Il sacramento del momento presente

“ Se guardassi uno specchio e non ci vedessi la mia faccia proverei lo stesso tipo di sensazione che ora mi prende quando guardo questo mondo vivo, affaccendato, e non vi trovo alcun riflesso del suo creatore.. Se non fosse per questa voce che parla così chiaramente nella mia coscienza e nel mio cuore, quando guardo il mondo io diventerei ateo.. e sono ben lontano dal negare la forza reale degli argomenti dell’esistenza di Dio tratti dall’osservazione sulla società umana in generale e sul orso della storia; ma questi non mi riscaldano, non mi illuminano; non tolgono l’inverno della mia desolazione, non fanno germogliare le foglie nel mio cuore e non rallegrano il  mio spirito

 

Card Newman

( Apologia pro vita sua,cit pp381-382)


...Sarà la riscoperta del bello che aiuterà ad incontrare il Tutto nel frammento: «la via della bellezza» non va concepita a guisa di una formula totalizzante, ma come metafora di un cammino possibile e fecondo per restituire ai frammenti un orizzonte di senso e cogliere nella Verità ultima e sovrana la vera sorgente della dignità del frammento. Occorre aprirsi a una sorta di ritrovata «filocalía», di un senso del bello, cioè, che sia educato all’amore della Bellezza che salva, offerta nella Rivelazione. Solo il riconoscimento dell’offrirsi dell’infinito nel finito, della lontananza nella prossimità, solo la comprensione estetica della verità e del bene, potrà essere in grado di parlare efficacemente al mondo umano, «troppo umano», che è il nostro mondo post-moderno. Esso non ha bisogno di prove di forza, dopo le tante offerte dall’ ideologia. Esso non ha neanche bisogno di rinunce deboli, di sterili riflussi nel privato. Ciò di cui abbiamo tutti bisogno è l’offerta dell’eternità nel tempo, dell’onnipotenza nella prossimità dell’amore capace di misericordia e di compassione. Il volto della verità e del bene che più può attrarre a sé è quello della bellezza umile del crocifisso amore.."

 

 

( da I nomi del bello e il mistero di Dio; Bruno Forte)


Dio ti parla ogni giorno

Una vita vissuta "per-con-in Cristo" diventa una vita in cui si riscopre la "sacralità di tutte le cose" ed in cui realmente lo Sposo viene ogni giorno, ogni istante, in ogni azione ben ordinata, in tutto e tutti, perché "se crediamo, tutto è segno di Dio.

 

Divo Barsotti


 Lasciare tracce

 

Alessandro D'Avenia

 

 

Un’amicizia cominciata con uno sgambetto. Mi trovavo nello spogliatoio del centro sportivo che frequento e un uomo vestito di tutto punto era fermo immobile, in piedi. Con uno sguardo fragile ma coraggioso, mi ha chiesto con parole non del tutto chiare: «Puoi mettere un piede davanti ai miei?». Poiché non avevo capito, me lo sono fatto ripetere. Mi sono fidato e ho fatto quanto mi chiedeva, e così è riuscito a sollevare la gamba e scavalcare l’ostacolo che gli avevo posto davanti, riuscendo a fare il passo.

 

Non era una burla, quel gesto era necessario a un uomo affetto da Parkinson: il cervello, per obbligare la gamba a sollevarsi, a volte ha bisogno di vedere un ostacolo. Il gesto però non mi era nuovo: quando ero bambino lo vedevo fare con mio nonno che, per il Parkinson, non camminava né parlava quasi più. Per quella malattia che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle, non ho mai potuto fare una passeggiata con lui, sentirgli raccontare le storie dei nonni, ascoltarlo cantare e suonare come amava fare... Dopo l’episodio dello spogliatoio, tra me e l’uomo che mi aveva chiesto aiuto per fare un passo, è nata un’amicizia inattesa. Ecco perché.

 

Il Parkinson, diagnosticato a 45 anni, lo ha costretto dopo qualche anno a lasciare una professione fiorente e a doversi tenere attivo con la piscina. Nei nostri rapidi incontri in spogliatoio abbiamo approfondito la conoscenza e quasi subito mi ha invitato a cena.

 

Sono stato accolto con grande affetto dalla sua famiglia, in una cena tanto buona quanto divertente e intima: nessun ghiaccio da rompere, si era già sciolto tutto... Non c’era tempo per finzioni o maschere: la fragilità denuda e vuole subito autenticità. Mi ha presto confidato che mi aveva invitato perché, quando mi ha chiesto aiuto con quel finto sgambetto, io non avevo reagito come altri che si erano spaventati e allontanati.

 

Quando vado a casa di qualcuno indago sempre nella libreria e gli ho chiesto come mai avesse tante biografie di musicisti moderni. E così ho scoperto la sua passione principale e gli ho chiesto di iniziarmi ad alcuni dei suoi autori preferiti. Qualche giorno dopo mi arriva una mail che si apriva così: «“Music is your only friend, until the end” scrivevano i Doors. Forse non sarà l’unica amica ma, almeno per me, è stata sempre fondamentale. Difficile ammetterlo a uno scrittore, ma la musica per me è la forma d’arte più complessa, proprio perché, spesso, alle parole unisce il suono. Come recita il protagonista di Alta fedeltà di Nick Hornby riferendosi alla donna di cui si è innamorato: “La creazione di una compilation è una sofisticata forma d’arte che segue regole ben precise: prima di tutto si utilizza la poesia di un altro per esprimere quello che senti, ed è una faccenda delicata. Conosco i suoi gusti e so come farla felice”. Io odio la parola “compilation” e non conosco i tuoi gusti, quindi quanto segue chiamiamola raccolta o zibaldone e rispecchia cosa sento (e vivo, suono, canto...): ma accetto la sfida. Sarai tu, così come succede con i libri, a fare queste canzoni tue o meno, riascoltandole e “riscrivendole” a seconda dell’umore, della fase della vita o, più semplicemente, del momento. Cercherò di dare corpo e vita a questo elenco, non limitandomi alla mera citazione di canzone ed autore, ma aggiungendo qualcosa di personale».

 

E così mi sono trovato ad ascoltare delle tracce suddivise in: folgoranti, potenti, poetiche (testi che sono poesia), ricordi intensi, mitiche... A ognuna era associato un pezzo «memorabile» della sua vita: era una vera e propria autobiografia musicale. La sua lettera mi ha ricordato le parole dello psichiatra Oliver Sacks in Musicofilia, bel libro sul rapporto tra mente e musica (che poi, anche se non sembra, hanno la stessa radice etimologica): «Il primo stimolo a pensare alla musica e a scriverne mi si presentò nel 1966, quando vidi i profondi effetti che essa esercitava sui pazienti parkinsoniani che in seguito avrei descritto in Risvegli. E da allora, in molti modi la musica si è imposta di continuo alla mia attenzione, mostrandomi i suoi effetti su quasi ogni aspetto della funzione cerebrale, e della vita... Alla base di tutto questo c’è la straordinaria tenacia della memoria musicale, così che gran parte di quello che viene udito nei primi anni di vita può rimanere inciso nel cervello per il resto dell’esistenza».

 

(Parentesi polemica: pur essendo oggi assodato che l’educazione musicale ha effetti simili a lettura e scrittura, nella nostra scuola siamo fermi a qualche ora di flauto sulle note di una pubblicità di pasta o di fra’ Martino...).

 

Quell’uomo, attraverso la sua «compilation» mi regalava la «memoria» di sé, la vita memorabile, quella che non andrà mai perduta. Usiamo la parola «tracce» (tracks: sentieri in inglese) per indicare i brani musicali delle nostre «raccolte» (come quelle dei frutti), oggi playlist. Ma lo faceva già Omero che definiva i canti epici «vie, tracce» (oimai che è rimasto nella parola proemio, ciò che viene prima del canto vero e proprio), perché il narratore doveva ricordare a memoria i «pezzi» della sterminata epica orale come un jukebox narrativo. Quei racconti dovevano rendere indimenticabile ciò che l’uomo deve sapere sulla vita, se vuole salvarla e salvarsi dall’oblio e dalla morte. Lo stesso accadeva con la mia nuova amicizia, la cui rapidità è stata infatti dettata dalla necessità di dare più che di dire se stessi.

 

 

Come Sacks sottolinea all’inizio del suo libro citando Schopenhauer: «La musica esprime la quintessenza della vita e dei suoi avvenimenti, mai essi stessi». La grande arte non descrive fatti, le cose come passano, ma fati (il destino), le cose come si compiono e restano per sempre. In fondo l’amicizia è affidare il proprio destino a un altro, che avrà a cuore (ri-corda vuol dire mette nel cuore, by heart significa sa a memoria) il tuo destino, amico è chi custodisce il tuo compimento. Anche io ho cominciato a pensare alle mie «tracce» per lui, e questa settimana potremmo farlo tutti con qualche familiare o amico: che tracce gli lascereste? Ho raccontato la vicenda a un altro amico e, mentre scrivo, ascolto «un pezzo» del suo indimenticabile dolore: «E quando verrà l’ora di partire, vecchio mio/ Scommetto che ti giochi il cielo a dadi anche con Dio/ E accetterà lo giuro, perché in cielo, dove sta/ Se non ti rassomiglia che ci fa?».

Incontro al mondo
Alessandro D’Avenia
Innamorato. Così voglio morire. Non parlo della follia dell’inizio di una storia, ben espressa in italiano con «infatuato» e in inglese con «fallen in love», cadere nell’amore come in una buca. Innamorarsi, come qui lo intendo, non è cadere, ma far accadere, permettere ad altro (cosa o persona) di «farsi vivo» in e grazie a noi, in-amorarsi è porsi in condizione permanente d’amore, cioè di gioia.
L’innamorato, per quanto costi impegno, sceglie di avere sempre una storia d’amore con il mondo, di esserne «cotto», messo «a fuoco». Ma questo non accade per caso come crediamo oggi, tanto che poi siamo convinti che l’amore, con eguale fatalità, finirà. Chiamiamo «caso» ciò che ignoriamo e di cui vorremmo avere il controllo: come far accadere «sempre e per sempre» l’amore. Possiamo vivere un quotidiano innamoramento, senza essere degli illusi fuori dalla realtà? Bisogna «diventare» amore, cioè avere, in superficie, una pelle che si lascia «toccare» e, in profondità, un cuore «spaziale». Che vuol dire e come fare? Ho trovato risposte in una lettera ricevuta da una 35enne, risvegliata dal dis-amore (uscita dalla condizione in-amorata) dalla lettura di un libro: «Dentro di me qualcosa si è mosso, come un ingranaggio che si rimette in moto. Come un vecchio orologio trovato in un cassetto a cui si dà la carica dopo una vita, ho incominciato a ticchettare».
La lettera continua così: «Mi sono sentita come vorrei sentirmi sempre. Come se fossi nata per sentirmi così: inquieta, assetata, entusiasta, piena di speranze anche adesso che ho 35 anni e qualche sogno l’ho già realizzato. Mi sento restituita a me stessa. Volevo leggere ma il tempo non ce l’avevo. Faccio il medico e quando lavoro so a che ora entro e non so mai quando esco. Adesso però sono in maternità e ho scoperto che la mia cronica mancanza di tempo era una terribile menzogna, infatti il resoconto del mio telefono mi ha sbattuto in faccia le 2-3-4 ore di social giornaliere. 4 ore?!? Così ho deciso di non accampare scuse. Ho cancellato i social, mi sono iscritta in biblioteca e iniziato a leggere nei momenti liberi, mentre allatto, o addirittura mi ritaglio del tempo proprio per leggere. Passeggio con mia figlia, e se non ho un libro mi gusto un momento di solitudine a tu per tu con me stessa. Ora che la corrente è tornata, si può riparare l’impianto elettrico del mio cuore e non farla saltare più?».
Questa donna parla di corrente elettrica, la vita innamorata è infatti in-tensità (da tensione, energia), non intensità apparente che ci sfinisce perché è solo accelerazione (aumentiamo ritmo e numero di cose da fare ma restiamo fermi, come il criceto nella ruota). L’intensità non è iper-tensione, ma tensione tra due poli, noi e il mondo, cioè stare dinanzi a cose e persone con una precisa intenzione: partecipare al loro compimento.
I poli sono opposti non perché nemici, ma perché relativi (in relazione). Sono in-amorato se sto di fronte a qualcosa/qualcuno non per dominarlo (rendere servo), ma per permettergli di essere più pienamente. Mi innamoro: di una pianta se l’innaffio, delle parole se le scelgo, degli studenti se li aiuto a trovare la vocazione, della mia amata se la faccio sentire Amata. Quando Giovanni dice «Dio è amore: chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4) afferma che l’onnipotenza non è dominio ma servizio al compimento di ogni creatura. Se il dis-amore è quindi l’indifferenza a questo compimento, l’odio è addirittura l’impegno a ostacolarlo.
I social non permettevano a questa donna una relazione d’amore col mondo, come infatti dice non basta che ci sia corrente, se il cuore, cioè l’a tu per tu con se stessi, salta. Se la relazione primaria, la conversazione interiore, l’amore per se stessi, è in cortocircuito, tutto il resto è vano. Eliminare i social e ricominciare a prendersi cura dell’a tu per tu è la creazione di uno spazio che permette di ascoltare, dalla vita tutta (a partire dalla propria), la richiesta di aiuto a compiersi, come il vagito del bambino.
Questo spazio per me si apre con la preghiera, parola con cui indico tutti i momenti grazie ai quali «rimango nell’amore». Senza preghiera il quotidiano innamoramento mi è impossibile, perché le mie forze sono precarie. Precario ha infatti la stessa radice di preghiera: precario è chi sa di non avere e chiede. Preghiera è allora per me tutto ciò che mi dispone a ricevere il mondo andandogli incontro: leggere, meditare, camminare, scrivere, ascoltare, cucinare...sono «passività-attive», la vita accade se le permetto di farlo, le do spazio, divento cassa di risonanza.
Social, distrazioni, informazioni sono «passività-passive», si intasa l’a tu per tu, uno spazio che chiamiamo cuore, servendoci metaforicamente non del cervello ma giustamente di un organo cavo che, in un corpo, irrora di sangue 120mila chilometri di vasi!
Ha un potenziale di dilatazione infinito come l’universo, che sappiamo essere in espansione non perché si sposti continuamente un confine, ma perché una misteriosa energia intrinseca apre nuovo spazio dall’interno. Allo stesso modo il cuore crea spazio solo se assecondiamo la sua energia interna (lo spirito da cui viene ogni in-spirazione), ma va sgombrato (fare spazio) e dedicato (dare spazio) al mondo, andando dall’a tu per tu con me all’a tu per tu con ogni cosa. Lo chiamo un quotidiano «rincuorarsi e rincuorare», entrare e far entrare più volte (ri-) nel (-in-) cuore, per rendersi e rendere le cose più vive. I Giapponesi hanno l’intraducibile termine kokoro: «mente-cuore» uniti, luogo-azione che infatti significa: centro, vita.
In questo modo amare non è «l’amore» (retorica insipida e sterile), ma mille volti e nomi amati. Se amare non «accade» grazie a me in ognuno di questi volti e nomi, ogni giorno, è perché in me non c’è spazio, dall’antica radice verbale spa-, che indicava il tendere (tensione buona: distensione) qualcosa, ampliarla, darle vita, tanto che da questa radice deriva non solo il bellissimo sinonimo di innamorato, spasimante, dis-teso ad amare, in cammino da sé a se stesso e quindi da sé al mondo, ma anche la parola dell’infarto, spasmo, cuore iper-teso, accelerato e ingombro, fino al cortocircuito fatale. Infarto viene infatti da in-farcito, cuore rimpinzato fino a scoppiare (il pien-essere contemporaneo), in-amorato è invece un cuore sano (il ben-essere), sempre pieno e vuoto, perché tutto riceve e tutto ridona. Quale dei due esiti vogliamo è una scelta libera, anche in condizioni assai avverse, come ha detto in una recente intervista il grande cantautore Nick Cave riguardo alla morte del figlio adolescente: «C’è solo una scelta nel rapportarsi alla perdita: ti puoi indurire attorno all’assenza o ti puoi riposizionare e andare incontro al mondo».

 

 

      

Mariangela Gualtieri: «Senza gli altri non siamo nulla»

 

 

Capita a volte di sentire una parola che, stagliandosi sul brusio quotidiano, si impone per la sua forza. Una parola capace di zittire i rumori che solitamente ci accompagnano e ci stordiscono e di mostrarci qualcosa di nuovo, o forse di antico, sicuramente profondo. «… ringraziare desidero / per l’amore, che ti fa vedere gli altri / come li vede la divinità / per il pane e il sale / per il mistero della rosa…»: è accaduto quando Jovanotti, all’ultimo festival di Sanremo, ha letto questi versi di Mariangela Gualtieri. Strano destino quello dei poeti: per anni creano i loro versi nel silenzio, poi un festival di canzoni li rende noti al grande pubblico

Si ricorda quando e perché ha sentito il bisogno di scrivere poesie per la prima volta nella sua vita?

 

Il bisogno di una lingua più espressiva, più parlante della lingua corrente c’è stato in me fin dalla prima infanzia. Ricordo molto bene il disagio di non avere le parole, disagio che mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho cominciato prestissimo a scrivere poesie e poi, derisa da qualcuno, ho smesso ed ho ripreso a quarant’anni. Un esilio dalla parola durato molto a lungo, durante il quale ho abitato con passione il disegno, la pittura e lo studio ad alta voce dei poeti.

 

Di recente ha sottolineato l’importanza di declamare la poesia, di dirla a voce alta. Perché è così importante l’oralità quando si ha a che fare con i versi?

 

La grande energia della poesia si attua pienamente quando anche la sua forma sonora viene espressa, e poi quando è condivisa, in una coralità d’ascolto. Nella musica questo è chiarissimo: non ci basta leggere gli spartiti, desideriamo trasformarli in forza acustica. Allora tutti i corpi dei presenti vengono immersi in quel bagno sonoro e tutti i corpi ne godono insieme. La poesia è musica, ha tutti i poteri della musica, compresa quella gioia del corpo.

 

Nella poesia 9 marzo 2020 ha scritto: Adesso lo sappiamo quanto è triste / stare lontani un metro… Con la pandemia abbiamo scoperto che sono le relazioni a dare senso alla vita, che siamo parte di un tutto… Quello del noi, della comunità, è un tema ricorrente nei suoi versi…

 

Mi sembra la meraviglia di questo tempo: cominciare a capire che tutto ci tiene in vita, che senza gli altri, senza la cura e l’amore degli altri non ce l'avremmo fatta. Gli altri umani, certo, ma anche animali, vegetali, acqua, cielo, luce…

 

Siamo usciti migliori da questa dura esperienza, che ancora non è finita, come ci si augurava?

 

Io credo che i sensibili ne siano usciti con una consapevolezza aumentata. Credo che siano in cerca, in attesa di un possibile agire comune, per un rimedio, per una maggiore cura. Gli altri mi sembrano sempre più in balia dei violenti dettami di quella che mi piace chiamare la Signoria Attuale, fatta di slogan pubblicitari, di un immaginario sempre più violento, di subdoli dettami consumistici, di menzogne di certi politici ecc.

 

Oggi abbiamo molti segni della superbia dell’uomo: la guerra, il cambiamento climatico, le ingiustizie…

 

È vero, ma è vero anche che oggi cominciamo ad accorgerci di questa visione distorta e cominciamo a provarne orrore. Per questo io credo che stiamo vivendo un grande tempo, un grande momento. Era superbo anche pensare di essere al centro dell’universo, o figurarci un Dio ad immagine e somiglianza umana… Quando metto pezzettini di mondo sotto la lente del mio microscopio, mi pare che quello che vedo, una foglia, un’ala, una ragnatela, sia ogni volta centro dell’universo, tanto è ben fatto, tanto è geniale e prodigioso.

 

Ha detto che la Divina Commedia, per lei, è un manuale della felicità: perché?

 

La Divina Commedia racconta il viaggio che tutti dobbiamo fare e lo percorre per noi: l’attraversamento dell’inferno, quell’uscire dal dolore e tendere verso un’ascesa. E ci dà parole preziose come viatico. È il viaggio dalla paura verso il suo contrario che non è il coraggio – anche i mercenari ne hanno parecchio – bensì verso quella grande forza che muove il sole e le stelle e che Dante chiama Amor.

 

Spesso la poesia risulta ermetica, astrusa, inaccessibile a tante persone, che così non se ne sentono coinvolte. La sua invece, senza nulla perdere in intensità, raggiunge l’orecchio e il cuore, si fa ascoltare e capire…

 

Trent’anni di scrittura per il teatro, con un regista sensibile ed esigente come Cesare Ronconi, sono stati una grande lezione verso la semplificazione. O come dice Borges, verso una segreta e modesta complessità. Ho sempre nell’orecchio i suoi rimproveri, il suo richiamo ad abbandonare velleità intellettualistiche e ad essere più diretta, più frontale, e anche più dimessa.

 

Che rapporto c’è fra la poesia e la preghiera?

 

 

Per me la poesia è preghiera, è molto spesso sacra scrittura. C’è ascolto e c’è dialogo fra noi e le nostre profondità, fra noi e ciò che ci trascende. E la preghiera a me sembra proprio questo: ascolto plenario e frequentazione di abissi e di altezze. Cosa può fare la poesia per cambiare il mondo? Non credo che la nostra specie possa cambiare il mondo. Possiamo tutt’al più cambiare noi stessi e cercare di vivere in armonia col resto. Allora la poesia può in questo, essere una preziosissima, illuminante alleata.


 

"Essere di parola"

 

Alessandro D’Avenia

 

«Sei stata una delusione, non hai ascoltato un secondo, hai sempre la testa tra le nuvole». Così una madre rimprovera la figlia di 5 anni dopo una lezione sportiva. La bimba tra le lacrime risponde che glielo dice sempre ma che non è vero. La mamma allora le ripete le stesse parole in tono più alto.

 

Un professore formula l'appello, uno dei ragazzi risponde con un «presente» flebile. Il professore si infuria, indirizza parole sprezzanti al ragazzo e a chiunque altro cerchi di intervenire.

 

Queste due scene mi sono state raccontate la scorsa settimana.

Non giudico il merito di situazioni che non conosco, ma vorrei soffermarmi sull'effetto delle parole usate che è sicuramente opposto a quello che si vorrebbe ottenere (risvegliare l'interlocutore e farlo reagire).

 

L'uomo è un «essere di parola» sin dalle origini. Gli studi più recenti sull'Homo sapiens e sul perché sia l'unico sopravvissuto alle altre specie di Homo, ci offrono due spiegazioni, la prima, di cui ho parlato qualche settimana fa, consiste nel fatto che il Sapiens di fronte all'ignoto è propenso al rischio e all'avventura, la seconda (strettamente collegata) è il sorprendente sviluppo del pensiero simbolico e del linguaggio. Perché questo ci ha fatto sopravvivere e da questo dipende ancora oggi la nostra sopravvivenza?

 

I migliori paleoantropologi (Dunbar, Bickerton, Lieberman, Tattersall, Horan) sostengono che la cosiddetta «discesa della laringe», evidente nei ritrovamenti fossili, ha reso possibile alle corde vocali di modulare la voce in linguaggio articolato (poter dire qualsiasi cosa) e non solo emettere versi (codice di segnali fisso).

 

Questo ha consentito:

1. il «verbal grooming», toeletta verbale, cioè il Sapiens fa il grooming che è proprio di tutti i mammiferi (sono le operazioni di pulizia reciproca, soprattutto madre-figlio) con le parole;

2. il pensiero simbolico, infatti i reperti di pietre disegnate e di conchiglie forate per collane e ornamenti, mostrano la capacità di dare significato alle cose grazie a un sistema culturale aperto e non fisso come per gli animali (messaggi univoci).

 

I due elementi, interdipendenti e misteriosi nel loro apparire, sono stati cruciali per dare al Sapiens un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie di Homo estinte: oltre a essere più propenso al rischio, usava le parole per raccontare e curare.

 

La parola è la prima e principale tecnologia veramente umana: permette di dare/togliere senso alle cose e di curare/distruggere. L'espressione latina «verba volant scripta manent» (le parole volano, le cose scritte rimangono) significava il contrario di ciò che oggi intendiamo noi (mettere nero su bianco, carta canta...), indicava infatti che la voce può raggiungere il bersaglio, mentre lo scritto rimane inchiodato al supporto.

 

Omero chiamava «alate» le parole ben dette, paragonandole a frecce con le alette che ne garantiscono la traiettoria.

 

Le parole creano la realtà e curano i corpi. Come? Risponde Fabrizio Benedetti, medico fisiologo e neuroscienziato noto a livello mondiale per gli studi sull'effetto placebo (farmaci inerti che ottengono effetti curativi), nel bel libro La speranza è un farmaco: «Il malato spera più di ogni altro. La speranza può essere indotta dalle persone vicine così come da chi cura. Sono le parole il mezzo più importante per infondere speranza: parole di conforto, fiducia, motivazione. Oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli in armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre. Recenti scoperte lo dimostrano: le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina, ma visto che nel corso dell’evoluzione sono nate prima le parole e poi i farmaci, è più corretto dire che i farmaci attivano gli stessi meccanismi delle parole.

 

Ma le parole possono fare anche male. Possono essere tossiche e produrre danni, così come i farmaci. Possono indurre ansia, depressione, sconforto, quindi il loro uso deve essere ponderato, per evitare che una malattia già di per sé invalidante venga aggravata da parole avventate e spropositate. Le parole possono guarire. Ma le parole possono anche uccidere. E tutto ciò avviene con effetti, meccanismi e azioni simili ai farmaci. La scienza oggi descrive così la speranza, cioè come un’entità concreta che ha il potere e la forza di modificare il cervello e l’intero organismo. Parole, speranza e farmaci inducono effetti simili con meccanismi simili».

 

Non è un bene il rarefarsi delle cure casalinghe del medico di base: consulti telefonici e ricette online, senza presenza e parole di cura, al corpo non bastano. Insomma il Sapiens sopravvive, ma soprattutto vive (riceve più vita) attraverso le storie e il verbal grooming: in casa, a scuola, a lavoro...

 

Ho visto rifiorire ragazzi ignorati o disprezzati, quando ricevono parole di speranza/cura, a partire da come si pronuncia il loro nome all'appello mattutino. Il loro cervello-corpo si trasforma perché la loro incapacità era solo una nostra povertà narrativa e verbale. Essere Sapiens è e ha un «essere di parola»: la parola gli dà vita o gliela toglie, dà alla luce o al buio.

 

Forse quella madre e quel professore mancano di parole generative perché non ne hanno ricevute o non ne ricevono. A noi la scelta di quali storie/parole usare, oggi stesso, per far crescere o regredire chi ci è affidato. Sostituiamo silenzi feriti o parole avvelenate con «ti amo», «sei bello/a», «sono fiero di te», parole che fanno accadere ciò che dicono, parole-farmaco che guariscono e danno il coraggio di vivere!

 

 

In una recente intervista Franco Baresi, glorioso libero del Milan, confidava che dice «ti amo» alla moglie tutti i giorni: «Non passa giorno senza che io glielo ricordi. Se un giorno mi passa di mente, quello successivo mi affretto a ricordarglielo». E il grande linguista Roland Barthes aggiungerebbe che quando qualcuno ti dice «ti amo», la risposta adeguata non è «anche io», ma «ti amo anche io» perché è il verbo a fare la differenza: solo quando la parola impegna tutto l'essere fa accadere ciò che dice. Persino l'amore.


Alessandro D’Avenia "Effetto Gige"

 

 Compassione

 

Che cosa fareste se trovaste un anello capace di rendervi invisibili? È ciò che accadde al pastore Gige, che se ne servì per entrare nel palazzo regale, sedurre la regina e, con il suo aiuto, uccidere il re per poi sostituirlo. Platone si serve di questo racconto nel suo trattato di politica, la Repubblica, per chiedersi se l’uomo abbia un’etica solo per paura delle sanzioni sociali. Se posso agire senza esser visto chi divento? Si parla infatti di effetto Gige per spiegare l’aggressività o l’impostura a cui spinge l’anonimato, per esempio in rete: vedere senza essere visti dà potere o illude di averlo. È proprio il contrario di ciò che accade nel bel libro di Sylvain Tesson, La pantera delle nevi, da cui è stato tratto un altrettanto bel film, al cinema adesso. Vi si narra il tentativo del fotografo naturalista Vincent Munier, accompagnato dallo stesso Tesson, di immortalare sulle vette dell’Himalaya un animale antichissimo, bellissimo e rarissimo perché in via d’estinzione. Un mese a 5mila metri di paziente, silenzioso, faticoso ed estatico appostamento tra animali insoliti e scarsissime presenze umane, di cui Tesson fa la cronaca, arrivando alla conclusione che proprio il non poter vedere senza essere visti (gli animali li sorprendono sempre) libera dall’ansia di controllo, fa venir voglia di prendersi cura delle cose e restituisce l’incanto. Anello di Gige o macchina fotografica di Munier?

 

 

Nella stessa settimana in cui ho visto il film tratto dal libro di Tesson ho fatto l’esperienza di una immersione nel metaverso, grazie a un oculus (occhio, visore) di ultima generazione: io ero il mio occhio. In pochi anni, quando si combineranno strumenti, trasmissione dati a 5G e computer quantistici capaci di calcolare a velocità mai viste, «entreremo» in un negozio con il nostro avatar che ci riprodurrà al millesimo di centimetro e di grammo, indosseremo quello che desideriamo, per poi riceverlo a casa, su misura, poco dopo. Il metaverso ci condurrà verso la simbiosi totale con un mondo consumabile in ogni istante e senza corpi reali: la vita non sarà più «data» e quindi «ricevuta», ma «dati» e quindi «controllata». Saremo invisibili e onnipotenti consumatori, anche se il vero potere lo avrà chi gestirà la nuova architettura del reale: non è un caso l’alleanza siglata pochi giorni fa da Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) e Microsoft (Teams, Office, Windows) per accelerare i tempi di realizzazione e popolazione del metaverso. In questa occasione Zuckerberg ha detto che il ruolo di Meta «non è semplicemente quello di costruire un ecosistema, ma assicurarsi che prevalga. Gli avatar saranno centrali nell’espressione di se stessi», ci renderanno «più presenti, più produttivi, più noi». La mia proiezione digitale mi renderà più me stesso o aumenterà l’effetto Gige? La tecnologia aumenta la nostra capacità di organizzazione e controllo del mondo, ci dà potere su cose e persone, ma proprio per questo non è mai neutra: si guadagna qualcosa e qualcosa va perduto. Il mito greco, che narra la vita come tensione ed equilibrio di polarità, rese infatti sposi Afrodite e Efesto, dea della generazione e dio della tecnica. Quando la tecnica cerca di dominarla del tutto, la vita de-genera, così come la vita senza tecnica è barbarie. Prendiamo per esempio una tecnologia che diamo per scontata: la scrittura. Trasferendo la memoria in un oggetto al di fuori, l’uomo ha dimenticato ciò che, in una cultura orale, era essenziale avere sempre con sé, anzi in sé. A questo effetto negativo ne corrispose uno positivo: la mente libera dall’eccesso di memorizzazione aveva più potere creativo e di scoperta. Questo accade con ogni invenzione tecnologica. Il cambio automatico semplifica la guida ma rende meno attenti e abili nel guidare. La tecnica «aumenta» l’uomo, ma aumentare una capacità ha sempre un contro-effetto sulla vita organica, più o meno ambiguo: la lavatrice ha un lato d’ombra minimo rispetto alla polvere da sparo. Prendiamo i social: aumentano la nostra capacità di interagire rapidamente con gli altri, ma rendono il corpo superfluo. Trasmettiamo immagini, vocali, messaggi di noi stessi, ma diventiamo sempre meno capaci di trasmettere noi stessi. Anche questo ha un effetto Gige. La Società Italiana di Pediatria ha infatti appena pubblicato la sintesi di 68 ricerche condotte dal 2004 al 2022 in tutto il mondo: più tempo i ragazzi trascorrono sui social più sviluppano sintomi depressivi. Perché? Non è chiaro se sia l’uso dei social a favorire sintomi depressivi o se tendenze depressive inducano a usare di più i social (comunque sia il circolo è vizioso), ma è invece sicuro che la causa del malessere deriva dalla mancanza di interazioni nel mondo reale: la sostituzione del «faccia a faccia» con «l’interfaccia» (il nome Facebook diceva già tutto). Le grandi aziende informatiche, visto l’uso che è stato fatto delle piattaforme di interazione digitale durante la pandemia, vogliono elevare a sistema questo modo di interagire: il metaverso è infatti per Zuckerberg l’evoluzione dei suoi social in ecosistema globale (anche se gli ecosistemi in natura si danno e vanno preservati, non sono imposti, altrimenti si chiama «vita in cattività»). La tecnica non è mai neutra, non dipende solo da come la usi, perché crea oggetti che mettono di fronte alla vita in una posizione ben precisa: non possiamo essere così ingenui da considerare il cellulare un oggetto neutro, è una scelta di sguardo e quindi di rapporto con il mondo (nessuno farebbe le code la notte per accaparrarsi solo un telefono!). Il metaverso e gli oggetti annessi/connessi ci daranno il subitunque (essere subito ovunque: spazio e tempo, sinonimo di «corpo», evaporano ulteriormente) in rapporto continuo con i dati delle cose e non più con le cose (lo specchio ci dirà come stiamo, come dovremo truccarci o vestirci, che cosa dovremo mangiare e comprare...). Si parla infatti di tecnologia «ingiuntiva»: ci dice che cosa fare se non chi essere. Tutto questo ha un prezzo, non solo economico (avremo tutti un visore): il corpo materiale è rimpiazzato da uno mentale, immaginato, digitale, cioè proprio la causa dei malesseri depressivi di cui sopra (non avere corpo ci isola, siamo in «con-tatto» ma «senza tatto»). E di chi saranno «i diritti» di questo corpo-avatar? Chi ne userà i dati biometrici e comportamentali? Chi ci avrà «donato» l’avatar (dal vecchio «profilo» al «tutto tondo») e creato l’ecosistema in cui vivrà (i social sono un ambiente non un mezzo di comunicazione). Saremo quindi presto dentro un social totale con conseguenze tutte da scoprire. Il metaverso poi è l’architettura ideale dell’intelligenza artificiale: l’occhio che tutto vede senza esser visto realizzerà la mente-alveare, non conterà più il singolo con le sue scelte imprevedibili, ma l’analisi e la gestione dei comportamenti per suggerirci prodotti sempre più mirati (Gige non fa certo beneficenza). Dato che la libertà rende l’uomo fallibile e imprevedibile, l’intelligenza artificiale ci eviterà di usarla troppo, sostituendosi al nostro giudizio. Saremo più de-corporati (il corpo è ritenuto in alcuni ambienti della Silicon Valley un hardware inadeguato e obsoleto) e più de-liberati, cioè alleggeriti del peso delle scelte e indirizzati: desidera così, risolvi così, curati così, fai così... Saremo sollevati dalla paura di decidere, dal timore di sbagliare, dal peso delle nostre azioni, dall’incertezza delle conseguenze. Sempre più ebbri di vedere senza essere visti, saremo in realtà scrutati continuamente. Lo aveva intuito J.R.R.Tolkien: Sauron, creatura angelica corrotta dal potere, forgia un anello per controllare tutto e tutti, ma a poco a poco diventa lui stesso l’anello, non ha sembianze umane ma è un gigantesco occhio onnivedente e invisibile, quindi onnipotente. Lungi dal creare un fantasy per bambini, lo scrittore più letto del XX secolo, dopo gli orrori di due guerre mondiali vissute in prima persona, squarciò il velo su una cultura che chiedeva salvezza solo al potere della tecnica (potenza) e non a quello dell’amore (cura). La recente e per me deludente serie (Gli anelli del potere) ispirata ai racconti precedenti il suo capolavoro, Il Signore degli Anelli, avrebbe dovuto narrare proprio questo: solo rinunciando a oggetti che dominano del tutto la vita, l’uomo esercita il vero potere, la parola e l’ascolto. Infatti solo l’alleanza tra popoli diversissimi, ma ognuno con qualcosa di unico da dare agli altri, come elfi, hobbit, nani e umani, consente di salvare cioè creare la Terra (di Mezzo). Una certa tecnologia spinge nella direzione della eliminazione di ciò che è caduco e fallibile, il corpo e la libertà, cioè la nostra capacità di «patire»: sentire la carne del mondo e degli altri come nostra, ricevere senza consumare, prendersi cura. Non abbiamo «pazienza», parola che viene dalla stessa radice di patire e di passione: senza pazienza perdiamo la passione per la vita. Nel suo libro sull’attesa della pantera Tesson scrive: «Avevo imparato che la pazienza era una virtù suprema: la più elegante, la più dimenticata. Aiutava ad amare il mondo prima di avere la pretesa di trasformarlo. Invitava a sedersi davanti al palcoscenico per godersi lo spettacolo, anche solo il fremito di una foglia. La pazienza era la reverenza dell’uomo per ciò che è dato. Quale dote permetteva di dipingere un quadro, di comporre una sonata e una poesia? La pazienza. Essa procurava sempre una ricompensa. Aspettare era una preghiera. Qualcosa stava arrivando. E se non arrivava niente, voleva dire che non avevamo saputo guardare». Senza pazienza si è spossessati di se stessi, si è in balia del potere che crediamo di avere o che altri hanno su di noi. Presto esulteremo per l’uso dei visori nella didattica, e sarà un ausilio straordinario per immergersi virtualmente nella Roma antica o nell’apparato circolatorio. Spero che nel frattempo troveremo anche il modo di aumentare la capacità di ricevere ogni cosa del mondo come parte di noi stessi, guardandoci negli occhi, facendo una carezza, dicendo una parola, lasciando essere le cose e le persone, con pazienza, cioè con passione. Compassione.


