La fede serve "per entrare dentro" e scoprire che la vita ha dimensioni più profonde di quelle che possiamo percepire superficialmente.

 

Antonietta Potente

Un passo dopo l'altro, verso la Pasqua

La nostra forza non è nel chiuderci vedendo tutti come possibili nemici ma nel sentire la responsabilità del nostro fratello e nel cercare insieme di portare questa croce credendo nella forza dell’amore e credendo che la fede ci insegna che dopo ogni notte c’è una nuova aurora e dopo il Calvario ci attende la risurrezione. Credo che dopo questo tempo di purificazione grande ci sarà anche una nuova primavera

 

Chiara Amirante

Vero nell’insieme il tuo miracolare

perfino le persiane

la luce nel suo angolo

Sembrare agli altri

se stessi

sembrare se stessi

le piccole ferite sono le peggiori

mutare questo che

separa la esistenza

finché in puro amore navigo

 

 

Volere Dio

Si può, sai, stando qui

 

Mariangela Gualtieri

 

Si può, sai, stando qui

 stando molto fermi

sostenere una stella. Si può

dire alla foglia di cadere quando è ora

e il frutto pilotarlo

alla maturazione.

Si può, credi, festeggiare ogni onda

scandire i fili d’erba e nominare

nell’aria il bene.

Spingere il bene alle contrade

pacificare spiriti di guerra.

Sostenere

la fiamma di ogni focolare nelle cucine

piccole del mondo, nei tuguri portare

la fiammella che trasforma in mangiare

i frutti della terra. Tenere l’acqua

nella trasparenza.

E ferma la montagna

senza vacillare.

Stando molto fermi

si può adorare.

Si può entrare

nel dolore di un altro e sollevare,

asciugare il bucato.

Volare.

Si può

far cuore col cuore della terra.

Si può

spezzare in infinità l’umana particella

di carne.

Scatenare il potenziale atomico

che sta in ogni scaglia

della nostra pelle.

Festeggiare da lì

la presente - nostra - eternità.

 Dirlo alle forze

dirlo alle stagioni, al cielo, alle popolazioni

invisibili dei mondi.

Si fa un atto di fede, stando fermi.

Si dice: credo in ciò che non si vede,

so che non sono sola adesso

in questa camera senza nessuno,

so che nel vuoto apparente

c’è una corrente feconda, una mano

che guida la mia mano, una mente

di creazione.

Stando fermi fermi

si festeggia la gran potenza

che esalta il sole nella sua prestanza

e lo depone ad occidente

nell’ora stanca – quando ognuno guardando

prova una leggera indicibile pena.

E stando fermi la luce entra

anche nella più tetra delle notti

e l’occhio chiuso può contemplare

il buio immenso del corpo

dove il respiro entra e si espande.

E l’aria entra ed esce

a lente calme sorsate.

E l’aria è cielo. Cielo che viene a noi,

con particelle di cosmo, e antiche polveri.

Fiato di tutto ciò che è stato

e del presente e vivo esserci.

 

Tutto il presente esplode.

Stando fermi.

Il nome si deposita sul fondo.

So di non sapere

il mistero del mondo. E so di preservarlo

Stando molto fermi si crea una fessura

perché qualcosa entri e faccia movimento

in noi, e ci lavori piano, come capolavoro

da ultimare, a cui Dio fa un ritocco

con ispirata mano,

tanto è forte la spinta e delicata

la certezza del tocco.

 

E' tempo di fraternità 

 

Chiara Amirante

 

Grazie alla fede in un Padre che è Papino per noi cristiani (Gesù ci ha insegnato a chiamarlo Abbà, Papino), possiamo non lasciarci togliere la speranza, non lasciarci togliere la fede che l’amore è più forte della morte. Quindi fra i segni positivi che vedo ci sono anche questo risveglio della sete di spiritualità, della sete di Dio e questo bisogno di andare un po’ più in profondità, di ascoltare il silenzio, cosa che sempre ci ha fatto paura, e di farci quelle domande importanti: chi sono? Cosa voglio? Che senso sto dando alla mia vita? Ho una vita sola e per cosa la sto spendendo? 

 

 

 

La mia speranza è che la sofferenza, comunque, se la si sa vivere bene, è sempre un crogiolo da cui possiamo tirar fuori quell’oro nascosto e presente nell’anima di ciascuno. Così certamente la mia speranza è che possiamo vivere bene questo momento di prova e che possiamo viverlo come un’opportunità per crescere di più, per prendere più consapevolezza che non è il tempo delle divisioni e non è il tempo dei muri ma il tempo della fraternità.A volte quando si è in situazioni di difficoltà purtroppo cresce anche la violenza, l’aggressività, si vede ciascuno come un potenziale nemico. Spero e prego perché vinca la consapevolezza dell’importanza di aiutarci, di cooperare, di remare insieme, di combattere insieme questa battaglia. Non ho la sfera di cristallo per cui non posso sapere se domani saremo migliori o peggiori, perché la sofferenza ha proprio questa caratteristica: o tira fuori il meglio di te o tira fuori il peggio. Naturalmente io sono ottimista per natura, se no non potrei fare quello che faccio, perché ogni giorno sono a contatto con le tragedie più grandi. L’esperienza mi insegna che comunque c’è sempre una luce alla fine del tunnel, c’è sempre una capacità incredibile di bene in ogni persona. Chiedo che questa prova ci aiuti a tirar fuori questa capacità di bene che spesso resta un po’ assopita, e ci porti a trovare nuove risposte a quelle emergenze globali che vanno ben oltre la pandemia che nostro pianeta sta vivendo, risposte cercate insieme che abbiano efficacia, molto più dell’illusione di poter combattere ognuno la propria battaglia, perché l’unione fa la forza.

Non so come ti pregano le stelle

 

Adriana Zarri

 

Io non so come ti prega mio padre, né mio fratello, né mio zio;

non so nemmeno come ti pregava la tua madre, Maria.

Non so come ti pregano le stelle e i rami di corallo in fondo al mare,

né quei cuscini di muschio che fioriscono in alto, sulle rocce.

Non so come ti prega il gatto e il topo, e la pulce nel pelo del topo.

In fondo, Signore, non so nemmeno come prego io.

So come preghi tu: come mormori piano, in fondo al cuore;

 

ed io sto appena ad ascoltare.

L’attenzione è l’apertura dell’essere umano a ciò che lo circonda e, nondimeno, a ciò che trova dentro di sé, verso sé stesso.

 

Maria Zambrano

 

 

Il protagonista del racconto è

l'ultimo della città, un mendicante cieco dalla nascita, che non ha mai visto il sole né il viso di

sua madre. Così povero che non ha nulla, possiede solo se stesso. E Gesù si ferma per lui,

senza che gli abbia chiesto nulla. Fa un po' di fango con polvere e saliva, come creta di una

minima creazione nuova, e lo stende su quelle palpebre che coprono il buio. In questo racconto di polvere, saliva, luce, dita, Gesù è Dio che si contamina con l'uomo, ed è anche l'uomo che si contagia di cielo; abbiamo uno sguardo meticcio, con una parte terrena e una parte

celeste. Ogni bambino che nasce “viene alla luce” (partorire è un “dare alla luce”), ognuno è

una mescolanza di terra e di cielo, di polvere e di luce divina. «Noi tutti nasciamo a metà e

 

tutta la vita ci serve per nascere del tutto».

La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

 

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

E' l'autobus che passa affollato;

il latte che trabocca,

gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gli invitati che nostro marito porta in casa e quell'amico che, proprio lui, non viene;

E' il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

E' la voglia di tacere e il dover parlare,

E' la voglia di parlare e la necessità  di tacere;

E' voler uscire quando si è chiusi

e rimanere in casa quando bisogna uscire;

E' il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

E' il disgusto della nostra parte quotidiana,

E' il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando - per dare la nostra vita - un'occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l'indossano.

Ogni riscattto è un martirio, ma non ogni martirio èsanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.

 

E' la passione delle pazienze.

 

Madeleine Delbrel

Io Dio sono la pace dei tuoi Misteri,

ma sono anche colei che si lascia trafiggere come una peccatrice.

Sono colei che paga tutti gli ostacoli,

sono colei che muore d’amore.

E ho sentito nella dolcezza dell’adolescenza, crescere quella croce che mi trapassa come un’alba.

 

Io e Gesù crocifissi, siamo lo schianto di Dio. 

 

Alda Merini

Il deserto, le Ceneri e la Risurrezione

 

una riflessione di Adriana Zarri

 

Nel primo giorno di quaresima mi giungono tra le mani alcune sollecitazioni interiori sulla preghiera di Adriana Zarri, raccolte una trentina d’anni fa ma pubblicate lo scorso anno da Rubbettino con il felice titolo di Nostro Signore del deserto. Meditazioni sulla preghiera. La Zarri, scrittrice, teologa ed eremita, voce originale e profetica del panorama cattolico scomparsa nel 2010, una vita spesa sul crinale d…i una fede sempre limpida e di una critica alle incrostazioni temporali che avvolgono lo Spirito, ci riporta, con questo libro, all’essenza stessa della fede e della mistica cristiana. Non c’è zavorra estetica nel suo pregare, né richieste petulanti o obblighi da assolvere, né tantomeno strizza l’occhio a riti o pratiche religiose.

 

In realtà, nell’universo mistico della Zarri, c’è quel connubio, sempre felicissimo laddove riuscito, tra cielo e terra. La fede, per mezzo della preghiera, si rafforza nel verso degli uccelli, nel ritmo della natura e delle stagioni che fa sbocciare i fiori e crescere i frutti, nell’amicizia tra gli uomini che sfocia in baci e abbracci. Perfino il pudore gestuale, il linguaggio gestuale, i messaggi espressivi del corpo, sono anticamera del sacro, dove il pregare non è chiedere le cose, ma è il chiedere il regno e il pane.Una preghiera quasi “carnale”, quella che ci viene proposta, quasi un erotismo della preghiera che non ammette ostacoli mistici e anzi, lascia al lettore e al cercatore di silenzi dell’anima, quel senso di approdo verso un desiderio di deserto, tipicamente femminile, perché la Zarri è fortemente teologa donna, dove l’amore (al femminile) contagia e rende liberi.

 

La preghiera è una questione ontologica, cioè del nostro essere, del nostro stare al mondo. E quindi è un fatto d’amore. Fede, amore e preghiera si confondono e si distanziano, si toccano e si lasciano, prendono forma insieme e si nutrono a vicenda. Su tutti, l’amore viscerale per Gesù di Nazareth, l’uomo figlio di Dio che ha saputo abbracciare l’umanità in una follia collettiva e individuale d’amore puro.

 

Le Ceneri di questo duemilaquindici dopo la Sua venuta, ci dicono che l’urgenza di tornare alle piccole cose della vita quotidiana hanno in sé qualcosa di divino. L’ultima goccia di amore del buon Dio che riversa su di noi, il popolo traditore, non meritevole di atto di fiducia sacra.Qui, di nuovo, parte la sfida. Una Quaresima che ci appare lontana, per consuetudini legate alla velocità e alla frammentazione del vivere, diventa anche per noi, umanità allo sbando, una possibilità concreta di appartenere al sacro. Per poche ore, per un attimo, per quaranta giorni.

 

 

Respirare con esso, sentirsi consumato da esso, e gioire con lo Spirito che pure è legato a frammenti di vita, rafforza, talvolta allieta la nostra anima e la spinge verso i territori più ardui e difficili della Risurrezione.

A volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più.

 

Ecco, ora si mette un coperchio sul chiasso di questa giornata, e questa sera, con tutta la pace e la concentrazione che sono in me, è mia. Una rosa tea gialla sta sulla mia scrivania, tra due vasetti di viole. L'ora dell'“amaro” è passata. S. chiedeva, del tutto esausto: Come resistono i Levie ogni sera, io non resisto più, mi sento a pezzi. E ora lascio dietro di me tutte le dicerie e tutte le realtà, ora si studia e si legge, per tutta una sera. E io, come sto? Nessuna delle preoccupazioni e delle minacce di questa giornata m'è rimasta attaccata, sto qui seduta alla mia scrivania così “vergine” e appena nata, così disposta a studiare, come se nel mondo non succedesse niente. Tutto m'è completamente caduto di dosso, nulla ha lasciato una traccia, mi sento così “ricettiva” come non mai. La prossima settimana probabilmente tutti gli olandesi saranno chiamati al controllo. Di minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella e piena di significato, e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri talenti, dovremo ancora imparare a far buon uso di queste nostre possibilità. È come se in ogni momento altri pesi mi cadano di dosso, come se tutti i confini che oggi ci sono tra persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore umano, e io vedo, vedo e capisco sempre di più, e dentro di me sono sempre, sempre più in pace, e c'è in me una fiducia in Dio che in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita veloce, ma che sempre più diventa parte di me. E ora al lavoro.

 

Se sopravviverò a questo tempo e se allora dirò: la vita è bella e ricca di significato, bisognerà pur credermi.

 

Forse è stato tutto un po' troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta. Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore, di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto. Forse è un bene che mi sia ammalata, non ho ancora accettato questo fatto e mi sento un po' intontita e smarrita e abbandonata; ma sto anche cercando in tutti i modi di mettere insieme un po' di pazienza, sento bene che per una situazione così nuova ci vorrà una pazienza del tutto nuova. Riprenderò la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con Te, mio Dio. Posso? Poiché le persone scompaiono, non mi resta altro che il desiderio di parlare con Te. Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio. Ma ora avrò bisogno di molta pazienza e riflessione e sarà molto difficile. E dovrò far tutto da sola. La parte migliore e più nobile del mio amico, dell'uomo che Ti ha risvegliato in me, è già presso di Te. È solo più rimasto un vecchio consunto e infantile in quelle due camerette, là dove ho vissuto le gioie più grandi e più profonde della mia vita. Ho sostato accanto al suo letto e mi sono trovata davanti ai Tuoi massimi enigmi, mio Dio. Dammi ancora una vita intera per poter capire tutto quanto.

Mentre scrivo queste cose sento che è un bene che io debba rimaner qui. D'un tratto mi rendo conto di aver vissuto così intensamente, in due mesi ho consumato le riserve di una vita intera. Forse ho esagerato a forza di vivere interiormente? Non ho esagerato se ora ascolto il Tuo avvertimento.

 

 

Sono ammalata, non ci posso far niente. Più tardi raccoglierò tutte le lacrime e le paure, laggiù. In fondo lo faccio già in questo letto. Forse è per questo che ho la febbre e il capogiro? Non voglio essere il cronista di orrori. Ce ne saranno abbastanza. E neanche di fatti sensazionali. Ancora stamattina ho detto a Jopie: eppure arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti “orrori” e dire ugualmente che la vita è bella. E ora eccomi coricata in un angolino con febbre e capogiro, e non posso far nulla. Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d'acqua fresca, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d'acqua ad alcuni di loro.

 

Etty Hillesum


Sant'Angela Merici la mistica che rivoluzionò l'educazione delle donne

“Non vi scoraggiate, anche se doveste scoprire che non avete le qualità necessarie per l’opera a cui siete chiamati. Colui che vi ha chiamati non vi abbandonerà, ma nel momento in cui siete nel bisogno vi tenderà la sua mano salvifica”.

 

Sant'Angela Merici

Angela offre alle donne del suo tempo un nuovo stile di vita, quello della Consacrazione a Dio, scelta liberamente e vissuta da “spose del Figlio di Dio” aperte alla maternità dello Spirito, pur rimanendo nel mondo in famiglia o nel proprio ambiente di lavoro.

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SANT'ANGELA MERICI

 

 

Nata tra il 1470 e il 1475 a Desenzano del Garda, Angela trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella cascina delle Grezze, tipica abitazione contadina del tempo, circondata da campi e isolata dal mondo. È qui che alla sera, nella grande cucina, ella ascolta dal padre la lettura delle vite dei santi, tra le quali ebbe certamente un posto di grande rilievo la leggenda di sant’Orsola. Ben presto e ripetutamente la morte bussa alla porta di quella casa. Infatti, nel volgere di pochi anni muoiono ad Angela tre fratelli maggiori ed entrambi i genitori. Con l’unica sorella che le è rimasta viene amorevolmente accolta dagli zii Biancossi. Questo significa per loro lasciare il paese natale e recarsi a Salò, lasciare un luogo amato e carico di ricordi per andare in una cittadina ricca e mondana. Angela in particolare avverte il disagio del cambiamento. Essendo di indole serena e affabile, si attira la simpatia e la benevolenza di tutti; tuttavia tende ad appartarsi, a nascondersi tra i pergolati, a costruire, quasi per gioco, piccoli eremi…

 

Questa sua propensione al silenzio e al raccoglimento non le impedisce di essere vitalmente inserita nella società, di cui a poco a poco conosce le tante forme di povertà materiali, morali e spirituali, e i problemi più “scottanti”, come ad esempio il progressivo e inesorabile isolamento delle donne. Anche questo è un periodo triste della storia: vite miseramente abbrutite e stroncate dal vizio, dal gioco, dalla passione, liti tra cittadini, lotte partitiche sono le notizie di cronaca quotidiana. Al culmine, avviene la tragica insurrezione guidata da Gastone de Foix, quel “carnevale di lacrime e di sangue” che in un giorno e una notte rende quasi deserta la città di Brescia: le fonti parlano di undicimila vittime. Anche all’interno della Chiesa vi era disordine e degrado morale, in particolare proprio là dove la vita religiosa dovrebbe maggiormente risplendere, tra il clero e nei monasteri.

