Guidami luce amabile!

Liturgia...immergiti in questo bagno di gloria, di certezza, di poesia.

Porre la liturgia al centro della vita della Chiesa non è affatto nostalgico, ma al contrario è la garanzia di essere in cammino verso il futuro.

 

 

Paul Claudel

 

 

 

Effonda ovunque il Tuo profumo   

 

John Henry Newman

 

Gesù, aiutami a diffondere ovunque

il tuo profumo, ovunque io passi.

Inonda la mia anima del tuo Spirito

e della tua vita.

Invadimi completamente e

fatti maestro di tutto il mio essere

perché la mia vita

sia un'emanazione della tua.

 

Illumina servendoti di me

e prendi possesso di me a tal punto

che ogni persona che accosto

possa sentire la tua presenza in me.

Guardandomi, non sia io a essere visto,

ma tu in me.

 

Rimani in me.

Allora risplenderò del tuo splendore

e potrò fare da luce per gli altri.

Ma questa luce avrà la sua sorgente

unicamente in te, Gesù,

e non ne verrà da me

neppure il più piccolo raggio:

sarai tu a illuminare gli altri

servendoti di me.

 

Suggeriscimi la lode che più ti è gradita,

che illumini gli altri attorno a me:

io non predichi a parole

ma con l'esempio,

attraverso lo slancio delle mie azioni,

con lo sfolgorare visibile dell'amore

che il mio cuore riceve da te.

 

 

 

Amen.

 

 

Lodo il Signore nei miei passi..

 

 

 

 

 

L'amore è tutto

 

S. Agostino

 

 

 

 

 

Se tacete, tacete per amore.

 

 

 

Se parlate, parlate per amore.

 

 

 

Se correggete, correggete per amore.

 

 

 

Se perdonate, perdonate per amore.

 

 

 

Sia sempre in voi la radice dell'amore,

 

 

 

perché solo da questa radice può scaturire l'amore.

 

 

 

 Amate, e fate ciò che volete.

 

 

 

 

 

L'amore nelle avversità sopporta,

 

 

 

nelle prosperità si modera,

 

 

 

nelle sofferenze è forte,

 

 

 

nelle opere buone è ilare,

 

 

 

nelle tentazioni è sicuro,

 

 

 

nell'ospitalità generoso,

 

 

 

tra i veri fratelli lieto,

 

 

 

tra i falsi paziente.

 

 

 

 

 

E' l'anima dei libri sacri,

 

 

 

è virtù della profezia,

 

 

 

è salvezza dei misteri,

 

 

 

è forza della scienza,

 

 

 

è frutto della fede,

 

 

 

è ricchezza dei poveri,

 

 

 

è vita di chi muore.

 

 

 

 

 

 

L'amore è tutto.


 

Noi, i suoi tralci..

 

Sant'Agostino

 

Omelia 81 

Gesù ha detto che egli è la vite, i suoi discepoli i tralci e il Padre l'agricoltore: su questo ci siamo già intrattenuti, come abbiamo potuto. In questa lettura, continuando a parlare di sé come vite e dei suoi tralci, cioè dei discepoli, il Signore dice: Rimanete in me e io rimarrò in voi (Gv 15, 4). Essi però sono in lui non allo stesso modo in cui egli è in loro. L'una e l'altra presenza non giova a lui, ma a loro. Sì, perché i tralci sono nella vite in modo tale che, senza giovare alla vite, ricevono da essa la linfa che li fa vivere; a sua volta la vite si trova nei tralci per far scorrere in essi la linfa vitale e non per riceverne da essi. Così, questo rimanere di Cristo nei discepoli e dei discepoli in Cristo, giova non a Cristo, ma ai discepoli. Se un tralcio è reciso, può un altro pullulare dalla viva radice, mentre il tralcio reciso non può vivere separato dalla vite.

 

[Chi non è in Cristo, non è cristiano.]

 

2. Il Signore prosegue: Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non resta nella vite, così neppure voi se non rimanete in me (Gv 15, 4). Questo grande elogio della grazia, o miei fratelli, istruisce gli umili, chiude la bocca ai superbi. Replichino ora, se ne hanno il coraggio, coloro che ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non sono sottomessi alla giustizia di Dio (cf. Rm 10, 3). Replichino i presuntuosi e quanti ritengono di non aver bisogno di Dio per compiere le opere buone. Non si oppongono forse a questa verità, da uomini corrotti di mente come sono, riprovati circa la fede (cf. 2 Tim 3, 8), coloro che rispondendo a sproposito dicono: Lo dobbiamo a Dio se siamo uomini, ma lo dobbiamo a noi stessi se siamo giusti? Che dite, o illusi, voi che non siete gli assertori ma i demolitori del libero arbitrio, che, per una ridicola presunzione, dall'alto del vostro orgoglio lo precipitate nell'abisso più profondo? Voi andate dicendo che l'uomo può compiere la giustizia da se stesso: questa è la vetta del vostro orgoglio. Se non che la Verità vi smentisce, dicendo: Il tralcio non può portar frutto da se stesso, ma solo se resta nella vite. Vi arrampicate sui dirupi senza avere dove fissare il piede, e vi gonfiate con parole vuote. Queste sono ciance della vostra presunzione. Ma ascoltate ciò che vi attende e inorridite, se vi rimane un briciolo di senno. Chi si illude di poter da sé portare frutto, non è unito alla vite; e chi non è unito alla vite, non è in Cristo; e chi non è in Cristo, non è cristiano. Ecco l'abisso in cui siete precipitati.

 

3. Ma con attenzione ancora maggiore considerate ciò che aggiunge e afferma la Verità: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Affinché nessuno pensi che il tralcio può produrre almeno qualche piccolo frutto da se stesso, il Signore, dopo aver detto che chi rimane in lui produce molto frutto, non dice: perché senza di me potete far poco, ma: senza di me non potete far nulla. Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si può far nulla. Infatti, anche quando il tralcio produce poco frutto, l'agricoltore lo monda affinché produca di più; tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso produrre alcun frutto. Quantunque poi il Cristo non potrebbe essere la vite se non fosse uomo, tuttavia non potrebbe comunicare ai tralci questa fecondità se non fosse anche Dio. Siccome però senza la grazia è impossibile la vita, in potere del libero arbitrio non rimane che la morte. Chi non rimane in me è buttato via, come il tralcio, e si dissecca; poi i tralci secchi li raccolgono e li buttano nel fuoco, e bruciano (Gv 15, 6). I tralci della vite infatti tanto sono preziosi se restano uniti alla vite, altrettanto sono spregevoli se vengono recisi. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele, i tralci recisi dalla vite non possono essere né utili all'agricoltore, né usati dal falegname in alcuna opera (cf. Ez 15, 5). Il tralcio deve scegliere tra una cosa e l'altra: o la vite o il fuoco: se non rimane unito alla vite sarà gettato nel fuoco. Quindi, se non vuol essere gettato nel fuoco, deve rimanere unito alla vite.

 

 

4. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto (Gv 15, 7). Rimanendo in Cristo, che altro possono volere i fedeli se non ciò che è conforme a Cristo? Che altro possono volere, rimanendo nel Salvatore, se non ciò che è orientato alla salvezza? Una cosa infatti vogliamo in quanto siamo in Cristo, e altra cosa vogliamo in quanto siamo ancora in questo mondo. Può accadere, invero, che il fatto di dimorare in questo mondo ci spinga a chiedere qualcosa che, senza che ce ne rendiamo conto, non giova alla nostra salvezza. Ma se rimaniamo in Cristo, non saremo esauditi, perché egli non ci concede, quando preghiamo, se non quanto giova alla nostra salvezza. Rimanendo dunque noi in lui e in noi rimanendo le sue parole, domandiamo quel che vogliamo e l'avremo. Se chiediamo e non otteniamo, vuol dire che quanto chiediamo non si concilia con la sua dimora in noi e non è conforme alle sue parole che dimorano in noi, ma ci viene suggerito dalle brame e dalla debolezza della carne, la quale non è certo in lui, e nella quale non dimorano le sue parole. Di sicuro fa parte delle sue parole l'orazione che egli ci ha insegnato e nella quale diciamo: Padre nostro, che sei nei cieli (Mt 6, 9). Non allontaniamoci, nelle nostre richieste, dalle parole e dai sentimenti di questa orazione, e qualunque cosa chiederemo egli ce la concederà. Le sue parole rimangono in noi, quando facciamo quanto ci ha ordinato e desideriamo quanto ci ha promesso; quando invece le sue parole rimangono nella memoria, ma senza riflesso nella vita, allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non attinge vita dalla radice. In ordine a questa differenza vale la frase: Conservano nella memoria i suoi precetti, per osservarli (Sal 102, 18). Molti, infatti, li conservano nella memoria per disprezzarli, per deriderli e combatterli. Non si può dire che dimorano le parole di Cristo in costoro, che sono, sì, in contatto con esse, ma senza aderirvi. Esse, perciò, non recheranno loro alcun beneficio, ma renderanno invece testimonianza contro di loro. E poiché quelle parole sono in loro, ma essi non le custodiscono, le posseggono soltanto per esserne giudicati e condannati.

 

Chiama ognuno di noi per nome

 

Il buon pastore

 

Dom Adriano Grea

 

In questo Vangelo Nostro Signore si presenta sotto le sembianza così gradevoli di pastore. Ci paragona a delle pecore, di cui lui è il pastore. Che pastore! Un pastore che offre la vita per le sue pecore, mentre il mercenario che opera solo in vista del guadagno, senza preoccuparsi delle pecore, di gge quando vede venire il lupo e il lupo arrivando disperde il gregge. Gesù è il nostro pastore. Soccorre le madri, rallenta il suo passo, perché lo possano seguire, conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono. Questi è il nostro pastore e noi siamo le sue pecore. Ci ha riuniti nell'ovile della comunità. Ci sono altre pecore che sono disperse, lascia le pecore fedeli, per andare un cerca di quelle smarrite. Facciamo nostri i sentimenti del nostro pastore. Preoccupiamo che i popoli dispersi vengano ricondotti all'ovile.

 

Chiamiamoli, attiriamoli nell'ovile con le nostre preghiere e i nostri gemiti.

Il pastore conduce le sue pecore al pascolo "Pascua inveniet", il pascolo dove vengono condotte altro non è che la verità per la nostra intelligenza e la vita per la nostra anima, questa vita ce la dona, offrendoci la sua carne e il suo sangue. Ci chiama per nome. Tui abbiamo un nome proprio. Questo nome alto non è che la distinzione derivante dai meriti" Stea differt a stella in caritate".

Siamo delle stelle, ci chiama per nome, questo perché ogni predestinazione ha qualcosa di speciale e di personale. Quando chiama qualcuno è per offrirgli una vocazione, poiché i nomi che Dio dà significano qualcosa. Infatti quando dice a Simone ti chiamerai Pietro, fissa il fondamento della sua chiesa. Ci ha chiamati per nome, che delicatezza da parte di Dio. Un re non conosce tutti i suoi sudditi, non li chiama per nome. Se. Chiama qualcuno per nome è per un segno di onore e familiarità, quando Dio ci chiama con il nostro nome, è per dire, ti amo, vieni accanto a me, ti conosco.

 

Questo è il mistero che Nostro Signore nell'ultima Cena svela ai suoi apostolo quando dice, come io sono uno con il Padre e il Padre è in me, io sono in voi e voi siete in me e nel Padre mio. Siamo chiamati all'unità con il Padre e il Verbo, che comincia quaggiù per realizzarsi pienamente in cielo. Quando tutte le mie pecore saranno riunite ci sarà un solo gregge e un solo pastore, e l'immensità di Dio sarà il recinto di questo ovile, tutti i santi si troveranno in esso, non ne mancherà nessuno. Anche noi un giorno ci andremo. Gli impegni e le difficoltà della vita contano poco passano presto. Il pastore stesso ci viene incontro, ci accompagna, sostiene le madri, cioè quelle anime che nutrono intenti generosi di santificazione, sembra che non gliela facciano ad attraversare il deserto, tranquille, c'è il pastore, vi porterà sulle sue spalle contuse.

Preghiamo per coloro che non sono ancora in questo ovile perché quanto prima vi entrino. Preghiamo anche per tante anime che nel mondo sono alla ricerca della loro via. Sentono senza dubbio la voce del pastore che le chiama, ma questa voce è frammista ad altri brusii che impediscono loro di percepirà distintamente.

Preghiamo per queste. Chiediamo al divino pastore di caricarsele sulle sue spalle e di portarle all'ovile.

 

 

 

9aprile 1894


Entrerà e uscire e troverà pascolo il Buon Pastore

 

Sant'Agostino

 

 

 

"Entrerà ed uscirà e troverà pascolo". Si entra quando ci si raccoglie a pensare, si esce quando ci si mette a fare qualcosa. E poiché per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori, entrare attraverso Cristo significa pensare alla luce della fede, uscire attraverso Cristo significa agire davanti agli uomini guidati dalla fede.

 

 

 

 

1. L'illuminazione del cieco nato offrì al Signore l'occasione di questo discorso ai Giudei. Pertanto la vostra Carità sappia e tenga presente che la lettura di oggi è strettamente legata a quel fatto. Quando il Signore disse: Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio: perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39), - parole che a suo tempo, quando sono state lette, abbiamo cercato di spiegarvi - alcuni farisei dissero: Forse che siamo ciechi anche noi? Ad essi Gesù rispose: Se foste ciechi non avreste peccato; ma dal momento che dite: Ci vediamo, il vostro peccato rimane (Gv 9, 40-41). A queste parole fece seguire quelle che abbiamo sentito leggere oggi.

 

2. In verità, in verità vi dico: chi non entra nell'ovile delle pecore per la porta, ma vi sale da qualche altra parte, questi è un ladro e un predone (Gv 10, 1). Essi dissero che non erano ciechi; ma, per vedere, avrebbero dovuto essere pecore di Cristo. E come pretendevano di avere la luce, essi che si accanivano tanto contro il giorno? Fu appunto in risposta alla loro vana, superba e inguaribile arroganza che il Signore pronunciò parole, che sono per noi, se ben le consideriamo, un salutare ammonimento. Infatti ci sono molti che, secondo un certo ideale di vita, passano per uomini dabbene e onesti, per donne virtuose e irreprensibili; sono osservanti di tutto ciò che la legge prescrive: rispettano i genitori, non sono adulteri, non uccidono, non rubano, non testimoniano il falso contro nessuno, e sembra che osservino tutti gli altri precetti: tuttavia non sono cristiani; essi spesso arrivano a vantarsi come i farisei: Siamo forse ciechi anche noi? Siccome però tutte queste cose non hanno valore, dal momento che essi le compiono senza riferimento al fine ultimo, nella lettura di oggi il Signore presenta una parabola che si riferisce al gregge e alla porta per cui si entra nell'ovile. Hanno dunque un bel dire i pagani: Noi viviamo onestamente; se non entrano per la porta che giova loro ciò di cui si gloriano? Il vivere onesto deve garantire la possibilità di vivere sempre; ma se non serve a vivere sempre, a che serve? Né si può dire che vivono onestamente coloro che per cecità ignorano o per orgoglio disprezzano il fine del vivere onesto. E nessuno può avere speranza vera e certa di vivere eternamente, se non riconosce la vita che è Cristo, e non entra per la porta nell'ovile.

 

[I pagani non entrano per la porta.]

 

3. Per lo più questi uomini cercano di convincere anche gli altri a condurre una vita onesta, ma senza essere cristiani. Essi vogliono per altra via entrare nell'ovile, vogliono rapire e uccidere, non, come fa il pastore, custodire e salvare. Ci sono stati filosofi che hanno fatto lunghe e sottili disquisizioni sulle virtù e sui vizi, analizzando, definendo, ragionando e traendo acutissime conclusioni; che hanno riempito dei libri e hanno proclamato con parole altisonanti la loro sapienza. Essi sono arrivati anche a dire agli uomini: Se volete avere una vita beata, seguiteci, aderite alla nostra setta. Ma essi non erano entrati per la porta: volevano devastare, scannare e uccidere.

 

[E nemmeno gli eretici.]

 

4. Che dire di costoro? Sì, anche i farisei leggevano le Scritture, e, leggendole, facevano risuonare il nome di Cristo; attendevano la sua venuta, e, una volta venuto e presente, non lo riconoscevano; si vantavano di essere dei veggenti, dei sapienti, e negavano il Cristo rifiutandosi di entrare per la porta. Se talvolta riuscivano a convincere qualcuno, non era certamente per salvarlo, ma per scannarlo e ucciderlo. Lasciamo da parte costoro e vediamo se almeno quelli che si gloriano del nome di Cristo, entrano davvero per la porta.

 

5. Sono innumerevoli coloro che non solo si vantano di essere veggenti, ma vogliono altresì essere considerati illuminati da Cristo: e sono invece degli eretici. Sono forse entrati per la porta costoro? Niente affatto. Sabellio dice: Il Figlio è lo stesso che il Padre. E invece se è Figlio non è Padre. Non entra per la porta chi chiama Padre il Figlio. Ario dice che una cosa è il Padre e altra cosa è il Figlio. Direbbe bene se dicesse che è "altro", ma non "altra cosa". Dicendo che è "altra cosa", va contro l'affermazione di Cristo: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). Quindi neppure Ario entra per la porta, perché predica un Cristo che si è creato lui, non quale lo annuncia la Verità. Tu salvi il nome, non la realtà. Al nome di Cristo corrisponde una realtà ben precisa; tieni conto della realtà, se vuoi che il nome ti giovi. Un altro, che non so donde venga, Fotino, dice che Cristo è solo uomo, non Dio. Nemmeno lui entra per la porta, perché Cristo è Dio e uomo. A che scopo dilungarci elencando le molte vuote affermazioni eretiche? Tenete per certo che l'ovile di Cristo è la Chiesa cattolica. Chiunque vuole entrare nell'ovile, entri per la porta e riconosca colui che è il vero Cristo. E non solo riconosca colui che è il vero Cristo, ma cerchi la gloria di Cristo, non la propria; molti, infatti, cercano la propria gloria, e invece di raccogliere le pecore di Cristo, le hanno disperse. Cristo nostro Signore è una porta bassa: è necessario che chi entra per questa porta si abbassi, se vuole entrare con la testa sana. Chi invece di abbassarsi si innalza, vuole entrare per il muro; e chi sale attraverso il muro, sale per precipitare giù.

 

6. Il Signore tuttavia continua a parlare in maniera oscura, e non viene capito; parla di porta, di ovile, di pecore; richiama l'attenzione su queste immagini che ancora non spiega. Seguitiamo a leggere, perché egli arriverà a darci qualche spiegazione, e questa ci permetterà di capire anche quanto non ci avrà spiegato. Con le cose chiare ci nutre, con le oscure ci stimola. Chi non entra per la porta nell'ovile delle pecore, ma vi sale da qualche altra parte ... Miserabile! Cadrà. Se è umile entrerà per la porta; venga per la via giusta, e non inciamperà. Questi - dice - è un ladro e un predone. Si appropria delle pecore che non sono sue; e se le appropria rubandole, non per salvarle, ma per ucciderle. Dunque è un ladro perché si appropria di ciò che non è suo, è un predone perché uccide ciò che ha rubato. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio. Vedremo chi è il portinaio, quando sapremo dal Signore chi è la porta e chi è il pastore. E le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le sue pecore per nome (Gv 10, 2-3). Egli tiene i loro nomi scritti nel libro della vita. Chiama le sue pecore per nome. E' in questo senso che l'Apostolo dice che il Signore conosce chi sono i suoi (2 Tim 2, 19). E le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguirebbero, ma fuggirebbero via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei (Gv 10, 4-5). Sono parole oscure queste, piene di problemi, gravide di misteri. Proseguiamo e ascoltiamo il Maestro che attraverso l'oscurità ci aprirà una porta per cui entrare.

 

7. Questa la similitudine che ad essi narrò Gesù; ma quelli non capirono che cosa volesse dir loro (Gv 10, 6). Probabilmente neppure noi riusciamo a capire. E allora che differenza c'è tra loro e noi, prima di aver scoperto il senso di queste parole? C'è la differenza, che noi bussiamo affinché ci si apra; essi invece, negando Cristo, non volevano entrare per essere salvi, ma volevano rimanere fuori e perdersi. Per il fatto dunque che noi ascoltiamo queste cose con religioso rispetto e, anche prima di comprenderle, crediamo che siano vere e divine, grande è la differenza tra noi e loro. Quando due ascoltano le parole del Vangelo, e uno è empio e l'altro pio, e le parole sono così difficili che nessuno dei due le comprende, l'uno conclude: non ha detto nulla; mentre l'altro sostiene: ha detto la verità, ciò che ha detto è buono, solo che noi non riusciamo a comprendere; questi, siccome crede, sta bussando alla porta e, se continua a bussare, otterrà che gli venga aperto; mentre l'altro merita ancora di sentirsi dire: Se non crederete non capirete (Is 7, 9 sec. LXX). Dico questo perché, anche quando avrò spiegato meglio che posso queste parole oscure, o perché sono troppo profonde, o perché io non riesco ad afferrarne il senso, o perché non riesco ad esporre ciò che ho compreso, o perché infine qualcuno è così tardo da non riuscire a seguire la mia spiegazione, ci sarà sempre chi non capisce; ebbene, non si disperi: rimanga fermo nella fede, continui a camminare tenendo conto di ciò che dice l'Apostolo: Se in qualche cosa pensate diversamente, anche su questo Iddio vi illuminerà. Intanto, qualunque sia il punto a cui siamo arrivati, continuiamo ad avanzare (Fil 3, 15).

 

[Sono venuti con lui quelli che erano veraci.]

 

8. Disponiamoci dunque ad ascoltare la spiegazione della similitudine dalla bocca stessa del Signore che ce l'ha presentata. Gesù, allora, riprese: In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore (Gv 10, 7). Ecco che ci ha aperto quella porta che era chiusa quando ce l'aveva indicata. Egli stesso è la porta. Prendiamone atto, entriamo, o rallegriamoci di essere entrati. Tutti coloro che sono venuti sono ladri e predoni (Gv 10, 8). Che intendi dire con questo, o Signore: tutti coloro che sono venuti sono ladri e predoni? Non sei venuto anche tu? Cerca di capire: ho detto: tutti quelli che sono venuti, ben inteso prima di me. Riflettiamo. Prima di lui sono venuti i profeti: forse che erano ladri e predoni? Certamente no; non erano venuti prima di lui, poiché erano venuti con lui. Colui che doveva venire mandava innanzi a sé gli araldi, e possedeva il cuore di coloro che mandava. Volete rendervi conto che essi sono venuti con lui che è da sempre? Sì, è vero che assunse la carne nel tempo; ma è altrettanto vero che egli è da sempre: In principio era il Verbo (Gv 1, 1). Sono venuti dunque con lui coloro che sono venuti con la Parola di Dio. Io sono - ha detto - la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Se egli è la verità, quelli che sono stati veraci sono venuti con lui. Tutti quelli invece che sono venuti al di fuori di lui sono stati ladri e predoni, cioè sono venuti per rubare e uccidere.

 

[Diversi i segni, medesima la fede.]

 

9. Ma le pecore non li hanno ascoltati (Gv 10, 8). L'espressione, le pecore non li hanno ascoltati, aumenta la difficoltà. Prima dell'avvento di nostro Signore Gesù Cristo nell'umiltà della carne, vennero i giusti che credevano in lui venturo, come noi crediamo in lui che è venuto. I tempi sono mutati, ma non è mutata la fede. Col mutar dei tempi mutano anche le parole, perché mutano le formulazioni. L'espressione: egli verrà, ha un suono diverso da quella: egli è venuto. E' cambiato il suono di "verrà" in "è venuto", ma tuttavia la stessa fede congiunge gli uni e gli altri: quelli che credevano in lui venturo e quelli che credono in lui che è venuto. Sia pure in diversi tempi, vediamo entrare gli uni e gli altri per la stessa porta della fede, cioè per Cristo. Noi crediamo che il Signore Gesù Cristo è nato dalla Vergine, è venuto nella carne, ha sofferto, è risorto ed è asceso al cielo. Tutte queste profezie noi crediamo essersi già adempiute, come suonano gli stessi verbi di tempo passato. A questa comunità di fede appartengono assieme a noi i nostri padri, i quali credettero che egli sarebbe nato dalla Vergine, che avrebbe sofferto, sarebbe risorto e asceso al cielo. Ad essi si riferisce l'Apostolo quando dice: Avendo lo stesso spirito di fede, secondo che è scritto: Ho creduto perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo (2 Cor 4, 13). Il profeta disse: Ho creduto, perciò ho parlato (Sal 115, 10), e l'Apostolo a sua volta dice: Anche noi crediamo e perciò parliamo. Ma affinché ti renda conto che la fede è unica, nota ciò che qui aggiunge: Avendo lo stesso spirito di fede, anche noi crediamo. Come pure ciò che dice altrove: Non voglio che voi ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (1 Cor 10, 1-4). Il Mar Rosso significa il battesimo; Mosè che guida Israele attraverso il Mar Rosso è figura di Cristo; il popolo che attraversa il mare sono i fedeli; la morte degli Egiziani è l'abolizione dei peccati. I segni sono diversi, ma la fede è la stessa. I segni sono diversi come le parole. Le parole mutano suono attraverso i tempi, ma le parole non sono altro che segni. Sono parole appunto perché significano qualcosa: se alla parola togli il significato, non resta che un vano rumore. Tutto dunque fu affidato a dei segni. Non avevano forse la medesima fede coloro ai quali dobbiamo questi segni e che profeticamente ci hanno preannunciato ciò che noi crediamo? Certamente essi credevano le medesime cose che noi crediamo, solo che per essi erano future, per noi passate. Perciò l'Apostolo dice: Bevvero la medesima bevanda spirituale. Spiritualmente era la medesima, materialmente era diversa. Che cosa bevevano infatti quelli? Bevevano da una pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo (1 Cor 10, 4). Come vedete la fede rimane, sono mutati i segni. Là Cristo era la pietra, qui per noi Cristo è ciò che si sacrifica all'altare. Essi bevevano l'acqua che scaturiva dalla pietra, considerando ciò un grande sacramento di Cristo. Quanto a noi, i fedeli sanno che cosa beviamo. Se guardi l'aspetto esteriore, è un'altra cosa; ma se consideri il significato spirituale, essi bevvero la medesima bevanda spirituale. Tutti quelli che allora credettero ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, e a tutti gli altri patriarchi e profeti che preannunciavano il Cristo, erano pecore che ascoltavano la voce di Cristo; non hanno ascoltato la voce di estranei, ma la sua. Il giudice era già presente nel suo araldo. Perché anche quando il giudice parla per bocca dell'araldo, il copista non annota: l'araldo ha detto, ma: il giudice ha detto. Ci sono stati dunque di quelli che le pecore non hanno ascoltato, nei quali non risuonava la voce di Cristo: essi, caduti nell'errore, hanno insegnato cose false, hanno inventato e spacciato cose vuote e vane traendo in inganno i poveretti.

 

10. In che senso ho detto che qui la difficoltà aumentava? Cosa c'è di oscuro e difficile a comprendersi? Ascoltate, vi prego. Voi sapete che lo stesso Signore Gesù Cristo è venuto, ha predicato: la sua era certamente, più di quella di qualsiasi altro, la voce del pastore, in quanto usciva dalla bocca stessa del Pastore. Se infatti era la voce del pastore quella che risuonava sulla bocca dei profeti, lo era tanto più quella che la lingua stessa del Pastore proferiva. Eppure non tutti l'hanno ascoltata. Dobbiamo credere che tutti coloro che la udirono erano pecore? Ad esempio, la udì Giuda, e Giuda era un lupo: seguiva il pastore ma, coperto di pelle ovina, insidiava il pastore. Alcuni invece di quelli che crocifissero Cristo, non la udirono, e tuttavia erano pecore; il Signore li individuava in mezzo alla folla, allorché diceva: Quando avrete levato in alto il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che io sono (Gv 8, 28). Come si risolve questa difficoltà? Ascoltarono quelli che non erano pecore, e non ascoltarono le pecore; ci sono stati dei lupi che hanno seguito la voce del pastore, e delle pecore che l'hanno respinta; e alcune hanno perfino ucciso il pastore. La soluzione c'è; si potrebbe infatti osservare: quando non ascoltavano il pastore, non erano ancora pecore, allora erano lupi; udita la voce, da lupi furono cambiati in pecore; diventati pecore, hanno ascoltato la voce del pastore, hanno trovato il pastore e lo hanno seguito; cominciando a praticare i suoi comandamenti, hanno cominciato a sperare nelle promesse del pastore.

 

11. Così, in qualche modo, è stata risolta la difficoltà, e forse qualcuno è soddisfatto. Io però ho ancora qualcosa che mi tiene sospeso, e vi confido ciò che mi tiene sospeso, di modo che cercando insieme con voi, possa insieme con voi, e con la rivelazione del Signore, trovare una soluzione soddisfacente. Eccovi ciò che mi tiene sospeso. Per bocca del profeta Ezechiele il Signore rimprovera severamente i pastori, e tra l'altro dice loro a proposito delle pecore: Non avete richiamato la pecora sbandata (Ez 34, 4). Dice sbandata e dice pecora. Se quando si sbandava era pecora, di chi ascoltò la voce per sbandarsi? Senza dubbio non si sarebbe sbandata se avesse ascoltato la voce del pastore; ma proprio per questo si è sbandata, per aver ascoltato la voce di un estraneo, di un ladro o di un predone. E' certo che le pecore non ascoltano la voce dei predoni. Dice il Signore: Quelli che sono venuti (e abbiamo capito che intendeva quelli che sono venuti al di fuori di lui) quelli che sono venuti al di fuori di me, estranei a me, sono ladri e predoni, ma le pecore non li hanno ascoltati. Ma, Signore, se le pecore non li hanno ascoltati, come hanno potuto sbandarsi? Se le pecore ascoltano solo te, e tu sei la verità, chiunque ascolta la verità non può certo sbandarsi. Questi invece si sono sbandati e vengono chiamati pecore. Se quando si sbandano non fossero più pecore, il Signore non direbbe per bocca di Ezechiele: Non avete richiamato la pecora sbandata. Come può essere sbandata ed essere pecora? Ha ascoltato la voce di un estraneo? E' certo che le pecore non li hanno ascoltati. Accade che molti vengano ricondotti nell'ovile di Cristo, e da eretici ritornino ad essere cattolici: vengono sottratti ai ladri e restituiti al pastore. Talora brontolano, mal sopportano il pastore che li richiama, mentre prima non si rendevano conto che quelli volevano strangolarli. Con tutto ciò, siccome sono pecore, anche quando ritornano di malavoglia, riconoscono la voce del pastore, sono contente di essere tornate e si vergognano di essersi sbandate. Quando si gloriavano dell'errore come fosse verità, e di conseguenza non ascoltavano la voce del pastore seguendo un estraneo, erano o non erano pecore? Se erano pecore, come mai il Signore dice che le pecore non ascoltano la voce di un estraneo? E se non erano pecore, perché il Signore rimprovera i pastori dicendo loro: Non avete richiamato la pecora sbandata? Disgraziatamente accade anche a coloro che già sono diventati cattolici cristiani e sono fedeli di buone speranze, di cedere alla seduzione dell'errore; cadono nell'errore e poi si ravvedono. Quando hanno ceduto all'errore e si son fatti ribattezzare, oppure quando, dopo aver fatto parte dell'ovile del Signore, sono ricaduti nell'antico errore, erano o non erano pecore? Certamente erano cattolici: e se erano fedeli cattolici, erano pecore. Ma se erano pecore, come hanno potuto ascoltar la voce di un estraneo, dal momento che il Signore dice: le pecore non li hanno ascoltati?

 

12. Avete avvertito, o fratelli, la profondità di questo problema. Io dico: Il Signore conosce i suoi (2 Tim 2, 19). Sa chi è preconosciuto, sa chi è predestinato, secondo che di lui vien detto: Poiché coloro che egli ha preconosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del suo Figlio affinché egli sia primogenito fra molti fratelli. Quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli infine che ha giustificati, li ha anche glorificati. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? E aggiunge: Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi, come non ci accorderà insieme con lui ogni grazia? A chi si riferisce dicendo: noi? A coloro che Dio ha preconosciuti, predestinati, giustificati, glorificati; ai quali si riferisce il seguito: Chi si farà accusatore contro gli eletti di Dio? (Rm 8, 29-33). Dunque il Signore conosce i suoi, cioè le sue pecore. Talora le pecore non conoscono se stesse, ma le conosce il pastore in virtù di questa predestinazione, in virtù della prescienza divina, della elezione delle pecore fatta prima della fondazione del mondo; secondo quanto ancora dice l'Apostolo: in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo (Ef 1, 4). Ora, secondo questa prescienza e predestinazione di Dio, quante pecore sono fuori e quanti lupi sono dentro l'ovile! quante pecore sono dentro e quanti lupi sono fuori! Perché dico che ci sono molte pecore fuori? Perché molti che ora si abbandonano alla lussuria, diventeranno casti; molti che ora bestemmiano, crederanno in Cristo; molti che si ubriacano, diventeranno sobri; molti che adesso rubano le cose degli altri, saranno pronti a donare le proprie. Con tutto ciò adesso ascoltano la voce di un estraneo, seguono degli estranei. Come pure, molti che oggi dentro l'ovile lodano il Signore, lo bestemmieranno; sono casti e fornicheranno, sono sobri e affogheranno nel vino, stanno in piedi e cadranno. Essi non sono pecore (stiamo parlando dei predestinati, di coloro che il Signore sa che sono suoi). E tuttavia questi, finché pensano rettamente, ascoltano la voce di Cristo. Ecco, questi l'ascoltano, quelli non l'ascoltano; e tuttavia, secondo la predestinazione, quelli sono pecore, e questi no!

 

[La pietà dispone alla verità.]

 

13. La difficoltà rimane, e tuttavia, almeno per ora, mi pare di poter adottare la seguente soluzione. C'è una voce, c'è, dico, una voce del pastore, per cui le pecore non ascoltano gli estranei, e coloro che pecore non sono non ascoltano Cristo. Quale è questa voce? Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (Mt 10, 22). Chi è di Cristo non trascura questa voce, non l'ascolta l'estraneo. Anche ad un estraneo il Cristo fa sentire la sua voce, invitandolo ad essere fedele a lui sino alla fine, ma l'estraneo, non perseverando sino alla fine, non ascolta la sua voce. Si è accostato al Cristo, ha ascoltato tante e tante parole, tutte vere, tutte giuste; e tra le altre anche queste: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Chi ascolta questa voce è pecora. Ma supponiamo che uno dopo averla ascoltata, abbia perduto la testa, si sia raffreddato, ed abbia ascoltato la voce di un estraneo: se egli è predestinato, si è sbandato temporaneamente, non si è perduto per sempre. Tornerà ad ascoltare ciò che ha trascurato, metterà in pratica ciò che ha ascoltato. Se infatti appartiene al numero dei predestinati, Dio ha conosciuto prima tanto il suo errore che la sua futura conversione; se si è sbandato, ritornerà e di nuovo ascolterà la voce del pastore, e seguirà la voce che dice: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Questa, o fratelli, è una voce buona, vera, è la voce del pastore, è la voce della salvezza che risuona nelle tende dei giusti (cf. Sal 117, 15). Poiché è facile ascoltare Cristo, è facile lodare il Vangelo, è facile applaudire il predicatore; ma perseverare sino alla fine, questo è proprio delle pecore che ascoltano la voce del pastore. Viene la tentazione; ebbene, persevera sino alla fine, poiché la tentazione non durerà sino alla fine. Sino a quale termine dovrai perseverare? Sino al termine del cammino. Finché non ascolti Cristo, egli è nella tua via, cioè in questa vita mortale, un avversario. Ma cosa dice il Vangelo? Mettiti d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui (Mt 5, 25). Hai sentito e hai creduto; ti sei messo d'accordo? Se eri in discordia, mettiti d'accordo. Se ti è stata offerta la possibilità di stare in pace, non riprendere a litigare. Tu non sai quando avrà termine il cammino, ma lui lo sa. Se sei pecora, e persevererai sino alla fine, sarai salvo: per questo i suoi non disprezzano questa voce, mentre gli estranei non l'ascoltano. Vi ho spiegato come ho potuto, secondo quanto egli stesso ci ha concesso, anzi abbiamo affrontato insieme un argomento tanto profondo. Coloro che hanno compreso poco si mantengano in un atteggiamento di religioso rispetto, e sarà loro rivelata la verità; quelli, invece, che hanno compreso, non s'innalzino per superbia, come più veloci, sopra gli altri più lenti, perché innalzandosi non abbiano ad andare fuori strada, e così i più lenti giungano alla meta con maggiore facilità di loro. E che tutti infine ci guidi alla meta colui al quale diciamo: Conducimi, o Signore, sulla tua via, e camminerò nella tua verità (Sal 85, 11).

 

14. Entriamo dunque per la porta, che il Signore spiegò essere lui stesso, entriamo per giungere alla meta che egli ci ha prospettato, senza spiegarcelo. Nel passo del Vangelo che è stato letto oggi non ha detto chi sia il pastore, ma ce lo dice chiaramente nelle parole che seguono: Io sono il buon pastore (Gv 10, 11). Anche se non l'avesse detto, chi altri se non lui potremmo intendere nelle parole: Chi entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui il portinaio apre e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce (Gv 10, 2-4)? Chi altri, infatti, chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori, da qui alla vita eterna, se non colui che conosce i nomi dei predestinati? Per questo disse ai suoi discepoli: Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). E' in questo senso che le chiama per nome. E chi altri può condurle fuori se non chi rimette i loro peccati, sicché liberate dalle dure catene possano seguirlo? E chi può andare avanti a loro in modo che esse lo seguano, se non colui che risorgendo da morte ormai non muore più, e la morte non avrà più su di lui alcun dominio (cf. Rm 6, 9)? Quando infatti stava qui visibile nella carne mortale, disse: Padre, quelli che mi hai dato, voglio che dove sono io siano anch'essi con me (Gv 17, 24). Coerentemente egli dice: Io sono la porta; chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo (Gv 10, 9). Con questa dichiarazione egli mostra chiaramente che non solo il pastore, ma anche le pecore entrano per la porta.

 

 

15. Ma che significa: entrerà e uscirà e troverà pascolo? Entrare nella Chiesa per la porta che è Cristo è certamente cosa ottima; ma uscire dalla Chiesa nel modo che dice lo stesso Giovanni nella sua lettera: Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri (1 Io 2, 19), non è certamente cosa buona. Non è possibile quindi che il buon pastore, dicendo entrerà e uscirà e troverà pascolo, voglia approvare un tal modo di uscire. C'è dunque un modo positivo di entrare, e un modo altrettanto positivo di uscire attraverso la porta legittima che è Cristo. Ma in che consiste questo uscire lodevole e gioioso? Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l'azione; e poiché, come dice l'Apostolo, per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori (cf. Ef 3, 17), entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini. Perciò si legge nel salmo: Esce l'uomo al suo lavoro (Sal 103, 25), e il Signore stesso dice: Risplendano le vostre opere davanti agli uomini (Mt 5, 16). Ma io preferisco ascoltare la verità stessa, colui che è il buon pastore e il sapiente maestro. Egli ci ha suggerito in che senso dobbiamo intendere la sua parola entrerà e uscirà e troverà pascolo, soggiungendo: Il ladro non viene se non per rubare, uccidere, distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano sovrabbondante (Gv 10, 10). Mi sembra che abbia inteso dire: perché abbiano la vita entrando, e l'abbiano ancor più abbondante uscendo. Non si può infatti uscire per la porta che è Cristo, ed entrare nella vita eterna dove si vedrà Dio faccia a faccia, se prima, per la medesima porta, che è Cristo, non si entra nell'ovile della sua Chiesa, attraverso la vita temporale che è la vita di fede. Perciò dice: Io sono venuto perché abbiano la vita, cioè la fede operante per mezzo della carità (cf. Gal 5, 6), e per mezzo della quale entrano nell'ovile per vivere, dato che il giusto vive di fede (Rm 1, 17). E aggiunge: e l'abbiano sovrabbondante coloro che, perseverando sino alla fine, per quella stessa porta, cioè per mezzo della fede di Cristo, escono, in quanto muoiono da veri fedeli; e avranno una vita più abbondante là dove il pastore li ha preceduti, e dove non dovranno più morire. Quantunque neanche qui, entro l'ovile, manchino i pascoli, poiché tanto per chi entra quanto per chi esce viene detto che troverà pascolo; tuttavia i veri pascoli si troveranno là dove saranno saziati coloro che hanno fame e sete di giustizia (cf. Mt 5, 6). Quei pascoli che trovò colui al quale fu detto: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43). Ma in che senso egli sia insieme la porta e il pastore, tanto da sembrare che egli entri ed esca attraverso se stesso, e inoltre chi sia il portinaio, sarebbe troppo lungo cercare oggi e trovare, pur con l'aiuto del Signore, la spiegazione.

Discepoli di Emmaus.. ogni giorno

 

 

Cerchiamo di compiere il nostro dovere così come si presenta; questo è il segreto della vera fede e della pace. J. H. Newman

La professione terrena è infine anche un mezzo “per tenere lontani i pensieri inutili e vani. Spesso nascono nel cuore cattivi sentimenti, proprio perché l’ozio li favorisce. L’uomo che ogni giorno ha il suo dovere da compiere, e che ora per ora lo esegue, si sottrae ad una moltitudine di tentazioni: esse non hanno il tempo necessario per prendere il sopravvento su di lui”[11]. Un famoso detto citato da Newman afferma: “L’ozio è il padre dei vizi”.

 

Concludendo, Newman sottolinea che occorre sempre compiere le proprie attività terrene con diligenza, sincerità e rettitudine, non per piacere a questo mondo, ma a Dio. Perseverare in un simile atteggiamento rimane una grande sfida per i cristiani. Newman quindi invita i fedeli a pregare perché Dio ci conceda ogni giorno la grazia di fare la sua volontà, di mangiare e di bere, di digiunare e di pregare, di lavorare con le mani e con lo spirito per la gloria di Colui che ci ha creati e redenti con il suo sangue.

 

 

Newman vede la responsabilità dei cristiani nel mondo soprattutto nella loro missione di esercitare le proprie attività terrestri per la gloria di Dio.[13] Il Concilio Vaticano II ha trattato ampiamente della missione dei fedeli laici, in particolare nella Costituzione dogmatica Lumen gentium. La loro missione nel mondo – così insegna il Concilio – è particolarmente quella “di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore” (n. 31). Gli spunti di Newman possono aiutarci a vivere queste parole nei doveri e compiti di ogni giorno.


 

Nell'atto di spezzare il pane lo riconobbero..

 

I discepoli di Emmaus

Sant'Agostino

 

«Quanto al fatto che Cristo fu riconosciuto dai due discepoli nell’atto di spezzare il pane, nessuno deve dubitare che significa il sacramento che ci unisce, perché possiamo riconoscerlo» (Lettera 149, 3, 32).

 

 

«Gesù appare: i discepoli lo vedevano con gli occhi, ma senza riconoscerlo. Il Maestro camminava con loro per via, anzi egli stesso era la via, ma loro non camminavano per quella via. Egli stesso dovette constatare che erano andati fuori della via. Nel tempo trascorso con loro prima della passione, infatti, egli aveva predetto ogni cosa: che avrebbe patito, che sarebbe morto, che il terzo giorno sarebbe risorto. Aveva predetto tutto, ma la sua morte fu per loro come una perdita di memoria. Quando lo videro sospeso al patibolo furono così turbati che dimenticarono i suoi insegnamenti, non attesero più la sua resurrezione, non rimasero saldi nelle sue promesse. Dicono: Noi speravamo che egli fosse il redentore d’Israele. O discepoli, l’avevate sperato. Vuol dire che adesso non lo sperate più. Ecco, Cristo vive, ma in voi la speranza è morta. Sì, Cristo è veramente vivo; ma questo Cristo vivo trova morti i cuori dei discepoli. Apparve e non apparve ai loro occhi; era visibile e insieme nascosto. In effetti, se non lo si vedeva, come potevano udire le sue domande e rispondere ad esse? Camminava per via come un compagno di viaggio, anzi era lui che li conduceva. Quindi lo vedevano, ma non erano in grado di riconoscerlo. I loro occhi - abbiamo così inteso - erano impediti dal riconoscerlo. Erano impediti non di vederlo ma di riconoscerlo»

 

 

 

 (Sermone 235)

 

 

 

 

 

 Camminiamo con Sant'Agostino..

 

 

Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti,

primizia di coloro che sono morti.

Poiché se a causa di un uomo venne la morte,

a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.

(1 Cor 11, 20-21)

 

"Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Sal 118, 24). E’ il giorno della Resurrezione di Cristo dai morti, che i Padri della Chiesa hanno esaltato con straordinarie espressioni poetiche. Oggi è sorta la luce del mondo, oggi è apparso il grande Giorno, Cristo, che inaugura "il giorno che non conosce tramonto". Siamo nel cuore della fede e della vita della Chiesa. Il Risorto apre il passaggio (transitus, lo definisce Agostino, recuperando la corretta etimologia dell’ebraico "pasqua") dalla morte alla vita, "da questo mondo al Padre". (Gv 13, 1) Di questo passaggio, ancor più straordinario della pasqua storica del popolo di Israele, beneficiano tutti i battezzati: coloro che credono in Cristo, muoiono al peccato nelle acque battesimali e risorgono a vita nuova in forza dell’azione dello Spirito Santo. La creazione stessa partecipa alla nascita dell’uomo nuovo; essa stessa attende il suo destino ultimo, che non sarà quello di una distruzione totale, ma la sua trasfigurazione.

 

 

 

Dalle "Lettere" di sant’Agostino, vescovo (Ep. 55, 1, 2-2, 3; 3, 5)

 

Da morte a vita

Noi celebriamo la Pasqua in modo che non solo rievochiamo il ricordo d'un fatto avvenuto, cioè la morte e la risurrezione di Cristo, ma lo facciamo senza tralasciare nessuno degli altri elementi che attestano il rapporto ch'essi hanno col Cristo, ossia il significato dei riti sacri celebrati. In realtà, come dice l'Apostolo: Cristo morì a causa dei nostri peccati e risorse per la nostra giustificazione (Rom 4, 25) e pertanto nella passione e risurrezione del Signore è insito il significato spirituale del passaggio dalla morte alla vita. La stessa parola Pascha non è greca, come si crede comunemente, ma ebraica, come affermano quelli che conoscono le due lingue; insomma il termine non deriva da passione, ossia sofferenza, per il fatto che in greco patire si dice , ma dal fatto che si passa, come ho detto, dalla morte alla vita, com'è indicato dalla parola ebraica: in questa lingua infatti passaggio si dice Pascha, come affermano i dotti. A cos'altro volle accennare lo stesso Signore col dire: Chi crede in me, passerà dalla morte alla vita (Gv 5, 24). Si comprende allora che il medesimo evangelista volle esprimere ciò specialmente quando, parlando del Signore che si apprestava a celebrare la Pasqua coi discepoli, dice: Avendo Gesù visto ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre etc. (Io 13, 1). Nella passione e risurrezione del Signore vien messo dunque in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita.

 

Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede, che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, se amiamo Dio e il prossimo, in quanto la fede opera in virtù della carità (Gal 5, 1) e il giusto vive mediante la fede (Hab 2, 4). Ma vedere ciò che si spera, non è sperare: ciò che infatti si vede, perché sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con paziente attesa (Rom 8, 24). In conformità a questa fede, speranza e carità, con cui abbiamo cominciato a vivere nella grazia, già siamo morti insieme con Cristo e col battesimo siamo sepolti con lui nella morte (2 Tim 2, 12; Rom 6, 4), come dice l’Apostolo: Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui (Rom 6, 6); e siamo risorti con lui, poiché ci risuscitò insieme con lui, e ci fece sedere nei cieli insieme con lui (Eph 2, 6). Ecco perché l'Apostolo ci esorta: Pensate alle cose di lassù, non alle cose terrene (Col 3, 1, 2). Ma poi soggiunge dicendo: Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora voi apparirete con lui vestiti di gloria (Col 3, 3); con ciò c'indica chiaramente che vuol farci capire come adesso il nostro passaggio dalla morte alla vita (che avviene in virtù della fede) si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale, quando cioè questo elemento corruttibile, ossia questo corpo in cui ora gemiamo, si rivestirà dell'immortalità (1 Cor 15, 33).

 

Il rinnovamento della nostra vita è pertanto il passaggio dalla morte alla vita, che s'inizia in virtù della fede, affinché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2 Cor 4, 16). Proprio in vista della nuova vita e dell'uomo nuovo di cui ci si comanda di rivestirci (Col 3, 9 s.). Spogliandoci di quello vecchio, purificandoci dal vecchio fermento per essere una pasta nuova, essendo già stato immolato Cristo, nostra Pasqua (1 Cor 5, 7), proprio in vista di questo rinnovamento della vita è stato stabilito per questa celebrazione il primo mese dell'anno, che perciò si chiama il mese dei nuovi raccolti (Ex 23, 15). Inoltre poiché nel volgere dei secoli è adesso apparsa la terza epoca, la risurrezione del Signore è avvenuta dopo tre giorni. La prima epoca infatti è quella anteriore alla Legge, la seconda quella della Legge, la terza quella della Grazia, in cui si rivela il piano misterioso di Dio prima nascosto nell'oscurità delle profezie. Ciò è dunque indicato pure dal numero dei giorni d'ogni fase lunare poiché nelle Scritture il numero sette suol essere simbolo di una certa perfezione e perciò la Pasqua si celebra la terza settimana della luna cioè nel giorno che cade tra il quattordici e il ventuno del mese.

 

 

 

In breve...

 

(Cristo) dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. (Sermo 221, 4)

 

Inizio settimana

 

 

 

LUNEDÌ DELL’ANGELO

 

Andate in tutto il mondo

e predicate il vangelo ad ogni creatura.

(Mc 16, 15)

INTRODUZIONE

 

Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

Testimoni della risurrezione

Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14). E nel vostro annunzio potrete essere tranquilli poiché non vi sarà menzogna in quanto lo attingete dalla fonte della verità: quel che pronunziate con la lingua l'avete ricevuto. Certo, se voleste dire cose vostre, sareste mentitori, come asserisce il Salmo: Io ho detto nella mia estasi: Ogni uomo è mentitore (Ps 115, 11). Che significa: Ogni uomo è mentitore? Ogni Adamo è mentitore. Spògliati di Adamo e rivèstiti di Cristo, e non sarai mentitore. Questo basti alla vostra Carità poiché molte cose restano da fare.

 

In breve...

 

Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. In Io Ep. 1, 2)

 

Inizio settimana

 

 

 

MARTEDÌ

 

Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.

(Gv 20, 29)

 

INTRODUZIONE

 

Toccare Cristo con il cuore: questa è fede sincera! L’espressione di Agostino è senza dubbio ardita e paradossale. La fede vanta una sua "corporeità": conosciamo gli occhi, le orecchie, il tatto del cuore; a tali "organi" parla oggi Cristo! Non dobbiamo allora rammaricarci se non ci è stata concessa la possibilità di accostarci fisicamente a Gesù duemila anni fa. Nella Chiesa riunita nel suo nome la presenza di Cristo è quanto mai viva. Noi siamo da Lui toccati nell’ascolto della sua Parola; noi tocchiamo il Figlio di Dio nel suo corpo, sostenendolo tra le nostre mani quando riceviamo l’Eucarestia; infine noi lo accostiamo in ogni fratello che ci è accanto, aiutando il quale aiutiamo in verità Cristo (cf. Mt 25, 40). "Credetelo così e l’avrete toccato - assicura Agostino -; toccatelo in modo da aderire a Lui; aderite in modo da mai separarvene". (Sermo 229/L, 2)

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 229/K, 1-2)

 

Toccare Cristo con la fede

Ci interessa come mai il Signore Gesù Cristo, a quella donna fedele che cercava di arrivare al corpo del Signore, che non poté ritrovare al suo posto nel sepolcro, abbia detto: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17). Perché se non voleva essere toccato prima di esser risalito al Padre, non era risalito certamente ancora al Padre quando disse ai discepoli: Guardate le mie mani e i miei piedi; palpatemi e guardate (Lc 24, 39). Non voleva essere toccato, mentre qui voleva essere palpato. E allora che significa: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre? Cristo lo si tocca meglio con la fede che con la carne. Toccare Cristo con la fede! Questo è toccarlo veramente. Pensate a quella donna che soffriva di emorragie: con fede si accostò, con la mano toccò la veste, con la fede l'onnipotenza. Ecco che cosa vuol dire toccare. In quel momento il Signore veniva compresso dalla folla, ma da una sola era toccato. Perciò disse: Chi mi ha toccato? I discepoli, stupefatti perché da ogni parte la folla lo comprimeva, dissero: La folla ti stringe da ogni parte, e tu dici: Chi mi ha toccato? Ed egli: Sì, qualcuno mi ha toccato (Cf. Lc 8, 43-48). Ecco, la folla ti schiaccia ma non ti tocca. Chi ti ha toccato? Solo colei che ha creduto.

 

E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi. Ma allora, se credere è toccare, anzi se toccare è credere, come si spiega: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17)? Che vuol dire? Perché vai cercando la mia carne se ancora non comprendi la mia divinità? Volete sapere come questa donna lo voleva toccare? Essa stava cercando un morto, non credeva che egli sarebbe risorto. Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro (Io 20, 2); e lo piange come uomo. Oh! Toccarlo! Ed egli, vedendola tutta preoccupata nei riguardi della sua condizione di servo e che ancora non sapeva né gustare, né credere, né comprendere quella condizione di Dio per la quale è uguale al Padre, differisce il toccare, perché sia un toccare più completo. Non mi toccare, dice, perché non sono ancora salito al Padre mio. Tu mi tocchi prima che io risalga al Padre e mi credi solo uomo: che ti giova quel che credi? Fammi dunque risalire al Padre. Lassù da dove mai mi sono allontanato, è per te che io salgo, se mi crederai uguale al Padre. Difatti il Signore nostro Gesù Cristo non è disceso dal Padre lasciando il Padre; e anche nel risalire via da noi non si è allontanato da noi. Infatti quando stava per risalire e sedere alla destra del Padre, disse in anticipo ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20).

 

In breve...

 

Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del corpo di Cristo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di Lui si dice. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchie ad ascoltare. (In Io. Ep. tr. 2, 1)

 

Inizio settimana

 

 

 

MERCOLEDÌ

 

Ed essi si dissero l’un l’altro:

"Non ci ardeva forse il cuore nel petto

mentre conversava con noi lungo il cammino,

quando ci spiegava le Scritture?".

