Ogni uomo che crede risorge

                                  "Chi è pieno di amore è pieno di Dio stesso”

 

                                   Sant’Agostino

 

 

Ascoltare la voce del Pastore 

 

Sant'Agostino

 

 

Ascoltate, vi prego. Voi sapete che lo stesso Signore Gesù Cristo è venuto, ha predicato: la sua era certamente, più di quella di qualsiasi altro, la voce del pastore, in quanto usciva dalla bocca stessa del Pastore. Se infatti era la voce del pastore quella che risuonava sulla bocca dei profeti, lo era tanto più quella che la lingua stessa del Pastore proferiva. Eppure non tutti l'hanno ascoltata. Dobbiamo credere che tutti coloro che la udirono erano pecore? Ad esempio, la udì Giuda, e Giuda era un lupo: seguiva il pastore ma, coperto di pelle ovina, insidiava il pastore. Alcuni invece di quelli che crocifissero Cristo, non la udirono, e tuttavia erano pecore; il Signore li individuava in mezzo alla folla, allorché diceva: Quando avrete levato in alto il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che io sono (Gv 8, 28). Come si risolve questa difficoltà? Ascoltarono quelli che non erano pecore, e non ascoltarono le pecore; ci sono stati dei lupi che hanno seguito la voce del pastore, e delle pecore che l'hanno respinta; e alcune hanno perfino ucciso il pastore. La soluzione c'è; si potrebbe infatti osservare: quando non ascoltavano il pastore, non erano ancora pecore, allora erano lupi; udita la voce, da lupi furono cambiati in pecore; diventati pecore, hanno ascoltato la voce del pastore, hanno trovato il pastore e lo hanno seguito; cominciando a praticare i suoi comandamenti, hanno cominciato a sperare nelle promesse del pastore.

 

11. Così, in qualche modo, è stata risolta la difficoltà, e forse qualcuno è soddisfatto. Io però ho ancora qualcosa che mi tiene sospeso, e vi confido ciò che mi tiene sospeso, di modo che cercando insieme con voi, possa insieme con voi, e con la rivelazione del Signore, trovare una soluzione soddisfacente. Eccovi ciò che mi tiene sospeso. Per bocca del profeta Ezechiele il Signore rimprovera severamente i pastori, e tra l'altro dice loro a proposito delle pecore: Non avete richiamato la pecora sbandata (Ez 34, 4). Dice sbandata e dice pecora. Se quando si sbandava era pecora, di chi ascoltò la voce per sbandarsi? Senza dubbio non si sarebbe sbandata se avesse ascoltato la voce del pastore; ma proprio per questo si è sbandata, per aver ascoltato la voce di un estraneo, di un ladro o di un predone. E' certo che le pecore non ascoltano la voce dei predoni. Dice il Signore: Quelli che sono venuti (e abbiamo capito che intendeva quelli che sono venuti al di fuori di lui) quelli che sono venuti al di fuori di me, estranei a me, sono ladri e predoni, ma le pecore non li hanno ascoltati. Ma, Signore, se le pecore non li hanno ascoltati, come hanno potuto sbandarsi? Se le pecore ascoltano solo te, e tu sei la verità, chiunque ascolta la verità non può certo sbandarsi. Questi invece si sono sbandati e vengono chiamati pecore. Se quando si sbandano non fossero più pecore, il Signore non direbbe per bocca di Ezechiele: Non avete richiamato la pecora sbandata. Come può essere sbandata ed essere pecora? Ha ascoltato la voce di un estraneo? E' certo che le pecore non li hanno ascoltati. Accade che molti vengano ricondotti nell'ovile di Cristo, e da eretici ritornino ad essere cattolici: vengono sottratti ai ladri e restituiti al pastore. Talora brontolano, mal sopportano il pastore che li richiama, mentre prima non si rendevano conto che quelli volevano strangolarli. Con tutto ciò, siccome sono pecore, anche quando ritornano di malavoglia, riconoscono la voce del pastore, sono contente di essere tornate e si vergognano di essersi sbandate. Quando si gloriavano dell'errore come fosse verità, e di conseguenza non ascoltavano la voce del pastore seguendo un estraneo, erano o non erano pecore? Se erano pecore, come mai il Signore dice che le pecore non ascoltano la voce di un estraneo? E se non erano pecore, perché il Signore rimprovera i pastori dicendo loro: Non avete richiamato la pecora sbandata? Disgraziatamente accade anche a coloro che già sono diventati cattolici cristiani e sono fedeli di buone speranze, di cedere alla seduzione dell'errore; cadono nell'errore e poi si ravvedono. Quando hanno ceduto all'errore e si son fatti ribattezzare, oppure quando, dopo aver fatto parte dell'ovile del Signore, sono ricaduti nell'antico errore, erano o non erano pecore? Certamente erano cattolici: e se erano fedeli cattolici, erano pecore. Ma se erano pecore, come hanno potuto ascoltar la voce di un estraneo, dal momento che il Signore dice: le pecore non li hanno ascoltati?

 

12. Avete avvertito, o fratelli, la profondità di questo problema. Io dico: Il Signore conosce i suoi (2 Tim 2, 19). Sa chi è preconosciuto, sa chi è predestinato, secondo che di lui vien detto: Poiché coloro che egli ha preconosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del suo Figlio affinché egli sia primogenito fra molti fratelli. Quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; quelli infine che ha giustificati, li ha anche glorificati. Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? E aggiunge: Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi, come non ci accorderà insieme con lui ogni grazia? A chi si riferisce dicendo: noi? A coloro che Dio ha preconosciuti, predestinati, giustificati, glorificati; ai quali si riferisce il seguito: Chi si farà accusatore contro gli eletti di Dio? (Rm 8, 29-33). Dunque il Signore conosce i suoi, cioè le sue pecore. Talora le pecore non conoscono se stesse, ma le conosce il pastore in virtù di questa predestinazione, in virtù della prescienza divina, della elezione delle pecore fatta prima della fondazione del mondo; secondo quanto ancora dice l'Apostolo: in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo (Ef 1, 4). Ora, secondo questa prescienza e predestinazione di Dio, quante pecore sono fuori e quanti lupi sono dentro l'ovile! quante pecore sono dentro e quanti lupi sono fuori! Perché dico che ci sono molte pecore fuori? Perché molti che ora si abbandonano alla lussuria, diventeranno casti; molti che ora bestemmiano, crederanno in Cristo; molti che si ubriacano, diventeranno sobri; molti che adesso rubano le cose degli altri, saranno pronti a donare le proprie. Con tutto ciò adesso ascoltano la voce di un estraneo, seguono degli estranei. Come pure, molti che oggi dentro l'ovile lodano il Signore, lo bestemmieranno; sono casti e fornicheranno, sono sobri e affogheranno nel vino, stanno in piedi e cadranno. Essi non sono pecore (stiamo parlando dei predestinati, di coloro che il Signore sa che sono suoi). E tuttavia questi, finché pensano rettamente, ascoltano la voce di Cristo. Ecco, questi l'ascoltano, quelli non l'ascoltano; e tuttavia, secondo la predestinazione, quelli sono pecore, e questi no!

 

[La pietà dispone alla verità.]

 

13. La difficoltà rimane, e tuttavia, almeno per ora, mi pare di poter adottare la seguente soluzione. C'è una voce, c'è, dico, una voce del pastore, per cui le pecore non ascoltano gli estranei, e coloro che pecore non sono non ascoltano Cristo. Quale è questa voce? Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (Mt 10, 22). Chi è di Cristo non trascura questa voce, non l'ascolta l'estraneo. Anche ad un estraneo il Cristo fa sentire la sua voce, invitandolo ad essere fedele a lui sino alla fine, ma l'estraneo, non perseverando sino alla fine, non ascolta la sua voce. Si è accostato al Cristo, ha ascoltato tante e tante parole, tutte vere, tutte giuste; e tra le altre anche queste: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Chi ascolta questa voce è pecora. Ma supponiamo che uno dopo averla ascoltata, abbia perduto la testa, si sia raffreddato, ed abbia ascoltato la voce di un estraneo: se egli è predestinato, si è sbandato temporaneamente, non si è perduto per sempre. Tornerà ad ascoltare ciò che ha trascurato, metterà in pratica ciò che ha ascoltato. Se infatti appartiene al numero dei predestinati, Dio ha conosciuto prima tanto il suo errore che la sua futura conversione; se si è sbandato, ritornerà e di nuovo ascolterà la voce del pastore, e seguirà la voce che dice: Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo. Questa, o fratelli, è una voce buona, vera, è la voce del pastore, è la voce della salvezza che risuona nelle tende dei giusti (cf. Sal 117, 15). Poiché è facile ascoltare Cristo, è facile lodare il Vangelo, è facile applaudire il predicatore; ma perseverare sino alla fine, questo è proprio delle pecore che ascoltano la voce del pastore. Viene la tentazione; ebbene, persevera sino alla fine, poiché la tentazione non durerà sino alla fine. Sino a quale termine dovrai perseverare? Sino al termine del cammino. Finché non ascolti Cristo, egli è nella tua via, cioè in questa vita mortale, un avversario. Ma cosa dice il Vangelo? Mettiti d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui (Mt 5, 25). Hai sentito e hai creduto; ti sei messo d'accordo? Se eri in discordia, mettiti d'accordo. Se ti è stata offerta la possibilità di stare in pace, non riprendere a litigare. Tu non sai quando avrà termine il cammino, ma lui lo sa. Se sei pecora, e persevererai sino alla fine, sarai salvo.

Coloro che hanno compreso poco si mantengano in un atteggiamento di religioso rispetto, e sarà loro rivelata la verità; quelli, invece, che hanno compreso, non s'innalzino per superbia, come più veloci, sopra gli altri più lenti, perché innalzandosi non abbiano ad andare fuori strada, e così i più lenti giungano alla meta con maggiore facilità di loro. E che tutti infine ci guidi alla meta colui al quale diciamo: Conducimi, o Signore, sulla tua via, e camminerò nella tua verità (Sal 85, 11).

 

Per questo disse ai suoi discepoli: Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). E' in questo senso che le chiama per nome. Coerentemente egli dice: Io sono la porta; chi entrerà per me sarà salvo, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo (Gv 10, 9). Con questa dichiarazione egli mostra chiaramente che non solo il pastore, ma anche le pecore entrano per la porta.

 

 

 Ma che significa: entrerà e uscirà e troverà pascolo? Entrare nella Chiesa per la porta che è Cristo è certamente cosa ottima; ma uscire dalla Chiesa nel modo che dice lo stesso Giovanni nella sua lettera: Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri (1 Io 2, 19), non è certamente cosa buona. Non è possibile quindi che il buon pastore, dicendo entrerà e uscirà e troverà pascolo, voglia approvare un tal modo di uscire. C'è dunque un modo positivo di entrare, e un modo altrettanto positivo di uscire attraverso la porta legittima che è Cristo. Ma in che consiste questo uscire lodevole e gioioso? Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l'azione; e poiché, come dice l'Apostolo, per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori (cf. Ef 3, 17), entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini. Perciò si legge nel salmo: Esce l'uomo al suo lavoro (Sal 103, 25), e il Signore stesso dice: Risplendano le vostre opere davanti agli uomini (Mt 5, 16). 

 

Non si può infatti uscire per la porta che è Cristo, ed entrare nella vita eterna dove si vedrà Dio faccia a faccia, se prima, per la medesima porta, che è Cristo, non si entra nell'ovile della sua Chiesa, attraverso la vita temporale che è la vita di fede. Perciò dice: Io sono venuto perché abbiano la vita, cioè la fede operante per mezzo della carità (cf. Gal 5, 6), e per mezzo della quale entrano nell'ovile per vivere, dato che il giusto vive di fede (Rm 1, 17). E aggiunge: e l'abbiano sovrabbondante coloro che, perseverando sino alla fine, per quella stessa porta, cioè per mezzo della fede di Cristo, escono, in quanto muoiono da veri fedeli; e avranno una vita più abbondante là dove il pastore li ha preceduti, e dove non dovranno più morire. Quantunque neanche qui, entro l'ovile, manchino i pascoli, poiché tanto per chi entra quanto per chi esce viene detto che troverà pascolo; tuttavia i veri pascoli si troveranno là dove saranno saziati coloro che hanno fame e sete di giustizia (cf. Mt 5, 6).

Gesù appare: i discepoli lo vedevano con gli occhi, ma senza riconoscerlo. Il Maestro camminava con loro per via, anzi egli stesso era la via, ma loro non camminavano per quella via. Egli stesso dovette constatare che erano andati fuori della via. Nel tempo trascorso con loro prima della passione, infatti, egli aveva predetto ogni cosa: che avrebbe patito, che sarebbe morto, che il terzo giorno sarebbe risorto. Aveva predetto tutto, ma la sua morte fu per loro come una perdita di memoria. Quando lo videro sospeso al patibolo furono così turbati che dimenticarono i suoi insegnamenti, non attesero più la sua resurrezione, non rimasero saldi nelle sue promesse. Dicono: Noi speravamo che egli fosse il redentore d’Israele. O discepoli, l’avevate sperato. Vuol dire che adesso non lo sperate più. Ecco, Cristo vive, ma in voi la speranza è morta. Sì, Cristo è veramente vivo; ma questo Cristo vivo trova morti i cuori dei discepoli. Apparve e non apparve ai loro occhi; era visibile e insieme nascosto. In effetti, se non lo si vedeva, come potevano udire le sue domande e rispondere ad esse? Camminava per via come un compagno di viaggio, anzi era lui che li conduceva. Quindi lo vedevano, ma non erano in grado di riconoscerlo. I loro occhi - abbiamo così inteso - erano impediti dal riconoscerlo. Erano impediti non di vederlo ma di riconoscerlo»  Sermone 235

 

Incredulità di Tommaso

 

 

 

 

Umanità assunta da Cristo.

 Ma or ora, nella lettura che avete appena ascoltato, che cosa avete sentito dire da Tommaso? " Non credo se non avrò toccato ". E il Signore a Tommaso: " Vieni, tocca, stendi le tue mani, mettile nel mio fianco e non voler essere incredulo ma credente ". In sostanza disse: " Se non ti basta che mi presenti ai tuoi occhi, ecco mi presento anche alle tue mani. Forse sei uno di quelli che cantano nel Salmo: Nel giorno dell'angustia ho ricercato il Signore; di notte l'ho cercato con le mie mani tese verso di lui ". Perché cercava con le mani? Perché cercava di notte. Che significa che cercava di notte? E` che portava nel cuore le tenebre della mancanza di fede. Questo fatto non è limitato a quella circostanza: avvenne anche per coloro che avrebbero in seguito negato la vera umanità del Signore. Cristo avrebbe potuto risanare le ferite della sua carne al punto da non fare apparire neppure le impronte delle cicatrici. Aveva il potere di non mantenere nelle sue membra il segno dei chiodi, di non mantenere la ferita del costato. Ma permise che quelle cicatrici rimanessero nella carne perché fosse tolta dai cuori degli uomini la ferita della miscredenza e perché i segni delle ferite lasciassero un'impronta nell'animo. Lui, che lasciò fissi sul suo corpo i segni dei chiodi e della lancia, sapeva che in futuro ci sarebbero stati eretici tanto empi e distorti da affermare che il Signore nostro Gesù Cristo simulò di avere la carne e che avrebbe detto menzogne ai suoi discepoli e ai nostri Evangelisti quando disse: " Tocca e vedi ". Ecco, Tommaso dubita. E in qual modo dubita? Dice: Se non toccherò, non credo. E in seguito sentirà radicata la fede per questo contatto. Se non toccherò - dice - non crederò. Supponiamo che ci sia qui un manicheo. Che cosa direbbe? Che Tommaso vide, toccò, palpò le impronte dei chiodi, ma che era una carne falsa. Dunque anche se fosse stato là presente non avrebbe creduto neanche toccando.

 

Quando i discepoli credettero questo, cioè che Cristo fosse spirito e che quel che vedevano fosse un'apparizione, non una realtà, cosa fece il Signore? Disse: Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 8 Nessun nemico vi assale dal di fuori; è la vostra interna supposizione che uccide le vostre anime. Voi pensate qualcosa sul mio conto. Quali sono i pensieri che sorgono nel vostro cuore? Quali supposizioni? Essi credevano di vedere un fantasma. Il Signore teme queste supposizioni, teme che spengano la fede dei discepoli. Dunque evitate di fare tali supposizioni. Se ha dei dubbi chi è medico, tanto meno va sicuro il malato. Quali dubbi sorgono nel vostro animo? Guardate le mie mani e i miei piedi. Toccatemi e guardate. Un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho Videro e toccarono e credettero e ne divulgarono la notizia. 

 

Che cosa è questo toccare una volta salito al Padre? Il fatto è che tu tocchi uno uguale al Padre. Che cosa significa: " toccare l'uguale al Padre "? Significa toccare Dio, cioè credere in Dio. E` facile quello che ti appare alla vista. La forma del servo è stata assunta da Dio per te; è solo il vestito di Dio, non è gran cosa vedere un aspetto umano. Lo videro anche i Giudei che lo uccisero. Non lo videro i Gentili, e credettero. Egli disse dunque: " In quel modo che mi vedi, membra nella carne, aspetto che ti è noto, così come mi vedi non mi toccare ". Cioè: non rimanere a questo punto; non capire solo fino a questo livello. Non è qui il confine della tua fede. Voglio sì che tu creda me uomo, ma non rimanere lì. Allunga la mano della fede. Non rimanere lì.

 

Ancora una volta: non evitare di vedere l'uomo in Cristo, ma non rimanere lì. Non ti dico di allontanarti. Che cosa ti voglio dire? Non rimanere lì. Chi vuol rimanere in strada non giunge a casa. Alzati, cammina: Cristo-Uomo è la tua via, Cristo-Dio è la tua patria. La patria nostra è la Verità e la Vita 18; la nostra via il Verbo che si è fatto carne e ha dimorato tra noi 19. Eravamo esitanti ad intraprendere il cammino. Venne a noi la Via. E ora che la Via è venuta a noi, camminiamo! Cristo-Uomo è la nostra Via; non abbandoniamola, per raggiungere il contatto col Figlio Unigenito di Dio, uguale al Padre, che trascende ogni cosa creata, coeterno al Padre, giorno senza la misura del giorno, autore della fede. Camminiamo per questa strada per arrivare al contatto con lui.

 

Cristo Dio Cristo carne vera.

Lo toccò anche colei che pativa di emorragia. Quale grande fede ci fu in lei se il Signore ebbe a dirle: " Fatti avanti e manifestati alla gente, abbi lode per la ragione per cui hai avuto anche la salvezza! Va', figlia, la tua fede ti ha salvato. Va' in pace  ". Se domandi quale fosse la sua fede, ascolta. Essa disse nel suo cuore: Se soltanto riuscirò a toccare una frangia del suo mantello, sarò guarita 21. Essa toccò per avere quello che credeva, non per avere prova di qualcosa in cui non credesse. Fu allora che il Signore domanda: Chi mi ha toccato? Non sa il Signore chi lo ha toccato? Vede i pensieri e interroga su un gesto? Che cosa significa: Chi mi ha toccato? " Ora vi mostrerò chi è che mi ha toccato: la fede mi ha toccato. Essa, col suo contatto, ha fatto uscire da me la virtù [della guarigione]. Anche dove non sono stato presente, dove non ho camminato, dove non sono nato, lì si è potuto credere in me. Un popolo straniero mi ha servito ". Meraviglia del toccare, del credere, del domandare! E questo in una donna spossata per le perdite di sangue, come nella Chiesa afflitta e ferita per l'effusione del sangue dei martiri, ma piena delle virtù della fede. Essa aveva speso prima tutta la sua sostanza in medici, cioè negli dèi delle genti, che mai erano riusciti a guarirla: alla Chiesa il Signore non diede la sua presenza corporale ma quella spirituale. Dunque, la donna che toccava e il Signore toccato si riconobbero. Ma perché imparassero a toccare quelli che dovevano conoscere la salvezza, disse: Chi mi ha toccato? E i discepoli risposero: Le folle ti schiacciano e tu domandi: Chi mi ha toccato? Come se fossi su di un luogo elevato dove nessuno ti sfiora, domandi chi ti ha toccato tu che sei a contatto con la folla che ti stringe da ogni parte? Ma il Signore disse: "Qualcuno mi ha toccato ; ho sentito più il contatto di una sola, che la folla che stringe ". La folla sa far pressione. Dio voglia che impari a " toccare "!

 

Che cosa insegna la fede sul Verbo incarnato.

 

 

La conclusione del nostro discorso sia, o fratelli, che noi crediamo nel Signore nostro Gesù Cristo che era prima di Abramo, prima di Adamo, prima del cielo e della terra, degli Angeli e degli Arcangeli, delle Sedi e delle Dominazioni, dei Principati e delle Potestà, prima di tutte le cose create e fatte, che si vedono e che non si vedono, al di fuori di ogni spazio di tempo, al di fuori della numerazione degli anni, coeterno al Padre, uguale al Padre, vero Unigenito del Padre, Virtù e Sapienza del Padre; ugualmente eterno, ugualmente immortale, e veramente immortale perché assolutamente immutabile; come lui invisibile, perché incorporeo; ugualmente potente, anche lui onnipotente. Tale crediamo l'Unigenito Figlio di Dio. Ma dopo quello che abbiamo detto, che Gesù Cristo è suo Figlio unico, Signore nostro, ricordate quello che segue: nato dallo Spirito Santo e da Maria Vergine. E` nato da madre senza padre quaggiù sulla terra Colui che è nato su in alto dal Padre prima dei tempi, senza madre, lui che avrebbe creato lo scorrere del tempo. Generato da carne vera, ora rimarrà in carne vera sino alla fine dei tempi. La sua carne peraltro, che aveva somiglianza con la carne del peccato, carne di peccato non era. Donde questa somiglianza? Perché era carne mortale. E in virtù di che cosa non era carne di peccato? Perché era venuta attraverso la fede della Vergine. E così la stessa carne di Cristo crebbe, giunse ad età giovanile. In essa Cristo ebbe fame e sete, mangiò, bevve, si stancò, riposò, dormì; nella carne tutte queste cose: in peccato mai. In essa soffrì e si manifestò uomo il Dio nascosto, che cercava l'uomo nell'uomo, che cercava l'uomo perduto attraverso quello accolto; in favore dell'uomo in essa soffrì cose indegne da parte degli uomini. Era carne vera quell'uomo che fu preso dai Giudei, quello che mangiò la Pasqua con i suoi discepoli. Carne vera schiaffeggiarono i Giudei, a carne vera i Giudei posero le spine, affissero in croce carne vera gli increduli. Senza fede, i miserabili trafissero con lancia la sua carne mentre lo spirito se ne andava; carne vera deposero dalla croce i discepoli e posero nel sepolcro. La Verità risuscitò carne vera. La Verità mostrò ai discepoli carne vera dopo la risurrezione. La Verità mostrò cicatrici di carne vera alle mani che lo palpavano. Arrossisca dunque la falsità, poiché ha vinto la Verità.

 

 

CRISTO È RISORTO! E rimarremo con Lui!

 

Sant'Agostino

 

 

 

 

Domenica di Pasqua Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti,

primizia di coloro che sono morti.

Poiché se a causa di un uomo venne la morte,

a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.

(1 Cor 11, 20-21)

 

INTRODUZIONE

 

"Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Sal 118, 24). E’ il giorno della Resurrezione di Cristo dai morti, che i Padri della Chiesa hanno esaltato con straordinarie espressioni poetiche. Oggi è sorta la luce del mondo, oggi è apparso il grande Giorno, Cristo, che inaugura "il giorno che non conosce tramonto". Siamo nel cuore della fede e della vita della Chiesa. Il Risorto apre il passaggio (transitus, lo definisce Agostino, recuperando la corretta etimologia dell’ebraico "pasqua") dalla morte alla vita, "da questo mondo al Padre". (Gv 13, 1) Di questo passaggio, ancor più straordinario della pasqua storica del popolo di Israele, beneficiano tutti i battezzati: coloro che credono in Cristo, muoiono al peccato nelle acque battesimali e risorgono a vita nuova in forza dell’azione dello Spirito Santo. La creazione stessa partecipa alla nascita dell’uomo nuovo; essa stessa attende il suo destino ultimo, che non sarà quello di una distruzione totale, ma la sua trasfigurazione.

 

 

 

Dalle "Lettere" di sant’Agostino, vescovo (Ep. 55, 1, 2-2, 3; 3, 5)

 

Da morte a vita

Noi celebriamo la Pasqua in modo che non solo rievochiamo il ricordo d'un fatto avvenuto, cioè la morte e la risurrezione di Cristo, ma lo facciamo senza tralasciare nessuno degli altri elementi che attestano il rapporto ch'essi hanno col Cristo, ossia il significato dei riti sacri celebrati. In realtà, come dice l'Apostolo: Cristo morì a causa dei nostri peccati e risorse per la nostra giustificazione (Rom 4, 25) e pertanto nella passione e risurrezione del Signore è insito il significato spirituale del passaggio dalla morte alla vita. La stessa parola Pascha non è greca, come si crede comunemente, ma ebraica, come affermano quelli che conoscono le due lingue; insomma il termine non deriva da passione, ossia sofferenza, per il fatto che in greco patire si dice , ma dal fatto che si passa, come ho detto, dalla morte alla vita, com'è indicato dalla parola ebraica: in questa lingua infatti passaggio si dice Pascha, come affermano i dotti. A cos'altro volle accennare lo stesso Signore col dire: Chi crede in me, passerà dalla morte alla vita (Gv 5, 24). Si comprende allora che il medesimo evangelista volle esprimere ciò specialmente quando, parlando del Signore che si apprestava a celebrare la Pasqua coi discepoli, dice: Avendo Gesù visto ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre etc. (Io 13, 1). Nella passione e risurrezione del Signore vien messo dunque in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita.

 

Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede, che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, se amiamo Dio e il prossimo, in quanto la fede opera in virtù della carità (Gal 5, 1) e il giusto vive mediante la fede (Hab 2, 4). Ma vedere ciò che si spera, non è sperare: ciò che infatti si vede, perché sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con paziente attesa (Rom 8, 24). In conformità a questa fede, speranza e carità, con cui abbiamo cominciato a vivere nella grazia, già siamo morti insieme con Cristo e col battesimo siamo sepolti con lui nella morte (2 Tim 2, 12; Rom 6, 4), come dice l’Apostolo: Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui (Rom 6, 6); e siamo risorti con lui, poiché ci risuscitò insieme con lui, e ci fece sedere nei cieli insieme con lui (Eph 2, 6). Ecco perché l'Apostolo ci esorta: Pensate alle cose di lassù, non alle cose terrene (Col 3, 1, 2). Ma poi soggiunge dicendo: Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora voi apparirete con lui vestiti di gloria (Col 3, 3); con ciò c'indica chiaramente che vuol farci capire come adesso il nostro passaggio dalla morte alla vita (che avviene in virtù della fede) si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale, quando cioè questo elemento corruttibile, ossia questo corpo in cui ora gemiamo, si rivestirà dell'immortalità (1 Cor 15, 33).

 

Il rinnovamento della nostra vita è pertanto il passaggio dalla morte alla vita, che s'inizia in virtù della fede, affinché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2 Cor 4, 16). Proprio in vista della nuova vita e dell'uomo nuovo di cui ci si comanda di rivestirci (Col 3, 9 s.). Spogliandoci di quello vecchio, purificandoci dal vecchio fermento per essere una pasta nuova, essendo già stato immolato Cristo, nostra Pasqua (1 Cor 5, 7), proprio in vista di questo rinnovamento della vita è stato stabilito per questa celebrazione il primo mese dell'anno, che perciò si chiama il mese dei nuovi raccolti (Ex 23, 15). Inoltre poiché nel volgere dei secoli è adesso apparsa la terza epoca, la risurrezione del Signore è avvenuta dopo tre giorni. La prima epoca infatti è quella anteriore alla Legge, la seconda quella della Legge, la terza quella della Grazia, in cui si rivela il piano misterioso di Dio prima nascosto nell'oscurità delle profezie. Ciò è dunque indicato pure dal numero dei giorni d'ogni fase lunare poiché nelle Scritture il numero sette suol essere simbolo di una certa perfezione e perciò la Pasqua si celebra la terza settimana della luna cioè nel giorno che cade tra il quattordici e il ventuno del mese.

 

 

 

In breve...

 

(Cristo) dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. (Sermo 221, 4)

 

 

 

 

 

LUNEDÌ DELL’ANGELO

 

Andate in tutto il mondo

e predicate il vangelo ad ogni creatura.

 

(Mc 16, 15)

INTRODUZIONE

 

Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

Testimoni della risurrezione

Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14). E nel vostro annunzio potrete essere tranquilli poiché non vi sarà menzogna in quanto lo attingete dalla fonte della verità: quel che pronunziate con la lingua l'avete ricevuto. Certo, se voleste dire cose vostre, sareste mentitori, come asserisce il Salmo: Io ho detto nella mia estasi: Ogni uomo è mentitore (Ps 115, 11). Che significa: Ogni uomo è mentitore? Ogni Adamo è mentitore. Spògliati di Adamo e rivèstiti di Cristo, e non sarai mentitore. Questo basti alla vostra Carità poiché molte cose restano da fare.

 

 

 

Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. (In Io Ep. 1, 2)

 

 

 

 

 

 

Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!

Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l'intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.

 

Che male fu per il Cristo l'essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall'ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c'è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.

 

 

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 22, 9)

 

Dio ha dato per noi il sangue del suo Figlio

La misericordia di Dio è sovrabbondante e generosa la sua benevolenza: ci ha redenti con il sangue del Figlio suo (cf. 1 Pt 1, 18-19), mentre per i nostri peccati non meritavamo niente. Egli aveva fatto certo una grande cosa nel creare l'uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 27). Ma poiché noi con il peccato volemmo ridurci al nulla ed ereditammo dai progenitori un legame di morte e divenimmo una massa di peccato, una massa d'ira, piacque a lui, nella sua misericordia, riscattarci a tanto prezzo. Ha dato per noi il sangue del suo Unigenito innocentemente nato, innocentemente vissuto, innocentemente morto. Chi ci ha riscattato a tanto prezzo non vuole che periscano quelli che si è acquistato. Non li ha acquistati per farli perire, ma per dar loro la vita. Se i nostri peccati sono una mole più grande di noi, Dio non disprezza il prezzo da lui pagato. Ha pagato un prezzo ingente. Da parte nostra però non lusinghiamoci basandoci unicamente sulla sua misericordia, se non siamo decisi a combattere i nostri peccati. E se ne commettiamo, soprattutto di gravi, non speriamo che ci si usi una tale misericordia che includa dell'ingiustizia. Potrà forse collocare coloro che niente hanno fatto per vivere da convertiti, ma rimasero nell'ostinazione e durezza di cuore, incolparono anzi Dio difendendo i propri peccati, nello stesso posto ove ha collocato i santi Apostoli, i Profeti, i Patriarchi e i suoi fedeli che si sono comportati bene, che lo hanno servito, che hanno camminato nella castità, nella modestia, nell'umiltà, facendo elemosine, perdonando tutto ciò che dovettero sopportare dagli altri? Tale è la via seguita dai giusti, tale è la via seguita dai santi che hanno ritenuto Dio come loro padre e la Chiesa come loro madre. Non disgustando né quel Padre né questa madre ma vivendo nell'amore di ambedue questi genitori e affrettandosi verso l'eredità eterna, appunto perché non si è offeso il Padre né la madre, verrà data a ciascuno l'eredità.

 

 

Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra. (En. in Ps. 21, 28)

 

 

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 20/A, 2-7. 8)

 

Il calice dell’umiliazione

Nessuna cosa è più cara a Dio di colui che è l'immagine di Dio.

 

Iddio ha posto tutto al di sotto dell'uomo, e l'uomo al di sotto di sé. Vuoi che sia sotto di te tutto ciò che Dio ha fatto? Sii tu sotto di Dio. Sarebbe grande impudenza che tu pretenda che le creature inferiori stiano sotto di te e intanto tu non riconosci sopra di te colui che le ha create. Iddio dunque ha disposto quel che ha creato ponendo sotto di sé colui che è sua immagine e tutto il resto sotto di questa. Accogli lui e ti innalzerai sull'umano. [...] Anche Cristo fu disprezzato. Lui al quale vien detto: In te mi rifugio (Sal 56, 1), è venuto ad esser disprezzato per te, e ti ha redento proprio perché disprezzato. Tu non saresti salvato, se egli non fosse stato disprezzato. Disprezzato in che senso? Perché ha preso la veste di servo, la tua stessa forma. Altro era infatti quel che si nascondeva, altro quel che si vedeva. Si nascondeva Dio, si vedeva l'uomo (cf. At 3, 13). Così l'uomo fu disprezzato, ma da Dio fu glorificato.

 

Tutto dunque, egli che per noi si fece via, tutto ciò che gli uomini quaggiù ambiscono come qualcosa di grande, egli lo rifiutò; egli che tutto aveva, a cui apparteneva il cielo e la terra, per mezzo del quale erano stati fatti il cielo e la terra, al quale nei cieli e nel più alto dei cieli servivano gli angeli, egli che sfugava i demoni, che scacciava le febbri, che apriva gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi, che comandava al mare, ai venti e alle tempeste, che risuscitava i morti. Egli tanto poteva, eppure contro di lui tanto poté colui che egli aveva creato. Benché creatore dell'uomo, si sottomise all'uomo, quando apparve come uomo per liberare l'uomo. Si sottomise all'uomo, ma nelle vesti di uomo, nascondendo la divinità; manifestatosi come uomo, come uomo fu disprezzato, riconosciuto più tardi come Dio; ma riconosciuto proprio perché prima era stato disprezzato. E anche a te non volle dare la gloria, se non dopo averti insegnato l'umiltà.

 

Ogni uomo desidera cose sublimi. Ma sulla terra che c'è di sublime? Se dunque desideri cose sublimi, il cielo desidera, le cose celesti desidera, desidera le cose sopracelesti. Brama di essere concittadino degli angeli, anela verso quella città, verso di essa sospira, là dove non perderai l'amico e non dovrai soffrire il nemico, dove non troverai nessuno liberato, perché da quaggiù nessuno vi può portare il suo schiavo. Quella infatti è città eterna, dove nessuno nasce, nessuno muore, dove è perpetua e perfetta sanità, perché la sanità si chiama immortalità. Se tu brami di essere lassù, veramente aspiri a cose sublimi. Questo è il dove; ma considera anche il come. Perché non c'è nessuno che non brami di essere concittadino degli angeli, di godere in Dio, di Dio, sotto Dio, di restare per sempre, di non essere afflitto da nessuna piaga, raggiunto da nessuna vecchiezza, debilitato da nessuna stanchezza, consumato da nessuna malattia e da nessuna morte. Grande cosa, sublime cosa, desiderabile cosa. Tu desideri di arrivarci; ma guarda per dove ci si arriva.

 

Ecco, quei due discepoli di nostro Signore, i santi e grandi fratelli Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, come abbiamo letto nel Vangelo, desiderarono dal Signore Dio nostro di poter sedere nel regno uno alla destra e l'altro alla sinistra (cf. Mt 20-23). Essi dunque non desiderarono di esser dei re sulla terra, non ambirono dal Signore Iddio onori caduchi, non di essere ornati di ricchezze, non di avere una famiglia gloriosa, non di essere onorati di clientela, non di essere ingannati da adulatori, ma chiesero veramente qualcosa di grande e di solido, cioè di avere dei seggi nel regno di Dio, in cui si rimane per sempre. È grande cosa quella che desiderarono, ed essi non vengono rimproverati per il desiderio, ma vengono richiamati nell'ordine. In essi il Signore vide il desiderio delle cose grandi e colse l'occasione per insegnare la via dell'umiltà; come se dicesse: "Vedete dove voi aspirate, vedete chi sono io per voi: io che vi ho fatto sono disceso fino a voi, per voi io mi sono umiliato". Queste parole che sto dicendo veramente non sono nel Vangelo, io però dico la sostanza delle parole che si leggono nel Vangelo. E le parole che sono nel Vangelo adesso ve le rammento, perché vi rendiate conto che quelle che ho detto io sono nate lì, come se quelle fossero le radici e le nostre i rami (cf. Mt 20, 26-27). Quando dunque il Signore ebbe ascoltato il loro desiderio, disse loro: Voi potete bere il calice che io sto per bere? (Mt 20, 22). Voi desiderate di sedere al mio fianco; prima rispondetemi su quanto vi chiedo: Potete bere il calice che io sto per bere? Voi che cercate dei seggi così sublimi, non sarà per voi amaro il calice dell'umiltà?

 

Però quando il precetto è pesante, grande ne è la ricompensa. Il calice della passione, il calice dell'umiliazione non vogliono, non vogliono berlo gli uomini. Desiderano cose sublimi? Amino quelle umili. Per salire in alto bisogna infatti partire dal basso. Nessuno può costruire una fabbrica alta se prima non ha impiantato in basso le fondamenta. Considerate tutte queste cose, fratelli miei, e da qui partite, da qui costruitevi nella fede, per capire la strada per la quale potrete arrivare dove desiderate. Io lo so, lo riconosco: non c'è alcuno tra voi che non desideri l'immortalità, l'eterna gloria e di avere l'amicizia con Dio. Queste cose tutti le desideriamo. Ma dobbiamo conoscere la strada per arrivare, dato che arrivare è desiderio di tutti.

 

Tu, uomo avevi paura di affrontare l'oltraggio dell'umiliazione. Ma è utile per te bere il calice così amaro della passione. Le tue viscere sono tumide, il petto ti si è gonfiato. Bevi l'amaro, per ritrovare la salute. Lo beve anche il medico sano; non vorrà berlo il malato indebolito? Così infatti disse ai figli di Zebedeo: Potete bere il calice? (Mt 20, 22) Però non disse: "Potete bere il calice degli oltraggi, il calice del fiele, il calice dell'aceto, il calice delle amarezze, il calice pieno di veleno, il calice di tutte le sofferenze?". Se avesse detto così, più olle incoraggiarli li avrebbe spaventati. Ma quando si è in compagnia si ha anche più spinta. E allora che paura hai, o servo? Quel calice lo beve anche il Signore. Che paura hai, o infermo? Lo beve anche il medico. Che paura hai, o infiacchito? Lo beve anche il sano.

 

 

È facile pensare a cose eccelse, è facile compiacersi degli onori, è facile dare ascolto a chi dà assenso e a chi adula. Tollerare la riprensione, udire con pazienza l’ingiuria, pregare per chi oltraggia: ecco il calice del Signore, ecco il convito del Signore. (Serm. 340/A, 5)

 

 

 

 

"Se avessimo dovuto immaginare la venuta di un Dio sulla terra, avremmo naturalmente pensato che si sarebbe presentato come il Maestro unico e supremo. Dei filosofi avrebbero sostenuto che l’umiltà non conveniva a quel Dio vivente fra gli uomini; infatti, avrebbero potuto dire l’umiltà è la virtù che caratterizza la nostra condizione di creature. Invece la Rivelazione ci offre una realtà ben diversa: tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà, è basata sull’umiltà, al punto che Paolo riassume tutta l’Incarnazione redentrice nell’annientamento e nell’ubbidienza... Nessuno sforzo artificiale per abbassarsi: l’umiltà di Gesù deriva semplicemente dal suo amore. Egli si annulla di fronte al Padre perché è unicamente preoccupato di Lui, e perché lo antepone sempre a se stesso. L’umiltà di Gesù è certamente assoluta, ma in un altro senso: si fonda sulla convinzione di aver ricevuto tutto dal Padre". (J. Galot)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 23/A, 1-4)

 

Cristo percorre la via dell’umiltà

Confessare a Dio che cosa significa se non umiliarsi davanti a Dio e non attribuirsi alcun merito? Poiché per grazia sua siamo stati salvati, come dice l'Apostolo, non per merito delle opere, perché nessuno s'insuperbisca; infatti per sua grazia siamo stati salvati (Ef 2, 8-9). Non è preceduta infatti una qualche vita meritoria, che Dio dall'alto possa aver gradito e amato e così possa aver detto: "Veniamo in aiuto, soccorriamo questi uomini, perché vivono bene ". Non fu contento della nostra vita, gli dispiacque in noi tutto quanto facevamo, mentre non gli dispiacque quanto lui aveva fatto in noi. Perciò condannerà quanto abbiamo fatto noi, salverà quanto ha fatto lui. Condannerà le cattive azioni degli uomini, ma salverà gli uomini. Gli uomini non hanno fatto se stessi, ma hanno prodotto cattive azioni. Quanto Dio ha fatto in essi - Dio infatti ha creato l'uomo ad immagine e somiglianza sua (cf. Gn 1, 26) - è buono. Quanto invece l'uomo, respingendo il suo Autore e creatore e volgendosi alla perversità, tramite il libero arbitrio, ha fatto di male, questo condanna Dio per liberare l'uomo; cioè Dio condanna quanto ha fatto l'uomo e libera quanto ha fatto lo stesso Dio.

 

Noi non eravamo buoni. Ma ha avuto pietà di noi (cf. Sal 66, 2), e ha mandato il suo Figlio (cf. Gal 4, 4) a morire, non per i buoni ma per i cattivi, non per i giusti ma per gli ingiusti (cf. Mt 5, 15). Infatti Cristo è morto per gli empi (Rm 5, 6). E che cosa segue? È raro il caso che uno voglia morire per un giusto; tuttavia qualcuno forse accetterebbe di morire per un uomo dabbene (Rm 5, 7). Si potrebbe trovare qualcuno che abbia il coraggio di morire per un uomo dabbene. Invece per un ingiusto, per un empio, per un iniquo chi vorrebbe morire, se non Cristo solo, così innocente da poter giustificare anche gli ingiusti? Perciò, fratelli miei, non avevamo nessun'opera meritoria, ma soltanto demeriti. Ma pur essendo tali le opere degli uomini, la sua misericordia non abbandonò gli uomini. E mentre erano meritevoli di pena, egli invece della pena dovuta donò la grazia non dovuta. E mandò il Figlio suo (cf. Gal 4, 4) per redimerci, non a prezzo d'oro o d'argento, ma a prezzo del suo sangue (cf. 1 Pt 1, 18-19), che egli sparse, agnello immacolato condotto al macello (cf. Ger 11, 19) per le pecore contaminate, se pur soltanto contaminate o non anche completamente infette. Ecco la grazia che abbiamo ricevuta. Viviamo in maniera degna di questa grazia che abbiamo accolta, per non fare torto a tanto dono. Un così grande medico è venuto a noi, ha rimesso tutti i nostri peccati. Se vogliamo di nuovo ammalarci, non soltanto danneggeremo noi stessi, ma ci mostreremo anche ingrati verso il medico.

 

Seguiamo perciò le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell'umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l'insegnamento la via dell'umiltà e l'ha percorsa soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto se non si fosse umiliato; chi avrebbe potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è anch'egli Dio. È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, del quale parla Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Chi avrebbe potuto uccidere colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e senza il quale niente è stato fatto? Chi avrebbe potuto ucciderlo, se egli non si fosse umiliato? Ma in che modo si è umiliato? Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi (Gv 1, 14). Il Verbo di Dio infatti non avrebbe potuto essere ucciso. Perché potesse morire per noi, poiché per sua natura non poteva morire, il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Immortale, assunse la mortalità, perché potesse morire per noi, e con la sua morte uccidere la nostra morte. Questo ha fatto il Signore, questo ha compiuto per noi. Onnipotente, si è umiliato; umiliato, è stato ucciso; è stato ucciso, è risorto, è stato esaltato per non abbandonarci, morti, nell'inferno, ma per glorificarci in lui nella resurrezione dei morti, mentre ora ci ha innalzati nella fede e nella confessione dei giusti.

 

Perciò ci ha dato come via l'umiltà. Se la percorreremo, confesseremo al Signore e allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome (Sal 74, 2).

 

 

Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati. (En. in ps. 85, 2)

 

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 85, 1)

 

La preghiera di Gesù Cristo sacerdote

Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare dà lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato dal suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce. E quando nei riguardi del Signore Gesù Cristo, soprattutto nelle profezie, si dice qualcosa che contiene dell’umiliazione e quindi indegno di Dio, non dobbiamo esitare ad attribuirlo a lui, poiché lui non ha esitato a unirsi a noi. Al suo servizio è infatti tutta la creazione, perché per suo mezzo tutte le creature sono state fatte. E noi quasi vediamo la sua maestà divina quando ascoltiamo le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose per suo mezzo sono state fatte e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Contempliamo qui la divinità del Figlio di Dio, così eccelsa e sublime che va al di là di ogni più alta creatura; ma poi, in qualche altra parte delle Scritture, lo ascoltiamo gemere, pregare, e confessare. Stentiamo allora ad attribuire a lui queste parole, e la nostra mente trova difficoltà a discendere dalla recente contemplazione della sua divinità alla sua umiltà. Crede di offenderlo, trovando parole troppo umane riferite a colui al quale dirigeva la supplica quando pregava Dio; e cosìrimane sospesa e vorrebbe cambiare il senso delle parole. Nella Scrittura, però, altro non trova se non che bisogna ricorrere a lui e non lasciarsi sviare da lui. Si desti dunque e vigili nella fede! Ricordi come colui, che poco prima contemplava nella natura di Dio ha assunto la natura di servo: è divenuto simile agli uomini e, per le sue fattezze, è stato ritenuto uomo. Egli si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte (cf. Fil 2, 5-8); ha voluto far sue le parole del salmo e, mentre pendeva dalla croce, diceva: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 21, 2). È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi.