 

 

“NON RIUSCITE A CAPIRE CHE QUESTA CECITÀ MI È STATA MANDATA PER IL BENE DELLA MIA ANIMA?”

In un quadro tanto squallido, spiccano per santità alcuni laici cristiani: Angela fa parte di questa nobile schiera. Già positivamente segnata dall’educazione religiosa ricevuta in famiglia, nella prima giovinezza ha una visione “vocazionale” che orienta tutta la sua vita: “Alla stagione della mietitura, mentre le compagne facevano merenda, lei si metteva in disparte per pregare. Un giorno che era assorta in preghiera, le parve che si schiudesse il cielo e ne scendesse una processione meravigliosa di angeli e di vergini, alternati a due a due; gli angeli suonavano diversi strumenti musicali mentre le vergini cantavano.

 

Il motivo era così distinto che ella lo ritenne a mente così da saperlo poi cantare. Snodandosi la processione, le venne incontro una vergine nella quale riconobbe la sorella morta da poco, dopo una breve vita virtuosa. Arrestatosi il corteo, ella le predisse che Dio voleva servirsi di lei per istituire una Compagnia di vergini”. Sentendo il bisogno di un sostegno spirituale, veste il saio come terziaria francescana; si nutre assiduamente di Parola di Dio e di eucaristia e ne è talmente trasformata da destare stupore e ammirazione per la sua sapienza spirituale e per la sua bontà. Angela infatti non ha istruzione, non ha frequentato la scuola; forse ha appreso a leggere soltanto stando seduta accanto al padre che leggeva le vite di santi per tutti ad alta voce.

 

La sua sapienza attira predicatori e teologi desiderosi di sentire le sue esposizioni, e si riflette nel suo Testamento spirituale e nei Ricordi, che dettò ad Agostino Cozzano, come pure nella Regola composta per la Compagnia delle vergini: testi semplici, intessuti di numerose e appropriate citazioni scritturistiche che denotano una conoscenza viva della Parola di Dio. Angela Merici è così un esempio quanto mai eloquente della fecondità della lectio divina – lettura pregata della Sacra Scrittura – che il concilio Vaticano II ha riproposto all’attenzione di tutti i cristiani.

 

Il suo desiderio di purificazione e di conversione si esprime anche nel fare frequenti pellegrinaggi. Indimenticabile tra tutti è quello in Terrasanta da lei ardentemente desiderato per poter “vedere con i propri stessi occhi” la terra di Gesù. Lungo il viaggio improvvisamente diventa cieca, ma non desiste. Donna agile e intraprendente, incurante dei disagi e avvezza alle fatiche, ora deve essere condotta per mano… Lei stessa commenta: “Non riuscite a capire che questa cecità mi è stata mandata proprio per il bene della mia anima?”. Giunta nel luogo tanto sospirato, quella sua cecità, lungi dall’essere un impedimento al suo pellegrinaggio, le permette di rivivere con mistica partecipazione le tappe della vita di Gesù e sulla via del ritorno in patria – o, secondo altre fonti, poco dopo il suo rientro – Angela riacquisterà miracolosamente, la vista. Si giunge così al 1527, quando ella, stremata da fatica e dolore, cade gravemente malata, al punto che si teme la sua morte…

FONDA L'ORDINE DELLE ORSOLINE

 

In realtà l’ultima pagina della sua santa vita resta ancora da scrivere. All’improvviso recupera le forze e può riprendere il suo servizio. A questo punto il suo prudente e illuminato confessore, padre Serafino da Bologna, insiste con lei perché dia vita a quella “Compagnia di vergini” di cui ha avuto intuizione fin dalla giovinezza. Angela esita un poco, poi acconsente. Moltissime in quell’epoca erano le donne che non potevano essere né spose né monache (unica forma di vita religiosa femminile allora ammessa). Il loro destino era drammaticamente segnato dall’emarginazione e dall’abbandono fino alla mendicità. Proprio per loro Angela ripropone, attingendola direttamente dalla Sacra Scrittura, la condizione sociale di “vergini consacrate nel mondo”. Non una soluzione di ripiego, ma una libera scelta di vita che risale alle origini della Chiesa.

 

Convocate alcune donne a lei molto legate, Angela espone loro l’ideale della nuova Compagnia di sant’Orsola, che avrà inizio ufficialmente il 25 novembre 1535. Il suo intento è – come si legge in un antico documento – di “seminare piante di verginità tra le spine del mondo”. La parola d’ordine è semplice: santificare se stesse per santificare la famiglia e la società.

 

Angela sa bene che non si tratta di vivere un idillio, ma di affrontare nel mondo la battaglia della fede e del buon costume. Le vergini consacrate dovranno essere unite per “essere torre inespugnabile contro tutte le avversità, persecuzioni e inganni diabolici”. Alle responsabili dice: “State in guardia et specialmente abbiate cura che siano unite e concordi di volere, come si legge degli apostoli e altri cristiani della primitiva Chiesa”. Presentendo, a un certo punto, la fine, nei suoi Ricordi lascia alle sue figlie un messaggio di fede e di amore. Separata da loro con il corpo, sarà ancor più vicina a loro nello spirito: “Jesu Christo per sua bontà immensa mi ha eletta di esser matre et viva et morta di così nobil compagnia. Et io sempre sarò in mezzo di voi”.

 

 

LA MORTE E IL METODO EDUCATIVO NEL TESTAMENTO SPIRITUALE

Nel 1539 Angela fu colpita da una malattia, che fra alti e bassi la condusse alla morte il 27 gennaio 1540; per trenta giorni, i canonici di Sant’Afra e quelli del Duomo, si contesero l’onore di seppellire nella propria chiesa, l’ex contadinella di Desenzano; la spuntarono quelli di sant’Afra e oggi la chiesa, dove riposano le sue spoglie, si chiama Santuario di Sant’Angela, meta di continui pellegrinaggi provenienti specialmente dal mondo orsolinico; la chiesa, distrutta in gran parte dai bombardamenti del 1945, è stata ricostruita nel 1953.

 

Nel testamento spirituale, Angela tratteggiò le linee essenziali del suo metodo educativo, basato tutto nel rapporto di sincero amore tra educatore ed educando e sul pieno rispetto delle libertà altrui. Così lasciò scritto alle sue Orsoline: “Vi supplico di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore, tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato e ogni cosa loro. Il che non vi sarà difficile, se le abbracciate con viva carità… Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, è non imperiosamente e con asprezza, ma in tutto vogliate essere piacevoli. Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza; perché Dio ha dato a ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia…”.

 

LA CANONIZZAZIONE NEL 1807

 

 

Nel 1568 furono raccolte le deposizioni di quattro testimoni che avevano conosciuto Angela, ma dovettero trascorrere altri due secoli, prima che un’orsolina claustrale di Roma, si facesse postulatrice della causa di beatificazione, ottenendo il decreto di conferma del culto come Beata, il 30 aprile 1768, da parte di papa Clemente XIII. Il 24 maggio 1807, Angela Merici fu proclamata Santa da papa Pio VII e papa Pio IX nel 1861, ne estese il culto a tutta la Chiesa universale. Una statua scolpita nel 1866 dallo scultore Pietro Galli, la ricorda nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Nella liturgia ebbe varie date di celebrazione, prima il 31 maggio, poi dal 1955 il 10 giugno e infine il 27 gennaio, giorno della sua morte.


Lo specchio della memoria

L'uomo è definito dalla memoria

 

Elie Weisel

Prima e subito dopo la mia conversione, pensavo che una vita dedita alla pietà consistesse nel vivere soltanto nel pensiero del Signore, ma poi ho capito che in questo mondo ci viene chiesto altro e che perfino nella vita più puramente contemplativa il rapporto con il mondo non può essere tagliato. Credo perfino che più uno si addentra in Dio, e più è chiamato ad uscire da sé verso il mondo per portargli la vita divina.

 

Edith Stein 

Signore guida ciascuno

per la propria strada,

e ciò che chiamiamo "destino"

è l'opera sua d'artista, dell'artista divino

che si prepara la materia

e la forma per diverse vie:

con lievi tocchi di dita

ma anche a colpi di scalpello.

Non è materia inerte quella che Dio lavora.

La sua più grande gioia di creatore

è che nasce la vita sotto la sua mano,

che vita gli sgorga incontro,

quella vita che vi ha posto dentro egli stesso

e che ora dal di dentro risponde

ai tocchi lievi delle dita,

ai colpi di scalpello.

È così che collaboriamo

alla sua opera d'artista.

 

Edith Stein

Madre mia, amatissima,

a te il Signore

ha affidato i misteri del Regno,

sei madre del suo mistico corpo.

Il tuo sguardo

abbraccia tutti i tempi,

tu conosci ogni membro

e i suoi compiti mentre lo guidi.

Ti ringrazio d’avermi chiamata

ancor prima di sapere che da te

viene la vocazione religiosa.

Che cosa sarà di me?

 

 

Non lo so.

Ma considero una grande grazia

e non meritata d’avermi eletta

a essere tuo strumento.

Vorrei abbandonarmi, docilmente,

nelle tue mani,

come attrezzo obbediente.

Confido in te.

Sei tu che renderai utile

l’ottuso strumento

 

Edith Stein

Edith!

 

 

Di questa figura femminile così ricca e poliedrica altri esperti hanno scritto e scriveranno per lumeggiare il contributo di pensiero e di azione nei diversi ambiti. Per esempio, nell’ambito culturale sociale: Edith si adoperò, con scritti, lezioni e conferenze, a promuovere il ruolo della donna nella società e nella Chiesa. Con ricerche sulla nozione dello Stato ne chiarì il rapporto con la nazione, con il popolo e la società, e anche il suo precario equilibrio con la sfera religiosa. Lei che all’inizio era fortemente nazionalista e “prussiana”, dopo la grande guerra parteggiò per la repubblica di Weimar, e s’impegnò fortemente a contrastare i primi successi del partito nazionalsocialista.

 

Soprattutto nell’ambito filosofico, Edith ha lasciato segni incancellabili di originalità: lei che era l’allieva e assistente prediletta di Husserl, a Friburgo, e avrebbe meritato di succedergli nella cattedra, (la prese invece Heidegger, che si mostrò acquiescente col nazismo!) superando il maestro, tentò di gettare un ponte tra la filosofia contemporanea, sintetizzata nella fenomenologia husserliana e la tradizione medievale, espressa dalla filosofia di S.Tommaso, scavalcando la neo-scolastica.

 

Il suo capolavoro resta Essere finito ed Essere eterno, quasi una nuova ontologia, sintesi di filosofia e mistica. Se avesse potuto continuare le sue ricerche e creare un movimento di pensiero, com’era nella sua indole, forse l’avremmo salutata come la più grande filosofa dei secolo!

 

Infine, nell’ambito religioso mistico, attraversando la spiritualità domenicana, benedettina e approdando alla mistica di S.Teresa d’Avila e di S.Giovanni della Croce, portò a compimento il suo progetto di vita: pensiero ed esperienza della Croce con Cristo crocifisso, come sacrificio-donazione per la salvezza del suo popolo.

 

Il suo ultimo scritto, “La scienza della croce” (Scientia Crucis), rimase incompiuto, proprio perché lo avrebbe concluso in una camera a gas nel campo di Auschwitz!.

 

In tutti questi ambiti, sia col pensiero sia con l’azione, il filo rosso della continuità è stato la “intersoggettività”, (einfulung, “empatia”, intuizione empatica), la “comunione”. Quel che ora mi propongo è di mostrare il cammino di rapporto e di comunione che si è realizzato, nella vita di Edith, tra l’essere ebrea e l’essere santa-martire cattolica. Edith nasce a Breslavia (ora territorio polacco) il 12 ottobre 1891, in una famiglia ebrea molto praticante. Nasce, ultima di sette figli, proprio in una festa religiosa ebraica, nel giorno del Kippur, cioè dell’Espiazione. Per la madre, Augusta, questo era il presagio di un particolare destino della figlia.

 

Ecco come ricorda la tradizione religiosa nella famiglia materna: “I ragazzi studiarono religione sotto la guida di un professore ebreo; impararono anche un po’ di ebraico… Appresero i comandamenti, lessero brani tratti dalle scritture e impararono a memoria alcuni salmi (in tedesco). Fu sempre insegnato loro il rispetto nei confronti di qualsiasi religione, e di non parlarne mai male. Il nonno insegnò ai suoi figli le preghiere prescritte. Il sabato pomeriggio entrambi i genitori chiamavano a raccolta i figli che erano in casa, per pregare insieme con loro le preghiere vespertine e serali e spiegarle. Lo studio giornaliero delle Scritture e del Talmud – considerato un obbligo dell’uomo ebreo nei secoli precedenti e tuttora in uso presso gli ebrei orientali – non veniva più praticato a casa dei miei nonni; ciò nonostante tutti i precetti della Legge venivano osservati col massimo rigore”.

 

In seguito Edith racconta la pratica religiosa vissuta nella famiglia in occasione delle feste principali. Ma qualche annotazione ci apre alla comprensione del tipo di educazione assimilata. Per esempio, in occasione della liturgia del Seder (la Pasqua), annota: “la solennità della festa soffriva del fatto che soltanto mia madre e i bambini più piccoli vi partecipavano con devozione. I fratelli che dovevano dire le preghiere al posto di nostro padre, che era morto, lo facevano in modo poco dignitoso. Quando il maggiore mancava e il minore assumeva le funzioni di padrone di casa, faceva chiaramente notare quanto si prendesse intimamente gioco di tutto questo”.

 

E in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur): “Quella sera non solo mia madre andava al tempio, ma era accompagnata dalle sorelle più grandi, e anche i fratelli consideravano un loro dovere morale il non mancare… Nessuno di noi si dispensava dal digiuno, anche quando non condividevamo più la fede di mia madre e non ci attenevamo più alle prescrizioni rituali al di fuori di casa nostra”.

 

Quello dunque che di questo ambiente ha messo forti radici in Edith non è la fede nel Dio d’Israele, ma un forte rigore morale, derivante dalla Legge. “La mamma ci insegnava l’orrore del male. Quando diceva: “è peccato”, quel termine esprimeva il colmo della bruttezza e della cattiveria, e ci lasciava sconvolti”.

 

Cosi altrove Edith ricorda gli anni dell’infanzia. Lei stessa, ormai sul punto di trasferirsi da Breslavia all’Università di Gottinga (1911), si confessa “non credente, dotata di forte idealismo etico”. Conserverà grande stima e ammirazione per la pietà religiosa della madre, e la accompagnerà sempre, quando è in famiglia, alla funzione della sinagoga, anche dopo il battesimo, anche alla vigilia dell’ingresso nel Carmelo.

 

Qualche tratto della sua limpidezza morale: quando attraverso la lettura di un testo romanzato le si rappresentò la vita studentesca con tratti ripugnanti, dissolutezza, alcolismo, ecc., ne rimase nauseata a tal punto che non poté, per settimane intere, ristabilirsi nella propria allegria. Eppure Edith, sebbene esteriormente riservata e dedita con abnegazione al lavoro, portava nel cuore “la speranza di un grande amore e di un matrimonio felice”, e annota: “Senza avere alcuna conoscenza della dogmatica e della morale cattolica, ero tuttavia impregnata dell’ideale matrimoniale cattolico”. Al rigore morale in Edith corrisponde, nella sua vivace e profonda intelligenza, la ricerca e la sete della verità. Non poteva sentirsi soddisfatta della corrente psicologista di tipo positivistico, prevalente nell’Università di Breslavia, e perciò si orientò, appena ne venne a conoscenza, verso la “Fenomenologia” di Edmund Husserl, cattedratico a Gottinga.

 

Ecco come, dopo anni di esperienza, descrive il metodo di Husserl: “Il suo modo di guidare lo sguardo sulle cose stesse e di educare a coglierle intellettualmente con assoluto rigore, a descriverle in maniera sobria, fedele e coscienziosa, ha liberato i suoi allievi da ogni arbitrio e da ogni fatuità nella conoscenza, portandoli a un atteggiamento cognitivo semplice, sottomesso all’oggetto e perciò umile. Nello stesso tempo ha insegnato a liberarsi dai pregiudizi e a togliere tutti gli ostacoli che potrebbero distruggere la sensibilità verso intuizioni nuove. Questo atteggiamento, a cui ci ha responsabilmente educati, ha liberato molti di noi, rendendoci disponibili nei confronti della verità cattolica”.