(Lc 24, 32)

 

INTRODUZIONE

 

La Risurrezione di Cristo fa germogliare uomini nuovi, radicati nella fede, nella speranza per la vita eterna e nella carità verso Dio e i fratelli. Non c’è più spazio per il timore e la delusione del Sabato Santo. Cristo risorto si fa compagno di viaggio per coloro che hanno perso ogni speranza e con la sua Parola li conduce a riconoscerlo nel gesto eucaristico dello spezzare il pane. Del racconto dei due discepoli di Emmaus, Luca ricorda un solo nome, quello di Cleofa; il secondo resta nell’anonimato: al suo volto ciascuno può tentare di attribuire il proprio nome, per rivivere nella sua storia l’incontro con il Risorto.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm 236, 2-3)

 

I discepoli di Emmaus

Quando Cristo morì, i suoi discepoli lasciarono cadere dal loro animo questa speranza, questo dono, questa promessa, questa grazia così segnalata, e vedendolo morto persero ogni speranza. Osservate! Si riferisce loro che è risorto e le parole di chi reca tale annunzio vengon prese per allucinazioni di menti folli. La verità era diventata quasi una follia. [...] Ecco la situazione in cui si trovavano i discepoli dopo la morte di Cristo: ciò che a noi incute orrore, questo erano diventati loro.  [...] E passiamo a quei due ai quali Cristo apparve lungo la via ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo. Le loro parole manifestano lo stato del loro cuore; la voce è testimone di ciò che passava nel loro animo: testimone, dico, per noi, poiché a Cristo era palese il cuore di per se stesso. Parlavano fra loro della sua morte. Egli si unì a loro come terzo compagno di viaggio. Egli, che era la via, cominciò a dialogare con loro lungo la via e attaccò il discorso. Pur sapendo tutto, chiede di che cosa stiano parlando e, fingendosi ignaro dei fatti, vuol provocare la confessione. Gli dicono: Tra i pellegrini convenuti a Gerusalemme tu sei certo il solo che non sai cosa sia successo in città durante questi giorni, che non sai di Gesù Nazzareno che fu un grande profeta! (Lc 24, 18-19). Non più Signore ma profeta! Dopo la morte di lui, credevano che questo egli fosse stato. Lo veneravano ancora come profeta, sebbene non lo riconoscessero come Signore non solo dei profeti ma anche degli angeli. Continuano: I nostri anziani e i sommi sacerdoti lo consegnarono perché fosse condannato a morte. Ed ecco, questo è il terzo giorno da quando queste cose sono accadute. Eppure noi speravamo che egli sarebbe stato il redentore d'Israele. (Lc 24, 20-21). È questa tutta la vostra pena? Speravate! Siete ora nella disperazione? Come vedete, avevano perduto ogni speranza. Egli allora cominciò a spiegar loro le Scritture, in modo che imparassero a riconoscere Cristo proprio dal punto dove s'erano allontanati da Cristo. Avevano perso la speranza in Cristo perché lo avevano visto morto. Egli al contrario spiega loro le Scritture argomentando in modo che si persuadessero che, se non fosse morto, non sarebbe potuto essere Cristo. Da Mosè, dalle Scritture successive e dai profeti trasse l'insegnamento di quel che aveva loro detto, che era necessario che il Cristo morisse e così entrasse nella sua gloria (Lc 24, 26). Udendo godevano e sospiravano; e, come essi stessi confessano, ardevano; ma non riconoscevano la luce lì presente.

 

Che sorta di mistero, miei fratelli! Entra in casa loro, si fa loro ospite e, mentre era rimasto sconosciuto lungo tutto il cammino, lo si riconosce allo spezzare del pane (Cf. Lc 24, 30-31). Imparate ad accogliere gli ospiti, nella cui persona si riconosce Cristo. O che non sapete ancora che, tutte le volte che accogliete un cristiano, accogliete Cristo? Non lo dice forse lui stesso: Ero forestiero e mi avete accolto? E se gli replicheranno: Ma quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, risponderà: Tutte le volte che l'avete fatto a uno dei miei fratelli, fosse anche il più piccolo, l'avete fatto a me (Mt 25, 35. 38. 40). Quando dunque un cristiano accoglie un altro cristiano, è un membro che si pone al servizio di un altro membro, e con questo reca gioia al capo, che ritiene dato a sé ciò che si elargisce a un suo membro. Ebbene, finché siamo quaggiù, si dia il cibo a Cristo che ha fame, si dia da bere a lui assetato, lo si vesta quando è nudo, lo si ospiti quand'è pellegrino, lo si visiti quando è malato. Queste cose comporta l'asperità del cammino. Così dobbiamo vivere nel presente pellegrinaggio durante il quale Cristo è nel bisogno: ha bisogno nei suoi, pur essendo pieno di tutto in sé. Ma colui che nei suoi è bisognoso, mentre in sé abbonda di tutto, convocherà attorno a sé tutti i bisognosi. E vicino a lui non ci sarà più né fame né sete, né nudità né malattia, né migrazioni né stenti né dolore. So che tutti questi bisogni lassù non ci saranno, ma non so cosa ci sarà. Che tutte queste cose non ci saranno l'ho potuto apprendere; quanto invece a quel che troveremo lassù, non c'è stato occhio che l'abbia visto né orecchio che l'abbia udito né cuore d'uomo in cui sia penetrato (1 Cor 2, 9). Lo possiamo amare, lo possiamo desiderare; durante il presente esilio possiamo sospirare il possesso di un tanto bene; ma non possiamo raggiungere col pensiero né spiegare adeguatamente a parole quel che esso sia, o, per lo meno, io non ne sono capace. Cercatevi pure, o fratelli, qualcuno che abbia tale capacità, e, se vi riuscirà di trovarlo, trascinate da lui anche me insieme con voi perché divenga suo discepolo. Quanto a me, so una cosa sola, che cioè Dio - come dice l'Apostolo - ha la potenza di compiere opere che superano la nostra facoltà di chiedere e di comprendere (Eph 3, 20). Egli ci condurrà là dove si realizzeranno le parole scritturali: Beati coloro che abitano nella tua casa! Ti loderanno nei secoli dei secoli (Ps 83, 5). Tutta la nostra occupazione sarà la. lode di Dio. E cosa loderemo se non ciò che ameremo? E null'altro ameremo se non ciò che vedremo. Vedremo la verità, e questa verità sarà Dio stesso, di cui canteremo la lode. Lassù troveremo ciò di cui oggi abbiamo cantato: troveremo l'Amen, cioè Quel che è vero, e l'Alleluia, cioè: Lodate il Signore.

 

In breve...

 

O Signore, va’ in aiuto a quei discepoli! Spezza loro il pane perché ti riconoscano. Se tu non li riconduci sono perduti. (Sermo 236/A, 3)

 

Inizio settimana

 

 

 

GIOVEDÌ

 

"La morte è stata ingoiata per la vittoria".

Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria

per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

(1 Cor 15, 54. 57)

 

INTRODUZIONE

 

La nota caratteristica del tempo pasquale è la gioia che promana dalla resurrezione di Cristo. La buona novella è tutta contenuta in questo annuncio di fede: "O morte, per cui i morti riprendono vita!". (In Io Ev. 120, 2) Il Redentore ha sconfitto la morte, ha messo in fuga il "catturatore", il principe del mondo che imprigionava gli uomini nel peccato. Ora restituisce l’uomo alla sua vocazione iniziale, la libertà come apertura e corrispondenza piena all’amore del Padre. Pertanto con Agostino possiamo invocare Cristo come il "Liberatore", Colui che comunica la pienezza della vita all’umanità. (Sermo 134, 3.4) Certo sulla terra l’uomo è sottoposto alle prove, alle tentazioni e alla paura della morte; ma non sono tali atteggiamenti che devono trattenerlo dalla ricompensa celeste. Cristo ha assunto su di sé il dolore per indicarci in qual modo, passando per la croce, si possa giungere alla vittoria. Una vittoria già conseguita per sempre.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 124, 4)

 

Se hai paura della morte, ama la resurrezione!

Il Signore Gesù Cristo, per mezzo della sua carne, ha fatto bene sperare della nostra carne. Ha preso infatti su di sé ciò che su questa terra ci era comunemente noto, ciò che quaggiù si verifica estesamente e in continuità: nascere e morire. Sovrabbondante sulla terra il nascere e il morire, risorgere e vivere per l'eternità non aveva luogo quaggiù. Vi trovò vili ricompense terrene, vi recò quelle del cielo straniere sulla terra. Se hai paura della morte, ama la risurrezione. Della sua tribolazione ha fatto l'aiuto che ti ha dato, poiché era rimasto senza alcun vantaggio il tuo stato di salute. Pertanto, fratelli, riconosciamo e amiamo quella salute che è straniera in questo mondo, cioè l'eterna, e viviamo noi da stranieri in questo mondo. Riflettiamo che siamo di passaggio in questo mondo e così cadremo di meno nel peccato. Piuttosto rendiamo grazie al Signore Dio nostro avendo voluto che l'ultimo giorno della nostra vita fosse vicino ed incerto. Dalla prima infanzia alla decrepitezza della vecchiaia il tratto è breve. Se Adamo fosse morto oggi, che gli avrebbe giovato aver vissuto tanto a lungo? Che gran tempo è, quando deve finire? Nessuno richiama indietro il giorno di ieri; l'oggi è incalzato dal domani, perché passi. Nel corso di questo breve spazio di tempo, viviamo bene per giungere là dove non dobbiamo passare oltre. Anche adesso mentre parliamo, indubbiamente ci troviamo a passare. Le parole fuggono e le ore volano; tale la nostra età, tali le nostre azioni, tali le nostre glorie, tale le nostre miserie, tale questa nostra felicità. Tutto passa: non sia per noi motivo di spavento: La Parola del Signore dura sempre (Is 40, 8; Pt 1, 25).

 

In breve...

 

Se viviamo bene, è segno che siamo morti e risuscitati. (Sermo 231, 3)

 

Inizio settimana

 

 

 

VENERDÌ

 

Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini

(Mc 1, 17)

 

INTRODUZIONE

 

Agostino interpreta in chiave ecclesiologica i due episodi di pesca miracolosa, avvenuti l’uno all’inizio della chiamata dei discepoli da parte di Gesù (Cf. Lc 5, 1-11), l’altro dopo la sua risurrezione (Gv 21, 1-11). Nel suo sviluppo storico la Chiesa accoglie nella sua barca buoni e cattivi, senza operare discriminazioni: anzi è il Signore a favorire la crescita comune di grano e zizzania, secondo la terminologia di un’altra celebre parabola. "La chiesa di questo tempo è come un’aia; lo abbiamo detto spesso, lo diciamo spesso: ha la paglia e il grano" (Enarr. in Ps. 25, 2, 5). La separazione avverrà solo alla fine dei tempi: allora gli eletti, i centocinquantatré pesci della seconda pesca, si riconosceranno popolo di Dio, che partecipa dei beni della vita eterna. Di una tale cifra Agostino offre un’articolata spiegazione per far quadrare i conti: ai nostri occhi potrebbe sembrare un divertente - e forse sterile - esercizio esegetico, ma per il vescovo di Ippona è un modo per trasmettere ai fedeli un contenuto teologico: al di là di ogni disquisizione sulla quantità, gli eletti saranno definitivamente separati dai peccatori ed ammessi alla beatitudine senza fine.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 251, 1 / 248, 3 )

 

Le due pesche miracolose

Quando Cristo, nostro liberatore, si mette a pescare avviene la nostra liberazione. Tuttavia nel santo Vangelo ci si informa di due pesche effettuate dal Signore, nel senso che a un cenno della sua parola furono gettate le reti: una al principio quando egli scelse i discepoli (Cf. Lc 5, 1-11; Mt 4, 18-22), e questa seconda avvenuta dopo la resurrezione (Cf. Io 21, 1-11). La prima pesca raffigura la Chiesa com'è al presente, la seconda, quella cioè che avvenne dopo la resurrezione, raffigura la Chiesa come sarà alla fine del mondo. Notiamo infatti come nella prima pesca Cristo comandò che venissero gettate le reti senza specificare da che parte: comandò solo che fossero gettate. E i discepoli le gettarono, ma non ci si dice se a destra o a sinistra. Questo, perché i pesci simboleggiano gli uomini, e se fosse stato detto: A destra, vi sarebbero stati inclusi solo i buoni; se invece fosse stato detto: A sinistra, sarebbero stati inclusi solo i cattivi. Siccome però nella Chiesa si sarebbero dovuti trovare, mescolati insieme, e i buoni e i cattivi, le reti furono gettate in maniera imprecisata,edi modo che potessero essere catturati pesci suscettibili di significare la mescolanza dei buoni e dei cattivi. In piú, nella prima descrizione si narra anche questo, che cioè di pesci ne presero tanti da riempire le due barche e da farle affondare (Cf. Io 21, 1-11), o meglio, da gravarle al punto che stavano per affondare. In effetti, le barche non affondarono ma corsero pericolo di affondare. Perché un tale pericolo? Per i troppi pesci. Segno, questo, che, a causa della gran quantità di gente che la Chiesa avrebbe accolta, la disciplina avrebbe corso pericolo. È un particolare che si aggiunge nel racconto della prima pesca, dove si narra anche che per l'abbondanza dei pesci le reti si squarciavano. Le reti squarciate cosa volevano indicare se non gli scismi che sarebbero sorti in seguito? Tre cose dunque troviamo simboleggiate nella prima pesca: la mescolanza dei buoni e dei cattivi, l'appesantimento causato dalle folle, gli scismi provocati dagli eretici.

 

Passiamo ora dalla pesca del tempo presente in cui triboliamo, e veniamo a quella che desideriamo con ardore e alla quale aspiriamo sorretti dalla fede. Ecco, il Signore morì ma poi risuscitò e apparve ai discepoli in riva al mare (Cf. Io 21, 1-6). Anche quella volta comandò di gettare le reti, ma non in maniera imprecisata. Statemi attenti! In occasione della prima pesca non aveva loro detto: Gettate le reti a destra o a sinistra. Seinfatti avesse detto: A sinistra, vi sarebbero stati simboleggiati solo i cattivi; se: A destra, solo i buoni. Sicché non disse né a destra né a sinistra, perché dovevano essere presi nella rete i buoni mescolati con i cattivi. Eccoci invece adesso dopo la resurrezione. Quale sarà allora la Chiesa, ascoltatelo con discernimento, godetene e appropriatevene con la speranza. Dice: Gettate le reti a destra (Io 21, 6). È ora che vengano presi quelli della destra: non c'è piú da temere alcun cattivo. Voi infatti sapete che egli separerà le pecore dai capri e che collocherà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra, e sapete ancora che a quanti staranno alla sinistra dirà: Andate al fuoco eterno, mentre a coloro che si troveranno a destra dirà: Prendete possesso del regno (Mt 25, 41. 34). Ecco perché dice: Gettate le reti a destra. E le gettarono e presero del pesce: ne presero un numero ben determinato, poiché lassú non ci sarà nessuno che non rientri in quel numero (Ps 39, 6). Nel tempo presente quanta gente c'è che, pur non rientrando in quel numero, si accostano all'altare, sembrano appartenere al popolo di Dio, mentre non, sono scritti nel libro della vita! Là invece il numero è determinato. E fra, questi pesci cercate d'essere anche voi, non ascoltando solamente e lodando ma comprendendo bene e conducendo una vita buona.

 

In breve...

 

Nella pesca dei centocinquantatré pesci viene adombrata la Chiesa quale essa si manifesterà quando sarà formata soltanto dei buoni. (In Io. Ev. tr. 123, 2)

 

Inizio settimana

 

 

 

SABATO

 

Alla fine dei giorni, / il monte del tempio del Signore

sarà eretto sulla cima dei monti / e sarà più alto dei colli;

ad esso affluiranno tutte le genti. / Verranno molti popoli e diranno:

"Venite, saliamo sul monte del Signore, / al tempio del Dio di Giacobbe,

perché ci indichi le sue vie / e possiamo camminare per i suoi sentieri".

(Is 2, 2-3)

 

INTRODUZIONE

 

Agostino tocca le corde liriche di ogni cuore quando descrive la condizione del sabato eterno, che non conosce tramonto, simbolo del riposo senza fine in Dio Trinità. Dio ha benedetto il settimo giorno al termine di ogni attività creatrice e Cristo ha santificato con la sua passione il primo giorno della settimana, l’ottavo giorno. A tale pace aspira l’uomo, giunto a conclusione del suo pellegrinaggio terreno, quando cessata ogni fatica l’unica attività concessa sarà "una certa indicibile tranquillità che deriva dall’attività di contemplazione". Azione e contemplazione, fatica e riposo sono congiunti a definire in un certo qual modo la caratteristica della vita eterna: lodare Dio. La conclusione delle Confessioni esplicita il desiderio dell’uomo di vivere l’intimità con Dio e in Dio: "Signore Dio, dà a noi la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace che non ha sera" (13, 35). Dio è il termine ultimo, il ritorno supremo per l’uomo inquieto ed orientato a Dio stesso, la quiete per eccellenza.

 

Dalle "Lettere" di sant’Agostino, vescovo (Ep. 55, 9.17)

 

Il giorno senza tramonto

Ciò che adesso facciamo con la fede e con la speranza e ci sforziamo di raggiungere con la carità, è precisamente il riposo santo e perpetuo da ogni fatica e da ogni molestia; per giungere ad esso noi compiamo il passaggio da questa vita, che nostro Signore Gesú Cristo ebbe la bontà d'insegnarci e di santificare con la sua passione. Questo riposo però non consiste in un’infingarda inattività, ma in un'ineffabile tranquillità di contemplativa attività. Poiché alla fine delle opere della nostra vita noi ci riposiamo affinché godiamo nell'attività della vita eterna. Ma poiché siffatta attività si compie lodando Iddio senza fatica delle membra e senz'affanno di pensieri, il riposo per cui si passa a tale attività non è seguito da alcuna fatica, ossia l'attività non comincia in modo che finisca il riposo, poiché non è un tornare alle fatiche e agli affanni, ma è un'attività che conserva ciò che costituisce la caratteristica del riposo, ossia agire senza affaticarsi, pensare senza preoccuparsi. Poiché dunque per mezzo del riposo si torna alla prima vita, dalla quale l'anima cadde in peccato, questo riposo è simboleggiato nel sabato. Quella prima vita che si restituisce a coloro che tornano dall'esilio di questa vita e che ricevono il vestito piú bello (Lc 15, 22 s.), è simboleggiata dal primo giorno della settimana, che noi chiamiamo Domenica. Esamina i sette giorni, leggi la Genesi (Gen 2, 2 s.) e troverai il settimo giorno senza sera, poiché simboleggia il'riposo senza fine. La prima vita non fu dunque e terna per l'uomo peccatore, mentre l'ultimo riposo sarà eterno e perciò anche l'ottavo giorno avrà la felicità eterna, poiché il riposo eterno è incluso, non concluso nell'ottavo, altrimenti non sarebbe eterno. L'ottavo giorno sarà quindi come il primo, sicché la prima vita non sarà annullata, ma tramutata in eterna.

 

In breve...

 

 

Se tanto ci esaltano questi giorni che se ne vanno, nei quali con devota solennità ricordiamo la passione e la resurrezione di Cristo, come ci renderà beati quello eterno, in cui vedremo Lui e rimarremo con Lui, del quale il solo desiderio e la speranza ci rendono fin da adesso beati? (Sermo 229/D, 2)


 

 Erano ancora stupiti per la gioia quando improvvisamente appare loro Nostro Signore. Presi dallo stupore esitano a credere ma Nostro Signore dice Pax VOBIS.

 

 

Questa è la prima perla che Gesù rivolge alla sua Chiesa dopo la Resurrezione. Sono io, non temete, non sono un fantasma, toccare un fantasma non ha carne come vedete che io ho. Avete qualcosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostiti e un favo di miele. Il pesce raffigura nostro Signore, i pittori nelle catacombe speso rappresentano con questo simbolo. Il favo di miele perché nostro Signore è il vero Sansone, Sansone che aveva sgozzato un leone, transitando di nuovo sullo stesso sentiero scorse nella gola un favo di miele lo mangiò mentre cantava un cantico profetico così anche nostro Signore ha divelto le porte dell'inferno gola del dragone infernale. Questo l'ordine e i fatti di oggi, cosa veramente straordinaria.

 

Dom Adriano Grea


Avvicinandosi la Passione di Gesù..

 

 

Avvicinandosi la Passione di Nostro Signore, avendo amato i suoi fino alla fine con l'istituzione del memoriale perpetuo del suo amore quale mezzo ammirevole e divino per perpetuare la sua immolazione sulla croce, così Gesù dà inizio con un atto impensabile all'istituzione di questo mistero. Come poter pensare che questo Figlio di Dio per mezzo del quale tutto è stato fatto e per il quale tutto esiste possa abbassarsi fino ai piedi dei suoi discepoli. Si è abbassato assumendo la natura umana come se non bastasse cerca di abbassarsi ulteriormente, si getta come un supplice ai piedi, si spoglia delle sue vesti per assumere l'aspetto di servo, si cinge di un panno come gli schiavi  e che cosa inizia a fare, lava loro i piedi? Perché vuol dare loro una lezione di umiltà. Voi mi chiamate: Maestro e Signore e dite bene perché lo sono ora se io che sono maestro, non disdegno di lavarvi i piedi, a maggior ragione, voi che siete i miei discepoli dovete lavarvi piedi gli uni gli altri, cioè accettare, per servire i vostri fratelli, ogni lavoro, ogni umiliazione senza pretendere nulla.

 

 

(Durante il  Mandato nella sala del Capitolo a Sant'Antoine- 1894)

 

 

 


 

 

SETTIMANA SANTA con Sant'Agostino

 

DOMENICA DELLE PALME

 

"Ecco, a te viene il tuo re.

Egli è giusto e vittorioso,

umile cavalca un asino.

Annunzierà la pace alle genti".

(Zc 9, 9.10)

 

INTRODUZIONE

Con l’ingresso a Gerusalemme, Gesù si consegna volontariamente alla morte, secondo un disegno che non è frutto del caso, ma risponde ad un progetto di salvezza di Dio. Dio permette il male, acconsente alla morte del Figlio per un giudizio che sfugge alla comprensione umana. Questo progetto di salvezza, che si compie con la condanna a morte del Servo, trova una sua anticipazione nella figura del Servo di YHWH, uomo dei dolori, reietto e disprezzato, condotto al macello per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (Is 52, 13 - 53, 12). La passione di Gesù realizza la profezia dell’Antico Testamento.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 61, 22)

 

Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!

Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l'intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.

 

Che male fu per il Cristo l'essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall'ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c'è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.

 

IN BREVE...

Si celebra la passione del Signore: è tempo di gemere, tempo di piangere, tempo di confessare e di pregare. Ma chi di noi è capace di versare lacrime secondo la grandezza di tanto dolore? (En. in Ps. 21, 1)

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio,

ma lo ha dato per tutti noi,

come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?

(Rm 8, 31-32)

 

INTRODUZIONE

Il peccato originale non solo ha compromesso la relazione tra uomo e Dio, ma ha inficiato anche i rapporti reciproci tra gli uomini e tra questi e il creato, sottomesso anch’esso alla caducità del male. Tutti sono dunque coinvolti nel peccato di Adamo, componendo la cosiddetta massa peccati, degna dell’ira di Dio. Il peccato ha assunto dimensione universale (massa), pur senza intaccare la bontà sostanziale delle creature volute da Dio. Pur di fronte al rifiuto dell’uomo, Dio non abbandona i suoi figli: la storia della salvezza registra i suoi continui interventi volti a ravvedere e ricercare il peccatore per riscattarlo dalla morte. Nella pienezza dei tempi (Gal 4, 4), Dio realizza il suo disegno di salvezza: consegna il Figlio Unigenito per la redenzione universale. L’innocenza di Cristo (che Agostino sottolinea con una triplice ripetizione dell’avverbio innocenter) mette in luce l’indegnità dell’uomo, che non ha meriti da avanzare di fronte a Dio, e fa’ emergere la misericordia sovrabbondante e la generosa benevolenza di Dio.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 22, 9)

 

Dio ha dato per noi il sangue del suo Figlio

La misericordia di Dio è sovrabbondante e generosa la sua benevolenza: ci ha redenti con il sangue del Figlio suo (cf. 1 Pt 1, 18-19), mentre per i nostri peccati non meritavamo niente. Egli aveva fatto certo una grande cosa nel creare l'uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 27). Ma poiché noi con il peccato volemmo ridurci al nulla ed ereditammo dai progenitori un legame di morte e divenimmo una massa di peccato, una massa d'ira, piacque a lui, nella sua misericordia, riscattarci a tanto prezzo. Ha dato per noi il sangue del suo Unigenito innocentemente nato, innocentemente vissuto, innocentemente morto. Chi ci ha riscattato a tanto prezzo non vuole che periscano quelli che si è acquistato. Non li ha acquistati per farli perire, ma per dar loro la vita. Se i nostri peccati sono una mole più grande di noi, Dio non disprezza il prezzo da lui pagato. Ha pagato un prezzo ingente. Da parte nostra però non lusinghiamoci basandoci unicamente sulla sua misericordia, se non siamo decisi a combattere i nostri peccati. E se ne commettiamo, soprattutto di gravi, non speriamo che ci si usi una tale misericordia che includa dell'ingiustizia. Potrà forse collocare coloro che niente hanno fatto per vivere da convertiti, ma rimasero nell'ostinazione e durezza di cuore, incolparono anzi Dio difendendo i propri peccati, nello stesso posto ove ha collocato i santi Apostoli, i Profeti, i Patriarchi e i suoi fedeli che si sono comportati bene, che lo hanno servito, che hanno camminato nella castità, nella modestia, nell'umiltà, facendo elemosine, perdonando tutto ciò che dovettero sopportare dagli altri? Tale è la via seguita dai giusti, tale è la via seguita dai santi che hanno ritenuto Dio come loro padre e la Chiesa come loro madre. Non disgustando né quel Padre né questa madre ma vivendo nell'amore di ambedue questi genitori e affrettandosi verso l'eredità eterna, appunto perché non si è offeso il Padre né la madre, verrà data a ciascuno l'eredità.

 

IN BREVE...

Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra. (En. in Ps. 21, 28)

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

E, inginocchiatosi, pregava:

"Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!

Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.

(Lc 22, 41-42)

 

INTRODUZIONE

Cristo "fu maestro di umiltà con la parola e con l’opera" (Serm. 340/A, 5), non solo predicando tale virtù, ma applicandola concretamente, offrendo liberamente se stesso per il riscatto dei peccatori: Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso (Gv 10, 18). Questo disegno di redenzione passa attraverso il Corpo dato per voi e il Sangue versato per molti; fa esperienza della paura nell’agonia del Getsemani (Mc 14, 36) e dell’abbandono nel grido sulla croce (Mc 15, 34). Ma in obbedienza alla volontà del Padre, Cristo accetta di bere il calice amaro dell’umiliazione, chiudendo la sua vita terrena ancora una volta sotto il segno dell’umiltà. "Questo dunque consideriamo nel Signore: osserviamo la sua umiltà, beviamo al calice della sua umiltà, teniamoci stretti a Lui, facciamolo oggetto della nostra meditazione". (Serm. 340/A, 5)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 20/A, 2-7. 8)

 

Il calice dell’umiliazione

Nessuna cosa è più cara a Dio di colui che è l'immagine di Dio.

 

Iddio ha posto tutto al di sotto dell'uomo, e l'uomo al di sotto di sé. Vuoi che sia sotto di te tutto ciò che Dio ha fatto? Sii tu sotto di Dio. Sarebbe grande impudenza che tu pretenda che le creature inferiori stiano sotto di te e intanto tu non riconosci sopra di te colui che le ha create. Iddio dunque ha disposto quel che ha creato ponendo sotto di sé colui che è sua immagine e tutto il resto sotto di questa. Accogli lui e ti innalzerai sull'umano. [...] Anche Cristo fu disprezzato. Lui al quale vien detto: In te mi rifugio (Sal 56, 1), è venuto ad esser disprezzato per te, e ti ha redento proprio perché disprezzato. Tu non saresti salvato, se egli non fosse stato disprezzato. Disprezzato in che senso? Perché ha preso la veste di servo, la tua stessa forma. Altro era infatti quel che si nascondeva, altro quel che si vedeva. Si nascondeva Dio, si vedeva l'uomo (cf. At 3, 13). Così l'uomo fu disprezzato, ma da Dio fu glorificato.

 

Tutto dunque, egli che per noi si fece via, tutto ciò che gli uomini quaggiù ambiscono come qualcosa di grande, egli lo rifiutò; egli che tutto aveva, a cui apparteneva il cielo e la terra, per mezzo del quale erano stati fatti il cielo e la terra, al quale nei cieli e nel più alto dei cieli servivano gli angeli, egli che sfugava i demoni, che scacciava le febbri, che apriva gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi, che comandava al mare, ai venti e alle tempeste, che risuscitava i morti. Egli tanto poteva, eppure contro di lui tanto poté colui che egli aveva creato. Benché creatore dell'uomo, si sottomise all'uomo, quando apparve come uomo per liberare l'uomo. Si sottomise all'uomo, ma nelle vesti di uomo, nascondendo la divinità; manifestatosi come uomo, come uomo fu disprezzato, riconosciuto più tardi come Dio; ma riconosciuto proprio perché prima era stato disprezzato. E anche a te non volle dare la gloria, se non dopo averti insegnato l'umiltà.

 

Ogni uomo desidera cose sublimi. Ma sulla terra che c'è di sublime? Se dunque desideri cose sublimi, il cielo desidera, le cose celesti desidera, desidera le cose sopracelesti. Brama di essere concittadino degli angeli, anela verso quella città, verso di essa sospira, là dove non perderai l'amico e non dovrai soffrire il nemico, dove non troverai nessuno liberato, perché da quaggiù nessuno vi può portare il suo schiavo. Quella infatti è città eterna, dove nessuno nasce, nessuno muore, dove è perpetua e perfetta sanità, perché la sanità si chiama immortalità. Se tu brami di essere lassù, veramente aspiri a cose sublimi. Questo è il dove; ma considera anche il come. Perché non c'è nessuno che non brami di essere concittadino degli angeli, di godere in Dio, di Dio, sotto Dio, di restare per sempre, di non essere afflitto da nessuna piaga, raggiunto da nessuna vecchiezza, debilitato da nessuna stanchezza, consumato da nessuna malattia e da nessuna morte. Grande cosa, sublime cosa, desiderabile cosa. Tu desideri di arrivarci; ma guarda per dove ci si arriva.

 

Ecco, quei due discepoli di nostro Signore, i santi e grandi fratelli Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, come abbiamo letto nel Vangelo, desiderarono dal Signore Dio nostro di poter sedere nel regno uno alla destra e l'altro alla sinistra (cf. Mt 20-23). Essi dunque non desiderarono di esser dei re sulla terra, non ambirono dal Signore Iddio onori caduchi, non di essere ornati di ricchezze, non di avere una famiglia gloriosa, non di essere onorati di clientela, non di essere ingannati da adulatori, ma chiesero veramente qualcosa di grande e di solido, cioè di avere dei seggi nel regno di Dio, in cui si rimane per sempre. È grande cosa quella che desiderarono, ed essi non vengono rimproverati per il desiderio, ma vengono richiamati nell'ordine. In essi il Signore vide il desiderio delle cose grandi e colse l'occasione per insegnare la via dell'umiltà; come se dicesse: "Vedete dove voi aspirate, vedete chi sono io per voi: io che vi ho fatto sono disceso fino a voi, per voi io mi sono umiliato". Queste parole che sto dicendo veramente non sono nel Vangelo, io però dico la sostanza delle parole che si leggono nel Vangelo. E le parole che sono nel Vangelo adesso ve le rammento, perché vi rendiate conto che quelle che ho detto io sono nate lì, come se quelle fossero le radici e le nostre i rami (cf. Mt 20, 26-27). Quando dunque il Signore ebbe ascoltato il loro desiderio, disse loro: Voi potete bere il calice che io sto per bere? (Mt 20, 22). Voi desiderate di sedere al mio fianco; prima rispondetemi su quanto vi chiedo: Potete bere il calice che io sto per bere? Voi che cercate dei seggi così sublimi, non sarà per voi amaro il calice dell'umiltà?

 

Però quando il precetto è pesante, grande ne è la ricompensa. Il calice della passione, il calice dell'umiliazione non vogliono, non vogliono berlo gli uomini. Desiderano cose sublimi? Amino quelle umili. Per salire in alto bisogna infatti partire dal basso. Nessuno può costruire una fabbrica alta se prima non ha impiantato in basso le fondamenta. Considerate tutte queste cose, fratelli miei, e da qui partite, da qui costruitevi nella fede, per capire la strada per la quale potrete arrivare dove desiderate. Io lo so, lo riconosco: non c'è alcuno tra voi che non desideri l'immortalità, l'eterna gloria e di avere l'amicizia con Dio. Queste cose tutti le desideriamo. Ma dobbiamo conoscere la strada per arrivare, dato che arrivare è desiderio di tutti.

 

Tu, uomo avevi paura di affrontare l'oltraggio dell'umiliazione. Ma è utile per te bere il calice così amaro della passione. Le tue viscere sono tumide, il petto ti si è gonfiato. Bevi l'amaro, per ritrovare la salute. Lo beve anche il medico sano; non vorrà berlo il malato indebolito? Così infatti disse ai figli di Zebedeo: Potete bere il calice? (Mt 20, 22) Però non disse: "Potete bere il calice degli oltraggi, il calice del fiele, il calice dell'aceto, il calice delle amarezze, il calice pieno di veleno, il calice di tutte le sofferenze?". Se avesse detto così, più olle incoraggiarli li avrebbe spaventati. Ma quando si è in compagnia si ha anche più spinta. E allora che paura hai, o servo? Quel calice lo beve anche il Signore. Che paura hai, o infermo? Lo beve anche il medico. Che paura hai, o infiacchito? Lo beve anche il sano.

 

IN BREVE...

È facile pensare a cose eccelse, è facile compiacersi degli onori, è facile dare ascolto a chi dà assenso e a chi adula. Tollerare la riprensione, udire con pazienza l’ingiuria, pregare per chi oltraggia: ecco il calice del Signore, ecco il convito del Signore. (Serm. 340/A, 5)

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

Nei giorni della sua vita terrena (Cristo) offrì preghiere e suppliche

con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte

e fu esaudito per la sua pietà;

pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì

e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna

per tutti coloro che gli obbediscono.

(Ebr 5, 7-9)

 

INTRODUZIONE

"Se avessimo dovuto immaginare la venuta di un Dio sulla terra, avremmo naturalmente pensato che si sarebbe presentato come il Maestro unico e supremo. Dei filosofi avrebbero sostenuto che l’umiltà non conveniva a quel Dio vivente fra gli uomini; infatti, avrebbero potuto dire l’umiltà è la virtù che caratterizza la nostra condizione di creature. Invece la Rivelazione ci offre una realtà ben diversa: tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà, è basata sull’umiltà, al punto che Paolo riassume tutta l’Incarnazione redentrice nell’annientamento e nell’ubbidienza... Nessuno sforzo artificiale per abbassarsi: l’umiltà di Gesù deriva semplicemente dal suo amore. Egli si annulla di fronte al Padre perché è unicamente preoccupato di Lui, e perché lo antepone sempre a se stesso. L’umiltà di Gesù è certamente assoluta, ma in un altro senso: si fonda sulla convinzione di aver ricevuto tutto dal Padre". (J. Galot)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 23/A, 1-4)

 

Cristo percorre la via dell’umiltà

Confessare a Dio che cosa significa se non umiliarsi davanti a Dio e non attribuirsi alcun merito? Poiché per grazia sua siamo stati salvati, come dice l'Apostolo, non per merito delle opere, perché nessuno s'insuperbisca; infatti per sua grazia siamo stati salvati (Ef 2, 8-9). Non è preceduta infatti una qualche vita meritoria, che Dio dall'alto possa aver gradito e amato e così possa aver detto: "Veniamo in aiuto, soccorriamo questi uomini, perché vivono bene ". Non fu contento della nostra vita, gli dispiacque in noi tutto quanto facevamo, mentre non gli dispiacque quanto lui aveva fatto in noi. Perciò condannerà quanto abbiamo fatto noi, salverà quanto ha fatto lui. Condannerà le cattive azioni degli uomini, ma salverà gli uomini. Gli uomini non hanno fatto se stessi, ma hanno prodotto cattive azioni. Quanto Dio ha fatto in essi - Dio infatti ha creato l'uomo ad immagine e somiglianza sua (cf. Gn 1, 26) - è buono. Quanto invece l'uomo, respingendo il suo Autore e creatore e volgendosi alla perversità, tramite il libero arbitrio, ha fatto di male, questo condanna Dio per liberare l'uomo; cioè Dio condanna quanto ha fatto l'uomo e libera quanto ha fatto lo stesso Dio.

 

Noi non eravamo buoni. Ma ha avuto pietà di noi (cf. Sal 66, 2), e ha mandato il suo Figlio (cf. Gal 4, 4) a morire, non per i buoni ma per i cattivi, non per i giusti ma per gli ingiusti (cf. Mt 5, 15). Infatti Cristo è morto per gli empi (Rm 5, 6). E che cosa segue? È raro il caso che uno voglia morire per un giusto; tuttavia qualcuno forse accetterebbe di morire per un uomo dabbene (Rm 5, 7). Si potrebbe trovare qualcuno che abbia il coraggio di morire per un uomo dabbene. Invece per un ingiusto, per un empio, per un iniquo chi vorrebbe morire, se non Cristo solo, così innocente da poter giustificare anche gli ingiusti? Perciò, fratelli miei, non avevamo nessun'opera meritoria, ma soltanto demeriti. Ma pur essendo tali le opere degli uomini, la sua misericordia non abbandonò gli uomini. E mentre erano meritevoli di pena, egli invece della pena dovuta donò la grazia non dovuta. E mandò il Figlio suo (cf. Gal 4, 4) per redimerci, non a prezzo d'oro o d'argento, ma a prezzo del suo sangue (cf. 1 Pt 1, 18-19), che egli sparse, agnello immacolato condotto al macello (cf. Ger 11, 19) per le pecore contaminate, se pur soltanto contaminate o non anche completamente infette. Ecco la grazia che abbiamo ricevuta. Viviamo in maniera degna di questa grazia che abbiamo accolta, per non fare torto a tanto dono. Un così grande medico è venuto a noi, ha rimesso tutti i nostri peccati. Se vogliamo di nuovo ammalarci, non soltanto danneggeremo noi stessi, ma ci mostreremo anche ingrati verso il medico.

 

Seguiamo perciò le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell'umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l'insegnamento la via dell'umiltà e l'ha percorsa soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto se non si fosse umiliato; chi avrebbe potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è anch'egli Dio. È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, del quale parla Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Chi avrebbe potuto uccidere colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e senza il quale niente è stato fatto? Chi avrebbe potuto ucciderlo, se egli non si fosse umiliato? Ma in che modo si è umiliato? Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi (Gv 1, 14). Il Verbo di Dio infatti non avrebbe potuto essere ucciso. Perché potesse morire per noi, poiché per sua natura non poteva morire, il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Immortale, assunse la mortalità, perché potesse morire per noi, e con la sua morte uccidere la nostra morte. Questo ha fatto il Signore, questo ha compiuto per noi. Onnipotente, si è umiliato; umiliato, è stato ucciso; è stato ucciso, è risorto, è stato esaltato per non abbandonarci, morti, nell'inferno, ma per glorificarci in lui nella resurrezione dei morti, mentre ora ci ha innalzati nella fede e nella confessione dei giusti.

 

Perciò ci ha dato come via l'umiltà. Se la percorreremo, confesseremo al Signore e allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome (Sal 74, 2).

 

IN BREVE...

Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati. (En. in ps. 85, 2)

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ SANTO

 

a. Sul Sacerdozio

 

Io prego per loro;

per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.

(Gv 17, 9)

 

INTRODUZIONE

"La nostra preghiera non sale a Dio se non in Cristo e attraverso il Cristo. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici, non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo" (P. A. Trapè). Egli prega per noi come nostro sacerdote: egli è il nostro sacerdote, prega per ciascuno di noi e per tutti gli uomini, chiedendo al Padre quanto è necessario per ciascuno di noi. Cristo prega per noi come nostro capo: è Lui che parla attraverso la Chiesa, che prega in noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Cristo è pregato da noi come nostro Dio: invocando Cristo siamo immessi nel circolo di Amore della Trinità. Questa è la sintesi agostiniana della preghiera di Cristo, con Cristo e in Cristo. Noi siamo invitati a farne esperienza.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 85, 1)

 

La preghiera di Gesù Cristo sacerdote

Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare dà lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato dal suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce. E quando nei riguardi del Signore Gesù Cristo, soprattutto nelle profezie, si dice qualcosa che contiene dell’umiliazione e quindi indegno di Dio, non dobbiamo esitare ad attribuirlo a lui, poiché lui non ha esitato a unirsi a noi. Al suo servizio è infatti tutta la creazione, perché per suo mezzo tutte le creature sono state fatte. E noi quasi vediamo la sua maestà divina quando ascoltiamo le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose per suo mezzo sono state fatte e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Contempliamo qui la divinità del Figlio di Dio, così eccelsa e sublime che va al di là di ogni più alta creatura; ma poi, in qualche altra parte delle Scritture, lo ascoltiamo gemere, pregare, e confessare. Stentiamo allora ad attribuire a lui queste parole, e la nostra mente trova difficoltà a discendere dalla recente contemplazione della sua divinità alla sua umiltà. Crede di offenderlo, trovando parole troppo umane riferite a colui al quale dirigeva la supplica quando pregava Dio; e cosìrimane sospesa e vorrebbe cambiare il senso delle parole. Nella Scrittura, però, altro non trova se non che bisogna ricorrere a lui e non lasciarsi sviare da lui. Si desti dunque e vigili nella fede! Ricordi come colui, che poco prima contemplava nella natura di Dio ha assunto la natura di servo: è divenuto simile agli uomini e, per le sue fattezze, è stato ritenuto uomo. Egli si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte (cf. Fil 2, 5-8); ha voluto far sue le parole del salmo e, mentre pendeva dalla croce, diceva: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 21, 2). È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi.

 

IN BREVE...

(Gesù Cristo) per noi, ben sapendo che non era usurpazione il farsi eguale a Te, si fece invece tuo servo fino alla morte di croce: per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti, da servi, figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi. (Confess. 10, 43)

 

 

 

b. Sul comandamento dell’amore vicendevole

 

Nessuno ha un amore più grande di questo:

dare la vita per i propri amici.

(Gv 15, 13)

 

INTRODUZIONE

La missione di Cristo si comprende alla luce del dono e del servizio, non del potere e del dominio. Cristo non è il Messia trionfale sognato dagli Ebrei, ma il servo che dona la vita per i fratelli, pronto a compiere anche quel gesto che un pio israelita non avrebbe imposto neppure al suo schiavo: lavare i piedi ad un’altra persona!

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 58, 5)

 

Il servizio vicendevole dei fratelli

Ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (cf. Mt 6, 12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13, 14-15). Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (cf. Rm 8, 34). Ascoltiamo l'apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Gc 5, 16). È questo l'esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l'Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell'altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3, 13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. È nostro dovere adempiere, con l'aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.

 

IN BREVE...

Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà. (In Io. Ev. 58, 4)

 

 

 

c. Sull’Eucarestia

 

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno

e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

(Gv 6, 51)

 

INTRODUZIONE

Non è possibile sintetizzare in poche righe la dottrina di Agostino sull’Eucarestia; proponiamo un solo tassello. L’Eucarestia è il pane dell’unità della Chiesa-corpo con il Cristo-capo, segno concreto della carità che raccoglie i fratelli in Cristo. La partecipazione all’Eucarestia si rivela un forte richiamo alla coerenza di vita dei cristiani.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 228/B, 2-5)

 

"O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!" (In Io. Ev. tr. 26, 6, 13)

Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute, che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13), con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest'altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco.

 

Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione d ei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Ebr 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l'eterna eredità. osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).

 

Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati. E l'Apostolo ricorda che questo era già stato predetto nella santa Scrittura: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande, soggiunge, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 31-32). E in un altro passo, riguardo a questa medesima Eucarestia, dice: Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). Voi quindi cominciate a ricevere quel che già avete cominciato ad essere, purché non lo riceviate indegnamente, mangiando e bevendo la vostra condanna.

 

IN BREVE...

Ti sei seduto ad una grande tavola; sta’ bene attento a ciò che ti è messo davanti, perché bisogna che anche tu prepari altrettanto (Pro 23,1). La grande mensa è quella dove è cibo lo stesso padrone della mensa. Nessuno ciba i convitati di se stesso: lo fa solo Cristo Signore; Egli è colui che invita, ed Egli stesso è cibo e bevanda. (Serm. 329)

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ SANTO

 

A. La croce di Cristo

 

"Noi predichiamo Cristo crocifisso,

scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani

ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci,

predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio".

(1 Cor 1,23-24)

 

INTRODUZIONE

Restare uniti alla croce di Cristo, perché su di essa poggia il fondamento della Chiesa: ecco la stoltezza e lo scandalo del cristianesimo. Uno strumento di morte infamante nasconde la sapienza e la potenza di Dio. Non si può addolcire la parola della croce sbilanciandosi a favore della resurrezione e passando sotto silenzio il dramma del Calvario, il dolore del Figlio prediletto del Padre che sperimenta l’abbandono di Dio. La Chiesa è comunità di salvati in quanto accoglie la salvezza che proviene dalla croce; alla croce deve aggrapparsi, come ad un legno in mezzo a i flutti del mondo, per compiere quella traversata che la condurrà nel Regno dei cieli.

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 2, 3-4)

 

Restate uniti alla croce di Cristo!

Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare. È meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza.

 

Vi sono stati, per la verità, filosofi di questo mondo che si impegnarono a cercare il Creatore attraverso le creature. Che il Creatore si possa trovare attraverso le sue creature, ce lo dice esplicitamente l'Apostolo: Fin dalla creazione del mondo le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità, onde sono inescusabili. E continua: Perché avendo conosciuto Dio... Non dice: perché non hanno conosciuto Dio, ma al contrario: Perché avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insipiente si ottenebrò. In che modo si ottenebrò il loro cuore? Lo dice chiaramente: Affermando di essere sapienti, diventarono stolti (Rm 1, 20-22). Avevano visto dove bisognava andare, ma, ingrati verso colui che aveva loro concesso questa visione, attribuirono a se stessi ciò che avevano visto; diventati superbi, si smarrirono, e si rivolsero agli idoli, ai simulacri, ai culti demoniaci, giungendo ad adorare la creatura e a disprezzare il Creatore. Giunsero a questo dopo che già erano caduti in basso. Fu l'orgoglio a farli cadere, quell'orgoglio che li aveva portati a ritenersi sapienti. [...] Essi riuscirono a vedere ciò che è, ma videro da lontano. Non vollero aggrapparsi all'umiltà di Cristo, cioè a quella nave che poteva condurli sicuri al porto intravisto. La croce apparve ai loro occhi spregevole. Devi attraversare il mare e disprezzi la nave? Superba sapienza! Irridi al Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era necessario il legno della sua umiltà. Infatti ti eri gonfiato di superbia, ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c'è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare (cf. Mt 14, 25), per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l'umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Come Dio, non si può dire che è venuto né che se n'è andato, perché, come Dio, egli è presente ovunque, e non può essere contenuto in alcun luogo. Come è venuto, invece? Nella sua visibile umanità.

 

IN BREVE...

Credi nel crocefisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti. (Serm. 131, 2)

 

 

 

B. La morte in croce

 

Apparso in forma umana, umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

(Fil 2, 7-8)

 

INTRODUZIONE

Nella visione dell’evangelista Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce è il segno visibile della sua glorificazione. Si compie quell’ora non ancora giunta nell’episodio di Cana, l’ora della salvezza: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12, 32). La croce è lo strumento di morte del Figlio dell’uomo; ma anche l’albero della vita: ai suoi piedi nasce la Chiesa, nella figura di Maria e del discepolo Giovanni.

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 117, 3)

 

Lo spettacolo della croce

Presero dunque Gesù, il quale, portandosi egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha, dove lo crocifissero. Gesù si avviò verso il luogo dove sarebbe stato crocifisso, portandosi egli stesso la croce. Quale spettacolo! Grande ludibrio agli occhi degli empi, grande mistero a chi contempla con animo pio. Agli occhi degli empi è uno spettacolo terribile e umiliante, ma chi sa guardare con sentimenti di devozione, trova qui un grande sostegno per la sua fede. Chi assiste a questo spettacolo con animo empio, non può che irridere il re che, invece dello scettro, porta la croce del suo supplizio; la pietà invece contempla il re che porta la croce alla quale egli sarà confitto, ma che dovrà essere poi collocata perfino sulla fronte dei re. Su di essa egli sarà disprezzato agli occhi degli empi, e in essa si glorieranno i cuori dei santi. Paolo, infatti, dirà: Non accada mai che io mi glori d'altro che della croce del Signore Gesù Cristo (Gal 6, 14). Cristo esaltava la croce portandola sulle sue spalle, e la reggeva come un candelabro per la lucerna che deve ardere e non deve essere posta sotto il moggio (cf. Mt 5, 15). Dunque, portando egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha. Qui lo crocifissero, e con lui due altri, di qua e di là, e Gesù nel mezzo (Gv 19, 17-18). Questi due, come apprendiamo dalla narrazione degli altri evangelisti, erano briganti. Cristo fu crocifisso insieme ad essi, anzi in mezzo ad essi (cf. Mt 27, 38; Mc 15, 27; Lc 23, 33), compiendosi così la profezia che aveva annunciato: Fu annoverato tra i malfattori (Is 53, 12).

 

IN BREVE...

Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore... Vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce. (La verginità consacrata, 54. 55. 56)

 

 

 

Inizio

 

SABATO SANTO

 

Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati,

giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio;

messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

(1 Pt 3, 18)

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 215, 5)

 

Dio ama a tal punto da morire di amore per i peccatori!

Potrà sembrar poco questo, che Dio per gli uomini, il giusto per i peccatori, l'innocente per i colpevoli, il re per gli schiavi, il signore per i servi sia venuto rivestito della carne umana, sia stato visto sulla terra, abbia vissuto insieme con gli uomini (cf. Bar 3, 38); ma per di più fu crocifisso, morì e fu sepolto. Non credi? Chiedi forse quando sia successo? Ecco quando: Sotto Ponzio Pilato. Per precisartelo c'è anche il nome del giudice, perché tu non possa dubitare neanche del tempo. E allora credete che il Figlio di Dio fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e fu sepolto. Ecco che nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Nessuno davvero? Proprio nessuno. È verità, lo ha detto Gesù stesso. Interroghiamo anche l'Apostolo; egli ci dice: Cristo morì per gli empi (Rm 5, 6). E poco dopo: Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). E allora in Cristo noi troviamo un amore ancora più grande, perché egli non ha dato la sua vita per degli amici, ma per i suoi nemici. Quanto grande è l'amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore! Egli dimostra il suo amore per noi, sono ancora parole dell'Apostolo, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8). Anche tu dunque credilo, e non vergognarti di confessarlo per la tua salvezza. Si crede infatti col cuore per ottenere la giustizia, e si confessa con la bocca per avere la salvezza (Rm 10, 10). Inoltre, perché non avessi dubbi, perché non avessi vergogna, quando cominciasti a credere ricevesti il segno di Cristo sulla fronte, che è come la sede del pudore. Ripensa che cosa hai in fronte, e non avrai paura della lingua altrui. Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, dice il Signore stesso, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui davanti agli angeli di Dio (Mc 8, 38). Non arrossire dunque per l'ignominia della croce che per te Dio stesso non ha esitato di accogliere. Ripeti con l'Apostolo: Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6, 14). E ti farà eco ancora lo stesso Apostolo: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2, 2). Egli che da un sol popolo fu allora crocifisso, ora è fisso nel cuore di tutti quanti i popoli.

 

IN BREVE...

Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza amare i peccatori fino al punto da morire per essi di amore! (Serm. 215, 5)

 

 

 

Inizio

 

LA VEGLIA PASQUALE

 

Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

(Sal 16, 9-10)

 

INTRODUZIONE

Dopo una giornata di silenzio, preghiera e digiuno, durante la quale la Chiesa contempla la deposizione di Gesù Cristo nel Sepolcro, la comunità cristiana si raduna sul far della sera per vivere la celebrazione vigiliare più importante dell’Anno Liturgico. Agostino definisce la veglia di Pasqua come la madre di tutte le veglie: "È questa infatti la nostra veglia grande; a nessun’altra veglia solenne corre il nostro pensiero quando in questo senso si chiede o si dice: Quando si farà la veglia?". (Serm. 221, 2) Dal buio della notte una luce avanza: Cristo risorto da morte ha vinto la morte! La Chiesa proclama il lieto annuncio: Cristo nostra Pasqua è stato immolato (1 Cor 5, 7).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 221, 1)

 

È questa la nostra grande veglia!

Siccome il Signore nostro Gesù Cristo ha reso glorioso con la sua risurrezione il giorno che aveva reso luttuoso con la morte, noi, rievocando i due momenti in un'unica commemorazione solenne, vegliamo ricordando la sua morte, esultiamo aspettando la sua risurrezione. Questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell'uccisione dell'agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell'immolazione del Salvatore, perché Cristo nostra Pasqua, è stato immolato (1 Cor 5, 7), e le cose vecchie son passate ed ora ne sono nate delle nuove (2 Cor 5, 17). È se piangiamo è per il peso dei nostri peccati, e se esultiamo, è perché giustificati dalla sua grazia, perché egli è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 25). Per quelli piangiamo, di questo ci rallegriamo, e sempre siamo nella gioia. Quanto per causa nostra e a nostro vantaggio è stato compiuto di triste o anticipato di lieto, non lo lasciamo passare con ingrata dimenticanza, ma lo celebriamo con riconoscente memoria. Vegliamo dunque, carissimi, perché la sepoltura di Cristo si è protratta fino a questa notte, cosicché proprio in, questa notte è avvenuta la risurrezione di quella sua carne che allora fu oltraggiata sul legno, adesso è adorata in cielo e sulla terra. Naturalmente questa notte si considera come facente parte del giorno di domani, che per noi è il giorno del Signore. Ed era opportuno che risorgesse di notte, perché con Ia sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre; non per nulla già poco tempo prima si cantava a lui: Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Così la nostra stessa pietà mette in risalto questo mistero così grande; come la nostra fede, rafforzata dalla sua risurrezione, è già sull'attenti, così anche questa notte, già così piena di luci, sia ancor più luminosa per il nostro vegliare, in modo che noi, insieme a tutta la Chiesa diffusa per il mondo intero, possiamo badare in modo giusto a non esser trovati nella notte. Per tanti e tanti popoli, che dovunque questa fulgida solennità ha radunato insieme nel nome di Cristo, il sole è già tramontato, ma il fulgore non se n'è andato, perché a un cielo pieno di luce ha fatto seguito una terra ugualmente piena di luce.

 

IN BREVE...

 

Umilmente vegliamo, umilmente preghiamo, con piissima fede, con saldissima speranza, con ferventissima carità, pensando quanto la nostra glorificazione risplenderà come giorno, se già la nostra umiliazione cambia la notte in giorno. (Serm. 223/I, 1)


Il Signore vostro entra a Gerusalemme lo stesso giorno in cui vi venivano portato anche gli agnelli destinati alla Pasqua. Secondo la legge di Mosè venivano scelti il dodicesimo giorno della luna cioè cinque giorni prima della Pasqua, che equivale a dire la Domenica delle Palme. Gesù quindi entra in Gerusalemme insieme a questi agnelli figuda del vero agnello pasquale. In questo suo ingresso a Gerusalemme possiamo riscontrati tre misteri.

