La mia voce matura..ovvero teologia del quotidiano attraverso piccoli grandi testimoni di fede

Essere cuori pensanti

 

 

"Penso che lo farò: «mi guarderò dentro» per una mezz’oretta ogni mattina, prima di cominciare a lavorare: ascolterò la mia voce interiore. Sich versenken, «sprofondare in se stessi». Si può anche chiamare meditazione; ma questa parola mi dà ancora i brividi. E del resto, perché no? Una quieta mezz’ora dentro me stessa. Non è sufficiente muovere braccia, gambe e tutti gli altri muscoli nel bagno, ogni mattina. Un essere umano è corpo e spirito. E una mezz’ora di esercizi combinata con una mezz’ora di «meditazione» può creare una base di serenità e concentrazione per tutto il giorno. Non è però una cosa semplice, quella stille Stunde, «ora quieta»; bisogna impararla. Prima è necessario spazzare via dall’interno tutte le insignificanti preoccupazioni, i detriti. In fin dei conti, persino in una testolina così piccola c’è sempre una montagna di distrazioni irrilevanti. É vero che ci sono anche sentimenti e pensieri edificanti, ma il ciarpame è sempre presente. Sia questo, dunque, lo scopo della meditazione: trasformare il tuo spazio interiore in un’ampia pianura vuota, senza tutta quell’erbaccia che impedisce la vista. Così che qualcosa di «Dio» possa entrare in te, come c’è qualcosa di «Dio» nella Nona di Beethoven. E anche qualcosa dell’«Amore», ma non quella sorta di amore di lusso in cui ti crogioli di buon grado per una mezz’ora, orgogliosa dei tuoi sentimenti elevati, bensì amore che puoi applicare alle piccole cose quotidiane."

 

Etty Hillesum


Sulla strada di Emmaus

 

 

 

Bagnatevi gli occhi ogni mattino

 

e ringraziate Dio perché vedete la luce

 

e che questa luce non diventi mai

 

il fuoco della superbia.

 

Vi ho lasciato lavorare,

 

costruire, attendere.

 

Perché invece di odiare il vostro fratello

 

Non gli dite: Vieni a vedere

 

Non ti sei accorto che siamo ancora vivi

 

E padroni dell’universo?

 

Vi ho regalato tutta la terra,

 

e ogni tanto vi attaccate

 

a una misera proprietà

 

e credete che sarà vostra per sempre

 

Però oltre alle valli e alle montagne

 

C’è un altro regno e io vi regalerò,

 

 

 

la mia consolazione.

 

 

 

 

Alda Merini


Il poeta contadino Giuseppe Guarisco..vero discepolo della Divina Sapienza

La mia vita

Cenni biografici

 

Un giorno lontano, 10 maggio 1914, venivo alla luce di questo mondo in una piccola e vecchia casa in contrada Bregadina, a Viadana di Calvisano. Prima di me c’erano già sei fratelli: tre maschi e tre femmine. Là i primi vagìti in una famiglia povera. Le membra strette con larghe fasce.

Raggiunti i due anni la mia famiglia si è trasferita nella cascina “Vaschina sera”. Una cascina senza comodità, con un po’ di terra. Qui ho iniziato le prime fatiche fisiche.

Dopo di me sono nati altri due fratelli: una famiglia di undici componenti. Il lavoro era campi e stalla.

A sei anni ho cominciato la prima elementare. Al mattino mi alzavo presto: prima aiutavo in stalla, alle ore sei andavo a servire la Messa e poi a scuola. La terza elementare l’ho ripetuta tre volte: capivo poco! Naturalmente c’eran solo tre anni di scuola.

Il lavoro della campagna era massacrante. La mietitura del grano si faceva a mano. A otto anni tagliavo il frumento con la falce. Avevo le gambe sanguinanti per i mozziconi degli steli tagliati che pungevano.

La terra veniva lavorata con l’aratro tirato dai buoi. D’estate, per evitare il tormento dei tafani sui bovini, si partiva alle quattro del mattino. La colazione veniva consumata nel campo, seduti per terra.

Vi era la stagione dei “bachi” (“caalér”). Ci si arrampicava sulle piante dei gelsi per procurare la foglia per i bachi da seta.

D’inverno andavamo sulle piante per tagliare la legna con l’accetta.

Il lavoro della campagna camminava di paripasso con gli impegni in parrocchia. Ancora da ragazzo il curato don Pietro Marini mi affidava tanti impegni: catechista, delegato della gioventù di Azione Cattolica e più tardi degli uomini.

A diciotto anni sempre don Pietro ha insistito perché accompagnassi le funzioni in chiesa con l’armonium. Senza andare a scuola di musica mi sono arrangiato da solo… ma che fatica! In principio con brani semplici, poi con canti a più voci. Tante volte sudavo… e sbagliavo! Ma bisognava andare avanti.

Veniva il momento della filodrammatica. A fatica abbiamo messo in moto una compagnia teatrale. C’ero sempre dentro: prima attore, poi suggeritore. A un certo punto, come hobby e passione, mi son messo  a scrivere delle farse e delle commedie in dialetto.

Mi sono sempre piaciute anche le poesie. Mi sembrava di avere una  vena poetica. Ma poi tante volte mi inceppavo! Venivano a proposito certe parole, ma non ne conoscevo il significato. Comunque ne ho scritte tante, specialmente per gli sposalizi e in altre circostanze. Quando ci riuscivo era per me una grande soddisfazione. Mi è sempre piaciuto l’umorismo! Mi faceva dimenticare il peggio.

Poi venne il momento di partire sotto le armi. A vent’anni partii per il militare. Prima a Cremona, poi a Milano nel terzo Reggimento Artiglieria Celere. Diciotto mesi di servizio. Fui congedato nel 1936.

A casa ripresi tutte le mie attività. Aiutavo nei campi, in stalla, in chiesa e su richiesta anche in Comune a Calvisano come Consigliere. Le convocazioni erano lunghe, con discussioni animate. Tornavo la sera tardi o di notte in bicicletta.

Nel 1937, in gennaio, mi è morta la mamma, Ferrari Giacomina. Il gran lutto ha gettato uno sconforto nella famiglia, specie per il papà Damasceno. Aveva settant’anni. Uomo già logorato dal lavoro dei campi, ha tirato avanti ancora tre anni, cupo e silenzioso.

Nel 1939, avevo accennato al papà che desideravo sposarmi: lui fece una smorfia! Era il primo anno che andavo a morose dalla signorina Ferrari Luigia (Gina). Il papà non era contrario al matrimonio, ma vi erano difficoltà economiche.

Poi nel 1940 fu colpito da un altro dispiacere: con lo scoppio della seconda guerra mondiale, io fui richiamato alle armi l’11 giugno 1940. Ho prestato servizio a Rocca D’Anfo, poi a Sonico in Val Camonica e infine a Sesana di Trieste. Il giorno 23 giugno mi giunse improvviso un telegramma per la morte del papà. Un altro grave lutto.

Nel 1942, comunque, mi feci dare la licenza di un mese per sposarmi. In tempo di guerra era  un rischio sposarsi.

Il primo bacio alla mia sposa l’ho dato sul treno, in viaggio di nozze il 5 ottobre 1942.

Nel 1943 il 7 settembre, con l’armistizio, è stata la tragedia. Preso prigioniero dai Tedeschi, mi portarono in Polonia e poi in Germania, sempre fra i reticolati, col tormento della fame, dei pidocchi e del freddo.

Il distacco più amaro fu quello di lasciare la giovane sposa per un viaggio ignoto: qui si apre il mio Diario di prigionia. Un calvario durato 22 mesi.

Al ritorno dalla prigionia ho ripreso il mio lavoro nei campi con pochi “piò” di terra e qualche capo di bestiame: una vita molto stentata.

Tribolando ho formato la mia famiglia. I figli nati sono sei, viventi quattro. Non sono mancati problemi di malanni: parecchie volte c’era il dottore per casa. Io avevo poca salute, perché invalido di guerra. Formare e crescere una famiglia con poca salute e tanto lavoro era preoccupante. Confidavo nella Provvidenza e superavo i momenti difficili con coraggio e col mio carattere sempre di buon umore.

Mentre tribolavo, mantenevo la vena di scrivere farse, commedie e poesie. L’arte dell’umorismo è stata per me un valido aiuto nell’approssimarsi della vecchiaia.

A un certo punto non gliela facevo più a lavorare la terra per l’invalidità fisica. Ho trovato lavoro, come invalido, presso l’industria. Ho lavorato a Brescia, poi a Carpenedolo e infine a Calvisano. Sempre un lavoro serrato fino a 63 anni.

Pensionato con la minima ho continuato stentatamente la mia vita in famiglia e in parrocchia.

Nei miei 85 anni di vita, di cui 57 di matrimonio, voglio ringraziare innanzitutto il Signore che mi ha custodito nei momenti di prova  e anche mia moglie Gina che mi ha sempre accompagnato con coraggio, serenità e con le sue instancabili  preghiere.

Adesso sono in attesa del giorno finale per entrare in  una nuova vita!

 

 

 

Viadana  10 maggio  1999                                      Gepi


 

Giuseppe guarisco il poeta contadino 

"vero discepolo della divina sapienza"

 

 

“Figlio mio custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti.

Osserva i miei precetti e vivrai; il mio insegnamento

sia come la pupilla dei tuoi occhi (Prov. 7,1-2).

 

Queste esortazioni che la Sapienza rivolge a chi desidera orientare positivamente la propria vita, possono ritenersi la chiave di lettura delle poesie amorevolmente raccolte per esser date alla stampa con la presente pubblicazione.

Per due motivi o sotto due prospettive convergenti:

da un lato vi si presenta l’esperienza di una persona che, attraverso le vicende della vita affrontate con fede e fiducia, ha saputo legare quelle dolorose e liete con il filo della Provvidenza di Dio “che tutto coordina per il bene di coloro che lo amano”.

E dall’altro vi si scorge come il padre affida ai figli come testamento spirituale, una testimonianza di vita serena e laboriosa, fiduciosa pur nella prova, e come i figli l’accolgono con animo riconoscente, perché vi vedono non tanto una esercitazione letteraria, quanto le pagine di vita scritte giorno per giorno, animate dalla preghiera e illuminate dalla Parola di Dio, per essere offerte con amore a chi, nel susseguirsi dei giorni, lega gioie e dolori per il bene dei suoi figli.

Pur non conoscendo l’autore, scorrendo le sue poesie ora in italiano ora in dialetto, mi sono fatto un’ottima impressione di un uomo saggio, vero discepolo della Divina Sapienza.

Non mi resta perciò che augurare ai figli e nipoti, agli amici e ai conoscenti, di saper fare tesoro della bella testimonianza di fede e di amore che il “poeta-contadino” ha voluto affidare alle poesie amorosamente raccolte nella presente pubblicazione.

 

 

Brescia 8 marzo 1999                                      Vigilio Mario Olmi V. A.


LA POESIA DI GIUSEPPE GUARISCO

(detto Gepi)

 

 

  "Vera poesia, poesia religiosa, perché la vita è vissuta e vista sotto la luce di Dio, come è ovvio per chi ha scoperto il senso religioso del vivere"

 

 

 

Quella che oggi è Viadana frazione di Calvisano con più di 1250 abitanti, tutti occupati in diverse attività, fino a qualche decina di anni fa non era altro che cascine e piccole contrade sparse nella campagna a nord del territorio di Calvisano. Per secoli la popolazione si era dedicata alla coltivazione dei campi e della pastorizia.

Da sempre a Viadana la gente ha formato una Comunità, per la presenza costante di un sacerdote Il Curato di Viadana, che celebrava e raccoglieva la popolazione nella chiesa dedicata all’Annunciazione. Nella prima metà del secolo scorso il Curato era anche il maestro di scuola dei ragazzi di 1° e 2° elementare maschile.

La scuola, a Viadana, esiste fin dal 1839 per i maschi e dal 1846 anche per le femmine. Nei primi anni del ‘900 venne istituita la classe 3° elementare a Calvisano e nelle frazioni. Al termine dell’obbligo scolastico, non pochi genitori chiedevano alle maestre di far ripetere ai loro figlioli la classe 3°, perchè i loro piccoli potessero frequentare ancora la scuola, ma soprattutto perché i ragazzi e le fanciulle potessero imparare di più, dal momento che le classi 4° e 5° elementare non erano statali ma parrocchiali, funzionanti a Calvisano, presso le Madri Canossiane, e quindi piuttosto lontane dalle abitazioni.

Giuseppe Guarisco scrive di aver ripetuto tre volte la classe 3° perché capiva poco!, in realtà, per i motivi espressi sopra.

La scuola costituiva per i ragazzi una parte del loro impegno e dovere quotidiano. Negli altri momenti della giornata e  nei giorni liberi di scuola, dovevano dedicarsi alle faccende domestiche o al lavoro in stalla, nei campi e nei pascoli. Un altro dovere fondamentale era la frequenza al catechismo e alla messa domenicale. Famiglia, scuola, chiesa erano strettamente unite e solidali nella educazione dei fanciulli.

Giuseppe Guarisco, nella sua poesia, esprime quel tipo di educazione e di formazione. Esalta e rimpiange nei suoi versi i valori che non sono solo del tempo passato, ma perenni: la bellezza della natura, francescamente sentita, ma anche, spesse volte, crudelmente sperimentata: tu sei benefica e pur crudele; il bene che l’uomo può compiere con l’aiuto di Dio, il male che compie per la sua fragilità e che deve espiare; l’amore, il più nobile dei sentimenti dell’uomo, ma che oggi giorno viene spesso profanato.

Nei suoi componimenti troviamo temi costanti e comuni a tutti i poeti antichi e moderni: il tempo che fugge, la morte che sovrasta, i dolci doni della natura, le piccole, ma significative gioie della vita. Tutto è visto con l’occhio dell’adulto che sa per esperienza, sovente dolorosa, la ragione del vivere, ma che ha conservato nell’anima la voce semplice del contadino.

Può sembrare, ad una prima lettura, di avere davanti una poesia popolare e naïf. Ed è vero: sono poesie per la maggior parte occasionali, scritte per varie ricorrenze religiose e civili, che la comunità di Viadana ha celebrato e ricordato. Ma le emozioni, i sentimenti, i pensieri trascendono il momento, vanno al di là del luogo e del tempo, si dilatano nel tempo e nello spazio.

In realtà, le poesie qui riportate esprimono l’esperienza di una vita intessuta di dolori e di fatica. Vi è la visione ottimistica e serena donata a Giuseppe Guarisco dalla fede e dalla pratica religiosa; ma vi è anche la consapevolezza del male e della cattiveria umana, che si è manifestata nella guerra, nella deportazione, nella prigionia nei lager. Vi è la vita di ogni giorno bella e triste nello stesso tempo, ove l’esperienza del dolore (fisico, morale, spirituale) supera l’esperienza della gioia.

E’ vera poesia, poesia religiosa, perché la vita è vissuta e vista sotto la luce di Dio, come è ovvio per chi ha scoperto il senso religioso del vivere.

Viene qui pubblicato un piccolo canzoniere, che vuol essere diario umano e spirituale. Poesia che esprime il vissuto dell’autore che rivive e reinterpreta sentimenti, emozioni, immagini proprie delle persone che vissero e ricordano un mondo ormai perduto, un mondo contadino ormai inesistente.

Affiorano dalla memoria i ricordi indelebili di chi in quel mondo è nato e a lungo è vissuto. Talvolta si nota una accorata elegia del paesaggio che è mutato troppo in fretta. E’ poesia che racconta un paese, con un pizzico di rimpianto per i valori purtroppo perduti. Ma non è rimpianto per le fatiche, per i dolori, per le preoccupazioni presenti nella civiltà contadina: chi rimpiange la vecchia civiltà contadina non l’ha mai conosciuta da vicino.

Quello era un mondo in cui vi era una diffusa povertà, sopportata con diffusa rassegnazione. La terra era l’unica fonte per il sostentamento degli uomini e degli animali. Viene alla memoria la figura di don Pietro che, all’approssimarsi dei temporali, correva a suonare le campane, per allontanare la nuvolaglia e a portarsi sulla soglia della chiesa con la reliquia della Santa Croce per scacciare con una benedizione la sventura che sovrastava.

Specie nei componimenti in dialetto (e soprattutto nelle commedie che meriterebbero di essere pubblicate) è raffigurato il mondo contadino, particolarmente quello calvisanese, o meglio viadanese.

E’ poesia intesa come gioco, lusus, come divertimento, affrontato con serietà di impegno e di intenti. Non c’è pretesa, ma gusto del poetare, desiderio non solo di dire parole, ma soprattutto di esprimere cose.

 

 

Virginio Prandini


AMORE

 

Fate silenzio, labbra, sì tacete!

Non cantate amor che non sapete!

 

Volete profanare questo grande verbo

ch’è tanto saporoso, ma per voi acerbo?

 

Oh! Esseri umani, miseri, che fate?

Amor non conoscete e tanto lo cantate!

 

Gridando fra le “musa” con espressivi gesti,

a volte forsennati, a volte pii e mesti,

 

che i cantautori esprimono ignari del valore

che in sè racchiude quel verbo ch’è amore.

 

Sol tu, o pia Madre, che il Figlio amasti tanto

puoi dir cos’è amore parlando dal tuo canto.

 

Sol tu, o Madre Santa, che prona alla croce

vedi il divin Figlio tra spasimo atroce,

 

ch’è fisso con tre chiodi, il volto insanguinato,

ci indica l’amor su un legno inchiodato.

 

Il Figlio tuo guardati, amor senza confini

ed i peccati  sconta dei miseri tapini,

 

con testa bassa e umile, Lui, ch’è Redentore

 

e il mondo va altero seppur è peccatore.

 

Giuseppe Guarisco


LA VITA

 

Nasce un bimbo, una luce s’accende

sul lungo cammino la vita ascende.

 

Dapprima è bella, tutto un trastullo!

E corre e cresce quel caro fanciullo.

 

Tra il buono e il bello ancora non pensa

che di dolori la vita è pur densa.

 

E su quel sentiero il mondo nasconde

trappole, inganni e lui si confonde.

 

Cammina evitando fastidi e noie.

Infatti gli arridon fortune e gioie!

 

Diventa adulto e con l’occasioni

fa intemperanze a profusioni!

 

Con tanti abusi di ogni sorte

s’ammala e quasi è vicino alla morte!

 

L’imperdonabile mal lo colpisce

tutto il suo mondo, d’un tratto, fallisce!

 

Aveva una luce a mo’ di chi crede:

ma è torturato e perde la fede.

 

Cammina sull’orlo per disperarsi,

ma poi ci ripensa vorrebbe rifarsi!

 

 

 

 

Perché se si spegne quel poco di luce

resto al buio e chi mi conduce?

 

La sofferenza su di me veglia

tormentata la carne, ma l’alma risveglia.

 

Il mondo, il mio corpo mi hanno tradito.

Signore, Signore, or son pentito!

 

Lo so, lo sento che io qui soffro:

ma tutto, Signore, tutto ti offro!

 

Perché, purtroppo, lo devo scontare

il mal che ho fatto, il mio peccare!

 

Ti rendo grazie per questa tua prova,

tu mi regali una vita ch’è nuova!

 

Al fin quella luce prima accesa

ancor sarà viva dopo l’ascesa.

 

E con la morte questa mia vita

io credo, Signore, non è qui finita!

 

Ma sfocia gloriosa, eterna, lassù

 

ove tutti quei mali, non ci sono più.

 

Giuseppe Guarisco


LA VITE E L’UOMO

 

Nel verno, spoglia, niente tu dici,

niun il guardo volge su te.

Ferme, gelate son le radici

Fin che stagione bella non v’è.

 

Il vignaiolo poi ti s’appressa:

come chirurgo pianger ti fa.

Al rigido palo vieni poi messa,

stretta da baci senza pietà!

 

Lo stelo tortuoso dal sole baciato

presto si copre da verdula chioma,

da turgidi grappoli incorniciato

espande, gustoso, il suo aroma.

 

Superba la mano che in tavola porta

l’uva regale, bruna e dorata;

e tra la frutta di ogni sorta

sei tu la prima, la prelibata.

 

L’uomo sorride vederti pigiata

E ne pregusta il succo rubino:

in ogni mensa che è preparata

c’è la premura sempre del vino!

 

Neanche la Vergin seppe tacere

quando  a Cana il vino mancò:

“Oh, figlio mio! Non hanno da bere!”.

Gesù la guarda… e poi l’ascoltò!

 

 

 

 

Ecco strappato il primo miracol

alla potenza del Figlio divin.

E’ come se vuoto sia un oracol

quando alla mensa vi manca il vin!

 

Oh! Qual profumo di provvidenza

c’è dal vigneto alla cantina!

“Beviamo, pure, di questa essenza:

ce l’ha mandata la mano divina!”.

 

Oh! Vite umile e prigioniera!

Ci dai un succo di tanto valor.

E se bevuto con bella maniera

ci rende lieti, ci dà vigor!

 

Chi se n’abusa sbaglia di certo:

offende Dio e scandalo dà!

Nella sua mente v’è lo sconcerto:

 

è degradato e nemmeno lo sa!

 

Il MARE

O mare! Quanto sei bello, grande, immenso!

Su di te scivolano uomini di ogni sorte!

Ma sotto, nelle viscere del tuo denso,

quanti, quanti sono gli spettri di morte!

Per questo a te volgo lo sguardo... e penso!

 

 

 

L’ ACQUA

 

Tu non hai vita e vita pur dai

immensa regina della natura.

C’è chi ti guarda, chi ti trascura

e c’è chi perfin offenderti sa.

Chi ti conosce e ti comprende

creatura, sorella mia?

Fors’il viandante su quella via

che arso e stanco si dissetò?

Oppure quel volgo, che sotto il sole,

è massacrato dal suo lavoro

ed ha trovato grande ristoro

nel chiaro vivido tuo zampil?

O forse l’uomo - il lussurioso -

che nei bagordi s’è dimenato

e refrigerio ha poi ritrovato

nella semplice tua bontà?

Quell’altro che stava nuotando

in quella spiaggia, in quel momento,

che si beava tutto contento

nel tuo dolce e lieto cullar?

Oh!… Nessuno ti dice grazie!

Ma che cattivi e senza cuore!

Eppure sanno che tutto muore

e non c’è vita senza di te!

Ah!... Quei frutti sì ubertosi

che dalla terra hanno succhiato!

Tu sei stata che hai mandato

alle radici il provvid’ umor.

Se pur semplice sei a guardarti

non ti conosce nemmen chi ti usa:

in un arcano tu sei rinchiusa

sol ti conosce il Creator.

Tu sei in terra, in cielo, in mare;

tu cambi forma, colore, aspetto

e a noi parli del tuo diletto

col tuo inno, le tue virtù.

Sei tu ancora che muovi la ruota

e al mondo dai energia.

E se di notte, su quella via,

le luci brillan, ancora sei tu.

Calma ten’vai, senza stancarti;

vispa gorgheggi nel lieto ruscello,

muovi, lambisci il ramoscello

che si diverte al tuo passar.

Quando ti tocca il sole cocente,

allora ti cangi e nùgol diventi

e poi ti plasman i provvidi venti

fin che di nuovo ritorni quaggiù.

A volte lenta, quasi graziosa,

scendi benefica dal tuo cielo

a rinverdire del prato lo stelo

e dissetare gli arsi terren.

Quando in alto ti trovi nel verno

lui ti trastulla e dice con vanto:

“Va’ sulla terra e stendi un manto

che pareggiabil un altro non v’è”.

A volte scendi, invece, furiosa

e se dal gelo tu sei toccata

allora in chicchi sei trasformata

e flagellando ci porti squallor!

Tu sei benefica e pur crudele;

diventi cattiva, cieca e dura:

perché tormenti la bella natura

che ebbe la vita pel tuo poter?

 

 

Ah!... Purtroppo quando t’impenni

e forsennata spingi la onda,

fin che all’urto cede la sponda,

allora pietade alcuna non v’è!

Come pagliuzze tutto trascini,

produci panico, grida e morte!

Eppure non meno ivi è la sorte

ove presenza tua non c’è!

Oh!…Bell’acqua, scusami tanto!

Or t’ho capito, sì finalmente!

Tu non hai colpa, sei innocente

e sei guidata dall’Autor!

Quando, fuorviata, meni una strage

è un richiamo del Creatore

che porge la prova al peccatore

perché elevi la mente al ciel!

Tu nella neve sei la purezza,

nella tempesta sei il peccato,

che strugge quanto Dio ci ha dato

e poi ritorni tutto a lavar!

Tu nel diluvio fosti lavacro

e nel mar Rosso liberatrice

poi nel Giordano, il Vangelo dice,

hai battezzato il Cristo Gesù!

 

Sorella acqua!

 

Giuseppe Guarisco

Passione trionfo di Gesù

 

Scocca il suo bacio in fronte al Signore

Poi fugge confuso il Giuda traditore.

 

Il divin Maestro, muto e mansueto,

amareggiato in alma lascia l’oliveto.

 

Ed ecco tra le mani dei lividi soldati

con larice, spade e corde, siccome forsennati!

 

Intanto si fa l’alba, il gallo ha già cantato.

E Gesù, da Pietro, tre volte è rinnegato.

 

Dal sommo sacerdote poi viene interrogato,

anche da Erode e pure da Pilato,

 

il gran governatore, che poi le man si lava,

perché, in Gesù, di colpe non ne trovava.

 

Ma scribi e farisei, deicidi, fan la sorte:

 - Barabba sia libero, vogliam Gesù a morte!

 

  E dopo crudelmente averlo flagellato,

con pungenti spine l’hanno incoronato.

 

E deve, sul Calvario, la croce sua portare

e di sudore il volto si vede a brillare.

 

Posto fra i ladroni, eccolo innalzato

e il sangue suo tutto l’ha versato.

 

 

 

Al ladron pentito gli abbozza un sorriso:

“Oggi tu sarai con me in paradiso!”.

 

 La Madre sua divina, trafitta dal dolore

vede sulla croce, pendente, il Salvatore.

 

E mentre Gesù spira, oscurasi il cielo

e del grande tempio, squarciasi il velo.

 

Ecco, sulla croce, fra spasimi e dolore,

muore Gesù Cristo, rinasce il peccatore!

 

Deposto dalla croce, Giuseppe con premura

preparagli il posto con degna sepoltura.

 

Mentre si riposa nel sepolcro nuovo

l’alma sua discende nell’infero ritrovo.

 

E l’alme incatenate s’illuminan in viso

e s’apre finalmente l’eterno paradiso!

 

L’alba di domenica s’inonda d’un chiarore

ed esce dal sepolcro il Divin Redentore.

 

E’ tutta rischiarata la tomba ch’era buia

 

e in ciel si canta forte eterno Alleluia! 

 

Giuseppe Guarisco


LA PASQUA

 

Vibra la tomba con tanto fragore,

si leva la pietra, pesante, poi cade!

Sgomente le guardie, provan terrore:

fuggono, poi, per infime strade.

 

Vanno alla tomba le donne pie

insieme con Pietro segnato ancor dal pianto.

Annunziano, poi, in tutte le vie

ciò che han visto nel luogo santo.

 

Le profezie sono avverate

con la potenza del Dio vero;

annichilite ed umiliate

tutte le glorie d’ogni impero.

 

Cristo è risorto, ha vinto la morte!

Quanta speranza, luce, fulgore!

Ovunque appare con chiuse le porte

e fra la gente v’è tanto stupore!

 

Fonda un regno ch’è tutto divino:

nasce la Chiesa, maestra e madre.

Lo Spirito Santo guida il cammino

 

e Cristo siede a destra del Padre!

Memoria..

IL LAGER

 

Un grande campo tutto cintato

con sentinelle e filo spinato

dentro si gira inebetito

il prigioniero, magro, sfinito.

Lo copre un panno pien di pidocchi:

scarno il viso, fondi gli occhi.

Ha un giaciglio senza la paglia,

un gamellino e poca brodaglia.

Si regge appena, cammina a stenti,

crudo è l’inverno e batte i denti.

Pensa alla mamma, alla sposa lontano.

Di nuovo ripensa, ma tutto è vano.

 

Cade per terra: lenta è la mossa.

Dalla sua pelle sporgon le ossa.

L’ultimo rantolo ecco vi rende!

Dal suo collo il piastrino vi pende.

Per il tedesco che l’ha bastonato 

è solo un numero quel soldato.

Lesta si muove la sentinella:

due compagni, una barella.

Il prigioniero sopra vi giace

e lento va in eterna pace.

 

O prigioniero! O internato!

Nella tua casa non sei ritornato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SOLDATO E LA TRINCEA

 

Addio, mia terra!

Ti lascio, o mamma!

E’ acceso quel dramma

che chiamasi guerra.

         Non sono sol io,

         ma altri fratelli

         che, giovani e belli

         e senza oblio

pur sono chiamati

con mani protese

al natio paese

e gli occhi bagnati.

         Con scarpe bucate

         al freddo e pioggia

         e come una roggia

         trincee fangate!

Lungo il verno

con ciel rischiarato

in ogni suo lato

da guizzi d’inferno!

         Son bombe, granate,

         son urli, boati,

         tapini soldati

         si scambian occhiate.

Si squarcia la terra!

E fango e sangue!

Orribile guerra!

         Hai fatto orrore,

         di noi un calvario,

         ed è un sacrario

         che lascia dolore!

O patria amata!

Sei bella, sei cara,

ma come un’ara

 

di sangue bagnata! 


LA GUERRA E LA MAMMA

 

Dense nubi di grossi apparecchi,

lucidi, in alto, sembrano specchi!

        

Del ciel, il soffitto, fa stillicidi

e sono bombe che fanno omicidi.

 

La terra si squarcia in ogni loco

e come vulcano è pioggia di fuoco!

 

Sui fronti, la mischia è tutta rovente:

è prova di fuoco per l’innocente!

 

Ed è il soldato, povero figlio,

che in terra cade tra quel periglio!

 

Esce dal cuore, come una fiamma,

il grido che invoca la povera mamma!

 

E corre la voce in tutte le onde,

la mamma accorata, ecco risponde:

 

“Un dì nella gioia ti ho concepito

e nel dolore ti ho partorito!

Ma tu, o guerra, me l’hai rapito!

 

A me solo resta pianto e duolo!

 

E calde lacrime bagnano il suolo”.


Gioia Pasquale

Proponiamo alcuni temi esistenziali tipici del cammino verso la Santa Paqua nell' esperienza e nelle parole di alcuni testimoni della fede riproponendoli nella loro freschezza per l'esistenza di ciascuno noi.

Qui è oggi

Pasqua di Resurrezione

Nel senso che si presume

Che un cadavere qualsiasi,

forse quello di Dio,

ci voglia portare lontano

insieme ad altri morti.

Ma ci ameremo ugualmente

perché questo

È il Mistero della Resurrezione,

quando l’uomo non riconosce

il mistero degli altri

e lo lascia riposare

 

                                                                                                    nella seta dell’egoismo.

 

                                                                                                   Alda Merini


Se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero, noi rimarremmo stupefatti di poter captare queste scintille del tuo volere. Saremmo abbagliati nel conoscere, in questa tenebra immensa che ci avvolge, le innumerevoli precise personali luci delle tue volontà. Il giorno che noi comprendessimo questo andremmo nella vita come profeti, come veggenti delle tue piccole provvidenze, come mediatori dei tuoi interventi. Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te. Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te. Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te. Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te. Tutti predestinati all’estasi…”.

 

                                                                                               

 

 

Madeleine Delbrel


Mensa umana fatta mistero   

 

Adriana Zarri

 

Facci, Signore, il dono della cena.

Tu ti sei seduto a cena.

Oh, sì, ma non era una cena come tutte le altre,

sebbene tutte le altre le fossero ordinate:

era una cena unica,

in cui tu eri commensale e vivanda;

E gli apostoli mangiarono con te e di te.

Ma prima di considerare il mistero eucaristico,

lasciaci considerare questo semplice

e dolce “mistero” umano della mensa,

che tu tante volte

hai voluto condividere con i tuoi amici.

 

L'Eucaristia è il sacramento della tavola,

così come la tavola

è il sacramento della nostra amicizia.

Perciò, prima di farci il dono dell'Eucaristia,

facci, Signore, il dono della cena:

della semplice mensa degli uomini,

della condivisione dell'amore e dei beni,

della cordialità del pacato discorrere

e del calore del volersi bene.

 

Dacci di sapere cenare in amicizia,

come facevi a casa tua,

come facevi a Cafarnao nella casa di Pietro,

e a Betania, nella casa di Lazzaro;

come facesti a Gerusalemme, nel Cenacolo.

 

Donaci amore per invitare amici,

ospitalità per servirli,

cordialità per discorrere con loro,

gioia per mettere la tovaglia bella,

letizia per versare il vino dolce.

 

E fa' sì che in ogni pranzo e in ogni cena

avvertiamo la tua visibile presenza,

ospite sempre invitato, amico sempre amato,

nostro pane, nostro vino,

 

nostro banchetto eterno.

 

Adriana Zarri


In cammino verso la Pasqua Edith Stein

L'essere dell'io e l'essere eterno Proponiamo una citazione lunga di questa opera fondamentale: Essere finito e Essere eterno (Città Nuova 1988). Siamo coscienti che questo testo richiese, per essere ben compreso, uno sforzo d’attenzione. È un estratto del II capitolo, Atto e potenza in quanto modi d’essere. Seguiamo, semplificandolo, il ragionamento di Edith Stein intitolato al § 7 L’essere dell’Io e l’Essere eterno. Possiamo esprimere semplicemente il tema con questa domanda: com’è che io sia un essere vivente? “Giacché la vita è l’essere dell’Io, ciò potrebbe significare che la vita avrebbe l’essere dallo stesso Io. […] Si trova come qualcosa di vivente, di essente al presente. (p. 90s) […] L’Io è «gettato nell’esserci» […] L’essere dell’Io è un qualche cosa che vive da un attimo all’altro attimo. Non può fermarsi perché scorre «inarrestabilmente» Così esso non giunge mai a possedersi veramente. E per questo noi siamo costretti a definire ricevuto l’essere dell’Io, questo presente vivente in continuo cambiamento. È posto nell’esserci e vi è mantenuto istante per istante. Da dove viene tuttavia questo essere ricevuto? […] (p. 91). Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente; io non sono da me, da me sono nulla, in ogni attimo mi ritrovo difronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere. Eppure questo essere inconsistente è essere ed io in ogni istante sono in contatto con la pienezza dell’essere […] . L’Io invece sembra accostarsi maggiormente all’essere puro, perché non raggiunge il livello dell’essere solo per un attimo, ma in ogni istante vi è mantenuto, certo non come qualcosa di immutabile, ma come possedente un contenuto di vita continuamente trasformantesi. L’Io può giungere all’idea dell’essere eterno […]: l’Io indietreggia con orrore davanti al nulla e non desidera solo una continuazione senza fine del suo essere, ma il pieno possesso dell’essere […] (p. 92s.) L’idea di atto puro o di essere eterno diviene per l’Io, dopo che l’ho colta, misura del suo essere. Ma come si giunge a vedere in essa la fonte e l’autore del proprio essere? L’inconsistenza e la labilità del proprio essere diventa chiara all’Io quando se ne appropria col pensiero e cerca di giungerne al fondamento. Egli l’attinge, prima di ogni riflessione retrospettiva e di ogni analisi della propria vita, attraverso l’angoscia, che accompagna nella vita l’uomo non redento sotto vesti diverse (come paura di questo e di quello), ma in ultima istanza come angoscia di fronte al proprio non-essere, e lo «porta davanti al nulla»” (p. 94). L’atteggiamento di vita razionale sarebbe una «libertà per la morte ...» appassionata, certa di sé e «angosciata»? Per niente affatto. Di fronte all’innegabile realtà per cui il mio essere è fugace, prorogato, per così dire, di momento in momento e sempre esposto alla possibilità del nulla, sta l’altra realtà, altrettanto inconfutabile, che, nonostante questa fugacità, io sono, e d’istante in istante sono conservato nell’essere e che io in questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza, oggettivamente considerata, non meno ragionevole. O sarebbe”ragionevole” il bambino che vivesse con il timore continuo che la madre lo lasciasse cadere? Nel mio essere dunque mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostengo e il fondamento del mio essere, di per sé senza sostegno e senza fondamento (p. 95s.). Per due strade posso giungere a riconoscere l’essere eterno in questo fondamento del mio essere in cui mi incontro in me stesso. La prima è la via della fede… E quando Dio, per bocca dei Profeti, mi dice che mi è più fedele del padre e della madre, che egli è lo stesso amore, allora riconosco quanto sia «ragionevole» la mia fiducia nel braccio che mi sostiene e quanto sia stolto ogni timore di cadere nel nulla, a meno che non mi stacchi io stesso dal braccio che mi sorregge. La via della fede non è la strada della conoscenza filosofica: è la risposta data all’interrogativo posto da essa, ma proveniente da un altro mondo. La filosofia ha pure essa una strada propria, cioè la via del pensiero argomentativo, della dimostrazione dell’esistenza di Dio … (p. 96). La via della fede ci dà di più della via della conoscenza filosofica; il Dio vicino come persona, che ama ed è misericordioso, ci dà una certezza che non è propria di alcuna conoscenza naturale. Ma anche il cammino della fede è un cammino oscuro (p. 98)”.