 

 

(Gesù Cristo) per noi, ben sapendo che non era usurpazione il farsi eguale a Te, si fece invece tuo servo fino alla morte di croce: per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti, da servi, figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi. (Confess. 10, 43)

 

 

 

b. Sul comandamento dell’amore vicendevole

 

Nessuno ha un amore più grande di questo:

dare la vita per i propri amici.

(Gv 15, 13)

 

 

 

Il servizio vicendevole dei fratelli

Ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (cf. Mt 6, 12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13, 14-15). Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (cf. Rm 8, 34). Ascoltiamo l'apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Gc 5, 16). È questo l'esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l'Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell'altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3, 13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. È nostro dovere adempiere, con l'aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.

 

 

Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà. (In Io. Ev. 58, 4)

 

 

 

c. Sull’Eucarestia

 

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno

e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

(Gv 6, 51)

 

 

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 228/B, 2-5)

 

"O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!" (In Io. Ev. tr. 26, 6, 13)

Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute, che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13), con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest'altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco.

 

Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione d ei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Ebr 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l'eterna eredità. osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).

 

Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati. E l'Apostolo ricorda che questo era già stato predetto nella santa Scrittura: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande, soggiunge, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 31-32). E in un altro passo, riguardo a questa medesima Eucarestia, dice: Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). Voi quindi cominciate a ricevere quel che già avete cominciato ad essere, purché non lo riceviate indegnamente, mangiando e bevendo la vostra condanna.

 

 

Ti sei seduto ad una grande tavola; sta’ bene attento a ciò che ti è messo davanti, perché bisogna che anche tu prepari altrettanto (Pro 23,1). La grande mensa è quella dove è cibo lo stesso padrone della mensa. Nessuno ciba i convitati di se stesso: lo fa solo Cristo Signore; Egli è colui che invita, ed Egli stesso è cibo e bevanda. (Serm. 329)

 

 

 

 

VENERDÌ SANTO

 

A. La croce di Cristo

 

"Noi predichiamo Cristo crocifisso,

scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani

ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci,

predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio".

(1 Cor 1,23-24)

 

 

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 2, 3-4)

 

Restate uniti alla croce di Cristo!

Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare. È meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza.

 

Vi sono stati, per la verità, filosofi di questo mondo che si impegnarono a cercare il Creatore attraverso le creature. Che il Creatore si possa trovare attraverso le sue creature, ce lo dice esplicitamente l'Apostolo: Fin dalla creazione del mondo le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità, onde sono inescusabili. E continua: Perché avendo conosciuto Dio... Non dice: perché non hanno conosciuto Dio, ma al contrario: Perché avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insipiente si ottenebrò. In che modo si ottenebrò il loro cuore? Lo dice chiaramente: Affermando di essere sapienti, diventarono stolti (Rm 1, 20-22). Avevano visto dove bisognava andare, ma, ingrati verso colui che aveva loro concesso questa visione, attribuirono a se stessi ciò che avevano visto; diventati superbi, si smarrirono, e si rivolsero agli idoli, ai simulacri, ai culti demoniaci, giungendo ad adorare la creatura e a disprezzare il Creatore. Giunsero a questo dopo che già erano caduti in basso. Fu l'orgoglio a farli cadere, quell'orgoglio che li aveva portati a ritenersi sapienti. [...] Essi riuscirono a vedere ciò che è, ma videro da lontano. Non vollero aggrapparsi all'umiltà di Cristo, cioè a quella nave che poteva condurli sicuri al porto intravisto. La croce apparve ai loro occhi spregevole. Devi attraversare il mare e disprezzi la nave? Superba sapienza! Irridi al Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era necessario il legno della sua umiltà. Infatti ti eri gonfiato di superbia, ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c'è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare (cf. Mt 14, 25), per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l'umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Come Dio, non si può dire che è venuto né che se n'è andato, perché, come Dio, egli è presente ovunque, e non può essere contenuto in alcun luogo. Come è venuto, invece? Nella sua visibile umanità.

 

 

Credi nel crocefisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti. (Serm. 131, 2)

 

 

 

B. La morte in croce

 

Apparso in forma umana, umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

(Fil 2, 7-8)

 

 

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 117, 3)

 

Lo spettacolo della croce

Presero dunque Gesù, il quale, portandosi egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha, dove lo crocifissero. Gesù si avviò verso il luogo dove sarebbe stato crocifisso, portandosi egli stesso la croce. Quale spettacolo! Grande ludibrio agli occhi degli empi, grande mistero a chi contempla con animo pio. Agli occhi degli empi è uno spettacolo terribile e umiliante, ma chi sa guardare con sentimenti di devozione, trova qui un grande sostegno per la sua fede. Chi assiste a questo spettacolo con animo empio, non può che irridere il re che, invece dello scettro, porta la croce del suo supplizio; la pietà invece contempla il re che porta la croce alla quale egli sarà confitto, ma che dovrà essere poi collocata perfino sulla fronte dei re. Su di essa egli sarà disprezzato agli occhi degli empi, e in essa si glorieranno i cuori dei santi. Paolo, infatti, dirà: Non accada mai che io mi glori d'altro che della croce del Signore Gesù Cristo (Gal 6, 14). Cristo esaltava la croce portandola sulle sue spalle, e la reggeva come un candelabro per la lucerna che deve ardere e non deve essere posta sotto il moggio (cf. Mt 5, 15). Dunque, portando egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha. Qui lo crocifissero, e con lui due altri, di qua e di là, e Gesù nel mezzo (Gv 19, 17-18). Questi due, come apprendiamo dalla narrazione degli altri evangelisti, erano briganti. Cristo fu crocifisso insieme ad essi, anzi in mezzo ad essi (cf. Mt 27, 38; Mc 15, 27; Lc 23, 33), compiendosi così la profezia che aveva annunciato: Fu annoverato tra i malfattori (Is 53, 12).

 

 

Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore... Vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce. (La verginità consacrata, 54. 55. 56)

 

 

 

SABATO SANTO

 

Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati,

giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio;

messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

(1 Pt 3, 18)

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 215, 5)

 

Dio ama a tal punto da morire di amore per i peccatori!

Potrà sembrar poco questo, che Dio per gli uomini, il giusto per i peccatori, l'innocente per i colpevoli, il re per gli schiavi, il signore per i servi sia venuto rivestito della carne umana, sia stato visto sulla terra, abbia vissuto insieme con gli uomini (cf. Bar 3, 38); ma per di più fu crocifisso, morì e fu sepolto. Non credi? Chiedi forse quando sia successo? Ecco quando: Sotto Ponzio Pilato. Per precisartelo c'è anche il nome del giudice, perché tu non possa dubitare neanche del tempo. E allora credete che il Figlio di Dio fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e fu sepolto. Ecco che nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Nessuno davvero? Proprio nessuno. È verità, lo ha detto Gesù stesso. Interroghiamo anche l'Apostolo; egli ci dice: Cristo morì per gli empi (Rm 5, 6). E poco dopo: Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). E allora in Cristo noi troviamo un amore ancora più grande, perché egli non ha dato la sua vita per degli amici, ma per i suoi nemici. Quanto grande è l'amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore! Egli dimostra il suo amore per noi, sono ancora parole dell'Apostolo, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8). Anche tu dunque credilo, e non vergognarti di confessarlo per la tua salvezza. Si crede infatti col cuore per ottenere la giustizia, e si confessa con la bocca per avere la salvezza (Rm 10, 10). Inoltre, perché non avessi dubbi, perché non avessi vergogna, quando cominciasti a credere ricevesti il segno di Cristo sulla fronte, che è come la sede del pudore. Ripensa che cosa hai in fronte, e non avrai paura della lingua altrui. Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, dice il Signore stesso, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui davanti agli angeli di Dio (Mc 8, 38). Non arrossire dunque per l'ignominia della croce che per te Dio stesso non ha esitato di accogliere. Ripeti con l'Apostolo: Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6, 14). E ti farà eco ancora lo stesso Apostolo: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2, 2). Egli che da un sol popolo fu allora crocifisso, ora è fisso nel cuore di tutti quanti i popoli.

 

IN BREVE...

Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza amare i peccatori fino al punto da morire per essi di amore! (Serm. 215, 5)

 

 

 

Inizio

 

LA VEGLIA PASQUALE

 

Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

(Sal 16, 9-10)

 

 

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 221, 1)

 

È questa la nostra grande veglia!

Siccome il Signore nostro Gesù Cristo ha reso glorioso con la sua risurrezione il giorno che aveva reso luttuoso con la morte, noi, rievocando i due momenti in un'unica commemorazione solenne, vegliamo ricordando la sua morte, esultiamo aspettando la sua risurrezione. Questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell'uccisione dell'agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell'immolazione del Salvatore, perché Cristo nostra Pasqua, è stato immolato (1 Cor 5, 7), e le cose vecchie son passate ed ora ne sono nate delle nuove (2 Cor 5, 17). È se piangiamo è per il peso dei nostri peccati, e se esultiamo, è perché giustificati dalla sua grazia, perché egli è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 25). Per quelli piangiamo, di questo ci rallegriamo, e sempre siamo nella gioia. Quanto per causa nostra e a nostro vantaggio è stato compiuto di triste o anticipato di lieto, non lo lasciamo passare con ingrata dimenticanza, ma lo celebriamo con riconoscente memoria. Vegliamo dunque, carissimi, perché la sepoltura di Cristo si è protratta fino a questa notte, cosicché proprio in, questa notte è avvenuta la risurrezione di quella sua carne che allora fu oltraggiata sul legno, adesso è adorata in cielo e sulla terra. Naturalmente questa notte si considera come facente parte del giorno di domani, che per noi è il giorno del Signore. Ed era opportuno che risorgesse di notte, perché con Ia sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre; non per nulla già poco tempo prima si cantava a lui: Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Così la nostra stessa pietà mette in risalto questo mistero così grande; come la nostra fede, rafforzata dalla sua risurrezione, è già sull'attenti, così anche questa notte, già così piena di luci, sia ancor più luminosa per il nostro vegliare, in modo che noi, insieme a tutta la Chiesa diffusa per il mondo intero, possiamo badare in modo giusto a non esser trovati nella notte. Per tanti e tanti popoli, che dovunque questa fulgida solennità ha radunato insieme nel nome di Cristo, il sole è già tramontato, ma il fulgore non se n'è andato, perché a un cielo pieno di luce ha fatto seguito una terra ugualmente piena di luce.

 

IN BREVE...

 

Umilmente vegliamo, umilmente preghiamo, con piissima fede, con saldissima speranza, con ferventissima carità, pensando quanto la nostra glorificazione risplenderà come giorno, se già la nostra umiliazione cambia la notte in giorno. (Serm. 223/I, 1)

 

"UNA SCINTILLA DI AMORE BUONO"

 

 

 

 

Amare Dio: è in assoluto il primo dei comandamenti. Amare il prossimo: è il comandamento che per primo mettiamo in pratica, se vogliamo testimoniare nella quotidianità l’amore per Dio. Agostino conclude: con quale coerenza pretendiamo di amare Dio che non vediamo, quando invece non dimostriamo amore per il fratello che ci è accanto? (cf. 1 Gv 4, 20)

 

La legislazione mosaica aveva codificato al vertice delle sue 613 prescrizioni la duplice forma di amore per Dio e per i fratelli. La novità del comandamento, così come risuona sulle labbra di Cristo, nasce dall’esperienza della Pasqua. Nel cenacolo il Figlio di Dio inaugura la nuova alleanza nel suo sangue, divenendo maestro ed interprete di un amore paradossale, totale ed unico, che si dona fino alla morte in croce. Non basta più amare il prossimo come se stessi; occorre amarlo assieme ai nemici, nella maniera indicataci da Cristo: Come io vi ho amati, così anche voi amatevi gli uni gli altri. (Gv 13, 34) L’amore diventa il segno distintivo del cristiano, il carattere impresso dal fuoco dello Spirito nell’acqua del battesimo.

 

 

 

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ev. tr. 87, 1)

 

Il comandamento nuovo

Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 15, 17). È precisamente questo il frutto che egli intendeva quando diceva: Io vi ho scelti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia durevole. E quanto a ciò che ha aggiunto: Affinché il Padre vi dia ciò che chiederete nel mio nome, vuol dire che egli manterrà la sua promessa, se noi ci ameremo a vicenda. Poiché egli stesso ci ha dato questo amore vicendevole, lui che ci ha scelti quando eravamo infruttuosi non avendo ancora scelto lui. Egli ci ha scelto e ci ha costituiti affinché portiamo frutto, cioè affinché ci amiamo a vicenda: senza di lui non potremmo portare questo frutto, così come i tralci non possono produrre alcunché senza la vite. Il nostro frutto è dunque la carità che, secondo l'Apostolo, nasce da un cuore puro e da una coscienza buona e da una fede sincera (1 Tm 1, 5). È questa carità che ci consente di amarci a vicenda e di amare Dio: l'amore vicendevole non sarebbe autentico senza l'amore di Dio. Uno infatti ama il prossimo suo come se stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure se stesso. In questi due precetti della carità si riassumono infatti tutta la legge e i profeti (cf Mt 22, 40): questo il nostro frutto. E a proposito di tale frutto ecco il suo comando: Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri. Per cui l'apostolo Paolo, volendo contrapporre alle opere della carne il frutto dello spirito, pone come base la carità: Frutto dello spirito è la carità; e ci presenta tutti gli altri frutti come derivanti dalla carità e ad essa strettamente legati, e cioè: la gioia, la pace, la longanimità, la benignità, la bontà, la fedeltà, la mitezza, la temperanza (Gal 5, 22). E in verità come ci può essere gioia ben ordinata se ciò di cui si gode non è bene? Come si può essere veramente in pace se non con chi sinceramente si ama? Chi può essere longanime, rimanendo perseverante nel bene, se non chi ama fervidamente? Come può dirsi benigno uno che non ama colui che soccorre? Chi è buono se non chi lo diventa amando? Chi può essere credente in modo salutare, se non per quella fede che opera mediante la carità? Che utilità essere mansueto, se la mansuetudine non è ispirata dall'amore? E come potrà uno essere continente in ciò che lo contamina, se non ama ciò che lo nobilita? Con ragione, dunque, il Maestro buono insiste tanto sull'amore ritenendo sufficiente questo solo precetto. Senza l'amore tutto il resto non serve a niente, mentre l'amore non è concepibile senza le altre buone qualità grazie alle quali l'uomo diventa buono.

 

 

 

 

Chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, che cosa ama in lui se non Dio? (In Io. Ev. tr. 65, 2)

 

 

 

Prima della festa di Pasqua Gesù,

sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,

dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

(Gv 13, 1)

 

INTRODUZIONE

 

Agostino si rivela infaticabile cantore della carità: "Io non mi sazio parlando della carità" (In Io. Ep. tr. 9, 11), perché in essa individua la radice della esperienza cristiana, se unita all’umiltà e alla verità. "A qualsiasi pagina si apra la Scrittura, echeggia la carità" (Serm. 350/A, 1) e ciò non può stupire se la Scrittura individua nella Carità l’altro nome di Dio (1 Gv 4, 6). L’amore di Dio per gli uomini non conosce limiti, dal momento che si spinge sino al sacrificio supremo del Figlio Unigenito. Quando Dio ama, lo fa in modo autentico e totale; non si risparmia, non attende alcuna ricompensa in cambio: ama gratuitamente. Dio non può non amare, Lui che nel suo stesso essere è Amore. Nella sua bontà non si lascia precedere dall’uomo: pur infondendo nelle sue creature la capacità di amare e lodare il Creatore, tuttavia lascia spazio alla libertà umana, nel momento in cui attende l’adesione convinta dell’uomo al suo progetto di salvezza. Il fiat del Creatore "dipende" dal sì della creatura: Maria è l’esempio più eclatante.

 

 

 

 

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 34, 2-3; 7-8)

 

Amare senza riserve

Non c'è nessuno che non ami; quel che si domanda è che cosa ami. Non ci si esorta a non amare ma a scegliere quel che amiamo. Ma cosa potremo noi scegliere se prima non siamo stati scelti noi stessi? In effetti, se non siamo stati prima amati, non possiamo nemmeno amare. Ascoltate l'apostolo Giovanni. [...] Noi amiamo perché lui ci ha amati precedentemente (1 Gv 4, 10). Molto aveva concesso all'uomo - parlava infatti di Dio! - quando aveva detto: Noi amiamo. Chi ama? Chi è amato? Gli uomini amano Dio, i mortali l'immortale, i peccatori il giusto, i fragili l'immutabile, le creature l'artefice. Noi abbiamo amato. Ma chi ci ha dato questa facoltà? Poiché egli ci ha amati antecedentemente. Cerca come possa l'uomo amare Dio: assolutamente non lo troverai se non nel fatto che egli ci ha amati per primo. Ci ha dato se stesso come oggetto da amare, ci ha dato le risorse per amarlo. Cosa ci abbia dato al fine di poterlo amare ascoltatelo in una maniera più esplicita dall'apostolo Paolo, che dice: La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori. Ma come? Forse per opera nostra? No. Ma allora come? Attraverso l'azione dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5).

 

Poiché dunque tanto grande è la fiducia che abbiamo, amiamo Dio attraverso Dio. Senz'altro! Siccome lo Spirito Santo è Dio, noi amiamo Dio attraverso Dio. Cosa potrei dire di più che amiamo Dio attraverso Dio? Effettivamente, se ho potuto affermare che l'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori attraverso l'azione dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5, 5), ne segue che, essendo lo Spirito Santo Dio, noi non possiamo amare Dio se non per mezzo dello Spirito Santo, cioè non possiamo amare Dio se non attraverso Dio.

 

Bene, miei fratelli! Interrogate voi stessi, esaminate le vostre celle interiori. Guardate e riflettete su quanto siate ricchi in fatto di carità; e poi accrescete quel che avete riscontrato. Badate a tale tesoro, perché possiate essere interiormente ricchi. Anche delle altre cose che hanno un gran pregio si dice, è vero, che son cose care, e ciò non invano. Osservate il vostro modo di parlare. Questo - dite - è più caro di quello. Che significa «più caro» se non più prezioso? Se si dice «più caro» ciò che è più prezioso, che cosa, miei fratelli, sarà più caro della carità in se stessa? Quale pensiamo possa essere il suo prezzo (cf. Prov 31, 10)? Dove si trova il suo prezzo? Prezzo del grano è qualche tua moneta, prezzo d'un campo è l'argento, prezzo di una pietra preziosa è l'oro; prezzo della carità sei tu stesso. Cerchi dunque come possedere un campo, una pietra preziosa, un giumento. Cerchi come comprare un campo e lo cerchi in tasca tua. Se però vuoi possedere la carità, cerca te stesso, trova te stesso. Forse che stenti a darti per paura di consumarti? Tutt'altro! Se non ti darai sei perduto. La stessa carità ti parla per bocca della Sapienza e ti dice qualcosa che t'impedisce d'avere paura delle parole: Da' te stesso (cf. Prov 23, 26). Se infatti qualcuno volesse venderti un campo ti direbbe: Dammi del tuo oro, e se qualche altro volesse venderti cose simili, dammi tue monete - ti direbbe -, dammi del tuo argento. Ascolta cosa ti dice la carità per bocca della Sapienza: Dammi il tuo cuore, o figlio (Prov 23, 26). Dice: Dammi. Che cosa? Il tuo cuore, o figlio. Era male quando esso era dalla parte tua, quando era tuo. Ti lasciavi infatti attrarre da vanità e da amori lascivi e perniciosi. Toglilo da lì! Dove lo trasporterai?dove lo porrai? Dice: Dammi il tuo cuore. Appartenga a me e non perirà per te. Osserva infatti se ha voluto lasciare in te qualche possibilità d'amare te stesso colui che e ti dice: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua anima (Dt 6, 5). Cosa resta del tuo cuore per amare te stesso? Cosa della tua anima o della tua mente? Dice: Con tutto. Esige tutto te colui che ti ha creato. Ma non rattristarti quasi che non ti rimanga nulla di cui godere. Si allieti Israele, non in sé, ma in colui che l'ha creato (Sal 149, 2).

 

Mi replicherai dicendo: Se non mi rimane alcuna risorsa per amare me stesso - dal momento che mi si ingiunge di amare colui che mi ha creato con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente (Dt 6, 5) - come nel secondo precetto mi si comanda di amare il prossimo come me stesso? (cf. Mt 22, 39) Questo significa piuttosto che devi darti al prossimo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. Come? Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 39). Dio con tutto me stesso, il prossimo come me stesso. Così me, così te. Vuoi ascoltare come debba amare te? Ami te stesso, se ami Dio con tutto te stesso. Credi che giovi a Dio il fatto che tu lo ami? Forse che, per il fatto che lo ami, Dio ci acquista qualcosa? Se non lo ami, chi ci perde sei tu. Quando lo ami, tu te ne avvantaggi; tu sarai là dove non si perisce. Mi risponderai dicendo: Ma quando non mi sono amato? Non ti amavi certamente quando non amavi Dio, tuo Creatore. Ma tu, pur odiandoti, credevi di amarti. Difatti chi ama l'iniquità odia la sua anima. (Sal 10, 6)

 

 

 

In breve...

 

Fate la vostra scelta: amate! Tale è infatti la fede che distingue i cristiani dai demoni. (Serm. 234, 3)

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Nel volto del fratello riconosciamo il volto di Dio, perché Dio continuamente si incarna nella membra della comunità cristiana. Ci si inoltra in un tale mistero con l’ausilio della carità. Ai fedeli di Cartagine Agostino raccomanda: "Tu non vedi Dio. Ama e lo possiedi"; e più avanti: "(Dio) ci grida: Amatemi e mi possederete, perché se non mi avreste, non potreste nemmeno amarmi". (Serm. 34, 5) Quale coinvolgimento emotivo Agostino è capace di suscitare nell’uditorio! Il popolo approva il messaggio del pastore, applaude, acclama, esalta la dolcezza della carità. Simili manifestazioni di compiacimento non distolgono il vescovo dall’ammonire i fedeli circa la necessità di ricercare, abbracciare e custodire nel cuore la carità come tesoro prezioso.

 

 

 

Dal "Commento allaPrima Lettera di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ep. tr. 7, 10)

 

Amore, l’altro nome di Dio

Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: Beato colui che pensa al povero ed all'indigente (Sal 40, 2). La carità ha orecchie e ne parla il Signore: Colui che ha orecchie da intendere, intenda (Lc 8, 8). Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te. È mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede? Perché allora, quando si fa la lode della carità, vi sollevate in piedi, acclamate, date lodi? Che cosa vi ho mostrato? Vi ho forse mostrato alcuni colori? Vi ho messo innanzi oro e argento? Vi ho sottoposto delle gemme tolte da un tesoro? Che cosa di grande ho mostrato ai vostri occhi? Forse che il mio volto nel parlarvi si è mutato? Io sono qui in carne ed ossa, sono qui nella stessa forma in cui ho fatto il mio ingresso; anche voi siete qui nella stessa forma in cui siete venuti. Ma si fa la lode della carità e uscite in acclamazioni. Certamente i vostri occhi non vedono nulla. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore. Capite, o fratelli, ciò, che voglio dire: io vi esorto, per quanto il Signore lo concede, a procurarvi un grande tesoro. [...] A voi vien fatto l’elogio dellacarità. Se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?

 

 

 

 

 

Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Dovrei concludere: Tu sarai Dio. Ma non oso dirlo io e perciò ascoltiamo la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figli tutti dell’Altissimo (Sal 81, 6).

 

 

 

Gente infedele!

Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?

Chi dunque vuole essere amico del mondo

si rende nemico di Dio.

(Gc 4, 4-5)

 

INTRODUZIONE

 

Nel Vangelo di Giovanni il termine mondo indica, a seconda del contesto, ora l’universo creato; ora il genere umano; ora coloro che rifiutano Dio e perseguitano il Cristo, vivendo nelle tenebre di satana, il "principe di questo mondo". Agostino riprende questa accezione negativa del mondo per riassumere la visione cristiana della storia a partire dalla forza dell’amore. Sulla base della finalità che riconosciamo all’amore, Dio o il mondo, se ne ricava una distinzione tra amore privato ed amore sociale. Il primo è amore egoistico, chiuso in se stesso, privo di un’apertura verso Dio ed il prossimo; è l’amore che soddisfa il culto della propria persona, che proietta verso l’idolatria: se stessi e tutti i possessi terreni diventano idoli, da adorare e ricercare al posto dell’unico e vero Dio. L’amore sociale invece si muove su un versante diametralmente opposto: è l’amore che ricerca la comunione con Dio e con il prossimo, sino al disprezzo di se stessi; è l’amore che Dio stesso infonde nell’uomo con il dono dello Spirito Santo; è l’amore divino che realizza nella comunione l’unità e nell’unità la felicità.

 

Nella Città di Dio (14, 28) Agostino opera una sintesi mirabile in un testo che gli studiosi citano senza sosta quando devono illustrare la riduzione della storia, nel pensiero agostiniano, alle due città, l’una celeste, l’altra terrena: "Due amori hanno dunque fondato due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha generato la città terrena, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha generato la città celeste".

 

 

 

Dal "Commento alla Prima Lettera di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ep. tr. 2, 8-9

 

L’amore verso Dio si oppone all’amore per il mondo

Ma come ameremo Dio, se amiamo il mondo? Egli vuole farsi accogliere in noi mediante la carità. Ci sono due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l'amore del mondo, non potrà entrarvi l'amore di Dio. Si tenga lontano l'amore del mondo e resti in noi l'amore di Dio; abbia posto in noi l'amore migliore. Se prima amavi il mondo, ora non amarlo più; se saziavi il tuo cuore con gli amori terreni, dissetati ora alla fonte dell'amore di Dio, e incomincerà ad abitare in te la carità, dalla quale nulla di male può derivare. Date dunque ascolto alla voce di colui che ora vi purifica. Quasi come un campo trova i cuori degli uomini. Come trova questi cuori? Se li trova simili ad una selva, incomincia allora ad estirparla, ma se li trova come un campo già purgato, si dà subito a seminarlo. Vuole piantarvi l'albero della carità. E quale è la selva che egli vuole estirpare? L'amore del mondo. Senti come Giovanni parla della estirpazione della selva: Non vogliate amare il mondo; e prosegue: né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui (1 Gv 2, 15).

 

Dunque avete sentito: Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Nessuno pensi che queste dichiarazioni siano false. È Dio che parla, è lo Spirito Santo che ha parlato per mezzo dell'Apostolo e nulla v'è di più vero. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Vuoi avere l'amore del Padre, per poter essere coerede col Figlio? Non amare il mondo. Scaccia l'amore malvagio del mondo, per riempirti dell'amore di Dio. Sei come un vaso che è ancora pieno; butta via il suo contenuto, per accogliere ciò che ancora non possiedi.

 

 

 

In breve...

 

Egli ti vuole dare assai di più, cioè vuole darti se stesso. Ma se avrai amato le cose, pur fatte da Dio, se avrai trascurato il loro Creatore per amare il mondo, il tuo non può essere giudicato altro che un amore adultero. (In Io Ep. 2, 11)

 

 

INTRODUZIONE

 

Il servizio (ministrare nel vocabolario di Agostino) è la nota peculiare di tutta la vicenda del Gesù storico. Ai Sinottici non sfugge una simile caratteristica: l’evangelista Marco (10, 45) ricorda come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Il discepolo, che si pone alla sequela di Cristo, deve impegnarsi nell’esercizio della carità della diakonìa, del ministero, non solo nell’annuncio del Vangelo (Paolo infatti ne parla in questi termini), ma anche nel conforto a vantaggio dei bisognosi. Ogni cristiano è dunque ministro per Cristo e in nome di Cristo. La sua azione deve compiersi in maniera gratuita e disinteressata: amare solo per il bene dell’amore e non in vista di una ricompensa, anche se soprannaturale. I mistici ci aiutano a meditare su livelli che oltrepassano il nostro comune modo di accostarci alla fede cristiana. Di tale purezza deve rifulgere il nostro amore per Dio e per i fratelli, al punto che sarebbe una "grazia" andare all’inferno, anche solo se fosse Dio a comandarlo!

 

 

 

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ev. tr. 51, 11-12

 

La carità a servizio del prossimo

Chi mi vuol servire mi segua (Gv 12, 26). Che vuol dire mi segua, se non mi imiti? Cristo infatti soffrì per noi - dice l'apostolo Pietro - lasciandoci un esempio, affinché seguiamo le sue orme (1 Pt 2, 21). Questo è il senso della frase: Chi mi vuol servire mi segua. E con quale frutto, con quale ricompensa, con quale premio? E dove sono io - dice - ivi sarà anche il mio servo. Amiamolo disinteressatamente, per ottenere, come ricompensa del nostro servizio, di essere con lui. Come si può star bene senza di lui, o male con lui? Ascolta che parla in maniera più esplicita: Se uno mi serve, il Padre mio lo onorerà (Gv 12, 26). Con quale onore, se non con quello di poter essere suo figlio? Questa frase: Il Padre mio lo onorerà, appare come una spiegazione di quella precedente: Dove sono io, ivi sarà anche il mio servo. Quale maggiore onore può ricevere il figlio adottivo di essere là dove è il Figlio unico, non uguagliato nella sua divinità, ma associato a lui nell'eternità?

 

Piuttosto, dobbiamo chiederci cosa si intende per servire Cristo, servizio al quale viene riservata una così grande ricompensa. Se per servire Cristo intendiamo provvedere alle sue necessità corporali, cucinare e servirlo a tavola, versargli da bere e presentargli la coppa, ebbene questo è quanto fecero coloro che poterono godere della sua presenza fisica, come Marta e Maria allorché Lazzaro era uno dei commensali. In questo senso, però, anche il perfido Giuda servì Cristo. Egli infatti teneva la borsa; e, quantunque fosse solito rubare sacrilegamente il denaro che vi metteva dentro, tuttavia provvedeva il necessario (cf. Gv 12, 26). Perciò, quando il Signore gli disse: Ciò che devi fare, fallo al più presto, alcuni credettero che il Signore gli avesse ordinato di preparare il necessario per la festa, o, di dare qualche elemosina ai poveri (cf. Gv 13, 27-29). Il Signore non pensava certo a siffatti servitori quando diceva: Dove sono io, ivi sarà anche il mio servo, e: se uno mi serve, il Padre mio lo onorerà. Vediamo infatti che in tal senso Giuda era servitore di Cristo, condannato e non onorato. Ma perché cercare altrove cosa si deve intendere per servire Cristo, quando possiamo apprenderlo da queste medesime parole? Dicendo infatti: chi mi vuol servire, mi segua, egli ha voluto farci intendere che chi non lo segue non lo serve. Servono dunque Gesù Cristo, coloro che non cercano i propri interessi ma quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2, 21). Mi segua vuol dunque dire: segua le mie vie, non le sue, così come altrove sta scritto: Chi dice di essere in Cristo, deve camminare così come egli camminò (1 Gv 2, 6). Così, ad esempio, se uno porge il pane a chi ha fame, deve farlo animato da misericordia, non per vanità, non deve cercare in quel gesto altro che l'opera buona, senza che sappia la sinistra ciò che fa la destra (cf. Mt 6, 3) di modo che l'opera di carità non debba essere sciupata da secondi fini. Chi opera in questo modo, serve Cristo; e giustamente sarà detto di lui: Ogni volta che l'avete fatto ai più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me (Mt 25, 40). Chi compie per Cristo non solamente opere di misericordia corporali, ma qualsiasi opera buona - e qualsiasi opera è buona se tiene conto del principio che il fine di tutta la legge è Cristo, a giustizia di ognuno che crede (Rm 10, 4) -, egli è servo di Cristo, specie se giungerà fino a quella grande opera di carità che consiste nell'offrire la propria vita per i fratelli, che equivale a offrirla per Cristo. Perché anche questo dirà riferendosi ai suoi membri: Quanto hai fatto per essi, lo hai fatto per me. A questo riguardo egli stesso si degnò farsi e chiamarsi servo, quando disse: Come il Figlio dell'uomo non venne per farsi servire ma per servire, e dare la sua vita per molti (Mt 20 28). Donde ne segue che ciascuno è servo di Cristo per quelle medesime opere per cui anche Cristo è servo. E chi serve Cristo in questo modo, il Padre suo lo onorerà con quel singolare onore di accoglierlo con suo Figlio in una felicità senza fine.

 

 

 

In breve...

 

Animato dalla carità, ti sarà facile tutto ciò che prima era assai faticoso; sorretto da essa, ti sarà leggero tutto ciò che giudicavi pesante. (Serm. 68, 13)

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Anche nel fare il bene si rischia di cadere nella trappola dell’orgoglio, quando - cedendo alla superbia - l’uomo attribuisce a se stesso il merito di ogni opera buona, trascurando Colui che rende buoni. Il punto focale è nel riconoscere in Dio il senso ultimo di ogni nostra decisione o azione: questa è la vera gloria che l’uomo gli può tributare; in caso contrario, quando il centro dell’attenzione si sposta dal Creatore alla creatura, si cade nella vanagloria. La ricetta per superare un simile crollo è data da due ingredienti: la carità e l’umiltà. Scrivendo alle vergini consacrate Agostino raccomanda di fuggire la superbia e così conclude: "dove arde la carità, è impossibile che manchi l’umiltà". (La verginità consacrata, 53. 54) Occorre dilatare lo spazio della carità e dell’umiltà, per riconoscere come tutto provenga da Dio, sia la nostra capacità di operare secondo lo spirito evangelico sia la nostra condizione di preservati dal commettere taluni peccati. Se non incappiamo in gravi colpe il merito non appartiene alle nostre deboli forze, ma al sostegno di Dio che da tali colpe ci tiene lontani. Una simile riflessione ci conduce a guardare a Maria, colei che è totalmente aperta a riconoscere l’azione della grazia divina nella sua vita: in lei tutto è opera di Dio, per questo la invochiamo come la piena di grazia.

 

 

 

Dal "Commento alla Prima Lettera di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ep. tr. 8, 9

 

Le insidie della superbia

Vedete le opere grandi che la superbia compie: fate bene attenzione come esse siano tanto simili e quasi pari a quelle della carità. La carità offre cibo all'affamato, ma lo fa anche la superbia: la carità fa questo, perché venga lodato il Signore; la superbia lo fa per dare lode a se stessa. La carità veste un ignudo e lo fa anche la superbia; la carità digiuna, ma digiuna anche la superbia; la carità seppellisce i morti, ma li seppellisce anche la superbia. Tutte le opere buone che la carità vuole fare e fa, ne mette in moto, all'opposto, altrettante la superbia e le mena attorno come suoi cavalli. Ma la carità è nel cuore e toglie il posto alla malmossa superbia: non mal movente bensì malmossa. Guai all'uomo che tiene la superbia a proprio auriga, perché necessariamente finirà nel precipizio. Ma come sapere se sia la superbia a muovere le azioni buone? Chi la vede? Quale il segno di riconoscimento? Vediamo le opere: la misericordia offre cibo, lo fa anche la superbia; la misericordia accoglie un ospite lo fa anche la superbia; la misericordia intercede per un povero, lo fa anche la superbia. Che significa ciò? Che non riusciremo a capire, se esaminiamo le opere. Io oso dare una qualche risposta, non proprio io, ma lo stesso Paolo: la carità muore; cioè l'uomo, che ha la carità, confessa il nome di Cristo e va al martirio; anche la superbia confessa Cristo e va al martirio. Il primo uomo ha la carità, il secondo non ha la carità. Colui che non ha la carità senta che cosa dice l'Apostolo: Se distribuirò tutti i miei beni ai poveri, e se darò il mio corpo per farlo bruciare, ma non ho la carità, nulla mi vale (1 Cor 13, 3). La divina Scrittura, dunque, da questa ostentazione esteriore c'invita a tornare in noi stessi; a tornare nel nostro intimo da questa superficialità che fa sfoggio di sé innanzi agli uomini. Torna all'intimo della tua coscienza, interrogala. Non guardare ciò che fiorisce di fuori, ma quale sia la radice che sta nascosta in terra. Ha preso radici in te la cupidità del denaro? Può darsi che ci sia un'apparenza di opere buone, ma opere veramente buone non potranno esserci. Ha preso radici dentro di te la carità? Sta' sicuro, nessun male ne può derivare. Il superbo accarezza, l'amore castiga. L'uno riveste, l'altro colpisce. Il superbo dona dei vestiti per piacere agli uomini: chi possiede l'amore invece colpisce per correggere con la disciplina. Si riceve di più dal castigo che proviene dall'amore, che dall'elemosina che proviene dalla superbia. Ritornate in voi stessi, o fratelli. In tutte le cose che voi fate, guardate a Dio come vostro testimone. Vedete con quale animo agite, dal momento che egli vi vede. Se il vostro cuore non vi accusa che agite a motivo di superbia, orbene, state sicuri. Non temete, quando agite bene, che altri vi vedano. Temi invece di agire allo scopo di essere lodato. Gli altri ti vedano ma ne lodino il Signore. Se ti nascondi agli occhi dell'uomo, ti nascondi in realtà all'imitazione dell'uomo e sottrai la lode dovuta a Dio. Due sono le persone a cui fai elemosina, poiché due sono le persone che hanno fame: l'uno di pane, l'altro di giustizia. Poiché è stato detto: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati (M t 5, 6), tu sei stato posto come buon operaio tra questi due affamati; se la carità è il motivo del tuo atto, essa deve aver pietà di ambedue e portare aiuto ad ambedue. Il primo chiede qualcosa da mangiare, il secondo chiede qualcosa da limitare. Dài da mangiare al primo, dài te stesso come esempio all'altro. Hai dato l'elemosina ad ambedue; hai reso il primo più sollevato, per aver eliminato la sua fame; hai reso il secondo tuo imitatore, proponendogli l'esempio da imitare.

 

 

 

In breve...

 

Se ogni altro vizio spinge a compiere azioni cattive, la superbia tende insidie anche alle buone per guastarle; e che giova spogliarsi dei propri beni dandoli ai poveri e diventare povero, se la misera anima nel disprezzare le ricchezze diviene più superba che non quando le possedeva? (Regola ad servos Dei I, 8)

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Il cristiano vive la sua vicenda storica nella forma di un pellegrinaggio terreno; come il popolo di Israele, attraversa il deserto per giungere alla terra promessa. Egli non può indugiare, trattenuto nel suo cammino dalle lusinghe del mondo; sospira e geme di raggiungere la vita eterna, di cui già pregusta la dolcezza nei beni che il Signore elargisce anche dopo il peccato. Quale riposo ci attende nella patria celeste? Per evocarlo, Agostino si affida alla poesia. Affiancando termini tra loro opposti (figura retorica dell’ossimoro), parla di una "attività contemplativa" (negotium otiosum), di una "insaziabile sazietà"; di una "fine che non conosce fine". "Ci riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo: ecco ciò che sarà alla fine senza fine". (De civ. Dei 22, 30, 5) E’ il sabato eterno, che descrive in conclusione alle Confessioni: l’uomo, unito a Dio, entrerà nell’ottavo giorno, memoriale della risurrezione di Cristo. E venute meno la fede e la speranza, godrà della sola carità.

 

 

 

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ev. tr. 32, 9)

 

L’ardore vivo della carità

Nell'attesa della nostra risurrezione la nostra carità arda vivamente, consumi ogni attaccamento mondano, e tutta intera corra verso Dio. A questo mondo, dove si nasce e si muore, non ci si può attaccare. Per mezzo della carità, con cui amiamo Dio, migriamo da questo mondo e, per mezzo di essa, abitiamo già in cielo. Durante questa nostra vita di peregrinazione non ci abbandoni mai il pensiero che non abbiamo fissa dimora quaggiù, e riusciremo, vivendo bene, a prepararci lassù quel posto che mai dovremo lasciare. Il Signore nostro Gesù Cristo, infatti, dopo che è risorto non muore più - dice l'Apostolo -, la morte non avrà più alcun potere su di lui (Rm 6, 9). Ecco che cosa dobbiamo amare. Se viviamo, se crediamo in colui che è risorto, egli ci darà cose ben diverse da quelle che qui amano quelli che non amano Dio, i quali tanto più amano le cose di quaggiù quanto meno amano Dio, e tanto meno quanto più amano lui. Ma vediamo che cosa ci ha promesso: non ricchezze terrene e temporali, non onori e potenza di questo mondo; come vedete, tutte queste cose vengono concesse anche ai cattivi, affinché i buoni non abbiano a tenerle in gran conto. Non ci ha promesso nemmeno la salute del corpo; non perché non sia lui a concederla, ma perché, come potete vedere, la concede anche alle bestie. Non una vita lunga; per quanto si può dire lungo ciò che finisce. Non ha promesso a noi credenti, come fosse una gran cosa, la longevità, l'estrema vecchiaia, che tutti desiderano prima che venga, ma di cui tutti si lamentano quando viene. Non la bellezza del corpo, che le malattie o la stessa desiderata vecchiaia distruggono. Uno vuole essere bello, e vuol essere vecchio; due cose inconciliabili: se sarai vecchio non sarai bello, perché quando giunge la vecchiaia, la bellezza se ne va; e nel medesimo uomo non possono abitare insieme il vigore della bellezza e il lamento della vecchiaia. Niente di tutto questo ci ha promesso colui che ha detto: Chi crede in me venga e beva; e dal suo seno fluiranno torrenti d'acqua viva (Gv 7, 38). Ci ha promesso la vita eterna, dove niente dovremo temere, dove saremo al sicuro d'ogni turbamento, da dove non partiremo, dove non morremo; dove non si piangono partenze, dove non si attendono arrivi.

 

 

 

Se vuoi amare Dio, amalo con tutte le tue viscere e con sospiri. Siine innamorato, ardi per lui, anela a Colui del quale non troverai niente di più gioioso, niente di più eccellente, niente di più lieto, niente di più duraturo. Che cosa infatti potrà durare più di ciò che è eterno? (En. in ps. 85, 8)

Persevera nella Speranza

 

Sant'Agostino

 

Il peccato è la morte dell’anima, nella misura in cui rompe quel rapporto vitale che lega l’uomo a Dio. Credendosi autosufficiente, l’uomo falsifica l’immagine di Dio, concependolo in concorrenza con la propria libertà, e si sforza di decidere autonomamente del bene e del male. In tal modo egli si condanna ad una forma di solitudine, rifiutando Dio, gli uomini, il mondo creato. Il processo è graduale: Agostino ne parla interpretando allegoricamente tre episodi del Vangelo dedicati ad altrettanti casi di "morti". La morte fisica è solo il segno di un’altra morte, quella spirituale, prodotta dal peccato: dal peccato di intenzione si passa a quello di azione, fino al grado ultimo del peccato legato all’abitudine. È un quadro fosco, che non deve spingere l’uomo sull’orlo della disperazione, perché il rimedio è alla sua portata. Solo Cristo morto e risorto può liberarlo da un simile "ottundimento dello spirito": Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! (Rom 7, 24-25).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 1.2.3)

 

Se hai peccato, pentiti e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa

Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l’uomo; egli infatti è l’Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furono fatte tutte le cose. Ora, se per mezzo di lui furono fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? È cosa più grande creare gli uomini che risuscitarli. Tuttavia egli si degnò creare e risuscitare: creare tutti e risuscitarne alcuni.

 

Apprendiamo dal Vangelo che tre sono i morti risuscitati dal Signore e ciò non senza un significato. Sì, perché le opere del Signore non sono soltanto dei fatti, ma anche dei segni. E se sono dei segni, oltre ad essere mirabili, devono pur significare qualcosa; e trovare il significato di questi fatti è alquanto più impegnativo che leggerli o ascoltarli.