 

Primo mistero, lo stesso ingresso trionfale. Viene per portare a compimento le profezie e la promessa che Dio ha fatto as Adamo. Viene infatti accolto con tutti gli onori. La folla osannante si libera dei proprio mantelli per gettarlo ai piedi di Gesù, altri strappano dei rami per metterli sulla dtasa, gli abitanti di Gerusalemme vanno incontro al loro Re con le palme in mano gridando :" Hosanna Filio David".

 

Secondo mistero, la venuta di Gesù trionfante alla fine dei tempi nel cielo insieme agli eletti che il giudizio fisserà in modo definivo. Nostro Signore allora si dirigerà verso il cielo seguito dal corteo dei santi con le palme in mano. Quale meraviglioso esercito! Gli angeli verranno loro incontro. Nostro Signore gridera', aprite  porte eterne, voi Capi della città eterna, accorrete angeli di Sion.. Ecco il Re della Gloria. E gli angeli  risponderanno, "Quis est iste Res gloria? ". Il Signore, il potente, il forte, il vincitore, ecco il re della gloria. Gli angeli apriranno e accoglieranno gli eletti nella gioia eterna. Oggi durante lo svolgersi della cerimonia della messa i ragazzi che rappresentano gli angeli, resteranno all'interno della chiesa mentre tutti sono fuori per rispondere all'invito del celebrante:Quis est iste Rex gloria? Ah carissimi ci sia dato non solo celebrare ogni anno questa festa qui sulla terra, ma anche in cielo con gli eletti. Me lo auguro di cuore, ma dobbiamo essere umili perché tutti siamo peccatori a cui è stato rimesso il peccato originale "omnes peccaverunt et event gloria Dei"

Terzo mistero, la visita che in questo giorno Gesù fa alle nostre anime. In questo settimana viene noi per portarci il frutto della Passione. Viene a celebrare la Pasqua nel nostro cuore. Andiamogli incontro, cantiamogli un Osanna sincero, per non essere annoverati tra coloro che a questo osanna fanno seguire il tradimento del Venerdì Santo.

Preghiamo per tutta la comunità perché possa godere dei misteri della Passione di Gesù e divenire così un centro d'amore e di immolazione. Preghiamo anche per la Chiesa universale, noi suoi chierici perché abbondanti grazie siano riversate su di lei e che possa godere per la conversione di molti peccatori.

 

 

17 marzo 1894


Conoscere Dio non è sapere che la sua saggezza è infinita e che questa ha posto nel mondo un ordine meraviglioso, un peso, un numero una misura esatta tanto che il peso di un granello di sabbia è stato calcolato con la stessa precisione di quello di un astro, sapere che la vita di un insetto gode della stessa perfezione e attenzione di quella dell'animale più perfetto.

 

Dom Adriano Grea

 

6marzo 1894

QUINTA SETTIMANA DI QUARESIMA:

CRISTO VITA E RESURREZIONE

 

Sant'Agostino

 

 

DOMENICA

 

"Gesù disse: Questa malattia non è per la morte,

ma per la gloria di Dio,

perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato".

(Gv 11, 4)

 

INTRODUZIONE

Il peccato è la morte dell’anima, nella misura in cui rompe quel rapporto vitale che lega l’uomo a Dio. Credendosi autosufficiente, l’uomo falsifica l’immagine di Dio, concependolo in concorrenza con la propria libertà, e si sforza di decidere autonomamente del bene e del male. In tal modo egli si condanna ad una forma di solitudine, rifiutando Dio, gli uomini, il mondo creato. Il processo è graduale: Agostino ne parla interpretando allegoricamente tre episodi del Vangelo dedicati ad altrettanti casi di "morti". La morte fisica è solo il segno di un’altra morte, quella spirituale, prodotta dal peccato: dal peccato di intenzione si passa a quello di azione, fino al grado ultimo del peccato legato all’abitudine. È un quadro fosco, che non deve spingere l’uomo sull’orlo della disperazione, perché il rimedio è alla sua portata. Solo Cristo morto e risorto può liberarlo da un simile "ottundimento dello spirito": Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! (Rom 7, 24-25).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 1.2.3)

 

Se hai peccato, pentiti e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa

Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l’uomo; egli infatti è l’Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furono fatte tutte le cose. Ora, se per mezzo di lui furono fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? È cosa più grande creare gli uomini che risuscitarli. Tuttavia egli si degnò creare e risuscitare: creare tutti e risuscitarne alcuni.

 

Apprendiamo dal Vangelo che tre sono i morti risuscitati dal Signore e ciò non senza un significato. Sì, perché le opere del Signore non sono soltanto dei fatti, ma anche dei segni. E se sono dei segni, oltre ad essere mirabili, devono pur significare qualcosa; e trovare il significato di questi fatti è alquanto più impegnativo che leggerli o ascoltarli.

 

Se dunque il Signore, per sua grande grazia e misericordia, risuscita le anime affinché non si muoia in eterno, ben possiamo supporre che quei tre che egli risuscitò nei loro corpi significano e adombrano la risurrezione delle anime, che si ottiene mediante la fede. Risuscitò la figlia del capo della sinagoga, che si trovava ancora in casa (cf. Mc 5, 41-42); risuscitò il giovane figlio della vedova, che era già stato portato fuori della città (cf. Lc 7 14-15); risuscitò Lazzaro, che era stato sepolto da quattro giorni. Esamini ciascuno la sua anima: se pecca muore, giacché il peccato è la morte dell’anima. A volte si pecca solo col pensiero: ti sei compiaciuto di ciò che è male, hai acconsentito, hai peccato; il consenso ti ha ucciso; però la morte è solo dentro di te, perché il cattivo pensiero non si è ancora tradotto in azione. Il Signore, per indicare che egli risuscita tal sorta di anime, risuscitò quella fanciulla che ancora non era stata portata fuori, ma giaceva morta in casa, a significare il peccato occulto. Se però non soltanto hai ceduto col pensiero al male, ma lo hai anche tradotto in opere, è come se il morto fosse uscito dalla porta; ormai sei fuori e sei un morto portato alla sepoltura. Il Signore tuttavia risuscitò anche quel giovane e lo restituì a sua madre vedova. Se hai peccato, pentiti! e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa, che è la tua madre. Il terzo morto è Lazzaro. Siamo di fronte al caso più grave, che è l’abitudine perversa. Una cosa infatti è peccare, un’altra è contrarre l’abitudine al peccato. Chi pecca, ma subito si emenda, subito riprende a vivere; perché non è ancora prigioniero dell’abitudine, non è ancora sepolto. Chi invece pecca abitualmente, è già sepolto e ben si può dire che già emette fetore, nel senso che la cattiva fama che si è fatta comincia a diffondersi come un pestifero odore. Così sono coloro che ormai sono abituati a tutto e persi dietro ogni scelleratezza. Inutile dire a uno di costoro: non fare così! Come fa a sentirti chi è come sepolto sotto terra, corrotto, oppresso dal peso dell’abitudine? Né tuttavia la potenza di Cristo è incapace di risuscitare anche uno ridotto così. Abbiamo conosciuto, abbiamo visto e ogni giorno vediamo uomini che, cambiate le loro pessime abitudini, vivono meglio di altri che li rimproveravano. Tu, ad esempio, avevi molto da ridire sulla condotta del tale: ebbene, guarda la sorella stessa di Lazzaro (ammesso che sia lei la peccatrice che unse i piedi del Signore, e glieli asciugò con i suoi capelli dopo averglieli lavati con le sue lacrime); la sua risurrezione è più prodigiosa di quella del fratello, perché è stata liberata dal grave peso dei suoi cattivi costumi inveterati. Era infatti una famosa peccatrice e di lei il Signore disse: Le sono rimessi molti peccati, perché ha amato molto (Lc 7, 47). Abbiamo visto e conosciamo molti di questi peccatori: nessuno disperi, nessuno presuma di sé. È male disperare ed è male presumere di sé. Non disperare e scegli dove poter collocare la tua speranza.

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

"Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita".

(1 Gv 3, 14a)

 

INTRODUZIONE

"Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima […] Se in noi c’è fede, in noi c’è Cristo" (In Io. Ev. tr. 49, 15. 19).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 2)

 

Ogni uomo che crede, risorge

Abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta come Lazzaro riebbe la vita, pieni di ammirazione come se quello spettacolo meraviglioso si svolgesse davanti ai nostri occhi. Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l’altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell’anima. Tutti si preoccupano per la morte del corpo, che prima o poi dovrà venire, e fanno di tutto per scongiurarla. L’uomo destinato a morire si dà tanto da fare per evitare la morte, mentre non altrettanto si sforza di evitare il peccato l’uomo che pure è chiamato a vivere in eterno. Eppure quanto fa per non morire, lo fa inutilmente: al più ottiene di ritardare la morte, non di evitarla. Se invece si impegna a non peccare, non si affaticherà e vivrà in eterno. Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! Che cosa non fa uno di fronte al pericolo della morte? Quanti, sotto la minaccia che pendeva sul loro capo, hanno preferito perdere tutto pur di salvare la vita! Chi infatti non lo farebbe per non essere colpito? E magari, dopo aver perduto tutto, qualcuno ci ha rimesso anche la vita. Chi pur di continuare a vivere, non sarebbe pronto a perdere il necessario per vivere, preferendo una vita mendicante ad una morte anticipata? Se si dice a uno: se non vuoi morire devi navigare, esiterà forse a farlo? Se a uno si dice: se non vuoi morire devi lavorare, si lascerà forse prendere dalla pigrizia? Dio ci comanda cose meno pesanti per farci vivere in eterno e noi siamo negligenti nell’obbedire. Dio non ti dice: getta via tutto ciò che possiedi per vivere poco tempo tirando avanti stentatamente; ti dice: dona i tuoi beni ai poveri se vuoi vivere eternamente nella sicurezza e nella pace. Coloro che amano la vita terrena, che essi non possiedono né quando vogliono né finché vogliono, sono un continuo rimprovero per noi; e noi non ci rimproveriamo a vicenda per essere tanto pigri, tanto tiepidi nel procurarci la vita eterna, che avremo se vorremo e che non perderemo quando l’avremo. Invece questa morte che temiamo, anche se non vogliamo, ci colpirà.

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

"Io sono la resurrezione e la vita;

chi crede in me, anche se muore, vivrà;

chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno".

(Gv 11, 25)

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 22, 6-8)

 

Risorgi nel tuo cuore: credi e confessa!

Compi fin d’ora il passaggio dalla morte alla vita. Quale è la tua vita? È la fede: Il giusto vive della fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17). Che dire allora degli infedeli? Essi sono morti. A siffatti morti apparteneva, quanto al corpo, quel tale di cui il Signore disse: Lascia i morti seppellire i morti (Mt 8, 22). In questa vita, quindi, vi sono dei morti e dei vivi, anche se apparentemente tutti sono vivi. Chi sono i morti? Quelli che non credono. Chi sono i vivi? Quelli che credono. Cosa dice ai morti l’Apostolo? Svegliati, tu che dormi. Ma dirai: parla di sonno, non di morte. Ascolta come prosegue: Svegliati tu che dormi e risorgi dalla morte. E come se il morto chiedesse: e dove andrò? l’Apostolo continua: E Cristo ti illuminerà (Ef 5, 14). Quando, credendo in Cristo, sei da lui illuminato, tu passi dalla morte alla vita: permani nella vita alla quale sei passato e non incorrerai nel giudizio.

 

Così spiega il Signore, aggiungendo: In verità, in verità vi dico. Affinché non intendessimo le sue parole: è passato dalla morte alla vita, come riferite alla risurrezione futura, e volendo mostrare come nel credente si compia questo passaggio e che questo passaggio dalla morte alla vita è il passaggio dall’infedeltà alla fede, dall’iniquità alla giustizia, dalla superbia all’umiltà, dall’odio alla carità, egli con solennità dichiara: In verità, in verità vi dico: viene l’ora, ed è questa ... Poteva essere più esplicito? In questo modo ci ha già chiarito il suo pensiero, che cioè si compie adesso il passaggio al quale Cristo ci esorta. Viene l’ora. Quale ora?... ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno ascoltata vivranno (Gv 5, 25). Si è già parlato di questi morti. Credete voi, miei fratelli, che in mezzo a questa folla che mi ascolta non ci siano di questi morti? Quelli che credono e operano in conformità alla vera fede, sono vivi e non morti; ma quelli che non credono, o credono alla maniera dei demoni, che cioè tremano di paura e vivono male (cf. Gc 2, 19), che confessano il Figlio di Dio e sono privi di carità, sono piuttosto da considerarsi morti. E certamente l’ora di cui parla il Signore è tuttora presente: non è una delle dodici ore del giorno. Da quando egli parlò fino al tempo presente, e sino alla fine del mondo, quest’ora è in corso. È l’ora di cui parla Giovanni nella sua epistola: Figlioli, è iniziata l’ultima ora (1Gv 2, 18). È questa l’ora, è adesso. Chi vive, viva; chi era morto, risorga; ascolti, chi giaceva morto, la voce del Figlio di Dio, si alzi e viva. Il Signore lanciò un grido verso il sepolcro di Lazzaro e colui che era morto da quattro giorni, risuscitò. Colui che già si decomponeva, uscì fuori all’aria libera; era sepolto sotto una grossa pietra, la voce del Signore penetrò la durezza della pietra; ma il tuo cuore è così duro che quella voce divina non è ancora riuscita a spezzarlo. Risorgi nel tuo cuore, esci fuori dal tuo sepolcro. Perché quando stavi morto nel tuo cuore, giacevi come in un sepolcro ed eri come schiacciato sotto il peso della cattiva abitudine. Risorgi e vieni fuori! Che significa: Risorgi e vieni fuori? Credi e confessa. Colui che crede risorge e colui che confessa esce fuori. Perché diciamo che colui che confessa viene fuori? Perché prima della professione di fede, era occulto; ma dopo la professione di fede, viene fuori dalle tenebre alla luce.

 

Viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno. Come potranno vivere? In virtù della vita stessa. Di quale vita? Di Cristo? Come si dimostra che vivranno in virtù della vita che è Cristo? Io sono - egli dice - la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Vuoi tu camminare? Io sono la via. Vuoi evitare l’errore? Io sono la verità. Vuoi sfuggire alla morte? Io sono la vita. Questo ti dice il tuo Salvatore: Non hai dove andare se non vieni a me e non c’è via per cui tu possa camminare se io non sono la tua via.

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

"Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato,

ha la vita eterna e non va incontro al giudizio".

(Gv 5, 24)

 

INTRODUZIONE

Quando lo sguardo di Agostino si eleva verso l’alto per contemplare con gli occhi del cuore la vita eterna, la sua voce si colora di un intenso lirismo. Le sue pagine ci immettono in un’aurea mistica che tenta di descrivere la bellezza spirituale che ci attende. La fatica del pellegrinaggio terreno, la sete e la fame patite durante il viaggio, le sofferenze sopportate nella carne lasceranno il posto ad un indicibile delizia: "La nostra anima avrà allora il suo cibo: il Verbo stesso di Dio, per il quale tutte le cose sono state create" (En. in ps. 62, 10). E solo allora non vi sarà più nulla da chiedere o da desiderare.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 150, 8.9-8.10)

 

Cristo è la beatitudine e la via alla beatitudine

Tu desideravi la fortezza; di’: Signore, mia forza (Sal 45, 2). Desideravi la vita felice; di’: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore (Sal 93, 12). Beato infatti il popolo la cui felicità non è il piacere carnale, non è la virtù propria, ma: Beato il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 143, 15). Questa è la patria della beatitudine che tutti vogliono; ma non tutti la desiderano con rettitudine. Noi, invece, non intendiamo aprirci, per così dire, con artificio, nel nostro cuore, una via verso tale patria e approntare sentieri che portano all’errore; di lì viene anche la via.

 

Dunque l’uomo felice vuole altro che non essere ingannato, non morire, non soffrire? E che desidera? Avere più fame e mangiare di più? Perché, se è meglio non aver fame? Nessuno è felice se non chi vive in eterno senza alcun timore, senza alcun inganno. Infatti l’anima detesta d’essere ingannata. […] Perciò, in quella patria, ci sarà la verità, non si troverà mai l’inganno e l’errore. Ma ci sarà la verità e non ci sarà il pianto; poiché ci sarà e l’autentico ridere e il godere della verità, perché ci sarà la vita. Infatti se ci sarà dolore, non ci sarà la vita; poiché neppure va chiamata vita un perpetuo, inestinguibile tormento […] ma chiamò vita quella che è felice ed eterna. In conseguenza, quel ricco domandava al Signore: Che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Ma il Signore chiamava veramente vita eterna solo la vita felice; poiché gli empi avranno la vita eterna, ma non la vita felice, in quanto piena di tormenti. Così quello disse: Signore, che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Il Signore gli parlò dei comandamenti. Quello, di rimando: Ho osservato tutte queste cose. Ma [il Signore], nel parlare dei comandamenti, come si espresse? Se vuoi giungere alla vita (Mt 19, 16-17). Non gli disse: "felice", perché una vita piena di miserie non va chiamata vita. Non gli aggiunse: "eterna", perché neppure va chiamata vita quando c’è il timore della morte. Quindi, quanto alla vita, che è degna di questo nome, così che si chiami vita, non si tratta che della vita felice; e non è felice se non è eterna. Questa vogliono tutti, questa vogliamo tutti: la verità e la vita; ma per dove si giunge ad un possesso di così grande valore, ad una così grande felicità? I filosofi si costruirono vie di errore; alcuni dissero: Per di qua; altri: Non per di qua ma per di là. Si tenne nascosta a loro la via, perché Dio resiste ai superbi. Sarebbe nascosta anche a noi se non fosse venuta a noi. Per questo il Signore: Io - disse - sono la via. Pigro viandante, non volevi giungere alla via; è venuta a te la via. Cercavi per dove andare: Io sono la via. Cercavi dove giungere: Io sono la verità e la vita (Gv 14, 6). Non finirai nell’errore se andrai a lui per mezzo di lui. Questa è la dottrina dei Cristiani.

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

"Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù,

dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio;

pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra".

(Col 3, 1-2)

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 62, 6)

 

La promessa della resurrezione della carne

Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? Non vi sembri dunque incredibile, anche se vedete imputridire i morti, anche se li vedete ridotti a polvere e cenere; anche se un cadavere viene bruciato, oppure se i cani lo dilaniano, non per questo dovrete credere che esso non risorgerà. Tutti i corpi che, per essersi o disgregati o marciti, sono divenuti minutissime particelle, per Dio sono integri. Ritornano infatti in quegli elementi del mondo donde dapprima erano venuti quando l’uomo venne creato. Noi non vediamo tali elementi primordiali; Dio tuttavia, nella maniera che egli conosce, li rintraccerà, così come, prima che noi fossimo, ci ha formati conforme alla sua sapienza. Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede. Ora infatti, fragili e corruttibili come siamo, se non mangiassimo ci sentiremmo stanchi e avremmo fame; se non bevessimo, verremmo meno e avremmo sete. Se rimaniamo svegli per molto tempo, ci stanchiamo e dobbiamo dormire; e quando siamo stanchi di dormire ci svegliamo. Se mangiamo e beviamo troppo, anche se mangiamo e beviamo per ristorarci, questo esagerato protrarsi della refezione diviene causa di debolezza. Se stiamo molto tempo in piedi, ci stanchiamo e ci dobbiamo mettere seduti; ma anche di stare troppo a lungo seduti ci stanchiamo e dobbiamo alzarci. Osservate inoltre come per la nostra carne non si dia alcuna stabilità. L’infanzia se ne vola passando nella fanciullezza; tu cerchi l’infanzia ed essa non c’è più, perché già al suo posto c’è la fanciullezza. Ma questa in un attimo vola nell’adolescenza; cerchi la fanciullezza e non la trovi. L’adolescente diventa giovane; cerchi l’adolescente e non c’è più. Il giovane diventa vecchio; cerchi il giovane e non c’è. Il vecchio muore: cerchi il vecchio e non lo trovi più. La nostra vita, nelle sue varie età, non si arresta; e dovunque c’è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. Mirando però alla speranza della resurrezione che Dio ci ha promessa, in tutte queste fasi del nostro decadere noi abbiamo sete di quella incorruttibilità; e così la nostra carne ha sete di Dio in molte maniere. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza.

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

"Beato chi abita la tua casa:

sempre canta le tue lodi!".

(Sal 84, 5)

 

INTRODUZIONE

Leggiamo un brevissimo discorso pronunciato da Agostino nel tempo di Quaresima, costruito sulla contrapposizione tra la vita di quaggiù, segnata dalle fatiche del tempo presente, e la vita di lassù, simboleggiata dal riposo del tempo futuro. Un tale riposo non sarà dominato dall’ozio o dall’inattività, ma contraddistinto da tre atteggiamenti che Agostino esprime con altrettanti verbi a lui tanto cari: vedere, amare e lodare Dio.

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 211/A)

 

La promessa della resurrezione della carne

Il Signore nostro Gesù Cristo con la sua passione ha dato un significato alle fatiche e alle tribolazioni della vita del tempo presente; con la sua risurrezione ci ha garantito la vita eterna e beata del tempo futuro. Sopportiamo pertanto gli inconvenienti della vita presente e speriamo nei beni futuri. In questo periodo [di Quaresima] viviamo i nostri giorni - che simboleggiano le fatiche del tempo presente - nei digiuni e nell’osservanza quaresimale non risparmiando la nostra vita; il periodo che verrà poi simboleggia il tempo futuro. Ancora non ci siamo; infatti ho detto "simboleggia" e non "sarà". Fino alla Passione dunque è tempo di penitenza, dopo la risurrezione sarà tempo di lode.

 

In quella vita eterna infatti, nel regno di Dio, la nostra occupazione sarà questa: vedere, amare, lodare. Che cosa faremo lì? Delle azioni che si compiono in questo mondo alcune sono imposte dalla necessità, altre sono delittuose. Quali sono le azioni imposte dalla necessità? Seminare, arare, piantare vigneti, navigare, macinare, cuocere, tessere e altre azioni simili, ugualmente necessarie. Ma anche le nostre opere buone rientrano tra le azioni necessarie. Spezzare il pane all’affamato: tu non lo fai per necessità, ma ne ha bisogno colui al quale spezzi il pane. Accogliere il viandante, vestire l’ignudo, riscattare il prigioniero, visitare l’ammalato, consigliare il dubbioso, liberare l’oppresso: tutte queste azioni rientrano nell’elemosina. Sono azioni necessarie. Quali sono le azioni delittuose? Rubare, depredare, ubriacarsi, giocare a dadi, esigere interessi: ma chi può contare tutti i possibili delitti? Nel regno celeste invece non ci saranno azioni necessarie da compiere, perché non ci sarà alcuna miseria, e non ci saranno azioni delittuose perché nessuno darà fastidio all’altro. Dove non c’è miseria non ci sono azioni da compiere per venire incontro alla necessità; dove non c’è cattiveria non ci sono azioni delittuose. Che cosa dovrai fare infatti per poter mangiare, quando nessuno ha fame? Come potrai compiere le stesse opere di misericordia? A chi spezzerai il pane se nessuno ne avrà bisogno? Quale malato visiterai se lì la salute non verrà mai meno? Quale morto seppellirai se l’immortalità non finirà mai? Verranno meno dunque le azioni fatte per necessità. Per quanto riguarda invece le azioni delittuose, se le avrai fatte in questa vita non perverrai alla vita eterna. Ditemi allora: che cosa faremo lì? Dormiremo? In questa vita infatti quando non si sa che cosa fare si va a letto. Ma lì non ci sarà sonno, perché non ci sarà alcuna stanchezza. Non faremo azioni imposte dalla necessità. Non dormiremo. Ma che cosa faremo? Nessuno abbia timore di annoiarsi, nessuno creda che anche lì ci sarà noia. Forse ora ti annoi a star bene? Ogni cosa in questa vita alla fine stanca; la salute però non stanca mai. Se la salute non ti stanca, ti stancherà l’immortalità? Che cosa faremo dunque? Canteremo Amen e Alleluia. Qui infatti facciamo certe cose, lì ne faremo altre. Non dico: di giorno e di notte, ma: nel giorno senza fine. Faremo ciò che ora fanno le potenze dei cieli, i serafini; senza stancarsi dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti (Is 6, 3); lo dicono senza annoiarsi. Si stanca forse ora il pulsare delle tue vene? Finché vivi la tua vena pulsa; tu fai una cosa e facendola ti stanchi, ti riposi un poco e ritorni alla tua opera, ma la tua vena non si stanca. Come la tua vena non si stanca nel lavorare per la tua salute, così la tua lingua e il tuo cuore non si stancheranno nella lode di Dio, quando sarai immortale. Ascoltate una testimonianza sulla occupazione che avrete. Ma che significa "sull’occupazione che avrete"? Questa occupazione sarà un riposo. In che cosa consisterà questa occupazione riposante? Nel lodare il Signore. Ascoltate dunque la testimonianza: beati coloro che abitano nella tua casa. Il Salmo dice così: beati coloro che abitano nella tua casa. E come se chiedessimo: Perché beati? Avranno molto oro? Ma coloro che hanno molto oro sono molto infelici. Beati costoro che abitano nella tua casa. Perché dunque beati? Questa è la loro beatitudine: Ti loderanno nei secoli eterni (Sal 84, 5).

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

"Possa Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente

per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati,

quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi".

(Ef 1, 18)

 

INTRODUZIONE

"La virtù teologale della speranza da una parte spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio" (Giovanni Paolo II, TMA nr. 46). Occorre alimentarci della speranza, desiderando nella fede il Regno dei cieli e la vita eterna, ben sapendo che in noi, nel battesimo, è già stato posto il germe della partecipazione alla vita divina. La speranza è il sostegno e l’incoraggiamento per chi è in cammino sulla terra; nella casa di Dio invece essa è destinata ad eclissarsi, cedendo il posto alla carità, alla piena comunione con Dio Trinità.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 41, 10-12)

 

Perseveriamo nella speranza

Vivi frattanto nella speranza. La speranza che si vede non è speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo è per mezzo della pazienza che noi l’aspettiamo (cf. Rom 8, 24-25).

 

Spera in Dio. Perché spera? Perché ancora potrò dar lode a Lui. Come lo loderai? Salvezza del mio volto, Dio mio. La salvezza non mi può venire da me stesso; questo dirò, questo confesserò: Salvezza del mio volto, Dio mio. Infatti, temendo quelle cose che in qualche modo ha conosciuto, le esamina di nuovo perché non si insinui il nemico, e ancora, dice, non sono salvo da ogni parte. Avendo infatti le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione e la redenzione del nostro corpo (cf. Rom 8, 23). Perfezionata in noi quella salvezza, saremo nella casa di Dio e vivremo senza fine e senza fine loderemo colui al quale è detto: Beati coloro che abitano nella tua casa, nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83, 5). Questo non è ancora accaduto, perché non è ancora venuta quella salvezza che è promessa; ma lodo il mio Dio nella speranza e gli dico: Salvezza del mio volto, Dio mio. Perché nella speranza già siamo salvati; ma la speranza che si vede non è speranza. Persevera dunque per giungere alla salvezza; persevera finché la salvezza non verrà. Ascolta il tuo stesso Dio che ti parla dal tuo intimo: spera nel Signore, comportati da uomo, e si conforti il tuo cuore, e spera nel Signore (Sal 26, 14); perché chi avrà perseverato fino alla fine, costui sarà salvo (Mt 10, 24; 24, 13). Orbene perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Spera in Dio perché ancora potrò dar lode a Lui. Questa è la mia lode: Salvezza del mio volto, Dio mio.

 

 

Ascolta più chiaramente questo concetto. Non sperare in te, ma nel tuo Dio. Infatti, se speri in te, la tua anima si preoccupa per te; perché non è ancora sicura di te stesso. Ebbene poiché l’anima mia si è turbata per me, che mi resta se non l’umiltà, in modo che l’anima non presuma troppo di se stessa? Che le resta, se non che si faccia piccolissima, che si umili, se vuol meritare di essere esaltata? Non attribuisca nessun merito a se stessa, in modo che sia attribuito tutto a Colui dal quale è vantaggioso tutto attenderci.


 

 IV settimana Quaresima 

 

Dom Adriano Grea

 

Dire che Dio è buono, che non ha fatto prodigi servendosi della sola sua parola, ma che lui stesso si è impegnato, che è morto per noi, che per noi, notte e giorno, rimane nel tabernacolo, lui che sostiene il mondo, questo vuol dire conoscere Dio. Il candelabro su cui è posta questa luce, è il candelabro dell’amore, il candelabro della croce. Sulla croce presenta al Padre le sue cinque piaghe per placarlo, le presenta anche in cielo come nel tabernacolo. Perché mai lo si ignora, perché mai le chiese sono vuote?

Chi consolerà Gesù? Amiamolo con generosità almeno noi che siamo suoi amici. Se ci sarà da soffrire, lo accetteremo. Poca cosa il nostro soffrire. Infatti mentre nostro Signore è inchiodato sulla croce con grossi chiodi, per noi ci sono deboli funi. Dire mistero di sofferenza  equivale a dire mistero d’amore.

Tutti i santi hanno molto sofferto perché hanno molto amato. Nostro Signore è morto perché ci amava, o morire o soffrire. Mai morire, sempre soffrire, questo è il grido dei santi. Non si tratta di un’esagerazione, ma della pura dottrina del cristianesimo.

 

6 marzo 1894

 

 

..Nostro Signore è venuto per guarire la nostra cecità. Come l’ha guarita? Ah, per questo ha dovuto squarciare un velo. Quale velo? Il velo della sua carne che ha squarciato la carne di Gesù, il santuario della divinità. In questo modo Gesù ha guarito la nostra cecità.

E’ venuto inoltre perché coloro che ci vedono bene diventino ciechi. Guardate nel vangelo di oggi quei farisei e dottori come si rendono ciechi da soli.

 

Credono di vederci e non vedono nulla nel miracolo che Gesù ha compiuto…

Anche il nostro orgoglio può farci arrivare ad una simile cecità. Come?

Rifiutando l’insegnamento che ci viene da Dio. Colui che preferisce il proprio giudizio a quello dei suoi superiori, si acceca da solo, perché si priva della luce di Dio. Mentre colui che con semplicità dice; vedo per mezzo della luce dei miei superiori, come San Paolo vedeva con gli occhi di coloro che lo conducevano a Damasco, colui che vede è colui che accetta che i miei modi di vedere vengano ridimensionati, che il suo giudizio e le richieste del suo amor proprio siano messe a tacere, a e a lui sono rivolte queste parole di Nostro Signore. Sono come un fanciullo che non discute, non critica, non giudica ma si abbandona a sua madre, la comunità è mia madre, i superiori di questa comunità sono la mia casa. Felice di nulla commentare, di nulla giudicare e di non fare nessun paragone mi lascio guidare da questa mano.

O Gesù grazie di avermi concesso la vocazione, unica mia infallibile luce che mi condurrà sicuramente in cielo se  rimarrò fedele.

 

6 marzo 1894

 

 

Come gli stranieri si preoccupano poco di conoscere le cose del paese di passaggio, così anche noi, pellegrini sulla terra, non dobbiamo avere il desiderio delle cose della terra.

Se questo sarà il nostro modo di vedere le cose, allora ci basterà il pane disceso dal cielo che dona la vita al mondo. Impariamo a conoscere Gesù. E’ un libro di cui abbiamo sfogliato solo le prime pagine, leggiamolo, studiamolo per poter conoscere la strada che conduce alla vita eterna.

 

 

12 marzo 1893

 

 


QUARTA SETTIMANA DI QUARESIMA:

CRISTO "LUCE DEL MONDO"

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Sermo 136/C, 1-3.5)

 

Vedere la luce di Dio

Le opere proprie di Cristo Signore, quelle che allora egli compì nei corpi, compie ora nei cuori. Sebbene non cessi affatto di operare anche in molti corpi, tuttavia nei cuori la sua azione è superiore. Se indubbiamente è gran cosa la vista della luce del cielo, quanto è più grande vedere la luce di Dio! A questo fine infatti sono risanati gli occhi del cuore, a questo vengono aperti, a questo sono purificati, affinché vedano la luce, che è Dio. Infatti Dio è luce, afferma la Scrittura, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1, 5); e il Signore nel Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Perciò noi che restiamo ammirati che questo cieco ora vede, con tutte le nostre forze, di cui Dio stesso ci fa dono, perseveriamo nella preghiera affinché i nostri cuori siano risanati ed anche purificati. A che giova infatti essere stati resi mondi dai peccati nel fonte battesimale e subito dopo tornare a macchiarsi con perfidi costumi?

 

Il compiersi progressivo di quest’opera del Signore, per la quale il cieco ebbe la luce degli occhi, induce a intravedere qualcosa di grande e di essenziale. Evidentemente il Signore Gesù Cristo poteva - e chi è che può dire: Non poteva? - toccargli gli occhi senza l’impasto di saliva e di fango, e subito rendergli, o piuttosto, dargli la vista. Poteva farlo. Che dovrei dire: Se avesse toccato? Che cosa egli non poteva fare con la parola se lo avesse voluto? Mediante la parola che cosa è impossibile alla Parola, non ad una parola qualsiasi, ma a quella che in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Questo Verbo in principio Dio presso Dio si fece carne per abitare in mezzo a noi (Gv 1, 1-2.14). […] Seguì perciò, nel curare questo cieco nato, nel quale era figurato il genere umano, nato cieco; seguì perciò anche il Signore un procedere graduale in quest’uomo da illuminare. Sputò in terra e fece del fango, poi con quello intriso di saliva spalmò gli occhi di lui.

 

Ma considera dove fu inviato a lavarsi il volto. Alla piscina di Siloe. Che significa "Siloe"? Opportunamente non lo tacque l’Evangelista: che significa "inviato" (Gv 9, 7). Chi è l’inviato se non colui del quale è detto: Ecco l'Agnello di Dio? In lui stesso viene lavato il volto e chi era stato spalmato vede, perché in Cristo Signore si realizzò ogni profezia. Chi non conosce Cristo procede impedito nella vista. Ma tale procedere graduale usato prima sugli occhi di quest’uomo, ebbe seguito anche nel cuore di lui. Ponete attenzione al modo di condurre l’interrogatorio da parte dei Giudei: Tu che dici di quest’uomo? Dico - rispose - che è un profeta (Gv 9, 17). Non aveva ancora lavato in Siloe gli occhi del cuore. Gli occhi in realtà erano già aperti, ma il cuore era ancora impedito. Quando aveva lavato il volto, rispose come poté, in quanto aveva il cuore impedito, non era ancora vedente. Dette ragione e di avere l’impasto – l’aveva cioè il suo cuore - e, invece, di aver avuto già aperti gli occhi del corpo.

 

Cerchiamo costui che ha già gli occhi aperti, tuttavia ha la vista del cuore ancora impedita. Pieni di sdegno i Giudei, vinti e per di più smascherati, furenti e accecati contro di lui che vedeva, lo cacciarono fuori. Nel momento in cui lo cacciarono fuori, allora entrò là, da dove i Giudei presenti nella casa di Dio non lo avrebbero potuto cacciare fuori. Quindi, cacciato fuori, trovò nel tempio il Signore che gli parlò - certamente era conosciuto da chi gli aveva reso la vista del corpo, restando coperto il cuore. Ora ha la vista del cuore, ora va a Siloe, perché ora riconosce l’Unigenito inviato -. Tu credi - dice - nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Come impedito, non ancora vedente. E il Signore: Lo hai visto e colui che parla con te è proprio lui. L’ascolto di queste parole equivale a lavare il volto del cuore. Finalmente quello, lavato già il volto, con la vista del cuore disse: Credo, Signore, e gli si prostrò innanzi, e lo adorò (Gv 9, 34-38).

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo,

ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce,

perché le loro opere erano malvagie".

(Gv 3, 19)

 

INTRODUZIONE

Siamo luce per gli altri nelle nostre azioni in quanto riflettiamo la Luce che proviene dall’alto. Impariamo a riscoprire il primato di Dio nella nostra vita, a riconoscere come suoi quei meriti e quelle opere meravigliose che noi possiamo realizzare. Scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 10): Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)

 

Accorriamo a Cristo per ricevere la luce

Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: "vedeva"? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.

 

Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel suo tempio compie le sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

"Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi".

(Sal 26, 7)

 

INTRODUZIONE

Dio è Padre di misericordia, con lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del ritorno del peccatore; è pronto alla sua accoglienza e al suo riscatto. A tale riguardo risulta consolante la profezia di Isaia (1, 18): Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Tuttavia Dio non fa violenza al peccatore, non gli impone la salvezza: attende che ci sia sempre un movimento di ritorno, un primo passo dell’uomo verso la conversione, che si compie attraverso l’ascolto e la docilità alla sua Parola (Is 1, 19).

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 135, 5.6-6.7)

 

Dio ascolta ed esaudisce i peccatori che si riconoscono tali

Nelle parole dell’uomo che era cieco c’è un non so che capace di turbare e forse indurre a perdere la speranza quanti non ne intendono il senso vero. Quello stesso uomo al quale furono aperti gli occhi, tra le altre espressioni, giunse ad asserire: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9, 31). Che facciamo, se Dio non ascolta i peccatori? Abbiamo il coraggio di supplicare Dio se non ascolta i peccatori? Datemi uno che preghi ed ecco c’è chi può esaudire. […] Dammi quel Pubblicano. Vieni, Pubblicano, poniti in mezzo, fa’ vedere la tua speranza, perché i deboli non cessino di sperare. Ecco infatti il Pubblicano salire a pregare e il Fariseo con lui; e a capo basso, tenendosi a distanza e battendosi il petto, diceva: Signore, abbi pietà di me peccatore. E si allontanò perdonato, a differenza di quel Fariseo (Lc 18, 10ss). Quello che disse: Abbi pietà di me peccatore, affermò il vero o il falso? Se disse il vero, era peccatore; e venne esaudito e fu perdonato. Che vuol dire allora ciò che hai detto tu dopo che il Signore ti aprì gli occhi: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori? Ecco, Dio ascolta i peccatori. Lava, però, il tuo volto interiore, si operi nell’intimo ciò che si è curato di fare al tuo aspetto esterno, e ti renderai conto che Dio ascolta i peccatori. Ti ha tratto in inganno il divagare della tua mente. C’è dell’altro che il Signore deve operare in te. Indubbiamente quel [cieco] venne espulso dalla sinagoga; il Signore lo apprese, lo incontrò e gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Guardava e non vedeva: guardava con gli occhi, ma con la mente non discerneva ancora. Gli affermò il Signore: Tu l’hai visto, e colui che parla con te è proprio lui. Allora, prostratosi, lo adorò (Gv 9, 35-38). Fu allora che deterse il volto interiore.

 

Volgetevi perciò alla preghiera, peccatori! Confessate i vostri peccati, supplicate affinché siano rimossi, implorate che abbiano termine, scongiurate che appunto essi vengano meno intanto che voi progredite; tuttavia non cessate di sperare e, da peccatori, pregate. Chi è infatti che non ha commesso peccato? Prendi a considerare dai sacerdoti: Offrite sacrifici prima per i vostri peccati, e poi per il popolo (Lev 16, 6). I sacrifici erano prove d’accusa a carico dei sacerdoti; così che se alcuno si fosse dichiarato giusto e senza peccato, potesse essergli opposto: Non bado a ciò che vai dicendo, ma a ciò che offri; ti scopre la vittima per tuo conto. Perché fai l’offerta per i tuoi peccati, se da ogni peccato tu sei immune? O magari fingi con Dio nel sacrificare a lui? Ma può darsi che erano peccatori i sacerdoti del popolo antico e che non sono peccatori quelli del popolo nuovo. È vero, fratelli, perché Dio lo ha voluto, sono sacerdote proprio di lui, sono peccatore, insieme a voi mi batto il petto, insieme a voi chiedo il perdono, con voi spero che Dio sia benevolo. Ma forse gli Apostoli santi, i massimi arieti del gregge, i pastori membra del Pastore, appunto essi forse non avevano il peccato. Veramente lo avevano, anch’essi lo avevano; non se ne adontano, perché lo confessano. Da me non avrei l’ardire. Prima di tutto, sta’ a sentire il Signore stesso che si rivolge agli Apostoli: Pregate così. Come riguardo a quei sacerdoti si dava prova mediante i sacrifici, ugualmente per costoro mediante l’orazione. Pregate così. E tra le altre petizioni che comandò si facessero, assegnò anche questa: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 9.12). Che dicono gli Apostoli? Chiedono ogni giorno per sé la remissione dei debiti. Si presentano da debitori, si allontanano perdonati, e tornano alla preghiera da debitori. Questa vita non è immune da peccato, così che tante volte si prega, altrettante volte vengono rimessi i peccati.

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

"Mentre avete la luce credete nella luce,

per diventare figli della luce".

(Gv 12, 36)

 

INTRODUZIONE

Se l’uomo desidera ardentemente di unirsi a Dio non può non seguire Cristo: il Verbo, divenuto carne, è disceso dal cielo per indicare, in senso inverso, all’uomo la via che lo riconduce in cielo. Cristo dunque è la via per eccellenza; percorrendola, l’uomo potrà appagare il desiderio di verità e vita eterna. Da sé, con le sue deboli forze, l’uomo non avrebbe mai potuto ascendere a Dio; ed ecco che Dio si è degnato di indicarci in Cristo il cammino da seguire. "Attraverso l’umanità di Cristo puoi arrivare alla divinità di Cristo. Dio è troppo lontano da te, ma Dio si è fatto uomo. Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. È insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta" (Sermo 261, 7).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In Io. Ev. tr. 34, 9)

 

Seguire Cristo via, verità e vita

Cosa seguono coloro che sono stati liberati e raddrizzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre? (Gv 8, 12) Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Noi veniamo ora illuminati, o fratelli, con il collirio della fede. Egli dapprima mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9, 6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere da lui illuminati. Egli mescolò la saliva con la terra: Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era stato predetto: La verità è uscita dalla terra (Sal 84, 12), ed egli dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Noi godremo pienamente della verità quando lo vedremo faccia a faccia. Anche questo, infatti, ci è stato promesso. E chi oserebbe sperare ciò che Dio non si fosse degnato promettere o dare? Lo vedremo faccia a faccia. Dice l'Apostolo: Adesso conosco in parte, adesso vedo in modo enigmatico come in uno specchio, allora invece faccia a faccia (1Cor 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua epistola aggiunge: Carissimi, già adesso noi siamo figli di Dio, ma ancora non si è manifestato ciò che saremo; sappiamo infatti che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3, 2). Che grande promessa è questa! Se lo ami, seguilo! Io lo amo, - tu dici - ma per quale via debbo seguirlo? Vedi, se il Signore tuo Dio ti avesse detto soltanto: Io sono la verità e la vita, il tuo desiderio della verità e il tuo anelito per la vita ti spingerebbero a cercare la via per poter giungere all’una e all’altra, o diresti a te stesso: Che grande cosa la verità, che grande cosa la vita, oh se l’anima mia sapesse come giungervi! Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via; la via per arrivare dove? e sono la verità e la vita. Prima ti dice che via devi prendere, poi dove devi arrivare: Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita. Dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina! Forse tenti di camminare e non riesci perché ti dolgono i piedi; e ti dolgono perché, forse spinto dall’avarizia, hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

"Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore.

Comportatevi perciò come i figli della luce".

(Ef 5, 8)

 

INTRODUZIONE

Nel libro XII delle Confessioni (10, 10) nel descrivere il proprio itinerario spirituale di dialogo con Dio Agostino ricorre alla metafora luce/tenebra. È solo un esempio che riportiamo, quale testimonianza del livello mistico delle sue parole: "O verità, lume del mio cuore, non siano le mie tenebre a parlarmi! Riversatomi fra gli esseri di questo mondo, la mia vista si è oscurata; ma anche di quaggiù, di quaggiù ancora ti ho amato intensamente. Nel mio errore mi sono ricordato di te, ho udito alle mie spalle la tua voce che mi gridava di tornare, con stento l’ho udita per il tumultuare di uomini insoddisfatti. Ed ora torno riarso e anelante alla tua fonte. Nessuno me ne tenga lontano, ch’io ne beva e ne viva".

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In 1 Io. Ep. 1, 4-5)

 

La luce di Dio

È questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il Creatore dalla sua creazione, la Sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce.

 

[…] Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia.

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui

e che ora vi annunziamo:

Dio è luce e in lui non ci sono tenebre".

(1Gv 1, 5)

 

INTRODUZIONE

Il desiderio di Cristo è il desiderio di luce, di sazietà, di giungere a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). La nostra beatitudine e perfezione è nel tendere a Cristo, nel riposare in Dio per non desiderare più nulla, avendo raggiunto ogni appagamento. Cristo infatti si presenta al nostro cuore come l’insieme di ogni delizia! (Cf. En. in ps. 138, 11)

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 35, 14-15)

 

Vedere la luce di Dio

Dunque, fratelli, siamo figli degli uomini, speriamo nella protezione delle sue ali, e ci inebrieremo nell’abbondanza della sua casa. Mi sono espresso come ho potuto, e come posso vedo, ma non posso esprimermi come vedo. Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa; e li disseterai al torrente della tua delizia. È detto torrente il corso d’acqua che scorre con impeto. Impetuosa sarà la misericordia di Dio, nell’irrigare e nell’inebriare coloro che ora pongono la loro speranza sotto la protezione delle sue ali. Che cos’è quella delizia? È come un torrente che inebria gli assetati. Chi ora dunque ha sete, fondi la sua speranza; chi ha sete abbia la speranza e, inebriato, avrà la realtà; ma prima di avere la realtà, sia assetato nella speranza. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 6).

 

Da quale fonte dunque sarai inondato e donde scaturisce questo così grande torrente della sua delizia? Perché presso di te è la sorgente della vita, dice. Chi è la sorgente della vita, se non Cristo? È venuto a te nella carne, per bagnare la tua gola assetata; sazierà chi spera, Colui che ha bagnato l’assetato. Perché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce. Qui una cosa è la sorgente ed un’altra la luce: non così lassù. Perché ciò che è la fonte è anche la luce; chiamalo come vuoi, ma non è quello che tu chiami, perché non puoi trovare un nome adeguato, non è racchiuso in un solo nome. Se tu dicessi che è soltanto luce, ti si potrebbe rispondere: Senza ragione dunque mi è stato detto di aver fame e sete: chi infatti può mangiare la luce? Con tutta verità mi è stato detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8); se è luce preparo i miei occhi. Prepara anche la gola, perché ciò che è luce è anche sorgente; è sorgente perché sazia gli assetati, luce perché illumina i ciechi. Sulla terra talora in un luogo è la luce, ed in un altro la sorgente. Talvolta infatti i fiumi scorrono anche nelle tenebre; e talora, nel deserto sopporterai il sole, ma non troverai la fonte. Qui dunque queste due cose possono essere separate: lassù non ti affaticherai, perché è sorgente; e non sarai ottenebrato, perché è luce.

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui

e che ora vi annunziamo: Dio è luce

e in lui non ci sono tenebre".

(1 Gv 1, 5)

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 58, d. 1, 18-19)

 

Avviciniamoci alla luce che ci illumina

Io invece affiderò a te [Signore] la mia forza; perché, se mi allontano, cado; se mi avvicino, divento più forte. Vedete, fratelli, che cosa accade nell’anima umana. Essa da se stessa non ha luce; da se stessa non ha forza. Tutto quanto di bello c’è nell’anima è la virtù e la sapienza; ma essa, da se stessa, non sa come da se stessa nemmeno può. Non è luce di per sé, né è virtù di per sé. Esiste, però, una origine e una fonte della virtù, una radice della sapienza; esiste una regione, per così dire e se così si può dire, della verità immutabile. Allontanandosi da questa regione, l’anima si ottenebra; avvicinandosi ad essa si illumina. Avvicinatevi a lui, e sarete illuminati (Sal 33, 6), poiché, allontanandovene, siete ottenebrati. Orbene, affiderò a te la mia forza: non mi allontanerò da te, non mi fiderò di me stesso. Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio. Dove ero? Dove sono? Donde mi hai tratto? Quali colpe mi hai perdonate? Dove giacevo? A quali altezze sono stato sollevato? Queste cose devo ricordarmi. Come si dice in un altro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha accolto (Sal 26, 10). Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio.

 

Il Dio mio! La sua misericordia mi previene. Ecco cosa vuoi dire la frase: Affiderò a te la mia forza. Significa: In nessun modo presumerò di me. Che cosa, infatti, ho potuto io accumulare di bene per cui tu debba muoverti a compassione di me e giustificarmi? Che cosa hai trovato in me? Soltanto peccati. Di tuo vi hai trovato solo la natura che tu stesso avevi creata; il resto erano mali miei; e tu li hai eliminati. Non io per primo mi sono levato e mosso incontro a te, ma tu sei venuto a svegliarmi. Infatti, la sua misericordia mi previene. Prima che io compia qualcosa di buono, la sua misericordia mi previene.

 

 

 

Dom Adriano Grea...

 

"Siamo noi gli eletti. Da tutta l’eternità ci ha scelti e prediletti. Stando solo con noi ci dice: adesso occupiamoci di te, del tuo peccato. Chi  ti condannerà? Forse Cristo Gesù che per te è morto?

Non temere. Devi aver paura solo se non prenderai sul serio la misericordia che nutro verso di te.

Ci rifiuteremo di corrispondere al suo amore? Ci ha tratti dal nulla, fatti ricchi con i suoi doni naturali e soprannaturali e a questo si aggiunge anche il suo amore. Ci ha perdonati. Ah! Quanto dobbiamo amarlo! I farisei lo ritengono troppo affabile e cercano di approfittare della sua dolcezza mostrandogli che disattende la giustizia. La giustizia! L’ ha soddisfatta con la sua Passione. Ci usa misericordia e a noi non resta che amarlo. Mio Dio, vi amo, fate di me quello che volete. Volete che sia vittima gemente, nascosta nella solitudine della mia cella, accetto; volete che mi dedichi tutto al prossimo o che accetti ogni sorta di lavoro e malattia? Sostenetemi, non permettete che mi ritragga dinnanzi al vostro amore. Tutto accetto per vostro amore.

 

 

 

3 marzo 1894


TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA:

CRISTO "ACQUA VIVA"

 Sant'Agostino

 

 

DOMENICA

 

"Se qualcuno ha sete, venga a me

e beva chi crede in me".

(Gv 7, 37-38)

 

INTRODUZIONE

Gesù stanco giunge al pozzo di Giacobbe. Una semplice annotazione che non sfugge ad Agostino: la stanchezza è il segno più profondo dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Cristo infatti si rende pienamente solidale con l’umanità, sperimentando il pianto, l’angoscia, la sofferenza, la morte; e la stanchezza diviene preludio alla passione: Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.

 

L’opera di salvezza non conosce confini: Gesù infrange la mentalità legalistica del suo tempo, accetta di incontrare e di dialogare con una donna, la samaritana, che la mentalità ebraica avrebbe bollato come impura, eretica, diabolica. Il suo intervento vuole suscitare nel cuore della donna un desiderio profondo, il dono della fede. Gesù "aveva detto alla donna Samaritana: Ho sete. Che significa: Ho sete?"; conclude Agostino: "Desidero la tua fede" (Serm. 99, 3). Gesù riporta il mistero al centro dell’attenzione della donna: il desiderio di Dio. E ciò avviene perché Gesù prova una sete ardente per la fede della donna: "Quella Samaritana presso il pozzo sentì che il Signore aveva sete e fu saziata da Colui che era assetato" (En. in ps. 61, 3).

 

 

 

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di Sant’Agostino Vescovo (In Io. Ev. tr. 15, 6.10-17)

 

Gesù e la Samaritana

Gesù, dunque, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo [di Giacobbe]. Era circa l’ora sesta (Gv 4, 6). Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio; non per nulla si stanca colui che, quando siamo affaticati, ci ristora, quando è lontano ci abbattiamo, quando è vicino ci sentiamo sostenuti. Comunque Gesù è stanco, stanco del viaggio, e si mette a sedere; si mette a sedere sul pozzo, ed è l’ora sesta quando, stanco, si mette a sedere. Tutto ciò vuol suggerirci qualcosa, vuol rivelarci qualcosa; richiama la nostra attenzione, ci invita a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato esortarci dicendo: Bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). È per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; questo era in principio presso Dio. Vuoi vedere com’è forte il Figlio di Dio? Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui; e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 1-3.14). La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all’esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.

 

Arriva una donna. È figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma già in via di essere giustificata: questo il tema del sermone. Arriva senza sapere nulla e trova Gesù, il quale attacca discorso con lei. Vediamo su che cosa e con quale intenzione. Arriva una donna samaritana ad attingere acqua (Gv 4, 7).

 

Gesù le dice: Dammi da bere. I suoi discepoli erano andati in città per acquistare provviste. La donna samaritana, dunque, gli dice: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? I Giudei, infatti, non sono in buoni rapporti con i Samaritani (Gv 4, 7-9). Ecco la prova che i Samaritani erano stranieri. I Giudei non si servivano assolutamente dei loro recipienti; e la donna, che portava con sé un recipiente per attingere l’acqua, si stupì che un giudeo le chiedesse da bere, cosa che i Giudei non erano soliti fare. Ma, in realtà, colui che chiedeva da bere, aveva sete della fede di quella donna.

 

Ascolta, adesso, chi è colui che chiede da bere. Gesù rispose: Se conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva (Gv 4, 10). Chiede da bere e promette da bere. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, ed è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare. Se conoscessi - dice - il dono di Dio. Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma il Signore parla alla donna in maniera ancora velata, solo a poco a poco penetra nel cuore di lei. Intanto la istruisce. Che c’è di più soave e di più amabile di questa esortazione: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva?

 

Tuttavia, interdetta, la donna esclamò: Signore, tu non hai nulla per attingere e il pozzo è profondo (Gv 4, 11). Come vedete, acqua viva per lei è l’acqua del pozzo. Tu mi vuoi dare acqua viva, ma io possiedo la brocca con cui attingere, mentre tu no. Qui c’è l’acqua viva, ma tu come fai a darmela? Pur intendendo un’altra cosa e ragionando secondo la carne, tuttavia bussava alla porta, in attesa che il Maestro aprisse ciò ch’era chiuso. Bussava più per curiosità che per amore della verità. Era ancora da compiangere, non ancora in condizione d’essere illuminata.

 

La samaritana continua ad intendere il linguaggio di Gesù in senso materiale. È allettata dalla prospettiva di non dover più patire la sete e crede di poter intendere in questo senso materiale la promessa del Signore.

 

Il Signore prometteva abbondanza e pienezza di Spirito Santo e quella ancora non capiva; e siccome non capiva, che cosa rispondeva? Gli dice la donna: Signore, dammi codesta acqua affinché non abbia più sete e non venga fin qui ad attingere (Gv 4, 15). Il bisogno la costringeva alla fatica, che la sua debolezza mal sopportava. Oh, se avesse sentito l’invito: Venite a me, quanti siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11, 28)! Infatti Gesù le diceva queste cose, perché non si affaticasse più. Ma lei ancora non capiva.

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

"Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!

È in te la sorgente della vita,

alla tua luce vediamo la luce".