Non che Etty avesse in mente proprio questo tempo liturgico, ovviamente, anche se possiamo ben dire che il suo internamento a Westerbork e poi nel campo della morte sia stata una vera esperienza di sofferenza e di croce (un vero e proprio cammino quaresimale) culminato poi nella sua Pasqua, la Vita oltre la vita.

Accenniamo qui di seguito ad alcuni temi come il digiuno, la penitenza, il sacrificio, il cibo...).

 

DIGIUNO

 

Sì, cerchiamo di digiunare davvero fino all'una. Devi imparare a controllare lo stomaco. E inoltre, riguardo al tuo corpo, devi imparare ad ascoltare il tuo ritmo interiore. Per esempio, adesso: non ho assolutamente fame, anzi; ho quasi un po' di mal di stomaco. Ma la domenica mattina le cose da mangiare sono sempre più buone del solito: una tazza di cioccolata e una fetta di pane con uno spesso strato di burro, e il più delle volte non riesco a resistere. Dopo mi sento miserevole e penso: se solo non avessi mangiato nulla. Se ho degli «impulsi», per usare una parola grossa, essi vengono fuori proprio in questo ambito. A volte, in un momento incontrollato e caotico, posso abbuffarmi di qualunque cosa mi capiti sotto mano, con una sorta di piacere sfrenato nel rovinarmi lo stomaco, e poi stare semplicemente a guardare come va a finire. E quando il mio stomaco è ormai rovinato, dico a me stessa molto opportunamente: è proprio quello che ti meriti, non avresti dovuto mangiare con una simile foga incontrollata. E poi provo una profonda tristezza; non per lo stomaco rovinato, ma per via della mancanza di controllo. Su questo piano devo ancora conquistare una vera e propria disciplina. E mi sta anche riuscendo, poco alla volta. Quindi, oggi digiuno fino all'una. Questo è per me già un grande compito, vediamo se riesco ad andare fino in fondo. Non è importante il rito del digiunare, ma il fatto che io mi senta di non aver assolutamente bisogno di mangiare. E in questo caso, per l'appunto, bisogna provare a non mangiare, specialmente di questi tempi, quando altri che hanno fame possono usare meglio le scorte di cibo a disposizione.

 

Erano un buon nutrimento a digiuno, quei pochi Salmi che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana.

 

Non so se sia la cosa giusta da fare, ma oggi comincio con il digiunare: in questo modo si ottiene una bella sensazione di pulito dentro, e poi presto a letto.

 

PENITENZA

 

Sono contenta che domattina mi aspettino tutti quei piatti da lavare nella cucina in disordine: è una specie di penitenza. Credo di poter capire i monaci, che nelle loro ruvide vesti s'inginocchiano su freddi pavimenti di pietra.

 

IL CIBO

 

È curioso che, mentre mi sono sentita piena di slanci creativi - scriverei pagine e pagine d'un racconto: «La ragazza che non sapeva inginocchiarsi», o qualcosa di simile - io debba invece d'un tratto annotare questo: come morsa da una vipera, io balzo dal divano foderato di azzurro: sì, si tratta dello stomaco. Mentre sono piena di problemi di etica, di verità, e persino di Dio, ecco che spunta fuori un «problema di cibo». Ecco forse qualcosa da analizzare. Una volta ogni tanto - però già meno spesso che un tempo - io mi rovino lo stomaco, semplicemente perché mangio troppo, e cioè per mancanza di controllo. So che debbo fare attenzione, e invece mi prende una sorta di avidità contro cui non c'è ragionamento che tenga. So che dovrò pagar caro quel po' di piacere, per un semplice boccone di troppo che ho mangiato, eppure non riesco a trattenermi. E d'un tratto mi viene da pensare che io abbia un «problema col cibo», e che questo problema potrebbe magari essere messo in chiaro. Dopo tutto, è un fatto simbolico. Probabilmente ho la stessa avidità nella mia vita spirituale. Questo voler incamerare un'enorme quantità di cose, che ogni tanto culmina in una pesante indigestione. Ecco una possibile spiegazione, e forse esiste una relazione tra la mia avidità e la mia cara mamma... Ma se potessi capire tutto quel che mi sentivo dentro, e come la osservavo allora, io capirei molte cose di mia madre. A forza di aver paura che nella vita ti sfugga qualcosa, finisci per perdere tutto, per non incontrare la realtà. Da un punto di vista psicologico, potresti forse metterla così - sentila, la sciocca dilettante: ho un antagonismo irrisolto nei confronti di mia madre, perciò faccio esattamente le cose che in lei aborro. In fondo io non sono una persona legata al cibo in modo particolare, sebbene abbia i suoi lati piacevoli, anche da un punto di vista sociale. Ma non è questo il problema. Nel voler ogni volta rovinarsi lo stomaco sapendo di farlo o, meglio, pur sapendo di poter fare diversamente, c'è di certo una ragione più profonda. E d'altra parte, ciò si connette anche, è naturale, con il mio forte desiderio di ascesi, di una vita da clausura con pane nero, acqua pura e frutta. Una persona può avere fame di vita. Ma con l'ingordigia di vita si perde di vista il proprio vero obiettivo. Bene, qualche profonda verità puoi ancora dirla! Ma trovo anche interessante il fatto che, proprio mentre aleggia in me la più aulica poesia, che ancora non so come esprimere, io mi senta all'improvviso spinta a dedicare alcune parole al mio stomaco e a ciò che lo riguarda.

 

Quell'insaziabile fame deriva anche dal fatto che oggigiorno si pensa troppo al cibo. Bisognerebbe riuscire ad affrancare la propria mente dallo stomaco e a non pensare continuamente al cibo. Bisogna dirigere la mente altrove. E un momento dopo, eccomi lì a trafficare con il portapane. La cosa peggiore è che non ho neanche una gran fame, è solo un po' di voglia di spiluzzicare qualcosa. In futuro sarà una cosa molto difficile in questa nostra Europa completamente saccheggiata, ma pure in tal caso si tratta di avere un po' di disciplina interiore. Bisogna cercare di ricordarsi che, finché si avrà il minimo, non si morirà certo di fame; per il resto, cercare di affrancare la mente dallo stomaco. E avere un po' di autocontrollo e autodisciplina, anche in queste faccende. È così strano: non mi ero inginocchiata per mesi, perché in realtà continuavo a pregare interiormente. E di punto in bianco mi sono buttata a terra, con ancora sullo stomaco peccaminoso il peso di quel pane imburrato con granella di zucchero clandestina, e ho chiuso le mani sul viso, dicendo quasi disperata: Oh Signore, lasciami vivere un po' di più nello spirito. Anche qui c'è bisogno di autoeducazione e disciplina. Altrimenti non si arriva a vivere in armonia. Di sera sono davvero sfinita. Ma devo «dominarmi» almeno per un'oretta, e lavorare un po' sul russo, e poi potrò forse avere di nuovo una certa libertà di movimento con Rilke.

 

Tengo per un attimo ogni parola nelle mani e poi la lascio di nuovo andare e passo a un'altra. Ho accanto la mia colazione: un bicchiere di latticello, due fette imburrate di pane bigio con cetriolo e pomodoro. Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre, un po' di soppiatto, alla domenica mattina, voglio abituarmi a questa colazione più monacale che mi aiuta a raggiungere i miei «appetiti» nei luoghi più nascosti, e a sradicarli via. È meglio così. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l'indispensabile, soprattutto per quanto riguarda il cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già. Eppure trovo che stiamo ancora magnificamente bene. Ma è meglio abituarsi a una certa astinenza in periodi di relativa ricchezza, che esservi poi costretti in momenti di reale bisogno: quello che otteniamo spontaneamente da noi stessi ha basi più solide e durature di quello che realizziamo per forza... Dobbiamo affrancarci dalle cose materiali ed esteriori a un punto tale che lo spirito possa continuare comunque il suo cammino, e il suo lavoro. E dunque: niente cioccolata, ma latticello! I miei gigli giapponesi se ne stanno là, con i loro calici rosso-arancione spalancati, tanto capricciosi e bizzarri quanto enigmatici draghi di una fiaba, che più tardi si rivelano essere principi vittime di un incantesimo. La piccola rosa tea avvizzita là accanto sembra ora un'evanescente, tubercolotica ragazza proveniente da una famiglia in rovina.

 

Raccolgo ricchezze spirituali in un tempo in cui altri stanno in fila davanti a negozi di frutta e verdura, ma vivo nella costante consapevolezza che non lo sto facendo solo per me stessa.

 

Fa' che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre ansie per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei Tuoi confronti, mio Dio? E non ci castighi forse prontamente - con l'insonnia, e con una vita che non è più una vita? Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno, ma allora voglio essere un'unica, grande preghiera. Un'unica, grande pace. Devo portare nuovamente la mia pace con me.

 

SACRIFICIO

 

Perché l'appassire e l'essere appassito, e il consacrarsi a ciò, sono una bellezza supplementare accanto alla bellezza di ciò che sopraggiunge, sospinge e sorregge, così come lo è il pianto, e la trepidazione, e il sacrificio di sé, e le vane e mortificanti suppliche, quando ciò si manifesta con tanta potenza, precipitando inarrestabile oltre il declivio di un cuore, come accadeva alla monaca portoghese... « ..."un qualcosa di infinitesimamente piccolo e irragionevole" era davvero quell'implorare e sminuirsi e umiliarsi nel rifiuto, ma era così ricco, così creativo, e rappresentava a tal punto lo sviluppo e la maestà di quel cuore che, al di là dell'oggetto stesso, si fece valere e divenne grande, inesauribile e bello... ». Quando si diventa creativi persino nei momenti più tristi e disperati, allora nulla ha più importanza, no? E un momento creativo non lo si paga di certo troppo, neanche al prezzo di una grande sofferenza?

 

 

Mi è venuto d'un tratto in mente che le cose stanno realmente così. Infatti non ho probabilmente il talento per scrivere; ho solo il talento, se così lo si può chiamare, di fare esperienza di tutto quello che in questa nostra vita umana è possibile vivere e sentire e subire, e non solo a mio modo, ma anche come molti altri. I vizi più grandi non mi sono sconosciuti, ma conosco anche la più grande fiducia in Dio e lo spirito di sacrificio e l'amore per l'umanità. E faccio esperienza di tutto, corpo e anima, attraverso il sangue e l'oscurità, in ogni angolo del mio essere. Non credo di avere un vero talento per la scrittura. Se fosse necessario, forse potrei scrivere cose facili e bizzarre, Spielereien, ma queste non hanno nulla a che fare con il profondo del mio essere, sono le creste delle onde, ma là sotto non c'è il mare? Non posso scrivere, ma faccio esperienza di questa vita con il corpo e con l'anima, di minuto in minuto, in tutti i suoi aspetti e fluttuazioni, in tutti i suoi colori e suoni. Faccio esperienza delle persone e anche della loro sofferenza. E da quell'esperienza, forse, un giorno si faranno strada a fatica le parole che dovrò dire, e che sgorgano da una sorgente talmente vera che dovranno trovare la loro via. Saranno forse parole molto impacciate, ma vorranno essere dette. Ho anche paura di una certa facilità nella scrittura. Credo di poterlo fare, ma è come se opponessi resistenza perché non riuscirei comunque a toccare le cose che contano davvero. Un giorno troverò certamente le mie parole, o, meglio, le mie parole forse un giorno troveranno me; la mia esperienza un giorno incontrerà le parole che la libereranno. Non riesco a scrivere, ma riesco di certo a vivere. E, un giorno, da questa mia vita reale nasceranno anche parole.


 "E' tra il  tempo e l'infinito, metatemporale e non ancora eterno, che sta la mistica e sta la poesia"

 

Adriana Zarri 

 

 

Una speciale percorso.. attraverso lo sguardo di donne e uomini cogliendo la grazia che ha illuminato la loro esistenza facendone ragione di vita, dono per gli altri e una proposta di vita per tutti noi!

 

 

 

 

Il Poeta raccoglie i dolori e sorrisi e mette assieme tutti i suoi giorni in una mano tesa per donare, in una mano che assolve perché vede il cuore di Dio. I fiori del Poeta sbocciano per vivere molto a lungo per le vie della grazia.

 

Alda Merini


Verbo eterno di Dio..Adriana Zarri

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un'epigrafe d'erba.

 

E dirà

che ho vissuto,

che ho atteso,

 

che attendo

 

Adriana Zarri

Ormai si è fatto scuro e io accendo la Luce

Adriana Zarri

 

Se ora volessi chiudere con un congedo edificante vi potrei dire: "Ricordatevi che, in una cascina, in mezzo alla campagna, c'è un'eremita che prega". Ma mi parrebbe estremamente pletorico. Sento il bisogno di semplificare, di ridurre all'essenza: spoglio, nudo, un osso. Lasciamo cadere l'eremitismo, il monachesimo, la cascina, la campagna, perfino la preghiera. Preferisco dire che vivo: mi sembra più semplice e più ricco perchè la vita comprende la preghiera, e forse la preghiera comprende la vita ed è la vita stessa. E non è necessario ricordarmi; ma, se mai, i termini sono questi: "In una casa c'è una persona che vive". E non è poi quello che diciamo sempre quando ci chiedono: "In quella casa chi ci abita?" e noi rispondiamo: "C'è Tizio; ci abita Caio".

 Quanto narrare per concludere con quasi nulla, quasi una banalità! E sbiadiscono tutte le strutture: anche quelle più care, quelle che mi hanno portato e che mi portano, che mi fanno esser chi sono e come sono ma non dissimile, nella profondità, da ogni uomo che vive, che lavora, studia, s'interroga, si tormenta... e tutto questo ripiegarsi e complicarsi è per scoprire la semplicità.

Sono un'eremita come potrei essere una suora, o una moglie o un padre; vivo in una cascina di campagna come potrei vivere in un monastero o in un appartamento di città; faccio la scrittrice come potrei fare la sarta. Niente importa perché tutto è importante nella medesima maniera.

 

 Ormai s'è fatto scuro e io accendo la luce. Si vede, fin dalla strada, la luce del Molinasso. Anch'io rischiaro debolmente il buio come ogni finestra che s'accende di notte. Uno passa, vede quei piccoli punti luminosi e pensa che c'è una casa, un uomo, una vita. "In una casa c'è una persona che vive".

ADRIANA ZARRI. MONACO IN DIALOGO

Giannino Piana

 

Il mondo interiore di Adriana Zarri [*], una vera mistica del nostro tempo, non è facile da decifrare. Sebbene siano molti i testi di spiritualità che ci ha lasciato – alcuni dei quali di rara intensità[1] – la sua figura di donna votata alla vita monastica risulta a chi l’ha conosciuta da vicino (e per un lunghissimo periodo della sua esistenza) caratterizzata da mille sorprendenti sfaccettature che non si lasciano imbrigliare dentro una scrittura, sia pure carica sempre di un’impronta fortemente personale, come la sua.

 

La ricchezza della personalità e la estrema varietà degli interessi coltivati confluivano in lei attorno ad un asse fondamentale, che dava unità alla sua esistenza: la ricerca insonne di Dio in un rapporto stretto con la terra in tutte le sue componenti – dagli uomini agli animali al mondo vegetale (è sufficiente ricordare la passione di Adriana per i gatti e, finché le è stato concesso dalla salute, l’allevamento degli animali da cortile e la coltivazione dell’orto) – aderendo alle radici contadine, che hanno segnato profondamente la sua identità umana e religiosa[2].

 

Ad avvalorare questa visione vi è poi il suo essere donna: l’appartenenza di genere si riflette decisamente anche sulla sua spiritualità, che ha i connotati di una spiritualità al femminile. Anche a questo proposito emerge tuttavia l’originalità di Adriana: la sua adesione alle lotte femministe è stata infatti sempre contrassegnata da un vero (e profondo) coinvolgimento e insieme dalla rivendicazione di una grande libertà e indipendenza di giudizio.

 

Nel cuore di una spiritualità della vita quotidiana

La spiritualità di Adriana coinvolge dunque – come si è accennato – la realtà in tutte le sue dimensioni.  Il profumo dei campi nelle diverse stagioni, il colore variegato dei fiori, il fruscio delle fonde e il verso degli animali e (soprattutto) le vicende degli uomini, quelle dei poveri in particolare, segnano l’incontro con un Dio che è dentro la storia: il Dio che si è definitivamente manifestato nella persona di Gesù di Nazaret. Ma l’aspetto che contraddistingue, in modo speciale, il suo approccio, e che la avvicina alla spiritualità francescana, è l’accento posto sull’importanza che ha avuto, nel «farsi carne» (sarx) del Figlio di Dio, la dimensione «spaziale» (e non solo «temporale»), il «divenire natura» (e non solo storia).

 

Il creato, in tutta la ricchezza delle sue espressioni, assume il carattere di habitat (spazio opportuno) che, rapportandosi al kairòs (tempo opportuno), conferisce alla dimensione contemplativa un orizzonte cosmico. L’esperienza di Dio nel mondo fa della vita quotidiana, nella molteplicità delle sue espressioni, non solo la sorgente ma anche la modalità secondo la quale vivere la relazione con il divino. Vi è dunque una profonda continuità tra vita spirituale e vita quotidiana, perché il Dio della rivelazione è – come ci ricorda la lettera ai Filippesi da Adriana spesso citata – colui che in Gesù Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» e «facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).

 

Dio e mondo sono dunque per Adriana in un rapporto di circolarità: da un lato, la immagine del Dio cristiano non può prescindere dalla sua relazione con il mondo di cui è entrato a far parte; dall’altro, il mondo è da questa relazione riscattato; diviene anticipazione del Regno. Questa visione della realtà, che sollecita l’impegno nel presente e l’attesa del futuro, ha per Adriana una perfetta esplicitazione nella preghiera del Padre nostro, dove alla richiesta del pane quotidiano («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») corrisponde l’invocazione del compiersi del Regno («Venga il tuo Regno») e dell’adempimento della volontà del Padre (“Sia fatta la tua volontà”) (Mt 6, 9-13).

 

La dimensione trinitaria

La dinamica relazionale, che è l’asse portante della spiritualità di Adriana, ha poi nel mistero trinitario le sue radici. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana, che Gesù di Nazaret ha reso trasparente nella sua persona e attraverso la sua azione, è il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: un Dio nel quale la relazione coincide con la stessa natura: le persone che costituiscono il mistero divino sono in quanto si rapportano tra loro.

 

La definizione che di Dio fornisce la prima lettera di Giovanni: «Dio è carità» (1 Gv 4, 8) ha qui la sua più profonda motivazione. Trinità e carità sono strettamente correlate e interdipendenti. Solo di un Dio che vive in comunione di persone è infatti possibile dire che è Amore (e non semplicemente che ha l’amore), perché l’amore implica la relazione tra persone, che si costituiscono nel reciproco donarsi. In un libro di preghiere (o di quasi preghiere) che reca significativamente il titolo Tu[3], Adriana si rivolge a Dio come a Qualcuno cui è possibile dare del tu, giungendo a livelli di intimità che ricordano le grandi esperienze mistiche – da maestro Eckhart a Giovanni della Croce e a Teresa d’Avila – alle quali spesso Adriana fa riferimento nei suoi scritti.

 

L’incontro profondo ma sempre inevitabilmente limitato con il tu divino – la conoscenza di Dio è quaggiù parziale («per speculum et in aenigmate») –  è la molla che spinge Adriana ad accostarsi alla morte, che ella considera una componente essenziale della vita – il contatto con la natura cui è stata abituata fin dall’infanzia facilitava la consapevolezza di questa continuità – come al passaggio da questa vita alla vita nuova, nella quale diviene finalmente possibile entrare in una relazione «faccia a faccia» con il Signore, che consente di conoscerlo come egli è («sicuti est»).

 

Due attitudini esistenziali: ascolto e ricettività

La spiritualità di Adriana non si esaurisce tuttavia nella sola adesione ai presupposti fondativi ricordati; si rende concreta in una serie di attitudini esistenziali, due delle quali meritano di essere particolarmente ricordate.

 

La prima è l’ascolto. Le religioni del Libro sono religioni dell’ascolto: «Ascolta Israele» è l’invito che, fin dall’inizio, Dio rivolge al suo popolo. Ma l’ascolto – Adriana lo mette bene in evidenza – non si esaurisce (e non può esaurirsi) in un semplice sentire; esige un ridimensionamento dell’io per fare spazio all’accoglienza dell’altro e alla comprensione del suo messaggio. Esige la creazione di un clima di silenzio e la disponibilità a fare propria la povertà evangelica, che è insieme sobrietà nei confronti delle cose e apertura fiduciale alla grazia divina. La scoperta del mondo degli altri e dell’Altro è legata all’abbandono di ogni forma di autoreferenzialità, quale frutto di una profonda trasformazione interiore, una vera metanoia.

 

Una seconda attitudine, particolarmente cara ad Adriana, è la ricettività, che ella considera un habitus esistenziale in stretta sintonia con il vissuto femminile. Destinata ad essere custode della vita, la donna ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di tale attitudine, la quale, lungi dall’identificarsi con la passività, è l’espressione (forse) più alta di attività, in quanto esige, per potersi esplicare, un processo di interiorizzazione, che consenta di riconoscere l’altro nella sua alterità, senza proiezioni mistificatorie.

 

D’altra parte, la ricettività non è soltanto una virtù umana, per quanto grande; è anche – a  questo va soprattutto ricondotta l’importanza che Adriana attribuisce ad essa – la condizione fondamentale per vivere la relazione con il Dio cristiano, il quale viene costantemente incontro all’uomo, andando alla sua ricerca anche quando si è colpevolmente allontanato da Lui. La fede non comporta dunque un andare verso Dio, ma un disporsi a riceverlo, creando le condizioni per accoglierlo, lasciandosi fare e amare da Lui.

 

La preghiera e l’eremo

L’esperienza spirituale fin qui evocata ha per Adriana il suo momento più alto nella preghiera, o meglio nel pregare, il quale, lungi dal ridursi a fare o a dire preghiere, è un vero e proprio modo di essere-al-mondo. Il Dio della rivelazione biblica è il Dio dell’alleanza, che entra in comunione vitale con l’uomo ma che, al tempo stesso, gli impone di non raffigurarlo nè nominarlo, rivendicando in questo modo la sua assoluta Alterità. La preghiera è dunque ascolto, incontro e relazione, ma è anche rispetto di una distanza che non può mai essere del tutto colmata. È un vivere alla presenza di Dio, fare esperienza dell’essere abitati da Lui, ma è anche riconoscimento dell’assenza; è rifiuto di catturarlo per servirsene, evitando di assumersi fino in fondo la propria responsabilità nel mondo.

 

La preghiera è una cosa seria che implica la confidenza, ma che non può essere viziata da sdolcinature impudiche – il tema del pudore ricorre con frequenza nei testi spirituali di Adriana come un’istanza che deve connotare ogni espressione religiosa – e che non deve essere separata dal contesto in cui si sviluppa l’esistenza. L’incontro con Dio rinvia all’impegno nel mondo; l’atto cultuale non ha alcun significato se non si traduce in culto spirituale, nella capacità di coniugare incontro con Dio e fedeltà all’uomo e alla terra, immettendo nel dialogo religioso le inquietudini e le speranze umane.

 

La preghiera di Adriana ha questo timbro; da essa scaturisce la militanza che ha contrassegnato l’intera sua esistenza, con la partecipazione diretta alle battaglie contro le diseguaglianze sociali e per la promozione dei diritti civili. L’eremo non è stato per lei un luogo separato dal mondo, ma un angolo appartato dal quale guardare con lucidità e partecipazione le vicende umane e mondane. La solitudine del monaco – Adriana preferiva definirsi così, al maschile, per l’accezione equivoca acquisita dal termine femminile – non è isolamento; è un processo di riappropriazione del mondo interiore, che restituisce all’uomo la libertà, rendendolo capace di esercitare il discernimento profetico nei confronti della realtà.

 

Una spiritualità, quella di Adriana, la cui grande linearità e coerenza, ha suscitato talora forti contestazioni da parte di ambienti ecclesiastici tradizionalisti; ma che ha, nel contempo, favorito la nascita di profonde amicizie religiose e laiche – come non ricordare dom Benedetto Calati e Rossana Rossanda? – che hanno concorso ad arricchire la sua esperienza religiosa e civile (e di cui hanno fruito quanti hanno frequentato i suoi incontri). Una spiritualità soprattutto, nella quale la tensione alla trascendenza, lungi dal vanificare la dedizione nei confronti dell’uomo e della terra, ha fornito piuttosto lo stimolo all’esercizio di una limpida e feconda testimonianza in favore della città degli uomini.

 

Giannino Piana

Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Socio fondatore e membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti

 

[*] Il 26 aprile Adriana Zarri [1919-2010] avrebbe compiuto cento anni. La rivista Il Gallo, che aderisce alla Rete Viandanti, ha chiesto a Giannino Piana di ricordarla nella sua personalità, nella sua spiritualità e nel suo pensiero.

L’articolo è apparso su “Il Gallo” numero 800 (maggio 2019) pp. 8-9.

 

[1] Tra le opere più significative vanno ricordate:

È più facile che un cammello… Gribaudi, Torino 1975; Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978; Erba della mia erba. Resoconto di vita, Cittadella, Assisi 1981; Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2011; Quasi una preghiera, Einaudi, Torino 2012.

[2] Cfr. Con quella luna negli occhi, Einaudi 2014.

 

[3] Tu. Quasi preghiere, Gribaudi, Torino 1973.


 

LA PREGHIERA È LA CONTESTAZIONE PIÙ PROFONDA”. ADRIANA ZARRI, UNA MISTICA DEL NOSTRO TEMPO

 

 

«Due ginocchia prostate a terra in preghiera, due mani aperte nel cielo ad abbracciare l’universo»: si ritraeva così Adriana Zarri, monaco laico, teologa e scrittrice, nel suo primo libro, L’arcobaleno delle ore (Edizioni Il giorno, 1947). E così ha vissuto fino alla morte, come testimoniano le sue opere: con le mani sporche di mondo, di deserto, di preghiera. Con le mani inquinate di terrestrità pur nell’incessante anelito alle stelle, alle galassie, a Dio. Mani aperte nel cielo, con le gambe distese tra un filo d’erba e l’altro: questo significava per lei pregare. Vivere al vocativo: sentirsi chiamati e chiamare, come ceste vuote, recipienti nudi da riempire di Spirito, «in un appello perenne, in una continua esclamazione di stupore, incontrare […] Dio che pronuncia il nostro nome; e pronunciare noi il suo (Gv 20, 11-18) che è il nome stesso della vita» (Nostro Signore del deserto, Rubettino, 2013, p. 208; prima edizione: Cittadella, 1978).

 

 

Scrivere di Adriana Zarri (1919-2010) porta a chiedersi anzitutto se sia possibile raccontare un’esperienza di silenzio. Nel 1970 decise infatti – dopo una lunga attività teologica e giornalistica, spesso polemica e senz’altro libera e originale (fu la prima donna in Italia a occuparsi di teologia ed ecclesiologia, con senso critico e coraggiosa militanza) di approfondire a tutto tondo la vocazione eremitica, trasferendosi inizialmente da Roma al castello di Albiano dIvrea, dove rimase per un po anche insieme ad altri monaci, e poi a Perosa Canavese, al Molinasso, una cascina abbandonata immersa tra i rovi, luogo che vide avverarsi la sua svolta di fede verso una più autentica adesione al monachesimo laico, di cui fu, già dalla giovinezza segnata da un periodo trascorso in convento, nella Compagnia di San Paolo del Cardinal Ferrari innovativa e radicale esponente. Una delle Lettere dalleremo, scritta proprio durante linsediamento al Molinasso, ne rievoca la bellezza e la posizione molto isolata: «La mia casa, nella sua parte posteriore, dà sui campi e, più oltre, su un bosco che costeggia un fiume. È il deserto. Nessuna voce se non, in lontananza, lo scorrere dell’acqua, nessuna strada, nessuna casa, se non, lontanissimo, aggrappate sui monti. Sul davanti invece la solitudine è più attenuata. C’è il viottolo poderale che porta alla strada. A un’opportuna distanza, che difende il mio silenzio (oltre, cioè, a mezzo chilometro), vedo passare le macchine, i trattori, le pecore… A un paio di chilometri visibili d’inverno, con la caduta delle foglie alcune case di contadini. Di notte, quando non c’è la nebbia, vedo le loro finestre illuminate. A volte (di rado, se il vento è favorevole) mi giunge perfino una voce umana. È la vita con le sue strade, con le sue case, le sue finestre accese, nella notte; e il lontano vociare degli uomini. Una voce che giunge di tanto in tanto non è un disturbo: è come una visita di umanità che ci riscalda l’animo e lo rende ancor più disponibile all’amore» (in «Rocca», 15 gennaio 1978).

Adriana Zarri..l'inquietudine della fede

 

Il 18 novembre 2010 moriva Adriana Zarri, poliedrica e singolare figura del cattolicesimo italiano, pubblicista, teologa, eremita e donna libera che ha saputo nella sua lunga esistenza, non priva di contraddizioni, tenere la linea della testimonianza cristiana come bussola e orizzonte in una società in tumulto come quella novecentesca. Nell’ambito del progetto 900Storie a cura del Centro Studi Piero Gobetti, la Fondazione Donat-Cattin ricorda, in una settimana a lei dedicata, la figura, il pensiero, l’azione culturale e la spiritualità. Il primo appuntamento si è tenuto lunedì 2 novembre sulle piattaforme social della Fondazione Donat-Cattin e del Polo del ‘900 con un  breve filmato della teologa Morena Baldacci, liturgista e docente, che ha introdotto il tema della teologia vissuta e pensata, pregata e studiata da una donna, e un podcast con letture e brani scelti dalla produzione ricca e articolata del pensiero della Zarri. Giovedì 5 novembre, alle 18,00 in modalità streaming sui canali della Fondazione Donat-Cattin e del Polo del 900, si svolgerà un confronto con i teologi Ermis Segatti, Stella Morra e la storica Mariangela Maravaglia, autrice della prima biografia critica “Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri” appena pubblicata da “Il Mulino”. Il confronto sarà inframmezzato da letture dell’attrice Eleni Molos tratte da brani di saggi della Zarri. Introdurrà i lavori Luca Rolandi, giornalista e ricercatore della Fondazione Carlo Donat-Cattin.

 

 

Adriana Zarri nasce a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, nel 1919. I suoi studi e il suo impegno furono subito orientati al confronto con il Cristianesimo e con una chiesa cattolica da portare oltre la visione di Pio XII. È diventata, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, una delle più importanti testimoni di quella fedeltà al Vangelo che si coniuga – proprio in virtù di una verità che rende liberi – con la più schietta laicità. Antifascista, coinvolta nei problemi sociali, decisa a difendere la libertà di coscienza, si trasferisce a Roma dove studia teologia. Diventa giornalista e scrive dapprima su tutti i giornali e le riviste di area religiosa: l’«Osservatore romano», «Studium», «Servitium», «Il Regno», «Concilium», «Rivista di teologia morale» (RTM), «Rocca». In seguito collabora assiduamente a «Politica» e «Settegiorni» le riviste di punta su cui la sinistra democristiana si confronta con i fermenti ecclesiali, politici e sociali. Infine collabora a “Micromega” e a “Il Manifesto”. Naturalmente i tanti libri editi da Locusta, Cittadella, Borla, e dopo la sua morte da Einaudi. Ha partecipato anche a trasmissioni radiofoniche (Uomini e profeti) e televisive (la Samarcanda del primo Santoro). Note le sue posizioni molto dure anche contro la gerarchia e su temi etici che però non hanno offuscato nella memoria collettiva le sue radici profondamente evangeliche e fedeli alla dottrina cattolica, ovviamente sempre imperniati su conflitti di coscienza e di fede umana e divina. Poi all’inizio degli anni Settanta, dopo i vorticosi anni del post-Concilio, la sua presenza attiva alla Pro Civitate Christiana di don Giovanni Rossi ad Assisi, in molti gruppi del dissenso cattolico, senza mai una adesione e con molti distinguo e infine la scelta eremitica che in località diverse dell’area dell’eporediese, accolta dal vescovo di Ivrea mons. Luigi Bettazzi, che caratterizzerà gli ultimi 35 anni della sua esistenza. E’ sepolta nel cimitero canavesano di Crotte, una frazione di Strambino, dove visse gli ultimi anni nel suo eremo di Ca’Sassino. Per la sua tomba, in terra, scrisse lei stessa quella che definì “un’epigrafe d’erba”: “Non mi vestite di nero:è triste e funebre. Non mi vestite di bianco: è superbo e retorico. Vestitemi a fiori gialli e rossi e con ali di uccelli. E tu, Signore, guarda le mie mani. Forse c’è una corona. Forse ci hanno messo una croce. Hanno sbagliato. In mano ho foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione. E, sulla tomba, non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi. Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba. E dirà che ho vissuto, che attendo. E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri”.


Verso un sapere dell'anima..Maria Zambrano

«L’anima si è rivolta alla sua interiorità, nel suo centro si è trovato quel punto d’identità, eterno e impassibile, che è dentro l’uomo, che non lo trascina fuori di sé come oggetto del mondo intelligibile. L’agognata unità si ottiene in altro modo, è un altro genere di unità in cui la vita ha preso, grazie a questo centro interiore, i caratteri dell’essere autentico; è unità vera ed eterna».

 

 

Maria Zambrano

 

 

Perché si scrive

 

María Zambrano

 

 

 

Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lontananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.

E’ una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto.

Se esiste un parlare, perché scrivere? Ma l’espressione immediata, quella che sgorga dalla nostra spontaneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamente la responsabilità, perché non emana dalla totalità integrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo liberi, liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea. Ma la parola non ci pone al riparo, né pertanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla successione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere. È una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.

E da questa sconfitta intima, umana, non di un singolo uomo ma dell’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogni­ qualvolta abbiamo parlato a lungo.

La vittoria, del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più il momento oppressore, non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in se stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei momenti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera.

C'è nello scrivere un trattenere le parole, come nel parlare c'è invece un liberarle, un distaccarsi da noi. Scrivendo si trattengono le parole, le si fanno proprie, soggette a ritmo, contrassegnate dal dominio umano di chi in questo modo le maneggia. Ciò indipendentemente dal fatto che lo scrittore si preoccupi delle parole, scelga coscientemente e le disponga in un ordine razionale, conosciuto.Al contrario, basta essere scrittore, scrivere spinti da questa intime necessità di liberarsi delle parole, di superare completamente la sconfitta subita, perché si verifichi questo trattenimento delle parole. La volontà di trattenere si trova già al principio, alla radice dell'atto stesso di scrivere e l'accompagna permanentemente. Le parole vanno così cadendo precise, in un processo di riconciliazione dell'uomo che le libera trattenendole, di chi le pronuncia con cauta generosità.

Ogni vittoria umana deve essere riconciliazione, ritrovamento di un amicizia perduta, riaffermazione dopo un disastro del quale l'uomo è stato la vittima; vittoria in cui non potrebbe esistere umiliazione dell'avversario, poiché in tal caso non sarebbe più vittoria, cioè gloria per l'uomo.

Sì, perché lo scrittore cerca la gloria la gloria di una riconciliazione con le parole, precedenti tiranne della sua potenza di comunicazione. Vittoria di un potere di comunicazione. Lo scrittore infatti esercita non solo un diritto richiesto dalla sua stringente necessità, ma anche un potere, una potenza di comunicazione che accresca la sua umanità, che porti l'umanità dell'uomo a limiti appena scoperti, ai limiti del valore umano, dell'essere umano, con l'inumano, ai quali lo scrittore giunge, vincendo nel suo glorioso incontro di riconciliazione con le parole tante volte traditrici. Salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente, è lo scopo che persegue, anche senza saperlo, chi scrive davvero.