 

Ma già a partire dai primi anni di Gottinga (1911-1914) annota: “Avevo un profondo rispetto per le questioni di fede e avevo conosciuto persone credenti; a volte andavo addirittura in una chiesa – protestante – con le mie amiche… ma non avevo ancora ritrovato la via verso Dio” . E’ un fatto storico notevole: nel gruppo di allievi e collaboratori di Husserl ci sono state parecchie conversioni religiose. Lo stesso Husseri e la moglie erano passati dal giudaismo al protestantesimo, alla Chiesa Riformata luterana di Vienna, dove ricevettero il battesimo (Husserl aveva 27 anni). I figli erano stati istruiti nella religione protestante.

 

Sebbene nel suo lavoro filosofico non si ponga esplicitamente il problema religioso e affermi di non essere un filosofo cristiano, pure, in una conversazione privata con l’allieva e amica di Edith, Aldegonda, esclama: “Ve l’ho detto tante volte: la mia filosofia, la fenomenologia, non vuole essere altro che una via, un metodo che permetta a coloro che si sono allontanati dal cristianesimo e dalla Chiesa di ritornare verso Dio”. Nel gruppo husserliano spicca il prof.Adolf Reinach che, insieme alla moglie Anna si converte dal giudaismo alla fede evangelica. E questa, dopo la morte in guerra dei marito, passa alla Chiesa cattolica. Lo stesso avverrà della moglie del prof.Husserl e del prof. Alessandro Koyré, anche lui convertito.

 

La prof.ssa Hedwig Conrad-Martius, convertitasi alla fede evangelica con il marito, saranno grandi amici di Edith, ed è nella loro casa che Edith avrà la grande folgorazione, dopo la lettura – tutta d’un fiato – dell’Autobiografia di S.Teresa d’Avila: “Questa è la verità!” E sarà l’amica Hedwig, protestante, a fare da madrina al battesimo cattolico di Edith.

 

Ma fu sotrattutto Max Scheler, aggiuntosi più tardi al gruppo e spesso in polemica con Husseri, a esercitare influenza su Edith: “la maniera che aveva… di diffondere sollecitazioni geniali, senza approfondirle sistematicamente, aveva qualcosa di brillante e seducente” . I suoi scritti riguardanti i valori e l’empatia avevano per Edith un’importanza particolare. Proprio allora cominciò ad occuparsi dei problema della Einfulung (empatia, intuizione empatica) che fu l’argomento della sua tesi di laurea.

 

Ma l’influenza di Scheler acquistò importanza anche al di là dell’ambito filosofico. Egli infatti era passato dal giudaismo alla Chiesa cattolica, ma poi, per motivi di vita privata, se n’era allontanato e infine vi era rientrato. Scheler “aveva molte idee cattoliche e sapeva divulgarle facendo uso della sua brillante intelligenza e abilità linguistica. Fu cosi che venni per la prima volta in contatto con un mondo che fino ad allora mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di “fenomeni” dinanzi ai quali non potevo più essere cieca… I limiti dei pregiudizi razionalistici nei quali ero cresciuta senza saperlo, caddero, e il mondo della fede comparve improvvisamente dinanzi a me. Persone con le quali avevo rapporti quotidiani e alle quali guardavo con ammirazione, vivevano in quel mondo. Doveva perciò valere la pena almeno di riflettervi seriamente. Per il moniento non mi occupai metodicamente di questioni religiose; ero troppo occupata in molte altre cose. Mi accontentai di accogliere in me, senza opporre resistenza, gli stimoli che mi venivano dall’ambiente che frequentavo, e quasi senza accorgermene ne fui pian piano trasformata”.

 

In realtà in questi anni di Gottinga la “sete della verità” che Edith diceva essere la sua unica preghiera, inconsciamente si trasformava in “sete di Dio”. Quando, per esempio nel 1916, alla vigilia della discussione della tesi, a Friburgo, ha una lunga conversazione con Hans Lipps, uno dei gruppo che ironizza sul fervore di due amici, Dietrich von Hildebrand e Siegfried Hamburger, convertiti al cattolicesimo, Edith annota: “No, io non ero tra quelli. Avrei quasi detto: “Purtroppo no””. L’amico afferma di non capirci niente, e lei: “Io capivo un poco. Ma non potevo dire molto in proposito”.

 

Nel 1915 scoppia la Prima Guerra mondiale. Edith, appena superato l’esame di Stato in Filosofia, fece domanda alla Croce Rossa per entrare nel servizio sanitario. E così si trovò a prestare servizio come “ausiliaria”, per vari mesi, presso un grande ospedale militare per malattie infettive a Weisskirchen, in territorio austriaco. Alle rimostranze della madre per tale decisione oppone: “Se la gente era costretta a soffrire giù nelle trincee, perché io dovevo stare meglio di loro?”. Per parte sua, vorrebbe ancora continuare questo servizio, pensando a tanti suoi colleghi che stanno al fronte (e qualcuno non ne ritornerà vivo). Ma non ottiene il rinnovo. Certamente questa esperienza è stata per Edith occasione di crescita spirituale, come distacco da sé e dai propri progetti scientifici, maggiore apertura agli altri e incontro reale con la sofferenza e la morte. Per la serietà e la dedizione al lavoro infermieristio, alla fine della guerra le viene assegnata la “medaglia del coraggio” della Croce Rossa.

 

Nella vita della giovane Edith in questi anni (1915-1919, non mancano prove, come delusioni affettive, problemi familiari, crisi intellettuali, alle prese con gli sviluppi dei cammino “fenomenologico” del maestro Husserl, di cui è diventata assistente. Edith non condivide questi sviluppi, e sente il peso troppo forte di questa collaborazione. Lei che ha tanto desiderato un posto d’insegnamento all’Università – e lo stesso Husserl appoggia la sua domanda – vede fallire ogni tentativo in proposito (ottobre 1919).

 

Ma nel novembre 1917 riceve la notizia della morte di Adolf Reinach, ucciso sul fronte delle Ardenne. Per Edith è un trauma, perché, oltre che maestro, Adolf Reinach è per lei amico e confidente. Ora, stando accanto alla vedova Anna Reinach, e collaborando con lei per classificare le carte dei marito in vista della pubblicazione, fa un’esperienza di vita in chiave di fede, tutta positiva.

 

I coniugi Reinach si erano appena da un anno convertiti al protestantesimo. Ma già il marito si sentiva vicino al cattolicesimo, come appariva dai suoi Appunti su una fìlosofia della religione. Era stata la moglie a voler presto il battesimo: “non pregiudichiamo il futuro; quando saremo in comunione con Cristo, ci porterà dove vorrà. Entriamo nella sua Chiesa, non posso aspettare di più!”.

 

E proprio in questa prova suprema, la morte dei marito, Anna attinge nella “comunione con Cristo” tanta forza e tanta pace che è lei non a ricevere da altri, ma a dispensare consolazione a quelli che la circondano. Per Edith è un’esperienza della Croce di Cristo, determinante, come in seguito confiderà al P.Hirschmann, gesuita. Edith arriva al battesimo il I° gennaio 1922. Aveva lasciato il suo lavoro di assistente di Husserl (1919) e si era ritirata a Breslavia, concentrandosi nella ricerca personale filosofica e religiosa, e anche elaborando nuove forme di insegnamento. Passa lunghi periodi ospite degli amici Conrad-Martius, a Bergzabem nel Palatinato, anche lavorando duramente nei campi, con dedizione inesauribile… molto silenziosa e segreta… sembrava sempre concentrata, come assorbita in una meditazione ininterrotta…

 

La domenica accompagnava Hedwig alla chiesa protestante, per la funzione. Un giorno osservò: “Per i protestanti il cielo è chiuso, per i cattolici invece è aperto”. Anche prima della conversione, Edith aveva profondo rispetto per l’Eucaristia, presagendovi un mistero ineffabile. Uno squarcio autobiografico sul dramma interiore che sta vivendo lo possiamo leggere in un testo scritto da Edith sulla “Causalità psichica”, pubblicato proprio nel 1922 negli Annali di Husserl: “Faccio progetti per l’avvenire e organizzo di conseguenza la mia vita presente. Ma nel profondo sono convinta che si produrrà un qualche avvenimento che butterà a mare tutti i miei progetti. E’ la fede viva, la fede autentica alla quale ancora rifiuto di consentire, è a questa fede che io impedisco di divenire attiva dentro di me”.

 

Il testo, molto bello, continua descrivendo la trasformazione che avviene in questo stato di “riposo in Dio”, a partire dal silenzio della morte e sfociante in un afflusso di vita nuova, per la presenza di una “Forza che non è mia e che senza fare violenza alcuna alla mia attività, diventa attiva in me”.

 

Possiamo allora cogliere il senso del grido: “Questa è la verità!”, che Edith sente risuonare nel suo spirito, al termine della lettura dell’Autobiografia di S.Teresa d’Avila, con queste parole: “Realizzo pienamente la verità nel donarmi, nell’abbandonarmi totalmente all’Amore” (cf. Giov. 3,21; Ef 4,15). La “fede” in Cristo non era solo la conclusione della sua lunga ricerca intellettuale, ma la sintesi di una “nuova vita” operata dalla grazia.

 

La conversione è un punto molto importante per capire quanto sia “profetica” la vicenda di Edith. Si pensi a quel che avviene, più o meno negli stessi anni, in un altro gruppo di amici ebrei passati al cristianesimo evangelico: Eugen Rosenstock, Hans e Viktor Eherenberg, gravitanti intorno all’università di Lipsia.

 

Uno di loro, Franz Rosenzweig (1886-1929), in un primo momento stava per decidersi per il battesimo, ma poi ha un sussulto di orgoglio della propria radice ebraica, e polemicamente, in un confronto durato a lungo con l’amico Rosenstock, nega che possa esserci una base comune tra l’ebreo come tale e il cristiano di ascendenza ebraica. “Non c’è più alcun substrato ebraico vivo entro al cristiano militante e tanto meno, a parere di Rosenzweig, vi è liceità alcuna per l’ibrido giudeo-cristiano. Divenendo cristiani non si è più ebrei, si è cessato competamente di esserio. Anzi… in verità non lo si è mai stati, altrimenti la viva appartenenza alla comunità sinagogale non avrebbe reso possibile il passaggio al cristianesimo”.

 

Questa era la mentalità dominante. La madre di Edith, per esempio, non poté mai capire e accettare che la figlia, che pur continuava a frequentare con lei la sinagoga, si fosse rivolta a Cristo: era un tradimento, una separazione radicale dai beni più cari: il proprio popolo, la propria religione! Lo stesso grande filosofo ebreo Henry Bergson, che era approdato, nel suo lungo percorso, al Cristo dei vangeli, negli ultimi anni di vita (1859-1941) esitava a farsi battezzare nella Chiesa cattolica, per timore che il gesto fosse interpretato come un distacco dal suo popolo proprio nel momento più duro della persecuzione nazista.

 

Ora è indubitabile che la conversione a Cristo di Edith – avvenuta col battesimo del I° gennaio 1922 – non solo non segnò il distacco e tanto meno il tradimento del suo essere Ebrea, ma, paradossalmente, segnò una nuova riscoperta della propria ebraicità.

 

Disse un giorno Husserl, parlando della conversione di Edith Stein: “In lei tutto è autentico… Ma, in fin dei conti, c’è, in fondo a ogni ebreo, un assolutismo e un amore del martirio”.

 

Proprio cosi, da “vera ebrea” attirata da Dio, Edith vive solo per lui, con lo sguardo fisso sul suo Signore crocifisso, Gesù nazareno, Re dei giudei, e il desiderio di immolarsi per Cristo è tuttuno col desiderio di immolarsi per il suo popolo.

 

Su questo argomento, oltre alle fonti citate, ho trovato in Internet un ottimo studio del P.Jean Sleiman, Definitore Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, letto nel Simposio Internazionale su Edith Stein, tenutosi al Teresianum di Roma nell’ottobre 1998, in occasione della canonizzazione.

 

La mentalità dominante nell’ambiente familiare viene espressa – a distanza di tempo – da una nipote di Edith, Susanne Batzdorff-Biberstein: “Diventando cattolica nostra zia aveva abbandonato il suo popolo; il suo ingresso in convento manifestava di fronte al mondo esterno una volontà di separarsi dal popolo ebreo”.

 

Al contrario, nell’omelia per la beatificazione (1987), Giovanni Paolo II, con cognizione di causa, affermava: “Ricevere il battesimo non significò in alcun modo per Edith Stein rompere con il mondo ebraico. Al contrario ella afferma: “Quando ero ragazza di quattordici anni smisi di praticare la religione ebraica e per prima cosa, dopo il mio ritorno a Dio, mi sono sentita ebrea”.

 

Edith si considera “figlia di Israele” e ne rimarrà fiera tutta la vita, perché sente che è il popolo di Cristo stesso: “Non si può neanche immaginare quanto sia importante per me, ogni mattina quando mi reco in cappella, ripetermi, alzando lo sguardo al Crocifisso e all’effigie della Madonna: erano del mio stesso sangue!” .

 

Al padre gesuita Hirschmann scrisse: “Non può immaginare che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto, significa appartenere a Cristo non solo con lo spirito, ma con il sangue”. Come “ebrea”, Edith non fa questione di “razza”. Immersa nel mistero d’Israele, contempla nel Cristo Crocifisso, “re dei giudei” la piena realizzazione delle promesse, delle attese dell’alleanza divina col suo popolo. Perciò tutti gli ebrei sono di Cristo!

 

Ricordiamoci la data di nascita di Edith: 12 ottobre 1891, in cui ricorreva la festa ebraica del Kippur, giorno del perdono e della riconciliazione. Ora Edith, divenuta cattolica e prossima ad entrare nel Carmelo, contempla il legame profetico tra il giorno dei Kippur e il giorno del Venerdì Santo: “Il giorno della Riconciliazione dell’Antico Testamento è la figura del Venerdì Santo: l’agnello immolato per i peccati del mondo rappresenta l’Agnello immacolato”. Il Cristo, “accettando di morire vittima, è l’eterno Sacerdote”.

 

Cristo, dunque, appartiene al popolo ebreo, ma anche la Chiesa – dice esultando Edith nel “Dialogo notturno”: “La Chiesa vidi nascere dal seno del mio popolo. Dal suo Cuore spuntare vidi poi, come tenero tralcio allor fiorito, l’Immacolata, la tutta Pura, di David discendente”. E “nel cuore della Vergine”, figlia d’Israele, “dal Cuore di Gesù vidi fluire la pienezza di grazia”. Il rapporto stretto con la madre Augusta, fedele osservante della fede ebraica, ci aiuta ancora a comprendere la convinzione di Edith circa la non incompatibilità tra le due fedi, ebraica e cristiana. E’ l’ultima volta che Edith accompagna la madre alla sinagoga, per la festa dei Tabernacoli (sta per entrare nel Carmelo), e nel ritornare a casa la mamma le chiede: “Non era bella la predica?” – “Sì”. “Anche nella fede ebraica si può essere religiosi, non ti pare?” – “Certamente, quando non si è conosciuto altro”. Allora la madre replica, desolata: “E tu, perché l’hai conosciuto? Non voglio dir niente contro di lui, sarà stato certamente un uomo molto buono, ma perché si è fatto Dio?”. Madre e figlia soffrono terribilmente, al punto che Edith scrive: “Ho dovuto compiere il passo da sola e totalmente immersa nella notte della fede. Spesso, nel corso di quelle settimane così dure, mi sono chiesta quale di noi due, mamma o io, ci avrebbe rimesso la salute. Ma siamo rimaste ferme sulle nostre posizioni fino all’ultimo giorno”. Eppure Edith conserva ammirazione per la fede della mamma, non per puro istinto di affetto filiale, ma per la radicata convinzione che Dio opera anche oltre i confini della Chiesa, opera anche nelle altre religioni.

 

Alcune lettere scritte nel 1936, nel 1938 e nel 1939, ricordano la morte della mamma: “Dio l’ha presa con lui rapidamente”; “Oggi [la mamma] celebra il suo 87° anniversario con la cara nostra Santa Teresa”. Teresa di Lisieux: era infatti il 3 ottobre 1936, giorno – a quel tempo – della sua festa. Come si vede, pone sua madre in cielo in compagnia di una santa canonizzata, nessuna reticenza circa il destino dei suoi parenti giudei!

 

Questo suo sentire va insieme alla chiara affermazione: “Mia madre è rimasta fino all’ultimo fedele alla sua fede. Ma dato che questa sua fede e il completo abbandono nel suo Dio l’hanno accompagnata dall’infanzia fino all’87° anno di età, e sono rimasti accesi in lei fino all’ultimo, anche mentre lottava con la morte, sono convinta che abbia trovato un giudice molto generoso ed ora aiuterà anche me ad arrivare alla meta”. Edith arriva ad attribuire dei poteri di intercessione alla madre: commentando la visita fattale dal fratello in partenza per l’America, scrive all’amica Hedwig Dulberg: “Il giorno dei morti ricorderemo entrambe le nostre mamme. Questo pensiero mi è di grande consolazione. Credo fermamente che mia madre abbia il potere di aiutare i suoi figli in pericolo” (4 ottobre 1938).