(Sal 36, 8.10)

 

INTRODUZIONE

Agostino commenta il salmo 41, che descrive la ricerca di una polla d’acqua da parte della cerva assetata. E quanto sia preziosa una sorgente d’acqua può comprenderlo chi ha fatto esperienza dell’arsura e dell’aridità di un deserto. L’immagine ben si presta ad esprimere la condizione dell’uomo, che guidato dall’occhio interiore, anela con tutto se stesso a trovare in Dio ogni appagamento. Desiderare la fonte dell’acqua e della luce – due simboli divini – esprime la tensione vitale dell’uomo che solo in Dio trova pace e sazietà.

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 41, 2)

 

La dolcezza interiore per Dio

Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce (Sal 35, 10). Se è fonte, è anche luce, e giustamente è anche intelligenza che sazia l’anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C’è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono. Per questo l’Apostolo dice supplicando a coloro che anelano a questa fonte di vita e da essa qualcosa prendono: Non camminate più come camminano anche i Gentili nella vanità della loro mente, oscurati nell’intelligenza, estraniati dalla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, a cagione della cecità dei loro cuori (Ef 4, 17-18). Orbene se essi sono ottenebrati nell’intelligenza, cioè sono ottenebrati perché non capiscono, ne consegue che coloro che capiscono sono illuminati. Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla fonte.

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

"O voi tutti assetati venite all’acqua,

chi non ha denaro venga ugualmente;

comprate e mangiate senza denaro

e, senza spesa, vino e latte".

(Is 55, 1)

 

INTRODUZIONE

"Coloro che hanno davvero sete di Dio, debbono sentirla sempre e dovunque, nell’anima e nella carne, poiché Dio, come dà all’anima il suo pane, cioè, la parola della verità, così dà anche alla carne ciò che le è necessario… Abbiano dunque, l’una e l’altra, sete di Dio, e nella loro molteplice fatica siano ristorate con un unico intervento di lui" (En. in Ps. 62, 7). Nella scala gerarchica dei valori, e pertanto dei desideri, occorre saper collocare Dio al primo posto; bisogna imparare a disciplinare i propri desideri, perché – ammonisce più volte Agostino nei suoi sermoni – non avvenga di ripetere l’atteggiamento irrazionale dell’avaro, che nell’accumulo senza sosta dei beni è un assetato, condannato a non trovare già in questa vita né soddisfazione né godimento: la sua arsura è destinata a non esaurirsi!

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 62, 5-7)

 

La giusta sete per Dio

Ha avuto sete di te l’anima mia. Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: Di te l’anima mia ha avuto sete! La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto, ove l’anima dovrebbe aver sete di Dio.

 

Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia. E di ciò ci sazieremo, per quanto ne siamo capaci, al termine di questa vita, quando raggiungeremo ciò che Dio ci ha promesso, cioè l’uguaglianza con gli angeli. Gli angeli non provano la sete che proviamo noi, non provano la fame che noi conosciamo, ma sono sazi di verità, di luce, di sapienza immortale. Per questo sono beati. E dalla loro sede beata, cioè da quella città, la Gerusalemme celeste, verso la quale noi ora siamo incamminati, essi attendono noi esuli. Hanno compassione di noi, e per ordine del Signore ci aiutano a tornare a quella patria che abbiamo con essi comune, per saziarci insieme con loro alla fonte di verità e di eternità che il Signore ci ha preparata. Allo stato attuale, dunque, l’anima nostra ha sete. Ma di che cosa ha sete anche la nostra carne? Quale è anzi la sua sete in più modi sperimentata? Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? […] Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede.

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

"Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,

e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta".

(Mt 6, 33)

 

INTRODUZIONE

Il giusto rapporto dell’uomo nei confronti dei beni terreni è riassunto nella coppia di verbi latini uti e frui. Delle realtà temporali occorre servirsi (uti) come mezzo – mai come fine! – per giungere alla fruizione (frui) dei beni eterni in Dio. A tale riguardo si può prendere in considerazione anche quanto Agostino scrive nel De doctrina christiana, libro I, 4, 4: "Se in questa vita mortale, dove siamo pellegrini lontano dal Signore, vogliamo tornare alla patria dove potremo essere beati, dobbiamo servirci del mondo presente, non volerne la fruizione… Per mezzo di cose corporee e temporali attingeremo le cose eterne e spirituali. Le cose di cui bisogna appieno godere sono dunque il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, cioè la Trinità, che è la più eccelsa di tutte le cose".

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 4, 8-9)

 

Cristo abita nell’uomo interiore

Sperate nel Signore. Ma che cosa si spera, se non il bene? Siccome però ciascuno vuole ottenere da Dio quel bene che ama, e difficilmente si trova chi ami i beni interiori - cioè quelli che riguardano l’uomo interiore, i soli che debbono essere amati, mentre gli altri debbono essere soltanto usati per necessità, e non fruiti per goderne -, mirabilmente, dopo aver detto: sperate nel Signore, soggiunge: molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Queste parole e questa domanda ricorrono quotidianamente sulla bocca di tutti gli stolti e gli empi, sia di quelli che desiderano la pace e la tranquillità nella vita del secolo e non la trovano a cagione della perversità del genere umano, i quali osano persino accusare - ciechi - l’ordine delle cose perché credono, tutti presi dai loro meriti, che i tempi presenti siano peggiori di quelli trascorsi; sia di coloro che dubitano o disperano della stessa vita futura che ci è promessa, e perciò dicono spesso: chissà se è vero? Oppure: chi è venuto dall’inferno per annunziarci tali cose? Ebbene, in modo magnifico e conciso, ma solo per chi vede nell’intimo, [il salmista] mostra quali beni debbono essere ricercati. Alla domanda di quanti dicono: Chi ci mostra il bene? risponde: È impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore. Questa luce è il completo e vero bene dell’uomo, che si vede non con gli occhi, ma con lo spirito. È impressa, ha detto, in noi, così come nel denaro è impressa l’immagine del re. Perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf Gen 1, 26), e questa peccando ha corrotto; il suo bene perciò è vero ed eterno, se rinascendo gli viene impresso. […] Hai messo la gioia nel mio cuore. Non dobbiamo dunque cercare la gioia fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell’uomo interiore (Ef 3, 17), dice l’Apostolo; e spetta dunque all’uomo interiore vedere la verità, dato che [il Signore] ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6).

 

Ma gli uomini che inseguono le cose temporali - e certamente sono molti - non sanno dire altro se non: chi ci mostrerà il bene, perché non sono capaci di vedere i veri e sicuri beni entro se stessi.

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

"Sacrificio e offerta non gradisci…

Allora ho detto: Ecco io vengo.

Mio Dio, questo io desidero,

la tua legge è nel profondo del mio cuore".

(Sal 40, 7.8.9)

 

INTRODUZIONE

Nel dialogo con la Samaritana, Gesù rivela come la sua presenza tra gli uomini inauguri un nuovo culto: l’adorazione di Dio in spirito e verità (Gv 5, 23ss). Ecco il culto spirituale gradito a Dio: un rapporto di amore personale con il Padre, che supera ogni formalismo istituzionale del tempio e della religione ebraica. I cristiani non devono sacrificare vittime a Dio, ma se stessi: è lo Spirito Santo, che agendo con i suoi doni nel credente, lo trasforma in figlio di Dio. Un nuovo legame ci unisce a Dio: la forza dell’amore per Dio, che si concretizza nell’amore per il prossimo.

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 3.2)

 

Il vero culto gradito a Dio

A [Dio] dobbiamo il servizio, tanto nelle varie pratiche rituali come nelle nostre coscienze. Tutti insieme e ciascuno di noi siamo suoi templi (1 Cor 3, 16-17), perché si degna di essere presente nell’unione comunitaria di tutti e in ciascuno, non più grande in tutti che in ciascuno, perché non si accresce nell’estensione e non diminuisce per divisibilità. Quando il nostro cuore è presso di lui diviene il suo altare; lo plachiamo mediante il sacerdozio del suo Unigenito; gli offriamo vittime cruenti se combattiamo fino al sangue per la sua verità; bruciamo per lui un incenso dal profumo delicato, quando bruciamo di pio e santo amore alla sua presenza; promettiamo e rendiamo a lui i suoi doni in noi e noi stessi; gli dedichiamo e consacriamo il ricordo dei suoi benefici nelle celebrazioni festive e nei giorni stabiliti, affinché col trascorrere del tempo non sopravvenga l’ingrato oblio; a lui sacrifichiamo nell’altare del cuore l’offerta dell’umiliazione e della lode fervente del fuoco della carità (Sal 115, 17). Per averne visione, come potrà aversene, e per unirci a lui, ci purifichiamo da ogni contaminazione dei peccati e delle passioni disoneste e ci consideriamo cose divine nel suo nome. Egli è infatti principio della nostra felicità, egli fine di ogni desiderio. Scegliendolo, anzi scegliendolo di nuovo, perché l’avevamo perduto scartandolo dalla nostra scelta; scegliendolo di nuovo [religere] dunque, poiché proprio da questo si fa derivare religione, tendiamo a lui con una scelta di amore per cessare dall’affanno all’arrivo, felici appunto perché in possesso della pienezza in quel fine. Il nostro bene infatti, sul cui fine fra i filosofi esiste una grande controversia, non è altro che vivere in unione con lui, perché l’anima intellettuale si riempie e si feconda delle vere virtù soltanto nell’abbraccio incorporeo, se si può dire, di lui. Ci viene comandato di amare questo bene con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la virtù. Dobbiamo inoltre esser condotti a questo bene da coloro che ci amano e condurvi coloro che amiamo. Così sono adempiuti i due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 37). Perché infatti l’uomo sapesse amare se stesso, gli fu stabilito un fine al quale dirigere tutte le sue azioni per essere felice; chi si ama infatti non vuole altro che essere felice. E questo fine è unirsi a Dio (Sal 72, 28). Dunque a chi sa amare se stesso, quando gli si comanda di amare il prossimo come se stesso, gli si comanda soltanto che, per quanto gli è possibile, lo sproni ad amare Dio. Questo è il culto di Dio, questa la vera religione, questa la retta pietà, questo il servizio dovuto soltanto a Dio.

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

"Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,

un cuore affranto ed umiliato, Dio, tu non disprezzi".

(Sal 51, 19)

 

INTRODUZIONE

Che il culto cristiano si qualifichi come "spirituale", non vuol alludere ad una sua connotazione intimistica: il rapporto di servizio che ci lega a Dio non deve chiudersi l’uomo in se stesso, ma sempre aprirlo al prossimo: fare il bene è dunque il vero sacrificio. Ed il bene nel linguaggio di Agostino è sempre un’azione concreta a favore di chi mi sta accanto: "Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio" (De civitate Dei X, 6). Chi ne guadagna è l’uomo stesso: tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. La preghiera, o qualsiasi pratica cultuale, compiuta dall’uomo non serve ad accrescere la lode, la grandezza, la maestà… di Dio, ma a ricordare all’uomo stesso in quale disegno d’amore Dio lo ha inserito per la sua salvezza.

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 5)

 

Fare il bene è il vero sacrificio

Si deve dunque ammettere che Dio non solo non ha bisogno di un animale o di altra cosa corruttibile e terrena, ma neanche dell’onestà dell’uomo. Tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. Non si potrà certamente dire di aver provveduto alla sorgente se si beve, o alla luce se si vede. Dagli antichi Patriarchi furono offerti altri sacrifici immolando come vittime gli animali. Ora il popolo di Dio li conosce leggendo nella Scrittura, ma non li offre più. In proposito si deve intendere soltanto che con quei riti furono significati gli atti che si compiono nella nostra coscienza affinché ci uniamo a Dio e per lo stesso fine veniamo in aiuto al prossimo. Dunque il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro di un sacrificio invisibile. Per questo il penitente nel profeta o lo stesso profeta, che vuole avere Dio clemente ai propri peccati, dice: Se tu avessi voluto un sacrificio, te lo avrei offerto ma tu non prendi diletto degli olocausti. È sacrificio a Dio un cuore contrito; Dio non sprezzerà un cuore contrito e umiliato (Sal 50, 18-19). Osserviamo come in un medesimo passo dice che Dio non vuole e vuole il sacrificio. Non vuole dunque il sacrificio dell’animale ucciso e vuole il sacrificio del cuore contrito. […] Dice in un passo di un altro salmo (49, 12-13): Se avessi fame, non lo direi a te, perché mia è la terra e quanto contiene. Forse che dovrò mangiare le carni dei tori e bere il sangue dei capri?. Sembra che voglia dire: "Se ne avessi bisogno, non chiederei a te le cose che ho in potere". Poi, spiegando il significato delle parole, soggiunge: Offri a Dio il sacrificio della lode e rendi all’Altissimo le tue offerte e invocami nel giorno della sofferenza, io te ne libererò e tu mi darai gloria (Sal 49, 14-15). […] Nella lettera intestata agli Ebrei (13, 16) l’autore dice: Non dimenticare di fare il bene e di comunicarlo con gli altri; con questi sacrifici si è graditi a Dio. Quindi nella frase della Scrittura: Preferisco opere di bene al sacrificio (Os 6, 6) si deve intendere soltanto che un sacrificio è preferito all’altro, perché quello che comunemente è considerato sacrificio è segno del vero sacrificio. Pertanto, fare il bene è dunque il vero sacrificio.

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

"Vi esorto, fratelli, ad offrire i vostri corpi

come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio;

è questo il vostro culto spirituale".

(Rom 12, 1)

 

INTRODUZIONE

Offrire "sacrifici spirituali" è l’atteggiamento del cristiano che imita nella sua vita, volontariamente, l’offerta sacrificale di Cristo; è il vivere conformi alla esistenza di Cristo. Ciascun battezzato deve riscoprire la sua natura di figlio di Dio, prendere consapevolezza di essere Tempio dello Spirito Santo (1 Cor 6, 19-20). Da questa verità scaturisce il suo agire, sempre orientato a Dio: scrive san Paolo ai Galati (2, 20): Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. L’originalità del culto cristiano si fonda sull’evento salvifico di Gesù Cristo, morto e risorto, e non su di un rito; su di un’esistenza, su di una Persona. Nella misura in cui l’uomo riconosce in Cristo il centro della propria vita, fa della sua vita la vera offerta a Dio, trasformandola in liturgia, in canto di lode e di ringraziamento a Dio (cf. De civitate Dei X, 20). Nel sacrificio eucaristico la Chiesa, in quanto corpo di Cristo-Capo, offre se stessa nel pane e nel vino, segni sacramentali del sacrificio di Cristo: "la chiesa è offerta – spiega Agostino – nella cosa stessa che offre".

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 6)

 

Il sacrificio della comunità cristiana

 

Dunque vero sacrificio è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Pertanto l’uomo stesso consacrato nel nome di Dio e a lui promesso, in quanto muore al mondo per vivere di Dio, è un sacrificio. Anche questo appartiene al bene che l’uomo compie in favore di se stesso. Perciò è stato scritto: Abbi pietà della tua anima col renderti gradito a Dio (Sir 30, 24). Quando castighiamo anche il nostro corpo con la temperanza, se lo facciamo, come è dovere, in relazione a Dio per non offrire le nostre membra come armi d’iniquità al peccato, ma come armi di giustizia a Dio, anche questo è un sacrificio. Ad esso esortandoci l’Apostolo dice: Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come offerta viva, santa, gradita a Dio, come vostro ossequio ragionevole (Rom 12, 1). Allora il corpo che per la sua debolezza l’anima usa come un servo o uno strumento, quando il suo impiego morale e onesto si riferisce a Dio, è un sacrificio. A più forte ragione dunque diviene un sacrificio l’anima stessa quando si pone in relazione con Dio affinché, accesa dal fuoco del suo amore, perda la forma della terrena passione e sottomessa si riformi a lui come a forma che non muta, resa quindi a lui gradita perché ha ricevuto della sua bellezza. L’Apostolo citato esprime questo pensiero soggiungendo: Non conformatevi a questo mondo che passa, ma riformatevi in un rinnovamento della coscienza, per rendervi consapevoli qual è il volere di Dio, l’azione buona, gradita, perfetta (Rom 12, 2). Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dalla infelicità e così divenire felici; e questo si ottiene solamente con quel bene di cui è stato detto: Il mio bene è unirmi a Dio (Sal 72, 28). Ne consegue dunque che tutta la città redenta, cioè l’assemblea comunitaria dei santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì anche se stesso per noi nella forma di servo perché fossimo il corpo di un capo così grande. Ha immolato la forma di servo, in essa è stato immolato, perché in essa è mediatore, sacerdote e sacrificio. L’Apostolo dunque ci ha esortato a presentare il nostro corpo come offerta viva, santa e gradita a Dio, come nostro ossequio ragionevole, a non conformarci al mondo che passa ma a riformarci nel rinnovamento della coscienza, per renderci consapevoli qual è la volontà di Dio, l’azione buona, gradita e perfetta. E questo sacrificio siamo noi stessi. Poi soggiunge: Dico nella grazia di Dio, che mi è stata data, a tutti quelli che sono nella vostra comunità di non esaltarvi più di quanto è necessario, ma di valutare con moderazione, nel modo con cui Dio ha distribuito a ciascuno la regola della fede. Come infatti nel corpo abbiamo molte membra che non hanno tutte la medesima funzione, così molti siamo in Cristo un solo corpo e ciascuno è membro dell’altro perché abbiamo carismi diversi secondo la grazia che ci è stata data (Rom 12, 3-5). Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso le si rivela che nella cosa che offre essa stessa è offerta.


Alcuni preziosi suggerimenti lungo il cammino della Quaresima con Dom Grea..

II settimana 

 

Cari figli, state bene attenti. Si corre un grosso rischio negligendo la grazia di Dio. La si può misconoscere in diversi modi:

Opponendovi resistenza. Non si accetta di obbedire alla voce di Dio che ci interpella. Alcuni sono chiamati a servirlo e dà loro dei comandamenti. E’ necessario che lo si ascolti poiché non ascoltandolo si va direttamente agli inferi.

Ad altri trattandoli come amici, offre loro dei consigli. Coloro che Dio chiama, se disprezzano i suoi consigli, corrono un grosso pericolo, come ce lo ricorda Nostro Signore nel Vangelo di oggi. Un giorno un giovane si presento per chiedergli che cosa bisognasse fare per la vita eterna. Nostro Signore gli rispose: “ Osserva i comandamenti”. Ma è quello che faccio. Nostro Signore allora, fissandolo con uno sguardo di predilezione gli disse: se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dà il ricavato ai poveri, poi vieni e seguimi. Questo giovane non ebbe il coraggio di fare questo sacrificio e di abbracciare la vita religiosa, a cui era stato chiamato e se ne andò triste. Allontanatosi Nostro Signore disse a coloro che stavano vicino “ Quanto è difficile, per un ricco entrare nel Regno dei Cieli”, i Padre ci dicono che per questa pusillanimità il giovane mise a repentaglio la propria salvezza, anzi per alcuni andò all’inferno.

 

Un secondo modo per misconoscere la grazia di Dio sta nel differirla. Spingere Dio ad attendere. Dio mio, ancora un po' di pazienza voglio per un po' cullarmi in tal peccato, in tal abitudine, in tal negligenza, ma prima che la morte sopraggiunga arriverò ad amarvi di più. Mi parlerete e presterò ascolto. Fissiamo a Dio l’ora del colloquio come se il tempo ci appartenga. Il tempo appartiene a Dio e coloro che non vogliono

Approfittare del momento della conversione loro accordato, costoro si espongono al terribile castigo che nostro Signore minaccia ai Giudei.

 

Il Principio è il Verbo per cui tutto fu fatto. Luce da luce, Dio vero da Dio vero, principio di ogni essere, di ogni bellezza, di ogni bontà, di ogni verità, io sono di lassù e voi di quaggiù, voi siete di questo mondo.

Parlate o Signore, parlate! Vi ascolto con attenzione. Fate in modo che non pensi ad altro che amarvi, a fare la vostra santa volontà, quella della mia santificazione, non permettete che chiuda il mio cuore ai vostri segreti colloqui per aprirlo ai miei interessi e meritare di subire il terribile castigo. 

Fate, o Signore che questo non mi accada, ma che poiché voi siete venuto da me quaggiù un giorno vi raggiunga là dove siete, nell’eternità.

SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA:

TEMPO DELL'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO

 

 

 

DOMENICA

 

Ed ecco una voce che diceva:

"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".

(Mt 17, 5)

(Gesù Cristo) ha vinto la morte

 e ha fatto risplendere la vita e l'immortalità

 per mezzo del vangelo.

(2 Tim 1, 10)

 

INTRODUZIONE

Nel mistero della trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, la voce del Padre invita i tre discepoli estasiati dalla visione "a mettersi in ascolto di Cristo, a porre in Lui ogni fiducia, a farne il centro della vita" (Giovanni Paolo II). Cristo al tempo stesso svela e rivela la sua verità: è il Figlio eletto dal Padre a portare il lieto annunzio di salvezza; è il Messia atteso dai padri dell’Antico Testamento. La Parola di Dio, che nei tempi antichi era risuonata per il popolo di Israele, ora si è fatta carne. Il discepolo deve porsi in ascolto del Verbo di Dio, se vuole conseguire la vita eterna. "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68) è la professione di fede di Pietro.

 

L’ascolto della Parola esige da parte dell’uomo la virtù dell’umiltà, la disponibilità ad accogliere (il voler ascoltare parte dal riconoscimento della propria povertà al cospetto di chi parla), la ricerca del silenzio interiore. Ma l’ascolto deve tradursi in azione, invitando a scendere dal monte della contemplazione per lavorare, affaticarsi, soffrire e persino morire per il Regno. Anche Gesù è salito sul Tabor, ma per discendere in vista di una nuova ascesa, quella del Golgota.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 78, 3-6)

 

Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso

 

Mentre la nube li avvolgeva tutti e in certo qual modo facendo per essi una sola tenda, si fece sentire anche una voce che diceva: Questo è il Figlio mio prediletto. Erano lì Mosè ed Elia, eppure discepoli non fu detto: "Questi sono i figli miei diletti". Una cosa è il Figlio unigenito, un'altra cosa sono i figli adottivi. Veniva esaltato Colui del quale si gloriavano la Legge e i Profeti. Questo è il Figlio mio prediletto - è detto - nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! (Mt 17, 5; Lc 9, 35) Poiché lo avete udito attraverso i Profeti e attraverso la Legge. E quando non lo avete udito? A quelle parole i discepoli caddero bocconi a terra. Ci viene già mostrato nella Chiesa il regno di Dio. Qui c'è il Signore, qui c'è la Legge e i Profeti; ma il Signore in quanto è il Signore, la Legge invece in quanto rappresentata da Mosè e la Profezia rappresentata da Elia; ma essi in quanto servi, in quanto esecutori degli ordini. Essi come recipienti, egli come sorgente. Mosè ed i Profeti parlavano e scrivevano, ma da lui proveniva ciò ch'essi proferivano.

 

Il fatto che i discepoli caddero bocconi a terra significa simbolicamente che moriremo, poiché è stato detto alla carne: Terra sei e nella terra tornerai (Gn 3, 19). Il fatto invece che il Signore li fece rialzare, simboleggiava la risurrezione. Dopo la risurrezione a che ti serve la Legge? a che ti serve la profezia? Ecco perché scompaiono Elia e Mosè. Ti rimane: ln principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Ti resta che Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Vi sarà Mosè ma non vi sarà più la Legge. Vedremo lì anche Elia, ma non più gli scritti del Profeta. Poiché la Legge e i Profeti resero testimonianza a Cristo che doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti ed entrare nella sua gloria (cf. Lc 24, 44-47). Lì si avvererà ciò che ha promesso a coloro che lo amano: Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò (Gv 14, 21). E come se gli fosse stato chiesto: "Poiché tu lo amerai, che cosa gli darai?", risponde: Mi farò conoscere a lui (Gv 14, 21). Gran dono, grande promessa! Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso. Perché mai, avaro, non ti basta ciò che ti promette Cristo? A te sembra d'esser ricco, ma se non hai Dio, che cosa hai? Un altro invece è povero ma se possiede Dio, che cosa non possiede?

 

Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d'insegnare (cf. 2 Tim 4, 2). Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch'è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore. Poiché nell'elogio della carità, letto nella lettera dell'Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi (1 Cor 13, 5). Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede. ln un altro passo egli usa un'espressione piuttosto pericolosa qualora non sia ben intesa. L'Apostolo infatti facendo ai fedeli membri di Cristo una raccomandazione conforme alla stessa carità, dice: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri (1 Cor 10, 24). L'avaro infatti, al sentire tale precetto, prepara tranelli per frodare negli affari, ingannare qualcuno e cercare non quel ch'è proprio ma la roba d'altri. L'avarizia invece reprima questi desideri e venga avanti la giustizia; ascoltiamo e cerchiamo di capire quel precetto. Alla carità è detto: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri. Se però tu, o avaro, ti opponi a questo precetto e piuttosto pretendi ridurre questo precetto al permesso di bramare l'altrui, prìvati del tuo. Ma siccome io ti conosco, tu vuoi avere non solo il tuo ma anche l'altrui. Tu compi frodi per appropriarti dell'altrui; allora lasciati derubare, perché in tal modo tu possa disfarti del tuo. Tu però non vuoi cercare quel ch'è tuo ma ti porti via la roba d'altri. Se fai così, non fai bene. Ascolta, o avaro, ascolta bene. ll precetto: Nessuno cerchi quel ch'è suo, ma quello ch'è di altri, l'Apostolo te lo spiega più chiaramente in un altro passo. Di se stesso dice: Non cerco quel ch'è utile a me personalmente, ma quel ch'è utile a tutti, affinché tutti si salvino (1 Cor 10, 33). Ciò Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: "Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, ad essere disprezzato, ad essere crocifisso sulla terra". È discesa la vita per essere uccisa, è disceso il pane per sentire la fame, è discesa la via, perché sentisse la stanchezza nel cammino, è discesa la sorgente per aver sete, e tu rifiuti di soffrire? Non cercare i tuoi propri interessi. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all'eternità, ove troverai la tranquillità.

 

IN BREVE...

Non essere vuota, o anima mia; non assordare l’orecchio del cuore con il tumultuare delle tue vanità. Ascolta anche tu: la Parola stessa ti grida di ritornare... Poni dunque la tua abitazione in Lui, anima mia, a Lui affida tutto ciò che da Lui ricevi. (Confess. 4, 11)

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui,

perché l’avversario non ti consegni al giudice e tu venga gettato in prigione.

(Mt 5, 25)

 

INTRODUZIONE

Il confronto con la Parola di Dio non si rivela mai accomodante per la coscienza dell’uomo. Vivere la radicalità del Vangelo comporta sempre uno scontro interiore: "gli uomini non vogliono fare ciò vuole la Parola di Dio". Eppure Dio ha fatto udire dal cielo la sua voce per educare l’uomo (cf. Dt 4, 36), per accordargli felicità, prosperità e lunga vita (cf. Dt 6, 2-3). Come tra due strumenti musicali, dobbiamo sforzarci di armonizzare le nostre azioni con la voce di Dio. Gesù diviene allora il nostro avversario, con il quale si deve trovare un’intesa prima che si compia il suo giudizio sulla storia. Chi si allea con Cristo deve attirare a Lui anche i fratelli, perché ne seguano l’esempio. È questa la preoccupazione continua del pastore, che rischia l’accusa di aver rinnegato Cristo, qualora non abbia esortato i fedeli a mettersi d’accordo con l’avversario.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Serm. 9, 2-3)

 

La Parola è il tuo avversario!

Se di giorno in giorno dobbiamo attendere il giorno incerto, accordati con l'avversario, mentre è con te per via 4. Per via s'intende questa vita, per la quale tutti passano. E questo avversario non si ritira.

 

Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d'accordo con il diavolo. È un altro l'avversario, che l'uomo stesso si rende avversario.

 

Chi è dunque l'avversario? La Parola di Dio. La Parola di Dio è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Ti dice: Unico è il tuo Dio (Dt 6, 4; cf. Es 20, 2-3), adora l'unico Dio. Tu invece, abbandonato l'unico Dio, che è come il legittimo sposo della tua anima vuoi fornicare con molti demoni e, ciò che è più grave, non lo lasci e non lo ripudi apertamente come fanno gli apostati, ma rimanendo nella casa del tuo sposo, fai entrare gli adulteri. Cioè, come cristiano non abbandoni la Chiesa, ma consulti gli astrologi o gli aruspici o gli indovini o i maghi. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all'adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ti si dice: Non assumere invano il nome del Signore Dio tuo (Es 20, 7), perché non pensi che sia creatura Cristo, per il fatto che per te ha assunto la creatura. E tu disprezzi lui che è uguale al Padre e una sola cosa con il Padre (cf. Gv 10, 30). Ti si dice di rispettare spiritualmente il sabato (cf. Es 20, 8), non come i giudei che osservano il sabato senza far nulla materialmente. Vogliono infatti astenersi dal lavoro per darsi alle frivolezze e alle loro lussurie. Sarebbe molto meglio che il giudeo facesse qualcosa di utile nel suo campo anziché stare turbolento nel teatro, e sarebbe meglio che le loro donne nel giorno di sabato lavorassero la lana anziché danzare impudicamente tutto il giorno sotto i loro porticati. A te è detto di rispettare spiritualmente il sabato, nella speranza del riposo futuro che il Signore ti promette. Chiunque, per quel riposo futuro, agisce nei limiti del possibile, benché sembri faticoso quanto fa, tuttavia se lo riferisce alla fede nel riposo promesso, non ancora possiede il sabato nella realtà, ma lo possiede nella speranza. Tu invece vuoi riposare per affaticarti, mentre dovresti lavorare per poterti poi riposare. Ti si dice: Onora tuo padre e tua madre (Es 20, 12). Rechi ingiuria ai genitori, tu che non vuoi avere pene da parte dei tuoi figli. Ti si dice: Non uccidere (Es 20, 13); tu invece vuoi uccidere il tuo nemico; e forse non metti in pratica questo tuo desiderio perché temi il giudice umano, non perché pensi a Dio. Non sai che egli è testimone anche dei pensieri? Anche se continua a vivere colui che tu vorresti che morisse, Dio ti ritiene omicida nel cuore (1 Gv 3, 15). Ti si dice: Non commettere adulterio (Es 20, 14), cioè non andare con alcun'altra donna all'infuori di tua moglie. Tu invece questo comportamento lo esigi da tua moglie ma non lo vuoi rispettare nei confronti di tua moglie. E mentre dovresti precedere la moglie nella virtù - e la castità è una virtù - tu cadi al primo assalto della libidine. Vuoi che tua moglie ne esca vincitrice, tu rimani vinto.

 

Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio. E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? Temo di essere avversario anch'io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini. Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli - e abbondano questi tali - non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d'accordo con l'avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire.

 

IN BREVE...

Anzitutto badate a non lasciarvi tentare se non intendete ancora le Scritture sante; se le intendete, a non insuperbirvi; quello che non intendete, rimandate ad altri tempi con rispetto, e quello che intendete, tenetelo con sentimenti di carità. (Serm. 51, 35)

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole,

porgi l’orecchio ai miei detti;

non perderli mai di vista,

custodiscili nel tuo cuore,

perché essi sono vita per chi li trova

e salute per tutto il suo corpo.

(Pro 4, 20-22)

 

INTRODUZIONE

"Quanto a noi, con la presente opera... ci rivolgiamo a colui che, credendo già in Dio, vuole compiere meglio il suo divino volere. Costui esortiamo a specchiarsi in questo libro per constatare quanto cammino abbia fatto nella santità della vita e nelle opere buone e quanto invece gliene resta da percorrere". Con queste parole Agostino introduce la sua opera Speculum, una raccolta di precetti, isolati dalla Bibbia, perché siano di rapida consultazione. In tal modo il lettore "potrà ringraziare Dio per le mete conseguite e, per quanto non ha ancora raggiunto, impegnarsi per raggiungerlo, mentre lavora e prega con fede e pietà per conservare quello che possiede e per conseguire ciò che gli manca". Il cristiano è invitato a riflettere sulla Bibbia, in un cammino di comprensione e meditazione della Parola di Dio, ed a riflettere nella Bibbia, come davanti ad uno specchio, la sua vita, al fine di riconoscerne gli aspetti positivi e negativi.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 49, 5-6)

 

La Parola di Dio è la cartina tornasole di ogni tuo comportamento

Riguardo al giudizio, ne ho trattato domenica scorsa dicendo che tu devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto! Giùdicati, non ti risparmiare. Ciò che giustamente in te ti dispiace, castigalo, emendalo, correggilo. Ti sia come specchio la sacra Scrittura. Questo specchio ha un riflesso non menzognero, un riflesso che non adula, che non ha preferenze per alcuno. Se sei bello, lì ti vedrai bello; se sei brutto, lì ti vedrai brutto. Quando però sei brutto e prendi lo specchio e lì ti riscontri essere brutto, non incolpare lo specchio. Torna in te: lo specchio non ti inganna; non essere tu a ingannare te stesso. Giùdicati, rattrìstati della tua bruttezza, di modo che, lasciando lo specchio e allontanandoti rattristato, perché sei brutto, una volta corretto puoi ritornare bello. In primo luogo dunque giudica te stesso e giudicati senza adulazione; successivamente giudica con amore anche il prossimo. Puoi infatti giudicare qualcosa solo sulla base di ciò che vedi. Può succedere, ad esempio, che tu veda la colpa di cui tu sei imbrattato; può succedere che lo stesso tuo prossimo ti confessi la sua colpa e manifesti all'amico ciò che teneva nascosto nel cuore. Giudica come vedi. Ciò che non vedi, lascialo al giudizio di Dio. Quando poi giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l'amore che devi all'uomo; non odiare l'uomo a motivo dei suoi vizi. L'uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l'amico solo se e quando odierai ciò che all'amico nuoce. Se credi, farai questo, poiché il giusto vive di fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17).

 

Sii dunque simile a un medico. Il medico non amerebbe l'ammalato se non odiasse la malattia. Per liberare il malato, si accanisce contro la febbre. Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi.

 

IN BREVE...

A noi è stata data la dolcezza delle Scritture per resistere in questo deserto della vita umana. (Serm. 4, 10)

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in Lui

(Sal 37, 7)

 

INTRODUZIONE

L’ascolto della Parola di Dio non si identifica con il sentire superficiale e distratto, con un suono che percuote le orecchie e lascia indifferenti. Il vero ascolto richiede un’assimilazione interiore della voce divina. Il peccato che è a monte di qualsiasi altro peccato è quello di chiudere il cuore all’ascolto: è la durezza dei cuori, l’incomprensione che interrompe quel silenzio interiore (silentium cordis), che è la condizione necessaria per dialogare con Dio. Nel Serm. 37, 1 Agostino invita al silenzio i suoi fedeli, perché nel silenzio preparino un nido nel quale accogliere degnamente la Parola di Dio. "Se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere nella solitudine" (In Io. Ev. 17, 11).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 12, 4-5)

 

Dio parla nel silenzio del cuore

Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, come attraverso il libro delle sacre Scritture. Parla tramite qualche elemento del mondo, come ha parlato ai magi attraverso una stella (cf. Mt 2, 2). Che cosa è il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla tramite la sorte, come ha parlato nella scelta di Mattia al posto di Giuda (cf. At 1, 26). Parla tramite l'essere umano, come attraverso il profeta. Parla tramite l'angelo, come sappiamo abbia parlato ad alcuni dei patriarchi (cf. Gn 22, 11), dei profeti (cf. Dan 14, 33) e degli Apostoli (cf . At 5, 19-20). Parla tramite una qualche creatura fatta di voce e di suono, come leggiamo e crediamo siano scese delle voci dal cielo, pur non vedendosi nessuno con gli occhi (cf. Mt 3, 17). Infine all'uomo stesso Dio parla, non esternamente tramite le sue orecchie o gli occhi, ma interiormente, nell'anima, in varie maniere: o in sogno, come è scritto che parlò a Labano l'arameo, perché non facesse alcun male al suo servo Giacobbe (cf. Gn 31, 24), e al faraone per annunciargli sette anni di abbondanza e altrettanti di carestia (cf. Gn 41, 1-7). Oppure inebriando lo spirito dell'uomo, ciò che i greci chiamano estasi, come a Pietro, mentre era intento alla preghiera, apparve un recipiente, che veniva calato dal cielo, pieno di simboli dei pagani che avrebbero creduto (cf. At 10, 10-16); o infine nella stessa mente, quando ciascuno intuisce l'autorità o la volontà di Dio, come Pietro da quella stessa visione conobbe, riflettendo fra sé, quanto il Signore voleva che facesse (cf. At 10, 19). Nessuno può conoscere ciò che Dio vuole, se interiormente non risuona un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi. Infatti nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. Ma la verità è Dio. E se in tanti modi essa parla agli uomini sia buoni che cattivi - benché non tutti quelli ai quali parla in così diverse maniere possano vedere la sua sostanza e natura - quale uomo può, congetturando o riflettendo, contare in quanti e quali modi questa Verità parli agli angeli: sia ai buoni, i quali godono, contemplandola con singolare carità, del suo ineffabile splendore e bellezza; sia ai cattivi i quali, rovinati dalla loro superbia e condannati all'inferno dalla stessa Verità, possono in qualche modo a noi sconosciuto udire la sua voce, benché non siano degni di vedere il suo volto?

 

Perciò, dilettissimi fratelli, fedeli di Dio e veri e propri figli della Madre cattolica, nessuno vi inganni con cibi avvelenati, anche se ancora avete bisogno di essere nutriti di latte (cf. 1 Cor 3, 2; Eb 5, 12-14). Camminate ora con perseveranza nella fede della verità (cf. 2 Tess 2, 12), perché a tempo determinato e opportuno possiate arrivare alla visione della stessa verità (Cf. Tt 1, 1-2). Come dice l'Apostolo: Mentre viviamo nel corpo siamo pellegrini lungi dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non nella visione(2 Cor 5, 6-7). La fede in Cristo conduce alla visione del Padre. Perciò il Signore dice: Nessuno viene al Padre se non per me (Gv 14, 6-10).

 

IN BREVE...

Il Signore non si fa sentire alle orecchie del corpo in maniera più forte che nel segreto del pensiero, dove Lui solo ascolta, dove Lui solo è udito. (Serm. 12, 3)

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

(Mt 23, 10)

Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori.

(Ef 3, 17)

 

INTRODUZIONE

"Noi parliamo, ma è Dio che ammaestra; noi parliamo, ma è Dio che insegna" (Serm. 153, 1). Con grande umiltà Agostino, instancabile predicatore, riconosce la sterilità delle sue parole, a meno che Cristo, che abita nei cuori degli uomini, non si degni di far ascoltare la sua voce nell’intimo dell’uomo. Alla scuola di Cristo si pone lo stesso Agostino: egli sa di dover ammaestrare, ammonire ed aiutare i suoi fedeli; ma sa anche che, mentre esercita tale ministero, lui stesso deve sedere dalla parte dei fedeli, seguendo gli insegnamenti del Maestro interiore. "Entra con me, se puoi, nel santuario di Dio. Forse là, se posso, ti insegnerò; o meglio, impara con me da Colui che mi ammaestra" (Serm. 48, 8).

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In 1 Io. Ep. tr. 3, 13)

 

Sia Cristo a parlare dentro di voi

 

Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

 

IN BREVE...

Rientrate nei vostri cuori, voi che siete lontani da Dio, e aderite a Dio che vi ha creato. Rimanete stabilmente con Lui e sarete salvi; riposate in Lui e avrete pace. Dove volete andare? In cerca di sofferenze? Dove volete andare? Il bene che desiderate viene da Lui. (Confess. 4, 12, 18)

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

Ma Gesù disse: Beati piuttosto coloro

che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!.

(Lc 11, 28)

 

INTRODUZIONE

"Al termine della vita (Agostino) si lamenta, recensendo le sue opere, che "dovunque, me presente, vi fosse stato bisogno di parlare al popolo, molto raramente mi fu permesso di tacere e di ascoltare gli altri" (Ritrattazioni, prologo 2). La predicazione costituiva per il vescovo di Ippona una grossa fatica e un continuo tormento: una fatica per lo sforzo fisico che richiedeva - non era raro il caso che dovesse smettere di parlare per la stanchezza o per la completa afonia - e un tormento per l’impossibilità di dedicarsi, come avrebbe voluto, allo studio... (Infatti) per parlare bisogna sapere ascoltare. sarà perciò "un vano predicatore della Parola di Dio all’esterno chi non l’ascolta di dentro" (Serm. 179, 1). Da questo precetto nascono il desiderio insaziabile di studiare le Scritture divine e il carattere eminentemente biblico della sua predicazione. È maestro e si sente discepolo. Vuol nutrire gli altri della stessa mensa di cui si nutre egli stesso. "Da questa cattedra siamo per voi come maestri, ma siamo condiscepoli con voi sotto quell’unico Maestro" (En. in Ps. 126, 3)". (P. A. Trapè)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 179, 1-2)

 

Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio che ti parla

Il beato apostolo Giacomo si riferisce agli ascoltatori assidui della parola di Dio, dicendo: Ma siate di quelli che mettono in pratica la parola e non ascoltatori soltanto, ingannando voi stessi.(Gc 1, 22). Non ingannate certo colui al quale appartiene la parola, oppure colui che ne è ministro, ma ingannate voi stessi. A motivo dunque di questa affermazione, che sgorga dalla sorgente della verità per la parola veracissima dell'Apostolo, anche noi prendiamo coraggio ad esortarvi e ad esaminare noi stessi, mentre indirizziamo a voi un ammonimento. È indubbiamente senza frutto chi predica all'esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo. Non siamo neppure così estranei alla condizione umana ed alla riflessione basata sulla fede da avvertire, noi che predichiamo ai popoli la parola di Dio, i nostri personali pericoli. D'altra parte ci consola il fatto che là, dove siamo in pericolo nell'esercizio dei nostri ministeri, veniamo sostenuti dalle vostre preghiere. Appunto perché sappiate, fratelli, che, rispetto a noi, vi trovate in luogo più sicuro, vi espongo un'altra affermazione dello stesso Apostolo, il quale dice: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare (Gc 1, 19).

 

È opportuno che io vi esorti a non essere soltanto ascoltatori della parola, ma di quelli che la mettono in pratica. In conseguenza, poiché vi parliamo spesso, chi non ci giudica, facendo poco conto del fatto che vi siamo obbligati, quando legge: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare? Ecco, la cura di voi non ci permette di mettere in pratica tale affermazione. Perciò dovete pregare, sostenere chi costringete ad essere nel pericolo. Nondimeno, fratelli miei, vi dirò ciò che voglio crediate, perché non potete vederlo nel mio cuore. Io che parlo frequentemente, per mandato del mio signore e fratello, il vostro vescovo, e perché voi lo domandate, allora sono veramente contento, mentre ascolto, non quando predico. Allora infatti trovo piacere senza timore. Quel godimento non comporta orgoglio. Dove è la roccia della verità autentica, là non si può avere paura del precipizio della vanagloria. E perché sappiate che in realtà è cosí, ascoltate quel che è stato detto: Mi farai sentire gioia e letizia. Allora godo, quando ascolto. Proseguendo ha poi aggiunto: Esulteranno le ossa umiliate (Sal 50, 10). Mentre ascoltiamo, quindi, siamo umili; ma quando predichiamo, se non siamo in pericolo per superbia, per lo meno è certo che ci sentiamo frenati. E se non mi esalto, sono in pericolo in quanto cosciente di non esaltarmi. Quando invece ascolto, godo senza che alcuno m'inganni, mi diletto senza essere notato.

 

IN BREVE...

Siano le tue Scritture le mie caste delizie: in esse io mi diletto. (Confess. 11, 25)

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,

questi è per me fratello, sorella e madre.

(Mt 12, 50)

 

INTRODUZIONE

Maria non è resa grande dal dono ricevuto (generare Cristo nella carne), ma dalla fede in Cristo. La Vergine prima ha generato il Figlio di Dio nella fede, nella carne e nel cuore verginale; poi, come forza cogente, lo ha concepito fisicamente. La beatitudine per la Vergine Maria è nell’aver conservato l’integrità della fede, nell’ascolto e nell’obbedienza umile alla Parola di Dio.

 

La Chiesa guarda a Maria come figura tipologica da imitare nel suo ruolo di madre e vergine: "Maria mise al mondo fisicamente il capo Cristo di questo corpo Chiesa; la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo" (La verginità consacrata 2, 2). Come madre la Chiesa genera alla fede, nel battesimo, i figli redenti da Cristo, membra del suo corpo mistico; come vergine conserva integra la fede in riferimento a Cristo, suo sposo.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 72/A, 7)

 

Maria custodì la verità nella mente più che la carne di Cristo nel ventre

Ecco, fratelli miei, ponete piuttosto attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: Sono questi mia madre e i miei fratelli. E se uno farà la volontà del Padre mio che mi ha inviato, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre (Mt 12, 49-50). Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa più felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! (Lc 11, 27). Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11, 28). È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica. Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale di più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d'un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo.

 

IN BREVE...

 

Maria era madre in quanto fece la volontà del Padre. È questo che il Signore volle esaltare in lei: di aver fatto al volontà del Padre, non di aver generato dalla sua carne la carne del Verbo. (In Io. Ev. tr. 10, 3)

PRIMA SETTIMANA DI QUARESIMA:

TEMPO DI CONVERSIONE E PENITENZA CON SANT'AGOSTINO

 

 

 

DOMENICA

 

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto

per essere tentato dal diavolo.

(Mt 4, 1)

Come per la disobbedienza di uno solo sono stati costituiti peccatori,

così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

(Rom 5, 19)

 

INTRODUZIONE

Dai tempi di Adamo l’uomo è chiamato a dar prova della sua fedeltà a Dio di fronte alle tentazioni del maligno. La capacità di scegliere Dio al posto di Satana è messa sempre in discussione. Ecco allora ci viene in aiuto l’insegnamento di Cristo tentato nel deserto: "se Egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo tu avresti imparato a combattere contro il tentatore?". Le tre tentazioni diaboliche riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo: il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora un detto di Agostino: quando sei colto dai morsi della fame - e noi aggiungiamo anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 90, d. 2, 6-7)

 

La tentazione di Cristo è di grande ammaestramento per il cristiano

Il Signore fu battezzato; dopo il battesimo fu tentato e infine digiunò per quaranta giorni, per adempiere un mistero di cui spesso vi ho parlato. Non si possono dire tutte le cose in una volta per non sciupare del tempo prezioso. Dopo quaranta giorni il Signore ebbe fame. Avrebbe potuto anche non provare mai la fame; ma, se così avesse fatto, in qual modo sarebbe stato tentato? E se egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo avresti tu imparato a combattere contro il tentatore? Ebbe fame, ho detto; e subito, il tentatore: Di' a queste pietre che diventino pani, se sei il Figlio di Dio (Mt 4, 3). Era forse una gran cosa per il Signore Gesù Cristo cambiare le pietre in pane? Non fu lui che con cinque pani saziò tante migliaia di persone? (cf. Mt 14, 17-21). Quella volta creò il pane dal nulla. Donde fu presa infatti una così grande quantità di cibo che bastò a saziare tante migliaia di persone? Le fonti del pane erano nelle mani del Signore. Non c'è niente di strano in questo: infatti, colui che di cinque pani ne fece tanti da saziare tutte quelle migliaia di persone, è lo stesso che ogni giorno trasforma pochi grani nascosti in terra in messi sterminate. Anche questi sono miracoli del Signore ma, siccome avvengono di continuo, noi non diamo loro importanza. Ebbene, fratelli, era forse impossibile al Signore fare dei pani con le pietre? Con le pietre egli fa degli uomini, come diceva lo stesso Giovanni Battista. Dio è capace di suscitare da queste pietre figli per Abramo (Mt 3, 9). Perché dunque non operò il miracolo? Per insegnarti come devi rispondere al tentatore. Poni il caso che ti trovi nell'afflizione. Ecco venire il tentatore e suggerirti: Tu sei cristiano e appartieni a Cristo; perché ti avrà ora abbandonato? Perché non ti manda il suo aiuto? Ricordati del medico. Talora egli taglia e per questo sembra che abbandoni; ma non abbandona. Come capitò a Paolo, il quale non fu esaudito proprio perché doveva essere esaudito. Paolo dice infatti che non fu esaudita la preghiera con cui chiedeva gli fosse tolto il pungiglione della carne, l'angelo di satana che lo schiaffeggiava, e aggiunge: Per questo pregai tre volte il Signore affinché me lo togliesse. In risposta egli mi disse: Ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 8-9). Siate perciò forti, fratelli! Se talvolta siete tentati da qualche strettezza, è Dio che vi flagella per mettervi alla prova: egli che vi ha preparato e vi conserva l'eredità eterna. E non lasciate che il diavolo vi dica: Se tu fossi giusto, non ti manderebbe forse Dio il pane per mezzo di un corvo, come lo mandò ad Elia (1 Re 17, 6)? Non hai forse letto le parole: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane (Sal 36, 25)? Rispondi al diavolo: È vero quello che dice la Scrittura: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane; ho infatti un mio pane che tu non conosci. Quale pane? Ascolta il Signore: Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola di Dio (Mt 4, 4). Non credi che la parola di Dio sia pane? Se non fosse pane il Verbo di Dio, per cui mezzo sono state fatte tutte le cose, il Signore non direbbe: Io sono il pane vivo, io che sono disceso dal cielo (Gv 6, 41). Hai dunque imparato che cosa devi rispondere al tentatore quando sei colto dai morsi della fame.

 

E che dirai se il diavolo ti tenta dicendoti: Se tu fossi cristiano faresti miracoli come ne fecero, molti antichi cristiani? Ingannato da questo malvagio suggerimento, ti potrebbe venire la voglia di tentare il Signore Dio tuo, dicendogli: Se sono cristiano, se lo sono dinanzi ai tuoi occhi e tu mi annoveri nel numero dei tuoi, concedimi di fare anch'io qualcuna delle gesta che compirono i tuoi santi. Hai tentato Dio pensando che non saresti cristiano se non facessi tali cose. Molti sono caduti proprio per il desiderio di tali gesta portentose... Ebbene, che cosa devi rispondere per non tentare Dio se il diavolo ti tentasse dicendoti: Fa' miracoli? Rispondi ciò che rispose il Signore. Il diavolo gli disse: Gettati giù, perché sta scritto che egli ha comandato ai suoi angeli di occuparsi di te, di sollevarti nelle loro mani perché tu non inciampi con il piede nella pietra (Mt 4, 6). Voleva suggerirgli: Se ti butterai giù gli angeli ti sosterranno. Poteva certamente accadere, fratelli, che, se il Signore si fosse buttato nel vuoto, gli angeli devotamente avrebbero sostenuto la sua carne. Invece egli che cosa rispose? Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Tu mi credi un uomo, rispose. Per questo infatti il diavolo gli si era avvicinato, per provare se fosse o no Figlio di Dio. Egli vedeva solo la carne, mentre la maestà si palesava attraverso le opere, e gli angeli gliene avevano reso testimonianza. Il diavolo dunque lo vedeva mortale e per questo lo tentò; ma la tentazione di Cristo è stata di grande ammaestramento per il cristiano. Che cosa è dunque ciò che sta scritto? Non tenterai il Signore Dio tuo! Non tentiamo perciò il Signore dicendo: Se apparteniamo a te, concedici di fare miracoli.

 

IN BREVE...

(Cristo) si è fatto per noi via in questo esilio, in modo che noi camminando in lui non ci smarriamo, non veniamo meno, non ci imbattiamo nei ladroni, non cadiamo nelle trappole. (En. in Ps. 90, d. 2, 1)

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

Vigilate. Il vostro nemico, il diavolo,

come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare.

Resistetegli saldi nella fede.

(1 Pt 5, 8-9)

 

INTRODUZIONE

L’uomo, grande abisso: chi può conoscere cosa si nasconda nel suo cuore, se non Dio solo? E perché l’uomo possa per lo meno rendersi cosciente di una tale condizione è messo alla prova da Dio. Dio tenta, ma in modo differente dal diavolo: non per suscitare un atto di ribellione, ma per rivelare all’uomo "qualcosa che prima gli era nascosto", quelle cose che risultano "occulte allo stesso uomo entro cui sono". L’azione di Dio è pedagogica: Egli non acconsente che l’uomo subisca una tentazione superiore alle sue forze. A colui che si mantiene fedele è promessa "la corona della vita" (Ap 2, 10). La Bibbia racconta i casi di numerose tentazioni di Dio nei confronti dell’uomo: l’esempio più conosciuto è quello di Abramo e del figlio Isacco.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 2, 3)

 

Dio tenta l’uomo, perché l’uomo conosca se stesso

Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell'uomo è occulto. L'uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L'uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l'uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell'uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l'occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l'Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l'uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.

 

IN BREVE...

La onnipotente tua mano non è lontana da noi neanche quando noi siamo lontani da Te... O Signore, tu colpisci, ma per risanare; ci uccidi, perché non si muoia lontani da Te. (Confess. 2, 2)

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

Non ricordare i peccati della mia giovinezza:

ricordati di me nella tua misericordia,

per la tua bontà, Signore.

(Sal 25, 7)

 

INTRODUZIONE

Le piccole gocce, se continue ed insistenti, riempiono i fiumi o scavano la pietra; analogamente i piccoli e quotidiani peccati, pur nella loro levità, sono capaci, proprio perché numerosi, di condurre l’uomo alla morte. "Sono lievi, non sono gravi": è la giustificazione istintiva che l’uomo formula confrontandosi con colpe maggiori. Una tale affermazione pecca di autosufficienza da parte dell’uomo. Quali i rimedi che la Scrittura propone per ovviare ad una simile fragilità umana? Applicarsi alle opere di misericordia corporale e spirituale, alla preghiera, ai digiuni e alle elemosine; ad essi Agostino aggiunge in altri discorsi il pianto e la contrizione del cuore.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 9, 17)

 

Guardarsi dai peccati lievi e numerosi

Se delle seduzioni mondane cercano di insinuarsi nella vostra anima, applicatevi alle opere di misericordia, attendete all'elemosina, al digiuno, alla preghiera. Con questi mezzi infatti vengono rimessi i peccati quotidiani, che non possono non insinuarsi nell'anima, a causa della fragilità umana. Non trascurarli perché sono meno gravi, ma temi per il fatto che sono molti. Fate attenzione, fratelli miei. Sono lievi, non sono gravi. Non è una bestia grande come un leone, che possa scannarti con un solo morso. Ma la maggior parte delle volte anche gli animaletti piccoli, se molti, possono uccidere. Se uno viene gettato in un luogo pieno di pulci, non vi muore forse? Non sono grandi, ma la natura umana è debole e può essere uccisa anche da animali minutissimi. Così anche i piccoli peccati; voi fate osservare che sono piccoli: state attenti, però, perché sono molti. Quanto sono fini i granelli di sabbia! Ma se in una nave ce se ne mettono troppi la sommergono fino a farla colare a picco. Quanto sono minute le gocce della pioggia! Tuttavia non fanno straripare i fiumi e crollare gli edifici? Perciò non trascurate questi piccoli peccati. Ma direte: "E chi può essere senza di essi?". Perché tu non dicessi questo - poiché veramente nessuno potrebbe - Dio misericordioso, vedendo la nostra fragilità, pose contro di essi dei rimedi. Quali sono i rimedi? Le elemosine, i digiuni, le preghiere: sono questi tre. Perché tu possa pregare con sincerità, bisogna fare elemosine perfette. Quali sono le elemosine perfette? Queste: che quanto ti abbonda lo dia a chi non l'ha, e quando qualcuno ti offende, lo perdoni.