 

Se dunque il Signore, per sua grande grazia e misericordia, risuscita le anime affinché non si muoia in eterno, ben possiamo supporre che quei tre che egli risuscitò nei loro corpi significano e adombrano la risurrezione delle anime, che si ottiene mediante la fede. Risuscitò la figlia del capo della sinagoga, che si trovava ancora in casa (cf. Mc 5, 41-42); risuscitò il giovane figlio della vedova, che era già stato portato fuori della città (cf. Lc 7 14-15); risuscitò Lazzaro, che era stato sepolto da quattro giorni. Esamini ciascuno la sua anima: se pecca muore, giacché il peccato è la morte dell’anima. A volte si pecca solo col pensiero: ti sei compiaciuto di ciò che è male, hai acconsentito, hai peccato; il consenso ti ha ucciso; però la morte è solo dentro di te, perché il cattivo pensiero non si è ancora tradotto in azione. Il Signore, per indicare che egli risuscita tal sorta di anime, risuscitò quella fanciulla che ancora non era stata portata fuori, ma giaceva morta in casa, a significare il peccato occulto. Se però non soltanto hai ceduto col pensiero al male, ma lo hai anche tradotto in opere, è come se il morto fosse uscito dalla porta; ormai sei fuori e sei un morto portato alla sepoltura. Il Signore tuttavia risuscitò anche quel giovane e lo restituì a sua madre vedova. Se hai peccato, pentiti! e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa, che è la tua madre. Il terzo morto è Lazzaro. Siamo di fronte al caso più grave, che è l’abitudine perversa. Una cosa infatti è peccare, un’altra è contrarre l’abitudine al peccato. Chi pecca, ma subito si emenda, subito riprende a vivere; perché non è ancora prigioniero dell’abitudine, non è ancora sepolto. Chi invece pecca abitualmente, è già sepolto e ben si può dire che già emette fetore, nel senso che la cattiva fama che si è fatta comincia a diffondersi come un pestifero odore. Così sono coloro che ormai sono abituati a tutto e persi dietro ogni scelleratezza. Inutile dire a uno di costoro: non fare così! Come fa a sentirti chi è come sepolto sotto terra, corrotto, oppresso dal peso dell’abitudine? Né tuttavia la potenza di Cristo è incapace di risuscitare anche uno ridotto così. Abbiamo conosciuto, abbiamo visto e ogni giorno vediamo uomini che, cambiate le loro pessime abitudini, vivono meglio di altri che li rimproveravano. Tu, ad esempio, avevi molto da ridire sulla condotta del tale: ebbene, guarda la sorella stessa di Lazzaro (ammesso che sia lei la peccatrice che unse i piedi del Signore, e glieli asciugò con i suoi capelli dopo averglieli lavati con le sue lacrime); la sua risurrezione è più prodigiosa di quella del fratello, perché è stata liberata dal grave peso dei suoi cattivi costumi inveterati. Era infatti una famosa peccatrice e di lei il Signore disse: Le sono rimessi molti peccati, perché ha amato molto (Lc 7, 47). Abbiamo visto e conosciamo molti di questi peccatori: nessuno disperi, nessuno presuma di sé. È male disperare ed è male presumere di sé. Non disperare e scegli dove poter collocare la tua speranza.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

"Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima […] Se in noi c’è fede, in noi c’è Cristo" (In Io. Ev. tr. 49, 15. 19).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 2)

 

Ogni uomo che crede, risorge

Abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta come Lazzaro riebbe la vita, pieni di ammirazione come se quello spettacolo meraviglioso si svolgesse davanti ai nostri occhi. Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l’altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell’anima. Tutti si preoccupano per la morte del corpo, che prima o poi dovrà venire, e fanno di tutto per scongiurarla. L’uomo destinato a morire si dà tanto da fare per evitare la morte, mentre non altrettanto si sforza di evitare il peccato l’uomo che pure è chiamato a vivere in eterno. Eppure quanto fa per non morire, lo fa inutilmente: al più ottiene di ritardare la morte, non di evitarla. Se invece si impegna a non peccare, non si affaticherà e vivrà in eterno. Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! Che cosa non fa uno di fronte al pericolo della morte? Quanti, sotto la minaccia che pendeva sul loro capo, hanno preferito perdere tutto pur di salvare la vita! Chi infatti non lo farebbe per non essere colpito? E magari, dopo aver perduto tutto, qualcuno ci ha rimesso anche la vita. Chi pur di continuare a vivere, non sarebbe pronto a perdere il necessario per vivere, preferendo una vita mendicante ad una morte anticipata? Se si dice a uno: se non vuoi morire devi navigare, esiterà forse a farlo? Se a uno si dice: se non vuoi morire devi lavorare, si lascerà forse prendere dalla pigrizia? Dio ci comanda cose meno pesanti per farci vivere in eterno e noi siamo negligenti nell’obbedire. Dio non ti dice: getta via tutto ciò che possiedi per vivere poco tempo tirando avanti stentatamente; ti dice: dona i tuoi beni ai poveri se vuoi vivere eternamente nella sicurezza e nella pace. Coloro che amano la vita terrena, che essi non possiedono né quando vogliono né finché vogliono, sono un continuo rimprovero per noi; e noi non ci rimproveriamo a vicenda per essere tanto pigri, tanto tiepidi nel procurarci la vita eterna, che avremo se vorremo e che non perderemo quando l’avremo. Invece questa morte che temiamo, anche se non vogliamo, ci colpirà.

 

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 22, 6-8)

 

Risorgi nel tuo cuore: credi e confessa!

Compi fin d’ora il passaggio dalla morte alla vita. Quale è la tua vita? È la fede: Il giusto vive della fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17). Che dire allora degli infedeli? Essi sono morti. A siffatti morti apparteneva, quanto al corpo, quel tale di cui il Signore disse: Lascia i morti seppellire i morti (Mt 8, 22). In questa vita, quindi, vi sono dei morti e dei vivi, anche se apparentemente tutti sono vivi. Chi sono i morti? Quelli che non credono. Chi sono i vivi? Quelli che credono. Cosa dice ai morti l’Apostolo? Svegliati, tu che dormi. Ma dirai: parla di sonno, non di morte. Ascolta come prosegue: Svegliati tu che dormi e risorgi dalla morte. E come se il morto chiedesse: e dove andrò? l’Apostolo continua: E Cristo ti illuminerà (Ef 5, 14). Quando, credendo in Cristo, sei da lui illuminato, tu passi dalla morte alla vita: permani nella vita alla quale sei passato e non incorrerai nel giudizio.

 

Così spiega il Signore, aggiungendo: In verità, in verità vi dico. Affinché non intendessimo le sue parole: è passato dalla morte alla vita, come riferite alla risurrezione futura, e volendo mostrare come nel credente si compia questo passaggio e che questo passaggio dalla morte alla vita è il passaggio dall’infedeltà alla fede, dall’iniquità alla giustizia, dalla superbia all’umiltà, dall’odio alla carità, egli con solennità dichiara: In verità, in verità vi dico: viene l’ora, ed è questa ... Poteva essere più esplicito? In questo modo ci ha già chiarito il suo pensiero, che cioè si compie adesso il passaggio al quale Cristo ci esorta. Viene l’ora. Quale ora?... ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno ascoltata vivranno (Gv 5, 25). Si è già parlato di questi morti. Credete voi, miei fratelli, che in mezzo a questa folla che mi ascolta non ci siano di questi morti? Quelli che credono e operano in conformità alla vera fede, sono vivi e non morti; ma quelli che non credono, o credono alla maniera dei demoni, che cioè tremano di paura e vivono male (cf. Gc 2, 19), che confessano il Figlio di Dio e sono privi di carità, sono piuttosto da considerarsi morti. E certamente l’ora di cui parla il Signore è tuttora presente: non è una delle dodici ore del giorno. Da quando egli parlò fino al tempo presente, e sino alla fine del mondo, quest’ora è in corso. È l’ora di cui parla Giovanni nella sua epistola: Figlioli, è iniziata l’ultima ora (1Gv 2, 18). È questa l’ora, è adesso. Chi vive, viva; chi era morto, risorga; ascolti, chi giaceva morto, la voce del Figlio di Dio, si alzi e viva. Il Signore lanciò un grido verso il sepolcro di Lazzaro e colui che era morto da quattro giorni, risuscitò. Colui che già si decomponeva, uscì fuori all’aria libera; era sepolto sotto una grossa pietra, la voce del Signore penetrò la durezza della pietra; ma il tuo cuore è così duro che quella voce divina non è ancora riuscita a spezzarlo. Risorgi nel tuo cuore, esci fuori dal tuo sepolcro. Perché quando stavi morto nel tuo cuore, giacevi come in un sepolcro ed eri come schiacciato sotto il peso della cattiva abitudine. Risorgi e vieni fuori! Che significa: Risorgi e vieni fuori? Credi e confessa. Colui che crede risorge e colui che confessa esce fuori. Perché diciamo che colui che confessa viene fuori? Perché prima della professione di fede, era occulto; ma dopo la professione di fede, viene fuori dalle tenebre alla luce.

 

Viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno. Come potranno vivere? In virtù della vita stessa. Di quale vita? Di Cristo? Come si dimostra che vivranno in virtù della vita che è Cristo? Io sono - egli dice - la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Vuoi tu camminare? Io sono la via. Vuoi evitare l’errore? Io sono la verità. Vuoi sfuggire alla morte? Io sono la vita. Questo ti dice il tuo Salvatore: Non hai dove andare se non vieni a me e non c’è via per cui tu possa camminare se io non sono la tua via.

 

 

 

 

"Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato,

ha la vita eterna e non va incontro al giudizio".

(Gv 5, 24)

 

INTRODUZIONE

Quando lo sguardo di Agostino si eleva verso l’alto per contemplare con gli occhi del cuore la vita eterna, la sua voce si colora di un intenso lirismo. Le sue pagine ci immettono in un’aurea mistica che tenta di descrivere la bellezza spirituale che ci attende. La fatica del pellegrinaggio terreno, la sete e la fame patite durante il viaggio, le sofferenze sopportate nella carne lasceranno il posto ad un indicibile delizia: "La nostra anima avrà allora il suo cibo: il Verbo stesso di Dio, per il quale tutte le cose sono state create" (En. in ps. 62, 10). E solo allora non vi sarà più nulla da chiedere o da desiderare.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 150, 8.9-8.10)

 

Cristo è la beatitudine e la via alla beatitudine

Tu desideravi la fortezza; di’: Signore, mia forza (Sal 45, 2). Desideravi la vita felice; di’: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore (Sal 93, 12). Beato infatti il popolo la cui felicità non è il piacere carnale, non è la virtù propria, ma: Beato il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 143, 15). Questa è la patria della beatitudine che tutti vogliono; ma non tutti la desiderano con rettitudine. Noi, invece, non intendiamo aprirci, per così dire, con artificio, nel nostro cuore, una via verso tale patria e approntare sentieri che portano all’errore; di lì viene anche la via.

 

Dunque l’uomo felice vuole altro che non essere ingannato, non morire, non soffrire? E che desidera? Avere più fame e mangiare di più? Perché, se è meglio non aver fame? Nessuno è felice se non chi vive in eterno senza alcun timore, senza alcun inganno. Infatti l’anima detesta d’essere ingannata. […] Perciò, in quella patria, ci sarà la verità, non si troverà mai l’inganno e l’errore. Ma ci sarà la verità e non ci sarà il pianto; poiché ci sarà e l’autentico ridere e il godere della verità, perché ci sarà la vita. Infatti se ci sarà dolore, non ci sarà la vita; poiché neppure va chiamata vita un perpetuo, inestinguibile tormento […] ma chiamò vita quella che è felice ed eterna. In conseguenza, quel ricco domandava al Signore: Che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Ma il Signore chiamava veramente vita eterna solo la vita felice; poiché gli empi avranno la vita eterna, ma non la vita felice, in quanto piena di tormenti. Così quello disse: Signore, che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Il Signore gli parlò dei comandamenti. Quello, di rimando: Ho osservato tutte queste cose. Ma [il Signore], nel parlare dei comandamenti, come si espresse? Se vuoi giungere alla vita (Mt 19, 16-17). Non gli disse: "felice", perché una vita piena di miserie non va chiamata vita. Non gli aggiunse: "eterna", perché neppure va chiamata vita quando c’è il timore della morte. Quindi, quanto alla vita, che è degna di questo nome, così che si chiami vita, non si tratta che della vita felice; e non è felice se non è eterna. Questa vogliono tutti, questa vogliamo tutti: la verità e la vita; ma per dove si giunge ad un possesso di così grande valore, ad una così grande felicità? I filosofi si costruirono vie di errore; alcuni dissero: Per di qua; altri: Non per di qua ma per di là. Si tenne nascosta a loro la via, perché Dio resiste ai superbi. Sarebbe nascosta anche a noi se non fosse venuta a noi. Per questo il Signore: Io - disse - sono la via. Pigro viandante, non volevi giungere alla via; è venuta a te la via. Cercavi per dove andare: Io sono la via. Cercavi dove giungere: Io sono la verità e la vita (Gv 14, 6). Non finirai nell’errore se andrai a lui per mezzo di lui. Questa è la dottrina dei Cristiani.

 

 

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 62, 6)

 

La promessa della resurrezione della carne

Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? Non vi sembri dunque incredibile, anche se vedete imputridire i morti, anche se li vedete ridotti a polvere e cenere; anche se un cadavere viene bruciato, oppure se i cani lo dilaniano, non per questo dovrete credere che esso non risorgerà. Tutti i corpi che, per essersi o disgregati o marciti, sono divenuti minutissime particelle, per Dio sono integri. Ritornano infatti in quegli elementi del mondo donde dapprima erano venuti quando l’uomo venne creato. Noi non vediamo tali elementi primordiali; Dio tuttavia, nella maniera che egli conosce, li rintraccerà, così come, prima che noi fossimo, ci ha formati conforme alla sua sapienza. Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede. Ora infatti, fragili e corruttibili come siamo, se non mangiassimo ci sentiremmo stanchi e avremmo fame; se non bevessimo, verremmo meno e avremmo sete. Se rimaniamo svegli per molto tempo, ci stanchiamo e dobbiamo dormire; e quando siamo stanchi di dormire ci svegliamo. Se mangiamo e beviamo troppo, anche se mangiamo e beviamo per ristorarci, questo esagerato protrarsi della refezione diviene causa di debolezza. Se stiamo molto tempo in piedi, ci stanchiamo e ci dobbiamo mettere seduti; ma anche di stare troppo a lungo seduti ci stanchiamo e dobbiamo alzarci. Osservate inoltre come per la nostra carne non si dia alcuna stabilità. L’infanzia se ne vola passando nella fanciullezza; tu cerchi l’infanzia ed essa non c’è più, perché già al suo posto c’è la fanciullezza. Ma questa in un attimo vola nell’adolescenza; cerchi la fanciullezza e non la trovi. L’adolescente diventa giovane; cerchi l’adolescente e non c’è più. Il giovane diventa vecchio; cerchi il giovane e non c’è. Il vecchio muore: cerchi il vecchio e non lo trovi più. La nostra vita, nelle sue varie età, non si arresta; e dovunque c’è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. Mirando però alla speranza della resurrezione che Dio ci ha promessa, in tutte queste fasi del nostro decadere noi abbiamo sete di quella incorruttibilità; e così la nostra carne ha sete di Dio in molte maniere. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza.

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Leggiamo un brevissimo discorso pronunciato da Agostino nel tempo di Quaresima, costruito sulla contrapposizione tra la vita di quaggiù, segnata dalle fatiche del tempo presente, e la vita di lassù, simboleggiata dal riposo del tempo futuro. Un tale riposo non sarà dominato dall’ozio o dall’inattività, ma contraddistinto da tre atteggiamenti che Agostino esprime con altrettanti verbi a lui tanto cari: vedere, amare e lodare Dio.

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 211/A)

 

La promessa della resurrezione della carne

Il Signore nostro Gesù Cristo con la sua passione ha dato un significato alle fatiche e alle tribolazioni della vita del tempo presente; con la sua risurrezione ci ha garantito la vita eterna e beata del tempo futuro. Sopportiamo pertanto gli inconvenienti della vita presente e speriamo nei beni futuri. In questo periodo [di Quaresima] viviamo i nostri giorni - che simboleggiano le fatiche del tempo presente - nei digiuni e nell’osservanza quaresimale non risparmiando la nostra vita; il periodo che verrà poi simboleggia il tempo futuro. Ancora non ci siamo; infatti ho detto "simboleggia" e non "sarà". Fino alla Passione dunque è tempo di penitenza, dopo la risurrezione sarà tempo di lode.

 

In quella vita eterna infatti, nel regno di Dio, la nostra occupazione sarà questa: vedere, amare, lodare. Che cosa faremo lì? Delle azioni che si compiono in questo mondo alcune sono imposte dalla necessità, altre sono delittuose. Quali sono le azioni imposte dalla necessità? Seminare, arare, piantare vigneti, navigare, macinare, cuocere, tessere e altre azioni simili, ugualmente necessarie. Ma anche le nostre opere buone rientrano tra le azioni necessarie. Spezzare il pane all’affamato: tu non lo fai per necessità, ma ne ha bisogno colui al quale spezzi il pane. Accogliere il viandante, vestire l’ignudo, riscattare il prigioniero, visitare l’ammalato, consigliare il dubbioso, liberare l’oppresso: tutte queste azioni rientrano nell’elemosina. Sono azioni necessarie. Quali sono le azioni delittuose? Rubare, depredare, ubriacarsi, giocare a dadi, esigere interessi: ma chi può contare tutti i possibili delitti? Nel regno celeste invece non ci saranno azioni necessarie da compiere, perché non ci sarà alcuna miseria, e non ci saranno azioni delittuose perché nessuno darà fastidio all’altro. Dove non c’è miseria non ci sono azioni da compiere per venire incontro alla necessità; dove non c’è cattiveria non ci sono azioni delittuose. Che cosa dovrai fare infatti per poter mangiare, quando nessuno ha fame? Come potrai compiere le stesse opere di misericordia? A chi spezzerai il pane se nessuno ne avrà bisogno? Quale malato visiterai se lì la salute non verrà mai meno? Quale morto seppellirai se l’immortalità non finirà mai? Verranno meno dunque le azioni fatte per necessità. Per quanto riguarda invece le azioni delittuose, se le avrai fatte in questa vita non perverrai alla vita eterna. Ditemi allora: che cosa faremo lì? Dormiremo? In questa vita infatti quando non si sa che cosa fare si va a letto. Ma lì non ci sarà sonno, perché non ci sarà alcuna stanchezza. Non faremo azioni imposte dalla necessità. Non dormiremo. Ma che cosa faremo? Nessuno abbia timore di annoiarsi, nessuno creda che anche lì ci sarà noia. Forse ora ti annoi a star bene? Ogni cosa in questa vita alla fine stanca; la salute però non stanca mai. Se la salute non ti stanca, ti stancherà l’immortalità? Che cosa faremo dunque? Canteremo Amen e Alleluia. Qui infatti facciamo certe cose, lì ne faremo altre. Non dico: di giorno e di notte, ma: nel giorno senza fine. Faremo ciò che ora fanno le potenze dei cieli, i serafini; senza stancarsi dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti (Is 6, 3); lo dicono senza annoiarsi. Si stanca forse ora il pulsare delle tue vene? Finché vivi la tua vena pulsa; tu fai una cosa e facendola ti stanchi, ti riposi un poco e ritorni alla tua opera, ma la tua vena non si stanca. Come la tua vena non si stanca nel lavorare per la tua salute, così la tua lingua e il tuo cuore non si stancheranno nella lode di Dio, quando sarai immortale. Ascoltate una testimonianza sulla occupazione che avrete. Ma che significa "sull’occupazione che avrete"? Questa occupazione sarà un riposo. In che cosa consisterà questa occupazione riposante? Nel lodare il Signore. Ascoltate dunque la testimonianza: beati coloro che abitano nella tua casa. Il Salmo dice così: beati coloro che abitano nella tua casa. E come se chiedessimo: Perché beati? Avranno molto oro? Ma coloro che hanno molto oro sono molto infelici. Beati costoro che abitano nella tua casa. Perché dunque beati? Questa è la loro beatitudine: Ti loderanno nei secoli eterni (Sal 84, 5).

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

"Possa Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente

per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati,

quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi".

(Ef 1, 18)

 

INTRODUZIONE

"La virtù teologale della speranza da una parte spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio" (Giovanni Paolo II, TMA nr. 46). Occorre alimentarci della speranza, desiderando nella fede il Regno dei cieli e la vita eterna, ben sapendo che in noi, nel battesimo, è già stato posto il germe della partecipazione alla vita divina. La speranza è il sostegno e l’incoraggiamento per chi è in cammino sulla terra; nella casa di Dio invece essa è destinata ad eclissarsi, cedendo il posto alla carità, alla piena comunione con Dio Trinità.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 41, 10-12)

 

Perseveriamo nella speranza

Vivi frattanto nella speranza. La speranza che si vede non è speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo è per mezzo della pazienza che noi l’aspettiamo (cf. Rom 8, 24-25).

 

Spera in Dio. Perché spera? Perché ancora potrò dar lode a Lui. Come lo loderai? Salvezza del mio volto, Dio mio. La salvezza non mi può venire da me stesso; questo dirò, questo confesserò: Salvezza del mio volto, Dio mio. Infatti, temendo quelle cose che in qualche modo ha conosciuto, le esamina di nuovo perché non si insinui il nemico, e ancora, dice, non sono salvo da ogni parte. Avendo infatti le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione e la redenzione del nostro corpo (cf. Rom 8, 23). Perfezionata in noi quella salvezza, saremo nella casa di Dio e vivremo senza fine e senza fine loderemo colui al quale è detto: Beati coloro che abitano nella tua casa, nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83, 5). Questo non è ancora accaduto, perché non è ancora venuta quella salvezza che è promessa; ma lodo il mio Dio nella speranza e gli dico: Salvezza del mio volto, Dio mio. Perché nella speranza già siamo salvati; ma la speranza che si vede non è speranza. Persevera dunque per giungere alla salvezza; persevera finché la salvezza non verrà. Ascolta il tuo stesso Dio che ti parla dal tuo intimo: spera nel Signore, comportati da uomo, e si conforti il tuo cuore, e spera nel Signore (Sal 26, 14); perché chi avrà perseverato fino alla fine, costui sarà salvo (Mt 10, 24; 24, 13). Orbene perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Spera in Dio perché ancora potrò dar lode a Lui. Questa è la mia lode: Salvezza del mio volto, Dio mio.

 

 

Ascolta più chiaramente questo concetto. Non sperare in te, ma nel tuo Dio. Infatti, se speri in te, la tua anima si preoccupa per te; perché non è ancora sicura di te stesso. Ebbene poiché l’anima mia si è turbata per me, che mi resta se non l’umiltà, in modo che l’anima non presuma troppo di se stessa? Che le resta, se non che si faccia piccolissima, che si umili, se vuol meritare di essere esaltata? Non attribuisca nessun merito a se stessa, in modo che sia attribuito tutto a Colui dal quale è vantaggioso tutto attenderci.

 

 Vedere la luce di Dio

 

 

Siamo luce per gli altri nelle nostre azioni in quanto riflettiamo la Luce che proviene dall’alto. Impariamo a riscoprire il primato di Dio nella nostra vita, a riconoscere come suoi quei meriti e quelle opere meravigliose che noi possiamo realizzare. 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Sermo 136/C, 1-3.5)

 

 

Le opere proprie di Cristo Signore, quelle che allora egli compì nei corpi, compie ora nei cuori. Sebbene non cessi affatto di operare anche in molti corpi, tuttavia nei cuori la sua azione è superiore. Se indubbiamente è gran cosa la vista della luce del cielo, quanto è più grande vedere la luce di Dio! A questo fine infatti sono risanati gli occhi del cuore, a questo vengono aperti, a questo sono purificati, affinché vedano la luce, che è Dio. Infatti Dio è luce, afferma la Scrittura, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1, 5); e il Signore nel Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Perciò noi che restiamo ammirati che questo cieco ora vede, con tutte le nostre forze, di cui Dio stesso ci fa dono, perseveriamo nella preghiera affinché i nostri cuori siano risanati ed anche purificati. A che giova infatti essere stati resi mondi dai peccati nel fonte battesimale e subito dopo tornare a macchiarsi con perfidi costumi?

 

Il compiersi progressivo di quest’opera del Signore, per la quale il cieco ebbe la luce degli occhi, induce a intravedere qualcosa di grande e di essenziale. Evidentemente il Signore Gesù Cristo poteva - e chi è che può dire: Non poteva? - toccargli gli occhi senza l’impasto di saliva e di fango, e subito rendergli, o piuttosto, dargli la vista. Poteva farlo. Che dovrei dire: Se avesse toccato? Che cosa egli non poteva fare con la parola se lo avesse voluto? Mediante la parola che cosa è impossibile alla Parola, non ad una parola qualsiasi, ma a quella che in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Questo Verbo in principio Dio presso Dio si fece carne per abitare in mezzo a noi (Gv 1, 1-2.14). […] Seguì perciò, nel curare questo cieco nato, nel quale era figurato il genere umano, nato cieco; seguì perciò anche il Signore un procedere graduale in quest’uomo da illuminare. Sputò in terra e fece del fango, poi con quello intriso di saliva spalmò gli occhi di lui.

 

Ma considera dove fu inviato a lavarsi il volto. Alla piscina di Siloe. Che significa "Siloe"? Opportunamente non lo tacque l’Evangelista: che significa "inviato" (Gv 9, 7). Chi è l’inviato se non colui del quale è detto: Ecco l'Agnello di Dio? In lui stesso viene lavato il volto e chi era stato spalmato vede, perché in Cristo Signore si realizzò ogni profezia. Chi non conosce Cristo procede impedito nella vista. Ma tale procedere graduale usato prima sugli occhi di quest’uomo, ebbe seguito anche nel cuore di lui. Ponete attenzione al modo di condurre l’interrogatorio da parte dei Giudei: Tu che dici di quest’uomo? Dico - rispose - che è un profeta (Gv 9, 17). Non aveva ancora lavato in Siloe gli occhi del cuore. Gli occhi in realtà erano già aperti, ma il cuore era ancora impedito. Quando aveva lavato il volto, rispose come poté, in quanto aveva il cuore impedito, non era ancora vedente. Dette ragione e di avere l’impasto – l’aveva cioè il suo cuore - e, invece, di aver avuto già aperti gli occhi del corpo.

 

Cerchiamo costui che ha già gli occhi aperti, tuttavia ha la vista del cuore ancora impedita. Pieni di sdegno i Giudei, vinti e per di più smascherati, furenti e accecati contro di lui che vedeva, lo cacciarono fuori. Nel momento in cui lo cacciarono fuori, allora entrò là, da dove i Giudei presenti nella casa di Dio non lo avrebbero potuto cacciare fuori. Quindi, cacciato fuori, trovò nel tempio il Signore che gli parlò - certamente era conosciuto da chi gli aveva reso la vista del corpo, restando coperto il cuore. Ora ha la vista del cuore, ora va a Siloe, perché ora riconosce l’Unigenito inviato -. Tu credi - dice - nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Come impedito, non ancora vedente. E il Signore: Lo hai visto e colui che parla con te è proprio lui. L’ascolto di queste parole equivale a lavare il volto del cuore. Finalmente quello, lavato già il volto, con la vista del cuore disse: Credo, Signore, e gli si prostrò innanzi, e lo adorò (Gv 9, 34-38).

 

 

 

 

 Scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 10): Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)

 

Accorriamo a Cristo per ricevere la luce

Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: "vedeva"? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.

 

Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel suo tempio compie le sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.

 

 

 

 

"Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi".

(Sal 26, 7)

 

INTRODUZIONE

Dio è Padre di misericordia, con lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del ritorno del peccatore; è pronto alla sua accoglienza e al suo riscatto. A tale riguardo risulta consolante la profezia di Isaia (1, 18): Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Tuttavia Dio non fa violenza al peccatore, non gli impone la salvezza: attende che ci sia sempre un movimento di ritorno, un primo passo dell’uomo verso la conversione, che si compie attraverso l’ascolto e la docilità alla sua Parola (Is 1, 19).

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 135, 5.6-6.7)

 

Dio ascolta ed esaudisce i peccatori che si riconoscono tali

Nelle parole dell’uomo che era cieco c’è un non so che capace di turbare e forse indurre a perdere la speranza quanti non ne intendono il senso vero. Quello stesso uomo al quale furono aperti gli occhi, tra le altre espressioni, giunse ad asserire: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9, 31). Che facciamo, se Dio non ascolta i peccatori? Abbiamo il coraggio di supplicare Dio se non ascolta i peccatori? Datemi uno che preghi ed ecco c’è chi può esaudire. […] Dammi quel Pubblicano. Vieni, Pubblicano, poniti in mezzo, fa’ vedere la tua speranza, perché i deboli non cessino di sperare. Ecco infatti il Pubblicano salire a pregare e il Fariseo con lui; e a capo basso, tenendosi a distanza e battendosi il petto, diceva: Signore, abbi pietà di me peccatore. E si allontanò perdonato, a differenza di quel Fariseo (Lc 18, 10ss). Quello che disse: Abbi pietà di me peccatore, affermò il vero o il falso? Se disse il vero, era peccatore; e venne esaudito e fu perdonato. Che vuol dire allora ciò che hai detto tu dopo che il Signore ti aprì gli occhi: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori? Ecco, Dio ascolta i peccatori. Lava, però, il tuo volto interiore, si operi nell’intimo ciò che si è curato di fare al tuo aspetto esterno, e ti renderai conto che Dio ascolta i peccatori. Ti ha tratto in inganno il divagare della tua mente. C’è dell’altro che il Signore deve operare in te. Indubbiamente quel [cieco] venne espulso dalla sinagoga; il Signore lo apprese, lo incontrò e gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Guardava e non vedeva: guardava con gli occhi, ma con la mente non discerneva ancora. Gli affermò il Signore: Tu l’hai visto, e colui che parla con te è proprio lui. Allora, prostratosi, lo adorò (Gv 9, 35-38). Fu allora che deterse il volto interiore.

 

Volgetevi perciò alla preghiera, peccatori! Confessate i vostri peccati, supplicate affinché siano rimossi, implorate che abbiano termine, scongiurate che appunto essi vengano meno intanto che voi progredite; tuttavia non cessate di sperare e, da peccatori, pregate. Chi è infatti che non ha commesso peccato? Prendi a considerare dai sacerdoti: Offrite sacrifici prima per i vostri peccati, e poi per il popolo (Lev 16, 6). I sacrifici erano prove d’accusa a carico dei sacerdoti; così che se alcuno si fosse dichiarato giusto e senza peccato, potesse essergli opposto: Non bado a ciò che vai dicendo, ma a ciò che offri; ti scopre la vittima per tuo conto. Perché fai l’offerta per i tuoi peccati, se da ogni peccato tu sei immune? O magari fingi con Dio nel sacrificare a lui? Ma può darsi che erano peccatori i sacerdoti del popolo antico e che non sono peccatori quelli del popolo nuovo. È vero, fratelli, perché Dio lo ha voluto, sono sacerdote proprio di lui, sono peccatore, insieme a voi mi batto il petto, insieme a voi chiedo il perdono, con voi spero che Dio sia benevolo. Ma forse gli Apostoli santi, i massimi arieti del gregge, i pastori membra del Pastore, appunto essi forse non avevano il peccato. Veramente lo avevano, anch’essi lo avevano; non se ne adontano, perché lo confessano. Da me non avrei l’ardire. Prima di tutto, sta’ a sentire il Signore stesso che si rivolge agli Apostoli: Pregate così. Come riguardo a quei sacerdoti si dava prova mediante i sacrifici, ugualmente per costoro mediante l’orazione. Pregate così. E tra le altre petizioni che comandò si facessero, assegnò anche questa: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 9.12). Che dicono gli Apostoli? Chiedono ogni giorno per sé la remissione dei debiti. Si presentano da debitori, si allontanano perdonati, e tornano alla preghiera da debitori. Questa vita non è immune da peccato, così che tante volte si prega, altrettante volte vengono rimessi i peccati.

 

 

 

"Mentre avete la luce credete nella luce,

per diventare figli della luce".

(Gv 12, 36)

 

INTRODUZIONE

Se l’uomo desidera ardentemente di unirsi a Dio non può non seguire Cristo: il Verbo, divenuto carne, è disceso dal cielo per indicare, in senso inverso, all’uomo la via che lo riconduce in cielo. Cristo dunque è la via per eccellenza; percorrendola, l’uomo potrà appagare il desiderio di verità e vita eterna. Da sé, con le sue deboli forze, l’uomo non avrebbe mai potuto ascendere a Dio; ed ecco che Dio si è degnato di indicarci in Cristo il cammino da seguire. "Attraverso l’umanità di Cristo puoi arrivare alla divinità di Cristo. Dio è troppo lontano da te, ma Dio si è fatto uomo. Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. È insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta" (Sermo 261, 7).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In Io. Ev. tr. 34, 9)

 

Seguire Cristo via, verità e vita

Cosa seguono coloro che sono stati liberati e raddrizzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre? (Gv 8, 12) Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Noi veniamo ora illuminati, o fratelli, con il collirio della fede. Egli dapprima mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9, 6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere da lui illuminati. Egli mescolò la saliva con la terra: Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era stato predetto: La verità è uscita dalla terra (Sal 84, 12), ed egli dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Noi godremo pienamente della verità quando lo vedremo faccia a faccia. Anche questo, infatti, ci è stato promesso. E chi oserebbe sperare ciò che Dio non si fosse degnato promettere o dare? Lo vedremo faccia a faccia. Dice l'Apostolo: Adesso conosco in parte, adesso vedo in modo enigmatico come in uno specchio, allora invece faccia a faccia (1Cor 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua epistola aggiunge: Carissimi, già adesso noi siamo figli di Dio, ma ancora non si è manifestato ciò che saremo; sappiamo infatti che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3, 2). Che grande promessa è questa! Se lo ami, seguilo! Io lo amo, - tu dici - ma per quale via debbo seguirlo? Vedi, se il Signore tuo Dio ti avesse detto soltanto: Io sono la verità e la vita, il tuo desiderio della verità e il tuo anelito per la vita ti spingerebbero a cercare la via per poter giungere all’una e all’altra, o diresti a te stesso: Che grande cosa la verità, che grande cosa la vita, oh se l’anima mia sapesse come giungervi! Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via; la via per arrivare dove? e sono la verità e la vita. Prima ti dice che via devi prendere, poi dove devi arrivare: Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita. Dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina! Forse tenti di camminare e non riesci perché ti dolgono i piedi; e ti dolgono perché, forse spinto dall’avarizia, hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.

 

 

 

"Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore.

Comportatevi perciò come i figli della luce".

(Ef 5, 8)

 

INTRODUZIONE

Nel libro XII delle Confessioni (10, 10) nel descrivere il proprio itinerario spirituale di dialogo con Dio Agostino ricorre alla metafora luce/tenebra. È solo un esempio che riportiamo, quale testimonianza del livello mistico delle sue parole: "O verità, lume del mio cuore, non siano le mie tenebre a parlarmi! Riversatomi fra gli esseri di questo mondo, la mia vista si è oscurata; ma anche di quaggiù, di quaggiù ancora ti ho amato intensamente. Nel mio errore mi sono ricordato di te, ho udito alle mie spalle la tua voce che mi gridava di tornare, con stento l’ho udita per il tumultuare di uomini insoddisfatti. Ed ora torno riarso e anelante alla tua fonte. Nessuno me ne tenga lontano, ch’io ne beva e ne viva".

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In 1 Io. Ep. 1, 4-5)

 

La luce di Dio

È questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il Creatore dalla sua creazione, la Sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce.

 

[…] Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia.

 

 

 

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui

e che ora vi annunziamo:

Dio è luce e in lui non ci sono tenebre".

(1Gv 1, 5)

 

INTRODUZIONE

Il desiderio di Cristo è il desiderio di luce, di sazietà, di giungere a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). La nostra beatitudine e perfezione è nel tendere a Cristo, nel riposare in Dio per non desiderare più nulla, avendo raggiunto ogni appagamento. Cristo infatti si presenta al nostro cuore come l’insieme di ogni delizia! (Cf. En. in ps. 138, 11)

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 35, 14-15)

 

Vedere la luce di Dio

Dunque, fratelli, siamo figli degli uomini, speriamo nella protezione delle sue ali, e ci inebrieremo nell’abbondanza della sua casa. Mi sono espresso come ho potuto, e come posso vedo, ma non posso esprimermi come vedo. Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa; e li disseterai al torrente della tua delizia. È detto torrente il corso d’acqua che scorre con impeto. Impetuosa sarà la misericordia di Dio, nell’irrigare e nell’inebriare coloro che ora pongono la loro speranza sotto la protezione delle sue ali. Che cos’è quella delizia? È come un torrente che inebria gli assetati. Chi ora dunque ha sete, fondi la sua speranza; chi ha sete abbia la speranza e, inebriato, avrà la realtà; ma prima di avere la realtà, sia assetato nella speranza. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 6).

 

Da quale fonte dunque sarai inondato e donde scaturisce questo così grande torrente della sua delizia? Perché presso di te è la sorgente della vita, dice. Chi è la sorgente della vita, se non Cristo? È venuto a te nella carne, per bagnare la tua gola assetata; sazierà chi spera, Colui che ha bagnato l’assetato. Perché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce. Qui una cosa è la sorgente ed un’altra la luce: non così lassù. Perché ciò che è la fonte è anche la luce; chiamalo come vuoi, ma non è quello che tu chiami, perché non puoi trovare un nome adeguato, non è racchiuso in un solo nome. Se tu dicessi che è soltanto luce, ti si potrebbe rispondere: Senza ragione dunque mi è stato detto di aver fame e sete: chi infatti può mangiare la luce? Con tutta verità mi è stato detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8); se è luce preparo i miei occhi. Prepara anche la gola, perché ciò che è luce è anche sorgente; è sorgente perché sazia gli assetati, luce perché illumina i ciechi. Sulla terra talora in un luogo è la luce, ed in un altro la sorgente. Talvolta infatti i fiumi scorrono anche nelle tenebre; e talora, nel deserto sopporterai il sole, ma non troverai la fonte. Qui dunque queste due cose possono essere separate: lassù non ti affaticherai, perché è sorgente; e non sarai ottenebrato, perché è luce.

 

 

 

 

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui

e che ora vi annunziamo: Dio è luce

e in lui non ci sono tenebre".

(1 Gv 1, 5)

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 58, d. 1, 18-19)

 

Avviciniamoci alla luce che ci illumina

Io invece affiderò a te [Signore] la mia forza; perché, se mi allontano, cado; se mi avvicino, divento più forte. Vedete, fratelli, che cosa accade nell’anima umana. Essa da se stessa non ha luce; da se stessa non ha forza. Tutto quanto di bello c’è nell’anima è la virtù e la sapienza; ma essa, da se stessa, non sa come da se stessa nemmeno può. Non è luce di per sé, né è virtù di per sé. Esiste, però, una origine e una fonte della virtù, una radice della sapienza; esiste una regione, per così dire e se così si può dire, della verità immutabile. Allontanandosi da questa regione, l’anima si ottenebra; avvicinandosi ad essa si illumina. Avvicinatevi a lui, e sarete illuminati (Sal 33, 6), poiché, allontanandovene, siete ottenebrati. Orbene, affiderò a te la mia forza: non mi allontanerò da te, non mi fiderò di me stesso. Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio. Dove ero? Dove sono? Donde mi hai tratto? Quali colpe mi hai perdonate? Dove giacevo? A quali altezze sono stato sollevato? Queste cose devo ricordarmi. Come si dice in un altro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha accolto (Sal 26, 10). Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio.

 

 

Il Dio mio! La sua misericordia mi previene. Ecco cosa vuoi dire la frase: Affiderò a te la mia forza. Significa: In nessun modo presumerò di me. Che cosa, infatti, ho potuto io accumulare di bene per cui tu debba muoverti a compassione di me e giustificarmi? Che cosa hai trovato in me? Soltanto peccati. Di tuo vi hai trovato solo la natura che tu stesso avevi creata; il resto erano mali miei; e tu li hai eliminati. Non io per primo mi sono levato e mosso incontro a te, ma tu sei venuto a svegliarmi. Infatti, la sua misericordia mi previene. Prima che io compia qualcosa di buono, la sua misericordia mi previene.

Il desiderio di Dio

 

 

 

 

  

L’opera di salvezza non conosce confini: Gesù infrange la mentalità legalistica del suo tempo, accetta di incontrare e di dialogare con una donna, la samaritana, che la mentalità ebraica avrebbe bollato come impura, eretica, diabolica. Il suo intervento vuole suscitare nel cuore della donna un desiderio profondo, il dono della fede. Gesù "aveva detto alla donna Samaritana: Ho sete. Che significa: Ho sete?"; conclude Agostino: "Desidero la tua fede" (Serm. 99, 3). Gesù riporta il mistero al centro dell’attenzione della donna: il desiderio di Dio. E ciò avviene perché Gesù prova una sete ardente per la fede della donna: "Quella Samaritana presso il pozzo sentì che il Signore aveva sete e fu saziata da Colui che era assetato" (En. in ps. 61, 3).

 

 

 

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di Sant’Agostino Vescovo (In Io. Ev. tr. 15, 6.10-17)

 

Gesù e la Samaritana

Gesù, dunque, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo [di Giacobbe]. Era circa l’ora sesta (Gv 4, 6). Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio; non per nulla si stanca colui che, quando siamo affaticati, ci ristora, quando è lontano ci abbattiamo, quando è vicino ci sentiamo sostenuti. Comunque Gesù è stanco, stanco del viaggio, e si mette a sedere; si mette a sedere sul pozzo, ed è l’ora sesta quando, stanco, si mette a sedere. Tutto ciò vuol suggerirci qualcosa, vuol rivelarci qualcosa; richiama la nostra attenzione, ci invita a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato esortarci dicendo: Bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). È per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; questo era in principio presso Dio. Vuoi vedere com’è forte il Figlio di Dio? Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui; e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 1-3.14). La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all’esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.

 

Arriva una donna. È figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma già in via di essere giustificata: questo il tema del sermone. Arriva senza sapere nulla e trova Gesù, il quale attacca discorso con lei. Vediamo su che cosa e con quale intenzione. Arriva una donna samaritana ad attingere acqua (Gv 4, 7).

 

Gesù le dice: Dammi da bere. I suoi discepoli erano andati in città per acquistare provviste. La donna samaritana, dunque, gli dice: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? I Giudei, infatti, non sono in buoni rapporti con i Samaritani (Gv 4, 7-9). Ecco la prova che i Samaritani erano stranieri. I Giudei non si servivano assolutamente dei loro recipienti; e la donna, che portava con sé un recipiente per attingere l’acqua, si stupì che un giudeo le chiedesse da bere, cosa che i Giudei non erano soliti fare. Ma, in realtà, colui che chiedeva da bere, aveva sete della fede di quella donna.

 

Ascolta, adesso, chi è colui che chiede da bere. Gesù rispose: Se conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva (Gv 4, 10). Chiede da bere e promette da bere. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, ed è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare. Se conoscessi - dice - il dono di Dio. Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma il Signore parla alla donna in maniera ancora velata, solo a poco a poco penetra nel cuore di lei. Intanto la istruisce. Che c’è di più soave e di più amabile di questa esortazione: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva?

 

Tuttavia, interdetta, la donna esclamò: Signore, tu non hai nulla per attingere e il pozzo è profondo (Gv 4, 11). Come vedete, acqua viva per lei è l’acqua del pozzo. Tu mi vuoi dare acqua viva, ma io possiedo la brocca con cui attingere, mentre tu no. Qui c’è l’acqua viva, ma tu come fai a darmela? Pur intendendo un’altra cosa e ragionando secondo la carne, tuttavia bussava alla porta, in attesa che il Maestro aprisse ciò ch’era chiuso. Bussava più per curiosità che per amore della verità. Era ancora da compiangere, non ancora in condizione d’essere illuminata.

 

La samaritana continua ad intendere il linguaggio di Gesù in senso materiale. È allettata dalla prospettiva di non dover più patire la sete e crede di poter intendere in questo senso materiale la promessa del Signore.

 

Il Signore prometteva abbondanza e pienezza di Spirito Santo e quella ancora non capiva; e siccome non capiva, che cosa rispondeva? Gli dice la donna: Signore, dammi codesta acqua affinché non abbia più sete e non venga fin qui ad attingere (Gv 4, 15). Il bisogno la costringeva alla fatica, che la sua debolezza mal sopportava. Oh, se avesse sentito l’invito: Venite a me, quanti siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11, 28)! Infatti Gesù le diceva queste cose, perché non si affaticasse più. Ma lei ancora non capiva.

 

 

 

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 41, 2)

 

La dolcezza interiore per Dio

Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce (Sal 35, 10). Se è fonte, è anche luce, e giustamente è anche intelligenza che sazia l’anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C’è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono. Per questo l’Apostolo dice supplicando a coloro che anelano a questa fonte di vita e da essa qualcosa prendono: Non camminate più come camminano anche i Gentili nella vanità della loro mente, oscurati nell’intelligenza, estraniati dalla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, a cagione della cecità dei loro cuori (Ef 4, 17-18). Orbene se essi sono ottenebrati nell’intelligenza, cioè sono ottenebrati perché non capiscono, ne consegue che coloro che capiscono sono illuminati. Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla fonte.