C'è infatti uno scrivere parlando, quello che scrive "come se parlasse", e già questo "come se" deve farci diffidare, poiché la ragione d'essere qualcosa deve essere ragione d'essere questo e questo soltanto. Fare una cosa "come se fosse" un'altra la impoverisce e le sottrae tutto il suo significato, ponendo in dubbio la sua necessità.

Scrivere diventa il contrario di parlare: si parla per soddisfare una necessità momentanea immediata e parlando ci rendiamo prigionieri di ciò che abbiamo pronunciato; nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza – si trova liberazione soltanto quando approdiamo a qualcosa di durevole. Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive.

Ma le parole dicono qualcosa. Che cosa vuol dire lo scrittore e a quale scopo? Perché e per chi?

Vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perché troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando. La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “Ci sono cose che non si possono dire”, ed è indubitabile. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.

Scoprire il segreto e comunicarlo sono i due stimoli che muovono lo scrittore.

Il segreto si rivela allo scrittore mentre lo scrive, non quando lo pronuncia. La parola rivela segreti soltanto nell'estasi, fuori dal tempo nella poesia. La poesia è segreto parlato, che deve essere scritto per fissarsi, non per essere prodotto. Il poeta esprime con la propria voce la poesia il poeta ha sempre voce, canta, o piange il suo segreto. Il poeta parla, trattenendo le parole nel dire, misurandole e creandole nel dire della sua voce. Si riscatta da esse senza renderle mute, senza ridurle al solo mondo visibile, senza cancellarle dal suono. Lo scrittore invece incide, fissa immediatamente senza voce. Perché la sua solitudine è diversa da quella del poeta. Allo scrittore nella sua solitudine il segreto si rivela non del tutto, ma in un divenire progressivo. Scopre a poco a poco il segreto nell'aria e sente il bisogno di fissare il suo tracciato per poter poi alla fine abbracciare la totalità della sua figura... Ciò anche quando possiede uno schema antecedente all'ultima realizzazione. Lo schema stesso dice già che c'è stato bisogno di fissarlo progressivamente in una figura, di comporlo linea per linea.

Ansia di svelare, ansia incontenibile di comunicare ciò che si è svelato; duplice tafano che assilla l’uomo, facendo di lui uno scrittore. Quale doppia sete è mai questa? Quale essere incompleto è costui che produce in sé tale sete, che si placa solo scrivendo? Scrivendo soltanto? No; solo per mezzo dello scrivere. Quello che lo scrittore persegue, è il puro scritto o qualcosa che si ottiene per mezzo dello scritto?

Lo scrittore esce dalla sua solitudine per comunicare il segreto. Quindi non è già più lo stesso segreto conosciuto da lui quello che lo colma, dato che ha bisogno di comunicarlo. Sarà piuttosto questa comunicazione? Se è così, l’atto dello scrivere è solo un mezzo, e lo scritto, lo strumento forgiato. Ma a caratterizzare lo strumento è il fatto che viene forgiato in vista di qualcosa, e questo qualcosa è ciò che gli conferisce la sua nobiltà e il suo splendore. E’ nobile la spada perché è fatta per il combattimento, e la sua nobiltà cresce se la mano d’opera l’ha forgiata con maestria, senza che questa bellezza di forma scalzi il suo primo significato: l’essere stata creata per la lotta.

Lo scritto è ugualmente uno strumento di cui si serve quest’ansia incontenibile di comunicare, di “pubblicare” il segreto trovato, e la bellezza formale che possiede non può sottrargli il suo primo significato: produrre un effetto, far sì che qualcuno venga a sapere qualcosa.

Un libro, finché non viene letto, è soltanto un essere in potenza, in potenza come una bomba inesplosa. Ogni libro deve avere qualcosa della bomba, di un evento il cui verificarsi minaccia e, anche semplicemente con la sua vibrazione, mette in risalto la falsità.

Come chi lancia una bomba, lo scrittore scaglia fuori di sé, dal suo mondo e quindi dall'ambiente che può controllare, il segreto trovato. Non sa che effetto produrrà a seguito della sua rivelazione, nè può dominarlo con la sua volontà. Perciò è una atto di fede, come mettere una bomba o appicar fuoco a una città; è un atto di fede, come lanciarsi su qualcosa la cui traiettoria non è in nostro possesso.

Puro atto di fede è lo scrivere e ancor di più perché il segreto rivelato non smette di essere tale per chi lo comunica scrivendolo. Il segreto si mostra allo scrittore, senza rendersi spiegabile; non smette cioè di essere un segreto per lui prima che per chiunque altro, e forse per lui soltanto, poiché il destino di chi in incappa per primo in una verità è quello di trovarla per mostrarla agli altri, lasciando che siano questi, suo pubblico a sviscerarne il significato.

È un atto di fede lo scrivere, e come ogni fede, di fedeltà. Lo scrivere richiede fedeltà prima di ogni altra cosa: essere fedeli a ciò che chiede di essere tratto fuori dal silenzio. Una cattiva trascrizione, un’interferenza delle passioni dell’uomo che è scrittore distruggeranno la fedeltà dovuta. È il caso dello scrittore opaco, che interpone le sue passioni tra la verità scritta e coloro a cui sta per comunicarla.

Il fatto è che lo scrittore non deve esibire se stesso, anche se da sé trae ciò che scrive. Trarre qualcosa da sé è tutto il contrario dell’esibire se stesso. E se il trarre da sé con polso sicuro l’immagine fedele dà trasparenza alla verità dello scritto, il porre con vuota incoscienza le proprie passioni davanti alla verità l’appanna e l’oscura. La fedeltà, per essere conseguita, esige una totale purificazione dalle passioni, che devono essere messe a tacere per far posto alla verità. La verità ha bisogno di un grande vuoto, di un silenzio in cui poter prendere dimora senza che nessun’altra presenza si mischi alla sua, falsandola. Chi scrive, mentre lo fa, deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità. La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita a essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore. Lo scrittore vanitoso dirà tutto ciò che deve essere taciuto per mancanza d'entità, tutto ciò che per non essere davvero non deve essere messo in chiaro, e per dirlo tacerà iò che deve essere rivelato, lo passerà sotto silenzio o lo falserà con la sua intromissione vanitosa. La fedeltà crea in chi la rispetta la solidità, l'integrità del suo stesso essere. La fedeltà esclude la vanità, che consiste nell'appoggiarsi su ciò che non è, su ciò che non è verità. Questa verita' è quella che ordina le passioni senza sradicarle, le fa servire, le pone al loro posto, nell'unico punto da cui sostengono l'edificio della persona morale che con esse si forma per opera della fedeltà a quel che è vero. Così, l’essenza dell’uomo scrittore si forma in questa fedeltà con cui egli trascrive il segreto che rende pubblico, quale uno specchio fedele della sua figura, senza permettere alla vanità di proiettare la sua ombra, e di sfigurarla. Se infatti lo scrittore rivela il segreto non è per un atto di volontà, né per l’ambizione di mostrarsi qual è (cioè come non riesce a essere) davanti al pubblico. In realtà esistono segreti che esigono di per se stessi di essere rivelati, resi pubblici.

Quel che si pubblica serve perché qualcuno, uno o tanti, viva tenendo presente quanto è venuto a conoscere, perché viva in modo diverso dopo averlo conosciuto; serve a liberare qualcuno dalla prigione della menzogna, o dalle nebbie del tedio, che è la menzogna vitale. Ma forse a tale risultato non si può giungere se, filantropicamente, lo si assume come obiettivo in sé. Quel che pubblica, che lo si voglia o no, libera ciò che ha il potere per questo o per il contrario, ma senza tale potere non serve nulla il volerlo. Esiste un amore impotente, che si chiama filantropia. "Senza la carità la fede che muove le montagne non serve a nulla", dice san Paolo, e aggiunge: "La carità è l'amore di Dio".

Senza fede la carità decade ad ansia impotente di liberare i nostri simili da un carcere da cui non riusciamo a prevedere l'uscita. Dà la libertà solo chi è libero "La verità vi farà liberi". La verità ottenuta mediante la fedeltà purificatrice dell'uomo che scrive.

Ci sono segreti che hanno bisogno di essere resi pubblici e sono quelli che visitano lo scrittore approfittando della sua solitudine, del suo effettivo isolamento, che gli fa avere sete. Di un essere assetato e solitario ha bisogno il segreto per posarvisi sopra, chiedendogli, nel dargli progressivamente la sua presenza, che la vada fissando, per mezzo della parola, in tracciati durevoli.

Un essere appartato da sé e dagli uomini, e persino dalle cose, poiché solo nella solitudine si sente la sete di verità che colma la vita umana, una sete di riscatto di vittoria sulle parole che ci sono sfuggite tradendoci; sete di vincere per mezzo della parola gli istanti vuoti trascorsi, il fallimento incessante di lasciarci andare attraverso il tempo.

In questa solitudine assetata anche la verità, benché occulta, si rivela, ed è proprio lei che chiede di essere messa in chiaro. Chi l’ha vista a poco a poco non la conosce se non la scrive, e la scrive perché gli altri la conoscano. A rigore, se si mostra a lui, non è a lui in quanto individuo determinato, ma in quanto individuo del medesimo genere di coloro che devono conoscerla; e gli si mostra approfittando della sua solitudine e ansia, del suo far tacere lo schiamazzo delle passioni. Ma non è propriamente a lui che essa si mostra. Dal momento che lo scrittore conosce a seconda che scrive e scrive già per comunicare agli altri il segreto trovato, è in realtà a questa comunicazione, a questa comunità spirituale dello scrittore con il suo pubblico che la verità si mostra.

La comunicazione di ciò che è nascosto, che a tutti si offre mediante lo scrittore è la gloria; la gloria quale manifestazione della verità nascosta fino al presente, che dilaterà gli istanti trasfigurando le vite. È la gloria che lo scrittore spera pur senza dirselo è che raggiunge quando, ponendosi in ascolto con fede nella sua solitudine assetata, sa trascrivere fedelmente il segreto disvelato; la gloria di cui è soggetto degno dopo lo spontaneo martirio vissuto nel perseguire, catturare e trattenere le parole per adattarle alla verità. Per questa ricerca eroica la gloria ricade sulla testa dello scrittore, si riflette su di essa. Ma la gloria a rigore è di tutti; si manifesta nella comunanza spirituale dello scrittore con il suo pubblico e la trascende.

Tale comunanza tra scrittore e pubblico, contrariamente a quanto si crede, non si forma dopo che il pubblico ha letto l’opera pubblicata, bensì prima, nell’atto stesso in cui lo scrittore scrive la sua opera. La comunanza dello scrittore con il suo pubblico si crea pertanto nel momento in cui si rende manifesto il segreto. E pubblico esiste prima dell’eventuale lettura dell’opera, esiste dall’inizio dell’opera, coesiste con essa e con lo scrittore in quanto tale. E in realtà riusciranno ad avere un pubblico solo quelle opere che l’avevano già dal principio. Lo scrittore perciò non ha bisogno di porsi il problema dell’esistenza di tale pubblico, dato che esso esiste insieme a lui dacché ha cominciato a scrivere. Questa e' la sua gloria, che sempre giunge in risposta a chi non l'ha cercata né desiderata, anche se la presagisce e la desidera per trasformare con essa la molteplicità del tempo, trascorso, perduto, in un solo istante, unico, compatto ed eterno.

 

 

(Verso un sapere dell'anima, Raffaello Cortina 1996, pp.23-31)


Verso un sapere

 

dell'anima

 

María Zambrano

 

Ogni epoca trova una sua giustificazione di fronte alla storia per la scoperta di una verità che in essa acquista chiarezza. Quale sarà mai la verità della nostra epoca? Quale la sua manifestazione? Le verità hanno i loro precursori, che scontano con la pena dell'oblio la colpa di aver visto lontano.

Ma i precursori si riconoscono soltanto dalla pienezza della verità che li ha preceduti; solo dal possesso di questa verità si comprende il significato delle loro enigmatiche parole. Unicamente nella verità rischiarata si riconosce la verità seminascosta.

La rivelazione a cui stiamo assistendo nei tempi odierni è quella dell'uomo nella sua vita, rivelazione prodotta dalla Filosofia che, a sua volta, in essa si rivela. Dalla Filosofia che impiega i suoi strumenti razionali per gettar luce sulla Scienza, "Scienza delle scienze", si è tornati, senza tuttavia disperdere tale eredità, a un fatto sorprendente e assolutamente meraviglioso: la Filosofia, il pensiero in tutta la sua purezza, si lancia con l'impeto della passione non per divorare se stessa, come solo la passione fa, ma per indugiare opportunamente e portarci intatta la preda, prima che questa possa sfuggirle.

La passione da sola mette in fuga la verità, che, suscettibile e agile, riesce a sottrarsi alle sue grinfie. La ragione da sola non riesce a sorprendere la preda. Mentre passione e ragione unite, o meglio, la ragione appassionata che si slancia con impeto ma sa poi trattenersi al momento giusto, riescono a catturare senza danno la nuda verità.

La Filosofia è quindi, come diceva Platone parlando di Pitagora, "cammino di vita". La verità è l'alimento della vita, che tuttavia non la divora ma la tiene in alto, fissandola infine nel tempo, poiché "il tempo passa e la parola del Signore resta".

Così, l'essere consapevoli che nel tempo in cui viviamo si porta alla luce della- ragione una verità, ci conforta e ci aiuta a sopportare l'angoscia di passare con esso. "Tutto scorre" sarebbe la grande consolazione dei Quietisti se nel tutto non fossimo compresi anche noi, se con il tempo che passa non passasse anche la nostra vita. Aggrappandoci alla verità, alla nostra verità, legandoci alla sua scoperta per averla accolta dentro di noi, fissandola nel nostro essere, sentiamo che il nostro tempo non passa, o almeno non invano. Del suo passare rimane qualcosa, come nel fluire dell'acqua del fiume, che scorre e si trattiene. "Tutto scorre": scorre l'acqua del fiume, però il fiume stesso e il suo letto rimangono. È necessario che ci sia un percorso, e il percorso della vita è la verità.

È indispensabile che un fiume abbia un letto, altrimenti non si avrebbe un fiume ma un pantano. Potendo sfuggire, l'acqua avrebbe l'illusione momentanea di aver ottenuto la libertà, di aver riacquistato l'integrità della sua potenza. Ma la potenza si esaurisce in assenza di argini; anche con íl solo ostacolo rappresentato dalla sua estensione illimitata, la furia dell'acqua incanalata scenderebbe sopraffatta sulla pianura sterminata. Il letto serve al fiume tanto quanto la furia della corrente dell'acqua che scorre in esso. Ed è un bene che la vita si precipiti di corsa: lo sfuggire della semplice presenza fisica che cade nelle pieghe del tempo, l'angoscia di passare, si trasforma nella gioia di essere in cammino.

Ciò che fa la Filosofia quando è fedele a se stessa è precisamente mostrarci tale percorso, rivelandosi dunque una guida, un cammino di vita.

Ma tale cammino è composto inizialmente dai passi, tracce, e solo quando una linea segnata lo distingue dall'estensione inanimata che lo circonda possiamo vederlo, come accade ai giorni nostri. Cominciamo a sentire che la nostra vita scorre, vincolata e libera, nell'alveo di una verità che ci si rivela, e da lì iniziamo a comprendere pensieri di fronte ai quali saremmo forse rimasti insensibili, o al contrario colti da uno stupore, impossibile da tradurre in idee. Ci sono due modi di reagire di fronte ai pensieri che sono stralci o parti di un pensiero più radicale, ancora sconosciuto: uno è quello di rimanere insensibili alla verità che indicano, l'altro è di rendersi conto, per una forma di sensibilità generata dalla necessità che abbiamo di quella verità, che essa è lì ma non possiamo incontrarla direttamente. È la conoscenza a provocarci la sete che ci conduce alla roccia sotto cui sgorga l'acqua, senza però permetterci di portarla alla superficie.

Al contrario, quando viviamo in contatto con un pensiero ultimo, rivelatore, abbiamo anzitutto un orizzonte da cui ci sentiamo presi e anche uno strumento tecnico per situare e collocare con ordine í problemi, i pensieri; il cammino dà ordine al paesaggio e permette di muoversi verso una direzione precisa.

Così ci sentiamo di fronte alla rivelazione che ci offre la Ragione secondo il suo nuovo significato: quello di essere guida, cammino di vita.

In questo cammino avvertiamo la necessità di un sapere dell'anima, di un ordine della nostra interiorità. A ciò mirano gli scritti postumi di Max Scheler, Ordo Amoris e Morte e sopravvivenza. La sua impostazione deriva da Pascal e Spinoza da un lato, e da Nietzsche dall'altro. Il Pascal della frase ripetuta e abusata fino a farle dire il contrario: "Ci sono ragioni del cuore che la ragione non conosce", lo Spinoza dell'Amor Dei intellectualis e il Nietzsche che cercava un superuomo; come asse portante l'idea cristiana dell'uomo quale essere che muore e ama, che muore con la morte e si salva con l'amore.

Max Scheler reclama energicamente un ordine del cuore, un ordine dell'anima che il razionalismo, più che la ragione, ignora.

La cultura moderna ha espulso da sé l'essere totale dell'uomo per occuparsi soltanto del suo pensiero, dalla scoperta dell'uomo come res cogitans fino a scienze non propriamente filosofiche. Cartesio scrisse un Trattato sulle passioni, e qualche tempo dopo Spinoza un'Etica in cui la psicologia è ancora Metafisica, poiché lo studio e la classificazione naturalista delle passioni vengono indirizzati verso un sapere superiore dell'uomo e della sua vita; le passioni, quali strumenti, vengono studiate allo scopo di trovare una vita felice, una vita eterna. [1]

Immediatamente il processo si accelera, precipita. Leibniz e gli inglesi – Hume e Locke – scrivono solo sull'Intelletto umano. Kant elabora la sua Filosofia della ragione e del soggetto etico. Già qui si trova l'uomo, o meglio, è a partire da qui che comincia a esserlo, ma in un senso diverso da quello che ci interessa adesso.

Ma la cosiddetta "psiche", la cosiddetta "anima", che fine ha fatto? Fu incaricata la Psicologia scientifica dí studiarla, e la Psicologia applicò all'anima i suoi metodi scientifici. Che cosa siamo venuti a sapere dai suoi risultati?

In realtà l'anima rimaneva una sfida; da una parte infatti la Ragione dell'uomo illuminava la natura; dall'altra la ragione era íl fondamento del carattere trascendente dell'uomo, del suo essere e della sua libertà. Ma tra la natura e l'Io dell'idealismo rimaneva quel frammento di cosmo nell'uomo a cui si è dato il nome di anima.

Che cosa ne sappiamo? La natura, le forze cosmiche circondano l'uomo, ed egli ha saputo dominarle e penetrare alcuni dei loro segreti. "Le cose sono i limiti dell'uomo", ha detto Nietzsche, e questi limiti l'uomo arrivò a conoscerli. Tuttavia esistevano due saperi distinti: un sapere che la ragione domina e un sapere poetico, non dominabile, del cosmo, della natura. È curioso vedere come, nel secolo xix, in cui la ragione allarga il suo dominio sulla natura, sui "fenomeni della natura", l'uomo viva personalmente nella coscienza romantica dell'invincibilità della natura. La natura per il romantico è immensa, inafferrabile, infinita, ed egli la vede nei suoi momenti di furia estrema: nella tempesta, nei fulmini, nella "montagna scoscesa", nel "mare insondabile", negli "abissi senza fine", nei "precipizi profondi della terra e del cielo". L'uomo romantico, che sottomette con la propria ragione le forze della natura come mai era accaduto prima, parla della natura poeticamente, con terrore, quasi con spavento.

Ma la natura era, per l'uomo romantico, solo lo specchio in cui poter vedere riflessa la propria anima, della quale la ragione applicata alla scienza non gli diceva nulla; l'anima, della cui conoscenza veniva incaricata la nuova scienza chiamata Psicologia "resasi indipendente dalla Metafisica".

L'anima cercava se stessa nella poesia, nell'espressione poetica. [2] Cercava se stessa nella natura impetuosa. "Gli abissi insondabili", i "precipizi senza fine", "le tempeste fragorose" erano i suoi propri abissi, le sue proprie tempeste, ottenebrate a causa dell'abbandono della luce della ragione.

Così Max Scheler, formulando un sapere del cuore, può dire: "Ciò che l'espressione simbolica 'cuore' designa non è (come ve lo immaginate voí, filistei da un lato e romantici dall'altro) la sede di stati confusi, di impeti oscuri e indeterminati o di forze intense che spingono l'uomo da una parte all'altra".

L'uomo romantico, la cui ragione assoggettava l'universo per catturare il fulmine e scomporre l'acqua, si trovava contemporaneamente assoggettato dall'incanto dell'immensità del mare o dalla capacità fulminante della scarica elettrica, come da un potere divino. Era la sua stessa anima incompresa, abbandonata dalla luce della ragione, a dirigersi verso ciò che di inafferrabile ha la natura per l'uomo, spinta da un'irresistibile forza di compensazione. Per l'uomo i fenomeni naturali si possono ridurre a formule matematiche, ma da queste formule trascende qualcosa di innominabile, di irriducibile che lascia l'uomo meravigliato di fronte al mistero della sua presenza, di fronte alla sua impressionante bellezza.

E l'uomo romantico si trovava ad avere una entità così importante come l'anima, abbandonata a se stessa e cieca, dopo quasi due secoli di ragione. Vennero così a convergere, in una confluenza pericolosa e piena di fascino, queste due ragioni del cosmo: la natura, nella sua irriducibilità a formule matematiche, e l'anima umana, nella sua estraneità alla luce della ragione. Le tempeste, i naufragi, le onde increspate, gli abissi terribili, erano naturali e umani a un tempo, erano natura e anima, erano cosmici... Da qui l'originalità dello stile dell'arte romantica, il legame misterioso tra uomo e natura. Osservando le incisioni di Gustave Doré che illustrano la Divina Commedia, rimaniamo sempre un po' incerti: di che tipo di abissi si tratta? Sono realtà cosmiche o è la realtà della povera anima del condannato? Entrambe le cose: è la medesima realtà quella dell'abisso tenebroso, fenditura tra due montagne, e quella dell'abisso di disperazione in cui si trova l'anima condannata; natura e anima, parti dell'universo che si sono unite nell'arte romantica.

Ma sarà sempre così? Rimarranno senza luce questi abissi del cuore, rimarrà abbandonata l'anima con le sue passioni, al margine dei cammini della ragione? Ci sarà posto per lei in questo "cammino di vita" che è la Filosofia? La sua corrente dovrà continuare a straripare con il rischio di finire ridotta in una pozza? Potrà scorrere incanalata e libera all'interno del percorso che la verità apre alla vita? Ci sono sì ragioni del cuore, c'è un ordine del cuore che la ragione ancora non conosce.

In alcune occasioni però ha provato a conoscerle. Da differenti punti di vista l'uomo ha squarciato i veli che coprono l'ordine occulto della propria anima. È accaduto nelle religioni greco-orientali, nel cattolicesimo (il protestantesimo, quasi sempre puritano, avvertiva probabilmente una certa repulsione verso questo scrutare le viscere umane), in qualche filosofo che volle lasciare la propria anima intagliata come un brillante, incastonando le passioni in geometrici cristalli di teoremi, chiose e postulati, in quelle carte postume che oggi possiamo leggere anche nella nostra lingua; [3] o in un altro pensatore ebreo, Spinoza, che andò vagando di religione in religione, errando per le differenti credenze, come altri fratelli della stessa stirpe per vari paesi. Questi due pensatori, pur a distanza di tre secoli e con molte differenze, in quanto segnati da un comune destino religioso di peregrinazioni, hanno voluto fondare un ordo amoris. Hanno parlato in forma distinta, perché distinti sono i loro strumenti e i loro metodi, ovvero il loro modo di avvicinarsi alle cose; ma di fronte all'interrogativo indifferibile che sentiamo oggi formulare intorno alle ragioni del cuore che la ragione ancora non conosce, essi si distinguono dagli altri per la loro attenzione alle realtà profonde dell'anima, che hanno voluto illuminare con la ragione.

Ma il nostro sguardo ripercorre íl ciclo della cultura che ci è familiare, cercando un sapere sulla graziosa, adulata e abbandonata "psiche", e ciò che si vede anzitutto è il carattere frammentario e come privo dí sostegno (a eccezione forse di Aristotele e Spinoza) di quanto si è detto su un argomento tanto importante e pericoloso; o al contrario un'architettura eccessiva, una rigidità derivata dall'essere giunti a questo tipo di sapere a partire da a priori, etici o religiosi (in quest'ultimo caso, senza dubbio molto più fecondi e flessibili). O eccesso di architettura, di ipotesi, oppure mancanza di fermezza e di chiarezza piena in ciò che è stato afferrato. La farfalla in alcuni casi muore, in altri vola via. Raramente si è verificato quel miracolo di agilità della mente che le permette di trattare adeguatamente l'anima, di costruire una rete fatta apposta per catturare la realtà sfuggente della "psiche".

Dato che l'anima non è l'unica realtà dell'uomo, il sapere che la riguarda deve essere inserito in un sapere più ampio e radicale, come la navata di un edificio deve essere sostenuta dalla meccanica dell'intero edificio.

Ma questo sapere più ampio, nel quale può svilupparsi il delicato sapere intorno all'anima, non poteva essere un sapere qualsiasi, una Filosofia qualunque. Era necessaria un'idea dell'uomo nella sua integrità e un'idea della ragione ugualmente nella sua integrità. Finché, per esempio, l'uomo era un ente razionale e nient'altro e la ragione una ragione matematica, come poteva darsi un sapere dell'anima? Da questo punto di vista [4] poteva esserci solo un Trattato sull'anima, di Spinoza, in cui l'anima è l'idea adeguata del corpo e nient'altro.

Era necessario imbattersi in questa nuova rivelazione della Ragione, alla cui aurora assistiamo come alla Ragione della vita intera dell'uomo. In essa intravediamo sì la possibilità di un tale sapere, che sentiamo tanto indispensabile. Il percorso che questa verità apre alla vita permette e addirittura richiede che il fluire della "psiche" scorra in esso. Almeno così speriamo.

Quanti saperi, risultato di una vita di lotta contro le passioni, saranno stati passati sotto silenzio per mancanza di orizzonti razionali in cui inserirsi, per mancanza di coordinate adeguate a cui far riferimento! Senza l'orizzonte di un sapere radicale il sapere sulle passioni, amore e odio, rimaneva privo di sostegno, sospeso in un'aria terribile di confessione, o peggio, di confidenza. Bisognava avere un marcato cinismo e una sorta di intimo compiacimento nel parlare di sé per mettere insieme la propria esperienza, quella amorosa ad esempio. Che struttura darle? Abbiamo un Dell'amore di Stendhal, tentativo audace in pieno romanticismo di non lasciare sospeso nel "vago e ineffabile" l'argomento amoroso. E senza pensarci ecco che ci siamo imbattuti in un altro di quegli uomini che non rimasero indifferenti alla vita dell'anima, lasciando in silenzio la ragione.

Filosofi, romanzieri, poeti, hanno gettato luce su qualcosa inerente alle ragioni del cuore, alle viscere dell'uomo; tra le religioni, quelle greco-orientali e la Chiesa cattolica, che per fortuna non disdegnò completamente di trarre qualche beneficio dal sapere orientale.

In Grecia ritroviamo gli oracoli a parlarci dell'anima, o almeno ad alludervi. Che cosa rappresentano gli oracoli nella vita greca? Se la Filosofia inizia con Talete a interrogarsi sull'essere delle cose, l'oracolo soddisferà quest'altro interrogativo: Chi sono io? Qual è il mio destino? Che cosa devo fare di fronte a questa o a quella situazione? E vediamo persino Socrate consultare l'oracolo di Delfi, ascoltare il suo daimon interiore. I greci andavano a consultare il Dio che abitava il santuario, il piccolo tempio che non separava la divinità dal paesaggio che lo circondava; interrogavano il Dio e si abbandonavano a un'orgia di purificazione.

Nei riti orfici e nel culto di Dioniso l'anima, per conoscersi, si immergeva nella natura, come accadrà nel romanticismo, ma in maniera molto diversa. Se il romanticismo umanizza la natura e cerca in essa la plasticità, la figura, nel culto di Dioniso l'anima cerca la musicalità insita nella natura, il suo impeto puro. È un bagno cosmico, un'immersione dell'anima nelle fonti originarie dell'impeto della vita, una riconciliazione dell'anima con la vita. "Le situazioni di massima esaltazione corporea portano con sé un delizioso annullamento nell'unità cosmica." (Ortega y Gasset, Vitalità, Anima, Spirito). L'orgia è una riconciliazione dell'anima, che cominciando a sentire se stessa soffre, con la natura; è un appello ai poteri cosmici che l'uomo fa quando le viscere della vita gli provocano dolore. È un ritorno alle fonti originarie della vitalità che lo purifica dalle ombre dell'interiorità, da qualcosa che comincia a sentire suo, dimora di silenzio e solitudine.

La solitudine è stata avvertita in principio come un peccato, come un qualcosa che produce rimorso. Ogni distanza che l'uomo prende dal resto dell'universo gli crea una solitudine che inizialmente genera terrore e rimorso, e dalla solitudine appena conquistata ritorna ad abbracciare ciò che ha da poco lasciato.

Così l'anima greca, quando cominciava a sentirsi separata dal cosmo, riccorreva ai misteri di Eleusi e al culto di Dioniso in cerca di una riconciliazione, con la speranza di liberarsi dei suoi dolori, e anche con l'allegria di chi ritrova le proprie origini. Orgia, purificazione, abbandono momentaneo dei dolori della recente solitudine.

Il romantico, al contrario, non pretende di immergersi nel dionisiaco della natura, bensì si unisce alla sua plasticità. Cerca sì l'impeto, ma nella figura che lo ha attraversato. Il romantico lega la propria anima alla natura affinché se ne riempia, se ne impregni, come nelle notti di luna che amava tanto descrivere.

Ma l'oracolo significava altro nel suo riferimento alla "catarsi" orfica e all'orgia. Era piuttosto un'ansia dell'anima per il razionale, la speranza di uscire dal dubbio più che di liberarsi dai dolori, di risolvere l'indecisione dell'individuo di fronte alle situazioni della vita: l'affanno di conoscere per saper cosa fare. Anticipava il "conosci te stesso" socratico. In un certo modo Socrate diventò l'oracolo per ogni cittadino di Atene che non aveva paura di pensare, ovvero di divenire a sua volta oracolo di se stesso.

I grandi filosofi greci non rinunciarono al compito di gettar luce sull'entità misteriosa dell'anima: non lo fece Platone, e neppure Aristotele, che fornirono i fondamenti di tutto il sapere cristiano-medioevale.

Lasciando da parte ciò che la ragione ha detto dell'anima quando ha gettato la propria luce su di essa, e anche per meglio considerare queste ragioni, sarebbe opportuno vedere prima più chiaramente in che modo l'uomo ha sentito la sua anima, e come ha rapportato se stesso al mondo e ai suoi due poli, che potremmo chiamare Dio e Natura. Se l'uomo non consiste nella propria anima – e oggi lo vediamo con chiarezza –, come ha percepito questo frammento di cosmo che dimora in lui? Se pensiamo a ciò che chiamiamo Io, lo vediamo circondato da strati concentrici sempre più distanti ed estranei; in primo luogo dentro di sé, poi in ciò che ormai non è più uomo. In questi strati ritroviamo l'anima. Che posto occupa? Qual è il suo ruolo?

Tra l'Io e la natura al di fuori si interpone ciò che chiamiamo anima. Abbiamo già avuto modo di osservare molto brevemente con quali forme distinte l'anima ha cercato se stessa attraverso la natura nelle religioni greche e nell'arte romantica, ma si è anche detto che "Dio si trova nel fondo dell'anima".

Come accade nel sistema planetario in cui viviamo, questi tre corpi, Dio, la Natura e l'Uomo vanno tessendo con le loro orbite un dramma. Si verificano anche eclissi, e allora un'ombra cade su uno dei corpi. L'anima dell'uomo che ruolo gioca in questo dramma, in queste distanze ed eclissi? Dell'anima si è predicato con insistenza la purezza, la trasparenza. Tale anelito profondo di "catarsi" da parte dell'uomo, tale desiderio perenne di possedere un'anima chiara e trasparente, non indicherà una necessità più profonda? Trasparente è un aggettivo che utilizziamo per indicare ad esempio la qualità di un cristallo, di qualcosa che è un mezzo per lasciar passare qualcos'altro. La profondità, qualità che attribuiamo ugualmente a un'anima superiore, non è una condizione contraria. Un'anima chiara e profonda... per quale scopo ultimo della sua vita deve possederla l'uomo? Che cosa deve far passare attraverso la trasparenza dell'anima, quali radici profonde devono albergare nella sua profondità?

A seconda dei diversi momenti della Storia, l'anima è stata preferibilmente collegata a una parte dell'universo e messa in relazione ad altri elementi che nell'uomo non sono anima. Sarebbe interessante scoprire le forme proprie con cui l'anima si è espressa, tralasciando per il momento ciò che l'intelletto ha detto dell'anima a esso sussunta; scoprire quelle ragioni del cuore che è il cuore stesso ad aver trovato, approfittando della sua solitudine e abbandono.

 

NOTE

 

1. "E intorno all'anima parleremo soltanto di quelle cose che ci possono portare, come per mano, alla conoscenza di una vita felice." B. Spinoza, Etica, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987, p. 67.

2. Mendelssohn disse, nel 1765, che se la prosa appaga con la ragione, la poesia vuole altro.

3. M. Scheler, "Muerte y supervivencia", "Ordo Amoris", Revista de Occidente, Madrid 1934.

4. Dal punto di vista dell'uomo come essere pensante e della ragione come ragione matematica.

 

 

(FONTE: Verso un sapere dell'anima, Raffaerllo Cortina Editore 1996, pp. 11-22)


L'intelligenza dell’amore:

 

Simone Weil e Etty Hillesum

 

Wanda Tommasi **

 

Vorrei mostrare come nelle due autrici che prenderò in esame, Simone Weil e Etty Hillesum, l'amore di Dio sia legato all'amore per il prossimo e come vi sia in entrambe, sia pure in modi diversi, una sovversione dell'immagine di Dio rispetto alla tradizione patriarcale. Mi è necessaria una breve premessa, prima di addentrarmi nel confronto con i loro testi: scelgo di trattare insieme di queste due autrici, perché le considero entrambe scrittrici mistiche e fra le più grandi. È vero tuttavia che l'esperienza mistica è presente sicuramente in Simone Weil, che ne parla sobriamente, mentre è dubbia nel caso della Hillesum, per la quale possiamo parlare sì di esperienza vissuta di Dio, ma non di estasi mistica. È vero anche che i loro testi propriamente "mistici" sono pochissimi: si limitano al Prologo dei Quaderni e a qualche poesia nel caso della Weil e a qualche sporadica annotazione nel caso della Hillesum. Tuttavia, per entrambe, si può parlare di scrittura mistica in un senso più ampio e non "tecnico", cioè come scrittura che salvaguarda un vuoto, una presenza-assenza, che prende talvolta il nome di Dio, ma anche di infinitamente piccolo, di scintilla di luce, di granello di senape ecc.

 

*

 

In Simone Weil, l'esperienza di Dio è strettamente legata alla relazione con l'altro, con il prossimo: l'immagine di Dio che si delinea nei testi weiliani indica anche l'orientamento dell'amore verso l'altro. Per la Weil, possiamo partire dall'esperienza mistica di Solesmes del 1938. Come Simone stessa precisa nella lettera a padre Perrin nota come Autobiografia spirituale (in Attesa di Dio, Rusconi, pp. 42-43), è recitando una poesia di George Herbert che s'intitola Love (Amore), che lei ha un'esperienza di contatto, da persona a persona, con il Cristo. Ecco la poesia:

 

L'Amore mi accolse; ma l'anima mia indietreggiò,

colpevole di polvere e peccato. Ma chiaroveggente l'Amore, vedendomi esitare

Fin dal mio primo passo,

mi si accostò, con dolcezza domandandomi

se qualcosa mi mancava.

"Un invitato" risposi "degno di essere qui".

L'Amore disse: "Tu sarai quello".

"Io, il malvagio, l'ingrato? Ah! mio diletto,

non posso guardarti".

L'Amore mi prese per mano, sorridendo rispose:

"Chi fece questi occhi, se non io?"