 

Anche per il suo “caro Maestro”, il Prof.Edmund Husserl, che era in fin di vita (1938), Edith si esprime con grande apertura di spirito: “Non sono affatto preoccupata per il mio caro Maestro. E’ stato sempre lontano da me il pensare che la misericordia di Dio si permetta di essere circoscritta ai limiti visibili della Chiesa. Dio è la verità. Chi cerca la verità, cerca Dio, che ne sia cosciente o no”. Come non ammirare queste anticipazioni profetiche delle posizioni prese dalla Chiesa, dal Concilio Vaticano II in poi, circa i rapporti ecumenici, e particolarmente con gli ebrei?

 

Agli inizi degli anni ’30 la Germania versava in piena crisi economica e grave instabilità politica, mentre lentamente ma inesorabilmente saliva il partito nazionalsocialista di Hitler. Edith in quegli anni si trovava come insegnante presso le Domenicane di Spira (1922-1931), e in seguito presso l’Istituto di Pedagogia scientifica di Munster (1932-1933). Contemporaneamente, però, era impegnata in conferenze pubbliche molto richieste e apprezzate su problemi dell’educazione e del ruolo della donna.

 

Attenta da sempre alla storia del mondo, e come cristiana educata a interpretare gli eventi alla luce del vangelo, intuì presto il carattere totalitario e anticristiano del movimento nazista: “Oggi non c’è nulla che ci manchi così tanto come il battesimo nello spirito e nel fuoco… Nella grande battaglia che, più che mai, è in corso tra Cristo e Lucifero, vi sono quelle che sono chiamate per vocazione a formare gli uomini che devono andare al fronte. Armarci per la lotta e rimanere armate in permanenza: questo è il nostro dovere più pressante”. Così Edith si rivolgeva alle sue ascoltatrici. Intanto rifletteva quale fosse il suo posto al fronte.

 

Edith non stenta a capire subito il futuro: il nazismo, incarnazione del Maligno, nemico della Croce, combatte Dio stesso e il suo piano salvifico, perciò non può non cominciare dal voler distruggere il giudaismo, come fondamento della stessa religione cristiana, eliminare la “peste giudeo-cristìana” per instaurare il regno della razza ariana.

 

Nel 1931, al momento di accomiatarsi dalle allieve di Spira, una le dice: “Ma signorina, lei è sconvolta!”. “Non posso fare a meno di essere triste e di agitarmi, quando so che Hitler arresterà molto presto i miei parenti e anche me. Cosa fare?”.

 

Siamo al primo venerdì d’aprile 1933: Edith, non ancora carmelitana, proprio nella cappella del Carmelo di Colonia ha una profonda esperienza spirituale: “Mi rivolgevo interiormente al Signore, dicendogli che sapevo che era proprio la sua Croce che veniva imposta al nostro popolo. La maggior parte degli ebrei non riconosceva il Signore, ma quelli che capivano non avrebbero potuto fare a meno di portare la Croce. E’ ciò che desideravo fare. Gli chiesi soltanto di mostrarmi come”.

 

Sentendosi seriamente coinvolta nella sorte del suo popolo, continua a interrogarsi se potesse fare qualcosa per il problema degli ebrei. “Infine avevo deciso di recarmi a Roma e di chiedere al Santo Padre [Pio XI] una Enciclica, in una udienza privata”.Risultato impraticabile questo progetto (a giudizio del suo direttore spirituale, l’Abate di Beuron, Don Walzer), Edith ripiega a scrivere una lettera al Santo Padre, nella quale non si limitava a parlare degli ebrei, ma anche del futuro della Chiesa in Germania. “So che la mia lettera gli è stata consegnata direttamente e ancora chiusa… mi sono spesso domandata se il tenore del mio messaggio abbia in qualche modo destato l’attenzione del Sommo Pontefice. Le previsioni che vi facevo, riguardanti il destino dei cattolici in Germania, si sono puntualmente realizzate” . A giudizio del P.Jan H. Nota, gesuita olandese, che fu amico di Edith e ha poi approfondito il suo pensiero, questo passo compiuto da Edith potrebbe aver influito sulle posizioni assunte da Pio XI contro il razzismo e l’antisemitismo. Sul piano dell’azione a favore del suo popolo Edith ha fatto quanto le era unianamente possibile. Ma il Signore le apre nuove vie di amore eroico per i fratelli ebrei.

 

Nella stessa quaresima del 1933, ospite casuale di un collega dell’Istituto di Munster, Edith, che non era conosciuta da questi come ebrea, riceve molte informazioni dai giornali americani sulle atrocità commesse contro gli ebrei tedeschi. “Avevo già saputo delle persecuzioni… ma in quel momento… vidi con chiarezza… che il destino di quel popolo diveniva tutt’uno col mio”.

 

Se Edith deve partecipare al destino del suo popolo, e se questo destino è portare la Croce di Cristo che gli viene imposta… si comprende come queste esperienze spirituali la preparino al passo definitivo. Cosi si esprimeva poco dopo: “Non è l’attività umana che ci può salvare, ma soltanto la passione di Cristo. Esserne partecipe, questa è la mia aspirazione”.

 

Tenendo presente che una caratteristica della personalità di Edith è la piena integrazione tra il pensiero e il vissuto, tra le analisi, le elaborazioni filosofico-teologiche e l’esperienza mistica, comprendiamo come la vita di carmelitana rappresenti, per lei, la piena realizzazione della sua vocazione come donna: “L’unione nuziale dell’anima con Dio è lo scopo per il quale è stata creata: redenta dalla Croce e trovando il suo compimento nella Croce, l’anima è segnata per l’eternità dal sigillo della Croce”.

 

Nel suo scritto di anni prima (1931) sulla “Vocazione della donna”, Edith aveva esposto il modo d’intendere la “sposa del Cristo”: “Ella sta in piedi al suo fianco, come la Chiesa e come la Madre di Dio… Là ella sta, per aiutare l’opera della redenzione. Il dono totale del suo essere e della sua vita la fa entrare nella vita e nelle fatiche di Cristo, permettendole di compatire e di morire con lui, di quella terribile morte che fu per l’umanità la sorgente della vita. La sposa di Dio conosce così una maternità soprannaturale che abbraccia l’umanità intera, sia che prenda parte attiva alla conversione delle anime sia che ottenga con la sua immolazione i frutti della grazia per coloro che non incontrerà mai sul piano umano”.

 

Questo è stato il progetto divino pienamente realizzatosi nella vita di Edith: il 14 ottobre 1933 entra nel Carmelo di Colonia: il 15 aprile 1934 prende l’abito del Carmelo e il nome di Teresa Benedetta della Croce, come Lei aveva chiesto; domenica di Pasqua 1935 è chiamata alla professione semplice; il 10 maggio 1938 emette la professione solenne che la unisce definitivamente a Cristo.

 

Con l’esperienza della Croce era cominciato il cammino della conversione. Nel giorno dei battesimo si era fortemente sentita attratta verso la vita carmelitana, il cui tratto fondamentale – come lei stessa descrive – “consiste nel soffrire con Cristo… unite al Signore… Cristo continua a soffrire in loro… a intercedere per i peccatori attraverso una sofferenza liberamente accettata e gioiosa, partecipando così alla redenzione dell’umanità”. Nel Carmelo, vivendo intensamente questa vocazione, potrà dire: “Ora so molto di più che cosa significa essere la sposa del Signore sotto il segno della Croce. E’ chiaro che non si può facilmente capire perché è un mistero… E’ ai piedi della Croce che ho capito il destino del Popolo di Dio che già si stava delineando. Ho pensato che chi lo comprende deve prendere su di sé la Croce di Cristo per tutti”.

 

Quando nella famosa Notte dei cristalli (8-9 novembre 1938) si scatenò il fanatismo nazista contro negozi, case, e contro le stesse persone ebree, le suore rimangono esterrefatte, e Suor Benedetta (Edith) esclama: “E’ l’ombra della Croce che si abbatte sul mio Popolo! Oh, se adesso potesse capire!”.

 

“E’ qui il fondamento della teologia steiniana del giudaismo… Edith Stein ama sempre il suo Popolo, ma lo percepisce con gli occhi e il cuore di Cristo. Si rivolge a Lui e vede che la sua propria Croce è stata messa sulle spalle dei Popolo giudeo. In altri termini… la sorte di Cristo con il nazionalsocialismo è pure quella degli ebrei. La missione di ambedue è identica”.

 

Edith non separa mai il Messia dal suo Popolo messianico… L’Anticristo (il nazismo) odia in questo Popolo la sua messianità, e quindi il legame profondo, vitale, connaturale con Cristo… E’ alla luce dell’approfondimento del mistero di Israele sotto la Croce, al di là del contesto storico, che bisogna capire il suo amore, la sua compassione e anche le sue critiche: “Il grande peccato degli Ebrei, per Edith, se si deve parlare di peccato, è di trascurare la loro missione e quindi di tradire la propria identità: popolo messianico, popolo del Messia, ma anche Popolo Messia”.

 

Il 30 gennaio 1939 Hitler decreta e annuncia l’annientamento della “razza ebraica”. I segni dell’imminenza del conflitto sono evidenti. Il 31 dicembre Edith si rifugia nel Carmelo di Echt in Olanda, dove nell’agosto del ’40 la raggiungerà la sorella Rosa. In questa situazione drammatica Suor Benedetta si stringe sempre più al Cuore di Gesù “per diventare la tua vera sposa. Ti prometto solennemente: ogni volta che dovrò fare una scelta prenderò ciò che ti rallegrerà di più”. Fa, cioè, il voto dei “più perfetto”.

 

E qualche settimana dopo, chiede alla priora di Colonia (che è rimasta la sua superiora) l’autorizzazione a “offrirmi al Cuore di Gesù come vittima espiatoria per la vera pace, augurandomi che il regno dell’Anticristo crolli, se è possibile, senza una nuova guerra mondiale, e che venga rinnovato l’ordine dei mondo”.

 

Infine scrive un Testamento spirituale: “Fin da adesso accetto la morte che Dio mi ha destinato e con una totale sottomissione alla sua santissima volontà. Prego il Signore di voler accettare la mia vita e la mia morte per la sua gloria, per le intenzioni dei SS.Cuori di Gesù e di Maria, per quelle della Chiesa. In particolare… in espiazione per il rifiuto della fede da parte del popolo ebreo, affinché il Signore sia accolto dai suoi e venga il suo regno nella gloria; per la salvezza della Germania e, per la pace nel mondo”. Suor Benedetta non affronta temerariamente il martirio. Memore delle parole di Gesù (Mt 10, 23): “Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra”, in accordo e per suggerimento degli stessi superiori, aveva cercato di farsi accogliere in un Carmelo della Svizzera, e le pratiche erano a buon punto. Ma in seguito alla convocazione ad Amsterdam da parte della Gestapo, si rende conto che non avrebbero avuto esito positivo. Si rivolge anche alla Spagna.

 

Intanto Suor Benedetta è tutta immersa nello studio e nella contemplazione degli scritti di S.Giovanni della Croce (per incarico della superiora, in vista di una pubblicazione per il 4° Centenario della nascita dei Santo, 1942). “Nella conclusione della sua analisi delCantico spirituale... si può leggere tutto il suo destino, discernere la luce della Croce dalla quale sarà illuminata la notte misteriosa della sua fine: … “Il matrimonio spirituale dell’anima con Dìo, scopo per il quale l’anima è stata creata, viene comprato dalla Croce, consumato sulla Croce e per tutta l’eternìtà suggellato con il sigillo della Croce””. Ecco, in sintesi, la parte finale dei dramma: l’anno 1942 segna l’inizio delle deportazioni in massa degli ebrei verso l’Est: campi di lavoro, miniere di sale, camere a gas. Di fronte a questi eventi di incredibile ferocia, i Vescovi della Chiesa di Olanda, in accordo con la Chiesa Riformata, inviano al Commissario del Reich un lungo telegramma di protesta (11 luglio 1942).

 

In seguito a questo passo, il Capo nazista si dice disposto a non toccare quei cristiani di origine ebraica che possono dimostrare la loro appartenenza a una comunità cristiana prima del. gennaio 1941. I Vescovi ritengono del tutto insufficiente questa risposta, perché non tocca la questione di fondo, le deportazioni in massa, e – d’accordo con la maggioranza dei ministri protestanti – fanno leggere in tutte le chiese del paese (domenica 26 luglio) una lettera pastorale, nella quale veniva riportata la protesta e il pressante appello del telegramma. Inoltre si faceva menzione dello scambio di idee intercorso con il Commissario del Reich, e si concludeva con un ardente Appello alla preghiera per la giusta pace e per il popolo ebreo tanto duramente provato.

 

Conclusione? La mattina del 2 agosto, il commissario del Reich ordina che tutti i religiosi e le religiose non ariani presenti nei conventi olandesi vengano portati via. E nel pomeriggio dello stesso 2 agosto 1942, la Gestapo viene ad arrestare le sorelle Stein. In pochi minuti le due sorelle devono lasciare il convento. Inutile ogni protesta della superiora.

 

L’ultima parola di Suor Benedetta nel lasciare il Carmelo è indirizzata alla sorella: “Vieni, – le dice prendendola per mano – andiamo per il nostro popolo”.

 

La sera stessa, il Commissario aggiunto Schmidt rilascia una dichiarazione ufficiale secondo la quale, avendo l’episcopato cattolico rifiutato di rispettare il segreto dei negoziati, le autorità tedesche si vedono costrette a “perseguire i cattolici ebrei, come i loro peggiori nemici, assicurandone il più presto possibile la deportazione verso l’Est”.

 

Edith fu condotta per alcuni giorni nel campo olandese di Westerbork, e poi, il 7 agosto, fu avviata con gli altri ebrei, su un treno piombato, ad Auschwitz. Questi elementi ci danno la certezza che Edith Stein è stata arrestata e deportata perché cattolica ebrea, e non semplicemente come ebrea, per rappresaglia contro la Chiesa cattolica d’Olanda.

 

Per gli ebrei cattolici deportati ci fu un trattamento – se possibile – ancora più duro che per gli altri. Ad Auschwitz-Birkenau, all’arrivo dei convoglio, il 9 agosto 1942, le sorelle Stein vengono fatte entrare – con le altre deportate – nella camera a gas.

 

Nell’ultima lettera che, da deportata, era riuscita a far pervenire al Carmelo di Echt, aveva scritto: “Si può acquistare una “Scienza della Croce” [era il titolo dell’ultimo suo libro, rimasto incompiuto], solo se si comincia a soffrire veramente del peso della Croce. Ne ho avuto l’intima convinzione fin dal primo istante, e dal profondo del cuore ho detto: “Salve, o Croce, unica speranza””.

 

 

Nel tunnel della morte, il cuore di Edith palpita: “La Croce è tutta luce: il legno della Croce è divenuto luce del Cristo”.

Simone Weil a 80 anni dalla morte

La fede nella bellezza dell'Amore in Simone Weil

 

La fede, in Simone Weil, non nasce da un itinerario conoscitivo d’ordine concettuale, ma da un vissuto personale, un'esperienza di contatto diretto col Cristo, col Dio incarnato.

 

Il suo percorso di fede non si presenta quindi come esito di un processo intellettuale che tenda, secondo il modello classico, tomistico, a provare, o anche solo giustificare razionalmente l'esistenza di Dio. Si potrebbe dire che Simone Weil non tenta di “catturare Dio”, né con l’acume della mente né con la tenacia della volontà. È vero piuttosto il contrario: si lascia catturare da Dio (scrive: «Dio è disceso e mi ha presa»). E da ciò ricava una convinzione di ordine teologico più generale: non è mai l'uomo che va verso Dio, è sempre Dio che va verso l'uomo - parla esplicitamente di «discesa di Dio» - mentre ciò che dovrebbe essere proprio dell'uomo è l'atteggiamento di attesa, l’apertura all’incontro. Dice nei Quaderni: «Non sta all'uomo andare verso Dio, ma a Dio andare verso di lui» (Q II, p. 212).

Lei, di formazione illuminista, una volta investita dall’esperienza di fede, non nega affatto il primato della ragione. Anzi, più volte ne conferma il valore strumentale, altissimo, nel comprendere e valutare le realtà mondane. Ma, oltre l’ambito della ragione, riconosce quello in cui può operare solo l’intelligenza soprannaturale, che nell'essere umano si attiva mediante il contatto mistico col divino. Contatto misterioso, indicibile, ma, al tempo stesso, concreto, strettamente personale. Dono, grazia: «Rivelazione e ragione, fede e ragione; la ragione è sempre l'unico strumento. Ma vi sono cose che la ragione afferra soltanto nella luce della grazia» (Q II, 159).

Ciò vale, in particolare, in rapporto ai misteri della fede cattolica, così come vengono espressi e, in un certo senso, codificati nei dogmi.