 

 

 

 

"Coloro che hanno davvero sete di Dio, debbono sentirla sempre e dovunque, nell’anima e nella carne, poiché Dio, come dà all’anima il suo pane, cioè, la parola della verità, così dà anche alla carne ciò che le è necessario… Abbiano dunque, l’una e l’altra, sete di Dio, e nella loro molteplice fatica siano ristorate con un unico intervento di lui" (En. in Ps. 62, 7). Nella scala gerarchica dei valori, e pertanto dei desideri, occorre saper collocare Dio al primo posto; bisogna imparare a disciplinare i propri desideri, perché – ammonisce più volte Agostino nei suoi sermoni – non avvenga di ripetere l’atteggiamento irrazionale dell’avaro, che nell’accumulo senza sosta dei beni è un assetato, condannato a non trovare già in questa vita né soddisfazione né godimento: la sua arsura è destinata a non esaurirsi!

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 62, 5-7)

 

La giusta sete per Dio

Ha avuto sete di te l’anima mia. Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: Di te l’anima mia ha avuto sete! La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto, ove l’anima dovrebbe aver sete di Dio.

 

Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia. E di ciò ci sazieremo, per quanto ne siamo capaci, al termine di questa vita, quando raggiungeremo ciò che Dio ci ha promesso, cioè l’uguaglianza con gli angeli. Gli angeli non provano la sete che proviamo noi, non provano la fame che noi conosciamo, ma sono sazi di verità, di luce, di sapienza immortale. Per questo sono beati. E dalla loro sede beata, cioè da quella città, la Gerusalemme celeste, verso la quale noi ora siamo incamminati, essi attendono noi esuli. Hanno compassione di noi, e per ordine del Signore ci aiutano a tornare a quella patria che abbiamo con essi comune, per saziarci insieme con loro alla fonte di verità e di eternità che il Signore ci ha preparata. Allo stato attuale, dunque, l’anima nostra ha sete. Ma di che cosa ha sete anche la nostra carne? Quale è anzi la sua sete in più modi sperimentata? Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? […] Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede.

 

 

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 4, 8-9)

 

Cristo abita nell’uomo interiore

Sperate nel Signore. Ma che cosa si spera, se non il bene? Siccome però ciascuno vuole ottenere da Dio quel bene che ama, e difficilmente si trova chi ami i beni interiori - cioè quelli che riguardano l’uomo interiore, i soli che debbono essere amati, mentre gli altri debbono essere soltanto usati per necessità, e non fruiti per goderne -, mirabilmente, dopo aver detto: sperate nel Signore, soggiunge: molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Queste parole e questa domanda ricorrono quotidianamente sulla bocca di tutti gli stolti e gli empi, sia di quelli che desiderano la pace e la tranquillità nella vita del secolo e non la trovano a cagione della perversità del genere umano, i quali osano persino accusare - ciechi - l’ordine delle cose perché credono, tutti presi dai loro meriti, che i tempi presenti siano peggiori di quelli trascorsi; sia di coloro che dubitano o disperano della stessa vita futura che ci è promessa, e perciò dicono spesso: chissà se è vero? Oppure: chi è venuto dall’inferno per annunziarci tali cose? Ebbene, in modo magnifico e conciso, ma solo per chi vede nell’intimo, [il salmista] mostra quali beni debbono essere ricercati. Alla domanda di quanti dicono: Chi ci mostra il bene? risponde: È impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore. Questa luce è il completo e vero bene dell’uomo, che si vede non con gli occhi, ma con lo spirito. È impressa, ha detto, in noi, così come nel denaro è impressa l’immagine del re. Perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf Gen 1, 26), e questa peccando ha corrotto; il suo bene perciò è vero ed eterno, se rinascendo gli viene impresso. […] Hai messo la gioia nel mio cuore. Non dobbiamo dunque cercare la gioia fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell’uomo interiore (Ef 3, 17), dice l’Apostolo; e spetta dunque all’uomo interiore vedere la verità, dato che [il Signore] ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6).

 

Ma gli uomini che inseguono le cose temporali - e certamente sono molti - non sanno dire altro se non: chi ci mostrerà il bene, perché non sono capaci di vedere i veri e sicuri beni entro se stessi.

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 3.2)

 

Il vero culto gradito a Dio

A [Dio] dobbiamo il servizio, tanto nelle varie pratiche rituali come nelle nostre coscienze. Tutti insieme e ciascuno di noi siamo suoi templi (1 Cor 3, 16-17), perché si degna di essere presente nell’unione comunitaria di tutti e in ciascuno, non più grande in tutti che in ciascuno, perché non si accresce nell’estensione e non diminuisce per divisibilità. Quando il nostro cuore è presso di lui diviene il suo altare; lo plachiamo mediante il sacerdozio del suo Unigenito; gli offriamo vittime cruenti se combattiamo fino al sangue per la sua verità; bruciamo per lui un incenso dal profumo delicato, quando bruciamo di pio e santo amore alla sua presenza; promettiamo e rendiamo a lui i suoi doni in noi e noi stessi; gli dedichiamo e consacriamo il ricordo dei suoi benefici nelle celebrazioni festive e nei giorni stabiliti, affinché col trascorrere del tempo non sopravvenga l’ingrato oblio; a lui sacrifichiamo nell’altare del cuore l’offerta dell’umiliazione e della lode fervente del fuoco della carità (Sal 115, 17). Per averne visione, come potrà aversene, e per unirci a lui, ci purifichiamo da ogni contaminazione dei peccati e delle passioni disoneste e ci consideriamo cose divine nel suo nome. Egli è infatti principio della nostra felicità, egli fine di ogni desiderio. Scegliendolo, anzi scegliendolo di nuovo, perché l’avevamo perduto scartandolo dalla nostra scelta; scegliendolo di nuovo [religere] dunque, poiché proprio da questo si fa derivare religione, tendiamo a lui con una scelta di amore per cessare dall’affanno all’arrivo, felici appunto perché in possesso della pienezza in quel fine. Il nostro bene infatti, sul cui fine fra i filosofi esiste una grande controversia, non è altro che vivere in unione con lui, perché l’anima intellettuale si riempie e si feconda delle vere virtù soltanto nell’abbraccio incorporeo, se si può dire, di lui. Ci viene comandato di amare questo bene con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la virtù. Dobbiamo inoltre esser condotti a questo bene da coloro che ci amano e condurvi coloro che amiamo. Così sono adempiuti i due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 37). Perché infatti l’uomo sapesse amare se stesso, gli fu stabilito un fine al quale dirigere tutte le sue azioni per essere felice; chi si ama infatti non vuole altro che essere felice. E questo fine è unirsi a Dio (Sal 72, 28). Dunque a chi sa amare se stesso, quando gli si comanda di amare il prossimo come se stesso, gli si comanda soltanto che, per quanto gli è possibile, lo sproni ad amare Dio. Questo è il culto di Dio, questa la vera religione, questa la retta pietà, questo il servizio dovuto soltanto a Dio.

 

 

 

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 5)

 

Fare il bene è il vero sacrificio

Si deve dunque ammettere che Dio non solo non ha bisogno di un animale o di altra cosa corruttibile e terrena, ma neanche dell’onestà dell’uomo. Tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. Non si potrà certamente dire di aver provveduto alla sorgente se si beve, o alla luce se si vede. Dagli antichi Patriarchi furono offerti altri sacrifici immolando come vittime gli animali. Ora il popolo di Dio li conosce leggendo nella Scrittura, ma non li offre più. In proposito si deve intendere soltanto che con quei riti furono significati gli atti che si compiono nella nostra coscienza affinché ci uniamo a Dio e per lo stesso fine veniamo in aiuto al prossimo. Dunque il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro di un sacrificio invisibile. Per questo il penitente nel profeta o lo stesso profeta, che vuole avere Dio clemente ai propri peccati, dice: Se tu avessi voluto un sacrificio, te lo avrei offerto ma tu non prendi diletto degli olocausti. È sacrificio a Dio un cuore contrito; Dio non sprezzerà un cuore contrito e umiliato (Sal 50, 18-19). Osserviamo come in un medesimo passo dice che Dio non vuole e vuole il sacrificio. Non vuole dunque il sacrificio dell’animale ucciso e vuole il sacrificio del cuore contrito. […] Dice in un passo di un altro salmo (49, 12-13): Se avessi fame, non lo direi a te, perché mia è la terra e quanto contiene. Forse che dovrò mangiare le carni dei tori e bere il sangue dei capri?. Sembra che voglia dire: "Se ne avessi bisogno, non chiederei a te le cose che ho in potere". Poi, spiegando il significato delle parole, soggiunge: Offri a Dio il sacrificio della lode e rendi all’Altissimo le tue offerte e invocami nel giorno della sofferenza, io te ne libererò e tu mi darai gloria (Sal 49, 14-15). […] Nella lettera intestata agli Ebrei (13, 16) l’autore dice: Non dimenticare di fare il bene e di comunicarlo con gli altri; con questi sacrifici si è graditi a Dio. Quindi nella frase della Scrittura: Preferisco opere di bene al sacrificio (Os 6, 6) si deve intendere soltanto che un sacrificio è preferito all’altro, perché quello che comunemente è considerato sacrificio è segno del vero sacrificio. Pertanto, fare il bene è dunque il vero sacrificio.

 

 

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 6)

 

Il sacrificio della comunità cristiana

 

Dunque vero sacrificio è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Pertanto l’uomo stesso consacrato nel nome di Dio e a lui promesso, in quanto muore al mondo per vivere di Dio, è un sacrificio. Anche questo appartiene al bene che l’uomo compie in favore di se stesso. Perciò è stato scritto: Abbi pietà della tua anima col renderti gradito a Dio (Sir 30, 24). Quando castighiamo anche il nostro corpo con la temperanza, se lo facciamo, come è dovere, in relazione a Dio per non offrire le nostre membra come armi d’iniquità al peccato, ma come armi di giustizia a Dio, anche questo è un sacrificio. Ad esso esortandoci l’Apostolo dice: Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come offerta viva, santa, gradita a Dio, come vostro ossequio ragionevole (Rom 12, 1). Allora il corpo che per la sua debolezza l’anima usa come un servo o uno strumento, quando il suo impiego morale e onesto si riferisce a Dio, è un sacrificio. A più forte ragione dunque diviene un sacrificio l’anima stessa quando si pone in relazione con Dio affinché, accesa dal fuoco del suo amore, perda la forma della terrena passione e sottomessa si riformi a lui come a forma che non muta, resa quindi a lui gradita perché ha ricevuto della sua bellezza. L’Apostolo citato esprime questo pensiero soggiungendo: Non conformatevi a questo mondo che passa, ma riformatevi in un rinnovamento della coscienza, per rendervi consapevoli qual è il volere di Dio, l’azione buona, gradita, perfetta (Rom 12, 2). Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dalla infelicità e così divenire felici; e questo si ottiene solamente con quel bene di cui è stato detto: Il mio bene è unirmi a Dio (Sal 72, 28). Ne consegue dunque che tutta la città redenta, cioè l’assemblea comunitaria dei santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì anche se stesso per noi nella forma di servo perché fossimo il corpo di un capo così grande. Ha immolato la forma di servo, in essa è stato immolato, perché in essa è mediatore, sacerdote e sacrificio. L’Apostolo dunque ci ha esortato a presentare il nostro corpo come offerta viva, santa e gradita a Dio, come nostro ossequio ragionevole, a non conformarci al mondo che passa ma a riformarci nel rinnovamento della coscienza, per renderci consapevoli qual è la volontà di Dio, l’azione buona, gradita e perfetta. E questo sacrificio siamo noi stessi. Poi soggiunge: Dico nella grazia di Dio, che mi è stata data, a tutti quelli che sono nella vostra comunità di non esaltarvi più di quanto è necessario, ma di valutare con moderazione, nel modo con cui Dio ha distribuito a ciascuno la regola della fede. Come infatti nel corpo abbiamo molte membra che non hanno tutte la medesima funzione, così molti siamo in Cristo un solo corpo e ciascuno è membro dell’altro perché abbiamo carismi diversi secondo la grazia che ci è stata data (Rom 12, 3-5). Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso le si rivela che nella cosa che offre essa stessa è offerta.

Invocheremo il Tuo nome

 

 

 

Sant'Agostino

 

 

 

Seguiamo le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell'umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l'insegnamento la via dell'umiltà e l'ha percorsa soffrendo per noi

 

 

allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome. Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati.

 

 L'ascolto deve tradursi in azione

 

Sant'Agostino

 

 

 

L’ascolto della Parola esige da parte dell’uomo la virtù dell’umiltà, la disponibilità ad accogliere (il voler ascoltare parte dal riconoscimento della propria povertà al cospetto di chi parla), la ricerca del silenzio interiore. Ma l’ascolto deve tradursi in azione, invitando a scendere dal monte della contemplazione per lavorare, affaticarsi, soffrire e persino morire per il Regno. Anche Gesù è salito sul Tabor, ma per discendere in vista di una nuova ascesa, quella del Golgota.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 78, 3-6)

 

Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso

 

Mentre la nube li avvolgeva tutti e in certo qual modo facendo per essi una sola tenda, si fece sentire anche una voce che diceva: Questo è il Figlio mio prediletto. Erano lì Mosè ed Elia, eppure discepoli non fu detto: "Questi sono i figli miei diletti". Una cosa è il Figlio unigenito, un'altra cosa sono i figli adottivi. Veniva esaltato Colui del quale si gloriavano la Legge e i Profeti. Questo è il Figlio mio prediletto - è detto - nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! (Mt 17, 5; Lc 9, 35) Poiché lo avete udito attraverso i Profeti e attraverso la Legge. E quando non lo avete udito? A quelle parole i discepoli caddero bocconi a terra. Ci viene già mostrato nella Chiesa il regno di Dio. Qui c'è il Signore, qui c'è la Legge e i Profeti; ma il Signore in quanto è il Signore, la Legge invece in quanto rappresentata da Mosè e la Profezia rappresentata da Elia; ma essi in quanto servi, in quanto esecutori degli ordini. Essi come recipienti, egli come sorgente. Mosè ed i Profeti parlavano e scrivevano, ma da lui proveniva ciò ch'essi proferivano.

 

Il fatto che i discepoli caddero bocconi a terra significa simbolicamente che moriremo, poiché è stato detto alla carne: Terra sei e nella terra tornerai (Gn 3, 19). Il fatto invece che il Signore li fece rialzare, simboleggiava la risurrezione. Dopo la risurrezione a che ti serve la Legge? a che ti serve la profezia? Ecco perché scompaiono Elia e Mosè. Ti rimane: ln principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Ti resta che Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Vi sarà Mosè ma non vi sarà più la Legge. Vedremo lì anche Elia, ma non più gli scritti del Profeta. Poiché la Legge e i Profeti resero testimonianza a Cristo che doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti ed entrare nella sua gloria (cf. Lc 24, 44-47). Lì si avvererà ciò che ha promesso a coloro che lo amano: Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò (Gv 14, 21). E come se gli fosse stato chiesto: "Poiché tu lo amerai, che cosa gli darai?", risponde: Mi farò conoscere a lui (Gv 14, 21). Gran dono, grande promessa! Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso. Perché mai, avaro, non ti basta ciò che ti promette Cristo? A te sembra d'esser ricco, ma se non hai Dio, che cosa hai? Un altro invece è povero ma se possiede Dio, che cosa non possiede?

 

Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d'insegnare (cf. 2 Tim 4, 2). Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch'è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore. Poiché nell'elogio della carità, letto nella lettera dell'Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi (1 Cor 13, 5). Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede. ln un altro passo egli usa un'espressione piuttosto pericolosa qualora non sia ben intesa. L'Apostolo infatti facendo ai fedeli membri di Cristo una raccomandazione conforme alla stessa carità, dice: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri (1 Cor 10, 24). L'avaro infatti, al sentire tale precetto, prepara tranelli per frodare negli affari, ingannare qualcuno e cercare non quel ch'è proprio ma la roba d'altri. L'avarizia invece reprima questi desideri e venga avanti la giustizia; ascoltiamo e cerchiamo di capire quel precetto. Alla carità è detto: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri. Se però tu, o avaro, ti opponi a questo precetto e piuttosto pretendi ridurre questo precetto al permesso di bramare l'altrui, prìvati del tuo. Ma siccome io ti conosco, tu vuoi avere non solo il tuo ma anche l'altrui. Tu compi frodi per appropriarti dell'altrui; allora lasciati derubare, perché in tal modo tu possa disfarti del tuo. Tu però non vuoi cercare quel ch'è tuo ma ti porti via la roba d'altri. Se fai così, non fai bene. Ascolta, o avaro, ascolta bene. ll precetto: Nessuno cerchi quel ch'è suo, ma quello ch'è di altri, l'Apostolo te lo spiega più chiaramente in un altro passo. Di se stesso dice: Non cerco quel ch'è utile a me personalmente, ma quel ch'è utile a tutti, affinché tutti si salvino (1 Cor 10, 33). Ciò Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: "Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, ad essere disprezzato, ad essere crocifisso sulla terra". È discesa la vita per essere uccisa, è disceso il pane per sentire la fame, è discesa la via, perché sentisse la stanchezza nel cammino, è discesa la sorgente per aver sete, e tu rifiuti di soffrire? Non cercare i tuoi propri interessi. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all'eternità, ove troverai la tranquillità.

 

IN BREVE...

Non essere vuota, o anima mia; non assordare l’orecchio del cuore con il tumultuare delle tue vanità. Ascolta anche tu: la Parola stessa ti grida di ritornare... Poni dunque la tua abitazione in Lui, anima mia, a Lui affida tutto ciò che da Lui ricevi. (Confess. 4, 11)

 

 

 

Inizio

 

LUNEDÌ

 

Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui,

perché l’avversario non ti consegni al giudice e tu venga gettato in prigione.

(Mt 5, 25)

 

INTRODUZIONE

Il confronto con la Parola di Dio non si rivela mai accomodante per la coscienza dell’uomo. Vivere la radicalità del Vangelo comporta sempre uno scontro interiore: "gli uomini non vogliono fare ciò vuole la Parola di Dio". Eppure Dio ha fatto udire dal cielo la sua voce per educare l’uomo (cf. Dt 4, 36), per accordargli felicità, prosperità e lunga vita (cf. Dt 6, 2-3). Come tra due strumenti musicali, dobbiamo sforzarci di armonizzare le nostre azioni con la voce di Dio. Gesù diviene allora il nostro avversario, con il quale si deve trovare un’intesa prima che si compia il suo giudizio sulla storia. Chi si allea con Cristo deve attirare a Lui anche i fratelli, perché ne seguano l’esempio. È questa la preoccupazione continua del pastore, che rischia l’accusa di aver rinnegato Cristo, qualora non abbia esortato i fedeli a mettersi d’accordo con l’avversario.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Serm. 9, 2-3)

 

La Parola è il tuo avversario!

Se di giorno in giorno dobbiamo attendere il giorno incerto, accordati con l'avversario, mentre è con te per via 4. Per via s'intende questa vita, per la quale tutti passano. E questo avversario non si ritira.

 

Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d'accordo con il diavolo. È un altro l'avversario, che l'uomo stesso si rende avversario.

 

Chi è dunque l'avversario? La Parola di Dio. La Parola di Dio è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Ti dice: Unico è il tuo Dio (Dt 6, 4; cf. Es 20, 2-3), adora l'unico Dio. Tu invece, abbandonato l'unico Dio, che è come il legittimo sposo della tua anima vuoi fornicare con molti demoni e, ciò che è più grave, non lo lasci e non lo ripudi apertamente come fanno gli apostati, ma rimanendo nella casa del tuo sposo, fai entrare gli adulteri. Cioè, come cristiano non abbandoni la Chiesa, ma consulti gli astrologi o gli aruspici o gli indovini o i maghi. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all'adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ti si dice: Non assumere invano il nome del Signore Dio tuo (Es 20, 7), perché non pensi che sia creatura Cristo, per il fatto che per te ha assunto la creatura. E tu disprezzi lui che è uguale al Padre e una sola cosa con il Padre (cf. Gv 10, 30). Ti si dice di rispettare spiritualmente il sabato (cf. Es 20, 8), non come i giudei che osservano il sabato senza far nulla materialmente. Vogliono infatti astenersi dal lavoro per darsi alle frivolezze e alle loro lussurie. Sarebbe molto meglio che il giudeo facesse qualcosa di utile nel suo campo anziché stare turbolento nel teatro, e sarebbe meglio che le loro donne nel giorno di sabato lavorassero la lana anziché danzare impudicamente tutto il giorno sotto i loro porticati. A te è detto di rispettare spiritualmente il sabato, nella speranza del riposo futuro che il Signore ti promette. Chiunque, per quel riposo futuro, agisce nei limiti del possibile, benché sembri faticoso quanto fa, tuttavia se lo riferisce alla fede nel riposo promesso, non ancora possiede il sabato nella realtà, ma lo possiede nella speranza. Tu invece vuoi riposare per affaticarti, mentre dovresti lavorare per poterti poi riposare. Ti si dice: Onora tuo padre e tua madre (Es 20, 12). Rechi ingiuria ai genitori, tu che non vuoi avere pene da parte dei tuoi figli. Ti si dice: Non uccidere (Es 20, 13); tu invece vuoi uccidere il tuo nemico; e forse non metti in pratica questo tuo desiderio perché temi il giudice umano, non perché pensi a Dio. Non sai che egli è testimone anche dei pensieri? Anche se continua a vivere colui che tu vorresti che morisse, Dio ti ritiene omicida nel cuore (1 Gv 3, 15). Ti si dice: Non commettere adulterio (Es 20, 14), cioè non andare con alcun'altra donna all'infuori di tua moglie. Tu invece questo comportamento lo esigi da tua moglie ma non lo vuoi rispettare nei confronti di tua moglie. E mentre dovresti precedere la moglie nella virtù - e la castità è una virtù - tu cadi al primo assalto della libidine. Vuoi che tua moglie ne esca vincitrice, tu rimani vinto.

 

Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio. E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? Temo di essere avversario anch'io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini. Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli - e abbondano questi tali - non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d'accordo con l'avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire.

 

IN BREVE...

Anzitutto badate a non lasciarvi tentare se non intendete ancora le Scritture sante; se le intendete, a non insuperbirvi; quello che non intendete, rimandate ad altri tempi con rispetto, e quello che intendete, tenetelo con sentimenti di carità. (Serm. 51, 35)

 

 

 

Inizio

 

MARTEDÌ

 

Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole,

porgi l’orecchio ai miei detti;

non perderli mai di vista,

custodiscili nel tuo cuore,

perché essi sono vita per chi li trova

e salute per tutto il suo corpo.

(Pro 4, 20-22)

 

INTRODUZIONE

"Quanto a noi, con la presente opera... ci rivolgiamo a colui che, credendo già in Dio, vuole compiere meglio il suo divino volere. Costui esortiamo a specchiarsi in questo libro per constatare quanto cammino abbia fatto nella santità della vita e nelle opere buone e quanto invece gliene resta da percorrere". Con queste parole Agostino introduce la sua opera Speculum, una raccolta di precetti, isolati dalla Bibbia, perché siano di rapida consultazione. In tal modo il lettore "potrà ringraziare Dio per le mete conseguite e, per quanto non ha ancora raggiunto, impegnarsi per raggiungerlo, mentre lavora e prega con fede e pietà per conservare quello che possiede e per conseguire ciò che gli manca". Il cristiano è invitato a riflettere sulla Bibbia, in un cammino di comprensione e meditazione della Parola di Dio, ed a riflettere nella Bibbia, come davanti ad uno specchio, la sua vita, al fine di riconoscerne gli aspetti positivi e negativi.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 49, 5-6)

 

La Parola di Dio è la cartina tornasole di ogni tuo comportamento

Riguardo al giudizio, ne ho trattato domenica scorsa dicendo che tu devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto! Giùdicati, non ti risparmiare. Ciò che giustamente in te ti dispiace, castigalo, emendalo, correggilo. Ti sia come specchio la sacra Scrittura. Questo specchio ha un riflesso non menzognero, un riflesso che non adula, che non ha preferenze per alcuno. Se sei bello, lì ti vedrai bello; se sei brutto, lì ti vedrai brutto. Quando però sei brutto e prendi lo specchio e lì ti riscontri essere brutto, non incolpare lo specchio. Torna in te: lo specchio non ti inganna; non essere tu a ingannare te stesso. Giùdicati, rattrìstati della tua bruttezza, di modo che, lasciando lo specchio e allontanandoti rattristato, perché sei brutto, una volta corretto puoi ritornare bello. In primo luogo dunque giudica te stesso e giudicati senza adulazione; successivamente giudica con amore anche il prossimo. Puoi infatti giudicare qualcosa solo sulla base di ciò che vedi. Può succedere, ad esempio, che tu veda la colpa di cui tu sei imbrattato; può succedere che lo stesso tuo prossimo ti confessi la sua colpa e manifesti all'amico ciò che teneva nascosto nel cuore. Giudica come vedi. Ciò che non vedi, lascialo al giudizio di Dio. Quando poi giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l'amore che devi all'uomo; non odiare l'uomo a motivo dei suoi vizi. L'uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l'amico solo se e quando odierai ciò che all'amico nuoce. Se credi, farai questo, poiché il giusto vive di fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17).

 

Sii dunque simile a un medico. Il medico non amerebbe l'ammalato se non odiasse la malattia. Per liberare il malato, si accanisce contro la febbre. Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi.

 

IN BREVE...

A noi è stata data la dolcezza delle Scritture per resistere in questo deserto della vita umana. (Serm. 4, 10)

 

 

 

Inizio

 

MERCOLEDÌ

 

Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in Lui

(Sal 37, 7)

 

INTRODUZIONE

L’ascolto della Parola di Dio non si identifica con il sentire superficiale e distratto, con un suono che percuote le orecchie e lascia indifferenti. Il vero ascolto richiede un’assimilazione interiore della voce divina. Il peccato che è a monte di qualsiasi altro peccato è quello di chiudere il cuore all’ascolto: è la durezza dei cuori, l’incomprensione che interrompe quel silenzio interiore (silentium cordis), che è la condizione necessaria per dialogare con Dio. Nel Serm. 37, 1 Agostino invita al silenzio i suoi fedeli, perché nel silenzio preparino un nido nel quale accogliere degnamente la Parola di Dio. "Se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere nella solitudine" (In Io. Ev. 17, 11).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 12, 4-5)

 

Dio parla nel silenzio del cuore

Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, come attraverso il libro delle sacre Scritture. Parla tramite qualche elemento del mondo, come ha parlato ai magi attraverso una stella (cf. Mt 2, 2). Che cosa è il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla tramite la sorte, come ha parlato nella scelta di Mattia al posto di Giuda (cf. At 1, 26). Parla tramite l'essere umano, come attraverso il profeta. Parla tramite l'angelo, come sappiamo abbia parlato ad alcuni dei patriarchi (cf. Gn 22, 11), dei profeti (cf. Dan 14, 33) e degli Apostoli (cf . At 5, 19-20). Parla tramite una qualche creatura fatta di voce e di suono, come leggiamo e crediamo siano scese delle voci dal cielo, pur non vedendosi nessuno con gli occhi (cf. Mt 3, 17). Infine all'uomo stesso Dio parla, non esternamente tramite le sue orecchie o gli occhi, ma interiormente, nell'anima, in varie maniere: o in sogno, come è scritto che parlò a Labano l'arameo, perché non facesse alcun male al suo servo Giacobbe (cf. Gn 31, 24), e al faraone per annunciargli sette anni di abbondanza e altrettanti di carestia (cf. Gn 41, 1-7). Oppure inebriando lo spirito dell'uomo, ciò che i greci chiamano estasi, come a Pietro, mentre era intento alla preghiera, apparve un recipiente, che veniva calato dal cielo, pieno di simboli dei pagani che avrebbero creduto (cf. At 10, 10-16); o infine nella stessa mente, quando ciascuno intuisce l'autorità o la volontà di Dio, come Pietro da quella stessa visione conobbe, riflettendo fra sé, quanto il Signore voleva che facesse (cf. At 10, 19). Nessuno può conoscere ciò che Dio vuole, se interiormente non risuona un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi. Infatti nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. Ma la verità è Dio. E se in tanti modi essa parla agli uomini sia buoni che cattivi - benché non tutti quelli ai quali parla in così diverse maniere possano vedere la sua sostanza e natura - quale uomo può, congetturando o riflettendo, contare in quanti e quali modi questa Verità parli agli angeli: sia ai buoni, i quali godono, contemplandola con singolare carità, del suo ineffabile splendore e bellezza; sia ai cattivi i quali, rovinati dalla loro superbia e condannati all'inferno dalla stessa Verità, possono in qualche modo a noi sconosciuto udire la sua voce, benché non siano degni di vedere il suo volto?

 

Perciò, dilettissimi fratelli, fedeli di Dio e veri e propri figli della Madre cattolica, nessuno vi inganni con cibi avvelenati, anche se ancora avete bisogno di essere nutriti di latte (cf. 1 Cor 3, 2; Eb 5, 12-14). Camminate ora con perseveranza nella fede della verità (cf. 2 Tess 2, 12), perché a tempo determinato e opportuno possiate arrivare alla visione della stessa verità (Cf. Tt 1, 1-2). Come dice l'Apostolo: Mentre viviamo nel corpo siamo pellegrini lungi dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non nella visione(2 Cor 5, 6-7). La fede in Cristo conduce alla visione del Padre. Perciò il Signore dice: Nessuno viene al Padre se non per me (Gv 14, 6-10).

 

IN BREVE...

Il Signore non si fa sentire alle orecchie del corpo in maniera più forte che nel segreto del pensiero, dove Lui solo ascolta, dove Lui solo è udito. (Serm. 12, 3)

 

 

 

Inizio

 

GIOVEDÌ

 

Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

(Mt 23, 10)

Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori.

(Ef 3, 17)

 

INTRODUZIONE

"Noi parliamo, ma è Dio che ammaestra; noi parliamo, ma è Dio che insegna" (Serm. 153, 1). Con grande umiltà Agostino, instancabile predicatore, riconosce la sterilità delle sue parole, a meno che Cristo, che abita nei cuori degli uomini, non si degni di far ascoltare la sua voce nell’intimo dell’uomo. Alla scuola di Cristo si pone lo stesso Agostino: egli sa di dover ammaestrare, ammonire ed aiutare i suoi fedeli; ma sa anche che, mentre esercita tale ministero, lui stesso deve sedere dalla parte dei fedeli, seguendo gli insegnamenti del Maestro interiore. "Entra con me, se puoi, nel santuario di Dio. Forse là, se posso, ti insegnerò; o meglio, impara con me da Colui che mi ammaestra" (Serm. 48, 8).

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In 1 Io. Ep. tr. 3, 13)

 

Sia Cristo a parlare dentro di voi

 

Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

 

IN BREVE...

Rientrate nei vostri cuori, voi che siete lontani da Dio, e aderite a Dio che vi ha creato. Rimanete stabilmente con Lui e sarete salvi; riposate in Lui e avrete pace. Dove volete andare? In cerca di sofferenze? Dove volete andare? Il bene che desiderate viene da Lui. (Confess. 4, 12, 18)

 

 

 

Inizio

 

VENERDÌ

 

Ma Gesù disse: Beati piuttosto coloro

che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!.

(Lc 11, 28)

 

INTRODUZIONE

"Al termine della vita (Agostino) si lamenta, recensendo le sue opere, che "dovunque, me presente, vi fosse stato bisogno di parlare al popolo, molto raramente mi fu permesso di tacere e di ascoltare gli altri" (Ritrattazioni, prologo 2). La predicazione costituiva per il vescovo di Ippona una grossa fatica e un continuo tormento: una fatica per lo sforzo fisico che richiedeva - non era raro il caso che dovesse smettere di parlare per la stanchezza o per la completa afonia - e un tormento per l’impossibilità di dedicarsi, come avrebbe voluto, allo studio... (Infatti) per parlare bisogna sapere ascoltare. sarà perciò "un vano predicatore della Parola di Dio all’esterno chi non l’ascolta di dentro" (Serm. 179, 1). Da questo precetto nascono il desiderio insaziabile di studiare le Scritture divine e il carattere eminentemente biblico della sua predicazione. È maestro e si sente discepolo. Vuol nutrire gli altri della stessa mensa di cui si nutre egli stesso. "Da questa cattedra siamo per voi come maestri, ma siamo condiscepoli con voi sotto quell’unico Maestro" (En. in Ps. 126, 3)". (P. A. Trapè)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 179, 1-2)

 

Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio che ti parla

Il beato apostolo Giacomo si riferisce agli ascoltatori assidui della parola di Dio, dicendo: Ma siate di quelli che mettono in pratica la parola e non ascoltatori soltanto, ingannando voi stessi.(Gc 1, 22). Non ingannate certo colui al quale appartiene la parola, oppure colui che ne è ministro, ma ingannate voi stessi. A motivo dunque di questa affermazione, che sgorga dalla sorgente della verità per la parola veracissima dell'Apostolo, anche noi prendiamo coraggio ad esortarvi e ad esaminare noi stessi, mentre indirizziamo a voi un ammonimento. È indubbiamente senza frutto chi predica all'esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo. Non siamo neppure così estranei alla condizione umana ed alla riflessione basata sulla fede da avvertire, noi che predichiamo ai popoli la parola di Dio, i nostri personali pericoli. D'altra parte ci consola il fatto che là, dove siamo in pericolo nell'esercizio dei nostri ministeri, veniamo sostenuti dalle vostre preghiere. Appunto perché sappiate, fratelli, che, rispetto a noi, vi trovate in luogo più sicuro, vi espongo un'altra affermazione dello stesso Apostolo, il quale dice: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare (Gc 1, 19).

 

È opportuno che io vi esorti a non essere soltanto ascoltatori della parola, ma di quelli che la mettono in pratica. In conseguenza, poiché vi parliamo spesso, chi non ci giudica, facendo poco conto del fatto che vi siamo obbligati, quando legge: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare? Ecco, la cura di voi non ci permette di mettere in pratica tale affermazione. Perciò dovete pregare, sostenere chi costringete ad essere nel pericolo. Nondimeno, fratelli miei, vi dirò ciò che voglio crediate, perché non potete vederlo nel mio cuore. Io che parlo frequentemente, per mandato del mio signore e fratello, il vostro vescovo, e perché voi lo domandate, allora sono veramente contento, mentre ascolto, non quando predico. Allora infatti trovo piacere senza timore. Quel godimento non comporta orgoglio. Dove è la roccia della verità autentica, là non si può avere paura del precipizio della vanagloria. E perché sappiate che in realtà è cosí, ascoltate quel che è stato detto: Mi farai sentire gioia e letizia. Allora godo, quando ascolto. Proseguendo ha poi aggiunto: Esulteranno le ossa umiliate (Sal 50, 10). Mentre ascoltiamo, quindi, siamo umili; ma quando predichiamo, se non siamo in pericolo per superbia, per lo meno è certo che ci sentiamo frenati. E se non mi esalto, sono in pericolo in quanto cosciente di non esaltarmi. Quando invece ascolto, godo senza che alcuno m'inganni, mi diletto senza essere notato.

 

IN BREVE...

Siano le tue Scritture le mie caste delizie: in esse io mi diletto. (Confess. 11, 25)

 

 

 

Inizio

 

SABATO

 

Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,

questi è per me fratello, sorella e madre.

(Mt 12, 50)

 

INTRODUZIONE

Maria non è resa grande dal dono ricevuto (generare Cristo nella carne), ma dalla fede in Cristo. La Vergine prima ha generato il Figlio di Dio nella fede, nella carne e nel cuore verginale; poi, come forza cogente, lo ha concepito fisicamente. La beatitudine per la Vergine Maria è nell’aver conservato l’integrità della fede, nell’ascolto e nell’obbedienza umile alla Parola di Dio.

 

La Chiesa guarda a Maria come figura tipologica da imitare nel suo ruolo di madre e vergine: "Maria mise al mondo fisicamente il capo Cristo di questo corpo Chiesa; la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo" (La verginità consacrata 2, 2). Come madre la Chiesa genera alla fede, nel battesimo, i figli redenti da Cristo, membra del suo corpo mistico; come vergine conserva integra la fede in riferimento a Cristo, suo sposo.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 72/A, 7)

 

Maria custodì la verità nella mente più che la carne di Cristo nel ventre

Ecco, fratelli miei, ponete piuttosto attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: Sono questi mia madre e i miei fratelli. E se uno farà la volontà del Padre mio che mi ha inviato, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre (Mt 12, 49-50). Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa più felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! (Lc 11, 27). Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11, 28). È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica. Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale di più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d'un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo.

 

 

Maria era madre in quanto fece la volontà del Padre. È questo che il Signore volle esaltare in lei: di aver fatto al volontà del Padre, non di aver generato dalla sua carne la carne del Verbo. (In Io. Ev. tr. 10, 3)

 

 

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto

per essere tentato dal diavolo.

(Mt 4, 1)

Come per la disobbedienza di uno solo sono stati costituiti peccatori,

così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

(Rom 5, 19)

 

 

Dai tempi di Adamo l’uomo è chiamato a dar prova della sua fedeltà a Dio di fronte alle tentazioni del maligno. La capacità di scegliere Dio al posto di Satana è messa sempre in discussione. Ecco allora ci viene in aiuto l’insegnamento di Cristo tentato nel deserto: "se Egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo tu avresti imparato a combattere contro il tentatore?". Le tre tentazioni diaboliche riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo: il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora un detto di Agostino: quando sei colto dai morsi della fame - e noi aggiungiamo anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 90, d. 2, 6-7)

 

La tentazione di Cristo è di grande ammaestramento per il cristiano

Il Signore fu battezzato; dopo il battesimo fu tentato e infine digiunò per quaranta giorni, per adempiere un mistero di cui spesso vi ho parlato. Non si possono dire tutte le cose in una volta per non sciupare del tempo prezioso. Dopo quaranta giorni il Signore ebbe fame. Avrebbe potuto anche non provare mai la fame; ma, se così avesse fatto, in qual modo sarebbe stato tentato? E se egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo avresti tu imparato a combattere contro il tentatore? Ebbe fame, ho detto; e subito, il tentatore: Di' a queste pietre che diventino pani, se sei il Figlio di Dio (Mt 4, 3). Era forse una gran cosa per il Signore Gesù Cristo cambiare le pietre in pane? Non fu lui che con cinque pani saziò tante migliaia di persone? (cf. Mt 14, 17-21). Quella volta creò il pane dal nulla. Donde fu presa infatti una così grande quantità di cibo che bastò a saziare tante migliaia di persone? Le fonti del pane erano nelle mani del Signore. Non c'è niente di strano in questo: infatti, colui che di cinque pani ne fece tanti da saziare tutte quelle migliaia di persone, è lo stesso che ogni giorno trasforma pochi grani nascosti in terra in messi sterminate. Anche questi sono miracoli del Signore ma, siccome avvengono di continuo, noi non diamo loro importanza. Ebbene, fratelli, era forse impossibile al Signore fare dei pani con le pietre? Con le pietre egli fa degli uomini, come diceva lo stesso Giovanni Battista. Dio è capace di suscitare da queste pietre figli per Abramo (Mt 3, 9). Perché dunque non operò il miracolo? Per insegnarti come devi rispondere al tentatore. Poni il caso che ti trovi nell'afflizione. Ecco venire il tentatore e suggerirti: Tu sei cristiano e appartieni a Cristo; perché ti avrà ora abbandonato? Perché non ti manda il suo aiuto? Ricordati del medico. Talora egli taglia e per questo sembra che abbandoni; ma non abbandona. Come capitò a Paolo, il quale non fu esaudito proprio perché doveva essere esaudito. Paolo dice infatti che non fu esaudita la preghiera con cui chiedeva gli fosse tolto il pungiglione della carne, l'angelo di satana che lo schiaffeggiava, e aggiunge: Per questo pregai tre volte il Signore affinché me lo togliesse. In risposta egli mi disse: Ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 8-9). Siate perciò forti, fratelli! Se talvolta siete tentati da qualche strettezza, è Dio che vi flagella per mettervi alla prova: egli che vi ha preparato e vi conserva l'eredità eterna. E non lasciate che il diavolo vi dica: Se tu fossi giusto, non ti manderebbe forse Dio il pane per mezzo di un corvo, come lo mandò ad Elia (1 Re 17, 6)? Non hai forse letto le parole: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane (Sal 36, 25)? Rispondi al diavolo: È vero quello che dice la Scrittura: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane; ho infatti un mio pane che tu non conosci. Quale pane? Ascolta il Signore: Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola di Dio (Mt 4, 4). Non credi che la parola di Dio sia pane? Se non fosse pane il Verbo di Dio, per cui mezzo sono state fatte tutte le cose, il Signore non direbbe: Io sono il pane vivo, io che sono disceso dal cielo (Gv 6, 41). Hai dunque imparato che cosa devi rispondere al tentatore quando sei colto dai morsi della fame.

 

E che dirai se il diavolo ti tenta dicendoti: Se tu fossi cristiano faresti miracoli come ne fecero, molti antichi cristiani? Ingannato da questo malvagio suggerimento, ti potrebbe venire la voglia di tentare il Signore Dio tuo, dicendogli: Se sono cristiano, se lo sono dinanzi ai tuoi occhi e tu mi annoveri nel numero dei tuoi, concedimi di fare anch'io qualcuna delle gesta che compirono i tuoi santi. Hai tentato Dio pensando che non saresti cristiano se non facessi tali cose. Molti sono caduti proprio per il desiderio di tali gesta portentose... Ebbene, che cosa devi rispondere per non tentare Dio se il diavolo ti tentasse dicendoti: Fa' miracoli? Rispondi ciò che rispose il Signore. Il diavolo gli disse: Gettati giù, perché sta scritto che egli ha comandato ai suoi angeli di occuparsi di te, di sollevarti nelle loro mani perché tu non inciampi con il piede nella pietra (Mt 4, 6). Voleva suggerirgli: Se ti butterai giù gli angeli ti sosterranno. Poteva certamente accadere, fratelli, che, se il Signore si fosse buttato nel vuoto, gli angeli devotamente avrebbero sostenuto la sua carne. Invece egli che cosa rispose? Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Tu mi credi un uomo, rispose. Per questo infatti il diavolo gli si era avvicinato, per provare se fosse o no Figlio di Dio. Egli vedeva solo la carne, mentre la maestà si palesava attraverso le opere, e gli angeli gliene avevano reso testimonianza. Il diavolo dunque lo vedeva mortale e per questo lo tentò; ma la tentazione di Cristo è stata di grande ammaestramento per il cristiano. Che cosa è dunque ciò che sta scritto? Non tenterai il Signore Dio tuo! Non tentiamo perciò il Signore dicendo: Se apparteniamo a te, concedici di fare miracoli.

 

IN BREVE...

(Cristo) si è fatto per noi via in questo esilio, in modo che noi camminando in lui non ci smarriamo, non veniamo meno, non ci imbattiamo nei ladroni, non cadiamo nelle trappole. (En. in Ps. 90, d. 2, 1)

 

 

 

 

 

Vigilate. Il vostro nemico, il diavolo,

come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare.

Resistetegli saldi nella fede.

(1 Pt 5, 8-9)

 

 

L’uomo, grande abisso: chi può conoscere cosa si nasconda nel suo cuore, se non Dio solo? E perché l’uomo possa per lo meno rendersi cosciente di una tale condizione è messo alla prova da Dio. Dio tenta, ma in modo differente dal diavolo: non per suscitare un atto di ribellione, ma per rivelare all’uomo "qualcosa che prima gli era nascosto", quelle cose che risultano "occulte allo stesso uomo entro cui sono". L’azione di Dio è pedagogica: Egli non acconsente che l’uomo subisca una tentazione superiore alle sue forze. A colui che si mantiene fedele è promessa "la corona della vita" (Ap 2, 10). La Bibbia racconta i casi di numerose tentazioni di Dio nei confronti dell’uomo: l’esempio più conosciuto è quello di Abramo e del figlio Isacco.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 2, 3)

 

Dio tenta l’uomo, perché l’uomo conosca se stesso

Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell'uomo è occulto. L'uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L'uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l'uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell'uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l'occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l'Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l'uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.

 

IN BREVE...

La onnipotente tua mano non è lontana da noi neanche quando noi siamo lontani da Te... O Signore, tu colpisci, ma per risanare; ci uccidi, perché non si muoia lontani da Te. (Confess. 2, 2)

 

 

 

MARTEDÌ

 

Non ricordare i peccati della mia giovinezza:

ricordati di me nella tua misericordia,

per la tua bontà, Signore.