"Santi e Morti, insieme, ci chiedono questo: ne vale la pena?"

 

Alessandro D’Avenia

 

Le feste creano una fessura nel tempo uniforme degli orologi (kronos) perché entri l’eternità, cioè il tempo che non trascorre ma resta come memoria sempre viva: la chiacchierata con un amico senza la paura di piangere, l’inautunnarsi degli alberi in una passeggiata in montagna, il sorriso di una ragazza malata per delle parole a lei rivolte. Il quotidiano nella sua ripetitività cronologica ha bisogno di essere salvato da «eventi» che lo rendono reale, eventi che sin dalle origini dell’uomo erano realizzati da riti, durante i quali si cercava di toccare l’origine di tutte le cose attingendo alla vita degli dei che le avevano fatte. L’uomo ha un bisogno fisico di ricevere ciò che dà energia al suo essere e il sacro è sempre stata la via d’accesso. Cambiano le forme, ma noi votiamo la nostra esistenza sempre e comunque a qualcosa che riteniamo capace di liberarci dalla morte e che rendiamo sacro: carriera, figli, successo, piacere, Dio...

 

Il tempo degli orologi, dalle clessidre ai cronografi, dice che moriremo, e così, lottando con lancette (l’uso di un’arma come metafora del tempo mi ha sempre colpito) o granelli (polvere sei e polvere tornerai), andiamo a caccia di una sospensione che percepiamo sacra, perché sacro è tutto ciò che è sottratto e ci sottrae alla morte. Domani è la festa-memoria dei Santi e dopodomani, non a caso, quella dei Morti. Santi e Morti, cielo e terra, e noi in mezzo a chiederci: quale è il mio destino? L’eterna vita o l’eterno nulla?

 

Quel che resta della risposta è Halloween, un brivido di horror e zucche, anche se la parola, come sempre, dice molto di più: contrazione dell’espressione «all hallows’eve»: vigilia/notte di tutti i Santi. Hallow è l’antico verbo inglese per santificare, da cui holy (santo) ed health (salute): la nostra salute dipende dalla nostra santità (santo vuol dire in origine intoccabile, inviolabile, perché appartenente al divino), perché ciò che è santo non muore, è nel tempo ma non gli è soggetto.

 

Morti e Santi sono associati perché sono i due punti di vista sulla morte: il tempo e l’eterno. Tutti sappiamo nella nostra carne che il primo (e ogni) lutto è un evento indimenticabile, il primo vero incontro con quello che Freud, sulla scia di Schopenhauer, chiamava l’impensabile, la morte, proprio perché, non potendo essere controllata e quindi razionalizzata, agisce su di noi più di qualunque altra realtà. Infatti noi ci muoviamo ogni giorno per esorcizzare la morte, inventando modi di vincerla, cioè di farci santi, in base a ciò che pensiamo possa darci eternità: tutti stratagemmi di sospensione del tempo. Eppure non tutte le forme di santità danno la salute, anzi alcune ce la tolgono. Il divino Achille scelse di morire giovane ma glorioso in guerra (l’eroe è il santo), Budda abbandona il potere e muore a ogni desiderio umano (il monaco è il santo), Socrate si lascia imporre il suicidio pur di non commettere un’ingiustizia (il giusto è il santo), Cristo si dona agli uomini e li perdona, affidandosi al Padre, sebbene sia innocente (l’amante è il santo).

 

E noi? I santi oggi sono gli sportivi (Ibra è un dio), le star (Monroe era la divina), gli inventori (Jobs era divino nelle sue apparizioni), i manager (Elon Musk è un profeta)...

 

Non c’è nessuno che non abbia, anche solo implicitamente, una strategia contro la (propria) morte, e la cultura (l’insieme delle invenzioni umane per vivere) non è altro che la risposta creativa dell’uomo a questo abisso. Qualche anno fa il medico americano Raymond Moody ha cominciato a raccogliere le testimonianze di pazienti che hanno vissuto le cosiddette esperienze di pre-morte. Mi servo di queste testimonianze come fenomeni psichici, cioè come simboli che la psiche usa quando si trova in quella condizione che nella tradizione del buddismo tibetano viene chiamata «bardo», uno stato intermedio tra la vita e la morte. Le testimonianze hanno in comune delle costanti, oltre a quella di tornare in vita per poterle raccontare. I sospesi tra morte e vita vedono ciò che accade al loro corpo esanime, guardandolo da fuori, e contemporaneamente camminano in un tunnel oscuro con una luce in fondo. Prima di raggiungere questa uscita incontrano un essere luminoso di fronte al quale giudicano la propria vita. Questo essere non suscita nessun senso di colpa, ma permette di guardare se stessi in uno specchio d’amore e di verità.

 

Il sospeso si sente porre una domanda (o la pone a se stesso perché non è fatta di parole): ne è valsa la pena?

 

Gli ambiti di verifica della risposta sono due: il conoscere e l’amare, cioè se la vita sia stata un cammino di sapienza (conoscenza di sé e del mondo) e un cammino di fecondità (amore di sé e degli altri). Poi a questa persona viene data la possibilità di riprendere il cammino, diventando protagonisti della vita rimanente. La totalità di loro dice che, tornati, si sono liberati dell’ansia di cammini falsi, per dedicarsi solo a ciò che finalmente gli si era chiarito: sono esperienze di verità (la morte è la verità ultima su chi siamo) attraverso cui si abbraccia il cammino della santità (ciò che vince la morte). Sapienza e Amore sono le risposte al “ne è valsa la pena?”, cioè la fatica che il vivere comporta è riscattata da una pienezza di senso che noi sperimentiamo quando «conosciamo» e «amiamo», che poi sono i due lati di uno stesso gesto vitale.

 

1. Un conoscere che non è «informarsi» ma entrare in relazione con il mondo e con gli altri in modo generativo. Conoscere nel lessico ebraico significa unirsi, Adamo conosce Eva e genera un figlio, Maria visitata dall’angelo risponde: non conosco uomo. Oggi riduciamo il conoscere all’acquisizione di informazioni (i dati sostituiscono la vita) o alla pratica scientifica (l’esperimento sostituisce l’esperienza, ciò che riesco e posso fare è vero), quindi al dominare la cosa conosciuta che smette di essere soggetto con cui entro in contatto e viene ridotto a oggetto. Il conoscere di cui parlo è invece un co-nascere: nascere insieme di due soggetti in un soggetto nuovo: generato. Come quando leggiamo un libro che spacca il ghiaccio del cuore e ci genera a vita nuova, come quando Dante incontra Beatrice e comincia la Vita Nuova...

 

2. L’amare delle esperienze pre-morte è altrettanto concreto: una delle testimonianze riguarda un uomo che dice alla presenza luminosa che non può lasciare sua moglie da sola con il figlio adottato che è appena entrato in adolescenza. Il suo destino è chiaro e tutto il resto è funzionale a questo. Nel 2017 George Saunders ha scritto un romanzo intitolato Lincoln nel Bardo, in cui descrive lo strazio del Presidente degli Stati Uniti per la perdita del figlio piccolo, Willie, a causa di una malattia. Egli si ribella al lutto tanto da «trattenere» il figlio nel Bardo, la condizione incerta tra vita e morte, aggirandosi nel cimitero di Georgetown. Lincoln vorrebbe «altro tempo» per amare suo figlio. Il vale la pena nell’ambito dell’amare è prendersi cura di ciò che abbiamo accanto come occasione che ci è data nel tempo per essere santi, cioè vivere una vita piena di senso: amare fa crescere noi e chi ci è affidato. Il tornare nel tempo degli orologi vale la pena solo se quel tempo è riempito da queste due dimensioni: conoscere e amare.

 

Per questo motivo posso dire che, se da un lato ho una gran paura di morire (le sofferenze che la morte può comportare), non ho paura della morte, perché alla domanda «ne è valsa la pena?», in questo preciso istante posso rispondere: sì. Nei limiti dei miei limiti non ho mai rinunciato a pormi domande scomode e a cercare risposte, a lottare contro la pigrizia mentale e fisica con una creatività innamorata, a provare ad amare chi ho accanto anche se non ci riesco, ma sperimento che non smettere di provare è già santità. L’altro giorno mia nipote, quasi cinquenne, tutta soddisfatta dopo aver portato a termine un compito impegnativo ha detto a mia sorella: «Tutto è difficile, prima di diventare facile». Può sembrare scontato, ma in realtà è un trattato sulla santità. Infatti alla domanda: «In che senso?», lei ha risposto: «Ci provi, ci provi, ci provi e alla fine ci riesci», cioè «alla fine» è valsa la pena di vivere, che non è certo morire, ma diventare sempre-vivi, cioè santi, nel tempo scandito dai nostri orologi.

 

 

Santi e Morti, insieme, ci chiedono questo: ne vale la pena?


       Abbracciare destinazioni..

Alessandro D’Avenia

 

 "I poster in camera"

 

L’immaginazione è il motore del destino. A differenza degli animali per noi il destino non è iscritto nella necessità dell’istinto ma è una possibilità da scrivere creativamente. L’uomo è l’essere del possibile che infatti, sin da bambino, imita i modelli che gli vengono proposti. Come faccio a diventare ciò che sono se non so chi sono? Attraverso le immagini che mi offre il mondo. Per questo amiamo le storie, perché mostrano destini possibili, ipotesi narrative sulla vita (e la morte) che ci aspetta.

 

A Sparta l’immaginario dominante produceva soldati, ad Atene filosofi, poeti, politici e soldati. E noi che immaginario offriamo ai più affamati di possibilità, cioè bambini e adolescenti? Nel 2008 nella ricerca Eurispes su «che cosa vuoi fare da grande?», la maggioranza dei ragazzini rispondeva il calciatore, delle ragazzine la star dello spettacolo (la sovraesposizione mediatica di queste figure plasma l’immaginario). Anche io ricordo che, adolescente a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, volevo diventare come Bono degli U2.

 

I poster che avevamo in camera erano le nostre ipotesi di destino e anche le fragilità che dovevamo affrontare. Con il tempo ho capito che quell’immagine era solo un miraggio, così l’ho sostituita, a poco a poco, con altre rispondenti alla mia vera chiamata. Nuove immagini hanno ispirato il mio destino: il professore di lettere del liceo, quello dell’Attimo fuggente, il giovane Tolkien che con i suoi amici e le storie voleva cambiare il mondo... L’educazione dell’immaginazione e la sua continua messa a punto diventa destino. In che modo? Le immagini diventano modelli che si strutturano in ideali che spingono all’emulazione.

 

Di anno in anno chiedo ai miei alunni, in un questionario, di riempire la casella: «vorrei essere come...». Se all’inizio delle superiori ci sono irraggiungibili star, a poco a poco compaiono nonni, scienziati, personaggi storici, «me stesso» o la casella rimane vuota (buon segno di ricerca). Se c’è una crescita, l’immaginario, da infantile desiderio dell’impossibile, esser tutto, matura in una più realistica conoscenza di sé (limiti, attitudini, passioni) che sceglie nuove immagini. Queste immagini-faro (la meta) si nutrono di più quotidiane immagini-segnale (la rotta) che incontriamo lungo il viaggio della vita. Di queste abbiamo bisogno per non perderci nelle mille sollecitazioni iconiche della vita quotidiana, ma richiedono attenzione come chiunque vada per mare.

 

Farò quattro esempi di immagini-segnale che ho incontrato negli ultimi giorni. 1. In una bellissima mostra milanese di 100 fotografie di Elliott Erwitt mi ha ipnotizzato una foto scattata a Pittsburgh nel 1950, in cui un bambino ride felice puntandosi alla tempia una pistola giocattolo. Perché proprio quella? In una sola immagine Erwitt mostra la contraddittoria storia dell’Occidente, così impegnato a risolvere i problemi che crea da non aver il tempo di occuparsi delle cose fondamentali. E infatti siamo tutt’ora invischiati nel nostro impossibile rapporto con l’atomica (Kubrick nel 1964 aveva intitolato la sua commedia: Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba). In quel bambino ho visto l’immagine di ciò che non voglio diventare: uno che crede di divertirsi, mentre in realtà è sottomesso e distrutto dalle cose che usa. Mi sono chiesto quali pistole giocattolo mi sto puntando alla tempia e ho trovato alcune risposte.

 

2. Qualche giorno fa, in un momento di preghiera a occhi chiusi in cui non riuscivo a dire nulla se non «mi manchi», mi si è presentata, per qualche istante, un’immagine: una farfalla sbatteva le ali rapidamente lanciando i suoi colori attorno. Il greco antico per dire farfalla usa la stessa parola dell’anima (psyché), come in Amore e Psiche stanti di Canova, all’Ermitage di San Pietroburgo, in cui la seconda offre una farfalla (se stessa) al primo. Quell’immagine mi confermava il percorso di trasformazione in direzione di una rinnovata libertà e creatività nell’amore.

 

3. Fra qualche giorno terrò un incontro sull’importanza della lettura. Dovevo scegliere un testo per condurre un esercizio di lettura dal vivo, e ho scelto una fiaba a me cara: L’amore delle tre melagrane, raccolta da Italo Calvino nelle Fiabe italiane, altresì nota come Bianca come il latte, rossa come il sangue. Ha nutrito il mio immaginario da quando ho 11 anni (ce la fece leggere il professore di italiano Aldo Viola che ricordo sempre con gratitudine) per poi diventare il centro del mio primo romanzo. Mentre riflettevo su ciò che avrei detto, qualche giorno fa una simpatica vicina di casa mi ha regalato delle melagrane (ne aveva ricevute un bel sacco da un parente). Me ne ha donate proprio tre, che ho messo in bella vista nella mia cucina. Era la conferma dell’immagine che porto dentro di me. La melagrana è simbolo di abbondanza per i suoi arilli, i succosi e dissetanti grani rossi, sorprendenti se si pensa che l’albero cresce in zone con pochissima acqua. Nella cultura ebraica rappresenta infatti il cuore, e gli arilli sono 613, quanti i precetti della Legge, immagine dell’alleanza tra Dio e l’uomo. In ambito cristiano, come nella splendida Madonna della melagrana di Botticelli agli Uffizi, il frutto indica la passione di Cristo che ama l’uomo fino a donare la vita. Per questo la melagrana è diventato segno di buon augurio tra Natale e Capodanno. Le tre melagrane mi ricordano che posso dare frutti succosi anche quando mi sembra di avere in e fuori di me un terreno arido, se coltivo il mio rapporto con l’Amore Creatore divento creatore anche io, nel mio piccolo.

 

4. Mi stavo godendo una passeggiata dai primi colori autunnali in un parco ricco di alberi provenienti da tutto il mondo, quando la mia amata mi ha fatto notare un grande albero con delle curiose radici che escono dal terreno in verticale come canne di un organo. Così ho fatto conoscenza del Cipresso calvo o delle paludi che, per procurarsi ossigeno nei terreni acquitrinosi, produce dei veri e propri «boccagli»: qualsiasi altro albero «annega». Anche questa immagine ha cominciato a lavorare dentro di me, confermando la rotta: quando sono sott’acqua c’è sempre una via per respirare. E così mi sono chiesto quali «radici verticali» devo produrre e proteggere nei momenti «paludosi».

 

Riuscire a trattenere le immagini che contengono pezzi del puzzle del nostro destino non è facile oggi perché, nella continua fruizione telematica, subiamo una tempesta di immagini mai vista nella storia umana: l’Homo Sapiens è diventato Videns (vede tutto ma non presta attenzione a niente, è un iper-vedente cieco, che presto userà infatti l’Oculus del metaverso).

 

L’intasamento dell’immaginario non è senza conseguenze, provoca infatti la crisi dell’immaginazione: la capacità logica è indebolita (l’eccesso di immagini genera confusione e limita il pensiero astratto) e la nostra creatività è dispersa tra infinite rotte possibili. Il consumismo ha bisogno di generare continuamente immagini desiderabili per darci destini a portata di portafogli, ma il consumismo non è la causa ma la conseguenza di un io senza destino (nichilismo e individualismo) che, per farsi e darsi forza, si aggrappa ai coriandoli di futuro più seducenti.

 

 

Oggi per trovare e conservare immagini di destino capaci di guidarci in porto dobbiamo praticare un certo digiuno immaginativo e il silenzio dell’attenzione. Solo così riusciamo a ricevere immagini che ci fanno entrare in risonanza, ci risvegliano, perché sono richiami del futuro che è già dentro di noi, ma che ha bisogno di darsi un volto. Sono immagini che vanno coltivate, approfondite, interrogate... appendendole, come poster, alle pareti dell’anima. Ognuno di noi ha una costellazione di immagini guida, che lo voglia o no. Ma la rotta va impostata seguendo le stelle giuste, altrimenti sarà un dis-astro (la stella contro), questa operazione richiede qualche minuto di meditazione silenziosa ogni giorno. Quali sono le nostre? Solo così potremo abbracciare destini che diventano destinazioni e non naufragi.

Egli si rivolge a me

 

Don Divo Barsotti, Dal libro “La via del ritorno” (capitolo “la Parola di Dio)

 

 

 

“Nulla è più indifferente all'uomo: la pioggia che cade è il dono che il Signore ti fa, il sole sorge oggi per te, per te fino dall' eternità Egli ha preparato la fragile bellezza del fiore che cogli. Oh! era giusto quello che faceva andare in estasi S. Maria Maddalena de' Pazzi quando aspirando il profumo di un fiore esclamava: «Fino dall' eternità il Signore ha pensato a quest'ora, quando io avrei ricevuto questo fiore dalle sue mani per aspirarne il profumo».

 

 

 

Sì, l'uomo, qualunque cosa faccia, dovunque egli viva, si trova davanti al volto di Dio. Sta a lui scoprirlo e ascoltare attraverso ogni cosa la parola di Dio. Egli è qui, Egli si rivolge a me, mi dice il suo amore, mi manifesta la sua volontà, mi annuncia le sue promesse, si rivolge a me per donarmi il suo amore.

 

Non soltanto ogni cosa ci parla di Dio, dice Dio, ma attraverso ogni cosa è Lui stesso che parla. Non soltanto la creazione ha come un riflesso della bellezza divina. Ogni cosa è veramente lo strumento di un'azione personale di Dio verso di te, il mezzo onde Egli si comunica personalmente.

 

 

 

Dio ha un volto ed è Padre. Si rivolge a te per comandarti, ti invita a sé, ti guida, ti minaccia, ti dice il suo amore. Tu sei davanti a Dio, come nel cielo. Ora tu lo vedi attraverso dei segni, domani faccia a faccia, ma Lui solo in definitiva è davanti a te, non le cose, non gli uomini. Gli uomini, le cose, tutto è occasione onde l'anima viva questo rapporto, e la vita di fatto tutta si raccoglie e si riassume e tutto termina in questa comunione dell'anima con Lui. Non un Dio che è l'immenso, l'infinito, di cui poteva parlare Leopardi, ma un Dio che è Padre, un Dio che ha un nome e un volto; che è una persona, e si rivela al tuo cuore e vuole stringere un patto con te: si chiama Gesù. Non una pura rivelazione di bellezza. Sì, la creazione rivela anche la bellezza di Dio. Più ancora Egli ti parla attraverso la creazione medesima e stringe con te un'alleanza, sicché, anche attraverso la visione dell' alba, il rompere del vento e l'odore della terra è veramente una comunione personale con Dio quella cui il Signore ti chiama.

 

Quando si dispiega davanti a te la meraviglia delle cose, quando ascolti il passare del vento, odi il rotolare del tuono, vedi il balenare dei fulmini, ne intravedi la veste.

 

 

 

E Dio stringe con te un' alleanza, vive questa sua alleanza con te; un' alleanza che si esprime precisamente ora in una minaccia, ora in un invito carezzevole, ora in un dono di tenerezza, ora in un castigo; ma è Dio, sempre Dio, Dio solo che vive con l'uomo. In ogni istante Dio esce dalla sua solitudine per venire incontro a te e in ogni istante lo incontri; tutta la vita non è che questo rinnovarsi di un incontro con Lui.

 

 

 

Tu sei chiamato a un appuntamento sempre nuovo: te lo dona in chiesa, al mercato, su in cima ai monti e sulla spiaggia del mare; te lo dona in mezzo agli uomini, nella tua solitudine: in ogni luogo è sempre Lui che ti chiama ed è Lui ugualmente che attende.

 

 

 

O il sacramento del momento presente! Che ogni momento sia per te il momento di un incontro divino, sia per te il momento che realizza una tua comunione con Dio.

 

 

 

Dio ti parla. È certo che questa parola non è ancora il silenzio di una vita mistica pura, di una vita cristiana perfetta. Allora la parola di Dio è il silenzio. Tu avrai oltrepassato le cose e il tempo e te medesimo e in Lui sempre sarai come sommerso. Tu non vivrai più allora nell'economia del segno, ma nella verità oltre ogni segno. Dio ti parlerà «05 ad 05» (lI ep.) 12) come dice S. Giovanni, e tu vivrai nel silenzio. Segno è la parola dell'uomo e segno è il profumo del fiore e la bellezza del cielo, ma allora Dio non ti parlerà attraverso dei segni e tu affonderai nella tenebra, affonderai in un silenzio puro, incontaminato, Immenso.

 

Allora sarà così: ma oggi l'anima deve imparare ad ascoltare Dio attraverso le cose, a vedere Dio attraverso ogni segno! Ogni cosa lo nasconde ma anche lo rivela. Devi ascoltarlo attraverso gli avvenimenti della vita, attraverso ogni creatura dell'universo. La creazione e la storia sono il mezzo più ordinario di una comunione con Dio, perché più universale. È vero che la comunione con Dio si realizza nel modo più intimo e perfetto nel sacramento eucaristico, ma più universale è questa comunione che l'uomo può vivere con Dio attraverso tutte le cose, attraverso gli avvenimenti tutti della giornata! È una comunione continua, ininterrotta, quella che vivi, una comunione universale ed è propria di ogni uomo, dovunque egli viva.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Don Divo Barsotti


La preghiera è ascolto

 

Enzo Bianchi

 

"Si prega per chiedere, intercedere, ringraziare Ma innanzitutto la preghiera è ascolto. Rendere udibile l’invocazione che abbiamo dentro. È farsi concavi «per cogliere i segni della Presenza, che ci parla nella natura, nelle persone che incontriamo, in quelle che non possiamo più vedere e sappiamo già in un luogo che raggiungeremo. Tutto questo è chiedere, con la formula dello Shemà Israel: “Parla Signore, il tuo servo ti ascolta”. Pregare non è dare fiato alla propria voce, ma spalancare l’ascolto alla voce dell’altro. Disporsi alla sorpresa dell’Incontro.

 

Ecco a cosa servono i salmi. A curvare l’anima al silenzio. «A chiedere che in noi parli lo Spirito, l’unica vera invocazione verbale che abbia senso. Ma occorre saper coltivare pause in ritmi oggi troppo concitati. La fretta è la malattia più diffusa in chi arriva fin qui.Eppure dire “non ho tempo per pregare” è fare professione di idolatria». Perché anche il tempo, come il resto, non ci appartiene. Ci è dato.

 

Pregare è poi chiedere. Con tenacia. Incessantemente, senza stancarsi, come dice san Paolo. A patto che chiedere non sia invocare il miracolo. Perché oggi oscilliamo tra la richiesta di un segno ad ogni costo e la sfiducia che la richiesta possa essere esaudita. Siamo divisi tra pretendere tutto e attendersi nulla». All’origine di questo pendolo tra illusione e disincanto è una fede oggi cucita sempre più “su misura”, individualistica: un po’ di meditazione orientale, di yoga, perfino un pizzico di islam. Ne esce un vestito che calza in modo maldestro.

 

«Succede perché si fatica a confrontarsi con quello che a volte scambiamo per silenzio di Dio, ma è solo la nostra stanchezza. Anche quella può e deve essere offerta. Certe sere, dopo ore sature di impegni, accade anche a me, nella mia cella in mezzo al bosco, di non avere altro da dire: accoglimi così, con la mia stanchezza».

 

 

 

L'ATTESA DI UN ABBRACCIO

 

 

 

Ci sono due salmi che aiutano il priore in questo «farsi piccolo, con lo spirito del Pubblicano che sa di avere solo il proprio limite da offrire». Sono il 16 («Sulle tue vie tieni saldi i miei passi/ e i miei piedi non vacilleranno…») che è «l’attesa di un abbraccio». E il salmo 71 («Non respingermi nel tempo della vecchiaia/ non abbandonarmi quando declinano le mie forze...»), «la testimonianza di un vecchio fedele che alla fine dei giorni si affida al Signore». Come accade a certi monaci, divenuti preghiera nel proprio corpo. «Mesi fa, a Gerusalemme, ne ho contemplato uno per ore. Mi è tornato in mente quanto san Bonaventura diceva di Francesco d’Assisi: “Alla fine della sua esistenza era diventato lui stesso preghiera”. Quel monaco mi ha illuminato, era orazione fatta carne. La massima intimità con Dio. Prima di incontrarlo».

 

 

 

 

I salmi come ascolto, richiesta, respiro dei giorni. «Non tutti, lo so, possono pregare tre volte al giorno», conclude il priore, «ma basta un pensiero al mattino per offrire al Signore la giornata che ci è regalata. E uno alla sera per ringraziarlo di quanto vissuto». Ed è già un dargli del tu.


       

Enzo Bianchi "Impegnarsi in una vita interiore per un senso di responsabilità"

 

L'emergenza dovuta alla pandemia che ha ristretto il campo della nostra osservazione, la preoccupazione per la guerra ai confini dell'Europa - una guerra tra Russia e Occidente, come si è subito rivelata - , le difficoltà dovute alla recessione economica che stiamo attraversando ci hanno impedito di leggere ciò che stiamo vivendo nel quotidiano a livello individuale e sociale. Ma se si cerca di farne una lettura formulandone un giudizio ci rendiamo subito conto che l'involgarimento del gusto, l'imbarbarimento dei modi, la mediocrità e la rozzezza (quest'ultima chiamata da Robert Musil "prassi della stupidità") pervadono ogni ambiente della nostra società. Il clima in cui viviamo è ormai per molti di noi un'insostenibile pesantezza, perché deteriora e compromette la qualità della vita personale e collettiva, l'"io" e il "noi". A questo appiattimento acritico su modelli spesso importati, a una cultura segnata da competitività, aggressività, negazione del diverso, sembra non sia possibile reagire efficacemente in campo educativo, per cui l'involgarimento è dilagante.

 

Sappiamo elencare le crisi che stiamo attraversando, ma forse alla radice di molte di queste dovremmo riconoscerne una: la crisi del senso di responsabilità. Essere responsabili significa tenere costantemente presente il volto dell'altro, degli altri, perché il volto sempre si volge a me con una domanda, un'attesa, la richiesta implicita di una risposta che è la prima forma di responsabilità.

Ma per arrivare a possedere il senso di responsabilità occorre resistere all'esproprio dell'interiorità, tentata dalla dominante colonizzazione della cultura di massa, sempre più tecnicizzata. Senza una vita interiore in cui possano sorgere le domande chi mai potrà tentare vie di libertà? Anche l'educazione come potrebbe avvenire in modo fecondo senza la formazione dello spirito o della vita interiore?

Troppo scarsa è l'attenzione che si dedica alla preparazione alla vita, alla formazione del carattere, all'esercizio del pensare e del discernere, e va anche denunciato come sia mancata una trasmissione da parte di quelli che dovevano essere "trasfusori di memoria". Abbiamo avuto invece dei rottamatori che ci hanno lasciato solo rovine, e ora il panorama si presenta desertificato.

È soprattutto nella vita della polis che si mostra il senso di responsabilità che impedisce il regnare della demissione. Sì, la demissione di fatto non può essere chiamata con altro nome che con quello di "stupidità". Scrive Dietrich Bonhoeffer nelle lettere dal carcere: "Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità ci si può opporre con la forza... ma contro la stupidità non abbiamo difese ... in determinate circostanze gli uomini vengono resi stupidi, o si lasciano rendere tali. Il potere di alcuni richiede la stupidità degli altri".

 

Parole che dicono l'urgenza di opporre resistenza, di impegnarsi in una vita interiore, per essere dotati del senso di responsabilità.


"Ritratto d'autore: Cristo"

 

 

Alessandro D’Avenia

 

 

Un’irrequieta bambina delle elementari che si placava solo nell’ora di disegno era ancora intenta sul foglio quando il tempo della consegna, disegnare la persona più cara, era ormai scaduto. Mentre tutti i bambini avevano già finito, la bambina continuava il suo lavoro ignorando i richiami della maestra. Alla domanda indispettita: «Ma chi stai ritraendo?», rispose: «Dio». Alla maestra che ribatté con ironia: «Ma Dio nessuno l’ha mai visto!», la bambina disse: «Se mi lascia finire, fra poco lo vedrà». L’episodio scolastico mi è tornato in mente quando ho accettato di comporre uno dei ritratti d’autore dedicati al proprio mito. Io ne ho solo uno: Cristo. E l’unico modo che ho per farne il ritratto è provare a raccontare il rapporto con lui, e non perché sia rilevante, ma perché il suo volto si mostra solo in modo relazionale: lo vedi nella misura in cui rispondi al suo sguardo.

 

 

 

Nietzsche, Marx e Freud hanno mostrato che la religione è spesso l’illusione di un mondo oltre il mondo per rendere accettabile la durezza del vivere costringendo la ragione allo stato infantile.

 

Eppure, da bambino, del divino mi affascinò il contrario. In chiesa vidi l’immagine di un uomo che ne aiuta un altro schiacciato da una trave: si trattava di un contadino di Cirene che sorregge un condannato alla crocifissione, Cristo. Quell’immagine non mi consolava, mi guardava e sfidava. Era il contrario di un tranquillante: Cristo non mi ha protetto dalla vita, mi ci ha spinto dentro o contro.

 

Per un certo tempo anche io ho vissuto il rapporto con Dio secondo il meccanismo al cuore del sacro in ogni tempo: il sacrificio, cioè io rinuncio a qualcosa per Dio, così lo controllo e mi protegge.

 

Cristo invece dice: «Misericordia io voglio e non sacrificio»(Mt 9), ponendo fine al rapporto commerciale e sacrificale con Dio (se fai il bravo e ti sacrifichi per lui, Dio ti ama) e inaugurandone uno gratuito (Dio già ti ama, non vuole niente se non che tu lo sappia e lo sperimenti). Cristo è stato ucciso perché metteva in crisi il sistema sacrificale e di potere degli uomini, per restituire all’uomo l’energia creativa e libera dell’amore al posto di quella distruttiva e ripetitiva del potere: non domino dunque sono (qualcuno), fonte di ogni violenza e frustrazione, ma sono amato dunque (vado bene come) sono, fonte di ogni creatività e crescita. Per questo un giorno ho compreso il paradosso di Dostoevskij: «Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». In una situazione molto dolorosa in cui «la verità» e Cristo si separavano, seguendo Cristo, ho scoperto che quella che ritenevo verità era solo una mia ideologia utile a sentirmi sicuro o migliore, gonfiava il mio ego e copriva la mia mancanza di amore.

 

Per questo non amo il binomio credente/praticante che riduce la fede da relazione a prestazione. È come chiedere a un innamorato: credi alla tua amata? E la frequenti? O ami o non ami, non è un hobby ma la vita intera: più sei innamorato più diventi attivo, creativo, attento. E si vede, non devi dirlo. Essere amati e amare (cioè ri-crearsi e ri-creare il mondo, ogni giorno, con l’inventiva e l’energia che l’amore ha e dà) è l’unico modo che ho trovato per godermi la vita. Cristo, se è Dio fatto uomo, non è la favola che spinge a puntare sull’aldilà, ma una sfida lanciata all’aldiquà.

 

Cristiano non significa buono, serioso, angelico, perfetto, ma imperfetto, sveglio, inquieto, innamorato, creativo, combattivo, di buon umore, nei limiti dei propri limiti che diventano bellezza, come il ruscello che feconda i campi correndo negli argini e cantando quando trova un ostacolo.