 

I misteri della fede cattolica (e delle altre tradizioni religiose o metafisiche) non sono fatti per essere creduti da tutte le parti dell'anima. La presenza di Cristo nell'ostia non è un fatto […] altrimenti non sarebbe soprannaturale. […] Solo la parte di me fatta per il soprannaturale deve aderire a questi misteri. Ma tale adesione è piuttosto amore che credenza. […] I misteri della fede non possono essere affermati né negati, ma posti al di sopra di ciò che affermiamo e neghiamo. Dal momento che ci troviamo, di fatto, in un'epoca di incredulità, perché trascurare l'uso purificatore dell'incredulità? (Q II, pp. 166-167).

L'agnosticismo, posizione da lei tenuta per buona parte della sua vita, fino agli ultimi anni, e l'ateismo stesso, sono esperienze di messa in discussione radicale della credenza religiosa. Eppure, non solo non ostacolano l'esperienza di fede, ma possono persino favorirla, in quanto processi di purificazione capaci di liberare la mente da quanto, in ogni credenza religiosa, finisce per rivelarsi inessenziale perché inerente a un orizzonte mitico-simbolico e linguistico di cui l'uomo d'oggi non coglie più il senso.

Inoltre, il passaggio attraverso l’esperienza dell’agnosticismo o dell’ateismo, favorendo  lo sviluppo del pensiero critico, se in seguito si aderisce alla fede, dovrebbe maggiormente preservare dal rischio di viverla come mera credenza, cioè in modo rigidamente dogmatico, oppure come esperienza consolatoria: miracolismo, attesa di compensazioni ultraterrene, ecc.

Questa sua convinzione resta salda e anzi si rafforza dopo l'esperienza mistica personale. Leggiamo sempre nei Quaderni: «La religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l'ateismo è una purificazione. Io debbo essere ateo con la parte di me che non è fatta per Dio. Tra gli uomini la cui parte soprannaturale non si è destata, hanno ragione gli atei e torto i credenti» (Q II, p. 165).

Importante è però capire in che senso la sua esperienza di fede da lei stessa è qualificata con l'attributo di mistica. Non vi è nulla di sentimentale né intimistico nel suo contatto personale col Dio incarnato, nulla di ciò che abitualmente si pensa o si sa della mistica femminile. Lei stessa ha sempre avuto massima reticenza a parlarne: ne ha parlato solo, molto sobriamente, al padre Perrin e all'amico poeta Joe Bousquet. Per comprenderne qualcosa, occorre partire dal presupposto che la sua concezione di Dio è del tutto apofatica (in questo si richiama, anche in modo esplicito, alla mistica renana di Meister Eckart). Questo significa che su Dio la nostra mente non sa e non può dire nulla, in quanto non v'è concetto che sia in grado di racchiudere la realtà divina nelle maglie di una definizione logica: non solo non è possibile dimostrarne l’esistenza, ma neppure si può dire alcunché della sua essenza. Dio è l'Inconoscibile: «La fede. Credere che niente di ciò che noi possiamo afferrare è Dio. Fede negativa. Ma credere anche che ciò che non possiamo afferrare è più reale di ciò che possiamo afferrare» (Q II, p. 142). E scrive anche: «Dio e il soprannaturale sono nascosti e senza forma nell'Universo. È bene che siano nascosti e senza nome nell'anima. Altrimenti si rischia di assumere sotto questo nome qualcosa di immaginario» (Q II, p. 154).

Il mistero può essere solo accolto e contemplato con attenzione, con amore, con sete di verità, senza la pretesa di afferrarlo o, peggio ancora, di definirlo. Altrimenti la fede degenera in idolatria. Ma a Simone Weil sta a cuore precisare la nozione stessa di mistero. Lo fa in termini di passaggio al limite, ovvero salto conoscitivo da un ambito all'altro: dall'ambito della ragione dialettica, tutto umano, a quello soprannaturale (intuizione, illuminazione, grazia che si offre all'attenzione e alla contemplazione). È utile leggere come è illustrato questo salto.

 

La nozione di mistero è legittima quando l'uso più logico, più rigoroso dell'intelligenza porta in un vicolo cieco, a una contraddizione inevitabile, nel senso che la soppressione di un termine rende l'altro vuoto di senso e porre un termine costringe a porre l'altro. Allora la nozione di mistero, come una leva, trasporta il pensiero dall'altra parte del vicolo cieco, dall'altra parte della porta che non è possibile aprire, al di là dell'ambito dell'intelligenza, al di sopra. Ma per pervenire al di là dell'intelligenza, bisogna averlo attraversato fino in fondo, e seguendo un percorso tracciato con rigore irreprensibile. Altrimenti, non si è al di là, ma al di qua. (Q IV, pp. 164-165).

Tutti i misteri essenziali della fede (incarnazione, quindi divinità e umanità compresenti in ugual misura in Gesù; trinità, ovvero sintesi perfetta di unità e molteplicità, morte e risurrezione...), sottoposti al vaglio della ragione (come occorre che sia, e fino in fondo) culminano in una aporia, cioè un vicolo cieco, una contraddizione insolubile, una porta chiusa.

Il mistero agisce allora come una «leva», che, nella sua apparente imponderabilità, permette il salto al gradino più alto, quello dell’intelligenza soprannaturale.

Ma in qual modo ciò avviene? Qui entra in campo un'altra intuizione decisiva nella spiritualità di Simone Weil: il valore della passività, della ricettività, dell’attesa paziente di un’illuminazione, che è l'opposto dello sforzo “muscolare” di volontà e intelletto; è luce che promana dalla verità stessa. Proprio perciò, è grazia. Il concetto fondamentale è quello greco di verità intesa come alètheia,  come uno svelarsi, un togliersi, uno dopo l'altro, dei veli che coprono la realtà e ne impediscono la visione. Questo processo veritativo non è un atto di forza della mente. Nei limiti e nella misura in cui si dà, esso è una visione d'insieme, un lampo di luce, grazie al quale, d’un tratto, le contraddizioni non si manifestano più come opposizioni irriducibili, ma come correlazioni: non aut/aut, ma et/et. (es. Gesù Cristo è sia uomo sia Dio; la condizione umana è segnata sia dalla sventura sia dalla gioia, la natura contiene in sé sia l’orrore distruttivo sia il dono della bellezza, ecc.). Dietro queste immagini c'è il mito platonico della caverna, su cui spesso Simone Weil torna a riflettere nelle sue pagine: la condizione corrente degli uomini è  il vivere nella caverna; avere quindi, senza saperlo, una conoscenza alterata, distorta, della realtà. Uscire dalla caverna comporta uno strappo doloroso, e non solo della mente, ma di tutto se stesso, in quanto l’uomo preferisce la schiavitù alla libertà, e con le sue sole forze mai saprebbe liberarsi dalle catene. La visione piena della luce solare, all’aperto, non è frutto di sforzo, ma evento di illuminazione, che irradia dall’alto. Dopo essere stato investito dalla luce, però, l’uomo liberato dovrà tornare nella caverna ad aiutare i propri simili a liberarsi a loro volta. Quindi la dimensione metafisica dell’esperienza non è affatto scissa da quella politica, anzi. Le due realtà sono intrinsecamente connesse, al punto che l’una implica necessariamente l’altra. (Si rimanda, per chi voglia, al mito della caverna in Platone, Repubblica, Libro VII). 

Va poi precisato che, per Simone Weil,  non è solo nell'ambito delle verità di fede che il pensiero, passando di soglia in soglia, si scontra con contraddizioni insanabili. Lo stesso capita ogni volta che un ragionamento d’ordine filosofico, portato avanti col massimo rigore, si spinge fino al limite della comprensione razionale. Simone Weil lo dice servendosi di un linguaggio denso di paradossi.

 

Il metodo proprio della filosofia consiste nel concepire in modo chiaro i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi nel contemplarli senz'altro, fissamente, instancabilmente, per anni, senza nessuna speranza, nell'attesa. [...] Il passaggio al trascendente avviene quando le facoltà umane – intelligenza, volontà, amore umano – cozzano contro un limite, e l'essere umano resta sulla soglia, al di là della quale non può fare un passo, e questo senza lasciarsene distogliere, senza sapere che cosa desidera e teso nell'attesa. (Q IV, p. 363).

Dunque, essenziale, salvifica, si rivela l'accettazione del vuoto, la capacità di reggere a quella che lei definisce “estrema umiliazione dell'intelligenza”. Solo una mente geniale si spinge a tanto; gli esseri mediocri amano adagiarsi nelle false certezze, in filosofia come in religione, pur di non fare i conti con questo vuoto. Il vuoto è la notte oscura, della mente e del cuore, è l'esperienza mistica per eccellenza: implica la coscienza dell'inafferrabilità del mistero e, al tempo stesso, l'attesa che un raggio di luce discenda. Vale la pena ricordare che la notte oscura è l'immagine dell'esperienza mistica così come è raccontata dal grande mistico spagnolo San Giovanni della Croce, al quale la sensibilità di Simone Weil è molto vicina. I richiami, nei suoi scritti, sono frequenti.

Ma parlare del vuoto è parlare dell'assenza di Dio in questo mondo: constatarla, di fatto, nella storia, nei suoi drammi, questa tragica assenza. Il mondo contemporaneo, per Simone Weil, è caduto in preda a una totale dismisura. Lo dice del suo tempo, come anche noi possiamo dirlo del nostro. Ovunque v'è eccesso, v'è rottura dell'armonia, a tutti i livelli dell'esperienza umana: psicologico (crisi dell’identità del soggetto), sociale (frenesia consumista, accaparramento di ricchezze, esasperazione della conflittualità tra individui e gruppi (la guerra ne costituisce l'esito estremo), politico (collasso delle democrazie e dei partiti, particolarismi, localismi, lotta tra gruppi di potere, ecc.), ecologico (sfruttamento dissennato di risorse naturali), bioetico (la scienza piegata quasi interamente alle esigenze di una tecnica percepita come idolo onnipotente e, di conseguenza, l'ideologia del tutto è lecito se tecnicamente possibile), religioso (sia in termini di vecchi e nuovi integralismi, sia, al contrario, come nichilismo di massa, che poggia su un giudizio di irrilevanza di qualsiasi domanda sulla trascendenza). La dismisura, del resto, non è il tratto dominante solo del mondo contemporaneo; essa è sempre stato l’atteggiamento di fondo dell'uomo, la modernità non ha fatto che accelerarlo e renderlo comportamento di massa. Frequente, nei testi di Simone Weil, è il riferimento alla tragedia greca, in cui la hybris (dismisura, tracotanza) è alla radice del male che il protagonista attira su di sé e sulla sua comunità, nella misura in cui non riesce a liberarsene. C'è un altro termine greco con cui definisce questa stessa radice del male nell'uomo: pleonexia. «La pleonexia è il peccato originale. Desiderio d'ingrandirsi». (Q III, p. 333). La tragicità della condizione umana si lega alla contraddizione, insolubile, tra l'infinita miseria dell’uomo e la sua aspirazione al massimo della potenza: atteggiamento che induce all'uso indiscriminato della forza ogni volta che se ne dà concreta possibilità. A rendere il quadro più problematico, si aggiunge l'attaccamento, che è un atteggiamento di fondo dell'essere umano in tutti i suoi legami con la realtà che lo circonda: attaccamento alle cose, ai beni parziali, ai falsi beni, ai desideri, all'ideologia, a una determinata credenza religiosa, alla famiglia, al gruppo d'appartenenza, soprattutto attaccamento a se stessi...

L'antidoto non può che essere il distacco, che Simone Weil considera un'esperienza spirituale essenziale (in questo leggiamo sia l'influsso dello stoicismo greco, sia quello delle filosofie e religioni orientali, attentamente studiate durante il soggiorno a Marsiglia). La pratica del distacco si offre all'uomo come disciplina interiore che porta a svincolarsi da quella centralità che la nostra immaginazione, spinta dal desiderio di potenza, ci illude di occupare in questo mondo, come singoli e, ancor più, come specie umana. Leggiamo le sue parole:

 

 Al pari di Dio, che è al di fuori dell'universo e nel contempo ne costituisce realmente il centro, ogni uomo immagina di essere al centro del mondo. […] Noi siamo nell'irrealtà, nel sogno. Rinunciare alla nostra immaginaria collocazione al centro, rinunciarvi non solo con l'intelligenza ma anche nella parte immaginativa dell'anima, significa destarsi al reale, all'eterno, vedere la vera luce, udire il vero silenzio. [...] Svuotarsi della propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare a essere con l'immaginazione il centro del mondo, riconoscere che tutti i punti del mondo sono centri a pari titolo, e che il centro vero è situato al di fuori del mondo, significa acconsentire al regno della necessità meccanica nella materia e al regno della libera scelta al centro di ciascuna anima. Un simile consenso è amore. La faccia di questo amore rivolta alle persone pensanti è carità verso il prossimo; quella rivolta alla materia è amore per l'ordine del mondo, ovvero – che è poi la stessa cosa – amore per la bellezza del mondo. (“Forme dell'amore implicito di Dio”, in Attesa di Dio, p. 119-120).

 

Questo brano, con un linguaggio poetico e rigoroso al tempo stesso, sintetizza alcuni punti centrali della riflessione spirituale di Simone Weil, cui in parte abbiamo già accennato. Se, rispetto al contatto mistico col divino, l'unico atteggiamento possibile da parte dell'essere umano è l'attesa, per quanto invece riguarda il tema della libertà, esso non va certo inteso come libertà d’agire anche al di là delle proprie risorse, fino all’assenza totale di limiti, fino all’arbitrio, alla prevaricazione. Al contrario, per Simone Weil, la libertà che salva – salva il singolo ma, assieme a  lui, salva il mondo – è libertà di rinunciare alla potenza, di decentrarsi, di compiere una sorta di rivoluzione copernicana sul proprio io, riconoscendo pari dignità e valore a tutto ciò che è altro da noi («tutti si credono centro...»), ma riconoscendo anche che il centro del mondo non è in questo mondo, ovvero che Dio è trascendente, il suo punto di osservazione sulle cose non può coincidere con il nostro, perciò ci sfugge, non possiamo afferrarlo (Il Dio apofatico di cui si è detto).

Ma che cosa allora è possibile? Lo dice nelle ultime righe di questa citazione che abbiamo riportato: accettare, da un lato, che il mondo sia governato dalla necessità – ovvero da leggi autonome, su cui non solo noi, ma persino Dio non può intervenire, in quanto ha concesso alla natura la stessa autonomia che ha dato all'uomo – dall'altro lato, che l'unica prerogativa che ci fa essere uomini non è l'esercizio della forza, ma quello della libertà della coscienza. Consentire a questa visione del rapporto Dio-uomo-mondo non è una decisione razionale, è un atto d'amore, un consenso (parola molto importante nel lessico weiliano), un dire il proprio sì a questa rivoluzione copernicana, il cui esito, mai del tutto acquisito nella condizione umana, è la rinuncia piena all'io, quella che Simone Weil chiama decreazione.  Non si tratta di singoli atti, ma di un modo d'essere, plasmato sull’imitazione del Dio creatore che, nell'atto stesso in cui ha dato vita all'universo, si è ritirato, lasciando spazio alle cose, alla natura, all'agire umano, mano a mano che questo, nel processo evolutivo, ha cominciato a esprimersi secondo libertà. Ma è imitazione anche del Dio incarnato in Cristo che, in tutto il suo percorso di vita umana, soprattutto attraverso la crocifissione, ha vissuto in modo perfetto, a noi impossibile, lo svuotamento di sé; la rinuncia all'io, alla centralità, alla forza.

Decentrarsi da sé è dare un nuovo orientamento, radicalmente diverso, al proprio sguardo sulle cose. Non v’è altro modo per liberarsi, per gradi, dalle categorie mentali che ci ingabbiano: ideologie, credenze, dogmatismi, nazionalismi, familismi, egocentrismi ed altro ancora. Più ne diventiamo capaci, più ci avviciniamo, quasi fino a farlo nostro, al punto di vista globale, che è fuori del mondo, ed è (o si immagina sia) quello di Dio. Punto di vista destinato comunque a restarci ignoto, velato, in ombra, almeno fin tanto che saremo in vita, se è vero, come dice san Paolo, che l'uomo, nella vita terrena, conosce il mondo solo «per speculum et in ænigmate».

Ma qualcosa di Dio, a quelli che lo amano, si rivela non in via diretta, ma attraverso i metaxy, ossia esperienze di vita mediatrici tra l'umano e il divino, che agiscono come ponti, come passerelle. In cosa consistono? Anzi tutto la bellezza, sia naturale che artistica, che è il modo più trasparente in cui Dio ci si rivela, e accanto ad essa la compassione, la carità verso il prossimo, ma anche la sventura, a patto che preservi nell'anima la capacità d'amare, l'eros, quando sa essere sete di conoscenza, la giustizia, quando è capacità d'ascolto verso i più deboli, e la scienza stessa, quando non è al servizio esclusivo della tecnica ma, secondo il modello greco, ormai estraneo alla modernità, sa porsi come contemplazione dell'ordine del mondo: nella materia, nell'energia, in quella tessitura nascosta della realtà che sfugge ai sensi.