"È vero, Signore, ma li ho insozzati; che vada la mia vergogna dove merita".

"E non sai tu" disse l'Amore "chi ne prese il biasimo su di sé?"

"Mio diletto, allora servirò".

"Bisogna tu sieda," disse l'Amore "che tu gusti il mio cibo".

Così mi sedetti e mangiai.

 

Il tema della poesia è quello dell'amore che accoglie: con l'accoglienza dell'amore inizia infatti il primo verso; ma l'invitato alla mensa si ritiene indegno, mancante, "colpevole di polvere e di peccato"; solo alla fine, dopo l'insistenza di Amore, l'invitato accetta di sedersi alla mensa e di mangiare, nonostante le propria indegnità. Di questo testo, vorrei sottolineare il fatto che l'invitato è accolto proprio nella sua "mancanza" (peccato, ingratitudine, malvagità ecc.); è amato nella sua singolarità (sono amati i suoi occhi), è amato proprio nella sua mancanza e impurità.

 

*

 

Il motivo di fondo di questa poesia, così importante nell'esperienza mistica di Simone Weil, è ripreso in uno dei pochissimi testi mistici scritti da Simone, nel Prologo dei Quaderni. Anche qui troviamo il motivo dell'amore che accoglie, con una risonanza rispetto alla poesia di Herbert, che ne riproduce e ne reinterpreta originalmente le sequenze, come spesso accade nella letteratura mistica. Ma, accanto al tema dell'amore che accoglie (qualcuno - Amore o Cristo - invita chi scrive a condividere il cibo, la luce del sole, le parole scambiate in una mansarda), troviamo quello, presente nella Weil ma non nella poesia Love, dell'amore che rifiuta. Anche qui c'è un mangiare insieme, una comunione: i due personaggi, entrambi designati al maschile, mangiarono insieme un pane che "aveva davvero il gusto del pane" e bevvero del vino "che aveva il gusto del sole e della terra dove era costruita quella città" (Quaderni, Adelphi, vol. I, p. 104). Nel Prologo, c'è sì l'accoglienza dell'amore, ma alla fine c'è la cacciata dal paradiso, dalla mansarda. Il testo si conclude con una riflessione esitante sull'amore di Dio: "So bene che non mi ama. Come potrebbe amarmi? E tuttavia in fondo a me qualcosa, un punto di me, non può impedirsi di pensare tremando di paura che, forse, malgrado tutto, mi ama" (Ivi, p. 105). L'amore di Dio (come quello di chiunque) non è certo, garantito, suggerisce la fine del Prologo: è mancanza che può sperimentare sì istanti di pienezza, ma, al di fuori dei brevi momenti di grazia dell'esperienza mistica, si è ricacciati nel mondo, rigettati nella durezza della necessità. Dio "accade" in brevi lampi di grazia, ma questo "accadere" non è garantito, può ripetersi o no. In questa conclusione, che presenta il dono dell'amore di Dio sospeso fra la speranza e il timore, c'è un accenno alla "prova" della perdita dell'amore di Dio (ribadita dalla Weil nel suo commento al "Padre nostro"): la "prova" è il malheur, che può intaccare l'animo dello sventurato fino a farlo sentire abbandonato anche da Dio. La "prova" è la perdita dell'amore di Dio, ben sintetizzata, nel finale del Prologo, nell'immagine dell'amore che rifiuta. Amore, protagonista della poesia di Herbert, viene evocato dalla Weil, alla fine del suo testo mistico, in forma dubitativa: all'esperienza dell'amore di Dio segue il dubbio, perché Dio non può essere per noi uno stabile possesso; dobbiamo restare in attesa, attendere che la grazia di Dio discenda. Alla fede segue il dubbio, necessario alla fede per non trasformarsi in idolatria.

 

*

 

Un altro testo della Weil che vorrei brevemente prendere in esame è una preghiera personale, scritta da Simone stessa, in cui lei chiede al Padre, nel nome di Cristo, di essere ridotta alla paralisi fisica, di diventare "paralizzata, cieca, sorda, idiota e guasta"; chiede inoltre che le sia tolta la capacità di collegamento fra i pensieri, fino a diventare "comme un de ces idiots complets qui non seulement ne savent ni compter ni lire, maia n'ont meme jamais pu apprendre à parler". ("Cahiers Simone Weil", 1983, n. 1, p. 55). Questa preghiera può essere interpretata in chiave masochistica, come alcuni interpreti della Weil hanno suggerito, ma può anche essere interpretata diversamente: essa si conclude infatti con un'invocazione della Weil, la quale chiede che tutte le sue doti fisiche, umane e intellettuali siano "divorate" da Dio e messe a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno. In altri termini, Simone Weil chiede, nell'ultima parte della sua preghiera personale, che sia fatta la volontà di Dio: se questa prevede la conservazione dei suoi doni, lei chiede che la sua intelligenza, nella pienezza della sua lucidità, colleghi fra loro tutte le idee in conformità perfetta con la volontà divina. Chiede, in altri termini, la morte dell'io, la totale decreazione: chiede che le sue qualità divengano impersonali, proprietà di Dio, e che siano messe a disposizione di tutti. Certo, c'è un fortissimo desiderio di kenosi, ma esso riguarda solo l'io e la sua volontà di potenza: è l'io (il "moi" degli attaccamenti) ciò che la Weil chiede che diventi "paralizzato, cieco, sordo, idiota e guasto". Questa preghiera personale della Weil mostra una relazione strettissima fra l'amore di Dio e l'amore del prossimo: il desiderio di giungere all'impersonale, alla morte dell'io, fa tutt'uno con l'amore di Dio, pensato a sua volta come impersonale (esso, precisa la Weil citando il Vangelo, cade, come la pioggia, sui giusti e sugli ingiusti). Anche per questo la Weil considera l'ateismo come una forma di purificazione rispetto a un Dio che ci assiste e ci protegge quando ne abbiamo bisogno: per questo Simone non ama Teresa di Lisieux, perché la piccola Teresa conosce solo un Dio personale, compreso in una visone che lei considera, a mio parere a torto, troppo infantile.

 

*

 

Quello di cui Simone Weil ci parla è un amore che ha in sé della distanza, dell'impersonalità, sia rispetto a Dio sia rispetto al prossimo. Nei Quaderni, vediamo infatti come lei miri alla purezza dell'amore nei confronti dell'altro, depurando sostanzialmente l'amore fisico da sensualità, piacere e voluttà, e affermando che la castità è indispensabile all'amore. Appena c'è bisogno (dell'altro), appena c'è desiderio, anche reciproco, c'è oltraggio, scrive (Quaderni, vol. I, p. 117). Inoltre, sottolinea come l'amore sia spesso un mezzo per dominare l'altro, uno strumento di potenza, un modo di accrescere il proprio io. Denuncia la commistione di amore e potere, che impedisce ogni purezza nell'amare: ogni volta che un uomo pensa una donna in funzione del proprio piacere, egli in realtà non l'ama (Ivi, p. 142). La Weil non accetta la dipendenza in cui chi ama si viene a trovare dall'essere amato: questa è per lei una situazione di mendicità, di dipendenza intollerabile (Ivi, p. 144). Di qui la necessità di una grande distanza nell'amore, di quell'impersonalità che, come si notava sopra, la Weil sottolinea anche nell'amore di Dio: amore puro è per Simone quello che non vuole subordinare l'altro, che non vuole appropriarsene; è amore per un altro di cui si desidera l'esistenza indipendente e di cui non si vuole mutare nulla. Il motivo di fondo che la Weil valorizza nell'amore è il rispetto di chi si desidera, di chi si ama. È evidente che Simone ha riflettuto come donna su questo tema: infatti, anche se parla della necessità di non subordinare l'altro, in realtà sa bene che la donna è piuttosto colei che si è sempre subordinata all'altro per amore, che ha patito la dipendenza, che è stata trattata come oggetto. Scrive ad esempio: "miscuglio di fraternità dolorosa e di gelosia tra donne ugualmente sottoposte all'arbitrio della violenza maschile" (Ivi, pp. 142-143). Rispetto a questa degradazione dell'amore, in cui esso si fa strumento di dominio e di asservimento dell'altro (ma bisognerebbe dire dell'altra), Simone Weil imposta i temi dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo in assoluto parallelismo: in entrambi i casi, si tratta d'un amore che cerca il consenso dell'essere amato, che non è mescolato con il potere, che rifiuta la forza. Tale è l'amore di Dio, che cerca e mendica il consenso dell'essere amato, tale è l'amore vero per l'altro, che non cerca di asservirselo, ma che resta in paziente attesa e che ne rispetta l'alterità; così è, ad esempio, nell'amore cortese, che la Weil apprezza molto e di cui lamenta l'assenza nella nostra epoca. Come l'amore di Dio rinuncia all'onnipotenza per lasciar essere il mondo, così noi dobbiamo rinunciare alla nostra piccola potenza umana per lasciar essere l'altro nella sua alterità. Amore di Dio e amore del prossimo hanno la stessa struttura. La forza di quest'intuizione di fondo, assolutamente centrale nella Weil, comporta una sovversione dell'immagine di Dio, che fa capire come Simone abbia pensato Dio proprio a partire dalla sua sensibilità di donna. C'è innanzitutto la sovversione dell'immagine del Dio onnipotente tramandata dalla tradizione patriarcale: Dio non è pensato come onnipotente, ma come colui che rinuncia alla potenza per amore del mondo, fino all'impotenza sulla croce. Soprattutto in un passo dei Quaderni, Simone sovverte l'immagine tradizionale di Dio e fa capire di mettere in gioco la sua sensibilità femminile nel pensare Dio: è un passo in cui Dio viene paragonato a "una donna importuna che se ne sta incollata al suo amante e gli sussurra all'orecchio, per ore, senza fermarsi 'Io ti amo - Io ti amo - Io ti amo...'" (Quaderni, Adelphi, vol. III, p. 69).

 

*

 

Possiamo aggiungere a questo passo le immagini del Dio carnefice ne La Grecia e le intuizioni precristiane (Zeus nei confronti di Prometeo, nella rilettura weiliana del mito). C'è, nei testi della Weil, anche un Dio violentatore (nel mito di Demetra e Core). È come se, dopo avere a lungo lottato contro gli attaccamenti e l'umiliazione che derivano dalla dipendenza, Simone Weil, a un certo punto, dopo l'esperienza mistica, smettesse di combattere contro tutto questo e l'accettasse, mirando solo a trasferire l'attaccamento da degli esseri particolari all'universo intero e a Dio. Simone scrive infatti che ciò che occorre è un mutamento di livello: non un amore più grande, ma un altro amore (Quaderni, vol. I, p. 282). Sappiamo da lei cosa può portarci a un tale mutamento di livello: la contemplazione del limite, delle contraddizioni insolubili, la porta stretta della contraddizione come passaggio al soprannaturale. La mistica è per lei infatti il passaggio al di là della sfera dove bene e male si contrappongono, e questo per l'unione dell'anima con il bene assoluto. In questo, la mistica non è diversa dalla filosofia, intesa dalla Weil come pratica, come metodo spirituale di purificazione dell'anima, come contemplazione delle contraddizioni insolubili fino a che da esse non sgorghi la luce. Qui ritroviamo di nuovo l'amore, perché la Weil sottolinea che non c'è conoscenza se questa non è sorretta dall'amore.

 

*

 

Dunque, per concludere sulla Weil, sottolineo ancora una volta che c'è in lei sinergia fra l'amore di Dio e l'amore del prossimo: in entrambi, c'è rinuncia alla potenza per rispettare l'alterità dell'altro. Ma ci sono anche dei passi che contrastano con questo parallelismo e che presentano piuttosto la forma del capovolgimento: quello che è inaccettabile se fatto da un uomo a una donna (violenza sessuale) o a un altro uomo (uso della forza, omicidio, schiavitù) diventano desiderabili se l'autore ne è Dio. Ho l'impressione che questi ultimi passi, per me molto inquietanti, affondino le radici nel vissuto religioso e mistico di Simone Weil, il quale ci mostra una donna che ha in parte interiorizzato il Dio della tradizione patriarcale nei suoi aspetti anche più crudeli, arbitrari e violenti, in contrasto con l'immagine di Dio generalmente prevalente nella Weil, quella di un Dio che rinuncia alla potenza per amore.

 

*

 

Anche in Etty Hillesum c'è una sovversione dell'immagine di Dio tramandata dalla tradizione patriarcale, e tale sovversione orienta anche la sua relazione con il prossimo. Etty scopre Dio come la parte più riposta di sé, come il silenzio interiore che le consente di dare senso alle cose drammatiche che le accadono, che le permette di non lasciarle sprofondare nell'insensatezza. In lei, Dio è il nome del silenzio, di un "varco nell'essere" che lascia esserci l'essere: da questo punto di vista, la questione che ponevo all'inizio in forma dubitativa, cioè se Etty Hillesum si possa o meno definire mistica, trova una risposta proprio nella relazione di Etty con l'esperienza, con l'accadere dell'essere. L'ineffabile, il mistico, non è in realtà per Etty Dio (a Dio lei parla con grande facilità e confidenza, al punto da dire che "saltella qua e là con Dio come se fosse una cosa da nulla") (Diario 1941-1943, Adelphi, p. 217), ma è l'immediato della presenza: la vita nel suo scorrere, la bellezza di un momento... Occorre del silenzio - Dio - affinché l'essere possa venire al linguaggio, affinché, nelle circostanze drammatiche in cui lei vive, l'esistenza non sprofondi nell'insensatezza, affinché lei possa arrivare a rispettare l'alterità del bello senza volerlo possedere. Così è anche nell'amore (concretamente, l'amore per il suo psicoterapeuta e amante, Julius Spier, che per Etty è propedeutico rispetto alla sua scoperta di Dio): costretta a lottare per venire a capo dentro di sé della possessività nei confronti di Spier e della gelosia verso la fidanzata di lui, che lo aspetta a Londra, Etty fa dello scacco del suo sogno d'amore l'occasione d'un passaggio a un livello più alto: "Oh, lasciar completamente libera una persona che si ama, lasciarla del tutto libera di fare la sua vita, è la cosa più difficile che ci sia. Lo sto imparando per lui" (Ivi, p. 147). Etty si ritrae, rinuncia al possesso esclusivo (cioè a consegnarsi tutta a lui), e arriva ad amare tollerando l'autonomia dell'altro: a quel punto, accetta di "perdersi per Dio o per una poesia" (ivi, p. 89), non per un uomo. Lascia del vuoto come spazio di relazione fra sé e l'altro.

 

*

 

La sovversione dell'immagine di Dio tradizionale in Etty è notevole: non solo Dio non è concepito come onnipotente, ma è visto addirittura come impotente di fronte al dilagare di un male, la cui responsabilità grava interamente sugli uomini. Dio è visto come inerme, bisognoso di aiuto: nell'intuizione straordinaria di "aiutare Dio" a non assentarsi del tutto da questo mondo, cioè dal cuore degli esseri umani induriti dalla sofferenza, Etty Hillesum sintetizza una relazione con Dio che ha tratti femminili e materni. Etty, che nella sua vita personale aveva rifiutato la maternità, si assume infine una maternità simbolica rispetto a Dio. Dopo aver cercato a lungo riparo e contenimento (in uomini tanto più maturi di lei, poi in parole che la potessero ospitare e contenere), Etty, alla fine, capovolge questo suo bisogno in disponibilità a offrirsi lei stessa come riparo, conforto e aiuto per Dio. Dev'essere riuscita davvero a ospitare Dio in sé, a essere incinta di Dio, visto che è riuscita a erodere le radici dell'odio dentro di sé e che è arrivata ad amare i propri nemici, mettendo in pratica questo così difficile insegnamento evangelico. Se il rifiuto dell'odio, nelle terribili circostanze in cui è vissuta, l'avvicina alla santità, la maternità simbolica rispetto a Dio attesta una relazione femminile con Dio che non è verticale, ma circolare: benché Dio sia colui che l'ha creata e che può tenerla per mano nei momenti più difficili, tuttavia egli non può esistere senza di lei.

 

*

 

Proponendosi di aiutare Dio, Etty suggerisce che la parte divina della creatura è proprio quella più fragile, inerme, bisognosa, piena di peccati e di debolezza. È là che abita Dio, nella fragilità della creatura, nella sua mancanza. Quest'immagine di Dio, che sovverte radicalmente quella tradizionale del Dio onnipotente, è strettamente correlata alla relazione con l'altro, con il prossimo: a Westerbork, il campo di smistamento in cui fu internata prima di finire ad Auschwitz, Etty parla d'un amore per il suo prossimo, sofferente e disperato, che non è misurato sul merito dell'oggetto amato ("la gente di Westerbork non ti offre molte occasioni di amarla", scrive nelle Lettere 1942-1943, Adelphi, p. 114), ma che è come un "ardore elementare" che alimenta la vita. Secondo Helene Cixous, qui entra in gioco un'economia libidinale femminile, un'economia del dono, creatore di legame: Etty non teme d'impoverirsi donando, perché il dono, che crea relazioni, innesca uno squilibrio positivo, al rialzo, un gioco che non è a somma zero. Infatti, a Westerbork, Etty registra come ricchezza e non come impoverimento, nel libro dei conti della vita, il fatto di provare nostalgia per gli affetti da cui è stata separata: mentre tutti gli altri vivono questa terribile situazione come una privazione violentemente imposta, lei invece vi coglie una ricchezza, perché il fatto di essere ancora capaci d'amare e di provare nostalgia in quelle circostanze significa che si è ricchi d'amore, di capacità di dare (Ivi, p. 118). L'amore per gli altri che Etty pratica concretamente a Westerbork è un amore che crea l'altro, facendolo esistere: è proprio quell'attenzione creatrice, che restituisce esistenza all'altro, di cui ci parla Simone Weil. La strategia esistenziale di Etty Hillesum tiene insieme l'amore di Dio e l'amore del prossimo: Dio è il silenzio interiore, lo spazio vuoto, la distanza dall'immersione totale nell'esistenza che le permette di non lasciar sprofondare gli avvenimenti che vive nell'insensatezza e nell'orrore, ma di dar loro senso nella scrittura, pur continuando a "esserci al cento per cento" e a viverli fino in fondo (Diario, p. 222).

 

*

 

C'è una qualità femminile nel sentire religioso di Etty Hillesum che a me sembra più limpida e inequivoca di quella di Simone Weil. Questa qualità femminile si percepisce, ad esempio, nel suo non separare mai, nel proprio itinerario spirituale, sessualità e spiritualità, corpo e spirito, ma nel farli crescere sempre insieme. Ciò si coglie nella consapevolezza dell'importanza delle pratiche femminili quotidiane, viste come un ancoramento del corpo all'esistenza che, mettendo ordine nel corpo, ordinano anche lo spirito. Si coglie anche, in Etty, nella "cura con cui ha vissuto" (l'espressione è di Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Rivolta femminile, p. 63): cura delle relazioni, delle amicizie e insieme, sempre, lavoro di scrittura per non perdere il filo di se stessa e per dare senso agli eventi. La strategia esistenziale della Hillesum ha puntato sul silenzio interiore - Dio - sia nella cura nel vivere sia nel salvare dall'insignificanza i gesti di cui il vivere è intessuto, dal rammendare una calza all'apparecchiare la tavola, dal ritirarsi nella "cella" della preghiera al piacere di coltivare le amicizie. Cura nel vivere significa anche che niente può avere senso se il semplice fatto di essere vivi non ne ha: questo senso viene alla Hillesum dal mettere la vita in prospettiva, dal guardarla da un punto di silenzio, a cui lei dà il nome di Dio. È questo silenzio la distanza che le permette di dare respiro all'esistenza, cosicché ogni momento che ancora le resta da vivere è percepito come un dono, tanto più prezioso perché sta per esserle tolto.

 

 

* Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosità, abnegazione, sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella che precede non rende però conto della vita interiore della Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora: radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del 1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serietà come vita, Simone Weil ci commuove, ci dà nutrimento".

 

Opere di Simone Weil: tutti i volumi di Simone Weil in realtà consistono di raccolte di scritti pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici (e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte più importanti in edizione italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunità, poi Rusconi), La condizione operaia (Comunità, poi Mondadori), La prima radice (Comunità, SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi), Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo Gaeta.

 

Opere su Simone Weil: fondamentale è la grande biografia di Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr. AA. VV., Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1985; Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna 1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994.

 

Etty Hillesum è nata a Middelburg nel 1914 e deceduta ad Auschwitz nel 1943, il suo diario e le sue lettere costituiscono documenti di altissimo valore e in questi ultimi anni sempre di più la sua figura e la sua meditazione diventano oggetto di studio e punto di riferimento per la riflessione.

 

Opere di Etty Hillesum: Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985, 1996; Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, 2001.

 

Opere su Etty Hillesum: AA. VV., La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, fascicolo di "Alfazeta", n. 60, novembre-dicembre 1996, Parma. Più recentemente: Nadia Neri, Un'estrema compassione, Bruno Mondadori Editore, Milano 1999; Pascal Dreyer, Etty Hillesum. Una testimone del Novecento, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Sylvie Germain, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Wanda Tommasi, Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002]

 

**

[Dal sito www.diotimafilosofe.it riprendiamo il testo di questa conferenza tenuta a Orvieto nel luglio 2002 da Wanda Tommasi. Wanda Tommasi è docente di storia della filosofia contemporanea all'Università di Verona, fa parte della comunità filosofica di "Diotima".

Opere di Wanda Tommasi: La natura e la macchina. Hegel sull'economia e le scienze, Liguori, Napoli 1979; Maurice Blanchot: la parola errante, Bertani, Verona 1984; Simone Weil: segni, idoli e simboli, Franco Angeli, Milano 1993; Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997; I filosofi e le donne, Tre Lune, Mantova 2001; Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002; La scrittura del deserto, Liguori, Napoli 2004.

 

FONTE: NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE

 

Supplemento settimanale del giovedì de "La nonviolenza è in cammino" Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo.

La salvezza nello sguardo..Simone Weil

Debbo desiderare di avere, tendere di avere una concezione della misericordia divina che non venga meno e non si modifichi, qualunque evento il destino mandi e che possa essere comunicata a qualunque essere umano senza costituire per lui un oltraggio. Una simile concezione può essere solo frutto di ispirazione.

 

 

Simone Weil

Simone Weil: ritratto e itinerario..La porta è davanti a noi

 

 

 

Francesca Simeoni

 

 

 

 

 

La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?

 

 

 

 

 

Meglio sarebbe andare senza più speranza.

 

Non entreremo mai, siamo stanchi di vederla.

 

La porta aprendosi liberò tanto silenzio

 

Che nessun fiore apparve (...)

 

Solo lo spazio immenso

 

apparve d'improvviso da parte a parte, colmò il cuore,

 

lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere. [3]

 

 

 

Una vita esigente

 

 

 

Simone Weil: donna forte, esagerata e scrupolosamente attenta alla bellezza del mondo, storico, fisico e interiore. Imbarazzante tentare di tracciarne un ritratto o di condensarne il pensiero: si ha l'effetto di mancanza e di insufficienza proprio dei profili di grandi pensatori, di grandi uomini e donne. La sua vita [4] ed i suoi scritti svelano un carattere poliedrico, eppure chiaramente e intimamente unificato, tratto tipico del femminile, capace di sfumature e di coesistenza nella complessità.

 

Nacque nella Parigi dei primi del Novecento (3 febbraio 1909) in una famiglia medio-borghese. I genitori, ebrei di origine ma non legati ad alcuna tradizione religiosa, avevano saputo creare un ambiente familiare ricco di stimoli culturali per i figli Simone e André.

 

Negli studi la piccola Simone era vivace e molto brillante. Durante gli anni al liceo Henry IV trovò un punto di riferimento in Alain, nome col quale si presentava il filosofo Emile Chartier, suo professore, docente il cui atteggiamento socratico, scettico e aperto segnò la formazione di diverse generazioni di intellettuali francesi, mettendo i suoi studenti a contatto diretto con i grandi filosofi e suscitando anche in Simone Weil l'amore per la libertà incondizionata del pensiero.

 

Nel 1928 entrò all'École Normale Supérieure e nel '31 ne uscì con il titolo per l'insegnamento della filosofia. Inizia così la sua professione di docente nei licei femminili di Le Puy, Auxerre e poi Roanne e Bourges. Sono i primi anni Trenta, anni di dura crisi economica e mentre insegna, Simone Weil avverte la necessità di condividere la sorte degli operai suoi concittadini: inizia così un'intensa attività sindacale, condivide con loro il suo stipendio, partecipa all'organizzazione di corsi serali per minatori, si mette insieme agli "sventurati", non per essere prima tra gli ultimi, ma per essere. Questa condivisione, fino all'impiego in diverse fabbriche parigine, è accompagnata da una tagliente riflessione critica, sociale e politica, sulla condizione dell'oppressione e della libertà dell'uomo contemporaneo. [5]

 

Partecipa intensamente alla storia e al suo tempo, si reca diverse volte in Germania per testimoniare gli effetti della crisi. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile in Spagna, avverte l'impossibilità di restarne fuori e si arruola tra le file anti-franchiste. Per problemi fisici è costretta a rientrare e, a causa di frequenti emicranie che la colpiscono fin da bambina, si reca in Svizzera e in Italia per le cure. Così nella primavera del 1937 visita Milano, Firenze, Roma: è un periodo sereno e di grandi emozioni per la sua insaziabile ricerca.

 

Ad Assisi ha inizio per lei la scoperta di una parte fondamentale della sua umanità, una svolta repentina e decisiva, che riconoscerà l'anno dopo durante la Pasqua nell'abbazia benedettina di Solesmes. ln modo personalissimo e netto fa l'esperienza dell'amore divino in Cristo, che accende la sua spiritualità, già intensa e ostinata. Si immerge così nella lettura della Bibbia, riprende i classici greci, esplora gli scritti dell'antico Egitto.

 

Nel 1940 allo scoppio della guerra è costretta a rifugiarsi a Marsiglia con i genitori, dove rimane fino al '42 e trascorre uno dei periodi più fecondi della sua vita spirituale e della sua ricerca intellettuale e ricco di intensi scambi umani: conosce il padre domenicano Perrin e Gustave Thibon, suo grande amico. Le riflessioni prolifiche di questi anni sono raccontate nei Quaderni e negli scritti e nelle lettere raccolti in Attesa di Dio. [6]

 

Dopo alcuni mesi negli Stati Uniti, nel 1942 si reca in Inghilterra dove si arruola nelle file di "France Combattante", l'organizzazione della resistenza francese in esilio, desiderando di partecipare della vita dei soldati al fronte come infermiera. Muore di tubercolosi in un sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943.

 

Ogni dettaglio della sua insaziabile vita - le scelte, gli incontri, la forza critica e la determinazione nella condivisione con gli oppressi, fino alle più alte pagine vibranti di un'intensa vita spirituale - è unificato nella sua onesta ricerca di verità, sintesi della sua figura. [7]

 

 

 

Un'intelligenza cordiale

 

 

 

Attraversando gli scritti della pensatrice parigina si ha la percezione di un pensiero che evita ogni sistematizzazione, anzi, che si pone come contrario di ogni sistema, procedendo a ritmo serrato attraverso contraddizioni, corrispondenze, intuizioni penetranti ed evocazioni. L'adesione ad una nitida e cogente coerenza del pensiero lascia spazio infatti alla resistenza della realtà e delle relazioni umane, ponendo al centro una ricerca di senso che tiene insieme rigore razionale, sostanza umana e capacità di grazia. In questa filosofa, dunque, si respira l'impossibilità di una struttura di pensiero chiusa capace di spiegare il tutto, impossibilità che siede nel cuore della cultura contemporanea. Ciò accade anche perché il suo comprendere filosofico è frutto «della sua intelligenza cordiale, indissociabile dal suo essere al mondo con la massa degli oppressi, degli sfruttati, degli schiavi. Se è permesso di "ordinare" i suoi scritti, di trarci dei temi, dei motivi, degli accordi dominanti, questa filosofa di professione non aveva un progetto filosofico. Ella si vuole solamente servitrice docile di una verità che l'abita, portatrice vigorosa di un messaggio che la supera». [8] Vi è infatti un intimo e coltivato legame tra attenzione, amore del prossimo, gusto della bellezza del mondo e amore di Dio che attraversa le pagine weiliane e da cui traspare la sua intelligenza nutrita di passione e aderenza alle cose. L'insieme dei suoi scritti restituisce dunque l'impressione non tanto di un sistema, bensì di un itinerario [9] speculativo ma anche umano e spirituale, percorso che ha un vero valore performativo in chi si pone sulle sue tracce e l'ascolta.

 

 

 

Stare sulla soglia

 

 

 

Seguire Simone Weil nelle sue riflessioni impone al lettore un movimento oscillante continuo tra particolare ed universale, tra intuizioni del sovrannaturale e considerazione del peso concreto della necessità e della materia, tra grazia e pesanteur, [10] due termini chiave per tentare una lettura trasversale del suo pensiero. Nel punto di equilibrio di questa oscillazione risiede la capacità di «dimorare sulla soglia» [11], lì dove l'intelligenza e la condizione umana arrivano ad un ostacolo contro cui cozzano, ad una porta che non si apre, e si esercita la virtù del desiderio e la capacità dell'attesa. La soglia è il luogo in cui i contrari si toccano, in cui la sventura diventa esperienza della grazia, in cui la necessità dura del mondo diventa la sua bellezza, in cui lo svuotamento di sé diventa accoglienza dell'amore divino, in cui la creazione diventa atto di rinuncia di Dio al proprio potere. La centralità della soglia permette inoltre di intuire come il pensiero e l'impegno politici della giovane Weil siano inscindibili dalla parte mistica delle sue opere mature: anche quando è mistica, Simone è ben aderente alla materia; quando parla dell'amore sovrannaturale di Dio, lo associa sempre all'amore dello sventurato e alla bellezza del mondo quale è. «Del resto il suo lavoro non consiste mai nel negare l'umanità dell'uomo, la sua finitezza, il suo limite, la sua carnalità; si tratta piuttosto di concentrarsi su di essa a tal punto e con tale intensità da trasfigurarla, da trapassarla, da coglierla nella sua profondità essenziale, che fa emergere il soprannaturale come l'essenza più profonda del naturale» [12].

 

Anche riguardo al proprio percorso cristiano Simone Weil rimane sulla soglia: si sente chiamata a stare con gli ultimi anche quando si tratta di chi è escluso dalla Chiesa, a trovarsi nella «intersezione tra il cristianesimo e tutto ciò che è al di fuori di esso» [13]. Per questo, seppur animata da un fervente desiderio di adesione a Cristo, decide di non battezzarsi e di rimanere esterna alla Chiesa, con chi non crede o ne è escluso. Delicatezza e determinazione eloquenti per ogni uomo di fede.

 

 

 

Attendere e fare attenzione

 

 

 

L'atteggiamento della soglia è quello dell'attesa, di chi non forza la porta, ma si fa vuoto di pretese per vedervi oltre. Il tema dell'attendere emerge con nitidezza negli scritti raccolti in Attesa di Dio, dove spunta una breve dispensa [14] preparata per gli studenti dell'amico padre Perrin nella quale Simone Weil, ormai esonerata dall'insegnamento ma per molti anni docente e studente, concentra alcune preziosissime e illuminanti riflessioni per una concezione cristiana degli studi. Lo sforzo che innerva l'esercizio di studio e di comprensione, nota l'autrice, è fatto tutto d'attenzione. indipendentemente dai risultati e dalle nozioni acquisite; tale sforzo non viene mai disperso: esso costituisce una riserva, un allenamento fondamentale che porta i propri frutti, in modo inatteso, nella preghiera. Ogni sforzo d'attenzione, se abitato dal desiderio profondo di verità e se orientato dalla gioia dell'intelligenza, crea un'attitudine rara e di marca squisitamente spirituale. Il pensiero infatti si allena ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto, ma semplicemente desiderandolo. In questo modo si crea quello svuotamento che è pura recettività e che permette di accogliere ciò che giunge. Questa capacità di svuotamento e attesa è la sostanza della preghiera, che costringe Dio a scendere verso l'uomo. Ed essa non fruttifica solo nel senso dell'amore di Dio, bensì anche rende capaci di quell'attenzione fine e svuotata di sé verso il prossimo e di quello sguardo capace di vedere lo sventurato, che lo salva.

 

Rinuncia, attesa e grazia sono dunque i movimenti dell'amore: dall'attenzione dello studio al tirocinio del prossimo, fino al "sacramento" che è l'incontro con l'oppresso: in queste soglie la ricerca di Simone Weil si sofferma, intravvedendovi nitido lo spazio implicito dell'amore di Dio. Un pensiero ferreo e delicatissimo, cui solo una pensatrice poteva donare la propria sensibilità.

 

"Ogni sforzo d'attenzione,

 

se abitato dal desiderio profondo di verità

 

e se orientato dalla gioia dell'intelligenza,

 

crea un'attitudine rara

 

e di marca squisitamente spirituale.

 

Il pensiero infatti si allena

 

ad attendere, senza ancora aver ottenuto il proprio oggetto,

 

ma semplicemente desiderandolo.

 

ln questo modo si crea quello svuotamento

 

che è pura recettività e che permette

 

di accogliere ciò che giunge."

 

 

 

Bibliografia essenziale delle Opere di Simone Weil in edizione italiana

 

 

 

- Attesa di Dio, a cura di M.C. Sala, Milano 2008.

 

- La condizione operaia, a cura di F. Fortini, Milano 1994.

 

- La prima radice, a cura di E. Fortini, Milano 1990.

 

- La Grecia e le intuizioni pre-cristiane, a cura di M. Harwell Pieracci e C. Campo, Roma 1999.

 

- L'ombra e la grazia, a cura di E. Fortini, Milano 2002.

 

- L'amore di Dio, a cura di G. Bissaca e A. Cattabiani, Roma 1979.

 

- Quaderni, a cura di G. Gaeta, Milano; vol. I, 1982; vol. II, 1985; vol. III, 1988; vol. IV. 1993.

 

 

 

- Lettera a un religioso, a cura di G. Gaeta, Milano 1996.

 

 

Simone Weil

 

La Salvezza nello sguardo

 

 

 

Compassione e gratitudine.

 

«Nell'amore vero non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio in noi che li ama. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine discendono da Dio, e quando vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui gli sguardi si incontrano» (1).

 

 

 

L’immediatezza dello sguardo umano verso la sventura -che porterebbe all'intervento, ad un gesto di solidarietà- cede il passo all'elaborazione delle accuse nei confronti dell’oppresso. La calunnia è funzionale all'indifferenza, serve a giustificare il fatto di non prendersi cura dell’altro.  La compassione nella società che corre solo in avanti, calpestando e lasciando morti e feriti, è un atto illegale. La gratitudine nella società dello scambio e della mercificazione delle relazioni sociali è una forma di obiezione di coscienza. Ma quando qualcuno si sofferma sul dolore del diseredato, scegliendo la condivisione e facendosi carico della propria parte di responsabilità umana, Dio può irrompere nella storia. La sbarra che preme sulle spalle degli oppressi viene, così, sollevata, riprende il respiro della speranza.

 

Bellezza.

 

«Tutto ciò che ha qualche rapporto con la bellezza deve essere sottratto al corso del tempo. La bellezza è l’eternità in questo mondo» (2).

 

La bellezza è soprattutto benevolenza, per questo è eterna.Apre brecce da cui penetra la luce divina che rischiara le tenebre della sopraffazione. Scava fenditure in cui si rifugia l’anima in cerca di consolazione (3). L’atto gentile restituisce il senso all'esistenza continuamente negato dalla violenza.

 

 

 

Compassione, gratitudine e bellezza indicano, quindi, una prospettiva diversa da quella accettata e predicata a reti unificate. Occorre prenderne coscienza ed iniziare ad agire di conseguenza. «Una delle verità fondamentali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che lo sguardo è ciò che salva» (4).