(Sal 25, 7)

 

INTRODUZIONE

Le piccole gocce, se continue ed insistenti, riempiono i fiumi o scavano la pietra; analogamente i piccoli e quotidiani peccati, pur nella loro levità, sono capaci, proprio perché numerosi, di condurre l’uomo alla morte. "Sono lievi, non sono gravi": è la giustificazione istintiva che l’uomo formula confrontandosi con colpe maggiori. Una tale affermazione pecca di autosufficienza da parte dell’uomo. Quali i rimedi che la Scrittura propone per ovviare ad una simile fragilità umana? Applicarsi alle opere di misericordia corporale e spirituale, alla preghiera, ai digiuni e alle elemosine; ad essi Agostino aggiunge in altri discorsi il pianto e la contrizione del cuore.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 9, 17)

 

Guardarsi dai peccati lievi e numerosi

Se delle seduzioni mondane cercano di insinuarsi nella vostra anima, applicatevi alle opere di misericordia, attendete all'elemosina, al digiuno, alla preghiera. Con questi mezzi infatti vengono rimessi i peccati quotidiani, che non possono non insinuarsi nell'anima, a causa della fragilità umana. Non trascurarli perché sono meno gravi, ma temi per il fatto che sono molti. Fate attenzione, fratelli miei. Sono lievi, non sono gravi. Non è una bestia grande come un leone, che possa scannarti con un solo morso. Ma la maggior parte delle volte anche gli animaletti piccoli, se molti, possono uccidere. Se uno viene gettato in un luogo pieno di pulci, non vi muore forse? Non sono grandi, ma la natura umana è debole e può essere uccisa anche da animali minutissimi. Così anche i piccoli peccati; voi fate osservare che sono piccoli: state attenti, però, perché sono molti. Quanto sono fini i granelli di sabbia! Ma se in una nave ce se ne mettono troppi la sommergono fino a farla colare a picco. Quanto sono minute le gocce della pioggia! Tuttavia non fanno straripare i fiumi e crollare gli edifici? Perciò non trascurate questi piccoli peccati. Ma direte: "E chi può essere senza di essi?". Perché tu non dicessi questo - poiché veramente nessuno potrebbe - Dio misericordioso, vedendo la nostra fragilità, pose contro di essi dei rimedi. Quali sono i rimedi? Le elemosine, i digiuni, le preghiere: sono questi tre. Perché tu possa pregare con sincerità, bisogna fare elemosine perfette. Quali sono le elemosine perfette? Queste: che quanto ti abbonda lo dia a chi non l'ha, e quando qualcuno ti offende, lo perdoni.

 

IN BREVE...

In quanto uomini non possiamo evitare le cadute; quel che importa non è ignorarle o minimizzarle. I fiumi che straripano non sono fatti di piccole gocce? Una piccola infiltrazione non riparata in tempo provoca a lungo andare l’affondamento della barca. (Serm. 58, 9-10)

 

 

 

 

 

Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;

lo fece a immagine della propria natura.

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo.

(Sap 2, 23-24)

 

INTRODUZIONE

Agostino invita l’uomo peccatore ad un onesto esame di coscienza, che ne metta in luce la responsabilità di fronte al male. Se il peccato è la perversione della volontà umana, che si rivolge a beni inferiori piuttosto che cercare il Bene Sommo, allora non può attribuirsi che all’uomo. Allo stesso modo l’uomo non deve cadere nella tracotanza e nell’orgoglio, riconoscendo come proprio il bene che compie. Il bene viene da Dio, il male dall’uomo: di qui ne deriva il principio agostiniano, secondo il quale l’uomo elimini da sé la sua opera di peccatore, per lasciare spazio in sé all’opera redentrice di Dio.

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 16/B, 1-2)

 

Il bene che compi è Dio a compierlo; il male che fai, sei tu a farlo

Se dei tuoi peccati tu vuoi dare ad altri la colpa, come ho detto, o alla fortuna o al destino o al diavolo, e non a te stesso; oppure se delle tue opere buone a te stesso vuoi dare il vanto e non a Dio, saresti perverso. Invece, qualunque male tu faccia, lo fai per tua malizia, e qualunque bene tu faccia, lo fai per grazia di Dio.

 

Ma considerate come certi uomini, anche non volendo, vanno talmente avanti nella bestemmia fino a mettere sotto accusa Dio stesso. Quando uno comincia ad accusare la fortuna dicendo che essa lo ha costretto a peccare o che essa ha peccato in lui, quando comincia ad accusare il destino, gli si può chiedere: "Ma la fortuna che cos'è? Che cos'è il destino?". Quegli cercherà di dire che al peccato lo hanno portato le stelle. Vedete come a poco a poco la sua bestemmia cammina verso Dio. Le stelle infatti chi le ha poste nel cielo? Non forse Dio, creatore di tutto? Se dunque lui vi ha posto queste stelle, ed esse ti costringono a peccare, non ti par che sia lui l'autore dei tuoi peccati? Vedi, o uomo, quanto sei perverso! Mentre Dio accusa i tuoi peccati non per punirtene, ma perché, punendo quelli, tu ne sia liberato, tu nella tua perversità, se fai qualcosa di buono l'attribuisci a te, se fai qualcosa di cattivo l'attribuisci a Dio. Ravvediti da questa perversità. Correggiti, comincia a contraddire te stesso e a parlare diversamente a te stesso. Prima che cosa dicevi? "Il bene che faccio, lo faccio io; il male che faccio, lo fa Dio". La verità è ben altra: il bene che fai è Dio che lo fa, il male che fai, sei tu che lo fai. Se l'intendi in questo modo, non è inutile il tuo canto: Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

Perché se ciò che è male lo fa Iddio e ciò che è bene lo fai tu, tu dici contro Dio un'iniquità. Sentite su questo che cosa dice il salmo: Non alzate la testa contro il cielo e non dite iniquità contro Dio (Sal 74, 6). Era infatti un'iniquità quella che dicevi contro Dio, per cui tutto il bene lo volevi attribuire a te e tutto il male a lui. Alzando la testa superbamente dicevi iniquità contro Dio. Solo umiliandoti puoi parlare con equità. E quale è l'equità che esprimerai umiliandoti? Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

IN BREVE...

La carità è la radice di tutte le opere buone. Come la cupidigia è la radice di tutti i mali (1 Tim 6, 10), così la radice di tutti i beni è la carità. (Serm. 223/E, 2)

 

 

 

 

Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito,

che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

(Lc 15, 7)

 

INTRODUZIONE

Nell’attesa della seconda venuta del Figlio di Dio, quando giudicherà il mondo alla fine dei tempi, la Chiesa vive il tempo della misericordia. Dio nella sua grandezza d’animo dà testimonianza di pazientare, di offrire sempre una nuova occasione di pentimento al peccatore, prolungandogli i giorni di vita. Tuttavia il perdono di Dio esige che il peccatore sia disposto a perdonare il prossimo. Accusare gli altri per scusare se stessi affretta il tempo della condanna da parte di Dio. Il perdono negato al fratello si ritorcerà inevitabilmente su se stessi, perché con la misura con la quale si misura, saremo misurati (Cf. Mt 7, 2).

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 17, 5)

 

È questo il tempo della misericordia nel quale ci è dato di correggerci

Ora infatti, quando tu compi il male, ti sembra di esser buono, perché non vuoi vedere te stesso. Rimproveri gli altri, ma a te non guardi; accusi gli altri, ma a te stesso non pensi; gli altri li metti davanti ai tuoi occhi, ma te stesso poni dietro la tua schiena. Io invece, quando ti incolperò, farò il contrario. Ti prenderò via dalla tua schiena e ti porrò davanti ai tuoi occhi. Allora ti vedrai e ti piangerai. Ma non ci sarà più la possibilità di cambiarti. Tu trascuri il tempo della misericordia: verrà il tempo del giudizio. Tu stesso infatti mi hai cantato nella chiesa: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore 14. È dalla nostra bocca che risuona, dappertutto le chiese rintronano a Cristo: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore. È questo il tempo della misericordia e ci possiamo correggere; non è ancora arrivato il tempo del giudizio. C'è ancora modo; c'è ancora tempo. Abbiamo peccato, correggiamoci. Non è ancora finita la strada; il giorno non è ancora spirato, non ancora concluso. E non ci si disperi, il che sarebbe peggio; perché proprio per i peccati umani e scusabili, tanto più frequenti quanto più piccoli, Dio ha costituito nella sua Chiesa dei tempi di misericordia preventiva, cioè quella medicina quotidiana, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 15. Per queste parole infatti con faccia pulita ci accostiamo all'altare, per queste parole con faccia pulita comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo.

 

IN BREVE...

Vi piacciono queste parole; io però voglio i fatti. Non vogliate rattristarmi col vostro cattivo comportamento, perché la mia gioia in questa vita non è se non la vostra buona vita. (Serm. 17, 7)

 

 

 

 

Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto

ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa

(1Gv 1, 8-9)

 

INTRODUZIONE

La vita presente non è vita a paragone di quella eterna (Cf. Serm. 16, 1). L’uomo vive in sé la tensione tra la bontà dell’opera di Dio e la malvagità connessa al peccato. San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 7, 19), sintetizza questo pensiero nell’assioma: "Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". L’uomo è pertanto un vero enigma: la sua interiorità è positiva, la sua prassi negativa. Egli necessita di un intervento esterno, che l’aiuti a superare lo scollamento tra ciò che è e ciò che fa. Tale aiuto è frutto dalla grazia divina: è la luce che apre gli occhi ottenebrati dal peccato, che invita ad uscire allo scoperto, ad operare la verità e secondo Verità. "Chi opera la verità condanna in se stesso le azioni cattive"; implora da Dio il perdono e, ricreato nel suo cuore, vive vigilante nell’attesa che risplendi la luce di Cristo.

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 12, 13-14)

 

Condanna i tuoi peccati per unirti a Dio

Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l'opera tua e ami in te l'opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l'avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d'avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.

 

Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell'orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l'omicidio, il furto, l'adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d'intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone - gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.

 

IN BREVE...

Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso: con la tua mano frughi nelle mie viscere di morte e purifichi l’abisso di corruzione che è nel mio animo, nel momento in cui non volli più ciò che prima volevo e volli invece ciò che volevi tu. (Confess. 9, 1)

 

 

 

 

Non conformatevi alla mentalità di questo secolo,

ma trasformatevi rinnovando la vostra mente,

per poter discernere la volontà di Dio,

ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

(Rom 12, 2)

 

INTRODUZIONE

Il peccato ha introdotto nel tempo la morte: ad essa nessuno può sottrarsi. Tuttavia la morte non domina indisturbata la scena del pellegrinaggio terreno, che si muove tra le vie di una città, Babilonia, assunta a simbolo della schiavitù del peccato. Nel tempo infatti è posta anche una promessa, la speranza di un compimento della storia che si realizzerà pienamente in un’altra città, la Gerusalemme celeste, la "gran madre celeste", che accoglie i figli redenti dal sacrificio di Cristo. La beatitudine in cielo è la vita in Dio; ma il suo inizio parte dalla dimensione terrena, con il desiderare ardentemente di vivere Deo, di vivere per Dio e con Dio, nell’attesa di godere della vita autentica che non avrà mai fine. Primo passo: gareggiare nell’accostarsi a Dio con un cuore contrito, che muova guerra al peccato: "È sicuramente meglio combattere contro i propri vizi che lasciarsi dominare da essi senza alcuna resistenza... nella speranza della pace eterna" (De civ. Dei 21, 15).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 216, 4)

 

La conversione è il passo necessario per guadagnare la vita eterna

Accostatevi dunque a lui con la contrizione del cuore, perché egli è vicino a chi ha il cuore contrito e vi salverà per i vostri spiriti affranti (cf. Sal 33, 19). Accostatevi a gara, per essere illuminati (cf. Sal 33, 6). Perché voi siete ancora nelle tenebre e le tenebre sono in voi. Ma sarete luce nel Signore (cf. Ef 5, 8), il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Vi siete conformati al secolo, ora convertitevi a Dio. Vi rincresca finalmente della schiavitù di Babilonia. Ecco Gerusalemme, la gran madre celeste, vi viene incontro lungo la via, invitandovi gioiosamente, e vi supplica perché desideriate la vita e amiate di vedere giorni buoni (cf. Sal 33, 13), giorni che mai avete avuto né mai potrete avere quaggiù. Quaggiù infatti i vostri giorni si dissolvevano come fumo; più crescevano, più diminuivano; più crescevate in essi, più venivate meno; più salivate in sù, più svanivate. Avete vissuto al peccato per anni numerosi e cattivi, desiderate ora di vivere a Dio; desiderate non molti di quegli anni che debbono aver fine e che corrono per perdersi nell'ombra della morte, ma quelli buoni, quelli vicini veramente alla vita autentica, in cui non vi indebolirete per fame o per sete, perché vostro cibo sarà la fede, vostra bevanda la sapienza. Adesso infatti nella Chiesa benedite il Signore nella fede 16, allora invece nella visione sarete abbondantemente dissetati alle sorgenti di Israele.

 

IN BREVE...

 

Tu stesso esàminati. Sempre ti dispiaccia quello che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Perché dal momento che sei soddisfatto di te stesso sei fermo. Se dici: "Basta!", sei perduto. Sempre aggiungi, sempre cammina, sempre progredisci; non fermarti per via, non tornare indietro, non uscire di strada... Va meglio uno zoppo per la strada che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 18)

Amare nel cuore di Dio ogni giorno

Tu abiti nella nostra vita 

 

Sant'Agostino

 

Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d'ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio ( 10, 6, 8).

 

La felicità

Come ti cerco, dunque Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te (10, 20, 29).

 

La vera felicità

Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C'è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te, e fuori di questa non ve n'è altra. Chi crede ve ne sia un'altra, persegue un altro godimento, non il vero. Tuttavia da una certa immagine di godimento la loro volontà non si distoglie (10, 22, 32).

 

Dio, di te mi ricordo...

Ecco quanto ho spaziato nella mia memoria alla tua ricerca, Signore; e fuori di questa non ti ho trovato. Nulla di te ho trovato, dal giorno in cui ti conobbi, che non sia stato un ricordo; perché dal giorno in cui ti conobbi, non ti dimenticai. Dove ho trovato la verità, là ho trovato il mio Dio, la Verità persona; e non ho dimenticato la Verità dal giorno in cui la conobbi. Perciò dal giorno in cui ti conobbi, dimori nella mia memoria, e là ti trovo ogni volta che ti ricordo e mi delizio di te. E' questa la mia santa delizia, dono della tua misericordia, che ebbe riguardo per la mia povertà (10, 24, 35).

 

Tu abiti nella mia memoria

Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l'onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo là, fra immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure li ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito ricorda anche se medesimo, ma neppure là tu eri, poiché, come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, quale gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro, così non sei neppure lo spirito stesso, essendo il Signore e Dio dello spirito, e mutandosi tutte queste cose, mentre tu rimari immutabile al di sopra di tutte le cose. E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi, e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te (10, 25, 36).

 

Dove ti trovai?

Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lì non v'è spazio dovunque: a allontaniamo, ci avviciniamo, e non v'è spazio dovunque. Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma volere piuttosto ciò che da te ode (10, 26, 37).

 

Tardi ti amai...

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (10, 27, 38)

 

La vera vita

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato: tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare.

 

Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell'avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l'asprezza dell'avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta? (10, 28, 39).

 

Da' ciò che comandi

Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: "Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono". La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell'unità, che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi (10, 29, 40).

 

Fortificami, affinché io sia potente

Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l'uomo, e si era perduto e fu ritrovato. Neppure l'Apostolo trovò in sé il suo potere, essendo polvere anch'egli, ma il tuo soffio gli ispirò le parole che tanto amo, quando disse: Tutto posso in colui che mi fortifica. Fortificami, affinché io sia potente; da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Quest'uomo riconosce i doni ricevuti, e, se si gloria, si gloria nel Signore; da un altro udii chiedere questa grazia: "Toglimi la concupiscenza del ventre". Ne risulta, santo Dio mio, che è un dono tuo, se facciamo ciò che ordini di fare (10, 31, 45).

 

Liberami da ogni tentazione

Tu, Padre buono, mi insegnasti che "tutto è puro per i puri", ma fa "male un uomo a mangiare con scandalo degli altri"; che ogni tua creatura è buona, e non si deve "respingere nulla di ciò che si prende rendendo grazie"; che "non è l'alimento a raccomandarci a Dio"; che "nessuno ci deve giudicare dal cibo o dalla bevanda che prendiamo", e "chi mangia non deve disprezzare chi non mangia, come chi non mangia non deve giudicare chi mangia". Ora lo so, e ti siano rese grazie e lodi, Dio mio, mio maestro, per aver bussato alle mie orecchie e illuminato la mia intelligenza. Liberami da ogni tentazione. Io non temo l'impurità delle vivande, temo l'impurità del desiderio (10, 31, 46).

 

O luce!

O Luce, che vedeva Tobia quando, questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi; che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli; che vedeva Giacobbe quando, privato anch'egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurate nei suoi figlioli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente. Questa è la Luce, è l'unica Luce, è un'unica cosa coloro che la vedono e l'amano.

 

Viceversa questa luce corporale di cui stavo parlando insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto, l'attirano nel tuo inno anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere. Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio i miei piedi, come fai continuamente, poiché vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparli di là, mentre io ad ogni passo son fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai né sonnecchierai, custode d'Israele (10, 34, 52).

 

Sii tu la nostra gloria

Ma noi, Signore, siamo, ecco, il tuo piccolo gregge. Tienici dunque, stendi le tue ali, e ci rifugeremo sotto di esse. Sii tu la nostra gloria. Ci si ami per te, e in noi sia temuta la tua parola (10, 36, 59).

 

Signore, rivelami il mio animo

Ma ecco che in te, Verità, vedo come le lodi che mi si tributano non debbano scuotermi per me stesso, ma per il bene del prossimo. Se io sia già da tanto, non lo so. Qui conosco me stesso meno di come conosco te. Ti scongiuro, Dio mio, di rivelarmi anche il mio animo, affinché possa confessare ai miei fratelli, da cui aspetto preghiere, le ferite che vi scoprirò. M'interrogherò di nuovo, con maggiore diligenza: se nelle lodi che mi vengono tributate è l'interesse del prossimo a scuotermi, perché mi scuote meno un biasimo ingiusto rivolto ad altri che a me? perché sono più sensibile al morso dell'offesa scagliata contro di me, che contro altri, e ugualmente a torto, davanti a me? Ignoro anche questo? Non rimane che una risposta: io m'inganno da solo e non rispetto la verità davanti a te nel mio cuore e con la mia lingua. Allontana da me una simile follia, Signore, affinché la mia bocca non sia per me l'olio del peccatore per ungere il mio capo (10, 37,

 

O verità, vieni!

O Verità, quando non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiedevo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi. Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme in modi mirabili d'innumerevoli dovizie, li considerai sbigottito, né avrei potuto distinguervi nulla senza il tuo aiuto; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. E neppure questa scoperta fu mia. Perlustrai ogni cosa, tentai di distinguerle, di valutarle ognuna secondo il proprio valore, quelle che ricevevo trasmesse dai sensi e interrogavo, come quelle che percepivo essendo fuse con me stesso. Investigai e classificai gli organi stessi che me le trasmettevano: infine entrai nei vasti depositi della memoria e rivoltai a lungo alcuni oggetti, lasciai altri sepolti e altri portai ana luce. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo non erano te. Tu sei la luce permanente, che consultavo sull'esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Udivo i tuoi insegnamenti e i tuoi comandamenti. Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi della stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto 1~ si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m'introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice ( 10, 40, 65).

 

Tu sei la Verità

Perciò considerai le mie debolezze peccaminose sotto le tre forme della concupiscenza e invocai per la mia salvezza l'intervento della tua destra. Vidi, pur col cuore ferito, il tuo splendore e, abbagliato, dissi: "Chi può giungervi?". Fui proiettato lontano dalla vista dei tuoi occhi. Tu sei la verità che regna su tutto, io nella mia avidità non volevo perderti, ma volevo possedere insieme a te la menzogna, come nessuno vuole raccontare il falso al punto d'ignorare egli stesso quale sia il vero. Così ti persi, poiché tu non accetti di essere posseduto insieme alla menzogna (10, 41, 66).

 

Quanto amasti noi!

Quanto amasti noi, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali egli, non giudicando una usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire in croce, lui, l'unico a essere libero fra i morti, avendo il potere di deporre la sua vita e avendo il potere di riprenderla, vittorioso e vittima per noi al tuo cospetto, e vittorioso in quanto vittima; sacerdote e sacrificio per noi al tuo cospetto, e sacerdote in quanto sacrificio; che ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte, e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell'uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi (10, 43, 69).

 

Signore, che io viva per te!

Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, confortandomi con queste parole: "Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro". Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; contemplerò le meraviglie della tua legge. Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità, ammaestrami e guariscimi. Il tuo unigenito, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di lui insieme a quanti se ne nutrono e saziano. Loderanno il Signore coloro che lo cercano (10, 43, 70).

 

Confesso le mie miserie e le tue misericordie

Ignori forse, Signore, per essere tua l'eternità, ciò che ti dico, o vedi per il tempo ciò che avviene nel tempo? Perché dunque ti faccio un racconto particolareggiato di tanti avvenimenti? Non certo perché tu li apprenda da me. Piuttosto eccito in me e in chi li leggerà l'amore verso la tua persona. Tutti dovremo dire: "E' grande il Signore e ben degno di lode". Già lo dissi e lo dirò di nuovo: per amore del tuo amore m'induco a tanto. Noi preghiamo, certo; però la Verità dice: "Il Padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate". Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata: affinché noi cessiamo di essere infelici in noi e ci rallegriamo in te che ci chiamasti a essere poveri nello spirito, e miti e piangenti, e affamati e assetati di giustizia, e misericordiosi e mondi in cuore, e pacifici. Ecco dunque ch'io ti narrai molti fatti, come potei e volli. Il primo a volere che mi confessassi a te, Signore Dio mio, poiché sei buono, poiché la tua misericordia è eterna, fosti tu (11, 1, 1).

 

Dammi ciò che amo!

Signore Dio mio, presta ascolto alla mia preghiera: la tua misericordia esaudisca il mio desiderio, che non arde per me solo, ma vuole anche servire alla mia carità per i fratelli. Tu vedi nel mio cuore che è così. Lascia che ti offra in sacrificio il servizio del mio pensiero e della mia parola, e prestami la materia della mia offerta a te. Sono misero e povero, tu ricco per tutti coloro che ti invocano, tu senza affanni, che ti affanni per noi. Recidi tutt'intorno alle mie labbra, dentro e fuori, ogni temerità e ogni menzogna. Siano le tue Scritture le mie caste delizie; ch'io non m'inganni su di esse, né inganni gli altri con esse. Signore, guarda e abbi pietà. Signore Dio mio, luce dei ciechi e virtù dei deboli, e tosto luce dei veggenti e virtù dei forti; volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall'abisso. Se non fossero presenti anche nell'abisso le tue orecchie, dove ci volgeremo? a che grideremo?

 

Tuo è il giorno e tua la notte, al tuo cenno trasvolano gli istanti. Concedimene un tratto per le mie meditazioni sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa. Non senza uno scopo, certo, facesti scrivere tante pagine di fitto mistero; né mancano, quelle foreste, dei loro cervi, che vi si rifugiano e ristorano, vi spaziano e pascolano, vi si adagiano e ruminano. O Signore, compi la tua opera in me, rivelandomele. Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce una voluttà superiore a tutte le altre. Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. Ti confesserò quanto scoprirò nei tuoi libri. Oh, udire la voce della tua lode, abbeverarsi di te, contemplare le meraviglie della tua legge fin dall'inizio, quando creasti il cielo e la terra, e fino al regno eterno con te nella tua santa città (11, 2, 3).

 

Signore, apri i recessi delle tue parole

Signore, abbi pietà di me ed esaudisci il mio desiderio. Non credo sia desiderio di cose terrene, di oro e argento e pietre preziose, o di vesti fastose, o di onori e potere, o di piaceri carnali, o di beni necessari al corpo durante il nostro pellegrinaggio in questa vita. Tutte queste cose ci vengono date in aggiunta, se cerchiamo il tuo regno e la tua giustizia. Vedi, Dio mio, ove s'ispira il mio desiderio. Gli empi mi hanno descritto le loro voluttà, difformi però dalla tua legge, Signore, e a questa s'ispira il mio desiderio. Vedi, Padre, guarda e vedi e approva, e piaccia agli occhi della tua misericordia che io trovi favore presso di te, affinché si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso. Ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo, figlio tuo, eroe della tua destra, figlio dell'uomo, che stabilisti per te mediatore fra te e noi, per mezzo del quale ci cercasti mentre non ti cercavamo, e ci cercasti affinché ti cercassimo; il tuo Verbo, con cui creasti l'universo, e in esso me pure; il tuo Unigenito, per mezzo del quale chiamasti all'adozione il popolo dei credenti, e fra esso me pure. Per lui ti scongiuro, che siede alla tua destra e intercede per noi presso di te; in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza. Questi tesori appunto cerco nei tuoi libri. Mosè ne scrisse, egli stesso lo afferma, lo afferma la Verità (11, 2, 4).

 

Dammi ciò che amo!

Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi. Lascia che vi penetri e s'illuminino al lume della tua misericordia, Signore. Chi interpellare su questi argomenti, a chi confessare la mia ignoranza più vantaggiosamente che a te, cui non è sgradito il mio studio ardente, impetuoso delle tue Scritture? Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Dammi, o Padre, che davvero sai dare ai tuoi figli doni buoni; dammi, poiché mi sono proposto di conoscere e mi attende un lavoro faticos, finché tu mi schiuda la porta. Per Cristo ti supplico, in nome di quel santo dei santi nessuno mi disturbi. Anch'io ho creduto, perciò anche parlo. Questa è la mia speranza, per questa vivo: di contemplare le delizie del Signore (11, 22, 28).

 

Nel piccolo il grande

O Dio, concedi agli uomini di scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà (11, 23, 29).

 

Dio mio, non mento!

Ecco, Dio mio, davanti a te che non mento: quale la mia parola, tale il mio cuore. Tu, Signore Dio mio, illuminando la mia lucerna illuminerai le mie tenebre (11, 25, 32).

 

Insisti, spirito mio

Insisti, spirito mio, e fissa intensamente il tuo sguardo. Dio è il nostro aiuto, egli ci fece, e non noi. Fissa il tuo sguardo dove albeggia la verità (11, 27, 34).

 

Signore, padre mio eterno!

Ma poiché la tua misericordia è superiore a tutte le vite, ecco che la mia vita non è che distrazione, mentre la tua destra mi raccolse nel mio Signore, il figlio dell'uomo, mediatore fra te, uno, e noi, molti in molte cose e con molte forme, affinché per mezzo suo io raggiunga Chi mi ha raggiunto e mi ricomponga dopo i giorni antichi seguendo l'Uno. Dimentico delle cose passate, né verso le future, che passeranno, ma verso quelle che stanno innanzi non disteso, ma proteso, non con distensione, ma con tensione inseguo la palma della chiamata celeste. Allora udrò la voce della tua lode e contemplerò le tue delizie, che non vengono né passano. Ora i miei anni trascorrono fra gemiti, e il mio conforto sei tu, Signore, padre mio eterno. Io mi sono schiantato sui tempi, di cui ignoro l'ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplicità tumultuose. Fino al giorno in cui, purificato e liquefatto dal fuoco del tuo amore, confluirò in te (11, 29, 39).

 

Signore, quale abisso il tuo segreto!

Signore Dio mio, quale abisso il tuo profondo segreto, e come me ne hanno gettato lontano le conseguenze dei miei peccati! Guarisci i miei occhi, e parteciperò alla gioia della tua luce. Certo, se esistesse uno spirito di scienza e prescienza così potente da conoscere tutto il passato e il futuro come io una canzone delle più conosciute, susciterebbe, questo spirito, meraviglia e quasi sacro terrore, poiché nulla gli sfuggirebbe sia delle età già concluse, sia di quelle che rimangono: come a me che canto non sfugge sia la parte della canzone già passata dopo l'esordio, sia quella che resta fino alla fine.

 

 

Lontana invece l'idea che, creatore dell'universo, creatore delle anime e dei corpi, tu così conosci tutto il futuro e il passato! Tu assai, assai più mirabilmente e assai più misteriosamente. A chi canta o ascolta una canzone conosciuta, l'attesa delle note future e il ricordo delle passate modifica il sentimento e tende il senso. Nulla di simile accade a te, immutabilmente eterno, ossia davvero eterno creatore delle menti. Come conoscesti in principio il cielo e la terra senza modificazione della tua conoscenza, così creasti in principio il cielo e la terra senza tensione della tua attività. Chi lo capisce ti confessi, e anche chi non lo capisce ti confessi. Oh, quanto sei elevato! Eppure quanti si abbassano in cuore sono la tua casa. Tu infatti sollevi gli abbattuti, e non cadono quanti hanno in te la loro elevatezza (11, 31, 41).

La contemplazione in Sant'Agostino

 

 

Coltivare la vita spirituale

 

Agostino ha parlato a lungo di questo argomento e in particolare delle relazioni tra contemplazione ed azione. Non poteva essere diversamente: era un uomo immerso nell'azione, ma che portava nel cuore il desiderio bruciante della contemplazione. Nella vita aveva raggiunto, anche se non senza profonde tensioni 1, una sintesi tra l'una e l'altra; altrettanto fece nella dottrina. L'espressione più efficacemente riassuntiva è un testo della Città di Dio, dove l'opposizione tra vita contemplativa e apostolato viene risolta attraverso l'amore della verità e le esigenze dell'amore con la mediazione del godimento della verità. Eccolo con le sue stesse parole: " L'amore della verità cerca la quiete della contemplazione, l'esigenza dell'amore accetta le occupazioni dell'apostolato. Se nessuno c'impone questo fardello, dobbiamo attendere alla ricerca e all'acquisto della verità; ma se ci è imposto, dobbiamo accettarlo per dovere della carità. Però, neppure in questo caso bisogna abbandonare il godimento della verità, perché non avvenga che, sottrattaci questa dolcezza, si resti oppressi da quella esigenza " 2. Mi sembra di vedere in queste parole, scrivevo altrove, tre grandi principi, che si potrebbero enunciare così: il primato della vita contemplativa; la necessità di accettare la vita attiva, cioè il servizio della Chiesa, quando il bisogno lo richieda; l'obbligo di conservare, anche nelle fatiche della vita attiva, il gusto degli esercizi propri della vita contemplativa 3.

 

Dei tre principi, a noi qui interessa soprattutto il primo. Mi fermerò su di esso.

 

1) Primato della contemplazione

 

Agostino ne parla spesso e con profonda convinzione. In particolare a proposito di Lia e Rachele, amate ambedue da Giacobbe, ma la prima in grazia della seconda 4; di Marta e Maria, le due sorelle di Lazzaro, che rappresentano due generi di vita, attivo e contemplativo, ambedue buoni e lodevoli, ma il secondo migliore del primo 5; di Pietro e Giovanni, dei quali uno simboleggia la vita presente, l'altro la vita futura 6. Ecco alcuni testi. " Rachele rappresenta la speranza della contemplazione eterna di Dio, speranza che già racchiude in sé un'intelligenza certa e dilettevole della verità... Nessuno dunque, una volta liberato dalla grazia della remissione dei suoi peccati, si volge alle opere della giustizia se non per giungere alla quiete della contemplazione della parola che ci svela il Principio, cioè Dio: si ama quindi il servizio per amore di Rachele, non di Lia. Chi infatti potrebbe amare il peso di questo servizio e le inquietudini che esso comporta, chi potrebbe cioè amare quella vita per se stessa? ". Per questo " moltissimi, di acuta intelligenza, anelano allo studio e, benché capaci di governare, evitano tuttavia ogni attività a motivo delle sue preoccupazioni che provocano scompiglio, e si dedicano con tutto l'animo alla ricerca della verità " 7.

 

" (Le opere di misericordia) nascono da un bisogno contingente, la dolcezza della contemplazione nasce dall'amore... Ti potrebbe essere sottratto il peso del bisogno, mentre è eterna la dolcezza della verità. A Maria non sarà tolto quanto ha scelto; non solo, ma le sarà aumentato in questa vita e reso perfetto nell'altra, giammai tolto " 8. E ancora: " Di che cosa si dilettava Maria? Di che cosa si nutriva, che cosa beveva il suo avidissimo cuore? La giustizia, la verità. Si dilettava della verità, accoglieva la verità: vi era protesa, vi anelava; famelica, se ne nutriva; assetata, ne beveva: ne era ristorata, e la verità non diminuiva... Il vero godimento del cuore umano è nella luce della verità, nella sovrabbondanza della sapienza: non c'è piacere che possa paragonarsi in qualche modo (tanto meno poi essere maggiore) a questo godimento del cuore umano, purché il cuore sia giusto, sia santo " 9.

 

Il discorso agostiniano sul primato della contemplazione si riduce: a) al primato dell'amore della verità, che è il primato dell'amore di Dio vivo e vero; b) all'eternità della vita contemplativa a differenza di quella attiva, che dura solo in questa vita, dove ci sono i miseri che hanno bisogno di misericordia; c) all'altezza dei doni che l'accompagnano: è infatti legata al dono della sapienza, che il più alto dei doni dello Spirito Santo, e alla beatitudine della pace, la più alta tra le beatitudini.

 

Inutile dire che il vescovo d'Ippona, pur difendendo il primato della vita contemplativa, insiste sull'accettazione degli impegni della vita attiva quando i bisogni della Chiesa lo richiedono, cioè sulle esigenze dell'amore. Per questo, con felice intuizione e profonda originalità, insegna, attraverso la parola e l'esempio, a mettere insieme le scelte del monachesimo (preghiera e lavoro 10) e quelle del sacerdozio 11. Ma non è questo l'argomento che dobbiamo trattare qui.

 

Fa parte invece del nostro argomento mettere in rilievo che tra l'amore della verità o vita contemplativa e le esigenze dell'amore, o vita attiva, media, come si è accennato, il godimento della verità che fa parte della prima essendo il presupposto di essa, cioè il desiderio costante e la brama insoddisfatta di dedicarsi alle opere proprie della vita contemplativa.

 

Su questo tema Agostino ha toni ed accenti di commovente pietà. L'uomo di Dio " cerchi la gioia del silenzio, predichi solo secondo il bisogno...; godiamo dei beni interiori, negli esteriori sia la necessità non la volontà a guidarci " 12.

 

Parlando al popolo delle fatiche dell'apostolato e delle dolcezze della contemplazione, dice riferendosi a quest'ultima: " Nessuno più di me amerebbe una vita così sicura e tranquilla: niente di meglio, niente di più dolce che scrutare il divino tesoro lontano dai rumori del mondo; è cosa dolce e buona. Invece predicare, rimproverare, correggere, edificare, attendere ai bisogni di ciascuno è un gran peso, un gran carico, una grande fatica. Chi non rifuggirà da questa fatica? Ma mi spaventa il Vangelo " 13. Davvero lo atterriva il Vangelo. Esso gli comandava di pascere il gregge di Cristo, il che é, sì, un compito di amore (" Pascere il gregge del Signore è un impegno di amore " 14) ma un amore che impedisce di soddisfare come si vorrebbe un altro amore. Per questo comando del Vangelo, Agostino era restato 15 e restava sulla breccia, ma le sue preferenze erano ben altre: " Chiamo Cristo a testimonio delle mie parole, che per quanto riguarda il mio comodo preferirei molto più lavorare con le mie mani ogni giorno ad ore determinate, come si fa nei monasteri bene governati, ed avere poi le altre ore libere per leggere e pregare o per studiare la Scrittura, anziché soffrire il tormento e le perplessità delle questioni altrui, nelle quali pur bisogna intervenire o per dirimerle col giudizio o per finirle col proprio intervento... Ma - continua rassegnato - siamo servi della Chiesa e servi soprattutto dei membri più deboli di essa " 16.

 

In questa brama insoddisfatta della vita contemplativa pura c'è la testimonianza più bella dell'animo profondamente mistico del vescovo d'Ippona. Vediamo quali siano, nel suo pensiero, i momenti salienti di questa vita quando giunga, per quanto può giungere quaggiù, al suo apice. Sono essenzialmente tre: un'ascesa, un'intuizione, una "ricaduta". Ad essi si aggiunge il discorso sui frutti della contemplazione, che sono molti e preziosi.

 

2) Ascesa verso la contemplazione

 

È lunga e faticosa, perché suppone le dure fatiche della purificazione, delle quali è il premio " altissimo e segretissimo " 17.

 

Ho detto purificazione: il termine è filosofico, ma il contenuto evangelico. Agostino la ricollega alla beatitudine dei puri di cuore, e sentenzia: " Tutta la nostra opera in questa vita consiste nel purificare l'occhio del cuore allo scopo di vedere Dio " 18. Essa comprende quella assidua opera ascetica che serve non a mortificare ma a riordinare l'amore. " Nessuno vi dice: Non amate. Non sia mai! sareste pigri, morti, detestabili, miseri se non amate. Amate, ma state attenti a che cosa amate " 19.

 

Riordinare dunque l'amore, riportando ordine e pace dentro di noi: a tale scopo sono necessarie le opere dell'ascetismo cristiano, nelle quali occorre insistere in particolare nei primi passi della vita spirituale. Soprattutto sono necessarie, per elevarsi progressivamente verso la contemplazione, quelle opere che Agostino chiama le "delizie" delle anime consacrate, e cioè: " la lettura - che vuol dire studio, meditazione, ascolto della voce di Dio, dialogo con Dio -, l'orazione, la salmodia, i buoni pensieri, l'impegno in opere di bene, l'attesa della vita futura, l'elevazione del cuore " 20. Programma ascetico-mistico nel quale si muovono appunto le persone che sono più in alto nella vita dello spirito.

 

Da queste opere nasce il silenzio, quel prezioso silenzio interiore, che è per Agostino - e non solo per lui - la condizione indispensabile per il colloquio con Dio e per la contemplazione innamorata della bellezza divina. " La nostra anima ha bisogno di solitudine. Se l'anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio " 21. Per questo egli chiede appassionatamente a Dio questo silenzio: " Liberami, o mio Dio - scrive nella preghiera con cui chiude il suo De Trinitate -, liberami dalla moltitudine di parole di cui soffro nell'interno della mia anima... Infatti non tace il pensiero anche quando tace la lingua " 22.

 

Frutto di questo silenzio, non vuoto ma pieno, è quello di raccogliere tutte le potenze del nostro spirito in Dio. Ancora un testo agostiniano: " Che cosa facciamo quando ci sforziamo di essere sapienti se non raccogliere, per così dire, con la maggiore alacrità possibile, tutta la nostra anima in ciò che tocchiamo con la mente, e metterla lì e fissarcela stabilmente, di maniera che non goda più del suo bene privato con il quale si è avvinta alle cose transitorie, ma, spogliatasi di tutti gli affetti temporali e spaziali, afferri l'Essere ch'è uno ed è sempre lo stesso? " 23.

 

3) La contemplazione

 

Se l'ascesa è lunga e faticosa, la contemplazione invece, nel suo grado più alto, è rapida e folgorante, simile a un baleno, un battito del cuore, un'intuizione momentanea. Agostino la nota ogni volta che ne parla. " E pervenne (la mente) all'Essere stesso in un impeto di trepida visione " 24. " La cogliemmo un poco (la fonte della sapienza), con tutto l'impeto del cuore, e sospirammo " 25. " Allietati da una ineffabile dolcezza interiore, abbiamo potuto scorgere con l'occhio della mente qualcosa d'immutabile, anche se per un momento solo e di sfuggita " 26. " Una visione da non poterla sopportare lungamente " 27.

 

Ma pur nella sua momentaneità, essa è insieme " conoscenza e dilezione dell'Essere eterno e immutabile, Dio " 28. Una conoscenza non nozionale, dunque, ma sperimentale, cioè conoscenza amorosa e, pur nella sua oscurità, piena di luce. Nella contemplazione, quale Agostino la descrive, vi sono due elementi: la conoscenza e l'amore; importa infatti un "conoscere le cose divine" e insieme "toccarle" con la punta del cuore, un "raggiungerle", un "raccogliere" in esse tutte le proprie facoltà e il proprio essere.

 

Del resto è difficile esprimere a parole questa sublime esperienza. Anche chi l'ha avuta la esprime con difficoltà. Agostino non ha saputo dirci nulla di meglio, e ha detto stupendamente che talvolta il Signore lo introduceva in un sentimento interiore affatto sconosciuto, che se fosse cresciuto un poco sì da esser pieno, questa vita non sarebbe stata più questa vita 29. Si avrebbe torto però d'interpretare questa dottrina come una visione immediata di Dio. Agostino lo esclude. La vita contemplativa, scrive, è vissuta qui in terra nella fede, e solo " pochissimi (la vivono) in una qualche visione della verità immutabile, come in uno specchio, in maniera confusa, imperfettamente " 30. Né dai testi si può dedurre che egli stesso, Agostino, abbia qualche volta usufruito del privilegio della visione immediata di Dio 31.

 

4) La "ricaduta"

 

Dopo la rapida esperienza contemplativa che fa gustare, per un istante, qualcosa che non è di questa vita, il ritorno alle occupazioni abituali è sentito come una discesa, una "ricaduta" verso le cose che, in comparazione del bene gustato, non si amano più ma si sopportano in vista di quello. Agostino lo nota ogni volta che tocca l'argomento o narrando le sue esperienze personali o parlando al popolo.

 

" Non fui capace di fissarvi lo sguardo ", dice della prima esperienza che finì in un insuccesso. " Quando, rintuzzata la mia debolezza, tornai fra gli oggetti consueti, non riportavo con me che un ricordo amoroso e il rimpianto, per così dire, dei profumi di una vivanda che non potevo ancora gustare " 32.

 

La narrazione della celebre estasi di Ostia si conclude con queste meste parole: " ...E ridiscendemmo allo strepito delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine " 33; quella delle sue non infrequenti esperienze mistiche con parole diverse e identiche: " Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine " 34.

 

Di questa esperienza di ascesa, di intuizione e di "ricaduta", il vescovo d'Ippona parla anche al popolo (si veda, per esempio, lo splendido commento a quelle parole Dov'è il tuo Dio? 35), e la conclusione è sempre la stessa: il rammarico di tornare alla vita di quaggiù che scorre nel tempo ed è tormentata di tanti affanni, per cui ci si accorge di essere non tra quelli che " sopportano la morte " ma tra quelli che " sopportano la vita " 36; " ...Come per un contatto spirituale raggiunse quella luce immutabile, ma non poté, a causa della debolezza dello sguardo, sopportarne lo splendore, e ricadde, per così dire, nella sua malattia e nel suo languore; si paragonò ad essa e si accorse che l'occhio della mente non era ancora adatto a contemplare la luce della sapienza " 37.

 

5) I frutti

 

Il nostro dottore non ha mancato di mettere in rilievo i frutti preziosi e ricchissimi che derivano dall'esperienza mistica, anche se passeggera e momentanea. Li descrive nella Grandezza dell'anima, opera del neofita, ma d'un neofita già molto avanti nelle vie dello spirito: poco prima aveva avuto, insieme a sua madre, l'indimenticabile e sublime esperienza dell'estasi di Ostia.

 

Come questi frutti operassero nella sua vita l'ho accennato sopra. Qui un accenno all'aspetto più generale e teorico. Tra questi frutti, ho scritto altrove 38, ci sono in primo luogo quelli spirituali, come la chiara percezione della vanità delle cose terrene, le quali, se " considerate in se stesse sono ammirabili e belle ", invece " comparate ai beni eterni, sono come se non fossero ". Ma vi sono anche i frutti di ordine intellettuale, quelli che acuiscono lo sguardo della mente e potenziano la scienza teologica: " Riconosceremo allora quanto siano vere le verità che crediamo e quanto sapientemente e salutarmente in seno alla madre Chiesa siamo stati nutriti " con il latte della fede.

 

Vale la pena, terminando, citare un passo di quest'opera giovanile: esso esprime, meglio di ogni altro, il dischiudersi di una grande vita tutta dedita alle speculazioni del pensiero, agli impegni dell'apostolato e alle esperienze della mistica.

 

 

" Vedremo anche i tanti mutamenti e le vicissitudini della natura corporea che ubbidisce alle leggi divine, per cui la stessa resurrezione, che alcuni credono languidamente e altri non credono affatto, la riterremo per certa non meno dello spuntar del giorno dopo ogni tramonto. Così pure non baderemo a coloro che irridono l'incarnazione del Figlio di Dio e la sua nascita da una vergine e gli altri miracoli della storia della salvezza; come non badiamo a quei fanciulli, che, avendo visto un pittore dipingere copiando un quadro, s'immaginano che l'uomo non possa dipingere se non guardando un'altra pittura. Il diletto che si prova nella contemplazione della verità è così grande, così puro, così sincero, e dà tanta certezza della verità, che chi lo prova ritiene di non aver mai saputo le cose che prima credeva di sapere; e perché l'anima possa aderire integralmente alla Verità totale, non teme più la morte... che prima temeva, anzi la desiderava come un sommo acquisto " 


Felici in Dio! Sant'Agostino

“Dio ama ognuno di noi come se ci fosse solo uno di noi.”

 

Sant'Agostino

 

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui

e che ora vi annunziamo: Dio è luce

e in lui non ci sono tenebre".