 

 

 

Come accadde al Cireneo che vidi da bambino non solo mi sento dire: «Dammi una mano, guardati intorno, non scappare, moltiplica la vita in e attorno a te», ma nascono in me energie che vincono la mia pigrizia, indifferenza ed egoismo. E soprattutto la noia. Per me Cristo è adrenalina non oppio, vita che sveglia la vita: inferno, purgatorio e paradiso non sono posti in cui andrò, ma posti in cui sono già in base a quanto amore (vita) ricevo e do. E nessuno come Cristo — e coloro che me ne hanno mostrato il volto, dai miei genitori a don Pino Puglisi (professore di religione della mia scuola, ucciso dalla mafia all’inizio del mio quarto anno di liceo) — mi ha fatto scoprire l’eros della e per la vita. Da Cristo ho imparato la distinzione tra essere vivente ed essere vivo. Mi trovo bene con uno che «salva» il mondo, spendendo trenta di trentatré anni a fare il falegname in un paesino sperduto. Per essere pienamente me stesso non conta che parte io reciti nel teatro del mondo, ma se vivo tutto per amore e per amare. Non è un modo per farmi piacere la vita — ne scorgo e soffro i limiti con il dolore che la passione per la bellezza comporta — ma per non voltarmi dall’altra parte.

 

Anche in croce Cristo non smette di amare, la sua «passione» è eros per l’uomo e per Dio. E anche io voglio vivere sempre di e con «passione», libero dall’illusione che la felicità consista nel proteggersi dal male e dal dolore, quando è invece vivere tutto, anche il dolore e il male, per e con amore. Così sto a poco a poco imparando a sostituire la domanda «perché mi accade questo?» con «che ci faccio con questo che mi accade?», perché al momento della morte vorrei poter dire: «nulla è andato sprecato». Non so com’è che tutto ciò avvenga, succede grazie alla relazione quotidiana con lui, che più che una presenza è una mancanza: la mia preghiera preferita è «mi manchi». Ma proprio la mancanza mi rende vivo, come testimonia nel suo Diario Etty Hillesum, ebrea morta nel lager che, ribaltando la prospettiva del «dato questo orrore non si può credere in Dio», scriveva nel 1942: «L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio… E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te». E così si impegna a renderlo presente agli altri in quell’inferno, non usando il male come alibi per fare altro male o per disperarsi, ma per superarlo con un bene, anche minuscolo. Infatti nella stessa pagina Etty annota: «Adesso apparecchio la tavola». Dove qualcuno apparecchia per amore c’è Cristo, cioè Dio che s’incarna in chi glielo permette vivendo con «passione» ogni situazione.

 

 

 

Risolvendo in anticipo il paradosso di Dostoevskij, Cristo ha detto di essere lui stesso la verità, e non perché lo riducessimo a religione, libro o regole, ma perché in lui verità e vita sono la stessa cosa. In che modo? Nel vivere tutto come relazione, che per Lui è la relazione d’amore con il Padre e con gli uomini: egli è sempre generato dal Padre come figlio e uomo, cioè è sempre ri-generato, persino quando muore. Anche io, attraverso i vissuti quotidiani della relazione (gesti, i sacramenti; dialogo, parole e silenzi della preghiera; e amici, la vera chiesa), vengo sempre ri-generatocome figlio e uomo, cioè come uno che riceve, in ogni istante, quello di cui ha bisogno per vivere per amore e per amare, anche quando sono schiacciato dai miei limiti, paure, ferite, fallimenti… Così resto libero perché non mi identifico in qualcosa che rappresento, che ho o so fare (o che non ho e non so fare), o che mi capita, perché so a chi appartengo e chi sono: non devo affermare me stesso, perché sono già «affermato» dall’amore. Devo solo imparare ad amarmi e amare nella misura in cui sono amato.

 

 

 

 

Per Freud, Marx o Nietzsche forse sono un illuso, ma io Cristo me lo tengo stretto, come Dostoevskij. Non mi serve a farmi piacere la vita, ma a fare della vita un piacere, come quella donna che, in una nazione asiatica dove i cattolici sono un migliaio, si è presentata dal sacerdote chiedendogli il battesimo. Lui, stupito perché la donna non sapeva nulla della fede, le ha chiesto come mai, e lei ha risposto mostrandogli un crocifisso: «Perché con lui mi trovo bene». Nel tempo ho scoperto che mentre si cerca di fare il ritratto al Dio invisibile, come la bambina del disegno, si dà il meglio di sé, perché Dio non è il fine dei nostri desideri ma l’origine, e quindi, in verità, è Lui che fa il ritratto a noi, solo che usa i colori che noi preferiamo. Così il suo ritratto si rivela essere anche il mio e il nostro, come nel sorprendente Autoritratto che Albrecht Dürer dipinse nel 1500 identificandosi con Cristo o come il monaco e pittore Epifanio che, non riuscendo a trovare un modello adatto per dipingerne il volto, decise di prendere il tratto più vero di ogni persona che incontrava: il sorriso di un bambino, la tristezza di una prostituta, la malinconia di un mendicante, la gioia di un’innamorata, il dolore di una madre in lutto, la forza di un contadino… Come posso quindi ritrarre Cristo? Con la poesia che Raymond Carver, scrittore americano morto di tumore a 50 anni, ha voluto fosse incisa sulla sua lapide, poesia che lui stesso aveva scritto: «E hai ottenuto quello che/ volevi da questa vita, nonostante tutto?/ Sì./ E cos’è che volevi?/ Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra».


Cercasi vita eterna

 

Alessandro D’Avenia

«Dio promette la vita eterna. Noi la recapitiamo a domicilio». Così recita il volantino pubblicitario di una droga, il Chew-Z, che arriva sul mercato interplanetario in uno dei romanzi più spaesanti di Philip K.Dick, Le tre stigmate di Palmer Eldritch (1964), che, secondo lo scrittore Emanuele Carrère, ha segretamente ispirato film come The Truman Show e Matrix. Nel romanzo di Dick gli uomini abitano in tutto il sistema solare, la Terra è diventata quasi invivibile per il caldo ma, per sopportare la terribile vita su altri pianeti come Marte, i coloni terresti si procurano dei plastici con le miniature di un uomo e una donna bellissimi. Quando si assume il Can-D, una vecchia droga allucinogena, si entra nella vita perfetta di questi personaggi alla Barbie e Ken. Per questo gli uomini impegnano tutti i loro risparmi per comprare sempre più scenari e accessori del plastico e fuggire dall’insopportabile vita ordinaria, anche se tornati alla realtà, essendo rimasto tutto come prima, non si vede l’ora di assumere un’altra dose. Ma Palmer Eldritch, magnate del sistema solare, scopre una nuova droga prodigiosa, il Chew-Z, che, a differenza del Can-D, consente di entrare non in un plastico ma in un livello di realtà precluso alla coscienza e di cui Dick era indagatore: dietro al mondo c’è un altro mondo che noi non vediamo accontentandoci di una messa in scena dentro la quale recitiamo una parte. Ma che cosa c’è dietro la scenografia? Una vita eterna? E in che consiste?

 

 

Dall’ossessione per questo livello invisibile di realtà nascono i racconti che hanno ispirato film e serie come Blade runner, Minority report, The man in the high castle, Philip K.Dick’s Electric dreams... Per Dick quella che chiamiamo realtà è cartapesta che nasconde il reale vero e proprio. Il Chew-Z, la nuova droga che nel romanzo consente di accedere a questo livello del reale, non permette semplicemente di fuggire in un altro mondo come le droghe tradizionali, ma di riformulare (almeno in modo immaginario) il vissuto a proprio piacimento, modificando passato e presente, come in un sogno a occhi aperti. Con questa libertà assoluta (anche se solo immaginata) la vita eterna a domicilio è possibile. Ma che cosa è la vita eterna di cui noi uomini, credenti o no, abbiamo bisogno in quanto esseri che sanno di dover morire? Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, «eterna», anche nel linguaggio biblico, non indica innanzitutto la vita dopo la morte ma quella che vince la morte già adesso, è la vita «come dovrebbe essere» e che noi intuiamo nei nostri desideri: una vita in cui l’amore è per sempre, le condizioni di lavoro sono giuste, la politica lotta per il bene comune, un bambino non soffre...

 

La vita eterna è quella vita traboccante di senso di cui facciamo esperienza in alcuni istanti indimenticabili che infatti chiamiamo di salvezza, come l’innamoramento. La vita eterna non è la proiezione dei desideri in un cielo irraggiungibile, oppio religioso necessario per farsi piacere l’esistenza, ma è il desiderio innestato nel cuore che misteriosamente sa come dovrebbero andare le cose e si sente chiamato a realizzarle. Palmer Eldritch, genio del male, promette proprio questa vita eterna con l’assunzione di una droga, ma c’è un prezzo molto alto da pagare per avere la sua vita eterna sintetica: si cade sotto il suo dominio. Da un lato abbiamo la fuga in vite che non sono la nostra, come permette di fare il Can-D, la vecchia droga che proietta nelle vite di plastica, il tipo di fuga proposto dalla pubblicità, che manipola il nostro desiderio di infinito scambiandolo con la somma senza fine di piccoli finiti acquistabili. Dall’altro lato abbiamo il Chew-Z, la nuova potentissima droga di Eldricht, che permette di modificare il proprio passato e presente, soggiornando in una vita immaginaria a forma dei nostri desideri e senza cadute, fallimenti o ferite. Assomiglia a ciò che ci accade con Internet, dove costruiamo sogni a occhi aperti in un’infinta bolla cognitiva ed emotiva fuori dallo spazio e dal tempo. Ma così, pur di avere almeno un’ipotesi di eterno, regaliamo i nostri dati ai grandi gestori che, profilandoci indirizzano le nostre scelte future: preferiamo diventare risorse da esaurire piuttosto che lottare per essere protagonisti di una vita eterna reale e non digitale. Perdere la libertà è un prezzo che paghiamo volentieri, perché essere liberi ci costringe a fare scelte e a portarne il peso: le masse permettono così le piccole e grandi dittature. Ma mentre la pubblicità offre prodotti che rimandano alla realtà (per essere felice devo possederli), la rete, che presto avrà la forma del metaverso (i nostri profili saranno viventi ma nel mondo plasmato dal dio Algoritmo, con conseguenze ben descritte da Eric Sadin in Critica della ragione artificiale soprattutto in termini di perdita di libertà e quindi di creatività e di gioia di vivere), ci offrirà una felicità senza bisogno di realtà o addirittura contro la realtà, come confessa il protagonista del romanzo di Dick: assunta la droga della vita eterna «non puoi sgusciarne fuori. Anche se pensi di essertene liberato, ci sei ancora invischiato. È un accesso a senso unico e io ci sono ancora dentro».

 

 

Chi di noi saprebbe e potrebbe rinunciare alla rete e ai social oggi? La nostra vita, essendo noi esseri in cerca di senso (ci concepiamo come storie che hanno un destinazione), si costruisce sempre attorno all’idea che abbiamo della vita eterna: Dick non solo aveva visto che la vita eterna dei suoi contemporanei era manipolata dalla pubblicità, ma aveva anche pre-visto che nel futuro la vita eterna sarebbe stata nelle mani degli inventori di una forma di controllo più dolce e pervasiva, sostitutiva del reale. Il capitalismo della sorveglianza, come lo ha definito Shoshana Zuboff nel libro omonimo, ci trasforma in risorsa da cui trarre dati manipolando abilmente proprio il nostro desiderio di vita eterna: il metaverso ne sarà la realizzazione compiuta. Per quel che mi è dato vedere le nuove promesse di vita eterna riguardano infatti l’eliminazione definitiva del corpo (avatar nel metaverso e cyborg nell’universo), così da raggiungere la vittoria sulla natura e sul tempo, cioè quelle due cose che ancora ci costringono a morire. Nel romanzo di Dick infatti le tre stigmate di Palmer Eldritch menzionate nel titolo sono i segni che compaiono sul corpo di chi entra nel suo mondo parallelo: la propria mano, i propri occhi e la propria bocca diventano robotici, cioè l’azione, lo sguardo e la parola non sono più umani, si diventa sì felici, ma dis-umanamente. Noi non possiamo vivere senza vita eterna, ma spesso la costruiamo sul potere, la scorciatoia di chi è convinto che sia il controllo, e non l’amore, a conferirci un’identità e una presa talmente forti sulla vita da vincere anche la morte: assomigliamo a falene che continuano a bruciarsi le ali alla luce che le attrae o a uccelli che sbattono contro vetri che non sono il cielo ma lo riflettono. Chi ha la tecnica per vendere l’eterno sarà sempre il padrone del mondo e offrirà il suo oppio ai popoli, ma noi saremo liberi e felici solo quando costruiremo la vita eterna sull’amore. Un amico in attesa di un figlio, di fronte alle mie paure di mettere al mondo un figlio in questo mondo, mi diceva con serenità: «L’essere di questo bambino si giocherà sempre e solo su una cosa, quanto sarà amato e quanto amerà, il resto è di superficie». Ha ragione: io divento eterno, oggi, di lunedì, solo quanto e quando amo e sono amato, questo è «il reale della realtà», che non richiede dipendenze e fughe immaginarie, ma solo tanto coraggio e tanto corpo. Io per esempio non saprei che farmene di una vita eterna che non abbia la tenerezza dell’abbraccio della donna che amo, i volti degli studenti che ho seguito per anni, la chiacchierata con un amico, la bellezza di un panorama in montagna o di un cielo stellato in mezzo al mare come quelli che ho goduto questa estate, la felicità di mia nipote quando la faccio volare in aria, la musica di Beethoven o una pagina di Omero... La vita eterna a domicilio non è il dono di una droga del controllo, ma luoghi in cui il senso della vita trabocca perché sono pieni d’amore, da ricevere e da dare. Sta a noi scegliere dove e quali sono questi luoghi e contribuire a costruirli: ne va della nostra vita (eterna).


Un cuore danzante

di Alessandro D’Avenia

  

«Ho 23 anni e mi sento morto. Sto realizzando i miei progetti di studio e di lavoro, gli amici non mi mancano, ma sono sempre insoddisfatto. In questi ultimi mesi, in particolare, sento il mio cuore arido, di ghiaccio. Non c’è più amore nella mia vita: come rompere questa corazza per venire incontro alla vita e scoprire la mia vocazione?». Così mi scriveva un ragazzo qualche tempo fa. La metafora del ghiaccio mi ha ricordato i versi letti recentemente con i miei alunni: quando Dante arriva al fondo dell’inferno, contrariamente a quanto ci aspetteremmo, non ci sono fuoco e fiamme, ma una distesa gelata in cui i dannati sono incastrati. Il ghiaccio è generato dalle immense ali di Lucifero che con il loro movimento gelano l’acqua del fiume Cocito in cui sono immersi i peggiori peccatori, tra i quali ricorderete il conte Ugolino. Dante sa che all’opposto dell’amore, a cui attribuisce sempre il verbo muovere, non c’è l’odio ma il controllo e la paralisi: dove l’amore è assente non c’è iniziativa e creatività. Questa condizione di gelo infernale tocca molti ragazzi e non solo: cuori gelati dal disamore, menti irrigidite dalla paura, corpi assiderati dalla solitudine. Come perdiamo l’amore e quindi la capacità di andare incontro alla vita per scoprire la nostra vocazione?

 

 

Una cultura che mostra allo sfinimento che il mondo fa schifo (malattie, guerre, violenza...) e di pari passo impedisce la possibilità di cambiarlo è una cultura del controllo e della paralisi. Gli esiti, soprattutto sui giovani, sono due: ripiegarsi sul proprio malessere vivendo nel tentativo di lenirlo oppure partecipare alla distruzione, rivolgendola contro se stessi o contro gli altri. Ne ho avuto evidenza l’altro giorno, quando ho accompagnato mia nipote a una lezione di skateboard in un parco frequentato da giovani. Ho ascoltato uno di loro che, tra un’acrobazia e l’altra, diceva: «Io fumo tante canne, ma quando sento di diventare dipendente smetto perché non trovo più sollievo, poi però dopo un po’ ricomincio perché ne ho bisogno. Ma divento di nuovo dipendente e così ricomincia il giro: ci sta, per sopportare tutto...». Un dolore «anestetizzato» non trova esito creativo, come accade ad alcuni dei dannati danteschi che, con la testa rovesciata indietro, piangono lacrime che si cristallizzano nelle orbite oculari in una visiera di ghiaccio che impedisce alle successive di uscire, moltiplicando la sofferenza. Vedo sparire ciò che caratterizza l’uomo e soprattutto i giovani: la capacità creativa, cioè slancio e impegno per cambiare il mondo, inventando il nuovo, proprio perché ciò che si ha attorno non piace, non basta, fa soffrire. Nel giovane skater il dolore non si trasforma in lotta o almeno in domanda inquieta come per il giovane della lettera. Eppure proprio quel dolore, se non venisse disattivato, diventerebbe essenziale per trovare la vocazione o, come si dice in giapponese, l’ikigai (far coincidere ciò che sai fare, ciò che ami fare, il condividerlo a beneficio degli altri e guadagnarsi da vivere con questo, insomma «il motore della vita»). Le crisi di destini sono crisi educative: famiglia e scuola servono proprio a far fiorire l’ikigai di ciascuno. Il report «Impossibile 2022» per i diritti dei minori, appena presentato a Roma da Save the children, ha evidenziato che in Italia alla povertà materiale (1,3 milioni di bambini in povertà assoluta) si associa quella educativa: il 51% dei ragazzi di 15 anni non comprende il significato di un testo e non sa sviluppare un ragionamento. Non sono cose che capitano per caso: in Italia la spesa welfare per i minori è solo il 2% (la media europea è il doppio), e siamo l’ultimo Paese dell’Ue per spesa pubblica totale a favore dell’istruzione (l’Europa ci piace solo per certe scelte e infatti la spesa per la Difesa è perfettamente nella media europea). L’Istat ha rilevato nel recente Rapporto sul Benessere che nel nostro Paese un giovane su quattro tra 15 e 29 anni non studia né lavora, primato negativo in Ue, inoltre gli Italiani di 30-34 anni in possesso di un titolo di studio terziario (università e corsi post-diploma) sono il 27% contro il 41% dei coetanei europei. Un Paese con un impegno (welfare e istruzione) insufficiente per i minori va in bancarotta di vocazioni. La situazione è peggiorata ulteriormente, nell’ultimo periodo, per quella che è stata definita «implosione cognitiva» dei ragazzi, frutto della combinazione di: confinamento, dad, uso dei social, ore di sonno perdute e diminuzione dei rapporti con i pari. Quando la vita viene paralizzata e non incoraggiata, il gelo cala su cuori e teste. Si ha l’illusione della libertà perché si possono scegliere mille cose online e nel metaverso, mentre l’universo interiore è congelato. Il contrario del ghiaccio è il calore delle relazioni che fanno da grembo al nostro sé autentico, a qualsiasi età. La fame di nascere è più radicale della paura di morire, ma se quest’ultima prevale il problema è culturale: interiorizziamo a tal punto la morte che la preferiamo alla vita, ci sentiamo in colpa di vivere e diventiamo incapaci di movimento. Ci vuole una ribellione prima di tutto interiore che parta proprio dal dolore per trasformarlo in azione, come bisognava fare a scuola alla ripresa dal periodo di dad (invece durante le lezioni siamo ancora, a fine maggio, seppur distanziati e con finestre aperte, con le mascherine, non necessarie nei locali e nelle discoteche frequentate dagli stessi ragazzi). Occorre mettere in discussione: una politica incapace di prendersi cura dei cittadini nei luoghi che ne sono la manifestazione più evidente (ospedali e scuole); una televisione ridotta a un’arena di identità che si definiscono attraverso lo scontro (dal reality al talk show passando per il talent); una scuola che non aiuta a prendersi cura di sé e del mondo, non basando la maturazione sulla vocazione che fiorisce ma sulla quantificazione del sapere e quindi sulla competizione; la parte dei social che spinge a costruire l’identità a partire dall’invidia. Il ghiaccio che abbiamo nel cuore è l’esito infernale di una cultura del controllo e non delle relazioni buone, da cui può emergere l’ikigai di ciascuno. A tal proposito mi ha colpito il fenomeno definito «Great Resignation» accaduto in Lombardia nel 2021: il 10% dei lavoratori a tempo indeterminato (419.754 su 4,4 milioni di occupati) si è dimesso per cercare un maggiore equilibrio vita-lavoro e la metà di loro hanno meno di 35 anni. Non è abbandono del lavoro ma spostamento verso uno nuovo dove ci sono motivazioni e condizioni migliori. Il panorama può sembrare cupo ma ci sono già buone notizie, si sta dimostrando insostenibile la cultura del controllo, illusione moderna che pretende di realizzare la vita, individuale e sociale, attraverso il dominio (dell’anima, dell’altro, della natura). Urge invece incoraggiare una cultura della libertà attraverso le relazioni buone in cui l’espressione «sono libero» non sarà più sinonimo di «sono single», ma di «sono impegnato», proprio perché amando ed essendo amati il sé autentico trova la sua strada tra le mille menzogne e illusioni che promettono felicità al prezzo del controllo. In fondo nella lettera del ragazzo è già implicita la risposta nella sequenza: dolore, amore, coraggio, vocazione, per questo gli dico: accetta la tua crisi, entra nel tuo dolore, rispettalo e amalo come inizio di guarigione. Poi cerca maestri, amici, amori veri: riduci al minimo le relazioni essenziali e liberati di tutte quelle (fisiche e digitali) di controllo, a poco a poco, scoprendo la meraviglia che sei, troverai il coraggio di andare incontro alla vita anche se è dura, anzi scoprirai che proprio la sua resistenza è la materia prima della tua vocazione... E magari, invece di accendere la tv, tu che ancora hai la fortuna di comprendere un testo, leggi un libro che può dirti cose come quelle che da poco ha scritto un mio caro amico su Enea: «Nella storia di Enea la motivazione nasce soprattutto da un’esperienza d’amore, da un’esperienza relazionale. È proprio pensando alla moglie, al padre, al figlio, alle persone che ama, che Enea reagisce. In un tempo come il nostro, dominato dall’individualismo, non siamo più abituati a leggere la vita a partire dalle relazioni. E molto spesso vogliamo cercare solo dentro di noi, nella solitudine del nostro io, la motivazione per reagire, per poter fare la scelta giusta. Solo e soltanto quando la nostra vita entra in contatto con un amore diverso dal nostro io, lì scatta quella responsabilità che ci fa fare delle scelte che normalmente non faremmo. E se la prima cosa da fare è reagire, noi reagiamo sempre per amore di qualcuno» (Luigi Maria Epicoco, La scelta di Enea). Lo conferma Dante che, più si avvicina all’Amor che move il Sole e l’altre stelle, più vedrà uno scenario opposto a quello della paralisi glaciale: danza e coralità aumentano passo dopo passo(l’amore muove e com-muove, muove altri insieme). Sicuramente nel poeta agisce l’immagine della «pericoresi», termine greco che descriveva una bellissima danza circolare e che la teologia scelse per indicare la relazione tra le persone della Trinità in cui «il noi» è più della somma dei singoli e trabocca coinvolgendo gli uomini in grado pari all’amore che vogliono ricevere e dare, come accade in una coppia che dà la vita. L’opposto del cuore di ghiaccio è un cuore danzante: quando smettiamo di danzare, individualmente e socialmente, è perché abbiamo preferito il Controllo, che ci toglie la fatica di diventare noi stessi, all’Amore che invece liberi ci rende veramente, perché ci dà il coraggio di diventare noi stessi, costi quel che costi


Il giardino segreto

 

Alessandro D'Avenia

 

 

 

Nei dialoghi che ho con i lettori non manca mai la domanda sulle abitudini di scrittura: luoghi, tempi, trucchi... La curiosità riguarda in realtà quella cosa di cui, chi lavora di «ispirazione» è testimone: l’esistenza della vita spirituale, da cui dipende poi la vita quotidiana. Non sappiamo dove sia questo luogo di cui chiediamo «la posizione» a coloro che ci sono stati, perché è in quest’eden, che spesso crediamo perduto o inventato, che si trova la felicità: è lì che la vita è sempre piena di pace anche nei momenti difficili, come il mare calmo pochi metri sotto una superficie in tempesta. Proviamo allora a riconquistare l’aggettivo «spirituale» — oggi ridotto a sinonimo di «immaginario», «lontano dalla vita», «strano», «senza corpo» — partendo proprio dalla parola «ispirazione».Ispirato è qualcuno che fa con sorprendente naturalezza qualcosa. «In-spirato» è «chi ha ricevuto un soffio», la parola spirito viene infatti da «spiro» (soffio). La vita è quindi «in-spirata» quando qualcosa «soffia dentro», dove «dentro» è lo spazio in cui ciò accade: la vita interiore. Vita spirituale (soffio) e vita interiore (spazio) sono necessarie a ricevere e dare vita, cioè a essere vivi e non semplicemente viventi. Per i Greci l’ispirazione era infatti dono divino accolto da chi lo invoca e da donare agli altri: Omero nel primo verso dell’Odissea chiede alla Musa letteralmente di «dirgli dentro» quello che lui canterà poi agli uomini. E noi come facciamo a essere in-spirati, a ricevere questo soffio?Anche nella tradizione giudaico-cristiana compare da subito il soffio. La Genesi sin dal secondo versetto dice che «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Lo spirito in ebraico è ruah, soffio, e le acque non indicano il mare, non ancora creato, ma il caos. Il verbo «aleggiare» nel testo significa in realtà «covare»: lo spirito di Dio, che è Amore, porta il caos della storia alla forma, come una chioccia. Quello stesso «soffio» che spinge tutto a compimento, cioè alla piena bellezza di ogni cosa, viene «in-spirato» da Dio dentro un pugno di terra: Adamo (letteralmente il Terroso) diventa vivo come «corpo in-spirato», che è chiamato a ricevere «supplementi» di «soffio» per diventare sempre più vivo proprio custodendo e lavorando il giardino, l’eden, che gli viene affidato.Che cosa ti ispira di più? Chiediamo a chi deve fare anche una semplice scelta in un menù. L’ispirazione è quindi la relazione tra un soffio che viene da fuori (spirito) e lo spazio di accoglienza (interiorità), come il vento con una vela: chiunque sia stato in barca a vela conosce la bellezza silenziosa di questa spinta che si traduce in movimento sulle acque. La persona ispirata, qualsiasi cosa faccia (da una torta a una poesia), si muove luminosa, agile, bella. Questo vogliamo anche noi: bellezza, luce, agilità nell’azione, in sintesi quella allegriache ha la stessa radice di alacre (veloce, desto), il contrario della pesantezza e lentezza di chi non è ispirato: nave che non si muove.Quindi quando si domanda all’artista: «come fai?», gli si chiede come ricevere il soffio e come custodirlo. Se non c’è vita spirituale (soffio) e interiore (vela) non c’è in-spirazione: tutta la nostra vita smette di essere originale, cioè origine del nuovo, e si ferma. Come tessere questa vela in cui il mondo ci in-spira: «soffia dentro»? Creando situazioni/occasioni “interiori” cioè di ricezione attiva: lettura, preghiera, silenzio, ascolto, natura, arte, dialogo amicale o amoroso... tutte ciò che, non consumabile nel momento in cui lo si riceve, riempie quella che lo scrittore Milan Kundera chiama «memoria poetica». Ma questo non è possibile se riceviamo solo non-cose che si spacciano per cose, informazioni e non presenze, fantasmi e non corpi.Per guarire da questa «assenza» delle cose che porta alla disperazione, il filosofo coreano Byung-Chul Han, professore a Berlino, si è messo a coltivare un giardino e ne ha tratto un libro prezioso: Elogio della terra. In una recente intervista al Corriere ha detto: «È dipeso dalla digitalizzazione il fatto che io, sette anni fa, abbia provato un forte bisogno di essere vicino alla terra. Con la digitalizzazione non abitiamo più il cielo e la terra, bensì Google Earth e il Cloud. Così decisi di allestire un giardino. A quel tempo lavoravo ogni giorno, non di rado fino allo sfinimento. Il giardino mi ha restituito la realtà. Contiene molto più mondo dello schermo. Lo chiamai Bi-Won (“giardino segreto” in coreano). Volevo che fiorisse anche in inverno. Così vi ho piantato soprattutto fiori invernali. Da questi anni di lavoro che mi hanno riempito di gioia ho imparato soprattutto che in giardino non si prova quella depressione il cui sintomo principale è la povertà di mondo. Il giardino è assai ricco di mondo. Io credo che la pandemia che ci costringe davanti allo schermo ci allontani ancora di più dal mondo, alienandoci. È proprio l’esperienza della presenza a darci il mondo. La digitalizzazione conduce invece a una povertà di presenza e quindi di mondo, fino ad arrivare a non percepirlo più se non le sue informazioni. La digitalizzazione ci sottrae l’esperienza della presenza, portatrice di gioia. Il giardino è un antidoto all’informatizzazione del mondo».Per questo sorrido amaramente quando sento chi vuole riempire le aule scolastiche, anche dei più piccoli, di tablet invece che di piante, di ore di coding anziché di giardinaggio, di non-cose anziché di cose. A tal proposito il filosofo continua raccontando del suo recente viaggio in Italia: «A Roma sono stato molto felice. Amo le chiese cattoliche. Ho fatto dei giri in bicicletta visitandone a centinaia. In tal modo ho scoperto una chiesa meravigliosa (San Bernardo alle Terme) che mi ha donato un’esperienza di presenza, così rara al giorno d’oggi. Questa chiesa è davvero piccola. Quando si entra ci si trova subito sotto una cupola decorata con forme ottagonali e quadrate che diventano sempre più impercettibili verso la cima, tanto che dal punto di vista ottico la cupola comunica un senso di risucchio verso l’alto. Attorno al vertice della cupola, che reca l’immagine della colomba dorata, sono disposte delle finestre attraverso cui irrompe la luce. La colomba dorata si libra nel cielo. Tutto questo va a comporre un interlocutore sublime munito di un vortice verticale che mi ha letteralmente sollevato. Mi sono librato verso l’alto, e ho compreso cos’è lo Spirito Santo. Non è altro che l’Altro. Non conosciamo più l’Altro. Lo smartphone fa sì che trasformiamo l’Altro in qualcosa di consumabile, convertendo il tu in un oggetto. Mediante la digitalizzazione del mondo scompaiono anche le cose. Questa cupola mi ha regalato un’esperienza gioiosa, un’esperienza di presenza nel bel mezzo di un ambiente sacro».

 

L’esperienza di presenza, fonte di ogni ispirazione, è proprio ciò che stiamo perdendo e con essa la gioia. Quest’uomo trova lo «spirito» in un giardino, viene in-spirato dal soffitto di una piccola chiesa, incontra un «tu non consumabile»: la sua «memoria poetica» viene così riempita dalla «presenza», spirito e corpo diventano tutt’uno come in amore. Nella tradizione cristiana infatti lo Spirito con la maiuscola è l’Amore in persona, soffio che cova il caos della storia, di ogni storia, fino al suo compimento di bellezza nel giardino: l’Amore muove Omero e muove il mare, scriveva il poeta russo Mandel’štam.

Il giardino è l’incontro tra spazio interiore aperto e attivo (curare i semi, pedalare, visitare le chiese...) e l’esperienza di presenza delle cose (fiore, città, chiesa): l’amore ci raggiunge e riempie solo così, solo in questi incontri con la vita. Le non cose, informazioni e immagini, di cui ci riempiamo ogni giorno si depositano come polvere che a poco a poco appanna gli occhi e inceppa il cuore, invece nella memoria poetica penetrano e restano solo le cose presenti cioè «amanti» e «amate». Dobbiamo recuperare, lo dobbiamo alle nuove generazioni, questo incontro con la realtà per liberare la vita «spirituale», che non significa «immaginaria» «disincarnata» «bizzarra» ma il contrario: piena presenza di noi a noi stessi e al mondo, cioè gioia.

 

 

Noi non ricorderemo le «non-cose» del meta-verso, cioè quelle che portano altrove da noi, ma «le cose» dell’uni-verso, cioè quelle che dalla loro varietà portano all’amore. Le non-cose ci portano lontani da noi: non c’è soffio ma bonaccia piena di miraggi, come quella che avvolge la nave di Ulisse prima dell’arrivo delle Sirene. Invece il soffio che in-spira mette in moto.Spegniamo lo schermo almeno un poco e dedichiamoci a un «giardino segreto» nella forma che ci è più consona: che cosa ci permette di fare esperienza della presenza? L’eden non è perduto ma a portata di vita quotidiana, e i responsabili della nostra in-spirazione siamo noi: io mi metto davanti alla pagina bianca non perché sono ispirato ma proprio perché l’ispirazione accada, quel bianco è spazio di accoglienza, il contrario di ciò che si dice della pagina bianca, è aperta non vuota. L’ispirazione è la sorella minore del lavoro quotidiano. Voi che cosa curerete oggi? Dov’è il vostro giardino segreto?


Non ti disunire 

Alessandro D'Avenia

 

«Non ti disunire!» urla più volte il regista Antonio Capuano a Fabio Schisa, adolescente protagonista del film «La mano di Dio» di Paolo Sorrentino, candidato all’Oscar. Fabietto, così lo chiamano, intrattiene una chiacchierata notturna con l’artista a cui ha confidato di voler fare cinema, ma non capisce il reiterato comando e chiede spiegazioni. Sul far dell’alba, di fronte al mare, arriva la risposta: per raccontare bisogna essere onesti con il proprio dolore, la sola cosa che abbiamo da dire. La scena mi ha commosso e mi sono trovato ad analizzare la composizione spirituale delle mie lacrime.

 

Vi ho trovato il dramma che viviamo ogni giorno: la nostra dis-integrazione interiore e, sua diretta conseguenza, la dis-unione esteriore. Siamo soggetti frantumati individualmente e socialmente, i cui pezzi (in-dividuo vuol dire ciò che non può essere più diviso) raramente riescono a unificarsi attorno a qualcosa che dia senso e gusto alla vita.

 

La testa, il cuore, il corpo lottano tra loro per avere la meglio e ciò che uno di loro ottiene non va bene per l’altro: amiamo persone che ci fanno del male, mangiamo o smettiamo di mangiare per un vuoto incolmabile, ci abbandoniamo a dipendenze consolanti ma distruttive, non capiamo il senso del dolore anche se ci assedia... La nostra vita è un campo di battaglia in cui siamo noi a fare la guerra a noi stessi, per poi riversare la nostra dis-integrazione sul mondo e sugli altri, rendendoli ora colpevoli ora vittime.

 

Tutto questo dimostra che noi, per essere felici, dobbiamo essere «uniti», in noi e con gli altri. Ma come fare? Come può essere proprio il dolore, che ci rende mancanti, fragili e incompleti a darci unità?

 

Martedì 12 febbraio 1952, 70 anni fa l’altro ieri, usciva in quattro mila copie Il visconte dimezzato del quasi trentenne Italo Calvino. Il primo di una trilogia (gli altri due sono Il barone rampante del ’57 e Il cavaliere inesistente del ’59) che Calvino intitolerà I nostri antenati, delineando un percorso (parole dell’autore) «sul come realizzarsi esseri umani: nel Cavaliere inesistente la conquista dell’essere, nel Visconte dimezzato l’aspirazione a una completezza al di là delle mutilazioni imposte dalla società, nel Barone rampante una via verso una completezza non individualistica: tre gradi d’approccio alla libertà... un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me».