 

 

 

(1) Simone Weil, Attesa di Dio, a cura di Maria Concetta Sala, Adelphi, Milano 2008, p. 112

 

(2) Simone Weil, Attesa di Dio, a cura di Maria Concetta Sala, Adelphi, Milano 2008, p. 131

 

(3) Cfr. Cantico dei Cantici 2,14

 

 

 

 

(4) Simone Weil, Attesa di Dio, a cura di Maria Concetta Sala, Adelphi, Milano 2008, p 149

 

 

Simone Weil

 

Ritirarsi da sé

 

per fare spazio all'altro

 

Donatella Di Cesare

 

 

Quanti filosofi hanno lavorato volontariamente in fabbrica? Nessuno? Lo ha fatto una donna: Simone Weil. Il saggio “La condizione operaia”, che testimonia la sua esperienza in tre diversi impianti metallurgici alla periferia parigina, è un documento raro che richiama la filosofia al suo impegno politico. Come capire la fame degli altri? Come immaginarne gli stenti, la fatica, l’umiliazione? L’empatia si ferma spesso alle buone intenzioni. Molti si ritraggono nell’indifferenza. Non sembra possibile né provare davvero angoscia, né sollevarsi per lo sdegno. Lì il dolore è un destino ineluttabile; qui il più lieve malore va attutito in una iperbolica concentrazione su se stessi. Quando, nel dicembre 1934, Simone Weil si fece assumere come fresatrice alla Renault, voleva dimostrare che il comunismo, come lei lo intendeva, non era solo l’ideale politico di una comunità futura, ma significava anzitutto condivisione immediata dell’esistenza degli sfruttati.

Come sopravvive quotidianamente un’operaia? A rispondere è una professoressa di filosofia che accanto a lei, nella catena di montaggio, compie gli stessi gesti, prova sul suo corpo lo stesso affanno, sperimenta la stessa oppressione. Per poter poi denunciare, nel suo “Diario di fabbrica”, la monotonia degradante, l’atomizzazione subdola, la concorrenza che ostacola ogni fraternità. «Stando in officina, confusa agli occhi di tutti e ai miei propri occhi con la massima anonima, la sventura degli altri mi è penetrata nell’anima e nella carne».

Essere schiavi senza sapere di esserlo: questa è la condizione degli operai. Ripiegati sulle macchine, finiscono per rassegnarsi docilmente rinunciando a pensare. È ciò che colpisce di più Weil. La sventura è il terribile mistero di ogni esistenza. Ma per gli operai la sventura si raddoppia, perché non sono in grado di articolarla, se non ricorrendo a frasi fatte e a quel gergo asettico che costituisce il grande problema del movimento sindacale.

Le rivendicazioni non bastano. Non sono solo i rapporti di produzione a creare la schiavitù, che riaffiora anche dove subentra lo Stato al posto dell’imprenditore. L’errore è credere, come fa Marx, che il progresso possa lenire, o addirittura mutare, la sorte degli operai. Il prodotto del capitalismo è la mortificazione del lavoro. Guardando anche agli effetti della tecnica sulla vita, e a quella che si potrebbe chiamare un’operaizzazione di massa di ogni impiegato, Weil avverte che il lavoro va completamente ripensato. Ed è in fondo questo compito che lascia in eredità.

Radicale, appassionata, sincera, intransigente, irriducibile, pronta a qualsiasi sacrificio e refrattaria a ogni compromesso – questo è il ritratto di Simone che emerge dai suoi scritti e dalle testimonianze di chi l’ha conosciuta. Qualcuno potrebbe definirla oggi un’estremista. Potremmo facilmente immaginarla in un centro sociale. Fuori dai partiti, che criticò aspramente, fu vicina alla rivista sindacale «Révolution prolétarienne».

Era stata una trotskista tanto critica, da tener testa, in un leggendario scontro, allo stesso Trotsky, accusato di non riconoscere nello Stato sovietico un apparato repressivo. Non sorprende di trovarla nel 1936, durante la guerra civile in Spagna, nella colonna degli anarchici di Buenaventura Durruti. Proprio l’anarchismo sembra oggi uno dei motivi più interessanti della sua riflessione – nessuna romanticheria nostalgica, bensì un’indicazione preziosa in tempi di sovranismo.

Weil correva incontro alla storia. Desiderava seguirne i drammi da vicino, proprio nei luoghi dove si stavano compiendo svolte epocale. Fu per ciò che nel 1932, incurante di poter essere, in quanto ebrea, vittima designata, si recò a Berlino. Hitler era ormai a un passo dal potere. Con quel suo stile da giornalista-filosofa, che legge il presente senza rinunciare alla profondità, riconobbe nella tragica sconfitta della sinistra tedesca, divisa e paralizzata, quella sconfitta da cui la sinistra solo a fatica avrebbe potuto riprendersi.

L’hitlerismo non era barbarie. Piuttosto era il potere dello Stato che si manifestava, privo di veli, facendo leva sul vecchio mito nazionalistico della patria. Ma l’ideologia nazista era «straordinariamente contagiosa» anche a sinistra, dove l’idea di Stato continuava a esercitare un fascino oscuro, come mostrava la deriva sovietica, autoritaria e tecnocratica. Il patriottismo è «l’amore dello schiavo per il suo padrone». Finché la sinistra non metterà in discussione lo Stato nazionale, il fascismo resterà la minaccia immanente in ogni repubblica democratica. Solo l’anarchismo è l’argine al pericolo sovranista.

«Contemplare il sociale è una purificazione altrettanto efficace che ritirarsi dal mondo, e dunque non ho avuto torto ad accostare per tanti anni la politica ». Simone l’operaista, Simone la mistica – due dei suoi diversi volti. Nel 1937 viaggia in Italia. È l’Umbria ad abbagliarla con le sue campagne soavi, così evangeliche, così francescane. «C’è da credere che la Provvidenza abbia creato campi ridenti e umili, toccanti oratori per preparare la sua venuta ». La povertà di Francesco la estasiò. «Mentre ero sola nella piccola cappella romanica del XII secolo di Santa Maria degli Angeli, incomparabile meraviglia di purezza, dove san Francesco ha pregato molto spesso, qualcosa di me mi ha obbligata, per la prima volta nella mia vita a inginocchiarmi». Forse potremmo immaginarla in un eremo francescano. Scherzando meditava di travestirsi da uomo per poter restare in quei luoghi.

Simone lasciò invece l’Europa per rifugiarsi con i genitori in America. Era il viaggio di tanti profughi. Ma lei si sentiva una fuggitiva: aveva preteso di sottrarsi alla sventura che colpiva chi era intrappolato nel Vecchio continente – i francesi, ma in particolare gli ebrei europei. Lo sterminio cominciava. Weil non si convertì al cattolicesimo – restò sulla soglia. Proprio per questo è difficile dire quale sia stato il suo rapporto con l’ebraismo, da cui era comunque molto distante, come lo erano gli ebrei assimilati in quel tempo. Ma in quella incredibile quantità di testi che scrisse, una volta rientrata a Londra, in attesa di congiungersi con la resistenza francese, affiora l’idea dell’esilio di Dio, lo tzimtzum ebraico, anzi kabbalistico.

Nella creazione Dio non si è esteso – si è ritratto per far spazio all’altro da sé, per dar luogo al mondo. Questo gesto di donazione è il modello per ogni persona, che si innalza così all’impersonale, per ogni esistenza che si ritrae lasciando essere l’altro. Nel mondo attuale la “decreazione”, lanciata da Simone Weil, dovrebbe indicare il nuovo paradigma di rispetto verso gli altri e verso il pianeta.

Logorata dalla passione indagatrice, consumata dalla tensione, estenuata dalla tristezza, consegnata all’esilio asettico di un sanatorio inglese, fuori da ogni fronte, Simone si lasciò andare a un’anoressia disperata, si affamò e si sfinì fino ad autoannientarsi. Come se, nel suo ritrarsi, le fosse per sempre sfuggita la presa dell’altro che avrebbe potuto salvarla.

 

 

(L’Espresso,dic 2020)


"Salvare in noi un pezzo di Dio"..Etty Hillesum

 

Etty Hillesum

 

e l'amore alla vita

 

 

 

«Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti»

 

«E alla fine di ogni giornata sento il bisogno di dire: la vita è davvero bella»

 

«Il senso della vita non è soltanto la vita stessa»

 

 

 

LA SORGENTE

 

La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona. Molti, invece - soprattutto donne - attingono le proprie forze da altri: è l’uomo la loro sorgente, non la vita. Mi sembra un atteggiamento quanto mai distorto e innaturale.

 

IL SENSO PROPRIO DELLA VITA

 

Di nuovo arresti, terrore, campi. di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci s’interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se stessi, e con Dio. Forse ogni vita ha il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo.

 

LA VITA È BUONA

 

La forza autentica, primaria, consiste in ciò, che se anche si soccombe miseramente, fino all’ultimo si sente che la vita è bella e ricca di significato, che si è realizzato tutto quanto in noi stessi e che la vita era buona.

 

DENTRO LA STORIA

 

Con tutto il dolore che ho intorno, comincio a vergognarmi di prendere sul serio i miei umori. Eppure devi continuare a prenderti sul serio, devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi ‘confrontarti’ con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te ma anche per gli altri. Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa. A volte mi sento come un palo ritto in un mare infuriato, fra le onde che lo battono da ogni parte. Ma io rimango ben ferma e gli anni mi passano sopra. Voglio continuare a vivere pienamente.

 

LA VITA QUOTIDIANA

 

A volte faccio così fatica a costruire l’intelaiatura della mia giornata - alzarmi, lavarmi, far ginnastica, mettermi delle calze senza buchi, apparecchiare la tavola, in breve “orientarmi” nella vita quotidiana -, che non mi rimane quasi più energia per altre cose. E se allora mi alzo per tempo come un qualunque cittadino, sono fiera di aver operato chissà quale miracolo. Eppure, fintanto che la disciplina interiore non è a posto, quella esteriore rimane importantissima per me. Se io dormo un’ora di più alla mattina questo non significa che io abbia dormito bene, ma che non so affrontare la vita e che faccio sciopero.

 

OGNI COSA È UNA FESTA

 

Ogni camicia pulita che puoi ancora indossare è quasi una festa; e così pure se ti lavi con un sapone profumato, in un bagno che è tutto tuo per quella mezz’ora. È proprio come se io mi stessi già congedando da queste raffinatezze della civiltà. E se un giorno non potrò più goderne, saprò in ogni caso che esistono e che possono rendere piacevole la vita, e in quanto tali le loderò, anche se non mi saranno toccate in sorte. Quel che conta, infatti, non è che tocchino proprio a me - vero?

 

LASCIARSI ABBRACCIARE DALLA VITA

 

Ecco la tua malattia: pretendi di rinchiudere la vita nelle tue formule, di abbracciare tutti i fenomeni della vita con la tua mente, invece di lasciarti abbracciare dalla vita. Com’era già?: va bene che tu affacci la tua testa in cielo, ma non che tu cacci il cielo nella tua testa. Ogni volta vorresti rifare il mondo, invece di goderlo com’è. È un atteggiamento alquanto dispotico.

 

LA CORRENTE DELLA VITA

 

Mi accorgo che questo stato d’animo si ripete ogni volta: dopo giorni di vita interiore terribilmente intensa, ricerca di chiarezza, doglie patite per sentimenti e pensieri che non sono affatto pronti per nascere, enormi pretese da parte mia, e la ricerca di una piccola forma propria che diventa di un’importanza capitale, ecc. ecc. ecc. - ecco che poi tutto quest’affanno, improvvisamente, mi cade di dosso; il mio cervello è piacevolmente stanco, c’è bonaccia di nuovo, sento quasi una sorta di dolcezza anche verso me stessa, e su di me cala un velo attraverso cui la vita filtra più mite, e spesso più ridente. Sento allora di essere tutt’uno con la vita. Inoltre: che non sono io individualmente a volere o a dovere fare questo o quello, ma che la vita è grande e buona e attraente e eterna - e se tu dai tanta importanza a te stessa, ti agiti e fai chiasso, allora ti sfugge quella grande, potente, e eterna corrente, che è appunto la vita.

 

LA VITA FUTURA: QUI, ADESSO

 

La vita è difficile davvero, è una lotta di minuto in minuto (non esagerare, tesoro!), ma è una lotta invitante. Una volta io m’immaginavo un futuro caotico perché mi rifiutavo di vivere l’istante più prossimo. Ero come un bambino molto viziato, volevo che tutto mi fosse regalato. A volte avevo la certezza - peraltro molto vaga - che in futuro sarei potuta diventare “qualcuno” e avrei realizzato qualcosa di “straordinario”, altre volte mi ripigliava quella paura confusa che “sarei andata in malora lo stesso”. Comincio a capire perché: mi rifiutavo di adempiere ai compiti che avevo sotto gli occhi, mi rifiutavo di salire verso quel futuro di gradino in gradino. E ora, ora che ogni minuto è pieno, pieno sino all’orlo di vita e di esperienza, di lotta e vittorie e cadute, ma subito dopo di nuovo lotta e talvolta pace, - ora non penso più a quel futuro, in altre parole mi è indifferente se riuscirò a produrre qualcosa di straordinario oppure no, perché sono certa che ne verrà fuori qualcosa. Una volta vivevo sempre come in una fase preparatoria, avevo la sensazione che ogni cosa che facevo non fosse ancora quella “vera”, ma una preparazione a qualcosa di diverso, di grande, di vero, appunto. Ora questo sentimento è cessato. Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com’è stato, è stato un bene…La vita la conosciamo, abbiamo già vissuto tutto sia pure in spirito, non siamo più così spasmodicamente attaccati alla vita.

 

LIBERARE LA VITA

 

E se si distruggono i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate, allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella dell’umanità.

 

CIELI SOPRA E DENTRO DI ME

 

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave… Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

 

C'È POSTO PER TUTTO

 

La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.

 

NELLA FATICA DI OGNI GIORNO

 

A volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d’animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c’è qualcosa che non ti abbandonerà mai più.

 

ANCHE NELLE ASSURDITÀ

 

Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.

 

SINO ALL'ULTIMO RESPIRO

 

Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.

 

La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio - così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro.

 

ANCHE LA MORTE

 

La possibilità della morte si è perfettamente integrata nella mia vita; questa è come resa più ampia da quella, dall’affrontare ed accettare la fine come parte di sé. E dunque non si tratta, per così dire, di offrire un pezzetto di vita alla morte perché si teme e si rifiuta quest’ultima, la vita che ci rimarrebbe allora sarebbe ridotta a un ben misero frammento. Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima.

 

COSA SALVARE

 

Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante.

 

Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo.

 

Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.

 

UN BARLUME DI ETERNITÀ

 

Un barlume d’eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile. Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria.

 

PER ESSERE PIÙ UMANI

 

Ecco, le mie rose sono sempre lì… Sono molto stanca. Sono in grado di sopportare questo tempo presente, lo capisco persino un poco.

 

Se sopravviverò a questo tempo e se allora dirò: la vita è bella e ricca di significato, bisognerà pur credermi.

 

Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile.

 

VITA COME PREGHIERA

 

Arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti ‘orrori’ e dire ugualmente che la vita è bella.

 

Devo ogni volta esultare e acclamarti, mio Dio: ti sono così riconoscente perché mi hai concesso una vita simile.

 

 

La vita è stata davvero molto buona con me, sempre e anche ora.

Etty Hillesum..nelle braccia di Dio

 

 

Per Etty Hillesum l'esperienza della fede passa attraverso una scoperta interiore (attraverso l'introspezione, una guida, le sue letture preferite: Rilke, Dostoevskij, s. Agostino, i Vangeli…) della presenza e azione dello Spirito che le permette di dedicarsi totalmente alla cura delle sofferenze altri e alla condivisione nel campo di concentramento di Westerbok (Olanda), prima della soluzione finale a Auschwitz.

Non è una fede "confessionale" (nel senso di appartenenza a una determinata chiesa o religione), ma non è neppure semplicemente un generico sentimento di amore.

E passa attraverso uno scoperta di un Dio vicino, dentro di sé, da disseppellire dalle macerie in cui la società e i tempi (ma anche le proprie preoccupazioni individualistiche) l'hanno sepolto; della preghiera (la ragazza che ha imparato a inginocchiarsi); dall'amore alla vita in tutte le sue manifestazioni; dall'amore agli altri; dal "distendersi" e trovare la serenità nella natura; dall'incapacità di odiare anche il nemico...

Una fede "troppo umana"?

A settant'anni dalla morte, la figura di Etty si staglia come quella di una limpida testimone della potenza trasformante dello Spirito di Dio in tutti i cuori, e possiede tuttora un fascino che non ha confini, specialmente tra i giovani.

 

SALVARE IN NOI UN PICCOLO PEZZO DI DIO

 

«Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento - invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio».

 

NELLE BRACCIA DI DIO

 

«Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questa somma non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone - un numero persino molto alto - non deve partire comunque? Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o fors’anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questa è poca cosa, se paragonata a un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente»

 

C'È POSTO PER TUTTO

 

«La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine».

 

CREDO NELLA VITA

 

«Sì, mio Dio, ti sono molto fedele, in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuo a credere nel senso profondo di questa vita; so come devo continuare a vivere e ci sono in me, e in lui, delle certezze così grandi, ti sembrerà incomprensibile ma trovo la vita così bella e mi sento così felice. Non è meraviglioso? Non oserei dirlo a nessuno con così tante parole».

 

FEDE E COERENZA

 

«Se tu affermi di credere in Dio devi anche essere coerente, devi abbandonarti completamente e devi aver fiducia. E non devi neppure preoccuparti per l’indomani».

 

IL MURO DELLA PREGHIERA

 

«M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande, e anche un fatto sempre più oggettivo. La concentrazione interna costruisce alti muri fra cui ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni. E potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni - sin quando non sentirò di avere intorno questi muri, che m’impediranno di sfasciarmi, perdermi e rovinarmi».

 

RITROVARSI NELLA PREGHIERA

 

«Un giorno pesante, molto pesante. Un “destino di massa” che si deve imparare a sopportare insieme con gli altri, eliminando tutti gli infantilismi personali. Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. È diventato ormai un “destino di massa” e si dev’essere ben chiari su questo punto. Un giorno molto pesante. Ma ogni volta so ritrovare me stessa in una preghiera - e pregare mi sarà sempre possibile, anche nello spazio più ristretto».

 

VOGLIO ESSERE UN'UNICA GRANDE PREGHIERA

 

«Stamattina all’alba sono saltata giù dal letto e mi sono inginocchiata alla finestra. L’albero era immobile nell’alba grigia e silenziosa. Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura. Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno, non le mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi pace e fiducia. Fa’ che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre preoccupazioni per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio? E non ci castighi forse prontamente - con l’insonnia, e con una vita che non è più una vita? Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno, ma allora voglio essere un’unica, grande preghiera. Un’unica, grande pace. Devo portare nuovamente la mia pace con me».

 

NEANCHE UN MINUTO SENZA PREGHIERA

 

«Se vuoi proprio guarire devi vivere diversamente: devi tacere per giorni interi e rinchiuderti in camera tua e non lasciar entrare nessuno, è l’unico modo. Non va bene come ti comporti adesso. Forse diventerai ancora ragionevole.

Si dovrebbe pregare giorno e notte per quelle migliaia. Non si dovrebbe stare neanche un minuto senza preghiera».

 

VEDERSELA CON DIO

 

«Di nuovo arresti, terrore, campi. di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci s’interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se stessi, e con Dio. Forse ogni vita ha il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. Comunque, io ho smarrito qualsiasi rapporto con la vita e con le cose, mi sembra che tutto avvenga per caso e che ci si debba staccare interiormente da ognuno e da ogni cosa. Tutto sembra così minaccioso e sinistro, e ci si sente anche così impotenti».

 

DIO, PRENDIMI PER MANO

 

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo ‘amore’. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo.

E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti».

 

RIPOSARE TRA LE BRACCIA DI DIO

 

«Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande, sereno e riconoscente, che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola. In me c’è una felicità così perfetta e piena, mio Dio. Probabilmente la definizione migliore sarebbe di nuovo la sua: “riposare in se stessi”, e forse sarebbe anche la definizione più completa di come io sento la vita: io riposo in me stessa. E questo “me stessa”, la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo “Dio”. Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase: Padre, prendilo dolcemente fra le tue braccia. È così che mi sento, sempre e ininterrottamente: come se stessi fra le tue braccia, mio Dio, così protetta e sicura e impregnata d’eternità. Come se ogni mio respiro fosse eterno, e la più piccola azione o parola avesse un vasto sfondo e un profondo significato...».

 

DIO ASCOLTA DENTRO DI ME

 

 

«Mio Dio, è un bene che tu abbia fatto fermare il mio corpo. Devo guarire completamente per fare ciò che devo. Ma forse, anche questa è un’idea convenzionale. Lo spirito non dovrebbe forse continuare a lavorare e a essere creativo anche quando il corpo è malato? E amare e hineinhorchen [“ascoltare dentro’] se stessi, gli altri, il contesto di questa vita, e te…In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio».


Invece illumina!

Etty

 

 Ma quale vista ti aspetti di scoprire se tutto ciò che è concreto intorno a te lo spingi via? Presumi di scoprire in questo modo la realtà autentica? Non dovresti respingere ciò che è concreto, ma cercare di attraversarlo con lo sguardo, di fargli luce, così che si faccia trasparente e appaia la realtà che si trova dietro. Non respingere, se no arrivi a un vuoto; invece illumina

 

 

 

Etty Hillesum

 

 

 

 

 Il bene quotidiano

 

La certezza che il bene è una conquista quotidiana, che è necessario "esserci al cento per cento", che si tratta di riflettere a fondo per riuscire ad amare  coloro che abbiamo intorno nella convinzione che ognuno debba sradicare e distruggere in se stesso " ciò per cui pensa di dover distruggere gli altri", tutto questo fa di Etty una grande amica; una donna davvero che possiamo imitare a modo nostro, nella quotidianità del bene.

 

 

 

 

 

 Io scrivo perché attraverso me stessa posso capire gli altri. Questo lasciarmi immergere dai sogni, questo immergermi in me stessa, questa volontà di vivere e sentire in me stessa un infinito amore e una forza, grazie ai quali tutto può essere compreso

 Non c' è alcun poeta in me, c'è solo un frammento di Dio in me che potrà crescere fino a diventare un poeta. Mi trovo presa a volte, da una tenerezza infinita, rimango sveglia e lascio che mi passano davanti i fatti, le tante, troppe impressioni di un giorno sempre troppo lungo, e penso: " lasciate che io possa essere un cuore pensante". Voglio esserlo. Sto qui adesso distesa, paziente e nuovamente calma, e mi sento già un pochino meglio.

 Sento di nuovo in me la forza di andare, come vada sarà un bene. Si dovrà pregare giorno e notte per queste migliaia. Senza preghiera stare un solo minuto.

 Quest'oggi ho imparato una cosa fondamentale, dove per caso ci si trova collocati, là si deve esserci con tutto il cuore. Quando si ha il cuore da un'altra parte e non si riesce a fare abbastanza alla comunità nella quale per caso ci troviamo e la comunità di conseguenza si impoverira'. Che siano impiegate prese dalla carriera o Dio sa cosa, bisogna esserci interamente e così si troverà qualche bene anche in loro.

Intensamente vivere e soffrire e immergersi in questo frammento di vita, da un giorno all'altro ma con lo spirito orientati agli orizzonti vasti che si trovano dietro questi giorni e questi anni. E quindi, avere come un sentimento di purificazione in sé stessi, il sentimento che forse avremo quanto tra diversi anni, divenuti maturi e mutati, guarderemo indietro a questo periodo. Vivere così completamente, con ogni battito del cuore, in questo adesso ricco e privato, e insieme sapere che libere e infinite, le strade si aprono verso gli anni che verranno, verso paesi lontani e anche verso il cielo.

 

 

Signore, donami la saggezza piuttosto che la conoscenza. O detto meglio unicamente la conoscenza che porta alla saggezza rende gli uomini felici(me almeno). Un po' di quiete, gentilezza e un po' di sapienza, quando le sento in me sto bene

 


 

 

 

 

 

 

Dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.

 

Etty Hillesum

 

 

 

 

 

Alla ricerca del senso dell’esistere..

 

 

 

 È in modo particolare nel relazionarsi con le nuove generazioni che sperimentiamo la presenza, magari configurata anche solo o ancora come bisogno e necessità, del darsi di un senso che sia credibile e condiviso come punto di partenza concreto. Prima ancora dell’idea che il senso scaturisca dal Tu divino, sono i giovani che ci insegnano il valore fondamentale della relazione con gli altri, i quali – come accade quotidianamente – sono fonte di senso e di valore per noi. Davvero concreto e credibile è il muovere da sé e nel contempo dagli altri, in uno scambio reciproco di condivisione.

 

Questa è la dinamica che, da giovane, caratterizza il vivere di Etty Hillesum. Lei da un’ottica individualistica si è aperta all’altro per incontrare così con stupore e meraviglia l’Altro, e da quest’incontro scaturisce poi un rinnovato modo di relazionarsi alla comunità. Ed è a maggior ragione nella difficoltà contemporanea, che spesso finisce per disorientare e travolgere i giovani alla ricerca di un senso partecipabile, che ritengo vada accolta la testimonianza aurorale di questa giovane donna.

 

Una fotografia superficiale dell’universo giovanile cade in facili definizioni ed etichetta adolescenti e ragazzi come disimpegnati, bamboccioni, vittime dell’individualismo. Una generazione rinchiusa in una gabbia di amicizie più o meno virtuali, frastornata da miti falsi e illusioni, priva di orizzonti sul futuro. Eppure incontrando i giovani, in carne e ossa, si scopre che sono capaci di mettersi in gioco, pronti a sfatare il luogo comune che lega giovinezza a disinteresse e alla scarsa attitudine alla riflessione.

 

In un altro orizzonte invece, opposto a quello odierno, anche le nuove generazioni sarebbero accolte per i loro bisogni e riconosciute come co-soggetti di rinnovamento. Ma questo è un dovere tuttora eluso da una parte rilevante del mondo adulto e delle istituzioni. Se non vogliamo sprecare l’immenso valore del dialogo tra le generazioni né mortificare la vita di chi oggi è giovane, occorre prendere distanza dalle attuali identificazioni per cui i giovani sono il «futuro», o sono «risorse», oppure un «problema». In realtà i giovani sono un altro presente.

 

La loro condizione piuttosto va, a mio parere, considerata secondo la metafora concreta dell’aurora, come emersione di un’identità e una realtà inedita, lungo un percorso nel quale ci si trova dinanzi ad alternative come quelle tra la conoscenza di sé e l’adattamento al mondo così com’è, tra il mantenersi fedeli al desiderio di felicità vera oppure il consegnarsi a suoi surrogati, tra l’aderire – in sintesi e in una immagine – con coraggio alla luce aurorale del primo mattino o consegnarsi alla paura e alla disperazione delle tenebre notturne.

 

Se infatti si continua a guardare ai giovani con un sentimento di fondo come la paura si genera un autentico contagio: paura degli adulti per i giovani, sfiducia in essi, paure dei giovani verso il futuro, sfiducia in sé e negli adulti. Quando invece si sceglie di aderire al senso della propria esistenza, per quanto oscuro e incerto, con il coraggio della fiducia, si aprono scenari inaspettati e luminosi che ci portano a cogliere nei giovani l’incarnazione della «aurora ripetuta e mai pienamente riuscita, protesa verso il futuro», di cui parla la filosofa spagnola Zambrano.

 

 

 

Oltre la crisi: il dialogo nella speranza

 

 

 

Ovviamente un quadro concettuale, rispetto alla crisi presente, non basta a trovare soluzioni, anzi molto spesso si finisce per rimanere bloccati e pietrificati, per effetto della disperazione. Tra le esperienze che possono farci, al contrario, attraversare la paura c’è senz’altro il dialogo. Con questo intendo la vera condivisione di un cammino in cui ciascuno vede nell’altro un valore reale e incarnato. Ci si narra, si ascolta davvero, si dà tempo, fiducia agli altri, si impara a vivere i conflitti, a portarli e così a superarli. Perciò esso non è solo un dire e lasciar dire, ma è intessuto di emozione, di compassione, di sguardi, di silenzio, di contemplazione, di cura, di tenerezza e, certo, anche di parole.

 

Si cerca insieme e cercando si può essere attratti da un senso per la vita che sia capace di darci luce e ospitalità, che ci inviti a diventare davvero noi stessi.

 

Allora dialogare si trasforma in imparare a sperare, a svolgere il sogno di una vita riuscita e non a rinnegarlo per paura o a dimenticarlo. Se non è vero che «i giovani sono il futuro», ma sono il presente, si può però anche dire che essi contribuiscono a generare il futuro, poiché rinnovano il volto di una società, nel momento in cui glielo si permette. E questo è solo uno degli insegnamenti che con abbondanza e ricchezza scaturiscono dagli scritti di Etty; ripercorrendo le tracce del suo cammino impareremo ad assaporare tutta la bellezza della vita, sempre memore del senso che la intesse e che si manifesta, volta per volta, con modalità sorprendentemente differenti, perfino nei momenti di buio più cupo. Dal dialogo che inizialmente lei svolge tra sé e sé, nelle prime pagine del diario («devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe»),[2] passa alla condivisione di un percorso davvero comunitario e comunionale, in virtù dell’imparare a sperare insieme, che contagia positivamente anche le generazioni che si sono succedute alla sua epoca fino ad arrivare a noi.

 

La vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte delle persone ha nella propria testa delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d’ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.[3]

 

Dialogare con lei è un modo per superare la crisi, già a partire dal nostro io più intimo, per compiere «il gran salto» che ci libera dalle consuete paure. In tale prospettiva gli educatori devono percepire e interpretare questo tipo di svolta per partecipare al cammino dei giovani in modo maieutico, credibile e liberante, altrimenti eludono o sprecano la grande ricchezza della relazione con le nuove generazioni e fanno mancare loro dei riferimenti essenziali per crescere come persone luminose.

 

I giovani disposti a farsi «incontrare» dalla sua sensibilità e spiritualità, nel contempo, riceveranno in dono la rinuncia a escludere, a negare e a distruggere, acquisteranno come abitudine «il coraggio di guardare in faccia ogni dolore»,[4] premessa per giungere a una forma di vita e di convivenza libera dal dominio e da qualsiasi logica di violenza.

 

 

 

Il coraggio di pronunciare il nome di Dio

 

 

 

Il passaggio dalle tenebre alla luce aurorale nella biografia di Etty Hillesum è, secondo la mia interpretazione, ravvisabile nella svolta radicale che segue le primissime pagine del suo Diario, ancora totalmente autocentrate. La svolta non riguarda innanzitutto il fare, l’attivismo, le opere. Certo, dovrà giungere a tutto questo. Piuttosto la svolta consiste, in primo luogo, nel formarsi di una integrità sconosciuta nell’anima, di una interezza e di una elevazione a una semplicità nuova. Mi riferisco al suo incontro, personale e unico, con Dio, al suo coraggio di pronunciarlo finalmente senza esitazione né timore. Così, giorno per giorno, la sua esistenza diviene la testimonianza vissuta del consiglio rivolto da S. Paolo ai Filippesi:

 

«Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 4-7).

 

Davvero il cammino da lei compiuto, e che cercheremo di ripercorrere, trasforma il suo essere in modo talmente radicale che ad una lettura superficiale si farebbe fatica a ritrovare la stessa ragazza dell’esordio del Diario nelle ultime pagine.

 

Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. (…) A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose.[5]

 

Ciò che permette l’utilizzo del termine Dio è riconoscibile quindi nella maturazione interiore e personale, grazie alla quale tale parola cessa di essere un termine, o ancora meglio, un concetto astratto, per divenire finalmente nome.

 

Seguendo le sue tracce si comprende come la fede però non sia solo un sentimento dell’anima umana, ma soprattutto l’ingresso dell’uomo nella realtà, nella sua totalità. Questa è per Etty una semplice constatazione, ma si intravede la contraddizione che in essa si cela rispetto all’abituale modo di pensare.

 

Seguire il suo percorso è rispondere ad un invito a percorrere tappe verso la «pace futura» che però nasce innanzitutto nel nostro intimo, prima di poterla scoprire nel mondo esterno. Perciò mettersi sulle sue tracce significa ripartire da una nuova spiritualità, imparando a dialogare non più solo con sé, ma ripartendo dal colloquio con Dio, per incontrare infine, in modo rinnovato, ogni altro. Questo perché certamente, per lei, la fede non investe solo il sentire umano, non è solamente legata alla sfera intima e personale, ma implica un rapporto responsabile con il reale.

 

Vorrei trovarmi in tutti i campi che sono sparsi per tutta l’Europa, vorrei essere su tutti i fronti; io non voglio per così dire «stare al sicuro», voglio esserci, voglio che ci sia un po’ di fratellanza tra tutti questi cosiddetti «nemici» dovunque io mi trovi, voglio capire quel che capita; e vorrei che tutti coloro che riuscirò a raggiungere – so che sono in grado di raggiungerli, fammi guarire, mio Dio – possano capire questi avvenimenti come li capisco io.[6]

 

È come dire che il primo coraggio sta nel pronunciare la parola Dio e successivamente ripetere questa decisione di nominare il Tu eterno declinandola nella nostra quotidianità, così come riaccade ogni giorno l’alba, attraverso scelte, frutto di comprensione reale, che rivelano il valore e il senso che per noi possiede la relazione con Lui.

 

La speranza pertanto che muove il mio scrivere è rivolta ai giovani, al loro essere nascente e costantemente aurorale, alla loro sensibilità spesso costretta entro schemi costruiti dagli adulti, alla loro insaziabile fame di felicità, perché dalla testimonianza di Etty Hillesum riescano a trarre svolte innanzitutto spirituali, ciascuno a suo modo nel rispetto dell’unicità personale, che permettano loro di pronunciare, alla fine del percorso compiuto insieme, quanto confidato da Jopie, una cara amica di Etty, il giorno della partenza di quest’ultima per Auschwitz:

 

«ed eccomi qua, certo un po’ triste per qualcosa che si è perduto eppure no, perché un’amicizia come la sua non è mai perduta, c’è e rimane».[7]

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

 

[1] M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 28-29.

 

[2] E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi edizioni, Milano 2005, p. 23.

 

[3] Ibidem, p. 158.

 

[4] Ibidem, p. 233.

 

 

 

 

[5] Ibidem, pp. 253-254.


 

 

Il significato dei Diari

 

 

 

di Etty Hillesum

 

 

 

                                                                                        Klaas Smelik

 

 

 

Se non vogliamo leggere il diario di Etty Hillesum esclusivamente come opera letteraria, né come un documento di rilevanza storica, allora la domanda è : quale senso possiamodare alle sue parole settant’anni dopo? Proporrei due risposte delle molte possibili.

 

 

 

1. Credere in Dio

 

 

 

In primo luogo vorrei parlare della rilevanza teologica della sua opera. Sembra strano, perché Etty Hillesum non era una teologa. Non aveva una formazione teologica. E il suo stile di vita avrebbe suscitato qualche perplessità di quel ambiente, sicuramente in quel epoca.

 

Etty Hillesum non intendeva riconoscersi integralmente in alcuna concezione del mondo, in alcuna ideologia. È un aspetto importante della sua visione della vita che ben si accorda con quella maggiormente in auge ai nostri giorni, nei quali riscontriamo una profonda avversione nei confronti delle ideologie. Molti si sono cioè lasciati alle spalle le concezioni ideologiche totalizzanti. È interessante constatare come Etty Hillesum esprima questa convinzione già nel 1941. Per chiarire il punto, vorrei riportare un suo passo relativo all’incontro a cui assistette tra i suoi amici Julius Spier e Werner Levie. Ecco come una sera i due discussero sul rapporto tra Cristo e gli ebrei:

 

 

 

Venerdì [28 Novembre 1941] sera dialogo tra S[pier] e L[evie]: Cristo e gli ebrei. Due filosofie di vita, ambedue nettamente delineate, brillantemente documentate, compiute e armoniose, difese con passione e aggressività. Trovo tuttavia che in ogni concezione della vita difesa con piena consapevolezza penetri sempre l’inganno, e che alla fine la verità venga aggredita in nome dell’ideologia.

 

 

 

Tuttavia il suo diari contiene diversi brani di cui la profondità teologica non che in molte opere teologiche di rinnomate non si trovano. Per esempio il seguente brano:

 

 

 

Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un’esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirti niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene.

 

E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza inespugnabile.

 

 

 

In questo e in altri brani Etty Hillesum scrive “mio Dio” e a Lui rivolge la parola. Dobbiamo però chiederci: quale significato riveste, per lei, questo modo di scrivere? Anche una lettura sommaria del diario dimostra come la parola Dio non abbia sempre la stessa accezione. Cerchiamo di comprendere meglio questo punto esaminando alcuni frammenti dei primi quaderni diaristici nei quali è presente la parola Dio.