 

(1 Gv 1, 5)

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 136/C, 1-3.5)

 

Vedere la luce di Dio

Le opere proprie di Cristo Signore, quelle che allora egli compì nei corpi, compie ora nei cuori. Sebbene non cessi affatto di operare anche in molti corpi, tuttavia nei cuori la sua azione è superiore. Se indubbiamente è gran cosa la vista della luce del cielo, quanto è più grande vedere la luce di Dio! A questo fine infatti sono risanati gli occhi del cuore, a questo vengono aperti, a questo sono purificati, affinché vedano la luce, che è Dio. Infatti Dio è luce, afferma la Scrittura, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1, 5); e il Signore nel Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Perciò noi che restiamo ammirati che questo cieco ora vede, con tutte le nostre forze, di cui Dio stesso ci fa dono, perseveriamo nella preghiera affinché i nostri cuori siano risanati ed anche purificati. A che giova infatti essere stati resi mondi dai peccati nel fonte battesimale e subito dopo tornare a macchiarsi con perfidi costumi?

 

Il compiersi progressivo di quest’opera del Signore, per la quale il cieco ebbe la luce degli occhi, induce a intravedere qualcosa di grande e di essenziale. Evidentemente il Signore Gesù Cristo poteva - e chi è che può dire: Non poteva? - toccargli gli occhi senza l’impasto di saliva e di fango, e subito rendergli, o piuttosto, dargli la vista. Poteva farlo. Che dovrei dire: Se avesse toccato? Che cosa egli non poteva fare con la parola se lo avesse voluto? Mediante la parola che cosa è impossibile alla Parola, non ad una parola qualsiasi, ma a quella che in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Questo Verbo in principio Dio presso Dio si fece carne per abitare in mezzo a noi (Gv 1, 1-2.14). […] Seguì perciò, nel curare questo cieco nato, nel quale era figurato il genere umano, nato cieco; seguì perciò anche il Signore un procedere graduale in quest’uomo da illuminare. Sputò in terra e fece del fango, poi con quello intriso di saliva spalmò gli occhi di lui.

 

Ma considera dove fu inviato a lavarsi il volto. Alla piscina di Siloe. Che significa "Siloe"? Opportunamente non lo tacque l’Evangelista: che significa "inviato" (Gv 9, 7). Chi è l’inviato se non colui del quale è detto: Ecco l'Agnello di Dio? In lui stesso viene lavato il volto e chi era stato spalmato vede, perché in Cristo Signore si realizzò ogni profezia. Chi non conosce Cristo procede impedito nella vista. Ma tale procedere graduale usato prima sugli occhi di quest’uomo, ebbe seguito anche nel cuore di lui. Ponete attenzione al modo di condurre l’interrogatorio da parte dei Giudei: Tu che dici di quest’uomo? Dico - rispose - che è un profeta (Gv 9, 17). Non aveva ancora lavato in Siloe gli occhi del cuore. Gli occhi in realtà erano già aperti, ma il cuore era ancora impedito. Quando aveva lavato il volto, rispose come poté, in quanto aveva il cuore impedito, non era ancora vedente. Dette ragione e di avere l’impasto – l’aveva cioè il suo cuore - e, invece, di aver avuto già aperti gli occhi del corpo.

 

Cerchiamo costui che ha già gli occhi aperti, tuttavia ha la vista del cuore ancora impedita. Pieni di sdegno i Giudei, vinti e per di più smascherati, furenti e accecati contro di lui che vedeva, lo cacciarono fuori. Nel momento in cui lo cacciarono fuori, allora entrò là, da dove i Giudei presenti nella casa di Dio non lo avrebbero potuto cacciare fuori. Quindi, cacciato fuori, trovò nel tempio il Signore che gli parlò - certamente era conosciuto da chi gli aveva reso la vista del corpo, restando coperto il cuore. Ora ha la vista del cuore, ora va a Siloe, perché ora riconosce l’Unigenito inviato -. Tu credi - dice - nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Come impedito, non ancora vedente. E il Signore: Lo hai visto e colui che parla con te è proprio lui. L’ascolto di queste parole equivale a lavare il volto del cuore. Finalmente quello, lavato già il volto, con la vista del cuore disse: Credo, Signore, e gli si prostrò innanzi, e lo adorò (Gv 9, 34-38).

 

 

 

 

Siamo luce per gli altri nelle nostre azioni in quanto riflettiamo la Luce che proviene dall’alto. Impariamo a riscoprire il primato di Dio nella nostra vita, a riconoscere come suoi quei meriti e quelle opere meravigliose che noi possiamo realizzare. Scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 10): Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)

 

Accorriamo a Cristo per ricevere la luce

Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: "vedeva"? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.

 

Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel suo tempio compie le sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.

 

 

 Dio è Padre di misericordia, con lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del ritorno del peccatore; è pronto alla sua accoglienza e al suo riscatto. A tale riguardo risulta consolante la profezia di Isaia (1, 18): Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Tuttavia Dio non fa violenza al peccatore, non gli impone la salvezza: attende che ci sia sempre un movimento di ritorno, un primo passo dell’uomo verso la conversione, che si compie attraverso l’ascolto e la docilità alla sua Parola (Is 1, 19).

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 135, 5.6-6.7)

 

Dio ascolta ed esaudisce i peccatori che si riconoscono tali

Nelle parole dell’uomo che era cieco c’è un non so che capace di turbare e forse indurre a perdere la speranza quanti non ne intendono il senso vero. Quello stesso uomo al quale furono aperti gli occhi, tra le altre espressioni, giunse ad asserire: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9, 31). Che facciamo, se Dio non ascolta i peccatori? Abbiamo il coraggio di supplicare Dio se non ascolta i peccatori? Datemi uno che preghi ed ecco c’è chi può esaudire. […] Dammi quel Pubblicano. Vieni, Pubblicano, poniti in mezzo, fa’ vedere la tua speranza, perché i deboli non cessino di sperare. Ecco infatti il Pubblicano salire a pregare e il Fariseo con lui; e a capo basso, tenendosi a distanza e battendosi il petto, diceva: Signore, abbi pietà di me peccatore. E si allontanò perdonato, a differenza di quel Fariseo (Lc 18, 10ss). Quello che disse: Abbi pietà di me peccatore, affermò il vero o il falso? Se disse il vero, era peccatore; e venne esaudito e fu perdonato. Che vuol dire allora ciò che hai detto tu dopo che il Signore ti aprì gli occhi: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori? Ecco, Dio ascolta i peccatori. Lava, però, il tuo volto interiore, si operi nell’intimo ciò che si è curato di fare al tuo aspetto esterno, e ti renderai conto che Dio ascolta i peccatori. Ti ha tratto in inganno il divagare della tua mente. C’è dell’altro che il Signore deve operare in te. Indubbiamente quel [cieco] venne espulso dalla sinagoga; il Signore lo apprese, lo incontrò e gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Guardava e non vedeva: guardava con gli occhi, ma con la mente non discerneva ancora. Gli affermò il Signore: Tu l’hai visto, e colui che parla con te è proprio lui. Allora, prostratosi, lo adorò (Gv 9, 35-38). Fu allora che deterse il volto interiore.

 

Volgetevi perciò alla preghiera, peccatori! Confessate i vostri peccati, supplicate affinché siano rimossi, implorate che abbiano termine, scongiurate che appunto essi vengano meno intanto che voi progredite; tuttavia non cessate di sperare e, da peccatori, pregate. Chi è infatti che non ha commesso peccato? Prendi a considerare dai sacerdoti: Offrite sacrifici prima per i vostri peccati, e poi per il popolo (Lev 16, 6). I sacrifici erano prove d’accusa a carico dei sacerdoti; così che se alcuno si fosse dichiarato giusto e senza peccato, potesse essergli opposto: Non bado a ciò che vai dicendo, ma a ciò che offri; ti scopre la vittima per tuo conto. Perché fai l’offerta per i tuoi peccati, se da ogni peccato tu sei immune? O magari fingi con Dio nel sacrificare a lui? Ma può darsi che erano peccatori i sacerdoti del popolo antico e che non sono peccatori quelli del popolo nuovo. È vero, fratelli, perché Dio lo ha voluto, sono sacerdote proprio di lui, sono peccatore, insieme a voi mi batto il petto, insieme a voi chiedo il perdono, con voi spero che Dio sia benevolo. Ma forse gli Apostoli santi, i massimi arieti del gregge, i pastori membra del Pastore, appunto essi forse non avevano il peccato. Veramente lo avevano, anch’essi lo avevano; non se ne adontano, perché lo confessano. Da me non avrei l’ardire. Prima di tutto, sta’ a sentire il Signore stesso che si rivolge agli Apostoli: Pregate così. Come riguardo a quei sacerdoti si dava prova mediante i sacrifici, ugualmente per costoro mediante l’orazione. Pregate così. E tra le altre petizioni che comandò si facessero, assegnò anche questa: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 9.12). Che dicono gli Apostoli? Chiedono ogni giorno per sé la remissione dei debiti. Si presentano da debitori, si allontanano perdonati, e tornano alla preghiera da debitori. Questa vita non è immune da peccato, così che tante volte si prega, altrettante volte vengono rimessi i peccati.

 

 

 Se l’uomo desidera ardentemente di unirsi a Dio non può non seguire Cristo: il Verbo, divenuto carne, è disceso dal cielo per indicare, in senso inverso, all’uomo la via che lo riconduce in cielo. Cristo dunque è la via per eccellenza; percorrendola, l’uomo potrà appagare il desiderio di verità e vita eterna. Da sé, con le sue deboli forze, l’uomo non avrebbe mai potuto ascendere a Dio; ed ecco che Dio si è degnato di indicarci in Cristo il cammino da seguire. "Attraverso l’umanità di Cristo puoi arrivare alla divinità di Cristo. Dio è troppo lontano da te, ma Dio si è fatto uomo. Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. È insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta" (Sermo 261, 7).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In Io. Ev. tr. 34, 9)

 

Seguire Cristo via, verità e vita

Cosa seguono coloro che sono stati liberati e raddrizzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre? (Gv 8, 12) Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Noi veniamo ora illuminati, o fratelli, con il collirio della fede. Egli dapprima mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9, 6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere da lui illuminati. Egli mescolò la saliva con la terra: Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era stato predetto: La verità è uscita dalla terra (Sal 84, 12), ed egli dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Noi godremo pienamente della verità quando lo vedremo faccia a faccia. Anche questo, infatti, ci è stato promesso. E chi oserebbe sperare ciò che Dio non si fosse degnato promettere o dare? Lo vedremo faccia a faccia. Dice l'Apostolo: Adesso conosco in parte, adesso vedo in modo enigmatico come in uno specchio, allora invece faccia a faccia (1Cor 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua epistola aggiunge: Carissimi, già adesso noi siamo figli di Dio, ma ancora non si è manifestato ciò che saremo; sappiamo infatti che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3, 2). Che grande promessa è questa! Se lo ami, seguilo! Io lo amo, - tu dici - ma per quale via debbo seguirlo? Vedi, se il Signore tuo Dio ti avesse detto soltanto: Io sono la verità e la vita, il tuo desiderio della verità e il tuo anelito per la vita ti spingerebbero a cercare la via per poter giungere all’una e all’altra, o diresti a te stesso: Che grande cosa la verità, che grande cosa la vita, oh se l’anima mia sapesse come giungervi! Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via; la via per arrivare dove? e sono la verità e la vita. Prima ti dice che via devi prendere, poi dove devi arrivare: Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita. Dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina! Forse tenti di camminare e non riesci perché ti dolgono i piedi; e ti dolgono perché, forse spinto dall’avarizia, hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.

 

 

 

 

Nel libro XII delle Confessioni (10, 10) nel descrivere il proprio itinerario spirituale di dialogo con Dio Agostino ricorre alla metafora luce/tenebra. È solo un esempio che riportiamo, quale testimonianza del livello mistico delle sue parole: "O verità, lume del mio cuore, non siano le mie tenebre a parlarmi! Riversatomi fra gli esseri di questo mondo, la mia vista si è oscurata; ma anche di quaggiù, di quaggiù ancora ti ho amato intensamente. Nel mio errore mi sono ricordato di te, ho udito alle mie spalle la tua voce che mi gridava di tornare, con stento l’ho udita per il tumultuare di uomini insoddisfatti. Ed ora torno riarso e anelante alla tua fonte. Nessuno me ne tenga lontano, ch’io ne beva e ne viva".

 

 

 La luce di Dio

È questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il Creatore dalla sua creazione, la Sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce.

 

[…] Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia.

 

 

 

 

Il desiderio di Cristo è il desiderio di luce, di sazietà, di giungere a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). La nostra beatitudine e perfezione è nel tendere a Cristo, nel riposare in Dio per non desiderare più nulla, avendo raggiunto ogni appagamento. Cristo infatti si presenta al nostro cuore come l’insieme di ogni delizia! (Cf. En. in ps. 138, 11)

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 35, 14-15)

 

Vedere la luce di Dio

Dunque, fratelli, siamo figli degli uomini, speriamo nella protezione delle sue ali, e ci inebrieremo nell’abbondanza della sua casa. Mi sono espresso come ho potuto, e come posso vedo, ma non posso esprimermi come vedo. Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa; e li disseterai al torrente della tua delizia. È detto torrente il corso d’acqua che scorre con impeto. Impetuosa sarà la misericordia di Dio, nell’irrigare e nell’inebriare coloro che ora pongono la loro speranza sotto la protezione delle sue ali. Che cos’è quella delizia? È come un torrente che inebria gli assetati. Chi ora dunque ha sete, fondi la sua speranza; chi ha sete abbia la speranza e, inebriato, avrà la realtà; ma prima di avere la realtà, sia assetato nella speranza. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 6).

 

Da quale fonte dunque sarai inondato e donde scaturisce questo così grande torrente della sua delizia? Perché presso di te è la sorgente della vita, dice. Chi è la sorgente della vita, se non Cristo? È venuto a te nella carne, per bagnare la tua gola assetata; sazierà chi spera, Colui che ha bagnato l’assetato. Perché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce. Qui una cosa è la sorgente ed un’altra la luce: non così lassù. Perché ciò che è la fonte è anche la luce; chiamalo come vuoi, ma non è quello che tu chiami, perché non puoi trovare un nome adeguato, non è racchiuso in un solo nome. Se tu dicessi che è soltanto luce, ti si potrebbe rispondere: Senza ragione dunque mi è stato detto di aver fame e sete: chi infatti può mangiare la luce? Con tutta verità mi è stato detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8); se è luce preparo i miei occhi. Prepara anche la gola, perché ciò che è luce è anche sorgente; è sorgente perché sazia gli assetati, luce perché illumina i ciechi. Sulla terra talora in un luogo è la luce, ed in un altro la sorgente. Talvolta infatti i fiumi scorrono anche nelle tenebre; e talora, nel deserto sopporterai il sole, ma non troverai la fonte. Qui dunque queste due cose possono essere separate: lassù non ti affaticherai, perché è sorgente; e non sarai ottenebrato, perché è luce.

 

 

 

Il CENTRO DELLA VITA SPIRITUALE

 

 

Uno dei meriti, e non l'ultimo, del vescovo d'Ippona è quello di aver ricondotto tutte le virtù al tema eterno dell'amore. È celebre la sua definizione delle virtù: " La virtù è l'amore ordinato " 1. Ha fatto, poi, dell'amore il centro focale della vita dello spirito, mettendone in rilievo le molteplici potenzialità che investono e dirigono tutta l'attività umana.

 

Chi volesse avere un'idea di questa centralità dovrebbe studiare l'ampio panorama agostiniano che ha il suo punto d'irradiazione nella carità. Eccone un saggio.

 

La carità di Dio e del prossimo è il contenuto di tutte le Scritture 2, la sintesi della filosofia 3, il fine della teologia 4, l'anima della pedagogia 5, il segreto della politica 6, l'essenza e la misura della perfezione cristiana 7, la somma di ogni virtù 8, l'ispirazione della grazia 9, il dono da cui derivano tutti i doni dello Spirito Santo 10, la regola che distingue le opere buone da quelle cattive 11, la realtà con la quale nessuno può esser cattivo 12, il bene in cui si possiedono tutti i beni e senza il quale gli altri non giovano a nulla (" Abbi la carità e avrai tutto, perché senza di essa a nulla giova tutto ciò che potrai avere " 13), la caparra o il principio della vita eterna 14. È in questo contesto che si deve intendere il celebre aforisma agostiniano: " Ama e fa' ciò che vuoi " 15.

 

Della carità Agostino ha messo in rilievo l'inesauribile dinamismo, l'intransigente radicalità, il totale disinteresse, la forza progressiva dell'assimilazione, l'inseparabile compagnia dell'umiltà e in ultimo, ma non meno importante, la soprannaturalità. Ecco un altro panorama vastissimo, soffermarci sul quale in dettaglio è qui impossibile.

 

1) Dinamismo

 

Continuando quindi per accenni, si può dire che sul dinamismo della carità, che qui in terra non può essere mai piena, il vescovo d'Ippona ha scritto un libro apposito - Perfezione della giustizia dell'uomo - e ha sostenuto una lunga controversia con i pelagiani intorno all'impeccantia, affermata da Pelagio, negata da lui. Perciò qui in terra l'uomo giusto sarà sempre iustus et peccator, non perché non gli siano stati rimessi i peccati o perché commetta peccato operando il bene, ma perché non sarà mai libero da imperfezioni, debolezze, trasgressioni veniali, mai in ogni caso avrà la pienezza dell'amore. Questa ci viene comandata - " Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore " -, ma non come perfezione che dobbiamo possedere, bensì come mèta a cui dobbiamo tendere.

 

Nasce da qui l'inesauribile movimento della carità che non può, non deve mai arrestarsi. Da qui l'esortazione di Agostino al suo popolo: " Aggiungi sempre, cammina sempre, progredisci sempre: non ti fermare nella strada, non tornare indietro, non deviare... è meglio uno zoppo nella strada che un corridore fuori strada " 16.

 

Inutile dire che questo dinamismo si fonda sulla natura stessa dell'amore, che è essenzialmente tensione, moto, peso; un peso - è nota la celebre metafora agostiniana -, che trascina lo spirito verso il luogo del suo riposo e si non placa finché non l'abbia trovato: " Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto " 17.

 

2) Radicalità

 

La carità dunque, possiamo dire con Dante, è " la sete natural che mai non sazia " 18. Una prerogativa, questa, su cui Agostino insiste molto. Si può dire giustamente che egli sia il filosofo e il teologo dell'" inquieto è il nostro cuore " 19. Ma questa prerogativa sembra contraddire ad un'altra che pur si trova negli scritti agostiniani: la totalità o radicalità. Dice infatti: " Tutto ti esige Colui che ti fece " 20. Dio infatti non esige solo l'azione ma anche l'intenzione, non solo la lode della bocca ma anche, anzi prima di tutto, quella del cuore, non solo l'ossequio dell'intelletto per mezzo della fede ma anche quello della volontà per mezzo dell'obbedienza. Dio è tutto per l'uomo: causa dell'essere, luce del conoscere, fonte dell'amore; l'uomo dunque deve tutto se stesso a Dio: l'essere, la conoscenza, l'amore. Nessuna fibra del cuore può restar fuori da questa esigenza divina.

 

Ma qui, come si vede, la totalità è diversa da quella di cui si diceva prima: non è la totalità intensiva, che nessuno può raggiungere qui in terra, ma quella estensiva, che deve abbracciare tutto l'uomo, ogni sua attività, ogni suo pensiero, pena di venir meno alla legge universale della carità. Perché lo spazio che non occupa la carità lo occupa la cupidigia, l'egoismo, l'amore "privato", che è l'amore perverso di sé e degli altri.

 

Da questa esigenza della carità nasce l'opposizione tra l'amore di sé e l'amore di Dio, sulla quale Agostino fonda, come è noto, la città del mondo e la città di Dio 21.

 

Questa opposizione viene espressa appunto con i termini di cupidigia e di carità, i cui regni sono tanto contrari che se uno si dilata l'altro si restringe. Occorre dunque diminuire il regno della cupidigia perché si dilati quello della carità. " Nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia, la perfezione assenza della cupidigia " 22. Ma la cupidigia sparirà quando la carità avrà raccolto in unità e ordinato verso Dio tutti i moti del cuore, prendendo perciò il dominio di tutto l'uomo.

 

3) Disinteresse

 

Terza prerogativa della carità è il totale disinteresse. Amare Dio gratuitamente: questa la tesi di fondo dell'agostinismo spirituale. Ragione: " Ciò che non si ama per se stesso, non si ama " 23. Ma quest'amore non esclude il desiderio del premio quando questo non sia altro che Dio. Amare Dio gratuitamente vuol dire non desiderare da Dio se non Dio stesso o, come dice Agostino, " sperare Dio da Dio " 24. E altrove: " Dio sia amato e lodato gratuitamente. Che significa "gratuitamente"? Significa amarlo e lodarlo per se stesso, non per qualcosa di estraneo a Lui " 25.

 

Questo desiderio di possedere Dio è tanto importante che il vescovo d'Ippona lo pone come fondamento e come segno dell'autentico amore di lui. Fa, più volte, al suo popolo questo ragionamento: Poni che Dio ti dica: Vuoi vivere sempre? vivrai; vuoi essere libero da ogni male? lo sarai; vuoi godere tutti i piaceri? li godrai; ma ad una condizione: non vedrai mai la mia faccia. Se accetti questa proposta, vuol dire che non c'è in te l'amore di Dio; se invece rispondi subito: "No, Signore, via tutto quello che mi prometti, dammi te stesso, perché te solo io cerco", vuol dire che la scintilla dell'amore divino nel tuo cuore è accesa 26.

 

Questa nozione dell'amore gratuito, che non esclude ma include il desiderio di Dio, porta Agostino a distinguere accuratamente il timore "servile" dal timore "casto". Il primo, se esclude la volontà di peccare, è "buono e utile" perché prepara il posto alla carità, ma solo il secondo è inseparabile da essa e cresce con essa; solo esso è compagno dell'amore vero, cioè "gratuito" 27. " Fratelli - esclama il vescovo parlando al popolo -, amiamo Dio con cuore puro e casto. Non è certo il cuore di chi onora Dio in vista della ricompensa ". E, quasi a fugare la possibilità di false interpretazioni di queste parole, continua: " Come? Non avremo la ricompensa per aver servito Dio? Certamente l'avremo, ma sarà lo stesso Dio che serviamo " 28.

 

4) Forza di assimilazione

 

Un'altra prerogativa della carità, sulla quale Agostino opportunamente insiste, è la forza d'assimilazione con l'oggetto amato. Prima di tutto ne stabilisce il principio: quello che qualifica moralmente l'uomo non è ciò che conosce, ma ciò che ama. Perciò " ognuno è tale qual è il suo amore ". E ne tira le conseguenze. Continua infatti: " Ami la terra? sarai terra. Ami Dio? Che dirò, sarai Dio? Non oso dirlo da me, ascoltiamo le Scritture: Ho detto: Siete dèi e figli dell'Altissimo, tutti " 29.

 

Questo principio deriva dalla natura stessa dell'amore, che è apertura verso l'altro, movimento - Agostino, abbiamo visto, parla di peso -, che non si quieta se non nell'assimilazione, assimilazione dell'amante con la persona amata; assimilazione che vuol dire fusione o perdita di identità, ma - Agostino è sempre preciso nelle sue idee metafisiche e teologiche - perfetta unione per cui i due, pur restando due, diventano uno. Da questo principio nascono conseguenze luminose come questa: amando Dio si diventa partecipi delle perfezioni di Dio, dell'eternità, della bontà, della bellezza. " Aderendo al Creatore, che è eterno, anche noi, per necessaria conseguenza, diventiamo eterni " 30. Perciò " stando in terra, sei già in cielo, se ami Dio " 31. L'amore infatti non è il pegno ma la caparra della vita eterna 32. Avevano ragione gli scolastici di tradurre questa dottrina agostiniana nell'effato: l'anima è più presente nella cosa che ama che corpo che anima. Del resto egli stesso aveva detto: " Amando abitiamo col cuore " nella casa che amiamo 33.

 

Altra conseguenza di questo principio è la dottrina della deificazione, cara ai Padri greci. Anche Agostino la conobbe e la propose come termine ed apice della giustificazione, se non nella controversia pelagiana, dove l'argomento in discussione era un altro, certamente nella predicazione al popolo. In questa ricorre spesso, come si sa, a formule lapidarie perché la verità s'imprima meglio nella mente degli ascoltatori. Eccone una: " Dio vuol farti Dio, non per natura come Colui che ha generato, ma per suo dono e adozione " 34. E insiste su questa necessaria distinzione: " Gli uomini sono dèi non per essenza, ma per partecipazione di quell'unico e vero Dio " 35. Ora la partecipazione avviene attraverso l'amore che lo Spirito Santo diffonde nei nostri cuori. La deificazione infatti sarà completa dopo la resurrezione dei corpi quando " tutto l'uomo deificato aderirà - appunto con l'amore - alla verità perpetua ed immutabile " 36.

 

Inutile dire che il fondamento di tutto è l'incarnazione del Verbo di cui Agostino esprime lo scopo con questi brevi parole che riassumono una grande dottrina: " Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse Dio ". Ed ancora nello stesso luogo: " Perché l'uomo mangiasse (con l'amore) il pane degli angeli, il Signore degli angeli si è fatto uomo " 37.

 

Sublime dottrina, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento; qui invece occorre continuare a recensire rapidamente le prerogative di questo mirabile centro della vita spirituale. Un'altra di esse è l'umiltà.

 

5) L'umiltà compagna inseparabile della carità

 

Parlando dell'umiltà non ci si allontana dal tema della carità, perché l'una è inseparabile dall'altra, anzi si può dire che ne è l'altra faccia: " Dov'è l'umiltà, ivi è la carità " 38. Infatti l'umiltà è il fondamento su cui si costruisce l'edificio della carità 39, l'unica via da percorrere per giungere a possederla 40, la casa dove essa stabilisce la sua dimora 41. Per riempirsi della carità, occorre svuotarsi della superbia, che è, per definizione, disordinato amore di sé.

 

Non fa meraviglia dunque che al celebre binomio, amore di sé e amore di Dio - su cui Agostino, come è noto, pone il fondamento delle due città -, egli equipari l'altro: orgoglio e umiltà 42. Effettivamente, chi non riconosce Dio come creatore da cui gli viene ogni bene - l'uomo non ha di suo che il limite, e perciò l'errore e il peccato 43 -, o non confessa la gratuità della grazia che salva o non guarda a Cristo che offre se stesso come modello d'umiltà, non può avere la carità nel cuore. Ora questi motivi - metafisico, teologico, cristologico - sono quelli appunto che costituiscono la ragione dell'umiltà, che Agostino non si stanca di approfondire, d'illustrare e di raccomandare. Per lui l'umiltà s'identifica con la sapienza 44 e la sapienza a sua volta con la carità; consiste infatti nella conoscenza e nel possesso del sommo bene 45.

 

Agostino è stato chiamato giustamente il dottore dell'umiltà com'è il dottore della carità, ma è il dottore dell'una e dell'altra perché è il dottore della grazia. Infatti al panorama abbozzato sopra mancherebbe un elemento essenziale se non si dicesse che la carità è il grande dono di Dio.

 

6) La carità dono di Dio

 

Non si tratta di esporre qui la dottrina agostiniana della grazia che si sa quanto sia ampia e profonda. Basta dire solamente che la carità, centro della vita spirituale, non si pone sul piano naturale ma, essenzialmente, sul piano soprannaturale, su cui si pone tutta la mistica cristiana. Agostino lo intuì e lo ridisse con chiarezza e fermezza, tanto da ridurre a questo punto tutta la controversia pelagiana. Ecco le sue forti parole: " Da dove negli uomini la carità di Dio e del prossimo se non da Dio stesso? Poiché se essa proviene non da Dio ma dagli uomini, hanno partita vinta i pelagiani, se invece proviene da Dio abbiamo vinto i pelagiani " 46.

 

Non dunque uno sforzo umano, ma prima di tutto un dono divino; non un'ascesa con le nostre forze verso Dio, ma prima di tutto la nozione di Dio che afferra l'uomo e lo trae nella sfera del divino; in una parola, non l'erôs greco ma l'agapê cristiana. Non già che l'agapê non sia un'ascesa verso Dio o non costituisca il compimento del più profondo desiderio dello spirito umano, che è stato fatto per Dio e non ha posa finché non si riposi in Dio 47, ma essa suppone la consapevolezza che noi possiamo salire verso Dio perché Dio è disceso verso di noi, perché lo Spirito Santo diffonde il suo dono nei nostri cuori. Parlando della trascendenza divina, Agostino pone sulla bocca di Dio queste parole: " Scendo io, giacché tu non puoi salire: io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe " 48.

 

Il testo dell'Apostolo (Rom 5, 5) - " l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato " - costituisce il motivo dominante dell'insegnamento agostiniano: ad esso Agostino riconduce la nozione stessa della grazia adiuvante che altro non è se non " ispirazione della carità con cui con santo amore facciamo quel che sappiamo di dover fare " 49.

 

 

Questo doveva essere, se pure sommariamente, ricordato perché risultasse chiara la collocazione che Agostino dà alle ascensioni mistiche. Parlandone, egli fa mostra di essere un acuto psicologo ma anche, e soprattutto, di essere un teologo illuminato e sicuro: il teologo della grazia. Doveva essere ricordato, poi, per capire il posto che occupa la preghiera nella dottrina (e nella vita) del vescovo d'Ippona; un posto che è pari solo a quello della grazia che implora e della quale esprime i frutti. Essa è il luogo dove si attinge la forza per amare, il mezzo e l'esercizio della vita spirituale. Non ci resta che parlarne brevemente.


             

 

 

La vera Santità

 

LETTERA 121

Scritta circa l'anno 413.

 

 

Paolino, vescovo di Nola, pone ad Agostino alcune questioni sui Salmi 15 e 16 (n. 1-8), sull'Apostolo (n. 9-13) ed infine sul Vangelo (n. 14-18).

 

 

 

Desidera d'essere illuminato da Agostino.

1. 1. Per evitare che tu non abbia nulla da dirmi nella risposta, ti presento alcuni quesiti da chiarire su argomenti venutimi in mente proprio quando il latore di questa mia lettera si affrettava a raggiungere la nave. Se mai tali quesiti fossero per avventura chiari, mentre a me sembrano oscuri, nessuno dei tuoi sapienti discepoli, che potranno essere attorno quando darai una scorsa a questa mia, nessuno di essi rida della mia ignoranza, ma piuttosto, spinto da fraterna bontà, mi usi la carità di aiutarmi a istruirmi, affinché io pure faccia parte dei veggenti e contemplanti le meraviglie della Legge del Signore con la mente illuminata dalla tua dottrina.

 

Santità solo esterna e santità interiore.

1. 2. Dimmi dunque, encomiabile maestro d'Israele, che cosa significa l'espressione del salmo 15: Per i santi che sono nella sua terra fece mirabili tutte le sue compiacenze per essi. Si moltiplicarono le loro infermità e in seguito accelerarono la loro corsa 1. Orbene, chi mai sono sulla terra coloro che la sacra Scrittura chiama santi? Sarebbero forse i Giudei, figli bensì di Abramo secondo la discendenza carnale, ma poiché non sono figli della promessa non possono essere considerati come suoi veri discendenti, cioè della razza che prese il suo nome da Isacco 2? Li chiama forse santi di una santità puramente carnale, mentre per la vita e per i loro sentimenti sono terreni, in quanto pensano solo alle cose terrene 3 e a causa delle osservanze carnali sono connaturalmente decrepiti per la vecchiezza della lettera e non rinascono in una nuova creatura, poiché non hanno ricevuto Colui, per grazia del quale le cose vecchie sono passate e tutto è diventato nuovo 4? Forse che nel Salmo essi sono chiamati santi nello stesso senso con cui sono chiamati giusti nel Vangelo, dove si legge: Sono venuto a chiamare non i giusti ma i peccatori 5, ossia i giusti che menano vanto per la santità della razza da cui discendono e per la lettera della Legge? A costoro è rivolto l'ammonimento di Cristo: Non vantatevi del vostro padre Abramo, poiché Dio può suscitare i figli di Abramo perfino da queste pietre 6! Quale esempio tipico di questi tali giusti ci viene presentato il fariseo 7, che nel tempio vantava le proprie azioni giuste, come se non fossero note al Signore, e pregava non per essere esaudito, ma quasi reclamando la ricompensa delle sue opere, buone sì, ma non gradite a Dio, poiché ciò che edificava con la santità della vita lo distruggeva con la superbia. Egli poi non si vantava in silenzio, ma ad alta voce per far apparire che non parlava all'orecchio di Dio, dal momento che voleva essere sentito dagli uomini. Dato poi che si compiaceva di se stesso, dispiacque a Dio, poiché il Signore ha spezzato le ossa di coloro che si compiacciono di se stessi e sono rimasti confusi, poiché Dio li ha disprezzati 8, mentre non disprezza il cuore contrito ed umiliato.

 

Santità farisaica e santità cristiana.

 

1. 3. Finalmente nella stessa parabola del Vangelo, in cui sono messe a confronto le persone del fariseo e del pubblicano, il Signore dimostra in modo evidente che cosa gradisce e che cosa rigetta nell'uomo 9, secondo quanto sta scritto: Dio resiste ai superbi, mentre agli umili dà la sua grazia 10. Per tal motivo dichiara solennemente che il pubblicano andò via dal tempio giustificato per la confessione dei suoi peccati, al contrario del fariseo che aveva accampati i meriti delle sue opere buone. E ben a ragione se ne andò via ripudiato dalla faccia del Signore quell'individuo capace di incensare solo se stesso e che, mentre faceva ostentazione di conoscere la Legge per il solo fatto di chiamarsi fariseo, non ricordava ciò che dice il Signore per bocca del Profeta: E in chi mai porrò la mia dimora se non nell'umile e mite, in chi ha soggezione delle mie parole? 11 Riesce al contrario accetto a Dio il pubblicano che si accusa con cuore contrito e in grazia della sua umiltà ottiene il perdono delle colpe confessate, mentre il fariseo, santo della santità vantata dai Giudei, riporta a casa il fardello dei propri peccati, proprio per essersi vantato della sua presunta santità. Egli è il modello di quei Giudei, di cui l'Apostolo dice che cercando di stabilire la propria giustizia sulla Legge, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio 12, derivante dalla fede, che fu imputata a giustizia al nostro padre Abramo non per le opere della Legge 13, ma perché credette a Dio per l'onnipotenza di Dio stesso, presso Dio è veramente giusto ed è santo, non della santità terrena ma della celeste, chi vive di fede in quanto si comporta non secondo i dettami della carne ma dello spirito: la sua città è nei cieli e non si vanta della circoncisione della carne, ma di quella del cuore, la quale si compie non nella lettera, ma nello spirito invisibilmente, la cui lode non viene dagli uomini ma da Dio 14.

Se senti vacillare la Fede,

per la violenza della tempesta,

calmati!

Dio Ti Guarda.

 

Se ogni cosa che passa cade

nel nulla,

senza più ritornare,

calmati!

Dio Rimane.

 

Se il Tuo cuore è agitato

e in preda alla tristezza,

calmati!

Dio Perdona.

 

Se la morte Ti spaventa

e temi il mistero e l'ombra

del sonno notturno,

calmati!

Dio Risveglia.

 

Dio ci Ascolta

quando nulla ci risponde;

è con noi quando ci crediamo soli.

 

Ci Ama anche quando

 

sembra che ci abbandoni


Sull'amore:

 

Sant'Agostino

 

Maurizio Schoepflin

 

Sant'Agostino

l'amore è carità

 

 

Nell'opera di Agostino* l'amore rappresenta un tema non circoscrivibile: sono infatti molte e decisive le direzioni in cui esso svolge un ruolo. Si possono tuttavia indicare tre livelli nella costruzione filosofica agostiniana, in cui il concetto di amore risulta essenziale per definire i contorni di alcune originali meditazioni. Uno è quello della natura dell'anima e del suo rapporto con Dio; gli altri due concernono l'opposizione fra le due città e il nesso fra la dilectio proximi e l'amor Dei [1]. Quest'ultima questione conduce alla concettualizzazione del rapporto fra amore umano e amore di Dio secondo le modalità dell'uso e del godimento (uti e frui).

Nel trattato De Trinitate, Agostino analizza il rapporto fra la Trinità e le molte forme in cui il principio del « trein-uno» si presenta nell'anima umana, in quanto vestigio di Dio. Il rapporto che corre tra la trinità divina e quelle umane scopre il nesso di amore e conoscenza: «Il verbo nasce quando un pensiero ci attira al peccato o a far bene. Mediatore tra il nostro verbo e la mente da cui è generato, l'amore dunque li unisce..., in un abbraccio spirituale senza con essi confondersi» [2]. E questo un tipico carattere del modo di intendere agostiniano: la caritas assume un ruolo ermeneutico. A proposito della necessità di ben condursi nella discriminazione fra interpretazione letterale e allegorica, il filosofo cristiano indica la via di «esaminare con diligente attenzione quel che si legge, finché l'interpretazione non raggiunga il regno della carità» [3]. Nel contesto del De Trinitate Agostino sviluppa però particolarmente il tema delle facoltà dell'anima e della loro unità e articolazione. Tra le varie immagini della Trinità da lui prese in esame, quella che consente di osservare più estesamente la funzione dell'amore è quella del rapporto fra la memoria, la conoscenza e la volontà. In questa relazione trinitaria, la natura spirituale dell'uomo, costituita ad imaginem Dei, può accorgersi della sua possibilità di volgersi verso la verità eterna, poiché in lei ricordare, vedere e desiderare sono uniti. L'anima infatti «per ricordare, vedere, amare quella suprema Trinità deve ad essa riferire tutto ciò che vive perché tale Trinità divenga oggetto del suo ricordo, della sua contemplazione e della sua compiacenza» [4]. In questo caso la volontà è identica all'amore.

Per comprendere questo concetto bisogna richiamare il modo in cui Agostino descrive i rapporti delle facoltà dell'anima nel loro stadio più naturale. Nelle Confessiones, commisurando provvisoriamente l'essere dell'uomo all'idea trinitaria, scrive infatti che «i tre princìpi sono: l'essere, il conoscere, il volere. Io infatti esisto, so, voglio; sono sciente e volente; so di esistere e di volere; voglio esistere e sapere» [5]. È stato osservato da Hannah Arendt che in questi rapporti trinitari la volontà può avere un ruolo privilegiato in quanto viene trasformata in amore che è «il fattore di congiunzione più efficace»6. La volontà unisce infatti la visione, accolta nella memoria mediante l'attenzione, con il pensiero che si dirige su quell'immagine. Tanto nell'accogliere e nel dirigersi quanto nell'unire, scopriamo ancora una volontà che è amore. «La volontà che unisce l'uno all'altro - dice Agostino - è dunque manifestamente... più spirituale e perciò essa è, in questa trinità, come il primo annuncio della persona dello Spirito» [7]. Quando poi Agostino considera la Trinità eterna, il principio della volontà amante viene collocato nello Spirito Santo. Tuttavia la differenza ontologica fra la Trinità divina e le immagini di essa, colte nello specchio delle cose mondane, rende ancora più essenziale l'ufficio dell'amore nell'essere eterno di Dio. Infatti, anche nella più elevata trinità umana una sola persona «possiede queste tre potenze, ma... non è queste tre potenze. Invece in quella natura supremamente semplice, che è Dio, sebbene vi sia un solo Dio, vi sono tuttavia tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» [8].

In questa opposizione fra possedere umano ed essere divino, l'amore assume il senso dell'anelito alla ricerca. La lode agostiniana ha alla base una volontà orientata dall'amore divino: «Il miglior tuo servo è colui che non tanto cerca di udire da te ciò che egli vorrebbe, quanto di volere ciò che ha sentito da te» [9]. E ancora: «Ti degustai, ed ora ho fame e sete; mi toccasti, ed ora brucio di desiderio per la tua pace» [10]. Dal ruolo che in questa parte della speculazione agostiniana è attribuito all'amore, si comprende in quale misura l'estasi della fede, in cui appaiono influenze neoplatoniche, abbia parzialmente contribuito all'attenuazione del conflitto tra la legge e la fede, messo in luce da san Paolo. Contemporaneamente la rivelazione cristiana diviene mediatrice di conoscenza nel senso più ampio e pregnante. «Cerchiamo dunque con l'animo di chi sta per trovare e troviamo con l'animo di chi sta per cercare» [11]: in queste parole è possibile condensare il senso delle idee di Agostino in rapporto alle questioni inerenti all'amore, quale principio esplicativo della vita dell'anima e del suo orientamento spirituale.

Un altro livello in cui può essere disposta la complessa dottrina agostiniana dell'amore è costituito dalla problematica del De civitate Dei. Il conflitto fra la civitas terrena e la civitas Dei è sotteso all'opposizione di due diverse forme d'amore: «La prima si gloria di se stessa, la seconda in Dio» [12]; e mentre quella «ama la propria forza; questa dice al suo Dio: amerò te, o Signore, mia fortezza» [13]. In quest'opera, la più ampia da lui composta, Agostino dà alla sua cristologia quell'impronta storica che distingue íl cristianesimo da ogni altra religione. La coscienza del tempo e l'Incarnazione sono strettamente congiunte. Agli occhi del vescovo di Ippona, infatti, Cristo quale mediatore di grazia ha «abbattuto con la sua umiltà» l'orgoglio di coloro che disprezzavano «quella carne che il Cristo volle assumere in vista del sacrificio della nostra purificazione» [14]. Il tempo è commisurato alla capacità dell'anima di produrre, attraverso l'attenzione e l'amore, una conservazione del passato e un'attesa del futuro, in un presente che appartiene solo alla coscienza: «L'impressione lasciata in te dalle cose mentre passano e che dura anche quando esse sono passate, quella io misuro come presente, non le cose che passando, ve la lasciarono» [15]. L'idea di Incarnazione (che appare nei termini della kenosis), insieme alla reciproca convertibilità del tempo e dell'anima, consentono ad Agostino di pervenire a una concezione dell'uomo che rappresenta una premessa indispensabile per saggiarne le profondità. Solo la conoscenza di aspetti dell'uomo sconosciuti all'antichità e mostrati dal cristianesimo rende infatti possibile l'edificazione dell'ordo amoris agostiniano.

A proposito dell'etica degli stoici - per esempio - Agostino critica la pretesa di far coincidere la volontà con la ragione, al punto di vedere nel pieno dominio delle passioni la virtù del saggio. Il filosofo cristiano sa infatti riconoscere che le passioni non sono in sé distruttive, ma che debbono ricevere il posto adeguato. «Gli stoici sono soliti biasimare la misericordia; tuttavia, quanto sarebbe più meritevole di onore lo stoico che si turba per salvare un uomo, piuttosto che per timore di naufragare» [16]. Si può misurare la portata delle idee di Agostino se si considera quanto l'abstine et sustine di Epitteto abbia rappresentato, in quei secoli di crisi, l'aspetto migliore dello spirito greco-romano. Possiamo infine capire dalle seguenti parole del padre della Chiesa quale sia l'orizzonte antropologico della rivelazione cristiana: «Ma che cos'è la misericordia se non la simpatia che il cuore prova per l'altrui miseria che vorrebbe sollevare per quanto gli è possibile? I questo impulso fa buon servizio alla ragione quando usa benevolenza senza compromettere la giustizia, sia elargendo al bisognoso, sia perdonando al pentito» [17]. Giungiamo così al fondo della questione del rapporto delle due città con la sfera ontologico-etica dell'amore.

Trattando il tema della consonanza fra caritas e amor come ordinata dilectio, così si esprime Agostino: «La volontà retta... è un amore buono, la volontà cattiva è un amore cattivo. L'amore che aspira a possedere ciò che ama è desiderio; l'amore che ha e possiede ciò che ama è gioia... e questi sentimenti sono cattivi se l'amore è cattivo, sono buoni se l'amore è buono» [18]. La qualità dei due amori contribuisce quindi a tracciare i contorni delle due città. L'amore che domina la città terrena non è malvagio per colpa di ciò che lo accende, ma per il disordine delle passioni al quale conduce il desiderio esclusivo delle cose create, nell'oblio e nel rifiuto di Dio. Al contrario, l'amore che guida la città di Dio non è rinuncia ascetica alle creature, ma la loro valorizzazione nell'ordine della caritas. L'amor Dei libera, infatti, l'amor mundi dalla cupiditas, in conseguenza della sua qualità metafisica di essere radice e orizzonte dell'ordine della carità che gli appartiene. «Ogni cosa creata, per quanto buona essa sia, può essere amata con un amore buono o cattivo: buono se è rispettato l'ordine, cattivo se è violato» [19]. L'opposizione fra le due città, che attraverso la definizione del concetto d'amore si arricchisce di un contenuto decisivo, culmina nell'attribuzione all'ordinata dilectio del significato di misura assoluta della virtù: «L'amore, con il quale amiamo ciò che bisogna amare, deve essere anch'esso amato ordinatamente affinché possediamo la virtù che ci fa vivere bene. Mi sembra quindi che una vera e breve definizione della virtù sia questa: l'ordine dell'amore» [20]. L'amore entra nello spazio dell'etica e ciò conferisce al tema paolino del rapporto tra fede e grazia, assai influente nel pensiero di Agostino, un orizzonte più ampio in virtù del quale tale tema può essere collocato entro una considerazione filosofica della storia.