Sono queste le possibili vie di salvezza per l’uomo? Simone Weil le vede con una bellissima immagine come corde che, dall’alto, sono lanciate al naufrago: egli deve saperle afferrare e, grazie ad esse, costruire un nuovo equilibrio di forze tra il mare in tempesta e i propri muscoli che lottano per resistere. L’esito della battaglia non è mai certo: c’è un gioco di forze, divine e umane, complesso, misterioso, dietro ogni processo di salvezza. Nessuna esperienza è equiparabile all’altra, tuttavia le corde in ogni caso servono, sono indispensabili. 

Si capisce da qui come sia difficile per Simone Weil accettare una interpretazione della morte di croce del Cristo concepita in termini sacrificali: del capro espiatorio che, una volta per tutte nella storia, ha dato se stesso, la sua vita, in espiazione vicaria dei nostri peccati; li ha portati su di sé e ce ne ha liberati. Come spiegare allora tutto il male che, prima e dopo d’allora, ha continuato a dilagare nel mondo, trovando di certo un ostacolo nella bontà di un resto di giusti, sempre sussistente, ma non è stato né arginato né tanto meno sconfitto.

 

Il discorso è lo stesso anche per la Resurrezione che, a Simone Weil, pone più problemi di quanti non ne risolva, nella misura in cui la si legge come trionfo, definitivo, sul male e sulla morte stessa. Non a caso, come leggiamo nei Vangeli, Cristo riappare ai suoi, parla con loro, mangia con loro, viene da loro percepito come presenza reale, benché dapprima essi stentino a riconoscerlo, ma poi si distacca, deve allontanarsi, deve andar via, ascendere al Padre, perché lo Spirito discenda in mezzo a loro. Per dirla con la bella metafora di Simone Weil, l’uomo, a sua volta, deve imparare a lottare, nelle tempeste della vita, con le sue bracciate, deve acquisire la tecnica del movimento autonomo, sia pure grazie alle corde tese al cielo: i metaxy  altro non sono che doni dello Spirito (giustizia, carità, amore, bellezza…) e nutrimento per l’uomo, un nutrimento che, per Simone Weil, opera con la potenza spirituale dei sacramenti.

Compassione e gratitudine.

 

Simone Weil 

 

 

«Nell'amore vero non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio in noi che li ama. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine discendono da Dio, e quando vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui gli sguardi si incontrano» (1).

 

L’immediatezza dello sguardo umano verso la sventura -che porterebbe all'intervento, ad un gesto di solidarietà- cede il passo all'elaborazione delle accuse nei confronti dell’oppresso. La calunnia è funzionale all'indifferenza, serve a giustificare il fatto di non prendersi cura dell’altro. Il “colpevole” merita la sventura e la sua presenza può essere sorpassata senza interrompere gli affari del fariseo di ieri, del borghese di oggi. La compassione nella società che corre solo in avanti, calpestando e lasciando morti e feriti, è un atto illegale. La gratitudine nella società dello scambio e della mercificazione delle relazioni sociali è una forma di obiezione di coscienza. Infatti, la compassione e la gratitudine non essendo rilevate dal Pil, mettono a repentaglio il patto scellerato tra produttori (che sfruttano e inquinano) e consumatori (che sprecano e inquinano). Ma quando qualcuno si sofferma sul dolore del diseredato, scegliendo la condivisione e facendosi carico della propria parte di responsabilità umana, Dio può irrompere nella storia. La sbarra che preme sulle spalle degli oppressi viene, così, sollevata, riprende il respiro della speranza, si riaccende la stella che il Sistema a misura di mercato ordina di spegnere: quella della novità.

Bellezza.

«Tutto ciò che ha qualche rapporto con la bellezza deve essere sottratto al corso del tempo. La bellezza è l’eternità in questo mondo» (2).

 

La bellezza nella società borghese riguarda, nel migliore dei casi, l’arte e la musica; nel peggiore, i centri estetici. La bellezza, invece, è soprattutto benevolenza, per questo è eterna. Non ha bisogno di conservazione, trucchi o peggio di lifting. L’atto gentile sconfigge il male ed è incancellabile. Apre brecce da cui penetra la luce divina che rischiara le tenebre della sopraffazione. Scava fenditure in cui si rifugia l’anima in cerca di consolazione (3). L’atto gentile restituisce il senso all'esistenza continuamente negato dalla violenza del Sistema.

 

 

Compassione, gratitudine e bellezza indicano, quindi, una prospettiva diversa da quella accettata e predicata a reti unificate dall'uomo borghese. Occorre prenderne coscienza ed iniziare ad agire di conseguenza. «Una delle verità fondamentali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che lo sguardo è ciò che salva» (4).

Simone Weil La porta è davanti a noi

 

 

 

Francesca Simeoni

 

 

 

 

 

La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?

 

 

 

 

 

Meglio sarebbe andare senza più speranza.

 

Non entreremo mai, siamo stanchi di vederla.

 

La porta aprendosi liberò tanto silenzio

 

Che nessun fiore apparve (...)

 

Solo lo spazio immenso

 

apparve d'improvviso da parte a parte, colmò il cuore,

 

lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere. [3]

 

 

 

Una vita esigente

 

 

 

Simone Weil: donna forte, esagerata e scrupolosamente attenta alla bellezza del mondo, storico, fisico e interiore. Imbarazzante tentare di tracciarne un ritratto o di condensarne il pensiero: si ha l'effetto di mancanza e di insufficienza proprio dei profili di grandi pensatori, di grandi uomini e donne. La sua vita [4] ed i suoi scritti svelano un carattere poliedrico, eppure chiaramente e intimamente unificato, tratto tipico del femminile, capace di sfumature e di coesistenza nella complessità.

 

Nacque nella Parigi dei primi del Novecento (3 febbraio 1909) in una famiglia medio-borghese. I genitori, ebrei di origine ma non legati ad alcuna tradizione religiosa, avevano saputo creare un ambiente familiare ricco di stimoli culturali per i figli Simone e André.

 

Negli studi la piccola Simone era vivace e molto brillante. Durante gli anni al liceo Henry IV trovò un punto di riferimento in Alain, nome col quale si presentava il filosofo Emile Chartier, suo professore, docente il cui atteggiamento socratico, scettico e aperto segnò la formazione di diverse generazioni di intellettuali francesi, mettendo i suoi studenti a contatto diretto con i grandi filosofi e suscitando anche in Simone Weil l'amore per la libertà incondizionata del pensiero.

 

Nel 1928 entrò all'École Normale Supérieure e nel '31 ne uscì con il titolo per l'insegnamento della filosofia. Inizia così la sua professione di docente nei licei femminili di Le Puy, Auxerre e poi Roanne e Bourges. Sono i primi anni Trenta, anni di dura crisi economica e mentre insegna, Simone Weil avverte la necessità di condividere la sorte degli operai suoi concittadini: inizia così un'intensa attività sindacale, condivide con loro il suo stipendio, partecipa all'organizzazione di corsi serali per minatori, si mette insieme agli "sventurati", non per essere prima tra gli ultimi, ma per essere. Questa condivisione, fino all'impiego in diverse fabbriche parigine, è accompagnata da una tagliente riflessione critica, sociale e politica, sulla condizione dell'oppressione e della libertà dell'uomo contemporaneo. [5]

 

Partecipa intensamente alla storia e al suo tempo, si reca diverse volte in Germania per testimoniare gli effetti della crisi. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile in Spagna, avverte l'impossibilità di restarne fuori e si arruola tra le file anti-franchiste. Per problemi fisici è costretta a rientrare e, a causa di frequenti emicranie che la colpiscono fin da bambina, si reca in Svizzera e in Italia per le cure. Così nella primavera del 1937 visita Milano, Firenze, Roma: è un periodo sereno e di grandi emozioni per la sua insaziabile ricerca.

 

Ad Assisi ha inizio per lei la scoperta di una parte fondamentale della sua umanità, una svolta repentina e decisiva, che riconoscerà l'anno dopo durante la Pasqua nell'abbazia benedettina di Solesmes. ln modo personalissimo e netto fa l'esperienza dell'amore divino in Cristo, che accende la sua spiritualità, già intensa e ostinata. Si immerge così nella lettura della Bibbia, riprende i classici greci, esplora gli scritti dell'antico Egitto.

 

Nel 1940 allo scoppio della guerra è costretta a rifugiarsi a Marsiglia con i genitori, dove rimane fino al '42 e trascorre uno dei periodi più fecondi della sua vita spirituale e della sua ricerca intellettuale e ricco di intensi scambi umani: conosce il padre domenicano Perrin e Gustave Thibon, suo grande amico. Le riflessioni prolifiche di questi anni sono raccontate nei Quaderni e negli scritti e nelle lettere raccolti in Attesa di Dio. [6]

 

Dopo alcuni mesi negli Stati Uniti, nel 1942 si reca in Inghilterra dove si arruola nelle file di "France Combattante", l'organizzazione della resistenza francese in esilio, desiderando di partecipare della vita dei soldati al fronte come infermiera. Muore di tubercolosi in un sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943.

 

Ogni dettaglio della sua insaziabile vita - le scelte, gli incontri, la forza critica e la determinazione nella condivisione con gli oppressi, fino alle più alte pagine vibranti di un'intensa vita spirituale - è unificato nella sua onesta ricerca di verità, sintesi della sua figura. [7]

 

 

 

Un'intelligenza cordiale

 

 

 

Attraversando gli scritti della pensatrice parigina si ha la percezione di un pensiero che evita ogni sistematizzazione, anzi, che si pone come contrario di ogni sistema, procedendo a ritmo serrato attraverso contraddizioni, corrispondenze, intuizioni penetranti ed evocazioni. L'adesione ad una nitida e cogente coerenza del pensiero lascia spazio infatti alla resistenza della realtà e delle relazioni umane, ponendo al centro una ricerca di senso che tiene insieme rigore razionale, sostanza umana e capacità di grazia. In questa filosofa, dunque, si respira l'impossibilità di una struttura di pensiero chiusa capace di spiegare il tutto, impossibilità che siede nel cuore della cultura contemporanea. Ciò accade anche perché il suo comprendere filosofico è frutto «della sua intelligenza cordiale, indissociabile dal suo essere al mondo con la massa degli oppressi, degli sfruttati, degli schiavi. Se è permesso di "ordinare" i suoi scritti, di trarci dei temi, dei motivi, degli accordi dominanti, questa filosofa di professione non aveva un progetto filosofico. Ella si vuole solamente servitrice docile di una verità che l'abita, portatrice vigorosa di un messaggio che la supera». [8] Vi è infatti un intimo e coltivato legame tra attenzione, amore del prossimo, gusto della bellezza del mondo e amore di Dio che attraversa le pagine weiliane e da cui traspare la sua intelligenza nutrita di passione e aderenza alle cose. L'insieme dei suoi scritti restituisce dunque l'impressione non tanto di un sistema, bensì di un itinerario [9] speculativo ma anche umano e spirituale, percorso che ha un vero valore performativo in chi si pone sulle sue tracce e l'ascolta.

 

 

 

Stare sulla soglia

 

 

 

Seguire Simone Weil nelle sue riflessioni impone al lettore un movimento oscillante continuo tra particolare ed universale, tra intuizioni del sovrannaturale e considerazione del peso concreto della necessità e della materia, tra grazia e pesanteur, [10] due termini chiave per tentare una lettura trasversale del suo pensiero. Nel punto di equilibrio di questa oscillazione risiede la capacità di «dimorare sulla soglia» [11], lì dove l'intelligenza e la condizione umana arrivano ad un ostacolo contro cui cozzano, ad una porta che non si apre, e si esercita la virtù del desiderio e la capacità dell'attesa. La soglia è il luogo in cui i contrari si toccano, in cui la sventura diventa esperienza della grazia, in cui la necessità dura del mondo diventa la sua bellezza, in cui lo svuotamento di sé diventa accoglienza dell'amore divino, in cui la creazione diventa atto di rinuncia di Dio al proprio potere. La centralità della soglia permette inoltre di intuire come il pensiero e l'impegno politici della giovane Weil siano inscindibili dalla parte mistica delle sue opere mature: anche quando è mistica, Simone è ben aderente alla materia; quando parla dell'amore sovrannaturale di Dio, lo associa sempre all'amore dello sventurato e alla bellezza del mondo quale è. «Del resto il suo lavoro non consiste mai nel negare l'umanità dell'uomo, la sua finitezza, il suo limite, la sua carnalità; si tratta piuttosto di concentrarsi su di essa a tal punto e con tale intensità da trasfigurarla, da trapassarla, da coglierla nella sua profondità essenziale, che fa emergere il soprannaturale come l'essenza più profonda del naturale» [12].

 

Anche riguardo al proprio percorso cristiano Simone Weil rimane sulla soglia: si sente chiamata a stare con gli ultimi anche quando si tratta di chi è escluso dalla Chiesa, a trovarsi nella «intersezione tra il cristianesimo e tutto ciò che è al di fuori di esso» [13]. Per questo, seppur animata da un fervente desiderio di adesione a Cristo, decide di non battezzarsi e di rimanere esterna alla Chiesa, con chi non crede o ne è escluso. Delicatezza e determinazione eloquenti per ogni uomo di fede.

 

 

 

Attendere e fare attenzione

 

 

 

L'atteggiamento della soglia è quello dell'attesa, di chi non forza la porta, ma si fa vuoto di pretese per vedervi oltre. Il tema dell'attendere emerge con nitidezza negli scritti raccolti in Attesa di Dio, dove spunta una breve dispensa [14] preparata per gli studenti dell'amico padre Perrin nella quale Simone Weil, ormai esonerata dall'insegnamento ma per molti anni docente e studente, concentra alcune preziosissime e illuminanti riflessioni per una concezione cristiana degli studi. Lo sforzo che innerva l'esercizio di studio e di comprensione, nota l'autrice, è fatto tutto d'attenzione. indipendentemente dai risultati e dalle nozioni acquisite; tale sforzo non viene mai disperso: esso costituisce una riserva, un allenamento fondamentale che porta i propri frutti, in modo inatteso, nella preghiera. Ogni sforzo d'attenzione, se abitato dal desiderio profondo di verità e se orientato dalla gioia dell'intelligenza, crea un'attitudine rara e di marca squisitamente spirituale. Il pensiero infatti si allena ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto, ma semplicemente desiderandolo. In questo modo si crea quello svuotamento che è pura recettività e che permette di accogliere ciò che giunge. Questa capacità di svuotamento e attesa è la sostanza della preghiera, che costringe Dio a scendere verso l'uomo. Ed essa non fruttifica solo nel senso dell'amore di Dio, bensì anche rende capaci di quell'attenzione fine e svuotata di sé verso il prossimo e di quello sguardo capace di vedere lo sventurato, che lo salva.

 

Rinuncia, attesa e grazia sono dunque i movimenti dell'amore: dall'attenzione dello studio al tirocinio del prossimo, fino al "sacramento" che è l'incontro con l'oppresso: in queste soglie la ricerca di Simone Weil si sofferma, intravvedendovi nitido lo spazio implicito dell'amore di Dio. Un pensiero ferreo e delicatissimo, cui solo una pensatrice poteva donare la propria sensibilità.

 

"Ogni sforzo d'attenzione,

 

se abitato dal desiderio profondo di verità

 

e se orientato dalla gioia dell'intelligenza,

 

crea un'attitudine rara

 

e di marca squisitamente spirituale.

 

Il pensiero infatti si allena

 

ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto,

 

ma semplicemente desiderandolo.

 

ln questo modo si crea quello svuotamento

 

che è pura recettività e che permette

 

di accogliere ciò che giunge."

 

 

 

Bibliografia essenziale delle Opere di Simone Weil in edizione italiana

 

 

 

- Attesa di Dio, a cura di M.C. Sala, Milano 2008.

 

- La condizione operaia, a cura di F. Fortini, Milano 1994.

 

- La prima radice, a cura di E. Fortini, Milano 1990.

 

- La Grecia e le intuizioni pre-cristiane, a cura di M. Harwell Pieracci e C. Campo, Roma 1999.

 

- L'ombra e la grazia, a cura di E. Fortini, Milano 2002.

 

- L'amore di Dio, a cura di G. Bissaca e A. Cattabiani, Roma 1979.

 

- Quaderni, a cura di G. Gaeta, Milano; vol. I, 1982; vol. II, 1985; vol. III, 1988; vol. IV. 1993.

 

 

 

 

Etty Hillesum cento anni dalla nascita

3 ottobre 1942

 

In me non c'è un poeta, in me c'è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poeta. In un campo deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare.

 

Etty Hillesum

 

 

Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili su questa terra si fanno l'un l'altro, in questi tempi scatenati. Ma non per questo io mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinnanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile. In mezzo alle rovine delle sue azioni insensate. Io non me ne sto qui, in una stanza tranquilla ornata di fiori, a godermi Poeti e Pensatori glorificando Iddio, questo non sarebbe proprio tanto difficile, né credo di esser così “estranea al mondo” come dicono inteneriti i miei buoni amici. Ogni persona ha la sua realtà, lo so, ma io non sono una visionaria, persa nei sogni, una “bell'anima” ancora un po' adolescente (Werner diceva del mio “romanzo”: “Da una bell'anima a una grande anima”). Io guardo il Tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni - voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c'è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la Tua creazione, malgrado tutto!