 

IN BREVE...

In quanto uomini non possiamo evitare le cadute; quel che importa non è ignorarle o minimizzarle. I fiumi che straripano non sono fatti di piccole gocce? Una piccola infiltrazione non riparata in tempo provoca a lungo andare l’affondamento della barca. (Serm. 58, 9-10)

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;

lo fece a immagine della propria natura.

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo.

(Sap 2, 23-24)

 

INTRODUZIONE

Agostino invita l’uomo peccatore ad un onesto esame di coscienza, che ne metta in luce la responsabilità di fronte al male. Se il peccato è la perversione della volontà umana, che si rivolge a beni inferiori piuttosto che cercare il Bene Sommo, allora non può attribuirsi che all’uomo. Allo stesso modo l’uomo non deve cadere nella tracotanza e nell’orgoglio, riconoscendo come proprio il bene che compie. Il bene viene da Dio, il male dall’uomo: di qui ne deriva il principio agostiniano, secondo il quale l’uomo elimini da sé la sua opera di peccatore, per lasciare spazio in sé all’opera redentrice di Dio.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 16/B, 1-2)

 

Il bene che compi è Dio a compierlo; il male che fai, sei tu a farlo

Se dei tuoi peccati tu vuoi dare ad altri la colpa, come ho detto, o alla fortuna o al destino o al diavolo, e non a te stesso; oppure se delle tue opere buone a te stesso vuoi dare il vanto e non a Dio, saresti perverso. Invece, qualunque male tu faccia, lo fai per tua malizia, e qualunque bene tu faccia, lo fai per grazia di Dio.

 

Ma considerate come certi uomini, anche non volendo, vanno talmente avanti nella bestemmia fino a mettere sotto accusa Dio stesso. Quando uno comincia ad accusare la fortuna dicendo che essa lo ha costretto a peccare o che essa ha peccato in lui, quando comincia ad accusare il destino, gli si può chiedere: "Ma la fortuna che cos'è? Che cos'è il destino?". Quegli cercherà di dire che al peccato lo hanno portato le stelle. Vedete come a poco a poco la sua bestemmia cammina verso Dio. Le stelle infatti chi le ha poste nel cielo? Non forse Dio, creatore di tutto? Se dunque lui vi ha posto queste stelle, ed esse ti costringono a peccare, non ti par che sia lui l'autore dei tuoi peccati? Vedi, o uomo, quanto sei perverso! Mentre Dio accusa i tuoi peccati non per punirtene, ma perché, punendo quelli, tu ne sia liberato, tu nella tua perversità, se fai qualcosa di buono l'attribuisci a te, se fai qualcosa di cattivo l'attribuisci a Dio. Ravvediti da questa perversità. Correggiti, comincia a contraddire te stesso e a parlare diversamente a te stesso. Prima che cosa dicevi? "Il bene che faccio, lo faccio io; il male che faccio, lo fa Dio". La verità è ben altra: il bene che fai è Dio che lo fa, il male che fai, sei tu che lo fai. Se l'intendi in questo modo, non è inutile il tuo canto: Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

Perché se ciò che è male lo fa Iddio e ciò che è bene lo fai tu, tu dici contro Dio un'iniquità. Sentite su questo che cosa dice il salmo: Non alzate la testa contro il cielo e non dite iniquità contro Dio (Sal 74, 6). Era infatti un'iniquità quella che dicevi contro Dio, per cui tutto il bene lo volevi attribuire a te e tutto il male a lui. Alzando la testa superbamente dicevi iniquità contro Dio. Solo umiliandoti puoi parlare con equità. E quale è l'equità che esprimerai umiliandoti? Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

IN BREVE...

La carità è la radice di tutte le opere buone. Come la cupidigia è la radice di tutti i mali (1 Tim 6, 10), così la radice di tutti i beni è la carità. (Serm. 223/E, 2)

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito,

che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

(Lc 15, 7)

 

INTRODUZIONE

Nell’attesa della seconda venuta del Figlio di Dio, quando giudicherà il mondo alla fine dei tempi, la Chiesa vive il tempo della misericordia. Dio nella sua grandezza d’animo dà testimonianza di pazientare, di offrire sempre una nuova occasione di pentimento al peccatore, prolungandogli i giorni di vita. Tuttavia il perdono di Dio esige che il peccatore sia disposto a perdonare il prossimo. Accusare gli altri per scusare se stessi affretta il tempo della condanna da parte di Dio. Il perdono negato al fratello si ritorcerà inevitabilmente su se stessi, perché con la misura con la quale si misura, saremo misurati (Cf. Mt 7, 2).

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 17, 5)

 

È questo il tempo della misericordia nel quale ci è dato di correggerci

Ora infatti, quando tu compi il male, ti sembra di esser buono, perché non vuoi vedere te stesso. Rimproveri gli altri, ma a te non guardi; accusi gli altri, ma a te stesso non pensi; gli altri li metti davanti ai tuoi occhi, ma te stesso poni dietro la tua schiena. Io invece, quando ti incolperò, farò il contrario. Ti prenderò via dalla tua schiena e ti porrò davanti ai tuoi occhi. Allora ti vedrai e ti piangerai. Ma non ci sarà più la possibilità di cambiarti. Tu trascuri il tempo della misericordia: verrà il tempo del giudizio. Tu stesso infatti mi hai cantato nella chiesa: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore 14. È dalla nostra bocca che risuona, dappertutto le chiese rintronano a Cristo: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore. È questo il tempo della misericordia e ci possiamo correggere; non è ancora arrivato il tempo del giudizio. C'è ancora modo; c'è ancora tempo. Abbiamo peccato, correggiamoci. Non è ancora finita la strada; il giorno non è ancora spirato, non ancora concluso. E non ci si disperi, il che sarebbe peggio; perché proprio per i peccati umani e scusabili, tanto più frequenti quanto più piccoli, Dio ha costituito nella sua Chiesa dei tempi di misericordia preventiva, cioè quella medicina quotidiana, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 15. Per queste parole infatti con faccia pulita ci accostiamo all'altare, per queste parole con faccia pulita comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo.

 

IN BREVE...

Vi piacciono queste parole; io però voglio i fatti. Non vogliate rattristarmi col vostro cattivo comportamento, perché la mia gioia in questa vita non è se non la vostra buona vita. (Serm. 17, 7)

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto

ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa

(1Gv 1, 8-9)

 

INTRODUZIONE

La vita presente non è vita a paragone di quella eterna (Cf. Serm. 16, 1). L’uomo vive in sé la tensione tra la bontà dell’opera di Dio e la malvagità connessa al peccato. San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 7, 19), sintetizza questo pensiero nell’assioma: "Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". L’uomo è pertanto un vero enigma: la sua interiorità è positiva, la sua prassi negativa. Egli necessita di un intervento esterno, che l’aiuti a superare lo scollamento tra ciò che è e ciò che fa. Tale aiuto è frutto dalla grazia divina: è la luce che apre gli occhi ottenebrati dal peccato, che invita ad uscire allo scoperto, ad operare la verità e secondo Verità. "Chi opera la verità condanna in se stesso le azioni cattive"; implora da Dio il perdono e, ricreato nel suo cuore, vive vigilante nell’attesa che risplendi la luce di Cristo.

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 12, 13-14)

 

Condanna i tuoi peccati per unirti a Dio

Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l'opera tua e ami in te l'opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l'avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d'avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.

 

Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell'orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l'omicidio, il furto, l'adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d'intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone - gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.

 

IN BREVE...

Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso: con la tua mano frughi nelle mie viscere di morte e purifichi l’abisso di corruzione che è nel mio animo, nel momento in cui non volli più ciò che prima volevo e volli invece ciò che volevi tu. (Confess. 9, 1)

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

Non conformatevi alla mentalità di questo secolo,

ma trasformatevi rinnovando la vostra mente,

per poter discernere la volontà di Dio,

ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

(Rom 12, 2)

 

INTRODUZIONE

Il peccato ha introdotto nel tempo la morte: ad essa nessuno può sottrarsi. Tuttavia la morte non domina indisturbata la scena del pellegrinaggio terreno, che si muove tra le vie di una città, Babilonia, assunta a simbolo della schiavitù del peccato. Nel tempo infatti è posta anche una promessa, la speranza di un compimento della storia che si realizzerà pienamente in un’altra città, la Gerusalemme celeste, la "gran madre celeste", che accoglie i figli redenti dal sacrificio di Cristo. La beatitudine in cielo è la vita in Dio; ma il suo inizio parte dalla dimensione terrena, con il desiderare ardentemente di vivere Deo, di vivere per Dio e con Dio, nell’attesa di godere della vita autentica che non avrà mai fine. Primo passo: gareggiare nell’accostarsi a Dio con un cuore contrito, che muova guerra al peccato: "È sicuramente meglio combattere contro i propri vizi che lasciarsi dominare da essi senza alcuna resistenza... nella speranza della pace eterna" (De civ. Dei 21, 15).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 216, 4)

 

La conversione è il passo necessario per guadagnare la vita eterna

Accostatevi dunque a lui con la contrizione del cuore, perché egli è vicino a chi ha il cuore contrito e vi salverà per i vostri spiriti affranti (cf. Sal 33, 19). Accostatevi a gara, per essere illuminati (cf. Sal 33, 6). Perché voi siete ancora nelle tenebre e le tenebre sono in voi. Ma sarete luce nel Signore (cf. Ef 5, 8), il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Vi siete conformati al secolo, ora convertitevi a Dio. Vi rincresca finalmente della schiavitù di Babilonia. Ecco Gerusalemme, la gran madre celeste, vi viene incontro lungo la via, invitandovi gioiosamente, e vi supplica perché desideriate la vita e amiate di vedere giorni buoni (cf. Sal 33, 13), giorni che mai avete avuto né mai potrete avere quaggiù. Quaggiù infatti i vostri giorni si dissolvevano come fumo; più crescevano, più diminuivano; più crescevate in essi, più venivate meno; più salivate in sù, più svanivate. Avete vissuto al peccato per anni numerosi e cattivi, desiderate ora di vivere a Dio; desiderate non molti di quegli anni che debbono aver fine e che corrono per perdersi nell'ombra della morte, ma quelli buoni, quelli vicini veramente alla vita autentica, in cui non vi indebolirete per fame o per sete, perché vostro cibo sarà la fede, vostra bevanda la sapienza. Adesso infatti nella Chiesa benedite il Signore nella fede 16, allora invece nella visione sarete abbondantemente dissetati alle sorgenti di Israele.

 

IN BREVE...

Tu stesso esàminati. Sempre ti dispiaccia quello che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Perché dal momento che sei soddisfatto di te stesso sei fermo. Se dici: "Basta!", sei perduto. Sempre aggiungi, sempre cammina, sempre progredisci; non fermarti per via, non tornare indietro, non uscire di strada... Va meglio uno zoppo per la strada che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 18)

 

 

 

 

 

 

 

 

PREMESSA

 

La Quaresima «mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l'ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa»: così leggiamo nel documento del Concilio Vaticano II sulla Sacra Liturgia (nr. 109). È un tempo liturgico sacro, un sacramentum - come si esprimevano i Padri della Chiesa - il segno di un tempo di grazia che coinvolge tutta la Chiesa: sia quanti si preparano a ricevere per la prima volta il battesimo, sia quanti riscoprono la propria vita di cristiani alla luce della Pasqua.

Per questo esercizio di preparazione, la Chiesa si dota di eccezionali strumenti, attraverso i quali si rende visibile l'azione di Dio che accompagna ogni uomo nel suo cammino di conversione: l'ascolto della Parola, la preghiera, la penitenza, la carità, il digiuno.

 

Il ciclo di letture domenicali secondo l'anno liturgico A, strutturato su di un itinerario battesimale, guida il fedele a conformarsi sempre più a Cristo, a diventare "cristiforme". Il modello cui aderire è Cristo, che sarà presentato di volta in volta come l'acqua viva che disseta, la luce del mondo, la risurrezione e la vita.

 

In questa prospettiva ripercorrendo le tappe dell'esperienza dello scorso anno, proponiamo un sussidio di testi agostiniani a commento di alcune tematiche evangeliche, aggiungendo ulteriori spunti di meditazione tratti dalle opere di sant'Agostino, in modo particolare per le ultime tre domeniche della Quaresima.


Preghiera per la Quaresima del Card. Carlo Maria Martini e riflessioni di Sant'Agostino

 

Il digiuno quaresimale può ridursi a gesto simbolico, che preveda solo un’astensione totale o parziale da cibi e bevande?

Certo in una società opulenta il digiuno risulta anche una piacevole alternativa ad una tavola sempre imbandita.

La privazione invece deve aprirsi alla generosità: "digiunare" per se stessi, da ogni comportamento egoistico ed autosufficiente, che tende ad assolutizzare ogni bene materiale; "digiunare per gli altri", coltivando la carità fraterna, la solidarietà verso il prossimo, l’aiuto verso i bisognosi.

Nel volto del fratello si rivela il volto di Cristo povero e bisognoso, "affinché Colui che vede dentro ti dica: Ecco sono qui!". Ciò sia fatto nel segno della gioia e del buon animo, deponendo tristezza, brontolii e fastidi, atteggiamenti che possono inficiare anche la bontà dell’azione che si sta realizzando.

 

www.augustinus.it

 

 

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui Salmi" di Sant'Agostino Vescovo (En. in ps. 42, 7-8)

 

Le ali della tua preghiera

In un salmo è detto: Io dissi: Signore, abbi pietà di me, risana l'anima mia, perché ho peccato contro di te (Ps 4, 5).

Questa supplica, fratelli, è sicura; ma vigilate nelle opere buone.

Toccate il salterio obbedendo ai comandamenti, toccate la cetra, sopportando le passioni. Spezza il tuo pane per chi ha fame (Is 58, 7), ha detto Isaia; non credere che sia sufficiente il digiuno.

Il digiuno ti mortifica, non soccorre gli altri.

Saranno fruttuose le tue privazioni se donerai ad altri con larghezza. Ecco, hai defraudato la tua anima; a chi darai ciò che ti sei tolto? dove porrai ciò che hai negato a te stesso?

Quanti poveri potrebbe saziare il pranzo che noi oggi abbiamo interrotto!

Il tuo digiuno deve essere questo: mentre un altro prende cibo, godi di nutrirti della preghiera per la quale sarai esaudito.

Continua infatti Isaia: Mentre ancora tu parli, io ti dirò: ecco son qui; se spezzerai di buon animo il pane a chi ha fame (Is 58, 9-10); perché di solito ciò vien fatto con tristezza e brontolando, per evitare il fastidio di colui che chiede, non per ristorare le viscere di chi ha bisogno. Ma Dio ama chi dona con letizia (2 Cor 9, 7).

Se avrai dato il pane con tristezza, hai perduto il pane e il merito. Fa' dunque questo di buon animo, affinché colui che vede dentro mentre ancora stai parlando ti dica: Ecco son qui.

Con quanta celerità sono accolte le preghiere di coloro che operano il bene! Questa è la giustizia dell’uomo in questa vita, il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio?

Donale due ali: il digiuno e l'elemosina.

Così ci trovi, così tranquilli ci scopra la luce di Dio e la verità di Dio, quando verrà a liberarci dalla morte Colui che già è venuto a subire la morte per noi. Amen.

 

In breve...

Quando un cristiano accoglie un cristiano, le membra servono alle membra e il Capo, Cristo, ne gioisce e conta come dato a sé ciò che si dona a un membro suo. Quaggiù sia nutrito Cristo affamato, assetato riceva la bevanda, nudo sia vestito, forestiero sia accolto, infermo sia visitato.

 

Questo è necessario durante il viaggio. Così si deve vivere in questo esilio, dove Cristo è bisognoso. È bisognoso nei suoi, ricco di ogni cosa in se stesso. (Serm. 263, 3)


 

 

 ..Come ci insegna San Gregorio, tutta la vita altro non è che una lunga Quaresima che trova il suo compimento nella festa della Pasqua nell’Eternità.

La Quaresima è anche tempo di preghiera. Oh , cari ragazzi, quali grandi risorse , quale ineusaribile tesoro è la preghiera. Peccato che spesso ce lo dimentichiamo. Quante volte durante il giorno recito la preghiera domenicale! Oh! Se volesse il cielo che conoscessimo e avessimo chiaro quel che domandiamo: Padre nostro che sei nei cieli.

Gesù Cristo in qualche modo ci vuol rendere simili a Lui e offrirci il diritto di chiamare suo Padre nostro Padre.

Sia fatta la sua volontà, venga il tuo Regno; il regno di Dio, il compimento della sua volontà, questo solo dobbiamo desiderare.

Dacci il nostro pane, non solo il pane per nutrire il nostro corpo, ma il vero pane, la carne e il sangue di Gesù che nutre la nostra anima. Rimetti a noi i nostri debiti, non permettere che cediamo alla tentazione, e liberaci dal male. L’unico vero male, il male del peccato e della dannazione.

Inoltre l’Ave Maria! I salmi! Quante preghiere con i salmi! Durante la Quaresima accresciamo questo spirito di preghiera, in modo che il nostro Ufficio non sia un semplice recitare esteriore, ma l’elevazione della nostra anima a Dio. E’ difficile? Si e no.

E’ difficile rimanere attenti, rinnovare in continuazione il proposito, ma una volta fatto nostro lo spirito di preghiera è facile. In questo ci sarà di aiuto lo spirito di mortificazione, terza disposizione che dobbiamo avere durante la Quaresima.

Ci meravigliamo dell’abilità dei domatori sulle bestie feroci. Arrivano fino a togliere qualcosa dalla bocca, come il cibo che hanno loro gettato; vediamo domatori introdursi nelle gabbie degli animali selvatici con in mano un pezzo di carne sanguinante. Gli animali sono là con la bocca aperta, affamata.

Il domatore infila nella loro bocca la carne e subito la ritrae, le bestie non osano opporsi, ruggiscono, ma non oppongono resistenza. La nostra natura rassomiglia a queste bestie, ha appetiti selvaggi. Con la mortificazione gli togliamo dalla bocca ciò che la potrebbe soddisfare. Hai voglia di questo e io non te lo do, vuoi essere indipendente, ti metterò il giogo. Con lo spirito di mortificazione siamo capaci di disporre nei confronti della nostra carne di quella forza di cui i domatori dispongono nei confronti degli animali feroci.

Queste le tre disposizioni che dobbiamo avere durante la Quaresima:

1 il sentimento d’amore

2 lo spirito di preghiera

3 lo spirito di mortificazione e soprattutto la mortificazione interiore. La vera mortificazione consiste nello sforzo che uno deve fare contro il proprio io, per il controllo sulla volontà. Si tratta qualcosa di lodevole, che ci mette nella disposizione di avere contro noi stessi quella forza che i domatori hanno sugli animali.

Questo dobbiamo fare durante la Quaresima. Insieme a chi lo faremo?

Con la Chiesa, sostenuti dall’intercessione di Maria che stava dritta ai piedi della croce, mentre Gesù moriva.

Ci concederà la grazia di seguire suo Figlio nella sua passione fino al Calvario.

Solo così la Quaresima ci darà una nuova vita, e ci fornirà una forza di santificazione che ci accompagnerà per tutto l’anno. Così di anno in anno arriveremo all’inizio di quell’anno di cui non vedremo la fine; al mese che inizieremo, ma non termineremo su questa terra; al giorno in cui vedremo il sole sorgere, e quello in cui non ne vedremo il tramonto, il giorno cioè della nostra morte, quella morte che oggi la Chiesa ci ricorda con l’imposizione delle ceneri sulla nostra testa, segno di penitenza, ma anche di morte. Domandiamo a Dio che la nostra vita, così breve e fugace venga vissuta nell’amore.

 

Dom Adrien Grea

Saint Antoine, 27 febbraio 1895


La Chiesa si risveglia nelle anime

 

La Chiesa essendo il punto di incontro di tutti i sacramenti cristiani, è essa stessa il grande Sacramento, che contiene e vivifica tutti gli altri

 

 

 

 

 

H. de Lubac

 

 

 

 

 Percorriamo e riflettiamo insieme a voi su alcuni speciali aspetti tanto caro cari a Dom Grea di carattere ecclesiologico e ne condividiamo il prezioso significato.

 

 

Partiamo innanzitutto dal bell’ articolo di P Fouret (tratto dal bollettino dei CRIC 1984 n 168; “Il vescovo e la vita religiosa”). Questo scritto riporta la lettera del vescovo Hamer rivolta a tre vescovi americani per aiutare i religiosi nell’opera di apostolato per vivere una piena vocazione ecclesiale. Hamer rassicura che questo compito non avrebbe inciso né su una diminuzione del ruolo dei vescovi né tantomeno sulla limitazione dei compiti dei religiosi ma anzi ne sottolinea l’importanza sul ruolo di guida dei vescovi e nel far progredire sulla via della santità i loro chierici e religiosi e laici secondo la loro vocazione.

 

Proprio a partire da questo punto giungiamo al cuore del discorso; Furet dice che il linguaggio espresso dal vescovo Hamer gli ricorda le belle pagine che Dom Grea ha dedicato alla figura vescovo, capo della Chiesa particolare, dove capo” non è solo da intendere capo dell’ organo sul quale è al comando ma come colui dal quale si dirama il corpo della Chiesa: la Chiesa particolare esiste dal suo vescovo, procede da lui, riceve da lui tutta la sua costituzione, riposa su di lui come “ l’edificio riposa sulle sue fondamenta”. “ Il vescovo è lui stesso il Cristo donato( alla Chiesa particolare) per farla nascere e vivere della vita divina”. Il parallelo è davvero stupefacente tra quello che dice Hamer e quello che diceva Dom Grea  già un secolo prima…

 

 

 

Nella sua opera principale Adriano Grea espresse pienamente la sua visione della Chiesa. Come esprime Vernet ( riportato da Serentha) negli “ inizi della teologia della Chiesa locale” dire Canonici regolari in Dom Grea “significa introdurre la vita comune e religiosa nel clero ordinario delle Chiese particolari, creando dei preti che siano i religiosi del vescovo, avendo come riferimento le Chiese particolari. Osserva de Lubac in questo testo l’eminente dignità riconosciuta ad ogni sacerdote, le cui funzioni e poteri sono essenzialmente gli stessi di quelli del vescovo (salvo il potere stesso dell’ordinazione). Nel suo sacro ministero il sacerdote cooperatore del vescovo non è il ministro del vescovo; egli è, come il vescovo, ministro di Cristo.La Chiesa universale è certamente superiore alla Chiesa particolare, ma questa assume un ruolo e importante e ben preciso attraverso il vescovo che ha con sé un rapporto intrinseco e ineliminabile con essa. Le Chiese particolari sono nella loro sede il popolo nuovo riunito con lo Spirito Santo, la concentrazione della Chiesa universale che si realizza nelle Chiesa particolari attraverso i sacramenti. Il tutto ( Chiesa universale) in una parte ( Chiesa) particolare)..nell’unità ( “La Chiesa locale Madre dei Cristiani e speranza per il mondo pag 13-14”).Così questa Chiesa non è semplicemente la confederazione di chiese particolari, ma la Chiesa le precede nel disegno divino e comunica ad esse ciò che sono, lungi dal ricevere da esse ciò è lei stessa.

 

 

 

Ecco che Dom Grea ha delineato una nuova ecclesiologia già alla fine dell’800 senza rinnegare la traduzione affinatasi negli anni passati ma precisandola e completandola, ponendosi come un esploratore, pionere il quale purtroppo per le traversie di fondatore dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione non ebbe riconosciuto ufficialmente il suo grande pensiero che già si profilava come un importante tassello degli studi di teologia prima precursore ora estremamente attuale e preziosissimo per il futuro della Chiesa.

 

 

  Associazione Culturale Dom Grea

 

 

 

 

 

Fonti:

 

“ l’Eveque et la vie religieuse” ( dicembre 1984 n 168)

 

La chiesa locale madre dei cristiani e speranza per il mondo ( pag 13-14)

 

 

 

Gli inizi della teologia della Chiesa locale “ De l’eglise” di Dom Grea” ( un hapax dans la theologie de l’epoque pag 33)

 

 

 

La spiritualità del presbitero diocesano oggi ( pag 93 la chiesa locale e la sua storia)

 

 

 

 

 

 

Conferenza Padre Lorenzo Rossi 14 aprile 2015

 

Una profezia per la Chiesa 

Ecclesiologia

 

Profondamente intrecciato a questo discorso è la visione di Antonio Rosmini 

anche lui pioniere, profeta di una nuova visione della Chiesa.

 

Rosmini è nostro contemporaneo in tutto, anche nell’anticipare di oltre un secolo, contro ogni uso del passato, la confessione pubblica delle colpe della Chiesa. Strappando il secolare velo dell’ipocrisia, egli confessa, con pietà e amore di figlio, ciò che oscura il volto della sua diletta Madre. Nell’opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, ancora oggi di un’attualità pari alla sua sconcertante arditezza, la sua tesi di fondo è che la Chiesa, se non è veramente libera dal potere politico, non può esercitare pienamente il suo ministero di amore e carità. L’autore vuole la Chiesa libera come alle origini “La Chiesa primitiva era povera, ma libera; la persecuzione non le toglieva la libertà del suo reggimento, né pure lo spoglio violento dei suoi beni, pregiudicava punto alla sua vera libertà. Ella non aveva vassallaggio, non protezione, meno ancora tutela o avvocazia”(  Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, a cura di A. Valle, Città Nuova Roma 1999, 229)

Oltre a un vivo amore per la Chiesa e una fede salda nella sua divina costituzione, l’opera mostra un’impressionante profondità di visione e una capacità anticipatrice che solo oggi si può pienamente apprezzare. Il teologo roveretano non ipotizzò riforme nella Chiesa , il cui corpo dottrinario è la stessa verità rivelata, come tale irriformabile. Egli parlò di risanamento da certi comportamenti invalsi nella pratica, e non intese neppure rivoluzionare la liturgia dell’epoca, bensì risvegliare lo spirito liturgico nel clero e nel popolo, e questo era per lui il vero rinnovamento della Chiesa “ Quale dannosa ignoranza lo scompaginare quasi mettere in opposizione fra di loro la vita religiosa e la vita sacerdotale, quasi che quella non sia un mezzo e questa un fine! Che perniciosa scissione non cagiona un pensare così stolto da parte nostra tra i sacerdoti secolari e religiosi! Quando la Chiesa in tutti i tempi e con tanti Concilii, i Padri con tanti scritti, i Santi con tanti sforzi, Sant’Agostino massimamente, Sant’Eusebio di Vercelli, San Gregorio Magno, ed altri infiniti cercarono di unire sempre i due stati in uno solo, appunto perché ben videro che la vita sacerdotale aveva stretto bisogno di quelle industrie e di quei mezzi spirituali, di cui religiosi tolgono a far speciale professione*29

La vita religiosa  deve essere mezzo per la pienezza e completa efficacia del sacerdozio, e deve essere congiunta a quella pastorale secondo una visione fondata sulla costante tendenza della Chiesa primitiva, che per Rosmini è la vera strada per il rinnovamento del clero:” In Gesù Cristo e negli apostoli erano unite insieme la vita pastorale e religiosa giacchè da una parte essi erano  i Pastori della Chiesa, e dall’altra professavano i consigli evangelici, che formano l’essenza della vita religiosa: ed è osservabile altresì come ad una congiunzione così eccellente e desiderabile sia stata sempre rivolta, conformemente al primo modello, la disciplina della Chiesa”*30

Nell’Ottocento l’abate di Rovereto fu il solo a fondare il principio del sacerdozio comune dei fedeli per una comunità ecclesiale unita a Cristo mediante l’unità sacerdotale del clero e popolo. I fedeli non dovevano essere più spettatori passivi, quasi esclusi dalla comunità ecclesiale, tagliati fuori da ogni apporto, ma dovevano essere protagonisti attivi assieme al clero  e impegnati nella scelta dei loro pastori:” Il popolo fedele non conviene punto disprezzarsi e considerarsi troppo bassamente: fra di lui non mancano giammai uomini santi, dei prudenti in Cristo, che hanno il senso di Cristo.

Esso popolo è una parte del mistico corpo di Cristo; insieme coi suoi Pastori e incorporato con il suo Capo, egli forma un corpo unico, con il Battesimo e con la Confermazione egli ha ricevuto l’impressione di un carattere indelebile, di un carattere sacerdotale, non già che i fedeli partecipino del sacerdozio pubblico o che abbiano alcuna giurisdizione…ma il semplice Cristiano gode tuttavia di un sacerdozio mistico e privato che gli dà una speciale dignità e potestà e un senso delle cose spirituali. Quindi non solo il Clero gerarchico e non gerarchico, ma anche il popolo cristiano ha certi suoi diritti, vi ha una libertà del Clero, vi ha una libertà del popolo dentro a quei confini che furono prescritti dalla sacra tradizione  e dalle leggi della Chiesa: tutti sono liberi in Gesù Cristo”*31

Finalmente e profeticamente Rosmini aveva scoperto il valore del laicato e il suo essere Chiesa a fronte dell’inveterato modo di concepirla soltanto in funzione di clero e gerarchia, valore fatto proprio dal Concilio Vaticano ii e confermato dalla catechesi di Giovanni Paolo II.”  La partecipazione e la corresponsabilità dei laici nella vita della comunità cristiana e la loro multiforme presenza di apostolato e di servizio nella società ci inducono ad attendere con speranza un’epifania matura e feconda del laicato. 

 

(Tratto da una “Profezia per la Chiesa”; U. Muratori, ed Feeria, pag 214-216)

 

 

 

 

29 Conferenze sui doveri ecclesiastici, Sodalitas, Domodossola 1941,59

30 Descrizioni dell’Istituto della Carità, Pane, Casale 1885, 79

31 Lettera a G.Gatti dell’8 giugno 1848, in Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, 216 ss

 

32 “ Charitas” 1/1999


 

 

Proseguendo queste tematiche qui di seguito riportiamo l’articolo di Alessandro Andreini “Il risveglio della Chiesa” ( Rivista Feeria Anno XXI Marzo 2013).Vogliamo condividere con voi la bellezza di questa riflessione che tratta  argomenti cari a Dom Adriano Grea come il Popolo di Dio,il mistero trinitario rispecchiandone  il pensiero .

 

 

 

Vi invitiamo anche a visitare il sito della comunità di san leolino la quale cura la rivista da cui è tratto l’articolo

 

www.sanleolino.org

 

 

 

"La Chiesa si risveglia nelle anime”

 

 

 

E’ con questa espressione divenuta celebre che Romano Guardini registrava,all’indomani della prima guerra mondiale,il diffuso sentimento che andava consolidandosi tra i credenti:la consapevolezza sempre più chiara che la Chiesa non era,e non è,prima di tutto e soprattutto un’istituzione,quella societas perfecta che,per secoli,è stata presentata come la risposta per eccellenza alla sfida di dare forma alla socialità umana.”Si voleva dire e capire-ha commentato Benedetto XVI nel suo ultimo,commovente discorso ai presbiteri di Roma,il 14 febbraio 2013-che la Chiesa non è un’organizzazione,qualcosa di strutturale,giuridico,istituzionale-anche questo-ma è un organismo,una realtà vitale,che entra nella mia anima,così che io stesso,proprio con la mia anima credente,sono elemento costruttivo della Chiesa come tale.”La visione rigida di una Chiesa monarchica è universalistica cominciava dunque a sgretolarsi,grazie a quella conoscenza più rigorosa delle fonti bibliche e al grande apporto del movimento liturgico che sarebbero stati di fatto,all’origine del rinnovamento conciliare.Contro l’idea che la Chiesa fosse il frutto di una inappuntabile costruzione giuridica,ovvero l’espressione più compiutà della legge divina,andava sempre più affermandosi la convinzione che l’evento cristiano è un’attualizzazione del mistero stesso di Dio che si è reso presente nella vita,morte e resurrezione di Gesù,attualizzazione che avviene ogni volta di nuovo nella celebrazione liturgica.Non,dunque,un’iniziativa umana,un frutto dei nostri sforzi canonici e organizzativi,ma un autentico e libero dono di Dio  da accogliere e vivere nello stile della gratuità e della docilità.Chiesa come mistero,come azione potente di Dio alla quale sempre occorre guardare per attingere il senso vero della nostra identità e missione come di scepoli di Cristo.Chiesa che è preparazione del regno di Dio e non può in nessuno modo pensare di sostituirlo o,addirittura di coincidervi,come sintetizza perfettamente Lumen Gentium”La Chiesa..(…)riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio,e di questo regno costituisce il germe e l’inizio”(n5).

 

Trova qui fondamento una delle grandi riscoperte compiute dalla costituzione conciliare sulla Chiesa,quel concetto di popolo di Dio per altro continuamente presente nella rivelazione biblica e perdutosi,appunto,nel corso dei secoli per lasciar posto alla visione istituzionale ora accennata.Quella cristiana non è un’esperienza solitaria o individualistica,essa ha come punto di origine un popolo,che Dio stesso va formandosi.Afferma ancora Lumen Gentium:”in ogni tempo e in ogni nazione è accetto a a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia.Tuttavia Dio vole santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro,ma volle costituire di loro un popolo,che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse secondo la santità.(9).

 

Per comprendere più intimamente la fisionomia di questo popolo nuovo,apriamo le pagine dei padri della Chiesa,alle quali,di fatto,tutto il movimento conciliare ci invita a tornare,come a fonte viva e affidabile dell’esperienza cristiana.Scrive riguardo alla Chiesa Cirillo di Gerusalemme:”E’ giustamente chiamata”Chiesa”(ekklesia)perché essa chiama-fuori/convoca e raccoglie insieme tutti quanti”(Catechesi 18,24,PG33,1044)Analogamente,parlando della Chiesa,Giovanni Crisostomo ne mette in luce un’altra dimensione:”Il nome”chiesa”non è un nome indicante separazione,ma unione,è un nome che indica sinfonia…La chiesa sparsa nell’ecumene deve essere una,per quanto ripartita,in numerosi luoghi(Omelia sulla Prima lettera ai Corinzi,PG 61,13).Chiesa dunque come convocazione-è il nome stesso a suggerirlo del resto!- e come sinfonia di comunione-comunque sia sparsa ai quattro angoli della terra.Chiesa come popolo”Chiamato fuori” nel senso più profondo della parola,per essere nel mondo lievito di vita e di salvezza e per insegnare a tutti a guardare la vita e la storia con occhi nuovi.

 

 

 

Per sconfiggere la morte

 

Affermava tempo fa il teologo ortodosso Christos Yannaras,rivelando di fatto,l’esito di tutta la sua ricerca culturale e spirituale:”Vi dico onestamente che io appartengo alla Chiesa perché ho un problema con la morte:voglio trovare un risposta al problema della morte; e con ciò credo anche di poter trovare una risposta al problema della vita”(La buona notizia sull’uomo,Monastero di Bose 1995,p3).Un ‘affermazione  certamente paradossale,ma che può aiutarci a comprendere il senso vero della Chiesa,quella che essa è e deve essere pensa la sua radicale inutilità.A guardarla dal punto di vista della vita spirituale,in effetti,la morte è la questione ultima dell’esistenza umana,il vero scandalo.E la morte è conseguenza del peccato,dal momento che non è altro-nel senso profondo e,diremmo,ontologico,della parola-che la rottura definitiva della relazione.Morte e la condizione dell’uomo non più in relazione,l’uomo non più persona ma individuo,l’uomo non più in comunione amorosa con l’altro da sé ma chiuso nella sua autonomia.L’uomo non più uomo.E’ assolutamente così:o l’essere umano stabilisce una relazione con Dio,oppura non è.Ecco perché la Chiesa è la sola risposta al problema della morte:poiché come ci ha detto Cirillo di Gerusalemme,la Chiesa è un popolo di convocati,chiamati fuori,di gente fatta uscire  dal suo piccolo io antico e introdotta nell’esperieza della comunione.Per dirlo ancora con Yannaras:”La chiesa è creazione di comunione,di una concreta forma di comunione umana”(Ch.Yannaras,Verità e unità  della chiesa,Servitium,Sotto il Monte,Bergamo 1997,p.27)

 

Si tratta  di una questione cruciale:la forma di comunione umana che la Chiesa realizza non è una convivenza convenzionale,dettata e ordinata secondo leggi esterne,ma una comunione che rivela la verità ultima dell’uomo,la sua verità più intima,in fondo la sola vera esistenza che l’uomo aspira a vivere dal più profondo del suo essere.Detto altrimenti nella società  convenzionale al meglio si può ambire alla soddisfazione e alla difesa dell’individuo e dei suoi diritti:una vita sociale che non sarebbe altro che la somma di tante individualità che rimangono tali e non entrao se non convenzionalmente in relazione l’una con l’altra.La comunione ecclesiale,al contrario,presuppone il continuo e dinamico autotrascendersi dell’individualità,coglie l’uomo come evento esistenziale di comunione e di relazione.In altri termini,l’uomo è in quanto è in comunione,si definisce a partire da questa comunione:è comunione che viene prima dell’individualità,poiché dopo tutto,l’uomo è persona,icona del Dio trinitario che si rivela nell’evento istitutivo della Chiesa.Lo spazio concreto in cui tutto questo può realizzarsi è il mistero di Cristo che pone nella storia una cesura definitiva:l’incarnazione del Verbo fonda la Chiesa dal momento che renda manifesta,in sé,la verità su Dio e la verità sull’uomo,la comune forma di esistenza  di entrambi,il fatto,in ultima analisi,che Dio è amore e verità,che tutto si fonda sull’amore e che solo l’amore veramente è.

 

 

 

 Camminare sulle acque

 

C’è un episodio evangelico che ci aiuta a comprendere bene di ciò di cui stiamo parlando. E’ il racconto della tempesta sedata(cfr Mt 14,22-23).L’episodio è ben conosciuto:dopo che Gesù ha di nuovo parlato alle folle e guarito i loro malati,ecco che i discepoli sono preoccupati e gli suggeriscono di congedare la folla. In fondo,è proprio come se dicessero”sciogli questa Chiesa che stai formando perché è cosa impossibile per noi!Chi può dar loro da mangiare?”.Proprio quando Gesù sta costruendo la sua comunità precisamente coloro che ne fanno parte in modo tutto speciale già lavorano alla sua disgregazione. Gesù però non demorde né si lascia mettere in discussione.

 

Semplicemente,con un nuovo segno-la moltiplicazione dei pani e dei pesci-mostra ai discepoli che invece tutto è possibile,che c’è pane per tutti,che si può e si deve guardare con uno sguardo nuovo.E’ a questo punto che Gesù costringe i discepoli a prendere il largo con la barca.Ed ecco che,ironia della sorte,si scatena una tempesta:sarà il lago sempre turbolento,oppure,più probabilmente,si tratta della tempesta dei loro dubbi,delle loro insicurezze,delle loro-e nostre-diffidenze?

 

Sul finire della notte,dopo averli lasciati un po’ soli,Gesù raggiunge i suoi amici camminando disinvoltamente sulle acque. E i discepoli,ancora una volta,non sanno fare altro che spaventarsi,”E’ un fantasma”.E’ il momento di Pietro,che forse intuisce qualcosa,e pronuncia una richiesta che rivela,ancora una volta,tutto il suo slancio unito a una certa incoscienza. Gesù,in ogni caso,lo prende in parola,e lo invita a camminare sulle acque!E accade,sorprendentemente,che Pietro cammina veramente sul lago,senza alcuna incertezza,senza passi falsi,almeno inizialmente:”Pietro scese dalla barca,si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù”E’ solo in un secondo momento che,in preda alla paura,Pietro comincia ad affondare,e occorre gridare ancora più forte in direzione del Maestro per essere salvato. Una cosa comunque, è certa,Pietro ha finalmente capito:è una questione di fede,di relazione e del coraggio di questa relazione che ci porta molto lontano.Siamo al punto :la Chiesa è precisamente questo camminare di Pietro sulle acque!” ”E’ questa la Chiesa commenta Yannaras-!E’ esistere per il comando del Signore:in quel momento Pietro non trae l’esistenza dalla propria natura individuale creata,ma esiste a causa della chiamata di Cristo e grazie al fatto che corrisponde a tale chiamata;egli trae l’esistenza dal rapporto con il Cristo, ed è questo che la chiesa annuncia”(La buona notizia sull’uomo,cit.,p20).

 

Il vangelo ripete spesso che il Regno non è per i giusti,non è in altri termini,per coloro che si sentono appagati e al sicuro.La Chiesa è un altro modo di esistere, una modalità diversa dell’esistere,non è un miglioramento del carattere o del comportamento-che di solito sono temporanei e piuttosto insoddisfacenti…-: è una trasformazione del modo di vivere. Appunto,un camminare sulle acque.Un uscire fuori dal mondo che poggia sulla terra e incamminarsi in quello “acquatico”della grazia.E’ il battesimo,una vita dell’impossibile,come la descrive Paolo scrivendo ai Colossesi:”Se dunque siete risorti con Cristo,cercate le cose di lassù,dov’è Cristo,seduto alla destra di Dio;rivolgere il pensiero alle cose di lassù,non a quelle della terra(Col 3,1-2)

 

 

 

 

 

Chiesa dalla Trinità

 

 

 

 

 

Siamo,di fatto,al cuore della “rivoluzione conciliare”:l’affermazione forte del primato dell’iniziativa divina e,proprio per questo,la straordinaria riscoperta della prospettiva trinitaria della storia della salvezza. Detto altrimenti,siamo di fronte a un totale riorientamento del nostro pensare la Chiesa e p ensarci Chiesa,non più a partire  da un qualche mandato ricevuto,una sorta di fondazione avvenuta una volta per tutte,una societas che vive fedelmente a un compito che le è ststo assegnato.

 

Piuttosto,un popolo che vive continuamente della chiamata di Dio,la accoglie,la celebra  e la annuncia.Popolo che è grembo vivo e vitale,genesi donata per grazia nella quale germina tutto quello di cui la Chiesa stessa ha bisogno per camminare dentro la storia.

 

La Chiesa,in altri termini,è il primo momento sorgivo della nostra stessa fede.Non avremmo niente,liturgia,Parola,testimonianza,fede,se non avessimo la Chiesa.La comunità di Gesù precede tutto,precede la stessa gerarchia,gli stessi carismi:io credo perché qualcuno mi ha parlato di Gesù Cristo,posso leggere la Bibbia perché qualcuno prima di me l’ha ricevuta,custodita e trasmessa,posso celebrare la messa perché ripeto i gesti di coloro che li han no compiuti prima di me,gli atti di molti attraverso la cui memoria gli atti stessi che Gesù ha compiuto sono arrivati fino a noi. In una parola,la comunità cristiana è il grembo di tutta l’esperienza  di fede di tutto il cristianesimo.

 

 

 

 

E se la Chiesa è grembo germinale della fede dei credenti,essa, a sua volta,non è altro che l’immagine e il frutto del grembo trinitario,da cui la Chiesa ha origine.E’ quanto Lumen Gentium descrive nei primi,felicissimi numeri,nei quali viene evocato il mistero della Trinità che agisce nel cuore della storia,l’arcano disegno di sapienza e di bontà del Padre,a noi rivelato attraverso la missione del Figlio,che ci ha mostrato la grandezza dell’amore di Dio e ha fondato la Chiesa,la quale è santificata e continuamente rinnovata per mezzo dell’azione dello Spirito. E’ così cheal numero 4,Lumen Gentium potrà concludere”La Chiesa universale si presenta come” un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre,del Figlio e dello Spirito Santo”.Se,dunque,Il Padre è la fonte di ogni dono,se GesùCristo è il fondatore della Chiesa,da parte sua,lo Spirito Santo presiede,in un certo senso,al suo sviluppo e al suo futuro compimento.”Spirito che dà la vita” e “ sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna”Lo Spritio restituisce ogni giorno alla Chiesa la sua giovinezza  dandole la possibilità di rivolgersi come contemporanea a ogni epoca e a ogni cultura,senza timore alcuno,senza alcuna forma di soggezione.E’ in vista di questo suo compito essenziale,inoltre che lo Spirito santo ricorda giorno dopo giorno alla Chiesa che permane in stato di pellegrinaggio,che è necessariamente e provvidenzialmente immersa in un determinato tempo e luogo.E’ questo,infatti,il solo modo per la Chiesa di rimaner davver giovane;non presumere si esser giunta alla meta, di aver portato a termine il proprio compito,ma riconoscere di essere sempre in cammino.Davvero il cuore del cristianesimo,non è dietro,ma davanti a noi,ed è lo Spirito che continua a manifestare,nella Chiesa e attraverso la Chiesa,i tesori nascosti fin dalla fondazione del mondo,finchè non giungiamo tutti alla pienezza della conoscenza e della comunione con Dio.


Santità..Egli è in ciascuno di noi

" Noi dobbiamo amarci come i santi si amano nel cielo;noi dobbiamo avere gli uni per gli altri l'amore stesso che abbiamo per Gesù Cristo, poichè egli è in ciascuno di noi.La Carità che ci unisce deve essere la stessa che unisce il Padre e il Figlio,

cioè lo Spirito Santo. L'affetto che ci unisce è lo Spirito Santo che è stato sparso nelle nostre anime"

 

Dom Adrien Grea

 

 

Santità del clero diocesano!

 

 

I sacerdoti diocesani riscoprono la santità del clero diocesano. Nella cattedrale la preghiera, lo studio pensando non solo alla funzione ma alla sua natura intima.

 

Il cuore è la scelta, la natura di quest’adesione, la  vocazione.

 

Un amore che si approfondisce nel cuore di ogni persona.

 

L’idea di Dom Grea è quello di far sì di incarnare  un modello di vita. La santità.

 

Nella comunione di vita il vescovo deve guidare la chiesa in una dimensione di santità in ordine al proprio ruolo(  Gli inizi della Teologia della Chiesa locale aut Serenthà Mario pag 31 ) Il presbitero è ordinato per fare comunione con il proprio vescovo e la propria Chiesa e nel servizio.

 

Il clero diocesano vive una dimensione nella preghiera, la contemplazione e carità, nella riflessione, nell’ufficio delle ore.

 

Prima del Concilio Vaticano II Dom Grea non è riuscito a imporsi con forza dal punto di vista teologico anche per le traversie vissute dalla sua fondazione.

 

Dopo Concilio Vaticano II Dom Grea finalmente  viene riconosciuto come pioniere della Chiesa particolare  nella santità ( La Chiesa locale Madre dei Cristiani e speranza per il mondo pag 14 EDB).

 

Santità, un possibile cammino per tutti laici e clero ( Una profezia per la Chiesa Antonio Rosmini verso il Vaticano II ed Feeria pag 183).

 

Finalmente emerge il concetto che la Chiesa è anticipazione del regno in cammino non un’idea statica di società perfetta ma strumento affinchè come madre fa sì che Lui viva. E riguardo a questo concetto Dom Grea è il punto di partenza.

 

Attraverso la sua opera principale “ De l’Eglise..” conseguita dopo la  fondazione dei canonici regolari come incarnazione del suo pensiero.

 

 “ Ho fondato i canonici regolari perché potessi scrivere della Chiesa nella santità” Dom Grea.

 

 

 

Egli ci permette di riscoprire il popolo cristiano come parte del culto come ciascuno di noi, siamo  la risposta in   un dialogo di amore che tessiamo con il Signore  tramite la messa, la preghiera, la lode, il canto . “ La liturgia è il dono imperscrutabile di Dio al popolo che è oggetto di azione salvifica” Un popolo cristiano tutto unito “ in un cuor solo, in un’ anima sola, come una sola famiglia di cui è padre Iddio” ( Una profezia per la Chiesa pag 183-184 ed Feeria )

 

“La chiesa locale è veramente luogo dove si rende presente il mistero della Chiesa Universale”

  ( Il Vaticano II ha riscoperto questo ruolo eminente dove prende posto la Chiesa Universale)

 “E’ importante cogliere il significato spirituale di quella dimensione di quel ministero presbiterale che radica il sacerdote alla Chiesa locale con l’incardinazione”

 Dom Grea dice che il sacerdote nella sua diocesi ha un dono speciale l’incardinazione è la comunione con il vescovo, una vera comunione sacramentale. Dom Grea desidera tanto che il sacerdote senta la necessità di vivere nella sua vita religiosa quella della sua diocesi partecipando con il suo vescovo alla preghiera, alla comunione.  Il vescovo poi non è solo un amministratore giuridico ma è un padre che fa partecipare i suoi preti alla preghiera, la comunione come successori degli apostoli. Nel suo ideale i sacerdoti stessi riscoprono la bellezza di questa dimensione di preghiera e comunione, di un’identità.

 

 

La santità per un prete ordinario può trovare realizzazione  nella vita comunitaria costruendola giorno dopo giorno come in una famiglia

 

 

 


CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITÀ

 

        Cardinal Mercier *

 

 

 Il Cardinal Mercier seppe indicare la via del dovere con le parole e coi fatti. Egli, che si era tanto prodigato per la formazione sacerdotale del suo clero, aveva però capito benissimo quale posto eminente spetti al laico nella Chiesa. Nella pagina qui riportata sembra di ascoltare il Vaticano /I (Lumen Gentium, n. 40).

 

Abitualmente si applica solo ai predicatori e ai sacerdoti l'esortazione del nostro divin Salvatore nel discorso della montagna: Voi siete il sale della terra... brilli la vostra luce davanti agli uomini in modo tale che vedendo le vostre opere buone, essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt. 5, 13-16). Ma tale restrizione sembra veramente arbitraria: l'esortazione è generale. Nel testo evangelico essa viene dopo le beatitudini, che si estendono a tutti ed è immediatamente collegata all'esposizione degli obblighi morali che riguardano tutti i membri del Regno dei cieli...

Tutti dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente e con tutte le forze, mentre dobbiamo respingere, sotto pena di dannazione eterna, ciò che è incompatibile con questo amore. Tutti, allo stesso modo, siamo chiamati a salire verso il culmine della perfezione: a salire, da:I piano in cui il movente normale e predominante della condotta è il timore di perdere la carità, al piano in cui l'anima si fa più volentieri guidare dal desiderio di progredire nella virtù; a salire ancora più in alto, fino al totale distacco dal creato e allo spirito di unione a Dio, per lui solo.

Ora,ci sono a questo proposito, nel mondo e talvolta anche in mezzo al clero, dei pregiudizi funesti profondamente radicati, che noi dobbiamo sforzarci di estirpare, di comune accordo. Sì, ripetiamolo, tutti sono chiamati alla pienezza della perfezione evangelica. Riguardo a ciò, non si può fare nessuna distinzione tra laici e religiosi o membri della classe sacerdotale, tra gente del popolo e classi elevate; tra uomini e donne, bambini e adulti: chiunque, giunto all'età di ragione è capace di un atto libero, è chiamato a fare di quest'atto libero un atto d'amore, e a servirsi del suo cuore, dell'anima, della mente, delle energie; a salire fino al piano in cui l'adesione a Dio è l'oggetto predominante della volontà. A tutti è detto: Siate dunque perfetti, come il vostro Padre celeste è perfetto (Mi. 5, 48)...

Non ci sono caste nella Chiesa. Di fronte alla nostra comune vocazione alla dignità di figli di Dio, sparisce ogni distinzione di razza, di nazionalità, di condizione, di sesso. «La fede nel Cristo Gesù, dice l'Apostolo, ha fatto di voi tutti dei figli di Dio. Tutti quanti voi siete stati dal battesimo destinati al Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Ormai non si tratta più di distinguere tra Giudeo e Greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna; voi appartenete tutti alla persona del Cristo Salvatore e, uniti a lui voi siete per suo mezzo uniti a Dio» (cfr. Gal. 3, 26-28).

 

 

* La vie intérieure, vol. I, Action Catholique, Bruxelles 1919, pp. 76, 99-101, 102.


SANTITÀ DI DOMANI

 

        Henri De Lubac

 

Chi mai avrebbe potuto prevedere, in quello che stavano per portare di singolare, un Agostino, un Francesco, un Ignazio? Similmente, nessuno di noi può oggi avventurarsi con serenità nella descrizione dei tratti particolari che caratterizzeranno i santi di domani...

Ciò è dovuto al fatto che la nostra epoca è più mutevole di qualsiasi altra, travolta come è da un turbine vertiginoso, sì che le previsioni sull'argomento mi sembrerebbero oggi doppiamente impossibili. Cioè, non solo significherebbe fare i conti senza lo Spirito, sempre imprevedibile nelle sue invenzioni; ma significherebbe anche speculare sulle caratteristiche ed i bisogni di un'epoca la cui situazione futura ci sfugge... Dobbiamo senz'altro persuaderci in anticipo che il santo da noi atteso, non sarà affatto conforme alle nostre concezioni, ai nostri pronostici o desideri. Quando egli apparirà, forse ci scandalizzerà. Almeno ci disorienterà. Se Dio lo susciterà in mezzo a noi, noi saremo tentati di respingerlo, - a meno che non passiamo accanto a lui senza vederlo... Ma avrà la sua rivincita.

Parlo al futuro. Eppure, ciò che sto per dire è esattamente la parte della storia che ricomincia sempre... Per quanto diverso egli debba essere dai suoi numerosi predecessori, il santo ne riprodurrà però i tratti essenziali. E questi sono gli unici che possiamo dare per scontati a colpo sicuro. Egli sarà povero, umile, spoglio di ogni bene. Avrà lo spirito delle Beatitudini; non maledirà né adulerà: egli amerà. Prenderà il Vangelo alla lettera, cioè col massimo rigore. Una rigida ascesi l'avrà liberato da se stesso. Avrà preso in eredità tutta la fede d'Israele, ricordandosi però che tale fede è passata attraverso Gesù. Prenderà su di sé la croce del suo Salvatore e si sforzerà di seguirlo.

Essere eccezionale, tutta la sua esistenza sarà niente altro che un esempio ed uno stimolo per la nostra mediocre umanità. Fallibile come ogni uomo, ma docile allo Spirito, egli parteciperà di quella facoltà di giudizio e di discernimento promessa alla Sposa, e non si lascerà spaventare dai più radicali rinnovamenti, più di quanto non si lascerà sedurre dalle novità falsificanti. Come molti dei suoi predecessori, per mezzo di atti nuovi corrispondenti a nuove situazioni, si ergerà a difesa ed a sostegno degli oppressi. Forse sarà anche un trascinatore di uomini. Forse sarà indotto a fondare, senza averlo deliberatamente voluto, qualche nuovo Istituto di uno stile atto, innanzitutto, a stupirci. Potrà addirittura darsi il caso che interpreti un ruolo nello Stato e che le innumerevoli trombe dell'opinione pubblica dovranno occuparsi di lui. Forse, invece, sarà un isolato; forse passerà inosservato alla massa, così come a quell'altra massa, meno voluminosa ma spesso altrettanto grossolana e pesante, delle "élites". Forse nella sua cerchia penseranno che sia anarchico. Forse sarà misconosciuto, tradito, abbandonato dai suoi: sì, anche la semplice umana verità del Vangelo è di tutti i tempi. Sotto forme ed in occasioni che non possiamo prevedere, il santo di domani si rafforzerà nel mistero della sofferenza, nell'abbandono, nell'intima solitudine, nella nausea del peccato. A sua volta, egli sarà un altro Cristo: non già un uomo che voglia superare il Cristo, bensì un uomo il cui ideale e la cui vita saranno conformi alla figura del Figlio di Dio.