 

E così Medardo, giovane conte di Terralba, in una guerra contro i Turchi, nel XVIII secolo, viene spezzato in due da una palla di cannone, le due metà, curate, sopravvivono nel Gramo e nel Buono. Calvino non narra la mescolanza di male e bene caratteristica dell’uomo, ma la sua faticosa ricerca di completezza. Una guerra interiore ci spezza, ci rende impossibile essere noi stessi e rapportarci alla realtà in modo sano. Da un lato c’è la bestia, il Gramo, che tutto taglia, gli altri e il mondo, dall’altro c’è l’angelo, il Buono, che tutto aggiusta, gli altri e il mondo. Entrambi impongono alla realtà il loro modo di essere «mutilato»: il Gramo vuole rendere tutti cattivi, il Buono vuole rendere tutti buoni, nell’uno e nell’altro caso ignorando l’altro così com’è, nella sua realtà e libertà.

 

Due ritratti delle nostre vite «schizzate» (dal greco tagliate, come in schizofrenico), polarizzate da manicheismi ideologici e moralistici, simili al tifo tribale da stadio: destra e sinistra, vax e no vax, atei e credenti... Semplificazioni che torturano la complessità delle persone per infilarle in taglie «dimezzate», con cui «sistemiamo» il mondo, dividendolo in buoni e cattivi, puri e impuri, perché questo ci fa sentire forti, ma nasconde l’incapacità di ascoltare l’altro con la sua storia, cosa che richiede tempo, assenza di pregiudizi e di condanne preventive.

 

Il punto di arrivo di questo atteggiamento non può che essere quello di partenza: la guerra fra i dimezzati. Infatti le due metà di Medardo, dopo aver esasperato Terralba con i loro eccessi, finiscono a duello. Entrambi si feriscono mortalmente sul lato «tagliato», riaprendo le ferite, ma proprio questo consente a un dottore di ricucire le due parti: Medardo si salva e scopre che l’unica cosa che avevano in comune le sue metà è l’amore. Sia il Gramo sia il Buono si erano infatti innamorati di Pamela: l’amore è energia unificante, che accetta (accoglie) e non accetta (taglia). L’unità, in noi stessi e con gli altri, viene dall’amare e dal lasciarsi amare. L’uomo non è né solo bestia né solo angelo, né solo spirito né solo carne, ma spirito incarnato, e l’amore ha il potere di unire lo spirito e la carne in modo sempre più completo, cosa che si manifesta con un profondo e stabile senso di pace, segnalato dal dilagare di app che aiutano a rilassarci, meditare, dormire.

 

Ma non basta mai, perché il problema è più profondo. Un bambino piccolo, dopo aver rotto un vaso, non va forse a gettarsi proprio tra le braccia del padre o della madre? Vuole sapere se a essere andato in frantumi è un oggetto o lui stesso. E solo l’amore può dargli la risposta: tu resti intero anche se hai fatto questo. Il bambino non si identifica più con il suo errore, ma con l’abbraccio che gli è dato.

 

Il Medardo diviso di Calvino è antenato del Fabio di Sorrentino, ma la nuda e inguaribile verità del suo dolore, necessaria al ragazzo per «non disunirsi» e poter raccontare storie, a mio parere non basta. Il dolore, che ci spezza e divide, è proprio l’occasione con cui la vita ci porta all’amore e porta l’amore a noi, perché solo l’amore può suturare le nostre ferite. Ogni mancanza, caduta, dolore, cioè ogni divisione interiore, ci ricordano che siamo incompleti, conducendoci sull’abisso in cui scopriamo se la nostra vita è appesa al nulla o all’amore, o almeno alla speranza di viverlo. Questa vertigine fa così paura che invece di affacciarci, fuggiamo o restiamo a distanza, continuando a cercare colpevoli, dentro e fuori di noi, per la nostra incompletezza. Lo confessa il narratore del romanzo, il nipote di Medardo, quando lo zio è ritornato intero: «Io invece‚ in mezzo a tanto fervore d’interezza‚ mi sentivo sempre più triste e manchevole. Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane».

 

Non credo sia questione di età, l’incompletezza è propria del nostro essere uomini: uno si crede incompleto perché lo è. E la felicità comincia da questa mutilazione, altrimenti non avremmo bisogno di amare e lasciarci amare.

 

 

«Non ti disunire» per me significa «non aver paura di amare». Uno si crede incompleto ed è soltanto uomo.


Vita eterna

di Alessandro D'Avenia

 

  

Achille Lauro, auto-battezzandosi sul palco di Sanremo in apertura del festival della canzone italiana, ha voluto rappresentare la sua rinascita, ribadendo, attraverso lo scimmiottamento del rito, che siamo fatti non per morire ma per rinascere, cioè per una vita eterna.

 

Ma che cosa è la vita eterna?

 

I Greci dicevano vita in due modi: zoé, la vita come mero essere viventi, e bíos, la vita che trova la sua realizzazione nella città, attraverso l'azione etica e politica. Anche Achille, l'eroe omerico, riceve una specie di battesimo: alla nascita viene infatti immerso nell'acqua del fiume degli Inferi, lo Stige, per essere reso invulnerabile, ma il tallone da cui la madre lo tiene sospeso resta asciutto. È un'immagine potente dell'aspirazione dell'uomo all'immortalità: la morte è il nostro tallone d'Achille.

 

Il cristianesimo assume, modifica e amplia questo orizzonte. Anche nel vangelo di Giovanni Cristo distingue il semplice essere in vita, ma con la parola psychè (il soffio vitale che finisce con la morte) e l'essere vivi, cioè avere in sé una vita che non muore mai, zoé: usa il termine che i Greci usavano per la vita naturale, ma lo trasforma. Dice che egli è venuto a rischiare «la propria vita» naturale (psychè) perché gli uomini «abbiano la vita (zoé) in sovrabbondanza» (Gv 10), cioè vita che non si esaurisce mai. La parola è infatti da lui unita in altri passi del vangelo all'aggettivo «eterna» (zoé aiónios), che non è la vita dopo la morte, altrimenti eterna non sarebbe perché comincerebbe per l'appunto dopo l'evento mortale. E allora che cosa è questa vita eterna?

 

La vita eterna di cui parla Cristo non è né la vita che hanno tutti gli esseri viventi (psychè), né la vita di impegno per ottenere la virtù e la conoscenza dei famosi versi dell'Ulisse dantesco (bíos), ma è la vita stessa di Dio che viene data all'uomo (zoé aiónios). La vita eterna non comincia dopo la morte ma c'è sempre, quel «per sempre» che invochiamo quando facciamo rara esperienza dell'eterno nella vita «di sempre», per esempio quando siamo innamorati.

 

Ma come può l'uomo ricevere costantemente questa vita eterna e non solo in momentanei bagliori? Secondo il cristianesimo proprio con il rito del battesimo (dal greco: immersione) in cui l'acqua è segno di ciò che avviene al battezzato: muore e rinasce.

 

Nel battesimo l'uomo della vita solo naturale muore, si lascia la morte alle spalle, e rinasce con la vita di Cristo, la vita eterna, non nel senso che non morirà (anche Cristo è morto), ma che, come è accaduto al Figlio di Dio, la morte non avrà mai l'ultima parola.

 

Il battezzato è «vivo» perché partecipa alla vita di Dio: tutti gli eventi di morte sono per lui episodi «di passaggio», cioè di parto, di rinascita. Il battesimo inaugura questa possibilità di rinascere sempre, ma è compito del credente renderla sempre più cosciente e attiva, realizzandola nella sua storia in modo unico e originale.

 

Quando Achille Lauro si auto-battezza, sulle note d'una Domenica profana, imita il rito ma al tempo stesso lo nega, perché il battesimo si riceve da altri, come la vita. Nel rito non sono io che dico «Io, Alessandro, mi battezzo» ma qualcuno dice «Alessandro, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito».

 

Il mio nome viene pronunciato nell'Amore, che vuole preservare dalla morte l'amato. Chi non lo farebbe per la persona amata se potesse? La frase del battesimo è come sentirsi dire: «tu non devi mai morire».

 

Ecco, Cristo pretende di farlo a me.

Ci riesce?

Per quel che ne so posso dire di sì ed è la cosa di cui sono più grato alla vita.

 

Sono stato battezzato pochi giorni dopo la nascita, come se mi avessero aperto un conto in banca a credito illimitato, ma crescendo ho dovuto decidere liberamente se rinnovare il conto (Confermazione e Riconciliazione sono il rinnovamento maturo del battesimo). L'essere messo di fronte all'esito della vita naturale senza mezzi termini, mi ha protetto dall'illusione che la morte non esista e da quella di poter rendere invulnerabile, con le mie forze, la mia vita naturale. Ricevere la «vita eterna» mi spinge a mettere tutte le mie energie per amare la vita naturale, non come fine ma come occasione per far accadere quella eterna, in me e attorno a me, nel rapporto con il mondo e con gli altri.

 

Come me ne accorgo? Me la godo sempre, anche quando c'è poco da ridere, anche quando ho gli occhi pieni di lacrime. Da un lato non perdo mai la speranza, la fiducia e l'amore per la vita, anche quando faccio esperienza, in me e accanto a me, della morte: dolore, paura, rabbia, delusione, disincanto, smarrimento, stanchezza... mi accompagnano ma non sono mai solo e disperato nell'attraversare questi deserti provvisori.

 

Dall'altro guarisco a poco a poco dalla radice di ogni infelicità, l'individualismo, quella pretesa di poter essere felice da solo, con le mie forze e a prescindere dagli altri se non contro di loro.

 

Non sono ossessionato dalla sicurezza, ma spinto a rischiare la vita: per esempio voglio bene ai miei studenti non solo per motivi etici o professionali, ma perché attingo a un'energia non mia, quella di chi ama (sente la vita altrui come la cosa più preziosa) perché si sente sempre amato (sente la propria vita come la più preziosa: questo significa amare il prossimo come se stessi, cioè come si è amati).

 

Il battesimo è per me adrenalina erotica che rende la mia vita sempre attiva e creativa anche nei momenti di buio: se perdo tutto non perdo niente, perché ho già tutto. Non posso per questo dimenticare «La bacinella battesimale» il secondo capitolo di quel capolavoro che è la Montagna incantata di Thomas Mann, un romanzo che nel 1924 fa il punto su tutta la storia dell'Occidente. La bacinella è simbolo della vita che unisce il protagonista, Hans Castorp, ai suoi antenati: ospita infatti l'acqua per i battesimi della famiglia da più di un secolo. In quell'oggetto Hans vede lo scorrere del tempo che divora tutte le vite, ma anche la sua sconfitta che è sconfitta della morte: «una sensazione dalla quale aveva desiderato di essere nuovamente colpito: per amore di essa aveva tenuto a farsi mostrare l’oggetto ereditario, fisso e ad un tempo in moto».

 

Quella bacinella, in apertura di un libro che il narratore stesso definisce un «romanzo del tempo», cioè che ha il tempo come protagonista (o antagonista), è la chiave dell'intera storia: noi, tempo fatto carne, non siamo in cerca dell'immortalità ma della vita eterna.

 

 

Da Achille ad Achille.


Una goccia di mistero

 

Alessandro D’Avenia

 

Al mattino di venerdì 28 gennaio del 1972, 50 anni fa fra quattro giorni, nella stanza 201 della clinica Madonnina di Milano, dove era ricoverato da dicembre per un tumore, un uomo di 66 anni sente che la fine è vicina e chiede alla moglie di fargli la barba: «Voglio che la morte mi trovi in ordine». Il suo nome è Dino Buzzati, a cui sono legato da quando, sedicenne, lessi «Una goccia», racconto pubblicato per la prima volta il 25 gennaio del 1945 su questo giornale per cui lavorava, e inserito nei Sessanta racconti, l’antologia da lui stesso curata e con cui nel 1958 vinse il premio Strega. Mi colpì a tal punto che lessi d’un fiato gli altri racconti di quel libro che avevamo a casa. Comincia così: «Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso a letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale». Leggendo riconoscevo tutte le mie domande sul mistero, a cui Buzzati dava cittadinanza in me. Ma che cosa è il mistero?

 

Nel mondo antico i misteri (dal greco stare a bocca chiusa) erano riti iniziatici nei quali si entrava in contatto con il divino.

 

Con il cristianesimo vennero infatti chiamati misteri i sacramenti, per indicare come i cristiani entrano in contatto con Cristo, che è il mistero per eccellenza: l’unione di divino e umano nella stessa persona. Nel ‘900 il filosofo Gabriel Marcel ha chiarito la distinzione tra problema e mistero: il primo è ciò che non ha ancora soluzione, ma, se pur a fatica, sarà risolto, come i problemi matematici o pratici; il secondo è un orizzonte di verità, non possiamo risolverlo una volta per tutte, ma approfondirlo dà senso alla vita perché fa crescere l’anima che vogliamo avere, come di fronte al mistero del dolore o della morte.

 

La rimozione del mistero o la sua riduzione a problema, tipico dell’ebbrezza tecnologica (la morte sarà sconfitta, il dolore eliminato...) in realtà ci rende infantili. L’uomo maturo invece risolve problemi e rimane di fronte al mistero senza scappare. Così fece Buzzati, come scrisse il poeta e amico Eugenio Montale nel suo necrologio: «Tutta la realtà, la vita stessa, gli oggetti erano per lui segnali dell’altrove, erano una porta che un giorno avrebbe potuto aprirsi. E Dino poteva tranquillamente ostinarsi a bussare. E così fu per lunghi anni». Con la scrittura e la pittura l’autore bellunese continuava ad ascoltare il mistero, come fanno le anime semplici, proprio come accade con la goccia: «Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, piccola ignorante creatura. Se ne accorse a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Corse a svegliare la padrona. “Signora! C’è una goccia, signora, una goccia che vien su per le scale!”. “Che cosa?” chiese l’altra sbalordita. “Una goccia che sale i gradini!” ripetè la servetta. “Va’, va’” imprecò la padrona “Sei matta? Torna a letto! Hai bevuto, vergognosa!”».

 

Anche oggi, chi segnala e indaga il mistero, cioè tiene viva la domanda su Dio, sul destino, sul senso della vita, viene spesso preso per ingenuo, ubriaco o pazzo. Buzzati non rinunciò a questa indagine sino all’ultimo istante della sua vita, come il protagonista della sua opera più bella, Il deserto dei Tartari (1945), a torto ritenuta tragica da chi vuole ignorare il «misterioso» sorriso finale del protagonista. Infatti di quel libro Buzzati diceva: «È il libro della mia vita, perché quando stavo scrivendo capivo che avrei dovuto scriverlo per tutta la durata della mia esistenza e concluderlo solo alla vigilia della mia morte».

 

All’inizio del mio percorso di insegnante di liceo raccolsi degli studenti, con i quali, un pomeriggio a settimana, leggevamo ad alta voce, nel teatro della scuola, dei racconti, senza interrogazioni. Lessi loro «La goccia». Furono così presi che decidemmo di metterlo in scena. Il pubblico ammutoliva come le persone del racconto che «di giorno» si fingono immuni da certe domande: «Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l’uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva... Che strana vita. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: — domandano con buona fede — un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora — insistono — sarebbe un’allegoria? Si vorrebbe simboleggiare la morte? o qualche pericolo? e gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni? Le terre lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico? No, assolutamente. Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura».

 

Grazie a Buzzati ho imparato a non aver paura di aver paura, perché quando la fuggiamo perdiamo i suoi doni «misteriosi». Chi non ha paura della morte, del dolore, della solitudine, degli eventi inattesi... cioè di tutte «le gocce che salgono» nelle nostre notti interiori? Ma solo affrontando la paura si trova il coraggio, come ha fatto Buzzati, fino al pomeriggio di quello stesso giorno in cui aveva chiesto alla moglie di sbarbarlo: morì baciando un crocifisso, benché non si dicesse credente.

 

 

Ma chi è credente se non chi, aderendo alla realtà, continua a bussare alla porta del mistero sino all’ultimo istante?


Stato di grazia

 

Alessandro D'Avenia

 

Ho dedicato un’ora intera al primo appello del nuovo anno, chiedendo a ciascuno dei ragazzi la parola-guida per il 2022. La parola ci precede: l’abbiamo dentro e ci guida, ma solo se la nominiamo con precisione, perché faccia accadere ciò che segnala, altrimenti la vita possibile, in essa custodita, muore. Così il primo appello dell’anno è diventato un elenco di «sinonimi» dei loro nomi: Ricerca, Speciale, Coltivare, Scoperte, Aggiornamenti, Focalizzazioni, Armonia, Rinascita, Esplorazione, Emergere, Ritrovamento, Fruttuoso, Mongolfiera, Potenziamento, Diverso, Esperienza, Cambiamento... Parole che tradiscono quel «desiderio» di cui parlavo la settimana scorsa e che oggi vorrei approfondire.

 

Come fare a scoprire ed educare questo principio di animazione che ci abita e ci rende capaci di moltiplicare la vita in modo inedito e gioioso? Il desiderio autentico è una fonte celata in noi, da cui scaturiscono ogni pensiero, parola e azione nuovi e creativi, ma è spesso sepolto sotto i detriti di falsi desideri indotti dalla cultura dominante e dalle ferite che abbiamo, ma è solo l’acqua di questa fonte che ci porta alla terra promessa a ciascuno di noi. Il desiderio autentico lo si riconosce infatti perché è libero, originale, audace, fecondo, non mortifica mai la vita ed è capace di abbracciare fatica e impegno come materia del suo realizzarsi: chi vi attinge trasforma l’aridità di un campo in giardino. Il desiderio autentico ci porta a prendere posizione in favore di qualcosa per cui siamo disposti a dare (la) vita, un pezzetto di mondo per cui ci scopriamo insostituibili: è unicità realizzata, fatta carne. Ma come scoprire questa fonte per potervi attingervi costantemente?

 

Risponde alla domanda un personaggio che ho amato nel bel libro di W. Somerset Maugham, «Il velo dipinto», dicendo a Kitty, l’infelice protagonista: «Ricordati che compiere il proprio dovere non è nulla, e che non si acquista più merito, a compierlo, di quanto se ne acquisti a lavarsi le mani. La sola cosa che conti è l’amore del dovere; quando amore e dovere saranno tutt’uno in te, allora sarai in stato di grazia e godrai di una felicità che supera ogni comprensione».

 

Lo stato di grazia è la coincidenza di amore e dovere: quando si agisce per amore e per amare. Quando io studio, spiego, scrivo, anche se mi costa fatica, sono in stato di grazia, e quella fatica si trasforma in luce, come fa la dinamo di una bicicletta, perché su tutto prevale il sentimento di una vita piena di senso. Non mancano i momenti in cui sembra invece prevalere un dovere disgraziato (senza grazia), quelli in cui mi pare di fare le cose solo perché vanno fatte: la spesa, le faccende di casa, le riunioni... ma poi cerco il modo di portare l’acqua del desiderio anche in questi «campi», così da trasformarli in stati di grazia (faccio la spesa immaginando che cosa creerò e per chi, pulisco mentre ascolto un audiolibro, partecipo a una riunione provando a cercare soluzioni che alleggeriscano le fatiche altrui).

 

Siamo pronti a tutto se ci liberiamo dai desideri che crediamo nostri — li abbiamo interiorizzati a tal punto da crederli tali — e se ci mettiamo al servizio del desiderio autentico. I desideri falsi portano infatti in stato di «disgrazia», come dice perfettamente Mariangela Gualtieri in questi versi di «Quando non morivo»: «Questo giorno che ho perso

e che non ha fruttato

se non una mestizia, il puntiglio

del suo modesto mucchio

di faccende.

 

Questo giorno che ho perso

ed ero nell’esilio

dentro panni che non erano miei

e scarpe che mi disagiavano

e tasche che non riconoscevo

e correvo correvo puntuale

senza neanche un dono

per nessuno. Solo un vuoto, corto

respirare. A conferma che nel disamore

il fare anche se fai resta non fatto».

 

Un giorno senza vero desiderio è vuoto.

 

Perché il fare sia pieno di grazia, la sua fonte (il desiderio) va liberata dal disamore e incanalata verso la terra che spetta a noi curare. Il desiderio autentico fa fiorire la nostra terra-vita, i desideri falsi invece la rendono sterile. L’educazione serve a liberare e far scorrere il desiderio autentico. Perché ciò accada, come suggerisce Massimo Recalcati, l’educatore è chiamato a: essere lui per primo testimone del desiderio autentico; far sentire il bambino/adolescente desiderato; costruire argini (l’esperienza dei limiti e dei no) perché il desiderio zampillante del bambino/adolescente non si blocchi o disperda (se repressa, l’energia dei portatori sani di desiderio diventa inevitabilmente distruttiva o autodistruttiva) ma si indirizzi al suo «campo»; non mettere chiuse (paura, mancanza di fiducia, aspettative soffocanti, controllo, sensi di colpa, indifferenza...) che fanno stagnare la pura acqua di fonte che la terra assetata aspetta da ciascuno dei nuovi.

 

 

Quest’acqua trasforma la terra in un giardino, quell’eden che troppo spesso crediamo di aver perduto, quando invece è solo da fare.


 

 Invito a cena con Dostoevskij

 

di 

Alessandro D’Avenia

 

 

Era un torrido pomeriggio di luglio del 1992 quando lo incontrai la prima volta. Avevo 15 anni e mi aggiravo per casa in cerca di qualcosa da fare. Neanche la televisione poteva lenire la mia noia, e così mi aggrappai a ciò che negli anni ‘90 era ancora un salva-gioia: i libri. Stavo percorrendo con lo sguardo il dorso dei volumi che avevamo in casa, quando in lettere d’oro su cartone blu vidi: «Delitto e castigo». Aprii la prima pagina, un’edizione ingiallita di inizio secolo e fittamente stampata che ho ancora, e lessi: «All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K». La coincidenza con il luglio torrido, la curiosità per il giovane (perché era indeciso?) e le iniziali per indicare luoghi da non svelare, mi portarono a sedermi - le parole avevano già avuto la meglio sul corpo - e a leggere di un ragazzo di nome Raskòl’nikov che si appresta a commettere un omicidio. In pochi istanti ero stato catapultato da un certo Dostoevskij, l’11 novembre ricorrono i 200 anni della sua nascita, in una trama sinistramente coinvolgente. Così inizia la mia storia con lui, come raccontavo qualche sera fa a degli amici che mi avevano invitato a cena proprio per parlare di Dostoevskij. Ma perché volevano rovinarsi la squisita cena a quel modo e perché proprio lui mi catturò a 15 anni (divoravo libri fantasy e fumetti, non certo mattoni russi)? Perché certi autori ci prendono per mano e ci accompagnano per tutta la vita?

 

Amiamo gli artisti che ci svelano la ricerca che noi stessi, a nostra insaputa, stiamo facendo. Ogni opera d’arte è il tentativo dell’autore di darsi una forma dando una forma a qualcosa. Il nostro vivere non va verso la morte ma verso una nascita sempre più piena, siamo esseri incompiuti e chiamati a nascere ogni giorno di più, per questo non possiamo fare a meno della bellezza, l’ostetrica della vita rinnovata. Alcune opere ci fanno nascere di più, perché l’autore si è (ri-)creato, (ri)creando, nel modo di cui abbiamo bisogno proprio noi. Per questo non ho più lasciato Dostoevskij, perché il suo sguardo sulle cose era quello di cui avevo e ho sempre bisogno: la passione per l’uomo e quella per Dio. Lo scrittore russo non esclude mai il divino dalla realtà, nella quale il divino si mostra a chi ha occhi attenti: Dio si manifesta nel quotidiano solo a chi lì lo cerca. Inoltre nei suoi romanzi la presenza delle domande che chiamo «irrispondibili» mi faceva sentire preso sul serio nelle mie inquietudini, perché è proprio l’inquietudine (il gioioso dramma della libertà che mi porta a rileggere spesso la Leggenda del grande inquisitore contenuta nei Fratelli Karamazov) ciò che rende l’uomo un uomo: che ci devo fare con questa vita? Mi affascinava che in me ci fossero così tante cose e che qualcuno mi aiutasse a vederle e abitarle, senza dover fuggire o sentirmi strano: io volevo vivere all’altezza di quelle domande, anche se irrisolvibili, a costo di tenerle vive sino all’ultimo istante, perché quel domandare è già pregare, ricevere, trovare. E poi amavo i suoi personaggi, così imprevedibili e contraddittori: liberi. Anche io ero corpo, cuore, ragione, desideri... e non riuscivo a mettere insieme «tutte queste cose», ma per la prima volta qualcuno mi raccontava che l’uomo è questa complessità, una complessità che non potrà mai armonizzare se non grazie a una presa di posizione radicale. Come la esprime padre Zosima nei Karamazov: «Amate l’uomo anche nel suo peccato, giacché proprio questo è l’amore divino e la forma suprema dell’amore sulla terra. Amate l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni fogliolina, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore totale». Questo è il mio inno di libertà.

 

 

Grazie a Dostoevskij so che la libertà è il mio compito, posso dare alla vita la forma dell’amore o quella del potere, moltiplicarla o dominarla, come fanno i suoi personaggi in base a quel che scelgono: o Dio (ricevere vita per darla agli altri) o l’orgoglio (darsi la vita togliendola agli altri). Ogni pagina mi dice chi sono: voglio amare ed essere amato, infinitamente, ma non so come fare o non ci riesco, eppure, non rinunciando a questo desiderio impossibile, trovo l’Amore e l’amore dove non cercavo o dove non sospettavo che fosse, come vidi accadere, quindicenne, all’assassino e alla prostituta di Delitto e castigo: «Li aveva risuscitati l’amore, il cuore dell’uno racchiudeva infinite fonti di vita per il cuore dell’altro». Mi fa sperare. Ha 200 anni, ma è più vivo di me.


L’arte di ritrovarsi

 

di Alessandro D'Avenia

 

Beyhan Mutlu, 50 anni, passa un’allegra serata di festa nella cittadina di Inegöl in Turchia, quando torna in strada è ubriaco e si dilegua nel bosco vicino. Non vedendolo tornare i familiari avvertono la polizia che comincia a cercarlo. Si uniscono diversi volontari per battere la selva dove l’uomo s’è smarrito. Dopo averlo chiamato per ore, finalmente dalle tenebre una voce: «Sono qui!». Proviene dal gruppo di cercatori. Beyhan, in preda alla sbornia, s’era arruolato tra i volontari per cercare... se stesso.

 

Questo recente fatto di cronaca rappresenta per me il percorso di ogni vita umana. Ci si smarrisce in una selva oscura, in preda a ciò che per Dante è un sonno, cioè la dimenticanza di sé in cui scivoliamo se, imprigionati da routine, infelicità o menzogna, viviamo «a nostra insaputa»: storditi, anestetizzati, spenti.

 

Ma noi veniamo alla luce solo quando ci cerchiamo e siamo cercati: Dante, perso nelle tenebre, inseguendo la luce trova infatti Virgilio, che è già lì, mandato da Beatrice, per guidarlo in un cammino di rinascita (nell’ultimo canto del poema, alla fine del viaggio, si paragona a un bambino che beve il latte dalla mammella materna).

 

Per ritrovarsi bisogna lasciarsi trovare, che non è rimanere inerti ma muoversi in profondità (verso sé) e ulteriorità (verso l’altro). E come si fa? L’essere umano non nasce una volta per tutte, come gli animali, autosufficienti, grazie all’istinto, già poco dopo il parto.

 

l’altro). E come si fa? L’essere umano non nasce una volta per tutte, come gli animali, autosufficienti, grazie all’istinto, già poco dopo il parto.

 

Noi ci mettiamo tutta la vita a nascere, perché siamo esseri incompiuti: non abbiamo l’istinto ma il desiderio, non la necessità ma la libertà. Siamo per questo chiamati a «rinascere», che non è nascere di nuovo ma farlo sempre più intensamente (il ri- non indica qui l’iterazione dell’azione, come in ritentare, ma la sua intensità, come in risvegliarsi).

 

Per rinascere non si deve quindi rientrare nel grembo, ma farsi grembo, cioè accettare la vita che ci è capitata e darla alla luce ogni giorno un po’ di più. Dante dice «mi ritrovai per una selva oscura»: mi piace interpretarlo non solo come l’esserci finito quasi senza saper come, ma anche come l’aver «ritrovato» se stesso grazie alla selva.

 

Ma che cosa vuol dire «perdere» e «ritrovare» se stessi? Perché usiamo una metafora adatta soprattutto agli oggetti? Cerchiamo di descrivere l’indescrivibile, ciò di cui non abbiamo ricordi ma una memoria incisa nella carne: il parto. Quando abbiamo perso la protezione del grembo, ci siamo sentiti perduti. Perdersi è abbandonare una calda sicurezza che alla lunga ci soffocherebbe: infatti sentiamo di dover venire alla luce, una vita più vera spinge forte in noi, anche se il passaggio è angoscioso (aggettivo che viene appunto dal latino angustus, stretto).

 

Chi deve venire alla luce deve «perdersi», uscendo dalla strettoia, e «ritrovarsi», nascendo un po’ di più: è «più nato», viene di nuovo al mondo, nel senso che va verso la realtà in modo nuovo e felice. Ma perché tutto questo accada, a differenza del primo parto, dobbiamo sceglierlo. Siamo tempo incarnato e ciò che decidiamo di fare nel tempo genera in e fuori di noi più o meno vita: ri-nascere o dis-nascere.

 

L’uomo non è reattivo come gli altri animali, immersi in un continuo presente, ma attivo: scegliendo e agendo, modella il tempo e quindi se stesso, cioè si dà forma. Michelangelo levava il superfluo dal marmo per arrivare all’essenziale, e nell’arte di vivere siamo sia lo scultore sia il marmo: ri-nascere è andare verso l’opera d’arte di sé. Ma la pietra per ricevere una «forma» deve essere «fragile» (da frangibile, che si può spezzare) e lo scultore coraggioso, e questo ha un prezzo: fragilità e mancanza di forma provocano angoscia. Così a volte preferiamo restare informi, senza libertà, pur di non sentire la paura di non essere abbastanza: il conformismo si nutre di questa paura, ci toglie la sana inquietudine della nascita. Ma evitando i dolori di parto della scelta, rinunciamo a venire alla luce e al mondo, a una vita più vera, «più nata».

 

 

Vedo ragazzi «nati poco», perché non scelgono, come se decidere significasse solo perdere marmo, e non liberarsi come cercano di fare i Prigioni michelangioleschi. Agostino scrive: «Chi ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te», per lui la libertà umana è limite persino per Dio. Chi non sceglie, come un bambino che non sa rinunciare a nulla, non si salva, non rinasce. Lo stallo della libertà è mancanza d’azione: alleniamo i ragazzi a «esercitare» la libertà o scegliamo per loro? Che cosa gli affidiamo perché ne siano creativamente responsabili? Solo facendoli scegliere provochiamo l’incontro con se stessi in cui, nonostante il dolore, provano gioia a partorirsi, scolpendo il blocco informe e nascendo un po’ più opera d’arte, come l’uomo ritrovato nel bosco, perché «cercato» e «cercante» al tempo stesso: «Sono qui» significa infatti «Sono vivo, sono rinato».


Dove sono i tuoi occhi 

 

Alessandro D'Avenia

 

 

Più di duecento occhi di bambini puntati su di me aspettavano che rivelassi loro come si scrive una storia, quaderno e penna impugnati come armi. Dovevo tenere una lezione alle quinte elementari della scuola dove insegno, in occasione del concorso di narrativa che coinvolge tutte le classi, dalle elementari alle superiori. Come innescare il desiderio di scrivere un racconto sulle «radici», tema di quest’anno? Ogni scrittura comincia dalla meraviglia, per provocare la quale serve fare quelli che chiamo «esercizi di rispetto». Rispetto viene dal latino re-spicere: guardare più volte (avere ri-guardo), con attenzione; il contrario è dispetto, da de-spicere, guardare dall’alto in basso, disprezzare. Lo sguardo non è mai neutro: o «rispetta» o «dispetta». Nel primo caso genera «in-contro», la vita personale viene arricchita da ciò che accoglie, lo sguardo diventa l’interruttore che accende le cose che così si e ci illuminano. Nel secondo caso c’è solo «scontro», urto fugace di vite: sia le cose sia noi rimaniamo al buio, indifferenti. Ho invitato i bambini al silenzio, condizione del rispetto (niente può «venire alla luce» senza avere prima un grembo), per ri-cordare (mettere nel cuore) tutte le radici che conoscevano, e poi descriverle con precisione, perché, come scrive Dostoevskij: «La realtà ha una profondità tale che non si trova neanche in Shakespeare, basterebbe avere gli occhi e la forza di penetrare fino in fondo l’avvenimento». Occhi e profondità: sguardo e coraggio di andare «fino in fondo».

 

Nei bambini, ancorati alla vita-tutta-intera, gli occhi sono ancora capaci di rispetto e quindi di illuminare le cose perché «avvengano» (vengano a noi): «le radici sono una rete», «alcune si mangiano», «puzzano», «non si vedono», «sono forti», «si fanno strada sempre», «danno vita»… Per ogni «scoperta» ipotizzavamo una storia ispirata al «punto di vista» di ogni bambino. Adesso l’immaginazione, attivata dall’incontro con la realtà, doveva portare a termine la ricerca, con la scrittura: la meraviglia ha due momenti, uno di ricezione, concepisce, e uno di azione, partorisce. Oggi però incontrare cose e persone è difficile, non tocchiamo più direttamente la stoffa della natura o la carne delle persone; il silenzio, il corpo, i cinque sensi sono quasi spariti. Percepiamo l’ambiente, da amb-ire: andare intorno, senza andarci, ma attraverso uno schermo che (lo dice la parola) ci protegge dalle cose e dalle persone che contattiamo. La ricerca «We are social 2019» ha rilevato che in Italia passiamo 6 ore al giorno in rete, 2 sui social, 3 con la tv (broadcast, streaming, on-demand). La nostra vista, e quindi la nostra vita, è dispersa, come urla Nada in una recente canzone (ed efficace video): «Dove sono i tuoi occhi?». La riconquista degli occhi smarriti è sfida educativa prioritaria per noi adulti e, solo dopo, per bambini e ragazzi.

