’amore, c’è Dio) in cui facendo il bene in maniera semplice e quotidiana a un misero, dando da bere a una persona assetata, dando riparo a una persona smarrita, portando sulle spalle un anziano, si scopre di aver fatto questo a Cristo stesso. Non perché quella persona non fosse un vecchio o un assetato o uno che ha perso la strada, ma perché Dio è in quell’amore, in quella uscita da sé in totale gratuità. “L'amore per Dio, scrive Gustavo Gutierrez, non può far altro che esprimersi nell'amore per il prossimo”.

 

Negli esempi di aiuto e prossimità enumerati nel testo evangelico vi è un aspetto spesso trascurato nella riflessione: l’attitudine di lasciarsi aiutare, di lasciarsi avvicinare, toccare, curare, servire. La capacità e l’umiltà di lasciarsi amare fattivamente. Una capacità che rivela una dimensione di povertà più radicale della malattia o della fame o della nudità e che si chiama umiltà. L’umiltà che può nascere dalle umiliazioni operate dalla vita o procurate dagli uomini. E lasciarsi amare fattivamente significa lasciarsi toccare, affidare il proprio corpo malato o affamato o nudo alle cure di un altro. Del resto, la carità è attenzione e sollecitudine per il corpo dell’altro. E poiché il corpo è la realtà umana più spirituale, è attraverso il contatto con il corpo ferito, mancante, sofferente, bisognoso, che noi ricreiamo le condizioni di dignità dell’uomo ferito, offeso e ingiuriato dalla vita. Nello stesso tempo, noi affermiamo la nostra personale dignità umana prendendoci cura di lui. Ma anche chi si lascia avvicinare così intimamente da esporsi nel proprio bisogno all’attiva carità delle mani e del cuore di altri, osando la propria povertà, attua un’apertura essenziale all’altro e all’essere amato. E così avviene uno scambio di doni, un incontro tra due povertà, la reciprocità di un movimento di amore che, questo sì, è effettivamente un miracolo. Un miracolo che può accadere quotidianamente.

 

 Un aprirsi della porta ed entrar nella luce, vivere in un continuo miracolo del presente, Cristo è presente. Mia gioia.

 

 

L'uomo non potrebbe conoscere Dio se non nella misura che in Lui si è trasformato. Ogni altra conoscenza di Dio tebede per sé a trasformare Dio nell'uomo, a proporzionale Dio alla povertà della creatura, alla piccolezza dell'uomo.

Nella misura di una tua purezza, Dio si riflette nel cuore e tu divieni immagine di Dio. Nello specchio del tuo cuore, tu conosci e vedi Dio.

Vorremmo un po' più di pace, vorremmo che nostro Signore non ci disturbasss troppo, invece nella misura che l'amore divino ci penetre e ci investe, ci ferisce, fruga nelle più intime profondità dell'essere creato e sembra, via che la purificazione procede, che debba cominciare ancora, sembra, tanto più che Egli ci brucia, che tanto più rimanga da bruciare. Ecco perché i santi, ed erano i Santi, si sentivano peccatori al termine del loro viaggio più di quando l'avevano appena incominciato.

 

 

L'uomo vive Dio nel sentimento del tutto. Tu sei tutto,ma anche tu, se Dio è in te. Nulla vi è al di fuori di te, nulla tu puoi cercare, perché quello che cerchi è già un te,se Dio è in te


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Don Divo Barsotti

Gianni Gennari

 

 