 

L’uso di questa terminologia potrebbe essere un’imitazione della figura stilistica usata da Rilke, che per la Hillesum costituiva un traguardo. Il poeta praghese, una personalità assai complessa, ebbe una carriera letteraria che si sviluppò attraverso varie fasi. Nel cosiddetto secondo periodo egli pubblicò il poema Das Stunden-Buch (Il libro d’ore, 1905) e anche il carteggio con Lou Andreas-Salomé, alla quale il poeta dedicò l’opera. Fu questa la fase creativa che più interessò Etty Hillesum, anche se costei lesse diverse altre opere di Rilke scritte successivamente.

 

Ne Il libro d’ore il poeta parlò a Dio come se stesse parlando a sé stesso. Rilke non considerava Dio un’entità trascendente ma qualcosa presente dentro di sé. Ci si potrebbe domandare se il nome ‘Dio’ non fosse soltanto una metafora letteraria volta alla spiegazione delle sue idee. Se così fosse, il termine ‘Dio’ non avrebbe alcun significato al di fuori dei confini dell’opera letteraria del poeta.

 

Etty Hillesum ha introdotto la parola Dio come una figura immaginaria con lo scopo di rendere più agevole l’espressione dei suoi pensieri. Lo si vede con chiarezza nella citazione seguente:

 

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità chiamo «Dio».

 

 

 

Dio, in questo caso, non è che una comoda locuzione per quello che l’autrice considerava la parte più profonda di sé. Abbiamo a che fare, a mio parere, con un’imitazione del modello letterario che Rilke applicò ne Il libro d’ore.

 

Se le cose stanno così, pregare è solo un modo di parlare a sé stessi. Ma perché Etty Hillesum avrebbe dovuto prendere in prestito da Spier un rituale che questi aveva mutuato dal cristianesimo? Perché mettersi in ginocchio come fosse una cattolica fervente? Non è un gesto superfluo, se non si fa altro che accingersi a parlare con sé stessa? Ma vediamo cosa ha scritto al riguardo il 10 ottobre 1942:

 

 

 

Di questa vita e di questa epoca credo di poter sopportare e accettare ogni cosa. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. È un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. […] Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che riservo a un uomo.

 

 

 

Mettersi in ginocchio per pregare segnò l’inizio del percorso che l’avrebbe portata al concetto di ‘Dio’, concetto che acquisisce sempre maggior significato col procedere della stesura dei suoi diari, sebbene risulti molto difficile tracciare la precisa cronologia di questa evoluzione.

 

 

 

Trascendenza rispetto a immanenza

 

 

 

Possiamo avvicinarci a questo sviluppo prendendo in considerazione la differenza tra la trascendenza e l’immanenza di Dio. La Bibbia ritrae Dio come un essere trascendente, un essere che regna nel cielo. Il Dio di Israele è un individuo con un carattere ben definito e non, a differenza di come è stato descritto da alcuni filosofi greci, un principio generale. Il Dio della Bibbia non può essere trovato in un essere umano. Al Suo cospetto l’uomo non è altro che polvere e cenere.

 

Ma nonostante questa disuguaglianza Egli vive con il suo popolo, per riportare un pensiero di Martin Buber, uno degli autori letti da Etty Hillesum, un rapporto Io-Tu.

 

In contrasto con tutto ciò, Etty Hillesum tende ad alludere a un’immagine di Dio come alla parte più intima dell’essere umano, ovvero a un dio immanente. Scrive il 17 settembre 1942:

 

 

 

Il mio sentimento della vita è così intenso e grande, sereno e riconoscente, che non voglio neppure provare a esprimerlo in una parola sola. In me c’è una felicità assolutamente perfetta e piena, mio Dio. E ciò, come al solito, trova la sua espressione migliore nelle sue parole [di Spier]: «riposare in se stessi», e sarebbe forse anche l’espressione più compiuta del mio generale sentire nei confronti dellavita: io riposo in me stessa. E chiamo questo «me stessa», la parte più ricca e profonda di me in cui riposo, «Dio».

 

 

 

È un linguaggio chiaro. Questo Dio non è il l’essere trascendente della Bibbia che risiede nei cieli. È invece la serenità che la giovane ebrea sente nel suo intimo. Nel passo che segue la Hillesum sembra voler abbandonare il nome ‘Dio’: questo il brano del 22 giugno 1942

 

 

 

Mi trovo a iniziare, ma è un inizio che c’è, lo so per certo. Significa aver richiamato su di sé tutte le forze possibili e vivere la propria vita con Dio e in Dio e avere Dio in sé stessi. (A volte trovo la parola Dio davvero primitiva: è solo qualcosa che le somiglia, dopotutto, un avvicinamento alla nostra più grande e ininterrotta avventura interiore; credo di non aver neppure bisogno della parola Dio, che a volte mi sembra un suono primitivo, primordiale. Una struttura di rinforzo.) E se la sera, a volte, sento il bisogno di parlare a Dio e dico molto infantilmente: Dio, con me non può andare avanti così e talvolta le mie preghiere possono essere molto incerte e imploranti –, allora è proprio come se mi rivolgessi a qualcosa dentro di me, o come se cercassi di padroneggiare una parte di me stessa.

 

 

 

Il punto cardine presente in questo passo è il commento chiarificatore proposto da Etty Hillesum: “credo di non aver neppure bisogno della parola Dio, che a volte mi sembra un suono primitivo, primordiale. Una struttura di rinforzo.” Quest’affermazione va molto oltre rispetto alla definizione di Dio citata prima: “la parte più ricca e profonda di me in cui riposo, io la chiamo «Dio»”. La locuzione “Una struttura di rinforzo” ci riporta all’uso rilkiano della parola Dio.

 

 

 

Dio vive dentro di noi

 

 

 

Tutto ciò ci porta a formulare la seguente domanda: se Etty Hillesum chiama ‘Dio’ la parte più profonda di sé stessa, vuol dire che Dio è la parte più profonda della sua persona o è qualcosa che, dall’esterno, ha messo radici nella sua interiorità? Tra questi due concetti c’è una notevole differenza. Nel primo caso, la parte più profonda presente in un individuo è divina; nel secondo, Dio ha scelto di dimorare in ogni essere umano. Quel che abbiamo letto nel passo appena citato sembra avvalorare la prima opzione. Altri brani dimostrano invece come Etty Hillesum immagini Dio che va a risiedere nella persona muovendosi addirittura all’interno del corpo, dalla testa al cuore. Ciò viene spiegato dal brano contenuto in una lettera del 25 gennaio 1942:

 

 

 

Il Cosmo si è spostato dalla testa al cuore o, per quanto mi riguarda, al diaframma: in ogni caso, dalla testa a un’altra zona. E una volta che Dio ha traslocato dentro di me, prendendo possesso di uno spazio in cui ancora risiede, allora sì, di colpo sono cessati i dolori alla testa e allo stomaco!

 

 

 

Non sempre Etty Hillesum aveva accesso a Dio. La giovane ebrea illustra dunque questa situazione ricorrendo, il 26 agosto 1941, all’immagine che segue:

 

 

 

Dentro di me c’è un pozzo molto profondo. E in quel pozzo c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo, più spesso è coperto da pietre e detriti, allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterarlo di nuovo.

 

 

 

All’inizio Etty Hillesum non sarebbe stata in grado di effettuare questo lavoro di scavo da sola, avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Julius Spier. Un ausilio che, in una lettera del 11 settembre 1942, descrive così:

 

 

 

La grande opera che [Spier] ha svolto sulla mia persona: ha dissotterrato Dio dentro di me e lo ha portato alla vita e adesso sarò io a continuare, scavando alla ricerca di Dio nel cuore di tutti gli uomini che incontrerò, in qualsiasi luogo di questa terra.

 

 

 

Dissotterrare Dio dentro sé stessa e le altre persone: una tematica che la Hillesum considera fondamentale. Durante il periodo in cui lavorò nel campo di Westerbork ritenne che questo fosse il suo compito principale. Il 17 settembre scrive:

 

Non è sufficiente di predicarti soltanto mio Dio, di annunciarti agli altri, di disseppellirti nei cuori degli altri. Tocca a liberare negli altri la strada che porta a te, mio Dio e perciò uno deve essere un grande conoscitore dell’animo umano. Si deve essere uno psicologo esperto. I rapporti con padre e madre, ricordi giovanili, sogni, sensi di colpa, complessi d’inferiorità, insomma tutto quanto. In ognuno che viene da me comincio un cauto cammino di ricerca. Gli attrezzi per aprire negli altri un varco che porta a te sono ancora rudimentali. Ma qualche strumento c’è già e lo migliorerò, pian piano e con pazienza. E ti ringrazio, che mi hai dato il dono di poter leggere negli altri e di poter trovare la via negli altri. A volte le persone sono per me come case con la porta aperta. Entro e giro per i corridoi e le stanze e ogni casa è arredata in modo un po’ diverso ma tuttavia sono tutte uguali alle altre, di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio. E ti prometto, ti prometto, cercherò di trovarti ospitalità e un focolare nel maggior numero di case possibile.

 

 

 

Dio come una persona di fronte a sé

 

 

 

Quando Etty Hillesum promise a Dio che Gli avrebbe trovato una dimora, Gli parlò come se stesse parlando a una persona che le stava di fronte, quindi nella maniera della Bibbia che abbiamo indicato sopra. Sembra che abbia attraversato il confine tra un Dio immanente e uno trascendente. Ma è davvero così? Vediamo il passo del l’11 luglio 1942:

 

 

 

Molte persone mi rimproverano l’indifferenza e la passività e dicono che mi arrendo così. E dicono: chiunque sia in grado di sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, è un dovere. […] Il buffo è che, sia che rimanga qui, sia che venga trasferita altrove, non mi sento nelle loro grinfie. Trovo tutto questo banale e grossolano, non riesco assolutamente a seguire il ragionamento, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento solo nelle braccia di Dio, per dirla con qualche bella parola; e che ora mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del quartiere ebraico o fors’anche in un campo di lavoro sotto la sorveglianza delle SS, credo che mi sentirò sempre nelle braccia di Dio.

 

 

 

In questo passo Etty Hillesum esprime la sensazione stando alla quale si sente più nelle braccia di Dio che nelle grinfie dei nazisti. L’immagine è in contrasto con la metafora del Dio che si trova dentro di lei. Nel brano appena citato descrive Dio come qualcuno che la prende tra le sue braccia e la protegge. Si tratta di una metafora? O magari di alcune frasi volte a esprimere un senso di sicurezza e calore derivante dalla presenza di un Dio che esiste al di fuori di lei?

 

In un altro brano la giovane ebrea non parla delle braccia di Dio ma della Sua mano, che la guida sul proprio cammino. Il 25 novembre 1941 scrive:

 

 

 

Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di tranquillità. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non avere paura.

 

 

 

Risulta evidente, nel passo appena riportato, che Dio è un essere nelle cui braccia Etty Hillesum riposa e di cui seguirà il volere. Oltre all’immagine di Dio che dimora nella sua interiorità, aveva un altro modo di scrivere di Dio: traendo cioè spunto da quanto è stato scritto sul Dio di Israele nella Bibbia. E tutto ciò ci induce a porre la seguente domanda: fino a che punto la Hillesum si è ispirata, per il proprio concetto di Dio, al Dio della Bibbia?

 

 

 

Il Creatore del cielo e della terra

 

 

 

Su un punto la Hillesum si trovò sulla stessa lunghezza d’onda degli autori biblici: Dio è il creatore del cielo e della terra. Trova il primo capitolo della Bibbiaaffascinante ma, come scrive il 28 giugno 1942, anche “terribilmente ingenuo”:

 

 

 

Con 5 tavolette di carbone e una mentina, prese a stomaco vuoto, ho letto il primo capitolo della Genesi. La trovo davvero impressionante: “La terra era informe e deserta, le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.” E forse, da parte mia, può sembrare impertinente, mi sembra però che il resto del capitolo sia alquanto naïf. Mi hanno commossa soprattutto quei “grandi mostri marini”.

 

 

 

Ho già tentato di irrompere in più passi della Bibbia, una volta in Giovanni, un’altra nei Salmi, ecc. Stamattina mi sono ripromessa di ricominciare dalla prima lettera dell’Antico testamento e ogni mattina, a stomaco vuoto, un passetto oltre. Prima o poi dovrò chiedere al mio amico lettore-della-Bibbia perché trovo quel capitolo così naïf da lasciarmene, in un modo o nell’altro, commuovere.

 

L’immagine di Dio come Creatore del cielo e della terra viene sottolineata nel seguente passo tratto da una lettera del 18 agosto 1943:

 

 

 

Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a pieni mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i piedi piantati sulla tua terra, gli occhi rivolti al tuo cielo, le lacrime mi scorrono sul volto, lacrime che sgorgano da profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera.

 

 

 

In Etty Hillesum ci imbattiamo nell’opinione, da ritenersi tipicamente ebraica, che valuta positivamente la creazione. Nonostante tutto ciò che gli uomini si fanno l’un l’altro, la Hillesum continua a lodare la creazione di Dio. Fa inoltre sua l’idea, risalente agli scrittori biblici, stando alla quale l’uomo è stato creato a immagine di Dio. Per lei, come abbiamo già visto sopra, è un punto fondamentale. Sono stati creati a immagine di Dio – c’è Dio anche in loro – pure gli uomini che si combattono durante la guerra. La Hillesum vuole tenere i piedi per terra, in realtà, ma nel frattempo continua a lodare la creazione, come vediamo molto chiaramente nel seguente passo del 29 maggio 1942:

 

 

 

Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili si fanno l’un l’altro su questa terra, in questa epoca tempestosa. Ma non per questo mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio sfuggire dinanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso non dà più traccia di sé. Io non me ne sto qui in una stanza tranquilla ornata di fiori, a sguazzare tra Poeti e Pensatori glorificando Iddio, non sarebbe affatto difficile, né credo di essere così «fuori dalla realtà» come dicono inteneriti i miei buoni amici. Ogni persona ha la sua realtà, lo so, ma io non sono una visionaria, persa nei sogni, un’«anima bella» ancora un po’ immatura […]. Guardo il tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifiugiarmi nei sogni – voglio dire che accanto alla realtà più atroce c’è posto per qualche bel sogno – e continuo a lodare la tua creazione, malgrado tutto!

 

 

 

La vita è bella e ha un senso – e vediamo di nuovo come Etty Hillesum esprima il tipico ottimismo ebraico, che ha dato a questo popolo la forza di sopravvivere a duemila anni di persecuzioni e angosce. Anche se la Hillesum era consapevole delle intenzioni dell’occupante tedesco, volte alla distruzione degli ebrei d’Europa, ha continuato a credere in Dio e nella vita. Vediamo questo brano scritto il 7 luglio 1942:

 

 

 

Di minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta a testimoniare, in ogni situazione e nella morte, che questa vita è bella e colma di senso e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora.

 

 

 

Ma perché – ci domandiamo – non è stata colpa di Dio se nel 1942 la Sua creazione era così a repentaglio da indurre tutti quanti, nel mondo, a correre, a combattere, a rubare e ad ammazzare? Questa domanda ci porta al cuore del messaggio che Etty Hillesum ha lasciato ai posteri.

 

 

 

Responsabilità

 

 

 

Abbiamo visto come negli scritti della Hillesum Dio sia il creatore del cielo e della terra; il che viene affermato del resto anche nella Bibbia. Secondo il credo degli Apostoli, Dio possiede però un ulteriore connotato, e cioè la sua onnipotenza.

 

Io credo in Dio, Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra.

 

Ma non è così che Etty Hillesum percepiva Dio. Egli, a differenza di quanto ci insegna la tradizione, non è onnipotente. Non può aiutarci. Siamo noi, vale a dire coloro che da Lui sono stati creati, a doverlo aiutare, come risulta dal testo hillesumiano forse più celebre, la preghiera della domenica mattina che risale al 12 luglio 1942:

 

 

 

Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle miei preoccupazioni per il futuro, ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu dentro di me non ceda, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze, appartengono a questa vita anch’esse. Io non ti chiamo a risponderne, sarai tu più tardi a chiamarci a risponderne. E, quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutarti, e che dobbiamo difendere fino all’ultimo la tua casa dove tu dimori in noi.

 

 

 

Etty Hillesum è del parere che Dio non riesca a influenzare le vicende umane. Questa idea costituisce l’esatto contrario dell’immagine biblica di un Dio Redentore che agisce nella storia. La Hillesum fa un ulteriore passo in avanti e afferma che “siamo noi a dover aiutare Te”. A differenza dell’affermazione precedente, tale ultima nozione non è estranea all’ebraismo. Concetti cabalistici quali Tsimtsum e Tikun Olam hanno ricevuto, col passare del tempo, un’interpretazione più pratica e meno spirituale; nella filosofia ebraica moderna l’uomo è di conseguenza concepito come colui che aiuta Dio nel rimettere in ordine il mondo. Questa convinzione appare agli antipodi della dottrina di un Dio onnipotente, ma non oltrepassa i confini del pensiero ebraico.

 

Il passo citato del diario ha dato origine a qualche equivoco. Etty Hillesum non sostiene che Dio sia indifeso e che noi esseri umani dobbiamo dunque aiutarlo. Il concetto di un ‘Dio indifeso’, in lei, è assente – la Hillesum intende dire che Dio si trova al di fuori delle vicende umane e non è pertanto in grado di intervenire. Badare a sé stessi spetta agli uomini.

 

Invece di aspettarsi aiuto da Lui, sono questi ultimi che devono aiutarlo. Dio non può fare nulla per mutare il corso delle vicende belliche. Non è colpa sua, se gli orrori si perpetuano – sono imputabili agli esseri umani. La creazione di Dio è buona come bella è la vita – nonostante la guerra e le persecuzioni. In una lettera della fine di giugno del 1943, indirizzata al suo amico Han Wegerif, la Hillesum scrive:

 

E malgrado tutto si approda sempre alla stessa conclusione: la vita è pur sempre buona, non dipende da Dio se le cose, a volte, vanno tanto male, ma dipende da noi. Questa è la mia conclusione, anche ora, anche se sarò spedita in Polonia con tutta la famiglia.

 

Dal momento che la violenza è commessa dagli uomini, delle cui azioni Dio non è responsabile pur riservandosi il diritto di chiamarli a risponderne. Egli non è responsabile di tutta questa violenza e ingiustizia. Non lo riguarda, è affare degli uomini. Costoro non possono nascondersi dietro Dio ma, come sta scritto nella Bibbia, dovranno giustificarsi al Suo cospetto. Diceva la Hillesum nel passo appena citato: “Io non chiamo in causa la Tua responsabilità. Più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi.” E lo ripete addirittura due volte, con profonda partecipazione emotiva, nel passo del 29 giugno 1942:

 

 

 

Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui. So quel che ci può ancora succedere. Adesso io sono separata dai miei genilori e non li posso raggiungere, anche se si trovano a due ore di viaggio da qui: ma so esattamente in che casa abitano, so che non patiscono la fame e che sono circondati da molte persone ben disposte verso di loro. E anche loro sanno dove sto io. Ma potrà venire un tempo in cui non saprò più niente, e i miei genitori saranno deportati e moriranno miseramente, chissà dove: so che può succedere. Le ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati dall’Olanda in Polonia, passando per la Drenthe. E, secondo la radio inglese, dall’aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre.

 

Eppure non riesco a trovare insensata la vita, Dio, non ci posso fare nulla. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le insensatezze che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future, in un modo o nell’altro so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di senso. Ogni minuto.

 

 

 

Mentre la Shoah veniva perpetrata, Etty Hillesum ha dato una risposta inequivocabile alle molte domande che sono state poste nel dopoguerra sul perché Dio non sia intervenuto quando i nazisti hanno perseguitato e sterminato il Suo popolo. “E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi!” Mentre altri ritenevano Dio responsabile per i crimini di guerra commessi dagli uomini, la Hillesum era in grado di distinguere tra i diversi ambiti di responsabilità. Gli esseri umani sono responsabili per quel che fanno. Dio non c’entra. La domanda non è: dov’era Dio durante la Shoah, ma piuttosto: dov’era il genere umano durante la persecuzione del popolo ebraico?

 

Per quanto riguarda la concezione di Dio di Etty Hillesum, abbiamo pertanto due elementi fondamentali.

 

C’è, in primo luogo, un doppio concetto di Dio. La combinazione tra la nozione di Dio in quanto parte più profonda di sé e la visione biblica di un Dio che ci guarda, è un modo di pensare Dio che trova ampi consensi. In questa immagine di Dio ben si integrano due concetti teologici: quello relativo a un Dio immanente e a uno trascendente.

 

In secondo luogo, c’è l’idea di un Dio che non interviene nella storia umana; riguardo alle nostre azioni, Egli può tuttavia sempre richiamarci alle nostre responsabilità. Si tratta di un concetto davvero intrigante che toglie ogni ragion d’essere a una serie di domande inutili quali: perché Dio permette il genocidio? Perché permette lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Quesiti di questo genere si fondano su un presupposto: Dio deve impedire agli uomini di fare del male. E ponendoci domande simili noi tendiamo a declinare ogni responsabilità per le nostre azioni e quelle altrui. Tale tipo di domande, inoltre, non chiarisce affatto la nostra concezione di Dio. Quello che ha scritto Etty Hillesum ci porta invece fuori dalle ombre dell’agire umano e sulla strada che ci riconduce a Dio.

 

 

 

2. Credere negli uomini

 

 

 

Etty Hillesum non si limita ad affermare il suo credo in Dio ma, nonostante tutte le atrocità da loro commesse durante quegli anni di guerra, anche negli uomini. Non si stancò mai di ripetere che le persone non avrebbero dovuto odiarsi a vicenda ma, al contrario, si sarebbe dovuto lavorare per eliminare l’odio nel mondo o, almeno, per tentare di mitigarlo. Questa convinzione irenica suscitò delle reazioni negative già durante la sua vita ma anche oggi, dopo la pubblicazione dei suoi diari, rimane per alcuni lettori un aspetto difficilmente comprensibile. Il secondo aspetto del significato attuale della sua opera, che desidero proporvi riguarda il modo in cui Etty Hillesum si oppose alla coltivazione di un immagine del nemico, di cui intuiva le importanti conseguenze.

 

È importante notare come Etty Hillesum abbia rifiutato le conseguenze delle azioni destinate ad alimentare l’animosità. L’idea che vede nel singolo individuo il nemico del suo simile sta alla base di ogni conflitto armato. La guerra in Bosnia ne è un esempio straziante. Fino al 1992, i diversi gruppi etnici che formavano l’insieme della popolazione (croati cattolici, serbi ortodossi, bosniaci musulmani ed ebrei), avevano vissuto in pace. Dopo la disintegrazione della Jugoslavia le popolazioni si sono trovate coinvolte in una spirale di violenza, odio e terrore, il tutto basato sulla convinzione della reciproca ostilità. E ora, finita la guerra, quelle stesse popolazioni sono chiamate a collaborare per ricostruire la propria vita e il proprio paese.

 

Considerata da questa prospettiva, la concezione di Etty Hillesum non ha perso nulla del suo significato per noi oggi. Nell’annotazione diaristica del 27 febbraio 1942 la giovane ebrea descrive, con il suo stile inconfondibile, la visita alla scuola di Amsterdam che era stata espropriata dalla Gestapo:

 

 

 

Mercoledì mattina presto, quando ci siamo trovati in tanti in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro la scrivania quanto quelli che venivano interrogati. Ciò che avrebbe deciso la vita di ciascuno sarebbe stata la disposizione mentale nei confronti di quei fatti.

 

Si notava subito un giovane che camminava su e giù con un`espressione palesemente scontenta, assillato e tormentato. Davvero interessante da osservare. Cercava dei pretesti per urlare a quei poveri ebrei: Mani fuori dalle tasche per favore. ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti.

 

Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: Che ci trova di ridicolo? Avrei risposto volentieri: Niente, tranne lei, ma per diplomazia m’è parso meglio lasciar perdere. Lei non fa che ridere, continuava a urlare lui. E io, in tutta innocenza: Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale. E lui: Per favore non dica scemenze, vada fffuori, con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l’ho capito troppo in fretta.

 

 

 

Nel passo citato la Hillesum unisce alla lucida analisi di quel che succede nell’aula della scuola un ammirevole distacco e una sottile ironia. Rifiutò di partecipare alla scena, allestita dalla Gestapo allo scopo di intimidire e spaventare gli ebrei presenti, sottraendosi dall’interpretare il ruolo che le era stato assegnato, quello del nemico. Rifiutò per non lasciare che l’odio, nutrito per il giovane membro della Gestapo solo in quanto schierato nella parte avversa, la soggiogasse. Per lui, sentiva piuttosto pietà.

 

Sarebbe tuttavia scorretto pensare che Etty Hillesum non si rendesse conto che quel tipo di persona avrebbe potuto essere un assassino. Scrive, al contrario, nello stesso passo:

 

 

 

[…] ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere finché non possono fare del male, ma che diventano pericolissimi se sono lasciati liberi di aggredire altri esseri umani, e vanno eliminati. Ma a essere criminale è solo il sistema che utilizza questi uomini.

 

 

 

Rinunciare all’animosità non significa certamente rinunciare a combattere il male con tutti i mezzi. Ma è il sistema, e non l’individuo, che va combattuto. Pensando a quanto l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 abbia risvegliato l’animosità dell’occidente, è interessante notare come la pagina del diario del 23 settembre 1942 sia tornata a essere estremamente attuale. Per me questo passo è particolarmente significativo perché è indirizzato a mio padre, con il quale condivido il nome:

 

 

 

Klaas, volevo solo dire questo: abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi. E non ci siamo nemmeno quando dico che esistono carnefici e persone malvagie anche tra noi. In fondo, non credo affatto nelle cosiddette «persone malvagie».

 

Vorrei poter raggiungere le paure di quell’uomo e scoprirne la causa, vorrei ricacciarlo nei suoi territori interiori, Klaas, è l’unica cosa che possiamo fare di questi tempi.

 

Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: Ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse? Ho risposto: Ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra era cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità – e che cosa pensi del risultato, se è lecito chiedertelo?

 

E con la solita passione, anche se cominciavo a trovami noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: È proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo alternative di sorta, ognuno di noi deve raccogliersi ed estirpare da se stesso e distruggere ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo a questo mondo lo rende ancora più inospitale.

 

E Klaas, vecchio e indomabile militante di classe, ha replicato sorpreso e sconcertato insieme: Sì, ma… ma questo sarebbe di nuovo cristianesimo!

 

E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma: Certo, cristianesimo – e perché no poi?

 

 

 

Ma come possiamo eliminare l’odio dai nostri cuori, avendo tanti motivi per odiare? L’unica soluzione individuata da Etty Hillesum stava nel cercare la risposta nell’amore, come indica il passo che proponiamo qui, che sembra tratto da un libro dei nostri giorni avente per argomento la gestione di un modo di vivere ma che, invece, fu scritto nella notte del 20 giugno 1942, alle dodici e mezzo:

 

 

 

Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione capace di angosciare l’anima. Si deve insegnarlo agli Ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano di percorrere le strade verso la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento ma a privarci delle nostre forze migliori, col nostro atteggiamento sbagliato, siamo noi stessi: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e la millanteria che maschera la paura. Certo, ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: a derubarci da soli siamo soprattutto noi stessi. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma ciò non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto allora verrà da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dell’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. Eppure è l’unica soluzione possibile.

 

 

 

“Credo in Dio e negli uomini.” Questo è il risultato finale della ricerca spirituale intrapresa da Etty Hillesum durante gli anni della guerra. Un credo che dimostra come la sua spiritualità non costituisse solo un cammino verso la propria interiorità più profonda ma come la fede in Dio segua anche il percorso inverso, dall’interiorità al mondo esterno. Il rivolgersi verso il sé diventa in tal modo un impegno nei confronti del prossimo. L’incontro con Dio, per lei, era indissolubilmente legato alla ricerca di Dio nei suoi simili, negli individui, malgrado le nostre scelte privilegino sovente l’odio sull’amore, la guerra sulla pace. Qualche volta la cruda realtà delle persecuzioni, con la quale dovette fare i conti, fu tuttavia troppo difficile da sopportare anche per lei. Nella lettera del 24 agosto 1943 scrisse:

 

 

 

Se penso alle facce della scorta armata in uniforme verde, mio Dio, quelle facce! Le ho osservate una per una, dalla mia posizione nascosta dietro una finestra, non mi sono mai spaventata tanto come per quelle facce. Mi sono trovata nei guai con la frase che è il leitmotiv della mia vita: E Dio creò l’uomo a Sua immagine. Con me questa frase ha vissuto una mattinata difficile.

 

 

 

Nonostante ciò che visse quotidianamente, la Hillesum non venne meno al suo credo: in Dio e negli uomini. Un credo che, avendo costei affidato i suoi diari a mio padre, Klaas Smelik, è ormai da decenni a disposizione dei lettori di tutto il mondo. E ciò soddisfa il suo desiderio di diventare utile ai posteri.

 

 

 

Mi piacerebbe vivere a lungo per riuscire a spiegarlo, e se questo non mi sarà concesso, bene, qualcun altro lo spiegherà al posto mio, e colui continuerà a vivere la mia vita dove è rimasta interrotta e perciò debbo viverla meglio, in ogni suo aspetto e con la massima convinzione sino all’ultimo respiro, in maniera che quanti mi succederanno non dovranno più ricominciare tutto daccapo né superare le mie stesse difficoltà. Non è qualcosa fatto per i posteri anche questo?

 

 

 

I due temi che vi ho proposto bastano per sottolineare come questa donna ebrea seppe dare forma alla sua dignità e identitità, in un’epoca in cui si fece di tutto per eliminarli. Ed è per questo motivo che le generazioni dopo di lei si ispirano alla sua opera e al suo pensiero. Che la sua memoria sia la nostra benedizione.

 

 

 

 

 

 

Testo, rivisto dall’Autore, della conferenza tenuta a Brescia l’11.12.2014 su invito della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura


Edith..

"L'essenziale è solo che ogni giorno si trovi anzitutto un angolo tranquillo in cui avere un contatto con Dio, come se non ci fosse nient'altro al mondo.“

 

 

 

Edith Stein

 

 

 

Alla scuola della Croce

 

 

 

 

 

 

 

Se ci si allontana da lui per andare verso la ve-«0 rità, non si farà molta strada senza cadere fra le sue braccia» (S. Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 32). Simone Weil oblitera con noi pellegrini il biglietto per un breve sguardo sul cammino di fede di Edith Stein. In Storia di una famiglia ebrea, la Stein racconta che presto perse la fede della sua infanzia, la fede ebraica, maturando il suo non liquet rispetto al problema della fede, profondo grido di chi, assetato di verità, rifugge la "fabbrica di immagini di Dio" e detronizza tutti gli dèi, cifra della sua lotta con l'angelo. Negli appunti in cui rielabora il vissuto di quel periodo si legge: «quello che non rientrava nei miei piani, era nei piani di Dio. Ad ogni nuovo evento di tale tipo, si fa più viva in me la convinzione, dettata dalla fede, che nella prospettiva di Dio non esiste il caso, che la mia intera vita è tracciata, fin nei minimi particolari, dai disegni della Provvidenza divina» (E. Stein, Essere finito e essere eterno, Città Nuova, Roma 1988, p. 153). Così sembra provvidenziale, per la gestazione della sua fede, l'appassionata attitudine alla ricerca filosofica, libera dal pericolo di ogni riduzionismo ed esclusivismo, complice sia il metodo fenomeno-logico dell' epochè, che rigetta schemi preconcetti e accoglie ogni cosa senza pregiudizi, sia l'ambiente di amici come Scheler e Reinach, filosofi da poco convertiti al cristianesimo. D'altronde, la fede biblica si nutre pienamente di ciò che l'uomo produce e al tempo stesso lo rielabora.

 

Anche lo scandalo del male sembra provvidenzialmente ordinato all'esperienza del Numinosum che le si manifesta in primis con la testimonianza di pace di una giovane amica rimasta vedova. Questa, seppur confessandole di essere lacerata nel cuore per la perdita in battaglia del marito, riesce ad accettare la morte vivendola come partecipazione al sacrificio della Croce. Edith annota: «quello fu il primo incontro con la Croce, con quella forza divina che essa comunica a chi la porta... In quello stesso istante la mia incredulità crollò... vinta dalla luce del Cristo che si sprigionava dal mistero della Croce» (cit. in Teresa Renata dello Spirito Santo, Edith Stein, Morcelliana, Brescia 1952, p. 104). Il grido umano era diventato un grido divino, Dio non spiega il motivo del male, ma lo abita.

 

L'illuminazione definitiva avvenne nel 1921 leggendo d'un fiato la Vita di santa Teresa d'Avila. Il dubbio di fede tace, la voce atea ora confessa: questa è la verità! Verità che non lascia più spazio alla paura: «So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell'uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza... O sarebbe "ragionevole" il bambino che vivesse con il timore continuo che la madre lo lasci cadere? Nel mio essere, dunque, mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere» (E. Stein, Essere finito e Essere eterno, cit., p. 96). Nella maturità dell'opera Essere finito e Essere eterno, la filosofa si smarca dal sentimento della paura che nasce dalla considerazione della finitezza umana: la caducità dell'uomo non è limitante distanza da Dio, ma confine tra due terre che si schiudono reciprocamente nella realtà descritta dalla Genesi dell'homo imago Dei. Se il chicco di grano non muore resta solo e non porta frutto, ma se, sapendosi sostenuto, sceglie di morire a se stesso per un amore più grande, allora porta frutto. Edith Stein ormai suor Teresa Benedetta della Croce fa propria la lezione di san Giovanni della Croce sulla Notte oscura: «Ecco perché l'anima può considerare l'aridità e l'oscurità come felici indizi; indizi che Dio è intento a liberarla da se stessa, strappandole di mano l'iniziativa» (E. Stein, Scientia Crucis, Ed. Ocd, Roma 2011, p. 159), amando non più i doni di Dio ma il Dio dei doni. Scrive la Weil: «Egli è colui che, mediante la notte oscura, si ritira per non essere amato come un tesoro da un avaro. Elettra che piange Oreste morto. Se si ama Iddio pensando che non esiste, egli manifesterà la sua esistenza» (S. Weil, L'ombra e la grazia, Edizioni di Comunità, Milano 1951, p. 63).

 

 

 

 

(Flavia D'Avola)


 

 

 

 

Da Edith Stein a Teresa Benedetta

 

 

La giovinezza inquieta di una filosofa, martire cristiana

 

Lodovica Maria Zanet

 

 

 

 

Bad Bergzabern (Renania-Palatinato), estate 1921. In casa di amici, una trentenne intellettuale tedesca di famiglia ebraica, Edith Stein, si ritrova sola. Potrebbe uscire anche lei, incontrare qualcuno, forse andare a camminare. Decide invece di restare a casa, e fa la cosa a lei più consona: si avvicina ai rifornitissimi scaffali della biblioteca e prende un libro. Non vi presta grande attenzione, non lo sceglie dopo attenta disanima, escludendo altre opzioni: piuttosto, se lo ritrova in mano. È il Libro della Vita di Teresa de Cepeda y Ahumada, scritto dalla stessa. In quelle pagine, la grande santa di Avila, mistica, poi dottore della Chiesa – donna “inquieta e vagabonda” come i suoi nemici la definivano – racconta se stessa e le sue grazie mistiche ai direttori spirituali. Da una parte dunque sta, in quella notte di Bad Bergzabern, il raffinato siglo de oro spagnolo, con i suoi fasti e la sua cultura, la sua temibile Inquisizione e le conquiste oltre oceano; dall’altra la cupa Germania tra le due guerre, prostrata dalla sconfitta nel Primo Conflitto Mondiale e in disperata ricerca di riscatto. Da una parte c’è il cristianesimo, raccontato per via esperienziale da una donna, Teresa, che trattava Gesù come amico e definisce la preghiera come il frequente trattenersi, da soli a Solo, con Colui da cui sappiamo d’essere amati. E dall’altra c’è lei, Edith Stein: nata a Breslavia (oggi Wrocław in Polonia) il 12 ottobre 1891, ebrea di famiglia, atea dichiarata sin dalla prima adolescenza, esploratrice in punta di concetto tra le tesi della fenomenologia tedesca dell’epoca, professata dal celebre e incompreso Edmund Husserl.

Non c’è dunque nulla, in Edith, che paia ricollegarla al mondo di Teresa. Non la fede, non la tradizione culturale. E senz’altro non il carattere: riservato e schivo per Edith, solare ed espansivo per Teresa. Teresa chiedeva a Dio il dono di essere amata da molti. Edith ambiva a capire molto. Teresa si lasciava invadere dalla realtà. Edith muoveva alla sua conquista, con acribia non inferiore a quella che il suo maestro, Husserl appunto, amava descrivere citando l’incisione di Dürer Il cavaliere, la morte, il diavolo: una scena in bianco e nero ove per restar vivi urge superare lo scoglio dell’inganno.