 

                                           Etty Hillesum 

Imparare a sperare: contro la rassegnazione giungere alla resa

 

 

Fabiola Falappa

 

 

 

Sognare qualcosa di improbabile

ha un proprio nome.

Lo chiamiamo speranza.

(Jostein Gaarder) [1]

 

Avvicinarsi alla sensibilità e alla spiritualità di Etty Hillesum contribuisce, tra i numerosi doni che da lei scaturiscono, a favorire profondamente la rinascita di una cultura della speranza, a partire dal vissuto personale fino ad espandersi all’intera società.

Mi sembra comunemente noto quanto nell’attuale panorama nazionale, e non solo, una cultura della speranza sia spesso abbandonata, dal momento che la mentalità più diffusa è impastata di depressione, rassegnazione, scoramento, cinismo e disperazione.

Probabilmente gli stessi cristiani non fanno grande eccezione; se vivessimo davvero coerentemente ciò che professiamo con la nostra fede saremmo già testimoni e portatori di semi di speranza in atto.

La fiducia è la luce di ogni relazione: con noi stessi, con gli altri, con la vita, con Dio, per chi crede in Dio. La fiducia è l’energia per vivere, la speranza è l’energia per orientare la vita in una certa direzione di bene e di valore.

Possiamo anzitutto verificare se siamo abituati a considerare un atto di fiducia come se fosse niente di più che un’illusione. In tal caso siamo anche noi già pericolosamente vicini allo scoramento, alla durezza di cuore e al cinismo.

Non c’è niente di male se ci siamo messi dentro questo sistema difensivo, il male sta nel restarci, perché se ci restiamo ne saremo soffocati. La paura taglia infatti le gambe alla speranza e le toglie il respiro.

 

Nessuna speranza senza fiducia

 

Per tornare alla libertà di fidarsi, perché potersi fidare è una delle più grandi libertà dell’essere umano, occorre avere un riferimento attendibile, credibile. Di solito non ci basta un’idea, e forse neppure un ideale. Occorre che possiamo guardare con fiducia a una persona: un compagno, un amico, un collega. Forse lo stesso Dio, se si ha questa apertura di fede.

A questo punto a qualcuno sembrerà di non trovare nessuno che sia così affidabile. Ma forse per fare questa verifica bisogna prima uscire dall’atteggiamento del giudizio: quante persone giudichiamo senza nemmeno rendercene conto. Se togliamo questa abitudine al giudizio, lasciando che ognuno sia quel che è, vedendo che è di più di quello che noi pensiamo di lei o di lui, sarà più facile capire che esiste qualcuno di cui possiamo fidarci. O almeno qualcuno con cui possiamo provare a costruire una fiducia reciproca.

Ma ogni sforzo verso gli altri sarà vano se intanto non cresce la fiducia in se stessi, di cui la presunzione, ovviamente, è soltanto una caricatura. La fiducia in sé deriva dall’essere stati amati, o dal sentirsi amati oggi, comunque dal riconoscere che, seppure con tutti i nostri difetti, siamo una persona unica al mondo, abbiamo una dignità che non possiamo disprezzare e possiamo essere per altri una fonte magari piccola ma reale di luce, di bene, di speranza a nostra volta.

Le due cose procedono insieme: la fiducia in noi stessi ci aiuta a stabilire relazioni di fiducia con gli altri, così come il fatto che altri contino su di noi fa crescere la nostra fiducia in noi stessi. Per entrare in questo circolo virtuoso non si tratta di mettersi a «fare» qualcosa, basta esporsi alle relazioni togliendosi la corazza del sospetto, della diffidenza, della previsione negativa per scegliere di andare invece verso l’altro con fiduciosa speranza.

Probabilmente è utile oggi tornare a chiedersi di che cosa è fatta la speranza, qual è il suo fondamento e verso chi o che cosa protende?

 

Il dinamismo sapiente della speranza

 

Sperare non si riduce mai ad un mero o superficiale ottimismo né solamente a un sentimento perché, in realtà, è un dinamismo specifico dell’esistenza responsabile. Non si spera mai solo per sé, ma lo sperare è autenticamente in atto quando è uno sperare per sé con altri.

«E persino nella sofferenza si può attingere forza. E con l’amore che sento per lui (per S.) posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me. Bisogna essere coerenti sino alla fine. Si può dire: fin qui posso sopportare tutto, ma se gli succede qualcosa, o se devo lasciarlo, allora non posso più continuare. Anche in quel caso bisogna proseguire. O l’uno o l’altro, ora: o si pensa soltanto a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali, e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma s’indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso – e non a macerarmi nel mio dolore e nella mia rabbia. Sono ancora in uno stato d’animo singolare. Potrei dire: è come se mi librassi invece di camminare, come se non vivessi dentro alla realtà, come se non sapessi cosa sta succedendo».[2]

Dall’ascolto delle parole di Etty Hillesum ritengo possano essere messi in evidenza almeno tre caratteri fondamentali della speranza.

Il primo ha a che fare con il suo essere già sempre una forza comunitaria. L’abbandonare le nostre preoccupazioni, non lasciare che queste soffochino il nostro respiro e il nostro sguardo tanto interiore quanto esteriore, si declina nell’abbandonare forme di puro egoismo e convertirle in forze di cooperazione e condivisione fiduciosa. Si spera, in tutti i sensi, per gli altri. Perché altri ci hanno insegnato a farlo e sono ragione di speranza per noi. Perché desideriamo una salvezza e un compimento comuni, non certo esclusivamente privati. Perché la speranza genuina non si decide, non si inventa, non è il risultato della nostra volontà, ma nasce come risposta ad una chiamata, a un invito che ci viene da un Altro.

Il secondo aspetto riguarda la radicalità della speranza: dinanzi a qualsiasi evento, di fronte ad ogni «se» la speranza è tale quando non riduce mai, neppure di una virgola, il suo potere. O la speranza è piena e totale o non è speranza. Per questo scrive Etty, riconoscendo la coerenza che la speranza stessa richiede, «anche in quel caso bisogna proseguire». E nel verbo «bisogna» è nel contempo implicato il senso sia del dovere sia dell’urgenza. È come se lei ci consigliasse di agire nella seguente direzione: nella sofferenza non puoi e non devi sostare inerme, ma è necessario che tu reagisca con rapidità e premura, perché c’è un’azione che spetta solo a te compiere e che non puoi trascurare, altrimenti genererai disperazione anziché contribuire ad irradiare speranza!

Un’altra caratteristica della speranza, secondo la spiritualità di Etty, può essere ravvisata nel suo reagire arrendendosi. Dove è chiaro che la resa non è neanche lontanamente accostabile all’essere dimessi, nel sopportare le avversità, ma piuttosto possiede tutto il valore della re-azione fondata sulla fiducia. Arrendersi non perché rassegnati, ma piuttosto perché si sperimenta un senso di abbandono fiducioso, certi che non sprofonderemo nel buio, dal momento che c’è comunque e sempre «una mano» che ci sostiene, anzi ci guida, nell’abbandonarci.

La risposta secondo speranza non ammette et et, ma è il frutto di una scelta radicale e senza mezze misure. Quest’ultime, infatti, a volte generano depressione e scoramento: «da una parte farei, dall’altra però» e ci chiudiamo in un circolo pericoloso che porta solo a concentrarsi sul nostro personale interesse, senza neanche immaginare di alzare il naso e guardare avanti, al futuro, e a chi ci sta dinanzi. Il «come se», al termine del brano scelto, mi sembra possa essere considerato in questo modo solo agli occhi di chi non ha maturato la stessa sapienza di Etty: la sapienza che scaturisce dall’abbandono fiducioso in Dio, la sapienza della speranza, appunto. È lei che ci fa vivere nella realtà «come se» non fossimo di questa realtà, ma solo a partire da una visione superficiale, perché senz’altro la speranza ci sprona ad impegnarci a fondo, in prima persona, con il sorriso però che nasce dalla lucida consapevolezza che il dolore non riesce ad oscurare la bellezza della condizione umana né possiede l’ultima inesorabile parola.

 

La resa come autentica reazione

 

Vorrei ancora brevemente sostare sul significato di «resa» per liberare tale parola da ogni pregiudizio che finisce per accostare tale termine alla costellazione semantica della facile e vile rinuncia rassegnata. Per aiutare a delucidare più profondamente la realtà che Etty desidera introdurre con «resa» faccio riferimento ad un passaggio centrale dell’opera, a mio avviso. più preziosa di Dietrich Bonhoeffer perché le loro due anime sembrano procedere di concerto e le loro voci si sovrappongono e si intrecciano perfettamente.

L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.

«(…) Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».[3]

Ciò che Bonhoeffer riferisce all’ottimismo sapiente e lucido, non certo quello superficiale e illusorio, credo possa essere ricondotto al coraggio che in Etty sorge grazie alla forza della speranza. Il maturare nella speranza orienta l’essere umano, facendolo tendere verso una meta di senso; quando l’uomo, la donna, i giovani riconoscono la forza che in loro nasce dallo sperare e non si spaventano di vivere secondo il suo respiro profondo la loro anima diventa realmente intera, senza più scissioni. E per far questo non ci si può sentire schiacciati dal carattere angoscioso e incerto del reale, né rassegnarsi all’ansia insoddisfatta della pienezza non ancora realizzata, ma si è consolati dalla certezza che abbiamo tempo, siamo nel tempo. La speranza è mescolata tanto con la promessa quanto con il sogno, per questo chiede di essere non dimenticata o soffocata, piuttosto condivisa, incarnata e realizzata nella vita.

 

 

NOTE

 

[1] J. Gaarder, Appelsinpiken, Oslo 2003; tr. it. di L. Barni, La ragazza delle arance, Longanesi, Milano 2004, p. 180.

[2] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), pp. 697-698, i corsivi e la parentesi sono stati da me inseriti.

 

[3] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1988, pp. 72-73.

Etty Hillesum

 

Middleburg 1914 - Auschwitz 1943

 

DI Marcella Filippa

 

“Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”

(giovedì pomeriggio, 19 febbraio 1942, ore due)

 

È una giovane donna di ventotto anni che scrive sulle pagine del suo diario (undici quaderni fitti fitti, di cui uno è andato smarrito) queste acute riflessioni, di una straordinaria attualità. Il suo nome è Esther Hillesum, nome ereditato dalla nonna paterna, meglio nota come Etty, nata a Middelburg in Olanda il 15 gennaio 1914, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Il padre Levie, schivo e silenzioso, insegna lingue classiche ed è preside di un liceo; la madre Riva Bernstein, caotica e estroversa, sfuggita ai pogrom, è insegnante di lingua russa. Etty negli anni della guerra studia giurisprudenza e lingue slave, vive dando lezioni di russo e tenendo seminari all’Università popolare. Frequenta l’ambiente universitario, impegnandosi attivamente contro il regime nazista. Nel 1941 l’incontro fondamentale con Julius Spier, allievo di Jung, e fondatore della psicochirologia – terapia analitica che si ispira alla lettura della mano – che la cambierà profondamente. Diventa sua allieva, segretaria e amante fino alla sua morte.

 

Di Etty ci restano le numerose lettere scritte alle persone care, e il diario, che segna puntualmente istante dopo istante, un originale percorso di cura, introspettivo, di riflessione e ricerca del sé e del senso della vita, una testimonianza sulla persecuzione ebraica, la guerra, la sua personale visione del mondo, un percorso tra i più originali, profondi e illuminanti del Novecento. Un unicum a cui intere generazioni in molte parti del mondo si ispireranno, trarranno fonte di ispirazione, conforto e risorse interiori. Testi di straordinaria attualità, che ci fanno conoscere una giovane donna fragile e forte, spirituale e fortemente attaccata alla terra, amante della vita e anticipatrice di modi di essere e stili di vita che ancor oggi ci stupiscono. Una speranza e un ottimismo coinvolgente la attraversano anche nei momenti più dolorosi e di solitudine.

 

“È un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senza alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno?” (20 luglio 1942)

In quegli anni legge Rilke, Tommaso da Kempis, Sant’Agostino, il Corano, il Talmud, il Tao The Ching. Attraverso un percorso soggettivo e originale si avvicina a Dio, portandolo e ospitandolo teneramente nel suo cuore fino agli ultimi istanti della sua vita. Attraverso una scrittura non urlata, tenera, assetata di conoscenza, oltre le rigide appartenenze, fortemente spirituale, ci offre un percorso interiore e di consapevolezza sempre più alta e complessa, capace di superare dogmatismi, appartenenze circoscritte, rigidi schematismi interpretativi, assumendo una visione universale capace di unire, anziché dividere gli esseri umani, qualunque essi siano. Rifiuta l’odio, divorante malattia dell’anima, anche nei confronti del cosiddetto nemico; conforta con il suo essere e la sua presenza delicata e empatica, uomini e donne che incontra nel suo cammino, anche solo per un attimo, nel campo di transito di Westerbork, destinazione che volontariamente sceglie per condividere fino in fondo la sorte del popolo ebraico al quale riconosce di appartenere.

 

Nel tempo inquietante e buio della persecuzione esorta lei stessa e gli altri a essere “una generazione vitale”, capace di riconoscere nella vita, qualunque essa sia, quella che è data da vivere a ognuno, tutto ciò che essa è capace di offrire: il buono e il cattivo, la luce e l’ombra, le vesciche ai piedi, il profumo del gelsomino bianco, capaci di offrire e arricchire l’essere umano di “nuove e inedite prospettive”. Perché la vita è bella come ha modo di ribadire più e più volte, e va vissuta fino in fondo, attimo dopo attimo, perché “abbiamo il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro”.

 

Etty sa vedere oltre il filo spinato del campo le traiettorie imperscrutabili dei gabbiani, i lupini gialli che sbocciano nei prati intorno a Westerbork. Si siede davanti alla fredda e grigia baracca e alza gli occhi per gioire del cielo azzurro e nutrirsi di luce, irradiandola agli altri internati. Proprio come un’altra donna, Milena Jesenská, giornalista praghese, faceva nel lager femminile di Ravensbrück, con qualche bottone di vetro colorato, portato con sé, che metteva alla piccola finestra del suo ufficio in modo da catturare e riflettere i raggi di luce, riverberandoli e ampliandoli. O come la cantante di operetta, Marianne Golz Goldlust, donna di rara bellezza, che nel carcere praghese di Pancrac in attesa di essere ghigliottinata, come tante altre oppositrici al nazismo, per aver aiutato e salvato tanti ebrei, lei che ebrea non era, capace di intravedere le gemme sugli alberi oltre le sbarre della prigione, sentire il profumo dei lillà in fiore e scaldarsi a qualche timido raggio di sole. Piccoli gesti di resistenza esistenziale, che assumono un alto valore simbolico, ampliando le forme di resistenza e superando quelle più tradizionali, alla dittatura e al nazismo.

 

La scrittura di Etty si fa via via densa, ricca, ispirata e meditata. È la lingua salvata di chi vuole testimoniare l’orrore, l’indicibile, l’inenarrabile. La lingua che vuole assomigliare, come lei stessa scrive, alle antiche stampe giapponesi, per leggerezza e eleganza, la lingua della purificazione e della pulizia interiore, nel senso che le attribuisce il filosofo Martin Buber.

 

Etty, vera e propria coscienza ispirata, che vuole essere il “cuore pensante della baracca”, morirà a Auschwitz, insieme ai genitori, ai fratelli Jaap, medico, e Misha, valente e promettente pianista, secondo i dati della Croce Rossa il 30 novembre 1943.

 

In Italia la conosciamo, a partire dalle traduzioni ancora incomplete del diario e delle lettere a partire dal 1985, e finalmente integrali a partire dal 2012.

 

È nata e rinata tante volte, in tanti luoghi, attraverso tanti linguaggi, parole, spettacoli teatrali, docufilm, performance, in molte parti del mondo, tante quante ne avrà bisogno, per usare il suggestivo pensiero di un’altra donna, testimone luminosa del Novecento, la filosofa spagnola María Zambrano.

 

“Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘ll Signore è il mio alto ricetto’. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Misha sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera?

 

Arrivederci da noi quattro”


L'inverno o Dio è la tua eternità

“Non sapendo quando l'alba arriverà, tengo aperta ogni porta.”

 

Emily Dickinson

Preghiera d’inverno

di Adriana Zarri

 

 

Ora è la morte,

Ma non è la morte:

è soltanto l’attesa.

 

Facci attendere, Dio, senza stancarci,

senza timore di morire per sempre.

 

Anche i colori sono trapassati

dal verde, al giallo, al viola,

al grigio.

 

Presto sarà la neve

come un immenso fiore bianco,

grande quanto la terra.