Divo Barsotti: prete, maestro, mistico, solitario, schivo e insieme trascinatore. Parlava poco, ha scritto moltissimo, vivendo in un eremo: amato da tanti, seguito dai semplici e stimato dai sapienti, libero con tutti, nella Chiesa, ma solo per Dio, unico centro della sua vita. Divo: forse mai un nome è stato così smentito dalla vita, 92 anni, trascorsa quasi nascosta: apparentemente pochi fatti, tanto silenzio, tanta preghiera, tantissimi scritti: più di 160 libri tradotti in moltissime lingue. Nasce a Palaia, in Toscana nel 1914 e vive tra Firenze e Settignano, nell'eremo di San Sergio dove ha fondato la Comunità dei Figli di Dio, e dove è morto il 15 febbraio 2006. Ha riflettuto, pregato, meditato, taciuto e scritto, don Divo, e i suoi libri sono stati una fonte cui si sono abbeverate innumerevoli schiere di alunni, discepoli, anche senza frequentarlo. Ha vissuto nella Chiesa cattolica, apertamente, ma si potrebbe dire non primariamente per essa nella sua dimensione visibile e terrena: tutto rivolto a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, don Divo. La sua Messa era una esperienza forte per i presenti e durava ore. Maestro: la sua parola tranquilla, semplice, scarna, approfondiva i passi della Scrittura aprendo sentieri sempre nuovi. Teologo: capace di tradurre in parole umane e comprensibili a tutti gli oggetti della fede, senza indulgenze alle mode, attento soprattutto a non svendere mai la verità divina per correre dietro alle opinioni diffuse. Non gli interessava il successo, o la notorietà: pochissime interviste, per decenni nessuna. Quasi mai visto in Tv, salvo circostanze pubbliche e solenni, e con altri. Mistico, nel senso di uno che si fa così profondamente invadere dallo Spirito del Padre e del Figlio da diventare per chi lo accosta come un incontro con la realtà stessa divina… Lui in apparenza forse scorbutico, perché rifuggiva dal chiasso e dalla pubblicità, ma era un libro aperto per chi si accostava a lui per trovare qualcosa che veniva dall'alto. Ha meditato e scritto soprattutto sulla Bibbia, libro per libro, capitolo per capitolo, con riflessioni che erano e sono lampi di luce che spingono a leggere ancora, a pregare, ad ascoltare e a vivere. È stato in relazione continua con i più grandi teologi, ricambiato e stimato, e anche con uomini ai vertici della Chiesa istituzione, fino ai Papi, e il suo percorso di pensiero e dottrina è tra quelli che hanno davvero anticipato di decenni alcune grandi novità del Concilio Vaticano II, e insieme quello che ne ha indicato con chiarezza franca e tenace i possibili itinerari che invece di tradurre la fede di sempre la tradivano con esiti che potevano essere disastrosi… Profondo conoscitore della spiritualità orientale, ha vissuto l'ecumenismo degli spiriti anche quando quello degli scritti e degli incontri era difficile, lontano e guardato con sospetto. Ha approfondito a lungo lo studio della santità vissuta nei secoli da figure grandi che hanno impreziosito la vita delle comunità cristiane. Quando dominava ancora, e da decenni, la teologia dei manuali astratti fatti di logica e citazioni autorevoli, lui indicava con forza la necessità di tornare alle fonti, la Bibbia innanzitutto, i grandi Padri della Chiesa, i santi, i testi liturgici che guidavano da 2000 anni la vita concreta della Chiesa di Cristo. Anche per questo qualche sua opera, come Commento all'Esodo, nel 1960 ebbe difficoltà in Italia con la Santa Sede, fu pubblicato solo in Francia ed ebbe il lasciapassare del Sant'Offizio solo dopo il Concilio, Nel 1975 – come per una rivincita non certo voluta da lui – Paolo VI gli chiese di predicare gli esercizi al Papa, e alla Curia Romana. Per molti aspetti è stato anche un uomo solo: solo alla ricerca ed al cospetto di Dio, Uno e Trino, mistero e parola, silenzio e fuoco, pace e rinnovamento. La sua Comunità dei Figli di Dio, fatta di uomini e donne, sposati e celibi, che lavorano e vivono in silenzio, ne continua la missione. E lui? Da lassù continua come sempre: preghiera e silenzio, solitudine con Dio e amore ai fratelli, figli di Dio…e lassù sono veramente tutti.