Il terzo campo di questioni è quello del rapporto fra uso e godimento (uti e frui). Per procedere in tal senso, è necessario ricordare che l'ordo amoris agostiniano include in sé il motivo etico della giustizia, che appartiene al Dio biblico in senso eminente. È famoso il passo del De civitate Dei che recita: «Bandita la giustizia, che altro sono i regni se non grandi associazioni di delinquenti?» [21]. E altrove, biasimando i danni della dipendenza dalla lode umana, Agostino scrive che «se almeno questo desiderio sfrenato di gloria fosse superato dall'amore verso la giustizia» [22], i reggitori degli Stati sarebbero migliori. In ultima istanza, tuttavia, la fonte di una ordinata e pacifica vita sociale è riposta nell'interiorità. Platonismo e cristianesimo si incontrano in una concezione della vita pubblica che colloca l'anima alla base della giustizia. L'idea cristiana dell'incarnazione del Verbo, che singolarizza l'anima e rivaluta il corpo, domina l'atteggiamento agostiniano, che salda strettamente la coscienza a Dio. «Ma quando l'uomo non è sottomesso a Dio, qual giustizia vi può essere in lui, dal momento che, senza questa sottomissione a Dio, l'anima non può in nessun modo comandare con giustizia al corpo né la ragione ai vizi? E se in un tal uomo non vi è giustizia, senza dubbio essa non sussiste neppure in una società composta di uomini simili» [23]. Anche in questo caso, la struttura concettuale dell'ordo amoris gioca un ruolo importante. L'esame del problema della giustizia mostra comunque che l'amor Dei non assorbe in un'assolutezza uniforme l'autonomia delle sfere ontologiche mondane, ma le raccoglie in una totalità articolata da esso costituita. L'idea cristiana di Dio rivela qui la sua capacità di esprimere il complesso rapporto fra temporalità e trascendenza.

Quanto di ascetico è racchiuso nel pensiero di Agostino tocca soltanto alcuni aspetti pratico-normativi della sua filosofia (ad esempio la concezione del matrimonio e i pregiudizi nei confronti delle donne), ma non coinvolge l'impostazione fondamentale della sua speculazione. Ha scritto Karl Jaspers che nel pensiero di Agostino «ragione e fede non sono due fonti separate... che debbono alla fine incontrarsi. La ragione è nella fede, la fede nella ragione. Agostino non conosce un conflitto che debba risolversi con la sottomissione della ragione. Il sacrificium intellectus, il credo quia absurdum est di Tertulliano gli sono estranei» [24]. Fede e ragione sono nel vescovo di Ippona una dimensione spirituale fondata sulla coappartenenza. Il Verbum giovanneo ha trovato in Agostino il suo più esplicito interprete filosofico.

Su tali basi metafisico-teologiche, si comprende la distinzione fra uti e frui in cui consiste il lato propriamente etico della complessa dottrina agostiniana dell'amore. Il comandamento biblico di amare il prossimo come se stessi e Dio con tutto il cuore è alla base delle forme della dilectio proximi e del frui Deo. Le modalità del godere (o fruire) e dell'usare indicano due tipi di amore che possono contrapporsi (provocando la caduta nell' appetitus o nella cupiditas), oppure costituire un ordine comprensivo. A questo proposito, così si esprime Agostino: «Non è questione da poco, pertanto, chiedersi se gli uomini debbano godere di se stessi o servirsi di se stessi... è vero che ci è stato dato il precetto dell'amore scambievole; ma è in questione se l'uomo debba essere amato dall'altro uomo per se stesso, o in vista di altro. Nel primo caso si tratta di godimento; nel secondo di uso» [25]. Il godimento è quindi la modalità di relazione conforme all'eternità di Dio (frui Deo). Tale amore deve orientare tutto l'essere dell'uomo verso la sfera soprasensibile, producendo un accrescimento delle forze umane che tendono al bene. Secondo Agostino, l'unico modo di amare Dio è amarlo illimitatamente. L'uso è invece la forma d'amore con cui si possono abbracciare il mondo e gli altri esseri umani. L'orientamento dell'amore secondo la modalità dell'uti non svaluta le inclinazioni che producono i molti e decisivi vincoli che uniscono le persone umane (e che ne definiscono in modo essenziale la natura), ma le riscatta dal disordine in cui cadono quando alterano l'ordo amoris sostituendo l'orientamento dell'uti con quello del frui Deo e arrivando, di conseguenza, a divinizzare ciò che appartiene al mondo e alla temporalità. Commentando il passo del vangelo secondo Matteo sull'amore di Dio e del prossimo, quale principio della legge e della profezia, così scrive Agostino: «Il fine di questo insegnamento è... l'amore duplice, cioè di Dio e del prossimo. E se vi comprendi tutto te stesso, cioè la tua anima e il tuo corpo, e tutto il prossimo, cioè la sua anima e il suo corpo... potrai riconoscere che in questi due insegnamenti non si trascura nessun genere di realtà da amare» [26]. Il primato dell'amore di Dio dà quindi all'amore del prossimo la direzione e il posto che gli consentono di compiersi nell'ordine generale dominato dalla caritas. In questa direzione la dottrina agostiniana dell'amore fornisce alla cristianità in formazione alcuni essenziali riferimenti etici.

Concludendo questa presentazione generale degli aspetti della filosofia di Agostino che sono implicati nel tema dell'amore, bisogna ricordare che in essi si trova abbozzata quella dottrina della voluntas che ha avuto grandi conseguenze nel Medioevo e nell'età moderna. «Ciò che importa nell'uomo è la volontà: se essa è sregolata, anche i suoi movimenti saranno sregolati; se essa è irreprensibile anche i suoi movimenti saranno non solo irreprensibili, ma anche degni di lode. La volontà è in tutti questi movimenti, o meglio tutti questi movimenti non sono niente altro che volontà» [27]. Il nesso di voluntas e amor dischiude prospettive che contengono una buona parte della filosofia occidentale ed arrivano alla nostra contemporaneità [28].

 

NOTE

 

* Nato nell'odierna Algeria nel 354, si dedicò ben presto agli studi e alla ricerca filosofica, manifestando una profonda e feconda inquietudine esistenziale, che si placò soltanto con la conversione al cristianesimo, avvenuta a Milano, ove venne battezzato dal vescovo sant'Ambrogio. Costantemente sostenuto dalla presenza e dalla preghiera Ila madre Monica, cristiana ferventissima, alla morte di lei rientrò in Africa e diventa. vescovo di Ippona. Fu uno scrittore assai prolifico (tra i suoi scritti ricordiamo le Confessiones, il suo capolavoro, il De vera religione, il De Trinitate, il De civitate Dei). Il suo pensiero si concentrò intorno ai grandi temi di Dio e dell'anima, che egli considerò vitalmente uniti, tanto da ritenere l'interiorità dell'uomo il luogo privilegiato della presenza divina. Svolse riflessioni memorabili intorno al problema del male e a quello del tempo, e si oppose con forza alle eresie che andavano diffondendosi (manicheismo, pelagianesimo, donatismo). Di grande rilievo è pure la sua speculazione sul senso della storia. Morì nel 430.

1 Cfr. H. Arendt, Il concetto di amore in Agostino, Se, Milano 1992, pp. 114-119.

2 Sant'Agostino, La Trinità, Città Nuova, Roma 1973, p. 381.

3 Id., La dottrina cristiana, Edizioni Paoline, Milano 1989, p. 245.

4 Id., La Trinità, op. cit., p. 695.

5 Sant'Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano 19806, p. 378.

6 H. Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, p. 421.

7 Sant'Agostino, La Trinità, op. cit., p. 445.

8 Ibid., p. 699.

9 Id., Le confessioni, op. cit., p. 285.

10 Ibidem.

11 Sant'Agostino, La Trinità, op. cit., p. 365.

12 Id., La Città di Dio, Edizioni Paoline, Alba 1973, p. 806.

13 Ibid., p. 807.

14 Ibid., p. 561.

15 Sant'Agostino, Le confessioni, op. cit., p. 332.

16 Id., La Città di Dio, op. cit., p. 488.

17 Ibidem.

18 Ibid., p. 763.

19 Ibid., p. 860.

20 Ibidem.

21 Ibid., p. 299.

22 Ibidem.

23 Ibid., p. 1176.

24 K. Jaspers, I grandi filosofi, Longanesi, Milano 1973, p. 423.

25 Sant'Agostino d'Ippona, La dottrina cristiana, op. cit., p. 120.

26 Ibid., p. 129.

27 Sant'Agostino, La Città di Dio, op. cit., p. 761.

 

28 Al termine di questa breve ricostruzione della riflessione agostiniana sull'amo-:e, ci preme segnalare alcune pagine illuminanti dell'opera di E. Gilson, Introduzione allo studio di Sant'Agostino, Marietti, Casale Monferrato 1983, pp. 154-165. Qui il celebre interprete della filosofia dell'Ipponense traccia le essenziali coordinate del discorso aiiostiniano sull'amore, di cui si è fatto tesoro, pur senza citarle espressamente.

DISCORSO DI SANT'AGOSTINO VESCOVO

SULL'AMORE DI DIO E DEL PROSSIMO

 

 

Attrai il prossimo a Dio.

Tu dunque amerai il sommo Bene e ad esso volgerai l'affetto del tuo cuore. In tal caso posso affidarti il prossimo. Vedo infatti dove tendi e dove vuoi risiedere. Conducilo da lui! E in effetti non potrai condurre da altri colui che ami come te stesso, ora che veramente ami te stesso. Conduci là il tuo prossimo, attrailo, rapiscilo insistendo in ogni maniera accettabile 32. Se si fosse all'alba di un giorno di gare circensi, tu, appassionato d'un concorrente nei giochi venatori, non riusciresti a prender sonno e non ti faresti sfuggire l'ora di correre all'anfiteatro. Giunta l'ora, andresti a svegliare con fastidiosa insistenza il tuo amico, per ipotesi ancora immerso nel sonno e desideroso più di dormire che d'andare ai giochi. Con la tua insistenza faresti pressione su quel pigro: se ti fosse possibile, lo vorresti buttar giù dal letto e piazzarlo nell'anfiteatro. Né, con tutto questo, recheresti a lui fastidio se non finché si sia destato dal sonno, poiché, scomparso il sonno, egli viene subito con te e ti ringrazia per la tua importunità. Ma cosa dire se, condotto quell'uomo all'anfiteatro, dove tutti e due siete andati in gran fretta, l'atleta da voi preferito venisse sconfitto e voi ve ne doveste andare a testa bassa? Ama dunque Dio con tutto il tuo essere: con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 33. Così e soltanto così ami te stesso; e solo in questa maniera puoi amare il prossimo come te stesso. Lo attiri infatti con entusiasmo da colui del quale mai dovrai arrossire.

 

Ama se stesso solo colui che ama Dio.

Non essendo possibile che chi vuol amare il prossimo lo ami veramente se prima non ama Dio, per questo motivo fu necessario che i due precetti della carità venissero formulati insieme. Chi ama Dio non può amare l'iniquità poiché, amando l'iniquità, odierebbe la sua anima 34. Se non ama l'iniquità, amerà la giustizia, e amando la giustizia amerà Dio. Egli pertanto non cerchi Dio con gli occhi del corpo: lo cerchi con la mente e lo ami in maniera sempre crescente con l'affetto del cuore. Non costruiamoci [con la fantasia] divinità che non sono Dio, se non vogliamo amare anche chi non è Dio, se non vogliamo amare vani fantasmi. Non dobbiamo cadere in errore immaginando cose di questo genere; non dobbiamo formarci un Dio a misura delle nostre voglie naturali né costruircelo a nostro talento. Per distoglierci da queste fantasticherie ci dice la Scrittura: Dio è amore 35. Se dunque ami, ama chi ti dà il potere di amare, e allora ami Dio. Non hai udito che chi ama l'iniquità odia la sua anima 36? Ebbene, se ami, ama colui che ti dona di poter amare, e ami Dio. Il principio per cui ami è infatti la carità. Tu ami in forza della carità: ama dunque la carità e così ami Dio, perché Dio è carità, e chi dimora nella carità dimora in Dio 37. Ecco perché fu necessario che venissero inculcati distintamente i due precetti. Di per sé sarebbe stato sufficiente menzionarne uno: Amerai il prossimo tuo come te stesso 38, ma l'uomo si sarebbe potuto ingannare su questo amore del prossimo non sapendo amare rettamente se stesso. Per questo motivo il Signore, quando volle dare una forma all'amore con cui ami te stesso, la trovò nell'amore che si ha verso Dio. Stabilito questo, ti affidò il prossimo perché tu lo amassi come te stesso.

 

Unico oggetto del duplice comandamento.

 A questo punto, se tu sei d'accordo, ti dovrebbe bastare anche l'unico precetto dell'Apostolo. Ora che hai compreso la portata dei due precetti te ne può bastare anche uno solo, mentre prima, quando non li comprendevi, uno non sarebbe bastato. Se infatti poni all'inizio un cattivo amore per te stesso, ami malamente anche colui che ami come te stesso. Anzi, non va detto: " Ami male " ma: " Non ami affatto ". Se dunque ti si dice che non devi commettere adulterio, né uccidere, né desiderare maliziosamente 39, ti si richiama a [rientrare in] te stesso, là cioè dove ha sede la pienezza [dell'uomo]. Infatti tu puoi evitare l'adulterio per timore della punizione, non per amore della giustizia. Così per l'omicidio. Puoi avere la volontà di uccidere ma temi di più il castigo: nel qual caso con la mano non commetti l'omicidio ma nel cuore ne sei colpevole. Ti proponi di uccidere una persona ma temi; comunque vuoi uccidere. È segno che non ami il non uccidere. Il tuo agire all'esterno deve esistere già nel tuo interno, risiedere là dove ti vede Colui che ti darà la corona. Lì devi combattere e vincere, poiché lì risiede Colui che ti osserva. Con ragione quindi è detto: Non commettere adulterio, non uccidere, non desiderare malamente e tutti gli altri comandamenti si riassumono in questa parola: ama il prossimo tuo come te stesso 40. Tu certamente già ami Dio, poiché non potresti amare il prossimo senza amare Dio: il secondo precetto segue il primo. Sia dunque in te il primo, e questo porterà con sé anche il secondo, mentre il secondo non può esistere senza il primo. Se pensavi al perché dei due precetti, adempine pure uno; ma non potrai adempiere quest'uno se non osservandoli tutti e due. Tant'è vero che il secondo si chiama appunto secondo per il fatto che segue [l'altro]. È dunque un precetto conseguente. Ama il prossimo tuo come te stesso: ciò mi basta. Ma se tu a Dio non puoi giungere col pensiero, da dove comincerai per poter amare te stesso? L'amore del prossimo non commette alcun male. Pienezza della legge è dunque la carità 41. E questa carità in che cosa consiste? Nell'amore di Dio e nell'amore del prossimo. Scegli pure l'amore che preferisci! Se scegli l'amore del prossimo, esso non è vero se non ami anche Dio. Se scegli l'amore di Dio, esso non è vero se non v'includi anche il prossimo.

 

L’amore cristiano è dono di Dio.

 

Se ancora non hai l'amore, gemi e credi; chiedi e otterrai. Ciò che ti viene comandato, ciò che la legge impone, la fede ottiene. Se quanto devi impetrare già lo possiedi, [ricorda le parole]: Che cosa hai tu senza averlo ricevuto? 42 Se non lo possiedi, chiedilo per poterlo ottenere. Quel che noi chiediamo è la carità 43. Se ancora non l'abbiamo, chiediamola per non restarne privi. Come infatti potremmo attingerla in noi stessi se, essendo cattivi, non abbiamo nulla di buono per meritarla? La otterremo piuttosto da Colui al quale dice la nostra anima: Benedici il Signore, anima mia, e non dimenticare i tanti suoi benefici. Egli è misericordioso verso tutte le tue iniquità 44. Ciò avviene nel battesimo. Ma se avvenisse questo soltanto, come rimarremmo in seguito? Continua però [il salmo]: Egli sana tutte le tue malattie 45. Guarite le malattie, non rifiuteremo il nostro pane; e osserva cosa accadrà quando tutte le malattie saranno state guarite: Egli riscatterà la tua vita dalla corruzione 46. È quanto accadrà nella resurrezione dei morti. E dopo che la nostra vita sarà stata liberata dalla corruzione cosa accadrà? Egli ti corona. Forse per i tuoi meriti? Poni attenzione a quel che segue: Egli ti corona nella sua compassione e misericordia 47. Il giudizio infatti sarà senza misericordia per colui che non avrà usato misericordia 48. Ci saranno dunque rimessi i peccati e guarite le malattie; la nostra vita sarà sottratta alla corruzione e per la sua misericordia ci sarà consegnata la corona. Conseguito tutto questo, di che cosa ci occuperemo? Cosa avremo? Egli ti sazia di beni 49, senza alcun male. Eri avaro e l'oro non ti saziava perché, essendo avaro, non puoi trovare la sazietà nell'oro. Sii giusto, e troverai la sazietà in Dio. Non c'è infatti assolutamente nulla che possa saziarti all'infuori di Dio, nulla può bastarti all'infuori di Dio. Mostraci il Padre e questo ci basta! 50 Siamo dunque alacri nel compiere le opere di misericordia mentre veniamo curati dalle nostre malattie, affinché, guariti dalle malattie, acquistino vigore i nostri desideri. Facciamo sì che questi desideri, guariti dal male, crescano in vigore, e, diventati vigorosi, raggiungano la sazietà. Si compia allora il giudizio, ma sia un giudizio di misericordia, poiché sarebbe gravoso un giudizio non accompagnato dalla misericordia, essendo difficile che Dio non trovi in te nulla da punire. Tu forse ti compiacevi di te stesso, ma Lui sa scoprire in te colpe che tu non conosci; trova in te cose che tu volevi nascondere o che magari del tutto ignoravi. Siamo dunque zelanti nel compiere le opere di misericordia: amiamo il prossimo pur nell'attuale scarsità di beni temporali, perché ci sia dato di udire, nel giudizio, una sentenza di misericordia.


"Pochi tra i grandi pensatori cristiani hanno manifestato nella loro vita, come sant’Agostino, quanto potente sia il desiderio di felicità e quanto faccia tutt’uno con quello della verità, tanto da fargli parlare di gaudium de veritate, la gioia arrecata dalla contemplazione della verità e della sua bellezza. Come ci viene narrato nelle Confessioni, fin dalla giovinezza, quando ancora diciottenne lesse con avidità l’Ortensio di Cicerone (libro di esortazione alla filosofia), intraprese una lunga ricerca che lo condusse, attraverso varie vicissitudini e peregrinazioni intellettuali, al porto della fede. E per questo interruppe la promettente carriera di retore.

 

Al tema della felicità Agostino dedicò uno dei primissimi scritti, il cui titolo originale è De vita beata, un dialogo filosofico che egli scrisse nel 386, pochissimo tempo dopo la sua conversione, nella villa alle porte di Milano dove si era ritirato in compagnia di famigliari e amici, impegnandosi in profonde conversazioni, e in attesa di ricevere il battesimo, cosa che avvenne l’anno seguente dalle mani del vescovo Ambrogio.

 

L’opera riporta una vivace e appassionata discussione fra il santo, la madre Monica, il figlio Adeodato e alcuni amici, che comincia il giorno del trentaduesimo compleanno del protagonista. Lo stile letterario è quello di un fine conoscitore della lingua latina, un retore appunto, forgiatosi alla scuola dei grandi oratori, Cicerone su tutti, ma anche di un esperto dell’arte della discussione e delle sue rigorose leggi, la dialettica, che fanno andare la mente ai grandi dialoghi platonici, capostipiti e modelli inarrivabili del genere letterario del dialogo filosofico.

 

Il santo ritiene che la felicità sia un desiderio universale dell’uomo, ma che, a differenza di quello che tanti credono, essa non consista nel soddisfare i propri desideri se questi desideri non sono quelli convenienti. Il bene solo che dà felicità deve essere un bene stabile e totale, che non dipende dalla fortuna o dai vari accadimenti. E questo bene, somma di tutti i desideri, non può che essere Dio, l’Essere eterno. Se l’infelicità è data dalla privazione del bene a cui tutti tendiamo, non sono le privazioni dei beni materiali quelle che più rendono infelici, quanto quella spirituale che consiste nella stoltezza, ossia nel non comprendere quale sia il vero bene.

 

Se l’infelicità è stoltezza, il suo contrario, la saggezza, è definita come la pienezza dell’anima, ossia quella misura che permette di evitare di cadere nell’eccesso dei vizi quali la lussuria, la volontà di dominio e l’orgoglio, o al contrario nell’estremo opposto, rappresentato dall’avarizia, la pusillanimità e la tristezza.

 

A conclusione della discussione viene affermato che la saggezza ha la sua ragione ideale nella Sapienza di Dio, ossia nel Figlio di Dio, che è la Verità; dunque chi è saggio è felice, ed è felice perché possiede Dio, al quale abbiamo fiducia di arrivare pienamente con “una ferma fede, da una viva speranza, da un’ardente carità”.

 

Questo breve testo di Agostino si rivela un piccolo gioiello per la freschezza e il rigore con cui è affrontato l’argomento della felicità. In esso sono già presenti alcune delle linee di fondo del suo pensiero, che emergeranno in modo più ampio nelle opere mature. A questo riguardo mi piace concludere con una citazione che rimarca il carattere non emozionalistico, a differenza di tanti approcci attuali, con cui egli ha sempre trattato il tema della felicità, ed è tratta da un’opera che, rispetto al dialogo giovanile, si colloca cronologicamente agli antipodi della sua vita, La Città di Dio: «Così infatti non può essere privo di infelicità colui che venera la felicità come una dea e trascura Dio, datore della felicità, così come non può essere privo di fame chi lecca un pane dipinto e non lo chiede all’uomo che ha quello vero».

Il più grande desiderio

 

Sant'Agostino

 

 

Noi desideriamo esser felici. Avevo appena espresso tale principio che l'accettarono all'unanimità. "Ritenete, soggiunsi, che sia felice chi non ha l'oggetto del suo desiderio?". Dissero di no. "Allora chiunque consegua l'oggetto del suo desiderio è felice?". Mia madre intervenne: "Se desidera e consegue il bene è felice; se poi desidera il male, ancorché lo raggiunga, è infelice". Ed io, sorridendole con espressione di gioia, le dissi: "Madre mia, decisamente hai raggiunto la vetta del filosofare. Ti è mancata certamente la terminologia per poterti esprimere come Tullio che ha sull'argomento le seguenti parole. Ne L'Ortensio, il libro che ha scritto a lode e difesa della filosofia, dice: Avviene che coloro i quali sono esercitati nella dialettica, anche se non ancora filosofi, sono unanimi nell'affermare che sono felici coloro che vivono secondo i loro desideri. L'opinione è certamente erronea: desiderare infatti ciò che non è conveniente è somma infelicità. E non è tanto fonte d'infelicità il non conseguire ciò che si desidera quanto desiderare ciò che non è opportuno. Difatti il desiderio disordinato apporta all'uomo un male superiore al bene che apporta la fortuna (Cicerone, framm. 39 t. B.)". A queste parole convenivano con tanta esattezza quelle di lei che, dimentichi del suo sesso, la considerammo un uomo illustre assiso in mezzo a noi. Io frattanto, per quanto potevo, mi sforzavo di comprendere da quale e quanta sovrumana sorgente derivassero le sue parole. Licenzio intervenne: "Dovresti indicarci che cosa, per esser felice, l'uomo deve desiderare e di quali cose è opportuno abbia il desiderio". Gli risposi: "Invitami, se vorrai, nel tuo compleanno ed io mangerò volentieri ciò che mi offrirai. Io ti chiedo di pranzare oggi con me alla stessa condizione e di non chiedermi una vivanda che non è stata ammannita". Egli accettò il richiamo a rientrare rispettosamente nei suoi limiti. Allora continuai: "Finora è stato accettato fra noi che non può esser felice chi non ha ciò che desidera e che non necessariamente è felice chi consegue ciò che desidera". Furono d'accordo.

 

L'oggetto del desiderio e la felicità.

2. 11. "E, continuai, concedete che chi non è felice, è infelice?". Non contestarono. "Ogni uomo dunque che non ha ciò che desidera è infelice". Furono tutti d'accordo. "Che cosa pertanto, chiesi, l'uomo deve conseguire per esser felice? Forse anche al nostro banchetto sarà presentata una vivanda adatta a non lasciare insoddisfatto l'appetito di Licenzio. Io penso che l'uomo deve tendere all'oggetto che può possedere quando lo desidera". Affermarono che era evidente. "Deve esser dunque, soggiunsi, un bene stabile non dipendente dalla fortuna, non condizionato ai vari accadimenti. Infatti non possiamo assicurarci quando e per tutto il tempo che vogliamo ciò che è perituro e caduco". Fecero un unanime cenno d'assenso. Soltanto Trigezio obiettò: "Vi sono molti che accumulano e godono largamente di beni fragili e condizionati agli avvenimenti, ma fonti di gioia in questa vita e non manca loro alcuno degli oggetti del loro desiderio". Gli chiesi: "Ritieni che chi teme è felice?". "Non lo ritengo", disse. "Dunque se può perdere ciò che ama, può non temere?". "È impossibile", mi rispose. "Ora, conclusi, i beni soggetti al caso si possono perdere. Dunque chi li ama e possiede non può assolutamente esser felice". Non contestò. A questo punto mia madre intervenne: "Anche se fosse sicuro di non perdere le proprie sostanze, tuttavia non ne può esser saziato. Quindi intanto è infelice in quanto è sempre bisognoso". Le chiesi: "Non ritieni che possa esser felice se, abbondando e traboccando di tante ricchezze, stabilisse un limite al desiderio e, contento di esse, ne goda convenientemente e gioiosamente?". "Non è felice, rispose, per il possesso delle sostanze ma per la moderazione del suo desiderio". "Benissimo, replicai. Anche a tale domanda da te non si poteva attendere una risposta diversa. Quindi non abbiamo più dubbi che, se qualcuno ha deciso di esser felice, si deve assicurare ciò che rimane per sempre né può essere sottratto dalla fortuna spietata". "Ormai, intervenne Licenzio, siamo d'accordo su tale verità". "Ritenete, ripresi, che Dio è eterno e non cessa mai d'essere?". "È verità tanto certa, rispose Licenzio, che non è necessario farla argomento del dialogo". E gli altri con profondo sentimento religioso concordarono. "Dunque, conclusi, chi ha Dio è felice".

 

Le varie opinioni dei convitati.

2. 12. Accettarono la conclusione con viva gioia; ed io ripresi: "Ci rimane da indagare soltanto, come penso, chi è l'uomo che possiede Dio; egli sarà certamente felice. Chiedo la vostra opinione sull'argomento". Licenzio: "Ha Dio chi vive bene". Trigezio: "Ha Dio chi obbedisce ai suoi comandamenti". Alla sua opinione aderì Lastidiano. Il più giovane di tutti: "Ha Dio chi non ha l'animo immondo (cf. Mt 5, 8)". Mia madre approvò tutte le opinioni, ma soprattutto quest'ultima. Navigio se ne era rimasto in silenzio. Gli chiesi come la pensasse. Mi rispose che gli piaceva l'ultima. Mi parve opportuno non trascurare Rustico nel chiedergli la propria opinione su un argomento di tanta importanza poiché mi sembrava che taceva più per vergogna che per volontà. Aderì a Trigezio.

 

Moderazione nella ricerca.

2. 13. Allora ripresi: "Prendo atto dei singoli pareri su un argomento importante che implica pertanto ogni ulteriore problema e ogni ulteriore scoperta purché noi ora, come abbiamo cominciato, lo sottoponiamo all'indagine senza preconcetti e con molta serietà. Per oggi tuttavia non si deve prolungare la trattazione poiché anche lo spirito ha nei suoi conviti una certa intemperanza se si getta sulle vivande senza moderazione e con avidità e rischia, per così dire, l'indigestione. E poiché da essa si deve temere per la sanità mentale come dalla stessa fame, è meglio che domani, se preferite, col ritorno dell'appetito riprendiamo la trattazione. Voglio tuttavia che subito assaporiate ciò che io adesso, come vostro anfitrione, devo apporvi offrendolo direttamente alla vostra mente. Ed è, salvo errore, l'ultima rituale vivanda ammannita e condita dal miele della lezione". Alle mie parole tutti si tesero come verso una vivanda non a portata di mano e insistettero perché mi accingessi a dire di che si trattava. "Non vi pare, dissi, che è conchiusa la discussione iniziata qualche giorno addietro contro gli accademici?". Udito tale nome, i tre, cui era noto il fatto, si alzarono in piedi con vivacità e, quasi con le mani distese, come comunemente avviene, aiutarono con le parole che poterono il servitore che apponeva. Facevano capire che non avrebbero udito nulla di più gradevole.

 

La tesi di Agostino che gli accademici non conseguono felicità...

2. 14. Proposi l'argomento in questi termini: È manifesto che non è felice chi non ha l'oggetto del desiderio, come dianzi è stato logicamente dimostrato. Ma nessuno cerca ciò che non vuol conseguire. Ora essi ricercano sempre la verità, dunque desiderano conseguirla; desiderano, cioè, avere il conseguimento della verità. Ma non la conseguono. Ne deriva che essi non hanno ciò che desiderano e ne deriva quindi che non sono felici. Ma non si è saggi se non si è felici; dunque il filosofo accademico non è un saggio. A questo punto essi, soddisfatti di essersi assicurati l'intera porzione, approvarono gridando. Ma Licenzio, riflettendo più attentamente e diligentemente, esitò a prestar l'assenso e disse: "Mi sono assicurato assieme a voi la porzione poiché ho approvato convinto della conclusione. Ma per il momento non trangugerò nulla e riserverò la mia porzione per Alipio. O la gusterà assieme a me o mi avvertirà sui motivi per non ingerirla". "Ma Navigio piuttosto, dissi, non avendo il fegato sano, dovrebbe temere i dolci". Ed egli sorridendo rispose: "Al contrario, essi mi faranno bene. Non so come, ma la tua confezione contorta e pungente a causa del miele d'Imetto, come dice quel tale, è dolce-asprigna e non costipa l'intestino. Quindi la ingerisco tutta, sia pure con qualche puntura al palato, ma con piena soddisfazione. Non vedo infatti come possa esser contestata la tua conclusione". "È certamente impossibile, intervenne Trigezio. E per questo son contento d'essermi già schierato contro di loro. Infatti non so per quale impulso naturale, o per dire con maggior verità, divino, ho sempre avuto una viva antipatia per loro sebbene non sapessi come confutarli".

 

... è ribattuta da Licenzio...

2. 15. "Io non li abbandono ancora", disse Licenzio. "Dunque, ribatté Trigezio, dissenti da noi?". "E voi, rimbeccò l'altro, non dissentite da Alipio?". Gli dissi: "Non dubito che, se fosse stato presente Alipio, avrebbe accettato la mia breve dimostrazione. Non avrebbe infatti potuto accogliere l'assurda opinione di ritenere felice chi non ha un bene spirituale tanto eccellente e che ha ardentemente desiderato di avere, ovvero che essi non vogliono raggiungere la verità, o che è saggio chi non è felice. Da questi tre motivi, come se fossero miele, farina e mandorle, è confezionata la torta che temi d'ingerire". "Ed egli, ribatté Licenzio, accetterebbe questo piccolo divertimento da fanciulli abbandonando la ricca tradizione degli accademici? Da essa, come da fiume in piena, la tua breve dimostrazione sarebbe sommersa e trascinata via". "Come se, rimbeccai, stessimo cercando una lunga dimostrazione soprattutto contro Alipio. Egli stesso con il tuo intervento dimostra sufficientemente che questi motivi lievi ma non scarsi di pensiero sono validi e utili. Ma tu che preferisci dipendere dall'autorità di un assente, quale punto biasimi? Che chi non ha l'oggetto del desiderio non è felice? Ovvero che gli accademici, i quali ricercano con ardore la verità, non la vogliono avere, una volta conseguita? O ritieni che l'uomo saggio non è felice?". "È certamente felice, rispose sorridendo sdegnosamente, chi non ha l'oggetto del desiderio". Ordinai che le sue parole fossero trascritte. Ed egli esclamò: "Ma io non l'ho detto". Feci cenno che si trascrivessero ugualmente anche queste. Allora ammise: "L'ho detto". Avevo ordinato, una volta per sempre, che non potesse profferire parola che non fosse trascritta. E così tenevo il giovanotto in esercizio fra la vergogna e l'ostinatezza.

 

... ma Monica li definisce epilettici.

2. 16. Ma mentre, motteggiandolo con tali parole, lo invitavo ad ingerire, per così dire, la sua porzione, mi accorsi che gli altri ignari dell'argomento e desiderosi di conoscere il tema della nostra scherzosa conversazione, ci guardavano seri. E riferendomi a un caso piuttosto frequente, mi parve di poterli paragonare a quelle persone che, sedendo a mensa con individui sempre affamati ed eccellenti divoratori, o si trattengono dal tirar giù per contegno o si lasciano prendere dalla vergogna. Ma io ero l'anfitrione e tu mi hai insegnato a sostenere la parte di un uomo illustre e, per svelare tutto, dell'uomo vero, ma anche dell'anfitrione in quel convito. Mi turbò quindi il diverso e incoerente trattamento usato alla nostra mensa. Sorrisi a mia madre. E lei, con grande liberalità, mi ordinò di offrire, come se la dispensa fosse sua, la vivanda di cui erano privi. Mi pregò poi: "Dicci ormai chiaramente la posizione di codesti accademici e le loro tesi". Gliene presentai una breve e chiara esposizione in maniera che tutti i presenti potessero comprendere. E lei: "Ma costoro sono affetti da mal caduco". Con questo termine in gergo popolare sono designati coloro che sono sconvolti da attacchi d'epilessia. Nel contempo si alzò per andarsene. E tutti rallegrati ed esilarati dal motto, posta fine alla discussione, ce ne andammo.

 

 

 

Dio e la felicità (3, 17 - 22)

Ricapitolazione della disputa precedente.

3. 17. L'indomani, sempre dopo pranzo ma un po' più tardi del giorno antecedente, ci adunammo i medesimi e nel medesimo luogo. "Oggi, cominciai, siete arrivati tardi al banchetto; ed io penso che il fatto non dipenda dalla cattiva digestione, ma dalla certezza della scarsezza delle vivande. Siete convinti che non dovete iniziare a prendere all'ora consueta un cibo che, a vostro avviso, potete ingoiare in pochi bocconi. Ed era ovvio pensare che non fossero rimasti avanzi d'un pranzo che nel giorno stesso della festa era stato frugale. E forse avete ragione. Io stesso, come voi, non so che cosa v'è stato ammannito. V'è un Altro che non manca di preparare a ciascuno ogni vivanda e soprattutto quelle di questo tipo. Siamo noi che assai spesso manchiamo di nutrirci o per debolezza o per sazietà o per affari. E ieri, con sentimento religioso e con fondamento logico, siamo rimasti d'accordo che egli, con la sua presenza negli uomini, li rende felici. Il nostro ragionamento ha infatti accertato, senza dispareri fra di voi su tale punto, che è felice chi possiede Dio. È stato allora chiesto chi sia, a vostro avviso, che possiede Dio,. Sull'argomento, se ben ricordo, sono state dichiarate tre opinioni. Alcuni hanno ritenuto che possiede Dio chi compie le opere che egli vuole. Altri hanno affermato che possiede Dio chi vive bene. Altri, infine, furono d'opinione che Dio è in coloro in cui non è lo spirito denominato immondo.

 

Convenienza di massima delle tre opinioni.

3. 18. Ma forse con diverse espressioni hanno tutti pensato la stessa cosa. Limitiamoci ad analizzare le prime due opinioni. Chiunque vive bene compie ciò che Dio vuole e chiunque compie ciò che Dio vuole vive bene; altro non è infatti vivere bene che fare ciò che piace a Dio, salvo un vostro disparere". Furono d'accordo. "Più attentamente bisogna esaminare la terza opinione perché, nella terminologia della Sacra Scrittura, immondo spirito, per quanto io ne comprendo, viene inteso in due significati. O s'intende quello che invade l'anima dal di fuori, sconvolge la normale funzione dei sensi e genera negli uomini una specie di mania; e si dice che, per allontanarlo, i sacerdoti impongono le mani ed esorcizzano, cioè lo scacciano con l'invocazione di Dio. Con altra accezione si denomina spirito immondo ogni anima immonda e non significa altro che anima inquinata da vizi e colpe. Pertanto chiedo a te, giovanetto, che forse hai dichiarato questa tua opinione a causa del tuo spirito un po' più sereno e puro, chi ti sembra che non abbia lo spirito immondo: quegli che non è invaso dal demone che di solito rende furibondi gli uomini, ovvero quegli che ha già resa monda l'anima da tutti i vizi e peccati". "Penso, rispose, che non ha lo spirito immondo chi vive castamente". "Ma, soggiunsi, chi intendi come casto: colui che non commette peccato o colui soltanto che si astiene da un illecito contatto carnale?". "Come, rispose, può esser casto se, astenendosi soltanto dall'illecito contatto, non cessa di macchiarsi di altri peccati? Quegli è veramente casto che è fisso in Dio e soltanto a lui aderisce". Volli che le parole del ragazzo fossero trascritte come erano state profferite; quindi continuai: "Ne consegue pertanto necessariamente che questo tale viva bene e chi vive bene è necessariamente casto, salvo il tuo disparere". Manifestò la sua adesione assieme agli altri. "Quindi, conclusi, fino a questo punto c'è unanimità di opinioni.

 

Cercare Dio: somma di tutti i desideri.

3. 19. Ma ora per un po' vi propongo il problema se Dio può volere che l'uomo lo cerchi". Lo ammisero. "Vi chiedo egualmente se possiamo affermare che vive male chi cerca Dio". "No certamente", risposero. "E rispondete anche a questo terzo quesito: Può lo spirito immondo cercare Dio?". Dissero di no, nonostante una certa esitazione di Navigio che poi cedette alle contestazioni degli altri. "Dunque, conclusi, chi cerca Dio fa ciò che Dio vuole e vive bene e non ha lo spirito immondo. Ma chi cerca Dio non lo ha ancora. Quindi a rigor di logica non consegue che ha Dio in sé chi vive bene o fa ciò che Dio vuole e non ha lo spirito immondo". A questo punto tutti riconobbero ridendo di essere stati tratti in inganno dalle loro stesse ammissioni. Ma mia madre, dopo un lungo momento di stupore, chiese che io chiarissi e dilucidassi distintamente quanto, per esigenza di conchiudere, avevo esposto in forma involuta. Soddisfeci la sua richiesta. Ed ella disse: "Ma nessuno può raggiungere Dio se non lo cerca". "D'accordo, risposi. Tuttavia chi ancora cerca, non ha ancora raggiunto Dio, tuttavia già vive bene. Dunque non di necessità chi vive bene ha Dio". "Ritengo, ribatté, che ognuno ha Dio, ma l'hanno propizio coloro che vivono bene e avverso coloro che vivono male". "Dunque, le risposi, non a rigore di logica abbiamo ammesso che è felice chi ha Dio poiché ogni uomo ha Dio e tuttavia non ogni uomo è felice". "Allora, suggerì, aggiungi propizio".

 

L'obiezione di Navigio sulla ricerca del saggio accademico.

3. 20. "Dunque, soggiunsi, siamo per lo meno sufficientemente d'accordo che è felice chi ha Dio propizio". "Vorrei, interruppe Navigio, essere d'accordo ma mi trattiene la condizione di chi ancora ricerca, soprattutto se tu dovessi concludere che è felice l'accademico che nella disputa di ieri, con termine popolano e non letterario ma assai efficace, a mio parere, fu denominato sofferente di mal caduco. Non posso ammettere che Dio sia avverso a un uomo che lo cerca. E se ciò non è ammissibile, Dio gli sarà propizio e chi ha Dio propizio è felice. Dunque chi lo cerca è felice, ma chi cerca non ha ancora l'oggetto del suo desiderio. Ne conseguirebbe che è felice l'uomo che non possiede ciò che desidera. Ma tale affermazione ieri ci è sembrata assurda e ne abbiamo dedotto che erano stati eliminati i punti deboli della tesi accademica. E per questo ormai Licenzio canterà vittoria su di noi e, come medico saggio per me, mi farà notare che i dolci da me imprudentemente ingeriti a danno della mia salute esigono un simile scotto".

 

Dio propizio e il movimento verso la felicità.

3. 21. A queste parole anche mia madre sorrise. Trigezio intervenne: "Io non vedo come conseguente che Dio è avverso a chi non è propizio, ma penso che si dia una condizione di mezzo". Gli chiesi: "Ma tu ammetti che questo tale, posto in una condizione di mezzo perché Dio non gli è né propizio né ostile, in qualche modo ha Dio?". Essendo egli rimasto perplesso, mia madre intervenne: "Un conto è avere Dio ed un altro non essere senza Dio". "Ma, ribattei, che cosa è meglio: avere Dio o non essere senza Dio?". "Per quanto m'è dato di comprendere, rispose, questa è la mia opinione: chi vive bene ha Dio ma propizio; chi vive male ha Dio ma avverso; chi invece ricerca e non ha ancora trovato non lo ha né ostile né propizio ma non è senza Dio". "Questo, chiesi, è anche il vostro parere?". Risposero affermativamente. "Ditemi, ripresi, e vi prego di scusarmi: non vi pare che Dio sia propizio all'uomo cui concede il suo favore?". Lo ammisero. "E allora, soggiunsi, Dio non dà il suo favore all'uomo che lo cerca?". Risposero di sì. "Dunque, conclusi, chi cerca Dio ha Dio propizio e chi ha Dio propizio è felice. Pertanto è felice anche chi cerca. Ma chi cerca non possiede ancora l'oggetto del suo desiderio. Quindi è felice anche chi non possiede l'oggetto del suo desiderio". "Ma a me, ribatté mia madre, non pare affatto che sia felice chi non possiede l'oggetto del suo desiderio". "Ne conseguirebbe, le risposi, che non necessariamente è felice chi ha Dio propizio". "Se il rigore della logica, soggiunse, postula tale conclusione, m'è impossibile escluderla". "Si avrà pertanto, conclusi, la seguente classificazione: chi ha trovato Dio e lo ha propizio è felice; chi cerca e lo ha propizio non è ancora felice; chi infine con vizi e colpe si rende estraneo a Dio, non solo non è felice ma non vive neppure nel favore di Dio".

 

L'aporia: avere Dio propizio e non esser felici.

3. 22. Le mie parole furono approvate da tutti. "D'accordo, dissi; temo tuttavia che non vi convinca il motivo dianzi da noi accettato e cioè che sarebbe infelice chi non fosse felice. Ne conseguirebbe che è infelice l'uomo che ha [Dio propizio e non è felice appunto perché, come abbiamo detto, ancora cerca Dio]. Ovvero, come dice Tullio, dovremmo reputare ricchi i possessori di molti fondi e poveri i possessori di tutte le virtù? (Cicerone, Hort. framm. 104). Ma considerate se è vero il principio che come chi soggiace alla privazione è infelice, così sia vero che chi è infelice soggiace alla privazione. Di conseguenza sarebbe vera l'opinione da me approvata, mentre veniva dichiarato, come avete udito, che l'infelicità non è altro che soggezione alla privazione. Sarebbe lungo trattare l'argomento oggi e per questo chiedo che non vi dispiaccia di partecipare anche domani a questo convito". E poiché tutti affermarono di gradirlo assai, ci alzammo.

 

 

 

Pienezza e misura (4, 23 - 36)

Problematicità del concetto di privazione.

4. 23. Al terzo giorno della nostra disputa, di mattino, si dissipò la nebbia che ci costringeva ad adunarci nella sala delle terme e si ebbe un limpido pomeriggio. Ci fece piacere quindi scendere nel prato vicino. Ci sedemmo, ciascuno nel luogo che sembrò più comodo. Quindi fu continuata la disputa nei termini seguenti. "Conservo e ritengo valido, cominciai, quasi tutto ciò che voluto mi fosse da voi concesso in risposta alle mie domande. Oggi pertanto, affinché possiamo per qualche giorno por fine a questo nostro banchetto, non rimane nulla o poco, come penso, da darmi in risposta. È stato detto da mia madre che l'infelicità non è altro che privazione ed è stato stabilito da noi che coloro i quali soggiacciano alla privazione sono infelici. Ma la tesi che proprio tutti gli infelici soggiacciano alla privazione ha qualche aspetto problematico che ieri non abbiamo potuto chiarire. Che se la forza del ragionamento riuscirà a dimostrare che è proprio così, sarà stabilito con esattezza chi sia felice. Sarà chi non soggiace alla privazione. Infatti chi non è infelice è felice. È felice dunque chi è libero dalla privazione se risulterà che quella che denominiamo privazione equivale all'infelicità".