Il mondo è sbocciato di gelo

e il bianco è la somma dei colori

 

Dopo il fiorire e il declinare della vita,

l’inverno, o Dio, è la tua eternità.

 

E sulla neve

candide danze di angeli

e carole di santi luminosi,

che non lasciano impronta.

 

Aprici gli occhi, o Dio,

facci vedere ciò che non si vede,

facci danzare coi beati

e guardare i tuoi occhi:

più vasti

di una pianura innevata

più bianchi

di un gelido novembre

più caldi

di un fuoco acceso

in una notte d’inverno.

 

 

(da Il pozzo di Giacobbe. Geografia della preghiera da tutte le religioni, Camunia, Brescia 1985)

«Sperare è ben più che desiderare, e noi spesso confondiamo l'una con l'altra cosa. Desiderare è generalmente anelare a cose determinate per bisogni, anche spirituali, in ordine ai quali però grande è la nostra ignoranza. Sperare è attendere ciò che la fede ci fa conoscere: si tratta sì di cosa oscura ma incomparabilmente più piena. Sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non si conosce, ma da parte di Colui del quale si conosce l'amore».

 

Madeleine Delbrel

 

Da oggi, Dio, non sei più solo Dio;

da oggi, uomo, non sei più solo uomo.

Il grembo di una donna

ha fatto nascere

qualche cosa di nuovo,

sulla terra e nel cielo.

E niente sarà più come prima.

 

 

Adriana Zarri da “La scala di Giacobbe”

 

 

Ho messo la mia anima fra le tue mani.

Curvale a nido. Essa non vuole altro

che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno

la sentirai fuggire. Fa’ che siano

allora come foglie e come vento,

assecondando il suo volo.

E sappi che l’affetto nell’addio

non è minore che nell’incontro. Rimane

uguale e sarà eterno. Ma diverse

sono talvolta le vie da percorrere

in obbedienza al destino.

 

 

                                                      Margherita Guidacci


 "Il miracolo che salva il mondo dalla sua naturale rovina è la nascita di uomini nuovi che sanno ricominciare di nuovo, la nascita di quelle fede e speranza che il mondo greco non conobbe e che hanno trovato la loro più succinta e gloriosa espressione in una piccola frase dei Vangeli: - Ecco vi è nato un bambino"

 

 

Hanna Arendt

 

 

«Ogni piccola azione è un avvenimento immenso in cui ci è dato il Paradiso e in cui possiamo dare il Paradiso. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina… tutto questo non è che la scorza di una realtà splendida: l’incontro dell’anima con Dio, incontro ogni minuto rinnovato, ogni minuto che diventa, nella grazia, sempre più bello per il proprio Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Una informazione?... Eccola: è Dio che viene ad amarci. È l’ora di mettersi a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci. Lasciamolo fare».

 

Madeleine Delbrel

Sopravita

 

Dammi notte le accordate speranze, non già la tua pace, dammi prodigio, dammi alfine un pezzetto, spicchio di paradiso, il tuo chiuso giardino, le tue ali senza canto. Dammi, appena chiudo gli occhi del mio volto, le tue mani di sogno che guidano e che gelano, ciò che dovrò trovare, dammi, come una spada, quel cammino che passa sul filo del timore, una luna senz'ombra, una musica appena udita e già imparata, dammi, notte, verità per me sola, e tempo per me sola, sopravita.

 

 

Pellegrino in ascolto di Ida Vitale

Lettera a me stessa

 

 

Io ti porterò dove schiudersi è delicato, come un'ala di farfalla non un bisturi ma voli accennati, esitanti. Ci saranno lampioni serali appena illuminati e un'aria fresca di neve in estate. Molti amici avranno le finestre accese, amici silenziosi e musicali, amici. Qualcuno verrà a prenderti alla stazione, ti porterà la valigia e acqua fresca. Sarai suono e anche passo di danza, i piedi bendati saranno alati sull'asfalto tiepido e ci sarà respiro di tigli. Una mezzanotte ti aspetterà in compagnia, l'allegro di Mozart sul giradischi, le finestre aperte e le lenzuola stirate, bianche. Sembra la morte, vero? Ti dico che certe volte la vita è così. Amore che battezza la deriva.

 

La domanda della sete di Chandra Livia Candiani

"Tieni il cuore allegro" mi hai detto

la voce seppur filo assertiva.

Il cuore allegro non so come si irrora.

Immagino un cervo un fiume lo scomporsi del sole sull'acqua il fuoco a sfida del buio: il cuore allegro.

Immagino l'odore delle mattine d'inverno bruciato nell'alba.

Penso: come lo tengo il cuore lì?

Un filo da pesca in trazione stirato più di un capello bagnato sarebbe più facile dirti di sì che sì, lo tengo

sarebbe semplice mentire a un morente ma non prima di udire il contraccolpo del filo                                                                                              spezzato.

                                                                                                       Tengo il cuore allegro.

 

                                                                                                       Cuore allegro di Viola Lo Moro 

 

Anne Bronte

 

Ci fu canto capace d’ispirare

così divine estasi e alleviare

ogni pena e il cuore ombroso scuotere

come quello del giorno di Natale

portato da una brezza celestiale.

Regni ancora la tenebra, e per ore

si debba ancora attendere il mattino;

da foschi sogni o da sonno profondo

con la voce più angelica del mondo

quella musica ti sa risvegliare,

invita a rallegrarsi, ad adorare;

a festeggiare il luminoso giorno

che gli angeli onorarono in passato,

quando il nostro Signore appena nato

diffondeva la luce a Lui d’intorno;

il potere del Buio sgominando

e la Terra del Male riscattando.

Mentre ascolto la sacra melodia

si leva in alto l’anima rapita

e la musica sfuma in infinita

celeste indefinibile armonia

e diffonde delizie ininterrotte

ai pastori che vegliano la notte.

Con loro la sua nascita festeggio –

sia gloria a Dio nel più alto dei Cieli

e pace in terra agli uomini di cuore

 

 

 

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca

 

Quest’anno, ho fatto due presepi: uno in casa e un secondo nella stalla. Disponendo di una stalla, con tanto di greppia, mi pareva che quella fosse la collocazione più adeguata: tanto che poi ho deciso di lasciarlo, anche durante l’anno. Anziché un’altra immagine sacra, egli è lì, tra il disordine e i topi, come forse neanche a Betlemme gli mancavano. Poiché accanto alla casa non si coltiva grano, non ho paglia; e tutti gli anni il fornitore è Giacomo. Viene con una mezza balla (e me ne basta molto meno; il resto farà da strame per le bestie) e io ci colloco sopra la statuina di gesso. È un presepe da poveri. La paglia, Gesù Bambino e basta (in quello di casa, per ornamento, c’è solo un volo d’angeli: una ceramica di Faenza, essa pure un regalo di amici di là). È un presepe da poveri, ma è il signore che seguita a nascere, ogni giorno: e non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell’anima», come un’ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido.

 

L’incarnazione non è una storia privata: è la storia del mondo e Cristo non nasce solo nella greppia. Il Verbo sposa la terra e e si fa terra, carne, tempo, storia, finitezza, condizionamento, situazione umana nella sua complessità, e nella sua povertà, vita del mondo, con la sua concretezza e i suoi limiti. E la vita – questa vita assunta da Dio – è fatta di me, di voi, di storie e destini innumerevoli, di vicende cosmiche e piccoli accadimenti quotidiani. Anche di neve è fatta, la vita, e di germogli che dormono, di gatti che ronfano, di stufe che brobottano e di polente che inondano le tavole come lune d’inverno.

Dopo gli incontri con gli amici, che hanno sfidato freddo e neve per i doni e gli auguri natalizi, torna la solitudine compatta, non mi sono lasciata sedurre dai tanti inviti. Per le feste una persona sola sembra che faccia pena (che pena sprecata, nel mio caso!) e gli inviti si moltiplicano. Ma io ho sempre difeso il mio Natale, anche quando non ero un’eremita, ma il monachesimo ce l’avevo dentro, in un bisogno di silenzio; e così Pasqua e le festività importanti. Se mai un pranzo potrà essere accettato nei giorni successivi.

 

Ricordo quando abitavo a Roma, in una di quelle case con le pareti di carta velina, con i rumori che passavano muri, soffitti, pavimenti. E mi giungeva, confuso, il chiacchiericcio vuoto di tavolate che si intuivano convenzionali, con discorsi di nulla.  Io «là sola come un cane» facevo pena a loro: ma loro facevano assai più pena a me. Sentivo il pomeriggio che naufragava in chiacchiere sempre più stanche; e il mio silenzio, invece, a onta di quelle interferenze, si faceva più denso, più compatto, più felice. Tanto più adesso, che la mia casa ha solide pareti contadine e al di là c’è soltanto la stalla e lo starnazzare dei polli.

I mesi freddi – l’ho già detto – sono più solitari. Il periodo precedente il Natale è una parentesi di incontri – dolce come sarà poi dolce il silenzio – ma dopo la parentesi si chiude. La chiude il freddo, l’inclemenza del tempo, la sorda barriera delle nebbie, il desiderio di ciascuno di restare più in casa, di coltivare la domesticità. Ed io ricado nel bianco silenzio dell’inverno, illuminato dalla neve, come su di un lenzuolo bianco che accoglie la mia contemplazione. Sono stata grata agli amici per essere venuti a salutarmi; ora sono loro grata perché mi lasciano in silenzio.

 

Il telefono aveva squillato a lungo, con chiamate da tutte le parti d’Italia: di amici e anche di sconosciuti; ed era stata una dolce manifestazione di affetto. Ora tace anche lui. Sul tavolo ho ancora i segni delle festività: resti di panettoni e di liquori con cui tanti hanno voluto ricordarmi. E io prolungo le ricorrenze liturgiche, contestando le stolte contrattazioni tra Vaticano e stato per la riduzione delle feste che hanno abolito l’Epifania in favore dell’Immacolata. Si capisce proprio che le trattative sono state condotte da diplomatici che non sanno nulla di storia, di liturgia e di teologia. Ma al Molinasso l’Epifania si festeggia ancora, con la medesima solennità di un tempo. Questo Natale dei pagani, questo Natale ecumenico ha, nella mia cappella, la risonanza che merita e che la storia e la liturgia gli hanno decretato fino a oggi.

Gesù Bambino nella stalla si sta ambientando a un clima certo più rigido di quello di Betlemme. Un topo gli ha rosicchiato la vestina scoprendo un angolo di carne nuda. L’ho ricoperto con la paglia senza eccessive preoccupazioni. Dopo tutto, se voleva, poteva mandarlo ben via; se l’ha tenuto vuol dire che il topettino gli piaceva, e magari ci ha conversato un poco.

 

 

Del resto il mio Signore non è esigente. L’ho abituato bene e, se non ci sono fiori, non pretende che vada dal fioraio: costa troppo. Si contenta di qualche pannocchia di granturco, qualche zucchina ornamentale, qualche fiore secco, qualche ramo. Del resto l’idea che soltanto i fiori freschi facciano decorazione è molto restrittiva e molto ingiusta verso altri pezzi di natura non meno belli: come un cesto di frutta, o un’erica seccata che serba il suo delicato color viola, un mazzo di spighe (bellissime le varietà dei prati: bellissime verdi ed essiccate); o anche soltanto un ramo. I biancospini hanno rami elegantissimi. D’inverno la mia casa non ha fiori, ma è sempre adorna di qualche pezzo di mondo che mi entra dentro a farmi compagnia. In questo momento, in cappella, c’è un nido d’uccello con le ovette. Naturalmente non sono andata a rubarlo sulla pianta, come fanno i monelli: l’ho trovato ai piedi di un albero e l’ho portato ai piedi del Signore. E credo proprio che gli piaccia. 

Alda Merini

 

A Natale non si fanno cattivi

pensieri ma chi è solo

lo vorrebbe saltare

questo giorno.

A tutti loro auguro di

vivere un Natale

in compagnia.

Un pensiero lo rivolgo a

tutti quelli che soffrono

per una malattia.

A coloro auguro un

Natale di speranza e di letizia.

Ma quelli che in questo giorno

hanno un posto privilegiato

nel mio cuore

sono i piccoli mocciosi

che vedono il Natale

attraverso le confezioni dei regali.

Agli adulti auguro di esaudire

tutte le loro aspettative.

Per i bambini poveri

che non vivono nel paese dei balocchi

auguro che il Natale

porti una famiglia che li adotti

per farli uscire dalla loro condizione

fatta di miseria e disperazione.

A tutti voi

auguro un Natale con pochi regali

 

ma con tutti gli ideali realizzati.


Una fanciulla ad un tratto si ricorda

o di lei si ricorda forse il cielo

che nel grembo fioriscono le rose

e nasce un bimbo meraviglia di tutti

in quanto grazie a Dio.

Questo mistero lo capisce

soltanto la natura che tace

 

e che sorride come il vento

 

                                                                 Alda Merini

Questi uccelli che volano,

e questi nidi, di tormento fasciano

le inaudite coste, e l’ombra

che getta l’alabastro violento sui cuori

e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane

dei muli, – il passo è muto.

 

 

tu non sai quale oscuro precipizio

affumicò miei occhi a tua

vista: tu non odi le rosse mie indagini

squadrarti – solo la terra ti promette una sembianza;

io corro e corro di speranza invece.

 

 

 

nullo

è il deserto in cui tu mi muovi, e le facce di

quella cattedrale tu chiami l’ardore

di Dio che nasce

s’incoronano di spine mortali. E se il sicuro

ormeggiare della tua candela di notte si

spezza, vai oltre le

spostate ragioni.

 

 

A te Madre

delle tue gote tende di Dio

 

limano.

 

Amalia Rosselli

Poesia sublime..Verbo fatto Carne

 

Maria Rattà

 

 

Ci può essere poesia più sublime di questa? Dire che il Verbo, ossia la Parola si è fatta carne significa rimandarci immediatamente a quello che di più prezioso Cristo ci ha donato: la sua carne da mangiare. Nella carne è riassunta tutta l'esperienza umana di Cristo; quella carne racchiude il suo mistero divino ed è unita ad esso; quella stessa carne ci viene donata nell'Eucaristia. Ecco che la carne di Cristo è la nostra porta di accesso più potente, più straordinaria all'esperienza umana del Dio fattosi uomo e a quella divina dell'Uomo che era, è e sarà per sempre Dio. È un mistero davanti al quale non possiamo avere altre parole: cosa mai potremmo dire per esprimere cosa sia questa Parola incarnata? Nessuna valanga di concetti e termini potrebbe mai raggiungere la pienezza e la ricchezza di ciò che Essa è. Sappiamo solo questo: nel Natale facciamo memoria (riviviamo, oggi!) del grande mistero dell'Eterno e Infinito che è diventato carne umana, esperienza vissuta, gioia e dolore, pianto e riso; morte e risurrezione: è infatti una carne che ha seguito il sentiero della volontà del Padre, una carne unita al Verbo divino che è stata glorificata e resa immortale. Di questa carne noi ci possiamo nutrire, assimilandola, gustandola, lasciando che ci doni energia per vivere, e per vivere bene, al meglio... per vivere per sempre.

 

Carne, a Natale, è parola di gioia e di speranza. Anche noi, alla luce della carne del Dio Bambino, possiamo dire: "Siamo nati per non morire mai più" (Chiara Corbella Petrillo).

“Quando i giorni si fanno sempre più corti, quando in un normale inverno incominciano a cadere i primi fiocchi di neve, allora, timidi e lievi, fanno capolino anche i primi pensieri di Natale. La sola parola sa di incanto, un incanto a cui, si può dire, nessun cuore può sottrarsi. Anche gli uomini di altra fede e quelli che non ne hanno affatto, per i quali la vecchia storia del Bambino di Betlemme non significa niente, fanno preparativi per la festa e pensano come poter accendere qua e là un raggio di gioia. Da settimane e mesi scende su tutta la terra come una calda corrente d’amore. Una festa di amore e di gioia: ecco la stella, alla quale tutti mirano nei primi mesi dell’inverno..”

 

“Mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino, pronunciamo il nostro ‘Sì’ in risposta al suo ‘Seguimi’, e allora saremo cosa sua e la sua vita divina potrà traboccare liberamente in noi”. Questa non è certamente ancora la visione beatifica di Dio, si è ancora nella oscurità della fede, ma è già vita eterna in noi, è già Regno di Dio sulla terra. Accogliere la luce ci fa figli di Dio, ma non ciascuno come fosse una monade a sé stante. Al contrario, il Regno di Dio è caratterizzato dalla fraternità: si è infatti famiglia di Dio." 

 

 

Edith Stein

Un anno… Tratteneva la sua stella

il cielo dell’Avvento. Sulla bocca

senza febbre o paura la mia mano

ti disegnava, oscura, una parola.

E la sfera dell’anima e dell’anno

vibrava in cima a uno zampillo d’oro

alto e sottile il sangue.

Ne tremavamo

sorridenti agli sguardi – all’accostarsi

buio di quel guardiano incorruttibile

 

che nei giardini chiude le fontane.

 

                                Cristina Campo