 

48. Dove sono i tuoi occhi?

Ma che cosa comporta «rispettare», avere occhi, per qualcosa? Suscitare la vita che ha da donare. Non basta imbattersi (letteralmente «scontrarsi») in qualcosa o qualcuno, anonimo meccanismo di azione e reazione. Per incontrare occorre invece accogliere volontariamente cose e persone, lasciarsi sedurre dalle loro particolarità; perché ci sia incontro, bisogna impegnare la propria libertà e il proprio tempo, cioè quell’attenzione che il poeta Paul Celan definiva «la preghiera spontanea dell’anima» e, senza la quale, smettiamo, prima, di meravigliarci, e poi, di amare. Sì, di amare. Incontrare qualcosa o qualcuno infatti spinge a prendere posizione nei suoi confronti: una volta percepita la vita unica che ha dentro, non possiamo rimanere in-differenti (chi appunto non coglie le differenze). Prendere posizione è l’inizio dell’amore per l’altro, ci sentiamo «toccati» dal suo valore e il nostro cuore «si apre». Questo non è garantito con ciò che è dietro uno schermo: non è incontro, ma una preparazione («virtuale» non vuol dire falso o irreale, ma potenziale), che può portare a un incontro vero e proprio. L’incontro avviene solo nello spazio-tempo del rispetto: siamo, qui e ora, un tu e un io e io non mi aspetto nulla da quella cosa o persona, ma ne amo la semplice presenza. In rete non cerchiamo l’altro da noi, ma l’altro per noi, per divertirci e rilassarci; l’incontro invece è cogliere l’unicità corposa della presenza, proprio perché non ci aspettiamo nulla, come accade ai poeti: si allontanano da sé per ritrovarsi nello stupore per l’altro. Non impongono se stessi ma servono la vita che tutti diamo per scontata, la guardano da amanti ed essa corrisponde: dalle creature del Cantico di Francesco alla Ginestra di Leopardi. Dimenticano se stessi e si ritrovano accresciuti dalla vita a cui si sono aperti. Il rispetto è sguardo poetico, non possiede ma riceve, fa un passo indietro per avere più orizzonte: Cézanne si faceva bastare una mela per svelare il mondo intero. Vivere è l’arte di riceversi da quel che incontriamo, mettendo in gioco la nostra vita, il contrario del giocare con la vita altrui, cercando nello «specchio-schermo» la nostra immagine proiettata su tutte le superfici che contattiamo.

 

I nemici dell’incontro sono quindi Abitudine, Indifferenza, Pienezza di sé, Pregiudizio, Comodità, che spengono la vista e quindi la vita. Senza cambio di centro di gravità, che è il rispetto, non incontriamo nulla. Entriamo in «connessione» con milioni di cose, ma di nessuna «sentiamo» la vita: tocchiamo (lo schermo è touch) senza essere toccati, e la nostra vita interiore, apparentemente gravida, è soltanto gonfia. Una cultura senza «rispetto» è fatta di anonimi in lotta fra loro per farsi un nome più grande. L’incontro invece ci permette di ricevere quel nome: «Quando tu mi hai scelto/- fu l’amore che scelse -/sono emerso dal grande anonimato/di tutti, del nulla», come scrive Pedro Salinas. Dare il nome è entrare in relazione con le cose e amarle: dirle bene è bene-dirle, dirle male è male-dirle, come sanno bene i poeti, e tutti coloro che non scappano dalla realtà.

 

Ne ho avuto conferma recentemente da un 14enne milanese. La sua classe è andata in viaggio in Sicilia e, avendo letto il mio Ciò che inferno non è, una delle tappe sarebbe stata nel problematico quartiere palermitano di Brancaccio. Erano preparati a non ridurla a una «visita» ma una «vista», cambio di sguardo. Così è stato durante «l’incontro» con i bambini del quartiere, tanto che il ragazzo ha voluto raccontare a un insegnate che cosa gli era accaduto fissandone uno: «Gli occhi mi si sono fermati su quell’anima: l’espressione sicura lo faceva sembrare più grande di me, ma lo sguardo non osava incrociare il mio, aveva timore. Nonostante l’espressione adulta, provava vergogna nel guardarmi negli occhi. Nelle pupille non riuscivo a vedere i sogni di un bambino. Io e lui due persone uguali, ma una fortunata e l’altra non abbastanza. Mi è passato per la testa il pensiero di lui che partiva con i miei compagni al posto mio ed io rimanevo lì a Brancaccio. Il suo ricordo andrà sparendo dai miei pensieri presi da inutili cose? Ho visto il fiore che cresce nella pietra, la luce che si fa strada nel silenzio, la vita che i bambini cercano. Ho capito che l’uomo può essere crudele privando qualcuno della vita, ma anche buono salvando la vita di qualcuno dedicando la propria». È la descrizione di un incontro che lascerà il segno nella memoria perché, quando si affronta la realtà si esce dall’in-differenza, si cresce e si diventa vivi. L’incontro è un cambio di sguardo in cui l’io diventa tu e il tu io: i legami tra le cose e le persone, prima nascosti, diventano evidenti, e in quanto legami «sentiti» ci impegnano, se vogliamo, a difendere e accrescere la vita accolta. L’indifferenza dei ragazzi per lo studio (o altro) riflette il mancato «incontro» con autori e scoperte, incontro che accade solo se siamo noi adulti i primi testimoni dell’accrescimento di vita ricevuto da quegli autori e quelle scoperte. La vita si contagia con la vita, non bastano i programmi e le regole. Solo chi sente la vita ne scopre le incrollabili radici d’amore, e vuole proteggerle e coltivarle in sé e negli altri. È un esercizio che imparo nel fare con calma l’appello mattutino: incontro o mi scontro con i volti? (Confesso però che se non ricevessi su di me questo sguardo, da Dio, familiari e amici, non potrei mai accordarlo ad altri).

 

Per liberare l’ego dalla prigione del «dispetto» e del «disamore», il letto da rifare oggi è proporsi almeno un «esercizio di rispetto» al giorno, fissando l’attenzione su una «vita» (anche la nostra) che abbiamo sotto gli occhi per incontrarla, fino a sentire il peso luminoso della sua unicità per poi difenderla e accrescerla. Basta chiedere a chi abbiamo vicino ogni giorno quale sia la sua gioia o il suo dolore più grande; prendersi cura di una pianta; chiedere «come stai» e ascoltare la risposta senza interrompere; leggere una poesia; pregare; camminare senza cellulare e senza meta se non tutto ciò che incontriamo; toccare la corteccia di un albero; osservare un volto durante una chiacchierata, tenendo spento il telefono… Rispetto: fare un passo indietro, prestare attenzione, nel silenzio aprirsi, per ricevere la presenza corposa di cose e persone, senza scappare per paura di lasciarsi ferire. Potrebbe allora accadere un incontro. Persino un amore. Dove sono i tuoi occhi?

 


Algofobia

La Verità fatta carne

 

Alessandro D'Avenia 

«Caro Alessandro, non ci conosciamo. Ho 19 anni e ho letto il suo ultimo libro: L’Appello. Mi ha aiutato a riflettere perché, come Omero Romeo, ho una malattia genetica che col tempo mi renderà cieco. Non si sa tra quanto, ma si sa che quasi sicuramente quello sarà il decorso. In Omero mi sono ritrovato: nella disperazione dell’essere cieco, nello stupido pensiero di essere un “peso” per gli altri, ma anche nella forza con cui va avanti, e per amore va oltre il suo limite, io perlomeno ci sto provando. Sono stato provocato rispetto al modo in cui sto “combattendo/reagendo” alla malattia, di fatto non ci stavo davanti e non facevo niente per preservare la vista. Volevo ringraziarla perché penso che se non fosse stato per lei non avrei cominciato un cammino per accogliere questa mia caratteristica, o almeno ci sarei stato molto più tempo».

 

Queste righe di (lo chiamerò) Andrea, ricevute qualche giorno fa, mi confermano quanto annotò lo scrittore C.S.Lewis nel suo libro più sofferto e bello, scaturito dal dolore per la morte della moglie: «Avevo pensato di poter descrivere uno stato, di fare una mappa del dolore. Invece ho scoperto che il dolore non è uno stato, ma un processo. Non gli serve una mappa ma una storia. Ogni giorno c’è qualche novità da registrare... come una lunga valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio del tutto nuovo» (Diario di un dolore).

 

In una cultura che rimuove il senso del dolore, questa è una sfida educativamente urgente, perché la sofferenza più grande è la nostra resistenza alla sofferenza stessa, che da «estranea» può invece diventare prima «messaggera», poi «levatrice» e infine «noi stessi».

 

Se è vero che il pensiero nasce dallo stupore, è altrettanto vero che scaturisce anche dal dolore, uno smarrimento che, come la meraviglia, obbliga a fermarsi e rispondere al suo appello (Andrea dice «provocato» e «starci davanti»).

 

Eppure il dolore oggi sembra privo di senso, come mostra lo spaesamento interiore causato dalla pandemia. Per questo il filosofo Byung-Chul Han, in La società senza dolore, definisce la nostra cultura «algofobica»: terrorizzata dal dolore, fino alla paralisi. Se il concetto di vita si riduce all’ambito biologico e quindi medico, vita coincide con la salute e dolore con il male. Ma il dolore, da una piccola ferita a un lutto, è invece ciò che fa fare «esperienza della vita», impariamo a «sentirla» e «curarla»: quando soffriamo, infatti, scopriamo non solo di avere ma di essere un corpo. Medicina e tecnica promettono l’estinzione del dolore, ma ciò implica anche una certa estinzione dell’esperienza: nella mia vita sono stati i momenti di sofferenza, mia e altrui, a rivelarmi chi sono e in cosa credo.

 

Lungi da me il «dolorismo»: i dolori, al plurale, che si possono eliminare o lenire vanno eliminati o leniti, ma «il dolore», al singolare, è condizione dell’esser mortali e cammino per diventare se stessi. Trattare il dolore solo come difetto di una macchina biologica fa perdere la capacità di trasformarlo in risorsa.

 

Per poterla «sfruttare» (far sì che dia frutto) serve però ampliarne il significato oltre il biologico/medico (malattia) e restituirlo all’esistenza integrale (vita): questo gli dà senso, non lo rende scandaloso ma raccontabile, lo trasforma — dice Lewis — in storia. Ma può essere «accolto» come seme e «raccolto» come frutto solo se entra nel solco interiore, diventa carne nostra.

 

Il dolore è vita che vuole guarire, non sofferenza insensata: come la perla è la cicatrice della ferita inferta all’ostrica da un predatore, il dolore è una verità che chiede attenzione e cura. Quando un bambino si ferisce, il genitore accarezza la parte dolente e gli racconta una storia. Il dolore invoca legami e parole: non è solo «da contare», come abbiamo fatto nella pandemia con i dati dei contagi, bensì «da raccontare», cioè fonte di senso e azione. Il racconto di una cecità feconda ha permesso a un ragazzo di 19 anni, che probabilmente diverrà cieco, di accogliere una verità rimossa per paura e mancanza di prospettiva.

 

Quella scomoda verità forse potrà farsi carne, cioè vita, e lui non sentirsi un peso, ma avere (un) peso. Il dolore, suggerisce Han, è l’ostetrica del nuovo, fa ri-nascere, cioè fa nascere fino in fondo la nostra unicità: è levatrice di originalità. Non possiamo privare i ragazzi — non a caso definiti «la generazione fiocco di neve» per come li iper-proteggiamo da cadute, lutti e fragilità — né del dolore né del codice simbolico per aprirsi alla sofferenza come cammino verso il nuovo e verso l’altro, altrimenti li consegniamo alla paralisi della paura e dell’indifferenza.

 

 

Noi per primi siamo chiamati a dare un significato alla sofferenza: che senso ha e ha avuto per me? Chi mi fatto diventare? Che capacità di amare mi ha dato? Non voglio dare loro analgesici esistenziali, ma una verità fatta carne.


Respiro,canto,vivo!

 

La vita è una Commedia

 

 

Alessandro D’Avenia

 

 

Vi manca il respiro? Vi sentite in esilio? Leggete Dante ad alta voce. Nella mia scuola ideale la Commedia si legge integralmente ogni anno. È il regalo che vorrei fare a Dante per i 700 anni (martedì) dalla sua «presunta» morte, lui che è più vivo di me tanto da poter dire che non sono io a leggere lui ma lui a leggere me, perché dopo sette secoli continua a dirmi che il cuore dell’uomo è inferno, purgatorio e paradiso, che poi significa che all’inferno, in purgatorio o in paradiso non ci si va, ma ci si è. Chi non ascolta Dante ha meno occasione di esser felice, perché, come lui stesso scrive della Commedia: «Il fine generale dell’opera è distogliere coloro che vivono in questa vita da uno stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità». In «questa» vita, dice. Ecco allora la mia proposta. Un anno scolastico (ma vale anche per chi a scuola non va) dura 200 giorni, i canti sono 100. Basta leggerne uno ogni due giorni alla prima ora, qualunque sia l’insegnante coinvolto (in media un canto è lungo 140 versi e richiede 10 minuti di lettura ad alta voce): 10 minuti ogni due giorni per ascoltare Dante (15 ore). Non vi preoccupate delle note a pie’ di pagina ma di quelle musicali: Dante ha scritto «canti» che ci guariscono dai nostri «disincanti». La poesia prima di essere capita va respirata, perché tocca, come la musica, l’emisfero del cervello che accoglie le emozioni che permettono alla mente di accendersi e svilupparsi mentre apprende: «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra», scriveva Agostino, anticipando di secoli le scoperte della neuroscienza.

 

La Commedia va ascoltata prima che capita, come il Requiem di Mozart o Yesterday: li viviamo prima di capire le parole, perché dicono una verità carnale, che abbraccia (comprendere in latino significava abbracciare) tutto l’essere, non solo la mente. I nostri bisnonni sapevano a memoria la Commedia anche se analfabeti: la comprendevano anche senza note a pie’ di pagina. Se ne lasciavano impregnare (comprendere significava anche rimanere incinta) come da una musica che dava senso a caos e fatica. Perché? È scritta in endecasillabi, il verso cardine della poesia italiana grazie ai suoi accenti musicali. Nel mezzo del cammin di nostra vita: tutti lo sanno a memoria (potere del ritmo). L’endecasillabo ha reso l’italiano una lingua elegante con una vocazione al canto e alla musica (come la precisione del tedesco ha per vocazione la filosofia). Dobbiamo restituire all’endecasillabo il suo potere magico, la capacità di «reincantare» il quotidiano. E di endecasillabi è piena la vita di tutti i giorni: dai proverbi («Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare») ai divieti («È vietato parlare al conducente») passando per i titoli di giornale («Che cosa abbiamo perso con la Dad?»). Questo dna musicale dà a noi italiani la respirazione giusta, perché l’endecasillabo asseconda perfettamente il ritmo naturale della respirazione (come fosse una forma di meditazione). Provate a leggere con calma (e magari imparare a memoria) i versi di Dante, anche senza capirli, ma seguendone il ritmo: non proverete affaticamento, anzi a poco a poco vi rilasserete. Sono i benefici di una respirazione accurata, liberata dalle tensioni continue della prosa quotidiana, come avviene in una preghiera. Se leggete Dante così, dopo qualche canto, anche se ancora non «capite», dentro di voi «comprendete»: «accadono» suoni, parole, pensieri, sentimenti... come avviene con la musica che Dante stesso, nel Paradiso, definisce un «rapimento» che precede il capire le parole: «E come giga e arpa, in tempra tesa/ di molte corde, fa dolce tintinno/ a tal da cui la nota non è intesa,/ così da’ lumi che lì m’apparinno/ s’accogliea per la croce una melode/ che mi rapiva, sanza intender l’inno». Vi sentirete rapiti e pacificati, anche se non sapete ancora chi è Manfredi o che cosa rappresenta la lupa. Queste domande le soddisferete dopo (per questo con Franco Nembrini e Gabriele Dell’Otto abbiamo da poco pubblicato una Commedia che mira a far «vivere» Dante).

 

 

Leggere la Commedia a voce alta (o ascoltarla: io lo faccio andando in giro) è un esercizio di gioia per l’ospitalità che la nostra lingua madre ha da offrire. Dante, che era disperato, scelse di mettere il volgare in musica, perché tutti, con lui, trovassimo casa in una lingua in cui poteva (vorrei fosse ancora possibile) inventare verbi come «intuarsi» per indicare l’unione con l’amata. Ingiustamente esiliato cominciò a scrivere i suoi «canti» dopo aver perso tutto: famiglia, averi, città e dignità... Dovette elemosinare riparo, e intanto «cantava» per ritrovare il respiro e la pace. Era un morto in vita ma, in 100 canti, riebbe la vita in vita (e dopo anche in morte). E lo fa anche in noi: ci apre una via al paradiso proprio quando siamo smarriti. Respirate, cantate - ripete - la vita è una Commedia.


Camminare verso...

Fedeltà

 

Carlo Molari 

 

Essere fedeli è un esercizio di fede continuato nel tempo.

Fedele è colui che è costante nella dedizione e nell'amore, che mantiene la parola data, che trasmette senza deformazioni i doni ricevuti, che segue anche nei momenti difficili gli ideali ritenuti autentici.

Tutti siamo pronti a fare propositi, ad assumere impegni, ad enunciare promesse. Ma raramente siamo costanti nella loro attuazione. Perché troppo spesso le ragioni reali delle nostre scelte non corrispondono ai valori che pensiamo o diciamo di seguire.

Esaminiamo un esempio concreto. L'impegno che una persona assume nel matrimonio è di volere il bene del coniuge e dei figli, di farli crescere con la propria dedizione.

Molto spesso però le ragioni vere della promessa sono diverse: o l'attrattiva fisica e quindi il piacere, o la volontà di sistemarsi e quindi il proprio interesse, o la fuga da casa e quindi la propria libertà, o la ricchezza, e quindi il proprio benessere, o altro ancora.

Quando l'oggetto reale della scelta matrimoniale non coincide con il bene altrui l'infedeltà all'impegno preso prima o poi si manifesta. Essa in realtà caratterizza fin dall'inizio il rapporto ma resta mascherata finché non è messa alla prova.

Lo stesso può dirsi di tutti gli impegni umani: di lavoro, di amicizia, di famiglia, di sport, di appartenenza a una comunità civile. Tutti richiedono fedeltà non solo nei comportamenti, ma pure nelle ragioni che li ispirano.

La ricchezza di una comunità si regge sul grado di fedeltà che vi circola, oltreché sull'autenticità degli ideali proclamati.

È urgente che siano sempre più numerosi coloro che per fedeltà alla vita sappiano piegare il loro egoismo, vincere i loro istinti di possesso esclusivo, creare nuovi modelli di condivisione e di solidarietà.

Se vogliamo che la vita si sviluppi proviamoci tutti, amici, a essere oggi fedeli agli ideali in cuí crediamo: nelle piccole cose, nelle scelte di ogni momento.

La fedeltà non si misura dalla eccezionalità degli atti che compiamo, ma dalla adesione totale alle ragioni che li ispirano. Essa può essere incondizionata anche in un minimo gesto di amore.

 

Una giornata degna dell'uomo è sempre scandita da gesti di fedeltà.


Fede

 

Carlo Molari

 

Non c'è uomo, infatti, che non abbia una fede, se riesce a vivere.

Per fede si intende quel complesso di ideali che ispirano le nostre scelte e orientano tutta l'esistenza.

Ognuno di noi per vivere deve necessariamente formulare progetti, percorrere cammini ignoti, rinnovare impegni. Ma per farlo è necessario che si riferisca a valori accolti senza riserve, che abbracci ideali non ancora pienamente verificati, che eserciti una fede.

E ciò avviene inizialmente sempre sotto l'influsso di testimoni: dei genitori, degli amici, dell'ambiente sociale.

Ma per tutti deve giungere il momento in cui le scelte, compiute per testimonianza di altri, diventano soggettive, coinvolgono cioè senza riserve la persona intera e ne orientano l'esistenza.

Finché ciò non avviene, la vita si svolgerà tra entusiasmi ed incertezze, risposte e rifiuti, speranze e delusioni.

Senza ideali personalmente accolti la vita è frammentaria e inquieta, si svolge in balia degli eventi e dell'ambiente.

Ci sono due tipi diversi di fede: quello ateo e quello religioso.

La fede religiosa si differenzia per il fatto che il complesso dei valori abbracciati sono creduti presenti e pienamente realizzati in Dio.

La fede atea invece si esercita verso valori creduti al futuro. Si crede a una società da realizzare, a un programma che porterà felicità o ricchezza, a un avvenire migliore che rende sopportabile un penoso presente.

La differenza è molto rilevante ma praticamente non ha spesso incidenza perché, anche se molti sono convinti che Dio esista, sono pochi quelli che vivono la fede in Dio, cioè che prendono le loro decisioni nella 'propria vita perché si fidano di Lui, che vogliono il Bene anche quando non c'è nessun'altra ragione di amare se non il fatto che confidano in un Bene già presente e a disposizione dell'uomo. E così ricercano la Verità, si impegnano per la Giustizia, credono nella Vita.

 

Proviamo oggi a compiere anche un solo gesto per fede, abbandonandoci senza riserve al Bene che ci sollecita ad amare, alla Verità che vuole esprimersi attraverso noi, alla Vita che vuole tradursi in forme nuove. Forse inizieremo un nuovo modo di esistere. E soprattutto scopriremo che cosa significhi aver fede in Dio.

Amicizia

 

Carlo Molari

 

L'amicizia è una di quelle parole che ciascuno usa secondo la propria esperienza. Ma come di tutte le cose preziose, anche dell'amicizia circolano molti falsi, spesso inconsapevoli.

Prima di essere un rapporto, l'amicizia è un atteggiamento interiore, è un modo di essere persone, è una maniera di incontrare altri. Quando, crescendo, una persona avverte l'esigenza di allargare i suoi rapporti, porta dentro di sé una sete profonda dí possesso, una cronica insufficienza vitale. Sicché i primi rapporti che stabilisce sono caratterizzati da una tipica esigenza di disporre degli altri a proprio favore. Non sa ancora dire: io ti voglio bene, ma solamente: io ti voglio.

La differenza non è secondaria, anzi è molto profonda. Chi dice « io ti voglio » o « tu sei mio », dichiara una volontà di possesso distante dall'amicizia come la brezza dell'alba nelle montagne lo è dall'asfissiante caldo dei tropici. Solamente chi sa dire realmente « io ti voglio bene », cioè voglio per te un bene che ancora non possiedi, ed è disposto a offrire il suo tempo, le sue conoscenze, il suo impegno, la sua vita perché possa acquisirlo, solamente costui sa percorrere i sentieri dell'amicizia.

L'amore nasce come forza obbligata e come stato di necessità. Solo quando fiorisce come scelta gratuita e capacità di offerta, solo quando si traduce in gesti di delicata attenzione, di premurosa cura, di rispetto generoso, acquisisce i tratti dell'amicizia.

L'amicizia è la perfezione dei rapporti amorosi, è la gratuità delle relazioni, la disponibilità integrale alla presenza altrui.

Anche fra due coniugi, come fra genitori e figli, o fra compagni di lavoro, il rapporto, in qualsiasi modo sia nato, finché non fiorisce in amicizia, è carente e facilmente si consuma. La ricchezza umana di una società si misura dal grado di amicizia che caratterizza i rapporti medi delle persone. Una comunità guidata dall'interesse, o dall'arrivismo non è sana e prima o poi viene dilaniata dalla violenza che ha coltivato nel suo seno.

Proviamo oggi, amici, a rivedere i rapporti che viviamo. Non diamo per scontato nessun amore che proviamo. Esso esige di fiorire in forme di amicizia. Programmiamo un gesto gratuito che abbia come unica ragione il Bene che diciamo di volere agli altri.

 

Questa sera ci ritroveremo tra le mani in modo insospettato il dono che abbiamo fatto.


Tenerezza

Carlo Molari

Non solo la vita individuale acquista caratteristiche diverse secondo la maturazione raggiunta, ma anche l'umanità intera, i popoli hanno stili diversi di esistenza secondo la ricchezza umana acquisita.

In altri millenni, ad esempio, la forza fisica era considerata una qualità superiore e le arti marziali erano le più stimate in molte società. Ci sono voluti millenni per comprendere che queste concezioni riflettevano situazioni ancora infantili di esistenza, immaturità psicologica, inconsistenza interiore.

Allo stesso modo le forme di associazione e di convivenza nelle diverse società hanno assunto forme varie secondo la progressiva maturazione personale.

Le organizzazioni mafiose o la contrapposizione radicale di clan o di gruppi sociali riflettono ancora modalità di esistenza del passato, caratterizzate dalla violenza e dall'incapacità di rispetto altrui.

Una virtù segna oggi il discriminante della maturazione storica dell'umanità: è la tenerezza. Disprezzata in altri tempi, oggi assume una funzione fondamentale nella impostazione dei rapporti e nello sviluppo della comunità. Per questo le forme di crudeltà nei confronti dei fanciulli o il disprezzo dei più deboli oggi suscitano reazioni sempre più ampie.

Non sono certo scomparse le forme di crudeltà, perché ogni uomo comincia da capo il suo cammino e non sempre raggiunge le forme acquisite dal progresso storico. Ogni generazione che nasce ha un cammino più lungo da percorrere prima di assestarsi come generazione adulta nel suo tempo. Vi saranno sempre quindi uomini immaturi o gruppi che assumono ancora atteggiamenti tipici di altri secoli o di fasi più remote di esistenza umana.

Anche oggi vi sono persone che, quando entrano in un ambiente, lo devastano con la loro presenza. Schiacciano i più deboli, offendono i più forti, disprezzano chi ha qualità che essi non possiedono. Ma non sono certo questi gli uomini che fanno la storia anche se riempiono la cronaca dei nostri giornali.

La forma attuale di esistenza è caratterizzata dalla capacità di tenerezza.

È la delicatezza del contatto, è il rispetto nell'incontro, è la sensibilità per la crescita altrui. È l'accettazione dei limiti e dei difetti, è il riserbo di fronte al mistero degli altri, è l'attenzione per la sua sofferenza.

 

Proviamoci oggi a rivedere i nostri comportamenti. Chiediamoci quale gesto delicato di tenerezza possiamo compiere. Solo piccoli gesti quotidiani possono alla lunga modificare un ambiente.

Esperienza di Dio

 

Carlo Molari 

 

Il novanta per cento delle conoscenze che oggi noi abbiamo sono diverse da quelle dei nostri antenati, e la stragrande maggioranza di esse sono acquisizioni di questo ultimo secolo. In un sessantennio l'umanità ha accumulato più conoscenze che in tutta la sua storia precedente. Ciò evidentemente ha influito anche sul modo di pensare a Dio e di interpretare la sua azione nel mondo.

Nei secoli scorsi si pensava a Dio come a un architetto dell'universo che interveniva nello sviluppo della creazione, modificava gli eventi, aggiungeva energia vitale, correggeva gli errori degli uomini. Tale modo di pensare è apparso infantile e contraddittorio. Come creatore Dio non opera allo stesso modo delle creature che « intervengono » accanto alle altre per dare forza o sostenere nelle difficoltà. Come creatore Dio opera all'interno della realtà, non fa le cose ma fa che le cose si facciano. È oggi convinzione comune che per pensare rettamente a Dio non si debba mai ricorrere a interventi superiori per spiegare eventi che accadono nell'universo. Questi hanno sempre una causa adeguata nella creazione.

Per l'uomo la scoperta di Dio non avviene nel frastuono di eventi straordinari, ma nella trasparenza della sua interiorità. Solo attraverso questa esperienza anche gli eventi della storia manifestano significati reconditi e i fenomeni della creazione diventano luminosi.

Solo quando giunge al liminare del suo spirito l'uomo coglie la forza di vita che gli perviene, l'amore che lo avvolge, la verità che lo chiama. Voglio portare una semplice analogia: che cosa sa il feto nel seno della madre dell'amore che lo anima e della forza che gli perviene? Eppure qualcuno lo sostiene e un'amore gli comunica energia.

Amici, la nostra vita non ha in se stessa la ragione di ciò che è. Noi non sappiamo esattamente in che cosa essa consista, ma quando viviamo con fedeltà e accogliamo senza riserve le sue tensioni, percepiamo che la vita è fondata. Così come quando incontriamo qualcuno che ha colto il segreto della vita e lo incarna, avvertiamo che essa non è un gioco delle circostanze, ma il fiorire di un amore.

 

I diversi nomi con cui gli uomini nella lunga storia hanno espresso questa esperienza sono relativi. L'essenziale è la certezza della sua presenza.

Trascendenza

 

dell'uomo

 

Carlo Molari

 

 

Ho esaminato nei giorni scorsi due componenti fondamentali dell'esperienza umana che ogni religione cerca di interpretare: la condizione di creatura e la chiamata alla morte.

Oggi vorrei continuare questa analisi con l'esame di un'altra componente dell'esperienza religiosa. Essa potrebbe essere descritta così: nessuna situazione, nessuna persona, nessuna cosa risponde interamente alla tensione di vita che ogni uomo porta con sé.

Spesso ci siamo illusi (credo che prima o poi tutti lo abbiamo fatto), ci siamo illusi, dicevo, che raggiunta una situazione, realizzato un progetto, terminata un'impresa i nostri desideri si sarebbero definitivamente acquietati. Invece ciò che prima poteva sembrare definitivo, poco alla volta è apparso provvisorio e insufficiente. Il nostro cuore è diventato più grande delle persone incontrate, le nostre speranze più esigenti delle promesse realizzate. Noi siamo apparsi sempre emergenti da tutte le situazioni nelle quali ci siamo venuti a trovare.

Ma perché questo accade? È una malattia mortale dell'uomo che, prima o poi, verrà cancellato dalla faccia della terra « come sull'orlo del mare un volto di sabbia » (M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1967, p. 414), o è l'indicazione di una speranza non realizzata?

È una pazzia ingenita che esploderà con il fragore di bombe micidiali? O è l'espressione di una chiamata a una grandezza senza misura? L'amore dell'uomo è suscitato dai beni che incontra ó da un Bene che non ha riscontri? La ricerca della verità è stimolata dalle piccole scoperte di ogni giorno o da una voce profonda che ripete echi di eternità? L'esigenza di giustizia è tutta racchiusa nei precari progetti della sua storia o è riflesso di un progetto che la storia non può contenere ma solamente prefigurare? La morte dell'uomo è il compimento di un cammino concluso o l'annuncio di una promessa da realizzare?

Attorno a queste domande si gioca il valore delle scelte quotidiane. La risposta non può venire dal cielo ma dal profondo della storia. Noi avvertiamo una chiamata a essere più grandi di quello che siamo in ogni tappa della nostra vita.

Prendere coscienza di questo fatto è la condizione per non sbagliare mira, per non assolutizzare quello che è precario, per non erigere idoli sugli altari delle nostre strade.

 

Anche oggi saremo tentati di farlo e ad ognuno sarà concesso di crescere come persona se risponderà alle piccole richieste della vita. Non tradiamola.

Fondamento esistenza

 

Carlo Molari

 

 

Nei giorni scorsi ho esaminato alcuni elementi dell'esperienza religiosa, come accoglienza gioiosa della condizione dell'uomo: dipendente in tutto, chiamato alla morte come al suo compimento, mai soddisfatto di ciò che la vita gli offre. Terminavo con un interrogativo che ci porta al cuore del mistero dell'uomo: qual è la ragione della sua continua tensione? È una malattia mortale da eliminare al più presto o è la faticosa risposta a una chiamata sensata? È una forma di pazzia inguaribile o la conseguenza di una grandezza non ancora raggiunta? L'uomo risponde a una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo? In una parola, l'esistenza dell'uomo ha un fondamento o è sospesa nel vuoto?

La risposta a queste domande nasce dal profondo della storia umana e può scaturire dall'esperienza di ogni persona.

Nasce dall'esperienza perché non bastano le parole a farla scoprire. Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso: egli deve avere riferimenti sicuri già consolidati dalla verifica di generazioni.

Solo quando, attraverso gesti di un amore non interessato, si aprono orizzonti nuovi all'esistenza, si capisce senza ombra di dubbio che il Bene fonda la nostra vita. Solo quando fidandoci della Giustizia compiamo le nostre scelte con rigorosa onestà siamo in grado di cogliere il senso del nostro cammino. Solo quando abbandonandoci alla verità, superiamo compromessi ed evitiamo inganni, sperimentiamo con evidenza che la nostra ricerca ha una ragione reale.

Che la vita umana sia fondata, abbia cioè una ragione, non lo si può dimostrare argomentando ma lo si può scoprire nella profondità della propria esperienza intrapresa per l'influenza di una tradizione storica e lo si può mostrare agli altri nelle scoperte vitali compiute.

Non ci sono alternative praticabili.

Il valore di una religione sta appunto nella ricchezza della tradizione che può richiamare, nella validità delle esperienze che può offrire. Ogni rito religioso richiama figure di testimoni e invita a una verifica vitale.

Ma ogni situazione quotidiana può consentire questa scoperta: è sufficiente avere riferimenti ideali chiari per viverla intensamente cogliendo a piene mani ciò che essa offre.

 

È possibile anche oggi amici fare un'esperienza religiosa, scoprire cioè che la vita ha un solido fondamento. Che non siamo sospesi nel vuoto, ma siamo avvolti d'amore

 I segni dei tempi 

Carlo Molari

 

In questi ultimi decenni è stata usata, anche In settori laici, una formula che ha avuto una larga diffusione nell'ambito ecclesiale dopo il Concilio Vaticano II: i segni dei tempi.

Ne vorrei parlare per completare` le riflessioni di questi giorni sulla formazione della coscienza.

Disse Gesù un giorno: « Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: viene la pioggia e così accade. E quando soffia lo scirocco dite: ci sarà caldo e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? » (Lc 12, 54-57).

Gesù intendeva sottolineare la necessità di avere criteri interiori di valutazione morale, e di non dipendere solamente dalla tradizione o dal passato.

I segni dei tempi sono appunto le indicazioni che sorgono dalla storia per le nostre decisioni.

Cercare i segni dei tempi non significa andare alla ricerca di eventi miracolosi ma individuare nei fatti che accadono richieste di umanità, valori che si impongono, urgenze che sollecitano invenzioni, tensioni profonde di vita. È necessaria una particolare lucidità interiore per leggere i segni dei tempi. Non si devono confondere le mode passeggere con indicazioni di vita, le proposte dell'egoismo collettivo o di gruppo con urgenze di crescita umana, i camuffamenti del male con le richieste della giustizia.

Ma soprattutto ci vogliono uomini e gruppi che saggino sulla propria pelle il valore di intuizioni profetiche, i suggerimenti a volte informi degli eventi. La luce non basta per conoscere il cammino; sono necessari uomini coraggiosi che lo vadano tracciando a fatica lungo la storia.

L'impegno di tutti deve essere quello di puntare gli occhi là dove questi uomini, o questi gruppi, forse nella solitudine e nell'emarginazione, stanno delineando modelli nuovi di convivenza, di solidarietà, di giustizia sociale, di dialogo tra culture diverse.

L'umanità non può presumere di sapere già completamente quello che serve alla sua salvezza. Ci sono indicazioni che emergono con chiarezza solo per chi sa guardare senza pregiudizi culturali o esclusione di persone.

 

Guardiamoci attorno, oggi, amici, ed esercitiamoci in questo sguardo attento alle persone e alle cose per non lasciare cadere nessuno dei molti insegnamenti che la natura e la storia continuano a elargirci.