Qualcosa però, in quella notte, accade. Edith divora le pagine del Libro della Vita: il mattino dopo si dice l’avesse già terminato. «Questa è la verità», afferma. Acquista un Messale e un Catechismo e si presenta al parroco del luogo, chiedendo il battesimo. Lo riceverà alcuni mesi più tardi, il 1° gennaio 1922. Morirà, carmelitana scalza e martire, ad Auschwitz nell’agosto 1942. Nel 1933, nell’infuriare della follia nazista, quando ogni strada di docenza le era ormai preclusa, dopo 12 anni di attesa sarebbe entrata lei stessa nel Carmelo, riformato da Teresa nella sua Castiglia nel 1562.

 

Chi è Edith

 

Chi è, però, Edith Stein? E perché quel passo, in apparenza così azzardato e illogico – che non cesserà di stupire gli amici e scandalizzare i familiari –, dall’ebraismo al cristianesimo transitando da oltre quindici anni di convinto ateismo? «Secretum meum mihi», lei dice: confermando che le cose più importanti stanno dentro, e nessun le saprà mai. Sappiamo però alcune cose. Edith è la più piccola di una numerosa famiglia slesiana. Sono ebrei e professano la fede dei padri. Piccolissima, spetta a lei porre le domande di rito per il Seder di Pesah. Cresce sveglia e riflessiva, interiormente vivace. Composta all’esterno, Edith custodisce però dentro le cose più vere. Le attende, le chiede, le accoglie. Solo dopo le comunica, se necessario. Grande osservatrice, esamina i comportamenti umani con scientifica analiticità: ma sa comprendere e scusare, e ha una spiccata intelligenza emotiva. Tredicenne, la prima svolta: non avrebbe più creduto in Dio. L’atto del credere aveva smarrito per lei ogni ragionevolezza. Edith non si riconosceva nelle tradizioni di famiglia, non riusciva a farle proprie ed era interessata ad altro. E allora se ne distacca, con una radicalità per certi aspetti sconcertante, ma sua tipica: la (reale o supposta) chiarezza di pensiero determina qui un’assoluta linearità della volontà, un’inflessibilità della scelta che non ammette ripensamenti. Ed Edith comincia allora a cercare nell’umano la risposta al divino ormai assente, senza ancora sapere che in Cristo essi erano già ricongiunti.

Sceglie così di studiare letteratura tedesca, storia, psicologia. Ma è brava e si stanca presto di maestri che esauriscono davanti a lei gli argomenti e il fascino. Le parlano allora della fenomenologia, un nuovo modo di fare filosofia praticato a Gottinga da Edmund Husserl, Adolf Reinach e un gruppo di temerari giovani, che criticavano Kant, le altre grandi autorità del pensiero e volevano ritornare alle cose stesse. «Ritornare alle cose stesse» significava: privilegiare la realtà per come appare e si manifesta, rispetto alle teorie (pur necessarie) che ambiscono a comprenderla. Era come se avessero detto ad Edith di tornare a camminare in montagna anziché studiare il tracciato dei sentieri sulla cartina. Lascia tutto e parte. Trova un mondo molto diverso, di confronto ampio, di amicizie al femminile e al maschile. Di amore, anche, che farà però fatica ad accogliere e a integrare nel proprio vissuto, senza riuscire ad arrendersi a un sentimento che diventasse progetto di vita.

Edith Stein ha quasi 23 anni quando scoppia la guerra. Lei diventa crocerossina volontaria al fronte. Husserl perde un figlio. Muore il suo migliore amico, Adolf Reinach: era sposato con Anna, una della poche donne laureate in Fisica del tempo. Ed Edith, un giorno, la va a trovare. È convinta di incontrare una donna annientata dal dolore. Forse prova a prepararsi parole consolatorie, senza però sapere bene – e si tratta per lei di un’esperienza inedita! – cosa dire. Quando però incontra Anna capisce che le sue sarebbero state parole vuote, parole vane. La luce della Croce di Cristo si staglia davanti a lei, per la prima volta, come un mistero affascinante di dolore e di amore.

Edith intanto è una studentessa che si avvia a diventare una studiosa. Si laurea infatti, con una tesi sull’empatia: quel fondamentale atto umano per cui siamo capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi è nel pianto, di farci tutto a tutti, di avere gli stessi sentimenti: sono parole di San Paolo – che la Stein allora non conosce –: in un mondo che precipitava in quegli anni nell’odio, lei si era scelta questo problema, il «problema dell’empatia», per indagare il fondamento delle relazioni sociali cooperative. Scommetteva così sul fatto che esistesse qualcosa oltre l’odio, la rabbia cieca, l’irragionevole furia, o anche solo l’indifferenza che uccide; indaga ciò che accomuna invece di ciò che divide. Inserita in un gruppo di ricerca dove ci si occupa del tema dei valori, degli atti sociali, del bello estetico, della filosofia della natura, Edith aveva cominciato ad allenare nella vita quotidiana quella fondamentale attitudine che la fenomenologia le aveva trasmesso: guardare la realtà a occhi sgranati, se possibile senza pregiudizi, dandole la possibilità di rivelarsi non per quello che si vorrebbe fosse, ma per quello che è. Quando a Bergzabern legge Teresa, in fondo Edith ha solo concesso al diverso la possibilità di bussare alla sua porta.

 

La conversione

 

La conversione è folgorante, totale: Edith passa dal nulla al tutto, anche se il tutto era stato lungamente preparato dalla pazienza del cercare laico e dal rigore altamente sfidante della filosofia. Per lei conversione al cattolicesimo e chiamata al Carmelo sono un tutt’uno: il Carmelo di Teresa, ma soprattutto il Carmelo che si rifà ad Elia, alla Terra del Santo, a quell’Israele parte della sua vita: Edith cristiana recupera così l’ebraismo, che diviene per lei angolo prospettico privilegiato per capire Gesù; e ritorna in sinagoga con la madre, lacerata dalla scelta della figlia ma stupita di ritrovarsela accanto.

Se dai 20 ai 30 Edith aveva bruciato le tappe, in una giovinezza folgorante e dalle molte conversioni – intellettuali, affettive, volitive, religiosa infine –, ora però deve di nuovo affidarsi: quando i suoi coetanei costruiscono e concretizzano una famiglia o una carriera (o entrambe), a lei è chiesto di pazientare. Vorrebbe entrare al Carmelo, ma ne è trattenuta da sacerdoti che la esortano a servire la Germania del tempo come studiosa e docente; ambisce all’Università, ma non riuscirà mai a fare una vera carriera e le leggi razziali ve la estrometteranno definitivamente; legge i santi carmelitani, ma trascorre ogni anno la Settimana Santa nell’abbazia benedettina di Beuron, grande centro di studio. Edith pensa alla consacrazione, eppure il suo cuore di donna le fa intuire la bellezza di un rapporto affettivo, anche se sarà sempre ferma nell’attenersi al proposito di dedizione esclusiva a Cristo e alla Chiesa e sperimenta intanto le tappe esigenti di una maturazione verso il cuore indiviso. Sono passaggi che potrebbero riportarla a un momento di grave crisi simile a quello attraversato da studentessa e allora intrecciato al suo indagare filosofico, quando era arrivata ad auspicare che la morte sopraggiungesse a por fine alle sue sofferenze («Non riuscivo più a percorrere una strada senza avere il desiderio che una macchina mi investisse»). Ma la santità non ha nemici nemmeno nella fatica, nello svuotamento, nella notte oscura dell’anima e della psiche: e ora Edith ha la fede a sorreggerla e il sogno del Carmelo sempre all’orizzonte. Attraverso le ferite della vita e del cuore di Edith Stein, comincia quindi a passare una grazia che consola e conforta le persone che le stanno accanto: allontanatasi per scelta dal mondo della filosofia in senso stretto, insegna per otto anni dalle Domenicane di Spira, divenendo importante punto di riferimento (lei laica) per le giovani in formazione; quindi all’Istituto di Pedagogia scientifica di Münster.

Solo nel 1933, per il precipitare della situazione e la crescente esasperazione della persecuzione antiebraica, l’insegnamento verrà definitivamente precluso ad Edith. Potrebbe forse continuare a insegnare in Sud America: ma lei, abituata a cercare la verità nelle evidenze positive, adesso inizia a comprendere che rappresentano altrettanti segni anche quelle negative, cioè i vincoli, i limiti e le mancanze. Che le indicano ora un tipo di fecondità diversa. Anche chi la dirige spiritualmente (celebre il rapporto con il grande Gesuita padre Erich Przywara) l’aiuta a capire che è venuto il momento di entrare in quel Carmelo dal quale era sempre stata trattenuta per potere servire di più – e meglio – attraverso i doni di parola e di scrittura che aveva ricevuto.

 

Il Carmelo

 

Edith entra al Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, a 42 anni appena compiuti. La anima il chiarissimo convincimento che non l’attività umana, ma solo la passione di Cristo possa salvare: ad essa intende ora prendere parte. Professa perpetua nel 1938 con il nome di Suor Teresa Benedetta dalla Croce, al Carmelo continua l’attività di scrittrice approntando anche la sua ultima e più celebre opera, Essere finito ed Essere eterno: un testo originalissimo, lontano dai parametri della critica scientifica, in cui Edith cita Aristotele con Tommaso, Heidegger con Teresa, insegnando che se la sintesi viene fatta nella vita, essa ha diritto di esistere anche sulla pagina scritta.

Per aver salva la vita passa quindi al Carmelo di Echt, in Olanda. Ma anche qui viene raggiunta, all’inizio dell’agosto 1942. Le SS le intimano di uscire dalla clausura: Edith, con la sorella Rosa (anch’ella convertita al cattolicesimo), superato il campo di smistamento di Westerbork, morirà nel campo di sterminio di Auschwitz pochi giorni dopo: aveva superato i 50 anni e, non rientrando nei criteri di efficienza da lavoro dei prigionieri al campo, era semplicemente stata gettata via come un oggetto inutile. Chi la ricorda, afferma che Edith in quegli ultimi frangenti si prese cura dei bambini, abbandonati dalle loro mamme rese folli dall’ebbrezza del dolore.

Beatificata il 1° maggio 1987, Edith Stein viene canonizzata l’11 ottobre 1998, come martire: infatti ad Auschwitz era arrivata sì come ebrea, ma come ebrea convertita al cattolicesimo, catturata in ritorsione a un proclama ufficiale con cui i Vescovi olandesi prendevano posizione contro le efferatezze del Terzo Reich. L’umano e il divino, dunque, arrivano ora anche in Edith a perfetta sintesi: nel patire della propria carne, è testimone di un mondo che nega Dio e in cui ad Auschwitz anche il silenzio di Dio diventa assordante.

 

Spiegando cosa fosse il Carmelo, Edith Stein un giorno aveva scritto: «Chiunque entri al Carmelo deve consegnarsi tutto al Signore, solo chi valuta il suo posticino in coro, davanti al Tabernacolo, più di tutte le magnificenze del mondo può vivervi e trovarvi di certo allora una felicità quale nessuna magnificenza può offrirle […]. Quanto Dio opera nelle ore di preghiera silenziosa nell’anima si sottrae ad ogni sguardo umano, è grazia per grazia e tutte le altre ore della vita ne sono il ringraziamento». Era il ritornare di Edith – con consapevolezza nuova e la piena maturità dell’età adulta – su quella custodia di sé che non nasceva da un rifiuto della visibilità o dell’amicizia, ma era animato dalla più profonda consapevolezza che non si può dare agli altri quello che non si è; che occorre custodire per donare; che le cose più importanti e vere non vanno mai esibite.


Un percorso di spiritualità ..vita della mente e del cuore..

 

Le ragioni del cuore

 

Bruno Meucci

 

 

Quando si parla di vita della mente si pensa subito alla dimensione intellettuale, come se la parte affettiva fosse irrilevante. In realtà, è impossibile separare il sentire dal pensare: le emozioni tradiscono pensieri e i pensieri sono mossi da emozioni, come illustra un bel libro di Lugina Mortari: un viaggio filosofico-sapienziale nella complessità della vita interiore per superare la semplicistica distinzione tra sentimento e ragione.

 

Pensieri e sentimenti

 

Sentimenti, affetti, emozioni fanno parte dell'intreccio della vita vissuta dove è impossibile separare ciò che si pensa con la testa da ciò che si prova con il cuore. Tutti sappiamo che i nostri pensieri sono influenzati dai nostri affetti e che basta talvolta una giornata andata storta per alimentare pensieri cupi e bilanci negativi. Tutta la letteratura mondiale sta lì a ricordarci di non presumere troppo dal potere della nostra mente perché la mente spesso non è altro che l'umile esecutrice del volere delle passioni e í ragionamenti più solidi di oggi domani possono facilmente vacillare come fuscelli sballottati qua e là dall'onda fluttuante delle emozioni. D'altro lato, però, non prestiamo forse sufficiente attenzione al fatto che anche le emozioni, gli affetti e i sentimenti sono influenzati dai pensieri. Crediamo di essere dominati dal flusso ininterrotto dei nostri stati d'animo, collera, tristezza, ansia, serenità, improvvisa allegria, senza avere la possibilità di intervenire per modificare le condizioni climatiche del nostro cielo interiore. Invece, la nostra vita affettiva è condizionata fortemente dai giudizi che diamo delle cose e delle persone che stanno intorno a noi e che producono emozioni a seconda di come valutiamo gli eventi che ci accadono. Cambiare il modo di vedere certe cose che ci fanno stare male può significare talvolta togliersi un peso dal cuore e sentirsi finalmente meglio. Ciò sembra essere una conferma di quanto sia importante per la nostra vita emotiva la prospettiva con cui guardiamo a noi stessi e al mondo che ci circonda.

Un bel libro di Luigina Mortari dal titolo La sapienza del cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri (Raffaello Cortina Editore, Milano 2017) ha il coraggio di riproporre alla nostra attenzione l'antica questione del rapporto tra il pensare e il sentire, tra ragione e sentimento, tra la mente e il cuore. È ben noto che da lungo tempo nella riflessione filosofica occidentale c'è stata la tendenza a separare il pensiero razionale dalla sfera affettiva della personalità fino a ipotizzare in alcune teorie filosofiche il controllo assoluto della mente sulle passioni, viste come il nemico principale della virtù e della razionalità. Si è venuta a creare ín tal modo una contrapposizione fuorviante tra ragione e sentimento, tra il pensare e il sentire, contrapposizione che il romanticismo non ha fatto altro che confermare, pur ribaltandola a favore del sentimento. A nulla è servito rivalutare l'importanza del sentimento e della vita affettiva in generale perché ancora, nella mentalità comune, si continua a contrapporre le ragioni del cuore alla ragione, mantenendo in piedi una falsa alternativa che nella vita vissuta non esiste. Non è vero, in altre parole, né, da un lato, che la passione sia cieca e priva di ragioni logiche, né, dall'altro, che la ragione sia lucida e priva di qualsiasi coloritura emotiva. Esiste sempre una tonalità affettiva del pensare, come esistono delle ragioni per cui ci sentiamo in un certo modo e non in un altro. L'indagine filosofica e psicologica degli ultimi decenni sí è mossa in questa direzione e il libro di Luigina Mortari è un viaggio che ci porta dentro questa affascinante dimensione.

 

La vita della mente

 

Prendiamo la questione dal lato del pensiero. Scrive innanzitutto Luigina Mortari: «In ambito filosofico, va riconosciuto alla fenomenologia il merito di aver evidenziato che il modo affettivo dell'esserci costituisce un fenomeno esistenziale fondamentale, perché l'esperienza vissuta è sempre affettivamente connotata». L'autrice cita opportunamente autori come Edith Stein, Maria Zambrano, Martin Heidegger per avvalorare la tesi per cui l'uomo, qualsiasi attività egli compia, è sempre consegnato a una situazione emotiva «ed è la qualità dei vissuti emotivi a definire la qualità del proprio modo di sentirsi nel mondo». Se questo è vero, «anche l'attività cognitiva all'apparenza più pura è connotata emotivamente: quella particolare attività della mente che è il pensare al senso dell'esserci trae origine non da un atto cognitivo neutro, bensì dal modo in cui il soggetto sente la qualità della propria condizione esistenziale. È il sentirsi dentro una precisa colorazione affettiva che genera il pensare meditante, quello che sí interroga sul senso dell'esserci» (L. Mortari, cit., pp. 16-17). Lo stretto rapporto che esiste tra il pensiero interrogante della filosofia e la sua profonda tonalità affettiva lo aveva già individuato Socrate nel Simposio platonico quando mette in relazione Eros con la ricerca della sapienza. Se la ricerca della sapienza fosse solo un'attività della mente, essa non avrebbe significato per la totalità dell'esistenza. In realtà, ogni percorso di pensiero, anche quello in apparenza più astratto e lontano dall'esperienza concreta dell'esserci, riceve la sua energia vitale dalle ragioni affettive che lo muovono, dal calore e dall'intensità del sentire. Ogni vero pensiero filosofico nasce «da un'urgenza sentita da dentro la situazione emotiva» (L. Mortari, cit., p. 17).

Quando si parla di vita della mente – insiste Luigina Mortari – si pensa subito alla dimensione intellettuale, come se la parte affettiva fosse irrilevante. Invece il cuore è il vero centro dell'esperienza dell'esserci nella sua totalità, poiché il cuore, come lo intende la Bibbia, non è un organo corporeo, ma il nucleo più intimo della personalità. È col cuore che si fanno i pensieri più profondi, si compiono le esperienze affettive più importanti e si prendono le decisioni più rilevanti. Il cuore, secondo Edith Stein, è l'«intimo dell'anima», «il lato più sensibile dell'essere», tanto è vero che di una persona buona e generosa si dice che ha un cuore grande, viceversa di una persona indifferente o spietata che non ha cuore. Il nostro animo, continua Edith Stein, «è per natura pieno di sentimenti, tanto che l'uno soppianta l'altro e tiene il nostro cuore in continuo movimento, spesso in tumulto e inquietudine». Nel flusso della nostra vita affettiva – commenta la Mortari – non c'è un momento di pausa o di silenzio, neppure – aggiungiamo noi – quando sembra che uno scienziato sia occupato nella ricerca pura o pensi a risolvere un'equazione matematica.

Nel campo delle emozioni, fa notare Luigina Mortari, una svolta nel modo in cui la teoria filosofica ha pensato l'affettività è venuta dalla rilettura di Aristotele e delle filosofie ellenistiche compiuta da Martha Nussbaum. Riprendendo la lezione di queste filosofie antiche, la Nussbaum ha osservato che «i vissuti emozionali non sono impulsi irrazionali che trascinano l'essere di una persona indipendentemente dalle sue convinzioni, ma si situano nella dimensione della razionalità, poiché sarebbe propria di ogni atto affettivo una componente cognitiva» (L. Mortari, cit., p. 32). La componente cognitiva presente in ogni atto affettivo è data dalla valutazione che diamo più o meno consapevolmente della circostanza che stiamo vivendo. Per fare un esempio banale, se mi arrabbio perché un mio amico arriva sempre in ritardo agli appuntamenti è perché ritengo che la puntualità sia un segno di rispetto verso le altre persone. C'è quindi un perché dietro ogni nostro stato emotivo, ciascuno di noi ha una scala di valori in base ai quali giudica cose e persone e quello che sento dipende molto spesso da una valutazione implicita che do sulla realtà e che produce in me emozioni positive o negative. Aristotele nella Retorica esaminava i sentimenti come se fossero "movimenti dell'anima" che accadono "al pensiero di". Ho paura al pensiero di poter subire qualcosa, provo vergogna quando penso di aver fatto qualcosa di riprovevole, sono allegro quando penso di trascorrere una giornata felice. I filosofi stoici affermavano, molto più radicalmente, che i sentimenti sono giudizi che diamo sulla realtà delle cose e che possiamo renderci immuni dalla sofferenza se riusciamo a comprendere da quali pensieri nascono i nostri sentimenti e le nostre passioni: modificare i giudizi equivale per gli stoici a modificare le passioni.

Se proviamo timore al pensiero della morte è perché riteniamo, erroneamente, che la morte sia un danno per il nostro essere. Allora, sostituendo a questo giudizio errato quello corretto, secondo cui la morte del singolo non è un male, ma è un bene per l'universo di cui facciamo parte, è possibile allontanare da sé il timore e vivere serenamente la vita che ci è data.

 

Scoprire se stessi

 

Il discorso di Luigina Mortari vuole farci riflettere su quanto a tutt'oggi sia sottovalutata la dimensione cognitiva dei nostri sentimenti: se l'uomo, in quanto essere incompleto e indeterminato, è consegnato al compito di prendersi cura di sé stesso per dare forma al proprio esserci e determinare il proprio modo di stare al mondo, allora diventa importante andare alla ricerca delle motivazioni razionali che stanno alla base di quello che sentiamo e che spesso condizionano negativamente la nostra vita affettiva. Dalla qualità della nostra vita affettiva dipende la qualità del nostro stare al mondo: poter agire, nei limiti del possibile, sui vissuti affettivi per neutralizzare quelli negativi e favorire quelli positivi fa parte del prendersi cura di sé stessi e può migliorare la qualità della nostra vita. Per fare questo può essere utile riprendere dagli stoici la pratica dell'autocomprensione. Ogni tanto, tutti potremmo sospendere il flusso della coscienza in cui siamo immersi, per esaminare attentamente i nostri vissuti affettivi. Domandarsi perché sentiamo questa o quella cosa, perché siamo tristi o arrabbiati, ci sentiamo allegri o depressi, potrebbe diventare una pratica abituale. Questo porterebbe sempre di più a vederci chiaro sui ragionamenti impliciti che sono all'origine dei nostri sentimenti. Potremmo valutare allora se tali ragionamenti siano giusti o sbagliati, se siano sensati o irrealistici, e decidere poi di cambiarli oppure di mantenerli così come sono perché ci piacciono, perché definiscono il nostro modo di essere, a cui non vorremmo mai rinunciare, anche se talvolta, o molto spesso, ci fa soffrire. Infatti, ognuno di noi ha un proprio modo di stare al mondo, di relazionarsi con gli altri, e questo dipende da quello che implicitamente riteniamo essere più importante e da quello che lo è meno per noi. La scala di priorità implicita nel modo tutto nostro di sentire e di reagire è ciò che determina le persone che siamo. Potremmo arrivare a distinguere quello che ci fa stare bene, perché si concilia con il nostro essere, e quello che invece sempre ci farà stare male, perché è contrario al nostro modo di essere e di sentire. Accettare sé stessi significa alla fine accettare con serenità anche quella parte di sofferenza inevitabile che la vita riserva a un certo tipo di persone. C'è sempre la possibilità, tuttavia, mediante l'autocomprensione, di modificare alcune aspettative irrealistiche che abbiamo sulla realtà, che ci portano a provare dispiacere o frustrazione. Basta imparare a vedere la realtà da un altro punto di vista.

Ciò non significa, ovviamente, sposare una visione razionalistica e gestionale del proprio sé come quella che si vende nei manuali per stare bene o per superare l'ansia o per acquistare controllo sulla propria vita. Ci sarà sempre qualcosa di noi che sfugge alla comprensione e che fortunatamente ci coglie di sorpresa. E poiché siamo esseri fatti per la relazione, la qualità della nostra vita affettiva dipenderà sempre in qualche modo dalle persone che stanno con noi e dall'ambiente che ci circonda. Ma se vogliamo stare al mondo in maniera più consapevole e orientare il nostro essere verso un miglioramento della qualità dei nostri vissuti, allora dobbiamo prendere in seria considerazione ciò che Luigina Mortari dice sulla pratica dell'autocomprensione. Nel Filebo, Socrate afferma che l'anima patisce una condizione di malvagità quando non si sofferma a indagare sé stessa. Senza conoscenza di sé si resta soggetti a tre forme di ignoranza: non capire dove sta la vera ricchezza per la vita; costruirsi una falsa idea di sé; non arrivare a conoscere quali sono i veri "beni dell'anima", costituiti dalle virtù. È questa la grande lezione degli antichi ed è questo lo sforzo che ogni uomo ragionevole è chiamato a compiere se non vuole essere dominato da ciò che gli accade, e diventare artefice, nei limiti del possibile, del proprio destino. «Noi aspiriamo alla trascendenza – scrive Luigina Mortari –.

 

Divenire altro da quello che si è. Per divenire altro, per mettere in movimento l'esserci lungo crinali inesplorati che ci portino verso luoghi inediti dell'esistere, è necessario uscire dalla condizione irriflessiva in cui si tende a stare e conoscersi. L'ignoranza è intrascendenza» (p. 65). 

 

 

(da FEERIA, 2018/1 - n. 53, pp. 9-12)


L'avventura della Santità!

L'avventura della santità

 

Santi giovani e giovinezza dei Santi 

 

Francesco Motto

 

 

 

In una società liquida, come è stata definita l’attuale, trovare dei punti fermi, su cui i giovani possono far leva per progettare il proprio futuro, non è così facile. Alle ideologie totalizzanti e alle utopie che li hanno affascinato nel secolo scorso si è sostituito un triste orizzonte di nichilismo, relativismo, indifferenza e provvisorietà. La costruzione dei miti, del potere, del successo è crollata alla prova dei fatti. Anche i personaggi che sono sembrati modelli cui ispirarsi non hanno retto all’impatto del tempo.

Fra quanti ancora oggi sembrano avere qualcosa da dire ai giovani, ci sono i santi, anche se alla parola santo in prima battuta essi storcono il naso. Al primo posto per loro si collocano alcuni santi con il volto di adolescenti e di giovani del nostro tempo, quelli che nell’esperienza di fede e di carità hanno trovato la risposta all’insopprimibile ricerca del senso della vita. In essi la parola santità, che pure potrebbe apparire priva di rilevanza, ha acquistato un particolare spessore storico; in essi la vertigine della testimonianza di una “misura alta” della vita cristiana è diventata credibile, accessibile. Sono santi-simboli, santi che sentiamo veramente nostri, attuali, perché ci fanno sentire come familiare l’Eterno cui aspira ogni cuore umano.

“La santità è il volto più bello della Chiesa”, ha scritto papa Francesco nella esortazione apostolica Gaudete ed exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo con temporaneo (n. 7). L’appello è stato immediatamente accolto nel recente Sinodo dei vescovi su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. L’Instrumentum laboris si conclude difatti con il capitoletto (n. 214) dal titolo: “Santi giovani e giovinezza di santi”, che viene poi ripreso in buona parte nella Conclusione del documento finale. Ci sembra una buona ragione per adottare lo stesso titolo per l’incipiente rubrica di NPG, che vogliamo qui presentare.

 

Una storia che viene da lontano

 

Si iste et ille, cur non ego? è la memorabile domanda di S. Agostino [1] che in passato veniva abitualmente citata dai predicatori per affermare la possibilità che ciascuno ha di fare grandi cose, in base al fatto che altri sono stati in grado di fare. In realtà l’espressione agostiniana era un po’ diversa, in quanto affermava che ognuno aveva la capacità di percorrere la via della fede e della salvezza grazie all’aiuto di Dio.

Ogni giovane di oggi potrebbe (dovrebbe?) porsi questa domanda: se tanti altri ragazzi e giovani come me hanno percorso la via della fede, della speranza e della carità addirittura fino alla “santità da altare”, perché non posso fare anch’io lo stesso?

Difatti di giovani beati e di giovani santi abbiamo una lunga lista, accanto a quella ancor più lunga di adulti, ad iniziare dai primi tempi della chiesa finire a quelli che sono stati dichiarati santi attraverso l’iter della apposita Congregazione delle cause dei Santi.

Il boom dei riconoscimenti di tale santità in verità si è avuto lungo il pontificato di papa S. Giovanni Paolo II († 2002) che ha proclamato 483 santi e 1342 beati (a fronte di soli 80 beati da metà seicento a metà ottocento). Il 15 febbraio 1992, rivolgendosi agli autori di un volume sulla Storia dei Santi e della Santità cristiana, affermava: “Santità non come ideale astratto, ma come via da percorrere nella fedele sequela di Cristo, è un’esigenza particolarmente urgente ai nostri tempo." [2]. E di nuovo all’inizio del 2000: “Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare in questi anni tanti cristiani e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita“ [3]. Famoso è l’invito alla santità la notte di Tor Vergata (2000): “Giovani, non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio”. E due anni dopo alla GMG di Toronto: “Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità. La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio”.

Papa Benedetto non si è discostato dalla linea del predecessore. Nell’omelia tenuta il 2 settembre 2007 sulla piana di Montorso (Loreto) davanti ad una immensa folla di giovani dopo un breve elenco di giovani canonizzati, affermava: “E penso ancora ai molti ragazzi e ragazze che appartengono alla schiera dei santi ‘anonimi’, ma che non sono anonimi per Dio. Tutti, e voi lo sapete, siamo chiamati ad essere santi”.

A sua volta papa Francesco nell’udienza generale del 19 novembre 2014 ribadiva gli stessi principi: la santità è un dono di Dio, tutti siamo chiamati a farci santi (e non solo chi ha la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera), ciascuno è chiamato a diventarlo nelle proprie condizioni di vita. Ha poi sviluppato il tema nell’esortazione apostolica Gaudete ed exsultate (2018).

 

Santità a tutte le età e sotto tutti i cieli

 

L’affermazione dei papi recenti che tutti sono chiamati alla santità non è una novità nella Chiesa. Tale infatti era ed è la convinzione della Congregazione delle cause dei Santi sulla base del suo mezzo millennio d’ esperienza. Ma già molti secoli prima, S. Ambrogio (†397) sosteneva che ogni età era matura per Cristo [4].

Del resto è naturale per i giovani aspirare a mete alte. Nel loro slancio generoso e assoluto sono attratti dalle imprese, specialmente se grandi e apparentemente impossibili. Desiderosi di autenticità sono disposti ad investire tutte le loro energie laddove percepiscono il senso profondo o il grande valore di quello che loro viene proposto.

Appunto fra loro si annoverano i giovani santi della porta accanto, o la classe media della santità, per usare le parole di papa Francesco [5]: quelli cioè che vivono e sono vissuti accanto a noi, della cui santità forse neppure ci siamo accorti. Quando un male incurabile, un incidente, una mano violenta li ha strappati prematuramente alla vita, solo allora forse abbiamo riconosciuto di essere stati testimoni di una forma particolare di eroismo cristiano.

Nelle più diverse situazioni di vita affettiva, familiare, lavorativa, ecclesiale, sociale sono figure straordinariamente attuali l’ingegnere Filippo Gagliardi, il grande animatore d’oratorio nel Novarese; Carlotta Nobile, la musicista di fama passato dal cancro alla fede e già “giovane testimone del sinodo”; Giulio Rocca, l’ateo volontario in Perù con l’Operazione Mato Grosso che voleva diventare prete; Santa Scorese, la martire dello stalking; Carlo Acutis, esperto di informatica ma anche innamorato dell'Eucaristia; Floribert Bwaba Chui, il funzionario congolese che si è opposto alla corruzione; Ragheed Ganni, il prete caldeo trucidato a Mosul nell'inferno dell'Iraq. E si potrebbe continuare con tanti altri sotto tutti i cieli, perché nessun Paese ha l’esclusiva di una vita cristiana feconda vissuta in profondità.

 

Santi giovani

 

Resta il fatto che la Chiesa indica tali giovani, beatificati o meno, come protettori dei giovani d’oggi, come “riferimenti per la loro esistenza” in quanto si riconoscono “più recettivi di fronte ad una ‘narrativa di vita” che non ad un astratto sermone teologico [6].

Ne presentiamo alcuni, che per varie ragioni si possono ritenere più “rilevanti” come modelli da ammirare e imitare. Tutti sono accomunati per età giovanile, ma ciascuno è portatore di un modo diverso di vivere le beatitudini evangeliche: sono testimoni di santità sociale, di santità educativo-pastorale, di santità politica, di santità vittimale, di santità eroica.

Sono modelli in carne e ossa, cronologicamente non lontani da noi, quasi tutti non ancora proclamati santi, e come tali meno conosciuti di altri come S. Domenico Savio (†1859) e S.ta Maria Goretti (†1902), o addirittura patroni dei giovani, come S. Luigi Gonzaga (†1591) e S. Gabriele dell’Addolorata (†1862).

Come giovani essi hanno vissuto tutte le dimensioni della giovinezza, amante del bello, della musica, dello sport, dell’amicizia, dell’allegria contagiosa, e come cristiani hanno vissuto in modo straordinario la loro vita ordinaria, con i pregi e i difetti dell’età Non hanno forse fatto notizia sui giornali, sono spesso passati inosservati agli occhi dell’uomo, ma non a quelli di Dio. Ecco i loro nomi: Beato Pier Giorgio Frassati, San Riccardo Pampuri, Beata Chiara Badano, Beato Alberto Marvelli, Beato José Sanchez del Rio.

 

Giovinezza di santi

 

Ma ad attrarre l’attenzione sono anche altre figure di santi, morti in età adulta o avanzata, la cui giovinezza non lasciava presagire la loro futura “passione” per Cristo. Chi non conosce la giovinezza dello zelantissimo fariseo San Paolo, dell’irrequieto intellettuale Sant’Agostino, dell’allegro e scanzonato San Francesco d’Assisi, del cavalier armato Sant’Ignazio di Loiola, del sofferente prete-teologo anglicano John Henry Newman e di altri ancora? Ad un certo punto della vita capitò loro qualcosa di particolare. Un incontro con una persona, la lettura di un libro, un avvenimento imprevisto o altro ancora li sorprese e li avviò lungo strade impreviste e imprevedibili. Orientando verso Dio le tendenze, le passioni, le doti precedentemente indirizzate verso altri lidi sono diventati santi in grado, con i loro seguaci, di cambiare addirittura il corso della storia.

In questa rubrica i diversi autori tracceranno il profilo giovanile di alcuni di questi personaggi cronologicamente vicini a noi. Verranno così illustrati alcuni aspetti della loro giovinezza prima del “tocco” di quella Grazia, che in modi diversi li avrebbe condotti a raggiungere le vette della santità. Una salita che anche per loro non ha significato assenza di passioni e di peccato, ma semplicemente una costante relazione di amore con Dio. Le sbandate che pure possono avere avuto non sono andate ad interferire con il loro cammino verso la perfezione, esattamente come qualche caduta non impedisce al bambino di imparare a camminare.

Nei loro profili, più che cercare un cammino eccezionale, portatore di innovazioni sensazionali, si cercherà di rapportare il loro cammino alle situazioni generali nelle quali si è inserito e che nello stesso tempo ne hanno fissato le possibilità e il significato. Nei santi va cercata l’esemplarità, non l’eccezionalità.

Ecco i nomi selezionati: Santa Edith Stein, San Giovanni Bosco, Santa Giuseppina Bakhita, beato Charles de Foucauld, Santa Giovanna Beretta Molla.

 

 

NOTE

 

1 Confessioni, 8, 27.

2 Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XV/1, 1992, p. 305.

3 GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte, n. 31.

4 AMBROGIO, De virginitate, 40.

5 FRANCESCO, Gaudete et exsultate n. 7.

 

6 Riunione preparatoria al Sinodo, parte II, Introduzione.


 

Carlo Acutis,

 

«un ragazzo normale, che ha reso straordinario l’ordinario»

 

 

 

 

 

Un ragazzo. Un adolescente di 15 anni. Il 10 ottobre, il cardinale Agostino Vallini lo ha proclamato beato, alle 10.30 nella basilica superiore di San Francesco, ad Assisi. Don Alfredo Tedesco, dal 1° settembre alla guida del Servizio per la pastorale giovanile del Vicariato.

«Riferimento e guida»: il sacerdote racchiude in queste due parole la descrizione di Carlo. E ai giovani ricorda che «siete ognuno “un capolavoro di Dio”, anche se vivete un’età in cui tutti sembrano giudicarvi, destinatari di aspettative troppo alte o di nessuna aspettativa, perché considerati buoni a nulla. Vi assicuro – prosegue – che siete dei capolavori, perché ciò che il Signore ha visto in Carlo, lo vede in ciascuno di voi». Di qui l’invito a «rimanere voi stessi, lasciare che quelle perle nascoste che avete nel cuore possano finalmente risplendere davanti a Dio e al prossimo. Tu sei santo se ti affidi a Dio e lasci che Lui scolpisca ciò che hai dentro». Come aveva intuito Acutis: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie».