Allora, attraverso lui, come attraverso il suo Maestro, ed in totale dipendenza dal suo maestro, il Volto di Dio, ripeto, il Volto di Dio trasparirà.

 

 

 * Paradoxe et Mystère de l'Église, Aubier-Montaigne 1967 pp. 214-219


RELAZIONI DELLA CHIESA DELLA TERRA CON LA CHIESA DEL CIELO

 

       Concilio Vaticano Il: «Lumen Gentium» *

 

La Chiesa dei viatori, fin dai primi tempi della religione cristiana, coltivò con grande pietà la memoria dei Defunti e, poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati (2 Mc. 12, 46), ha offerto per loro anche dei suffragi. Che gli apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro sangue avevano dato la suprema testimonianza della fede e della carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto e li ha con particolare affetto venerati insieme con la Beata Vergine Maria e i santi angeli e ha piamente implorato l'aiuto della loro intercessione. A questi ben presto furono aggiunti anche altri che avevano più da vicino imitata la verginità e la povertà di Cristo e finalmente gli altri, il cui singolare esercizio delle virtù cristiane e i divini carismi li raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.

Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, ci sentiamo spinti da nuovi motivi a ricercare la città futura, e insieme ci è insegnata la via sicurissima per la quale, tra l'e mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perpetua unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo, Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla e ci mostra il contrassegno del suo Regno, verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.

Non veneriamo però la memoria dei santi solo per il loro esempio, ma più ancora perché l'unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché, come la cristiana comunione tra i viatori ci avvicina più a Cristo, così il consorzio con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come da fonte e capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso popolo di Dio...

La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima, poiché, specialmente nella sacra liturgia, nella quale la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà e tutti, di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati nel sangue di Cristo e radunati in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno e trino. Perciò, quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi.

 

 

* n. 50 - Documento promulgato il 21 novembre 1964. Enchiridion Vaticanum - Ed. Dehoniane, 1967, pp. 228. 230. 232.


La divinizzazione delle attività..per coloro che amano il mondo

 

Pierre Teilhard de Chardin

 

(dalla parte Prima de Le Milieu Divin: "Sic Deus dilexit mundum". Per coloro che amano il mondo)

 

In apertura del suo saggio ascetico-spirituale Le Milieu Divin, Teilhard de Chardin presenta la sua visione della santificazione del mondo e delle realtà terrene, all’interno del consueto contesto cosmico di ampio respiro proprio delle riflessioni dell’A., proponendosi di superare la visione ascetica allora dominante secondo la quale la divinizzazione dell’umano dipendeva soltanto dalle intenzioni spirituali del soggetto, sottovalutando un reale legame con l’oggetto materiale del proprio lavoro.

 

1. Esistenza indiscutibile del fatto e difficoltà di spiegarlo. Il problema cristiano della santificazione dell'azione

Dogmaticamente parlando, nulla è più certo della possibile santificazione dell'azione umana: «Qualunque cosa facciate, fatela in nome di Nostro Signore Gesù Cristo» dice san Paolo. E la tradizione cristiana prediletta è stata sempre quella d'interpretare l'espressione «in nome di Nostro Signore Gesù Cristo» come: in unione intima con Nostro Signore Gesù Cristo. Dopo averci invitati ad «ammantarci di Cristo», non è stato forse lo stesso san Paolo a coniare, nel loro pieno significato, o perfino nella loro stessa espressione letterale, la serie di termini famosi « collaborare, compati, commori, con-ressuscitare …» in cui viene espressa la convinzione che ogni esistenza umana deve diventare, in qualche modo, comune con la vita del Cristo? – Gli atti della vita, di cui si tratta qui, non debbono essere intesi, lo si sa, come sole opere di religione o di devozione (preghiere, digiuni, elemosine, ecc…). È proprio l'intera vita umana, considerata sino nelle sue zone dette più ‘naturali' che la Chiesa dichiara santificabile. «Sia che mangiate o che beviate…», dice san Paolo. Tutta la Storia della Chiesa sta lì a dimostrarlo. Nel complesso, dalle direttive solennemente impartite dalla bocca o dagli esempi dei Pontefici fino ai consigli umilmente mormorati da ogni sacerdote nel segreto della confessione, l'insegnamento generale e pratico della Chiesa è andato sempre nel senso di nobilitare, di esaltare, di trasfigurare in Dio i doveri del proprio stato, la ricerca della verità naturale, lo sviluppo dell'azione umana.

 

Il fatto è indiscutibile. – Ma la sua legittimità, vale a dire la sua coerenza logica con la stessa sostanza dello spirito cristiano, non appare immediatamente. In che modo le prospettive del regno di Dio possono non sconvolgere, con il loro apparire, l'economia e l'equilibrio delle nostre attività? In che modo colui che ha fede nel Cielo e nella Croce può continuare a credere sinceramente nel valore delle occupazioni terrestri? In che modo, in virtù di quanto vi è in lui di maggiormente cristiano, può il fedele dedicarsi alla totalità del suo dovere umano, con lo stesso cuore con cui andrebbe verso Dio? Ecco ciò che, a prima vista, non è chiaro; ed ecco ciò che, in effetti, mette in difficoltà più spiriti di quanto si pensi.

 

Il problema si pone in questi termini:

 

In conseguenza dei più sacri articoli del suo Credo, il cristiano ritiene che l'esistenza terrena prosegua in un'altra vita le cui gioie, sofferenze, realtà sono senza confronti con le condizioni attuali del nostro Universo. A tale contrasto, a siffatta sproporzione, che basterebbero da soli a disgustarci della Terra o a toglierle ogni interesse per noi, si aggiunge una vera e propria dottrina di condanna e di disprezzo per un Mondo corrotto e caduco. «La perfezione consiste nel distacco. Quanto ci attornia è solo cenere senza valore». Il fedele legge, o sente ripetere in ogni momento queste austere parole. – Come potrà conciliarle con quest'altro consiglio, ricevuto generalmente dallo stesso maestro, e comunque scolpito dalla natura nel suo cuore, secondo il quale bisogna dare ai Gentili l'esempio della fedeltà al dovere, dello slancio, e perfino di porsi in prima fila su tutte le strade aperte dall'attività umana? Lasciamo da parte gli indocili o i pigri, che, stimando veramente inutile darsi da fare per acquisire conoscenza, o per organizzare un «meglio essere», di cui godrebbero al centuplo dopo il loro ultimo respiro, concorrono all'impegno umano (come sarà stato loro imprudentemente insegnato, – io cito) solo con «la punta delle dita». Esiste una categoria di spiriti (ogni ‘direttore' li ha incontrati) per i quali la difficoltà assume la forma e l'importanza d'una perplessità continua e paralizzante. Costoro, innamorati dell'unità interiore, sono in preda a un vero dualismo spirituale. Da un lato, un istinto molto sicuro, che si confonde con l'amore dell'essere e il gusto di vivere, la attrae verso la gioia di creare e di conoscere. D'altro lato, una volontà più elevata d'amare Dio al di sopra di tutto fa loro temere la minima condivisione, la minima alterazione dei loro affetti. Veramente, è che negli strati più spirituali del loro essere, si manifestano i flussi e riflussi contrari dovuti all'attrazione dei due astri rivali che evocavamo all'inizio: Dio ed il Mondo. Quale dei due si farà più nobilmente adorare?

 

Secondo la natura più o meno forte del soggetto, il conflitto rischia di concludersi in uno di questi tre modi: – o il cristiano, rimuovendo il gusto del tangibile, si costringerà a non cercare interesse che negli oggetti puramente religiosi e tenterà di vivere in un Mondo divinizzato dall'esclusione del maggior numero possibile di cose terrestri; – o, seccato dall'opposizione interna che lo blocca, manderà a spasso i consigli evangelici e deciderà di condurre una vita che gli sembri umana e autentica; – oppure nel caso più frequente, rinuncerà a capire; mai totalmente votato a Dio, mai interamente votato alle cose: imperfetto ai propri occhi, ritenuto insincero dagli uomini, egli si rassegnerà a condurre una doppia vita. Non si dimentiche che sto parlando per esperienza personale.

 

A diversi titoli, queste tre soluzioni sono temibili. Snaturarsi, disgustarsi o condurre una doppia vita, costituiscono dei risultati ugualmente negativi, e certamente opposti a ciò che deve autenticamente produrre in noi il Cristianesimo. Dunque deve esserci, senz'alcun dubbio, un quarto mezzo per risolvere il problema: ed è quello di scoprire come, senza la minima concessione fatta alla ‘natura', bensì per sete di maggior perfezione, esista la possibilità di conciliare, poi d'alimentare, l'uno mediante l'altro, l'amore di Dio e il sano amore del Mondo, lo sforzo del distacco e quello dello sviluppo.

 

Esaminiamo le due soluzioni, la prima incompleta, la seconda totale che si possono dare al problema cristiano della «divinizzazione dell'impegno umano».

 

2. Una soluzione incompleta: l'azione umana vale, e vale soltanto, grazie all'intenzione con la quale è compiuta

Ridotta in modo un po' crudo e schematico alla sua essenza, una prima risposta fornita dai direttori spirituali, a coloro che chiedono come un cristiano deciso a disprezzare il Mondo e a conservare gelosamente il proprio cuore per Dio possa amare ciò che fa (conformemente al pensiero della Chiesa che il fedele deve, non già agir meno ma agir meglio del pagano), può essere così espressa:

 

«Caro amico, tu vuoi rivalorizzare il tuo lavoro umano che ti sembra svalutato dalle prospettive e dall'ascetica cristiane. Ebbene, hai solo da riversarvi la meravigliosa sostanza della buona volontà. Purifica la tua intenzione, e ogni minima azione sarà ricolma di Dio.

 

Certo, il materiale del tuo agire non ha alcun valore definitivo. Che gli Uomini trovino una verità od un fenomeno in più o in meno, – che facciano o non facciano bella musica o belle immagini, – che la loro organizzazione terrestre sia più o meno riuscita, – tutto questo non ha direttamente alcuna importanza per il Cielo. Infatti, nessuna di quelle scoperte né di quelle creazioni entrerà a far parte delle pietre con cui è costruita la nuova Gerusalemme. Ma, lassù, ciò che conterà, ciò che sempre rimarrà, sarà il fatto di avere agito, in tutte le cose, conformemente alla volontà di Dio. Egli non ha certo bisogno delle produzioni della tua industriosa attività, poiché potrebbe avere tutto senza di te. Ciò che Lo interessa esclusivamente, anzi, ciò che desidera intensamente, è l'uso fedele della tua libertà e la preferenza che avrai dato a Lui rispetto agli oggetti che ti circondano.

 

Intendi bene questo: sulla Terra, le cose non ti sono date che come materia d'esercitazione per addestrare ‘in bianco' la mente ed il cuore. Sei su un terreno di prova che permette a Dio di giudicare se sei capace di essere trasportato in Cielo, alla sua presenza. Perciò, poco importano il valore e il destino dei frutti della Terra. Il vero problema sta nel sapere se li avrai usati per imparare come ubbidire ed amare.

 

Dunque, non affezionarti al grossolano inviluppo delle opere umane. Non rappresentano altro che paglia combustibile o fragili ceramiche. Ma pensa che, in ognuno di questi umili vasi, puoi far passare, come una linfa o un liquore prezioso, lo spirito di docilità e d'unione a Dio. Se le mete terrestri di per sé non valgono nulla, puoi amarle per l'occasione che ti offrono di dimostrare al Signore la tua fedeltà».

 

Non vogliamo affermare che queste parole vengano letteralmente pronunciate. Ma pensiamo che contraddistinguano una tonalità realmente presente in molti consigli spirituali; e siamo comunque siluriche traducono abbastanza bene ciò che, dalle esortazioni ricevute, capiscono e ricordano molti ascoltatori e penitenti.

 

Stabilito ciò, che cosa dobbiamo pensare dell'atteggiamento che propongono?

 

Anzitutto, tale atteggiamento contiene una parte enorme di verità. Esalta con ragione il ruolo iniziale e fondamentale dell'intenzione che (come dovremo poi ripetere) è veramente la chiave d'oro con cui il nostro mondo interiore si apre alla Presenza di Dio. Esprime, con energia, il valore sostanziale della Volontà divina che, grazie a quell'atteggiamento, diventa per il cristiano (come per il suo Modello divino), l'essenza fortificante di ogni nutrimento terrestre. Rivela, sempre uguale sotto la diversità e la pluralità delle opere umane, una sorta di ambiente unico in cui possiamo situarci senza dover uscirne mai.

 

Questi diversi aspetti sono una prima ed essenziale approssimazione della soluzione che stiamo cercando; ed intendiamo pure conservarli integralmente nel più soddisfacente schema di vita interiore che verrà proposto tra breve. – Ma ci sembrano privi d'un compimento che la nostra pace e la nostra gioia spirituale richiedono in modo imperioso. La divinizzazione del nostro sforzo, attraverso il valore dell'intenzione che lo guida, infonde a tutte le nostre azioni un'anima preziosa; ma non assicura al loro corpo la speranza d'una resurrezione. Ora, affinché la nostra felicità sia completa, abbiamo bisogno di questa speranza. – È già molto poter pensare che, se amiamo Dio, una certa parte della nostra attività interiore, della nostra operatio, non andrà mai perduta. Ma lo stesso lavoro della nostra mente, del nostro cuore, della nostre mani, – i nostri risultati, le nostre opere, il nostro opus, – non sarà forse, in qualche modo, anch'esso, ‘eternato', salvato?...

 

O sì, Signore, sarà salvato, a motivo d'una pretesa che Tu stesso hai posto al centro della mia volontà! Voglio, ho bisogno che lo sia. Lo voglio perché amo irresistibilmente ciò che il tuo ausilio permanente mi permette, ogni giorno, di realizzare. Questo pensiero, questo perfezionamento materiale, questa armonia, questa sfumatura particolare d'amore, questa squisita complessità d'un sorriso o d'uno sguardo, tutte queste bellezze nuove che appaiono per la prima volta, in me o attorno a me, sul volto umano della Terra, sono da me prediletti come figli, dei quali non posso credere che moriranno totalmente, nella loro carne. Se credessi che queste cose potrebbero appassire per sempre, avrei forse mai dato loro la vita? Più mi analizzo, più scopro questa verità psicologica: nessun uomo alzerebbe un mignolo per la minima opera senza essere mosso dalla convinzione, più o meno confusa, di lavorare in modo infinitesimale (per lo meno indiretto) all'edificazione d'un qualche Definitivo, e cioè all'opera di Te stesso, mio Dio. Una tale aspirazione può sembrare strana ed eccessiva a coloro che agiscono senza sottoporsi sino in fondo a una franca autocritica. Eppure è una legge fondamentale del loro agire. Ci vuole niente di meno che il fascino di ciò che chiamiamo l'Assoluto, niente di meno che Te stesso, – per mettere in moto la fragile libertà che ci hai dato. Perciò, tutto quello che diminuisce la mia fede esplicita nel valore celeste dei risultati del mio impegno, indebolisce, senza rimedio, la mia capacità d'agire.

 

Mostra, o Signore, a tutti i tuoi fedeli come, in un senso reale e pieno, «le loro opere li seguono» nel tuo regno: opera sequuntur illos. Altrimenti, saranno come quei pigri operai che nessun compito sprona. Oppure, se in essi, l'istinto umano prevarrà sulle esitazioni o sui sofismi d'una religione non abbastanza illuminata, saranno interiormente sempre divisi, impacciati; e verrà detto che i figli del Cielo non possono gareggiare, nel campo dell'umano, a parità di convinzione e dunque ad armi pari, con i figli della Terra.

 

3. La soluzione definitiva: ogni sforzo coopera al compimento del mondo «In Cristo Jesu»

L'economia generale della salvezza (cioè della divinizzazione) delle nostre opere è contenuta nel seguente ragionamento:

 

in seno al nostro Universo, ogni anima è per Dio, in Nostro Signore. Ma d'altra parte, ogni realtà, anche materiale, attorno a ciascuno di noi, è per la nostra anima.

 

Così, attorno a ciascuno di noi, ogni realtà sensibile è, mediante la nostra anima, per Dio in Nostro Signore.

 

Approfondiamo, una dopo l'altra, le tre proposizioni di questo sillogismo. È facile coglierne i termini ed il legame. Ma facciamo ben attenzione: una cosa è averne inteso le parole, – altra cosa esser penetrati nel mondo sorprendente di cui, con il suo fermo rigore, ci rivela le ricchezze inesauribili.

 

a) Nel nostro Universo, ogni anima è per Dio, in Nostro Signore

 

Questa proposizione maggiore del nostro sillogismo non fa altro che esprimere il dogma cattolico fondamentale, – quello di cui tutti gli altri dogmi rappresentano soltanto spiegazioni o precisazioni. Pertanto non richiede qui nessuna prova, ma pretende che le conferiamo, nel nostro intelletto, un forte significato. Ogni anima è per Dio, in Nostro Signore. Non accontentiamoci di dare a questa destinazione del nostro essere al Cristo un senso troppo pedissequamente ricalcato sulle relazioni giuridiche che collegano, nel nostro mondo, un oggetto al suo proprietario. È di natura ben più fisica e profonda. Certo, poiché l'Universo consumato (il Pleroma, come dice san Paolo) è una comunione tra persone ( la Comunione dei Santi), è necessario per la nostra mente esprimere i legami per mezzo di analogie sociali. Senza dubbio per evitare la deviazione materialistica o panteistica che insidia il nostro pensiero ogniqualvolta tenta d'usare nei suoi concetti mistici le risorse potenti, ma pericolose, delle analogie organiche, molti teologi (in ciò più timorosi di san Paolo) non hanno piacere che si conferisca un significato troppo realistico alle correlazioni esistenti nel Corpo mistico tra le membra ed il Capo. Ma questa prudenza non deve diventare timidezza. Vogliamo comprendere, insieme alla loro grande fermezza (che di per sé li rende belli ed accettabili), gli insegnamenti della Chiesa sul valore della vita umana e sulle promesse o minacce della vita futura? – Bisogna che, senza nulla rigettare delle forze di libertà e di coscienza che costituiscono la realtà fisica propria dell'anima umana, noi percepiamo, tra noi stessi e il Verbo incarnato, l'esistenza di legami altrettanto precisi di quelli che, nel Mondo, orientano le affinità degli elementi all'edificazione di Tutti i ‘naturali'.

 

Inutile qui cercare un nuovo nome per designare la natura sovraeminente di questa dipendenza in cui si combinano armoniosamente, in un massimo, quanto v'è di più duttile nelle combinazioni umane e di più intransigente nelle costruzioni organiche. Chiamiamola dunque, come si è sempre fatto, legame mistico . Ma questo temine, lungi dal contenere una qualsiasi idea d'attenuazione, significhi invece, per noi, rafforzamento e purificazione di quanto è racchiuso, come realtà ed urgenza, nelle più potenti connessioni di cui, a tutti i livelli, il mondo fisico ed umano ci dà esempio. Su questa strada, possiamo andare avanti senza timore di superare la verità; poiché, sul fatto stesso, se non sulla sua espressione dottrinaria, tutti sono d'accordo nella Chiesa di Dio: per via della potente Incarnazione del Verbo, la nostra anima è totalmente votata al Cristo, centrata su di Lui.

 

b) Ed ora, abbiamo aggiunto, «nel nostro Universo, ove ogni spirito è per Dio, in Nostro Signore tutto il sensibile è, a sua volta, per lo Spirito»

 

Nella forma che qui le conferiamo, questa proposizione minore del nostro sillogismo ha un aspetto finalistico che rischia di urtare i temperamenti positivistici. Eppure non fa che esprimere un fatto naturale incontestabile, – e cioè che il nostro essere spirituale si alimenta continuamente delle innumerevoli energie del Mondo tangibile. Anche qui, è inutile dimostrare. È necessario vedere, – vedere realmente ed intensamente come stanno le cose. Purtroppo, noi viviamo in seno alla rete degli influssi cosmici, come in seno alla massa umana o come tra miriadi di stelle: senza prendere coscienza della loro immensità. Se vogliamo vivere la pienezza della nostra umanità e del nostro cristianesimo, bisogna superare questa insensibilità che tende ad occultarci le cose a mano a mano che diventano troppo vicine e troppo grandi. Vale la pena di fare l'utile esercizio che consiste nel seguire, partendo dalle zone più personalizzate della coscienza i prolungamenti del nostro essere attraverso il Mondo. Rimarremo stupefatti constatando l'estensione ed il carattere profondo delle nostre relazioni con l'Universo.

 

Le radici del nostro essere? Anzitutto, affondano nel più insondabile passato. Quale mistero quello delle prime cellule che, un giorno, il soffio della nostra anima ha sovranimato! Quale indecifrabile sintesi di successive influenze in cui siamo per sempre incorporati! In ciascuno di noi, attraverso la Materia , è l'intera storia del Mondo che si ripercuote parzialmente. Per quanto autonoma sia la nostra anima, essa è l'erede d'una esistenza prodigiosamente elaborata, in precedenza, dall'insieme di tutte le energie terrestri: incontra e raggiunge la Vita ad un determinato livello. Ora, non appena si trova impegnata nell'Universo in quel punto particolare, essa si sente a sua volta assediata e penetrata dal flusso delle influenze cosmiche da ordinare e da assimilare. Guardiamoci attorno: le onde arrivano da tutte le parti, perfino dal fondo dell'orizzonte. Per tutti i varchi, il mondo sensibile ci immerge nelle sue ricchezze: alimento per il corpo e cibo per gli occhi, armonia dei suoni e pienezza del cuore, fenomeni ignoti e verità nuove, tutti questi tesori, tutte queste stimolazioni, tutti questi appelli, giunti dai quattro angoli del Mondo, ad ogni momento attraversano la nostra coscienza. Per quale motivo vengono in noi? Anzi, che cosa faranno in noi se, simili a lavoratori negligenti, li accoglieremo in modo passivo oppure acritico? Si mescoleranno alla vita più intima della nostra anima per svilupparla o per avvelenarla. Osserviamoci per un minuto e ne saremo convinti sino all'entusiasmo o sino all'angoscia. Se il cibo più umile e più materiale è già capace d'influire profondamente sulle nostre facoltà spirituali, cosa dire delle energie infinitamente più penetranti veicolate dalla musica dei colori, delle note, delle parole, delle idee? Non v'è in noi un corpo che si alimenti indipendentemente dall'anima. Tutto ciò che il corpo ha assunto in sé e ha cominciato a trasformare, l'anima, a sua volta, deve sublimarlo. Lo fa, certo, in base alla propria dignità e secondo i suoi modi. Ma non può sfuggire né a questo universale contatto né a questo continuo lavoro. Così va perfezionandosi in essa, per sua fortuna e a suo rischio, la potenza specifica di comprendere e d'amare che costituirà la sua più immateriale individualità. Sappiamo ben poco in quale proporzione e in quale forma le nostre facoltà naturali passeranno nell'atto finale della visione divina. Ma non v'è dubbio che, con l'aiuto di Dio, noi ci formiamo quaggiù gli occhi e il cuore che la trasfigurazione finale farà divenire gli strumenti della facoltà d'adorazione e della capacità di beatificazione proprie di ciascuno di noi.

 

I maestri di vita spirituale ripetono a gara che Dio vuole soltanto le anime. Per dare a tali parole il loro giusto valore, non si deve dimenticare che l'anima umana, per quanto la nostra filosofia l'immagini creata a parte, è inseparabile, nella sua nascita e nella sua maturazione, dall'Universo in cui è sorta. In ogni anima, Dio ama e salva parzialmente l'intero Mondo, che tale anima compendia in modo particolare ed incomunicabile. Ora, questo compendio, questa sintesi, non ci sono dati bell'e fatti, bell'e compiuti, al primo risveglio della coscienza. Tocca a noi, con la nostra attività, radunarne diligentemente gli elementi ovunque disseminati. Il lavoro dell'alga che concentra nei propri tessuti le sostanze sparse a dosi infinitesimali nelle immense masse oceaniche, – l'industriosità dell'ape che fa il miele con i succhi dispersi in mille fiori, – sono solo una pallida immagine dell'elaborazione continua subita in noi, da tutte le potenzialità dell'Universo, per diventare spirito.

 

Così, ogni uomo, nel corso della sua vita presente, non deve solo mostrarsi ubbidiente, docile. Con la sua fedeltà, deve costruire, a partire dalla zona più naturale di sé, un ‘opus' in cui entri qualcosa di tutti gli elementi della Terra. Egli si fa la propria anima durante tutti i suoi giorni terreni; e, al tempo stesso, collabora ad un'altra opera, ad un altro ‘ opus ', che travalica infinitamente, pur condizionandole in modo diretto, le prospettive della sua riuscita individuale: il compimento del Mondo. Infatti, neppure questo si deve dimenticare, nel presentare la dottrina cristiana della salvezza: anche il Mondo nel suo complesso, per il fatto di costituire una gerarchia d'anime, – che compaiono solo successivamente, si sviluppano solo collettivamente, si compieranno solo unitariamente –, subisce una specie di estesa ‘ontogenesi' di cui lo sviluppo di ogni anima, mediante le realtà sensibili, è solo un'armonica minore. Con il nostro impegno di spiritualizzazione individuale, il Mondo accumula lentamente, a partire da tutta la materia, ciò che ne farà un giorno la Gerusalemme celeste, ovvero la Terra nuova.

 

c) Adesso possiamo accostare l'una all'altra le proposizioni maggiore e minore del nostro sillogismo, per coglierne il legame e la conclusione

 

Se, in base al nostro Credo, è proprio vero che le anime passano in modo così intimo nel Cristo e in Dio, – se, in base alle constatazioni più generali dell'analisi psicologica, è anche vero che il mondo sensibile passa così vitalmente nelle zone più spirituali delle nostre anime, – è giocoforza riconoscere la fondamentale unità del processo che, da cima a fondo, muove e dirige gli elementi dell'Universo. E noi cominciamo a vedere più distintamente che sorge nel nostro Mondo interiore, il grande Sole del Cristo Re, del Cristo « amictus Mundo », del Cristo Universale. Via via, da una tappa all'altra, alla fine tutto si ricollega al Centro Supremo « in quo omnia constant ». Le radiazioni emanate da questo Centro non agiscono solamente nelle zone elevate del mondo, ove le attività umane si svolgono in una forma specificamente sovrannaturale e meritoria. Per salvare e realizzare queste energie sublimi, la potenza del Verbo incarnato s'irradia nella Materia; discende sin nel fondo più oscuro delle potenzialità inferiori. E l'Incarnazione sarà compiuta solo quando la quantità di sostanza eletta che ogni oggetto racchiude, – spiritualizzata una prima volta nelle nostre anime ed una seconda volta con le nostre anime in Gesù, – avrà raggiunto il Centro definitivo del suo completamento. « Quid est quod ascendit, nisi quod prius descendit, ut repleret omnia ».

 

Con la nostra collaborazione che egli suscita, il Cristo si consuma, raggiunge la pienezza, a partire da ogni creatura. Ce lo insegna san Paolo. Forse credevamo che la Creazione fosse da tempo terminata. Errore, essa si sviluppa sempre più intensamente, e nelle zone più elevate del Mondo. « Omnis creatura adhuc ingemiscit et parturit ». Ed il nostro compito è quello di portarla a termine anche con il più umile lavoro delle nostre mani. Ecco quali sono, in definitiva, il senso e il valore del nostro agire. In virtù dell'interlegame Materia-Anima-Cristo, qualunque cosa facciamo , portiamo a Dio una particella dell'essere che Egli desidera. Con ogni nostra opera , noi lavoriamo, in modo infinitesimo ma reale, a realizzare il Pleroma, cioè offriamo al Cristo un po' di compimento.

 

4. La Comunione mediante l'Azione

Ogni nostra opera, con la sua ricaduta più o meno lontana e diretta sul Mondo spirituale, concorre a perfezionare il Cristo nella sua totalità mistica. Ecco, completa per quanto possibile, la risposta alla nostra domanda: come, in base all'invito di san Paolo, possiamo veder Dio in tutta la metà attiva della nostra vita? – Veramente, con l'operazione sempre in atto, dell'Incarnazione, il Divino penetra così bene nelle nostre energie di creature che, per incontrarlo ed abbracciarlo, non sapremmo trovare un luogo più adatto del nostro stesso agire.

 

Anzitutto, nell'azione aderisco alla potenza creatrice di Dio; coincido con essa; ne divento non solo lo strumento, ma il prolungamento vivente. E siccome in un essere non v'è nulla di più intimo della volontà, io, in qualche modo, mi confondo mediante il mio cuore con lo stesso cuore di Dio. Questo contatto è permanente, poiché agisco sempre; e, nel contempo, poiché non saprei trovare alcun limite al perfezionamento della mia fedeltà, né al fervore della mia intenzione, esso mi permette d'assimilarmi a Dio, in modo sempre più intimo, indefinitamente.

 

In questa comunione, l'anima non si ferma per gioire, né perde di vista l'aspetto materiale della sua azione. Non sposa forse un impegno creatore ? La volontà di riuscire, una certa appassionata dilezione per l'opera da generare, sono parte integrante della nostra fedeltà di creatura. Di conseguenza, la stessa sincerità con cui desideriamo e ricerchiamo il successo, per Dio, si rivela come un nuovo elemento, – anch'esso illimitato – della nostra più perfetta congiunzione con l'Onnipotente che ci anima. Associati dapprima a Dio nel semplice esercizio comune delle volontà, ci uniamo ora a Lui nel comune amore del fattore da generare; e la meraviglia delle meraviglie sta nel fatto che, in questo fattore finalmente ottenuto, abbiamo la somma gioia di ritrovarLo ancora presente.

 

Ciò risulta immediatamente da quanto testé dicevamo sull'interlegame naturale e sovrannaturale delle azioni nel Mondo. Ogni accrescimento che procuro a me stesso, o alle cose, si commisura a un qualche aumento della mia capacità d'amare e a un qualche progresso della benefica presa di possesso dell'Universo da parte del Cristo. Il nostro lavoro ci appare soprattutto come un mezzo per guadagnarci il pane quotidiano. Ma la sua virtù definitiva è ben più alta: per suo tramite, perfezioniamo in noi il tema dell'unione divina; ed ampliamo anche, in qualche modo, nei nostri confronti, il termine divino di questa unione, Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, artisti, operai, scienziati, qualunque sia la nostra funzione umana, noi possiamo, se siamo cristiani, precipitarci verso l'oggetto del nostro lavoro come a un varco aperto verso il supremo completamento dei nostri esseri. Veramente, senza esaltazione né esagerazione nel pensiero o nelle parole, ma per il semplice confronto delle verità fondamentali della nostra fede e dell'esperienza, siamo indotti a constatare che Dio è inesauribilmente raggiungibile nella totalità della nostra azione. E questo prodigio di divinizzazione è paragonabile solo alla dolcezza con la quale si compie la metamorfosi, senza turbare, in alcun modo, (« non minuit, sed sacravit ...») la perfezione e l'unità dello sforzo umano.

 

5. La perfezione cristiana dell'impegno umano

Si poteva temere, abbiamo detto, che l'economia dell'azione umana fosse logicamente sconvolta dall'introduzione delle prospettive cristiane. La ricerca e l'attesa del Cielo non vanno forse a distogliere l'azione umana dalle sue occupazioni naturali, o per lo meno ad eclissarne totalmente l'interesse? Vediamo ora come non può, come non deve essere così. L'unione di Dio e del Mondo si è or ora compiuta sotto i nostri occhi nel campo dell'azione. No, Dio non distoglie anzi tempo il nostro sguardo dal lavoro che proprio Lui ci ha imposto, poiché Egli si presenta a noi raggiungibile mediante questo stesso lavoro. No, Egli non fa svanire nella sua luce intensa gli aspetti particolari delle nostre mete terrene, poiché l'intimità della nostra unione con Lui è precisamente in funzione dell'effettiva perfezione che daremo alla nostra più infima opera. Meditiamo questa verità fondamentale a sazietà, sino a che essa diventi per noi abituale quanto la percezione del rilievo o la lettura delle parole. In ciò che Egli ha di più vivo e di più incarnato, Dio non è lontano da noi, fuori della sfera tangibile; ma ci aspetta ad ogni istante nell'azione, nell'opera del momento. In qualche maniera, è sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, – del mio cuore, del mio pensiero. È portando sino all'ultima perfezione naturale il tratto, il colpo, il punto al quale mi sto dedicando, che coglierò la Meta ultima cui tende il mio volere profondo. Simile a quelle temibili energie fisiche che l'Uomo riesce a disciplinare sino a far compier loro cose prodigiosamente delicate, l'enorme potenza dell'attrazione divina si applica ai nostri fragili desideri, ai nostri microscopici oggetti, senza spezzarne la punta. Essa superanima: quindi né turba né soffoca nulla. Superanima: quindi introduce nella nostra vita spirituale un principio superiore d'unità il cui effetto specifico è, secondo il punto di vista adottato, di santificare lo sforzo umano o di umanizzare la vita cristiana.

 

a) La santificazione dell'impegno umano

 

Non penso di esagerare affermando che, per i nove decimi dei cristiani praticanti, il lavoro umano resta allo stato di «impaccio spirituale». Nonostante la pratica della retta intenzione e della giornata quotidianamente offerta a Dio, la massa dei fedeli cova oscuramente l'idea che il tempo trascorso in ufficio, nel proprio studio, nei campi o nella fabbrica sia sottratto all'adorazione. Certo, è impossibile non lavorare. Ma è anche impossibile proporsi quella profonda vita religiosa riservata a coloro che hanno il tempo di pregare o predicare tutto il giorno. Nella vita, alcuni minuti possono essere recuperati per Dio. Ma le ore migliori sono sperperate o per lo meno svalorizzate dalle cure materiali. – Oppressi da questo sentimento, moltissimi cattolici conducono in realtà una doppia vita, o una vita impacciata: hanno bisogno di abbandonare la veste umana per ritenersi cristiani, e solo cristiani di secondo ordine.

 

Dopo quanto abbiamo detto delle divine estensioni e delle divine esigenze del Cristo mistico od universale, appaiono manifeste l'inanità di quelle impressioni e la legittimità della tesi, così cara al Cristianesimo, della santificazione del dovere del proprio stato. Certo, nelle nostre giornate, esistono minuti particolarmente nobili e preziosi, quelli della preghiera e dei sacramenti. In mancanza di quei momenti di contatto, più efficaci o più espliciti, il fluire dell'onnipresenza divina e la visione che ne abbiamo ben presto s'indebolirebbero, sino a che la nostra più fervida diligenza umana, senza essere del tutto perduta per il Mondo, resta per noi privata di Dio. Ma, riservata gelosamente questa parte alle relazioni con Dio incontrato, se oso dire, «allo stato puro» (cioè allo stato di Essere distinto da tutti gli elementi di questo Mondo), come temere che l'occupazione più banale, più assorbente oppure più affascinante, ci costringa ad uscire da Lui? – Ripetiamolo: in virtù della Creazione e ancor più dell'Incarnazione, niente è profano quaggiù per chi sa vedere. Invece, tutto è sacro per chi sa distinguere, in ogni creatura, la particella di essere eletto sottoposta all'attrazione del Cristo in corso di compimento. Con l'aiuto di Dio, riconoscete la correlazione, anche fisica, che collega il vostro lavoro all'edificazione del Regno Celeste, vedete lo stesso Cielo che vi sorride e vi attrae attraverso le vostre opere; e, nel lasciar la Chiesa per la città rumorosa, non avrete altro che la sensazione di continuare ad immergervi in Dio. Se il lavoro vi sembra insipido od estenuante, cercate rifugio nell'interesse riposante e inesauribile di progredire nella vita divina. Se vi appassiona, trasferite nell'anelito di Dio, da voi meglio conosciuto e desiderato sotto il velo delle opere, lo slancio spirituale che la Materia vi comunica. Mai, in nessun caso, «sia che mangiate o che beviate», acconsentite a fare checchessia senza averne riconosciuto prima e senza averne ricercato poi tutto il significato ed il valore positivo in Christo Jesu. Questa non è soltanto una lezione di salvezza qualunque; è, secondo lo stato e la vocazione di ognuno, la stessa via della santità. Infatti, per una creatura, cosa significa essere santa, se non aderire a Dio al massimo delle proprie possibilità? – e che cosa significa aderire a Dio al massimo grado se non adempiere, nel Mondo organizzato attorno al Cristo, la funzione precisa, umile od eminente, alla quale, per natura e per sovrannatura, essa è destinata?

 

Nella Chiesa, vediamo diversi gruppi i cui membri si dedicano alla pratica perfetta di questa o di quella virtù particolare: misericordia, distacco, splendore dei riti, missione, contemplazione. Perché non vi potrebbero essere anche uomini votati al compito di dare, con la loro vita, l'esempio della santificazione generale dello sforzo umano? – uomini il cui ideale religioso abituale sarebbe quello di dare completa e cosciente esplicitazione alle possibilità od esigenze divine racchiuse in una qualsiasi occupazione terrestre? – in breve, uomini che, nei campi del pensiero, dell'arte, dell'industria, del commercio, della politica ecc..., si dedicassero a compiere, con lo spirito sublime richiesto, le opere fondamentali che costituiscono la stessa ossatura della società umana? Attorno a noi, i progressi ‘naturali' di cui si alimenta la santità di ogni secolo nuovo, sono troppo spesso abbandonati ai figli della Terra, cioè agli agnostici o agli atei. Certo, senza pensarvi o senza volerlo, costoro collaborano al Regno di Dio e al compimento degli eletti: i loro sforzi, superando o correggendo intenzioni imperfette o cattive, sono recuperati da Colui «la cui Energia è in grado di sottomettersi tutto». Ma non si tratta, ovviamente, che d'una soluzione di ripiego, d'una fase provvisoria nell'organizzazione delle attività umane. Dalle mani che l'impastano sino a quelle che la consacrano, la grande Ostia universale dovrebbe essere preparata e maneggiata solo con adorazione .

 

Oh! venga il tempo in cui gli Uomini, diventati coscienti dello stretto legame che associa tutti i movimenti di questo Mondo nell'unica opera dell'Incarnazione, non potranno più dedicarsi ad alcun compito senza illuminarlo con la prospettiva precisa che il loro lavoro, per quanto elementare sia, è raccolto e utilizzato da un Centro divino dell'Universo!

 

Allora, veramente, ben poco separerà la vita del chiostro da quella laicale. E solo allora l'azione dei figli del Cielo (assieme all'azione dei figli del Secolo) avrà raggiunto la pienezza desiderabile della sua umanità.

 

b) L'umanizzazione dell'impegno cristiano

 

La grande obiezione del nostro tempo contro il Cristianesimo, la vera fonte delle diffidenze che rendono impermeabili all'influsso della Chiesa intere masse dell'Umanità, non sono precisamente delle difficoltà storiche o teologiche. È il sospetto che la nostra religione renda i suoi fedeli inumani .

 

«Il Cristianesimo – pensano talvolta i migliori tra i Gentili – è cattivo o inferiore perché non conduce i propri adepti oltre l'Umanità ma fuori o a lato di essa. Li isola anziché immetterli nella massa. Li disinteressa anziché applicarli al compito comune. Dunque non li esalta: ma li indebolisce oppure li guasta. Del resto, non lo confessano forse essi stessi? Quando, per caso, un loro religioso, un loro sacerdote, si dedica a ricerche cosiddette profane, il più delle volte, prende ben cura di far presente che si adatta a queste occupazioni di second'ordine solo per conformarsi a una moda o ad un'illusione, tanto per dimostrare che i cristiani non sono i più stupidi tra gli uomini. In definitiva, quando un cattolico lavora con noi, abbiamo sempre l'impressione che lo faccia senza sincerità, per condiscendenza. Sembra interessarsi. Ma, in fondo, per via della sua religione, non crede allo sforzo umano. Il suo cuore non è più con noi. Il Cristianesimo genera disertori e traditori: ecco ciò che non possiamo perdonargli».

 

Questa obiezione, mortale se corrispondesse alla verità, l'abbiamo messa in bocca a un non credente. Ma non risuona forse, qua e là, nelle anime più fedeli? A quale cristiano, accorgendosi della sorta d'isolante o di ghiaccio che lo separava dai suoi compagni non credenti, non è forse accaduto di chiedersi con preoccupazione se non sbagliasse strada e se non avesse effettivamente perso il filo della grande corrente umana?

 

Ebbene, senza negare che (ben più con le parole che con gli atti) taluni cristiani si espongono al rimprovero d'essere, se non ‘nemici', per lo meno ‘stanchi' del genere umano, noi possiamo affermare, dopo ciò che abbiamo appena detto sul valore sovrannaturale dell'impegno terrestre, che l'atteggiamento di quelle persone è dovuto a un'incompleta comprensione, e non già ad una certa qual perfezione, della religione.

 

Noi disertori? Noi scettici circa il valore del Mondo tangibile? Noi disgustati del lavoro umano? Ah! quanto poco ci conoscete... Ci sospettate di non partecipare alle vostre ansie, alle vostre speranze, alle vostre esaltazioni nel penetrare i misteri e nel conquistare le energie terrestri. «Siffatte emozioni, dite voi, potrebbero essere condivise soltanto da coloro che lottano insieme per l'esistenza: ora, voialtri cristiani, vi professate già salvati». Come se, per noi, altrettanto e ben maggiormente che per voi, non fosse una questione di vita o di morte che la Terra abbia successo fin nelle sue potenzialità più naturali! Per voi (e davvero in questo caso non siete ancora abbastanza umani, non amate cioè sino al punto estremo della vostra umanità) si tratta solo del successo o dello scacco d'una realtà che, anche se concepita sotto l'aspetto di una qualche super-umanità, rimane vaga e precaria. Per noi, invece, in un senso vero, si tratta proprio del compimento del trionfo d'un Dio. C'è una cosa infinitamente deludente, ve lo concedo: è che, troppo poco coscienti delle responsabilità ‘divine' della loro vita, tanti cristiani vivono come gli altri uomini, in uno sforzo dimezzato, senza conoscere il pungolo o l'ebbrezza del Regno di Dio da promuovere in tutti i campi dell'attività umana. Ma abbiate la cortesia di criticare qui solo la nostra debolezza. In nome della nostra Fede, abbiamo il diritto e il dovere d'appassionarci alle cose della Terra. Come voi, e persino meglio di voi (perché, di noi due, solo io posso prolungare sino all'infinito, conformemente alle esigenze del mio più intimo volere, le prospettive del mio impegno), voglio votarmi, corpo ed anima, al sacro dovere della Ricerca. Sondiamo tutte le barriere. Tentiamo tutte le strade. Scandagliamo tutti gli abissi. Nihil intentatum ... Lo vuole Dio, che ha voluto averne bisogno. – Siete uomini? « Plus et ego ».

 

« Plus et ego ». Non v'è dubbio. In questo tempo che vede il risveglio legittimo, in un'Umanità in procinto di diventare adulta, della coscienza della sua forza e delle sue possibilità, uno dei primi doveri apologetici del cristiano sta nell'indicare, con la logica delle sue prospettive religiose e ben di più con quella del suo agire, come il Dio incarnato non sia venuto per sminuire in noi né la magnifica responsabilità, né la splendida ambizione di farci noi stessi . Ancora una volta « non minuit, sed sacravit ». No, il Cristianesimo non è, come lo si rappresenta o talvolta lo si pratica, un sovraccarico di pratiche e obblighi che appesantiscono, aumentano l'onere già così gravoso o moltiplicano i vincoli, già così paralizzanti, della vita sociale. Esso è, in verità, un'anima potente, che conferisce significato, fascino e nuova scioltezza a quanto già facevamo. Ci orienta, certo, verso vette impreviste. Mala salita che a queste conduce, è tanto ben correlata a, quella che stavamo naturalmente già percorrendo che, nel cristiano, niente è più decisamente umano (è quello che dovremo ora esaminare) del suo stesso distacco.

 

6. Il distacco mediante l'Azione

Quanto abbiamo testé esposto circa la divinizzazione intrinseca dello sforzo umano non pare discutibile tra i cristiani, poiché, per stabilirlo, ci siamo limitati ad assumere nel loro giusto rigore, e a confrontare tra loro, alcune verità teoretiche o pratiche riconosciute da tutti.

 

Tuttavia, certi lettori, senza trovare alcun difetto preciso al nostro ragionamento, si sentiranno forse vagamente disorientati o preoccupati di fronte a un ideale cristiano in cui è data tanta importanza alla cura dello sviluppo umano e alla ricerca di miglioramenti terrestri. Abbiano la cortesia di non dimenticare che abbiamo sinora percorso solo la metà della strada che conduce al Monte della Trasfigurazione. Sin qui, ci siamo occupati solo della parte attiva delle nostre esistenze. Tra breve, e cioè nel capitolo dedicato alle passività ed alle diminuzioni, si scopriranno con maggior ampiezza le braccia dominatrici della Croce. Osserviamo però che, nell'atteggiamento così ottimistico, così liberatorio di cui abbiamo or ora abbozzato i lineamenti, si nasconde ovunque una vera e profonda rinuncia. Colui che si dedica al compito umano, secondo la formula cristiana, sebbene possa esternamente apparire come immerso nelle cure della Terra, è, sin nell'intimo, un essere profondamente distaccato.

 

In sé, per intrinseca natura, il lavoro è un fattore molteplice di distacco per coloro che vi si dedicano senza ribellione, con fedeltà. In primo luogo, implica lo sforzo, la vittoria sull'inerzia. Per quanto interessante sia (quanto più spirituale è, potremmo dire), il lavoro è un parto doloroso. L'uomo sfugge alla terribile noia del dovere monotono e banale soltanto per fronteggiare le ansie e la tensione interna della ‘creazione'. Creare, o organizzare, energia materiale, verità o bellezza, rappresenta un intimo tormento, per cui chi vi si avventura è distolto dalla vita tranquilla e ripiegata su di sé, in cui sta proprio il vizio dell'egoismo e dell'attaccamento. Per essere un buon operaio della Terra, l'uomo, non solo deve abbandonare una prima volta la tranquillità ed il riposo, ma deve anche saper continuamente abbandonare le forme iniziali della sua industriosità, della sua arte, del suo pensiero, per conseguire risultati migliori. Fermarsi nel godimento, nel possesso, sarebbe una colpa contro l'azione. Ancora e sempre, bisogna superare se stessi, lasciare dietro di sé ad ogni momento le più care idee appena abbozzate. – Ora, seguendo questa strada, non poi tanto diversa dalla via regale della Croce, come potrebbe sembrare a prima vista, il distacco non consiste semplicemente nella sostituzione continua di un oggetto con un altro oggetto dello stesso ordine, – come i chilometri succedono ai chilometri su una strada piana. In virtù di una meravigliosa potenza ascensionale inclusa nelle cose (l'analizzeremo più dettagliatamente quando parleremo della «potenza spirituale della Materia»), ogni realtà raggiunta e superata ci permette di scoprire e di perseguire un ideale di più elevata qualità spirituale. A chi dispiega adeguatamente la vela al soffio della Terra, si rivela una corrente che lo costringe ad inoltrarsi sempre più in alto mare. Più le aspirazioni e le azioni d'un uomo sono nobili, più questi diventa avido di fini grandi e sublimi da conseguire. Ben presto non gli bastano più la sola famiglia, la sola patria, il solo aspetto remunerativo della sua azione. Avrà bisogno di creare delle organizzazioni generali, di aprire vie nuove, di sostenere delle Cause, di scoprire delle Verità, di nutrire e di difendere degli Ideali. – Così, gradualmente, l'operaio della Terra cessa di appartenere a se stesso. A poco a poco, il grande soffio dell'Universo, insinuatosi in lui attraverso la fessura d'un agire umile ma fedele, lo ha dilatato, sollevato, trascinato.

 

Nel cristiano, purché sappia usare in modo conveniente le risorse della propria fede, tali effetti raggiungono il culmine e il coronamento. L'abbiamo visto: rispetto alla realtà, alla precisione, allo splendore del fine ultimo cui dobbiamo mirare anche con il più infimo nostro atto, noi, discepoli del Cristo, siamo i più fortunati tra gli Uomini. Il cristiano riconosce come sua la funzione di divinizzare il Mondo in Gesù Cristo. In lui dunque, il processo naturale, che spinge l'azione umana da un ideale all'altro, verso oggetti sempre più consistenti ed universali, raggiunge, grazie alla Rivelazione, il totale compimento. Di conseguenza, in lui il distacco mediante l'azione deve conseguire il massimo della sua efficacia. E ciò è perfettamente vero. Così come lo abbiamo concepito in queste pagine, il cristiano è ad un tempo l'uomo più dedito e distaccato che esiste. Convinto, più di un qualsiasi ‘mondano', del valore e dell'interesse insondabili nascosti nel benché minimo successo terreno, è nel contempo persuaso, alla pari di un qualsiasi anacoreta, della fondamentale nullità di ogni risultato inteso semplicemente come vantaggio individuale (anche universale) all'infuori di Dio. Egli cerca Dio e solo Dio, attraverso la realtà delle creature. Per lui, l'interesse è veramente nelle cose, ma in assoluto subordine alla presenza di Dio in esse. Per lui, la luce celeste diventa tangibile e raggiungibile nel cristallo degli esseri; ma desidera solo la luce; e se la luce si spegne perché l'oggetto è spostato, superato, oppure se ne va, anche la sostanza più preziosa non diventa che cenere ai suoi occhi. Così, ‘sin nel proprio intimo e negli sviluppi più personali che si procura, non cerca se stesso ma il più Grande di sé, al quale sa di essere destinato. Davvero, al proprio sguardo, non conta più; non esiste più; si è dimenticato e perso nello stesso sforzo del perfezionamento. Non è più l'atomo che vive, è l'Universo che vive in lui.

 

Non solo ha incontrato Dio nell'intero campo delle proprie attività tangibili. Ma, in questa prima fase del suo sviluppo spirituale, l'Ambiente divino da lui scoperto assorbe le sue intime potenzialità nella stessa proporzione in cui queste conquistano più faticosamente la loro individualità.

 

   

 

 

Pierre Teilhard de Chardin, L'Ambiente Divino , tr. it a cura di Annetta Dozon Daverio e Fabio Mantovani, Queriniana, Brescia 2003, pp. 28-


Download
Via alla santità A5.pdf
Documento Adobe Acrobat 162.4 KB

LA VIA ALLA SANTITA'

 

 

ANTONIO ROSMINI

 

 

 

 

La santificazione propria dev’essere, allo stesso modo, fine e mezzo della santificazione altrui. Infatti le opere di carità si assumono in quanto sappiamo di certo che ciò piace a Dio; e ciò chepiace a Dio è la nostra santificazione, poiché si legge: «questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1Ts 4,3). E dunque, quanto più saremo santi, tanto maggiori forze avremo per giovare al prossimo.

Non dubitate, Dio ci aiuterà e ci condurrà soavemente

ovunque voglia. Abbandoniamoci solo a lui, e non poniamoci altro fine fuorché il piacergli e il riposare tranquilli in lui, sempre contenti dello stato presente senza voler di più, e considerando sempre lo stato presente come opera finita. Ciò in cui dobbiamo essere incontentabili - e ogni giorno dobbiamo vederci progredire – è nell’amare Dio e nel camminare nella sua giustizia. Non è dunque neppure il predicare, né il fare grandi cose per gli altri.

Dobbiamo amare, ma il purificare noi stessi e l’osservare

ogni giorno sempre più fedelmente la parola di Gesù Cristo, che è verità e vita delle anime nostre …

 

Aprite il cuore, e santificatevi nella vocazione, che avete abbracciato! Ascoltatemi dunque attentamente e giudicate se le osservazioni che vi farò vengano da Dio, come io fermamente credo.

La ragione dei vostri mali consiste: 1° nel non aver bene afferrato che fuori di voi non c’è né bene né male per voi, ma tutto il vostro vero bene sta nella vostra santificazione, e tutto il vostro male sta nel perdere qualche grado della vostra santificazione; 2° nel non aver bene capito che tutte le cose esteriori non dipendenti dalla vostra volontà (siano per sé buone o cattive), nelle mani della divina Provvidenza possono essere, e sono, altrettanti mezzi per accrescere la vostra santificazione.

Quando voi fate il vostro dovere, dentro la vostra sfera,

la vostra anima è santa, voi siete salvo. Che cosa volete cercare di più? perché turbarvi per le mancanze che non commettete voi? perché perdere la vostra tranquillità e assoggettarvi, in conseguenza dell'irritazione che nasce in voi, alla tentazione di esser meno umile, meno mortificato, meno docile, meno ubbidiente? In tal modo vi turbate per una cosa che non è male per voi e, turbandovi, fate invece una cosa che è vero male per voi, perché danneggia l’anima vostra.

Adorate piuttosto in pienissima tranquillità la divina Provvidenza, che lo permette, e pregate incessantemente Dio perché dia maggior lume a chi ne ha bisogno.

La santità soltanto, importa

La profonda aspirazione alla santità non impediva però a Rosmini di vedere quanto fossero grandi i propri limiti e quanto fosse necessario non

arrendersi. Scriveva: È vero, noi non siamo santi, ma a me dispiace quando

alcuno mi fa questa obbiezione. In modo riservato io rispondo loro che Dio può farci santi, che lo spero in Gesù Cristo, che tutti ne abbiamo il diritto e tutti abbiamo aperta la strada per giungere ad una uguale virtù e gloria. Sì, lo spero! E l'otterremo, se noi pregheremo senza intermissione e se ci raccomanderemo a Dio, a Gesù Cristo, alla sua Madre e a tutti i Santi. Abbiamo dunque bisogno di fede e di preghiera, e questo è quello che invoco anche dalla sua carità. Il Signore ci ricolmi delle

 

sue benedizioni e ci conduca a quell’eminente santità a cui tutti ci chiama, e il cui valore è tanto, che l’universo intero in paragone di essa vale uno zero.


Download
Solo la santità rende possbiile la vita.
Documento Adobe Acrobat 224.1 KB

Santità donata...

John Henry Newman

 

Nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte il Papa Giovanni Paolo II elenca alcune priorità per la pastorale nel nuovo millennio. Anzitutto egli richiama la vocazione di tutti i cristiani alla santità. “In primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità.”[1] Una moderna guida alla santità è John Henry Newman.

 

Una volta quando Newman in tarda età sentì dire che l’avrebbero chiamato santo scrisse: “Non sono portato a fare il santo, è brutto dirlo. I santi non sono letterati, essi non amano i classici, non scrivono racconti. Io sono forse alla mia maniera abbastanza buono, ma questo non è alto profilo… Mi basta lucidare le scarpe ai santi, se San Filippo in cielo avesse bisogno di lucido da scarpe.”[2]

 

Newman lungo tutta la sua vita pensò di essere ben lontano dalla perfezione cristiana. Tuttavia dalla sua “prima conversione” (1816) la sua aspirazione fu tutta rivolta a Dio che riconosceva come il fulcro centrale della sua vita. Egli non perse più la viva coscienza della presenza di Dio e il profondo rispetto della verità rivelata. Un principio che fece suo fin da giovane diceva: “La santità piuttosto che la pace”. Egli rimase fedele a questo impegno e si sforzò fermamente di richiamare ai cristiani l’ideale della santità.