Criteri per la coscienza

 

Carlo Molari

 

Spesso  ci illudiamo di operare bene solo perché agiamo con coscienza tranquilla. Il pittore francese Guglielmo Chevalier (detto Gavarni, 1804-1866) diceva che avrebbe fatto un ottimo affare a comprare le coscienze per quel che valgono e a rivenderle per quel che credono di valere. Succede spesso che noi sopravvalutiamo i nostri giudizi morali e riteniamo che le nostre azioni siano buone solo perché siamo convinti che siano tali.

Non si dice del resto che la coscienza è la voce dl Dio in noi? Come può la voce di Dio essere errata?

In realtà, la coscienza può essere chiamata voce di Dio solo se riflette con fedeltà le leggi della natura, se è in armonia con la creazione, se rispetta le esigenze della crescita personale. Altrimenti esprime le abitudini acquisite, i giudizi dell'ambiente, le convinzioni che favoriscono gli interessi personali.

Non dobbiamo pensare che le reazioni interiori possano essere immesse in noi da Dio senza la mediazione delle esperienze o della storia. Non possiamo ascoltare la parola di Dio se non nei suoi echi creati, nei riflessi cioè degli uomini che vivono con fedeltà.

I fattori principali per la formazione della coscienza sono: la tradizione o la legge, il presente o il dialogo, la riflessione o la preghiera.

Nessuna generazione comincia da capo la sua avventura. Ma usufruisce delle acquisizioni dei millenni precedenti, di quel tesoro di esperienze e di convinzioni che costituiscono la cultura dei popoli.

Anche la legge esprime prevalentemente il passato e le sue acquisizioni. Difficilmente, soprattutto oggi in cui i processi sociali sono così veloci, le leggi riescono ad adeguarsi immediatamente alle esigenze della società che cresce.

Di qui la necessità di riferirsi al presente, di individuarne i problemi e di rispondere adeguatamente alle sue sollecitazioni. Il mezzo per farlo è la lettura dei segni dei tempi, il consiglio degli esperti, il confronto con gli altri, il dialogo.

Infine è necessario imparare a utilizzare le esperienze fatte, riflettere e accumulare sapienza anche attraverso gli errori commessi da noi o dagli altri.

 

La formazione della coscienza è un processo lungo. Costituisce una componente fondamentale della maturità umana. Essenziale è acquisire un metodo per imparare con sollecitudine a formulare giudizi equilibrati e giusti.

La formazione della coscienza 

Carlo Molari

 

Straordinaria facoltà dell'uomo è la coscienza.

Con questo termine indichiamo la capacità di giudicare il bene e il male della nostra vita. Prima di ogni nostra azione tutti ci poniamo il problema se ciò che intendiamo fare è bene o è male per noi.

Così ogni volta che compiamo il bene avvertiamo un senso di compiacimento; al contrario, quando ci accorgiamo di aver fatto il male avvertiamo un senso di disagio o di rimorso.

Molti pensano che qualsiasi azione compiuta con coscienza tranquilla e che non suscita rimorsi, sia buona.

Non è esatto.

Non sempre seguendo la propria coscienza si fa del bene. Perché la coscienza non è infallibile. Non parlo ora della responsabilità morale che dipende sempre e solo dal giudizio precedente della coscienza, ma del bene e del male reale. Occorre distinguere in merito tra peccato e male. Il peccato, in senso stretto è un male compiuto coscientemente e deliberatamente (con piena avvertenza e deliberato consenso, dicevano le formule del catechismo della nostra infanzia).

Il male che possiamo compiere ha un ambito molto più esteso del peccato (dell'ambito cioè della coscienza).

Se uno beve veleno credendo che sia un elisir di lunga vita muore anche se si era illuso di vivere meglio. Non commetterà peccato di suicidio, ma il male resta.

Se i genitori credono di amare i figli di amore gratuito od oblativo (come sarebbe necessario per farli crescere armonicamente) e invece sono possessivi, i figli subiscono conseguenze notevoli per la loro crescita. I genitori possono riparare non dicendo che credevano di amare, ma solo cominciando ad amare in modo nuovo.

Così noi possiamo farci del male anche senza saperlo. Anzi abitualmente ce ne facciamo tutti i giorni. Quante volte ci accorgiamo di avere compiuto scelte sbagliate: nei rapporti, nell'alimentazione, nel modo di lavorare, nell'esercizio della sessualità, nell'accoglienza di ideali inadeguati! Il politico francese Talleyrand (1754-1838), agli amici che lo venivano a trovare malato diceva: « La salute è come la coscienza, tiene conto severo di tutto ». La ragione di questa impietosa legge della vita è molto semplice: noi diventiamo ciò che facciamo. La vita ci restituisce ciò che introduciamo con i nostri affetti, le nostre esperienze, le nostre decisioni.

 

Di qui l'importanza di una retta coscienza, la necessità di una sua formazione attenta.

Libertà

Carlo Molari

 

 

Molti pensano che la libertà consista nel fare ciò che si vuole. Credono di essere liberi solo per il fatto che decidono diversamente dagli altri, anzi contrapponendosi ai genitori, o ai figli o al coniuge o al superiore.

E non si accorgono che quando si comportano così, se hanno autonomia da qualche persona, non l'hanno nei confronti della propria storia, delle abitudini acquisite nell'infanzia, delle reazioni emotive indotte dagli altri, in una parola dai propri istinti. Quella che chiamano autonomia, di fatto è un'altra forma di dipendenza a volte molto più grave di quella che vogliono evitare.

L'uomo non nasce libero, e non lo diventa solo perché cresce di statura o acquisisce capacità tecniche. Lo diventa solamente quando prende dominio pieno di tutti i propri movimenti e dinamismi interiori.

Molte delle nostre reazioni, dei nostri giudizi, delle nostre simpatie, delle nostre decisioni operative sono risultato di meccanismi che non controlliamo pienamente.

Oggi è molto più urgente di altri tempi diventare liberi, ed anche il grado di libertà oggi necessario è molto più elevato che in altri secoli. Chi non perviene al pieno controllo di sé facilmente è travolto dalle numerose sollecitazioni di chi specula sulla debolezza degli altri per imporre i propri disegni di guadagno o di potere. Si pensi, ad esempio, ai sotterfugi degli spacciatori di droga per coinvolgere un numero sempre più grande di giovani nel grande circolo della morte. Si pensi al mercato della pornografia che specula appunto sulla arrendevolezza dei più deboli cioè dei meno liberi per allargare i propri profitti. Anche le dinamiche della violenza e i mercati delle armi vanno alla ricerca di persone non pervenute al dominio pieno delle proprie reazioni, per sollecitare possibilità di rivincite o di dominio illusorio.

Più aumenta la potenza dei mezzi tecnici e della scienza più libertà è richiesta all'uomo, e ai popoli.

Ma non ci si può illudere di rendere liberi gli uomini solo per mezzo di leggi o di decreti. La legge suppone la libertà ma non la crea.

Solo gli uomini che sanno amare diffondono libertà nel mondo. La libertà, infatti, in ultima analisi è la capacità di amare gratuitamente, di volere il bene solo perché è Bene.

 

«Dio vi ha chiamati alla libertà - scriveva san Paolo - ma non servitevi della libertà per i vostri comodi. Anzi lasciatevi guidare dall'amore e fatevi servi gli uni degli altri » (Gal 5, 13). Lasciamoci guidare dall'amore, amici, avremo contribuito alla crescita di persone libere attorno a noi. Ce n'è molto bisogno.

La difficoltà del perdono 

Camminare verso..

Carlo Molari

 

 

Spesso si dice che perdonare sia un atto di debolezza e di viltà.

In realtà perdonare è molto più impegnativo, difficile e coraggioso che reagire istintivamente alle offese ricevute. Richiede molta più forza interiore.

Per questo solo pochi riescono a perdonare veramente e sempre.

Altri osservano che la dignità personale è un bene supremo da difendere contro ogni accusa e da proteggere diligentemente contro ogni sopruso.

A parte gli equivoci numerosi che soggiacciono al senso della propria dignità, che spesso viene confusa con il diritto di imporsi agli altri, con i giudizi di superiorità nei loro confronti, di fatto il perdono non solo non contrasta con la dignità di una persona, ma ne è la garanzia più sicura.

Altri sono disposti a perdonare solo quando chi ha sbagliato si pente e chiede perdono. Chi si pente non ha più bisogno di essere perdonato. È già stato salvato dal suo male. Il rapporto che si stabilisce con chi si pente è di solidarietà per aiutarlo a compiere il cammino che ha intrapreso.

Anche il castigo può far ravvedere chi ha sbagliato solo se è accompagnato da un'offerta di vita, da un atteggiamento di amore e di misericordia.

Un'altra difficoltà che spesso viene sollevata riguarda il perdono per conto di altri. In realtà ciascuno perdona sempre per conto proprio, per quel tanto cioè per cui è coinvolto nell'evento accaduto. Una madre che perdona l'offensore di suo figlio non perdona per conto del figlio ma in quanto madre di colui che è stato offeso, e così gli amici o i successori di chi ha subito violenza, perdonano in quanto anch'essi ne sono stati vittime.

Quando perciò un omicida non viene perdonato dai parenti dell'ucciso non può essere addotta la scusa che chi è morto non può perdonare. Noi non siamo chiamati a perdonare per chi è morto, ma per noi che siamo vivi e che possiamo offrire energia vitale a chi, accanto a noi, partecipa della stessa nostra avventura e ha bisogno di essere aiutato per uscire dal suo male.

È difficile certo perdonare, soprattutto quando l'offesa ha toccato gli affetti più profondi e le fibre più intime di una persona. Ma proprio perché il male è grande è necessario che un grande bene venga messo in moto. Il perdono risiede a quei livelli profondi dove si sviluppa la vita che vale realmente.

 

Proviamoci anche noi, oggi, e forse scopriremo una gioia nuova.

Saper perdonare

 

Carlo Molari

 

A mano a mano che l'unificazione dell'umanità procede, è sempre più necessario che gli uomini imparino a perdonarsi, che smettano cioè quegli atteggiamenti di rappresaglia o di rivalsa che sono tipici dello stile infantile, e che fino ad oggi hanno caratterizzato anche i rapporti tra i popoli.

Diversi equivoci sono in circolazione a proposito del perdono. Vorrei chiarirne qualcuno. In primo luogo perdonare non significa scusare o trovare attenuanti all'azione di un altro. Chi ha scuse valide non deve essere perdonato. Il perdono riguarda proprio chi ha sbagliato coscientemente.

Inoltre perdonare non significa dimenticare gli errori di un altro o non aver più la voglia di reagire nei suoi confronti. Il perdono che nasce dalla dimenticanza o dalla stanchezza è un ripiego.

Perdonare, non è un premio al pentimento del delinquente. Il perdono che viene dato solo a chi si pente è ancora molto condizionato e imperfetto.

Il perdono non è una legge che vale solo per il rapporto tra gli individui. Anche i popoli, anche i gruppi sociali, anche le famiglie devono essere capaci di perdonarsi.

Questi equivoci dipendono dall'idea poco chiara che si ha del perdono.

Il perdono è un atto di misericordia, è cioè un atto di amore gratuito, una offerta di vita che consente a chi ha sbagliato di cominciare a cambiare.

Il perdono perciò deve essere offerto a tutti coloro che sono malvagi perché non lo siano più nel futuro.

Il peccatore infatti non è in grado di uscire da solo dal suo male. Solo l'amore gratuito di chi gli sta accanto può permettergli di cambiare vita.

Il perdono non si oppone quindi alle misure di sicurezza per impedire a chi ha compiuto un male grave di ripeterlo nuovamente. Ma si oppone alla volontà vendicativa che spesso accompagna queste decisioni. È desiderio di conversione non volontà di riparazione.

Oggi lo stile del perdono non è ancora molto diffuso. Perdonare non è diventato ancora una caratteristica della comunità umana. È uno di quei salti qualitativi dello spirito che oggi condizionano il cammino del progresso umano.

Per questo è urgente che chi sa perdonare eserciti continuamente la sua capacità e diventi testimone di perdono in tutte le circostanze. Quando uno stile di vita, infatti, è introdotto dalla testimonianza continua di un gruppo, esso può dilagare nella società intera.

Chi sa perdonare perciò deve essere cosciente della responsabilità che ha di diffondere questo stile di vita.

 

Animo quindi amici, e se oggi ce ne è offerta l'occasione, proviamo a scoprire quale forza sprigioni il vero perdono.


Camminare verso..

 

Inventare la pace

 

 

Carlo Molari

 

Non è esatto dire che gli uomini sono stati sempre gli stessi, che hanno avuto sempre le medesime reazioni e si sono comportati sempre allo stesso modo. Analizzando attentamente la storia, è possibile individuare nell'umanità numerose mutazioni spirituali accadute nei lunghi millenni della sua esistenza.

Gli uomini nuovi di cui parlavo ieri non sono i tecnici, gli scienziati, gli specialisti delle diverse branche del sapere, sono invece quelli che sperimentano e introducono nuove forme di umanità.

Li potete trovare ovunque, ma spesso nel loro tempo sono degli emarginati, vivono in solitudine, la loro presenza è avvertita quando viene meno: sono i cosiddetti uomini di frontiera. Ogni generazione ne deve esprimere qualcuno perché l'umanità possa procedere. Gli uomini nuovi della nostra generazione sono i costruttori di pace. Il processo di unificazione della umanità, che si è accelerato da alcuni decenni, esige con urgenza la loro moltiplicazione. Non si tratta soltanto di ottenere la distruzione degli armamenti, ma di avere un altro atteggiamento, di parlare un altro linguaggio, di incontrare le persone in modo diverso, di reagire con sensibilità nuova. Insomma di essere una persona con caratteristiche inedite.

È chiaro che l'uomo di pace non nasce improvvisamente. È il risultato di un lungo processo spirituale che coinvolge molte persone. Anche quelli che non lo possono diventare più perché sono stati educati diversamente e procedono con meccanismi di reazione ormai immutabili, anche costoro possono contribuire alla nascita dell'uomo di pace.

Questa è l'impresa più urgente della nostra generazione. Ed è importante chiedersi come realizzarla praticamente.

In primo luogo è essenziale considerare la pace come un traguardo necessario e come il compito più importante affidatoci dalla storia. In altri tempi si considerava la violenza come un male minore, insopprimibile e si giunse perfino a sacralizzarla, giudicando in certe circostanze i risultati della lotta come l'espressione di un giudizio divino. Oggi si è compresa l'assurdità di una simile impostazione.

In secondo luogo ci si deve impegnare ad attuare piccoli cambiamenti quotidiani. Reagire in modo diverso alle offese, per esempio, correggere con animo pacato e con delicata attenzione, incontrare in modo più sereno e aperto i propri colleghi, imparare a perdonare e così via.

 

Infine è necessario diffondere l'ideale della pace, diventarne apostoli. Le occasioni possono essere numerose ogni giorno, nelle discussioni fra amici, nei dialoghi a tempo perduto sulle spiagge o sui sentieri di montagna. Non lasciate mai passare giorno senza aver detto o fatto qualcosa a favore della pace universale. Il mondo è pronto. C'è un lungo cammino da compiere, è vero, ma il traguardo è già alla nostra portata.


 

Camminare verso..

 

Gli uomini nuovi

 

Carlo Molari

 

 

In questi ultimi decenni si sono create le premesse per radicali innovazioni nell'organizzazione della convivenza umana. Strumenti di comunicazione prima impensabili stanno unificando i problemi dell'umanità. Mezzi tecnici straordinari consentono oggi il coordinamento di tutti i complessi sviluppi della vita sociale. Le conoscenze e la tecnica permettono di risolvere definitivamente mali ancestrali che nel passato hanno decimato generazioni. La terra sta diventando per la prima volta nella sua storia un unico villaggio nel quale gli uomini potrebbero vivere in una forma e con una serenità mai fino ad ora rese possibili.

Eppure molti ostacoli sembrano ancora opporsi alla realizzazione di questo programma che è già alla portata dell'uomo.

Gli strumenti tecnici consentono ad alcuni di sfruttare altri in modo molto più profondo e oppressivo che nei secoli scorsi. Le forze a disposizione dell'inganno e dell'ingiustizia sono molto più subdole che in altri tempi. Anche se gli uomini non sono peggiori di ieri, possono oggi compiere disastri di portata molto maggiore.

Pensiamo solamente alla produzione delle armi. Fino ad ora l'umanità aveva potuto sopportare questa cattiva abitudine senza danni eccessivi. Solo da qualche secolo l'infantile tendenza di aggredire il nemico aveva acquistato caratteri preoccupanti. Ora però la parabola è alla fine. O l'umanità esce dalla fase infantile dell'aggressione armata o non può più attendersi un futuro.

Perché il male degli armamenti non sta solo nella distruzione che essi possono produrre, ma prima ancora e, per il momento, molto di più, nella dispersione assurda di immense ricchezze senza rilevante utilità pratica.

Il fatto è che gli uomini hanno camminato troppo in fretta e non hanno cambiato progressivamente il loro cuore e le loro abitudini. È urgente che cresca una diversa generazione di persone, che introducano un nuovo stile di vita e che riescano ad affrontare in modo nuovo questi gravi problemi.

Perché cresca questa nuova stirpe umana tutti debbono dare il loro contributo. Gli adulti che non possono più cambiare radicalmente, hanno però la possibilità di annunciare gli ideali che avvertono realizzabili e di creare quel clima spirituale che consenta la crescita delle nuove generazioni. E i giovani, che hanno ancora la capacità di nuove forme vitali, possono introdurre quelle modificazioni dello spirito che, una volta acquisite, nessuno potrà più annullare.

 

La giornata che cominciamo sia serena per tutti, amici, e possa registrare numerosi contributi per la crescita di quegli uomini nuovi che faranno il futuro dell'umanità.


La preghiera comune a ogni uomo

 

Carlo Molari

 

Vorrei confutare un luogo comune: non è vero che solo i credenti debbano pregare. Ogni uomo che voglia vivere intensamente deve avere momenti di raccoglimento, di interiorità, di concentrazione, di sguardo profondo. Questo è appunto quella che in termini religiosi viene chiamata preghiera.

Credo di avvertire la difficoltà di molti ad accettare quello che sto dicendo. La ragione pensq stia nella nozione infantile di preghiera che molti si trascinano dietro anche nell'età adulta. La maggioranza pensa che la preghiera sia un modo per far cambiare parere a Dio o per fargli sapere quali siano i nostri desideri o le nostre speranze. Gesù diceva: « Il Padre vostro conosce le vostre necessità » (Mt 6, 8).

Allora cosa è la preghiera?

È il modo per mantenere i canali aperti con la Vita, con il Bene, con la Verità, in una parola per non rifiutare nulla del dono che ogni giorno Dio continua a farci. Qualsiasi interpretazione si dia della vita e della sua fonte, certo è che ognuno di noi deve ogni giorno aprirsi al suo dono ed entrare in rapporto profondo con le sue sorgenti. Chiunque si illuda di essere autosufficiente e non si eserciti all'accoglienza dei doni vitali che gli vengono continuamente fatti, costui prima o poi si isterilisce. Così chi non si esercita a rinnovare continuamente la propria offerta perde progressivamente l'atteggiamento di accoglienza. Gesù, che ha scoperto e vissuto in modo esemplare questa legge fondamentale dell'esistenza diceva: « Chi vuol conservare la vita per sé la perde, solamente chi la dona, la ritrova» (cfr. Mt 10, 39; Mc 8, 34-35; Lc 9, 23-24; 17, 33).

La preghiera è appunto l'esercizio quotidiano per non rifiutare nulla di ciò che la vita quel giorno è disposta a offrirci. E nello stesso tempo è l'allenamento a donare la propria presenza a tutti coloro che attorno a noi ne avranno bisogno.

Vorrei portare un semplice esempio: se mettete un foglio di carta al sole, si riscalda, ma nulla più. Se, invece, tra il sole e la carta ponete una lente che concentri i raggi solari su un punto solo, allora la carta comincia a bruciare. La lente non aggiunge certo energia al sole. Ma permette di utilizzarla al massimo. Così fa la preghiera di ogni nostro giorno: ci consente di valorizzare pienamente il dono quotidiano di Dio.

 

Auguro a tutti di fare in questo giorno una esperienza, anche se breve, di interiorità profonda. Attingerete energie nuove per la vostra vita.

Uomini nuovi

Carlo Molari

 

In questi ultimi decenni si sono create le premesse per radicali innovazioni nell'organizzazione della convivenza umana. Strumenti di comunicazione prima impensabili stanno unificando i problemi dell'umanità. Mezzi tecnici straordinari consentono oggi il coordinamento di tutti i complessi sviluppi della vita sociale. Le conoscenze e la tecnica permettono di risolvere definitivamente mali ancestrali che nel passato hanno decimato generazioni. La terra sta diventando per la prima volta nella sua storia un unico villaggio nel quale gli uomini potrebbero vivere in una forma e con una serenità mai fino ad ora rese possibili.

Eppure molti ostacoli sembrano ancora opporsi alla realizzazione di questo programma che è già alla portata dell'uomo.

Gli strumenti tecnici consentono ad alcuni di sfruttare altri in modo molto più profondo e oppressivo che nei secoli scorsi. Le forze a disposizione dell'inganno e dell'ingiustizia sono molto più subdole che in altri tempi. Anche se gli uomini non sono peggiori di ieri, possono oggi compiere disastri di portata molto maggiore.

Pensiamo solamente alla produzione delle armi. Fino ad ora l'umanità aveva potuto sopportare questa cattiva abitudine senza danni eccessivi. Solo da qualche secolo l'infantile tendenza di aggredire il nemico aveva acquistato caratteri preoccupanti. Ora però la parabola è alla fine. O l'umanità esce dalla fase infantile dell'aggressione armata o non può più attendersi un futuro.

Perché il male degli armamenti non sta solo nella distruzione che essi possono produrre, ma prima ancora e, per il momento, molto di più, nella dispersione assurda di immense ricchezze senza rilevante utilità pratica.

Il fatto è che gli uomini hanno camminato troppo in fretta e non hanno cambiato progressivamente il loro cuore e le loro abitudini. È urgente che cresca una diversa generazione di persone, che introducano un nuovo stile di vita e che riescano ad affrontare in modo nuovo questi gravi problemi.

Perché cresca questa nuova stirpe umana tutti debbono dare il loro contributo. Gli adulti che non possono più cambiare radicalmente, hanno però la possibilità di annunciare gli ideali che avvertono realizzabili e di creare quel clima spirituale che consenta la crescita delle nuove generazioni. E i giovani, che hanno ancora la capacità di nuove forme vitali, possono introdurre quelle modificazioni dello spirito che, una volta acquisite, nessuno potrà più annullare.

 

La giornata che cominciamo sia serena per tutti, amici, e possa registrare numerosi contributi per la crescita di quegli uomini nuovi che faranno il futuro dell'umanità.

Vita piena

La prima urgenza di ogni uomo è vivere pienamente la propria giornata.

La condizione assoluta, per poterlo fare è l'interiorità: la presenza a se stessi, la trasparenza della persona, la lucidità degli ideali perseguiti, il possesso pieno delle proprie capacità. È capitato a molti, credo, di essersi trovati in circostanze nelle quali sono riusciti a compiere imprese di cui non immaginavano mai di essere capaci.

Al contrario, in altre situazioni è stato sufficiente un cambiamento di umore, una incomprensione, un imprevisto a renderli inerti, a gettarli in uno stato di depressione.

Facilmente in queste circostanze tendiamo a cercarne le ragioni negli altri. E troviamo sempre dei motivi sufficienti per accusare qualcuno vicino a noi o il destino o il tempo o la salute.

In realtà, anche quando esistono queste motivazioni, le ragioni vere del nostro malessere sono sempre anche in noi.

Se è vero che dagli altri ci viene l'energia vitale è anche vero che essa non opera in noi finché non la facciamo nostra.

Quando ciò avviene riusciamo a vivere diversamente.

Succede così che, ad esempio, ammalati riescono a comunicare forza di vita a chi è sano, drogati riescono ad accogliere l'aiuto degli altri in modo imprevisto, emarginati scoprono offerte di amicizia che prima trascuravano. Giorni fa leggevo la lettera di un giovane fiorentino, 17 anni nel '74 quando scriveva: « Prima mi drogavo, i miei occhi non vedevano più la bellissima luce del sole, perché la droga mi dava il senso del buio, il mio umile corpo era tutto punzecchiato di piccoli fori, io mi ero ridotto un piccolo mostriciattolo. Poi una luce misteriosa ... ».

Cosa era avvenuto? Aveva per caso letto alcune lettere di una ragazza, Benedetta Bianchi Porro, morta a 25 anni ormai ridotta un rudere umano da un male crudele: cieca, sorda, insensibile, staccata dal mondo.

È morta da 20 anni e molti continuano a trovare nei suoi scritti la forza per intraprendere nuovi cammini. Come il ragazzo fiorentino che si drogava.

Non so che cosa sia ora di lui, perché l'avventura della vita richiede lunghi percorsi e a volte tortuosi. Ma certo è che un giorno una luce è entrata nella sua esistenza martoriata perché lontano, dieci anni prima, una ragazza sofferente aveva saputo amare.

A questi livelli l'esistenza che vale si svolge. La vita piena non è possibile se non si raggiungono le profondità dove scaturiscono le sue polle originarie. Quando vi si è giunti si comunica vita anche se si è inchiodati in una croce a gridare un dolore senza fine. Anche se si è emarginati in una solitudine tragica. Si può comunicare forza al mondo intero e offrire speranze a una moltitudine immensa che cerca ancora ragioni di vita.

 

A tutti noi, amici, oggi è possibile scendere più in profondità e offrire nuove energie vitali a chi incontriamo. Proviamoci e la pace di Dio sia con noi

Il valore di ciò che l'uomo fa 

Carlo Molari

 

La valutazione che ciascuno dà delle proprie azioni non è sempre confortante. Non sembra che ci sia molta gente pienamente soddisfatta di ciò che fa. E quando lo è le ragioni della sua felicità non sono tali da resistere al tempo e all'usura delle abitudini.

Ci sono molte persone che continuano il loro lavoro solo perché alla fine del mese o della settimana ricevono lo stipendio.

Altri si attendono da ciò che fanno la stima dei colleghi, il riconoscimento della società, il successo.

Altri ancora si impegnano per giungere al potere, per essere in grado, cioè, di dominare nel proprio ambiente.

Altri riescono ad andare avanti solo perché si aggrappano a gioie future che lungamente assaporano nell'anticipazione: come la vittoria della squadra del cuore, l'incontro con una persona cara, la riuscita di un progetto.

Poi avviene che quando ciò che ciascuno attendeva si realizza, i desideri si allargano, le speranze riprendono a galoppare, e un'altra meta si affaccia all'orizzonte come ragione del proprio impegno. Il denaro non basta mai, il potere non è completo, la stima degli altri è limitata, la gioia passata suscita nostalgie e rincorre nuove illusioni.

Eppure qualche tempo prima avresti detto che ottenuto quel posto, raggiunto quel traguardo, avuto quel riconoscimento ti saresti definitivamente acquietato.

Quale conclusione trarre? È inutile sperare? È senza senso impegnarsi? È vano desiderare? Niente affatto.

È necessario piuttosto individuare bene che cosa attendersi dal proprio lavoro, quali sono i beni da sperare, che senso ha quello che facciamo ogni giorno.

Alcuni pensano alla vita futura come ragione del proprio impegno quotidiano. Altri pensano al bene che fanno agli altri, alla gioia che procurano.

Ma questi motivi, pur se validi, non sono sufficienti e soprattutto non sono quelli immediati. Se il nostro lavoro ha un significato, esso deve apparire concretamente nella nostra esistenza e tradursi in stati d'animo, in ricchezza interiore, in modalità nuove di vita. L'uomo vale non per quello che fa ma per quello che diventa attraverso ciò che fa. Ed è questo che egli è in grado di comunicare, ciò che è diventato come persona. Non sono i risultati a rendere grande l'azione dell'uomo ma la crescita personale che essa realizza, la ricchezza di umanità che sviluppa.

 

Ovunque e sempre ci può essere concesso di crescere come persone autentiche. Raggiunta la maturità nessuno ci può più impedire di vivere pienamente tutte le nostre giornate. Questa è la forza di ogni uomo ed è la sua dignità.

Solitudine disperata 

Carlo Molari

 

Vi sono tante solitudini, che pesano come una maledizione. Non possiamo dimenticarle. Vi sono, è vero, persone rimaste sole che sono state rese capaci di riempire la solitudine di molti. Esse esprimono la ricchezza umana di una comunità o della famiglia in cui sono cresciute. Ma vi sono altre persone che non hanno ricevuto la medesima possibilità e che devono essere aiutate con vicinanza premurosa e con attenzione delicata.

Altra è la solitudine di chi la può scegliere come orizzonte del proprio spirito, altra è la solitudine degli abbandonati e degli emarginati.

Il problema della solitudine, di chi non può star solo, non può essere risolto dalle persone che la soffrono, ma dagli altri. Da coloro cioè, che possono costruire ambienti di incontro, dí amicizia, di scambio mutuo di doni.

Ogni comunità ben ordinata sa creare forme di condivisione, sa inventare modelli di comunione. Soprattutto quando il progresso crea nella convivenza sociale situazioni inedite di fronte alle quali tutti si trovano disarmati.

La vita infatti non può porre problemi senza suscitarne in qualche spirito fedele la soluzione. La difficoltà sta nel fatto che quando questa viene trovata appare irrealizzabile a molti perché urta contro atteggiamenti comuni e contrasta con le abitudini acquisite.

È innegabile: lo sviluppo attuale della convivenza umana, crea forme sempre più diffuse di solitudine gravosa, soprattutto per gli anziani, gli ammalati e i carcerati. Ed è consolante vedere il fiorire straordinario di iniziative, alcun veramente rilevanti, sorte per risolvere questi problemi, o almeno per alleviare i mali che ne conseguono.

Credo che la nostra società stia dando prova della sua capacità creativa. Se ancora ci è dato sperare oggi in un futuro migliore è proprio perché molti sono in grado di dedicare la propria vita a coloro che si trovano in difficoltà. Certamente anche alcuni di voi, oggi, avranno la possibilità dí colmare un vuoto nella vita di qualcuno.

Non lasciate cadere l'opportunità. La speranza che portate si intreccia in un processo di solidarietà molto più ampio, un processo che sta modificando lentamente la sensibilità comune e la natura stessa dei rapporti sociali, nonostante le resistenze e le paure di molti.

 

C'è un nuovo stile di vita che sta sorgendo da qualche parte. E tutti possiamo contribuire a renderlo più stabile e a contagiarne il nostro ambiente.

Solitudine piena

Carlo Molari

Alcuni si chiedono: come considerare la pratica dell'eremitaggio, che fin dall'antichità ha accompagnato la storia del cristianesimo e che ha avuto, e ha tuttora forme molto note in altre religioni? Anzi da alcuni la sua diffusione viene presentata come una delle soluzioni per i molti problemi della nostra convulsa società. In primo luogo occorre distinguere bene la vita eremitica dalle diverse forme di vita claustrale. Queste ultime, infatti, si fondano su intrecci di rapporti personali e costituiscono, o dovrebbero costituire comunità di vita intensa. La forma eremitica di vita religiosa, invece, è molto più rara e spesso è solo transitoria. In ogni caso essa suppone una ricchezza interiore già acquisita, una maturità di affetti, una capacità di offerta totale che, sole, possono rendere fruttuose prolungate esperienze di silenzio.

In altre parole, solamente chi è stato molto amato ed ha accolto senza riserve i doni che gli sono stati fatti, è in grado di godere periodi di solitudine. Solamente chi ha interiorizzato molte persone ed ha riempito il vuoto che caratterizza l'inizio di ogni esistenza, può affrontare il deserto senza traumi. Si potrebbe dire che solamente chi ha già imparato a morire è capace di vivere con diletto e con frutti positivi la solitudine. Perché in realtà non è solo: il mondo che lo ha costruito l'accompagna, e tutte le esperienze che egli fa rievocano presenze e suscitano vicinanze che continuano ad arricchire la sua esistenza.

Per questo le forme di vita religiosa che contemplano la possibilità di esperienze eremitiche pongono condizioni molto rigorose per con sentirne l'avvio.

Ciò evidentemente vale per i lunghi periodi, perché forme brevi di solitudine o di silenzio intenso sono consigliabili a tutti. Essi servono alla concentrazione dello spirito, alla purificazione della memoria, al riequilibrio degli affetti. Ci sono delle imprese umane, delle intuizioni luminose, delle avventure dello spirito che possono maturare solo nel silenzio di prolungate solitudini.

Ma la solitudine è fruttuosa solo quando è animata da una moltitudine di presenze e da una quantità di affetti. Altrimenti diventa espressione della aridità del proprio spirito e infrut, tuoso ripiegamento su se stessi.

 

Provate, amici, a vivere oggi momenti di solitudine profonda, e troverete nuove sorgenti per la vostra gioia.

Accogliere vita

 

Non possiamo crescere da soli, ma abbiamo bisogno di accogliere ogni giorno le offerte di vita che ci vengono fatte. Diverse difficoltà possono nascere da questa affermazione.

Potrebbe sembrare, ed è questa la prima, che i rapporti personali, una volta stabiliti operino automaticamente la crescita di una persona. In realtà non è così. Non ogni buon genitore, ad es., fa crescere i figli in modo armonico e completo, né ogni educatore trasmette i suoi ideali autentici agli alunni. Non ogni coniuge è sempre per l'altro stimolo reale di vita, né ogni amico è arricchimento di esistenza.

Abitualmente viene addotta come ragione di questo fatto l'insufficienza degli educatori, l'egoismo dei genitori, la possessività degli amici, l'infedeltà dei coniugi. Molte volte queste accuse sono giuste, ma non sempre. Vorrei riflettere questa mattina su un male più generale che coinvolge tutti e che potremmo chiamare: la superficialità dei nostri rapporti, la pigrizia della nostra crescita, le resistenze che poniamo alla presenza degli altri. Può diventare lo stile di tutta una società, il clima abituale di intere generazioni.

La natura non insegna ad amare che in modo rudimentale; quel tanto che basta per sopravvivere. Spesso poi vi sono cambiamenti culturali che rendono più difficili i rapporti e richiedono perciò nuovi stili di vita. Così si capisce come sia possibile che anche oggi, dopo le numerose invenzioni di amore che la storia umana ha registrato, si trovino generazioni, o gruppi di persone che stabiliscono rapporti molto superficiali. La maggioranza di noi passa accanto agli altri senza incontrare veramente nessuno o molto pochi. E non sempre per cattiva volontà, ma perché non hanno mai avuto occasione di imparare ad entrare nella vita degli altri con delicatezza e meraviglia.

Gesù un giorno disse che solo assumendo l'atteggiamento dei bambini si può entrare nel regno. I bambini sono appunto coloro che spalancano gli occhi di fronte ad ogni novità, che puntano l'attenzione totale quando un oggetto di interesse li colpisce, che si affidano senza riserve quando incontrano chi suscita la loro fiducia.