 

Non necessariamente chi non soggiace a privazione è felice...

4. 24. "E perché, domandò Trigezio, non si potrebbe già dedurre che è felice chi non soggiace a privazione, dall'evidente principio che chi soggiace a privazione è infelice? Rammento che abbiamo accertato non darsi uno stato di mezzo fra infelice e felice". "Ritieni, gli chiesi, che si dia qualche cosa di mezzo fra morto o vivo? Non si è forse o vivi o morti?". "Ammetto, ribatté, che anche per questo aspetto non si dà qualche cosa di mezzo. Ma a che mira la domanda?". "Perché, gli risposi, tu ritieni, come penso, che chi è stato sepolto da un anno è morto". Non contestò. "E allora, proseguii, forse che vive chi non è stato sepolto da un anno?". "Non consegue", mi rispose. "Quindi, conclusi, dal fatto che chi soggiace alla privazione è infelice non consegue a rigore che chi non soggiace alla privazione è felice sebbene non sia possibile trovare una condizione di mezzo tra felice e infelice come tra vivo e morto".

 

... poiché la felicità è valore.

4. 25. E poiché alcuni tardavano alquanto a comprendere il ragionamento, tentai di chiarirlo e trattarlo con parole, per quanto possibile, adatte al loro intendimento. "Dunque, dissi, nessuno dubita che è infelice chi soggiace alla privazione. Non costituisce ovviamente difficoltà la soggezione anche degli uomini saggi ai bisogni materiali. Non lo spirito, in cui alberga la felicità, soggiace a tali bisogni. Esso infatti è perfetto e l'essere perfetto non ha bisogni. Per quanto riguarda i beni indispensabili alla vita fisica, il saggio li userà se ci sono e se non ci saranno non si lascerà abbattere dalla loro scarsezza. Il saggio infatti è forte e l'uomo forte non teme. Dunque il saggio non temerà né la morte fisica né le privazioni che si possono allontanare, evitare o differire con l'uso di beni sensibili dei quali potrebbe esser privo. Tuttavia ne usa bene se non mancano. È infatti vero quel detto: È da stolti subire ciò che puoi evitare (Terenzio, Eun. 761). Dunque eviterà la morte e la privazione quanto è possibile e conveniente per non diventare, in caso contrario, infelice non a causa di simile contingenza ma per non averlo voluto, potendolo. Sarebbe segno manifesto di stoltezza. Chi non le evita sarà dunque infelice a causa della sua stoltezza e non per la soggezione ai mali sensibili. Se poi non riuscirà ad evitarli, sebbene vi si adoperi diligentemente, non sarà il loro verificarsi a renderlo infelice. Infatti non è meno vero il detto del medesimo commediografo: Perché non può realizzarsi ciò che vuoi, fa' di volere ciò che è possibile (Terenzio, Andria 305-306). Non può essere infelice colui a cui nulla avviene contro il proprio desiderio. In verità non desidera ciò che non può ottenere. Ha infatti il desiderio di beni assai più sicuri che è quello di non agire se non a norma di virtù e secondo la divina legge della saggezza che non gli possono esser tolte sicuramente.

 

Al contrario chi è infelice, per mancanza di saggezza, soggiace a privazione.

4. 26. Ed ora esaminate se anche chi è infelice soggiace alla privazione. Costituisce difficoltà ad ammettere tale verità il fatto che molti, i quali godono di una grande quantità di beni di fortuna e ai quali tutto riesce possibile al punto che l'oggetto del loro desiderio dipende da un loro cenno, trovano tuttavia in questa vita gravi difficoltà. Ma facciamo l'ipotesi di un individuo quale Tullio dice che fosse Orata (cf. Cicerone, Hort. framm. 10). Chi potrebbe dire che Orata soggiacesse alla privazione se fu un uomo ricchissimo, dedito al lusso e alla gioia di vivere, cui non mancò nulla di ciò che è piacere, bellezza e buona e perfetta salute? Infatti ebbe a profusione fondi assai produttivi, amici dediti alle gioie e delle sue sostanze usò con molto discernimento per il benessere fisico. Per dirla in breve, un prospero successo seguì a tutti i suoi progetti e desideri. Ma qualcuno di voi obietterà che desiderava avere più di quanto aveva. Non lo sappiamo. Ma facciamo l'ipotesi, e ciò è sufficiente alla nostra indagine, che egli non desiderasse più di quanto possedeva. Ritenete allora che soggiacesse alla privazione?". "Vorrei ammettere, rispose Licenzio, che non desiderasse di più, a parte che non saprei come ammetterlo in un uomo non saggio. Sta il fatto che temeva, poiché era di retto intendimento come si suol dire, l'improvvisa perdita di tutte le sostanze a causa di qualche avversità. Non era difficile comprendere che tutti quei beni, per quanto grandi fossero, erano soggetti alla forza degli avvenimenti". Sorridendo gli risposi: "Stai rilevando, o Licenzio, che questo individuo assai fortunato è stato impedito dal raggiungere la felicità a causa della sua rettitudine. Infatti essendo assai avveduto, prevedeva che poteva perdere tutti i suoi beni. Ed era travagliato da simile timore e spesso ripeteva quel detto popolare: L'uomo che non s'illude è assennato per la propria infelicità (Plutarco, De tranq. an. 1, 465c.)

 

Quindi l'insipienza è essenziale privazione...

4. 27. Egli e gli altri sorrisero. Io soggiunsi: "Esaminiamo attentamente il motivo per il quale costui, sebbene ebbe timore, non soggiacque alla privazione poiché da qui ha origine il problema. Il soggiacere alla privazione infatti consiste nel non avere e non nel timore di perdere ciò che si ha. Egli era infelice perché temeva, sebbene non fosse soggetto al bisogno. Dunque non si è soggetti al bisogno per il fatto che si è infelici". Anche mia madre, la cui opinione stavo difendendo, approvò assieme agli altri. Tuttavia, esprimendo una riserva disse: "Ancora non so e non riesco bene a comprendere come si possa separare l'infelicità dalla privazione e la privazione dall'infelicità. Anche costui che era ricco e possidente e, come state dicendo, non desiderava più nulla, tuttavia, poiché temeva di perdere, era privo di saggezza. Dunque lo dovremmo considerare bisognoso se fosse stato privo di denaro e di possessioni e non lo considereremo tale per il fatto che era privo della saggezza?". Fu un grido unanime d'ammirazione. Anche io fui non poco contento e lieto che proprio da lei fosse espresso il concetto che avevo inteso di esporre in fine come verità di fondo desunta dagli insegnamenti dei filosofi. "Osservate, esclamai, che altro è la molteplice e varia cultura e altro lo spirito sempre fisso in Dio? Da dove infatti procedono le parole udite che hanno destato la nostra ammirazione se non da lui?". A questo punto Licenzio tutto lieto m'interruppe esclamando: "Certamente non si poteva dire qualche cosa di più vero e di più divino. Non c'è infatti tanta privazione che produca tanta infelicità quanto, esser fuori della saggezza. Chi non è privo della saggezza non ha bisogno assolutamente di nulla".

 

... la saggezza è felicità, la stoltezza infelicità.

4. 28. "La soggezione alla privazione spirituale, continuai, non è altro che stoltezza. Essa è contraria alla saggezza e così contraria come la morte alla vita, come la felicità all'infelicità senza condizioni di mezzo. Allo stesso modo che l'uomo non felice è infelice e chi non è morto è vivo, così è evidente che chi non è stolto è necessariamente saggio. Ne possiamo dedurre che Sergio Orata non fu infelice tanto perché temeva di perdere i doni di fortuna ma perché era stolto. Ne consegue che sarebbe stato più infelice se non avesse avuto timori da parte di cose tanto instabili e incerte che egli reputava beni. Sarebbe stato infatti più sicuro non per vigile fortezza di spirito ma per torpore mentale, comunque infelice perché immerso nella più profonda stoltezza. Ma se chiunque è privo della saggezza soggiace alla più grande privazione e chi ne è in possesso non ha alcuna privazione, ne consegue che la stoltezza è privazione. Inoltre come ogni stolto è infelice, così ogni infelice è stolto. Dunque è provato che la privazione è infelicità e l'infelicità privazione.

 

La privazione significa non avere;

4. 29. Trigezio confessò di non aver compreso la conclusione. Che cosa, gli chiesi, abbiamo accertato con la nostra analisi?". Che soggiace alla privazione chi non possiede la saggezza", mi rispose. "E che cosa è, soggiunsi, soggiacere a privazione?". "Non avere la saggezza". "E che cos'è, dissi, non avere la saggezza?". Poiché taceva gli chiesi: "Avere la stoltezza?". "Si", ammise. "Dunque, conclusi, avere la privazione e rispettivamente la stoltezza è la medesima cosa. Ne consegue che privazione è sinonimo di stoltezza. Tuttavia, non so perché, diciamo: Ha la privazione; ovvero: Ha la stoltezza. È lo stesso caso di quando diciamo che un luogo privo di luce ha le tenebre; non significa altro che non avere la luce. Le tenebre non vanno e vengono, ma mancare di luce significa essere nelle tenebre, come esser privo delle vesti significa esser nudo. Insomma, quando s'indossa una veste la nudità non fugge come un oggetto condizionato al moto locale. Così dunque diciamo che si ha la privazione come si dice che si ha la nudità. La privazione è categoria del non avere. Quindi per spiegare, come posso, il mio pensiero, si dice: Ha la privazione, come se si dicesse: Ha il non avere. E pertanto se risulta che la stoltezza è per sé vera e autentica privazione, cerca di comprendere che il problema è stato da noi risolto. Eravamo in dubbio se nel dire infelicità non intendessimo altro che privazione. Abbiamo spiegato che la stoltezza giustamente significa privazione. Dunque dobbiamo ammettere che, come lo stolto è infelice e l'infelice è stolto, così non solo chi soggiace a privazione è infelice ma anche chi è infelice soggiace a privazione. Dal principio che ogni stolto è infelice e ogni infelice è stolto si deduce che la stoltezza è infelicità. Così dal principio che chi soggiace alla privazione è infelice e chi è infelice soggiace alla privazione dobbiamo dedurre che l'infelicità è essenzialmente privazione".

 

quindi si oppone a pienezza...

4. 30. Tutti dichiararono di essere d'accordo. "Ora è opportuno, proseguii, che esaminiamo chi non soggiace a privazione. Questi sarà l'uomo saggio e felice. Ora la stoltezza è privazione. Il nome stesso indica privazione poiché la parola si usa per significare una certa improduttività e insufficienza. Considerate dunque più attentamente con quanta diligenza gli antichi hanno foggiato tutte o, come si può vedere, alcune parole relative a significati la cui conoscenza era indispensabile. Ormai ammettete che lo stolto soggiace a privazione e chi soggiace a privazione è stolto. Penso che siate anche d'accordo che l'animo stolto è vizioso e che tutti i vizi dello spirito sono inclusi nell'unico concetto di stoltezza. Nel primo giorno di questa nostra disputa abbiamo detto che l'immoderatezza (nequitia) è stata così denominata perché è un non qualche cosa (nequidquam) e che il suo contrario, la moderatezza, è stata nominata da produttività (frux). Dunque in questi due contrari, moderatezza e immoderatezza, sono posti in evidenza l'essere e il non essere. Che cosa pensiamo sia il contrario di privazione, di cui si sta trattando?". Esitarono a rispondere. "Se dicessi ricchezza, intervenne Trigezio, noto che il suo contrario è povertà". "Il concetto è simile, gli risposi. Povertà e privazione di solito significano la stessa, cosa. Tuttavia si deve trovare un altro termine affinché alla parte migliore non ne rimanga uno solo. Difatti mentre la parte di povertà e privazione abbonda di termini, da quest'altra si opporrebbe soltanto il termine di ricchezza. E sarebbe veramente assurdo che si dia privazione di termini nella parte che è contraria alla privazione". "Sono d'avviso, disse Licenzio, che la pienezza, se il termine è passabile, giustamente si oppone alla privazione".

 

... che consiste nella misura e nel limite.

4. 31. "Per quanto riguarda la terminologia, risposi, ci torneremo sopra in seguito con maggiore attenzione. Non è un aspetto che si debba curare eccessivamente nella ricerca in comune della verità. E sebbene Sallustio, attentissimo ponderatore di parole, contrappone alla privazione l'abbondanza (cf. Sallustio, Cat. 52, 22), accetto codesta pienezza. Neanche nella presente indagine saremo liberi dalla preoccupazione per i grammatici e non dobbiamo correre il rischio di essere puniti da loro per avere usato senza sufficiente esame dei termini che essi hanno posto a nostra disposizione". Sorrisero. "Dunque, continuai, poiché ho deciso, mentre siete intenti in Dio, di prendere in considerazione i vostri pensieri come se fossero oracoli, esaminiamo il significato del termine. Penso che sia più adattabile alla verità. Pienezza e privazione sono in opposizione. Ma anche in questa fattispecie, come nell'altra di immoderatezza e moderatezza, appaiono i due opposti di essere e non essere. E se la privazione è di per sé stoltezza, la pienezza sarà saggezza. Molti hanno giustamente insegnato che la moderatezza è madre di tutte le virtù. In accordo a loro anche Tullio in un discorso ha detto: Ciascuno la intenda come vuole; io ritengo la moderatezza, cioè la regola della misura e del limite, come la virtù più alta (Cicerone, Pro Deiot. 9, 26). Opinione assai ragionevole e conveniente perché ha tenuto in considerazione la produttività, cioè un qualche cosa di cui diciamo l'essere cui è contrario il non essere. Ma a causa dell'uso della parola nel popolo che di solito intende moderatezza come parsimonia, egli ha chiarito il proprio pensiero aggiungendo la regola della misura e del limite. Quindi esaminiamo attentamente questi due termini.

 

Quindi la saggezza è pienezza...

4. 32. Regola della misura (modestia) deriva da modus (misura) e regola del limite (temperantia) da temperies (limite). E dove si hanno misura e limite non c'è né il più né il meno. Dunque è di per sé la pienezza che abbiamo contrapposto a privazione molto più ragionevolmente che se le avessimo contrapposto abbondanza. Nell'abbondanza infatti sono implicite l'affluenza e quasi la produzione eccessiva di qualche cosa. E quando ciò si verifica al di là della sufficienza, manca la misura, poiché anche una cosa eccessiva è priva della misura. Quindi anche l'abbondanza non è altro dalla privazione poiché l'una e l'altra sono prive della giusta misura. Se poi si analizza il concetto di opulenza, si trova che rientra nella categoria della misura. Infatti opulenza deriva da ops (facoltà, potere). E il troppo non può conferire facoltà se spesso implica maggiore svantaggio del poco. Il poco e il troppo quindi, in quanto sono privi della misura, significano privazione. Ora la misura dell'anima è la saggezza. Infatti non si può negare che la saggezza è contraria alla stoltezza, che la stoltezza è privazione e che alla privazione è contraria la pienezza. Dunque la saggezza è pienezza e la pienezza consiste nella misura. Pertanto la misura per lo spirito consiste nella saggezza. Da qui il proverbio non immeritatamente celebre: È prima norma pratica del vivere: Non di troppo (Terenzio, Andria 61; cf. anche Plutarco, De tranq. an. 16, 474c.).

 

... e misura.

4. 33. Abbiamo detto al principio della nostra discussione d'oggi che se avessimo accertato la tesi dell'infelicità come privazione, avremmo dichiarato felice chi non soggiace a privazione. Ed è stato quindi dimostrato che esser felici è necessariamente non soggiacere a privazione, cioè esser sapiente. Ma forse voi chiedete che cosa sia la saggezza, poiché il pensiero umano, per quanto gli è possibile in questa vita, ha già tentato di analizzare e chiarire anche il suo significato. Non è altro che la misura dello spirito con cui esso raggiunge l'equilibrio in maniera da non effondersi nel troppo né restringersi al di sotto del limite della pienezza. Si effonde nella lussuria, nella volontà di dominio, nell'orgoglio e simili con cui lo spirito d'individui incapaci di moderazione e infelici crede d'accaparrarsi gioie e potenza. Si restringe nell'avarizia, nella pusillanimità, nella tristezza, nella cupidigia ed altri mali di varia specie, a causa dei quali anche gli infelici ammettono che gli uomini sono infelici. Quando invece lo spirito, raggiunta la saggezza, la fa oggetto della sua meditazione, e quando, per usare le parole di questo ragazzo, si tiene ad essa e non lasciandosi distogliere dalla vanità non si volge al culto dei falsi idoli, al cui peso abbracciato potrebbe cadere dal suo Dio e inabissarsi, allora non teme la mancanza di moderazione e quindi la privazione e l'infelicità. Pertanto chi è felice ha la misura di se stesso, la saggezza.

 

Dio, in quanto Verità, è l'ideale pienezza e misura...

4. 34. Ora dove la saggezza ha la sua ragione ideale se non nella sapienza di Dio? Sappiamo anche per magistero divino, che il Figlio di Dio è la stessa Sapienza di Dio e il Figlio di Dio è certamente Dio. Dunque chi è felice ha Dio. Sull'argomento si è avuto l'unanime nostro consenso all'inizio di questo banchetto. E voi siete d'avviso che la sapienza è la stessa verità. Anche questo è stato detto: Io sono la verità (Io 14, 6). Ma perché ci sia la verità si richiede la misura ideale da cui quella deriva e in cui realizzatasi ritorna. Alla misura ideale non è superiore altra misura. Se infatti la misura ideale è misura per la mediazione di una misura ideale, è misura per sé. Ma è fondamentale che la misura ideale sia vera misura. Come la verità diventa reale dalla misura, così la misura si conosce dalla verità. Né può avvenire dunque che si dia la verità senza la misura né la misura senza la verità. Chi è il Figlio di Dio? È stato già detto: Verità. E proprio la misura ideale non dovrebbe essere ingenerata? Chi dunque attraverso la verità raggiungerà la misura ideale è felice. Questo è possedere Dio nello spirito, cioè beatificarsi in Dio. Gli altri esseri, sebbene siano nel potere di Dio, non hanno in potere di raggiungerlo.

 

... di cui partecipando diveniamo felici.

4. 35. Un certo avvertimento, che opera in noi per farci ricordare di Dio, cercarlo e averne sete senza saziarci, ci proviene dalla stessa fonte della verità. Il sole intelligibile diffonde tale raggio sulla nostra vista interiore. Suo è il vero che pensiamo anche quando ci affanniamo a volgerci audacemente verso di lui e contemplarlo nella sua pienezza con occhi non ancora del tutto guariti o appena aperti. Ma ci si rivela soltanto che è Dio perfetto per assenza di mutazione del suo essere. Infatti in lui il tutto e la singola parte sono la stessa perfezione ed in atto è Dio totalità del possibile. Tuttavia finché cerchiamo, non ancora dissetati alla sorgente e, per usare il solito termine, alla pienezza, dobbiamo confessare che non abbiamo raggiunto la misura. Pertanto, nonostante l'aiuto di Dio, non siamo ancora saggi e beati. Questo è dunque il pieno appagamento dello spirito, questa è la felicità: conoscere con vivo sentimento religioso da chi l'uomo è indirizzato alla verità, da quale verità è beatificato e mediante quale principio si ricongiunge alla misura ideale. E questi tre principi sono il Dio unico ed unica sussistenza per coloro che sanno intendere dopo aver superato la falsità della multiforme superstizione pagana". A questo punto mia madre, avendo rievocato le parole che erano profondamente impresse nella sua memoria e risvegliandosi, per così dire, alla propria fede, profferì con gioia il versetto del nostro vescovo: O Trinità, proteggi coloro che t'invocano (Ambrogio, cit. da Deus Creator omnium; PL 32, 1473) e soggiunse: "La felicità consiste senza dubbio nel raggiungimento del fine e si deve aver fiducia che ad esso possiamo esser condotti da una ferma fede, da una viva speranza, da un'ardente carità".

 

Fine del banchetto e congedo.

 

4. 36. "E adesso, conclusi, la misura ci ammonisce d'interrompere per alcuni giorni anche il banchetto. Ringrazio, com'è possibile, il sommo e vero Dio Padre e Signore, liberatore delle anime e quindi voi che, cordialmente da me invitati, mi avete riempito di regali. Infatti avete contribuito alla nostra disputa in tal maniera che non posso negare di essere stato saziato dagli stessi miei invitati". Tutti erano soddisfatti e lodavano Dio. E Trigezio esclamò: "Come vorrei che tu ci nutrissi tutti i giorni in tal misura". Gli risposi: "Ma proprio la misura si deve osservare e rispettare in ogni cosa se vi sta a cuore il nostro ritorno a Dio". Posto fine alla disputa con queste parole, ce ne andammo.


Festa di Sant'Agostino 28 agosto 2023

Pubblicazione Pellegrinaggio Ostia Antica 24 aprile 2023

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Presenza viva del Verbo

Sandro Botticelli Visione di Sant’Agostino del fanciullo, Predella - Pala di San Barnaba 1487 - tempera su tavola - 268x280 cm - Firenze, Uffizi.

Secondo la leggenda un giorno Sant’Agostino, mentre si trovava meditabondo lungo il mare, ebbe la visione di Gesù bambino. L’episodio è noto e, benché non si sia trovato riscontro storico nelle fonti agostiniane, ha avuto molta fortuna nell’iconografia sul Santo d’Ippona. La leggenda compare, sotto forma di exemplum, nel XIII secolo in uno scritto Cesare d'Heisterbach dove protagonista era una vedova. L’attribuzione dell’episodio a Sant’Agostino reca la data 1263 e si fonda su alcune basi: una lettera apocrifa a Cirillo dove Agostino ricorderebbe una rivelazione divina con queste parole: Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum? Cioè: «Agostino, Agostino che cosa cerchi? Pensi forse di poter mettere nella tua nave tutto il mare?» E un altro testo apocrifo dove San Girolamo discute con Sant’Agostino sulla capacità umana di comprendere il mistero divino.

 

La fortuna dell’episodio attesta la sua profonda verità. Quando l’uomo si attarda a scandagliare misteri che non gli competono naufraga e annega nello stesso mare che vorrebbe solcare.

 

Una delle opere più belle, che illustra il fatto, è contenuta nella predella della Pala di San Barnaba di Sandro Botticelli (agli Uffizi di Firenze). Sant’Agostino, vestendo i panni episcopali, i panni cioè di colui che, avendo raggiunto la pienezza del sacerdozio può, ex cattedra, educare alla fede, sta sul lungo mare. Quale mare, è impossibile dirlo. Alcuni ritengono possa essere Civitavecchia ma, in tal caso, i paramenti da vescovo indossati dal Santo costituirebbero un anacronismo, poiché quando Agostino si trova a Roma non è né prete, né vescovo. Per altri si tratta del mare di Ippona e ciò giustificherebbe la tenuta del Santo. Questa, del resto, pare la corrente di pensiero seguita da Botticelli.

L’episodio narra che, mentre Agostino scandagliava con la mente il Mistero della Trinità, vide un bimbo intento a giocare. Dapprima il santo vescovo non comprese l'origine divina di quel Bambino e lo stette ad osservare. Questi, correndo al mare, pescava dell'acqua con una conchiglia per poi, ritornando sulla spiaggia, riempire con essa una buca fatta nella sabbia.

Incuriosito dall'operazione ripetuta più e più volte, Agostino decide di interrogare il bambino: «Che fai?» Alla risposta del fanciullo rimane interdetto: «Voglio travasare il mare in questa mia buca». Sorridendo Sant'Agostino spiega pazientemente che ciò è impossibile. Il bambino fattosi serio replica: «È impossibile anche a te scandagliare con la piccolezza della tua mente l'immensità del Mistero divino». E detto questo sparì.

Botticelli veste di rosso l'uno e l'altro, indicando così la prossimità degli intenti: entrambi cercavano di circoscrivere un mistero insondabile. Il volto espressivo del Bambin Gesù di Botticelli, lascia intravedere lo sdegno e la sorpresa divina per un uomo fattosi sì ardito.

In fondo l'episodio, non a caso ai nostri giorni quasi dimenticato, si adatta anche alle velleità dell'uomo post-contemporaneo. Il desiderio di indagare, dominandoli, i grandi principi non negoziabili, come la vita, la morte, la dignità della persona e la distinzione orientata alla vita fra uomo e donna, avrà come naturale approdo il naufragio, la sconfitta, l'abbruttimento umano. Così Agostino insegna ancora, in questo pur dubbio episodio, una grande verità che, se osservata, può salvare l'uomo è la città.

 

La salvezza del mondo e della città era nascosta per Sant'Agostino, nella vita monastica, vero luogo dove la filosofia e financo la teologia diventano sapienza di vita. L’esperienza di Cassiciago, che lo portò alla conversione e al Battesimo, maturato anche grazie alle liturgie celebrate dal Vescovo Ambrogio nella città di Milano, plasmò il suo animo a comprendere che la vita monastica del grande Antonio (del quale aveva udito parlare rimanendone affascinato) non doveva essere prerogativa del deserto, ma poteva essere vissuta pienamente anche nella civitas. Le intuizioni avute a Cassiciago si concretizzarono meglio a Tagaste, luogo dove la celebre e discussa Regola Agostiniana prese forma. Ma sarà a Ippona che Agostino, divenuto sacerdote e poi vescovo, avrà modo di unire la vita monastica a quella apostolica dei chierici.

 

Una suggestiva pittura, attribuita a Niccolò di Pietro, raffigura il santo Padre Agostino con i discepoli ed esprime bene quello che fu la sua vita ad Ippona. Anche qui egli veste i panni del vescovo e tiene in mano la Parola circondato dai chierici. Il portale che incornicia il gruppo ricorda quella sorta di grande portale che apre la Regola Agostiniana: il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una sola anima e un sol cuore protesi verso Dio.

 

La postura orante di ciascun membro dice la tensione verso Dio, mentre e i visi sereni rivolti al Padre Agostino dicono l’attitudine alla carità. La carità per Agostino era il grande modo di essere presenti. Solo la carità è capace di dilatarsi oltre i confini del Monastero. Solo la carità per il grande dottore della Chiesa, è salvezza della città. Per questo il portale dell’ambito monastico in cui si trovano gli agostiniani si apre generosamente allo sguardo di chi li osserva. L’ascolto di Dio, il pervenire alla sapienza era, per Agostino, a servizio ed edificazione della civitas. Lui che morì povero, ma ricco solo della sua biblioteca, dichiarò spesso di non aver mai scritto nulla per se, ma solo per gli amici e per la ricerca del vero e del Bene a servizio di molti. Non a caso nel Prologo della Città di Dio (scritta mentre era Vescovo) Agostino così si esprime: L’argomento di quest’opera […] l’ho intrapresa dietro tua richiesta per adempiere la promessa che ti ho fatto di difendere la città di Dio contro coloro che feriscono i loro dei e al suo fondatore

 

Il libro, in questo affresco, non a caso allora è al centro del gruppo. Tutto ruota attorno ad esso: un libro che non è certamente lettera morta, ma è segno della Presenza viva del Verbo.

 

Anche l'uomo post contemporaneo, dovrebbe imparare quello che Agostino sedici secoli or sono aveva già capito, l'uomo progredisce, la città si salva solo grazie a una Presenza, a una relazione che, fondata sul Tu eterno, apre agli infiniti tu dell’umanità.


"Te solo amo, Te solo seguo, Te solo cerco" Conversione di Sant'Agostino

In occasione della festa della conversione di Sant'Agostino,il 24 aprile i padri CRIC di Roma hanno organizzato un pellegrinaggio con gli Amici CRIC e l'Associazione Culturale Dom Adriano Grea presso la chiesa di Sant'Aura a Ostia antica dove é morta ed era sepolta Santa Monica, la mamma di Sant'Agostino

CONVERSIONE DI SANT’AGOSTINO – 24 APRILE

 a cura di Padre Rinaldo Guarisco Padre Generale Cric e Presidente Associazione Culturale Dom Adriano Grea

 

PRIMA LETTURA: Romani 13,11-14a

 
            Questo brano fa parte degli ultimi capitoli della lettera ai Romani. Dopo aver spiegato in modo approfondito il rapporto tra la religione ebraica, con il suo attaccamento alla Legge e alle sue tradizioni, e la nuova vita in Cristo, Paolo passa alle conseguenze pratiche, indicando lo stile che il cristiano deve assumere:

-          il culto spirituale, la carità verso i fratelli ma anche verso i nemici, la sottomissione ai poteri civili.

-          I cristiani di Roma quindi non hanno nessuna giustificazione, non possono più "dormire " o rimanere nello stile di vita precedente alla loro conversione.         
 

 11 Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno…

Qualche versetto prima (13,8-10) li ha esortati a osservare la legge della carità, ad avere amore gli uni verso gli altri… La legge della carità riassume in sé tutta la legge mosaica.

-          Quindi i Romani vengono invitati ad amarsi gli uni gli altri, ad avere un atteggiamento di benevolenza.  


12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.      

Le immagini della notte e del giorno, della luce e delle tenebre sono riprese dalla liturgia battesimale. La luce è necessaria alla vita dell'uomo. La conversione a Cristo è da sempre rappresentata come un passaggio dal buio alla luce, dalle tenebre della morte e del peccato alla luce della vita.  


13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.    

In questo versetto Paolo scende nei particolari. La condotta del cristiano deve essere onesta,  ricordare che il male fa male, che c'è una dignità  che ci permette di vivere in gioia e pienezza.  Cambiare l'atteggiamento che stride con lo stile cristiano.

Questi versetti sono quelli che hanno fatto convertire definitivamente sant'Agostino.


14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo         
Gli interlocutori di Paolo si sono rivestiti delle vesti bianche nel giorno del battesimo, hanno così scelto di vivere secondo una vita nuova. In quella vita devono continuare.  

 

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CONVERSIONE DI AGOSTINO

 

Milano, tarda estate del 386.

Nel libro ottavo delle Confessioni Agostino racconta l’ultima lotta interiore in vista della conversione definitiva, ascoltando le

-          testimonianze di alcuni personaggi che si sono convertiti

-          leggendo la biografia dell’eremita egiziano Antonio e

-          sollecitato già in precedenza dalle omelie del vescovo Ambrogio.

 

Rimorso e vergogna afferrano violentemente Agostino. Esce, seguito da Alipio, nel giardinetto annesso alla casa e lì, sconvolto dalla tempesta interiore,  si apparta sotto un fico, disteso a terra, scoppia in un pianto dirotto.

Quand’ecco dalla casa vicina una voce sottile:

“Prendi e leggi”.

Agostino torna correndo presso Alipio, afferra il testo di San Paolo e vi legge quel versetto della lettera ai Romani ove si invita il cristiano ad abbandonare il disordine della carne per abbracciare Cristo. Una serenità ineffabile si diffonde nel suo cuore.  

-          Nella notte di Pasqua tra il 24-25 aprile del 387, dalle mani del vescovo Ambrogio, riceve il battesimo con Alipio e Adeodato (suo figlio).

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VANGELO: VEDOVA DI NAIM

 IL SUO PIANTO E L’AFFETTO PER LA MORTE DEL FIGLIO

 

AGOSTINO PARLA DI SUA MIA MADRE

 

“La mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere

che tutti i giorni mia madre versava” (Sant’Agostino)

* * *

Quando Agostino parla di sua madre sia nelle confessioni che in altri scritti, narra con sincerità non solo le virtù, ma anche quelli che sono o possono sembrare errori o difetti della madre

Comunque per lui è stata una donna mistica.

Agostino fa una rievocazione commovente della figura di Monica. Egli sa di dover tutto a sua madre. Lo dice nella prima delle sue opere: “C’era con noi mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto ciò che ho, tutto ciò che sto vivendo” (De beata).

Le doveva infatti:

-       l’intelligenza che gli brillava nella mente,

-       la passione per la verità che gli bruciava nel cuore,

-       la nobiltà e la fortezza di carattere,

-       l’educazione cristiana,

-       il mantenimento agli studi;

-       ma soprattutto le doveva la riconquista della fede.

Si sentiva doppiamente generato da lei: generato alla vita della terra e a quella del cielo.

Due perciò erano i fatti inseparabilmente presenti nella sua memoria:

-       le lacrime della madre

-       e la sua conversione.

 

Li ricorda ancora, ormai vecchio, in una delle ultime opere: “Ciò che narrai della mia conversione nei libri delle Confessioni, non ricordate che lo narrai in modo da dimostrare che la mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere che tutti i giorni mia madre versava?”.

 

Meditiamo
- Sono un cristiano che "dorme", oppure mi sento sempre

coinvolto in un cammino di conversione?

- Vi sono nella mia vita delle zone di tenebra?  

- E quindi, come posso fare per rivestirmi del Cristo risorto

 

e cambiare vita?


L’ESTASI DI OSTIA TIBERINA (durante il ritorno in Africa)

Lettore – Venne il momento di ripartire per l’Africa. Agostino e i suoi famigliari decisero infatti di tornare in patria per meglio servire Dio. In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia, dove Monica morì. Come non ricordare qui la sua esistenza esemplare? Educata con vigile cura, guarita dal vizio del bere che, adolescente, aveva contratto, da sposa si adoprò con ammirevole pazienza a correggere il carattere intemperante del marito e guadagnarlo a Dio; fu modello e conforto alle amiche, serva di tutti e straordinariamente sollecita nel bene dei figli. A Ostia, pochi giorni prima della sua morte, Agostino stava con lei. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia.

Agostino – (Conf. Libro IX, 8.17) “…Presso Ostia Tiberina mia madre morì… Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna… All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire da questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d'uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione, l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno…

Si diceva, dunque: "Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli, e l'anima stessa si tacesse… e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: "Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente"; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l'orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse… non sarebbe questo l'"entra nel gaudio del tuo Signore"? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?".

Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione… che mia madre disse:

Monica - "Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?" (Conf. IX, 10.23-26).

LA MORTE DI MONICA

Lettore - Monica morì pochi giorni dopo questo colloquio con il figlio, che la pianse amaramente implorando dalla misericordia di Dio la sua salute eterna. Così per lei e per suo marito preghino i lettori.  Agostino così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387:

Agostino - “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa:

Monica - "Dov'ero?";

Agostino - Poi, vedendo il nostro afflitto stupore:

Monica - "Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre".

Agostino - Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l'augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All'udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un'occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò:

Monica - "Vedi cosa dice",

Agostino - e subito dopo, rivolgendosi a entrambi:

Monica - "Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore" (Conf. IX, 11.27).

Agostino – Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la fece soffrire… Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo della sua vita, trentatreesimo della mia vita, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo. Le chiudevo gli occhi e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo…

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PREGHIERA A SANTA MONICA

Santa Monica, prega per noi,

affinché possiamo avere la stessa fede incrollabile

e lo stesso amore per Dio che hai avuto tu.

Aiutaci a perseverare nelle sfide della vita

e ad avere fiducia nel piano di Dio per noi.

Possa il tuo esempio ispirarci

ad essere servitori fedeli e devoti di Dio,

e possiamo un giorno unirci a te

nel regno celeste. Amen.

SANT’AGOSTINO

 

Aurelio Agostino nacque nel 354 a Tagaste, una piccola città dell’attuale Algeria, l’odierna Souk Ahras.

 Monica, la madre, era cristiana; il padre, Patrizio, era invece pagano e solo alla fine della vita aderì alla fede cattolica.

Agostino muore nella sua Tagaste circondata dai Vandali il 28 agosto del 430, dopo 40 anni di intensissimo e fecondo servizio episcopale, all’età di 76 anni.

 

Le sue intuizioni filosofiche, letterarie e teologiche ne fanno un genio del cristianesimo e dell'umanità intera. Le sue aspirazioni e la sua esperienza spirituale, trasmesse soprattutto con la sua "Regola", hanno segnato e continuano a segnare il cammino ad una schiera innumerevole di uomini e donne, affascinati dalla sua figura e trascinati dal suo esempio


La luce penetrò il nostro cuore!

Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore

 

Sant'Agostino

 

 

 

Andate in tutto il mondo!

 

 

“Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.”

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

 

 

Testimoni della risurrezione

 

 

“Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14)..Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. “(In Io Ep. 1, 2)

 

 

 

 

 

 

 

Toccare Cristo con il cuore: questa è fede sincera!

 

 

"Credetelo così e l’avrete toccato, toccatelo in modo da aderire a Lui; aderite in modo da mai separarvene"

 (Sermo 229/L, 2)

 

E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi. Ma allora, se credere è toccare, anzi se toccare è credere, come si spiega: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17)? Che vuol dire? Perché vai cercando la mia carne se ancora non comprendi la mia divinità? Volete sapere come questa donna lo voleva toccare? Essa stava cercando un morto, non credeva che egli sarebbe risorto. Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro (Io 20, 2); e lo piange come uomo. Oh! Toccarlo! Ed egli, vedendola tutta preoccupata nei riguardi della sua condizione di servo e che ancora non sapeva né gustare, né credere, né comprendere quella condizione di Dio per la quale è uguale al Padre, differisce il toccare, perché sia un toccare più completo. Non mi toccare, dice, perché non sono ancora salito al Padre mio. Tu mi tocchi prima che io risalga al Padre e mi credi solo uomo: che ti giova quel che credi? Fammi dunque risalire al Padre. Lassù da dove mai mi sono allontanato, è per te che io salgo, se mi crederai uguale al Padre. Difatti il Signore nostro Gesù Cristo non è disceso dal Padre lasciando il Padre; e anche nel risalire via da noi non si è allontanato da noi. Infatti quando stava per risalire e sedere alla destra del Padre, disse in anticipo ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20)

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 229/K, 1-2)

 

Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del corpo di Cristo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di Lui si dice. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchie ad ascoltare. (In Io. Ep. tr. 2, 1)

 

 

 

La conversione fa germogliare uomini nuovi!

 

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm 236, 2-3)

 

“Imparate ad accogliere gli ospiti, nella cui persona si riconosce Cristo. O che non sapete ancora che, tutte le volte che accogliete un cristiano, accogliete Cristo? Non lo dice forse lui stesso: Ero forestiero e mi avete accolto? E se gli replicheranno: Ma quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, risponderà: Tutte le volte che l'avete fatto a uno dei miei fratelli, fosse anche il più piccolo, l'avete fatto a me (Mt 25, 35. 38. 40). Quando dunque un cristiano accoglie un altro cristiano, è un membro che si pone al servizio di un altro membro, e con questo reca gioia al capo, che ritiene dato a sé ciò che si elargisce a un suo membro. Ebbene, finché siamo quaggiù, si dia il cibo a Cristo che ha fame, si dia da bere a lui assetato, lo si vesta quando è nudo, lo si ospiti quand'è pellegrino, lo si visiti quando è malato. Queste cose comporta l'asperità del cammino. Così dobbiamo vivere nel presente pellegrinaggio durante il quale Cristo è nel bisogno: ha bisogno nei suoi, pur essendo pieno di tutto in sé. Ma colui che nei suoi è bisognoso, mentre in sé abbonda di tutto, convocherà attorno a sé tutti i bisognosi. E vicino a lui non ci sarà più né fame né sete, né nudità né malattia, né migrazioni né stenti né dolore. So che tutti questi bisogni lassù non ci saranno, ma non so cosa ci sarà. Che tutte queste cose non ci saranno l'ho potuto apprendere; quanto invece a quel che troveremo lassù, non c'è stato occhio che l'abbia visto né orecchio che l'abbia udito né cuore d'uomo in cui sia penetrato (1 Cor 2, 9). Lo possiamo amare, lo possiamo desiderare; durante il presente esilio possiamo sospirare il possesso di un tanto bene; ma non possiamo raggiungere col pensiero né spiegare adeguatamente a parole quel che esso sia, o, per lo meno, io non ne sono capace. Cercatevi pure, o fratelli, qualcuno che abbia tale capacità, e, se vi riuscirà di trovarlo, trascinate da lui anche me insieme con voi perché divenga suo discepolo. Quanto a me, so una cosa sola, che cioè Dio - come dice l'Apostolo - ha la potenza di compiere opere che superano la nostra facoltà di chiedere e di comprendere (Eph 3, 20). Egli ci condurrà là dove si realizzeranno le parole scritturali: Beati coloro che abitano nella tua casa! Ti loderanno nei secoli dei secoli (Ps 83, 5). Tutta la nostra occupazione sarà la lode di Dio. E cosa loderemo se non ciò che ameremo? E null'altro ameremo se non ciò che vedremo. Vedremo la verità, e questa verità sarà Dio stesso, di cui canteremo la lode. Lassù troveremo ciò di cui oggi abbiamo cantato: troveremo l'Amen, cioè Quel che è vero, e l'Alleluia, cioè: Lodate il Signore.”

 

 

 

 

 

 

O Signore, va’ in aiuto a quei discepoli! Spezza loro il pane perché ti riconoscano. Se tu non li riconduci sono perduti. (Sermo 236/A, 3)

 

 

 


Perle di saggezza!

 

 

 

Sant'Agostino

 

 

Pondus meum amor meus, eo feror quocumque feror.

 

Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. (Confess. 13, 9, 10)

 

 

 

Quis autem veraciter laudat, nisi qui sinceriter amat?

Chi mai loda veramente, se non chi ama sinceramente? (Ep. 140, 18, 45)

 

 

Pedes tui, caritas tua est.

I tuoi piedi sono il tuo amore. (En. in ps. 33, d. 2, 10)

 

 

 

 

 

Dic animae meae: salus tua ego sum. Sic dic, ut audiam. Ecce aures cordis mei ante te, Domine; aperi eas et dic animae meae: salus tua ego sum.

Dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza (Ps 34, 3). Dillo, che io l'oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, o Signore. Aprile, e dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza. (Confess. 1, 5, 5)

 

 

Doce ergo me suavitatem inspirando caritatem ... Doce me disciplinam donando patientiam, doce me scientiam illuminando intelligentiam.

Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente. (En. in ps. 118, 17, 4)

 

 

 

Amor, qui semper ardes et numquam extingueris, caritas, Deus meus, accende me!

O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami! (Confess. 10, 29, 40)

 

Da quod amo: amo enim. Et hoc tu dedisti. Ne dona tua deseras, nec herbam tuam spernas sitientem.

Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. (Confess. 11, 2, 3)

 

 

Ama et propinquabit; ama et habitabit.

Ama ed egli si avvicinerà, ama ed egli abiterà in te. (Serm. 21, 2)

 

Da mihi amantem et sentit quod dico.

Dammi un innamorato e capirà quello che dico. (De cons. Evang. 26, 4)

 

 

 

Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso... (En. in ps. 122, 1)

 

Ibi vacabimus et videbimus, videbimus et amabimus, amabimus et laudabimus.

(Nella città celeste) Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. (De civ. Dei 22, 30. 5)

 

Domine Deus, pacem da nobis - omnia enim praestitisti nobis - pacem quietis, pacem sabbati, pacem sine vespera.

Signore Dio, poiché tutto è tuo, donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto. (Confess. 13, 35, 50)

 

I

In concordia Christi omnes una anima sumus.

Nell'unione dell'amore di Cristo siamo tutti una sola anima. (En. in ps. 62, 5)

 

Non est extra nos: in ipsius membris sumus, sub uno capite regimur, uno spiritu omnes vivimus, unam patriam omnes desideramus.

Non è fuori di noi. Siamo nelle sue membra, siamo retti tutti sotto un solo capo, viviamo di un solo spirito tutti e desideriamo tutti una sola patria. (En. in ps. 64, 7)

 

Nonne vides quia perdidisti quod non dedisti?

Non ti accorgi che hai perso quello che non hai donato? (En. in ps. 36, 3, 8)

 

Non stat ergo aetas nostra: ubique fatigatio est, ubique lassitudo, ubique corruptio.

La nostra vita, nelle sue varie età, non s'arresta; e dovunque c'è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. (En. in ps. 62, 6)

 

In isto deserto, quam multipliciter laborat, tam multipliciter sitit; quam multipliciter fatigatur, tam multipliciter sitit illam infatigabilem incorruptionem.

In questo deserto, siccome in molti modi si soffre, così in molti modi si ha sete. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza. (En. in ps. 62, 6)

 

Et diligendo fit et ipse membrum, et fit per dilectionem in compage corporis Christi, et erit unus Christus amans se ipsum.

E amando, anch'egli diventa un membro e per mezzo dell'amore viene ad appartenere all'unità del Corpo di Cristo; e sarà un solo Cristo che ama se stesso. (In Io. Ep. tr. 10, 3)

 

 

Ipsum verum non videbis nisi in philosophiam totus intraveris.

Non potrai vedere la verità se non ti immergerai completamente nella filosofia. (Contra Acad. 2, 3, 8)

 

Hoc esse philosophari, amare Deum cuius natura sit incorporalis.

Esercitare la filosofia è amare Dio la cui natura è incorporea. (De civ. Dei 8, 8)

 

Causa contitutae universitatis, et lux percipiendae veritatis et fons bibendae felicitatis.

La sorgente della costituzione del tutto, la luce della verità che siamo chiamati a raggiungere e la fonte della felicità che siamo chiamati a bere. (De civ. Dei 8, 10, 2)