 

Santità: necessaria

Uno dei primi sermoni che Newman tenne quando aveva 25 anni porta il titolo La santità è necessaria per la futura felicità. In questo discorso diceva: “Più volte leggiamo che il grande fine cui mirava il Signore nell’assumere la nostra natura fu quello di rendere sante le creature che erano peccatrici… Tutta la storia della redenzione, l’alleanza della misericordia, in ogni suo singolo aspetto e disposizione, attestano la necessità della santità in ordine alla salvezza.”[3] Chi non raggiunge la santità non può provare gioia in cielo. “Anche supponendo che venisse concesso all’uomo non santo di entrare in paradiso, quando vi si trovasse egli non sarebbe felice, e quindi non sarebbe un atto di misericordia permettergli di andarvi… Solo un santo può contemplare il Santo. Senza santità nessun uomo può sopportare il volto di Dio.”[4]

 

Il cuore di Newman era rivolto all’invisibile e ai valori che rimangono. Nel nostro tempo in cui molti si attaccano al visibile e all’effimero e in cui si parla poco, anche nella predicazione, delle ultime cose, lo sguardo fiducioso di Newman all’eternità è fortemente attuale. Questo sguardo può permeare la vita di ogni giorno. La santità, senza la quale nessuno può contemplare Dio, è il risultato di molti atti di fede, che purificano il cuore dal peccato e lo preparano a Dio. “I singoli atti di ubbidienza alla volontà di Dio che sono, come si dice, opere buone, sono per noi utili poiché essi ci liberano a poco a poco da questo mondo peccatore e imprimono nei nostri cuori un carattere celeste.”[5] Questa trasformazione del cuore non avviene dall’oggi al domani, essa ha bisogno di grande sforzo e perseveranza. “Raggiungere il dono della santità è opera di una vita.”[6]

 

Santità: concreta

Newman sapeva che molte persone sentendolo predicare venivano colmati di gioia e consolazione. Ma egli non predicava con l’intenzione di suscitare emozioni e strappare simpatia umana. Sebbene fosse cosciente dell’importanza del sentimento per la vita di fede, egli era contrario ad una esaltazione dei sentimenti. Egli non voleva per prima cosa destare nei suoi uditori buoni sentimenti, ma incoraggiarli alla fedeltà e alla ubbidienza di fede nei doveri quotidiani. Con tutta chiarezza egli affermava: “Coloro che fanno oggetto principale della loro predica la consolazione, sembrano misconoscere il fine del loro ufficio. La santità è il grande scopo. Qui ci vuole lotta e purificazione. La consolazione è un mezzo che rafforza il cuore, però nessuno beve giorno e notte una medicina per il cuore.”[7]

 

Newman, nei suoi tempi anglicani, metteva in risalto il peccato, i pericoli del mondo e l’urgente necessità di penitenza e conversione. Questo impegno nella predica proveniva dalla sua interna convinzione di dover spronare gli uomini ad una vita secondo il vangelo.

 

Dopo la sua conversione alla Chiesa cattolica il tono di Newman si fece più mite, inalterata rimase però la sua convinzione che la santità si trova nel fedele compimento dei doveri di ogni giorno. In parole semplici egli compendia la sua concezione nella “via breve alla perfezione”. “Se voi mi domandate cosa dovete fare per essere perfetti io vi risponderò: non rimanete a letto dopo l’ora fissata per la levata; rivolgete i vostri primi pensieri a Dio; fate una breve visita a Gesù in sacramento; recitate devotamente l’Angelus; mangiate e bevete per la gloria di Dio; recitate bene la vostra corona del rosario; siate raccolti; cacciate i cattivi pensieri; fate con devozione la vostra meditazione della sera; esaminate ogni giorno la vostra coscienza; giunta l’ora coricatevi e sarete già perfetti.”[8]

 

Santità: donata

Anche se Newman sottolinea sempre l’aspetto della conversione e dello sforzo personale per la santità, egli non dimentica che l’uomo è incapace per sé di scalare la vetta della santità. Dio solo può renderlo atto a questa impresa. Mediante Gesù Cristo gli ha aperto la porta della santità, con il battesimo lo rende partecipe nello Spirito Santo della sua santità. Nel sermone L’inabitazione dello Spirito Santo, Newman afferma che il Figlio di Dio fatto uomo mediante lo Spirito Santo rimane presente nella Chiesa e nei cuori dei fedeli. Egli ha cambiato il mondo dal di dentro. “Possiamo vedere che il Salvatore dopo il suo arrivo nel mondo non lo ha voluto lasciare nella stessa condizione in cui si trovava prima, poiché Egli è ancora in mezzo a noi non con semplici doni, ma perché il suo Spirito rimane nella Chiesa come anche nelle anime dei singoli cristiani.”[9]

 

E’ lo Spirito Santo che unisce, purifica e santifica la Chiesa. E’ lo stesso Spirito Santo che mediante il battesimo purifica e trasforma gli uomini, li introduce nella comunità della Chiesa e li rende figli di Dio. “Egli imprime in noi l’immagine del nostro Padre celeste che avevamo perso per la caduta di Adamo e ci guida, in forza del più intimo slancio vitale della nostra nuova natura, a cercare la sua presenza. Egli ci restituisce una parte di quella libertà nel volere e nell’agire, di quella giustizia ed innocenza in cui Adamo era stato creato. Egli ci lega con tutti gli esseri santi così come noi prima eravamo legati al male. Egli per salvarci riannoda quel vincolo strappato che viene dall’alto, unisce in una famiglia di grazia tutto ciò che è santo ed eterno e ci distacca dal mondo ribelle che nasconde in sé l’annientamento. Poiché siamo dunque figli di Dio e una cosa sola con Lui, la nostra anima tende a lui e lo chiama incessantemente.”[10]

 

Poiché la santità proviene da Dio, deve essere sempre e continuamente impetrata con umiltà. In questo senso Newman invoca lo Spirito Santo: “Tu dai alle nostre anime morte nuova vita per servirTi. Da Te proviene ogni buon pensiero ed ogni retto desiderio, ogni buon proposito e successo. Tu trasformi i peccatori in santi. Attraverso di Te la Chiesa si corrobora e ringiovanisce, Tu desti in essa gli eroi e doni forza ai martiri per raggiungere la corona della vittoria. Tu fondi nuovi ordini religiosi e doni alla Chiesa nuove forme di devozione. Nuovi paesi si convertono a Cristo… Io Ti lodo e Ti adoro, mio altissimo Signore Dio, Spirito Santo.”[11] La santità è un dono che nessuno può raggiungere con le proprie forze: “Il santo è creazione esclusiva del Vangelo e della Chiesa.”[12]

 

Santità: provocatoria

Poiché i comportamenti naturali umani sono feriti dal peccato e dalle sue conseguenze, non è facile all’uomo aprirsi al dono della santità. Egli deve essere disposto ad affrontare la necessaria lotta spirituale con l’uomo vecchio. “La grazia ha vinto la natura; ecco tutta la storia dei santi.”[13] Un eloquente segno del fatto che la grazia di Dio imprime nei cuori degli uomini l’immagine del nuovo Adamo è l’umiltà e la coscienza della propria piccolezza. Perciò Newman dice: “Tanto più essi sono vicini al cielo quanto più si ritengono piccoli.”[14] La chiamata alla santità è una grande sfida per la natura umana.

 

Anche il mondo che pensa di cavarsela senza Dio, ha difficoltà a comprendere ciò che noi chiamiamo santità. L’uomo che tende alla santità – come Gesù – diviene spesso segno di contraddizione: alcuni gli riconoscono una propria forza di attrazione, altri lo guardano con diffidenza, altri ancora lo respingono nettamente. Newman ha avuto per questo una formula drastica: “Più un uomo è santo, meno è compreso dagli uomini del mondo.”[15]

 

Il coraggio di andare contro corrente per amore di Dio non rimane però senza effetti sul mondo. Al contrario: si può dire che nessuno come i santi ha un così grande influsso sul mondo. Nel sermone Santità, caratteristica del regno cristiano, Newman precisa: “I santi vivono in sacco e cenere ma vengono sepolti in seta e pietra preziosa. La Chiesa respinge i beni di questo mondo, ma questi beni le arrivano senza richiederli. Potere e influsso, prestigio e fiducia e ricchezza le arrivano, perché non li chiede, essa li ha perché non li cerca; ma se li cerca li perde.”[16] I santi sono come la finestra attraverso la quale la gloria di Dio illumina il mondo. “Come la luce del sole giunge a noi riflessa così i santi di Dio sono gli strumenti attraverso i quali ci arriva la sua gloria.”[17]

 

Santità: personale

La santità consiste nella partecipazione alla natura divina; ciò non significa tuttavia che gli uomini perdano la loro individualità. Al contrario: il vero, il personale, l’originale di ogni persona umana viene chiarito e nobilitato mediante la grazia. Newman sottolineava sempre che Dio guida l’uomo in modo del tutto personale. Egli vuole il santo “originale”. Nella conferenza La santità come norma dello stile di vita cristiano egli lamenta che molti uomini abbiano un falso concetto di santità. Essi pensano che i santi non abbiano da combattere la buona battaglia della fede, che la loro vita sia monotona, che non conoscano il mondo con le sue bellezze e tentazioni, che non sviluppino i loro talenti personali.

 

Uno sguardo a molti santi nella storia del cristianesimo dimostra come siano false queste concezioni. Ci sono tra i santi molte differenze – nelle loro capacità, nella loro formazione, nella loro età, nella loro origine, nel loro percorso di fede. Essi ci indicano la strada della sequela di Cristo e sono in questo senso “una norma della verità, della magnanimità e dell’amore.”[18] Ma Newman aggiunge che “essi non possono essere sempre i nostri modelli e noi non siamo tenuti sempre a seguirli.”[19] La ragione di ciò sta nel fatto che ogni uomo è prodigiosamente unico e irripetibile. Nessuno deve diventare la copia di un altro. Ogni uomo è una persona amata e voluta da Dio e in fedeltà a Cristo e alla Chiesa deve percorrere un proprio personale cammino di fede.

 

 

“Dio ti osserva individualmente, chiunque tu sia. Egli ti chiama con il tuo nome (cf. Is 43,1). Egli ti vede, ti comprende perché ti ha creato. Egli sa quello che passa dentro di te, conosce tutti i tuoi sentimenti e pensieri, le tue inclinazioni e le cose che ti piacciono, la tua forza e la tua debolezza. Egli ti osserva nei giorni della gioia come pure nei giorni del dolore. Egli ti è vicino nelle tue speranze come nelle tue tentazioni. Egli si interessa a tutte le tue preoccupazioni, a tutti i tuoi ricordi tristi o lieti, gli alti e bassi del tuo umore. Egli ha contato tutti i capelli della tua testa e i centimetri della tua statura. Egli ti avvolge completamente e ti porta nelle sue braccia. Egli ti raccoglie da terra e ti depone giù. Egli nota sul tuo volto la gioia o il dolore, quando godi ottima salute come quando sei malato… Tu non sei soltanto la sua creatura – sebbene Egli abbia cura perfino degli uccelli del cielo e abbia avuto compassione delle bestie di Ninive – tu sei un uomo redento e santificato, il suo figlio adottivo che gode del favore di una parte di quella gloria e beatitudine che fluisce da Lui eternamente nell’Unigenito. Tu sei stato scelto ad essere suo, privilegiato rispetto a molti in tutto il mondo. Tu sei uno di quelli che Cristo incluse nella sua preghiera, suggellata dal suo sangue prezioso.”[20]

 

 

 

 

GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, n. 30.

[2] C.S. DESSAIN et al. (eds.), The Letters and Diaries of John Henry Newman, vol. XIII, Thomas Nelson, London 1963, p. 419. La traduzione è nostra, anche quella delle citazioni seguenti.

[3] J. H. NEWMAN, Parochial and Plain Sermons, vols. I-VIII, Christian Classics, Westminster, Md. 1966 – 1968, here vol. I, p. 1.

[4] Ibid., pp. 3, 6.

[5] Ibid., p. 9.

[6] Ibid., p. 12.

[7] H. TRISTRAM (ed.), J. H. Newman. Autobiographical Writings, Sheed & Ward, London – New York 1956, p. 172.

[8] J. H. NEWMAN, Meditations and Devotions, Christian Classics, Westminster, Md. 1975, p. 286.

[9] Parochial and Plain Sermons, vol. II, p. 221.

[10] Ibid., pp. 224 – 225.

[11] Meditations and Devotions, p. 397.

[12] Parochial and Plain Sermons, vol. IV, p. 157.

[13] J. H. NEWMAN, Discourses to Mixed Congregations, Christian Classics, Westminster, Md. 1966, p. 49.

[14] Parochial and Plain Sermons, vol. III, p. 239.

[15] Ibid., vol. IV, p. 244.

[16] J. H. NEWMAN, Sermons on Subjects of the Day, Christian Classics, Westminster, Md. 1968, pp. 245 – 246.

[17] Autobiographical Writings, p. 231.

[18] Discourses to Mixed Congregations, p. 101.

[19] Ibid.

[20] Parochial and Plain Sermons, vol. III, pp. 124 – 125.

[21] M. K. STROLZ (ed.), John Henry Newman. Saggio commemorativo nel Centenario del Cardinalato, Roma 1979, p. 110.

[22] L. BOUYER, Newman. His Life and Spirituality, Burns & Oates, London 1958, p. 387.

 

[23] The Times, August 12, 1890, citato da PH. BOYCE, John Henry Newman: Nascita e sviluppo di un ideale di santità, in M. K.. STROLZ, op. cit., p. 59.

 

 

 


La bellezza della vita religiosa..

  

 

La vita religiosa:

 

partecipazione a una

 

chiamata universale

 

Donald Maldari

 

Negli anni successivi al Concilio Vaticano II si è assistito a sforzi eccezionali, da parte dei teologi, per chiarire l’identità di ciò che nella teologia cattolica è conosciuto tradizionalmente come «vita religiosa o consacrata», senza sminuire il valore di altre forme di vita cristiana. Infatti, anche i termini «religioso» e «consacrato» possono creare confusione. Il fatto che si applichi a un gruppo un particolare stile di vita continua a sollevare questioni riguardo al carattere religioso dello stile di vita degli altri cristiani.

Lo sviluppo di una teologia della vita religiosa è stato segnato dallo sviluppo del concetto moderno di «religioso» e di «religione», che rischia di separare artificialmente la dimensione immanente della realtà da quella trascendente, etichettando la prima come «profana» o «secolare» e l’altra come «consacrata», e di conseguenza associa la religione solo alla seconda.

Se i termini «religione» e «religioso» possono essere utili, essi devono piuttosto includere la cultura immanente che si sviluppa in funzione della fede dell’uomo in ciò che afferma essere la verità ultima trascendente.

 

Critica alla concezione post-illuminista della religione

 

In uno studio sulla storia del concetto di religione, Brent Nongbri dimostra che la Riforma ha privatizzato la relazione delle persone con Dio; l’Illuminismo l’ha distinta da ciò che è chiamato «cultura secolare» [1]. Dopo il XVIII secolo i laici hanno iniziato a considerare la religione come una sottocategoria facoltativa e privata della cultura, che conduce alla diffusa pretesa di essere spirituali, ma non religiosi. Coloro che affermano di essere spirituali senza essere religiosi intendono la loro spiritualità come una relazione privata tra se stessi e Dio e ritengono che la loro relazione non debba avere a che fare o interferire con la loro vita secolare quotidiana.

Lo sviluppo della laicità dopo la Rivoluzione francese è una dimostrazione di tale mentalità. Un documento pubblicato nel 2014 dall’Ufficio del Primo ministro francese esprime questa prospettiva.

Esso spiega che la laicità è giunta a compimento in «ciò che è opportunamente chiamato la modernità segnata dalla secolarizzazione, che ha preso forma alla fine del XVIII secolo con l’Illuminismo, l’autonomia riconosciuta all’individuo, l’emancipazione delle coscienze, il progresso delle conoscenze e il progresso sociale» [2].

All’incirca nello stesso periodo la teologia ha iniziato a comprendere la fuga mundi collegata alla vita monastica non più semplicemente come un rifiuto del peccato, come il corpus giovanneo intendeva il termine «mondo». Essa disprezzava il mondo secolarizzato come creato dall’Illuminismo e focalizzava l’attenzione sul sacro. I non religiosi, con l’eccezione del clero secolare, si concentravano sulla dimensione terrena. La vita religiosa era chiaramente la via della perfezione, e la vita non religiosa era chiaramente ambigua.

Dopo l’Illuminismo, la creazione e lo sviluppo, da parte della cultura occidentale, delle categorie di religione secolare e, di conseguenza, di religioni (al plurale) hanno offuscato il ruolo che la fede gioca in tutta la vita dell’uomo. Queste categorie pretendono di isolare solo una componente della cultura che è interessata da un atto di fede. La mentalità post-illuminista chiama questo «il sacro», ma sarebbe meglio definirlo come «verità trascendente». Infatti, ogni aspetto della cultura umana è modellato dalla fede in qualche verità trascendente.

Le categorie di «religione» e «religioni», come sono state comprese dopo l’Illuminismo, non riescono a integrare quella fede in ciò che la cosmologia post-illuminista chiama «il secolare», ma che si definisce meglio come la dimensione immanente della realtà. Il loro uso tende a separare quello che una persona o un gruppo di persone riconoscono come ciò che costituisce un autentico compimento delle attività quotidiane di quella persona o di quel gruppo.

Questo divorzio pone allora la questione di che cosa animi e guidi le cosiddette «attività non religiose o secolari».

Numerosi studiosi di materie religiose, come Timothy Fitzgerald, Wilfred Cantwell Smith, Michel Despland, William Cavanaugh, Brent Nongbri e Daniel Dubuisson [3], si interrogano sull’utilità dell’idea moderna di «religione». Essi spiegano che la cultura occidentale ha inventato la categoria di «religione», seguita dal concetto di «religioni» (plurale), e che ha sviluppato questi concetti con una serie di risultati poco felici.

A grandi linee, i concetti sono evoluti da (1) una religione come un profondo atteggiamento interiore, che trovava espressione in riti solenni e che ispirava le attività quotidiane della vita di una persona, a (2) una religione come qualcosa di esteriore alla persona, che era una categoria tra tante nella cultura di un individuo, fino alla (3) distinzione delle «religioni» plurali, che sono gli «-ismi», che consistono in convinzioni e riti intellettuali di distinti gruppi di persone. Timothy Fitzgerald conclude che la parola «religione» è così equivoca e inclusiva da non identificare nulla di abbastanza specifico che meriti di essere studiato [4].

Il filosofo Peter Sloterdijk sostiene che la religione non esiste e non è mai esistita, ma che piuttosto le persone si dedicano a «regimi spirituali», che esprimono se stessi in ciò che egli chiama «antropotecniche» [5].

Brent Nongbri dimostra che lo sviluppo della comprensione moderna delle categorie di «religioso» e «secolare» è un fenomeno recente. Mette in guardia i lettori dei testi pre-illuministi dall’interpretazione erronea della parola «religione» che le attribuisce un significato post-illuminista. Ciò vale anche per le traduzioni, nelle quali spesso si incontra il termine «religione» per rendere parole straniere con significati completamente diversi [6]. Ad esempio, la Bibbia (nella Revised Standard Version, la più comune traduzione in inglese) utilizza la parola «religione» dodici volte per tradurre quattro diverse parole greche, tutte nei libri deuterocanonici. Nessuna di esse significa religione nel senso post-illuminista.

I traduttori si sforzano anche di rendere la parola occidentale «religione», che è esclusivamente post-illuminista, con termini equivalenti non occidentali. Le lingue non occidentali non hanno parole indigene che corrispondano alla parola occidentale «religione». Per esempio, la Costituzione indiana garantisce libertà di धर्म (dharm), resa in inglese con religion. Tuttavia, religion difficilmente coglie la ricchezza di significati della parola dharm, che comprende fede, giustizia e doveri quotidiani.

L’avvertimento di Nongbri è contro un’interpretazione delle culture non illuministe fatta attraverso la lente della cosmologia illuminista.

Perciò le formelle che raffigurano i lavori come la tessitura o la medicina sul campanile trecentesco della cattedrale di Firenze non sono laiche nel senso moderno del termine, ma sono religiose tanto quanto le raffigurazioni di scene bibliche.

Pierre Teilhard de Chardin, nel suo linguaggio tipico allusivo e fortemente espressivo, ha detto: «Niente è profano, quaggiù, per chi sa vedere. Anzi, tutto è sacro per chi sa distinguere, in ogni creatura, la particella di essere eletto sottoposta all’attrazione del Cristo in via di compimento» [7]. La sua cosmologia ebbe un influsso significativo su quello che è riflesso nella Costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et spes (GS), che «senza esitazione rivolge ora la sua parola […] al mondo degli uomini […]; al mondo teatro della storia del genere umano» (GS 2), cioè della storia della salvezza. Papa Francesco cita il contributo di Teilhard nella sua enciclica Laudato si’ (n. 82, nota 53).

Smith e Dubuisson propongono l’abolizione delle categorie di «religione» e «religioso». Persino studiosi favorevoli a questi termini ammettono che essi sono vaghi [8]. Il lavoro di Cavanaugh, Despland, Dubuisson, Nongbri, Sloterdijk, Smith e Teilhard porta alla conclusione che il concetto di «religione» si riferisce in realtà alla cultura umana nella sua interezza, che è guidata dalla tensione a Dio come fondamentale preoccupazione (ultimate concern) dell’individuo.

 

La difficoltà di definire la vita religiosa

 

Il Concilio prese la decisione consapevole di non descrivere la vita religiosa come una via di perfezione, in contrasto con la vita non religiosa, e si batté per affermare la vocazione universale alla santità.

La Costituzione Lumen gentium (LG) ha collocato intenzionalmente il suo capitolo sulla vita religiosa consacrata dopo quello dedicato all’universale vocazione alla santità, allo scopo di sottolineare che tutti i cristiani sono chiamati alla stessa pienezza di santità.

Di conseguenza, il Concilio e la teologia successiva si sono sforzati di identificare ciò che caratterizza la vita religiosa consacrata all’interno della vocazione universale alla santità [9]. Il dilemma del Concilio è particolarmente evidente nel capitolo della Lumen gentium sulla vita religiosa. In primo luogo, esso riconosce la radicalità della morte al peccato e della consacrazione a Dio nel battesimo di tutti i cristiani. Prosegue poi insegnando che alcune persone professano i consigli evangelici nella Chiesa «per poter cogliere il frutto più copioso della grazia battesimale». Con la professione dei consigli evangelici il fedele «viene più intimamente consacrato al servizio di Dio.

La consacrazione sarà tanto più perfetta, quanto più solidi e stabili sono i vincoli, con i quali è meglio rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa» (LG 44).

Il Decreto del Concilio sulla vita religiosa Perfectae caritatis (PC) riecheggia questi concetti. Secondo tale Decreto, con la professione dei consigli evangelici i religiosi dichiarano la loro intenzione di vivere per Dio solo. Essi dedicano tutta la loro vita al servizio di Dio in una «speciale consacrazione, che è intimamente radicata nella consacrazione battesimale e la esprime in modo più pieno» (PC 5). I religiosi seguono Cristo come l’unica cosa di cui c’è bisogno (cfr ivi).

Papa Giovanni Paolo II ha ripreso queste idee nella sua Esortazione apostolica del 1996 Vita consecrata (VC), in cui ha detto che la vita consacrata ha «un’obiettiva eccellenza» (VC 18 e 32).

La descrizione della vita religiosa come caratterizzata da una speciale consacrazione solleva una questione relativa al valore dell’iniziazione cristiana. La descrizione della vita religiosa consacrata come una radicalizzazione del Vangelo, come un modo per seguire più da vicino Cristo o come una consacrazione più intima, porta alla domanda: «Più di che cosa?». Se si fa un confronto con le persone che non appartengono a Congregazioni religiose, allora confronto sembra sminuire il valore dell’iniziazione cristiana e dare l’impressione che, sebbene tutti i cristiani siano chiamati alla pienezza di santità, alcuni sono chiamati a una santità più piena degli altri. Se il confronto fatto dai documenti è indirizzato a persone che trarrebbero beneficio dal mettere in pratica i consigli evangelici ma non lo fanno, allora i documenti riconoscono implicitamente il valore che la pratica dei consigli offre a ogni cristiano.

La Lumen gentium, al n. 43, riconosce che i consigli evangelici sono particolarmente efficaci per favorire in ciascuno la crescita delle virtù teologali. Tuttavia l’affermazione fatta nella Perfectae caritatis, secondo la quale attraverso la professione dei consigli i religiosi dichiarano la propria intenzione di vivere per Dio solo, suggerisce che la precedente interpretazione verosimilmente esprime il pensiero del Concilio. Inoltre lascia aperta la domanda: «E per chi non vive la vita religiosa?».

L’affermazione che la professione dei consigli è una consacrazione a Dio che si comprende meglio come un modo per attualizzare e per specificare quella consacrazione in un particolare stile di vita ispirato da una particolare spiritualità e che talvolta è costituito da particolari opere [10].

I tentativi fatti per trovare elementi distintivi della vita religiosa nel suo valore simbolico conducono allo stesso dilemma di quelli che si basano su una speciale consacrazione e che abbiamo descritto prima. Tra i simboli che essi propongono vi sono segni escatologici, profeti, un simbolo della Chiesa stessa, e un simbolo dello sposalizio tra Cristo e la sua Chiesa [11].

Papa Francesco mette in evidenza questo dilemma nella sua esortazione ai Superiori generali degli Ordini maschili, fatta a Roma nel novembre 2013: «La Chiesa deve essere attrattiva. Svegliate il mondo! Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! È possibile vivere diversamente in questo mondo. Stiamo parlando di uno sguardo escatologico, dei valori del Regno incarnati qui, su questa terra. Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No, non voglio dire “radicale”. La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo» [12].

Il Papa ha riconosciuto che la radicalità evangelica non serve a distinguere la vita religiosa. La caratterizzazione che egli fa del religioso come seguace di Cristo in una maniera speciale, profetica, si definisce meglio come «descrittiva» che come «distintiva». Basti pensare alla moltitudine di profeti cristiani che non sono stati dei religiosi, comprese quelle persone vicine al cuore del Papa come Dorothy Day e Martin Luther King [13]. La sua esortazione vale per tutti i cristiani. Infatti, la vita di tutti i cristiani impegnati, compresa quella dei religiosi, ha i valori simbolici che tradizionalmente vengono attribuiti alla vita religiosa consacrata.

Le Congregazioni religiose servono come segni escatologici e simboli della Chiesa, ma un confronto realistico del valore simbolico delle Congregazioni religiose e dei laici non sembra un motivo sufficiente per assegnare tale valore soprattutto alle prime. Infine, la Scrittura indica che il sacramento del matrimonio è un simbolo dello sposalizio tra Cristo e la Chiesa, come pure un simbolo del banchetto escatologico messianico per lo meno così forte come la vita delle Congregazioni religiose.

Una comprensione cattolica, libera dalla distinzione tra sacro e secolare, risolve il dilemma del Concilio. Riconosce che con l’iniziazione sacramentale tutti i cristiani si impegnano radicalmente a modellare l’insieme della loro cultura in funzione della loro fede nel Dio uno e trino.

Essi si impegnano a collaborare con Dio nell’aver cura del mondo, che culmina nella salvezza realizzata già in maniera incoativa, attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio, in Gesù Cristo. Di conseguenza, essi scelgono e adottano particolari stili di vita e vocazioni ispirate da particolari spiritualità come strumenti per realizzare tale impegno.

 

Il ruolo della spiritualità

 

Tutti i cristiani che prendono sul serio la loro professione di fede cercano di vivere la propria vita con il fervore che di solito viene attribuito alla vita religiosa. Essi cercano una particolare spiritualità che li ispiri e li guidi nel loro progetto di tradurre la propria fede in un’azione che abbia cura del mondo creato da Dio. La spiritualità è, come fa notare Josef Sudbrack, la forza vitale che deriva da Dio [14].

Il cristianesimo comprende che questa forza vitale è lo Spirito Santo. Luca, che tra i Sinottici è quello che ha sviluppato di più la pneumatologia, descrive lo Spirito Santo come il dono speciale che anima la comunità e la rende capace di andare incontro a tutta l’umanità nell’attività missionaria. Per Giovanni, coloro che ricevono lo Spirito Santo sono già rinati; coloro che rifiutano lo Spirito sono già condannati. Per Paolo, la comunione con Cristo introduce l’uomo a una nuova vita dello Spirito (cfr 1 Cor 6,17), che lo conduce alla sua realizzazione. Paolo descrive l’esistenza cristiana stessa con il termine pneumatikos o «spirituale». Perciò in 1 Cor 2,13-15 contrappone l’uomo non spirituale, psychikos, all’uomo spirituale, pneumatikos. Per Paolo, lo pneumatikos è ricolmo e vive dello Spirito e dei suoi doni; lo psychikos abusa dello Spirito per scopi egoistici.

Nella storia del cristianesimo sono emerse figure carismatiche con proposte concrete su come promuovere la spiritualità con un occhio alla cura della persona umana. Michel Dupuy descrive così la ricchezza delle diverse spiritualità presenti nel cristianesimo: «Come le gocce di rugiada brillano di molti colori al sole, la varietà degli stili nella relazione con Dio rifrange la ricchezza del dono di Dio» [15]. E conclude: «La vita spirituale è la scoperta dell’amore con cui Dio ci ama liberamente» [16].

La pratica iniziata nel IV secolo di riferirsi ai monaci e alle monache cristiani come «religiosi» illustra la comprensione della religione come cura della santità in funzione di una specifica spiritualità che coinvolge ogni aspetto della vita dell’uomo. Il motto benedettino ora et labora è un esempio di tale concezione. In questo contesto la vita religiosa è davvero una miriade di movimenti carismatici ispirati dallo Spirito Santo. Essi offrono diverse forme di vita con cui aver cura del creato attraverso l’attualizzazione della fede in Dio.

 

L’ascetismo che supera l’egoismo

 

Tra le proposte concrete per la promozione della spiritualità offerte da figure carismatiche c’è la pratica dell’ascetismo. L’ascetismo è un’iniziativa positiva di disciplina. Le pratiche ascetiche creano occasioni per ricevere lo Spirito Santo e la grazia con cui gli uomini vengono trasformati da psychikoi in pneumatikoi.

Lo scopo dell’ascetismo è espresso bene da Ignazio di Loyola come preparazione e disposizione dell’anima a liberarsi da tutte le «tendenze disordinate». Nel cristianesimo la pratica dell’ascetismo prepara l’essere umano a ricevere la grazia. Lo rende libero per cercare e trovare la volontà di Dio riguardo all’orientamento della propria vita in modo tale che egli collabori con Dio nella cura del creato verso la salvezza. Le «tendenze disordinate» di cui parla Ignazio si riferiscono all’egoismo, che impedisce la collaborazione umana con Dio.

L’ascetismo abbracciato nelle Congregazioni religiose, specialmente attraverso le promesse di praticare i consigli evangelici secondo le particolari spiritualità di ogni Congregazione, esprime la saggezza che è utile per tutti i cristiani. Tutti hanno una spiritualità con cui dirigere e sviluppare la forza dello Spirito in funzione della propria fede. Tutti si dedicano all’ascetismo come mezzo per aiutare ad accrescere la propria spiritualità.

Nel cristianesimo l’ascetismo serve per aiutare l’uomo ad assumere l’atteggiamento di Gesù verso il mondo e verso il Padre [17].

Promuove la conversione dalla vanità attraverso la kenosis o svuotamento di sé [18]. Riconosce che la kenosis dell’iniziazione cristiana, rafforzata dalla pratica dell’ascetismo, dal sacramento della penitenza e dalla misericordia di Dio, realizza la morte dell’uomo all’egoismo e la rinascita alla vita di grazia donata dallo Spirito.

La Tradizione ha distinto i consigli evangelici come aiuti molto utili nel processo di kenosis, che favorisce l’accoglienza della misericordia e della grazia attraverso le virtù teologali. L’obbedienza è un mezzo per promuovere l’attenzione alla Parola di Dio nella fede, dono di grazia; la povertà è un mezzo per promuovere la capacità di ricevere la Parola di Dio nella speranza; e la castità è un mezzo per promuovere l’attualizzazione della Parola di Dio nella carità. I consigli evangelici aiutano i cristiani a combattere le tendenze all’indipendenza, all’orgoglio e all’egoismo [19].

Ciò che Ignazio di Loyola chiama «tendenze disordinate» lo potremmo chiamare «egoismo originario», come fa Daryl Domning, paleontologo, anatomista e biologo, che mostra interesse per la teologia [20].

Il processo di selezione naturale che muove l’evoluzione favorisce gruppi che sviluppano un comportamento egoista.

Con la rivelazione divina, sostiene Domning, la coscienza umana riconosce che l’egoismo è fondamentalmente incompatibile con l’amore gratuito della Trinità. Gli uomini, creati a immagine di Dio, sono predestinati a essere perfetti come Dio è perfetto. Luca mostra la relazione tra perfezione e misericordia, quando scrive: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), mentre Matteo scrive: «Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

La misericordia promuove la perfezione. Questa perfezione include il liberarsi dall’egoismo. L’homo sapiens ha avuto un grande successo nella selezione naturale, grazie a una serie di tecniche sofisticate che ha sviluppato per promuovere un comportamento egoista. Ogni essere umano è nato con l’istinto all’egoismo tramandato dai suoi antenati. Questa è la condizione umana che Paolo descrive nel momento in cui siamo combattuti tra la vocazione divina all’amore altruistico e l’istinto evolutivo a essere egoisti. A un certo momento ci uniamo a Paolo nell’esclamare: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7,24). La risposta di Domning è la stessa di Paolo: siamo stati liberati attraverso la morte e risurrezione di Cristo. L’adozione di specifici stili di vita e di un particolare lavoro sono il modo con cui tutti i cristiani impegnati rispondono alla chiamata divina universale alla santità. La vita religiosa è una specifica risposta a tale chiamata.

 

 

 

NOTE

 

1. Cfr B. Nongbri, Before Religion. A History of a Modern Concept, New Haven, Yale University Press, 2013.

2. La laicité aujourd’hui. Note d’orientation, in www.gouvernement.fr

3. Cfr W. Cantwell Smith, The Meaning and End of Religion, Minneapolis, Fortress Press, 1963; M. Despland, La religion en Occident. Évolution des idées et du vécu, Montréal, Le Cerf et Fides, 1979; D. Dubuisson, L’ Occident et la religion. Mythes, science et idéologie, Bruxelles, Éditions Complexe, 1998; T. Fitzgerald, «A Critique of Religion as a Cross-Cultural Category», in Method and Theory in the Study of Religion 9 (1997) 91-110; Id., The Ideology of Religious Studies, New York, Oxford University Press, 2000; Id., Discourse on Civility and Barbarity. A Critical History of Religion and Related Categories, ivi, 2007; B. Nongbri, Before Religion…, cit.

4. Cfr T. Fitzgerald, «A Critique of Religion as a Cross-Cultural Category», cit.; Id., The Ideology of Religious Studies, cit.; Id., Discourse on Civility and Barbarity..., cit.

5. P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, Milano, Raffaello Cortina, 2010.

6. Cfr B. Nongbri, Before Religion…, cit., 3.

7. P. Teilhard de Chardin, L'ambiente divino, Brescia, Queriniana, 1994, 41. Cfr A. Spadaro, «Il sacerdote e la “maturazione universale”. Pierre Teilhard de Chardin su Eucaristia e cosmo», in Civ. Catt. 2016 III 226-238.

8. Cfr D. Dubuisson, L’Occident et la religion..., cit., 83 ss. Per le considerazioni di studiosi che sostengono che «religione» è una categoria valida e utile, cfr «Review Symposium: “Daniel Dubuisson, The Western Construction of Religion”», in Religion 36 (2006) 119-178; W. Cohn – S. Z. Klausner, «Is Religion Universal? Problems of Definition», in Journal for the Scientific Study of Religion 2 (1962) 25-35; F. Schüssler Fiorenza, «Religion: A Contested Site in Theology and the Study of Religion», in The Harvard Theological Review 93 (2000) 7-34.

9. Leggiamo la Lumen gentium 31, dove si parla della natura e della missione dei laici: «Col nome di laici si intende qui l’insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell’ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere questo trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore».

10. Cfr A. de Bonhome, «Estne consecratio per consilia nova consecratio?», in Periodica de re morali, canonica, liturgica 67 (1978) 373-390.

11. Cfr J.-M. R. Tillard, Davanti a Dio e per il mondo, Alba (Cn), Paoline, 1974; L. Boff, Testimoni di Dio nel cuore del mondo, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1985; A. Sicari, «Inspiration and Genesis of the Evangelical “Counsels”», in Communio 9 (1982) 51-66; J. M. Lozano, Vita religiosa, parabola evangelica. Una reinterpretazione della vita religiosa, Milano, Àncora, 1994; S. Decloux, Inattualità della vita religiosa, Roma, Rogate, 1995.

12. Francesco, «Svegliate il mondo! Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali», in Civ. Catt. 2014 I 5.

13. Cfr Id., «Discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America», 24 settembre 2015: cfr www.vatican.va

14. Cfr J. Sudbrack, «Spiritualità», in K. Rahner (ed.), Sacramentum mundi, vol. VIII, Brescia, Morcelliana, 1977, coll. 1-22.

15. M. Dupuy, «Spiritualité», in Dictionnaire de spiritualité ascétique et mystique, vol. 14, Parigi, Beauchesne, 1990, col. 1171.

16. Ivi, col. 1173.

17. Cfr R. Darling Young, «Recent Interpretations of Early Christian Asceticism», in Thomist 54 (1990) 123-140.

18. Questa kenosis, potremmo dire, crea un gradiente di energia di cui parla per analogia il secondo principio della termodinamica. Questa legge descrive le attività, compresa la vita, come risultato di un trasferimento di energia da sistemi con livelli di energia più alti a sistemi con livelli più bassi. La differenza di quantità di energia tra i due sistemi è un gradiente di energia. I dati fisici dimostrano che nell’universo l’energia viene costantemente trasferita da sistemi con maggiore energia a sistemi con minore energia. Il secondo principio della termodinamica predice che alla fine tutta l’energia sarà distribuita equamente in tutto l’universo, e ogni attività, compresa la vita, cesserà. La fisica non può considerare la possibilità di una fonte infinita di energia nello Spirito Santo, ma la teologia lo può fare. Una cosmologia olistica, cattolica, che riconosca l’unità essenziale delle dimensioni immanente e trascendente della realtà può, diversamente dalla cosmologia illuminista, percepire la sinergia all’opera tra le due.

19. Cfr D. C. Maldari, «Asceticism at the Service of Grace», in Louvain Studies 28 (2003) 32-47. L’ascetismo è un mezzo necessario per tutti i cristiani, non solo per i membri delle Congregazioni religiose. Favorisce la creazione dei gradienti di energia, che sono colmati dall’energia trascendente e vivificante, che è lo Spirito Santo. La grazia aiuta coloro che ricevono lo Spirito a vivere come pneumatikoi. Essi vivono l’esistenza quotidiana in modo tale da partecipare all’opera salvifica di Dio.

20. Cfr D. P. Domning – M. K. Hellwig, Original Selfishness: Original Sin and Evil in the Light of Evolution, Burlington, Ashgate, 2006.

 

 

(FONTE: La Civiltà Cattolica 2017 II 146-157 | 4004 - 8/22 aprile 2017)


Dio ha un bisogno struggente dell’Uomo
Raissa Maritain
L’immagine di Gesù crocifisso è in Dio come l’espressione del dolore, di ciò che può essere il dolore nell’essenza divina. Dolore per la perdita delle anime. Se per salvare ogni anima Dio non avesse che da intervenire con la sua onnipotenza, rendendo impossibile il peccato senza violentare e distruggere la libertà alla sua radice, non avrebbe bisogno dell’uso che fa di questa eloquenza che cerca di convincerci e di «sedurci», di questa eloquenza che gli fa mandare a morte suo Figlio, e alla morte di Croce, e che gli fa fare tanti sforzi nelle anime sante con suppliche mai stanche, con le apparizioni dolorose di Gesù pieno di tristezza e di angoscia per la perdita delle anime, col Sacro Cuore ferito, sanguinante, che parla della sua Passione come sempre attuale, che supplica che si ricorra a Lui. Da quando apparve a Santa Margherita Maria come non essere colpiti da tutto ciò?E da tante apparizioni della Madonna supplice, come a La Salette, dove piange sui nostri peccati le pene che ci aspettano …? Se per evitare la perdita di ogni anima Dio agisse con la sua potenza assoluta, Egli inf rangerebbe quello che la sua Sapienza ha concepito, ogni cosa perderebbe senso, tutto diventerebbe un caos di gratuità senza natura specifica; la struttura stessa della Sua creazione crollerebbe.
,Che ne sarebbe in . questo caso dell’amore stesso per mezzo del quale le anime conquistano la vita eterna? L’amore che presuppone la libertà di scelta? (Nella visione beatifica la volontà, colmata per tutta l’ampiezza della sua natura, aderisce in maniera indefettibile al Bene Infinito di cui ha cercato il possesso sotto le ombre della fede, nelle vie della nostra vita mortale; in altri termini Dio è stato scelto).
Operando secondo la sua Sapienza e non con la sua sola Onnipotenza, Dio lascia libera l’anima di sottrarsi da sé, se vuole, alla Sua grazia sufficiente; e se non fallisce così, di sua iniziativa, le fa compiere liberamente il bene con, la Sua grazia efficace; così al Signore non risale mai l’iniziativa del male di perdizione.
Se Cristo supplica I Santi, le anime vittime volontarie, di dargli (con l’aiuto della Sua grazia e dei Suoi meriti) questo supplemento di sofferenze meritorie; se le incarica di far conoscere il suo appello doloroso, insistente, a tutte le anime per quanto peccatrici, perché vengano a Lui con fiducia, a Lui che ha sete della loro salvezza; se mendica dalle anime quel moto nascosto che Egli stesso produce in loro a condizione che ,non abbiano preso iniziative nullificanti, è perché non è «facile» salvarle, è perché Egli non può salvarle loro malgrado. Bisogna convincerle, sedurle; questa è l’opera dell’amore, della misericordia, del Cuore sacratissimo di Gesù..
Raissa Maritain

Download
NEWMAN J.pdf
Documento Adobe Acrobat 47.2 KB
Download
newman.pdf
Documento Adobe Acrobat 741.5 KB
Download
newman c.pdf
Documento Adobe Acrobat 189.7 KB

 La Grazia che attira

J.H.Newman

 

In due modi particolarmente la grazia divina si mani­festa nel cuore umano: ce ne parlano sia la Scrittura che la storia della Chiesa, sia nel caso di santi veri e propri, che in quello di persone avanzate nella vita spirituale. Anche fra gli apostoli del Signore, in Pietro e Giovanni, i personaggi più eminenti di questo gruppo privilegiato, possiamo osservare le due fondamentali direzioni secondo cui agisce la grazia: Giovanni è il santo della purezza, Pietro il santo dell’amore. Non è che amore .e purezza possano mai essere separati e neppure che un santo non possegga tutte quante le virtù: non è che san Pietro non fosse altrettanto puro quanto pieno di amore, o che san Giovanni non amasse in ragione diretta della sua gran­de purezza. I doni dello Spirito non possono venir scissi, perché ciascuno di essi presuppone tutti gli altri. Cos’è l’amore se non dilettarsi in Dio, dedicarsi a lui, donan­dogli tutto il proprio essere? E l’impurità, per contro, non sta forse unicamente nel rivolgersi a qualcosa di mondano, di peccaminoso, che sostituiamo a Dio come oggetto dei nostri affetti? Chi non è puro non può amare Iddio, e nello stesso tempo, chi non ha amore di Dio non può essere puro davvero.  La purezza predispone l’anima all’amore, e questo stesso amore la rinsalda nella purezza.

 

Ci sono dei santi che in modo meraviglioso e talvolta anche miracoloso sono stati difesi dal peccato e condotti di conquista in conquista dall’infanzia fino alla morte. Ma dobbiamo pur dire che Dio vuole riversare la luce e la po­tenza del suo Spirito anche su uomini che fino ad un dato momento hanno fatto pessimo uso delle proprie doti e sof­focato la grazia da lui ricevuta: una legione di demoni li possiede da cui devono essere liberati; sono dominati da abitudini inveterate, da passioni sempre soddisfatte, e da errate opinioni. Si tratta di uomini che hanno servito Sa­tana, non come può accadere per i bambini prima del bat­tesimo, ma facendo uso della volontà e della ragione, con la piena responsabilità di un agire vivo e cosciente. Quando Dio sceglie uno di questi, come lo attira a sé? Indipenden­temente dalla collaborazione del soggetto, o servendosi ap­punto di essa? Dio, senza dubbio, potrebbe comportarsi da padrone con i suoi eletti, prenderne possesso con sopranna­turale violenza e trasformarli di colpo in santi, lasciando da parte una graduale conversione. Egli può « anche dalle pietre suscitare figli ad Abramo» (Mt. 3, 9). Eppure Dio ha disposto diversamente: perché infatti, se così non fosse, sarebbe egli stesso disceso in terra, perché avrebbe dotato la sua venuta di tanti aspetti capaci di commuo­vere, di attrarre e di sottomettere? Quando le anime erra­no lontane da lui, egli le richiama a sé servendosi proprio di loro medesime, « con attrattive piene di umanità » (Os., 11, 4), come dice il profeta Osea. Dio ci conquista unica­mente per sua iniziativa, eppure sempre per mezzo di noi stessi, in modo che la ragione ed il cuore del vecchio Ada­mo, già rese « armi di ingiustizia per il peccato », divengano, sotto l’impulso della grazia, «per Iddio, armi di giustizia» (Rom., 6, 13).

 

Senza dubbio è così. Dio ci chiama a sé con « attrat­tive piene di umanità », che non sono se non « i vincoli di amore» di cui, nello stesso versetto, parla il Profeta. La manifestazione della gloria di Dio sul volto di Cristo, la visione degli attributi e delle perfezioni dell’Onnipo­tente, le meraviglie della sua santità, la dolcezza della sua misericordia, lo splendore del suo Paradiso, la grandezza della sua Legge, l’armonia dei suoi piani di provvidenza, la toccante dolcezza della sua voce: ecco le armi che Dio oppone al dominio del senso e che sostengono l’anima nella sua lotta contro il mondo e il demonio. « O Signore, tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre, sei stato più forte di me e hai prevalso » (Gr., 20,7). Tu hai gettato la tua rete con accortezza, sino a «rendere schiava ogni’ intel­ligenza all’obbedienza di Cristo» (2 Cor, 10, 5). Se il mondo ha il suo fascino, anche l’altare del Dio vivente ha il suo. Se il fasto e le vanità del mondo riescono ad accecare, molto più potrebbe accecare la vista degli Angeli che salgono e discendono la scala del Paradiso… Non ha forse la speranza in Dio le sue emozioni e l’amore per lui non riempie forse il cuore di entusiasmo? « Quanto sono ama­bili i tuoi tabernacoli, Signore degli eserciti! – dice il Sal­mista – Anela e si strugge l’anima mia per il desiderio degli atri del Signore: il mio cuore e la mia carne esul­tano verso il Dio vivente. Davvero vai meglio un giorno nei tuoi atri che mille altrove! Preferisco giacere a terra nella casa del mio Dio che abitare nelle tende degli empi » (Sal., 83, 2 ss.). I figli degli uomini fiduciosi si rifugiano all’ombra delle tue ali. S’inebriano dell’ubertà di tua casa e al torrente della delizia li disseti. Perché presso di te è la sorgente della vita e nella tua luce noi vediamo lume» (Sal., 35, 8 ss.). «Nessuno può venire a me se non vi è attratto dal Padre» (Gv., 6, 44).

 

Ecco la via che Dio ha scelto per fare di un peccatore un santo. Il Signore lo prende tale quale egli è, e di lui si serve perché lotti contro se stesso; cambia direzione ai suoi affetti e spegne l’amore terreno infondendo la carità soprannaturale. Dio non si vale dell’uomo come di un es­sere irragionevole spinto dagli istinti e retto da eccitazioni esteriori indipendenti dalla sua volontà, come di un essere per cui ogni piacere si equivale e differisce dagli altri sol­tanto di grado. Il trionfo della Grazia sta proprio in que­sto, che Dio penetra nel cuore dell’uomo e lo persuade e lo conquista nell’attimo stesso in cui lo trasforma. In nulla egli viola la specifica struttura spirituale che spontanea­mente ha concesso all’uomo. Come uomo lo tratta: gli la­scia la facoltà di agire in un modo piuttosto che nell’altro; fa appello a tutti i suoi poteri e a tutte le sue facoltà; alla sua ragione, alla sua prudenza, al suo senso morale, alla sua coscienza; mette in movimento i suoi timori così come il suo amore e lo illumina sulla corruzione del peccato co­me sulla misericordia divina. Ma il principio animatore della nuova vita, ciò che la suscita e la sostiene, resta pur sempre la fiamma dell’amore: solo l’amore è forte abba­stanza per distruggere in noi l’uomo del peccato.

 

L’amore si rivela quindi come il particolare dono di coloro che erano peccatori prima di diventare dei santi. L’amore resta sempre il principio vitale di tutti i santi, anche di quelli che mai ebbero bisogno di conversione, della santissima Vergine, di Giovanni’ il Battista e di Gio­vanni 1 Evangelista, e della grande schiera delle « Primi­zie a Dio e all’Agnello » (Ap., 14,4) : ma mentre per quelli che mai hanno commesso gravi peccati, l’amore giunge ad una tale altezza di contemplazione da sembrare identificarsi con la santità stessa di Dio, per quelli invece in cui è principio di risurrezione l’amore costituisce la ca­ratteristica stessa del loro itinerario spirituale. L’amore di certi santi è’così pieno di devozione, di entusiasmo, di atti­vità e di buone opere che pensare ad essi vuol sempre dire per noi pensare a quanto hanno amato.

 

Così avvenne per Pietro, così per Paolo, l’apostolo dei pagani, così per la Maddalena. Così avviene anche per noi. Se vogliamo avere una fondata speranza di salvezza, dobbiamo possedere proprio questo amore, nella propor­zione conveniente a ciascuno. Tutti abbiamo peccato: con un aperto e cosciente disprezzo per la religione in taluni casi, con peccati segreti in altri; con la trascuratezza e la freddezza, o con l’indulgenza verso cattive abitudini, dando il nostro cuore alle cose del mondo o preferendo la nostra volontà a quella di Dio. Tutti insomma, penso, abbiamo avuto o ancor oggi abbiamo bisogno di una riconciliazione col Signore. E per quale via è possibile giungervi se non per quella del pentimento, di un pentimento che solo l’amo­re può sostenere? Non dico che per ottenere perdono ci occorre un amore uguale a quello dei santi, a quello di san Pietro o di santa Maria Maddalena: ma lo stesso, come essere perdonati, senza partecipare in certa misura a questa medesima grazia soprannaturale? Ogni « degna opera di penitenza » (Atti, 26, 20) è necessario pro­ceda da una viva fiamma di carità; la perseveranza finale dobbiamo guadagnarla con l’amorosa e costante preghiera a colui che è « autore è perfezionatore della nostra fede » (Eb., 12, 2) e della nostra fedeltà.

 

 

O Salvatore degli uomini, a te io vengo, anche se sarò trovato meritevole di venire da te allontanato. A te ven­go che sei mia vita e mio tutto, a te che durante la mia intera esistenza sei stato l’oggetto primo dei miei pensieri. A te voglio alzare la mia voce da questa valle di lacrime e dirti il mio Confìteor. Mi confesso a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, l’Immacolata, al beato arcan­gelo Michele, pura creatura di Dio, a san Giovanni Bat­tista, santificato già nel seno di sua madre, ai santi apo­stoli Pietro e Paolo, penitenti e quindi capaci per la pro­pria esperienza del peccato di aver compassione del pec­catore, e a tutti i santi, sia che abbiano vissuto nella con­templazione o nella lotta i giorni del loro pellegrinaggio terreno: – A tutti i santi rivolgo la mia supplica perché « si ricordino di me nella loro prosperità e mi usino mise­ricordia suggerendo al Re di trarmi da questo carcere » (Gn., 40, 14). Possa venire il giorno in cui «asciugherà Iddio ogni lacrima dai miei occhi, e morte non ci sarà più, ne lutto, né grida, né travaglio, perché le cose di prima se ne sono andate» (Ap., 21, 4).


La missione dei cristiani nel mondo secondo John Henry Newman

 P. Hermann Geissler, F.S.O.

 

 John Henry Newman (1801-1890) è stato profondamente convinto della luce e della forza della fede in Gesù Cristo. Ha riconosciuto gli sviluppi impressionanti del suo secolo, ha apprezzato il progresso nella vita sociale, ha utilizzato i mezzi del mondo. Nel contempo ha invitato i fedeli continuamente a non lasciarsi contaminare dallo spirito del mondo. Ha ribadito che i cristiani sono chiamati a vivere “nel mondo”, ma a non essere “del mondo”, seguendo il Signore Gesù, vero Maestro e Pastore (cfr. Gv 17,14-16). In numerosi discorsi e sermoni Newman ha spiegato ai fedeli la loro specifica missione nel mondo, le tentazioni da superare e gli aiuti spirituali da mettere in pratica. Nelle seguenti riflessioni attingiamo da tre sermoni del tempo anglicano di Newman, che non hanno perso nulla della loro profondità e attualità e possono offrire orientamento e incoraggiamento anche ai cristiani del XXI secolo.

 

Nel mondo

 

 

Il 1o novembre 1836 Newman ha tenuto un sermone sul tema “Rendere gloria a Dio nelle attività terrestri”[1]. Egli parte dalla considerazione che la grande maggioranza dei cristiani esercita una professione nel mondo ed è loro dovere “glorificare Dio proprio in tale missione, nell’ambito di essa e per mezzo di essa”[2].

 

Secondo Newman, nell’adempimento di questa missione si devono evitare due pericoli: da una parte, quello di essere assorbiti dal mondo e di esercitare la propria professione per spirito terreno. Newman ritiene che questo atteggiamento sia purtroppo dominante nelle società moderne: “Dello spirito di ambizione parlo, per usare una parola forte che d’altronde è l’unica ad esprimere appieno il mio pensiero, di quella bassa ambizione che spinge ciascuno a preoccuparsi del successo e dell’ascesa nella vita, ad accumulare denaro, a sopprimere i rivali e a soppiantare i primi arrivati. Ecco un quadro della mentalità cui, più o meno, a seconda dei differenti temperamenti, tutti si ispirano nel loro atteggiamento verso il mondo. Meglio, molto meglio sarebbe allontanarsi totalmente dal mondo piuttosto che legarsi ad esso così, meglio fuggire come Elia nel deserto, che servire a Baal e ad Astarot in Gerusalemme”[3]. A causa di questa mentalità gli uomini diventano spesso schiavi del mondo e adoratori degli dei e soprattutto di “mammona”, del denaro.