 

Spesso non entriamo nel regno della vita perché crediamo di conoscere già le persone che ci sono vicine, abbiamo perduto la fecondità della meraviglia e non siamo sufficientemente pazienti per seguire le tappe della crescita di una persona. Fissiamo per sempre gli altri nei nostri schemi e li inquadriamo definitivamente nelle cornici delle nostre prime impressioni. Proviamo oggi ad accogliere la presenza di coloro che incontreremo come una nuova possibilità. Forse faremo un passo avanti nella loro comprensione e la giornata sarà più feconda.

Non possiamo crescere da soli

 

Carlo Molari

 

Non possiamo crescere da soli,  abbiamo bisogno di accogliere ogni giorno le offerte di vita che ci vengono fatte. Diverse difficoltà possono nascere da questa affermazione.

Potrebbe sembrare, ed è questa la prima, che i rapporti personali, una volta stabiliti operino automaticamente la crescita di una persona. In realtà non è così. Non ogni buon genitore, ad es., fa crescere i figli in modo armonico e completo, né ogni educatore trasmette i suoi ideali autentici agli alunni. Non ogni coniuge è sempre per l'altro stimolo reale di vita, né ogni amico è arricchimento di esistenza.

Abitualmente viene addotta come ragione di questo fatto l'insufficienza degli educatori, l'egoismo dei genitori, la possessività degli amici, l'infedeltà dei coniugi. Molte volte queste accuse sono giuste, ma non sempre. Vorrei riflettere questa mattina su un male più generale che coinvolge tutti e che potremmo chiamare: la superficialità dei nostri rapporti, la pigrizia della nostra crescita, le resistenze che poniamo alla presenza degli altri. Può diventare lo stile di tutta una società, il clima abituale di intere generazioni.

La natura non insegna ad amare che in modo rudimentale; quel tanto che basta per sopravvivere. Spesso poi vi sono cambiamenti culturali che rendono più difficili i rapporti e richiedono perciò nuovi stili di vita. Così si capisce come sia possibile che anche oggi, dopo le numerose invenzioni di amore che la storia umana ha registrato, si trovino generazioni, o gruppi di persone che stabiliscono rapporti molto superficiali. La maggioranza di noi passa accanto agli altri senza incontrare veramente nessuno o molto pochi. E non sempre per cattiva volontà, ma perché non hanno mai avuto occasione di imparare ad entrare nella vita degli altri con delicatezza e meraviglia.

Gesù un giorno disse che solo assumendo l'atteggiamento dei bambini si può entrare nel regno. I bambini sono appunto coloro che spalancano gli occhi di fronte ad ogni novità, che puntano l'attenzione totale quando un oggetto di interesse li colpisce, che si affidano senza riserve quando incontrano chi suscita la loro fiducia.

 

Spesso non entriamo nel regno della vita perché crediamo di conoscere già le persone che ci sono vicine, abbiamo perduto la fecondità della meraviglia e non siamo sufficientemente pazienti per seguire le tappe della crescita di una persona. Fissiamo per sempre gli altri nei nostri schemi e li inquadriamo definitivamente nelle cornici delle nostre prime impressioni. Proviamo oggi ad accogliere la presenza di coloro che incontreremo come una nuova possibilità. Forse faremo un passo avanti nella loro comprensione e la giornata sarà più feconda.

La salvezza è dagli altri

Carlo Molari 

 

Ogni situazione della nostra esistenza può essere vissuta in modo da consentirci di crescere come persone autentiche. Noi possiamo vivere tutte le situazioni, anche quelle causate dal peccato e dalla violenza degli uomini, in modo da renderle spazi di novità, stimoli di rinnovamento, occasione di profezie. Da farne cioè luoghi di crescita per noi e per gli altri. Ma non siamo in grado di farlo da soli. Sono i rapporti con gli altri, gli incontri, le esperienze storiche che ci consentono di crescere, offrendoci ogni giorno possibilità nuove. Non è sufficiente essere nati, per poter vivere intensamente e neppure per poter sopravvivere. Occorre che qualcuno ci offra continuamente la possibilità di crescere. Ciò non vale solo per i più piccoli ma per ogni uomo. Anzi più la persona è grande e più esige offerte intense e profonde. Solo che mentre gli adolescenti, i giovani e soprattutto gli adulti sono in grado di cercarsi da soli ambienti di offerte vitali e di muoversi per allargare gli orizzonti e intensificare i rapporti, gli infanti ed i fanciulli sono costretti all'ambiente e quindi necessariamente condizionati dalle offerte di vita che concretamente essi ricevono.

Quando, nell'orizzonte della fede, diciamo che la salvezza è dono di Dio, intendiamo appunto esprimere questa nostra condizione di creature: abbiamo bisogno di accogliere la nostra perfezione dagli altri. L'amore di Dio, infatti, non è efficace per noi se non quando diventa amore di persone umane: gesto e sorriso di madri e di padri, affetto di amici o di sposi. Ognuno di noi porta per gli altri un dono che è più grande di sé, un dono che però non può trattenere nelle sue mani, ma deve saper offrire perché la vita non venga tradita e possa esprimersi in tutte le sue forme.

Soprattutto quando avvertiamo da qualche parte situazioni di emarginazione, di solitudine, ricordiamo che a nessuno è possibile uscire dalla sua condizione se altri non gli tendono la mano.

Oggi, forse, per qualcuno siamo noi i portatori di un dono nuovo. Come altri forse sono pronti ad offrirci la loro presenza, se saremo attenti ad avvertirla e ad accoglierla senza riserve.

 

Pensiamoci, oggi, quando ci si offrirà un incontro


Educare alla fede dentro la poesia..

 

 

 

Un verso

 

Educare alla poesia

 

Antonio Prete 

 

Un verso, un solo verso. Ramo di un albero, filo di una tessitura. Oppure, petalo di un fiore, se vogliamo rivolgerci alla classica contiguità della poesia con la rosa. Staccare un verso dal corpo di suoni e di silenzi cui appartiene, dall’onda del ritmo che in ogni parte di quel corpo trascorre, è come prelevare poche note da una composizione musicale. Un’azzardata sottrazione. Un arbitrio. Eppure ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, e anche nella loro traduzione in altre lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: schegge che si trasformano in sorgenti luminose, frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono.

Un verso, un solo verso, può corrispondere, sul piano della poesia, a quello che nel campo della prosa Leopardi chiamava “pensiero isolato”. Nello Zibaldone lampeggiano alcuni “pensieri isolati”, sottratti all’ordine discorsivo della trattazione: la loro densità di teoresi è più forte di ogni diffusiva analisi.

Così, accade anche che alcuni versi isolati, pur sottratti alla loro organica appartenenza, finiscano col vivere di una vita propria. Richiamano, per analogia, quel sapere che, nella “cura di sé” consigliata dagli antichi filosofi, era compendiato nel “detto memorabile”, nei “veridica dicta”, per usare l’espressione di Lucrezio. Trattenere quei detti nella propria memoria era come dotarsi di un prontuario che all’occasione poteva suggerire modi di comportamento, orientamento per le scelte di vita. Lessico interiore di una morale. Allo stesso modo, trattenere singoli versi nella propria memoria è custodire un serto di parole che non riposano nella quiete di un senso o nell’armonia di un suono, ma fanno del senso un suono e del suono un senso e per questa loro singolare virtù o acrobazia o grazia irradiano un pensiero aperto, irriducibile a un solo significato, interrogativo.

Di tali versi soli, e splendenti nella loro solitudine, dirò in questa rubrica. Ogni volta un verso ci inviterà a sostare alla sua ombra: per un pensiero al margine, per una annotazione esegetica, per una considerazione che può avere a che fare, più che col commento, con una libera interrogazione, e anche con quel divagare cui invita proprio quella conoscenza per via fantastica che è la lingua della poesia.

Di verso in verso: un cammino nel giardino della poesia. Un giardino nel quale si potrà sentire talvolta, insieme con il profumo dei fiori, il tragico della vita.

Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. E un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

"Le poesie, sono altresì dei doni – doni per chi sta all'erta. Doni che implicano destino.

 Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano […] viviamo sotto cieli cupi − e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche.“

 

 

 

“La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.”

 

Paul Celan

 

 

Breviario Laico, DARE OMBRA ALLE PAROLE

 Riflessioni con Card. Ravasi /

Parla anche tu, /parla per ultimo, /di’ la tua sentenza. /Parla, ma non dividere il sì dal no. / Alla tua sentenza dà anche il senso: / dalle ombra. / Dalle ombra sufficiente, /dagliene tanta.

 

Paul Celan

 

Anche chi – purtroppo! – non ama la poesia, legga lo stesso queste righe di un grande e tragico poeta ebreo tedesco, Paul Celan, nato in Romania nel 1920, testimone della fine della sua famiglia nei lager nazisti, morto suicida gettandosi nella Senna a Parigi nel 1970. Di solito i suoi versi, altissimi, sono ardui, ma questa volta il suo è un appello semplice e incisivo. Il poeta non va contro il detto di Cristo sulla sincerità: «Sia il vostro parlare: Sì, sì! No, no!, il di più viene dal Maligno» (Matteo 5,37). Egli vuole, invece, colpire chi pronuncia sentenze definitive quasi fosse l’unico interprete autorizzato della verità. Sono quelle persone che non si lasciano mai frenare da un’esitazione, che asseverano «senza ombra di dubbio».

 

Ecco appunto l’immagine di Celan, l’ombra che invece dovrebbe alonare le parole. Solo così esse escono dalle labbra quasi in punta di piedi, con discrezione e pudore. Anziché essere un flusso veemente e inarrestabile, sono centellinate e avvolte nella pellicola del silenzio perché sono pesate e pensate. Sono frasi che lasciano spazi ancora bianchi che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in coloro che le ascoltano, un po’ come accade alla poesia che ha bisogno degli «a capo» così da lasciare un vuoto che l’eco nell’anima del lettore riempie. È proprio l’esatto contrario della chiacchiera che non ammette spazio e interstizi, oppure dell’urlato che impedisce il dialogo. Un personaggio di Pirandello diceva in Ciascuno a suo modo (1924): «quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare!».

 

 

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Paul Valéry. Il mare, il mare sempre rinascente!

Un verso

Antonio Prete

Quale verso delle ventiquattro sestine che compongono il Cimitero marino di Paul Valéry può raccogliere nel suo specchio i riflessi che vengono dagli altri versi? La configurazione formale, ritmica, immaginativa e teoretica del testo poetico ha tale rigorosa e necessaria e impeccabile tessitura che separare un verso dagli altri versi può mandare in frantumi l’intero mirabile edificio. E tuttavia questo verso della prima sestina – La mer, la mer toujours recommencée – può fare se non altro da avvio ad una breve riflessione che accompagni lo scorrere del poème:, il quale ha esattamente cento anni (uscì nella prima versione sulla “Nouvelle Revue Française” nel giugno del 1920). Perché in questo verso il mare mostra, nel suono della ripetizione, il movimento dell’onda, e allo stesso tempo il suo doppio legame con un tempo fuori del tempo (toujours, sempre) e con un ritorno senza fine (recommencée), un ritorno che è rinascita, partecipazione a una creazione che sempre ricomincia.

 

Il mare, dunque, e lo sguardo sulla sua superficie, sul suo movimento, sulla sua bellezza, che dischiude la meditazione su quel che più conta, come l’essere, l’apparenza, il divenire, il già stato, la morte, la rinascita, e questo nella musica del verso. Contemplazione non da una riva, ma dal piccolo promontorio su cui sorge un cimitero che un tempo ospitava le tombe di marinai e di pellegrini. Contemplazione che, imitando l’onda marina, istituisce un andirivieni tra il vedere e il pensare, tra lo stupore dinanzi alla bellezza luminosa dell’apparire e l’interrogazione intorno al proprio stare – nella quiete e nell’ardimento, nel dubbio e nell’attesa – dentro un tumulto che è vita: vita consumata, scintillio di vita, vita dinanzi alla morte, morte nella vita. Ma ecco la prima sestina, dov’è incastonato il verso, seguita da una mia traduzione:

 

 

 

Ce toit tranquille, où marchent des colombes,

 

Entre le pins palpite, entre les tombes;

 

Midi le juste y compose de feux

 

La mer, la mer, toujours recommencée!

 

O récompense après une pensée

 

Qu’un long regard sur le calme des dieux!

 

 

 

Un tetto calmo corso da colombe

 

palpita in mezzo ai pini e tra le tombe.

 

Meriggio il giusto coi suoi fuochi acquieta

 

il mare, il mare sempre rinascente!

 

Dopo un pensiero, che dono lucente

 

guardare a lungo degli dei la quiete!

 

 

 

La seconda sestina inaugura un’alternanza – che rimbalza lungo tutto il testo – tra la visione del mare, delle sue metamorfosi, della sua luce (“Un puro assiduo folgorio consuma /diamanti di minutissima schiuma”) e le trasvalutazioni d’ordine concettuale (“scintilla il Tempo, e il Sogno è sapere”).

 

Un “monologo del mio io”, dirà Valéry del suo Cimitero marino. Un monologo nel quale prendono suono e forma i temi della sua vita “affettiva e mentale” – questa l’espressione che usa il poeta – così come sin dall’adolescenza si erano definiti, ovvero in una relazione fortissima con il mare e con la luce mediterranea.

 

 

 

Rievocando, molti anni dopo, la composizione, Valéry dirà che il primo movimento verso la scrittura poetica era nato da una sensazione puramente ritmica, vuota di senso, riempita di sillabe vane, che era diventata per un certo periodo un’ossessione: insomma, una frase musicale che s’insedia nella mente, priva di parole, ma che cerca di fissarsi nella misura metrica del decasillabo (il decasyllabe francese, un verso non consueto per la grande tradizione lirica). Allo stesso tempo quella misura, mentre risuonava, mostrava su di sé l’ombra del dodici, il numero sillabico dell’alessandrino, con la sua “potenza”, e a quella soglia tendeva e da essa si ritraeva (per questo la metà del dodici, la sestina, diventa la strofe della composizione, e il doppio del dodici, ventiquattro, diventa l’insieme delle strofe). Per un poeta come Valéry sostare, metricamente, al di qua del dodici significa non cadere nell’eloquenza teatrale dell’alessandrino (l’alessandrino, “il nostro esametro”, diceva Mallarmé); per contro, attivare le sonorità del decasillabo con una mobilità di cesure interne significa guardare all’endecasillabo dantesco, al suo grande esempio di vitalità ritmico-sonora e di modulazione ragionativa e contemplativa insieme. È singolare come questa sorta di ispirazione meramente sonora faccia germinare i movimenti del pensiero, e offra ad essi una dimora musicale.

 

 

 

Accade insomma che la forma metrica, una volta visitata dall’idea, incontra la singolarità vivente e rammemorante e meditante del poeta, la sua storia personale: di ricerca interiore, di formazione dello sguardo, di interrogazione sul nesso vita e morte. Un esercizio metrico si svolge come pensiero poetico. Per questo Oreste Macrì, che nel 1947 diede una traduzione italiana del famoso testo poetico di Valéry, accompagnata da un fitto e coltissimo corredo esegetico, intitolò il suo saggio introduttivo Metrica e metafisica nel “Cimetière marin”.

 

 

 

 

 

Opera di Andrew Wyeth.

 

 

Quanto alla mia esperienza, ho tradotto Le Cimetière marin dopo che avevo a lungo indugiato nella poesia di Valéry – dai Frammenti di Narciso alla Giovane Parca – e nelle prose, nei dialoghi, nei trattati, e soprattutto in quel meraviglioso Zibaldone novecentesco che sono i Cahiers, un quotidiano corpo a corpo con il sapere di tutte le arti, del linguaggio, delle scienze umane, fisiche e naturali. Avevo a lungo rinviato la traduzione di un testo la cui perfezione formale non poteva che disperdersi e spegnersi, o almeno attenuarsi, una volta traslata in un’altra lingua (anche se molti, e talvolta riusciti, erano gli esempi di poeti italiani che si erano applicati all’impresa). Ma quando mi accadde, sulla metà degli anni Novanta, di sostare per la prima volta a Sète, e salire tra le pietre del Cimétiere marin, in una luce mattutina abbagliante, i versi del poeta mi apparvero con una loro prossimità, come se da quel luogo le immagini abbandonassero la severa dimora del decasillabo francese e si distendessero, con semplicità, diventati parola della luce, pensiero del visibile, intimamente legati alle linee del paesaggio in cui erano nati, da cui erano nati (sarei tornato diverse altre volte sul bel porto di Sète, nei vari soggiorni d’insegnamento a Montpellier e di seminari tenuti in quella Università, appunto detta la Paul Valéry). Fu allora che decisi di avventurarmi nella traduzione. Le pagine di Ispirazioni mediterranee, in cui il poeta, rievocando la sua infanzia marina e portuale, riflette sulle figure di un pensiero meridiano, mi sembrava potessero accompagnare l’atto del tradurre. E tuttavia, come qualche volta accade, sulla prima traduzione sono tornato, dopo alcuni anni, con l’assillo del repentir, della revisione e riscrittura, giungendo infine a una nuova versione. Ogni traduzione poetica è solo una sosta lungo il cammino verso un’impossibile traduzione compiuta.

 

 

 

Torniamo ai versi di Valéry. Per il quale la poesia è suono del pensiero, musica del pensiero: questa è l’eredità mediterranea che il poeta sentiva di dover consegnare alla scrittura. Quanto al verso, esso nasceva nel corso di un raro, preziosissimo stato di grazia, una sorta di inatteso dono che insieme interrompeva e raccoglieva il tempo continuo, quotidiano, del ricercar meditando.

 

I versi del Cimitero marino, di sestina in sestina, rimodulano, nella tensione del suonosenso, e con la matericità di immagini corporee, le grandi domande sul tempo, anzitutto, ma anche sull’apparenza, sull’assoluto, sulla caducità, sulla mortalità, sul nulla, e questo attraverso la costruzione di figure corporee, attraverso il trionfo del visibile. E tra il bianco marmoreo delle tombe e lo scintillio della distesa marina trascorrono pensieri d’amore e di consunzione, il desiderio e il dolore mostrandosi come lingua propria dell’umano, come l’attesa e il sogno. Sullo sfondo, Lucrezio, Agostino, Pascal. Ma la curvatura del pensare che tra l’addensarsi di immagini rivela il suo nitido profilo è la necessità dell’ombra, l’accettazione della condizione umana, della distanza dall’assoluto, dal principio, l’invito a “rentrer dans le jeu”, rientrare nel giuoco, che è giuoco di vita e morte insieme, rimettersi in giuoco, e intanto opporre al fascino dell’astrazione la vibrazione dei corpi, al richiamo dell’oltre il qui tumultuante dell’esistenza, al gelo della cancellazione l’onda – appunto l’onda – del desiderio. A un certo punto appare, nella XXI sestina, il greco Zenone, col suo paradosso: “Zenone, crudo Zenone Eleata, / m’hai trafitto con questa freccia alata / che vibra e vola ed è priva di moto”. Dirà poi Valéry che introdusse l’argomento di Zenone per indicare, nel discorso sul tempo, la ribellione contro la durata, ma anche per una ragione compositiva, cioè per compensare con una tonalità filosofica il sensuale e “troppo umano” delle strofe precedenti. Ma ecco, in versione italiana le ultime due sestine, in cui si rompe definitivamente la “forma astratta”, la rinuncia all’assoluto è dichiarata, il corpo e la vita gridano il loro essere nel movimento del desiderio, all’unisono con l’energia metamorfica e scintillante del mare:

 

 

 

XXIII

 

Sì, mare immenso di folli scintille,

 

pelle di pardo, mantello che mille

 

e mille idoli del sole scompigliano,

 

sciolta idra che del tuo azzurro corpo ardi,

 

e la coda splendente ti rimordi

 

nel tumulto che al silenzio somiglia,

 

 

 

XXIV

 

si leva il vento! S’affronti la vita!

 

Squaderna il libro quest’aria infinita,

 

franta esce l’onda da rupestri stele!

 

Volate via, mie pagine abbagliate!

 

Rompete, onde, con acque rallietate,

 

quel tetto quieto morso dalle vele.

 

 

 

 

Lo sguardo torna sul mare, sul suo azzurro corpo vivente. Il tono è in levare, la severità della dizione poetica si apre al canto, il poemetto accoglie i timbri dell’ode, la solennità dell’alessandrino tenuta a distanza con il decasillabo riprende ora il suo campo, la “forme pensive”, l’astrazione, si lascia scuotere dal vento della vita. Il pensiero è invaso dalla luce, dall’aria, dall’infinito dell’aria. E il tetto d’acqua, l’azzurra superficie su cui il primo sguardo scorgeva colombe-onde, riappare con il suo movimento, percorso ora da vele, mordicchiato dal loro beccheggiare. La prima e l’ultima immagine si ricongiungono: il mare sempre ricomincia, nella luce del rinascere che dialoga con l’altra luce, quella che, in alto, tra le tombe del “cimetière marin” fruga interrogativa nelle pieghe del tempo, tra le ceneri di quel che è stato.

Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

Un verso

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

Il verso di Friedrich Hölderlin  (Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste), che sopra riporto nella traduzione di Giorgio Vigolo, in un’altra traduzione, per dir così più esplicativa, quella proposta da Luigi Reitani nel “Meridiano” dedicato al grande poeta tedesco, suona così: “Chi ha pensato le cose più profonde, ama ciò che è più vivo”. Il verso appartiene alla poesia che ha il titolo Sokrates und Alkibiades (Socrate e Alcibiade), una breve composizione di due strofe che è tra le più note e tradotte di Hölderlin (c’è anche una traduzione-imitazione di Giacomo Noventa, nel suo veneziano singolarissimo, che aderisce al testo nella prima strofe e reinventa con leggerezza sorridente il resto).

 

Il verso di Hölderlin ha la compiutezza aforismatica di un pensiero che intende raccogliere in una sola frase un cammino di teoresi e di meditazione; un verso, insomma, che somiglia ai “detti” della filosofia antica, ai “veridica dicta”, come li definiva Lucrezio. Il verso, che apre la seconda strofe, si pone come risposta alla domanda consegnata alla prima strofe. Ecco il testo della poesia nella traduzione di Vigolo, seguito dall’originale:

 

 

 

“Perché stai sempre adorando, Socrate santo,

 

questo giovane? Nulla sai di più grande,

 

che con occhio d’amore

 

come gli dei lo contempli?”.

 

Chi pensa il più profondo ama il più vivo,

 

sublime gioventù intende, chi ha guardato nel mondo,

 

e finiscono i savi sovente

 

con inclinare al Bello.

 

 

 

“Warum huldigest du, heiliger Sokrates,

 

diesem Jünglinge stets? Kennest du Grössers nicht?

 

Warum siehet mit Liebe,

 

wie auf Götter, dein Aug’ auf ihn?”

 

 

 

Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste,

 

hohe Jugend versteht, wer in die Welt geblickt,

 

und es neigen die Weisen

 

oft am Ende zu Schönem sich.

 

 

 

Socrate e Alcibiade: le due immagini, il maestro e il discepolo, rinviano ai dialoghi platonici – in particolare al Simposio e all’Alcibiade – e alla questione posta da Socrate sul rapporto tra sapienza e amore, una questione che il poeta qui disloca subito sul piano di una relazione forte tra due elementi: tra il pensiero che si sospinge fino all’estremo, fino al suo stesso confine – e per questo fa esperienza del “più profondo” (das Tiefste) – e l’amore del vivente, laddove questo manifesta la sua essenza, mostrandosi nel punto più alto (das Lebendigste), e cioè rivelandosi nella forma della bellezza. Il pensiero più profondo – di “profunda profunditas” parlerà Agostino – è proprio della sapienza, l’elemento più vivo è proprio della bellezza.

 

 

 

 

 

Illustrazione di Cressida Campbell.

 

 

Pensare il più profondo, amare il più vivo: ritmo che unisce conoscenza e amore. Diastole e sistole di un battito che fa del pensare una lingua del desiderio e dell’amore un pensiero del vivente. Un’unità – o tensione verso un’unità – che tende a bruciare ogni opposizione tra il sapere e l’amore, tra la conoscenza e la bellezza. Il pensiero, nella sua essenza, è amore della bellezza. Un poeta come Hölderlin, che nella poesia porta, inquietamente e luminosamente, tutta la propria formazione filosofica, mostra, con la cura del verso, della sua forma, del suo suono, come vera sapienza sia fare esperienza della bellezza attraverso l’amore del vivente, del tutto vivente. La Natura è figura prossima, visibile, del tutto vivente. E la Natura è infatti la madre dalla quale il poeta ha appreso la lingua della propria arte: die Mütterarzrtlichkeit (si veda la lirica intitolata Die Stille). Questa consapevolezza è propria del poeta romantico: Keats dice che dal ruggito del leone (the Lion’s roaring) e dal grido della tigre (the Tiger’s yell) il poeta apprende la sua lingua. È un modo per dire della materna pedagogia messa in campo dalla Natura nei confronti del poeta.

 

 

 

Nel Simposio, quando Socrate prende la parola, dopo gli elogi di Eros via via fatti dai discepoli, e racconta di non sapere dell’amore se non quello che gli ha detto un giorno la donna di Mantinea, Diotima, a un certo punto, come osservazione al margine delle considerazioni sulla natura di Eros, dice della equivalenza tra Eros e Poiesis: come Poiesis, cioè la creazione, è movimento che dal vuoto, dall’assenza, fa che le cose siano, così anche Eros, in quanto desiderio, è movimento che dalla mancanza va verso la presenza. Dal vuoto al visibile, dalla privazione alla forma: un movimento che nel suo divenire resta sempre aperto. Nella poesia di Hölderlin l’amore è allo stesso tempo amore della sapienza – il pensare profondo – e amore del vivente. La poesia è la lingua che accoglie questo incontro tra amore della sapienza e amore del vivente.

 

C’è come un cerchio che nell’Europa della Romantik mette in relazione diverse culture letterarie, diversi poeti, con questa idea forte del vivente: Keats, Novalis, Hölderlin, Leopardi, ed altri. L’onda di questa poesia intesa come ascolto e amore del vivente giunge fino a Rilke. Una singolare corrispondenza: nella traduzione che Rilke fa dell’Infinito leopardiano c’è una particolare attenzione, di natura direi teoretica, proprio ai riferimenti al vivente. Le parole leopardiane “… e la presente / e viva, e il suon di lei”, / Rilke in qualche modo le rafforza, traducendo “und diese/ daseiende Zeit, die lebendige, tönende”. Una traduzione interpretativa (una traduzione “glossematica”, avrebbe detto Contini), che approfondisce anche sonoramente da una parte il limite del visibile, del qui e ora, del questo, dall’altra la presenza appunto del vivente, il suo risuonare.

 

Hölderlin, Leopardi, Rilke: poeti che con la loro poesia hanno detto dell’essenza stessa della poesia.

 

 

 

Torniamo al verso di Hölderlin. La domanda rivolta a Socrate dice di uno sguardo che è contemplazione – la memoria del verso di Saffo tradotto da Catullo con Ille mihi par esse deo videtur è dichiarata – ma proprio questo sguardo si rivelerà subito come la figura di una contemplazione che ha radice nel pensiero profondo, dunque nella sapienza, e si manifesta come percezione, da parte di tutti i sensi, della bellezza. Questo sguardo sulla bellezza – che è insieme forma del vivente e manifestazione del sacro – si accompagna per il poeta tedesco alla ricerca di un’armonia, al senso di una grande quiete per la relazione con questa armonia. Nell’Iperione c’è un passaggio bellissimo che racconta di questa ricerca:

 

 

 

O felice natura! Non mi so render conto di ciò che avviene in me quando levo lo sguardo verso la tua bellezza, ma tutte le gioie del cielo sono nelle lacrime che io verso per la tua bellezza, come l’amante per la sua amata. Tutto il mio essere ammutolisce e sta in ascolto quando le delicate onde del vento giocano intorno al mio petto. Perduto nell’ampio azzurro del cielo, levo lo sguardo su verso l’etra e giù verso il mare sacro e mi sembra che uno spirito fraterno mi apra le braccia e che il dolore della solitudine si sciolga nella vita della divinità. Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo. Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma, dove il meriggio perde la sua afa, il tuono la sua voce e il mare che freme e spumeggia assomiglia all’onde di un campo di grano (trad. di G. V. Amoretti).

 

 

 

La lirica di Hölderlin è in tutte le sue stazioni interrogazione della Natura: della sua presenza, del suo stormire, delle sue voci, dei suoi silenzi. E questo accade nella meditazione poetica intorno al pensiero rammemorante: Mnemosyne, l’An-denken raccolto e dispiegato più volte nell’ermeneutica di Heidegger. Accade nel grande tema del ritorno dopo la peregrinazione, nel tema della notte che è vuota attesa del dio, solitudine per la sua assenza.

 

E tuttavia il rapporto con la bellezza e la ricerca di armonia con la Natura che i versi del poeta accolgono e descrivono ha in sé l’ombra del tragico. Perché è lontananza dal principio, dalla perfezione, dal sacro, che si manifesta solo in quanto perduto. La prossimità al vivente di cui fa esperienza la poesia nel respiro stesso del suo suono, nelle sue immagini, ha in sé questo tremore: mentre sperimenta la tensione verso il vivente, avverte anche la fragilità e inanità di questo suo vedere e sentire. La fragilità della stessa lingua.

 

 

Anche se non diamo, oggi, a questa mancanza il nome del sacro, conosciamo quanto sia diventata profonda la lontananza dal vivente, dal tutto vivente. Il profilarsi di un tempo in cui si estende il dominio dell’artificiale, del virtuale, del robotico, mette in questione la relazione corporea – “sensibile e immaginosa”, direbbe Leopardi – con il vivente, con la Natura vivente. La poesia appare inappropriata, estranea, a questo tempo. Ma sempre la poesia è stata in esilio dal proprio tempo.

Una cosa bella è una gioia per sempre

Un verso.

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

Il verso apre il poema di John Keats Endymion: “The thing of beauty is a joy for ever”. La bellezza e la gioia. Keats unisce in un solo verso la forma del visibile cui diamo il nome di bellezza e quel sentimento fortemente corporeo e insieme profondamente spirituale che è la gioia. Per un poeta la bellezza è un fatto anzitutto interiore. Per questo definire la bellezza è una questione che non attiene all’ordine dell’estetica ma all’universo del sentire. Non è necessario evocare categorie che colgono la forma, o la relazione tra le forme, come l’armonia, la proporzione, la misura, ma basta riferirsi alla percezione di sé nel rapporto con il visibile, una percezione che è esperienza di un sentimento, anzi del più impetuoso e vitale dei sentimenti, al quale diamo il nome di gioia.

 

 

 

La bellezza e la gioia: una complicità forte, una sorellanza che sa accogliere il mondo, l’esperienza del mondo, per quel che si mostra come luce e come musica. E che per questo può sfidare la qualità prima del tempo, che è l’irreversibilità, può cioè tentare un patto – certo illusorio, azzardato, estremo – con la permanenza, con il sempre. Senza questa interiore sospensione della caducità, senza questa fantasticata esclusione del declino dall’orizzonte del visibile, le cose non possono salire verso la lingua della poesia e lì essere accolte e custodite. Ma si tratta di una finzione, analoga alla finzione che nell’idillio di Leopardi mette in moto la rappresentazione di un infinito impossibile a sostenersi: “Io nel pensier mi fingo”. Di questa finzione il poeta Keats, come del resto ogni poeta, è consapevole. Una finzione senza la quale non potrebbe esserci quella creazione del mondo che è sempre la poesia. Ed è questa sospensione della caducità che permette il dischiudersi del sentimento della gioia. Un sentimento che cerca i segni per manifestarsi: la gioia è una letizia che chiama i sensi, tutti i sensi, a congiungersi festosamente. Per questo, per dire della gioia ricorriamo ad aggettivi come pura, assoluta, incontenibile, piena. E tuttavia, nonostante la pulsione a manifestarsi, nonostante le forme profane o secondarie in cui la gioia si può manifestare, come l’allegrezza o il riso, il suo movimento più proprio è quello di portare il rapporto con il visibile nel tempo-spazio dell’interiorità. Un movimento somigliante a quello dell’amore. Anche l’amore è esperienza che nei suoi momenti di fulgore sospende la caducità del tempo, fa un patto con l’oltretempo: da qui il legame forte che la poesia d’amore ha con l’elemento lunare, solare, stellare, cioè con quelle figure che appartengono a un tempo diverso da quello umano e storico, un tempo cosmico, che è come dire un oltretempo, o un tempo senza tempo (poesia d’amore e cosmologia è un nesso intorno al quale mi è accaduto più volte di riflettere).

 

 

 

Keats dice in altri memorabili versi di questa sospensione del tempo che la bellezza – la bellezza del visibile e quella dell’arte – può dischiudere. Pensiamo ai versi dell’ Ode on a Grecian Urn, che dicono la sottrazione al declino propria delle figure rappresentate sull’urna (“Ah, happy, happy boughs! That cannot shed / Your leaves, nor ever bid the Spring adieu” – Oh! felici, felici rami, che non potete perdere / le foglie e mai direte a Primavera addio”. E nominano anche, quei versi, la dolcezza suprema di una melodia priva del suo suono, perché consegnata all’immagine dei flauti che continuano a suonare al di là del loro tempo, fuori dallo scorrere del tempo.

 

 

 

 

 

Keats qui nasconde quel senso del declino che pure è proprio della bellezza, per mostrare come la lingua del poeta, e prima ancora della lingua il suo vedere e sentire vivano l’esperienza di una lotta contro il passaggio, contro il transitorio, e anche contro l’oblio. Una suprema finzione, in virtù della quale la lingua della poesia può ospitare quel che più non c’è, accogliere il tempo finito, far risorgere quel che è fatto cenere.

 

Ma Keats non ignora, se pensiamo ad altre sue composizioni, l’altro aspetto della bellezza, quello della caducità: pensiamo al verso di Ode on Melancholy: “She dwells with Beauty – Beauty that must die” (“Lei dimora con la Bellezza – la Bellezza che deve morire”). E subito dopo questi versi compare anche qui, come compagna della Bellezza, la Gioia. La caducità, dunque, come altro elemento della bellezza. È il tema che darà avvio alla riflessione di Freud in Caducità (1915): al poeta che dinanzi allo splendore del paesaggio è malinconico perché vi legge l’ombra del declino si può opporre la preziosa esplosione dell’istante di vita che sospende quell’ombra. È Baudelaire che sul tema della bellezza sempre osserva la compresenza dello splendore e del declino, e lo fa con le sue categorie: la bellezza è composta di due elementi, l’éternel e il transitoir.