A quanti sono adolescenti e giovani oggi don Alfredo ricorda la quotidianità di Carlo, «un ragazzo normale» che «ha reso straordinario l’ordinario, visibile l’invisibile. Faceva quello che fate voi – scrive -: studiare, avere degli amici, amare lo sport e la natura, il web e i social; ma c’era un segreto che dava sapore a tutto questo: l’amicizia con Gesù». In particolare, quella «autostrada per il Cielo» che è l’Eucaristia; Cielo che però «può essere vissuto già su questa terra, mostrando a tutti la gioia che viene dallo Spirito Santo», evidenzia ancora il direttore della Pastorale giovanile.

Di Carlo, ancora, don Tedesco addita come modello la vita di preghiera e la capacità di entrare in «una relazione autentica con tutti, in particolare con i più poveri e con chiunque avesse bisogno di aiuto tra i suoi coetanei». Quindi l’invito a partecipare via web – «dati i protocolli anti-Covid» – alla beatificazione e agli appuntamenti collegati. «Il corpo di Carlo – ricorda – sarà esposto nel Santuario della Spoliazione di Assisi fino al 17 ottobre. Io andrò in forma privata in quei giorni; anche voi – è l’invito – potete organizzare un piccolo gruppo con la parrocchia».

Da ultimo, un’anticipazione: «In questi giorni ho avuto il piacere di parlare con Antonia, la mamma di Carlo e si è mostrata disponibile ad una testimonianza in presenza per tutti i giovani di Roma. Non so ancora darvi dettagli tecnici, ma cercheremo di organizzarci e comunicarvi per tempo tutte le informazioni». E non solo: nel mese di maggio, annuncia don Alfredo, sarà probabilmente esposto nuovamente il corpo di Carlo e «sarebbe bello andare tutti insieme ad Assisi».

 

 

(RomaSette - ottobre 2020)


Chiara Badano: un raggio di luce nel buio della malattia

 

 

 

Marcello Scarpa

 

 

 

 

Una vita breve ma intensa, nascosta tra le pieghe ordinarie di un piccolo paese dell’Appenino ligure, eppure così straordinaria da raggiungere gli onori della cronaca e degli altari. Parliamo della giovane Chiara Badano, chiamata Chiara Luce per il volto luminoso, lo sguardo limpido, il sorriso radioso.[1] Parliamo però anche di santità, un mistero che non si può comprendere con la sola ragione, ma nel quale bisogna entrare fidandosi, come ci ricorda papa Francesco, dell’amicizia di Gesù: «La santità trova la sua fonte inesauribile nel Padre, che attraverso il suo Spirito ci invia Gesù, “il santo di Dio” (Mc 1,24) venuto in mezzo a noi per renderci santi attraverso l’amicizia con Lui, che porta gioia e pace nella nostra vita».[2] La santità non è un ideale astratto di perfezione da conquistare, ma un dono che matura a contatto con la vita di Gesù che ci perfeziona nella carità.

Cristiani non si nasce ma si diventa, diceva Tertulliano,[3] e ciò vale anche per la santità. Chiara non è nata santa, ma lo è diventata giorno dopo giorno, attraverso un percorso quotidiano fatto di scelte, conquiste, progressiva consapevolezza della necessità di vivere pienamente e fino in fondo la sua vocazione cristiana[4]. La sua fama di santità si è diffusa rapidamente dopo la morte, ma aveva già colpito i cuori di quanti le erano stati vicini nella dolorosa malattia e, ancora oggi, continua ad interrogare quanti vengono a contatto con la sua storia.

 

Una vita normale

 

Chiara nasce a Sassello, in provincia di Savona, il 29 ottobre 1971, dopo undici anni di attesa dei suoi genitori Fausto e Maria Teresa. È figlia unica, amata, ma non viziata; riceve in famiglia una solida educazione cristiana, basata più sul buon esempio e l’amore che sui divieti o i rimproveri. Chiara è una ragazza come tante altre della sua età: ha un carattere allegro e generoso, dolce ma al tempo stesso deciso e determinato.[5] Una vera sportiva: faceva pattinaggio e giocava a tennis; amava la montagna, ma era al mare che la sua giovinezza “esplodeva” tra tuffi e lunghe nuotate. A Sassello ha tanti amici con cui spesso si incontra al bar, luogo di ritrovo giovanile. Socievole, riesce a conquistarsi la fiducia di molti che le confidano dubbi e difficoltà, trovando in lei sensibilità, capacità d’ascolto e una profondità davvero insolita per un’adolescente.

Chiara è una ragazza normale, eppure diversa, perché non ha paura di ascoltare il cuore: è attenta e disponibile con chi ha bisogno d’aiuto, dalla compagna di classe ammalata, ai nonni da assistere, da chi nel paese vive emarginato, ai clochard che incontra per strada tornando da scuola. Gli atti del processo di beatificazione raccolgono moltissime di queste testimonianze vissute con spontaneità e semplicità,[6] senza alcuna ombra di protagonismo o sdolcinatezza. La vita di Chiara è costellata di tutte quelle situazioni comuni ad ogni giovane della sua età: gioie e difficoltà, sogni e travagli, compresa la delusione per un amore sfiorito ancora prima di sbocciare sul serio. Tra le varie sofferenze, il trasferimento dalla sua amata Sassello a Savona, per frequentare il liceo classico e la bocciatura, in quarta ginnasio, giudicata da molti immeritata perché scaturita dalle incomprensioni con una professoressa.

 

L’amicizia con Gesù

 

Non è possibile comprendere come Chiara abbia potuto farsi santa in un letto d’ospedale senza fare riferimento alla sua esperienza d’amicizia con Gesù. Da bambina scoprì il Vangelo attraverso i racconti dei genitori; quando il parroco gliene regalò una copia per la Prima Comunione imparò a gustarne le Parole. Scoprì come viverle e metterle in pratica grazie all’incontro con alcune giovani ragazze del Movimento dei Focolari.[7]

Chiara intuì che la Parola di Dio non va solo “capita” razionalmente, con la testa, né solo “sentita” emotivamente, con il cuore, ma va anche messa in pratica con le braccia, con le opere di carità. Con la tipica generosità giovanile si buttò ad amare ogni prossimo che incontrava sul cammino. Aveva capito che il Vangelo bisogna viverlo concretamente: «Ho riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho capito che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro il mio unico scopo della vita. Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo».[8]

Chiara apriva il cuore donandosi nella carità e lo Spirito Santo trovava spazio per entrarvi e abitarlo con i Suoi doni: pace, serenità, gioia. L’eucarestia quotidiana, poi, sostanziava le sue scelte nutrendola e irrobustendola nella fede in Gesù, suo amico dell’anima a cui raccontava confidenzialmente tutti gli episodi della sua vita.

 

Anche nella sofferenza si può amare

 

La vita non è fatta solo d’incontri con il prossimo perché Chiara, come capita a tutti nella vita, incontrò anche la sofferenza, che si mostrò all’improvviso nell’estate del 1988. Durante una partita a tennis con degli amici avvertì un dolore alla spalla così forte che lasciò cadere a terra la racchetta. I medici pensarono ad una costola rotta e le prescrissero una cura, ma il dolore non passava. Iniziò così un calvario fatto di attese ambulatoriali, visite mediche, esami ospedalieri, fino alla diagnosi finale che non lasciava scampo: tumore osseo, per la precisone sarcoma osteogenico con metastasi. Rientrando a casa Chiara si butta sul letto, chiedendo alla mamma di non parlare. Dopo venticinque minuti di combattimento interiore, ripreso il sorriso di sempre, le disse solo tre parole: «Ora, puoi parlare».[9] Chiara ha impiegato venticinque minuti a dire il suo sì, rinnovandolo poi ogni giorno, senza più voltarsi indietro.

Chiara, che sin da bambina si sforzava di amare ogni prossimo, capì che anche la sofferenza può essere amata. Attenzione: le sofferenze non vanno ricercate, perché il cristiano ama la vita e non è un masochista, ma possono senz’altro essere valorizzate, unendole alle sofferenze di Gesù. In tal modo diventano, misteriosamente ma realmente, uno strumento di salvezza «da offrire per tutte le speranze e i dolori del mondo».[10] Grazie alla spiritualità del movimento dei Focolari, Chiara aveva scoperto che Gesù sulla croce, nel momento in cui nella sua umanità aveva sperimentato il buio della lontananza dal Padre gridando: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mt 26,46) realizzava la salvezza per tutto il genere umano.[11] Ciò che fa male, vale se messo nel cuore di Gesù perché in Gesù, morto e risorto per noi, anche la morte diventa vita, anzi vita eterna: «Ho riscoperto questa frase che dice: “Date e vi sarà dato”: devo imparare ad avere più fiducia in Gesù, a credere al suo immenso amore. […] infatti da circa una settimana ho la febbre molto alta e ciò, essendo già debole, mi debilita molto, ma sono totalmente occasioni d’amore che ho per essere ancora più radicata in Dio».[12]

Poco alla volta Chiara aveva imparato a “stare al gioco di Dio”, comprendendo che ogni suo buio di dolore poteva diventare luce per altri. Sull’altare del suo letto s’immolava per i giovani: «Vi offro il mio nulla affinché lo Spirito Santo elargisca su questi giovani tutti i suoi doni di amore, di luce e di pace, affinché tutti comprendano quale dono gratuito e immenso sia la vita e quanto sia importante viverla ogni attimo nella pienezza di Dio. Nel mio stare il vostro andare».[13] Chiara cercava di trasformare ogni dolore in amore, arrivando a rifiutare, nella fase terminale della sua malattia, anche la morfina perché le avrebbe annebbiata la volontà, togliendole l’occasione di convertire ogni sofferenza del corpo in canto dell’anima per sé e per tutte le persone cui generosamente offriva la sua giovane vita.

 

La santità è per tutti?

 

Chiara muore all’alba del 7 ottobre 1990. Dichiarata “Venerabile” il 3 luglio 2008, è stata beatificata il 25 settembre 2010. Dopo la sua morte, migliaia di giovani continuano ad andare a Sassello per visitare i luoghi dove visse e ora riposa. Che cosa cercano? La vita, che in questa ragazza ha avuto l’ultima parola. Il suo vescovo, mons. Maritano, avviando la causa di beatificazione dichiarò: «Quella di Chiara Luce è una testimonianza significativa soprattutto per i giovani. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare a trovare un orientamento, uno scopo alla vita, aiutare i giovani a superare le loro insicurezze, la loro solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte. I discorsi teorici non li conquistano, ci vuole la testimonianza».[14]

In un mondo che ha smarrito il senso della vita, la ragazza di Sassello indica che la vita ha senso solo donando se stessi. Laddove oggi basta un click per cancellare un’amicizia, Chiara offre una testimonianza di fedeltà all’amicizia con Gesù. In una società narcisistica dove imperano il culto dell’immagine e del benessere, che ha rimosso la sofferenza e ospedalizzato la malattia, che ha spettacolarizzato il dolore nei vari reality show, la nostra giovane suggerisce che «davvero la sofferenza è la benzina del mondo, il carburante essenziale per far girare il motore dell’umanità».[15]

Chiara non si è chiusa nel suo dolore, ma si è aperta all’amore. Non ha perso tempo a chiedersi il perché della sua malattia, ma ha convertito la domanda in: per chi posso offrire le sofferenze che vivo? Possiamo allora comprendere il motivo per cui migliaia di giovani continuano a visitare i luoghi nativi di Chiara a Sassello: perché sono attratti dall’amore, dal profumo della santità. I giovani hanno bisogno di respirare a pieni polmoni la vita dei santi, di venire a contatto con la vita di altri ragazzi e giovani che hanno percorso la via della santità per poter pensare: «se c’è riuscita lei, vuol dire che possiamo riuscirci anche noi, e ci vogliamo provare»[16]. Davvero, «non si è mai troppo giovani per divenire santi».[17]

 

 

NOTE

 

[1] Chiara Badano nel luglio del 1990 scrisse una lettera alla fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, chiedendole un “nome nuovo”. Dopo una settimana ricevette la risposta: «Grazie della letterina in cui mi dai notizie della tua salute. […] Grazie anche della tua foto. Il tuo viso così luminoso dice il tuo amore per Gesù. […] “Chiara Luce” è il nome che ho pensato per te; ti piace?»: M. Zanzucchi, “Io ho tutto”. I 18 anni di Chiara Luce, Città Nuova, Roma 2001, 43.

[2] Cfr. Sinodo dei Vescovi – XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento Finale, Città del Vaticano (27 ottobre 2018), n. 165.

[3] Apologeticum, 18, 4.

[4] Cfr. G. Mattei, Presentazione, in: M. Magrini, Un raggio di luce. Riflessioni sulla spiritualità di Chiara Badano, San Paolo, Milano 2007, 10.

[5] Per la parte biografica, il riferimento principale è il sito ufficiale della famiglia Badano nelle sue sezioni: l’infanzia, l’adolescenza, la malattia, gli ultimi tempi, cfr. http://www.chiarabadano.org/vita/life/

[6] Cfr. F. Coriasco, Dai tetti in giù. Chiara Badano raccontata dal basso, Città Nuova, Roma 2010, 21.

[7] Cfr. F. Coriasco, In viaggio con i Badano. Chiara Luce e la sua famiglia: i segreti di un segreto, Città Nuova, Roma 2012, 33-35.

[8] M. Magrini, Un raggio di luce, 25.

[9] M. Zanzucchi, “Io ho tutto”, 33.

[10] F. Coriasco, In viaggio con i Badano, 44.

[11] Cfr. C. Lubich, La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, 131-140.

[12] M. Magrini, Dalle lettere della Beata Chiara Badano, in: http://www. santiebeati.it/dettaglio/91545 (20 giugno 2019).

[13] F. Coriasco, Dai tetti in giù, 90.

[14] Ibidem, 109.

[15] Idem, In viaggio con i Badano, 53-54.

[16] Ibidem, 92.

[17] M. Zanzucchi, “Io ho tutto”, 10.

Pier Giorgio Frassati, il giovane ricco votato all’amore del povero

 

Santi giovani e giovinezza dei santi 

 

Silvano Oni

 

(NPG 2019-04-56)

 

 

I segni della poliomielite, che paralizzò Pier Giorgio e lo condusse in sei giorni alla morte si manifestarono il 29 giugno 1925: dal mal di testa al mal di schiena, alla febbre alta. Ma nessuno dei familiari diede peso a quei sintomi. Il venerdì 3 luglio, il medico lo invitò ad alzarsi, Pier Giorgio gli rispose:” Non posso più”. Il giorno seguente alle sette di sera spirava a 24 anni di età. Il funerale fu un trionfo. Tutta la città accorse: una folla di persone “note”, ma soprattutto di persone umili, povere. E i familiari, in particolare il padre, ebbero la rivelazione di una vita “segreta” del figlio: scoprirono il suo impegno umile, nascosto, giornaliero verso i poveri.

Pier Giorgio, infatti, vive in una famiglia dove non è capito, dove i rapporti sono spesso tesi, tranne che con la sorella Luciana. In particolare con il padre Alfredo, uomo d’azione, senatore, cui torna incomprensibile un figlio come il suo, votato alla preghiera, alla trascendenza, alla lotta e all’impegno per gli ideali di giustizia del Vangelo e non ad occupare un posto di rilievo nella società, come d’altronde ha raggiunto lui.

Ma i motivi di tensione e di sofferenza in famiglia per Pier Giorgio investono anche altre sue scelte più profonde: si innamora di una ragazza, Laura Hidalgo, laureata in matematica, ma vi deve rinunciare perché non accettata dalla famiglia Frassati, in quanto non socialmente all’altezza del nome di Pier Giorgio. Anche dal punto di vista “professionale” deve rinunciare al sogno per cui ha scelto la facoltà di ingegneria mineraria: quello di spendere la sua vita tra i minatori per “abbracciare una professione che garantisse una continua vicinanza ai più umili e sacrificati tra i lavoratori”. Il padre gli fa capire che lo vorrebbe al suo fianco nella direzione de “La Stampa”. E Pier Giorgio accetta!

Visto il “trionfo” del funerale l’arcivescovo di Torino mons. Giuseppe Gamba e la madre di Pier Giorgio individuarono nel salesiano don Antonio Cojazzi colui che poteva scrivere un profilo di Pier Giorgio, in quanto lo aveva conosciuto e frequentato.

Don Cojazzi lo propose nel libro Pier Giorgio Frassati. Testimonianze (1928) come il nuovo santo laico: ancorato alla tradizione da una parte, ma adeguato ai nuovi tempi dall’altra. Il successo del libro, in ambito cattolico, fu clamoroso per l’epoca[1]. Don Cojazzi mise in evidenza l’importanza particolare di due aspetti nella vita di Pier Giorgio che rispondevano a precise esigenze della cultura cattolica in generale, e della Chiesa italiana in particolare: il nascere della santità all’interno del mondo della classe dirigente (che tradizionalmente era indifferente sul piano religioso) e lo sviluppo che tale santità aveva avuto grazie all’associazionismo cattolico (in un momento storico quanto mai “delicato” in Italia per il contrapporsi del fascismo)[2].

 

Dati biografici

 

La “breve” biografia di Pier Giorgio è quella di un giovane benestante della Torino degli inizi del secolo scorso, alle prese con le tensioni legate ai problemi della nascente rivoluzione industriale, sociale e politica che diventeranno sempre più acuti e pronti a esplodere.

Nasce il 6 aprile 1901 a Torino da Adelaide Ametis, pittrice e da Alfredo, fondatore de “La Stampa”, grande esponente del modo liberale. Studia presso scuole statali e l’Istituto Sociale dei gesuiti, per due anni. Nel novembre del 1918 si iscrive al Politecnico di Torino nella facoltà di ingegneria meccanica con indirizzo minerario. Nel 1920 si iscrive nel partito Popolare, appena fondato da don Luigi Sturzo. Nel 1921 segue con tutta la sua famiglia il padre che viene nominato ambasciatore a Berlino. Ritorna in Italia nel 1923 in seguito alle dimissioni del padre, dovute all’avvento del regime fascista. Pier Giorgio muore a Torino il 4 luglio 1925. Il santo papa Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990, in piazza san Pietro, nell’omelia pronunciata in occasione della beatificazione lo definiva “un giovane moderno pieno di vita” che “non presenta granché di straordinario”.

 

Santo per l’oggi?

 

Ma, a questo punto ci chiediamo: che cosa ha da dire ai giovani di oggi, Pier Giorgio, che è un santo tutto di “ieri”? Il mondo di un secolo dopo è così diverso dal suo. E invece no.

Pier Giorgio è stato, per certi versi, un giovane “come tutti gli altri”, e come tutti i giovani amava la vita; anzi era, come lo definisce un suo amico, “una valanga di vita”, di una vitalità prorompente, tanto che era soprannominato “Fracassati”, proprio per la sua risata fragorosa che scoppiava all’improvviso nei corridoi del Politecnico, annunciandone l’arrivo, con il suo seguito di goliardia sfrenata.

Ad accomunarlo a tutti i giovani è il profondo senso e il bisogno di amicizia[3]. Molti lo avvicinavano per scopi “utilitaristici”, per entrare nella sfera ricca e potente dei Frassati. Pier Giorgio lo sapeva e ne soffriva, perché aveva un culto quasi sacro dell’amicizia. Sognava di poter stringere con i suoi amici più intimi un vincolo che potesse durare tutta la vita. Per realizzare questo sogno, diede vita il 18 maggio 1924 alla Società dei Tipi Loschi, nella quale si condivideva tutto, su tutto si discuteva e su tutto ci si confrontava. Soprattutto sulla fede.

Era un giovane sportivo: alpinista “tremendo” come lo definì sempre papa Giovanni Paolo II. Si rimane stupiti, leggendo i suoi scritti, in particolare le Lettere agli amici, di quante volte parli della sua passione per la montagna, perché “fra i monti c’è qualcosa di grande, di immenso che eleva”.

Ma Pier Giorgio era un giovane che “non voleva vivacchiare ma vivere”[4]! Oggi si direbbe, citando la ormai famosa espressione di papa Francesco, non voleva essere un giovane-divano, ma vivere in pienezza la propria esistenza! Vivere in pienezza voleva dire per lui assumersi prima di tutto le proprie responsabilità di cittadino. E proprio in questo si può cogliere un aspetto della sua attualità, dal momento che viviamo, nel cattolicesimo attuale, un cristianesimo ripiegato su se stesso, del quieto vivere.

Pier Giorgio era stato educato alla dimensione politica dal padre Alfredo. La politica si respirava da sempre in casa Frassati. La Torino degli anni prima e subito dopo la guerra era un vero e proprio laboratorio di idee politiche, con le figure di Gobetti, Gramsci in primo piano. Pier Giorgio fece però delle scelte “personali”, allontanandosi dalla tradizione liberale di famiglia e iscrivendosi nel partito Popolare, diventandone uno degli elementi più attivi e anche critici.

Ma il suo impegno politico era strettamente legato a quello religioso. Si presenta con forza come laico credente, che non ha paura di professarsi cristiano, ha la fierezza, direi, di essere credente in Cristo. Sintomatica la risposta data alla battuta sarcastica di un collega del Politecnico: “Sei un bigotto?” “No! Sono rimasto cristiano!”.

E proprio perché si sentiva cristiano la sua caratteristica più significativa fu l’amore per i poveri. “Comandamento” così antico, ma così attuale, visto che oggi i “poveri” sono guardati con sospetto, con paura, spesso con un senso di fastidio. Scriveva negli Appunti: “Base fondamentale della nostra religione è la Carità, senza di cui tutta la nostra religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede cattolica: nell’amare Iddio con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi”[5].

Pier Giorgio non si limitava a procurare dei soldi, di cui era sempre mancante: “Pier Giorgio era famoso per essere sempre al verde, e tutti sapevano che l’essere sempre senza soldi era una conseguenza della sua ardente carità”[6]; ma “si interessava affinché i suoi numerosi poveri infermi avessero le cure mediche necessarie e venissero accettati negli ospedali e li seguiva con costanza quale si usa per un parente ammalato”[7]; “Non bastava a Pier Giorgio dare il proprio obolo ai poveri, sapeva che spesso basta restare lì ad ascoltarli, basta far sentire che qualcuno è loro vicino per sollevarli dalla più grande miseria cui sono condannati: quella del disprezzo e della solitudine”[8].

Assisteva il malato sino al compimento dei servizi più umili e penosi: “Frequentavo le Conferenze di San Vincenzo più per tradizione di famiglia che per convinzione. È vero che non gli nascondevo nulla delle mie perplessità. Una volta gli domandai come si facesse ad entrare lietamente in certe case, dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. 'Come fai tu a vincere la repulsione?'. 'Non dimenticare mai – mi rispose – che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo'"[9]. E qui viene alla luce il senso profondo, che sta alla base del suo amore ai poveri, che non è semplice filantropia: 'Gesù mi fa visita con la Comunione ogni mattina e io gliela restituisco nel modo misero che posso, visitando i suoi poveri”!

C’è una testimonianza che riesce a rendere ancora più vivo Pier Giorgio: “Nella biblioteca della facoltà di Matematica arrivava sempre trafelato e accaldato. Non appena cominciava a tirare il fiato gli uscivano dalle tasche, dalle cartelle, uno dietro l’altro, i foglietti zeppi di nomi e di indirizzi di persone povere da aiutare o da visitare “[10]. E sul letto di morte, gli viene trovato tra le mani un ultimo biglietto destinato ai poveri: “Ecco le iniezioni di Converso, la polizza è di Sappa. L’ho dimenticata, rinnovala a mio conto”[11].

 

Alla sua tomba

 

A Torino siamo testimoni del continuo pellegrinaggio di giovani alla sua tomba in Cattedrale. Così come a Pollone (Biella), nella villa di famiglia: basta dare uno sguardo al quaderno dove i visitatori lasciano i loro pensieri. Sono decine e decine questi volumi che documentano la diffusione devozione verso Pier Giorgio non solo in Italia, ma nel mondo.

Perché tanti giovani lo vengono a visitare? Perché tanti giovani lo sentono vicino? La risposta è, in fondo, la stessa del perché guardiamo ai santi.

Perché è sempre presente in ogni giovane la domanda di senso della vita, l’esigenza di andare al di là dei limiti angusti, in cui spesso la chiudiamo, per tendere a qualcosa di più grande. E in mezzo ai dubbi, alle inquietudini, ai fallimenti delle nostre giornate sentiamo la necessità di scoprire e rimirare il volto di una persona che è riuscita a dare gusto e pienezza alla propria vita. Questo apre il nostro cuore alla speranza[12].

 

 

NOTE

 

[1] In Italia: in soli nove mesi vennero esaurite le prime tre edizioni (30 mila copie). Nell’agosto del 1939 il libro aveva raggiunto le undici edizioni per un totale di 70 mila copie. Fu tradotta in 17 lingue: la prima in polacco (1930), l’ultima in giapponese (1939).

[2] Pier Giorgio aderì a molte delle organizzazioni del cattolicesimo torinese di quegli anni: al circolo universitario della Fuci Cesare Balbo; al terzo Ordine Domenicano con il nome di Savonarola “perché ha comuni con me gli stessi sentimenti contro i corrotti”; al circolo della gioventù cattolica della sua parrocchia della Crocetta “Milites Mariae”; ma soprattutto alle Conferenze di san Vincenzo, prima quella dei padri Gesuiti dell’Istituto sociale e poi quella del circolo della Fuci “Cesare Balbo”.

[3] Per queste riflessioni, cfr. Primo Soldi, Pier Giorgio Frassati. L’amico degli ultimi, Elledici, Torino 2016, 79-82.

[4] Lettera a Isidoro Bonini 27 febbraio 1925 in (a cura di) Luciana Frassati, Pier Giorgio Frassati. Lettere (1906-1925), Editrice Vita e Pensiero, Milano 1995, 308.

[5] Cfr. (a cura di) Luciana Frassati, La carità…, 17-1818.

[6] Ib., Testimonianza di Giovanni Gribaudo…, 32.

[7] Ib., Testimonianza di Paolo Giriodi…, 42.

[8] Ib., Testimonianza di Battista Marocchino…, 42.

[9] Ib., Testimonianza di Carlo Florioi… 42-43.

[10] Ib. Testimonianza di Marco Beltramo…., 37.

[11] Cfr. (a cura di) Luciana Frassati, La carità…., 246.

 

[12] Cfr. Primo Soldi, Pier Giorgio Frassati…, 26-31.

Andrea Montebelli

 

 

 

 

Alberto Marvelli è nato a Ferrara il 21 marzo 1918 ed è morto a Rimini il 5 ottobre 1946, a soli 28 anni, in un incidente stradale. Nella Rimini martoriata e distrutta dai bombardamenti e nel primo dopoguerra è stato una figura di grande rilievo, non solo per l'integrità di vita, ma anche per l'impegno sociale e politico. Laureato in Ingegneria, è stato dirigente dell’Azione Cattolica della diocesi di Rimini e presidente dei Laureati Cattolici, membro del direttivo della Democrazia Cristiana e assessore comunale. Ha vissuto da protagonista i grandi avvenimenti storici dell'epoca, anticipando profeticamente il ruolo e la vocazione del laico cristiano proposti poi dal Concilio Vaticano II. La vita di Alberto è stata davvero una magnifica avventura, un’intensa corsa in bicicletta da autentico protagonista come appassionato animatore nell’oratorio salesiano, come infaticabile assessore alla ricostruzione, come coraggioso amico degli sfollati e dei poveri dei quali si è sempre preso amorevolmente cura (1).

Alberto Marvelli scrive sul suo prezioso diario nella Pasqua del 1938 all’età di venti anni: “Una meta mi sono prefisso di raggiungere ad ogni costo con l’aiuto di Dio. Meta alta, sublime, preziosa desiderata da tempo, ma finora mai attuata: essere santo, apostolo, caritatevole, studioso, puro, forte. Voglio, o Gesù, farmi santo. Aiutami e soccorrimi Tu” (2).

Il sogno di santità di Alberto non é frutto di scelte occasionali, una sorta di incosciente improvvisazione di accadimenti, al contrario è una definitiva e totale donazione di sé sostenuta completamente dalla grazia del Signore, in una battuta: la sua è una vita orientata verso Dio.

È presuntuoso il sogno di Alberto? È presuntuoso un proposito di vita che tenta di percorrere la via dei santi? Sì, lo sarebbe se, per raggiungere la meta, Alberto avesse contato solo su se stesso. Scrive ancora sul suo diario: “Lo sai, o Signore, nulla io posso da me, sono il più miserabile di questa terra, confido completamente nel tuo aiuto e, da parte mia, cercherò di mettere la maggior volontà possibile” (3).

Alberto, sperimentando quotidianamente la grandezza e la bontà di Dio, ha preso sempre più coscienza della propria fragilità, della propria piccolezza. A questo proposito, chiedeva continuamente al Signore il dono dell’umiltà e il dono di vincere l’impazienza (4).

Orgoglio, superbia, impazienza avrebbero sicuramente ostacolato il suo sogno di santità soprattutto quando, a causa di lutti famigliari, ingratitudini, ingiustizie subite a livello personale, ingiustizie sociali, la guerra, la croce da portare diventa pesantissima e la tentazione di alleggerirla si fa sempre più forte. Ma Alberto non perde mai di vista la meta radiosa e preziosa da raggiungere. L’oratorio salesiano di Rimini è il luogo in cui Alberto ha fatto l’importante scoperta che la santità è facile, è per tutti, è possibile, è bella e non è noiosa, ma è la nostra piena felicità. Il suo cammino spirituale è basato sulla preghiera, sull’eucarestia, sulla carità verso il prossimo, sull’amore alla Madonna, alla quale, a 16 anni, aveva consacrato il suo cuore (5).

 

I due amori

 

Don Bosco, il Santo dei giovani, nella sua spiritualità aveva due punti fermi: Gesù Cristo presente nell’Eucarestia e Maria SS. Immacolata, questo è ben evidenziato nel sogno cosiddetto delle due colonne. Ripeteva spesso ai suoi ragazzi: due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: devozione a Maria SS., frequente comunione (6).

Gli amori di don Bosco divennero ben presto gli amori di Alberto. Egli è un contemplativo nell’azione. La sua santità ben radicata su questa terra, lo porta ad alzare lo sguardo verso il cielo e a desiderare il momento in cui potrà immergersi nell’immensità di Dio (7). Frequentando l’oratorio salesiano Alberto, sull’esempio di san Domenico Savio, sperimenta le gioie della purezza, scrive sul diario nel gennaio 1938: ”Un cuore puro gusta le gioie dell’anima, dell’unione intima e continua di Dio, della contemplazione delle sue sembianze sotto forma del Santo Sacramento”(8).

L’insegnamento di don Bosco nel fare “buoni cristiani e onesti cittadini” è cresciuto rigoglioso nel cuore di Alberto Marvelli, suscitando in esso quell’infinito desiderio di santità come programma di vita.

Nella vita di Alberto l’impegno in politica occupa sicuramente un posto privilegiato, per lui la politica è amore, è l’estrema conseguenza della carità sociale e strumento di verità. Ha vissuto l’impegno in politica come un servizio alla collettività, credeva che l’attività politica potesse e dovesse diventare l’espressione più alta della fede vissuta. Alberto ha cominciato il suo lavoro nel partito in un momento difficile: la lotta fra i partiti era accesa e la contrapposizione delle idee radicale, anche in questa atmosfera così poco favorevole al dialogo Alberto ha saputo trovare l’atteggiamento giusto poichè la sua parola era valorizzata dalla vita che mai si è allontanata da quei principi che egli divulgava tra il popolo.

In un foglietto, a matita, aveva scritto, riferendosi alle elezioni del giugno 1946: “Non abbiamo fatto niente per le elezioni, dobbiamo lavorare in profondità. In alcuni posti si lavora molto, ma non si fa niente. Bisogna lavorare in grazia di Dio. Nella distruzione di Sodoma e Gomorra solamente i giusti potevano salvare la città, non i duci, non i generali; essi non avevano davanti a Dio nessun diritto per salvare la patria dalla distruzione”.

 

Costruire con la grazia di Dio

 

Era questo lo spirito con cui faceva politica: non c’erano interessi di parte, né false ambizioni, né ricerca di tornaconto personale, c’era solo la consapevolezza che bisognava costruire il futuro del popolo italiano e ciò era possibile solo e con la grazia di Dio. Alberto era fermamente convinto che al di sopra dei partiti politici ci fossero i principi comuni dei valori universali che dovevano dare il via ad iniziative concrete per alleviare la miseria e allontanare la fame. Perciò prima dei problemi squisitamente politici, che potevano e dovevano essere risolti diversamente, vi erano problemi economici e morali che dovevano essere affrontati insieme, studiati insieme, risolti insieme. Solo lavorando insieme sul piano della carità e della mutua comprensione, ci sarebbero state sì delle divergenze nelle lotte politiche su alcuni punti ideologici dei programmi, ma sicuramente più prontezza e decisone nel voler affermare quei principi democratici che necessitavano assolutamente all’Italia. Gli amici, i giovani oratoriani, i poveri, tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere personalmente Alberto raccontano: “Era una gioia parlare con Marvelli di grandi ideali, per sentire dentro di noi l’entusiasmo di affrontare ogni fatica e disagio, perché le parole di Gesù prendessero forma in noi con una donazione totale di servizio, di professione, di famiglia, ossia di laici in un mondo laico da consacrare.”

Tutti erano convinti che Alberto avrebbe svolto in campo politico una carriera straordinaria e che avrebbe potuto ricoprire l’incarico di sindaco della città, come si auguravano anche molti avversari politici. Il 5 ottobre 1946 Alberto avrebbe dovuto tenere l’ultimo comizio prima delle elezioni amministrative ma a duecento metri da casa è stato investito da un camion militare che lo ha scaraventato contro il muro di cinta di una villa. Alberto non ha ferite ma, ha perso conoscenza per il forte colpo alla testa e dopo due ore di agonia muore.

A 50 anni dalla morte di Alberto Marvelli l’amministrazione comunale di Rimini gli ha dedicato una lapide commemorativa con questo testo: “La città di Rimini ricorda Alberto Marvelli annoverandolo fra gli amministratori pubblici più coraggiosi e generosi per l’impegno, la passione e la consapevole saggezza che Rimini dovesse risorgere al più presto dalle rovine immani provocate dal secondo conflitto mondiale. Portò nella vita pubblica l’integrità della sua vita privata, la profonda fede religiosa e democratica, l’elevata professionalità, l’onestà intellettuale e morale, l’inesauribile operosità, l’amore per gli umili e i diseredati di cui comprendeva aspirazioni e bisogni.”

 

 

NOTE

 

1 “Aiutare i poveri e i derelitti il più possibile, materialmente e spiritualmente. La carità sia un cardine del mio programma di vita.” Diario pag. 64.

2 Diario pag.55.

3 Diario pag.55.

4 Diario pag.44.

5 “Questa mattina nella Santa Comunione ho consacrato il mio cuore alla Madonna Immacolata, perché lo mantenga sempre puro e immacolato come il Suo, perché mi aiuti a essere buono, compiacente, paziente, caritatevole.” Diario pag. 40.

6 M.B. V11, 169.

7 “… infine mi inoltro nel pensiero infinito di Dio, come un povero cieco desideroso di luce; sogno il paradiso, la gloria dei santi, lo splendore della visione dell’Eterno, la radiosa felicità dei Beati, che godono e vivono eternamente, perché hanno amato sulla terra Dio e il prossimo.” Diario pag. 73.

8 “Il segreto della purezza è qui: avere l’anima piena di sole, piena di Dio. Non è la virtù dei rinunciatari, dei timidi. Degli inconsapevoli. Non è frutto di sole proibizioni, di sola mortificazione, di rosari soltanto. Non è un’imposizione dall’esterno; una violenza a non vedere, a non sapere, a non sperimentare. La purezza non è una corazza di ghiaccio, ma un tabernacolo, un interiore braciere di fuoco. La purezza è vita. E’ la vita di Dio dentro di noi che attrae nel suo fascino e nel suo calore il corpo e i sensi e, irradiando tutto l’uomo di spiritualità, lo orienta verso l’alto e lo potenzia di luce e fiamma soprannaturale.” (Quaderno spirituale: appunti e riassunti, 3c).

 

 

Bibliografia

 

- Alberto Marvelli, Diario e lettere, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998.

 

- Alberto Marvelli, La mia vita non sia che un atto d’amore scritti inediti, Edizioni Messaggero Padova 2005.