 

D‘altra parte, Newman accenna anche a un’altra tentazione, cioè quella di fuggire dal mondo. Il predicatore di Oxford descrive questo atteggiamento falso con queste parole: “Sapendo di dover essere ciò che la Scrittura chiama ‘l’uomo spirituale’ (1 Cor 2,15), egli si immagina che per diventarlo occorra assolutamente rinunziare ad ogni seria attività terrena, disinteressarsene, disprezzando i naturali e normali piaceri della vita. si fa un dovere di violare gli usi della società assumendo un’aria melanconica e un triste tono di voce; si mantiene silenzioso e assente anche in mezzo agli amici e ai familiari, quasi dicesse a se stesso: Ho occupazioni troppo alte per partecipare a queste effimere, miserabili cose”[4]. Il cristiano, che tende verso Dio e la vita eterna, non deve svalutare la sua responsabilità nel mondo, comportandosi in modo strano verso il prossimo o trascurando persino i suoi doveri terreni.

 

Il retto atteggiamento dei cristiani consiste nel considerare le proprie occupazioni nel mondo come “via al Paradiso”[5], indirizzando ogni attività e dovere alla gloria di Dio: “Possiamo compiere ogni cosa volentieri, per il Signore e non per gli uomini, essendo attivi e raccolti ad un tempo”[6]. Per corroborare i fedeli in quest’atteggiamento Newman ci offre alcuni aiuti spirituali e consigli concreti.

 

Cita innanzitutto una parola di san Paolo che è il motto dell’intero sermone: “Sia … che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31). Da quest’affermazione Newman deduce che ogni cosa può essere fatta per la gloria di Dio, anche e in particolare ciò che pare piccolo o insignificante. Anzi, per la gloria di Dio il cristiano può accettare e sopportare anche difficoltà e insuccesso: “Volentieri quindi intendo accettare una condizione che, all’insaputa di tutti, mi sarà penosa. Invece di lamentarmi con Dio, mi occuperò con diligenza di ciò che non mi va a genio: rinnegherò me stesso…; non c’è sofferenza che non possa essere sopportata in modo passabile confortati dal pensiero di Dio, dalla sua grazia e da una solida volontà”[7]. Compiendo fedelmente il dovere quotidiano e accettando le sfide che si pongono per la gloria di Dio, il fedele può trovare pace, consolazione e serenità.

 

 

Il fedele cercherà poi “di far risplendere davanti agli uomini la propria luce interiore”, dicendo nel proprio cuore: “I miei genitori, i miei educatori o il mio principale non dovranno poter mai dire di me che la religione mi ha rovinato. Mi vedranno al contrario più attivo e solerte di prima, i miei compagni mai avranno occasione di ridere della mia ostentazione: non ostenterò mai nulla, ma compirò, con la benedizione di Dio, il mio dovere in modo virile”[8]. Attraverso un lavoro impegnato, fedele e sincero il cristiano rende testimonianza della luce del Vangelo.

 

 

 

 

 

 

“Sì, sono i cristiani che sorreggono il mondo, con la loro comunione in Cristo, la loro santità, il loro vivere nel mondo senza appartenere al mondo, col dare tutto per amore di Cristo, disposti a perdere tutto pur di restare con Lui, in una parola, seguendo colui dal quale hanno ereditato il proprio nome. Sì, malgrado le forze contrarie, i cristiani – avendo Cristo nel cuore – sorreggono il mondo, non a guisa di una fascia che stringe insieme una ferita, ma come un nutrimento e una cura attenta che aiuta la ferita a guarire dal di                                                   dentro”.

 

                                                                J. H. Newman


La Santa Liturgia in Dom Grea

La Santa Liturgia in Dom Gréa – a cura di P. Lorenzo Rossi, cric

 

 

1. La liturgia nel mistero della Chiesa

L’opera centrale della vita canonica è la liturgia. Così diceva S. Tommaso d’Aquino dei Canonici Regolari: proprie ordinantur ad cultum divinum.

Dom Gréa tiene fermamente a questa consegna. Nella sua opera, La Sainte Liturgie, parla successivamente dell’ufficio divino, della Messa, dei tempi, delle persone e dei luoghi consacrati a Dio:

 

«Dio è lode e canta in se stesso, nel segreto della sua vita, un inno eterno, che non è altro se non l’espressione stessa delle sue perfezioni nel suo Verbo e il soffio del suo amore. Quando nella sua sapienza e bontà ha creato l’universo, egli ha donato come un’eco a questo cantico eterno. … È alla creatura razionale, fatta a sua immagine, che egli affidava l’incarico di presiedere a questo concerto. … Il Cristo è il Figlio di Dio: essendosi unito alla sua Chiesa l’ha introdotta in Lui nell’eterna alleanza del Padre e del Figlio. Con ciò le concede non più di ripercuotere come un’eco lontana il cantico che è in Dio, ma ve l’associa sostanzialmente, la penetra e l’anima tutta intera del suo Spirito» (La Sainte Liturgie, Paris 1909, pp. 1-2).

 

La preghiera della Chiesa: ecco il canto di lode che è al di sopra di ogni altra preghiera. La Chiesa prega incessantemente: essa compie precisamente il precetto di nostro Signore, sine intermissione orate.

«La lode perenne si eleva sempre dalle sue labbra. La Chiesa offre, innalza a Dio la preghiera per eccellenza, il sacrificio dell’Eucaristia, e l’ufficio canonico ne costituisce lo sviluppo e il completamento» (cf. La voix du Père, luglio 1947, p. 9).

Questa mistica liturgia non vale se non è sostenuta da una rigorosa ascesi, da uno spirito eroico di sacrificio. È la tradizione dei digiuni e delle astinenze monastiche che Dom Gréa voleva restaurare. Così lui si esprime:

«A questo ministero liturgico, che è il primo di tutti i ministeri, per conservargli la sua identità si deve unire il mistero della penitenza, che è essa stessa un ministero riguardante l’Agnello immolato, al quale essa unisce i suoi membri e il popolo per cui essa si offre in perpetua intercessione» (A. Gréa, L’institut des Chanoines Réguliers, articolo in Le Prêtre 1907, p. 7).

Come la liturgia, la penitenza ha prima di tutto un carattere sociale:

«Noi digiuniamo per la Chiesa, noi rappresentiamo la Chiesa, la nostra penitenza è quella della Chiesa … nessun (santo) ha potuto realizzare una parrocchia senza la penitenza» (La voix du Père, luglio 1947, p. 9).

Questa abnegazione evangelica è la nota più innata della spiritualità di Dom Grèa, così come è la caratteristica della sua vita. Come molti fondatori ha vissuto per la Chiesa, soffrendo per essa e nella prova è stato fedele alla “vocazione” che il Signore gli ha affidato.

La Chiesa è un mistero e … al centro (del suo mistero) c’è il mistero dell’Eucaristia. Ecco perché Dom Gréa riserva un posto così grande alla liturgia.

Il Concilio Vaticano II ha voluto particolarmente ritenere due aspetti dell’opera De l’Église, due aspetti che vogliamo segnalare: la partecipazione attiva dei fedeli che – dice Dom Gréa – è loro diritto, e la concelebrazione della quale per lungo tempo la Chiesa romana ha dato l’esempio. Ma, in realtà, tutta la vita della Chiesa è come una grande liturgia e mai questa verità appare con più evidenza/splendore come nella celebrazione dell’assemblea conciliare (cf. H. de Lubac, La Croix, 20 novembre 1965). Così si esprime Henri de Lubac, presentando l’opera De l’Église et de sa divine constitution:

«Quando all’altare secondo l’antica disciplina il vescovo offre il suo sacrificio assistito dalla corona del suo presbiterio e tutti i preti concelebrano con lui, il vescovo, che è il prete principale, consacra efficacemente; la parola che pronuncia basta al mistero, e tuttavia tutti i preti consacrano in piena verità con lui e le parole che essi pronunciano hanno tutto il loro effetto senza portare alcun detrimento alla pienezza dell’azione del vescovo loro capo.

Al Concilio similmente c’è fra il vicario di Gesù Cristo e i vescovi come una concelebrazione mistica e la definizione divinamente infallibile del dogma, perché come il medesimo Gesù è donato agli uomini nella divina Eucaristia, così la parola e la verità di Dio è trasmessa anche con l’insegnamento della fede».

Osserva de Lubac in questo testo l’eminente dignità riconosciuta ad ogni sacerdote, le cui funzioni e poteri sono essenzialmente gli stessi di quelli del vescovo (salvo il potere stesso dell’ordinazione). Nel suo sacro ministero il sacerdote cooperatore del vescovo non è il ministro del vescovo; egli è, come il vescovo, ministro di Cristo. In anticipo rispetto al Concilio Vaticano II, Dom Gréa non manca di mettere in rilievo l’ordine dei diaconi che «hanno presso i vescovi un ministero di preparazione e di assistenza» (De l’Église, p. 325) e che paragona agli angeli del Signore. Non dimentica il ruolo che nella Chiesa era svolto dai laici e che appartiene sempre normalmente all’«ordine laico» – così come Dom Gréa definisce il ministero dei laici –, cioè al popolo fedele tutto intero (cf. De l’Église, p. 353 ss.). Un altro merito dell’opera di A. Gréa è di mostrare il posto dello stato religioso nella Chiesa. Anche su questo punto Dom Gréa anticipa il Vaticano II, il quale nella Lumen gentium dedica a ciò l’intero capitolo VI.

Così si esprime Dom Gréa: «lungi dall’essere un accessorio superfluo, lo stato di vita religioso è al contrario ciò che vi è di più sostanziale e di più completo nella realtà vitale della Chiesa. … È talmente dell’essenza della Chiesa, che è naturalmente “incominciato con essa, o piuttosto è lei, la Chiesa, che ha cominciato con questo stato di vita” (S. Bernardo). Quando Pietro dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”, fa allusione a un gesto che li strappava dal mondo».

 

2. Il mistero della Chiesa per Dom Gréa

La visione rigida di una Chiesa monarchica e universalistica cominciava a sgretolarsi grazie ad una conoscenza più rigorosa delle fonti bibliche e al grande apporto del movimento liturgico, che sarebbero stati di fatto all’origine del rinnovamento conciliare. Contro l’idea che la Chiesa fosse il frutto di una perfetta costruzione giuridica, ovvero l’espressione più compiuta della legge divina, andava sempre più affermandosi la convinzione che l’evento cristiano è un’attualizzazione del mistero stesso di Dio che si è reso presente nella vita, morte e risurrezione di Gesù, attualizzazione che avviene ogni volta di nuovo nella celebrazione liturgica. Non si tratta dunque di un’iniziativa umana, di un frutto dei nostri sforzi organizzativi, bensì un autentico e libero dono di Dio da accogliere e vivere nello stile della gratuità e della docilità.

 

Chiesa mistero, Chiesa popolo di Dio

Parlare di Chiesa come mistero, significa porre al centro l’azione potente di Dio, alla quale guardare per attingere il senso più autentico della missione come discepoli di Cristo.

Il mistero del popolo di Dio che è la Chiesa (cf. Lumen gentium, capp. II e III):

 

«Il popolo di Dio è un concetto assolutamente decisivo, in pratica scomparso dalla visuale dogmatica già nell’epoca patristica, in specie poi nel medioevo. Era stato riscoperto solo dalle “quattro fiaccole” del 1800, ossia il tedesco J. Adam Möhler (1796-1838), l’inglese John Henry Newman (1801-1890), l’italiano Antonio Rosmini (1797-1855) e il francese Dom Marie Étienne Adrien Gréa (1828-1917), che hanno spianato la strada alla riacquisizione del sec. 20°» (T. Federici, Cristo Signore risorto amato e celebrato, Palermo 2001, p. 46).

 

 

In Dom Gréa la Chiesa locale:

 

«è basata non su una sua comprensione come semplice circoscrizione ecclesiale, ma come la realizzazione piena e concreta del mistero della chiesa “in un luogo”. In questo si percepisce senza dubbio la rivalutazione della teologia dell’episcopato e della relazione tra chiesa ed eucaristia, nonché quella delle testimonianze patristiche iniziali, soprattutto di Ignazio di Antiochia. Suppone, inoltre, un grande correttivo all’ecclesiologia della chiesa universale, diventata egemonica nel corso del secondo millennio ecclesiale» (S. Pié-Ninot, Ecclesiologia, Brescia 2008, p. 352).

 

Scrive Dom Gréa a p. 68 del De l’Église:

«L’episcopato è uno, la sua autorità nella Chiesa universale è essenzialmente la proprietà comune del collegio episcopale tutto intero, ed è nella qualità di membri di questo collegio che i vescovi l’esercitano». È «uno e semplice, non è posseduto in parti», «è tutto intero ricevuto per mezzo della consacrazione episcopale» e «sussiste uguale in tutti i vescovi, tutto intero in ciascuno come un bene solidale e indivisibile».

«Il suo potere esercitato in maniera ordinaria, non solamente nelle assemblee, ma anche nell’incontro meno importante che i vescovi dispersi sempre uniti nella reciproca dipendenza e sotto l’impulso del loro capo, si prestano senza interruzione per il mantenimento della fede e della disciplina» (De l’Église, p. 225). Ciascuno di loro per questo deve essere nella «comunione gerarchica» con il successore di Pietro: è questo il termine che il Vaticano II userà. Dunque per Dom Gréa ogni vescovo partecipa di diritto ai concili ecumenici. Gesù Cristo ha fatto dei suoi apostoli «dei dottori della Chiesa universale ancor prima che avessero iniziato a formare il gregge nelle loro chiese particolari».

Così questa Chiesa non è semplicemente la confederazione di chiese particolari, ma la Chiesa le precede nel disegno divino e comunica ad esse ciò che sono, lungi dal ricevere da esse ciò è lei stessa. Di più: come l’episcopato è tutto intero in ogni vescovo, così la Chiesa universale è tutta intera in ognuna delle chiese.

Nell’opera di Dom Gréa l’idea di gerarchia e di ordine sacro sono descritte non in opposizione agli aspetti istituzionali e più precisamente gerarchici, ben al contrario è l’idea di gerarchia, di ordine sacro che domina la sua sintesi (cf. la prefazione di L. Bouyer al De l’Église). Di questi aspetti ci dà una visione così profonda e vivente che appare subito che la gerarchia ben compresa, lontano dal comprimere elementi viventi della Chiesa, è ciò che dona loro, assieme alla loro coerenza esteriore, la loro continuità intima e spirituale.

Dom Gréa ci invita in effetti ad una contemplazione della Chiesa. Ci parla costantemente del «mistero» della sua vita. Sa mostrare la Chiesa nel suo rapporto con la Santa Trinità, una Chiesa che proviene dal Padre e vi ritorna per mezzo di Gesù Cristo, animata dallo Spirito.

L’esposizione delle gerarchie (cf. De l’Église, Capp. II. V. VI. VIII).

La prima gerarchia è nei cieli comunicazione del Padre a suo Figlio nel seno della Trinità, è la generazione eterna mediante la quale il Padre genera il verbo comunicandogli eternamente la sua divinità e tutti i suoi attributi. Comprende altresì la missione con la quale il Padre estende la sua generazione divina nel tempo unendo suo Figlio alla natura umana.

La seconda gerarchia è la comunicazione del Cristo alla sua Chiesa nell’episcopato, conforme all’insegnamento di S. Paolo, Caput Christi Deus (1 Cor 11,3); quindi Christus caput Ecclesiae (Ef 5,23).

La terza gerarchia è la comunicazione del vescovo alla Chiesa particolare. È nell’insondabile altezza della Trinità che procede la nostra Chiesa ed è sul modello delle relazioni divine e della vita divina che viene edificata la nuova Gerusalemme (Da alcune note manoscritte del 1903 di P. A. Duparc, discepolo del fondatore).

Così si esprime Dom Gréa:

 

«Attraverso questo mistero ammirabile delle processioni e delle assunzioni nell’unità che è il fondamento delle gerarchie, come c’è una circumincessione del Padre e del suo Figlio (Gv 14,10), c’è una circumincessione del Figlio e della Chiesa universale (Gv 14,20): “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Ciò che ci fa dire anche del vicario di Gesù Cristo, perché egli tiene il posto del capo: “Dove è Pietro, là è la Chiesa” (S. Ambrogio). Infine c’è una circumincessione del vescovo e della Chiesa particolare, ciò che fa dire a S. Cipriano: “Voi dovete capire che il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa nel vescovo” (ep. 66,8: PL 4, 406).

Quanto è sublime questo mistero! Il Figlio è nel Padre come nel suo principio; il Padre è nel Figlio come nel suo splendore consustanziale. La Chiesa è anche nel Cristo come nel suo principio e il Cristo è nella Chiesa come nella sua pienezza. Infine la Chiesa particolare è ancora nel suo vescovo come nel suo principio, e il vescovo è nella sua Chiesa come nella sua pienezza, nel suo splendore, l’irraggiamento del suo sacerdozio e la sua fecondità» (De l’Église, p. 73).

 

La Chiesa dalla Trinità

Siamo di fronte al cuore della rivoluzione conciliare. L’affermazione forte del primato dell’iniziativa divina e proprio per questo la straordinaria riscoperta della prospettiva trinitaria, della storia della salvezza … Un popolo che vive continuamente della chiamata di Dio … La Chiesa è il primo momento dell’esperienza cristiana, il momento sorgivo della nostra stessa fede. Non avremmo niente, liturgia parola testimonianza fede, se non avessimo la Chiesa. La comunità di Gesù precede tutto, precede la stessa gerarchia, gli stessi carismi: io credo perché qualcuno mi ha parlato di Gesù Cristo; posso leggere la Bibbia perché qualcuno prima di me l’ha ricevuta, custodita e trasmessa; posso celebrare la messa perché ripeto i gesti di coloro che li hanno compiuti prima di me … in una parola, la comunità cristiana è il grembo di tutta l’esperienza di fede, di tutto il cristianesimo. E se la Chiesa è grembo germinale della fede dei credenti, essa a sua volta non è altro che l’immagine e il frutto del grembo trinitario da cui la Chiesa ha origine. È quanto la Lume gentium descrive nei primi felicissimi numeri, nei quali viene evocato il mistero della Trinità che agisce nel cuore della storia: l’arcano disegno di sapienza e di bontà del Padre, a noi rivelato attraverso la missione del Figlio che ci ha mostrato la grandezza dell’amore di Dio e ha fondato la Chiesa, la quale è santificata e continuamente rinnovata per mezzo dell’azione dello Spirito. È così che al n.° 4 Lumen gentium potrà concludere: «La Chiesa universale si presenta come un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (cf. A. Andreini, Il risveglio della Chiesa, in Feeria 43, marzo 2013, pp. 43-44).

 

Dalla tesi di licenza in teologia dogmatica di P. Clemente Treccani:

«Uso della Scrittura citata

Alla conclusione di questo capitolo (il III cap., n.d.r.) è bene trattare come Dom Gréa amava e citava la Sacra Scrittura. Si premette quanto dice in proposito F. Vernet, a p. 247 della sua biografia su Dom Gréa:

 

“Pour l’Ecriture il eut un véritable culte. Il la lisait entièrement chaque année. Il en avait une édition en plusieurs volumes, lui permettant d’emporter, dans ses voyages, la partie qu’il avait à lire durant son absence. Aussi possédait-il parfaitement la parole de Dieu. Il en connaissait, non seulement le texte, mais encore le sens profond, et il parlait d’expérience quand il disait à ses fils que la Sainte Ecriture s’explique par elle-même.”

 

Abbiamo qui sintetizzato tutto il materiale di studio. Per citare la Sacra Scrittura, bisogna prima leggerla. Il Gréa, veramente, deve aver amato molto la Scrittura tanto da leggerla ogni anno. Quanti sacerdoti, religiosi, uomini di Chiesa sanno leggere ogni anno tutta la Scrittura? Io per primo, figlio di Dom Gréa non l’ho ancora seguito in questo esercizio. Il suo biografo parla di “un véritable culte”. Non ho ancora appurato quali siano state le Bibbie usate dal Gréa, ma ciò che più è importante è che egli “possédait parfaitement la parole de Dieu”. Se è figlio del suo tempo per una certa ampollosità di espressione, per una lettura poco critica nel senso delle attuali scienze bibliche, d’altra parte è un profondo conoscitore, e dai Padri ha imparato a commentare “la Scrittura con la Scrittura” stessa. E questo è un pregio. Basta vedere i passi che cita. Egli è completamente preso dal Mistero, e perciò ascolta per lasciarsene riempire. Nell’ascolto egli penetra nel mistero della misericordia e della bontà divina. All’ascolto segue l’incarnazione, cioè nella preghiera liturgica. Il Gréa vive la parola di Dio specialmente come lode. A questo proposito basta leggere i cap. 2º e 3º de La Sainte Liturgie, pp. 4-24, per rendersi conto della sua venerazione per la Sacra Scrittura. Ma non è una venerazione disincarnata, bensì una “liturgia” continua che adora il Mistero divino celato e svelato nelle Scritture. Così, nei suoi scritti, il Gréa non fa una scelta posticcia della Scrittura, ma una cernita ben accurata e pertinente. Fa emergere il testo biblico per dare così un fondamento biblico alle sue meditazioni sulla divina costituzione della Chiesa. Con alla mano la tabella delle citazioni, ci si accorge subito del tipo della sua scelta. A p. 11 de La Sainte Liturgie egli dice:

 

“La matière des lectures ecclésiastiques est d’abord la Sainte Ecriture; et dans la Sainte Ecriture, la dignité la plus haute appartient à l’Evangile; puis viennent les écrits apostoliques du Nouveau Testament et le livres de l’Ancien Testament”.

 

 

Si è notata l’abbondanza delle citazioni da Giovanni e da Paolo. Ora se il suo studio è di prevalente carattere dogmatico, ciò non toglie che il Gréa vi ha premesso prima una valida base biblica, pur con i mezzi limitati della sua epoca. Il movimento biblico era appena iniziato. Quanto detto finora è degno di nota. É vero che il Gréa fu chiamato il teologo della Chiesa, specialmente dell’episcopato, della Chiesa particolare. Ma è anche vero, grazie anche alla sua profonda conoscenza dei Padri, che se ne scopre un’altra qualità: la solida base scritturistica ne l’Eglise et sa divine constitution, che ancora interpella e sprona ad una maggior “intelligenza” della Parola di Dio. Proprio per la dinamicità di essa, noi possiamo contemplare la “divina economia”, cioè il mistero della santificazione operato in Cristo» (La “Divine economie” in Dom Adrien Gréa, Roma 1980, pp. 84-85).


La santa liturgia secondo Dom Gréa – II parte, 13 maggio 2015

(a cura di P. Lorenzo Rossi, cric)

 

Il solo studio della visione del mondo in un mistico e in ogni uomo diviene rivelatore, per la scelta che implica, della sua finezza di spirito, della profondità del suo pensiero, della ricchezza del suo cuore, dell’intensità della sua scelta di vita (engagement) e più ancora della forma e del grado stesso della sua unione a Dio.

Come il nostro fondatore ha vissuto e pensato il dogma, la storia del cristianesimo, il vangelo, occorre ritrovare la sintesi unica e vivente che egli è riuscito a realizzare.

L’ambiente in cui si muove il Gréa si delimita nel clima romantico della prima metà del secolo scorso, nel quale egli guarda al passato cristiano con interesse e simpatia. Nutre quindi un forte interesse per il mondo cristiano antico e medioevale (cf. C. Treccani, Tesi di licenza, p. 15). Egli sogna una Chiesa che nel presente vede incapace di ritrovare il vigore e lo spirito da cui era animata nel passato. Negli anni degli studi parigini si impegna nello studio della patrologia e della storia ecclesiastica. Si appassiona per le Institutions liturgiques di Dom P. Guéranger.

Di conseguenza per Dom Gréa la Chiesa è ecclesìa: essa comprende il popolo, abbraccia l’umanità, attrae a sé anche le cose e il mondo intero. In tal modo essa acquista l’ampiezza cosmica dei primi secoli e del medioevo.

 

La figura della Chiesa come si presenta ne L’Église

Nelle epistole di S. Paolo agli Efesini e ai Colossesi l’immagine della Chiesa acquista una forza tutta nuova. Sotto la guida del suo capo, Cristo, la Chiesa comprende «tutto quello che sta in cielo, in terra e sotto terra» (cf. Fil. 2,10). Nella Chiesa tutto è legato a Dio: gli uomini, gli angeli e le cose. In essa comincia fin da ora la grande rinascita «alla quale tutta la creazione anela» (cf. Rom. 8,19 ss.).

Questa unità è proprio quella che L’Église descrive, negli stessi termini che ottanta anni dopo avrebbe usato la Lumen gentium. La riflessione di Dom Gréa comincia dal “mistero” della Chiesa, un termine che presso il nostro autore indica il mistero trinitario e la sua espressione, il suo compimento nella storia dell’umanità per mezzo della Chiesa (cf. Bulletin CRIC, n. 170, juin 1985).[1]

Nella misura in cui diveniamo una cosa sola con Cristo ci avviciniamo al Padre; e lo Spirito Santo, Spirito di Gesù, è la guida e ci indica la via. Egli dona la grazia di Cristo, insegna la verità di Cristo, rende operante l’ordine di Cristo. Questa è la legge che fa organica la vita cristiana: la legge della SS. Trinità (cf. R. Guardini, Il senso della Chiesa, Brescia 20072, pp. 24-26).

 

G. Fontaine, CRIC, La vita liturgica dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione

I. Nella vita e nell’opera di Dom Gréa.

La liturgia è stata il cuore della vita e dell’opera di Dom Gréa. La vita comune e religiosa che il restauratore della vita canonicale in Francia desidera mettere in onore in seno al clero diocesano è una vita fondamentalmente basata sulla liturgia. Nella sua conferenza indirizzata al Capitolo dei priori (2 aprile 1902), Dom Gréa afferma:

«Fra i compiti ai quali i Canonici Regolari possono dedicarsi secondo il fine della loro vocazione, viene in primo luogo, per la dignità e l’eccellenza, il culto divino».

Nel suo trattato L’Église et sa divine constitution, il cap. 35 è consacrato allo stato religioso. Dom Gréa scrive nei riguardi dei Canonici Regolari:

«Sono chierici per essenza, ci dice S. Tommaso, mentre i monaci lo sono diventati “per accidens”. Nota 39: S. Tommaso, Secunda secundae q. 189, a. 8: “La religione dei monaci e quella dei Canonici Regolari si rapportano l’una e l’altra alle opere della vita contemplativa e, fra queste opere, le principali sono la celebrazione dei santi misteri, alla quale è direttamente ordinato l’ordine dei Canonici Regolari, che sono essenzialmente dei chierici religiosi (‘Quibus per se competit ut sint clerici religiosi’). La religione dei monaci, al contrario, non comporta necessariamente la clericatura (‘ad religionem monachorum non per se competit ut sint clerici’)”. Cf. Dom Morin, osb, L’idéal monastique et la vie chrétienne des premiers siècles, Maredsous 1944, pp. 134-135; A. M. Henry, o.p., Moines et chanoines, in La Vie Spirituelle 80 (1949), pp. 60-61».

Dom Delaroche, il suo successore alla testa dell’Istituto scriveva qualche mese dopo la morte di Dom Gréa:

«Si può dire che tutta la sua vita e quella che intendeva donare all’istituto fondato da lui non era altro che la vita liturgica elevata alla sua più alta espressione. Penetrato come era dell’eccellenza della preghiera della Chiesa, Dom Gréa vedeva nell’Ufficio divino, l’opus Dei, la prima cosa, la più importante, nella quale non potevano prevalere mai né gli studi, né le relazioni, né le opere. Così con quale fedeltà eroica la praticava in tutta la sua vita, e quale importanza e tempo gli dedicava nel suo istituto!» (Dom Gréa, La vie et les arts liturgiques, juillet 1917, pp. 385-387, citato in F. Vernet, Dom Gréa, pp. 195-196).

La parola di Dom Gréa era la più persuasiva delle iniziazioni alla liturgia, sia nel corso che impartiva ai suoi religiosi sia nelle negli incontri familiari che spesso riguardavano questioni liturgiche.

Questo fervore si ritrova nel suo libro La Sainte Liturgie, pubblicato nel 1909. Molti argomenti sono stati raccolti da conferenze tenute da Dom Gréa a St. Claude e in seguito nell’abbazia di St. Antoine. «Né completo, né definitivo, questo libro rimane sempre istruttivo e ricco: dona l’intelligenza del culto divino, aiuta a seguire l’evoluzione liturgica, e fa bene per gli slanci di una mistica tradizionale» (F. Vernet, p. 136).

«La preghiera liturgica è il più eccellente omaggio che possiamo rendere a Dio …» (Dom Gréa): così i redattori del Proprium liturgiae horarum ad usum Confoederationis Canonicorum Regularium S. Augustini hanno avuto la felice idea di far leggere, all’Ufficio delle letture, il 17 settembre, nella memoria dello spagnolo Pietro d’Arbués, la maggior parte della prefazione della Sainte Liturgie di Dom Gréa. Il titolo di questa lettura riprende, del resto, una delle frasi più ricche di questa prefazione.

 

Il tempo sacro

La Sainte Liturgie, libro III, cap. 1, Paris 1909, p. 53:

«Il tempo è la misura delle opere di Dio fuori di se stesso: le abbraccia tutte nell’eternità e le ordina nel tempo, secondo i disegni della sua sapienza e bontà. Questi disegni si compiono con la manifestazione della misericordia nel suo Figlio, il Verbo incarnato, immolato, glorificato, che unisce al suo sacrificio ed eleva nella gloria tutti gli eletti, cioè la Chiesa sua cara sposa.

Quaggiù la Chiesa, scelta e associata a questi misteri, percorre il tempo che la conduce all’eternità, e per il culto che rende a Dio, celebra nel tempo e misura nella successione del tempo quello che rimane immutabile nell’eternità. Guigo il certosino ci mostra in questa successione del tempo un inno che Dio, cantore sapientissimo, canta a se stesso con una melodia che passa attraverso suoni ordinati in modo vario per dargli tutta la sua bellezza (cf. Guigonis Carth. PL CLIII, 607).»

 

In questo libro Dom Gréa offre fra l’altro spunti di ottima teologia liturgica, che conferiscono al libro stesso una freschezza e attualità sorprendenti.

Il terzo libro della Sainte Liturgie comprende sei capitoli e descrive i tempi consacrati a Dio. Il tempo, con le feste che lo scandiscono, permette un contatto vitale con i misteri della redenzione, che nella liturgia sono riproposti con il carattere di eventi attuali (cf. Ibidem, pp. 57-65).

La riforma del Vaticano II ha cercato, non senza difficoltà e limiti, di recuperare la “sensatezza” del tempo liturgico (cf. R. Guardini, Lo spirito della liturgia, I santi segni, Brescia 1996, p. 72), fedele al principio di eliminare dalla celebrazione liturgica quegli elementi meno corrispondenti all’intima natura della liturgia (cf. SC 21), senza tuttavia negare un legittimo mutamento di quegli aspetti, che «nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare» (SC 21).

Questa attenzione alla “sensatezza” del tempo liturgico (cf. SC 88) è l’elemento decisivo per giungere a quella «celebrazione piena, attiva e comunitaria» (SC 21), che normalmente viene sintetizzata come “partecipazione attiva”. La liturgia non può essere compresa senza riferimento al tempo, dato che essa è descrivibile come un succedersi temporale di azioni simbolico-rituali (cf. M. Ferrari, Segno di fedeltà. Il celebrare nel tempo dei suoi tre «ritmi» fondamentali, in Vita monastica 232 (ottobre-dicembre 2005), pp. 34-37).

Tutti sappiamo che c’è un modo di celebrare il mistero di Cristo nell’arco della settimana, che ha nella domenica il suo fulcro, così come tutti conosciamo che il mistero di Cristo si celebra nel corso dell’anno liturgico, il quale si struttura nei vari cicli e tempi liturgici, e ha il suo cuore nel Triduo pasquale.

Esiste un ritmo giornaliero che nella Liturgia delle ore trova il suo modo proprio di espressione. Il primo libro della Sainte Liturgie, in cinque capitoli, è dedicato all’Ufficio divino, «la consumazione e il fine di tutte le cose». Il Gréa rileva che l’Ufficio divino, così come ogni lettura proclamata nella liturgia, è per il popolo e in vista del popolo.

Il secondo libro tratta della S. Messa; è diviso in due parti che comprendono tre capitoli. La Messa è il centro di tutta la liturgia. Essa rivela il mistero della Chiesa, il mistero dell’unità del sacerdozio di Cristo comunicato al vescovo, magnificamente espresso nella concelebrazione, mistero dell’unità della Chiesa espresso attraverso la partecipazione dei ministri e del popolo (cf. La Sainte Liturgie, p. 49). Per Dom Gréa la partecipazione del popolo e dei ministri alla liturgia è necessaria affinché la celebrazione liturgica raggiunga pienezza di significato.

 

Eucaristia e liturgia

L’eucaristia al centro della vita trinitaria che scende da essa, mediante essa, e sgorga come sorgente di acqua zampillante per la vita che non muore nella storia degli uomini. Nell’eucaristia Cristo si fa realmente presente e si dona alla Chiesa sua sposa (cf. Ef. 5,25 ss.). Donando il suo corpo, egli dona se stesso alla sua sposa e realizza così il “mistero grande” delle origini, iscritto nella creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio uno è trino: «e i due saranno una carne sola» (Gen. 2,24; Ef. 5,31). La comunione con Dio e tra di noi, non è opera nostra, ma è Gesù a realizzarla, mediante il dono di sé nella Pasqua di morte e risurrezione, che si fa presente a ogni tempo e in ogni luogo nell’eucaristia. Per l’eucaristia Cristo dimora in noi e noi in Cristo, come sottolinea il quarto vangelo (cf. Gv. 6,56; cf. P. Coda, Diventare comunicazione. Una lettura teologica, in Vita monastica 240 (luglio-dicembre 2008), p. 29).

Così si esprime Dom Gréa parlando dell’eucaristia:

 «Fermiamoci a considerare questo ordine di meraviglie.

Il centro di tutti i sacramenti è il sacrificio di Gesù Cristo perpetuato nella santa eucaristia: l’eucaristia è il sacramento per eccellenza, e lei ne porta per eccellenza il nome nel linguaggio del popolo cristiano; tutto si rapporta a lei» (L’Église et sa divine constitution, p. 92).

 

La potenza della preghiera

«Il Signore ci dice: “Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, voi lo otterrete» … «“Io non dico che pregherò il Padre per voi, perché vi ama”. Quale consolante dottrina nostro Signore ci ha insegnato! Noi siamo amati da Dio. Sì, e talmente amati che noi siamo il motivo dei suoi disegni. È per noi che ha creato il mondo. È per noi che ha disposto tutti gli avvenimenti. Quale provvidenza non è stata necessaria per condurci attraverso i secoli fino alla piccola goccia d’acqua del battesimo che ha bagnato la nostra fronte per portare fino al nostro cuore il seme della nostra vocazione. Vedete cosa c’è voluto!» (Dom Gréa, 29 aprile 1894, in Bulletin CRIC, n. 148, nov. 1978)

 

Alcuni giudizi su Dom Gréa, ecc.

1)      «L’ecclesiologia di Dom Gréa presenta due aspetti caratteristici: da una parte il superamento di una visione della Chiesa puramente apologetica, esteriore; dall’altra il “centramento” sulla Chiesa particolare» (cf. M. Serentha, p. 40).

 

2)      «Se la Chiesa intera è chiamata a vivere nella gioia della Gerusalemme celeste la povertà, la castità, e l’adesione perfetta e definitiva alla volontà di Dio, la vita religiosa nella sua concezione ideale è “nel tempo presente un inizio e anticipazione per qualcuno di questo stato comune a tutti gli eletti nell’eternità”. (Dom Gréa, L’Église et sa divine constitution, p. 449). E la Chiesa intera ha sempre bisogno, nel suo pellegrinaggio, di avere sotto gli occhi questo anticipo» (H. de Lubac, sj, Un œuvre longuement mûrie, in Bulletin CRIC, n. 94, mai-juin 1966, numéro spécial).

 

3)      «Se crediamo che la vita religiosa sia una proposta esistenziale perenne, non possiamo permettere che la nostra presenza ecclesiale e storica sia confusa con ciò che è caduco, con ciò che è legato a forme culturali passate, le quali potrebbero compromettere l’essenza pasquale e profetica come “segno” di libertà e di comunione evangelica» (B. Calati, Prospettive per l’oggi, in AA.VV., Monaco: uomo di comunione, Parma 1984, pp. 146-147).

 

Per concludere… la Pasqua per Dom Gréa

Pasqua – Il mistero delle sante donne al sepolcro (Bulletin CRIC, n. 193, mars 1991, pp. 1-2)

Dom Gréa amava questo “mistero” estratto da un antifonario manoscritto dei Canonici Regolari di Besançon, perché egli sapeva, ben prima che la preghiera accompagnata da gesti diventasse alla moda, che tutto il corpo ha il suo ruolo da compiere nella “santa liturgia”.

Aveva voluto che questo “mistero” fosse rappresentato alle prime luci dell’alba di Pasqua, prima del canto del mattutino. Molti di noi lo hanno fatto per anni all’Ecluse, sia come ragazzi, sia come diaconi. Il nostro bollettino del tempo pasquale ce ne propone il testo oggi: sarebbe davvero un peccato se si perdesse.

Al mattino di Pasqua il coro è nella penombra. Seduti sul gradino ai due angoli dell’altare, due diaconi con il camice bianco: gli “angeli” al sepolcro. Tre ragazzi, con il camice bianco – uno portando un turibolo, gli altri due tenendo una palma – sono le donne che vogliono recarsi a ungere con oli profumati il corpo morto di nostro Signore.

I ragazzi vanno vicino al padre superiore che benedice l’incenso e quindi vanno in fondo al coro e per tre volte intonano, crescendo di una nota a ogni ripresa, il loro canto pieno di speranza e di preoccupazione:

«Chi ci rimuoverà la pietra dall’ingresso del sepolcro?»

Sono giunti vicino all’altare, quando i due “angeli” li interpellano:

«Che cercate nel sepolcro, o discepoli di Cristo?»

I ragazzi: «Gesù di Nazareth, colui che è stato crocifisso».

Gli angeli: «Non è qui: è risorto come aveva predetto. Andate, annunciate che è risorto!»

Tornati verso il coro i ragazzi lanciano grida di gioia pasquale: «Alleluia, il Signore è risorto!»

Tutti si danno allora il bacio pasquale, dicendo: «Il Signore è risorto, Alleluia!»

 

Così gli occhi vedevano, le voci cantavano, il corpo esprimeva sentimenti diversi.

Drammatizzazione eloquente e semplice, che permetteva una comprensione più profonda della “santa liturgia”. Una “religiosità popolare” di valore. È così che Dom Gréa amava vedere i suoi figli impregnarsi in profondità del senso liturgico.

 



[1] Il titolo originale dell’opera di Dom Gréa era: “Du mystère de l’Église e de sa divine constitution”, cambiato poi dietro suggerimento del card. Caverot, suo direttore spirituale, nel titolo attuale (cf. Bulletin CRIC, n. 170, juin 1985, Aux origines du traité de l’Église).

Il filo d’oro che è proposto come linea interpretativa della Lumen Gentium è «La Chiesa e il suo mistero». Mistero è il disegno di Dio nella storia: mistero nascosto dall’eternità che progressivamente ci è comunicato in Cristo Gesù. Al centro non c’è la Chiesa, ma il disegno di salvezza di Dio a favore dell’uomo e della creazione, realizzato ‘una volta per sempre’ in Cristo Gesù. Essa non è dunque il Regno di Dio, ma costituisce «il germe e l’inizio» di esso (cf. LG cap. 1). Contemplare la Chiesa non più sotto il profilo della societas perfecta, ma sotto la categoria biblica di “mistero” significa progettarla nell’orizzonte della SS. Trinità. È ciò che il trattato L’Église di Dom Gréa ha anticipato ottanta anni prima della LG.

Al Concilio Vaticano II, Mons. Jenny, in un intervento, così si esprime, rivolgendosi ai Padri conciliari: «Noi vogliamo dunque parlare del mistero della Chiesa e dei sacerdoti. Un autore di grande rilievo, il fondatore in Francia dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, il Padre Adrien Gréa, ha trattato di questo argomento e, in un certo senso, è stato profeta del nostro Concilio in un libro intitolato “De l’Église et de sa divine constitution”» … «Ciò che il Cristo ha fatto lui stesso a suo tempo, oggi continua a compierlo per mezzo del vescovo nella sua Chiesa particolare: proclama il vangelo, celebra la morte del Signore e la sua risurrezione, edifica come Chiesa il popolo di Dio».

L’immagine di “popolo di Dio” è qualificante per descrivere il mistero della Chiesa. Da un lato, infatti, questa immagine dice il primato di Dio – Abbà – che convoca attorno a Gesù nel soffio del suo Spirito gli uomini e le donne (cf. P. Coda, La Chiesa e il suo mistero. La lezione di Lumen Gentium, in Vita monastica 247 (gennaio-marzo 2011), p. 31), e dall’altro essa esprime l’uguale dignità di essi tutti, come figli nel Figlio, di cui unico è il Padre e unico il Maestro e Signore.


La santa liturgia secondo Dom Gréa– III parte, 6 ottobre 2015

(a cura di P. Lorenzo Rossi, cric)

 

1.      Introduzione

Ci introduciamo nel tema, prendendo le mosse da alcuni sintetici giudizi formulati su D. Gréa:

1) P. Henri A. Hardouin Duparc: «Dom Gréa dichiara fin dall’inizio che il suo intento non è quello di imitare i teologi che nei loro trattati hanno descritto l’autorità della Chiesa, la sua amministrazione, la sua forma di società perfetta. Con molto talento, vuole invece iniziare a descrivere, per quanto è concesso alla nostra intelligenza umana, il mistero della costituzione della Chiesa, in quanto è un dono che procede da Dio stesso, per mezzo del suo Cristo; e così comprendere come la Chiesa viene a essere il completamento e lo sviluppo (S. Paolo dice la plenitudo) della missione di Cristo. Questo completamento della missione del Cristo non è distinto dalla persona stessa del Cristo: infatti il compimento della sua missione è la sua unione con l’elemento umano. È che egli venga ad abitare in questa Chiesa, o meglio nelle anime dei discepoli. Dal momento che bisogna ben ammettere che è proprio là il fine della sua missione di Figlio di Dio venuto sulla terra per operare il riscatto e la sovrabbondanza, la copiosa redemptio – grande è presso di lui la redenzione, Ps 129,7 – che dal peccato ci rende figli di Dio. “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, …” (Gv1,12; cf. D. Gréa, L’Église, p. 81)».

 

2) H. de Lubac: «Dom Gréa ci invita a una “contemplazione” della Chiesa, ci parla costantemente del suo “mistero”, del “mistero della sua vita”, ce la mostra nel suo rapporto con la Santa Trinità, Chiesa che proviene dal Padre e vi ritorna diretta dal Cristo e animata dallo Spirito Santo. Ma questa visione mistica è quella di un organismo molto ben strutturato che si sviluppa visibilmente nella storia».

 

3) L. Bouyer, Préface a L’Église, p. 7: «La “Chiesa” di Dom Gréa non sviluppa questi aspetti in opposizione agli aspetti istituzionali e più precisamente gerarchici. Al contrario è l’idea di gerarchia e di ordine sacro che domina la sua sintesi. Ne dà una nozione così profonda e vivente da far capire subito che la gerarchia ben compresa, lungi dal comprimere gli elementi viventi della Chiesa, è ciò che loro dona, insieme con la loro coerenza esteriore, la loro continuità intima e soprannaturale».

 

2.      Chiesa dalla Trinità e gerarchia

Pensare la Chiesa e pensarsi Chiesa nella prospettiva di Dom Gréa e in seguito del Vaticano II significa non più partire da una sorta di fondazione avvenuta una volta per tutte, non solo considerare una societas che viva fedelmente un compito che le è stato assegnato.

La Chiesa è invece il primo momento dell’esperienza cristiana, il momento sorgivo della nostra stessa fede. Non avremmo niente – liturgia, Parola, testimonianza – se non avessimo la Chiesa. La comunità di Gesù precede tutto, precede la stessa gerarchia e gli stessi carismi. La Chiesa è nostra madre perché ci dà il Cristo. Essa genera in noi il Cristo e ci genera a sua volta alla vita di Cristo. Ci dice, come Paolo ai Corinti: «Vi ho generato per mezzo del Vangelo in Cristo Gesù» (1 Cor 4,15).[1]

La comunità dei credenti, a partire dalla prima comunità cristiana nel fervore della sua fede e del suo amore, ha costituito l’ambiente apportatore dello Spirito che suscitò gli evangelisti, capace di conservare inalterato il dogma nel suo rigore e nella sua semplicità. Ha saputo la Chiesa conservare la fede e trasmettere il culto del suo Signore: «Senza la Chiesa il Cristo svanisce, o si frantuma, o si annulla» (P. Teilhard de Chardin).

La comunità cristiana è grembo germinale della fede dei credenti, essa a sua volta è l’immagine e il frutto del grembo trinitario, da cui la Chiesa ha origine. È quanto Lumen gentium descrive nei primi numeri, nei quali viene evocato il mistero della Trinità che agisce nel cuore della storia (cf. A. Andreini, Il risveglio della Chiesa, in Feeria 43, marzo 2013).

L’arcano disegno di sapienza e di bontà del Padre, a noi rivelato attraverso la missione del Figlio, che ci ha mostrato la grandezza dell’amore di Dio e ha fondato la Chiesa, la quale è santificata e continuamente rinnovata per mezzo dell’azione dello Spirito Santo. È così che al n. 4 Lumen gentium potrà concludere: «La Chiesa universale si presenta come un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Dom Gréa nell’Église così si esprime: «In Dio c’è gerarchia perché c’è unità e numero. … È la società eterna del Padre e del Figlio che riconduce e dona il Figlio al Padre e in questa società la processione sostanziale del Santo Spirito che la porta a compimento. Ecco che questa gerarchia divina e ineffabile si è manifestata all’esterno nel mistero della Chiesa. Il Figlio nell’incarnazione, inviato dal Padre, è venuto a cercare l’umanità per unirla e associarla a Lui. È così che la divina società è stata estesa fino all’uomo e questa estensione misteriosa è la Chiesa. La Chiesa è l’umanità abbracciata, assunta dal Figlio nella comunione (società) del Padre e del Figlio. Per mezzo del Figlio vive in questa comunione e ne è tutta trasformata, penetrata e circondata: “la nostra comunione è col Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo” (1 Gv 1,3). La Chiesa non porta solamente in sé le tracce dell’ordine come ogni opera di Dio, ma la realtà stessa della gerarchia divina e precisamente la paternità divina e la filiazione divina, il nome del Padre e il nome del Figlio, vengono a lei e riposano in lei» (pp. 33-34).

Fondamentale per Dom Gréa è questo concetto teologico di gerarchia, che ritorna anche parlando della “Terza uscita di Dio”, ossia del mistero dell’incarnazione: «Vi è qui in effetti la manifestazione suprema di Dio e per comprenderla bene consideriamo che Dio nelle sue opere manifesta i suoi attributi, e in questa manifestazione vi è come un progresso e una gerarchia, un ordine stabilito e seguito» (L’Église, p. 21).

 

3.      Triplice potere conferito alla gerarchia

Dom Gréa approfondisce la propria riflessione sulla gerarchia e sul potere a essa conferito nel Cap. IX de L’Église (ed. Casterman, pp. 88-107), che qui presentiamo, in parte traducendo le parole dell’autore, in parte riassumendo.

Prestiamo attenzione al significato che assume il termine gerarchia per non fermarci all’esteriorità di un potere ridotto agli aspetti giuridici. È importante invece «considerare qual è l’oggetto proprio ed essenziale del potere che costituisce le gerarchie o, se si vuole, quale è l’azione vitale diffusa in esse e che le anima. Noi vedremo nella sua essenza il potere che è nella Chiesa, un potere di insegnare, di santificare e un potere di governare» (L’Église, p. 88).

a.      Potere di Cristo

«La gerarchia è depositaria di un potere ricevuto da Dio, che si articola in essa nei diversi membri. Qui c’è la sua essenza e la prima nozione da tenere ben presente. Questo potere è il principio attivo che mette in gioco tutti i suoi organi, si estende così dal centro in tutte le parti, come attraverso tanti canali, per portarvi movimento e vita.

Quale è dunque quanto al suo soggetto la natura di questo potere che Dio ha posto nella Chiesa, o, se si vuole, quali sono le attività incessanti che costituiscono questo potere e la vita di questo grande corpo in ogni suo grado?

Eleviamo i nostri pensieri fino alla sorgente stessa, ed entriamo ancora una volta nella contemplazione del mistero di Cristo che esce dal seno del Padre e porta con sé tutta la vita della sua Chiesa. “Dio è il capo di Cristo” (1 Cor 11,3), e questo vuol dire che Cristo “è da Dio” (Gv 8,42) e riceve da Dio (Gv 16,15). …

Verbo eterno del Padre suo, Egli è la sua parola e la sua verità. Essere da lui, significa ricevere da lui; essere da lui la sua parola, vuol dire ricevere da lui la sua parola. In questa parola, egli riceve ogni parola che viene da Dio, perché tutte le verità particolari sono contenute nella verità unica che è lui stesso. Ed è per questo che egli dice a suo Padre, parlando della sua Chiesa: “Le parole che tu mi hai donato, io le ho a mia volta donate loro” (Gv 17,8), come se si trattasse di più parole; e ancora “loro hanno custodito la tua parola” (Gv 17,6), parlando come di una sola parola. …

Egli è questa medesima sostanza, “Dio da Dio” (cf. Simbolo di Nicea), tutto l’essere, tutta la vita, tutta la santità, tutta la divinità. Il Cristo riceve da Dio e dona alla sua Chiesa. Egli dona in lui stesso l’essere, la vita, la partecipazione di Dio. “Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso” (Gv 5,26); e il Cristo dice a sua volta: “Sono venuto perché abbiano la vita … Io do loro la vita eterna” (Gv 10, 10. 28). Egli concede loro “di diventare figli di Dio” (Gv 1,12), d’essere fatti “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4).

Infine, c’è un terzo aspetto di questi rapporti di Dio e del suo Cristo. Dio è il capo di Cristo, e questo vuol dire che Dio possiede il suo Cristo, perché il suo essere procede da lui e il Cristo appartiene a Dio (1 Cor 3,23).

Gli appartiene per il diritto senza ineguaglianza che dona a suo Padre la sua nascita eterna, e gli appartiene anche per la sua nascita nel tempo e nella sua umanità, che è l’opera di Dio. … e noi vi vediamo anche il potere sovrano che ha sulla nuova creatura, che è opera sua, vale a dire il suo diritto a l’obbedienza umile e assoluta dell’uomo nuovo, che riceve tutto di lui in Gesù Cristo, e che è a lui interamente sottomesso (1 Cor 15,27-28)» (cf. L’Église, pp. 88-90).

 

b.      Comunicazione del magistero fatta da Cristo alla sua Chiesa (cf. L’Église, pp. 90-91)

Cristo comunica alla Chiesa la parola: “quello che ho udito da lui, questo annuncio al mondo” (Gv 8,26). E le comunica anche di insegnare a sua volta: “Andate e ammaestrate tutte le genti” (Mt 28,19). Questo insegnamento ha due caratteristiche: in primo luogo è infallibile; in secondo luogo è dato per mezzo della bocca dei vescovi, in mezzo ai quali il Cristo risiede nella persona del suo vicario.

 

c.       Comunicazione del ministero fatta da Cristo alla sua Chiesa (cf. L’Église, pp. 91-97)

Cristo comunica alla Chiesa il potere di santificazione. Questo potere, distinto dal magistero, è chiamato ministerium (molti teologi lo chiamano sacerdotium) e consiste nell’applicazione del testo di Gv 1,12: “a quanti lo hanno accolto, (il Verbo) ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Per renderli figli di Dio, li ha resi partecipi della natura divina (2 Pt 1,4).

Ciò avviene per il mistero del sacrificio, dove lui stesso è vittima e sacramento: “siamo stati infatti sepolti con lui nel battesimo” (Rm 6,4-5).

Tutti i sacramenti producono sempre questo fine:

il battesimo facendoci morire e rinascere;

l’eucaristia nutrendo questa vita;

la penitenza è rimedio alla malattia;

l’unzione dei malati è la consumazione della penitenza, come la cresima lo è del battesimo;

il matrimonio gli assicura nuovi figli.

Il potere santificatore della Chiesa straripa dai sacramenti e si estende ai sacramentali.

L’episcopato si associa l’ordine inferiore dei sacerdoti.

 

d.      Comunicazione dell’imperium o autorità fatta da Cristo alla sua Chiesa (cf. L’Église, pp. 98-104)

La nuova umanità è chiamata alla vita per mezzo del magistero. Essa è partorita alla vita attraverso il ministero. A chi appartiene? A colui che le dà l’essere, cioè a Gesù Cristo, che sarà il suo re. In tal senso, l’auctor deve avere l’auctoritas. È lui che possiede la Chiesa, che la regge, la governa nella persona del suo vicario, associandosi il collegio dei vescovi, suoi rappresentanti.

L’imperium contiene il potere legislativo, giudiziario, esecutivo, e discende fino al vescovo (pertanto, i principi sia eterodossi sia cattolici compiono un’usurpazione quando pretendono di ingerirsi nel governo ecclesiastico). La città terrestre e la Chiesa sono due società indipendenti, sempre distinte, necessariamente unite. La città terrestre: deve fornire alla Chiesa i suoi membri, deve aiutare e assistere la Chiesa, deve alla Chiesa una certa obbedienza in tutto ciò che questa assistenza esige.

 

e.       Unità del potere gerarchico (cf. L’Église, pp. 105-107)

Questi tre poteri non sono indipendenti gli uni dagli altri, e nemmeno interamente distinti. Come la missione di Cristo è una, i poteri della Chiesa non si separano affatto. Tutti i suoi vescovi sono infine dottori, santificatori, principi spirituali. Sono poteri coordinati che si completano per non formarne che uno solo.

Da ciò deriva l’obbligo missionario del collegio episcopale; inoltre, il vescovo di una Chiesa particolare prima di essere pastore dei fedeli, è innanzitutto dottore degli infedeli.

 

4.      Il mistero della Chiesa vissuto nella comunità: la liturgia

1)        Nell’intento di cogliere l’importanza fondamentale rivestita dalla comunità religiosa dei canonici regolari in ordine allo sviluppo e alla stesura del trattato L’Église di Dom Gréa, ci serviamo di questo recente giudizio sulle categorie di mistero e incarnazione:

«L’anima della fede è la passione per Gesù, la sua umanità e divinità che incontra il nostro travaglio profondo di dubbio e di accensione del cuore, di richiesta di senso e di inconsce paure, di apertura e chiusura, il tutto sull’ordito di un alto desiderio di avere nel mondo un compito di amore verso tutti. Soltanto da Lui è per noi possibile accendere quel “fuoco”…

Noi cristiani, oggi più che mai, dobbiamo … avere il coraggio di confidare nel mistero di Dio. Di fatto, il messaggio più centrale e originale di Gesù è consistito proprio nell’invitare l’essere umano a confidare nel Mistero insondabile che si trova all’origine di tutto. …

“Non abbiate paura … Confidate in Dio. Chiamatelo Abbà, Padre amato. … Abbiate fede in Dio” (cf. Mt 10, 26-31). La fiducia nel mistero di Dio …

La sua vita ruot