 

 

 

Torniamo al primo verso dell’Endymion, che si chiude con for ever, sempre. Anche il primo verso de L’infinito di Leopardi aveva un sempre, anzi cominciava con un sempre: “Sempre caro mi fu questo ermo colle”. Nel giovane poeta inglese il for ever si riferisce a un’appartenenza del visibile a sé che sconfigge il declino, o almeno sospende col linguaggio della poesia – con il racconto lirico ed epico che sta per prendere avvio – lo scorrere implacabile del tempo. Il sempre leopardiano dice invece l’intimità affettiva di un’appartenenza al visibile – questo colle, questa siepe – che è soglia per l’odissea del pensiero. Un’avventura della lingua che vuol dire l’infinito sapendo dell’impotenza del pensiero a dire l’infinito; ed è proprio il mi fu aperto da quel sempre (“Sempre caro mi fu quest’ermo colle”) che sopravviene nel naufragio e raccoglie il sentire, cioè la presenza del corpo, nel m’è dolce dell’ultimo verso: “E il naufragar m’è dolce in questo mare” (e occorrerebbe riflettere sul rapporto tra la dolcezza di Leopardi dinanzi allo spalancarsi dell’indefinito che risarcisce l’impossibile rappresentazione dell’infinto e la gioia di Keats dinanzi al mostrarsi della bellezza).

 

 

 

Il poema al quale appartiene il verso di Keats, l’Endymion, fu composto tra l’aprile e il novembre del 1817, pubblicato nel maggio del 1818. Impetuoso esercizio di scrittura poetica – in quattro libri di mille versi ciascuno – il poema è un trattamento lirico del mito che riguarda il re-pastore Endimione, la sua ricerca dell’amore, i suoi incontri, le sue visioni, il suo sonno, il suo rapporto con la sorella Peona, con una fanciulla indiana, con Venere, con la luna. Il primo verso apre il proemio del poema e unisce alla presenza della natura – il sole, la luna, gli alberi, le ombre, i fiori, i ruscelli – la presenza dei bei racconti (“all lovely tales”) uditi o letti: essenze (“essences”) che sentiamo come appartenenti a noi, al di là della percezione del loro passaggio.

 

 

Questo senso di una relazione profonda con il vivente e con il visibile ha a che fare, in Keats, con la sua stessa idea del poeta, che in una lettera a Fanny definiva come “la più impoetica delle creature”: il poeta è colui che sa esporre i suoi sensi all’ascolto, sa lasciarsi “impressionare”. Una dimissione del sapere, un sentire su cui si imprimono presenze e passaggi, che nella loro quieta dolcezza cercano la via della lingua, il nuovo tempo della poesia.

Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i viventi la donna amata, sorgente e vita del suo canto: il cantore, a un certo punto del sotterraneo cammino, infrange il divieto di voltarsi, condizione imposta dagli dei, così Euridice è ripresa nel regno dell’oscuro.

 

Scritto nel 1904, molto prima, dunque, della grande stagione delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo, il testo poetico muove da un bassorilievo presente nel Museo Archeologico di Napoli che raffigura i tre personaggi del mito. Come nel verso qui scelto, così in tutto il testo poetico, Euridice appare avvolta in una sua lontananza, che è lontananza dal desiderio stesso.

 

 

 

Figura d’ombra: tuttavia abitata da un sentire che è come un’increspatura astratta di quel che è stato. Un dopo-la-vita che è percezione, ancora, della vita, ma da una soglia di sopravvenuta imperturbabile quiete. Un oltretempo che fa venire alla mente la domanda gelida ed estrema del leopardiano Coro dei morti: “Che fu quel punto acerbo /che di vita ebbe nome?”. Il verso che chiude la poesia era già riapparso nel corso della composizione quando il poeta descriveva Euridice, con il passo “costretto in funebri bende”, la mano nella mano del dio, “chiusa in sé come alta speranza”. Ecco la strofe, in una mia traduzione (raccolta nel quaderno L’ospitalità della lingua):

 

 

 

Ma veniva lei a mano del dio,

 

il passo costretto in funebri bende,

 

incerta, dolce, priva d’impazienza.

 

Era chiusa in sé come alta speranza,

 

immemore dell’uomo ch’era avanti

 

e del sentiero che alla vita andava,

 

Era in sé raccolta, colma di morte,

 

e questo era pienezza.

 

Come un frutto di dolcezza e di buio,

 

era piena della sua grande morte,

 

così nuova che in quella si perdeva.

 

 

 

Il poemetto si era aperto col verso “Das war der Seelen wunderliches Bergwerk” (Era l’oscura miniera delle anime) mostrando con tratti espressionisti l’oltremondo sotterraneo, le anime che come vene d’argento, silenziose, solcano l’oscuro, e il rosso del sangue che sgorga tra radici per salire poi verso il mondo dei vivi, e intorno rocce, morte foreste, ponti sul vuoto, e un immenso grigio stagno, sospeso “come un cielo di pioggia sul paesaggio”. Poi un sentiero, e lungo il sentiero, il dio Hermes che conduce Euridice, più avanti Orfeo, le mani fuori dal mantello azzurro, la lira alla sua sinistra, “radicata / quale cespo di rose sull’ulivo”.

 

L’ombra qui è materia che si fa immagine, che prende forma, movimento, ritmo. Il mondo ctonio, sul quale si posava con insistenza lo sguardo dei romantici tedeschi, riappare in questi versi di Rilke come regno delle ombre abitato da un mito. Da un mito che è racconto del legame tra canto e amore, tra poesia e amore. Di quel legame è qui messa in scena la perdita, l’irrimediabile perdita. Il tema dell’addio avrà nella lirica successiva del poeta un grandissimo rilievo: l’addio ritmo dell’esistenza stessa.

 

 

 

 

 

 

Orfeo, nella ombrosa figurazione del cammino, è osservato di spalle: sale verso la luce dei vivi, dietro di lui l’eco dei suoi passi, e il vento che muove il mantello. Euridice e Hermes salgono anch’essi verso la luce, silenziosi. Se Orfeo si voltasse, disfacendo l’opera, vedrebbe lei, la silenziosa, chiusa nelle sue vesti, figura d’ombra, il passo lento, personaggio di un rito del quale non intende né la ragione né le forme.

 

Hermes, il dio dei viaggi e degli annunci che vanno lontano, la conduce tenendola per mano:

 

 

 

Lei, la molto amata, che dalla lira

 

traeva un lamento più che da donne

 

in lutto, e dal lamento sorgeva un mondo,

 

e tutto era di nuovo: selva e valle

 

e strada e borgo e campo e fiume e belva;

 

e nel mondo-lamento, come intorno

 

a un’altra terra, roteava un sole

 

e un silenzioso cielo stellato,

 

cielo-lamento con sbalzate stelle:

 

lei, la tanto amata.

 

 

 

Dal lamento sorgeva un mondo: eine Welt aus Klage ward. Lei, per l’amore ricevuto da Orfeo, muoveva la musica della parola. Di una parola che era creazione. Nel canto il visibile si dispiegava in una nuova esistenza. Il visibile della poesia: tempo-spazio dell’apparire in cui le cose sono intime a sé, si rivelano in quel legame con il tutto che al di fuori della parola poetica è fatto opaco. La poesia evoca un mondo in cui la parola e la cosa non sono disgiunte: selva, valle, strada, borgo, campo, fiume, belva respirano con il respiro della terra, sotto un cielo di stelle, anch’esse figurazione visibile del lamento-canto: “cielo-lamento con sbalzate stelle” (ein Klage-Himmel mit entsteltlen Sternen”). Il lettore avverte, in questa dolente nominazione creaturale messa in opera dalla parola poetica, l’annuncio di quello che sarà il cuore della meditazione di Rilke sulla poesia, una meditazione che nella Nona Elegia sarà affidata a questi versi:

 

…siamo qui forse per dire: casa,

 

ponte, fontana, porta, brocca, albero, finestra,

 

al più: colonna, torre…ma per dire,

 

oh! dire così, come le cose stesse mai

 

dentro di sé sognarono d’essere.

 

 

 

Il mondo si mostra nella sua fisica, preziosa e prossima singolarità: la cosa sta nella parola come nel suo proprio abitare, e nella parola palpita, si conosce, vive. Perché questo avvenga occorre che il dire sia anzitutto una pronuncia interiore, il vedere sia un vedere interiore. Il dicibile è movimento della cosa verso la parola, e dire è compito terrestre e umano. Il tempo dell’esistenza individuale è tempo del dicibile: “qui, delle cose dicibili è il tempo” (Hier ist des Säglichen Zeit). Questo tempo della parola è altro dall’oltretempo stellare, che appartiene all’indicibile, e che solo la morte dischiude: pensiamo ai versi della Settima Elegia: “O einst tot sein und sie wissen unendlich, / alle die Sterne: denn wie, wie, wie sie vergessen! “(Oh! Esser morti una volta, e conoscerle all’infinito, / le stelle, tutte: e allora come come come dimenticarle!”). Compito dell’umano, dinanzi all’animale che sta nell’“aperto”, e all’Angelo, che è purezza della conoscenza, è accogliere il visibile nel nome, per trasformarlo nell’invisibile. E poterlo custodire: come si custodisce l’addio, ritmo stesso dell’esistenza.

 

 

 

Ma l’esteso ventaglio del pensare poetico di Rilke, sostenuto, negli anni che precedono le Elegie, dal passaggio attraverso Hölderlin, rischia di apparire contratto e scialbo in queste forzose abbreviazioni. Torniamo allora all’ Orfeo del poemetto. Il suo dire era, nella luce che vestiva i viventi, un dire che accoglieva le cose, le faceva vivere, e questo perché un principio d’amore, una figura d’amore, muoveva la parola della poesia.

 

Abbiamo lasciato Euridice sul sentiero d’ombra: “colma di morte”, incede con passo lento, “incerta, dolce, priva d’impazienza”; la mano nella mano del dio Hermes, va verso una luce che presto sarà negata.

 

Euridice, di qua dalla luce, di qua dalla vita, e dal canto che lei faceva sorgere, è come in una “nuova adolescenza”, dimentica delle nozze, è un “nuovo fiore prima di sera”, è turbata, come per troppa intimità, dal lieve contatto della sua mano col dio che la conduce. La sua essenza di vita è come dissolta (“sciolta come una lunga chioma, / abbandonata come pioggia in terra”). Un verso, isolato, quasi epigrafe che nomina un’altra appartenenza, campeggia tra i silenzi: “Lei era già radice”. Tornata a un prima della vita che è fondamento della vita, quiete nell’essenza, in quell’oltre che è l’essenza. Quando il dio ferma il passo e annuncia che lui si è voltato, lei non comprende e piano domanda: Chi? Una domanda che è voce priva di memoria, voce che sale da un corpo d’ombra. Dal profondo di un’altra appartenenza. E Orfeo dall’alto osserva il dio che si volge indietro, al suo fianco c’è lei, “il passo costretto in funebri bende, /incerta, dolce, priva d’impazienza”.

 

 

 

 

In questa messa in scena del mito – l’energia figurativa dei particolari qui risente dell’amore che il poeta ha mostrato fino a quel momento per Rodin e per Cézanne – mostra come in una sinopia la gravità delle domande ultime, le domande sul rapporto tra la vita e la morte. E la poesia, dando respiro e immagine a queste domande, si fa narrazione scenica, suono che disegna mondi, tappeto di silenzi sui cui sorgono voci. Per dire, ogni volta in modi diversi, il nesso tra amore e lingua. Per dire come il perduto possa trovare una sua nuova vita nella parola, restando nella sua privazione, nel suo già stato. L’addio, il dolore dell’addio, è in ogni passo, in ogni parola.


Mario Luzi. Vola alta, parola, cresci in profondità

Un verso

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

Il verso di Mario Luzi è sempre un frammento che riceve luce da altri versi contigui e irradia sugli altri versi la propria luce: una luce in cui trema una ininterrotta meditazione sul tempo, sul visibile, sulla sua ferita, sulla sua sperata armonia. La poesia, annunciata in una pagina a sé col titolo Vola alta parola, appartiene al libro Per il battesimo dei nostri frammenti, del 1985 (ora nel Meridiano curato da Stefano Verdino, 1998). Ecco il testo che muove dal primo verso e sul primo verso riflette l’insieme del suo movimento:

 

 

 

Vola alta, parola, cresci in profondità,

 

tocca nadir e zenith della tua significazione,

 

giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami

 

nel buio della mente –

 

però non separarti da me, non arrivare,

 

ti prego, a quel celestiale appuntamento

 

da sola, senza il caldo di me

 

o almeno il mio ricordo, sii

 

luce, non disabitata trasparenza …

 

 

 

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

 

 

 

L’allocuzione d’apertura, in levare, e quasi ad alta voce, rivolta “nel buio della mente” alla parola – che è parola, certo, della poesia, ma anche parola intesa come cifra propria dell’umano – è un invito: tentare l’estremo della significazione, sospingersi fino al confine del visibile, ma, in questa ascensione, non separarsi dal sentire, dalla corporeità del sentire, dal ritmo fisico del vivente. La parola, nel libro Per il battesimo dei nostri frammenti, è sostanza dell’interrogazione poetica, e per questo come esergo d’apertura il poeta sceglie il luogo più alto, nella cultura occidentale, di una rappresentazione della parola, quel principio intorno al quale si è affannata la grande esegesi patristica, il versetto dal Prologo di Giovanni (1, 4): “In lei [la parola] era la vita; e la vita era la luce degli uomini”.

 

Con Mario Luzi più volte mi è accaduto di parlare di poesia – considero quegli incontri come un dono e tra le esperienze più belle che mi sono occorse lungo gli anni –, più volte mi è accaduto di conversare intorno a Baudelaire e a Leopardi, campi di condivisa ricerca e di forte intesa interpretativa, ma rimpiango di non avergli mai domandato in modo esplicito (qualche allusione sarà pure trascorsa) – quale rapporto egli vedeva tra l’esergo giovanneo che apre La Ginestra di Leopardi e l’altro esergo giovanneo che apre il suo Per il battesimo dei nostri frammenti. Quella luce – alla quale “gli uomini preferirono le tenebre” – che compare nell’apertura della Ginestra è la stessa luce che, come parola e vita, apre il libro di Luzi.

 

 

 

La parola del principio (il logos oggetto di tanta esegesi cristiana) è allo stesso tempo vita e luce. Per Leopardi quella parola-vita-luce era il punto di un’anteriorità inattingibile che permetteva di leggere le “tenebre” della civiltà, di una civiltà che rimuoveva ogni senso della finitudine e si avvolgeva in una vanagloriosa illusione di potere sulla storia e sulla natura; per Luzi invece quella parola-vita-luce trascorreva ancora nel visibile, nel sensibile, forse anche nella tessitura nascosta della storia, e davanti alla sua perseguita umana cancellazione, il poeta poteva tentare di istituire un tempo del dire, e del pensare, in grado di preservare di quella parola se non la presenza, almeno l’immagine, il ricordo, l’attesa. Insomma la parola della poesia può farsi evocazione e insieme custodia di quell’altra parola che, come vita, aiuta a scorgere ovunque le pulsazioni del vivente, e come luce aiuta a vedere sino ai confini del visibile.

 

 

 

 Monet, Ninfee

 

 

È poi questo movimento che permette alla poesia di Luzi di farsi poesia del tempo e della creaturalità, cioè di quel mostrarsi dei viventi e del paesaggio, intesi come rivelazione luminosa, e tuttavia ferita, di un mondo che ci appartiene, come ci appartiene il transito, il cammino, l’attesa. Si pensi alla sezione bellissima di Per il battesimo dei nostri frammenti intitolata Dal grande codice, dove in versi di grande respiro – musicale e visivo e teoretico insieme – la pernice, la rondine, la trota, il fiume si mostrano come figure che portano in sé, nel loro apparire, nel loro grido, nel loro movimento, nel loro rapporto intimo con l’elemento naturale, la pienezza della vita, di quella vita che è “vita soltanto”.

 

 

 

Qui, in questi versi che cominciano con “Vola alta, parola”, è la cosa che si rivolge alla parola, in una sorta di fantasticato sdoppiamento tra le due: “sogno che la cosa esclami / nel buio della mente”. È una voce interiore, di fatto, voce meditativa e interrogativa. In questo agostiniano teatro interiore di voci, la cosa, – diciamo il visibile, l’accadimento, la materia del dire e del ricordare – chiede d’essere portata nel nome e con il nome in quella profondità (ancora la profunda profunditas di Agostino) che è pienezza di significazione, in quella vertigine di conoscenza che è soglia dove è possibile sfiorare, ritraendosene, l’ineffabile: non mimesi di quel sublime di cui tante volte la poesia si è solennemente ammantata, ma dantesca ascensione della parola che nel volo possa avere esperienza piena del vedere e del sentire. C’è qualcosa, in quel volo della parola, che ricorda il leopardiano “Forse s’avess’io l’ale /da volar su le nubi” del Canto notturno e il baudelairiano volo che in Élevation può ascoltare e comprendere “le langage des fleurs et des choses muettes”: anche se nel primo caso la pronuncia del desiderio, o del sogno, è un lampo presto spento nel cielo del tragico, e nel secondo caso lo sguardo dall’alto invoca un’alterità in grado di sottrarsi con la poesia alla prigionia del sempreguale, della superficie, dell’apparenza.

 

 

 

E certamente la poesia di Luzi è anch’essa lungo quella linea di una moderna reinterpretazione (e messa in questione) dell’antico sublime – nell’orizzonte del tragico – di cui Leopardi e Baudelaire sono passaggi rilevantissimi.

 

Echi di una nominazione creaturale – cioè di una condizione in cui la corrispondenza intima tra il nome e la cosa è sostanza della parola (su questo il saggio di Benjamin Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini ha passaggi essenziali) – trascorrono in questi versi di Luzi. Ma c’è anche un riflesso di quella ricerca che dai romantici giunge fino a Rilke, per la quale la parola può rivelare, accogliere e preservare nel nome la presenza della cosa, il suo essere, con la sua trasparenza e la sua anima.

 

 

 

Luzi mette, dunque, in scena un dialogo interiore, e quel che poteva essere un passaggio di poetica, di riflessione sul fare poetico, sul rapporto tra la parola e la cosa, diventa poesia: un movimento drammaturgico che è respiro consueto della scrittura poetica di Luzi.

 

Portare l’alta, sacra, metonimia di parola-vita-luce verso un’intima concordanza, verso un’unità, è andare oltre la metafora, oltre “il giogo della metafora” evocato nello stesso libro poche pagine prima (“Scioglile da quel giogo, /lasciale al loro nume / le cose che nomini”), è cercare nella parola l’intima presenza del sé. È fare della parola poetica, potremmo dire in una formula compendiosa, non una metafora ma una metanoia.

 

 

 

In questi versi il poeta nomina un cammino della parola verso un “celestiale appuntamento”, verso un approdo che è pienezza e profondità di significazione: “nel buio della mente” la cosa chiede che la parola non sia parola scorporata, sovrasensibile, astratta, ma preservi in sé il “caldo” della vita, o almeno il suo ricordo, e sia “luce, non disabitata trasparenza”. In questo auspicato cammino della parola, altro da quello della parola inerte, logora, consumata nella ripetizione e nell’insignificanza, c’è il cammino stesso del poeta. Un cammino che – da La barca, del 1935, a Primizie del deserto, del 1952, da Onore del vero, del 1957, a Su fondamenti invisibili, del 1971, da Per il battesimo dei nostri frammenti, del 1985, a Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, del 1994, per dire solo di alcune memorabili stazioni – ha fatto della parola poetica un’assidua e strenua meditazione sul tempo. Il tempo, il suo fluire e perdersi e ciclico ritornare, il suo lampeggiare risalendo da quel che è stato verso una nuova presenza, il suo consumarsi nell’attesa o raccogliersi nel ricordo, il suo mostrarsi e dissiparsi nella lontananza stellare, il suo rifrangersi nella speranza, il suo farsi storia e ferita nella storia, il tempo, insomma, in tutte le sue risonanze, è il respiro più proprio della poesia di Luzi. Una poesia che sta, agostinianamente, nell’immenso paese dove il tempo è corpo, memoria, attesa, caduta, addio, annuncio, transito. Pietre, acque, nuvole, vento, alberi sono, nella poesia di Luzi, tempo. Come lo è il fiume, presenza assidua e quasi emblema di una poetica.

 

La parola, dunque, che non può essere “disabitata trasparenza” è la parola che prende su di sé il tempo, il tempo del vivente.

 

 

 

L’ultimo verso, separato, è un margine alla scena allocutoria: “La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?”.

 

Un domandare che aggiunge una nuova figura, l’anima, e si fa cornice del dire poetico. Uno sdoppiamento tra la cosa e l’anima che è ombra di altro: la sofferenza del poeta, della sua anima. L’ultimo verso riporta nel cerchio doloroso del sentire quei segni del corpo individuo disseminati lungo la poesia: “da me”, “di me”, “il mio ricordo”, ovvero quell’insistenza tutta fisica su una presenza – corpo, sensi, desiderio – che la parola non deve abbandonare, mentre cerca luce e trasparenza. Ma la parola non disincarnata, la parola che attinge la luce senza perdere il sé, è parola della sofferenza, perché è vita.

 

La poesia che segue, nel libro Per il battesimo dei nostri frammenti, è parola che accoglie presenze, ricordo di presenze, mentre osserva il “vorticare /della vita dentro i suoi recinti”. E questo nella luce. Nella luce piena che apre la sezione Dal grande codice:

 

 

 

Genera azzurro l’azzurro,

 

si sfalda e si riforma

 

nelle sue terse rocce,

 

si erge in obelischi, scende

 

nelle sue colate e frane

 

di buio e trasparenza, migra

 

nell’azzurro fumigando, azzurro

 

 

in azzurro sempre –

Giuseppe Ungaretti. Mi tengo a quest’albero mutilato

 

Un verso

 

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

È il verso che apre la poesia I fiumi, di Ungaretti. Il titolo ha, come per gli altri testi poetici di Il porto sepolto, un sottotitolo relativo al luogo e alla data di composizione: in questo caso, Cotici il 16 agosto 1916. Un titolo, un luogo, una data: la poesia come parola che accoglie la situazione, ovvero la fisicità del tempo e la visibilità dello spazio, ed è a partire da questa presenza che prende movimento il sentire, oltre che la pronuncia del sé. Che può essere un sé tumultuante o quieto o indecifrato. Cotici è località prossima a San Michele del Carso, teatro di guerra, dunque di trincee, di notti insonni, di assalti nel fumo del fuoco nemico e amico, di caduti, di feriti. Questi e altri versi del Porto sepolto sono scritti, come racconterà il fante Ungaretti, su foglietti: “cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute”, ma anche, come dirà ancora, “pezzetti di carta strappati agli involucri delle pallottole”. Foglietti conservati via via nel tascapane, e consegnati un giorno al giovane tenente Ettore Serra (fu costui, in una licenza, a stampare quei versi, a Udine, sul finire del 1916, in un’edizione di 80 esemplari). Nella successiva guerra mondiale, nel corso della Resistenza, un altro poeta, René Char, nel maquis in Provenza, scriverà anch’egli i suoi versi su foglietti casuali: nascosti, prima della notturna partenza in volo per l’Algeria, negli anfratti di un muretto a secco, i versi saranno poi recuperati, e avranno il titolo di Feuillets d’Ypnos. Li tradurrà in italiano Vittorio Sereni.

 

 

 

Il primo verso di I fiumi, Mi tengo a quest’albero mutilato, apre la scena della desolazione, la scena del terreno di guerra, con il disegno di due figure congiunte, appoggiate l’una all’altra in un prima o in un dopo della furia bellica, in una sorta di momentanea sospensione del tempo tragico, che però manderà via via, lungo i versi, i suoi cupi bagliori. Due figure, dicevo: il mi che delinea la presenza di un corpo – il corpo che prende la parola – e l’albero che si mostra nella sua nudità offesa, nella sua mutilazione, corpo d’albero che in quanto anch’egli vivente è dalla guerra ferito, come altri corpi umani che sono fuori dalla scena. Un appoggio – tenersi a un albero – ma anche una solidarietà con un elemento della natura che qui, in questo suo mostrarsi ad apertura di scena, raccoglie come in un emblema il dolore della guerra, il dolore di tutti i corpi dilaniati o feriti nella guerra. Il mi e il questo di un primo verso endecasillabo rinviano a un altro primo verso del poeta più amato da Ungaretti, quel Leopardi che insieme a Mallarmé è stato all’origine della stessa vocazione alla poesia: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”. Sia il mi sia il questo, un riflessivo e un deittico, come è accaduto nell'Infinito leopardiano, si rifrangeranno come un’onda nel resto della poesia, a dire sia la presenza corporale da cui muove la parola poetica sia la presenza forte e la prossimità del visibile da cui muove il rapporto con l’oltre. In Leopardi questo oltre è l’odissea di una rappresentazione impossibile, e tuttavia tentata, dell’infinito nel pensiero; in Ungaretti questo oltre è l’altrove che nel vuoto del sentire spalancatosi col tragico prende la forma dell’appartenenza a quel che è lontano e che, inattingibile, è memoria e figura sensibile: i propri fiumi, ai quali è un fiume prossimo, il fiume della guerra, l’Isonzo, a rinviare.

 

 

 

Il suono del primo verso dà rilievo alla presenza dell’albero, posto al centro: l’accento sulla quinta (la a di albero), ritenuto perlomeno inconsueto dalla tradizione dell’endecasillabo, mostra subito che sulla misura metrica prevale il ritmo, e questo in relazione con un dire che dà alla parola la sua evidenza di segno: segno di un’interiorità immaginativa e riflessiva. Ma ecco la strofa cui appartiene il verso:

 

 

 

Mi tengo a quest’albero mutilato

 

abbandonato in questa dolina

 

che ha il languore

 

di un circo

 

prima o dopo lo spettacolo

 

e guardo

 

il passaggio quieto

 

delle nuvole sulla luna

 

 

 

L’amor che move il sole e l’altre stelle

 

 

 

L’ultimo verso del Paradiso di Dante, l’ultimo verso della Commedia. Certo, è un verso che viene dopo l’ultima terzina, conclusivo, ed è parte di una frase poetica, che è questa:

 

    

 

     ma già volgeva il mio disio e ‘l velle

 

     sì come rota ch’igualmente è mossa

 

     l’amor che move il sole e l’altre stelle.

 

   

 

L’amore, quell’amore che è principio e anima dell’universo, quell’amore che muove il sole e le stelle, volgeva già il desiderio del poeta e il suo volere, lo volgeva, cioè accoglieva, nel suo ritmo, come ciascun punto di una ruota partecipa del movimento che ad essa è impresso. L’ultimo verso dice, dopo l’estrema visione, l’appartenenza dell’essere umano, di ogni essere, al ritmo dell’universo, all’unico movimento, un movimento che ha come sorgente e anima l’amore. Il libro della Commedia, il grande viaggio nei tre regni in cui vivono passioni e memorie e gesti e fremiti e sogni e fantasmi terrestri, ha al suo estremo la sconfinata apertura di una fisica cosmologica nella quale principio e respiro, energia e movimento sono compendiati nella parola amore. L’ultimo verso rinvia certo al movimento che apre la prima cantica, “La gloria di colui che tutto move”, ed ha la stessa apertura verso il cielo notturno e stellato, che è detta nella chiusa delle precedenti cantiche, dove sigillo ed emblema è ugualmente la parola stelle: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, ultimo verso dell’ Inferno, “Puro e disposto a salire alle stelle”, ultimo verso del Purgatorio. Ma qui sentiamo che la congiunzione di amore e stelle (“L’amor che move il sole e l’altre stelle”) è misura e respiro dell’universo e compendia tutta la tradizione che ha legato l’amore, la poesia d’amore, alla cosmologia, al cielo stellato, al desiderio d’infinito.

 

 

 

Dante dà fondamento anche con questo ultimo verso – “l’amor che move il sole e l’altre stelle” – alla poesia d’amore occidentale, la quale declinerà in mille varianti la relazione tra l’amore e l’orizzonte cosmologico e stellare. Ma quest’ultimo verso raccoglie anche, come in uno sconfinato abbraccio, tutto quel che il canto, il XXXIII del Paradiso, il canto dell’ultima visione, ha messo in scena. A partire dalla preghiera di san Bernardo alla Vergine, nel corso della quale il santo indica, come in una pala d’altare, il poeta, il penitente giunto al termine della sua peregrinatio nell’oltremondo. Il poeta è invitato da Bernardo, dopo la bellissima sua intercessione, a rivolgere lo sguardo verso l’alto. Dove si dischiude il trionfo della luce. La luce, qui, è pura luce, non affidata a raffigurazioni di colori e forme: non ci sono esseri di luce con il loro volto, le loro ali fiammeggianti, le loro vesti abbaglianti. La luce è tutta dispiegata nella sua astrazione, nella sua coincidenza con la verità, potremmo dire. Portare nella lingua il sentimento di questa visione di luce è impossibile, c’è solo il resto, il riflesso, la traccia, di questa visione: come il sentimento del sogno che persiste dopo che il sogno è svanito, lasciando una diffusa dolcezza, come la neve che al sole si scioglie, si dissigilla, come le foglie lievi su cui la Sibilla scriveva i responsi, foglie subito perse nel vento. Una dolcezza resiste dopo la visione. E il lettore può evocare la stessa dolcezza che appare nell’ultimo verso dell’Infinito leopardiano, “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, anche quella dolcezza resto di un’estrema impossibile visione.

 

 

 

 

Ma lo sguardo di Dante tenta l’azzardo: “Nel suo profondo vidi che s’interna / legato con amore in un volume / ciò che per l’universo si squaderna”. Riesce a vedere “la forma universal di questo nodo”, il nodo che unisce sostanze e accidenti, il nodo che lega ogni cosa del mondo: respiro dell’universo, del suo ordine. Ma si può rendere visibile, dicibile la divinità? Dante ne dà solo una similitudine: tre cerchi “di tre colori e d’una contenenza”. Solo un’approssimazione, una terrestre raffigurazione. In quella “luce eterna” che è intendimento di se stessa, amore di se stessa, ordine impenetrabile, fondamento che sfugge allo sguardo, il poeta non può penetrare, e tuttavia gli sembra che in quella luce traspaia un colore, un’immagine: “mi parve pinta della nostra effigie”. È l’immagine della terrestrità, del vivente umano osservato nel cuore di uno splendore indecifrabile. E il poeta si ferma dinanzi a ogni altro azzardo della comprensione, e della visione, come il geometra dinanzi al problema della quadratura del cerchio, si attesta sulla soglia delle approssimazioni per immagini, della lingua come luogo delle parvenze, delle tracce, dei riflessi d’una verità sottratta da sempre alla comprensione. Un ultimo fulgore percuote la mente e porta il desiderio di conoscenza verso la sua meta, ma in quell’istante cessa ogni fantasia, deflagra ogni potenza fantastica. Il poeta è già nel cuore di quel movimento che ha l’amore come principio, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.


Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi

Un verso

Antonio Prete

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono : frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 

 

Leopardi, A Silvia: il verbo da cui questo verso dipende, da cui pende come una collana, sta nel verso precedente: splendea. “Quando beltà splendea /negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ridenti e fuggitivi: due modi dell’apparire, contrastanti, accostati per la prima volta nella poesia italiana. Il riso degli occhi: nella galleria della figurazioni femminili, il lampeggiamento del riso negli occhi appartiene anzitutto alla Beatrice di Dante. Il "viso ridente", il "dolce riso" , gli "occhi rilucenti", "li occhi suoi ridenti". Un riflesso che unisce quella luce degli occhi ai cieli, il riso degli occhi al "riso dell'universo". Fisiologia dell'amore e teologia dell'amore si congiungono in questo mostrarsi della luce come sorriso. Ma questa radice teologica dell'amore è estranea al verso leopardiano.

 

 

 

Qui il riso degli occhi è circoscritto nel tempo fuggitivo dell'esistenza umana. Silvia ora è solo parvenza. Il riso degli occhi suoi lampeggia nel tempo di una mortalità crudele. È una luce che appare come già stata. Transitorietà della bellezza: John Keats questa bellezza che declina l’ha descritta anch’egli come tremito di luce negli occhi, e insieme nel paesaggio. Negli occhi della Silvia leopardiana il declino è detto dal contrasto tra lo sfolgorio del sorriso e il gelo della finitudine, tra l'onda di vita che c’è in quel sorriso e il corpo d'ombra degli ultimi versi:"... e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano". Un corpo luminoso e un corpo d'ombra. Un corpo d’ombra come l'Euridice di un bellissimo poemetto di Rilke, Orfeo, Euridice, Ermes. Negli occhi ridenti di Silvia c'è il riflesso del riso della natura, della primavera.

 

 

 

 

 

 

 

Questa corrispondenza tra il riso della natura e il riso degli occhi attraversa la poesia: ancora la Beatrice della Vita Nuova, Petrarca nel Canzoniere, il Tasso delle Rime, e Leopardi stesso nelle Ricordanze: "Nerina mia, per te non torna / primavera giammai, non torna amore". Ma la relazione – di velature e di contrasti – tra "ridenti" e "fuggitivi" sbalza il verso leopardiano sopra gli altri versi. È proprio questo reciproco illuminarsi e ombreggiarsi di "ridenti" e "fuggitivi" che dà al verso leopardiano il suo singolare, unico timbro. Certo, c’era già un petrarchesco "fugitivo raggio", ma si tratta di un annuncio molto parziale, perché privo di quella polisemia che sfavilla nell'aggettivo leopardiano. L’energia di quel "fuggitivi" è proprio nel legame con "ridenti". Legame assente negli esemplari di Dante, Petrarca, Tasso. Leopardi, componendo, ha variato più volte ridenti, ma non ha mai toccato fuggitivi.

 

 

 

Da "ridenti" a "fuggitivi" c'è uno slargarsi e, insieme, un incresparsi del senso: il mostrarsi luminoso dell'immagine è accompagnato, e sfumato, dal tremito di un'ombra, perché c’è nel fuggitivi il ritrarsi pudico degli occhi, c’è una verecondia che combatte con il desiderio, e c’è anche una malinconia dello sguardo, presagio del declino, della caducità. La luce degli occhi "ridenti e fuggitivi" si raccoglie tutta in un lampo. Sarà l’"éclair", il lampo, degli occhi della passante di Baudelaire, nel rumore di una strada parigina: in quel lampo degli occhi ci sarà l'esperienza di un amore non vissuto ma più forte di un amore vissuto.

 

 

 

 

Come non richiamare l'immagine di Silvia dinanzi al mostrarsi della passante come "fugitive beauté", come bellezza fuggitiva? La passante di Baudelaire apre la sequenza delle fuggitive: in Proust, nella poesia di Sbarbaro, di Campana, di Machado. Eppure, osservati da questi margini, gli occhi "ridenti e fuggitivi" di Silvia mostrano che è davvero irripetibile e inconfondibile il cerchio d'ombra che dà risalto al loro fulgore. Ma sia la luce sia l'ombra provengono da tutti gli altri versi del testo poetico. E dunque, a questo punto, un'altra lettura può avere inizio, seguendo ordinatamente il tempo, e il ritmo del testo poetico: "Silvia, rimembri ancora...".